Macabro

Jane e Leslie sono una coppia come tante, sposata da anni e con due figli, il piccolo Michael e la sorella più grande Lucy.
Jane vive una vita parallela, perchè ha un amante con il quale ha una relazione appassionata.
Gli incontri con Fred avvengono con frequenza nella casa di un giovane musicista cieco, che si arrangia riparando strumenti musicali e affittando alcune stanze saltuariamente.
Lucy un giorno mette in pratica un piano terribile; scoperta l’infedeltà della donna nei confronti del marito, simula la morte del fratellino annegandolo nella vasca da bagno.

Il raccapricciante bacio di Jane
Poi chiama la madre dicendole che è accaduta una disgrazia terribile.
Jane e Fred si precipitano verso casa, ma durante la corsa incorrono in un drammatico incidente, nel corso del quale l’uomo rimane letteralmente decapitato.
Mesi dopo ritroviamo Jane in casa di Robert, il musicista;Jane ha dovuto passare mesi in una clinica poi la donna ha ripreso lentamente a vivere e stringe un rapporto d’amicizia con il giovane non vedente.
Il quale poco alla volta si innamora di quella strana donna, che ormai vive da sola e che ha come unica compagnia le saltuarie visite della figlia Lucy.

Lucy , la figlia di Jane
Ma ben presto Robert si rende conto che c’è qualcosa di strano in Jane e che la donna non gli ha raccontato tutta la verità sulla sua vita privata.
Infatti la notte il giovane sente distintamente dei gemiti d’amore e si convince che Jane incontri qualcuno; Jane ha anche nella stanza un frigo che custodisce gelosamente tanto da tenerlo chiuso a chiave.
Deciso a scoprire cosa essa conservi all’interno Robert apre il frigo è ha la macabra sorpresa di rinvenire la testa mozzata del suo vecchio amante Fred.
Sconvolto Robert…….

Macabro è un film del 1980, diretto da Lamberto Bava, figlio del grande Mario, che si era fatto le ossa collaborando sia con il padre sia con Dario Argento.
Sfruttando un ottimo soggetto scritto dai fratelli Avati, dallo stesso Lamberto e da Roberto Gandus il giovane regista ottiene un prodotto molto interessante, che si inquadra nel genere horrorifico/thriller, con suggestioni sia del cinema del padre che di quelle di Argento.
La storia è sicuramente nuova e racconta il percorso di vita di una donna, Jane, che agli inizi ci appare solo come una persona che ha una relazione adulterina e che vedrà sconvolta la sua esistenza dalla duplice tragedia che sia abbatte su di lei, causata dalla gelosia della figlia Lucy che uccide suo fratello annegandolo e che subito dopo è causa involontaria della morte dell’amante della madre.
L’infelice Jane finisce in un manicomio e chiaramente, come vedremo nel corso del film, non supererà mai il trauma ricavato accentuando anzi in maniera esponenziale la mania per il suo amante che si rivelerà fatale per tutti i personaggi della vicenda.
Pur con pochi attori e con pochi soldi, Bava costruisce un film molto interessante, psicologicamente equilibrato e sopratutto basato più sulla suggestione del racconto che sugli elementi splatter che si riducono a poche sequenze, ovvero quella dell’incidente stradale, la morte del piccolo Michael e sull’impressionante verosimiglianza del capo mozzato di Fred, appassionatamente baciato da Jane.

I due amanti adulteri

Il finale è di stampo apocalittico e non lascia spazio all’happy end così amato da molti registi degli anni settanta.
Bava firma quindi un film molto interessante pur in un periodo in cui il cinema italiano è di fatto in una narcosi profonda; il film scorre alla perfezione, carico di tensione com’è, una tensione generata dall’atmosfera rarefatta creata dal regista romano, che dimostra di aver appreso appieno gli insegnamenti del padre.
Mario Bava aveva permesso solo a suo figlio Lamberto di girare qualche scena dei suoi ultimi lavori, e proprio Lamberto aveva messo mani a quello che era stato l’ultimo lavoro del grande Mario, quel La venere d’Ile girato per la tv e che non aveva riscosso molto successo.

Il bagno di Jane

Necrofilia…
Mario Bava riuscì a vedere il film del figlio e morì due mesi dopo l’uscita nelle sale di Macabro.
Aiutato dalla puntuale e rigorosa fotografia di Franco Delli Colli, Bava costruisce un film senza cedimenti aiutato anche dalle buone performance dei protagonisti, ovvero Bernice Stegers (Jane), peraltro poco sfruttata nel cinema, di Stanko Molnar (Robert) che appare spaesato proprio come dovrebbe essere il difficile personaggio di un non vedente e di Veronica Zinny (Lucy).

Il mortale incidente
Il soggetto del film probabilmente venne adattato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto; Bava conduce lo spettatore per mano attraverso una storia morbosa, ai confini della follia con evidenti riferimenti necrofili e con un occhio al cinema fantastico adattando quindi quella che è una storia di malattia mentale presa di peso dalla cronaca ad immagini molto affascinanti.
Colonna sonora adeguata, con un sax in sottofondo che rende morbosa la pellicola; il termine esatto sarebbe malata, vista la particolare patologia di Jane…
Un film da riscoprire, accolto all’epoca della sua uscita con lusinghieri commenti e oggi divenuto un piccolo cult.

Robert sta per fare una terribile scoperta…

L’orribile segreto di Jane
Macabro
Un film di Lamberto Bava. Con Stanko Molnar, Bernice Steegers, Roberto Posse, Veronica Zinny- Horror, durata 89 min. – Italia 1980.









Bernice Stegers: Jane Baker
Stanko Molnar: Robert Duval
Veronica Zinny: Lucy Baker
Roberto Posse: Fred Kellerman
Ferdinando Orlandi: Mr. Wells
Fernando Pannullo: Leslie Baker
Elisa Kadigia Bove: Mrs. Duval

Regia Lamberto Bava
Soggetto Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Sceneggiatura Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Produttore Antonio Avati, Gianni Minervini
Casa di produzione A.M.A. Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Piera Gabutti
Effetti speciali Tonino Corridori, Angelo Mattei
Musiche Ubaldo Continiello
Scenografia Katia Dottori
Costumi Katia Dottori
Trucco Alfonso Cioffi



FBI e la banda degli angeli (Big bad mama)

America, anni 20
Wilma McClatchie e le sue due giovani figlie Polly e Billie Jean attraversano gli Usa in lungo e in largo usando per vivere sistemi illegali.
Le tre donne infatti rapinano, estorcono e alle volte uccidono per procurarsi denaro, che sistematicamente utilizzano per darsi alla bella vita.
Al terzetto si aggiunge anche William, che diventa dapprima l’amante di Wilma e in seguito delle due ragazze.

Angie Dickinson
Le quali non hanno alcuna regola morale, essendo vissute in compagnia di una donna, Wilma, avida e spregiudicata.
Attraverso varie vicissitudini, seguiamo il quartetto attraverso scorribande durante le quali il gruppo si macchia di tutti i crimini possibili.
Sulle loro tracce c’è l’FBI che ha l’ordine di catturare il gruppo usando anche le maniere forti.
Quando al gruppo si aggiungerà Fred Diller, un vagabondo sedotto dalle ragazze, la situazione esploderà.
Raggiunti in un casolare, il gruppo viene fatto bersaglio di una grandinata di colpi sotto i quali perisce William, che ha nel frattempo ucciso Diller responsabile di averli traditi.
Wilma con le figlie riesce miracolosamente a fuggire, ma sulla strada….

FBI e la banda degli angeli, strana traduzione del titolo originale Big bad mama, ovvero la grande mamma cattiva è un curioso on the road movie sullo stile di Bonnie and Clyde, ovvero un gangster movie a cui si aggiungono connotazioni prese da altri generi cinematografici.
Il film è molto veloce e le azioni delittuose del gruppo si succedono senza sosta, attraverso una descrizione, per forza di cose sommaria, di una campagna americana com’era negli anni 20.
L’elevato ritmo del film giova alla scorrevolezza dello stesso, a tutto scapito però della profondità psicologica dei personaggi e principalmente a scapito della comprensione di ciò che spinge Wilma e le sue figlie a compiere azioni delittuose.
Wilma Mc Clatchie ci appare come una donna avida e senza scrupoli, assolutamente amorale tanto da accettare che le figlie si spartiscano il suo amante; nulla sappiamo del suo passato, nulla sappiamo di cosa la spinge a rubare, uccidere e delinquere.


Le due figlie di Wilma appaiono ancor meno caratterizzate: di loro vediamo solo azioni criminali, assistiamo al loro genuino entusiasmo quando fuggono da un crimine appena commesso oppure quando seducono l’amante della madre o il nuovo compagno di delitti, quel Diller che sarà la causa principale della loro fine.
Wilma è principalmente una rapinatrice; che sia una banca o un ricevimento, un tavolo da gioco o altro non ha nessuna importanza.
Se occorre, sa usare la pistola o il mitra, come ogni buon gangster che si rispetti.
Non ha motivazioni politiche, non ha ideologie.


Quello che fa è conseguenza della sua indole, non di una scelta motivata.
Consecutivamente accanto a lei agiscono le due giovani figlie, che appaiono altrettanto prive di una coscienza sociale o di una morale di fondo.
Se il diabolico trio femminile è poco delineato nelle motivazioni delle gesta che compie, ancor meno lo è la coppia di uomini che sia aggiungerà al terzetto.
Sono due criminali di piccolo taglio e come tali non hanno neanche loro una storia alle spalle, degna di essere raccontata.
Steve Carver, regista del film datato 1974 predilige quindi l’azione a tutto il resto, condendo il film quà e là di scene erotiche peraltro non accentuate; quello che conta sono le sparatorie, le fughe, le truffe e a margine il sesso.
Che vede coinvolte le tre donne in triangoli pericolosi, dove però i sentimenti non esistono con conseguente buona pace delle stesse, che così possono spartirsi i partner senza gelosie.
Se vogliamo quindi l’amoralità è il vero anello di congiuzione della storia, che però come dicevo agli inizi è essenzialmente un action movie senza nessuna velleità socio/culturale.

Steve Carver, che aveva diretto con buona mano il peplum erotico La rivolta delle gladiatrici (The arena) è regista superficiale ma abile nell’intuire i gusti di un pubblico abituato a film poco profondi ma veloci e d’azione.
Big bad mama conferma questa sua vocazione attraverso la descrizione delle avventure delle tre donne e attraverso sequenze tutto sommato godibili.


Memorabile quella in cui le due ragazze con fare malizioso mettono in mostra parte delle loro grazie durante un convegno di veterani di guerra, oppure la sequenza che vede protagonista Wilma che si intrufola in una festa Vip per derubare i notabili del posto. Molto bella anche la sequenza finale dell’assalto dell’FBI al fienile dove il gruppo ha trovato riparo.
Per quanto riguarda il cast, nulla da eccepire: molto brava e affascinante Angie Dickinson nel ruolo di Wilma, molto bene Susan Sennett e Robbie Lee che interpretano de due figlie di Wilma, bene anche William Shatner che riesce a liberarsi dell’ingombrante figura del comandante dell’Enterprise.
Un film di buon livello che se non lascia tracce profonde riesce in qualche modo a far passare due ore piacevoli incollati allo schermo.

F.B.I. e la banda degli angeli
Un film di Steve Carver. Con Tom Skerritt, Angie Dickinson, Susan Sennett, William Shatner, Robbie Lee Titolo originale Big Bad Mama. Action movie, durata 83′ min. – USA 1974











Angie Dickinson … Wilma McClatchie
William Shatner … William J. Baxter
Tom Skerritt … Fred Diller
Susan Sennett … Billy Jean
Robbie Lee … Polly
Noble Willingham … Zio Barney
Dick Miller … Bonney
Tom Signorelli … Dodds
Joan Prather … Jane Kingston
Royal Dano … Reverendo Johnson
John Wheeler … L’avvocato
Ralph James … Lo sceriffo
Sally Kirkland … La donna di Barney

Regia Steve Carver
Sceneggiatura William W. Norton, Frances Doel
Produzione Roger Corman
Musiche David Grisman
Cinematography Bruce Logan
Montaggio Tina Hirsch







La collegiale

Raggiunta la maggiore età la giovane Daniela abbandona il college dove è rimasta a studiare per alcuni anni e torna a casa.
L’impatto con la famiglia però si rivela durissimo: dal padre alla matrigna, nella casa dei suoi vige una moralità degna di Sodoma e Gomorra.
Suo padre Carlo infatti trascura tutto impegnato com’è ad accumulare denaro, non accorgendosi nemmeno che la sua seconda moglie (la matrigna di Daniela) passa il suo tempo cornificando il marito, che sua zia Emy fa ancora di peggio saltando in tutti i letti possibili e che suo cugino, per completare l’edificante quadretto famigliare, è un ricattatore.
Per Daniela la situazione è davvero imbarazzante e dopo poco decide di adeguarsi in qualche modo all’andazzo della casa, accettando la corte del giardiniere di casa, Marco.


Sarà con lui che Daniela sceglierà di allontanarsi in cerca di aria pulita.
Se non è certo l’originalità il tema portante del film La collegiale, regia di Gianni Martucci, va riconosciuta a questo film una mancanza di volgarità tipica delle commedie sexy scollacciate degli anni settanta.
Costruito attorno ad un cast di qualche pretesa, il film di Martucci, uscito nel 1975 e quindi nell’ultimo anno di grande affluenza ai botteghini pur essendo infarcito delle solite nudità proposte ad ogni occasione utile, mantiene un certo decoro nei dialoghi e nelle situazioni ad alto calore erotico.
C’è un tentativo appena abbozzato di critica sociale, all’istituzione della famiglia e alla solita morale di provincia ma è solo un timido e velleitario tentativo.

Martha Katherin

Sofia Dionisio
Il film infatti non esce mai dai binari rigorosi della commedia spinta, pur mantenendo come dicevo prima un decoro che in altre produzioni del genere è mancato del tutto.
I dialoghi non sono eccelsi ma nemmeno imbarazzanti e qualche situazione muove al sorriso; sembra di assistere ad una prosecuzione del film La minorenne, uscito l’anno prima per la regia di Amadio con protagonista Gloria Guida.
Il livello della pellicola è praticamente lo stesso, ma questa volta nel film di Martucci quanto meno ci si bea gli occhi.


Femi Benussi
Se le protagoniste sono la sorella minore di Silvia Dionisio, Sofia e Martha Katherin alla sua prima ed ultima comparsa in un film, c’è la presenza di una splendida Femi Benussi ad alzare il livello qualitativo almeno a bellezza corporea.
L’attrice friulana, splendida trentenne, è uno spettacolo per i sensi e compare più svestita che con i panni addosso.
Ad interpretare il ruolo di Marco (il giardiniere) troviamo l’ex fidanzato d’Italia Mario Castelnuovo,che nel 1975 si dedicò anima e corpo alle partecipazioni a film del filone commedia sexy (ricordiamo i vari Amore mio spogliati… che poi ti spiego! ,Quella età maliziosa e l’ottimo thriller Nude si muore).
L’attore lombardo è impegnato a guadagnarsi la pagnotta e si vede; questo è il suo penultimo ruolo in un film sexy, visto che negli anni successivi si dedicherà anima e corpo agli sceneggiati tv, forse meno remunerativi dal punto di vista economico ma sicuramente più appaganti professionalmente.

In quanto a Martucci, la sua è una regia più che dignitosa, nella quale il regista milanese evita di calcare la mano sui soliti stereotipi della commedia sexy puntando ad un intrattenimento che non scivoli nel trash.
Il suo è un esordio dietro la macchina da presa, la prima delle cinque regie globali che lo vedranno protagonista, prima dell’ultimo capitolo firmato nel 1988 con I frati rossi.
Un film ormai sepolto in un cassetto, La collegiale.
Tuttavia può capitare di rivederlo trasmesso dalle private; in questo caso scegliete di vederlo, quanto meno per rifarvi gli occhi con delle bellezze femminili che non usavano silicone o altri trucchi per mostrarsi più appetibili.
La collegiale
Un film di Gianni Martucci. Con Femi Benussi, Nino Castelnuovo, Silvia Dionisio, Marta Katherin,Franco Diogene Erotico, durata 97 min. – Italia 1975.








Nino Castelnuovo: Marco
Martha Katherin: Daniela De Marchi
Sofia Dioniso: Marta De Marchi
Franco Diogene: Carlo De Marchi
Femi Benussi: Emy
Franco Merli: Stefano
Sergio Di Pinto: hippy

Regia Gianni Martucci
Produzione Giuliano Simonetti
Soggetto Gianni Martucci
Sceneggiatura Piero Regnoli
Musiche Berto Pisano
Cinematography Fausto Rossi
Montaggio Bruno Mattei
Costumi Elena De Cupis
Tony Arzenta
Tony è un killer e nel suo mestiere è il migliore, preciso, silenzioso, implacabile. Ma la sua nuova natura di pater familia, gli impone di smettere. Guardare il piccolo dormire dopo aver tolto la vita a qualcuno, è una doppiezza che non gli attiene più; quella pallottola che prima o poi sarebbe diretta a lui, che non era mai stato un problema prima, adesso avrebbe il peso di una tragedia troppo grande. E allora ha deciso: un ultimo lavoro e poi fuori. Ma l’organizzazione per la quale ha lavorato fin’ora, una sorta d’internazionale del crimine in odore di mafia, non accetta dimissioni: Arzenta sa troppo e non può certo andarsene via così senza pagarne pegno.
Ed il pegno è alto, altissimo: ancora una volta, la propria stessa vita. Il conto che sarà costretto a pagare è, però, se possibile, ancora più salato. Dentro l’auto caricata di tritolo non salirà lui, vittima designata, ma sua moglie e suo figlio, la morte dei quali, contravvenente anche lo stesso codice “etico” della mala, scatenerà la sua contro-vendetta. Una gara venatoria in cui i ruoli di cacciatore e preda si ribalteranno continuamente.
Alain Delon e Nicoletta Machiavelli
Mai arretrerà dal compito che si è dato: uccidere uno ad uno i vertici dell’organizzazione. Quando si piegherà ad una trattativa, mosso dalle garanzie di una tregua riferite per mezzo dell’amico parroco, è la fine. Una fine sbrigativa e beffarda.
Il plot del film è essenzialmente tutto qui. Come nelle parole dello stesso sceneggiatore, Roberto Gandus, è il canovaccio trito e ritrito del tipo che vuole abbandonare il giro ma glielo impediscono. Ed è vero.
Ma Tony Arzenta vive d’altro ed è qualcosa che va aldilà e lo pone al di fuori del genere a cui è eletto, grosso modo il poliziottesco di quegli anni. E’ quella nota dolente che attraversa tutto il film, già da prima che il dramma si compia, che segna il volto di Tony sin dalle prime inquadrature. Poiché se Simenon, per tramite di Maigret, ebbe a dire che “Non esistono vittime e carnefici ma solo vittime“, allora Tony è già morto da tempo e quell’ultimo omicidio su commissione, è vissuto da lui come un ultima violenza a se stesso ed ai suoi cari.
Mentre in casa si festeggia il compleanno del figlio, con il fare dell’impiegato consapevole di star perdendo momenti fondamentali della sua vita per un lavoro che non ama, Arzenta si appresta a raggiungere il condannato a morte come se il condannato fosse lui stesso. Sui titoli va L’appuntamento di Ornella Vanoni. Forse è un allusione ai trascorsi della cantante nota anche per le cosiddette “canzoni della mala”;
Carla Gravina
forse scelta per la profonda milanesità dell’interprete ad aprire un film profondamente meneghino come questo. Oltretutto contribuisce a datare gli eventi, è il 1973, oltre che a commentare per contrasto la tensione statica che prelude all’atto violento che sta per compiersi, dà la misura dell’anomala quotidianità di quella che è una persona qualunque, con “l’autoradio” ed il “mangianastri”, sintetizza il senso della vicenda ed anticipa gli eventi: la vita di Tony, da quel momento sarà segnata da una serie di appuntamenti con un destino che non darà tregua.
Tessari, regista robustissimo, qui, secondo il sottoscritto, al suo apice, rende omaggio al polar francese. Riprende Il clan dei siciliani di Verneuil e lo ibrida a Frank Costello faccia d’angelo.
Di fatto, sembra prendere il samurai di Melville trasponendolo in Italia, qualche anno dopo, con i segni del tempo, inteso più che altro come accumulo di amare esperienze giacchè Delon invecchia come il vino buono, che ne solcano il viso e ne incupiscono lo sguardo. Ridefinisce le coordinate spostandone l’accento sulla componente emotiva, laddove il noir d’oltralpe raffreddava e stilizzava i sentimenti.
Silvano Tranquilli
Il percorso (de)formativo insito in pellicole come lo stesso Frank Costello, costruito come progressivo mutamento esistenziale del personaggio centrale, viene vissuto qui in modo estremamente doloroso: la perdita; la paura d’immaginarsi una nuova vita così profondamente lontana da quella precedente; l’oblio di se, nel rintanarsi nella solitudine della propria casa a macerare la pena nei ricordi, ad osservare i giocattoli del figlio, nello sfogliare l’ultimo libro letto dalla moglie.
I limiti del film vanno ricercati proprio nell’obiettivo che si è posto (il polar all’italiana); nei riferimenti troppo alti, un po’ pretenziosi, troppo al di sopra delle sue effettive possibilità.
Dove gli snodi drammaturgici avrebbero imposto una maggiore concentrazione, tutto viene risolto in azione, se non in ironia. Il ché smorza nettamente la tensione e la stessa visione viene, per questo, condizionata da aspettative puntualmente tradite. Ma, basta cambiare prospettiva e il film riconquista tutta la sua forza: è un thriller tutto italiano che della grammatica francofona assume soltanto i tratti essenziali e li sintetizza ulteriormente in un soggetto più ruvido ma più sentimentalmente coinvolgente.
Per Arzenta, così come per Costello alla rottura dello schema rigidissimo entro il quale si muove, non può corrispondere seguito. E questo Delon lo fa presagire fin dai primi momenti, perchè, dall’attore immenso che fu, non interpreta, ma diviene il suo personaggio. Lo trascina, sequenza dopo sequenza, vivendolo fino in fondo, restituendo ogni sua pena in modo che più verosimile non potrebbe essere. Non si abbandona mai alla disperazione ma la introietta, rielaborandola in una vendetta silenziosa ed inarrestabile. Una vendetta che lo porterà sino a Copenaghen dove l’organizzazione è impegnata in un summit. E’ lui motore e fulcro della meccanica narrativa.
Lungo il percorso, affiorano gli stralci della sua vita nella forma di passate conoscenze: come Domenico (Marc Porel) che pagherà cara la sua amicizia; Sandra (Carla Gravina) che lo affiancherà sino alla fine e Dennino (Giancarlo Sbragia) che lo aiuterà, invece, durante la trasferta danese ma del quale traspare da subito la natura ambigua.
Richard Conte e Umberto Orsini
Presenze che, insieme ai genitori, costruiscono con pochi segni la complessità di una figura che affianca la mietitura di anime a rapporti profondi e legami potenzialmente indissolubili.
Tony Arzenta vive di momenti, d’immagini, di concitate scene d’azione che sono tra le migliori mai realizzate in Italia. Così come più che efficaci sono le veloci sequenze in auto, dalle riprese oblique,
dal veloce montaggio alternato e dai carrelli Kubrickiani che anticipano Tony sotto i portici o tra i corridoi del residence. Vi sono attimi di estrema tensione (Tony, a Copenaghen, che, fuori dalla pensione, accompagna la prostituta nella piazza deserta pur consapevole del rischio d’agguato) e momenti di attesa leoniana (l’introduzione in casa di Cutitta o il matrimonio della figlia di Nick sul finale).
A sinistra: Corrado Gaipa
La fotografia dipinge quadri pop di grande profondità e contribuisce fortemente a trasmettere quel senso di amara desolazione che stringe il protagonista, attraverso espedienti di rara forza sintetica; come la zoomata a scatti, sul protagonista seduto in fondo, attraverso le aperture del corridoio di casa. O le riprese dell’accumulo di oggetti, dei resti di cibo e bevande che sottolineano in un attimo lo scorrere del tempo come da insegnamento del maestro Hitch (vedi La finestra sul cortile). Per non dire del campionario di modelli estetici vintage di cui il film diventa, inconsapevolmente, manifesto, rivisto a quarant’anni di distanza. Quando il filmare insistentemente abiti, architetture, interni, dischi, ecc., fu probabilmente un vezzo, anche piuttosto diffuso nel cinema del tempo e non solo italiano, di rendere tributo alla propria contemporaneità. Ed anche in questo il referente diretto restano le immortali geometrie di Frank Costello.
A reggere il tutto contribuisce un vero e proprio dream team di caratteristi del cinema del tempo: oltre a Richard Conte e Umberto Orsini, Roger Hanin, Carla Calò, Silvano Tranquilli, Rosalba Neri, il grande Lino Troisi, Erika Blanc, Anton Diffring, i succitati Porel, Sbragia e Gravina. Facce note dietro le quali si celava un immenso lavoro d’artigianato che ha reso Tony Arzenta, con le sue mille sbavature, le sue altrettante ingenuità (soprattutto nei dialoghi) ed incoerenze (perchè Sandra dovrebbe farsi il viaggio da Milano alla Sicilia senza mai risistemarsi capelli e trucco dopo essere stata picchiata?) tra i migliori esempi del cinema di genere di quei tempi.
Si, ma a quale genere apparterrà un film come questo?
Tony Arzenta (Big Guns)
Un film di Duccio Tessari. Con Alain Delon, Roger Hanin, Marc Porel, Carla Gravina, Richard Conte, Nicoletta Machiavelli, Guido Alberti, Ettore Manni, Silvano Tranquilli, Carla Calò, Giancarlo Sbragia, Umberto Orsini, Rosalba Neri, Erika Blanc, Corrado Gaipa, Loredana Nusciak, Nazzareno Zamperla, Anton Diffring, Lino Troisi Titolo originale Big Guns. Drammatico, durata 113′ min. – Italia, Francia 1973.
Alain Delon: Tony Arzenta
Richard Conte: Nick Gusto
Carla Gravina: Sandra
Marc Porel: Domenico Maggio
Roger Hanin: Carrè
Nicoletta Machiavelli: Anna Arzenta
Lino Troisi: Rocco Cutitta
Silvano Tranquilli: Montani
Corrado Gaipa: Padre di Tony
Umberto Orsini: Avvocato Isnello
Giancarlo Sbragia: Luca Dennino
Erika Blanc: Prostituta
Loredana Nusciak: L’amante di Gesmundo
Regia Duccio Tessari
Sceneggiatura Franco Verucci, Ugo Liberatore e Roberto Gandus
Produttore Luciano Martino
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Mario Morra
Musiche Gianni Ferrio
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Danda Ortona
Trucco Mario Van Riel



















































