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Blindness-Cecità

Un bianco abbacinante, totale.
Un muro insormontabile fatto del colore più candido possibile, opposto al nero che è quello della cecità totale.
E’ quello che “vede” un asiatico fermo ad un semaforo.
Smarrito, chiede aiuto e viene aiutato da un uomo che però poco dopo averlo accompagnato a casa si dilegua con l’auto del non vedente.
Per il medico a cui viene condotto dalla moglie può trattarsi di qualcosa di psico somatico,ma le cose stanno ben diversamente.
Infatti a poche ore di distanza sia la moglie dell’uomo (nessuno dei protagonisti ha un nome), sia il medico che altri pazienti dello studio mostrano gli stessi sintomi del paziente zero.


Le autorità corrono ai ripari e isolano il primo nucleo in un ospedale psichiatrico in abbandono; ma poco alla volta il gruppo aumenta esponenzialmente. Tra i ricoverati c’è la moglie dell’oculista che per primo ha visitato il paziente zero,che fingendosi non vedente segue il marito nella struttura. Che ben presto si trasforma in un lager, dove si vive in condizioni disumane visto che i non vedenti vengono abbandonati a se stessi.
Con il passare dei giorni e l’aumento esponenziale dei pazienti, le autorità usano la forza per contenere quella che sembra un’epidemia infettiva; guardie armate circondano la struttura che ormai scoppia ma i casi aumentano esponenzialmente. All’interno dell’ospedale intanto un piccolo gruppo di violenti impone la regola del più forte, togliendo il cibo agli sventurati pazienti e pretendendo dapprima oggetti preziosi e poi sesso per dare loro il minimo indispensabile alla sopravvivenza.


Sarà la moglie dell’oculista a guidare una rivolta e a uccidere il leader dei violenti; scoprirà anche che a guardia dell’ospedale non c’è più nessuno.
Il contagio si è esteso e quando pochi sopravvissuti seguono la donna, arrivano in una città spettrale, quasi abbandonata, dove sopraffazione e violenza hanno preso il sopravvento. Si lotta per il cibo,per l’acqua.
Ancora una volta sarà la moglie dell’oculista a prendere in mano la situazione…
Blindness Cecità è un film apparentemente del genere fantascientifico/catastrofico; ma se il topos del film porta in questa direzione, lo stesso è qualcosa di più complesso. Tratto dal romanzo Cecità di José Saramago,uscito nel 1995, Blindess è diretto dal regista Fernando Meirelles nel 2008.
Molto fedele al romanzo, il film non cita nessun nome dei personaggi ne indica il nome della città in cui avvengono i fatti; una decisione presa dalla produzione in base a precise richieste dello scrittore premio Nobel portoghese,che morirà meno di due anni dopo l’uscita del film.
La differenza sostanziale tra il romanzo è il film è tutta concettuale. Mentre Saramago con il romanzo punta l’indice su quella che è una cecità umana del tutto intellettuale che si trasforma in una cecità fisica, il film punta molto più sulla storia tout court, raccontando le difficoltà dei non vedenti, la reazione scomposta delle autorità prima e della popolazione poi. Per Saramago il mondo è afflitto da una cecità dovuta alla mancanza di volontà del vedere la complessa summa dei problemi umani, dall’egoismo individuale alla povertà passando per tutti i comportamenti
che possono essere la guerra, la violenza, l’odio ecc. L’uomo quindi è cieco, per indolenza.


Meirelles invece mostra le conseguenze di una cecità della quale non sappiamo (ne sapremo) l’origine; l’importanza è tutta nell’impossibilità da parte dell’uomo di procedere solo con i sensi. Senza la moglie del medico il gruppo di non vedenti è perso, immerso in un bianco panna montata nel quale non c’è un punto di riferimento.
Così tutti i protagonisti dapprima affondano nei loro escrementi, negli avanzi di cibo e nella spazzatura. Poi divengono preda del più forte, agnelli spauriti braccati da un lupo.
Meirelles non emette giudizi e affida alle immagini una cronaca dettagliata degli avvenimenti.


L’ambientazione è claustrofobica mentre il finale, un po a sorpresa, resta volutamente aperto, con uno spiraglio di speranza.
Un buon film, con qualche svarione di sceneggiatura; una donna con la vista tra centinaia di non vedenti non riesce a guidare immediatamente una rivolta contro dei violenti? Poco credibile.
Ma al di là di questo siamo di fronte ad un buon film sostenuto anche da bravi attori in primis la stupenda Julianne Moore, una delle attrici più brave degli ultimi decenni.
Fotografia cupa e estraneante in un film fatto anche di contrasti,come quelli tra il bianco abbagliante e l’angosciante cupezza dell’ospedale.
Un film da vedere.

Blindness-Cecità

un film di Fernando Meirelles, con Julianne Moore, Mark Ruffalo, Alice Braga, Danny Glover, Gael García Bernal Genere Drammatico, Fantascienza – Giappone, Brasile, Canada, 2008, durata 118 minuti.

Julianne Moore: moglie del medico
Mark Ruffalo: medico
Gael García Bernal: barista/re della corsia 3
Danny Glover: uomo con la benda sull’occhio
Alice Braga: donna con gli occhiali scuri
Yûsuke Iseya: primo cieco
Don McKellar: il ladro
Sandra Oh: Ministro della Salute

Roberta Greganti: moglie del medico
Fabio Boccanera: medico
Emiliano Coltorti: barista/re della corsia 3
Angelo Nicotra: uomo con la benda sull’occhio
Domitilla D’Amico: donna con gli occhiali scuri
Massimo Lodolo: il ladro
Sabrina Duranti: Ministro della salute

Regia Fernando Meirelles
Soggetto José Saramago (romanzo)
Sceneggiatura Don McKellar
Produttore Niv Fichman, Andrea Barata Ribeiro, Sonoko Sakai
Fotografia César Charlone
Montaggio Daniel Rezende
Musiche Marco Antonio Guimarães
Scenografia Matthew Davies, Tulé Peak
Costumi Renée April

febbraio 6, 2020 Posted by | Drammatico | , | 2 commenti

Secretary

Lee è una giovane ricoverata in un ospedale psichiatrico in quanto autolesionista.
Molto fragile emotivamente, quando non è in grado di gestire le cose o quando si ritiene inadeguata si infligge delle ferite; viene dimessa il giorno del matrimonio di sua sorella e da quel momento la mamma vigila in modo quasi ossessivo sulla donna,per impedirle di ricadere nel suo antico problema.
Che invece Lee non può dimenticare, visto che la sua è un’autentica difesa dai problemi e dal mondo.
Tuttavia con bravura riesce a ottenere un diploma di dattilografa e subito dopo a ottenere un impiego presso l’avvocato Edward Grey; Lee non è certo una bellezza, è timida, veste in modo antiquato tuttavia Grey sembra colpito dalla donna.
Ma Lee sul lavoro ha un comportamento altalenante; spesso fa errori di battitura e ben presto Edward,che di certo è un tipo chiuso,anche timido come confessa,inizia a punirla.
Con gran soddisfazione di Lee che in effetti altro non cerca.


Così tra i due si stabilisce un rapporto ai limiti del masochismo, con lui che di fatto diventa il padrone e lei la sottomessa; si arriva ad una esasperazione del rapporto lavorativo che culmina con uno sculacciamento di Lee, che non solo
non protesta ma anzi sembra ricavarne piacere.
Contemporaneamente allaccia una relazione stravagante con un giovane imbranato in modo patologico,Peter.
Ma il rapporto tra Edward e Lee evolve e l’avvocato, conscio dell’attrazione fatale che Lee ha nei suoi confronti,che la stessa ragazza ormai cerca i più svariati motivi per essere punita, Edward dicevo decide di licenziarla.
Lee, che nel frattempo si è trasformata poco alla volta in una ragazza attraente, decide di sposare Peter,salvo rinsavire all’ultimo momento, visto che non ama affatto il giovane e che i rapporti con lui, sopratutto intimi, non hanno alcun interesse per lei.
Così ecco che Lee mette in atto una strategia ben precisa per costringere Edward a riassumerla,anche con un’ambizione segreta…
Secretary,pellicola diretta da Steven Shainberg nel 2002 è una inusuale storia con un andamento assolutamente particolare; vira di volta in volta dalla commedia romantica alla storia che sembrerebbe voler analizzare i rapporti sado maso.


Lo fa con situazioni al limite dell’humour nero, con situazioni ed immagini davvero sorprendenti; nel film l’unica ad avere una spiegazione nel suo comportamento da sottomessa passiva è proprio Lee,che alle spalle
ha una dolorosa storia di autolesionismo. Raccontata però con un personalissimo sarcasmo da Shainberg,che non mette certo alla berlina la protagonista ma nemmeno arriva a compatirla. La mostra per quello che è, una crisalide che proprio grazie
al rapporto con Edward si trasforma in una leggiadra farfalla. E che riuscirà a tirar fuori dal bozzolo,visto che siamo in metafora,l’altra crisalide.
Quel Edward, bravo professionista che però ha un carattere tutto particolare.
Ma mentre nel caso di Lee il regista ci fa vedere cosa è accaduto nella sua vita tipo il rapporto complesso con il padre,che ama svisceratamente e per il quale soffre a causa dell’inclinazione dell’uomo all’alcolismo,nel caso di Edward non solo
non sappiamo quasi nulla del suo passato (sapremo che ha divorziato,ma non certo il perchè) ma anche il perchè del comportamento che l’uomo tiene, apparentemente schizoide.


Ed è questa una delle cose che si apprezzano di più nel film: i personaggi agiscono in un certo modo e Shainberg non esprime alcun giudizio morale su di loro. Racconta i fatti che accadono con aria sorniona,a tratti divertita. C’è un rapporto sado maso fra loro? Bene, saranno anche fatti loro,
a chi importa la sfera sessuale e privata di due adulti? In quella che si trasformerà in una strana storia d’amore quello che conta è il risultato, non certo i mezzi impiegati o il background che sta dietro le due vite dei protagonisti.
Badando bene a non esprimere giudizi, mostra un aspetto della sfera sessuale, senza peraltro ricorrere a scene di sesso se non a qualche nudo della splendida Maggie Gyllenhaal  davvero privo di erotismo proprio per l’atmosfera quasi divertita nella quale il regista immerge la storia.
Così anche la scena della sculacciata,molto realistica,non ha nulla di erotico,anzi: si trasforma in un gioco,quello tra due adulti che evidentemente hanno una sessualità non assimilabile a quella della maggioranza delle persone.

Che comunque nella vita privata scelgono comportamenti sessuali tra i più disparati ma che visto che si parla proprio dell’intimo e del privato non vanno certo condannati o denigrati: quando non si lede la libertà degli altri tutto è legittimo.
Questa è una delle tesi di Secretary,un film ben fatto,con momenti volutamente paradossali ma gustoso, godibile.
Con due bravi e capaci attori, Maggie Gyllenhaal (Lee) e James Spader (Edward) impegnati nel dare corposa gioiosità a due personaggi certamente non conformi alla massa.
Un film intelligente, che si guarda con piacere nonostante qualche forzatura di troppo e una trama volutamente omertosa, che ha però un finale sconcertante in perfetta linea con la storia narrata.
Tanto da riportare il tutto nell’ambito della rasserenante commedia sentimentale.
Applausi per un film da vedere assolutamente.

Secretary

un film di Steven Shainberg, con Jeremy Davies, Maggie Gyllenhaal, James Spader, Ezra Buzzington. Genere Commedia – USA, 2002, durata 104 minuti.

Maggie Gyllenhaal: Lee Holloway
James Spader: E. Edward Grey
Jeremy Davies: Peter
Lesley Ann Warren: Joan Holloway
Stephen McHattie: Burt Holloway
Patrick Bauchau: Dr. Twardon
Jessica Tuck: Tricia O’Connor
Oz Perkins: Jonathan
Amy Locane: Lees Schwester

Regia Steven Shainberg
Soggetto Mary Gaitskill (racconto)
Steven Shainberg, Erin Cressida Wilson (storia)
Sceneggiatura Erin Cressida Wilson
Distribuzione in italiano Eagle Pictures
Fotografia Steven Fierberg
Montaggio Pam Wise
Musiche Angelo Badalamenti
Scenografia Michael Baker, Michael Murray

febbraio 4, 2020 Posted by | Commedia | , , | 2 commenti

L’albero del sangue

Una delle difficoltà che si incontrano, quando si parla di un film, è quella di riassumere lo stesso attraverso gli accadimenti che si succedono
in alcuni di questi racconti. E L’albero del sangue, film del 2018 diretto dallo spagnolo Julio Medem è il prototipo di questo genere di pellicole.
Perchè è una saga familiare, che abbraccia tre generazioni e due famiglie che finiscono per intersecare le proprie vite in un modo tale da risultare
quasi inenarrabile, tanti sono i colpi di scena, gli agganci che vengono a crearsi fra le stesse.
Un intrigo. Fatto di amore e sesso, mafia e violenza, pazzia dovuta alla scoperta di alcuni retroscena e molto altro.
Un film complesso, che lo spettatore è costretto a seguire attentamente, anche per il particolare stile registico di Medem e per la tecnica utilizzata, il flashback con l’interazione dei due principali protagonisti della storia, i giovani Marc e Rebeca, che appartengono alle due famiglie e che finiranno per essere quasi travolti da quello che scopriranno.


La storia inizia in un antico casale di campagna, nel quale i due giovani si rifugiano per stilare e scrivere l’albero genealogico delle loro famiglie, in base a quello che sanno o che hanno conosciuto nel corso della loro breve vita.
Così utilizzando due portatili i giovani scrivono tutto o almeno quello di cui loro sono a conoscenza. Ma che è ben poca cosa rispetto alla storia vera delle loro famiglie, che hanno un sottile filo rosso ad unirle,un legame fatto di storie avvolte dalle tenebre, da quelle di un passato indicibile.
Marc e Rebeca si amano, da tre anni, teneramente.
Ma quando ad un certo punto del racconto che stanno scrivendo emergeranno alcune storie, le loro esistenze ne verranno travolte, anche per l’eccesso di sincerità di Rebeca, che non ha raccontato al suo compagno passi determinanti del suo pur breve passato.
E devo fermarmi qui, con poche righe,nella descrizione del film almeno per la parte che riguarda la trama.
Un film intricatissimo, come dicevo, nel quale appaiono personaggi che hanno un passato doloroso alle spalle e sopratutto storie oscure,una delle quali fa accapponare la pelle.


Un film che mescola splendidamente i colori della Spagna e la sua campagna, la sua storia e le sue tradizioni; Medem frammenta il film scomponendolo e ricomponendolo, come se costruendo un puzzle le tessere  non combaciassero, richiedendo quindi uno sforzo supplementare per la sua composizione. Cosi tutti i protagonisti del film sembrano in bilico tra la casualità della vita e le scelte fatte da chi li ha generati, in un caotico
brodo primordiale nel quale sete di potere, arrivismo ma anche verita non dette,celate, finiscono per creare il puzzle di cui parlavo prima ma che per essere risolto richiede davvero attenzione ai particolari dell’incastro e quindi delle tessere.
Complesso anche il riferimento del regista al legame simbiotico tra l’uomo e la natura. Una natura selvaggia, con i simboli universalmente conosciuti della Spagna a dominare lo sfondo,come i tori e le mucche, la natura lussureggiante
e i notturni impagabili delle campagne basche.
Un ensemble di immagini, riferimenti a fare da fondale di un quadro d’assieme molto complesso, nel quale il destino dei protagonisti finisce per assumere l’aspetto di una tragedia greca come L’Edipo Re, con l’incesto a fare da sfondo ma i paragoni potrebbero continuare, proprio per la complessità della trama.


Approcciarsi a L’albero del sangue richiede uno sforzo iniziale davvero notevole; nella prima mezzora gli avvenimenti, i nomi, il flashback continuo disorientano e non poco lo spettatore. Ma con l’inoltrarsi della storia poco alla volta il quadro d’assieme acquista
lucidità e aumenta la comprensione di quello che accade. Fino ad un finale spiazzante.
Gran bel film. Quanto meno inusuale sia come trama che come svolgimento; in rete ci sono recensioni che esaltano la pellicola e altre che la stroncano.
Ma è il destino delle opere che non si riescono a comprendere fino in fondo.
Chi vi scrive appartiene alla prima schiera.
Apprezzabile la recitazione di tutti gli attori, anche se la parte del leone la fanno le donne: straordinaria Angela Molina nel ruolo della capostipite, bravissima Úrsula Corberó che interpreta Rebeca.


Un altro espediente a mio giudizio estremamente felice è quello di aver utilizzato diversi attori per le varie età dei protagonisti; sarebbe stato facile per il regista usare la tecnica impiegata per esempio nel pluri celebrato The Irish Man di Scorsese,nel quale l’elettronica
rende patetici grandi attori come De Niro, rendendo quest’ultima pellicola una delle cose più brutte che abbia visto recentemente. Ma il cinema è così, per fortuna ognuno ci vede quello che crede e personalmente ho visto in L’albero del sangue una delle opere più
interessanti degli ultimi anni.
Splendide le location e bellissima la fotografia,per un film che vi consiglio di non perdere assolutamente.

L’albero del sangue

un film di Julio Medem. Con Álvaro Cervantes, Úrsula Corberó, Patricia López Arnaiz, Joaquín Furriel, Lucía Delgado,Luka Peros, Najwa Nimri, Daniel Grao, Luisa Gavasa, Emilio Gutiérrez Caba, Angela Molina, Josep Maria Pou, Maria Molins, Diego Ríos, Sara Cordero, Klara Badiola, Félix Arcarazo, Alba Planas, Sergio Castellanos, Mariano Venancio, Dolma Romera Drammatico, durata 130 min. – Spagna 2018.

Álvaro Cervantes: Marc
Úrsula Corberó: Rebeca
Patricia López Arnaiz: Amaia
Joaquín Furriel: Olmo
Lucía Delgado: Nuria joven
Luka Peroš: Dimitri
Najwa Nimri: Macarena
Daniel Grao: Víctor
Luisa Gavasa: Candela
Emilio Gutiérrez Caba: Pío
Ángela Molina: Julieta
Josep Maria Pou: Jacinto
Maria Molins: Nuria
Diego Ríos: Marc a 7 anni
Sara Cordero: Rebecca a 7 anni
Klara Badiola: Ane
Félix Arcarazo: Iñaki
Alba Planas: Rebeca a 14 anni
Sergio Castellanos: Marc a 14 anni
Mariano Venancio: Padre Jesús
Dolma Romera: Jueza Boda Olmo
Lina Gorbaneva: Veronika
Juli Fàbregas: Juez Boda Nuria y Amaia
Nathalie Pinot: Infermiera dell’ospedale
Karen Martin: Xian
Joaquín Oliván: Cirujano Jefe
Lucía Calderón Luís: Rebeca Bebé
Susana Garrote: Infermiera psichiatrica

Regia Julio Medem
Sceneggiatura Julio Medem
Produttore Ibon Cormenzana e Ignasi Estapé
Produttore esecutivo Sandra Tapia
Casa di produzione Arcadia Motion Pictures e Scope Pictures
Distribuzione in italiano Netflix
Fotografia Kiko de la Rica
Montaggio Elena Ruiz
Effetti speciali Raúl Romanillos
Musiche Lucas Vidal
Costumi Carlos Díez
Trucco Olga Cruz, Rodolfo Dellibarda, Pedro Raúl de Diego, Aitana Fuentes, Tono Garzón,
Sylvie Imbert, Yuraima Morcillo e Paco Rodríguez Frías

febbraio 2, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Feast of Love

Harry e Bradley,Diana e David, Kathryn e Chloe, Jenny e Margaret.
Sono le persone comuni le cui vite ordinarie in poco tempo si intrecciano con un punto di aggregazione, il bar di Bradley.
Che è il ritrovo di Harry, un professore in pausa di riflessione sul suo lavoro e sulla sua vita privata, sconvolta dalla morte del figlio,un medico di 32 anni con problemi di droga ed è il luogo di lavoro di Oscar, un giovane con un recente passato di tossicodipendenza e un presente occupato dalla ingombrante figura del pipistrello, com’è soprannominato il padre, un ubriacone violento abbandonato anche dalla moglie.
Il bar è di proprietà di Bradley, una specie di artista mancato un po trasognato,tanto da non notare il disagio di sua moglie Kathryn,che si innamora a prima vista durante una gara di softball di un’altra atleta, Jenny. La donna lascia il marito, rimproverandogli la scarsa attenzione nei suoi confronti, lasciando Bradley nello sconforto più totale.


Nel frattempo Oscar si innamora,ricambiato,della bella Chloe scontandosi con suo padre violento come sempre;le storie si ingarbugliano,perchè Bradley conosce l’affascinante agente immobiliare Diana, se ne innamora all’apparenza ricambiato. In realtà la donna ha una relazione con un uomo sposato e anche dopo aver accettato di sposare Bradley continua a frequentarlo, incurante della disapprovazione
del suo amante. I percorsi di vita di tutti continueranno ad avere punti di contatto,quasi per una nemesi prestabilita: Bradley, sempre più in crisi troverà finalmente la donna giusta in modo assolutamente casuale,mentre le vite di Harry,Oscar e della dolce Chloe avranno un cambiamento stabilito dal fato…
Le azioni umane e le relazioni della cosi detta gente comune sono dettate dal destino, aldilà anche delle scelte personali; in estrema sintesi è questa una delle chiavi di lettura di Feast of Love, film diretto nel 2007 dal regista e sceneggiatore statunitense Robert Benton e tratto dal romanzo omonimo di Charles Baxter; l’altra è la complessa alchimia dell’amore oltre alla difficoltà della coppia di saper mescolare gli ingredienti necessari al delicato equilibrio che il sentimento richiede.


Un film che esplora le vite di alcune persone assolutamente normali,dove per normali si intendono uomini e donne che incontri tutti i giorni; gente con una vita regolare, con ogni individuo alle prese con i classici problemi della vita. Bradley per esempio è un entusiasta, allegro e simpatico,ma svagato, distratto, tanto da non accorgersi del profondo disagio della moglie della quale non sa cogliere alcuni importanti segnali, fra i quali il principale e l’attrazione fatale della stessa per un’altra donna. Un errore che l’uomo ripete, questa volta per leggerezza, con la volubile Diana, forse il personaggio meno convincente del film, la donna che mantiene una relazione di lunga data con un uomo sposato (che in fondo ama)
ma che non esita a sposare Bradley per motivi non chiaramente espressi. Henry è un uomo di cultura, dallo spirito sarcastico, conseguenza della disillusione seguita alla morte dell’unico figlio e compensata solo dall’amore di Esther,sua moglie; pure Henry
diverrà fondamentale per Chloe,quando la vita di quest’ultima sarà messa a dura prova.


La pellicola forse non ha molta profondità.
E il motivo è legato proprio alla difficoltà di esplorare le personalità di troppi soggetti, con la conseguenza di apparire superficiale. Però siamo di fronte ad un peccato veniale,perchè proprio per la sua struttura il film si presta più ad un discorso corale che soggettivo.
Molto bene assortito il cast,con la presenza del solito grande Morgan Freeman (che è anche la voce narrante del film) che interpreta Henry, mentre più defilata ma sempre brava è Jane Alexander che interpreta sua moglie Eshter; bella e talentuosa Alexa Davalos (Chloe) già ammirata nella serie tv The Man in High Castle.
Bella e affascinante Rahda Mitchell, nei panni di Diana mentre gigioneggia (con profitto) Greg Kinnear che interpreta Bradley.
Una pellicola gustosa,con una sottile amarezza e un pizzico di goliardia,che vale la pena di vedere.

Feast of Love

Un film di Robert Benton. Con Morgan Freeman, Greg Kinnear, Radha Mitchell, Jane Alexander , Alexa Davalos,Toby Hemingway, Selma Blair, Billy Burke Drammatico, durata 102 min. – USA 2007.

Morgan Freeman: Harry Stevenson
Greg Kinnear: Bradley Thomas
Radha Mitchell: Diana
Billy Burke: David Watson
Selma Blair: Kathryn
Alexa Davalos: Chloe
Toby Hemingway: Oscar
Stana Katic: Jenny
Erika Marozsan: Margaret Vekashi
Jane Alexander: Esther Stevenson
Fred Ward: Bat

 

Renato Mori: Harry Stevenson
Roberto Chevalier: Bradley Thomas
Michele Gammino: Bat
Laura Facchin: Chloe
Roberta Greganti: Margaret
Rossella Acerbo: Kathryn
David Chevalier: Oscar
Sabrina Duranti: Diana
Antonio Sanna: David Watson
Irene Di Valmo: Jenny
Graziella Polesinanti: Esther Stevenson

Regia Robert Benton
Soggetto Charles Baxter
Sceneggiatura Allison Burnett
Fotografia Kramer Morgenthau
Montaggio Andrew Mondshein
Musiche Stephen Trask

gennaio 31, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Youth La giovinezza

Wiesen Davos,Alpi Svizzere

In un lussuoso hotel immerso nella natura un gruppo eterogeneo di persone si appresta a passare le vacanze.
Fra di loro ci sono Fred, un celebre direttore d’orchestra e Mick,un famoso regista cinematografico.
Pur diversissimi fra loro, i due sono legati da una grande amicizia che risale a ben sessant’anni prima e in più hanno anche un vincolo di parentela acquisito,visto che Lena,la figlia di Fred ha sposato Julian, figlio di Mick.
Accanto a loro ci sono altri ospiti,come Jimmy, un famoso attore che soffre del fatto di essere riconosciuto da tutti solo per aver interpretato un serial fantascientifico e non per le opere anche importanti a cui ha partecipato,un calciatore obeso e asmatico nel quale è facile riconoscere Diego Armando Maradona e altri villeggianti.
Fred è quasi atassico, vive o meglio, vegeta senza quasi più alcuna aspirazione, da quando è rimasto solo mentre Mick sta finendo la sua opera cinematografica, con la quale vuole congedarsi dal cinema, il suo testamento,come lo chiama.

Tanto appare opaco e apatico Fred, tanto Mick sembra un ottimista, ancora innamorato della vita,convinto che la giovinezza, anche se ormai lontana si possa ritrovare da anziano semplicemente scoprendo tutto quello che di buono la vita può riservare.
Ma la placida vacanza di Fred, la sua sonnolenta e rassegnata indolenza subisce un primo colpo quando sua figlia tra le lacrime gli rivela di essere stata piantata dal marito, che le ha preferito una avvenente cantante a suo dire molto più brava a letto.
In un drammatico colloquio all’interno della Spa dell’albergo, Lena rimprovera al padre di essere sempre stato assente nei suoi confronti, di aver tradito ripetutamente la moglie e di fatto di essere stato un uomo profondamente egoista.


Per Fred è il primo colpo e come si vedrà nel corso del film apparirà chiaro anche il secco rifiuto opposto ad un inviato della Regina Elisabetta di dirigere un concerto con le sue famose Canzoni semplici interpretate da una nota soprano.
Il secondo,molto più devastante lo porterà a riconsiderare la sua vita e a fare scelte diverse…
Un bel film,Youth La giovinezza,su un tema che di per se porta lo spettatore ad una forma di nostalgia, di malinconia, sopratutto quella parte di pubblico che ha superato la sessantina e che quindi trova forme di comunanza con la storia raccontata da Paolo Sorrentino,con il suo
solito stile asciutto, a tratti fantastico altre volte forse troppo elitario ma di sicuro valore simbolico.
Youth racconta l’amicizia tra due uomini e il diverso approccio che hanno nei confronti del “viale del tramonto“:tanto appare rassegnato, nostalgico Fred tanto Mick è partecipe del presente, senza inclinazioni nostalgiche verso il passato, cosa esplicitata da una frase rivelatrice
diretta a Fred: “”Questo è quello che si vede da giovani: si vede tutto vicinissimo; quello è il futuro… e questo è quello che si vede da vecchi: si vede tutto lontanissimo; quello è il passato


Piedi ben piantati per terra, quindi. Ma anche per Mick arriverà la cocente delusione, rappresentata dalla sua attrice e amica da una vita, la donna che ha lavorato con lui in 11 film e che ha lanciato e che con spietata e brutale sincerità gli dice che è vecchio,che la sua arte si è dissolta e che
non avrebbe interpretato il suo film,considerandolo una porcheria. Una svolta,per Mick,che non resterà senza conseguenze.
I due appaiono i veri protagonisti del film,del resto sono loro ad essere la rappresentazione di quella che era la giovinezza; Lena e Jimmy sono appendici, anche perchè sono giovani e hanno ancora delle opportunità.
Lena per esempio conoscerà uno stravagante alpinista e inizierà con lui una ben strana relazione mentre Jimmy,grazie anche all’apprezzamento di una ragazzina troverà nuova linfa a cui attingere, quello che comunemente chiamiamo scopo.
Il vero protagonista però è Mick,perchè è lui a dire le cose più importanti nel film, è lui con i suoi ragionamenti a far riflettere l’apatico Fred; quando dice “Io devo scegliere cosa vale la pena raccontare, se l’orrore o il desiderio. E ho scelto il desiderio… il mio desiderio così impuro, così impossibile, così immorale, ma non importa.Perché è quello che ci rende vivi.” confronta il suo spirito ancora vitale con quello ormai rassegnato dell’amico.
Insegnamenti.


Perchè anche a 80 anni puoi insegnare,anche a 80 anni puoi imparare.
Hai detto che le emozioni sono sopravvalutate? Ma è una stronzata: le emozioni sono tutto quello che abbiamo!
Con questa frase Mick frusta l’amico,emotivamente. Anche se sarà il suo gesto finale a costringere Fred a rivedere tutto il suo presente.
Troverà il coraggio di fare una cosa che voleva da una vita, andare a Venezia e deporre un fiore sulla tomba di Stravinsky,avrà finalmente il coraggio di visitare la sua compagna di una vita,la moglie, ricoverata in una clinica perchè completamente demente.
E finalmente,in omaggio anche a sua moglie, dirigerà il concerto alla presenza della Regina, nel corso del quale una soprano giapponese canterà le “canzoni semplici”, che lui aveva composto per la moglie e che non aveva mai fatto cantare a nessuna, geloso di un ricordo ormai sepolto dal tempo.
Come dicevo prima Youh La giovinezza è un bel film,ottimamente recitato anche se non esente da qualche pecca; che poi pecca in realtà non è,ovvero la presenza di personaggi che sembrano quasi comparse tanto sono poco delineati.
Ma il cinema di Sorrentino è anche questo, alcuni personaggi che affollano i suoi lavori appaiono come interrogativi per lo spettatore,che in loro può vederci quello che desidera, assegnando loro un valore simbolico più o meno pregnante.


Momenti davvero topici del film sono la visione onirica iniziale,in una Piazza San Marco a Venezia completamente deserta e con l’acqua alta,con miss Universo (una meravigliosa Mădălina Diana Ghenea) che avanza in tutta la sua straordinaria bellezza sulle passerelle, i dialoghi a cui ho accennato fra Fred e Lena (con l’affascinante Rachel Weisz) e fra Mick e Brenda Morel, l’ingrata (se vogliamo) vecchia amica di
Mick interpretata dalla sempre bravissima Jane Fonda.
Bella la colonna sonora nella quale si riconoscono She Wolf di David Guetta e Dirty Hair di Bavid Byrne; in ultimo vanno segnalate le ottime interpretazioni di due leoni dello schermo,Michael Caine nel ruolo di Fred e Harvey Keitel in quello di Mick.
Un film che vi consiglio caldamente di vedere.

Youth-La giovinezza

un film di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev. Drammatico – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, durata 118 minuti,distribuito da Medusa

Michael Caine: Fred Ballinger
Harvey Keitel: Mick Boyle
Rachel Weisz: Lena Ballinger
Paul Dano: Jimmy Tree
Jane Fonda: Brenda Morel
Mark Kozelek: se stesso
Robert Seethaler: Luca Moroder
Alex MacQueen: emissario della regina
Luna Zimic Mijovic: massaggiatrice
Tom Lipinski: sceneggiatore innamorato
Chloe Pirrie: sceneggiatrice
Alex Beckett: sceneggiatore intellettuale
Nate Dern: sceneggiatore divertente
Mark Gessner: sceneggiatore timido
Paloma Faith: se stessa
Ed Stoppard: Julian
Sonia Gessner: Melanie
Mădălina Diana Ghenea: Miss Universo
Roly Serrano: riferimento a Diego Armando Maradona
Sumi Jo: se stessa
Gabriela Belisario: escort
Viktorija Mullova: se stessa
Aldo Ralli: cameriere
Loredana Cannata: moglie del presunto Maradona
Maria Letizia Gorga: la cantante francese
Demetra Avincola: fidanzata di Jimmy

Dario Penne: Fred Ballinger
Rodolfo Bianchi: Mick Boyle
Giuppy Izzo: Lena Ballinger
Simone D’Andrea: Jimmy Tree
Maria Pia Di Meo: Brenda Morel
Marco Mete: emissario della regina
Chiara Gioncardi: Paloma Faith
Gianfranco Miranda: Julian
Ughetta d’Onorascenzo: Miss Universo

Regia Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori
Casa di produzione Indigo Film, Bis Films, Pathé, RSI[1] C-Films, Number 9 Films, Medusa Film, Barbary Films, France 2 Cinéma, Film4
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Peerless
Musiche David Lang, Mark Kozelek
Scenografia Ludovica Ferrario
Costumi Carlo Poggioli
Trucco Maurizio Silvi

gennaio 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

La cura dal benessere

Lockhart è un giovane ed ambizioso broker di una grossa società di assicurazioni di Wall Street; l’azienda per la quale lavora sta per fondersi con
un’altra grande ditta del ramo, ma affinchè l’affare vada in porto è necessario che Roland Pembroke, l’amministratore della società venga a firmare l’atto.
Ma l’uomo, con una strana lettera, manda a dire che non intende affatto tornare e che vuol restare in Svizzera dove a suo dire si sta disintossicando dalle scorie che gli ha intossicato l’organismo. I soci così decidono di mandare Lockhart nel paesino di montagna dove sorge la clinica presso la quale è degente Pembroke e il giovane,suo malgrado è costretto ad accettare.


La clinica è situata in un magnifico castello, sul quale grava una storia che tramanda da due secoli un fatto di sangue avvenuto
in seguito alla rivolta dei mezzadri del paese sottostante, che hanno ucciso il barone proprietario del castello e hanno bruciato sul rogo la di lui moglie, strappandone il feto che portava in grembo gettandolo nelle faglie acquifere del castello stesso.
Lockhart si trova così ad aggirarsi in un luogo bellissimo,popolato da molte persone di una certa età che appaiono impegnate in quelle che sembrano terapie disintossicanti,accuditi tutti da un folto gruppo di giovani ed aitanti infermieri. Alla fine il giovane riesce a vedere Pembroke,che gli conferma la volontà di restare in quello che sembra un paradiso; Lockhart si allontana dal
castello per poter riferire la decisione al consiglio ma non riesce ad arrivare ad in paese.Un cervo viene investito dall’auto nella quale viaggia,con un conseguente pauroso incidente. Al risveglio
il giovane si ritrova nella clinica,con una gamba ingessata e impossibilitato a comunicare con l’esterno.


Sarà l’inizio di un viaggio incredibile in un mondo che solo apparentemente è un piccolo paradiso ma che in realtà nasconde orribili segreti…
Sono costretto a fermarmi qui con la trama essenzialmente per due motivi; il primo è che è importante scoprire senza anticipazioni quello che sarà una autentica discesa all’inferno
del giovane protagonista, il secondo è che la trama è talmente intricata da richiedere una spiegazione lunghissima per essere esaustiva.
E poichè il film dura quasi due ore e mezza appare chiaro che condensare il tutto con poche parole è impresa improba.
La cura dal benessere,film del 2017 diretto da Gore Verbinski, autore del celebre The Ring del 2002 è un film horror con forti venature thriller,dal fascino straordinario e intricato in modo tale da richiedere molta attenzione ai dialoghi per capire tutti i passaggi del film.
Un film veramente affascinante,costruito attorno ad una trama che ricorda (anche visivamente) celebri film del passato,come l’ultima inquadratura che riporta alla memoria lo Shining di Stanley Kubrick.
Una pellicola a tinte fosche, costruita con una colorazione davvero da incubo che ha un contrasto stridente con lo stupendo paesaggio iniziale, quello di un castello che probabilmente è più tedesco che svizzero.
Sembrerebbe un film in cui funziona tutto, in realtà qualche appunto va mosso.
La trama,per quanto con lo scorrere della pellicola vada a dipanarsi e ad assumere contorni definiti mostra alcune incongruenze,fra le quali la principale è la dimensione onirica sospesa tra sogno e realtà che vive Lochart,


la reale consistenza delle sue visioni,tra le quali quella delle onnipresenti anguille che,unite all’acqua,sembrerebbero quasi un elisir di giovinezza,i corpi sospesi nell’acqua e altri dettagli.
Ma in fondo Verbinski riesce nell’intento di creare un’atmosfera da incubo che incombe sullo spettatore trascinandolo in un vortice di orrore che non ha bisogno dello splatter più efferato per creare emozioni forti.
Il cast fa il suo con lodevole professionalità: Dane DeHaan (visto recentemente in Valerian la città dei mille pianeti) è molto bravo nel dare un’aria quasi trasognata al protagonista del film, Lockhart mentre davvero una sorpresa è quella costituita dalla giovane Mia Goth,che interpreta Hannah e alla quale non ho accennato in descrizione,pur essendo il principale elemento attorno al quale ruota il film per non rovinare la sorpresa ai lettori e ancora Jason Isaacs, il dottor Volmer,luciferino,autenticamente demoniaco in un ruolo che sembra ritagliato alla perfezione per lui.
Detto della bellissima fotografia di Bojan Bazelli non resta che consigliare caldamente la visione di un film decisamente ben costruito,capace di far scorrere i 146 minuti della pellicola senza mai perdere la tensione iniziale.

La cura dal benessere

un film di Gore Verbinski, con Dane DeHaan, Jason Isaacs, Mia Goth, Celia Imrie, Lisa Banes, Adrian Schiller. Titolo originale: A Cure for Wellness. Genere Thriller – USA, Germania, 2017, durata 145 minuti.

Dane DeHaan: Lockhart
Jason Isaacs: dott. Heinreich Volmer
Mia Goth: Hannah
Celia Imrie: Victoria Watkins
Ashok Mandanna: Ron Nair
Adrian Schiller: vice direttore
Harry Groener: Pembroke
Tomas Norström: Frank Hill
Carl Lumbly: Wilson
Ivo Nandi: Enrico
David Bishins: Hank Green

Flavio Aquilone: Lockhart
Roberto Pedicini: dott. Heinreich Volmer
Emanuela Ionica: Hannah
Rossella Izzo: Victoria Watkins
Franco Zucca: Ron Nair
Alessandro Budroni: vice direttore
Toni Garrani: Pembroke
Ambrogio Colombo: Frank Hill
Mario Bombardieri: Wilson
Diego Suarez: Enrico
Franco Mannella: Hank Green

Regia Gore Verbinski
Soggetto Gore Verbinski, Justin Haythe
Sceneggiatura Justin Haythe
Produttore David Crockett, Arnon Milchan, Gore Verbinski
Produttore esecutivo Morgan Des Groseillers, Justin Haythe
Casa di produzione Blind Wink Productions, New Regency Productions, Studio Babelsberg, TSG Entertainment
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Bojan Bazelli
Montaggio Pete Beaudreau, Lance Pereira
Musiche Benjamin Wallfisch; Hans Zimmer
Scenografia Eve Stewart

gennaio 26, 2020 Posted by | Horror, Thriller | , , , | 2 commenti

La macchia umana

Coleman Silk,prima preside poi docente di letteratura straniera viene costretto a lasciare l’insegnamento per un banale “zulù” detto all’indirizzo di due giovani di colore,perennemente assenti alle sue lezioni.Appresa la notizia la moglie del professore viene colta da malore e muore per un edema polmonare.
Così’ Coleman si reca da uno scrittore in crisi, Nathan Zuckerman, che vive isolato in un cottage dopo il suo secondo divorzio e la lotta contro un cancro per chiedergli di scrivere un libro con la sua storia; il libro non vedrà mai la luce ma tra i due uomini in compenso nascerà una solida amicizia.
Casualmente il professore conosce una giovane donna separata da suo marito dopo la morte dei suoi figli causata da un incendio, a cui il marito, un reduce dal Vietnam, attribuisce la colpa.
Lei, Faunia,è una bellissima giovane donna e nonostante la grande differenza di età, seduce il professore.

Nasce così un rapporto agli inizi apparentemente solo fisico, ma che con il passare del tempo evolve in qualcosa di più profondo e complesso, come dirà verso il finale Solomon alla donna “”Forse tu non sei stato il mio amore più grande, ma sicuramente sarai l’ultimo!”
Nel frattempo apprendiamo particolari della vita di Solomon, che gettano luce sul suo passato.
L’uomo non è affatto di religione ebraica, ma ha sempre nascosto di essere figlio di una famiglia di neri; per un’anomalia genetica lui è l’unico bianco in famiglia,mentre suo padre,sua madre,il fratello e la sorella sono neri. Questo lo ha pesantemente condizionato,fino al punto che la ragazza che amava, Steena,una bellissima giovane immigrata nordica lo ha lasciato quando ha appreso le sue origini. Così Coleman aveva nascosto le sue origini, aveva addirittura rinunciato alla sua famiglia per vivere la vita di un bianco e aveva finito per sposare la donna che era poi morta di edema.
Tutto questo è parte dei flashback del film,che mostrano la vera storia di Coleman, il rapporto conflittuale con la madre e il fratello,scatenatosi dopo che l’uomo aveva rinnegato le proprie origini e che Nathan apprenderà dopo che…
Ometto il finale,così come ho omesso la parte iniziale del film in quanto rivelatrice della trama.


Un espediente che La macchia umana film diretto nel 2003 da Robert Benton forse poteva essere evitato,perchè generalmente un finale anticipato toglie pathos alle pellicole.
In questo caso il film,che è tratto dal romanzo The Humain Strain di Philip Roth,non è un thriller quanto più un film a metà strada fra il drammatico e l’indagine psicologica.
Un buon film,che si segue con piacere a patto di amare quel tipo di film che bada molto più alla sostanza che alla forma; il ritmo infatti è molto lento, racconta dettagliatamente la storia di Solomon mentre resta più vago
sul passato di Faunia. Ma la macchia umana è lui, il professore che ha passato una vita a nascondere il suo segreto in un’America che negli anni 50 di certo non appariva aperta nelle questioni razziali.
Anche in questo caso il tema è affrontato piuttosto alla lontana; Benton preferisce la vicenda umana di Solomon, la sua vita vista sopratutto quando è anziano e viene accusato,proprio lui, di essere razzista.


Potrebbe facilmente discolparsi raccontando che lui è un nero ma l’abitudine di tutta la vita non può scomparire. In fondo Solomon è un ipocrita in una società ancor più ipocrita. Così,alla fine,l’unica a conoscere il segreto di Solomon è la giovane e bella Faunia,una donna in crisi, segnata dalla morte dei figli e perseguitata da un marito che la ritiene ingiustamente responsabile dell’accaduto.
Probabilmente il romanzo è molto più complesso, almeno a giudicare dalle recensioni,peraltro quasi sempre positive, dei critici; qualcuno di loro ha puntato il dito sulla divergenza tra racconto e film,dimenticando
ancora una volta che un film per sua natura non può condensare ( e non deve) un romanzo, ma al limite usarne l’impianto narrativo.
Da segnalare il bellissimo dialogo tra Solomon giovane e sua madre,con tutta l’amarezza espressa dalla donna che usa parole di sconforto purtroppo estremamente vere verso il figlio e che riflettono la condizione della popolazione di colore negli anni 50.


In quanto alla prova attoriale è stata stigmatizzata un po quella del bravissimo Anthony Hopkins, accusato di essere impacciato nelle scene d’amor, dimenticando anche in questo caso che il quasi settantenne attore britannico (all’epoca del film)fa esattamente quello che gli viene chiesto,ovvero il ruolo dell’uomo maturo alle prese con una relazione con una donna che ha meno della metà dei suoi anni e che di certo non deve interpretare un galletto assatanato.
Brava anche la Kidman,ancora bellissima e non “plastificata” quindi espressiva e talentuosa e bene anche Gary Sinise (Nathan) e Ed Harris, almeno per il poco tempo in cui sta i scena nel ruolo del marito di Faunia.
Un film da recuperare e da gustare.

La macchia umana

Un film di Robert Benton. Con Anthony Hopkins, Nicole Kidman, Ed Harris, Gary Sinise, Abbe Lane, Jacinda Barrett, Kerry Washington, Margo Martindale, Clark Gregg Titolo originale The human stain. Drammatico, durata 103 min. – USA 2003.

Anthony Hopkins: Coleman Silk
Nicole Kidman: Faunia Farely
Ed Harris: Lester Farely
Gary Sinise: Nathan Zuckerman
Wentworth Miller: Coleman Silk giovane
Jacinda Barrett: Steena Paulsson
Harry Lennix: sig. Silk
Clark Gregg: Nelson Primus
Anna Deavere Smith: sig.ra Silk
Lizan Mitchell: Ernestine
Kerry Washington: Ellie
Phyllis Newman: Iris Silk
Mili Avital: Iris da giovane
Danny Blanco Hall: Walter
Marie Michel: Ernestine da giovane

Dario Penne: Coleman Silk
Chiara Colizzi: Faunia Farely
Rodolfo Bianchi: Lester Farely
Paolo Maria Scalondro: Nathan Zuckerman
Francesco Bulckaen: Coleman Silk giovane
Gerolamo Alchieri: sig. Silk
Valentina Mari: Steena Paulsson
Antonio Sanna: Nelson Primus
Susanna Javicoli: sig.ra Silk
Graziella Polesinanti: Ernestine
Tatiana Dessi: Ellie
Angiolina Quinterno: Iris Silk
Fabio Boccanera: Walter
Letizia Scifoni: Ernestine da giovane

Regia Robert Benton
Soggetto Philip Roth
Sceneggiatura Nicholas Meyer
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Jean-Yves Escoffier
Montaggio Christopher Tellefsen
Musiche Rachel Portman
Scenografia David Gropman

gennaio 23, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Love Actually L’amore davvero

E’ quasi la metà di dicembre,a Londra, il Natale non è lontano e per 20 persone proprio il Natale avrà in serbo sorprese.
Si intrecciano così storie di ogni genere anche se tutte le coppie protagoniste del film non avrà una diretta relazione tranne qualcuna come vedremo.
– Billy è un’irriverente e anche volgarotta stella del rock,chiamato a reinterpretare in versione natalizia un classico degli anni 60,la bellissima Love Is All Around dei Troggs; contrariamente alle sue previsioni il brano scalerà le classifiche.
– Jamie è uno scrittore di thriller che deve partecipare al matrimonio di Juliet e Peter (due protagonisti della storia) ma che è costretto a lasciare a casa la fidanzata perchè affetta da influenza.
Ritorna improvvisamente a casa solo per scoprire che lei ha mentito; non è influenzata ma ha una relazione con suo fratello.
Amareggiato, si rifugia in un cottage in Francia,dove conosce Aurelia,una ragazza portoghese che non parla una parola di francese e di inglese. Avrà inizio un surreale dialogo tra i due che scoprono di piacersi ma non possono dirselo per l’impedimento della lingua;
– Juliet e Peter si sposano e Mark,grande amico dello sposo, fa loro una magnifica sorpresa musicale in chiesa. Il giovane sembra provare antipatia per Juliet,ma…

– John e Judy lavorano come controfigure sul set di un film porno; simulano scene erotiche mentre discutono di cose banali;
– Harry e  Karen sono una coppia sposata con due figli; l’uomo ha un’importante agenzia pubblicitaria e viene corteggiato,abbastanza sfacciatamente, dalla sua bella collaboratrice Mia. Per Natale decide di comprare un regalo alla ragazza,con la quale sta per iniziare una relazione ma le cose si ingarbuglieranno;
– Colin è un semplice fattorino,divide un piccolo appartamento con Tony ;il giovane è convinto di essere irresistibile con le donne e contemporaneamente di essere sprecato a Londra. Decide così di partire per gli Usa,convinto di poter
agganciare tutte le donne che vuole;
– David, fratello di Karen,è il neo primo ministro inglese. Nella storica sede di Downing Street conosce Nathalie, una domestica che serve presso la dimora del premier e scopre cosi di avere un’infatuazione per la donna.
Ma la visita del presidente degli Usa,che la corteggia sfacciatamente,porta David a fare un discorso piuttosto forte contro il presidente americano,scatenando la simpatia dei britannici che vengono pervasi da un’ondata di nazionalismo;
– Daniel ha perso la moglie ma gli è rimasto il figlio Sam,un ragazzino dodicenne molto sveglio; tuttavia Sam è alle prime esperienze con l’altro sesso e si infatua di una bella ragazzina,Joan; con la collaborazione del padre Sam cerca un sistema per  agganciare la ragazzina;
– Sarah lavora nell’agenzia pubblicitaria di Harry ed è segretamente innamorata di Karl,che a sua volta ama la ragazza; ma nel momento in cui sono a letto assieme per la prima volta la donna è costretta a rispondere più volte al telefono per parlare con suo fratello maggiore,chiuso in una clinica per malati mentali.


Tutti questi personaggi si ritrovano casualmente in altre situazioni; Karen sorella del primo ministro David, assisterà durante una recita di Natale all’imbarazzante scena del fratello che bacia Nathalie proprio mentre il sipario dietro il quale sono nascosti si solleva,
mostrando in pubblico la relazioni fra i due, Jamie troverà il coraggio di dichiarare il suo amore a Aurelia,dopo aver fatto un corso di lingue per imparare il portoghese, Mark confesserà il suo amore a Juliet portando un regalo a casa dell’amico e usando dei cartelli per
dire quello che non trova il coraggio di confessare e Juliet lo bacerà per strada,tornando poi da suo marito. E’ Natale e le storie raggiungono quasi tutte un lieto fine; all’aeroporto Sam trova il coraggio di dire a Joan che le vuole bene mentre suo padre avrà un colpo di fulmine
per la bella mamma di un amico del figlio,Colin tornerà dagli Usa con sue stupende ragazze e ancora…
Love Actually L’amore davvero è un film a metà strada tra il genere commedia brillante e quella sentimentale diretto da Richard Curtis nel 2003; una pellicola di tipico stampo britannico,pervasa da uno humour inglese a tratti anche sarcastico con situazioni a volte surreali quando non grottesche
ma pervase dal tipico sentimento natalizio che vuole a Natale tutti più buoni. E la pellicola,sullo schermo ovviamente si allinea al politicamente corretto natalizio,così Curtis segue la corrente del buonismo creando un film caratterizzato dalla presenza di molti attori famosi
e sopratutto dal più tradizionale degli happy end fatto salvo il destino di due soli protagonisti,che non vedranno un futuro nella loro storia.
Una commedia un po caotica ma decisamente simpatica; essendo un film ad episodi che non finiscono per dare spazio ad un altro ma anzi terminano con un singolare allacciarsi delle storie e dei personaggi, si può essere indulgenti con un film che in realtà è gradevole per tutta la sua durata e che vuole soltanto intrattenere lo spettatore senza fargli lambiccare il cervello.


Anzi.
Le storie hanno andamenti grotteschi,a volte teneri.
Si pensi a John e Judy che simulano atti erotici,completamente nudi mentre discutono di cose frivole o al momento in cui lo scrittore Jamie si ritrova involontariamente ad ascoltare quello che davvero la sua fidanzata pensa di lui.
Altri siparietti allentano ancor più le varie situazioni in cui si trovano tutti i protagonisti,come quella in cui compare Rowan Atkinson ( Mister Bean) o l’altra guest star Claudia Schiffer; un film quindi leggero,ideale per svagare completamente la mente e perchè no, sorridere delle a tratti incredibili vicende nelle quali sono coinvolti i personaggi.
Molto bene il cast che include star come Hugh Grant e Colin Firth,Emma Thompson e Keira Knightley,Liam Neeson e tanti altri bravi attori.
Bando all’impegno,largo ai buoni sentimenti, in pieno spirito natalizio; i problemi,il regista,li lascia ad un cinema differente.Il suo vuole solo far sorridere e rilassare.
In ultimo lode anche alla colonna sonora.

Love Actually – L’amore davvero

Un film di Richard Curtis. Con Bill Nighy, Gregor Fisher, Colin Firth, Kris Marshall, Emma Thompson, Sienna Guillory, Lulu Popplewell, Hugh Grant, Martin Freeman,Heike Makatsch, Liam Neeson, Alan Rickman, Keira Knightley, Martine McCutcheon, Rowan Atkinson, Denise Richards,
Billy Bob Thornton, Elisha Cuthbert, Rodrigo Santoro, Laura Linney, Joanna Page, Chiwetel Ejiofor, Andrew Lincoln, Nina Sosanya, Abdul Salis,
Thomas Brodie-Sangster, Lúcia Moniz Titolo originale Love Actually. Commedia, durata 129 min. – Gran Bretagna 2003

Hugh Grant: David, il Primo Ministro
Colin Firth: Jamie Bennett
Emma Thompson: Karen
Keira Knightley: Juliet
Bill Nighy: Billy Mack
Liam Neeson: Daniel
Laura Linney: Sarah
Alan Rickman: Harry
Lúcia Moniz: Aurelia
Rowan Atkinson: Rufus
Claudia Schiffer: Carol
Thomas Brodie-Sangster: Sam
Heike Makatsch: Mia
Martin Freeman: John
Joanna Page: Judy
Andrew Lincoln: Mark
Gregor Fisher: Joe
Martine McCutcheon: Natalie
Nina Sosanya: Annie
Kris Marshall: Colin Frissell
Rodrigo Santoro: Karl
Chiwetel Ejiofor: Peter
Abdul Salis: Tony
Billy Bob Thornton: il Presidente degli Stati Uniti
Sienna Guillory: la ragazza di Jamie
Jill Freud: Pat, la governante
Lulu Popplewell: Daisy, la figlia di Karen
Wyllie Longmore: Jeremy
Nancy Sorrel: Greta
Shannon Elizabeth: Harriet
Denise Richards: Carla
Ivana Miličević: Stacey, ragazza americana
January Jones: Jeannie, ragazza americana
Elisha Cuthbert: Carol-Ann, ragazza americana
Olivia Olson: Joanna Anderson

Angelo Maggi: David, il Primo Ministro
Massimo Lodolo: Jamie Bennett
Barbara Castracane: Karen
Domitilla D’Amico: Juliet
Mino Caprio: Billy Mack
Luca Biagini: Daniel
Claudia Razzi: Sarah
Gino La Monica: Harry
Oliviero Dinelli: Rufus
Sabrina Duranti: Carol
Gabriele Patriarca: Sam
Laura Boccanera: Mia
Nanni Baldini: John
Barbara De Bortoli: Judy
Riccardo Niseem Onorato: Mark
Eugenio Marinelli: Joe
Giuppy Izzo: Natalie
Claudia Pittelli: Annie
Christian Iansante: Colin Frissell
Giorgio Borghetti: Karl
Fabio Boccanera: Peter
Luigi Morville: Tony
Fabrizio Pucci: Il Presidente degli Stati Uniti
Graziella Polesinanti: Pat, la governante
Sara Ferranti: Carla
Giulia Catania: Joanna Anderson

Regia Richard Curtis
Sceneggiatura Richard Curtis
Produttore Tim Bevan, Eric Fellner, Duncan Kenworthy
Casa di produzione Universal, StudioCanal, Working Title Films, DNA Films
Fotografia Michael Coulter
Montaggio Nick Moore
Effetti speciali Richard Conway, Nigel Wilkinson
Musiche Craig Armstrong, Craig Braginsky, Reg Presley, Diane Warren
Scenografia Jim Clay
Costumi Joanna Johnston
Trucco Suzanne Belcher

gennaio 21, 2020 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Love is all you need

Ida è una parrucchiera,reduce da un intervento di quadrantectomia al seno in seguito ad un cancro; ha appena terminato la chemioterapia e ovviamente vive in un limbo, sospeso tra speranza e paura. A distrarla c’è il matrimonio della figlia con Patrick, conosciuto tre mesi prima; i due hanno deciso di sposarsi in Italia, a Positano, luogo molto caro a Philip,il padre di lui, che ha vissuto con la moglie in una bella casa sulla costiera amalfitana prima che la stessa morisse tragicamente in un incidente stradale.
Ma per Ida arriva un altro brutto colpo, proprio mentre sta cercando di uscire faticosamente dalla malattia.
Al rientro a casa,trova il marito impegnato sessualmente con la giovanissima segretaria dell’uomo,Thilde.
Così Ida è costretta a partire sola per l’Italia, non prima di aver conosciuto il suo futuro consuocero proprio all’aeroporto,in modo tragi comico; la donna infatti tampona la lussuosa auto di Philip, che reagisce a suo modo,irato.
Philip infatti dalla morte della moglie, inconsolabile, vive una vita dedita solo al lavoro, senza alcuno spazio per i contatti umani.
I due si trovano così a viaggiare assieme,due persone dai caratteri opposti: tanto è solare e fiduciosa Ida,nonostante la malattia e la scoperta del tradimento del marito,tanto è burbero e scostante Philip.


Ma,gioco forza i due devono viaggiare assieme.
Intanto Astrid e Patrick, i due futuri sposi,preparano la grande casa in cui si dovrebbe celebrare il matrimonio fra i giovani.
Alla spicciolata arrivano gli invitati: dapprima Ida e Philip, poi la cognata di quest’ultimo,la terribile Benedikte,che mira scopertamente ad impalmare il ricco cognato,poi ecco la sorpresa, l’arrivo di Leif,marito di Ida con la segretaria amante,una ragazza sciocca e svampita.
Nonostante questo nuovo affronto, Ida non perde la  calma e si dedica ai preparativi per le nozze,risolvendo anche problemi banali come quello causato da un’ennesima disavventura,lo smarrimento della valigia con tutte le sue cose
avvenuto in aeroporto.


E l’inizio di una serie di situazioni agro dolci,che culminano con l’annullamento del matrimonio tra i due giovani,causato principalmente dalla confusione di Patrick,che in realtà stava per sposarsi solo per compiacere il padre,nonostante evidenti inclinazioni omosessuali.
Malinconicamente la compagnia degli invitati si scioglie,ma nell’aria c’è qualcosa di nuovo; Philip ha imparato ad amare Ida, per quella sua dolcezza capace di farle superare tutte le traversie che la donna incontra per strada, un autentico percorso ad ostacoli.
Philip andrà a trovarla nel laboratorio da parrucchiera nel quale Ida lavora e la invita ad andarlo a trovare in Italia,nella casa di Sorrento dove a deciso di tornare a vivere ;Ida intanto è tornata con il marito,che dopo la sbandata si è reso conto di amare ancora la moglie.
Cosa farà la donna ora?


Love is all you need di Susanne Bier, cinquantaduenne regista e sceneggiatrice danese, uscito nelle sale nel 2012 è una commedia agro dolce a sfondo sentimentale nella quale i due protagonisti dovevano essere i ragazzi in procinto di sposarsi e invece, con un brusco dietro front, si assiste
all’assurgere al ruolo principale dei due genitori degli sposi stessi, la dolce e anche un po sfortunata Ida e il burbero e arcigno Philip; un capovolgimento di trama che giova alla pellicola, lasciando sullo sfondo i due ragazzi sposi mancati,ma che hanno la vita davanti per trovare la vera strada e l’anima gemella
e viceversa due persone ormai in un’età nella quale sono più i ricordi che le speranze.
Philip è ormai disilluso,vive nel ricordo della moglie e l’unico legame vivente che conserva con la defunta è rappresentato dalla pestifera e invadente cognata Benidikta; dalla morte della moglie non ha più messo piede a Sorrento,dove possiede una casa con una vista bellissima,con giardini stracolmi di arance e di limoni. Il ricordo doloroso di lei lo ha tenuto lontano,ma con le nozze del figlio deve riaffrontare il passato e la seduzione del luogo incantato finisce per avere il sopravvento. Ida è solare tanto è scorbutico Philip e come sempre accade gli estremi alla fine si toccano e si fondono; l’uomo si innamorerà di quella donna capace di superare le avversità senza abbattersi, del suo carattere dolce (anche se un po troppo remissivo, inizialmente, con il marito).


Una commedia sentimentale, quindi, lineare e ben diretta con qualche sprazzo felice, fra i quali l’incantevole location scelta,la costiera amalfitana con una delle sue gemme,Positano e qualche caduta,come il mancato approfondimento delle motivazioni che spingono Patrick a lasciare,sull’altare creato nella villa,la dolce Astrid.
Un neo non da poco,visto che i perchè vengono appena abbozzati. Ma come ho detto i veri protagonisti finiscono per essere gli “adulti”, incluso l’incredibile marito di Ida che perde la testa per la segretaria carina si ,ma oca all’ennesima potenza.
Univo, vero grande limite è la visione stereotipata dell’Italia e in particolare del meridione: solita canzone That’s amore, mandolini e pizza, un ormai trito corollario di molti, troppi film di produzione internazionale che ha per protagonista l’italico stivale.
Ma tant’è…


Decisamente in tono minore Pierce Brosnan,un po legnoso nei panni di Philip mentre decisamente bravissima,bella e dolce l’ormai assoluta certezza rappresentata dalla talentuosa Trine Dyrholm,una delle attrici che è entrata nei cast di diversi film di ottimo livello come
Daisy Diamond,Festen o La comune.Discreta la prova del resto del cast.
Un film in definitiva passabile,senza grosse ambizioni e che si fa seguire, a patto di prenderlo come un passatempo di un’ora e mezza senza alcun bisogno di lambiccarsi il cervello.

Love is all you need

di Susanne Bier, con Pierce Brosnan, Trine Dyrholm, Molly Blixt Egelind, Sebastian Jessen, Paprika Steen. Genere Commedia – Danimarca, Svezia, Italia, Francia, Germania, 2012, durata 110 minut, distribuito da Teodora Film.

Pierce Brosnan: Philip
Trine Dyrholm: Ida
Kim Bodnia: Leif
Paprika Steen: Benedikte
Sebastian Jessen: Patrick
Marco D’Amore: Marco
Ciro Petrone: Alessandro
Christiane Schaumburg-Müller: Thilde
Molly Blixt Egelind: Astrid
Micky Skeel Hansen: Kenneth
Frederikke Thomassen: Alexandra
Bodil Jørgensen: Vibe

Luca Ward: Philip
Francesca Fiorentini: Ida
Antonio Palumbo: Leif
Alessandra Korompay: Benedikte
Emiliano Coltorti: Patrick
Valentina Mari: Thilde
Emanuela Damasio: Astrid
Marco Vivio: Kenneth
Joy Saltarelli: Alexandra
Paola Giannetti: Vibe

Regia Susanne Bier
Soggetto Susanne Bier, Anders Thomas Jensen
Sceneggiatura Anders Thomas Jensen
Produttore Sisse Graum Jørgensen, Vibeke Windeløv
Produttore esecutivo Peter Garde, Peter Aalbæk Jensen
Casa di produzione Film i Väst, Network Movie Film-und Fernsehproduktion, Zentropa Productions, Lumière & Company, Teodora Film, Liberator Productions, Slot Machine, ARTE, ZDF, Zentropa International Köln, Zentropa International Sweden
Distribuzione in italiano Teodora Film
Fotografia Morten Søborg
Montaggio Pernille Bech Christensen, Morten Egholm
Musiche Johan Söderqvist
Scenografia Peter Grant
Costumi Signe Sejlund

gennaio 19, 2020 Posted by | Commedia | , , | 2 commenti

La comune

Danimarca,anni 70.
Erik e Anna sono una coppia sposata da 15 anni e con una figlia, Freya.
Lui è un professore universitario di architettura, lei una giornalista televisiva; una vita borghese, tranquilla fino al giorno in cui Erik eredita la casa dei suoi in cui viveva ancora suo padre,venuto a mancare.
Una casa enorme, oltre 450 metri quadri, della quale Erik farebbe volentieri a meno vista anche la sua ottima valutazione di mercato.
Ma Anna ha altri progetti e li espone ad Erik, ovvero creare all’interno di esse una comune, in modo da realizzare il suo sogno di vivere in compagnia e perchè no,dividere le spese di gestione.
Anche se dubbioso Erik accetta così in breve tempo arrivano i primi coinquilini fra i quali Ole,un vecchio amico squattrinato e via via gli altri, Steffen e Mona, Allon e Ditte e via dicendo.


Si forma così una eterogenea comunità che almeno agli inizi sembra riuscire a condividere il sogno comune di una vita in armonia all’interno di una micro società auto gestita,libera dai vincoli che dettano la vita nel quotidiano reale.
Tutto sembra filare bene, con una collegialità che da respiro alle aspirazioni di tutti,che apportano il proprio contributo secondo le proprie disponibilità
Ma la situazione è destinata ben presto a mutare radicalmente proprio a causa dell’inizialmente restio Erik,che si innamora della sua giovane allieva Emma.
Quando Erik confessa la cosa ad Anna (anche perchè colto in fallo proprio dalla figlia Freya), la moglie ha una reazione molto comprensiva e sembra accettare la storia.
Ma l’atteggiamento libero e maturo di Anna ben presto si trasforma in una crisi identitaria molto forte; la donna si trova a doversi confrontare con una rivale molto più giovane,bella e affascinante e  il suo atteggiamento moderno lascia il posto alla depressione,che la porta ad avere successivamente un forte calo di rendimento anche sul lavoro.


La situazione precipita quando decide di far venire a vivere Emma nella comune; da quel momento le cose non saranno più le stesse e la comune scoprirà quanto sia difficile conciliare il collettivo con il privato.
La morte del piccolo Vilads sembra riunire per un attimo il gruppo, ma l’incanto è ormai rotto: consapevole di dover trovare una strada nuova e di dover accettare la relazione del marito, Anna lascia la comune alla
ricerca di una nuova identità e di un futuro incerto ma diverso.
La comune è un film che parla di un vecchio mito degli anni 60 e 70,quello di una micro società sganciata dagli obblighi sociali della macro società, nella quale vigono le regole dell’individualità e della affermazione del singolo.
L’utopia delle scelte comuni, della vita sotto uno stesso tetto, un vero comunismo del posseduto a favore di una comunità eterogenea con leggi auto decise è visto come un miraggio che deve scontarsi con la realtà delle cose.


Il collettivo deve per forza confrontarsi con il privato,con l’individuo, che ha regole indipendenti e sopratutto fatalmente legate alle scelte individuali.
Basta una cosa semplicissima come un nuovo amore a mettere in crisi l’utopia stessa; la necessità di confrontarsi con la presenza della rivale in amore porta la protagonista principale, Anna, ad una profonda crisi personale che investe
il suo essere principalmente come donna e come moglie.
Il confronto è impari e Anna,profondamente innamorata di Erik,dovrebbe conciliare la nuova realtà coniugale con la comune. Fatalmente il confronto non regge e così l’equilibrio apparentemente raggiunto si frantuma.
In mezzo ci sono gli sforzi del gruppo per vivere serenamente la realtà della comune,che apparentemente sembra funzionare.Nella realtà le cose sono ben diverse;l’esaltazione dei primi momenti,il bagno spensierato in gruppo,le cene conviviali e la vita in comune
devono lasciare posto alla dura realtà.Il privato,la sfera intima sono inconciliabili con l’utopia e il conto sarà presto presentato.
Interessante lavoro,questo del regista Thomas Vinterberg,molto apprezzato dalla critica,come mostrano i premi internazionali ricevuti,che però non sono bastati ad attrarre pubblico nelle sale.Poco meno di 30.000 spettatori per un film che invece è più che godibile anche se
va affrontato come un lavoro non certo scacciapensieri. Il tema inusuale è affrontato con mano sicura da Vintenbergne pur con qualche difetto è opera di sicuro rilievo.

Qualche lentezza di troppo,qualche dialogo non particolarmente comprensibile sono pecche del film che tuttavia si lascia guardare.
Menzione per la brava Tryne Dirholm,già ammirata nei panni di una spregevole direttrice tv in Daisy Diamond, bravo anche il conosciuto Ulrich Thomsen,nel film Erik.
Brava e sicuramente affascinante il terzo lato del triangolo,Helene Reingaard Neumann che nel film è Emma.
Un film di cui consiglio la visione.

La comune

un film di Thomas Vinterberg, con Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Helene Reingaard Neumann, Martha Sophie Wallstrom Hansen, Lars Ranthe, Fares Fares. Titolo originale: Kollektivet. Genere Drammatico – Danimarca, 2016, durata 111 minuti.

Ulrich Thomsen: Erik
Trine Dyrholm: Anna
Lars Ranthe: Ole
Helene Reingaard Neumann: Emma
Anne Gry Henningsen: Ditte
Fares Fares: Allon
Magnus Millang: Steffen
Martha Sofie Wallstrøm Hansen: Freja
Julie Agnete Vang: Mona
Rasmus Lind Rubin: Peter
Sebastian Grønnegaard Milbrat: Vilads
Jytte Kvinesdal: Kirsten
Mads Reuther: Jesper

Simone D’Andrea: Erik
Laura Romano: Anna
Massimo Rossi: Ole
Benedetta Degli Innocenti: Emma
Rosalba Caramoni: Ditte
Hossein Taheri: Allon
Alessio Cigliano: Steffen
Sara Labidi: Freja
Laura Cosenza: Mona
Niccolò Guidi: Peter
Teo Achille Caprio: Vilads
Paola Giannetti: Kirsten
Rino Bolognesi: Leif

Regia Thomas Vinterberg
Sceneggiatura Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Distribuzione in italiano BiM Distribuzione
Fotografia Jesper Tøffner
Montaggio Janus Billeskov Jansen e Anne Østerud
Musiche Fons Merkies
Scenografia Niels Sejer, Salli Lindgreen e Didde Højlund Olsen

gennaio 18, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento