Ti do i miei occhi
Antonio e Pilar sono sposati da dieci anni,con un figlio; si sono uniti per amore, ma allora cosa ci fa Antonio da uno psicologo?
Ha problemi di coppia?
In effetti si, ma non quelli che ci si aspetterebbe, problemi di incomunicabilità, di amore fisico in declino ecc.
Lo apprendiamo poco per volta.
Quello di Antonio,in realtà è un amore malato.
E parlare di amore, quando si usa la violenza più psicologica che fisica nei confronti dell’anello debole, storicamente, del nucleo familiare toglie
persino la volta di parlare d’amore.

Come può un uomo innamorato tiranneggiare, usare violenza verbale, dominio psicologico sulla propria compagna?
Dall’altro lato dello specchio c’è Pilar; è ancora innamorata di suo marito, indubbiamente, ma non sopporta più le vessazioni e l’amore sta pian piano
lasciando il campo alla consapevolezza della propria esistenza come essere umano, come essere pensante, dotato di una propria umanità, dignità.
Così parla liberamente con sua madre,sua sorella,la sua migliore amica di quello che la agita e la turba e alla fine prende una decisione;raccoglie un po di cose,prende suo figlio Juan e molla Antonio,riparando da sua sorella Ana.
Per Antonio si apre un periodo difficile; è innamorato di sua moglie e vuole gestire la sua rabbia. Così decide di frequentare un centro specializzato e dopo numerose sedute sembra finalmente in grado di convivere da vero coniuge con sua moglie. Che anche se non pienamente convinta,accetta di tornare sotto il tetto coniugale.

Ma un banalissimo episodio porta nuovamente Antonio a riprendere la strada così faticosamente abbandonata; arriva a denudare sua moglie e a lasciarla fuori dalla finestra di casa, completamente nuda.
Per Pilar è decisamente la fine.
Trova la forza di abbandonare il marito e di denunciarlo.E’ ora di iniziare una nuova vita, consapevole che non è certamente l’avere un pessimo marito una realizzazione personale e di vita…
Gran bel film,Ti do i miei occhi (titolo spagnolo originale Te doy mis oyos), diretto nel 2003 dalla regista spagnola Icíar Bollaín.
Un film che tratta un argomento che oggi è ancor di più stringente attualità,la violenza domestica; una violenza più psicologica che fisica, ma non per questo meno subdola, viscida.
Perchè le torture, le umiliazioni, non sono soltanto sessuali, non si manifestano solo con le botte. Si può essere violenti anche annichilendo il partner,umiliandolo psicologicamente trattandolo come una povera cosa e
non come un essere senziente. Il film ha il grandissimo merito di non mostrare scene di botte da orbi,di lividi e di ferite,ma di rendere evidente la condizione di sottomissione psicologica di Pilar.

Ma Pilar è intelligente, ha volontà. L’amore alla fine non può cedere il posto alla propria dignità.
Così la decisione definitiva di dire basta è l’unica possibile ed è anche la fine di un incubo durato molti,troppi anni.
Perchè lei abbia accettato l’inferno casalingo in cui ha vissuto non viene mai spiegato.Quello che conta è,per l’acuta Bollain,è la redenzione,la ribellione.
La presa di coscienza.
Che culmina in una scena in cui davvero lo spettatore di sesso maschile avverte un profondo disagio, almeno quello abituato a trattare la propria compagna come tale,con pari diritti e dignità.
Quando Antonio denuda la moglie e la chiude fuori dalla finestra la umilia in modo indicibile. Poi la trascina dentro, non certo per rimorso ma solo per continuare nella sua sequela di insulti.

Ma la povera Pilar, terrorizzata,si urina addosso. La scena è inquadrata dal basso, ovvero si vedono le caviglie della donna e non certo l’atto di urinare,ma quella pozza di urina ,lo sguardo terrorizzatoe umiliato di Pilar stringono lo stomaco dello spettatore
che già parteggiava per la donna e che ora si immedesima in una storia di umiliazioni antiche e recenti.
Grande cinema quello della Bollain, perchè è cinema di denuncia senza retorica, fatto tramite immagini e grazie anche a due attori bravissimi,Luis Tosar ma sopratutto una strepitosa Laia Marull,capace di tutte le espressioni di una persona tiranneggiata,
dallo sguardo umiliato a quello finale di recupero della dignità,di sfida verso il futuro,di libertà finalmente acquisita.
Un film davvero di grandissimo livello,molto apprezzato da tutta la critica ma anche dal pubblico.In rete troverete recensioni che si spingono fino all’entusiastico.

Fatti salvi commenti,per fortuna pochi, di maschietti sopratutto italici evidentemente abituati a ruoli di galli cedrone,di maschio dominante.
E vista la cronaca,purtroppo,sono ancora troppi.
Ti do i miei occhi
di Icíar Bollaín, con Luis Tosar, Laia Marull, Candela Peña, Rosa María Sardá. Titolo originale: Te doy mis ojos. Genere Drammatico – Spagna, 2003, durata 116 minuti
Laia Marull: Pilar
Luis Tosar: Antonio
Candela Peña: Ana
Rosa Maria Sardà: Aurora
Kiti Manver: Rosa
Regia Icíar Bollaín
Sceneggiatura Icíar Bollaín e Alicia Luna
Fotografia Carles Gusi
Montaggio Ángel Hernández Zoido
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Víctor Molero
Kapò
Parigi,occupazione nazista
Edith, una ragazza ebrea, esce di casa; al ritorno assiste ad una retata delle SS che hanno caricato su un camion altri ebrei, fra i quali ci sono i genitori della ragazza.
Istintivamente corre verso di loro e viene quindi catturata. Viene inviata con loro al campo di concentramento di Auschwitz e qui,grazie ad un medico coraggioso,viene salvata dalle camere a gas con un cambio di identità; d’ora in poi Edith cesserà di vivere e al suo posto ecco Nicole Niepas, una detenuta morta da poco.
Ma Edith/Nicole è purtroppo costretta ad assistere ad una scena terribile, l’ultima passeggiata dei suoi genitori e di molti altri esseri umani verso le camere di sterminio.
E’ l’inizio di una vita terribile, sempre in bilico tra la vita stessa e la morte, tuttavia la ragazza sopravvive e viene inviata in un altro campo . Qui la dolce Edith subisce una trasformazione;da ragazza ingenua si trasforma in una kapò,le famigerate guardie dei campi collaborazioniste dei tedeschi. In breve diviene la persona più odiata del campo stesso,temuta da tutte le detenute.

La situazione cambia radicalmente quando nel lager arriva un prigioniero russo,Sasha; Edith si innamora dell’uomo a tal punto di accettare l’organizzazione della fuga di massa dei prigionieri; alla donna è affidato il compito di disattivare la corrente
elettrica dei reticolati,ma quello che non sa la ragazza è che al momento della disattivazione suonerà una sirena d’allarme, bloccandola all’interno del campo. Edith riscatta gli ultimi mesi sacrificandosi per i compagni; otterrà, prima di morire, di vedersi togliere le mostrine naziste…
Kapò,di Gillo Pontecorvo,è un film del 1960 su un tema ancora molto sentito all’epoca in cui il film stesso venne girato,l’inferno dei lager.
In questo caso,oltre alla vita disumana dei campi di concentramento,si assiste ad una dolorosa storia di infamia dapprima e di redenzione poi,ovvero la vicenda della giovane Edith che per spirito di sopravvivenza si trasforma in una belva proprio come quelle che
hanno ucciso i suoi genitori.
E milioni di altre vite in quella che fu definita la fabbrica dello sterminio,Auschwitz.

Kapò è un film molto bello, cupo e teso, che affronta la terribile tragedia dei lager con sobrietà, senza pietismo, raccontando la storia di una kapò, ovvero di quelle donne che accettarono di servire i loro aguzzini assumendo a loro volta il ruolo di carnefici, spesso con tale ferocia da rivaleggiare con i nazisti.
In questo caso il film racconta una storia di abiezione prima ma di redenzione poi; fa nulla che questo cammino sia originato da una storia d’amore ,nata fra il filo spinato e le misere baracche di Auschwitz. Quello che conta è che anche nei momenti più bui ci sia un tenue bagliore,quello della
speranza per un’umanità violata da una parte, quella dei nazisti e tenuta in vita dall’altra, quella dei prigionieri, spesso capaci di atti di eroismo indicibili.

Pontecorvo sceglie un cast di assoluto livello, nel quale tutti interpretano alla perfezione il proprio ruolo; segnalo la bravissima Susan Strasberg nel ruolo di Edith,di Laurent Terzieff in quello di Sasha e in ruoli più defilati Emmanuelle Riva, Didi Perego e Gianni Garko oltre alle giovanissime Graziella Galvani e Paola Pitagora.
Un film davvero bello,che negli anni passati ha avuto diversi passaggi televisivi; è disponibile una versione in streaming più che buona del film
all’indirizzo https://mixdrop.co/f/vrj16go
Kapò
di Gillo Pontecorvo, con Emmanuelle Riva, Didi Perego, Susan Strasberg, Laurent Terzieff, Gianni Garko, Paola Pitagora. Genere Drammatico – Italia, 1960, durata 102 minuti.
Susan Strasberg: Edith, alias Nicole Niepas
Laurent Terzieff: Sascha
Emmanuelle Riva: Terese
Didi Perego: Sofia
Gianni Garko: Karl, soldato tedesco
Annabella Besi: la kapò
Regia Gillo Pontecorvo
Soggetto Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Sceneggiatura Gillo Pontecorvo, Franco Solinas
Produttore Franco Cristaldi, Moris Ergas
Casa di produzione Vides Cinematografica, Zebra Films, Francinex, Lovcen Film, Cineriz
Fotografia Aleksandar Sekulovic
Montaggio Roberto Cinquini
Musiche Carlo Rustichelli, Gillo Pontecorvo
Scenografia Piero Gherardi
Primo amore
Vittorio è un orafo,con un ideale femminile ben preciso,una donna magra,magrissima,esattamente quella che ai suoi occhi e alla sua mente è l’ideale di perfezione.
Del resto è stato proprio suo padre a insegnargli che negli oggetti che lui lavora va eliminato tutto ciò che non serve,il superfluo,alla ricerca della bellezza assoluta.
In questo modo Vittorio ha sviluppato una vera patologia psicologica,una devianza che lo spinge alla ricerca di una donna da plasmare secondo i suoi canoni e i suoi desideri.
Con un semplice annuncio conosce la bella e giovane Sonia,una ragazza quasi solare che però agli occhi di Vittorio ha un grave difetto che sovrasta tutti i pregi;pesa troppo,è lontana da quell’ideale che lui sogna ed insegue.
Inizia una relazione tra i due,agli inizi Sonia accetta anche di dimagrire,di nutrirsi di cibi come l’insalata che non danno peso.
Ma dopo un po sia il rigido controllo alimentare dell’uomo,sia il dominio assoluto che adesso ha su di lei spingono Sonia alla ribellione,ma per potersi liberare dell’uomo non c’è nessuna via d’uscita,se non una con conclusione fatale…

Tratto dal romanzo Il cacciatore di anoressiche di Marco Mariolini del 1997 (che ha un finale però diametralmente opposto a quello del film),Primo amore è diretto nel 2004 da Matteo Garrone,al suo secondo,ottimo lavoro dopo il buon esordio del film L’imbalsamatore.
Primo amore è un titolo decisamente antitetico in rapporto a quello che è raccontato nel film.
Che attinenza ha l’amore,sentimento vero e pulito,appassionato e dolce con quel coacervo di bassi istinti che spinge Vittorio alla dominazione,alla subornazione anche psicologica nei confronti di Sonia?
In realtà davvero nulla.
Vittorio è malato,disturbato.
La sua volontà di controllo,la ricerca di una perfezione che esiste solo nella mente non ha nulla a che spartire con l’amore.
Anche se,inizialmente,la vittima di tutto sembra quasi consenziente.
Ma con lo scorrere del film appaiono chiari i due ruoli,carnefice e vittima,in un gioco claustrofobico,a tratti sgradevole,ma perfettamente disegnato da un regista che già dai due film citati mostra di possedere notevoli capacità registiche.

Valore aggiunto del film sono le ottime prove di Vitaliano Trevisan e Michela Cescon,abilissimi nel delineare due figure opposte,che suscitano nello spettatore emozioni contrapposte,con la Cescon addirittura impressionante anche nella trasformazione fisica subita durante la realizzazione della pellicola.
Ma è proprio questo che alla fine conta nel film,la capacità di suscitare emozioni e certamente Primo amore non lascia indifferenti,pur affrontando un tema non certo ammaliante.
Un film decisamente interessante,dominato da una colonna sonora ricca di suggestioni della Banda Osiris,premiata a Berlino,ai david di Donatello e ai Nastri d’oro dove
il film ha ottenuto importanti nomination.Da segnalare il Globo d’oro e il premio Flaiano alla brava Michela Cescon.
Primo amore
un film di Matteo Garrone, con Vitaliano Trevisan, Michela Cescon, Elvezia Allari, Paolo Capoduro, Roberto Comacchio, Paolo Cumerlato, Claudio Manuzzato.Genere Drammatico – Italia, 2004, durata 100 minuti
Vitaliano Trevisan: Vittorio
Michela Cescon: Sonia
Regia Matteo Garrone
Soggetto Marco Mariolini (romanzo Il cacciatore di anoressiche)
Sceneggiatura Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Vitaliano Trevisan
Produttore Domenico Procacci
Casa di produzione Fandango
Distribuzione in italiano Fandango
Fotografia Marco Onorato
Montaggio Marco Spoletini
Musiche Banda Osiris
Scenografia Paolo Bonfini
Gloria
Gloria è una donna ormai vicina alla sessantina, divorziata da un decennio e con figli ormai adulti e indipendenti. E’ quindi una donna libera e realizzata ma con una inesauribile voglia di vivere.
Una sera in una discoteca incontra Rodolfo,di qualche anno più grande di lei; un uomo qualsiasi, anonimo, ma molto dolce. Anche lui ha divorziato,ma da poco e ha due figlie che a differenza di quelli di lei
non sono indipendenti e sembrano anzi legate al padre da un rapporto di subalternità fin troppo accentuato.
Rodolfo è troppo presente per le sue figlie,sempre pronto ad accorrere alle loro richieste, che siano economiche o di risoluzioni di problemi banali.
Tra i due nasce una relazione appassionata, ma la sera che Gloria lo invita a casa sua per presentarlo alla famiglia (cena alla quale è presente anche il suo ex marito), Rodolfo abbandona la compagnia semplicemente
per rispondere alla chiamata d’aiuto di una sua figlia.
Furibonda,Gloria sceglie di interrompere la relazione ma di fronte alle pressanti,quasi disperate insistenze di lui, accetta di passare un week end in un albergo in riva al mare; ma anche qui arriva una telefonata che avvisa l’uomo di un incidente subito da
una delle figlie; l’unico modo che ha Gloria per fermarlo e fare l’amore con lui, poi, durante la cena,getta il telefono dell’uomo in una zuppa.Questa volta è Rodolfo ad andar via,piantando in asso la donna a cui non resta altro da fare che scatenarsi nel dancing dell’albergo.
Tornata a casa,riceve l’ennesima telefonata di Rodolfo,ma questa volta Gloria sceglie il mezzo più radicale per interrompere la relazione.Prende una delle pistole da paintball dell’uomo,che gestisce un campo per questo sport e spara decine di proiettili di vernice
sula casa di Rodolfo,colpendo anche lui ripetutamente, davanti allo sguardo esterrefatto delle figlie.

Qualche tempo dopo,invitata a un matrimonio, non accetta inviti a ballare da nessuno, scegliendo invece di farlo da sola…
Gloria,film del 2013 diretto da Sebastián Lelio è basato su una sceneggiatura e quindi su una storia semplice e lineare,che racconta la vita di una donna qualsiasi,alle prese con una fase della vita in cui si è realizzato tutto tranne che la solidità sentimentale.
Lei è la rappresentazione figurata di una donna indipendente,intelligente e a suo modo affascinante,pur non essendo bella.Ma Gloria ha dalla sua doti ben più importanti;è piena di voglia di vivere,di muoversi e ballare,di fare quelle cose che evidentemente a sessant’anni
appartengono ad un passato che lei vuole continuare a tener vivo.La vita non finisce certo con un divorzio e con l’aver sistemato i figli; c’è sempre il tempo per godersi gli scampoli di quello che la vita offre. E la vita le pone davanti un altro uomo,che però antepone ai desideri di indipendenza
di Gloria una dipendenza quasi patologica dai figli. Il suo ruolo genitoriale,auto imposto,lo porta ad essere fin troppo presente nelle vite delle sue figlie, abituate evidentemente al ruolo passivo dell’uomo.

Che antepone le necessità delle figlie anche alla bella storia d’amore che vive con Gloria.
Di qui il fin troppo ovvio conflitto con una donna ben più forte e emancipata di lui e sopratutto ben distante dal ruolo della donna succube dell’uomo,l’angelo del focolare relegata in un cantuccio che aspetta il ritorno del suo uomo.
Così la storia,la relazione si interrompe bruscamente per scelta di Gloria,assolutamente non disposta ad anteporre la propria libertà ai desideri di quello che in fin dei conti è un uomo immaturo,plagiato e calato in un ruolo che non gli competerebbe più.
Gloria è quindi un film intelligente,ben diretto e ben assecondato da due attori davvero molto bravi, la bravissima Paulina Garcia che interpreta con grande intensità la figura di Gloria e Sergio Hernadez con sobrietà il ruolo di Rodolfo.

Un film che per una volta affronta il tema della vita dei sessantenni, spesso portata sullo schermo con eccessi di problematiche legate agli acciacchi dell’età o di persone affette quasi sempre da sindrome di Peter Pan. Al contrario,Gloria racconta una storia semplice,quella di vite quotidiane qualsiasi,
con garbo e intelligenza,puntando il dito benevolmente sulla solida e matura Gloria opposta all’incerto Rodolfo,due simboli opposti di modi di affrontare il tramonto dell’esistenza.Che per Gloria semplicemente non esiste. Perchè in fondo chi l’ha detto che la vita finisce a sessant’anni?
Finalmente un’opera fresca e intelligente.
Finalmente un film che parla anche della sessualità nella terza età, esplicitata da alcune scene di sesso,peraltro molto garbate,che mostrano come anche il sesso stesso

può essere un valore aggiunto nella terza età,un sesso vissuto con la maturità dell’età,quindi più adulto e consapevole,più incline ad una intima unione anche con il sentimento maturo dell’affetto.
Un film da vedere sicuramente,che per una volta si conclude senza l’happy end hollywoodiano ma anche senza tristezze eccessive.La vita va avanti,ci sono nuove occasioni ed esperienze in attesa,ce lo insegna Gloria.
Gloria
un film di Sebastian Lelio, con Paulina García, Sergio Hernández, Marcial Tagle, Diego Fontecilla, Fabiola Zamora Titolo originale: Gloria. Genere Drammatico – Cile, Spagna, 2013, durata 94 minuti.
Paulina García: Gloria
Sergio Hernández: Rodolfo
Diego Fontecilla: Pedro
Fabiola Zamora: Ana
Coca Guazzini: Luz
Hugo Moraga: Hugo
Alejandro Goic: Gabriel
Liliana García: Flavia
Antonia Santa María: Maria
Luz Jiménez: Nana
Marcial Tagle: Marcial
Regia Sebastián Lelio
Sceneggiatura Gonzalo Maza e Sebastián Lelio
Distribuzione in italiano Lucky Red
Fotografia Benjamín Echazarreta
Montaggio Sebastián Lelio e Soledad Salfate
Scenografia Marcela Urivi
Romanzo criminale
Roma,fine degli anni settanta
Un gruppetto di 4 adolescenti della borgata romana della Magliana ruba un auto ma i ragazzi, nella fuga, investono e uccidono un poliziotto; i quattro si rifugiano in una vecchia roulotte e decidono di creare una baby gang. Si scelgono anche dei soprannomi, Dandi, Freddo, Libanese e Grana. Ma vengono individuati e mentre il Libanese viene ferito, Freddo viene catturato e il Grana ucciso. Si salva il solo Dandi che fugge.
Ormai adulto, Freddo esce dal carcere e ad attenderlo trova il suo amico Libanese che gli prospetta un colpo clamoroso, il rapimento di un industriale col quale chiedere un riscatto miliardario.
Cosa che fanno con l’aiuto di un elemento dell’estrema destra, Il Nero.
Il sequestro riesce ma il gruppo, ancor prima di incassare i soldi del sequestro uccide il rapito; al momento della divisione dei soldi decidono di reinvestirli nell’attività più lucrosa degli anni 80,il traffico di eroina.

E’ l’inizio di una folgorante attività criminale e di affari lucrosi,che porteranno la banda dei Rolex e delle Kawasaki,come ormai è conosciuto il gruppo, ad essere un potente punto di riferimento della malavita romana.
Con omicidi, traffico di droga e altre attività illecite la banda diventa sempre più potente, arrivando anche ad allacciare ambigue relazioni con i servizi segreti. Ma con il passare del tempo iniziano le divisioni e le morti nel sempre più grande gruppo della banda.
Così tra una morte e l’altra davvero in pochi sopravviveranno al declino della banda stessa.
Romanzo criminale,tratto dall’omonimo romanzo del giudice Giancarlo De Cataldo esce sugli schermi nel 2005 per la regia di Michele Placido.
Un film che ripercorre i drammatici fatti in cui fu coinvolta la banda della Magliana, l’organizzazione criminale che insanguinò Roma per più di un decennio; seguendo fedelmente il romanzo, Michele Placido ricrea l’ambientazione di Di Cataldo, usando lo stesso espediente di
cambiare i nomi dei protagonisti,che peraltro sono facilmente riconoscibili, almeno per coloro che hanno familiarizzato con la storia del gruppo malavitoso secondo in Italia solo alla mafia o alla camorra sia come organizzazione che come influenza economica.

Una storia terribile,scritta da uomini che si chiamavano nella realtà “Er fornaretto” (alias Franco Giuseppucci nel film Libanese),”Renatino”(De Pedis,nel film Dandi),protagonista di una delle pagine più oscure della storia d’Italia,con un ruolo ancor oggi non del tutto chiaro,quello della scomparsa di Emanuela Orlandi,
poi “Crispino” (nel film Il freddo,ovvero Maurizio Abbatino,uno dei “pentiti” della banda) e ancora “Er Camaleonte” (nel film Nembo Kid,alias Danilo Abbruciati),ucciso nel 1982 da una guardia giurata mentre tentava di sparare a Roberto Rosone, vice presidente del Banco Ambrosiano.
E ancora tanti altri,i cui veri nomi sono diventati tristemente famosi,come Nicolino Selis,Franco Nicolini,Marcello Colafigli,Antonio Mancini…
La storia della banda della Magliana è raccontata da Michele Placido con mano svelta e con ritmo,senza cadute di tensione.
Buona parte delle vere azioni della banda della Magliana sono riportate anche se per ovvi motivi in modo frammentario aprendo uno squarcio su episodi ancora oggi controversi,come il vero ruolo della banda nel sequestro Moro,nella strage di Bologna e altri fatti di sangue che ormai fanno parte storicamente dei misteri d’Italia.

A parte l’ottimo plot e la mano abile,va riconosciuto un altro merito a Placido,quello di aver utilizzato nel cast giovani promettenti come Kim Rossi Stuart e Piergiorgio Favino,Gianmarco Tognazzi,Riccardo Scamarcio e Stefano Accorsi,Claudio Santamaria e Jasmine Trinca oltre a Elio Germano,Anna Mouglalis e Francesco Venditti.
Un cast di attori che ancora oggi sono il meglio del cinema italiano,impegnati a dare un valore aggiunto fondamentale ad un film di per se davvero affascinante.
Merito ovviamente anche dello splendido romanzo di De Cataldo,che ha collaborato alla sceneggiatura del film unitamente a Sandro Petraglia, Stefano Rulli e allo stesso Michele Placido.
Il grande successo del film,vincitore di 8 David di Donatello,di 1 Globo d’oro e 5 nastri d’argento dette il via alla serie Romanzo criminale,ben fatta e di grandissimo successo sul piccolo schermo.
Romanzo criminale è sicuramente un film da vedere,il miglior prodotto italiano dell’anno 2005 e uno dei migliori del decennio.
Romanzo criminale
di Michele Placido. Un film con Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Anna Mouglalis, Claudio Santamaria, Pierfrancesco Favino,Jasmine Trinca, Elio Germano,Anna Mouglalis,Gianmarco Tognazzi, Francesco Venditti Titolo originale: Romanzo Criminale. Genere Drammatico – Italia, Francia, Gran Bretagna, 2005, durata 152 minuti
Kim Rossi Stuart: Il Freddo
Pierfrancesco Favino: Il Libanese
Claudio Santamaria: Il Dandi
Stefano Accorsi: Comm. Nicola Scialoja
Riccardo Scamarcio: Il Nero
Jasmine Trinca: Roberta Vannucci
Anna Mouglalis: Cinzia “Patrizia” Vallesi
Roberto Brunetti: Aldo Buffoni
Antonello Fassari: Ciro Buffoni
Stefano Fresi: Il Secco
Eleonora Danco: Filomena, fidanzata del Sorcio
Elio Germano: Il Sorcio
Francesco Venditti: Bufalo
Giorgio Careccia: Fierolocchio
Daniele Miglio: Scrocchiazeppi
Andrea Ricciardi: Ricotta
Leslie Csuth: Il Francese
Toni Bertorelli: Il Vecchio
Roberto Infascelli: Gigio
Donato Placido: Maresciallo Colussi
Massimo Popolizio: Il Terribile
Bruno Conti: Nicolino Gemito
Gigi Angelillo: Zio Carlo
Giorgio Sgobbi: Avvocato Vasta
Gianmarco Tognazzi: Dr. Eugenio Carenza
Franco Interlenghi: Barone Valdemaro Rosellini
Michele Placido: Il padre del Freddo
Virginia Raffaele: la fidanzata di Nicolino Gemito
Claudio Amato: Bernardino Scafa
Brenno Placido: Andrea
Nicolò Malfatti: Il Dandi da giovane
Marco Bauccio: Il Freddo da giovane
Regia Michele Placido
Soggetto dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo
Sceneggiatura Giancarlo De Cataldo, Sandro Petraglia, Stefano Rulli, Michele Placido
Casa di produzione Cattleya
Distribuzione in italiano Warner Bros. Entertainment Italia
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Esmeralda Calabria
Effetti speciali Claudio Napoli
Musiche Paolo Buonvino
Scenografia Paola Comencini
Trucco Alberto Blasi
“Se ne stava rannicchiato fra due auto in sosta e aspettava il prossimo colpo cercando di coprirsi il volto. Erano in quattro. Il più cattivo era il piccoletto, con uno sfregio di coltello lungo la guancia. Tra un assalto e l’altro scambiava battute al cellulare con la ragazza: la cronaca del pestaggio. Menavano alla cieca, per fortuna. Per loro era solo un gran divertimento. Pensò che potevano essergli figli. A parte il negro, si capisce. Pischelli sbroccati. Pensò che qualche anno prima, solo a sentire il suo nome, si sarebbero sparati da soli, piuttosto che affrontare la vendetta. Qualche anno prima. Quando i tempi non erano ancora cambiati.
Un attimo fatale di distrazione. Lo scarpone chiodato lo prese alla tempia. Scivolò nel buio.”
Daisy Diamond
Il sogno di Anne, ragazza danese alla ricerca di un suo spazio nel mondo del cinema è quello di poter fare un provino e avere una parte; è una ragazza di buona famiglia, una di quelle però tradizionaliste e anche poco inclini a manifestazioni d’affetto.
Durante un incontro con il suo boy friend, Anne subisce violenza carnale; la famiglia le volta le spalle e inoltre scopre di essere incinta.
Ma la voglia di sfondare,di indipendenza la portano lontano dalla natia Svezia,direzione Danimarca,con la sua piccola nata dall’atto di violenza subito.
In Danimarca le cose non vanno affatto come sperato; Anne non ha un lavoro, non ha soldi,il cinema sembra rifiutarla.
Anche perchè la piccola Daisy piange,piange,piange. Ininterrottamente. Quasi a rimproverare la madre della sua esistenza, del suo dover vivere anche se in fasce una vita da bambina senza un padre, priva anche del necessario per vivere.
La vita di Anne scivola lentamente verso un baratro profondo,senza fine.
Cambia pannolini,tenta inutilmente un impossibile colloquio con sua figlia,che piange, senza soluzione di continuità.
Non potendosi permettere una baby sitter la porta con se ai provini, dove però irrita gli organizzatori dei casting proprio con la presenza urlante della piccola,che in pratica
vive le sue giornate strillando.
Una notte,la sempre più stressata Anne compie un gesto terribile: all’ennesimo pianto,questa volta notturno,della piccola Daisy la porta nella vasca da bagno e la affoga.
Ora Anne è libera.
Ma il gesto non è rimasto senza conseguenze.

Il morale,la mente iniziano a vacillare, complici una serie di rifiuti e di amare esperienze che la ragazza fa.
Affronta una degradante esperienza con una matura donna che dopo averla posseduta carnalmente con la promessa di aiutarla la ignora e la delude, ha un rapporto con un regista che non approda a nulla così
ormai incapace di riannodare i fili della sua vita Anne compie l’ultimo passo sugli scalini della personale discesa all’inferno.
Cambia colore di capelli, si trasforma in Daisy Diamond,una prostituta.
E’ l’ultimo anello della catena dell’abiezione,gira un porno film…ma la sua esistenza è segnata,ormai ha dialoghi con la immaginaria figlia cresciuta,il suo cervello è alla deriva e il finale sarà davvero tragico.
Daisy Diamond è un film bellissimo e durissimo, crudele e sconvolgente.

Difficilmente sullo schermo si è vista un’opera glaciale,triste e senza speranza come questa; allo spettatore non è risparmiato nulla, dai pianti disperati della piccola Daisy allo stupro,dalla sodomizzazione della giovane Anna ad opera della laida regista ai degradanti rapporti sessuali
con i protagonisti di un mondo,quello del cinema marginale,che appare marcio fin nei gangli più intimi.
Non c’è nessuna speranza di redenzione nel film,non c’è altro che la descrizione analitica di una vita bruciata.
Quella di una ragazza che in fondo parte solo con un sogno comune a molte ragazze,quello di seguire la propria voglia di affermazione che però deve fatalmente scontrarsi
con la realtà.Che è fatta di cose meschine. Da istituzioni meschine, da una società meschina. Non si salva nulla: la famiglia,l’amore,nulla di nulla.Non ci sono capisaldi a cui fare riferimento perchè tutto è malato.
Anche il sesso.

Che il regista,un bravissimo Simon Staho,ci mostra senza mediazioni (anche se non arriva mai all’esplicito degli organi sessuali nell’accoppiamento);è un sesso raffigurato gelidamente,un atto meccanico raffigurato nelle sue varianti prive però della componente fondamentale,quella dell’amore.
Un sesso animale,istintivo.
E su tutto c’è una meravigliosa,straordinaria Noomi Rapace capace di calarsi in modo così convincente nella parte della sventurata Anna che vien da chiedersi perche mai non le affidino altre parti importanti; la oggi quarantenne attrice svedese,nonostante le ottime prove fornite
continua ad essere impiegata poco nel cinema. Un vero peccato.
In quanto a Daisy Diamond,personalmente lo ritengo uno dei migliori prodotti degli ultimi vent’anni: un film coraggioso,scomodo e come già detto,disturbante.

Uno di quei film che pur essendo bellissimi non vuoi rivedere.
Per non dover immergerti,di nuovo,in un’atmosfera angosciante,nichilista.
In rete non ci sono versioni in italiano del film,che pur avendo avuto un grosso successo tra la critica e e tra il pubblico competente,per i soliti misteri del cinema è rimasto piuttosto ai margini della grande distribuzione.
E anche questo è un vero peccato.
Daisy Diamond
Un film di Simon Staho. Con Noomi Rapace, Thure Lindhardt, Benedikte Hansen, Morten Kirkskov, Amelie Thomesen, Sofie Pedersen Munkholm, Shanaya Ingemansen, Hjálmar Sigtryggsson, Snæfridur Jónsdottir, Jonathan Weis Brüel, Lotte Andersen,
Laura Drasbæk, Bent Mejding, Beate Bille Drammatico, durata 94 min. – Danimarca 2007
Noomi Rapace … Anna
Thure Lindhardt … Skuespiller
Benedikte Hansen … Regista
Morten Kirkskov … Assistente regista
Trine Dyrholm … Eva
Dejan Čukić … Bettina
Sofie Gråbøl … Attrice
Christian Tafdrup … Thomas Lund
David Dencik … Jens
Jens Albinus … Kunde
Regia … Simon Staho
Sceneggiatura … Peter Asmussen,Simon Staho
Fotografia … Eric Kress
Montaggio … Janus Billeskov Jansen
Art Direction … Thomas Greve
Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain
Parigi,sobborgo di Courbevoie,nelle Banlieu.
In una palazzina che sembra resistere come un fantasma urbano alla modernizzazione del quartiere,dove ruspe e operai lavorano
incessantemente alla demolizione di case fatiscenti, vivono i coniugi Julien e Clemence Boulin.
Sono anziani, sposati da più di venticinque anni.
Ma il loro non è il tradizionale matrimonio tra anziani che dividono con amore gli scampoli della vita dopo aver diviso il quotidiano con affetto, anzi.
Lui, un ex tipografo e lei, ex trapezista rimasta zoppa dopo una caduta sembrano separati da un astio che giorno dopo giorno mina un rapporto ormai logoro.
Attraverso flashback, apprendiamo frammenti della loro vita, con il mutare dell’affetto trasformatosi in indifferenza prima, in mal sopportazione poi.
Non hanno figli e quindi è venuto anche a mancare uno dei fondamentali della vita di coppia; certo, le coppie sterili riescono a costruire alternative ma nel caso dei Boulin con lo scorrere degli anni si è creata una cortina fumogena spessa, soffocante, nella quale le due vite sembrano essersi scisse a tal punto da diventare incompatibili.

In realtà non sarebbe così, basterebbe parlare, discutere.
Ma per Julien e Clemence è davvero troppo tardi.
C’è una tensione inespressa tra loro che sembra sempre in procinto di esplodere; alla fine il punto di rottura viene raggiunto e l’elemento scatenante è Joseph.
Non un essere umano ma un banale gatto, che Julien porta a casa e che con il passare dei giorni si trasforma in un oggetto di adorazione per Julien, che dimentica del tutto la moglie.
Che non ha praticamente più nulla a cui attaccarsi, nemmeno ai residui di quell’affetto che, segretamente e senza confessarlo al marito nutre ancora per lui.
La gelosia finisce per avere la meglio e Clemence uccide il gatto.

E lui va via di casa, rifugiandosi dalla proprietaria di un albergo che in passato frequentava accompagnandosi sporadicamente con prostitute.
Tracce dell’antico affetto, il sapere che sua moglie sta male lo riportano a casa. Ma adesso il baratro scavato tra loro è un abisso: “Sono tornato, Clemence. Ma non ti parlerò mai più. Mai,mi senti !? ”
Il dialogo delle piccole cose quotidiane è scomparso, sostituito da pezzettini di carta con i quali Julien comunica con sua moglie.
Che una sera li legge,quasi fossero l’unico modo per riempire il vuoto totale della sua esistenza,che si spegne di colpo; Clemence,colpita da un infarto si accascia sul pavimento.
Ora Julien è solo, neanche più l’ombra della moglie accoglie il suo muoversi smarrito…
Da un romanzo nero e pessimista di George Simenon, Le chat, Pierre Granier-Deferre trae il film omonimo, Le chat,malamente riportato in italiano con l’assurdo titolo L’implacabile uomo di Saint Germain.
Un film gelido,come il romanzo.

Un’analisi spietata di un matrimonio, che, sinistramente, sembra simboleggiare altri matrimoni (o forse tutti?).
L’amore, la complicità, l’affetto possono (o devono necessariamente?) svanire, lasciando all’interno dl matrimonio solo macerie.
Quelle stesse che circondano la casa dei protagonisti della storia, ombre di un passato che non ha avuto neanche felicità come base e che ha finito per diventare una prigione, nella quale Julien e Clemence si muovono smarriti. Ma mentre Julien riesce a trovare in un semplice gatto un interesse, un affetto, Clemence vaga preda di una delusione e di un’abitudine che hanno scavato,in lei, un baratro che non c’è modo di superare o colmare, neanche parzialmente.
I due protagonisti finiscono per assurgere ad emblemi di matrimoni trappola, in cui esistenze si spengono lentamente per poi estinguersi.
Una fine con orrore? Un orrore senza fine?

Non ha importanza. Le esistenze arrivano al limite della vita consumandosi lentamente e la morte sembra essere davvero una liberazione.
E la scena finale,con l’infermiera che sbaglia anche il cognome di Julien la dice lunga sul pessimismo cosmico del film.
Che non è cattivo, ma analitico e senza speranze.
Un film da non vedere in momenti di tristezza, perchè aggiunge dolore a disagio.
Due grandi attori sublimano i due personaggi sconfitti del film: Jean Gabin e Simone Signoret, ormai capaci di interpretazioni eccezionali dall’alto di carriere in cui hanno fatto sfoggio di abilità nel tratteggiare psicologie anche complesse
rendono se possibile ancor più tetra e disperata l’atmosfera del film. I due attori ottennero due meritati Orsi d’argento al festival di Berlino per le loro interpretazioni.
Un film che si dipana freddamente, senza speranza, senza illusioni.
Davvero bravo il regista Pierre Granier-Deferre,che modificando a tratti il romanzo di Simenon riesce a non snaturarlo aggiungendo una sua visione, evidentemente nichilista al romanzo stesso.
Purtroppo L’implacabile uomo di saint Germain è un film raramente trasmesso in tv: tuttavia su You tube è comparsa una discreta versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=kEEe_3v_G8U
Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Jean Gabin, Simone Signoret, Jacques Rispal, Harry Max, André Rouyer, Yves Barsacq, Isabel Del Rio Titolo originale Le chat. Drammatico, durata 86 min. – Francia 1972
Jean Gabin … Julien Bouin
Simone Signoret … Clémence Bouin
Annie Cordy … Nelly
Jacques Rispal … Il dottore
Nicole Desailly … L’infermiera
Harry-Max … Il pensionato
André Rouyer … Il delegato
Carlo Nell Carlo Nell … L’agente immobiliare
Yves Barsacq … L’architetto
Florence Haguenauer…Germaine
Ermanno Casanova … Il padrone del bar
Georges Mansart … Il giovane in moto
Isabel del Río … La ragazza in moto
Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon
Sceneggiatura Pierre Granier-Deferre, Pascal Jardin
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Nino Baragli, Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier
Anna dei mille giorni
Inghilterra,1527
Il regno inglese è retto dal volubile Enrico VIII, sposato con Caterina d’Aragona,figlia del Re Ferdinando II.
Re Enrico ha da tempo numerose relazione adulterine,l’ultima delle quali l’ha intrecciata con Mary Boleyn (Bolena);ma anche questa relazione entra in crisi il giorno che Enrico conosce la sorella di Mary, Anna. La donna è fidanzata con Henry e attende solo il tradizionale permesso reale per sposarsi.
Nonostante l’intercessione del Lord Cancelliere Wosley, il re rifiuta il permesso provocando l’ira della giovane Anna che tuttavia,a poco a poco,sedotta più dal fascino della posizione del re che dall’amore, inizia a cedere alla sua corte serrata.
Ma la donna ha una segreta ambizione, sposare il Re e diventarne la legittima consorte, cosa ovviamente impossibile sia per il matrimonio del re (in vigore) con la legittima sovrana Caterina sia perchè essendo Enrico di fede cattolica non può ottenere in alcun modo
da Roma,cui la chiesa inglese è legata, il divorzio.
Ma Enrico è deciso a liberarsi dei vincoli con cui Roma impedisce mosse politiche ( e personali) al re; così nonostante il parere contrario di Wosley (che è cardinale) e il vano tentativo di quest’ultimo di intercedere presso Papa Clemente VII,Enrico VIII sposa Anna Bolena decretando di fatto lo scisma della chiesa inglese da quella cattolica romana.
Dopo poco tempo dal matrimonio e sopratutto in seguito alla nascita di una figlia, Elisabetta (la futra regina vergine) ,Enrico come suo solito inizia a trascurare la moglie rivolgendo le sue attenzioni su altre dame della corte;Anna,furibonda,cerca di sbarazzarsi anche dei suoi numerosi nemici a corte,commettendo un errore fatale.
In primis perchè essendo incinta,non riesce a dare a Enrico l’agognato erede maschio,poi perchè si attira l’odio del nuovo primo ministro,Thomas Cromwell,di tempra ben più dura del cardinale Wosley.
Cromwell riceve l’ordine,da parte di Enrico,di trovare il sistema di sbarazzarsi della seconda moglie.
Ha infatti una nuova relazione con Jane Seymour e intende sposarla.
Imbastendo una serie di false accuse,fra cui quella di incesto,Cromwell ottiene dal tribunale inglese la condanna a morte di Anna,accusata anche di adulterio.

Il re le promette salva la vita se ammetterà i fatti contestati (incluso il disconoscimento di paternità di Elisabetta) ma Anna preferisce salire sul patibolo piuttosto che ammettere cose non vere,così viene decapitata mentre Enrico è libero di correre dalla sua nuova fiamma.
Se dal punto scenografico e della storia romanzata Anna dei mille giorni,regia di Charles Jarrott, può dirsi un film riuscito,dal punto di vista storico è infarcito di grossolani errori tale da trasformarsi più in un feuilleton rosa/nero che in un film storico aderente alla vera natura dei fatti che racconta.
E’ vero, il cinema è finzione, è spettacolo.
Ma quando travisa le verità storiche rende un cattivo servigio a se stesso,ed è quello che accade alla pellicola,pur mantenendo l’ossatura della vera storia, quella che portò Anna Bolena a pagare un prezzo altissimo sull’altare dell’ambizione.
Tuttavia lo spettacolo è salvo e da questo punto di vista ben poco da eccepire; i tradimenti,gli intrighi di corte,gli odi e gli amori sono descritti vividamente,corredati da splendide scenografie da bellissimi costumi. Infatti il film ottenne ben 10 nomination agli Oscar.

Ma per una volta la giuria vide bene, attribuendo al film una sola statuetta, quella per i migliori costumi ed evitando di attribuire per esempio quella come miglior film che andò meritatamente a Un uomo da marciapiede.Non andò meglio ne a Richard Burton,autore di una pregevole interpretazione ma certo non indimenticabile ne a Geneviève Bujold ,molto brava nel ruolo di Anna Bolena.Ad entrambi furono preferiti John Wayne per il grinta e Maggie Smith per La strana voglia di Jean.
Parziale riscatto il film lo ebbe ai Golden Globe dove ottenne quattro premi,fra i quali quelli per il miglior film drammatico e per la miglior regia.
In definitiva un film discreto da vedersi nell’ottica del film in costume; purtroppo il film stesso non ha mai avuto molta diffusione in tv e fino a qualche anno fa mancava addirittura una versione su nastro o dvd con il doppiaggio italiano,ragion per cui il film stesso è di difficile reperibilità.
Anna dei mille giorni
Un film di Charles Jarrott. Con Irene Papas, Anthony Quayle, Richard Burton, Geneviève Bujold, John Colicos, Vernon Dobtcheff, Michael Hordern, Katharine Blake, Valerie Gearon, Michael Johnson, Peter Jeffrey, Joseph O’Conor, William Squire, Esmond Knight, Nora Swinburne Titolo originale Anne of the Thousand Days. Storico, durata 145 min. – Gran Bretagna 1969.
Richard Burton: Re Enrico VIII
Geneviève Bujold: Anna Bolena
Irene Papas: Caterina d’Aragona
Anthony Quayle: Cardinale Wolsey
John Colicos: Thomas Cromwell
Michael Hordern: Conte Thomas Boleyn
Katharine Blake: Elizabeth Boleyn
Valerie Gearon: Mary Boleyn
Michael Johnson: George Boleyn
Peter Jeffrey: Duca di Norfolk
Joseph O’Conor: Vescovo Fisher
William Squire: Tommaso Moro
Esmond Knight: Kingston
Nora Swinburne: Lady Kingston
Vernon Dobtcheff: Mendoza
Brook Williams: Breareton
Gary Bond: Smeaton
T.P. McKenna: Norris
Denis Quilley: Weston
Terence Wilton: Lord Percy
Lesley Paterson: Jane Seymour
Nicola Pagett: Principessa Mary
June Ellis: Bess
Kynaston Reeves: Willoughby
Marne Maitland: Campeggio
Cyril Luckham: Priore Houghton
Amanda Walker: Dama di Anna
Charlotte Selwyn: Dama di Anna
Elizabeth Counsell: Dama di Anna
Juliet Kempson: Dama di Caterina
Fiona Hartford: Dama di Caterina
Lilian Hutchins: Dama spagnola di Caterina
Anne Tirard: Dama spagnola di Caterina
Amanda Jane Smythe: Elisabetta bambina
Regia Charles Jarrott
Soggetto Maxwell Anderson
Sceneggiatura Bridget Boland, John Hale e Richard Sokolove
Produttore Hal B. Wallis
Casa di produzione Hal Wallis Productions
Fotografia Arthur Ibbetson
Montaggio Richard Marden
Musiche Georges Delerue
Scenografia Maurice Carter
Costumi Margaret Furse
Fratello sole sorella luna
Francesco, rampollo viziato figlio del ricco mercante Pedro Bernardone e di madonna de Pica, passa le sue giornate nell’ozio e nei divertimenti.
Lo scoppio della guerra con Perugia lo porta in battaglia, dove la visione delle efferatezze, della morte e delle sofferenze,complice anche una malattia che lo coglie, lo porta a vedere le cose differentemente.
Il ritorno a casa lo vede profondamente cambiato; ben presto il giovane viziato lascia posto ad una persona nuova,sempre più immersa nella contemplazione della natura e sempre più sensibile alle sofferenze dell’umanità.
Tutto ciò,unita alla repulsione che ora Francesco prova nei confronti della bramosia di ricchezza che suo padre coltiva spasmodicamente porta Francesco stesso ad una lite con i suoi. Dopo essere stato umiliato davanti ai notabili della sua città, Assisi, Francesco prende una decisione coraggiosa e estrema.
Si spoglia completamente di tutto ,rinuncia a tutte le ricchezze della sua famiglia e parte da Assisi per vivere una nuova vita, più consona a quello che ora prova.

Pieno d’amore per il prossimo, deciso a seguire l’esempio di Gesù Cristo, Francesco si reca a San Damiano, una chiesa in rovina; qui, sentendo la voce di Dio che lo invita a ridare dignità a quel posto sacro, Francesco raduna alcune persone che hanno deciso di seguire il suo insegnamento, come la nobile e bellissima Chiara Scifi,che abbandonerà anch’essa la propria famiglia e che fonderà l’ordine delle Clarisse.
L’incendio della cappella appena restaurata, la morte di un suo amico e discepolo lo portano ad interrogarsi sul suo presente, sulle sue scelte, sul futuro. Decide così di andare a Roma con il duplice scopo di parlare con il Papa e di chiedere il riconoscimento di quella che è, a tutti gli effetti,una nuova congregazione.
A Roma l’evidente contrasto tra la semplicità di Francesco e dei suoi seguaci e il lusso sfrenato della corte papale porta Papa Innocenzo III a riflettere sull’insegnamento di quell’uomo che con poche, dignitose parole invita la chiesa a recuperare l’insegnamento di Gesù; il film termina con Innocenzo III che si inchina ai piedi di Francesco e glieli bacia, in segno di umiltà.

Fratello sole sorella luna,film di Franco Zeffirelli del 1972 è un commosso omaggio del grande regista toscano verso un uomo, Francesco d’Assisi che ha avuto un’importanza assolutamente fondamentale nella storia del cattolicesimo, finendo per diventare l’esempio della dottrina di Gesù Cristo sulla terra, troppo spesso dimenticata,nel corso dei secoli, dalla chiesa.
La realizzazione del film è tecnicamente ineccepibile, priva com’è di retorica e basata su una realtà storica che copre alcuni anni della purtroppo breve vita di un uomo straordinario, Francesco d’Assisi, visto nell’evoluzione che lo porterà da essere un giovane scapestrato a uomo maturo e consapevole delle sofferenze, del vuoto in cui si muove un’umanità troppo spesso vessata
dalla prepotenza, dalla sopraffazione. Gli umili, i poveri diventano il centro della vita di Francesco e Zeffirelli indica il suo percorso senza sbavature, evitando luoghi comuni e scene ad effetto,utilizzando una scenografia molto ricercata prima in netto contrasto con i costumi semplici di Francesco poi,quando cioè il percorso umano e morale del futuro santo sarà compiuto per riprendere il fasto
nel finale, mostrando lo stridente contrasto tra i porporati, il Papa e San Pietro e i laceri seguaci di Francesco, cosa che porterà il Papa a riflettere sul vero significato del cristianesimo.

Sorprendente la performance dell’attore inglese Graham Faulkner,venticinquenne all’epoca del film che rappresentò il suo esordio che sembrava il preludio ad una grande carriera e che invece rimase inespressa,brava anche Judi Bowker,la Chiara del film,anche lei all’esordio e che quanto meno ebbe in seguito una lusinghiera carriera televisiva; più defilate le star del film,come Valentina Cortese (la mamma di Francesco),Adolfo Celi (il console)
e Alec Guinness nei panni di papa Innocenzo III.
Davvero bella la colonna sonora del film,che vede tre canzoni di Claudio Baglioni (una musicata da Donovan) e le musiche di Riz Ortolani; la sceneggiatura,scritta a tre mani vede oltre Zeffirelli la presenza di due grandi donne dello schermo,Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmüller, per un film molto amato dal pubblico e che ebbe una nomination agli Oscar come miglior scenografia mentre vinse il Nastro d’argento
per la miglior fotografia (Ennio Guarnieri) e il David di Donatello come miglior regia.
In rete c’è una discreta versione streaming all’indirizzo https://www.altadefinizione01.cc/7480-fratello-sole-sorella-luna.html (selezionare player Supervideo)
Fratello sole, sorella luna
Un film di Franco Zeffirelli. Con Graham Faulkner, Adolfo Celi, Valentina Cortese, Alec Guinness, Judi Bowker, Carlo Pisacane, Carlo Hinterman, Lee Montague, Nerina Montagnani, Sandro Dori, Fortunato Arena, Guido Lollobrigida, John Sharp, Massimo Foschi, Peter Firth, Leigh Lawson, Kenneth Cranham, Spartaco Conversi Biografico, durata 137 min. – Italia 1972.
Graham Faulkner: Francesco
Judi Bowker: Chiara
Leigh Lawson: Bernardo
Kenneth Cranham: Paolo
Michael Feast: Silvestro
Nicholas Willat: Giocondo
Valentina Cortese: Pica
Lee Montague: Pietro di Bernardone
John Sharp: il vescovo Guido
Adolfo Celi: il console
Francesco Guerrieri: Deodato
Alec Guinness: papa Innocenzo III
Giancarlo Giannini: Francesco
Anna Maria Guarnieri: Chiara
Adalberto Maria Merli: Bernardo
Mario Feliciani: Pietro di Bernardone
Gianni Bonagura: il vescovo Guido
Renato Turi: il console
Gino Cervi: papa Innocenzo III
Regia Franco Zeffirelli
Soggetto Suso Cecchi D’Amico, Franco Zeffirelli, Lina Wertmüller
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Franco Zeffirelli, Lina Wertmüller
Fotografia Ennio Guarnieri
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Lorenzo Mongiardino, Gianni Quaranta (Direttore realizzazione scenica)
Costumi Danilo Donati
L’apparizione
Noto reporter specializzato in affari del medio oriente, Jacques Mayano ha dovuto affrontare una terribile prova,dalla quale è uscito profondamente
segnato, nel fisico e nella mente, l’esplosione di una bomba che gli ha creato problemi ad un orecchio e che ha causato la morte di un suo amico e collega.
Tornato in Francia,Jacques viene contattato dal Vaticano con l’offerta di un reportage, senza però alcuna indicazione sul genere di argomento da trattare.
A Roma il reporter conosce un importante prelato francese,che gli offre di indagare, con la massima libertà d’azione su un evento che ha avuto luogo nel sud est della Francia,l’apparizione della Madonna ad un’umile ragazzina del posto.
Con lui, che rappresenterà la parte gnostica ci sarà una commissione composta da un prelato esperto in materia, una psicologa e un vaticanista.
Inizia per lo scettico in materia religiosa Jacques un viaggio complicato in terra francese,accolto dall’aperta ostilità del sacerdote che protegge la ragazza da un lato e dalla diffidenza dei suoi colleghi inquisitori dall’altra.
Con pazienza,stringendo un bel rapporto di amicizia con la dolce Anne, la veggente, Jacques farà un viaggio tra il possibile miracolo e i preconcetti dei suoi colleghi, scoprendo cose alla fine che gli faranno dubitare di tutto,indeciso fra fede e inganno…
L’apparizione è un film complesso e articolato su un tema sicuramente scomodo e dalle opinioni divergenti come il rapporto fra fede e individuo, fra miracolo e realtà, fra ciò che si vede e ciò che si sente nell’intimo.
Un tema all’apparenza banale,non per il contenuto quanto per essere uno dei più antichi dilemmi dell’uomo ma che Xavier Giannoli,regista di questo recente film (2018) affronta senza alcuna partigianeria, limitandosi ad un racconto che ha dei momenti davvero interessanti e che
esplora con delicatezza, senza retorica, l’amletico dubbio sul credere/non credere.
Negazionisti e credenti oppongono vicendevolmente le proprie tesi,senza giungere mai ad una conclusione; la cosa alla fine si trascina stucchevolmente come il dibattito sul sia nato prima l’uovo o la gallina.
Il film, come già detto,non prende posizione; il viaggio di Jacques si articola su vari fronti. Quando è quasi certo che si tratti di un inganno ecco che qualcosa lo porta nuovamente a dubitare. Evito di citare situazioni e finale del film proprio per evitare sia una “sorpresa rovinata“, sia perchè
in materia di fede le proprie convinzioni non devono mai prevaricare le idee dell’altro.Che è poi quanto Giannoli fa; illuminante quanto detto in un’intervista, “Volevo parlare di fede senza dogmatismi o pregiudizi, dal punto di vista di un uomo normale, non di un filosofo o di un teologo, che peraltro non sono, ma di un cineasta animato dal desiderio di esplorare una verità umana.

È così che mi è venuta l’idea del personaggio del giornalista che parte per investigare su un fatto di per sé incredibile: un’apparizione della Vergine Maria, ai giorni nostri, in Francia. Non è né un bigotto, né un ateo cinico, è solo un uomo libero che vorrebbe districare il vero dal falso.
E mi è molto piaciuto rendermi conto che l’inchiesta mi sfuggiva di mano e prendeva una forma autonoma, si muoveva in altre direzioni.”
La sintesi del percorso di Jacques è essenzialmente questa, quella di un uomo disilluso, abituato alla violenza e che in Medio Oriente ha assistito a cose raccapriccianti ma che ha conservato, nonostante le ferite nel corpo e nell’anima, una capacità di giudizio, di ricerca,assolutamente invidiabile.
L’altro personaggio fondamentale del film è Anna,la veggente.
Una ragazza quasi spaventata dal clamore che c’è attorno a lei, consapevole dello scetticismo ma anche della speranza che suscita negli altri.
Si muove quasi con candore, quello stesso che finirà per spingere Jacques a indagare a fondo,alla ricerca di una verità impossibile da cercare,ma che comunque è il viaggio di ogni uomo, alle prese con l’insondabile mistero della fede.

Anche in questo caso le parole di Giannoli integrano perfettamente il racconto cinematografico :”Provavo l’esigenza di riappropriarmi di queste tematiche allontanandomi dai cliché delle rappresentazioni mediatiche, dei dibattiti sullo scontro tra le civiltà, sul ritorno della religiosità,
sulla deriva fondamentalista e integralista o ancora della Chiesa e suoi scandali, dal momento che per me si trattava soprattutto di una ricerca personale e segreta… Ciascuno affronta questi temi come vuole, come può, oppure rimane come me in uno stato di turbamento.
Non riusciremo mai a rispondere al quesito sul senso della nostra vita attraverso algoritmi, smart phone, promesse economiche o illusioni politiche.”
Un film bello e intenso che tuttavia almeno in Italia,è stato visto da pochissime persone visto che in tutta la programmazione ha incassato 45.000 euro. Una cifra ridicola, vergognosa più che altro alla luce di incassi stratosferici di film allucinanti come bruttezza e pochezza che il cinema attuale propone.
Per quanto riguarda il cast,grandissime prove di Vincent Lindon (Jacques) e Galatea Bellugi (Anna): intensi,misurati i due protagonisti accrescono di credibilità il racconto.
L’apparizione, di Xavier Giannoli.Con Vincent Lindon,Galatéa Bellugi, Patrick d’Assumçao,Anatole Taubman, Elina Löwensohn Drammatico,Francia 2018.Durata 144 minuti
Vincent Lindon … Jacques Mayano
Galatéa Bellugi … Anna
Patrick d’Assumçao … Padre Borrodine
Anatole Taubman … Anton Meyer
Elina Löwensohn … Dottor de Villeneuve
Gérard Dessalles … Stéphane Mornay
Bruno Georis … Padre Ezéradot
Claude Lévèque … Padre Gallois
Alicia Hava … Mériem
Candice Bouchet … Valérie
Natalia Dontcheva … Céline
Regia: Xavier Giannoli
Produzione esecutica: Conchita Airoldi
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Cyril Nakache
Casting: Coralie Amedeo e Michael Laguens



































































































































































































































































