Macabro

Jane e Leslie sono una coppia come tante, sposata da anni e con due figli, il piccolo Michael e la sorella più grande Lucy.
Jane vive una vita parallela, perchè ha un amante con il quale ha una relazione appassionata.
Gli incontri con Fred avvengono con frequenza nella casa di un giovane musicista cieco, che si arrangia riparando strumenti musicali e affittando alcune stanze saltuariamente.
Lucy un giorno mette in pratica un piano terribile; scoperta l’infedeltà della donna nei confronti del marito, simula la morte del fratellino annegandolo nella vasca da bagno.

Il raccapricciante bacio di Jane
Poi chiama la madre dicendole che è accaduta una disgrazia terribile.
Jane e Fred si precipitano verso casa, ma durante la corsa incorrono in un drammatico incidente, nel corso del quale l’uomo rimane letteralmente decapitato.
Mesi dopo ritroviamo Jane in casa di Robert, il musicista;Jane ha dovuto passare mesi in una clinica poi la donna ha ripreso lentamente a vivere e stringe un rapporto d’amicizia con il giovane non vedente.
Il quale poco alla volta si innamora di quella strana donna, che ormai vive da sola e che ha come unica compagnia le saltuarie visite della figlia Lucy.

Lucy , la figlia di Jane
Ma ben presto Robert si rende conto che c’è qualcosa di strano in Jane e che la donna non gli ha raccontato tutta la verità sulla sua vita privata.
Infatti la notte il giovane sente distintamente dei gemiti d’amore e si convince che Jane incontri qualcuno; Jane ha anche nella stanza un frigo che custodisce gelosamente tanto da tenerlo chiuso a chiave.
Deciso a scoprire cosa essa conservi all’interno Robert apre il frigo è ha la macabra sorpresa di rinvenire la testa mozzata del suo vecchio amante Fred.
Sconvolto Robert…….

Macabro è un film del 1980, diretto da Lamberto Bava, figlio del grande Mario, che si era fatto le ossa collaborando sia con il padre sia con Dario Argento.
Sfruttando un ottimo soggetto scritto dai fratelli Avati, dallo stesso Lamberto e da Roberto Gandus il giovane regista ottiene un prodotto molto interessante, che si inquadra nel genere horrorifico/thriller, con suggestioni sia del cinema del padre che di quelle di Argento.
La storia è sicuramente nuova e racconta il percorso di vita di una donna, Jane, che agli inizi ci appare solo come una persona che ha una relazione adulterina e che vedrà sconvolta la sua esistenza dalla duplice tragedia che sia abbatte su di lei, causata dalla gelosia della figlia Lucy che uccide suo fratello annegandolo e che subito dopo è causa involontaria della morte dell’amante della madre.
L’infelice Jane finisce in un manicomio e chiaramente, come vedremo nel corso del film, non supererà mai il trauma ricavato accentuando anzi in maniera esponenziale la mania per il suo amante che si rivelerà fatale per tutti i personaggi della vicenda.
Pur con pochi attori e con pochi soldi, Bava costruisce un film molto interessante, psicologicamente equilibrato e sopratutto basato più sulla suggestione del racconto che sugli elementi splatter che si riducono a poche sequenze, ovvero quella dell’incidente stradale, la morte del piccolo Michael e sull’impressionante verosimiglianza del capo mozzato di Fred, appassionatamente baciato da Jane.

I due amanti adulteri

Il finale è di stampo apocalittico e non lascia spazio all’happy end così amato da molti registi degli anni settanta.
Bava firma quindi un film molto interessante pur in un periodo in cui il cinema italiano è di fatto in una narcosi profonda; il film scorre alla perfezione, carico di tensione com’è, una tensione generata dall’atmosfera rarefatta creata dal regista romano, che dimostra di aver appreso appieno gli insegnamenti del padre.
Mario Bava aveva permesso solo a suo figlio Lamberto di girare qualche scena dei suoi ultimi lavori, e proprio Lamberto aveva messo mani a quello che era stato l’ultimo lavoro del grande Mario, quel La venere d’Ile girato per la tv e che non aveva riscosso molto successo.

Il bagno di Jane

Necrofilia…
Mario Bava riuscì a vedere il film del figlio e morì due mesi dopo l’uscita nelle sale di Macabro.
Aiutato dalla puntuale e rigorosa fotografia di Franco Delli Colli, Bava costruisce un film senza cedimenti aiutato anche dalle buone performance dei protagonisti, ovvero Bernice Stegers (Jane), peraltro poco sfruttata nel cinema, di Stanko Molnar (Robert) che appare spaesato proprio come dovrebbe essere il difficile personaggio di un non vedente e di Veronica Zinny (Lucy).

Il mortale incidente
Il soggetto del film probabilmente venne adattato da un fatto di cronaca nera realmente accaduto; Bava conduce lo spettatore per mano attraverso una storia morbosa, ai confini della follia con evidenti riferimenti necrofili e con un occhio al cinema fantastico adattando quindi quella che è una storia di malattia mentale presa di peso dalla cronaca ad immagini molto affascinanti.
Colonna sonora adeguata, con un sax in sottofondo che rende morbosa la pellicola; il termine esatto sarebbe malata, vista la particolare patologia di Jane…
Un film da riscoprire, accolto all’epoca della sua uscita con lusinghieri commenti e oggi divenuto un piccolo cult.

Robert sta per fare una terribile scoperta…

L’orribile segreto di Jane
Macabro
Un film di Lamberto Bava. Con Stanko Molnar, Bernice Steegers, Roberto Posse, Veronica Zinny- Horror, durata 89 min. – Italia 1980.









Bernice Stegers: Jane Baker
Stanko Molnar: Robert Duval
Veronica Zinny: Lucy Baker
Roberto Posse: Fred Kellerman
Ferdinando Orlandi: Mr. Wells
Fernando Pannullo: Leslie Baker
Elisa Kadigia Bove: Mrs. Duval

Regia Lamberto Bava
Soggetto Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Sceneggiatura Antonio Avati, Pupi Avati, Lamberto Bava, Roberto Gandus
Produttore Antonio Avati, Gianni Minervini
Casa di produzione A.M.A. Film, Medusa Distribuzione
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Piera Gabutti
Effetti speciali Tonino Corridori, Angelo Mattei
Musiche Ubaldo Continiello
Scenografia Katia Dottori
Costumi Katia Dottori
Trucco Alfonso Cioffi



Korang, la terrificante belva umana
Il dottor Krallman,padre del giovane Julio, sa che suo figlio ha poche settimane di vita in quanto affetto da leucemia. Decide così di tentare un esperimento impossibile, ovvero trasfondere nelle vene del ragazzo del sangue di gorilla conscio che una terapia normale non salverebbe la vita al giovane.
Naturalmente per pompare il sangue nelle vene non basta un cuore umano ma ci vuole quello di un gorilla; così il dottore si procura un primate e procede con l’operazione.

Che però non solo non sortisce gli effetti voluti, ma trasforma il ragazzo in un’orribile creatura metà uomo e metà gorilla.
Da quel momento Julio inizia a seminare sangue nella città, sopratutto a spese di giovani donne che lo attirano anche sessualmente (sic!)
Il dottor Krallman tenta di sottoporre Julio ad un trapianto da un essere umano e per far ciò non esita a sacrificare la vita di una ragazza.
Non ottiene alcun risultato e Julio continua a seminare la morte: nel frattempo però un detective, fidanzato con una lottatrice di wrestling entrata nel mirino della mostruosa creatura riesce a bloccare il giovane in un palazzo.
Qui Julio vistosi braccato rapisce una bambina e si rifugia sul tetto, ma l’intervento del padre permetterà alla piccola di salvarsi.
La terrificante creatura morirà così sotto i colpi della polizia.
Antenato dei moderni slasher/splatter, Korang la terrificante bestia umana non può essere in alcun modo giudicato con un metro di giudizio moderno, altrimenti finirebbe massacrato e condannato all’oblio.
Poichè in tempi non molto lontani si sono visti film come Il lupo mannaro contro la camorra, occorre essere indulgenti e guardare ad un cinema pionieristico come quello in questione con benevolo giudizio finale.
Certo che questo film diretto da René Cardona, autore di film come La terrificante notte dei robot assassini e di I sopravvissuti delle Ande oltre che di almeno 140 film di vario genere sfiora il trash e il ridicolo in più occasioni. Cosa centri nell’edizione italiana il nome Korang dato al povero Julio è un mistero assoluto dei distributori italiani, che tradussero il titolo originale Night of the bloody apes in Korang, nome mai pronunciato nel film.
Un pò Frankenstein, un pò King Kong e un pò chissà cos’altro, il film di Cardona è a tratti imbarazzante, sopratutto nelle parti che richiedono l’apporto di effetti scenici che latitano del tutto fatta salva la sequenza per stomaci forti dell’asportazione del cuore del gorilla, che a quanto pare venne filmata dal vero per dare un tocco di realismo al film.

Non sò se questa storia sia vera o no, tuttavia è l’unico momento in cui lo spettatore salta sulla poltrona; per il resto si assiste ad un film che altro non è che un ensemble di varie situazioni già viste altre volte, con il finale clonato da King Kong.
Quando si hanno pochi soldi, un budget risicato e una sceneggiatura che fa più acqua di uno scolapasta non resta altro da fare che piazzare quà e là qualche bellezza discinta che corre urlando o mostare qualche ettolitro di simil sangue e il gioco è fatto.
Gli amanti del genere splatter storceranno il naso, ma in effetti di più da questo film non era lecito pretendere.
Ora, se come già detto la storia è abbastanza banale, vedere recitare gli attori da z movie ingaggiati per il film è impresa non da poco.
José Elías Moreno, che interpreta il dottor Krallman, è il meno peggio; del resto nel corso della sua carriera l’attore messicano ha interpretato quasi 200 film (quasi tutti i sudamerica, peraltro) e qualcosa signficherà pure.
Sul resto del cast meglio stendere un pietosissimo lenzuolo.
Recuperato ultimamente in versione dvd, può essere visto solo se veramente si è appassionati di b movie e di film di un passato davvero remoto.
Korang, la terrificante bestia umana
Un film di Renè Cardona. Con Armando Silvestre, Norma Lazareno, José Elias Moreno, Carlos Lopez Moctezuma, Noelia Noel,Gina Morell, Augustin Martinez, Gerardo Zapeda, Xavier Rizzo, Juan Fava Titolo originale La horripilante bestia humana. Horror, durata 83 min. – Spagna 1969.
José Elías Moreno … Dr. Krallman
Carlos López Moctezuma … Goyo
Armando Silvestre … Arturo Martinez
Norma Lazareno … Lucy Ossorio
Agustín Martínez Solares ..Julio Krallman (come Agustin Mtz. Solares)
Regia: René Cardona
Sceneggiatura: René Cardona Jr, René Cardona
Produzione: Guillermo Calderón, Alfredo Salazar
Musiche: Antonio Díaz Conde
Editing: Jorge Bustos
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Un medico, straziato dalle condizioni di salute del figlio, affetto da leucemia e destinato ad una morte precoce, ha la bella trovata di utilizzare il cuore (ed il sangue) di un gorilla. Ne consegue che l’ammalato passa dalla padella alla brace, con l’aggravante di assumere atteggiamente irrazionali e “bestiali”. Uccide chi incontra sul suo cammino e scatta -come una molla- adosso alla discinte fanciulle che incontra qua e là… A parte due stomachevoli sequenze di trapianto del cuore, il film pende continuamente tra ilarità ed illogicità…
Appena si vede per la prima volta il volto dell’uomo gorilla, il ridicolo fa il suo ingresso nella pellicola, anche se già quando inquadrano un orango all’inizio, che una volta narcotizzato si trasforma in gorilla, si inizia a sentire odore di pagliacciata. Comunque, a difesa della pellicola, bisogna dire che, se non altro, il chirurgo tenta più volte di dare delle spiegazioni che giustifichino la mutazione (assurde, ma almeno denota sbattimento dello sceneggiatore). In più, le operazioni sono quasi splatter (apertura toracica e cuore in mano). Aggiungiamo poi 2 tette e un culo…Vedibile.
Folle filmetto perennemente sul filo del ridicolo, molto divertente nel mescolare un’atmosfera da fanta-horror di serie b anni 50 con tocchi da exploitation, con nudi a buon mercato e splatter tanto estremo quanto mal realizzato (fatta eccezione per gli inserti dell’operazione, presi da chissà dove ma sicuramente non ricostruiti). Fotografia luminosa alla Lewis, cast (naturalmente) mediocre, dialoghi (naturalmente) ridicoli. Diverse le perle trash: il make-up dello scimmione, il finale lacrimoso, alcuni effettacci splatter. Brutto ma godibile.
Da vedere in versione rigorosamente uncut, per non perdersi le truci scene di operazioni a cuore aperto e i vari assassinii gore del mostro, abbastanza audaci per l’epoca, seppur materiati da SPFX caserecci. A parte queste cose, il film non è certo granchè e il ridicolo involontario è sempre dietro l’angolo, vista anche l’esiguità dei mezzi (il make-up del mostro è comico); tuttavia una fotografia competente e una regia diligente ne fanno un filmetto non disprezzabile, che ispira una certa simpatia al fan dell’exploitation. Mitico il titolone.
Visionato in versione integrale, il film è anche duretto. Certo il gore/splatter è un po’infantile, escludendo le scene del trapianto, davvero impressionanti. Il mostro umano è perennemente a caccia di donne da stuprare e uomini da massacrare, in tutti i modi, da vero gorilla (ma per favore!). Colpisce al collo, negli occhi ed arriva a decapitare, a suo modo. Mi è piaciuta anche la strana atmosfera anni 60, improvvisamente infranta dai nudi molto audaci, per l’epoca. Le scene iniziali dei combattimenti, rendono l’insieme ancora più intrigante ed originale.
Quando eravamo ragazzini, questo film veniva citato (forse soltanto in virtù del suo titolo pittoresco e spesso a sproposito, magari senza averlo veramente visto) quale primo esempio che ti veniva in mente in tema di “it’s so bad that it’s good”. Quasi un gemello del precedente “La terrificante notte dei robot assassini”, ispirato da una serie di fonti eterogenee (da “Balaoo” di Gaston Leroux, a Konga e persino, Ricerche diaboliche di Arnold), è in realtà una perfetta pellicola da drive-in, una pietra miliare del B-movie Made in Mexico.
Grande trashata della serie “so bad it’s so good” che si regge su una trama demenziale che comunque fa della poca pretenziosità un punto di forza. Il film è una sarabanda di donnine nude (e wrestler vestite!) sangue finto e squartamenti. Finti non sembrano i filmati dalla sala operatoria, girano voci secondo cui sono scene reali… La valutazione sarà necessariamente negativa, ma non male…
Capolavoro assoluto! Un medico trapianta il cuore di un gorilla al figlio gravemente malato, che guarisce ma (effetto collaterale) si trasforma lui stesso in un cattivissimo gorillone e inizia a mietere vittime (ovviamente meglio se giovani e femmine). A tutto questo aggiungete le “solite” lottatrici di catch, truculenza assortita e anarchia narrativa: otterrete un caposaldo del bis; eccessivo e divertentissimo, oltre che deliziosamente camp.
Il plenilunio delle vergini

Spinto dalla personale ossessione di ritrovare il mitico anello dei Nibelunghi, il professor Franz Schiller si reca in Transilvania, dove la leggenda narra che esso sia custodito in un castello.
Munito di un amuleto che dovrebbe fargli da salvacondotto (un amuleto egizio), Franz fà tappa in una locanda dove però viene derubato dell’amuleto.
Il furto è opera della Contessa Dollingen De Vries, la bella e affascinante castellana che custodisce il misterioso anello, che permette di dominare le persone e assicura anche l’immortalità.

Rosalba Neri

La pericolosa Contessa però è anche un temibile vampiro e la donna, dopo aver sedotto il debole professore, lo vampirizza e lo tramuta quindi in uno della sua specie.
Sulle tracce di Franz si mette il gemello Karl che arriva al castello proprio mentre sta per cadere il Plenilunio delle vergini; durante questo periodo, che si verifica ogni 50 anni, la Contessa avvalendosi del potere dell’anello soggioga delle ragazze (cinque), destinate ad essere sacrificate in messe nere.

Con l’aiuto di Tania, una bella ostessa che Karl ha conosciuto nell’osteria dove aveva dimorato Franz, l’uomo riesce dopo alcune avventure a recuperare l’amuleto e nel corso di una dura battaglia elimina uno dopo l’altro i custodi del castello ed è costretto ad uccidere anche suo fratello per levargli di dosso la maledizione di essere un vampiro, quindi un immortale.
Ma per una fatale imprudenza Karl metterà l’anello nella tomba del fratello, permettendo così a suo fratello di rinascere, alla contessa di vampirizzare Tania che così alla fine vampirizza Karl chiudendo il cerchio.
Trama abbastanza scontata, low budget che più basso non si può e sangue finto a fiumi caratterizzano quest’opera di Luigi Batzella/Paolo Solvay/Ivan Kathansky/Paul Selvin/Paul Hamus/Dean Jones, regista con più pseudonimi che film all’attivo.

Il plenilunio delle vergini è il classico horror di casa nostra, girato come molti altri prodotti del genere thriller/horror nel mitico castello di Balsorano che ha visto fra le sue antiche mura registi alle prese con film a basso costo, come il decamerotico Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, il musicarello Lady Barbara, il psicologico Esotika, Erotika, Psicotika, il thriller/horror La sanguisuga conduce la danza o l’erotico/satanico Malabimba.

Opera come dicevo di Luigi Batzella, autore di film esecrabili come La bestia in calore , Kaput lager – gli ultimi giorni delle SS e Nude per Satana, è un film che presenta come unici punti di forza una fotografia accettabile e la presenza della sfinge italiana, come soprannominata all’estero la nostra affascinante Rosalba Neri.
Se il film mantiene un minimo di interesse lo si deve proprio alla presenza dell’attrice di Forlì, molto generosa nel mostrare le sue forme perfette anche se spesso colorate da tonnellate di un liquido rosso che assomiglia vagamente al sangue.
Segno che la produzione aveva davvero le lire contate, cosa che si riscontra del resto nella povertà francescana deI costumi e in quella davvero desolante degli effetti speciali.


Se il film non attira più di tanto, stante anche le varie peripezie di Batzella che ogni tanto parte per la Tangente con la sceneggiatura, finendo per travolgere di ridicolo quel poco che si potrebbe salvare, si va nel comico verò e proprio di fronte alla recitazione a dir poco parrocchiale dell’attore Mark Damon che resta in scena a lungo nel doppio ruolo di Franz/Karl.
Legnoso, inespressivo e monocorde Damon finisce per rendere l’atmosfera ancor più stravagante in modo tale che alla fine anche il debole colpo di scena finale (la mano che si erge dalla tomba) diviene un espediente ridicolo, tanto che in alcune versioni del film non è presente.

Il plenilunio delle vergini o anche The devil’s wedding night esce nel 1973, ovvero in un periodo in cui la censura iniziava a mollare lentamente la presa; Batzella ovviamente ne approfitta elargendo a piene mani eros un tanto al chilo e scene di nudo, inclusi rapporti saffici e eterosessuali.
La vera protagonista resta la Neri, donna sensuale e misteriosa quel tanto da raffigurare con una certa aderenza il personaggio della Contessa De Vries; Rosalba Neri del resto era una vera specialista del genere come testimoniato dalle sue partecipazioni a film come L’amante del demonio e La figlia di Frankenstein.
Nel cast tecnico figura anche come operatore e co-regista l’inossidabile Aristide Massaccesi, anche se non accreditato.
Il resto del cast attoriale non merita nemmeno la citazione di prammatica, tanto si esprime su livelli bassi.
Un film quindi pesanemente datato e che può valere la visione solo nel caso si voglia arricchire la propria conoscenza della filmografia di Rosalba Neri, perchè in quanto al resto….
Il plenilunio delle vergini
Un film di Paolo Solvay. Con Mark Damon, Rosalba Neri, Esmeralda Barros, Stefano Oppedisano,Giorgio Dolfin, Gengher Gatti Horror, durata 85 min. – Italia 1973.









Mark Damon … Karl e Franz Schiller
Rosalba Neri … La Contessa Dolingen de Vries
Esmeralda Barros … Lara
Xiro Papas … Il vampiro mostro
Gengher Gatti … L’uomo misterioso
Enza Sbordone … Tania l’ostessa
Carlo Gentili … L’oste
Giorgio Dolfin … Un frequentatore dell’osteria
Stefano Oppedisano …. Un frequentatore dell’osteria

Regia: Luigi Batzella
Sceneggiatura: Ian Danby,Alan M. Harris,Ralph Zucker
Produzione :Ralph Zucker
Fotografia: Aristide Massaccesi (anche co- rega non accreditata)
Montaggio: Piera Bruni,Gianfranco Simoncelli
Musiche: Vasili Kojucharov
Scenografie: Carlo Gentili






Un abito da sposa macchiato di sangue

I neo coniugi Husband, in viaggio di nozze, si recano nel castello che l’uomo ha ereditato da sua zia Mircala Karstein.
La donna aveva ucciso suo marito proprio la prima notte di nozze ed era stata rinvenuta cadavere accanto al corpo dell’uomo.
L’atmosfera decisamente lugubre del castello sembra influenzare la psiche della giovane sposina Susan, che racconta a suo marito di essere perseguitata da incubi.
In uno di questi Susan vede nitidamente una certa Carmilla, che la invita a seguirla nel bosco.


Preoccupato dalle condizioni della moglie, il marito di Susan cerca di vegliare su di lei, ma le cose prendono una strada decisamente preoccupante.
Il pugnale servito a Mircalla per uccidere suo marito ricompare infatti dapprima nelle mani della figlia del custode e subito dopo nelle mani di Susan.
Sempre più allarmato, Husband chiama un medico per verificare le effettive condizioni di salute mentale della moglie, ma il medico viene barbaramente ucciso.
Anima dannata ispiratrice dell’omicidio è la famosa Carmilla, un’insegnante elementare che è riuscita a circuire sia Susan che la figlia del custode, la giovane Carol.
Carmilla, reincarnazione mai morta veramente di Mircalla Karstein è una vampira, che ha sedotto le due donne e che ora vorrebbe eliminare anche Husband….

Un abito da sposa macchiato di sangue (La novia ensangrentada) è un horror vampiresco datato 1972 e diretto da Vicente Aranda, regista spagnolo discontinuo ma dalle buone qualità.
Tratto dal romanzo Carmilla, edito nel 1872 su stesura di Sheridan Le Fanu, il film di Aranda si caratterizza per 2 fattori peculiari, ovvero la presenza di ardite scene di nudo e di sesso (anche saffico) assolutamente inusuali nel cinema spagnolo del periodo franchista e per la carica di violenza che esplode nel finale, con un’ecatombe decisamente forte anche per il cinema horror.
La storia di Carmilla/Mircalla Karstein aveva già avuto delle riduzioni cinematografiche: la prima e la più famosa era stata quella di Carl Theodor Dreyer , uno dei maestri del cinema degli anni 30 e 40 che nel 1932 aveva diretto Vampyr – Il vampiro, riducendo molto liberamente il racconto di Sheridan Le Fanu.

A questa prima riduzione era seguita quella del regista francese Roger Vadim che nel 1960 aveva diretto Il sangue e la rosa (Et mourir de plaisir); ma la versione più famosa era stata quella della Hammer production, Vampiri amanti (1970) con protagonista l’affascinante e compianta Ingrid Pitt, primo film della Trilogia dei Karnstein che incluse successivamente Mircalla, l’amante immortale (1971) e Le figlie di Dracula (1971).
Il film di Aranda si discosta marginalmente da questi film per la storia, molto profondamente invece nello sviluppo della stessa. Aranda curiosamente riesce a mantenere su binari accettabili una storia che per l’ennesima volta vede protagonisti dei vampiri, disegnando un inusuale ritratto psicologico dei personaggi che non ha molti riscontri nella filmografia vampiristica.



Belle le scene ad ambientazione gotica, aiutate anche dalla buona vena degli attori, Simón Andreu, Alexandra Bastedo e Maribel Martin; a sorprendere è la capacità del regista di mantenere alta la tensione anche in presenza del più classico degli elementi horror, ovvero l’avito castello dall’atmosfera dark o gotica.

La trama appare alquanto intricata e incongrua, ma poichè il film è nettamente un prodotto fantastico, si può sorvolare su alcune leggerezze della sceneggiatura, sopratutto alla luce della bellissima fotogafia e dell’ambientazione riuscita.
Censurato pesantemente in patria, il film ha finito per circolare quasi sempre in versione rimaneggiata; ultimamente la Blue Underground, casa specializzata nel recupero di pellicole del passato ha riproposto un DVD con le scene originali
Un abito da sposa macchiato di sangue
Un film di Vicente Aranda. Con Simón Andreu, Alexandra Bastedo, Julien Monteserrat, Maribel Martin, Angel Lombard Titolo originale La novia ensangrentada. Horror, durata 100 min. – Spagna 1972.










Simón Andreu … Husband
Maribel Martín … Susan
Alexandra Bastedo … Mircalla Karstein
Dean Selmier … Il dottore
Ángel Lombarte … Il padre di Carol
Montserrat Julió … La madre di Carol
Maria-Rosa Rodriguez … Carol

Regia: Vicente Aranda
Sceneggiatura:Vicente Aranda
Romanzo originale:Sheridan Le Fanu
Produzione: Jaime Fernández-Cid,José López Moreno
Musiche: Antonio Pérez Olea
Editing: Pablo González del Amo
Montaggio: Fernando Arribas








La notte dei dannati

A casa Duprey arriva una lettera spedita da parte del principe Guillaume de Saint Lambert.
La missiva è indirizzata ai due coniugi Jean e Danielle e contiene uno strano indovinello che è ripreso da Les fleurs du Mal di Beaudelaire, un libro che nel passato Guillaume, amico di Jean, gli ha regalato.
Incuriositi i due coniugi decidono di partire alla volta del castello di de Saint Lambert, ma all’arrivo vengono accolti dalla moglie del principe Rita Lernod che li informa immediatamente che il marito è in condizioni critiche essendo affetto da una malattia che nemmeno i medici riescono a diagnosticare.
Il principe riceve Jean e Danielle e rivela loro che la sua malattia è ereditaria; colpisce infatti da alcune generazioni tutti gli uomini della famiglia che abbiano compiuto 35 anni.
Intanto Danielle è turbata da uno strano quadro che ha visto appeso ad un muro; il dipinto mostra con dovizia di particolari una morte sul rogo e finisce per provocare degli incubi nella donna che si identifica con il personaggio del dipinto e quindi sogna di finire anche lei bruciata.


Nel frattempo Guillaume ha affidato a Jean un anello, raccontandogli che la verità sulla storia della sua malattia e della sua famiglia è racchiusa nella biblioteca del castello.
Quella notte il castello è scosso da due tragici avvenimenti; il primo riguarda la morte di Guillaume, il secondo quello di una giovane che viene rinvenuta con dei profondi graffi sul corpo.
La ragazza è una cugina del principe, che però la sera prima era presente in una casa a diverse centinaia di chilometri dal castello.
Jean intanto è riuscito a trovare il libro indicato da Guillaume; il testo fa accenno a streghe, alle proprietà dell’ametista come rimedio contro di esse e così l’uomo collega l’anello (che reca una pietra proprio di ametista) agli strani avvenimenti che stanno susseguendosi.


Infatti c’è un’altra morte e questa volta la vittima è la sorella della ragazza morta il giorno prima.
Le indagini di Jean, sempre più incuriosito e turbato dalla vicenda, lo portano a scoprire degli atti di un processo per stregoneria, avvenuto oltre tre secoli prima e che avevano visto morire sul rogo una donna, Tarin Drole.
L’uomo non impiega molto a capire che Tarin Drole altro non è che l’anagramma di Rita Lernod e scopre anche che il tribunale che aveva condannato la donna era presieduto da un antenato di Guillaume.
Intanto Rita, che è davvero la reincarnazione della strega bruciata sul rogo rapisce Danielle e…
La notte dei dannati, diretto da Filippo Walter Ratti nel 1971 è un gotico con variazioni horrorifiche condite in salsa thriller e mescolate con un pizzico di erotismo, quel tanto che si poteva mostrare 40 anni addietro.


Sopratutto, è un film girato in strettissima economia e dai ritmi dilatati temporalmente; sono presenti estenuanti passeggiate notturne e ogni scena dura più del consentito.
Per cercare di dare un senso alla pellicola, un tantino di pathos che altrimenti non giustificherebbe il pastrocchio messo su alla rinfusa, Ratti saccheggia tutti gli elementi portanti del cinema horrorifico di stampo stregonesco.
Si va dai candelabri e relative candele ai meandri del castello male illuminati alla processione di incappucciati con tanto di teschio in prima fila, dalle immancabili ragnatele alla morte della strega che si trasforma nella solita vecchiaccia orrida, senza però un minimo di effetti speciali che creino una suspense accettabile.

Filippo Walter Ratti (oggi quasi centenario) aveva alle spalle all’epoca di questa regia, una quindicina di film girati senza infamia e senza lode; il pubblico cinematografico anni settanta lo ricorda per Erika (1971) torbido drammone ambientato in Sicilia e sopratutto per il successivo I vizi morbosi di una governante del 1977.
Un mestierante come tanti altri, come dimostra questo insipido filmetto che per risollevarsi punta tutto sulle grazie di Patrizia Viotti, una attrice che ebbe qualche momento di celebrità proprio agli inizi dei settanta e su quelle di Angela De Leo, che ebbe una carriera cinematografica limitata a 6 film.


Con queste premesse è ovvio che il film sprofondi immediatamente nel limbo dei B movies; ad aggravare le cose interviene la recitazione amatoriale di Pierre Brice che tre anni dopo questa pellicola si trasferì in Germania dove continua tuttora a lavorare.
Filmetto insipido, quindi, che ebbe comunque una ristretta fama principalmente per la pubblicità involontaria che ne fece Big film, il mensile cine romanzato che mostrò diverse sequenze della pellicola che non erano invece presenti nella stessa per probabili motivi censori.

La notte dei dannati
Un film di Filippo Maria Ratti. Con Pierre Brice, Patrizia Viotti, Angela De Leo, Mario Carrè,Antonio Pavan, Daniela D’Agostino, Carla Mancini
Horror, durata 85 min. – Italia 1971.








Pierre Brice: Jean Duprey
Angela De Leo: Rita Lernod
Patrizia Viotti: Danielle Duprey
Alessandro Tedeschi:Prof. Berry
Mario Carra:Guillaume de Saint Lambert

Regia Filippo Walter Ratti
Soggetto Aldo Marcovecchio
Sceneggiatura Aldo Marcovecchio
Fotografia Girolamo La Rosa
Montaggio Rolando Salvatori
Effetti speciali Rino Carboni
Musiche Carlo Savina








Immagini tratte dal cineromanzo Bigsfilm
Si ringrazia per le foto del cineromanzo il sito: http://www.lovelockandload.net/
L’isola delle demoniache

Un posto maledetto, una chiesa sconsacrata, un naufragio con due sopravvissute.
Il posto maledetto è una ripida scogliera in Normandia, divenuto tale per la frequenza con cui nel corso dei secoli numerose navi sono finite tra gli scogli fracassandosi; la chiesa sconsacrata e ormai abbandonata nasconde secondo una leggenda locale un terribile segreto, ovvero la presenza tra le sue mura nientemeno che di un demone, imprigionatovi da sette Cavalieri che avevano partecipato alle Crociate.
Il naufragio con le due sopravvissute è quello in cui incorre una nave che sul finire degli anni trenta si schianta sulle tristemente famose rocce della scogliera della Normandia.
Le due ragazze, figlie del comandante della nave (delle quali non conosceremo i nomi) riescono a salvarsi dallo schianto, ma restano per diverso tempo prive di sensi.
Nel frattempo sul luogo del naufragio arrivano quattro loschi individui, che vivacchiano con la loro attività di sciacalli; il Capitano, com’è chiamato l’uomo che sembra aver maggiore autorità sul gruppo, la sua donna Tina, e i due loschi compari del capitano, Bosco e Paul, allettati dal bottino si accorgono della presenza delle due ragazze e invece di soccorrerle le violentano ripetutamente fino a lasciarle esanimi.
Compiuta la prodezza, il gruppo ritorna alla taverna che fa da ritrovo anche ad alcune prostitute della zona e dove la tenutaria, Madame Louise avvisa il gruppo che le due ragazze, in stato confusionario stanno per recarsi alla chiesa sconsacrata.
Qui le due sorelle trovano il custode del demone, un cavaliere, che dopo averle possedute trasmette loro dei poteri soprannaturali.
Si scatena la vendetta delle ragazze con logico olocausto finale.
Diretto dallo specialista Jean Rollin nel 1974, L’isola delle demoniache (Les demoniaques) non sfugge al tradizionale clichè del regista francese, fatto di un pizzico di paranormale di grana grossissima, di una spruzzata di violenza con qualche timido effetto splatter e sopratutto tanto erotismo con sovra esposizione di nudi femminili.
Al solito, il regista di Neuilly-sur-Seine confeziona un prodotto dagli aspetti estremamente divergenti e sconcertanti; ad una fotografia quasi lussuosa, molto simile ad una carrellata di piccoli quadri espressionisti, Rollin aggiunge una trama assolutamente inconsistente portata avanti in maniera confusa, quasi avulsa dalle immagini che scorrono sullo schermo.
Ad appesantire ulteriormente il tutto c’è la tradizionale parsimonia di dialoghi, con lunghe sequenze praticamente mute.
Inaspettatamente però il risultato finale non può essere bocciato in toto, perchè il regista francese mescola aspetti sicuramente affascinanti come la scogliera solitaria e da incubo, la chiesa sconsacrata ripresa sopratutto di sera e quindi dall’atmosfera lugubre e claustrofobica con un finale molto cattivo, in cui c’è spazio per la morte di tutti i personaggi principali, buoni o cattivi che siano.
Chi conosce Rollin sa che tra i 52 film che lui ha diretto la stragrande maggioranza ha trame a tratti inesistenti oppure esistenti e incomprensibili per lunghi tratti.
L’isola delle demoniache non fa eccezione, così come al solito la presenza di nudi femminili è massiccia anche se davvero poco erotica.
Anche le scene più forti, quelle di sesso tra le sorelle e il misterioso Cavaliere Crociato che custodisce il demone nella chiesa sconsacrata restano abbastanza freddine, non fosse altro per i minuti precedenti alle scene incriminate, in cui le due sorelle hanno passeggiato nude mano nella mano in un luogo che metterebbe i brividi a vederlo anche da fuori.
Ecco, le scene della chiesa sono decisamente le migliori, anche se ancora una volta va sottolineneata l’abitudine di Rollin di usare un ritmo bassissimo, quasi sognante per illustrare le situazioni che man mano si sviluppano nel film.
Per le due parti principali, le due sorelle, Rollin sceglie Lieva Lone e Patricia Hermenier, la prima all’esordio cinematografico ( e anche alla sua ultima prova), la seconda reduce dal film di José Bénazéraf The french love; anche Patricia Hermenier darà l’addio con questo film alla sua inesistente carriera cinematografica.
Poichè alle due attrici non è chiesto di far altro che farsi violentare e andar in giro nude, senza praticamente proferir verbo, si può dire che assolvano al loro compito.
Il resto del cast è nello standard tipico di Rollin, ovvero men che mediocre.
L’isola delle demoniache è comunque un passettino avanti per il regista francese, reduce da opere come Schiave del piacere o I desideri erotici di Christine, fatte molto probabilmente per la vil pecunia.
Qui Rollin osa fare qualcosa in più e come ho già detto il risultato è almeno da sufficienza.
L’isola delle demoniache, di Jean Rollin– Con Joelle Coeur, Lieva Lone, Patricia Hermenier, John Rico, Willy Braque, Paul Bisciglia, Louise Dhour, Ben Zimet, Mireille Dargent, Miletic Zivomir, Isabelle Copejans, Yves Collignon, Véronique Fanis, Monica Swinn- Horror erotico, Francia/Belgio 1974
Joëlle Coeur … Tina
John Rico … il Capitano
Willy Braque … Bosco
Paul Bisciglia … Paul
Lieva Lone … La prima Demoniaca
Patricia Hermenier … La seconda Demoniaca
Louise Dhour … Louise
Ben Zimet … L’esorcista
Mireille Dargent … Clown
Miletic Zivomir … Il Demonio
Regia: Jean Rollin
Sceneggiatura: Jean Rollin
Produzione: Pierre Quérut,Lionel Wallmann
Musiche : Pierre Raph
Editing: Michel Patient
Direzione artistica: Jio Berk
Messe nere per le vergini svedesi
Le sorelle Christine e Betty rispondono ad un’inserzione di un’agenzia che cerca due fotomodelle per servizi fotografici.
Ma l’annuncio è una trappola e le due ragazze inglesi scopriranno ben presto che l’autore dello stesso altro non è che un adoratore di Satana che ha intenzione di sacrificarle al Maligno con l’aiuto di una signora lesbica e la compiacenza di un gruppo di seguaci del male.
Lieto fine.
Credo che questa sia la recensione più breve in assoluto che ci sia su questo blog, ma in effetti di Messe nere per le vergini svedesi, pellicola diretta da Ray Austin nel 1972 c’è da dire ben poco a livello di trama.
Il titolo ovviamente è fuorviante, in quanto allude a misteriose vergini svedesi che nella realtà non esistono in quanto le due ragazze sono inglesi; ma i distributori italiani dell’epoca ben sapevano che tutto ciò che ammiccava o alludeva alla Scandinavia portava nelle sale più spettatori, sopratutto quando nei titoli si ammiccava a presunte vergini o voglie o vizi.

Ray Austin, regista inglese approdato poi felicemente al piccolo schermo dove ha diretto un nugolo di serie tv famosissime come Visitors, Highlander, Magnum PI, Zorro e la recente JAG – Avvocati in divisa gira un filmetto che strizza l’occhio all’horror satanico abbondantemente condito da sesso.
Sesso non di certo esplicito, ma illustrato attraverso intere sequenze in cui le due protagoniste ovvero le sorelle Christine e Betty interpretate rispettivamente da Ann Michelle e Vicki Michelle (sorelle anche nella realtà) girano senza veli in qualsiasi occasione.
E’ questa l’unica vera arma di un film piatto e senza guizzi, girato con l’evidente scopo di accalappiare un certo numero di spettatori con tendenze voyeuristiche.
Il “niente sesso siamo inglesi” è ancora una volta smentito clamorosamente da questa produzione che si rifà immancabilmente ai prodotti ben più degni della Hammer; l’Inghilterra confezionò per un certo periodo una mole enorme di filmetti a basso costo
( e bassa qualità) infarciti di nudi a tutto spiano, roba insomma da far impallidire i nostrani decamerotici.
In Virgin witch, titolo originale del film, non c’è alcun elemento di interesse particolare: l’azione è molto limitata così come pure l’ambientazione horror.
Il film cerca di darsi una patente di opera sul paranormale, nel momento in cui attribuisce a Christine capacita’ psichiche attivate proprio durante il sabba, nel corso del quale perde la verginità ma acquisisce facoltà paranormali.
La storia regge davvero poco, anche perchè la sceneggiatura è molto approssimativa e sembra assemblata in pochi minuti; le due attrici mostrano uno splendido corpo non affiancato da pari doti recitative.

Ann Michelle del resto finirà in produzioni di b movie dagli eloquenti titoli come Amori vizi e depravazioni di Justine, Spogliati… che poi ti sposo! ,Lady Chatterley junior mentre la sorella maggiore Vicky all’inizio seguirà la stessa strada (girerà il terrificante Lo stallone erotico ) per poi specializzarsi in serie Tv con lusinghiero successo, visto che è attiva ancora oggi.
Insomma, film di modestissime pretese che è passato completamente nel dimenticatoio per essere rispolverato qualche anno fa in edizione digitale che ha l’unico pregio di mostrare gli splendidi corpi delle protagoniste in tutto lo splendore del colore restaurato.
Messe nere per le vergini svedesi
Un film di Ray Austin. Con Patricia Haines, Keith Buckley, Ann Michelle,Vicky Michelle Titolo originale Virgin Witch. Horror, durata 89 min. – Gran Bretagna 1971.
Ann Michelle … Christine
Vicki Michelle … Betty
Keith Buckley … Johnny
Patricia Haines … Sybil Waite
James Chase … Peter
Paula Wright … La signora Wendell
Christopher Strain …Il lattaio
Esme Smythe … La cavallerizza
Garth Watkins … Il Colonello
Neil Hallett … Gerald Amberly
Helen Downing … Abby Darke
Peter Halliday … Il direttore del club
Regia: Ray Austin
Sceneggiatura: Beryl Vertue
Produzione: Hazel Adair, Edward Brady,
Dennis Durack …. executive producer
Ralph Solomons …. producer
Kent Walton …. co-producer
La pelle di Satana
Siamo in Inghilterra, nel XVII secolo.
Ralph Gower sta lavorando nei campi e mentre ara si imbatte in uno strana parte di corpo, che non sembra essere umana e nemmeno animale.
L’uomo porta il macabro reperto a casa e da quel momento nella contea si verificano fatti raccapriccianti.
Una giovane donna inizia a dare segni di squilibrio mentale, mentre al suo fidanzato capita di peggio; mentre è su un giaciglio, vede spuntare al posto della sua mano una zampa con artigli pelosa e mostruosa.
L’uomo, sconvolto si amputa l’arto, mentre alcune persone vedono comparire sul loro corpo strane zone di pelle coperte di peli.
Accanto a questi avvenimenti si sviluppa parallelamente la vicenda di una splendida ragazza, Angela Blake, che trova nei boschi un artiglio mostruoso e da quel momento viene posseduta da uno spirito satanico.
La ragazza inizia un’opera di reclutamento tra la popolazione locale, costringendo i neo adepti ad effettuare riti diabolici, in uno dei quali vengono sacrificati a Satana due ragazzi.
Dilaga la paura e a farne le spese è una giovane innocente, Margareth che viene gettata in un fiume dal quale viene salvata in extremis proprio dal contadino Gower.
Intanto in paese arriva un magistrato dai metodi spicci e dalla mente aperta, che grazie alla collaborazione di Margareth che non era poi così innocente come si pensava, identifica il luogo dove avvengono le cerimonie e con l’aiuto dei paesani spezza il sortilegio….
La pelle di Satana (Satan skin o anche Blood on Satan ’s Claw) è uno dei tanti horror britannici nati sulla falsariga dei prodotti Hammer, la gloriosa casa di produzione britannica che proprio in quegli anni presentava la famosa “trilogia dei Karnstein”, composta dai tre film Vampiri amanti (The Vampire Lovers) (1970), Mircalla, l’amante immortale (Lust for a Vampire) (1971) e Le figlie di Dracula (Twins of Evil) (1972).
La celebre sequenza in cui Angel si spoglia davanti al sacerdote
Un horror con una sceneggiatura abbastanza esile ma con uno scorrimento agile e interessante, strutturato come un gotico medioevale (bella la ricostruzione del paese in cui si succedono gli eventi) e con un pizzico di erotismo.
Memorabile la scena che lanciò la splendida protagonista Linda Hayden che compare completamente nuda davanti al prete del villaggio; Linda, che in seguito farà una discreta carriera specializzandosi in serie tv appare in tutta la sua sfolgorante bellezza e convince anche per la sua aria angelica, opposta al personaggio diabolico interpretato.
Qualche scena è ben congegnata, come quella iniziale del ritrovamento del pezzo anatomico che darà il via al diabolico sortilegio o la scena dello stupro della ragazza nei boschi o ancora la sequenza finale che vede protagonista il magistrato che riesce a spezzare l’incantesimo.
A convincere di più è proprio l’ambientazione, con un paese che sembra preso di peso dalle leggende nere inglesi, preda di superstizioni e paure irrazionali, ma che in questo caso si rivelano abbastanza fondate.
Un film onesto, senza grosse ambizioni ma anche senza grosse sbavature.
La pelle di Satana
Un film di Piers Haggard. Con Linda Hayden, Patrick Wymark, Barry Andrews Titolo originale Blood on Satan ’s Claw. Horror, durata 96 min. – Gran Bretagna 1970.
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Patrick Wymark … Il giudice
Linda Hayden … Angel Blake
Barry Andrews … Ralph Gower
Michele Dotrice … Margaret
Wendy Padbury … Cathy Vespers
Anthony Ainley … Reverendo Fallowfield
Charlotte Mitchell … Ellen Vespers
Tamara Ustinov … Rosalind Barton
Simon Williams … Peter Edmonton
James Hayter … Middleton
Howard Goorney … Il dottore
Avice Landone … Isobel Banham
Robin Davies … Mark Vespers
Regia: Piers Haggard
Sceneggiatura: Robert Wynne-Simmons, Piers Haggard
Produzione: Peter L. Andrews, Malcolm Heyworth, Tony Tenser
Musiche: Marc Wilkinson
Editing:Richard Best
Casting: Weston Drury Jr.
Direzione artistica: Arnold Chapkis

Pellicola di stampo “satanico” realizzata nel perfetto english style. Il clima perturbante è garantito dalla bellezza (un tantino inquietante) della sublime Linda Hayden, divenuta vestale del Demonio a seguito del rinvenimento d’un insolito artiglio. La maledizione è cagionata da oggetti infernali, sparsi qua e là (l’incipit con il pezzo anatomico parte umano, parte bestiale). Un contandino, con l’aiuto d’un magistrato, porrà fine alla mefistofelica concatenazione d’atti sanguinari. La scarsità degli effetti speciali limita il risultato finale.
Non male questo horror satanico con alcuni personaggi ben costruiti (il giudice scettico, il dottore, che fa solo salassi, legato ai miti e alle leggende popolari con annesso libro illustrato, Angela, di nome ma non di fatto e il povero prete, che vede diminuire sempre più le sue giovani pecorelle). Certo, il ritmo è quel che è, la datazione si sente, facendo fare qua e là qualche sorriso (Angela posseduta con sopracciglia alla Bergomi), ma tra un “gioco”, una sparizione e il diavolo che, più che lo zampino, ci mette gli artigli, ci si può accontentare, grazie anche a una recitazione decente.
Gotico rurale britannico immerso in un clima claustrofobico di bigottismo e peccato ove a provocare orrore non sono tanto gli artigli della pelosa Bestia disseppellita, quanto il gruppo di ragazzini – di qui l’aggancio con film passati e futuri è immediato – da essa reso diabolico e sanguinario; e, per di più, la loro sacerdotessa è una bionda fanciulla dal nome ingannevole (Angela) e dall’impressionante sguardo lubrico… La missione di sconfiggere il Maligno brandendo la spada della Fede è compiuta da un implacabile Wymark, figura ibrida fra un Grande Inquisitore, un esorcista e Van Helsing.
Discreto horror britannico che a tratti ricorda il successivo e ben più riuscito The wicker man, in cui il regista riesce a descrivere con efficacia un clima che diventa sempre più allucinato ed inquietante col procedere della storia. Finale un po’ troppo affrettato. Per l’epoca abbastanza forte. Godibile.
Ottimo horror inglese targato TIGON, che conta su un Wymark in perfetta forma e una raggiante Linda Hayden, con una non indifferente carica erotica (come nella scena in cui cerca di sedurre il prete) e tensione costante. Ottime fotografia e musica. Soltanto il make-up della creatura lascia un pochino delusi, ma si può anche sorvolare.
Opera che intriga con l’atmosfera rurale, i personaggi ben amalgamati e quelle forti pennellate di sex and demons date qua e là. Allo stesso tempo è un po’ lentina e legnosa nella regia. Altro punto double-face sono le musiche, che all’inizio mi sembravano invadenti e senza uno stile preciso. Alla fine invece il leitmotiv composto da Marc Wilkinson mi è veramente entrato dentro e vale mezzo punto in più.
Horror gotico/satanico non certo memorabile, ma non privo di qualche pregio (l’atmosfera, la prestazione di alcuni attori) e girato con una certa professionalità. Il mood generale riporta ai classici dell’horror british, per cui il film potrà piacere ai cultori del (sotto) genere; personalmente ho però trovato lo svolgimento decisamente catatonico e poco coinvolgente, oltre ad una sceneggiatura non propriamente solida e ad effetti speciali a dir poco caserecci. In definitiva, un B-movie solo per appassionati; invecchiato abbastanza male.
Il film inizia in sordina, quasi una fiaba scura, ma poi l’indirizzo cambia. Dopo il nudo integrale di Angela di fronte all’incorruttibile sacerdote, la pellicola assume un morboso connotato allo zolfo. La setta di Belzebù persevera la sua opera con lo stupro di una dannata, perpetrato in un palcoscenico inquietante e sotto lo sguardo perverso di vecchi e ragazzi, sani e malati. La furia purificatrice si esalta nella sfida alle pratiche magiche delle streghe e del loro padrone. I segni sono parte della bestia ed alla fine la verità verrà mostrata!
Echi polanskiani in particolare da Rosemary’s baby, un’ambientazione particolarmente azzeccata, quella delle campagne inglesi e l’adorazione del diavolo, alla base di questa pellicola, omaggio al maligno. Molti altri gli spunti interessanti, tra questi la ricostruzione scenica e una prima attrice perfetta nel suo ruolo. Un film da annoverare di diritto tra le opere sataniste. Le streghe ti daranno il benvenuto.
In un villaggio inglese per caso viene scoperto il cadavere di un essere che si ritiene di Satana. Da allora vengono commessi rituali di magia nera con tanto di sacrifici umani, mentre il “contagio” diabolico si espande sugli abitanti, marchiati da strane chiazze pelose sul corpo. Film inusuale, dal sottofondo pauroso e con una buona ricostruzione dell’epoca passata, ma che sbanda qua e là, sforzandosi di trovare uno stile univoco, invano. Annacquato..
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L’ultima casa a sinistra
In un tranquillo paese americano Mary Collingwood si appresta a festeggiare il suo diciassettesimo compleanno.
E’ l’occasione per la famiglia Collingwood di preparare una festa per la ragazza mentre Mary ha già stabilito di passare la giornata con l’amica Phyllis Stone.
Le due ragazze si fermano in un negozio, dove conoscono Junior che ben presto propone loro di andare a casa sua per festeggiare il compleanno di Mary con una fumata di spinelli.
Le giovani malauguratamente accettano e da quel momento per loro inizierà un incubo senza fine.
A casa di Junior infatti oltre al padre Krug che è un maniaco criminale psicopatico c’è anche la sua banda, evasa con lui.
Phyllis viene violentata e brutalizzata per tutta la notte, sotto lo sguardo terrorizzato di Mary che a sua volta il giorno dopo verrà fatta oggetto di crudeli violenze in un bosco nel quale il gruppo di sadici criminali si rifugia per sfuggire alla caccia della polizia.
Nel bosco, Mary tenta di convincere Junior a lasciarla andare, convinta che il ragazzo non sia come il resto della banda mentre Phyllis approfittando della distrazione momentanea dei delinquenti tenta di fuggire.
La ragazza non ha fortuna e viene raggiunta e uccisa a colpi di machete, dopo di che la successiva vittima della violenza brutale del gruppo è Mary, violentata e marchiata da Krug.
Mary tenta la fuga, ma viene raggiunta da un colpo di pistola proprio mentre sta per gettarsi nel lago; la ragazza non muore, e il gruppo si allontana alla ricerca di un riparo per la notte.
Purtroppo la casa che i delinquenti raggiungono è proprio quella di Mary Collingwood, l’ultima casa a sinistra; da questo momento gli eventi precipitano perchè il gruppo riesce a farsi aprire dagli abitanti della casa, che però scopriranno con chi hanno a che fare e metteranno conseguentemente in pratica una sanguinosa vendetta.
L’ultima casa a sinistra (The last house on the left), diretto nel 1972 da Wes Craven è uno dei più famosi film rape & revenge diventato nei decenni successivi il punto di partenza di molti film clone o comunque ispirati a questa storia diventando contemporaneamente un cult per molti spettatori.
Lo straordinario successo del film è da ascriversi a diversi fattori, il primo dei quali è l’inusitata violenza delle immagini e della storia, che presenta gli archetipi dei R&R, ovvero la violenza sui giovani e la successiva vendetta quasi sempre cruenta.
L’incubo ha inizio
Poi, non va dimenticato l’obbligatorio inquadramento temporale della pellicola; siamo nel 1972 e i film “forti” dal punto di vista visivo e della storia non sono poi tantissimi.
Uno degli esempi più calzanti è rappresentato da Arancia meccanica di Kubrick,che ovviamente appartiene ad un altro genere (anche dal punto di vista qualitativo, infinitamente superiore) ma che porta sullo schermo una storia in cui la violenza diviene non solo il mezzo espressivo di Alex e della banda dei drughi ma anche il paradigma di una società in tumultuoso divenire, ipotizzata da Anthony Burgess in A Clockwork Orange che è il romanzo da cui Kubrick trasse il suo capolavoro.
Tornando a L’ultima casa a sinistra, Craven crea un film in cui la storia in fondo è solo un contorno alle immagini di inaudita violenza che la pellicola propone.
Per la prima volta sullo schermo ad essere protagonista è lo stupro, mostrato con una crudezza e un realismo senza precedenti.
Chiaramente nel futuro il tema verrà ampliato e se vogliamo ancor più incrudito, come nel famoso I spit on your grave, Non violentate Jennifer di Meir Zarchi, in cui lo stupro assume dimensioni ancor più amplificate.
Ma tra il film di Craven e quello di Meir Zarchi ci sono anche 6 anni di differenza, un abisso temporale per il cinema, sopratutto per quello degli anni settanta.
Craven è costretto a misurarsi con la morale americana dell’epoca, con una commissione censorea che ostacola in tutti i modi la proiezione del film nella versione integrale; le cose andarono anche peggio in Europa, come nel caso del Regno Unito che bandì il film e che ancora oggi lo tiene all’indice dei film vietati sia come distribuzione sia come proiezione.
Perchè tanto accanimento verso questo film e sopratutto cosa giustifica la messa al bando della pellicola stessa?
A ben vedere quasi nulla.
Il film non ha una grossa tensione, non è recitato in maniera particolarmente brillante, contiene scene crude, è vero, ma oggi largamente superate da diverse pellicole anche di altro genere.
Quindi tutto rimanda decisamente all’epoca della prima proiezione.
Forse il motivo dell’accanimento non è da cercare tanto nelle scene di violenza quanto piuttosto nella morale insita nel film.
La celebre sequenza nel bosco
La giustizia dei parenti di Mary appare come una vendetta amplificata e lancia quindi un messaggio sociale molto pericoloso.
Che una famiglia borghese come la stragrande maggioranza di quelle che compongono la società americana possa passare dal suo status naturale tranquillo e educato ad un comportamento violentissimo e bestiale non è un messaggio accettabile.
E’ lo stato che deve tutelare il cittadino e il farsi giustizia da soli in modo così amplificato non è accettabile.
Craven quindi si scontra con la morale corrente aggiungendo alla violenza un’immagine della polizia assolutamente critica; i tutori dell’ordine non riescono a impedire che Krug e la sua banda di pazzi criminali riesca a compiere le sue gesta giustificando quindi l’autodifesa dei genitori di Mary, anche se eccessiva sopratutto nei metodi.
Detto questo e restituito a Craven il giusto tributo per aver osato proporre una storia politicamente scorretta e tanto disturbante non possiamo dimenticare le molte lacune del film, che in alcuni casi superano gli indubbi meriti dello stesso.
La sceneggiatura non ha molto di originale, la tensione latita, la recitazione fatta salva l’interpretazione di David Hess (Krug Stillo), di Sandra Cassel (Mari Collingwood) e di Lucy Grantham (Phyllis Stone) non appare molto significativa.
Sono solo alcuni dei difetti del film, a cui si potrebbero aggiungere altre lacune tecniche come l’imprecisione della MDP ecc.
Ma fare le pulci a questo film, 40 anni dopo la sua dirompente uscita significa usare un metro inutilizzabile, che costringerebbe a rivedere tante celebrate pellicole con gli occhi di oggi, cosa che farebbe a pezzi tantissimi miti. Un esercizio di stile che non si addice minimamente ad un recensore obiettivo e oggettivo.
Wes Craven non scrive un soggetto originale, tutt’altro.
La sceneggiatura è ripresa pari pari dal celebre La fontana della vergine di Bergman uscito nel 1960, ( a sua volta tratto da una leggenda svedese); nel film del grande regista svedese la giovanissima Karin accompagnata dalla serva Ingeri
deve consegnare dei ceri per la Vergine ma durante il viaggio viene violentata e uccisa da tre assassini che si rifugiano successivamente nella casa di Karin e grazie ad Ingeri scoperti e uccisi dalla famiglia della giovane scomparsa.
Il film di Bergman è, ovviamente, di ben altra levatura; punta il dito contro Dio (che permette simili atrocità), contro la società e contro il fato.
Craven non è Bergman e sopratutto non ha le ambizioni del regista svedese, è un esordiente e come tale riesce a creare un ottimo prodotto nei limiti già citati.
In seguito, il regista americano amplierà la sua esperienza nel genere ottenendo ottimi risultati con pellicole come Le colline hanno gli occhi,Nightmare – Dal profondo della notte,Il mostro della palude e Il serpente e l’arcobaleno.
L’ultima casa a sinistra resta quindi un prodotto imprescindibile per capire l’evoluzione del genere R&R, oltre che per apprezzare parte del clima che si respirava agli inizi degli anni settanta, quando la morale borghese e sopratutto le opere ad essa ispirate proponevano un’immagine della stessa fatta di stereotipi molto precisi quanto ipocriti.
L’ultima casa a sinistra
Un film di Wes Craven. Con Sandra Cassel, Lucy Grantham, David A. Hess, Fred J. Lincoln, Jeramie Rain,Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr, Ada Washington, Marshall Anker, Martin Kove, Ray Edwards
Titolo originale Last House on the Left. Drammatico, durata 91 min. – USA 1972.
Sandra Cassel: Mari Collingwood
Lucy Grantham: Phyllis Stone
David Hess: Krug Stillo
Fred J. Lincoln: Fred ‘Weasel’ Podowski
Jeramie Rain: Sadie
Marc Sheffler: Junior Stillo
Gaylord St. James: Dr. John Collingwood
Cynthia Carr: Estelle Collingwood
Ada Washington: Ada
Marshall Anker: Sceriffo
Martin Kove: Vice sceriffo
Ray Edwards: Postino
Regia Wes Craven
Soggetto Wes Craven
Sceneggiatura Wes Craven
Produttore Sean S. Cunningham
Fotografia Victor Hurwitz
Montaggio Wes Craven
Effetti speciali Troy Roberts
Musiche Roy Webb
Costumi Susan E. Cunningham
Trucco Anne Paul
Vittoria Febbi: Phyllis Stone
Glauco Onorato: Krug Stillo
Vittorio Stagni: Junior Stillo
Luciano De Ambrosis: Dr. John Collingwood
Ferruccio Amendola: Sceriffo
Manlio De Angelis: Vice sceriffo
Pino Ammendola: Narratore (ed. italiana)
Curiosità
Al film di Craven, che si ispira come già detto alla Fontana della vergine di Ingmar Bergman (1960) si ispirerà a sua volta Aldo Lado per L’ultimo treno della notte; per il film furono spesi meno di 100.000 $ mentre il film stesso venne girato in poco più di un mese.
Craven ha raccontato, in un’intervista, come nacque il titolo del film e le prime reazione della gente alla visione dello stesso:
“E ‘una storia interessante su come una campagna pubblicitaria e un titolo possano influenzare un film. In origine, il titolo di Ultima Casa A Sinistra doveva essere La notte della vendetta. Quando il film è uscito, questo titolo non ci piaceva,quindi abbiamo fatto un grande concorso tra tutti gli amici e parenti, e siamo arrivati ad una selezione finale che ha imposto il titolo definitivo.
Lo hanno proiettato in tre città contemporaneamente, tutti con (più o meno) la stessa popolazione, ma con campagne pubblicitarie diverse. In una città non venne nessuno ,mentre nelle altre due che avevano proiettato il film con il titolo “L’ultima casa a sinistra” spinto dalla campgana pubblicitaria che recitava “Continuare a ripetere, è solo un film!”, venne tanta gente. E la notte seguente, ci fu il doppio della folla, permettendo al film di decollare. Questo è un esempio di come un semplice cambiamento di titolo e una campagna pubblicitaria adeguata possano decidere le sorti di una pellicola.Ancora oggi ci sono persone che ricordano la campagna pubblicitaria. Alle proiezioni del film è possibile ascoltare il pubblico ripetere: “E ‘solo un film!”
Space vampires
Curioso horror/fantascienza diretto da Tobe Hooper nel 1985, Space vampires è un adattamento cinematografico del romanzo I vampiri dello spazio (The Space Vampires, 1976) di Colin Wilson, autore di innumerevoli opere di divulgazione su presunti atterraggi di extraterrestri sul nostro pianeta che avrebbero lasciato testimonianze come le piramidi ecc.
Un film detestato dalla maggior parte degli ammiratori del cineasta di Austin, a cui si devono pregevoli opere come Non aprite quella porta (1974),Quel motel vicino alla palude (1977) e Poltergeist – Demoniache presenze (1982), autore in questo caso di un film che parte bene e finisce male, utilizzando a piene mani una sceneggiatura i cui si trovano espliciti riferimenti ad Alien di Scott o al Dracula cinematografico.
Detestato perchè considerato (con molte ragioni) un film debole nella sua struttura e furbo proprio per l’utilizzo ( a tratti spudorato) di copioni dei film citati; da Alien Hooper prende di peso l’astronave terrestre che si imbatte in quella aliena mentre dal Dracula prende i classici vampiri che non succhiano sangue ma energia vitale.
Unica concessione e novità di un film che aggiunge anche sequenze alla Romero ed è tributario in qualche modo anche del primo Bava.
La storia inizia con un’astronave terrestre che viene inviata a studiare un manufatto alieno scoperto da studiosi terrestri nella coda della cometa di Halley.
La Churchill con al comando il colonnello Tom Carlsen e altri astronauti scopre all’interno di quella che è una gigantesca astronave aliena le bare trasparenti di tre esseri in tutto simili agli umani. Mal gliene incorre, perchè dopo aver trasportato le bare all’interno della Churchill per il personale di bordo iniziano i guai.
Che sono rappresentati proprio dai tre alieni che altro non sono che veri e propri vampiri spaziali alla ricerca di energia vitale da sottrarre alle vittime per poter continuare a vivere.
Da questa breve descrizione della trama si intuisce subito che il film di Hooper non presenta particolari motivi di interesse di innovazione di un genere, quello horror fantascientifico che ha avuto qualche piccolo gioiello che ha saputo coniugare non solo una storia piena di effetti speciali con un racconto credibile, ma anche tensione latente e un qualche messaggio sui rischi di incontri con civiltà aliene.
Il riferimento chiaramente è all’Alien di Ridley Scott, capolavoro del cinema di fantascienza contaminato dall’horror diretto dal grande regista inglese nel 1979, dal quale Hooper riprende di sana pianta l’espediente dell’astronave che si imbatte in una sua replica non umana. Ma se nel film di Scott la Nostromo incontra una specie aliena non antropomorfa dalle caratteristiche specifiche orribili (nascono da uova, sono mostruosi nelle sembianze e sono letali nella loro aggressività), in Space vampires la Churchill ha un incontro ravvicinato con una specie perfettamente identica a quella umana, tant’è vero che una aliena senza nome avrà una relazione appassionata con Tom Carlsen, unico sopravvissuto della Churchill stessa.

Nel film di Scott, estremamente più cupo nella sua metafora sui pericoli dell’universo e sulla paura congenita della mente umana verso tutto ciò che non è corrispondente ai canoni conosciuti, tutto ruota avviluppato all’atmosfera lugubre e claustrofobica della lotta tra l’alieno e l’unica sopravvissuta all’attacco degli alieni, Ellen Ripley mentre nel film di Hooper non vi è alcuna traccia di approfondimenti metafisici, in quanto tutto viene ridotto ad un’esplosione pischedelica di atti di vampirismo mescolati ad una spruzzatina furbissima di sesso come del resto testimoniato dal personaggio dell’aliena che gira completamente nuda per quasi tutto il film, seducendo con il suo corpo gli sventurati che incontra.

L’espediente di Hooper finisce per diventare l’unico vero motivo di interesse: quando c’è la May in scena tutto sembra acquisire un minimo di interesse insieme alle scene di “vampirismo spaziale” che lasciano le vittime incartapecorite e prive di energia vitale, destinate a diventare degli orrendi zombie che a poco a poco metteranno a soqquadro Londra.
Il vampiro che succhia energia è comunque una novità almeno gustosa; niente più canini affilati che si conficcano nella giugulare delle vittime ma un travaso di energia vitale che mantiene le tre creature aliene in vita.

Nel film ci sono sequenze gustose, come quella in cui la vampira aliena succhia l’energia ad un malcapitato che è entrato nella sala in cui è adagiata apparentemente priva di vita; un collega dell’uomo corre in suo aiuto ma deve passare attraverso diverse porte a vetri e quando arriva intelligentemente si avvicina alla vampira con il risultato di essere vampirizzato anche lui.
Altra sequenza che non passa inosservata è quella riservata al finale, quando Carlsen apprende della vera natura e della forma delle creature aliene dalla voce metallica dell’aliena donna, che racconta di aver preso la sua forma in base alle preferenze della mente di Carlsen stesso!
Aldilà di queste ingenuità più o meno volute, non è che il film annoi più di tanto; tutto sommato gli effetti speciali reggono anche se non sono lontanamente paragonabili a quelli di Alien, così come una certa tensione è latente nel film ed esplode anche se limitatamente con la vampirizzazione delle malcapitate vittime degli alieni.
Un discorso a parte merita la magnifica Mathilda May, che interpreta il personaggio dell’aliena seduttrice; a parte il fisico spettacoloso, la May riesce a dare un’aria di inumanità al suo personaggio, rendendolo simile ad un robot in forma umana. Poichè per larga parte del film gira nuda, lo spettatore non può non ammirare le grazie così generosamente esposte, che alla fine risultano essere uno dei pochi punti di forza del film stesso. L’attrice francese possiede un discreto talento e una sensualità prorompente che non passano inosservate.
In ultimo, la regia di Tobe Hooper; il regista non appare particolarmente ispirato così come non convince molto la sceneggiatura del recentemente scomparso Dan O’Bannon, autore di opere molto più affascinanti come il citato Alien, di Dark Star o di Il ritorno dei morti viventi.
Buone le musiche opera di Henry Mancini, suffciente la fotografia di Alan Hume.
Un film non di certo indimenticabile che però ha dalla sua qualche freccia al suo arco; può valere una visione, sopratutto da parte di chi vuol disimpegnarsi al massimo e non intende lambiccarsi il cervello su sceneggiature complesse.
Space Vampires
Un film di Tobe Hooper. Con Steve Railsback, Peter Firth, Frank Finlay, Mathilda May, Patrick Stewart,Aubrey Morris, Michael Gothard, Nicholas Ball, John Hallam, Nancy Paul, John Keegan, Owen Holder, Peter Porteous, Jerome Willis, Katherine Schofield, Derek Benfield, James Forbes-Robertson, John Woodnutt, Christopher Jagger, Bill Malin, Jamie Roberts, Russell Sommers
Titolo originale Lifeforce. Horror-Fantascienza, durata 116 min. – Gran Bretagna, USA 1985.
Steve Railsback … Colonnello Tom Carlsen
Peter Firth … Colonnello Colin Caine
Frank Finlay … Dr. Hans Fallada
Mathilda May … L’aliena Vampira
Patrick Stewart … Dr. Armstrong
Michael Gothard … Dr. Bukovsky
Nicholas Ball … Roger Derebridge
Aubrey Morris … Sir Percy Heseltine
Nancy Paul … Ellen Donaldson
John Hallam … Lamson
John Keegan … Guardia
Chris Jagger … Il primo Vampiro
Bill Malin … Il secondo Vampiro
Jerome Willis … Anatomo patologo
Peter Porteous … Primo Ministro
Katherine Schofield …Segretaria del Primo Ministro
Jamie Roberts … Rawlings
Russell Sommers … Ufficiale di navigazione
Regia Tobe Hooper
Soggetto Colin Wilson (romanzo)
Sceneggiatura Don Jakoby, Dan O’Bannon
Fotografia Alan Hume
Montaggio John Grover
Effetti speciali Apogee Productions Inc.
Musiche James Guthrie, Henry Mancini, Michael Kamen.
Claudio Capone: colonnello Tom Carlsen
Cristiana Lionello: L’aliena Vampira
Renato Cortesi: colonnello Colin Caine
Marcello Tusco: Dr. Hans Fallada
Gianni Bonagura: dottor Armstrong
Pietro Biondi: dottor Bukovsky














































































































































































