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Sterminate “Gruppo zero”

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Quattro uomini e una donna,di fede marxista e anarchica.
E’ questo il Gruppo zero,assemblato da Bonaventura Diaz con un compito ben preciso;rapire l’ambasciatore
americano in Francia e chiedere in cambio della sua liberazione un riscatto di dieci milioni di dollari e la pubblicazione di un comunicato rivoluzionario di rivendicazione sui maggiori quotidiani spagnoli.
Uno del gruppo si defila, in disaccordo con il resto del “commando”.
E’ un amico di Diaz,che mette in guardia lui e Gruppo zero sui rischi dell’azione.
Ma Diaz decide di agire ugualmente e con un colpo di mano audace Gruppo zero rapisce l’ambasciatore in una casa d’appuntamento tollerata dalle autorità.
Che però la tengono sotto controllo.
Un agente dei servizi segreti filma tutto e ben presto il commissario Goemond è in grado di identificare i componenti del gruppo,Diaz,D’Arey,Meyer,Treuffais e in ultimo l’unica donna del gruppo,Veronique Cash.
Goemond riesce a trovare anche la casa di campagna di proprietà di Veronique nel quale Gruppo zero ha la sua base operativa.
Il ministro dell’interno ordina al commissario di usare la forza,senza alcun riguardo per la vita dell’ambasciatore.

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Motivi di opportunità politica hanno quindi la meglio sulla logica;il commissario segue alla lettera gli ordini del ministro e fa uccidere dai suoi uomini a sangue freddo i component del gruppo.
La stessa Veronique viene giustiziata mentre ha le mani alzate,Treuffais con la bandiera bianca alzata;Diaz,ucciso l’ambasciatore
benchè ferito riesce a fuggire grazie al sacrificio di D’Arey che distrae la polizia scappando con un auto e morendo alla guida.
Diaz diffonde un comunicato nel quale denuncia lo scandaloso comportamente della polizia,costringendo il ministro a scaricare
sul commissario la responsabilità dell’accaduto…
Dal romanzo Nada di Jean-Patrick Manchette del 1972 Claude Chabrol trae un film dal taglio rigoroso e asciutto;uno dei meno amati
dai suoi estimatori e da buona parte della critica,francamente per motivi incomprensibili.
E’un film sul terrorismo,la piaga principe degli anni settanta.
Paesi come la Spagna,la Francia,la Germania e l’Italia sperimentavano quotidianamente gli effetti di una guerra unilaterale,proclamata
per motivi ideologici che esulano da questa recensione.
Basti semplicemente ricordare che Chabrol in Sterminate “Gruppo zero” non prende posizione,non si schiera,limitandosi a mostrare
i fatti.

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Certo, la simpatia dello spettatore,di fronte ai due schieramenti contrapposti,ovvero il potere politico e il terrorismo non può
non provare simpatia per questi ultimi,quanto meno mossi da motivi libertari per quanto confusi e non spiegati chiaramente rispetto ad un potere
politico che reagisce usando un cinismo ributtante che trasforma una tragedia in opportunità propagandistica.
Memorabile il colloquio tra il ministro e il commissario,durante il quale il primo esplicitamente invita il tutore dell’ordine ad usare la forza
per destabilizzare l’opinione pubblica.
Che però verrà ugualmente informata di tutto dalla stampa,costringendo il potere a rinnegare i suoi stessi uomini,nella specie il commissario,
scaricato per motivi di opportunità,l’unico che pagherà assieme all’ambasciatore il prezzo più alto.
Ma il discorso sul potere,da parte di Chabrol,resta piuttosto marginale;quello che conta,per il regista francese è il racconto degli eventi.
La preparazione dell’attacco terroristico,i discorsi tra i vari componenti del commando,l’atmosfera tetra e al tempo stesso irreale che avvolge
gli avvenimenti sono la parte fondamentale del film.
Che termina con un bagno di sangue,come in una tragedia antica.

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Teso,cupo,quasi un noir, Sterminate gruppo zero arriva a cavallo tra due film “alla Chabrol”,ovvero L’amico di famiglia e Una gita di piacere,classici
esempi del cinema del regista parigino,sottile analista della borghesia francese e dei suoi vizi stigmatizzati sempre con classe ed eleganza,e rappresenta quasi un excursus dal percorso particolare.
Niente vizi e debolezze della società,il discorso è eminentemente politico;il terrorismo disorganizzato,confusamente aggrappato ad una ideologia dai confini sfuggenti viene stritolato da un potere cinico e arrogante,un potere ben più organizzato e temibile del terrorismo.
Questa credo sia la chiave di lettura univoca di un film equilibrato,ben girato e sopratutto ben interpretato.
Nel cast un buon Fabio Testi,un ottimo Lou Castel e una bravissima Mariangela Melato per un film sicuramente affascinante.

Sterminate “Gruppo Zero”

Un film di Claude Chabrol. Con Fabio Testi, Lou Castel, Michel Duchaussoy, Maurice Garrel, Viviane Romance, Mariangela Melato, Michel Aumont, Daniel Lecourtois, André Falcon, Rudy Lenoir, Francis Lax, Lyle Joyce, Jean-Louis Mau, Didier Kaminka Titolo originale Nada. Drammatico, durata 91 min. – Francia 1974

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Fabio Testi … Buenaventura Diaz
Michel Duchaussoy … Marcel Treuffais
Maurice Garrel … André Épaulard
Michel Aumont … Il commissario Goemond
Lou Castel … D’Arey
Didier Kaminka … Meyer
André Falcon … Il ministro
Lyle Joyce … Richard Poindexter
Viviane Romance … Madame Gabrielle
Mariangela Melato … Veronique Cash

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Regia Claude Chabrol
Soggetto Jean-Patrick Manchette
Sceneggiatura Jean-Patrick Manchette, Claude Chabrol e Antonietta Malzieri
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Guy Maugin

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“«Cara mamma, questa settimana non aspetto il sabato per scriverti perché ne ho,
eccome se ne ho, di cose da raccontarti. Intanto ti dico che siamo stati noi, cioè la nostra squadra, a prendere gli anarchici che hanno rapito l’ambasciatore degli Stati Uniti. E ti dico anche che personalmente non ne ho ammazzato neanche uno».

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Sterminate gruppo zero banner recensioni

L’opinione di Sasso67 tratta dal sito http://www.filmtv.it

Dopo gli esordi quale alfiere della nouvelle vague, Chabrol si è dedicato alla realizzazione di un cinema medio, che spesso ha rappresentato benissimo certi aspetti poco conosciuti, talvolta intimi talaltra nascosti, della società francese. La sterminata filmografia del cineasta francese oggi
settantacinquenne testimonia di una produzione talmente ampia da non poter pensare a una sfilza di capolavori. E infatti nemmeno “Sterminate «Gruppo Zero»” lo è. Si tratta però di un buon film “d’azione d’idee”, tratto da un romanzo del compianto scrittore marsigliese (1942-1995) Jean-Patrick Manchette,
autore di noir – polizieschi. La storia di un gruppo ideologicamente traballante e organizzativamente scalcinato di anarchici franco spagnoli è però ben narrata, con un andamento sufficientemente secco e antispettacolare che giova anche all’assunto del film. Che in sostanza consiste nella tesi sendo la quale
rivoluzione e repressione si somigliano fin troppo, salvo che la seconda è molto più scaltra della prima, rappresentata da ingenui giovanotti un po’ invecchiati senza veramente crescere.(…)

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Fedele al cinema d’autore e corteggiando il cinema di genere, Chabrol fallisce su tutti i fronti. Oltre ad essere intriso di manicheismo ideologico irritante e pernicioso –
i terroristi assurgono ad improbabili (anti)eroi romantici e le forze dell’ordine decadono a caricature di sadici repressori degni di un filmaccio di serie Z – ,
l’adattamento del romanzo di Manchette manca di progressione drammatica e i suoi personaggi rinsecchiscono in altrettanti stereotipi psicofisici di rivoluzionari. Castel e la Melato ai loro minimi storici; ridicolo Testi con look cheguevariano.
Cotola

Incredibile ed imbarazzante pellicola girata (con la mano sinistra) da uno Chabrol al suo minimo storico (assieme a Giorni felici a Clichy). Sconcertante nel suo pressappochismo,
risulta ridicolo nei suoi svolgimenti narrativi per non parlare della presunta ideologia dei terroristi. I dialoghi poi sono superficiali come se ne sono visti pochi. Un guazzabuglio senza né capo né coda che, considerato il regista,
va dimenticato in fretta.
Daidae

Non l’ho trovato così brutto. Certo Testi ha fatto di meglio, così come Chabrol, ma questo particolare film drammatico non dispiace troppo. Alcuni buchi e ridicolaggini come la morale dei terroristi potevano risparmiarceli,
ma io dico che la sufficienza, seppure risicata, la ottiene.

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marzo 26, 2016 Posted by | Drammatico | , , | 2 commenti

Enigma rosso

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Il commissario Gianni Di Salvo è convocato dal suo superiore Luigi Roccaglio presso il bacino antistante una diga; li è stato rinvenuto il corpo di una ragazza orrendamente uccisa con un oggetto che le ha violato le parti intime e che si scoprirà essere un grosso fallo di gomma dura.

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Il corpo senza vita di Angela

Il cadavere viene identificato : è Angela Russo, una ragazza che frequentava l’esclusivo collegio femminile  Santa Teresa D’Avila.
Recatosi nell’istituto, Di Salvo apprende che la ragazza formava un gruppo chiuso con altre tre sue amiche, Virginia,Franca, Paola.
Il legame tra le ragazze era così forte che il gruppetto era stato soprannominato “le inseparabili”.
Al fiuto del commissario non sfugge la strana atmosfera che si respira all’interno del Collegio, che appare esternamente come un luogo morigerato ma che in realtà sembra nascondere qualche oscuro segreto.

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Fabio Testi (Di Salvo)

I sospetti di Di Salvo dapprima si rivolgono sul giovane olandese Max, che però viene ucciso.
A dare una svolta alle indagini arriva un colpo di fortuna: la sorellina minore di Angela, Emilia, una ragazzina intelligente e sospettosa, fornisce al commissario l’agenda personale della ragazza, nella quale si nomina ripetutamente l’atelier diretto da Michele Parravicini.
Nel frattempo però il misterioso assassino di Angela uccide ancora, eliminando Paola una del terzetto rimanente che costituiva il gruppo delle inseparabili.
Le cose sembrano però non tornare, al commissario Di Salvo; l’assassino è sempre un passo avanti a lui e nel frattempo anche le due ragazze restanti subiscono strani attentati.

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A Franca qualcuno spara un dardo mentre sta cavalcando, con il risultato di far imbizzarrire il cavallo che la scaraventa per terra mentre Virginia, che ha appena avuto un aborto in una insospettabile clinica rischia di morire precipitando da una scala del collegio sulla quale una mano misteriosa ha messo delle biglie di vetro.
Di Salvo risale al vero movente delle morti, grazie anche alla drammatica confessione di Parravicini, estorta dal solerte commissario durante una incredibile “passeggiata” sulle montagne russe:

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le ragazze erano coinvolte in uno sporco giro di prostituzione. Così, collegando gli elementi in suo possesso, Di Salvo arriva alla soluzione dell’enigma, che lo porta a scoprire la mano insospettabile e la regia occulta sia delle morti che del losco giro di prostituzione.
Ma chi ha attentato alla vita delle ragazze rimanenti?
Enigma rosso nasce nel 1976 dalla sceneggiatura di Massimo Dallamano, che avrebbe dovuto curarne la regia e concludere così la trilogia “studentesco/liceale” iniziata con Cosa avete fatto a Solange? (1972) e proseguita poi con La polizia chiede aiuto (1974).

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Ma il fatale incidente automobilistico di cui fu vittima il regista, avvenuto a Roma il 14 novembre 1976 pose fine al progetto che venne riesumato due anni più tardi, nel 1978 e affidato al regista Alberto Negrin, specializzato in serial tv e che non aveva mai diretto una pellicola destinata al cinema.
Il regista nato a Casablanca infatti anche dopo l’esperienza di questo film continuerà a lavorare solo per la tv; sue sono infatti le fiction Il segreto del Sahara,Viaggio nel terrore: l’ Achille Lauro, Perlasca: Un eroe italiano, L’ultimo dei Corleonesi solo per citare alcune tra le sue opere più conosciute.

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Helga Linè, la piccola Fausta Avelli e Fabio Testi

Negrin non ha il ritmo, il senso del racconto stringato di Dallamano e difatti l’opera appare piuttosto incerta, pur riuscendo alla fine a centrare la sufficienza.
Se la sceneggiatura ha un suo fascino, va anche detto che mostra diverse incongruenze e lacune; quanto ciò sia imputabile a errori di regia di Negrin non è dato sapere, così come manca la riprova che il film, affidato a Dallamano, avrebbe avuto un risultato finale migliore.
Tuttavia un minimo di tensione c’è, anche se è quasi totalmente assente lo splatter, sostituito da scene di nudo diffuse almeno in alcune parti del film, come la doccia del gruppo delle collegiali mentre non mancano momenti felici.
Basti pensare alla bella sequenza in cui Di Salvo estorce le notizie di cui ha bisogno e relativa confessione all’ambiguo Parravicini durante un giro mozzafiato sulle montagne russe oppure a quella dell’attentato a Virginia che precipita giù dalle scale del college tirandosi dietro una statua della Vergine per colpa di una serie di biglie.
Quindi un film onesto, in cui la recitazione si adegua ai ritmi impressi da Negrin; Fabio Testi che interpreta il solerte commissario Di Salvo è però stranamente appannato, quasi a disagio mentre ben più interessante era stata la prova fornita nel citato Cosa avete fatto a Solange?

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Brava la giovanissima Fausta Avelli, che avevamo già notato in Cassandra Crossing e che delinea benissimo il ruolo della piccola Emilia.
In quello della madre della sfortunata Angela c’è Helga Linè, che alla fine non comparirà nemmeno tra i crediti, mentre il superiore di Di Salvo, ovvero Roccaglio è interpretato da Ivan Desny.
Fotografia in linea, discrete le musiche di Riz Ortolani.

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Cosa nasconde la piccola Emilia?

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Un film di Alberto Negrin. Con Fabio Testi, Ivan Desny, Jack Taylor, Christine Kaufmann,Bruno Alessandro, Fausta Avelli Poliziesco, durata 92 min. – Italia, Spagna, Germania 1978.

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Fabio Testi    …     Commissario Gianni Di Salvo
Christine Kaufmann    …     Christina
Ivan Desny    …     Commissario capo Luigi Roccaglio
Jack Taylor    …     Michele Parravicini
Fausta Avelli    …     Emilia Russo
Bruno Alessandro    …Collaboratore di     Di Salvo
Carolin Ohrner    …     Paola
Silvia Aguilar    …     Virginia Nardini
Taida Urruzola    …     Franca
María Asquerino    …     Miss Graham
Tony Isbert    …     Max van der Weyden
Helga Liné    …     La signora Russo
Brigitte Wagner    …     Virginia

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Regia: Alberto Negrin
Sceneggiatura: Peter Berling,Marcello Coscia,Massimo Dallamano,Franco Ferrini,Alberto Negrin,Stefano Ubezio
Produzione: Artur Brauner,Leo Pescarolo, Antonio Tagliaferri
Musiche: Riz Ortolani
Editing: Paolo Boccio

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settembre 1, 2011 Posted by | Thriller | , , | 4 commenti

Addio fratello crudele

Addio fratello crudele locandina

Storia di una passione proibita, aldilà della morale comune, storia d’amore e di morte, di passione, di inganni.
Siamo nei primi anni del 1500, l’azione si svolge a Mantova.
Il bel Giovanni rientra nella sua città dopo aver completato gli studi; ad attenderlo c’è la sorella Annabella, che lui ha lasciato quando era poco più di una bambina.
Tra i due c’era già una forte attrazione, nonostante il vincolo di parentela, e ora che i due sono diventati una coppia di splendidi giovani, ecco scoppiare, irrefrenabile, la passione.
I due si amano totalmente, senza pudori ancestrali, mentre attorno a loro la vita sembra avere un altro ritmo, scandito dalla violenza quotidiana, dal sangue versato in cento battaglie.

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Angela Luce

Ma arriva il giorno in cui Annabella scopre di essere incinta; il che è già un problema gravissimo, per la morale contemporanea.
Ma l’aggravante è l’incesto, un peccato mortale, condannato dalla società e dalla chiesa, entrambe pronte a decretare la morte sul rogo per quello che è considerato un peccato contro Dio e contro gli uomini.

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La ragazza, per sfuggire al suo destino, accetta di sposare uno dei suoi corteggiatori, il ricco e affascinante Soranzo.
Per un po le cose fra i due sembrano andare bene, ma una notte, mentre finalmente l’uomo è riuscito a vincere le resistenze della moglie, che finora ha rifiutato i contatti fisici, Annabella sviene.
Soranzo chiama un dottore, che fatalmente gli comunica che la moglie è incinta.

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Charlotte Rampling

Pazzo d’ira, Soranzo picchi la moglie cercando di sapere chi è il padre del bambino, inutilmente.
Così l’uomo organizza la sua vendetta; convoca i famigliari della moglie a pranzo.
Nel frattempo Giovanni, che non vuol lasciare la sua amata nelle mani dell’odiato cognato, uccide Annabella e le strappa il cuore; con il macabro trofeo in mano si reca nella sala dov’è ancora in corso il banchetto.
Il gesto scatena l’ira di Soranzo, che da ordine di massacrare tutti i presenti.

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Fabio Testi

Sarà lui ad uccidere personalmente Giovanni, che così si troverà riunito alla sua amata nella morte.
Giuseppe Patroni Griffi, regista di questo Addio fratello crudele, adatta per lo schermo il dramma Tis Pity She’s A Whore (Peccato che sia una puttana) di John Ford, scritto agli inizi del 1600.
Lo fa girando un film molto cupo, ambientato in una Mantova quasi immersa nella nebbia, a simboleggiare la nemesi del cupo drammone che i protagonisti della storia si apprestano a vivere.
Il clima è quello della tragedia incombente, e lo si respira da subito; i due amanti, assolutamente lontani dalla preoccupazione che la loro unione dovrebbe loro comportare, si amano follemente, incuranti di convenzioni e leggi sia civili che religiose.

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Il vecchio adagio “al cuor non si comanda” però mal si sposa con uno dei tabu assoluti della società, in qualsiasi tempo recente lo si voglia collocare.
Così la storia avanza verso il suo tragico finale, con i due amanti separati dall’imprevista gravidanza di lei, che la costringe a nozze riparatrici con l’uomo che poi annienterà la sua famiglia, in un bagno di sangue purificatore che, alla luce della storia, appare ancora più stridente in rapporto al peccato consumato.
Ma il 1500 è un secolo denso di violenza, testimoniata dalle carneficine che intuiamo avvenire collateralmente alle storie che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi.

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Così come intuiamo la pesante cappa repressiva della religione, testimoniata dalla presenza dell’umile fraticello, preoccupato più dalla severità della chiesa a cui appartiene che dai peccati dei mortali.
Un film dignitoso, questo di Patroni Griffi, assecondato dal cast che svolge egregiamente il proprio compito; a Charlotte Rampling, intrigante, sensuale e misteriosa, è affidato il compito di interpretare la peccatrice Annabella, mentre Fabio Testi è il terribile e vendicativo Soranzo. Oliver Tobias, un altro belloccio degli anni settanta se la cava con dignità nel ruolo dell’amante/fratello di Annabella, Giovanni.

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Il tema dell’incesto è trattato tutto sommato con sobrietà; nel film non c’è erotismo, quanto piuttosto una ricerca visiva, dialogata e percettiva di un tabù fra i più radicati nella morale comune.
Il regista si limita a raccontare la storia, eccedendo solo nella parte finale, quando il film si anima all’improvviso, dopo aver vissuto lunghe pause languide; la scena del massacro finale è cruenta, sopratutto nella parte in cui Giovanni entra nella sala da pranzo con il cuore della sorella in mano.

Il film è disponibile in un’ottima versione in italiano su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=ciUS9tc4KAg

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Addio fratello crudele,un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Fabio Testi, Charlotte Rampling, Oliver Tobias, Rik Battaglia.
Antonio Falsi, Angela Luce,Drammatico,  durata 111 min. – Italia 1971.

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Charlotte Rampling: Annabella
Fabio Testi: Soranzo
Oliver Tobias: Giovanni
Antonio Falsi: Bonaventura
Rik Battaglia: Mercante
Angela Luce: governante
Rino Imperio: cameriere di Soranzo

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Regia     Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto     John Ford
Sceneggiatura     Giuseppe Patroni Griffi
Produttore     Silvio Clementelli
Fotografia     Vittorio Storaro
Montaggio     Franco Arcalli
Musiche     Ennio Morricone
Scenografia     Mario Ceroli
Costumi     Gabriella Pescucci

Poche le regie prettamente cinematografiche (più numerose e riuscite quelle teatrali) Patroni Griffi ha però lasciato un segno importante del suo passaggio: da Metti, una sera a cena a Divina creatura, passando per La gabbia. Addio fratello crudele – ispirato da una tragedia scritta da John Ford (Peccato che sia una sgualdrina) – si avvale di un cast d’eccellenza, sul quale predomina Charlotte Rampling. La storia, ambientata in epoca rinascimentale, è torbida ed avvicendata su un rapporto incestuoso tra fratello e sorella, segnati da un destino tragico e impietoso. Formalmente elegante.

Tragedia senza lacrime brividi né emozioni sclerotizzata da un ossequio prosaico al testo e all’edulcorazione linguistica, quasi si mirasse a epitomare tutto Shakespeare, Donne e Marlowe. Il risultato è barboso e schernibile, dato che a mettersi in bocca certe ariosità c’è Fabio Testi. Tuttavia certi barocchismi e certi svolazzi rimandano da un lato a Visconti e dall’altro fanno ricordare il Caligola brassiano.Incomprensibile divieto ai 18 per un’opera blablablata in cui l’esposizione non mantiene quella morbosità e graficità che il tema promette.

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luglio 16, 2010 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37)

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Western atipico girato nel 1978 da Monte Hellman, Tony Brandt, Amore piombo e furore (distribuito con il titolo China 9 Liberty 37) racconta la storia parallela di due uomini, accomunati dal fatto di essere stati due bounty killer; il primo, Clayton, un professionista al soldo del miglior offerente, il secondo, Matthew,alle dipendenze di una grossa compagnia ferroviaria.
Clayton, che sta per essere impiccato, si vede salva la vita all’ultimo istante.

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Fabio Testi 

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Jenny Agutter è Catherine

A farlo liberare sono proprio i dirigenti della compagnia ferroviaria, che gli propongono anche un buon compenso in denaro a patto che l’uomo trovi e uccida Matthew, che si è ritirato in un ranch che sorge su un terreno che fa gola alla compagnia stessa.
Così Clayton raggiunge la casa di Matthew, con l’obiettivo di conquistarne la fiducia fingendosi un uomo alla ricerca della terra promessa, la California.

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Warren Oates è Matthew

Ben presto Clayton scopre che Matthew non ha affatto le caratteristiche dell’assassino di professione, ma è piuttosto un uomo simpatico, che vive la sua vita lontano da tutto in compagnia della bella e insoddisfatta moglie Catherine.
Sarà proprio quest’ultima a far precipitare gli eventi; la donna seduce Clayton, che ovviamente non si fa pregare, e tra i due c’è una rovente nottata d’amore.
Ma Matthew in qualche modo intuisce il tutto, e affronta la moglie, che lo accoltella alla schiena.
Nel frattempo Clayton, che si è allontanato decidendo di non portare  a termine la sua missione, si vede raggiunto proprio dalla donna, in fuga dal ranch.

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Così i due si avviano verso una meta comune, decisi però a separarsi al momento opportuno.
Ma Mathhew non è morto; soccorso dai fratelli, decide di andare a riprendersi la sua donna.
Scoppia così una guerra privata tra Matthew e i suoi fratelli da un lato e Clayton dall’altra; muoiono due dei fratelli dell’uomo, mentre il bounty killer resta ferito ad una gamba e viene arrestato.
Ma riesce a fuggire, e raggiunge il ranch di Mathew, dove nel frattempo sono arrivati dei pistoleros al soldo della compagnia ferroviaria.

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Grazie all’aiuto di Clayton, Matthew riesce a sconfiggere gli uomini e decide di affrontare in duello il suo avversario.
Clayton mostra la sua abilità con le  armi disarmando Matthew; potrebbe ucciderlo, ma ancora una volta lo risparmia.
Mentre Matthew gli rimprovera il suo comportamento (“un killer con il cuore tenero non va molto lontano”, dice), Clayton si allontana sul suo cavallo.

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Matthew, raccolta Caherine e caricate le sue cose su un carro, da fuoco al ranch e si allontana, verso un incerto futuro.
Girato con bravura e con sobrietà, Amore piombo e furore è un buon film, sorretto da una valida sceneggiatura; la storia ha una sua coerenza, e anche se girata su ritmi piuttosto blandi, punta più sui dialoghi, sul confronto tra i due personaggi principali, sulle loro motivazioni che sulle sparatorie e sui morti ammazzati.

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Difatti per oltre tre quarti del film assistiamo a dialoghi, silenzi, sguardi e descrizione abbastanza analitiche e sopratutto inusali per un’ opera western.
Sembra, fatte le debite proporzioni, di assistere ad un film di Leone; la colonna sonora, di Pino Donaggio, è discreta, e asseconda il film nei suoi passaggi cruciali.
Un discorso a parte meritano gli attori; molto bene Warren Oates, nella parte di Matthew, che da al suo personaggio un’aria sorniona e di bonomia stridente con il passato dell’uomo stesso, ma proprio per questo più credibile.

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Bene anche Fabio Testi, un killer dal cuore tenero, in tutti i sensi; prima risparmia per simpatia l’uomo che dovrebbe uccidere, poi viene sedotto dalla moglie, ma riesce a staccarsene, anche se poi sarà irrimediabilmente invischiato negli sviluppi successivi.
Bene anche la brava  e affascinante Jenny Agutter ( La fuga di Logan, Walkabout, Equus), che lascia al suo personaggio quell’aria di indecisione, enigmatica e fragile allo stesso tempo, volubile e indecisa, caratterizzandone così l’ambigua presenza.

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Siamo di fronte, quindi, ad un buon prodotto, arrivato sul mercato fuori tempo massimo, quando cioè il western era ormai diventato un genere in abbandono; pure, il successo del film a livello internazionale fu lusinghiero, segno della validità dell’opera.

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Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37), un film di Monte Hellman, Antonio Brandt. Con Fabio Testi, Warren Oates, Franco Interlenghi, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Luis Prendes, Helga Liné, Isabel Mestres, Romano Puppo
Titolo originale China 9, Liberty 37. Western, durata 98 min. – Italia 1978.

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Warren Oates     …     Matthew Sebanek
Fabio Testi    …     Clayton Drumm
Jenny Agutter    …     Catherine Sebanek
Sam Peckinpah    …     Wilbur Olsen, Dime Novelist
Isabel Mestres    …     Barbara, moglie di Virgil
Gianrico Tondinelli    …     Johnny Sebanek
Franco Interlenghi    …     Hank Sebanek
Charly Bravo    …     Duke, fratello di Barbara
Paco Benlloch    …     Virgil Sebanek
Sydney Lassick    …     Amico dello sceriffo
Richard C. Adams    …     Sceriffo
Natalia Kim    …     Cassie
Ivonne Sentis    …     Prostituta
Romano Puppo    …     Zeb
Luis Prendes    …     Williams

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Regia: Monte Hellman, Tony Brandt
Sceneggiatura: Jerry Harvey, Douglas Venturelli
Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis, Monte Hellman,Rolf M. Degener
Musiche: Pino Donaggio    ,John Rubinstein
Editing: Cesare D’Amico
Costumi: Franco Carretti

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luglio 6, 2010 Posted by | Western | , , | 2 commenti

Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini locandina

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.

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Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini

Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.

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Fabio Testi

La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.

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Ultime giornate spensierate

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Helmut Berger

Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.

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Notizie terribili: promulgate le leggi razziali

Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.

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Dominique Sanda e Lino Capolicchio

Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.

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Romolo Valli

La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol.  Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.

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Si parla dei campi di concentramento

Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.

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Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.

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Amici preoccupati

Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.

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L’ambigua Micol

Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.

Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico,  durata 95 min. – Italia 1970

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Il giardino dei Finzi Contini banner personaggi

Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto

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Regia:     Vittorio De Sica
Soggetto:     Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura:     Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore:     Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia:     Ennio Guarnieri
Montaggio:     Adriana Novelli
Musiche:     Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia:     Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi:     Antonio Randaccio


Incipit del romanzo

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

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“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970

“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”

Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970


“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”

“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”

“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”

“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”

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marzo 19, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , | 13 commenti

L’eredità Ferramonti

Irene, bellissima e avida figlia di un commerciante romano, ritiratosi in pensione, sposa Pippo Ferramonti, uno dei tre figli di Gregorio Ferramonti, ricco e avaro fornaio romano.La donna, tanto bella d’aspetto, quanto segretamente avida di denaro, ambiziosa e desiderosa di un ruolo sociale più rilevante, da subito si adopera per riportare la pace in famiglia tra il vecchio e testardo Gregorio e i suoi tre figli, il debole Pippo, suo marito, la sorella di Pippo, Teta, sposata ad uno scaltro funzionario statale ed infine l’ultimo figlio, il playboy di famiglia,Mario.

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Gigi Proietti interpreta Pippo Ferramonti

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Fabio Testi è Mario Ferramonti

Siamo sul finire dell’800,  Roma è tutta un cantiere, perchè è la capitale del nuovo regno d’Italia, e Irene non si accontenta della posizione sociale che sta per raggiungere, grazie anche a Paolo, il marito di Teta, che con le sue conoscenze favorisce il cognato Pippo. Così cerca in tutti i modi di avvicinarsi al suocero, che tiene a distanza i figli, non avendo alcuna intenzione di lasciare il suo patrimonio ai tre.

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Anthony Quinn è il vecchio Ferramonti

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Dominique Sanda  è Irene

Poco alla volta, la donna, come un ragno, tesse la sua tela; dapprima irretisce il cognato Mario, poi mette in disparte il marito, che inizia a bere, e infine, installatasi a casa del maturo suocero, ne diviene l’amante. Alla morte del suocero, è proprio Irene ad essere nominata erede del vecchio; ma la donna non riuscirà a godersi il frutto della sua trama diabolica e della sua avidità. Mario, che si era davvero innamorato di lei, si uccide sparandosi un colpo di pistola e suo cognato Paolo, che la trascinerà in tribunale, riuscirà a spogliarla legalmente dell’eredità.

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Dramma storico in costume diretto da Mauro Bolognini nel 1976, L’eredità Ferramonti è un film a tinte cupe, basato su una storia ricca di avidità, egoismo e tradimenti. I personaggi del film sono quasi tutti visti in luce negativa, a cominciare dal debole e pusillanime Pippo (Gigi Proietti),passando per il vecchio Ferramonti, il solito grande Anthony Quinn, e proseguendo con l’amorale e vizioso Mario, Fabio Testi, per finire con le due protagoniste femminili del film, l’arrivista Teta,

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Adriana Asti è Teta Ferramonti

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una brava Adriana asti e infine l’anima della storia, la cinica, amorale Irene, interpretata dalla bellissima Dominique Sanda. Sullo sfondo, si agita l’Italia dell’unificazione, con tutti i suoi traffici economici, con il bussiness della ricostruzione o meglio, della costruzione dell’identità nazionale, fatta di strade e scuole, uffici e palazzi, con il carico di corruzione che inevitabilmente portò con se.

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Un film che riesce a calamitare l’attenzione degli spettatori, pur nei limiti di una denuncia di un mondo, quello della piccola borghesia, che appare alle volte troppo forzato o caratterizzato da una visione eccessivamente di color cupo. Bolognini ricava comunque dal romanzo di Chelli un soggetto interessante, svolgendo il suo compito con la solita eleganza, coadiuvato dal cast citato che appare ben assortito e sopratutto in gardo di non caratterizzare troppo i personaggi.

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Impeccabile la fotografia di Ennio Guarnieri, così come delicata e adatta appare la colonna sonora del solito Ennio Morricone.Un plauso in particolare per Dominique Sanda, dal volto angelico, che trasmette questa sua caratteristica al personaggio ambiguo e amorale di Irene , rendendo particolarmente credibile lo stesso.

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L’eredità Ferramonti, un film di Mauro Bolognini. Con Fabio Testi, Adriana Asti, Anthony Quinn, Dominique Sanda, Paolo Bonacelli, Luigi Proietti, Harold Bradley, Rossana Di Lorenzo, Rossella Rusconi, Harald Bromley, Silvia Cerio, Maria Russo, Simone Santo
Drammatico, durata 118 min. – Italia 1976.

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Gigi Proietti: Pippo Ferramonti
Anthony Quinn: Gregorio Ferramonti
Fabio Testi: Mario Ferramonti
Dominique Sanda: Irene Carelli Ferramonti
Adriana Asti: Teta Ferramonti Furlin
Paolo Bonacelli: Paolo Furlin

Regia Mauro Bolognini
Soggetto Gaetano Carlo Chelli (romanzo)
Sceneggiatura Sergio Bazzini, Roberto Bigazzi e Ugo Pirro
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Luigi Scaccianoce, Bruno Cesari
Costumi Gabriella Pescucci
Trucco Giuseppe Capogrosso, Massimo De Rossi

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maggio 3, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

Che cosa avete fatto a Solange?

Il professor Enrico Rosseni è in barca con una delle sue allieve, Elizabeth; la ragazza, per caso, vede una giovane correre nel bosco, inseguita da un’ombra, e subito dopo vede un coltello balenare. Enrico non le crede, ma il giorno nel bosco viene ritrovato dalla polizia un cadavere di ragazzo, uccisa in maniera crudele con un coltello impiantato nelle parti intime. La ragazza appartiene proprio alla scuola in cui insegna Enrico ed è compagna e amica di Elizabeth.

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Sulle prime Enrico preferisce non informare la polizia del fatto che Elizabeth è una preziosa testimone, ma subito dopo viene uccisa un’altra ragazza, e i sospetti si concentrano proprio su Enrico, che durante la passeggiata con Elizabeth ha perso una penna. A questo punto, fermato dalla polizia, il professore confessa tutto agli inquirenti, mettendo in crisi sia il suo lavoro che il matrimonio con Hertha, che insegna con lui nell’istituto.

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Ma la morte di Elizabeth, che ha rivelato alla polizia che il killer, che lei ha intravisto per poco, era vestito da prete, scagiona Enrico. Aiutato dalla moglie, che gli perdona il tradimento, peraltro mai consumato fisicamente, il professore decide di indagare personalmente sui motivi che possono aver spinto il misterioso assassino a uccidere brutalmente le ragazze.

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Così, poco alla volta, scopre che nell’istituto c’era un gruppo di giovani unite da una specie di patto segreto; le ragazze avevano relazioni con giovani di età superiore, e si coprivano a vicenda. Enrico scopre poi che tutto è legato alla misteriosa assenza di una ragazza, Solange, che fino all’anno prima aveva fatto parte del gruppo. A poco alla volta, aiutato dalla moglie e incoraggiato dall’ispettore Barth, Enrico riesce a trovare il bandolo della matassa.

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Sorretto da una sceneggiatura di prim’ordine, e girato con mano indubbiamente felice da Massimo Dallamano, Cosa avete fatto a Solange appartiene all’epoca d’oro del thriller italiano, originata dal primo fortunato thriller di Argento, L’uccello dalle piume di cristallo.  Film ottimamente diretto, in cui la trama scivola pefettamente fino alla conclusione, che si incomincia ad intravedere quando ormai il film stesso è alla fine.

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Notevoli le performance segli attori, fra i quali vanno segnalati Fabio Testi nel ruolo di Enrico, di Karin Baal, una rivelazione nei panni della comprensiva Hertha, moglie del professore e di Jochum Fuchsberger nei panni dell’ispettore Barth. Uno stuolo di belle ragazze arricchisce il cast, fra le quali vanno segnalate Camille Keaton, nipote del grande Buster nel ruolo chiave di Solange, e delle giovani e belle Claudia Butenuth, Pilar Castel e Giovanna di Bernardo. Il commento musicale è di ennio Morricone, che arricchisce e impreziosisce una trama avvincente, sottolinenando con puntualità i momenti topici.

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Cosa avete fatto a Solange? un film di Massimo Dallamano 1972, con Fabio Testi, Karin Baal, Joachim Fuchsberger, Cristina Galbó, Camille Keaton, Günther Stoll, Claudia Butenuth, Maria Monti, Pilar Castel. Prodotto in Germania Ovest, Italia. Durata: 96 minuti.

Fabio Testi: Enrico ‘Henry’ Rosseni
Cristina Galbó: Elizabeth Seccles
Karin Baal: Herta Rosseni
Joachim Fuchsberger: Ispettore Barth
Günther Stoll: Professor Bascombe
Claudia Butenuth: Brenda Pilchard
Camille Keaton: Solange Beauregard
Maria Monti: Mrs. Erickson
Giancarlo Badessi: Mr. Erickson
Pilar Castel: Janet Bryant
Giovanna Di Bernardo: Helen Edmonds

Regia Massimo Dallamano
Soggetto Bruno Di Geronimo, Massimo Dallamano
Sceneggiatura Bruno Di Geronimo, Massimo Dallamano
Produttore Leo Pescarolo, Fulvio Lucisano, Horst Wendlandt
Fotografia Joe D’Amato
Montaggio Antonio Siciliano, Clarissa Ambach
Musiche Ennio Morricone

Cesare Barbetti: Enrico ‘Henry’ Rosseni
Vittoria Febbi: Elizabeth Seccles
Fiorella Betti: Herta Rosseni
Giuseppe Rinaldi: Ispettore Barth
Nando Gazzolo: Professor Bascombe
Serena Verdirosi: Brenda Pilchard
Liliana Sorrentino: Solange Beauregard
Carlo Alighiero: Mr. Erickson

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febbraio 18, 2009 Posted by | Thriller | , , , | 7 commenti