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Bilitis

Bilitis, film del fotografo inglese David Hamilton, diretto nel 1976, è ricordato oggi principalmente per per la colonna sonora accattivante e sottilmente maliziosa di Francis Lai, per la fotografia patinata e raffinata dello stesso Hamilton, piena di effetti flou e immersa in atmosfere quasi malinconiche. Il film viceversa è debole, costruito su una trama molto banale, e gioca tutte le sue carte sui rapporti saffici della protagonista, Bilitis, e sui suoi sfortunati amori.

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Bilitis, adolescente appena uscita dal collegio, è una ragazza dalla sessualità abbastanza incerta: all’interno del college ha infatti avuto un’equivoca relazione con una sua amica, fatta di sguardi teneri e di ambigue carezze. Decide di passare le vacanze con un’amica più grande di lei, Melissa, ragazza sposata con un uomo brutale, dai modi violenti, Pierre.

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Durante il soggiorno, la ragazza reincontra una sua fiamma, un giovane fotografo di nome Lucas, del quale probabilmente è innamorata. Un giorno per motivi banali Bilitis litiga con il giovane, e mentre Pierre è all’estero con la sua amante, si lascia andare ad un rapporto saffico con l’amica Melissa, stanca e nauseata dalle maniere del marito, e alla ricerca di dolcezza.

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Il rapporto tra le due però sta stretto a Bilitis, la cui sessualità propende più verso gli uomini che per le donne; così la ragazza decide di adoperarsi per colmare il vuoto affettivo di Melissa, e cerca di procurarle un’amante. Le presenta Lucas e come sempre succede, la scintilla dell’amore e dell’attrazione scocca tra i due, con la conseguenza che la giovane Bilitis finirà a piangere da sola, privata sia dell’amore di Lucas che dell’affetto e amicizia di Melissa.

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Questa trama, riassunta al massimo, mostra come in effetti il film si basi su una storia abbastanza scontata; il vero obiettivo di Hamilton i mostra da subito lampante, cioè catturare l’attenzione degli spettatori attraverso la morbosità del rapporto ambiguo di Bilitis dapprima con la sua amica di collegio, e in seguito nell’insofferenza del rapporto saffico con Melissa. L’erotismo patinato, da rivista di lusso, ammorbidito dai contorni tenui della fotografia, non suscita particolare interesse, perchè le pose della bellissima Patty D’Arbanville sembrano talmente studiate da risultare finte fin nel midollo.

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Così il film si trascina stancamente, e in maniera anche abbastanza noiosa, fino alla fine, tra un erotismo dvvero di facciata, giovani ninfette esposte come quadri post impressionisti in una nebbia artificiale costruita con l’effetto flou della camera di ripresa, con filtri color nebbia che sembrano far diventare rarefatte le immagini, i loro contorni e la stessa storia. Che dovrebbe apparire come sospesa, una sorta di favola moderna crudele, ma che ottengono il contrario dell’effetto voluto, annoiando lo spettatore, che ha un leggero sobbalzo solo quando sullo schermo compare la lolita di turno o in presenza delle scene saffiche, peraltro, va detto, prive di volgarità. Un film abbastanza inutile, in definitiva, proprio nella sua ambigua descrizione dei personaggi, delle loro psicologie.

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Bilitis, un film di David Hamilton. Con Bernard Giraudeau, Patti D’Arbanville, Mona Kristensen
Erotico, durata 95 min. – Francia 1976.

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Patti D’Arbanville … Bilitis
Mona Kristensen … Melissa
Bernard Giraudeau … Lucas
Mathieu Carrière … Mikias
Gilles Kohler … Pierre
Irka Bochenko … Prudence
Madeleine Damien … Nanny
Camille Larivière … Susy
Catherine Leprince … Helen

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Regia: David Hamilton
Sceneggiatura: Robert Boussinot ,Catherine Breillat,Jacques Nahum
Romanzo: Pierre Louÿs,”Les chansons de Bilitis”
Produzione: David Hamilton,Sylvio Tabet
Musiche: Francis Lai
Montaggio:Henri Colpi,Claire Painchault
Fotografia:Bernard Daillencourt

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Maggio 14, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , | 2 commenti

Candido erotico

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Pessimo titolo per un film che non è da gettare via in toto. Quel candido erotico, spiattellato sulle locandine, appare più un espediente che ammicca l’occhio ad un certo tipo di pubblico piuttosto che un riferimento al film, che ha una trama tutto sommato dignitosa e che di erotico poi non ha moltissimo.

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Maria Baxa è Veronica

La storia è imbatita attorno alla figura di Carlo, giovane emigrante italiano che vive ad Amsterdam, e dove, per mantenersi, fa un pò di tutto: il modello per foto sexy, il porno attore per spettacolini a luci rosse. Un giorno casulamente si imbatte in Charlotte, una belle ragazza figlia della sua datrice di lavoro; la ragazza per lui rappresneta un mondo diverso, pulito, ben differente da quello squallido e vizioso nel quale lavora. I due si innamorano, ma al momento di consumare,  Carlo va in crisi profonda.

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Lilli Carati (Charlotte) a colloquio con Mircha Carven (Carlo)

Abituato ad avere un pubblico, non riesce a lasciarsi andare nell’intimità, con la conseguenza che il rapporto con Charlotte ne soffre. Poco alla volta Carlo si rende conto di essere tutt’uno con il modello porno attore, e convince la ragazza a esibirsi in un amplesso davanti al pubblico. Ma la cosa non resterà senza conseguenze. Charlotte, disgustata dal comportamento dell’uomo, lo lascia e parte.

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Diretto da Claudio Giorgi, che si firma per l’occasione Claudio de Molinis, Candido erotico è un film senza grosse velleità, e forse per questo motivo si lascia vedere. Il regista, senza forzare troppo la mano con l’erotismo, offre un’opera dignitosa, tutto sommato ben recitata dagli attori, Mircha Carven che tratteggia il personaggio di carlo con equilibrio, una brava e bella Lilli Carati nel ruolo di Charlotte e Maria Baxa in quello di Veronica, madre della ragazza.

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Ajita Wilson

La storia, pur incenrata sul problema di Carlo nel rapporto con Charlotte, tenta in qualche modo di descriverne l’oggettiva difficoltà, senza eccessive volgarità o con scene di nudo ad ogni fotogramma. Il risultato è quindi un’opera dignitosa, realizzata in economia, sobria al punto giusto e sopratutto poco pruriginosa.

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Candido erotico, un film di Claudio De Molinis. Con Lilli Carati, Mircha Carven, Maria Baxa, Marco Guglielmi,Ajita Wilson, Fernando Cerulli
Erotico, durata 85 min. – Italia 1978.

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Candido erotico banner protagonisti

Lilli Carati: Charlotte
Mircha Carven: Carlo
Marco Guglielmi: Paul
Ajita Wilson: La spogliarellista
Fernando Cerulli: Guardone del treno
María Baxa: Veronique

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Regia Claudio Giorgi
Soggetto Luigi Bernardi e Franca Ridolfi
Sceneggiatura Romano Bernardi e George Eastman
Produttore Dino Di Salvo
Casa di produzione Polo Film
Distribuzione (Italia) Romance Home Video
Fotografia Emilio Loffredo
Montaggio Giancarlo Venarucci
Musiche Nico Fidenco
Scenografia Marco Canevari
Costumi Massimo Lentini
Trucco Luciana Maria Costanzi e Mario Scutti

Maggio 8, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | 2 commenti

L’adolescente-Une vraie jeune fille

L'adolescente locandina

Alice è una ragazza quattordicenne, che torna a casa dai genitori per le vacanze, dopo aver passato un anno in un collegio francese  per studiare. E’ una ragazzina, che sta vedendo il proprio corpo cambiare, così come incomincia a cambiare la sua psicologia, i suoi interessi. Il viaggio in casa dei suoi, con il padre che gestisce una segheria e la mamma che si occupa delle faccende domestiche si rivela uno scomodo passaggio

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Nei primi giorni della sua vacanza, la ragazza è costretta ad ascoltare le litanie della madre, mentre attorno alla fattoria non sembra esserci nulla di interessante; al contrario, il paesaggio è sporco, degradato, per cui ben presto la ragazza, che nel frattempo assiste turbata alle modifiche del proprio corpo, a visioni notturne che le parlano con il linguaggio dei sensi e della sessualità, appare confusa, disorientata.Inizia a tenere un diario e a vagabondare per i campi, con l’unica compagnia di una bicicletta.

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Poco alla volta le pulsioni sessuali, quel corpo di adolescente in rapida mutazione, hanno la meglio, e la ragazzina inizia un percorso di conoscenza del proprio corpo; un percorso conflittuale, diviso tra sorpresa e vergogna, curiosità e bisogno di approfondire quei cambiamenti che non sono solo fisici, ma anche psicologici. In ciò non trova un aiuto dai propri genitori, che al contrario sono preoccupati dapprima per le telefonate che la ragazza effettua, e poi dalla conflittualità che sfocia improvvisa all’interno della coppia, con la madre della ragazza che rinfaccia al padre le numerose infedeltà.

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Alice, sola, è costretta ad affrontare quel suo corpo che si trasforma, sperimentando su di esso quelle che sono fantasie confuse. Con l’aiuto di Jim, un lavorante della segheria, andrà oltre, dopo un gioco quasi fanciullesco di sguardi e seduzione.

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La bravissima Charlotte Alexandra è Alice

Catherine Breillat, regista del film e scrittrice del libro da cui il film stesso è tratto, dirige un’opera stilisticamente impeccabile, freddo, asettico. Mescolando sapientemente sogno e realtà, descrive la situazione ambigua di Alice senza mediazioni, mostrando il difficile percorso della ragazza sulla strada della comprensione di una sessualità che la ragazza stessa non capisce, preda com’è di un’educazione chiusa, che non ha insegnato alla stessa come affrontare i dubbi e le incertezze dell’adolescente.

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I pregiudizi e l’attaccamento alle regole a cui Alice deve sottostare sono esposti lucidamente, analiticamente.Attraverso le sequenze del film la regista illustra il passaggio adolescenziale come una delle cause fondamentali per lo sviluppo di tabu che molto difficilmente potranno essere rimossi con la crescita. Un film sobrio, in cui l’erotismo in realtà è solo marginale; le esperienze di Alice, fatte o sognate sul proprio corpo, non hanno nulla di erotico per l’eventuale spettatore voyeur, ma sono chirurgiche, studiate come un complesso rituale di conoscenza che non è visivamente coinvolgente, ma, al contrario estraneante.

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Merito anche di Charlotte Alexandra, che presta il suo volto e il suo corpo dando loro un’astrazione assoluta, che si potrebbe paragonare, in senso lato, all’interesse di un entomologo per un insetto o una farfalla. Un film che non ha nulla di coinvolgente, giocato com’è sulla fredda documentazione della vita di Alice, un’adolescente nella quale possono riconoscersi tante coetanee.

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L’adolescente, un film di Catherine Breillat. Con Charlotte Alexandra, Hiram Keller, Rita Meiden, Bruno Balp, Georges Gueret
Titolo originale Une vraie jeune fille. Drammatico, durata 91 min. – Francia 1976-2000.

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Charlotte Alexandra … Alice Bonnard
Hiram Keller … Pierre-Evariste Renard / ‘Jim’ / ‘Earthworm Jim’
Rita Maiden … La signora Bonnard
Bruno Balp … Il signor Bonnard
Georges Guéret … Martial
Shirley Stoler … Droghiere di Aupom

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Regia: Catherine Breillat
Sceneggiatura:Catherine Breillat
Produzione: Guy Azzi,Pierre-Richard Muller,André Génovès
Musiche: Mort Shuman
Fotografia:Patrick Daert,Pierre Fattori
Montaggio:Annie Charrier,Michele Queyroy

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Maggio 7, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , | 2 commenti

Il vizio di famiglia

Il vizio di famiglia locandina

Appena uscito di prigione, dopo un anno, Giacomo viene avvicinato da una donna, Magda; la donna gli propone un patto. Lui seduce una sua vecchia fiamma, Ines, che ha sposato un ricco industriale,un conte invalido, e la donna gli darà 10 milioni. Giacomo, fingendosi un maggiordomo gay, riesce a farsi assumere dall’industriale, che vive in una magnifica villa.

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Orchidea De Santis (Marisa) mentre attende l’uscita di Giacomo dalla prigione

Nella casa, oltre all’industriale, di salute cagionevole e costretto a vivere su una sedia a rotelle, ci sono, nell’ordine: Magda, sorella dell’industriale e suo figlio, un ragazzo con l’hobby delle foto erotiche, sua moglie Ines, una donna dal passato molto equivoco.

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Juliette Maynel (Magda) propone a Renzo Montagnani (Giacomo) un patto ambiguo

A loro si aggiungerà Susy, figlia del conte-industriale, frutto della relazione dello stesso con una fiamma giovanile. L’arrivo della ragazza scompiglia i piani di Magda e Ines, intente a farsi la guerra per diventare eredi del patrimonio dell’uomo. La nuova nemica sembra infatti molto temibile, e sopratutto molto scaltra.

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Susan Scott (Ines)

Tra i vari componenti della famiglia si intrecciano relazioni pericolose: il maggiordomo Giacomo dapprima seduce la sua vecchia fiamma, Ines, subito dopo la giovane Susy, che si concede anche una scappatella con una cameriera della villa. Ines ha una relazione con il figlio di Magda, mentre quest’ultima, ingannata da Giacomo che finge di non riuscire ad attrarre Ines nella trappola preparata, decide di simulare il rapimento del figlio per costringere il fratello a pagare un riscatto. Il trucco però viene scoperto.

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Renzo Montagnani (Giacomo) seduce la sua vecchia fiamma Susan Scott (Ines)

Nel frattempo nella villa arriva una nuova domestica: è Marisa, una prostituta, che è segretamente la donna di Giacomo. Sarà proprio quest’ultima a scompaginare i piani delle tre donne, troppo occupate a farsi la guerra, senza risparmio di colpi bassi di ogni genere.

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Edwige Fenech (Susy)

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La prova che Susy è figlia del conte, il neo

Inaspettatamente, Il vizio di famiglia, diretto da Mariano Laurenti nel 1975, si rivela una commedia di discreta fattura; commedia sexy si, ma girata con intelligenza, con una trama godibile e con battute una volta tanto all’altezza della situazione. Sicuramente giova all’impianto narrativo l’ottimo cast messo su dal regista.

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A parte il solito Renzo Montagnani, abile come sempre nel ruolo di Giacomo, il furbo maggiordomo fintamente gay, si segnalano, e non solo per le scene di nudo Nieves Navarro, che ormai era diventata famosa come Susan Scott nel ruolo di Ines, la solita splendida Edwige Fenech in quella di Susy, la figlia ritrovata troppo furba, e che finirà gabbata come gli altri, e sopratutto una splendida Orchidea De Santis, nel ruolo di Marisa, colei che scompaginerà i piani delle tre donne seducendo il vecchio conte e facendosi nominare sua erede universale.

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Regge bene l’impianto narrativo, basato sulla girandola dei doppi e tripli giochi dei protagonisti, fino al beffardo finale. Da segnalare anche la bella prova di Gigi Ballista, nei panni dell’industriale gaudente, che muore per  un accesso di risa durante il pranzo in cui si fa beffe della moglie, della cognata e della figlia.

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In definitiva, una buona prova d’orchestra per una commedia sexy strutturata quasi come un giallo, con qualche scena d’erotismo ardita (celebre la sequenza con la Fenech, in bagno, seduta mentre mostra parte delle sue grazie al nipote del conte), e con i nudi della splendida Scott, caratterista molto brava ed espressiva.

Il vizio di famiglia, un film di Mariano Laurenti 1975, con Renzo Montagnani, Gigi Ballista,Orchidea De Santis,Juliette Maynel,Susan Scott,Edwige Fenech

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Renzo Montagnani: Giacomo
Edwige Fenech: Suzie
Gigi Ballista: il conte
Nieves Navarro: Ines
Anna Melita: Noemi
Roberto Cenci: Marco
Enzo Andronico: Felice
Orchidea De Santis : Marisa

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Regia Mariano Laurenti
Soggetto Marino Onorati, Cesare Frugoni, Gianfranco Couyoumdjian
Sceneggiatura Marino Onorati, Cesare Frugoni, Gianfranco Couyoumdjian
Produttore Gianfranco Couyoumdjian
Casa di produzione Flora
Distribuzione (Italia) Flora
Fotografia Federico Zanni
Musiche Gianni Ferrio

aprile 28, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , | 6 commenti

La fine dell’innocenza

La fine dell'innocenza locandina

Una bella ragazza, Anne, orfana sin dall’infanzia, è protetta da un personaggio ambiguo, Michael, dedito a traffici internazionali, che nutre nei riguardi della ragazza losche mire. Quando termina gli studi, Anne è costretta a seguire l’uomo nei suoi spostamenti, uno dei quali la porta ad Hong Kong, dove scopre una realtà a lei sconosciuta.

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Inserita in un ambiente equivoco, malsano, la ragazza riesce per un pò di tempo a mantenere un equilibrio, ma subito dopo che Michael viene arrestato dalla polizia, Anne è costretta a subire le attenzioni pressanti di un giocatore, che la violenta. Il trauma subito è profondo, e l’unica che apparentemente è in grado di aiutarla è Linda, la moglie del giocatore. L’aiuto che Linda le offre non è però disinteressato: la donna mostra subito un attaccamento morboso, mentre Anne, conosciuto Phil, se ne innamora.

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Ma anche in questo caso l’uomo non è quello che sembra: tutto attorno a Anna sembra muoversi sui binari della perversione, della depravazione morale, così Phil la cede ad un amante di Linda. Sarà l’incontro con un buddista a spingere la ragazza ad allontanarsi dal giro perverso; grazie all’aiuto di Sara, una ragazza che frequenta la compagnia buddista, troverà la forza per dire basta al circolo vizioso di cui è prigioniera, e fuggire così verso la libertà.

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Diretto da Massimo Dallamano nel 1976, La fine dell’innocenza è un film a metà strada tra la commedia drammatica e il giallo, con netta propensione a privilegiare l’ambientazione, tuttavia l’ambientazione decadente, viziosa in cui si muove il film appare forzata, così come i personaggi appaiono caratterizzati troppo in negativo. Girato in parte ad Hong Kong, in parte a Roma, il film si avvale di una bella colonna sonora, mentre la protagonista del film, l’attrice francese Annie Belle, è brava e misurata nella sua interpretazione. Da segnalare il cameo di Enrico Beruschi e una insolita Ines Pellegrini nel ruolo della “monaca” buddista.

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La fine dell’innocenza,un film di Massimo Dallamano. Con Annie Belle, Ciro Ippolito, Felicity Devonshire, Charles Fawcett,Rik Battaglia, Ines Pellegrini, Linda Ho
Commedia, durata 91 min. – Italia 1976.

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Annie Belle: Annie
Ciro Ippolito: Angelo
Felicity Devonshire: Linda
Charles Fawcett: Michael
Al Cliver: Philip
Maria Rohm: Susan
Linda Ho: Genevieve
Charlie Chan Yiu-Lam: Chen
Rik Battaglia: ispettore di polizia
Ines Pellegrini: Sarah
Linda Slade: Caroline
Tim Street: Harry
Ted Thomas: George
Patrizia Banti: Su
Enrico Beruschi: il ciclista guardone
Massimo Dallamano: un uomo in montagna

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Regia Massimo Dallamano
Soggetto Massimo Dallamano, Marcello Coscia (Annie Belle e Harry Alan Towers non accreditati)
Sceneggiatura Massimo Dallamano, Marcello Coscia (Annie Belle e Harry Alan Towers non accreditati)
Produttore Fulvio Lucisano, Harry Alan Towers
Casa di produzione Italian International Film, Cobalta Cinematografica, Barongreen
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Angelo Curi
Musiche Franco Bixio, Fabio Frizzi, Vince Tempera
Tema musicale Annie Belle di Dammico-Bixio-Frizzi-Tempera, cantata da Linda Lee
Scenografia Uberto Bertacca
Costumi Uberto Bertacca
Trucco Oretta Melaranci

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Stefano Satta Flores: Angelo
Ada Maria Serra Zanetti: Linda
Renato Turi: Michael
Luigi La Monica: Philip
Angiolina Quinterno: Susan
Solvejg D’Assunta: Genevieve
Vittorio Di Prima: ispettore di polizia
Livia Giampalmo: Sarah
Luciano Melani: Harry
Giancarlo Maestri: George

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aprile 26, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , | Lascia un commento

Nuda per Satana

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Parlare di cinema non significa necessariamente parlare di film memorabili, ma anche di pellicole che in qualche modo sono rimaste nella memoria collettiva come autentiche boiate, ovvero film in cui la trama è presso chè inesistente, la commistione tra i generi cinematografici risulta indistinguibile, oppure la recitazione è di così basso livello da far rimpiangere i soldi spesi per il biglietto.

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Rita Calderoni 

In alcuni casi questi tre elementi si sposano, contribuendo in maniera determinante all’insuccesso di un film. Quando poi questo film è di una bruttezza, squallore e insulsaggine addirittura commoventi, si può assistere, per uno dei frequenti paradossi del mondo della celluloide, ad un suo perdurare nella memoria, fin quasi alla sua elevazione a emblema di un certo tipo di cinema, che in alcuni casi viene battezzato come z movie, ad indicare come il film stesso sia indegno di qualsiasi visione. Nuda per Satana, diretto nel 1974 da Luigi Batzella (ovvero Paolo Solvay) rientra a pieno diritto in questa fascia cinematografica, anzi, in qualche modo è il fiero portabandiera di un genere che pure, incredibilmente, vanta parecchi aficionados.

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Tre fotogrammi del film con protagonista Rita Calderoni

Perchè questo film può vantare tanti meriti in negativo? Eccoli elencati brevemente:

La trama è confusa, scoordinata e la sceneggiatura è imbarazzante; la storia, che vorrebbe riprendere un tema usurato come quello del doppio, finisce per diventare un labirinto in cui lo spettatore ,disorientato, si smarrisce, senza capire dove il regista lo voglia portare, e sopratutto cosa in realtà stia guardando, ossia una storia psicologicamente contorta, oppure la solita fiera di nudità più o meno malcelate ed esposte ad uso e consumo del voyeur di turno;

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La recitazione degli attori ( concessione ardita del genere a cui appartengono i nemmeno volenterosi protagonisti della pellicola) si distingue per la sua sciattezza, per la mancanza assoluta di profondità, sicuramente non agevolata dalle numerose incongruenze del film, che assomiglia più ad un’opera allucinata (anzi, allucinante) derivata dalla mancanza di idee.

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-La pessima idea di voler ad ogni costo stupire con atmosfere tipiche del cinema di Polselli, con contrasti violenti di luci, atmosfere degne di un fumatore di hascisc e incongruenze sia in campo visivo che nei dialoghi

-Infine lo squallore dell’ambientazione, con la scena memorabile in cui la nudissima Rita Calderoni, star di questi z movie, viene assalita da un ragno gigante, costruito in maniera così artigianale da far pensare ad un prodotto girato da bambini, o al massimo ad un cartoon mediocre.

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Detto questo, addentrarsi nella spiegazione della trama appare davvero esercizio da equilibrista senza rete; la storia parte con un dottore che, mentre sta andando a fare una visita in un casolare che non c’è, incontra una ragazza discinta sulla strada, cosa che provoca lo sbandamento dell’auto sulla quale viaggia il medico e conseguente incidente. Rinvenuto dallo svenimento, il dottore assiste ad un altro incidente in cui è coinvolta un’altra ragazza, che, dopo un vano tentativo di soccorso, lo porta a cercare un luogo dove poter telefonare.

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Imbattutosi casualmente in una villa, il medico finirà per avere un’esperienza allucinante, ovvero la visione di se stesso e della ragazza trasformati in docili servi del padrone di casa, che utilizza i due per combattere il più antico nemico dell’uomo, Satana in persona. Sarà una formula evocativa a permettere al dottore di liberarsi del suo padrone e del diavolo, contemporaneamente; ma forse è stato tutto un sogno, perchè il dottore si sveglia nella sua auto, mentre accanto a lui avviene nuovamente l’incidente con protagonista la ragazza.

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Capisco che raccontata così la storia sembra assurda; ma è anche vero che ricostruire una trama di per se lacunosa, incredibile e sconclusionata è operazione difficile. Se proprio volete rendervi conto, visionatevi il film e passerete, in questo modo due ore del vostro tempo annoiandovi a morte e bestemmiando come turchi. In fondo, il cinema è anche questo, delirio allo stato puro. In ultimo una segnalazione sulla incredibile orgia finale; fumo, movimenti al rallentatore, protagonisti che sembrano muoversi secondo gli schemi di un incubo reale, girata con tanta e tale approssimazione da diventare l’emblema di cosa non deve essere messo in una pellicola.

Nuda per Satana, un film di Paolo Solvay. Con Rita Calderoni, James Harris, Stelio Candelli, Renato Lupi
Fantastico, durata 93 min. – Italia 1974.

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Rita Calderoni … Susan Smith / Evelyn
Stelio Candelli … Dr. William Benson / Peter
James Harris …Il diavolo
Renato Lupi … Butler
Iolanda Mascitti … Cameriera

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Regia:Luigi Batzella
Sceneggiatura:Luigi Batzella
Produzione:Remo Angioli
Musiche:Dario Baldan Bembo
Montaggio:Luigi Batzella
Fotografia:Antonio Maccoppi

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aprile 18, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , | 5 commenti

La nipote

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Uno dei bersagli preferiti dai registi italiani è, da sempre, la provincia italiana, vista attraverso le sue contraddizioni, il suo vivere una realtà in cui si mescolano tradizione e moralismo, scarsa simpatia per il moderno e una certa bacchettoneria al limite del patologico. Quell’essere sempre pronta ad additare i comportamenti giudicati diversi e quel continuo aggrapparsi alle tradizioni, viste come ancora di salvezza della moralità, del costume; una provincia in cui molto è peccato e poco è virtù, in cui anche il vestire in un certo modo era considerato disdicevole. Una provincia, però, che dietro la facciata di perbenismo nascondeva, parafrasando il titolo di un film di Jancso, vizi privati e pubbliche virtù.

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Orchidea De Santis, la servetta disponibile

Uno dei film che garbatamente prendeva in giro questa moralità dubbia, questo insieme di comportamenti contradittori, è del 1974, e venne girato dal regista Nello Rossati; ambientato nell’entroterra veneto, girato tra Polesella e Castelmassa, comuni della provincia di Rovigo, La nipote si presenta come una satira non feroce, ma garbata e intelligente, di vizi e virtù di questo mondo.

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La storia è davvero semplice, nel suo svolgimento; la vita di una oziosa, ipocrita e poco virtuosa famiglia viene completamente stravolta dall’arrivo di una nipote del capo famiglia, una ragazza intelligente e furba a cui è morta la madre. Indigente, la ragazza chiede di poter restare con la famiglia; una famiglia che all’esterno può sembrare quasi modello, ma che vede l’uomo di casa affetto da erotomania inseguire e sedurre, in ogni occasione buona, la colf di casa, una procace e disponibile ragazza che di buon grado si presta alle smanie erotiche dell’uomo;

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la moglie apparentemente morigerata dello stesso, che in realtà vive una torrida storia erotica con un dipendente del marito; il figlio della coppia, un babbeo che erra di stanza in stanza in cerca di un buco della serratura dal quale spiare tutti. Sarà proprio la nipote a portare lo scompiglio, con conseguenze anche tragiche, ma ugualmente venate di un umorismo che rimarrà la costante del film.

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Francesca Muzio, La nipote

Film ben girato, con un’ambientazione curata e una fotografia impeccabile, La nipote si segnala per la presenza, nel cast, della bellissima e brava Orchidea De Santis, che interpreta alla perfezione il ruolo della servetta disponibile ( memorabile la scena in cui la stessa viene palpeggiata a tavola dal padrone di casa e ritorna nelle cucine con le mutandine tra i piedi), o quando vestita semplicemente con un reggicalze compiace il suo datore di lavoro svolgendo delle finte faccende domestiche.

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Per contro, appare molto meno efficace la recitazione di Francesca Muzio, la nipote del film, timida e impacciata; il resto, come già detto, si segnala per la venatura d’ironia che accompagna le situazioni del film, che si distacca dalla produzione di genere proprio in virtù dell’abilità di Rossati, che semina nel film situazioni di erotismo che non sono mai fini a se stesse, ma coerenti con la narrazione.

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La nipote, un film di Nello Rossati. Con Daniele Vargas, Giorgio Ardisson, Ezio Marano, Francesca Muzio.
Carla Mancini, Orchidea De Santis
Commedia, durata 92 min. – Italia 1974.

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Francesca Muzio: Adele, la nipote
Daniele Vargas: Luigi Ing. Favaretto
Giorgio Ardisson: Piero, l’amante di Zoraide
Annie Karol Edel: Zoraide, matrigna di Antonio e moglie di Luigi
Orchidea De Santis: Doris, la governante
Roberto Proietti: Antonio Favaretto, figlio di Luigi
Otello Cazzola: il parroco del paese
Ezio Marano: Romeo, il medico

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Regia Nello Rossati
Sceneggiatura Giacomo Gramegna
Fotografia Vittorio Bernini, Romano Scavolini
Montaggio Francesco Bertuccioli
Musiche Carlo Savina
Scenografia Toni Rossati

aprile 13, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , , | 10 commenti

I racconti immorali

Questo film di Valerian Borowzyck, per poter essere giudicato nella sua complessità, necessita della visione integrale che il regista polacco, scomparso tre anni addietro, girò nel 1974, e non in quella sforbiciata che comparve nelle sale nello stesso anno. Si tratta di un film complesso, giocato, come al solito, su piani multipli, e corredato dalla fotografia soft, abbellita dall’effetto flou, che rende quasi irreale lo scenario dei quattro racconti di cui si compone il film.

Nel primo episodio, una ragazzina scopre con suo cugino i piaceri del sesso; viene iniziata ad esso dallo scaltro giovane, che approfitta sia della curiosità della ragazza, sia del posto idilliaco ( una baia sulla spiaggia) per impartire alla giovane una lezione fatta di sensualità istintiva che di poesia.

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Il primo episodio, Marea

Il secondo episodio vede una ragazza, Teresa, scoprire il piacere del sesso autoerotico grazie alla governante di casa che la rinchiude in uno stanzino. Sola e in compagnia di un cetriolo, che dovrebbe servire per sfamarla, la ragazza approfitta del vegetale per darsi all’autoerotismo. Sfuggita dalla sua prigione, la ragazza finirà vittima di un giovane, che le userà violenza.

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Il secondo episodio, Teresa

Nel terzo episodio, forse il più riuscito, la contessa Elizabeth Bathory, storicamente esistita, e considerata una antesignana dei moderni serial killer (vedere l’articolo a lei dedicato sul mio blog http://www.paultemplar.wordpress.com), uccide le ragazze del suo castello per ricavarne il sangue che utilizza poi per farci il bagno, nell’illusione che lo stesso possa fermare le ingiurie del tempo, in una patetico e orribile tentativo di mantenere intatta la propria bellezza. Verrà scoperta, e condannata ad essere rinchiusa in una stanza per il resto della sua vita.

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Il terzo episodio, la contessa Bathory

L’ultimo episodio, ferocemente anticlericale, racconta le gesta di Lucrezia Borgia che si sbarazza del marito e ha rapporti incestuosi sia con il padre, Rodrigo Borgia, ovvero papa Alessandro VI, sia con suo fratello Cesare, il Valentino. La tresca, scoperta da Savonarola, verrà denunciata pubblicamente, con il risultato che il padre domenicano finirà sul rogo.

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Il quarto episodio, Lucrezia Borgia

I racconti immorali è un’opera stilisticamente molto raffinata, in cui citazioni dotte e riferimenti letterari affiorano spesso nel corso della narrazione, tesa a mostrare l’universo femminile in tutta la sua complessità: il ruolo della donna è quello di vittima della sensualità maschile, come nel caso di Teresa o di quello della cuginetta, o di carnefice come nel caso di Elizabeth Bathory e di Lucrezia Borgia. Tutte sono a loro volta guidate dai sensi, che le portano ad avere reazioni contrastanti nella vita, con eccessi di candore o di spudoratezza. Ineccepibile dal punto di vista formale, con momenti di arte visiva che si avvalgono della capacità del regista di afferrare il contorno delle azioni dei protagonisti, come nel caso dell’episodio dei due cugini, nel quale Borowzyck afferra le maree, i gabbiani in cielo, le onde del mare per rendere poetico il rapporto tra i due ragazzi, oppure cupo, sensuale e allo stesso tempo mortale come l’episodio di Elizabeth Bathory, in cui la femminilità si sublima a tal punto da diventare orrore quotidiano, con il sangue, simbolo di vita, trasformato in un osceno oggetto di morte uso all’inseguimento di un’impossibile giovinezza.

Un appunto riguarda l’episodio di Lucrezia Borgia; storicamente poco attendibile, vista la fama assolutamente immeritata che ebbe Lucrezia in virtù della sua parentela con i Borgia (vedere l’articolo a lei dedicato sul mio blog citato),  che in realtà fu piuttosto una donna assoggettata ai voleri del dispotico padre, sacrificata sull’altare delle ambizioni politiche del pontefice. Aldilà di questo, la protagonista viene mostrata come il prodotto dissoluto di una morale clericale assolutamente e totalmente incompatibile con le leggi religiose, viste al solito da Borowzick come un laccio pesantissimo che stritola e assoggetta la volontà degli uomini. In definitiva un’opera molto raffinata, esteticamente piacevole, in cui i vari protagonisti, fra i quali vanno citate Charlotte Alexandra nel ruolo di Teresa e Paloma Picasso, figlia del grande Pablo, riescono a rendere al meglio la sensualità dei soggetti, una sensualità spesso quasi animale, regolata da leggi che sfuggono al controllo umano.

I racconti immorali

di  Valerian Borowczyk. Con Fabrice Luchini, Luise Danvers, Paloma Picasso, Pascale Christophe,Charlotte Alexandra
Titolo originale Contes immoraux. Erotico, durata 105 (92) min. – Francia 1974

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La Marée
Lise Danvers: Julie
Fabrice Luchini: André
Thérèse Philosophe
Charlotte Alexandra: Thérèse
Erzsébet Bàthory
Paloma Picasso: Erzsébet Báthory
Pascale Christophe: Istvan
Lucrezia Borgia
Florence Bellamy: Lucrezia Borgia
Jacopo Berinizi: Papa Alessandro VI
Lorenzo Berinizi: Cesare Borgia
Philippe Desboeuf: Girolamo Savonarola

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Regia Walerian Borowczyk
Soggetto André Pieyre de Mandiargues
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Fotografia Bernard Daillencourt, Guy Durban, Michel Zolat
Montaggio Anne-Marie Sachs
Musiche Maurice Le Roux
Scenografia Walerian Borowczyk

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aprile 8, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , , | 2 commenti

Le malizie di Venere

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Uscito per il mercato estero con il titolo Venere in pelliccia, questo film di Massimo Dallamano, o anche Max Dilmann, come talvolta si è firmato, è un’opera complessa, difficilmente valutabile da coloro che hanno visto la versione spaventosamente mutilata che circolava in Italia negli anni settanta. Il film, uscito all’estero nel 1969, era ben altra cosa rispetto alla versione italiana; tratto da un romanzo di Leopold Von Masoch, autore già di per se dannato per la scabrosità trattata nelle sue opere, fatte di descrizione crude di rapporti intrisi di schiavitù psicologiche e fisiche, Le malizie di Venere era già condannato, per il tema trattato, all’oblio, almeno in Italia.

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Laura Antonelli

La storia narra le vicende di Xavier, un ricco e affascinante tedesco, che nel corso di una vacanza conosce una disinibita ragazza italiana, Wanda, dalla mente perversa, libera e amorale. L’uomo si innnamora perdutamente della bellissima wanda, una insolitamente bionda Laura Antonelli, che però non esita a tradirlo, mostrando una vocazione assolutamente tendente alla poligamia sessuale che l’uomo è costretto ad accettare. Decide di portarla con se in Italia, degradandosi sempre più pur di raccogliere le briciole che Wanda gli riserva;

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la donna lo costringe a diventare il suo autista personale durante le scorribande erotiche che ha con occasionali partner. Durante un’orgia, Wanda uccide un vagabondo che aveva sedotto, ma la ragazza, con la complicità delle cameriere, scompare, e Xavier si autoaccusa del delitto. Sarà in tribunale, all’ultimo momento, che Xavier verrà scagionato dalle accuse, grazie alle testimonianze di una persona della servitù che racconterà la verità.

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Libero, Xavier cerca la sua ossessione bionda, Wanda, la rincorre di paese in paese e alla fine si libera di colpo dei suoi problemi psicologici uccidendo la perversa donna, e ponendo fine al suo rapporto sadomasochistico.

Il film, visto in edizione integrale, ha un suo svolgimento anche abbastanza logico, ma la versione che circolò in Italia, sforbiciata e integrata con scene girate con altri attori e con un altro finale, rende la visione difficilmente sopportabile, viste le incongruenze che la trama va ad assumere.

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Nel film si respira un’aria quasi tossica, parallelamente alla visione della vicenda torbida a cui assistiamo. Il rapporto di sudditanza tra Xavier e Wanda, la crudeltà di Wanda, le scene torride di sesso alimentano il tutto, grazie anche al commento sonoro, molto adeguato, di Reverberi. Maiuscola la prova di laura Antonelli, volto da ingenua che in questo film si trasforma in una dark queen assolutamente amorale, ben aldilà dei limiti della ninfomania.

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I meriti del film finiscono qui, perchè manca, per esempio, uno spessore psicologico che nel libro è la parte fondamentale. Dallamano cerca più il colpo ad effetto, insistendo moltissimo sulle splendide nudità della Antonelli, sulla tendenza di Wanda, a passare oltre i confini della morale, entrando in un mondo fatto di soli istinti primordiali, in cui il dominio assoluto del partner diventa forma di affermazione del proprio malsano io.

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Nella versione italiana, girata per raggiungere il tempo necessario a farne un film che potesse uscire nelle sale, Xavier racconta parti della sua storia, come se fossero dei flashback, mentre è in galera in attesa del processo. Un espediente necessario, ma che trasforma il tutto in un’opera indigesta, in cui l’unica cosa a salvarsi davvero è la presenza della splendida Antonelli.

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Per gli amanti dei film originali, l’unica possibilità che esiste di vedere il film in versione integrale consiste nel procurarsi il dvd giapponese, con tanto di sottotitoli in inglese, edito dalla Happinet pictures e distribuito per una cifra non indifferente, 37 dollari, reperibile a questo indirizzo: http://www.cdjapan.co.jp/detailview.html?KEY=BBBF-5165

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Le malizie di Venere (Venere in pelliccia), un film di Massimo Dallamano. Con Laura Antonelli, Renate Kasch, Rex Duval, Mady Rahl
Erotico, durata 90 min. – Italia 1969-75.

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Laura Antonelli: Wanda de Dunaieff
Régis Vallée: Severin
Loren Ewing: Bruno
Renate Kasché: Gracia
Werner Pochath: Manfred
Mady Rahl: Helga
Josil Raquel: Carmen
Michael Kroll: Pittore
Fred Newman: Giardiniere

Regia Massimo Dallamano
Sceneggiatura Inge Hilger, Fabio Massimo
Produttore Luggi Waldleitner
Casa di produzione Roxy-Film, Vip Produktion
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Hans Zeiler
Musiche Gian Piero Reverberi
Scenografia Alida Cappellini

aprile 3, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , | 3 commenti

Papaya dei Caraibi

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Una multinazionale americana deve costruire, in un posto dei Caraibi, una centrale nucleare: sul luogo ci sono dei tecnici incaricati dalla società di individuare il luogo per l’insediamento della stessa. Uno di essi viene dapprima evirato a morsi e poi bruciato vivo da Papaya, una bellissima donna creola del posto, che appartiene ad un gruppo di patrioti locali che si oppongono alla costruzione della centrale, per non vedere snaturare la bellezza del luogo.

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Il corpo bruciato del tecnico viene trasportato nel bungalow di Vincent, responsabile dell’equipe tecnica e rinvenuto dall’amante dell’uomo, Sandra. L’obiettivo di Papaya è quello di uccidere anche Vincent, e per farlo si insinua tra la coppia, simulando, con dei complici, un guasto all’auto. Sara e Vincent la accompagnano nel vicino paese, dove sta per celebrarsi la tradizionale cerimonia locale della pietra.

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I due vengono trasportati in una realtà completamente diversa, fatta di riti pagani e orgiastici, in cui vengono drogati e assistono a sacrifici sia umani che animali. Da quel momento Papaya diventa l’ossessione di Vincent, che subisce il fascino erotico e misterioso della bellissima donna, che non si fa scrupoli nel sedurre anche Sara. La quale conosce il capo dei ribelli, con il quale dapprima ha un rapporto solo fatto di sesso, ma che la porta a simpatizzare per la causa di ribelli; Sara, girando per le strade del piccolo borgo, scopre il fascino di quella vita primitiva, e scopre anche come Sara annichilisca la volontà delle sue vittime con le arti erotiche.

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Dopo essere riuscita a scampare alla gelosia di Papaya, che tenta di ucciderla mentre è in compagnia del ribelle, Sara assiste alla morte di Vincent, senza alzare un dito. Completamente conquistata alla causa dei ribelli, Sara accoglie il nuovo supervisore della società, e gli tende il tranello fatto a Vincent, fingendo di dare un passaggio alla bellissima Papaya.

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Diretto da Joe D’Amato, alias Aristide Massaccesi, Papaya dei Caraibi è una curiosa mescolanza di generi: si va dal thriller classico, passando per scene splatter, come l’evirazione del tecnico, il combattimento fra galli, lo squartamento del maiale durante la cerimonia orgiastica, per sconfinare nell’erotico, con scene abbastanza spinte dei rapporti del triangolo Papaya-Sara-Vincent.

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Qua e la affiora anche la denuncia ambientalista e antica pitalista, ma il film resta comunque un discreto prodotto difficilmente etichettabile. Apprezzabile comunque la trama e l’atmosfera che si respira nel film, e la bravura delle due attrici, Sirpa Lane nel ruolo di Sara e la giovane Melissa Chimenti in quella di Papaya.Nella distribuzione estera del film comparve, nel titolo, la parola cannibal, messa li per attirare pubblico: il film, grazie anche alla colonna sonora di Stelvio Cipriani, all’ambientazione esotica e al fascino delle due protagoniste, generosamente svestite, ebbe un grosso successo di pubblico, permettendo al D’Amato di continuare nella sperimentazione del genere, che sfocerà pi in film decisamente virati al genere hard.

Papaya dei Caraibi

 un film di Joe D”Amato. Con Maurice Poli, Sirpa Lane, Melissa Chimenti Thriller Erotico, durata 90 min. – Italia 1978.

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Melissa Chimenti: Papaya
Sirpa Lane: Sara
Maurice Poli: Vincent

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Regia     Joe D’Amato
Soggetto     Roberto Gandus
Sceneggiatura     Carlo Maietto, Joe D’Amato (non accreditato)
Produttore     Carlo Maietto
Casa di produzione     Mercury Cinematografica
Fotografia     Aristide Massaccesi
Montaggio     Vincenzo Tomassi
Musiche     Stelvio Cipriani
Scenografia     Mimmo Scavia
Costumi     Mimmo Scavia

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aprile 2, 2009 Pubblicato da: | Erotico | , , | 1 commento