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Femmine in gabbia

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L’esordio cinematografico del regista Robert Jonathan Demme avviene nel 1974 con questo film, in originale Caged heat e distribuito in Italia con il titolo Femmine in gabbia, in omaggio alla consolidata prassi che vuole sempre titoli ammiccanti alla sessualità come specchietto per le allodole per gli spettatori;il futuro produttore cinematografico e sceneggiatore statunitense di Baldwin, autore del pluri premiato Il silenzio degli innocenti, di Qualcosa di travolgente e di Philadelfia, tanto per citare i suoi titoli più noti dirige un Wip abbastanza tradizionale, con tanto di carceri, belle detenute sottoposte ad angherie e tradizionale direttrice sadica.
Il plot di questo women in prison è abbastanza semplice:in un carcere femminile spadroneggiano una direttrice sadica e psicopatica e un medico altrettanto depravato, che nel passato si era distinto per aver torturato senza pietà i prigionieri della sporca guerra, quella del Vietnam.

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I due hanno buon gioco nell’imporre i loro metodi disumani sulle detenute, che dal canto loro, frustrate nella sessualità e abbruttite dalle sevize ricevute si abbandonano a nefandezze di ogni genere.
Le condizioni di vita del carcere sono ben aldilà della sopportazione ed un gruppo di esse riesce ad evadere.
Ma la polizia,che ha l’ordine di reprimere la rivolta e riportare indietro le fuggitive, agisce con metodi quasi uguali a quelli della direttrice e del medico.
Femmine in gabbia si fregia ( e pregia) della presenza di un nutrito stuolo di belle e capaci comprimarie mentre il ruolo della direttrice McQueen è affidato ad una vecchia conoscenza del genere horror, la bravissima Barbara Steele;la regia è efficace anche se Demme spinge moltissimo sugli aspetti erotici della vicenda, marcando inequivocabilmente l’appartenenza della pellicola al genere Wip.

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Tuttavia la mano precisa e ferma del regista,la sua indubbia abilità con la macchina da presa e la capacità di direzione distinguono il prodotto dai tanti emuli che circolavano nel periodo,i più famosi dei quali ricordiamolo vedevano la partecipazione dell’attrice di colore Pam Grier.
Una produzione valida, quindi alla cui supervisione troviamo un’altra vecchia conoscenza, Roger Corman.

Femmine in gabbia

Un film di Jonathan Demme. Con Barbara Steele, Roberta Collins, Juanita Brown Titolo originale Caged Heat.Drammatico/ Erotico, durata 84′ min. – USA 1974.

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Juanita Brown: Maggie
Roberta Collins: Belle Tyson
Erica Gavin: Jacqueline Wilson
Ella Reid: Pandora
Cheryl Smith: Lavelle (con il nome Rainbeaux Smith)
Warren Miller: Dr. Randolph
Barbara SteeleDirettrice McQueen
Crystin Sinclaire: Crazy Alice (con il nome Lynda Gold)
Mickey Fox: Bernice
Toby Carr Rafelson: Pinter (con il nome Tobi Carr Refelson)
Ann Stockdale: Bonnie
Irene Stokes: Hazel
Cynthia Songé: Rosemary (con il nome Cynthia Songey)
Carmen Argenziano: Wrestler
John Aprea: Dream Man
Leslie Otis: Meccanico
Mike Shack: Jake
George Armitage: Conducente auto
Patrick M. Wright: Benzinaio (con il nome Patrick Wright)
Joe Viola: Guidatore auto sportiva
Gary Littlejohn: Ploiziotto alla banca
Hal Marshall: Guardia della banca
Carol Miller: Carol
Cydoni Cale: Cindy
Essie Hayes: Essie
Layla Bias Galloway: Shower Guard (con il nome Layla Gallaway)
Dorothy Love: Kitchen Matron
Rob Reece: Mickey Mouse Robber (con il nome Bob Reese)
Valley Hoffman: Val
Amy Randall: Amy

Regia Jonathan Demme
Soggetto Jonathan Demme
Sceneggiatura Jonathan Demme
Produttore S.W. Gelfman, Evelyn Purcell, Roger Corman
Casa di produzione Artists Entertainment Complex, New World Video, Renegade Women Co
Fotografia Tak Fujimoto
Musiche John Cale
Scenografia Eric Thiermann
Trucco Rhavon

L’opinione del sito http://www.glispietati.it

Il suo film parte come (pretesa di) documento sulla violenza nelle carceri femminili: la voce fuori campo avvisa che l’utilizzo di caratteri estremi era necessario per trasmettere meglio il messaggio di “denuncia”…ma è meglio farci sopra una risata. Il dottore folle, la sessualmente repressa direttrice (Barbara Steele) su sedia a rotelle, le punizioni ingiuste, il Caso che ci mette troppo spesso lo zampino, tutto è un pretesto per una compiaciuta ed insistita presenza del corpo femminile denudato e/o in bella mostra, fra detenute tutte avvenenti e perverse, sempre a parlar di sesso, (addirittura) con camice da notte sexy, impegnate in eccitanti lotte sott’acqua (slippery when wet…) e così via. Non può mancare, nell’exploitation, la violenza, presa direttamente a prestito dai film carcerari maschili, con qualche tocco grandguignolesco in più (l’orecchio mozzato da un proiettile, ad esempio). Più procede, più il racconto sconfina nell’inverosimile, rivelando la sua gradita natura da B-movie, inevitabilmente di culto per efferatezze e depravazioni assenti in una produzione mainstream (almeno, ai tempi). Ma l’opera è anche figlia dei suoi tempi, fra inno alla liberazione sessuale, al femminismo (lo scienziato pazzo vuole curare la donna sottomettendola al maschio e ai suoi piaceri) e lotta contro il Sistema disumano. E contiene già il tema preferito dal regista, la labilità del confine fra Bene e Male, giusto e sbagliato, per un’ambiguità di fondo che rende tutto più maledetto, erotico ed affascinante.

L’opinione di Rebis dal sito http://www.davinotti.com

Donne dietro le sbarre: un immaginario erotico si dischiude… Demme esordisce sotto il segno di Russ Meyer – Roger Corman all’ascendente – e pur rispondendo a tutti i diktat del prison movie exploitativo scende a patti con l’estetica da B-movie traducendo la povertà dei mezzi in forza espressiva ed irruenza pop (in anticipo su Tarantino e Lady Gaga): l’eccesso si fa liberatorio e irriverente. Così indugia, violenta, infierisce ed esibisce i corpi delle donne ma rimane dalla loro parte, le rispetta e le libera. Di culto Barbara Steele. Visione in lingua originale obbligatoria. Intelligente.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Titolo paradigmatico del genere WIP. Entro lo scenario degradato e degradante del carcere – sporcizia, abusi, violenze, perversioni – Demme sovrappone spesso sogno, realtà e ironia e adotta una prospettiva femminista. L’inizio entra di diritto negli annali del trash mondiale, con facce e scene d’azione talmente scalcinate da far invidia ai nostri Fidani e Polselli. La Gavin è l’eroina di Vixen; la Steele, direttrice castigata, paraplegica e sessuofoba, compare anche – in un suo incubo cabarettistico – sottoforma di un alter ego ninfomane.
L’opinione del sito http://www.apropositodi.it

Non so spiegare, fortunatamente, in quanto in caso contrario sarebbe qualcosa di noioso, il perché quando mi capita di vedere un determinato film scaturiscono determinate emozioni, nostalgie, rimpianti, desideri, emozioni varie, forti e sincere.
Questo per quanto mi riguarda è uno dei motivi per cui mi piace un film, un disco, un libro, uno spettacolo, etc.
Devo dire che sono particolarmente attratto dalle scenografie degli anni 70, dalla fotografia, le ambientazioni: le trovo maledettamente gagliarde, polverose, datate, irripetibili.
Nemmeno le produzioni che spendono milioni di dollari o euro riusciranno a ricostruire il sapore che si percepisce quando ci si trova davanti ad una scenografia originale di uno specifico e determinato periodo storico, in questo caso appunto: gli anni 70, l’ambientazione originale.
Per un motivo maledettamente semplice: il tempo passa, i luoghi cambiano, cambiano i colori, i suoni, le percezioni, le emozioni, i sogni, le speranze, i desideri.Potere della cinematografia. O del tempo che scorre ed inevitabilmente ed implacabilmente sentenzia le scadenze.
Quello che poi conta molto per quanto riguarda la visione di un film, è il momento in cui una specifica pellicola viene guardata.
Possiamo rimanere più o meno affascinati da un film, associato ad un preciso stato d’animo di uno specifico momento. E’ quello che mi è accaduto con Caged heat.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

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settembre 9, 2014 Posted by | Drammatico, Erotico | , , , | 5 commenti

L’armata Brancaleone

L'armata Brancaleone locandina

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Un film nato quasi per gioco,e che viceversa si trasformò in un autentico evento di costume,che rivoluzionò il modo di presentare il medioevo,che non è più popolato di nobili cavalieri e donzelle,di duelli e di certami cavallereschi,ma pieno di gente comune,i perdenti e gli sconfitti,quelli che Monicelli tanto prediligeva mostrare sullo schermo.

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Una rivoluzione copernicana,a cominciare dai dialoghi,in un italiano delle origini buffo e irresistibile,infarcito di locuzioni dialettali,con dialoghi alle volte surreali,ma assolutamente innovativi;in mezzo una banda di straccioni,quelli che Pasolini avrebbe definito sottoproletari senza arte ne parte,vero fulcro della vita sociale del medioevo. Il soggetto della coppia magica Age e Scarpelli,la regia di Monicelli e un cast di attori assolutamente straordinario completano il quadro di un’opera che segnò una svolta non solo nel costume,ma anche nella maniera di presentare,da allora in poi,un’epoca che era stata eccessivamente mitizzata o al contrario eccessivamente denigrata.

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Brancaleone da Norcia,rampollo di una nobiltà di provincia,ricca di blasone ma povera economicamente,parte per il feudo di Aurocastro per rivendicarne il possesso,secondo quanto affermato da una pergamena che il piccolo manipolo di straccioni gli ha presentato,senza però dire che quella pergamena è stata sottratta ad un nobile aggredito e che al momento del furto sembrava morto.

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Il gruppo,l’armata Brancaleone,scompaginato assieme di varia umanità,gira in lungo e in largo per la penisola,coinvolto in avventure grottesche,al limite e ben oltre il ridicolo;entra in un paese per saccheggiarlo e scopre che è affetto dalla peste,si unisce ad un gruppo diretto in Terrasanta,capeggiato dal monaco Zenone,salvo poi abbandonare anche questo quando il monaco precipita da un ponte.

Sempre più coinvolta in imprese grottesche,l’armata libera una donzella,promessa sposa di un nobile,salvo poi scoprire che la giovane donna non era affatto un giglio,giunge infine in un paesino per conquistarlo,e lo conquistano davvero,perchè gli abitanti,avvertiti dell’arrivo dei saraceni,consegnano le chiavi della città e fuggono.

Fatti prigionieri dai mori,vengono liberati da un misterioso cavaliere,che altri non è che il legittimo signore di Aurocastro,che a sua volta li vorrebbe mettere a morte;ma l’arrivo provvidenziale del monaco Zenone,salvatosi miracolosamente,li salva dalla morte;il nostro gruppo di simpatici e imbranati avventurieri ha ora una nuova meta,partecipare alla liberazione del Santo Sepolcro.

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Un film che diverte in maniera irresistibile,per tutta una serie di motivi;le avventure surreali del gruppo,che parla un linguaggio a metà strada tra il latino e il volgare,arricchito di neologismi assolutamente irresitibili si uniscono alla simpatia che suscitano,spontaneamente,proprio perchè sono dei perdenti.

Tutto è messo in burla,anche la morte;che appare una compagna di cammino fastidiosa,ma con la quale si può anche celiare;i paesaggi sono scarni,danno l’impressione reale di un Medioevo in cui la concentrazione degli abitanti è limitata ai piccoli centri urbani,in cui ognuno si fa furbo per sopravvivere,in un’epoca popolata da briganti e malfattori.

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Lui,Brancaleone da Norcia,è un loquace e spaccone avventuriero,al quale non manca la nobiltà d’animo;un pò guascone,un pò Don Chisciotte,Brancaleone ha comunque un senso morale e non manca di senso della giustizia.E’ un cialtrone,ma di quelli simpatici,a cui si perdona tutto.E Gasmann dipinge il suo personaggio in maniera perfetta,dando spessore,anima e umanità proprio al condottiero senza macchia e senza paura,almeno all’apparenza.

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Tutti bravi gli attori,a loro perfetto agio e sicuramente anche loro divertiti da quella strana sceneggiatura,da quello strano parlare e da quelle mirabolanti avventure su è giù per una penisola abitata da tanti straccioni,furbi,spietati e a volte anche umani. Chissà,forse il Medioevo era davvero questo,un’umanità un pò gaudente,un pò triste,in cui il destino di ognuno era legato a fattori imprevedibili,come la peste,le malattie i briganti e….le armate Brancaleone.

L’armata Brancaleone, un film di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Catherine Spaak,Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella,Barbara Steele, Carlo Pisacane, Folco Lulli, Fulvia Franco, Luis Induni, Pippo Starnazza, Ugo Fangareggi, Gianluigi Crescenzi, Luigi Sangiorgi, Joaquín Díaz, Tito García
Commedia, Ratings: Kids+16, durata 120 min. – Italia, Francia, Spagna 1966.

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Vittorio Gassman: Brancaleone da Norcia
Gian Maria Volontè: Teofilatto dei Leonzi
Catherine Spaak: Matelda
Folco Lulli: Pecoro
Maria Grazia Buccella: La vedova
Barbara Steele: Teodora
* Enrico Maria Salerno: Zenone
Carlo Pisacane: Abacuc
Ugo Fangareggi: Mangold
Gianluigi Crescenzi Taccone
Pippo Starnazza: Piccioni
Luigi Sangiorgi: Manuc
Fulvia Franco: Luisa
Tito García: Filuccio
Joaquín Díaz: Guccione
Luis Induni Luigi di Sangi
Carlos Ronda: Enrico di Andrea
Juan C. Carlos: Aldo di Scaraffone
Alfio Caltabiano: Arnolfo Mano-di-ferro
Philippa de la Barre de Nanteuil: Isadora

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Doppiatori italiani:

Enzo Liberti: Pecoro
Benita Martini: La Vedova
Luisella Visconti: Teodora
Franco Latini: Abacuc
Marcello Turilli: Mangold
Antonio Guidi: Arnolfo Mano-di-ferro

Fotografia: Carlo Di Palma
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Effetti speciali: Armando Grilli
Musiche: Carlo Rustichelli
Scenografia: Lorenzo Baraldi

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Non mi ha fatto impazzire. Ha cose meravigliose: innanzitutto il lessico delizioso (“fromboliere”, “folgore”, “proietto”…), poi i costumi, le superbe località agresti dell’Italia Centrale e Meridionale, la grande interpretazione di Gassman, la piacevolissima parte di Volontè, ma quello che manca è la tipica vivacità della commedia all’italiana, della quale questo film è ritenuto uno dei vertici. La vicenda è però lenta, non appassionante, fatta di avvenimenti prevedibili, con parentesi di troppo. Forse sono io che non ho capito bene il film.

Interessante “operazione cinematografica” diretta, come il sequel, da Mario Monicelli che combinò gli umori della commedia all’italiana di stampo classico (ovvero rassegna di caratteri per realizzare una riflessione sulla società) con i toni della farsa e del film in costume. Il risultato è un film molto divertente (ma che offre parecchi spunti di riflessione grazie all’arguta sceneggiatura) anche grazie all’introduzione di un simpatico linguaggio misto tra latino ed italiano arcaio/volgare. Grande Gassman,particolarmente istrionico.

Cavaliere di mezza tacca guida un gruppo di sfigati tra paesi, duelli e battaglie. Monicelli (con Age e Scarpelli) è un Cervantes grottesco che crea un Medioevo trucido e cialtrone caratterizzato da un italiano maccheronico e burino: ne viene fuori uno squinternato e spassoso romanzo cavalleresco, che ha in Gassman un eccellente interprete e nei paesaggi dell’Italia centrale il sapore di una storia che si può irridere, ma anche usare come metafora grottesca della nostra realtà fatta di fanfaroni e litigi sotto l’ala incombente della morte.

Spesso considerato (a torto) una delle tante e semplici commediole italiane dell’epoca, è in realtà un film ben più complesso, ricco di riferimenti (alti) cinematografici, musicali e letterari. Notevolissime le invenzioni linguistiche, così come pure la fotografia di Carlo De Palma, i personaggi (alcuni dei quali irresistibili), le interpretazioni degli attori, i titoli di testa e di coda, i costumi, le musiche e chi più ne ha più ne metta. Un capolavoro ricco di idee, inventiva e fantasia. Da vedere e rivedere ed assolutamente da non perdere.

Insignissima opera de lo bravo Monicelli e de li sceneggiatori sua, qui ponet a loro agium magna actora quali lo Gassman e lo Volontè (graditam sorpresa in rolo non solito) et una serie bravorum caratteristi (intra quali lo Pisacane fora rolo est). La pelicula denunziat nu poco de ripetitivitas temorum et lentezzam di fondum sed le multa felix trovatam, lo cantum e lo idioma latino vulgaris mirabili sunt. Tanto che puro lo criticum contagiatus est.

Fantasia coloratissima, sgargiante e tanto, tanto divertente imitatissimo sino al pessimo Attila  con Abatantuono. Questo neologismo costante, questo carnevale goduto e godurioso è ricco di trovate (la corte bizantina, il paese degli appestati, la doppia esecuzione, la consegna della “vergine”), vero e proprio compendio in chiave comica di storia della seconda liceo. Monicelli memore dei Soliti Ignoti  (quasi un remake questo film, a tratti) inventa una compagnia di pezzenti guidati da un Gassmann in excelsis, pezzente e valoroso, sfigato e idealista.

Penso che questo sia il genere di film che Monicelli preferiva dirigere, visti anche i simil-autoplagi futuri. Un manipolo di sfigati fieramente capeggiato da Brancaleone scorrazza per lo Stivale combinando divertenti disatri a ripetizione. Belli i costumi e la ricostruzione medievale. Domina su tutti un Gassman teatrale fin sopra i capelli, che sfoggia imperiosamente un linguaggio aulico che è musica per le orecchie. Volontè invece si accontenta del ruolo di spalla occasionale. La colonna sonora ormai precede la fama dell’opera stessa.

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“Cedete lo passo tu!”

“Transitate lo cavalcone in fila longobarda”

“No, no.. ite anco voi sanza meta, ma de un’altra parte…”.

“Sarai mondo se monderai lo mondo!”

“Aquilante della malasorte!”

“Lo patre mio, barone di Norcia, morette quando io era in età di anni 9. Mia madre riandette a nozze con uno malvagio, lo quale avido dei beni miei mi consegnò ad uno sgherro, omo di facile pugnale, acché mi uccidesse. Ma non lo facette: preso di rimorsi mi abbandonò in uno bosco, ov’io sopravvissi, solo, e crebbi libero e forte come una lonza. Arrivato all’età degli anni 20 mi appresentai allo castello per reclamare il mio, ma infrattanto matre et patrigno si erano morti dopo aversi scialaquato cose ed ogni bene. Tanto che quando io dissi: “Brancaleone sono, unico legittimo erede di ogni cosa che avvi”, lo capitan de’ birri gridò: “Bene, e tu pagherai li debiti! Afferratelo!!”. Al che io brandii l’arma, ferii due guardie e fuggii… da allora vado errando e pugnando…”

“All’erta, miei prodi! Vi siete finora coperti di merda! Copritevi oggi di gloria! “

“Facemo 1.000 petecchioni, e contenti li sapienti e li minchioni! “

“Oh, gioveni! Quando vi dico sequitemi miei pugnaci, dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche.”

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giugno 10, 2008 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento