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I senza nome

I senza nome (Le cercle rouge) è il penultimo film di Jean-Pierre Melville,uscito nelle sale nel 1970,quindi tre anni prima della morte del bravissimo
regista parigino.
Un vero e proprio testamento artistico,che precede di soli due anni l’ultimo film di Melville,Due contro la città nel quale il protagonista di I senza nome,Alain Delon,passerà (cinematograficamente parlando) dall’altro lato della barricata.
Un noir d’eccezione,I senza nome,anche se a voler essere precisi trattasi di “polar“,termine tecnico per identificare un film (ma anche i romanzi) che fondono elementi di genere poliziesco e noir (policier et noir),un film parlato pochissimo che lascia tutta la narrazione alle immagini,di conseguenza alle espressioni dei volti dei vari protagonisti.
Che sono quattro,fondamentalmente.
Il primo è Corey,un rapinatore che esce di prigione dopo una rapina;un perdente,come del resto gli altri due che si ritroveranno a condividere,per volere del fato,la sua stessa strada.


Il fato,dicevo.
Si,perchè il fato è il grande protagonista,assieme alla legge,del film e delle vite del citato Corey,di Vogel,rapinatore che in fuga dal treno che deve portarlo da Marsiglia a Parigi a rifugiarsi nel bagagliaio dell’auto di Corey e infine Jansen,ex tiratore scelto della polizia radiato dal corpo per problemi di alcolismo con conseguente delirium tremens e allucinazioni.
Tre sconfitti,tre uomini al (e del) “milieu” e legati inesorabilmente al mondo del crimine dal quale non possono ormai più sfuggire.
Inevitabilmente le vite dei tre finiranno per intrecciarsi fatalmente,per quel destino che alle volte spinge le vite degli uomini a incrociarsi.
E a condividere la stessa fine.

Corey,Vogel e Jansen decidono di fare un colpo,l’ultimo.
E lo sarebbe davvero se,dopo averlo eseguito perfettamente,non venissero traditi proprio dalla malavita e sopratutto se non avessero,alle loro calcagna,un mastino indomabile come il commissario Mattei che,inseguendo Vogel,finisce per incrociare il terzetto (ancora il destino) e a segnarne la fine.


Un film teso,senza sorrisi,scandito implacabilmente dalle vicende dei tre impegnati a portare a termine il colpo della vita e quella dell’implacabile commissario Mattei deciso a catturare Vogel.
Melville mescola con eccezionale bravura e senso della misura i temi a lui più cari,come la solitudine,l’amicizia,l’ineluttabilità del destino,creando tre figure che appaiono sconfitte sin dai primi fotogrammi.
Sono tre personaggi della malavita,eppure alla fine della storia la simpatia dello spettatore va a loro,agli sconfitti.
Non sappiamo molto delle loro vite,ma istintivamente simpatizziamo per quegli uomini traditi anche dalla legge omertosa della malavita,inseguiti implacabilmente dalla legge,quella stessa legge che in realtà tutela gli onesti cittadini.
Ma Melville semina,quà e là,dosi di veleno nei confronti di questa impacabile legge,dei suoi rappresentanti.
Non è forse un secondino a proporre a Corey il colpo?

I senza nome è davvero un gran bel film;da gustare e da assaporare in ogni suo fotogramma.Un film giocato su ombre,fotografiche e caratteriali.
Fotografiche perchè pur essendo un film a colori vede la colorazione stessa sfumare in colori tenui,malinconici.
Caratteriali perchè i tre protagonisti,che dovrebbero esserlo in negativo essendo dei criminali,posseggono un codice d’onore al quale sono ligi.
Bravissimi tutti i protagonisti,da Alain Delon a Gian Maria Volontè (che ebbe memorabili liti con Melville),a Yves Montand a Bourvil,che morirà improvvisamente subito dopo le riprese del film.
Quattro grandi attori e mai come in questo caso i complimenti non sono sprecati.
A quasi 50 anni di distanza,I senza nome mantiene una freschezza assolutamente unica e resta una delle migliori produzioni del decennio settanta.
Il film è disponibile,in una discreta versione,all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=vFAuMJ6cC6w&t=846s

I senza nome

Un film di Jean-Pierre Melville. Con Gian Maria Volonté, Alain Delon, Yves Montand, François Périer, André Bourvil Titolo originale Le cercle rouge. Poliziesco, durata 125 min. – Francia 1970

 

Alain Delon: Corey
Gian Maria Volonté: Vogel
Yves Montand: Jansen
Bourvil:[1] il commissario Mattei
Paul Crauchet: il ricettatore
Paul Amiot: il capo della polizia
Pierre Collet: il guardiano della prigione
François Périer: Santi
André Ekyan: Rico
Jean-Pierre Posier: l’assistente di Mattei
Yves Arcanel: il giudice istruttore
René Berthier: il direttore del P.J.
Jean-Marc Boris: il figlio di Santi
Jean Champion: il casellante
Yvan Chiffre: un poliziotto
Anna Douking: la vecchia amica di Corey
Robert Favart: il venditore vicino a Mauboussin
Roger Fradet: un poliziotto
Édouard Francomme: il guardiano del biliardo
Jean Franval: il proprietario dell’hotel

Regia Jean-Pierre Melville
Soggetto Jean-Pierre Melville
Sceneggiatura Jean-Pierre Melville
Produttore Robert Dorfmann, Jacques Dorfmann
Fotografia Henri Decaë
Montaggio Marie-Sophie Dubus, Jean-Pierre Melville
Musiche Eric Demarsan, Jimmy Webb
Scenografia Théobald Meurisse, Pierre Charron
Costumi Colette Baudot

Massimo Turci: Corey
Gian Maria Volonté: Vogel
Giuseppe Rinaldi: Jansen
Pino Locchi: Santi
Stefano Sibaldi: il commissario Mattei
Carlo Alighiero: il venditore vicino a Mauboussin
Alessandro Sperlì: il guardiano della prigione
Bruno Persa: Rico

ottobre 27, 2017 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

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Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.”
Una frase estratta da “Il processo” di Franz Kafka, emblema di un film e, sostanzialmente, del suo personaggio principale, “il Dottore“, dirigente
della sezione “Omicidi“, chiamato soltanto con “il titolo” per simboleggiare il volto del potere, che non ha nome, ma facce diverse.
Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film su un uomo, sull’autorità, sulla politica, sulla violenza… e potrei continuare a lungo
sviando, però, il lettore da questo primo film della cosiddetta “Trilogia della nevrosi“, la quale include anche i successivi “La classe operaia va in paradiso” del 1971 e “La proprietà non è più un furto” del 1973.
Un film amaro, cinico, spietato, che necessita, tuttavia, di una contestualizzazione in un periodo storico ben preciso, quello che fa seguito alla Strage di Piazza Fontana, l’attentato terroristico avvenuto il 12 dicembre 1969. Infatti, è cosa nota che il citato evento segnò in maniera profonda, indelebile, la fine degli anni sessanta, del boom economico e l’inizio della strategia della tensione. Fu delineato, così, un vero spartiacque per il nostro paese uscito dalla sbornia del benessere acquisito a caro prezzo ed il principio di un incubo durato più di un decennio, quello degli anni di piombo.
Inoltre, la morte dell’anarchico Pinelli avvenuta dopo la strage, costituì un altro episodio storico, che parte della sinistra extraparlamentare vide come un delitto di stato. Com’è noto, il commissario Luigi Calabresi, nella cui stanza avvenne il misterioso suicidio, venne accusato apertamente di essere stato l’esecutore materiale del “suicidio” e fu oggetto di una violentissima campagna di odio che si concluse, tragicamente, con il suo omicidio avvenuto a Milano il 17 maggio 1972.

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Ci fu, infatti, un “tutti contro tutti”, politico.

Parte della sinistra contestò violentemente il film accusandolo di essere solo una mera operazione commerciale voluta da Petri.
Un quadro complesso, un autentico ginepraio, oggi difficilmente comprensibile per coloro che non hanno vissuto il clima rovente di quei giorni; così come difficilmente comprensibili possono essere le code e le risse ai botteghini, frutto di alcuni fattori concomitanti che travalicano il film.
Invero, accade che il tema scottante affrontato e la situazione politica incandescente creassero attorno alla pellicola un’attesa spasmodica.
Poi, la notizia del suo imminente sequestro portò a fenomeni assolutamente straordinari: resse ai botteghini, strade bloccate dalle auto incolonnate per andare nei cinema dove veniva proiettato il film ecc.
Il potere, la classe dirigente, è il corpo deputato al controllo e alla repressione dei fenomeni delinquenziali ma anche un organismo capace di deviazioni, gestito da menti con obiettivi ben precisi. Ecco, quindi, il quadro d’assieme sintetico del principale tema affrontato da Petri. Il regista schierato politicamente (inequivocabilmente a sinistra) divenne, pertanto, bersaglio della critica poco oggettiva. Si trattò, infatti, di un giudizio espresso da reazionari politicamente avversi.
Il personaggio principale, “il Dottore“, è un paranoico, uno psicopatico, o almeno mostra caratteristiche ben marcate di queste patologie. E’ un uomo del potere, un’emanazione della stessa autorità occulta che lo utilizza per i propri fini; è convinto di essere un uomo particolare. In verità, lui è un elemento dell’apparato repressivo dello stato.

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Il Dottore” asserisce di professare idee politiche di sinistra: “Che cos’è questa democrazia? E diciamocelo: è l’anticamera del socialismo. Io, per esempio, voto socialista.” Tuttavia, stando ai suoi comportamenti, si tratta, all’evidenza, di un’eresia.
Un altro discorso, al contrario, delinea il reale aspetto delle sue idee: “L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!
I discorsi sopra riportati altro non sono che monologhi tipici degli uomini di potere. Difatti, “il Dottore” è convinto di essere un discendente dell’autorità stessa. In realtà è un fantoccio, un burattino. Un individuo di paglia, per dirla tutta. Un uomo che ad un certo punto si scolla mentalmente: crede di essere lui stesso “il potere” e uccide la propria amante Aurelia, convinto della propria impunità.

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In effetti, è ciò che accade.
Il Dottore” non solo non copre le tracce del crimine, ma fa in modo che vengano ricondotte a lui.
Però, l’autorità non ha alcuna intenzione di andare a fondo sulla oscura storia. Infatti, quando “il Dottore” omicida si reca dal Questore per raccontargli l’accaduto, trova dall’altra parte non condanna o costernazione, ma assoluzione:
-In quel momento ero combattuto tra il confessare la mia colpa e mettervi sulle mie tracce, oppure usare il mio piccolo potere per coprirle.
Una scissione, una dissociazione. Una nevrosi…
-Comunque una malattia contratta? durante l’uso permanente e prolungato del potere. Una malattia professionale, comune diciamo a molte personalità che hanno in pugno le redini della nostra piccola società.
Il Dottore” ha quindi ben chiara la sua nevrosi, la sua personalità disturbata, e cerca di giustificarla in qualche modo: a contatto con una malattia,si è ammalato, come un dottore vero, quelli in medicina, che curano un virus per scoprire poi di essersi contaminati inguaribilmente.

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Gian Maria Volontè, il dottore protagonista, esaspera i toni della sua recitazione, portando il personaggio ad un parossismo in cui tutti i suoi vizi, la personalità disturbata, emergono con prepotenza, urlati contro lo spettatore.
Un’interpretazione maiuscola, senza alcun dubbio, la quale però al termine, a causa dell’eccessiva caratterizzazione, finisce per stancare.
Un pò come il film che, sposata la sua tesi, corre come un treno in discesa, senza freni.
Il limite assoluto della pellicola sta qui, a mio giudizio.
Il furore iconoclasta di Petri, alla fine, travolge anche il film, che nella seconda parte diventa ripetitivo, pur restando opera di assoluto rilievo.
Ma, appunto, la bontà di una pellicola sta anche nel non lasciare lo spettatore inappagato. Il regista, difatti, assolve parzialmente a quanto intendeva realizzare.
Troppo Volontè e anche troppo Morricone, se vogliamo. In egual misura, il bel tema del film pervade eccessivamente.
C’è una oltranza di tutto quindi.
A vederlo oggi, infatti, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” tradisce appieno la sua volontà provocatoria.
E’ decisamente un film polveroso, invecchiato male proprio perché quell’autorità suprema descritta nella pellicola si è trasformata, si è mimetizzata come un camaleonte tra le mille strade del labirinto dell’economia globale, del mondo della finanza, delle stanze dei bottoni o in quelle in cui un gruppo di pochi eletti detiene la metà delle risorse del potere economico del pianeta, mentre il settanta per cento dell’umanità possiede il minimo per sopravvivere o nemmeno quello.

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La critica mondiale accolse entusiasticamente la pellicola, attribuendole riconoscimenti di ogni genere: l’Oscar per il miglior film straniero, Grand Prix Speciale della Giuria di Cannes a Elio Petri, il David di Donatello a Gian Maria Volonté come miglior attore protagonista, il Nastro d’argento sia a Petri che a Volontè, così come il Globo d’oro.
Una messe di premi importanti per un film che resta comunque, aldilà di tutti i suoi difetti, una pietra miliare del cinema italiano, quello”dell’impegno” che segnò una tappa fondamentale nella cultura italiana, impronta indelebile su una stagione assolutamente irripetibile.
Poche note su tutto il resto del film.
Ottima la prova del cast, ben assortito, nel quale spicca la Bolkan, ancora una volta protagonista di un film importante, cosi come vanno segnalate le prove di Salvo Randone e Orazio Orlando.
Belle sicuramente le musiche di Morricone, equlibrato il montaggio di Ruggero Mastroianni.
Il film è disponibile su Youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=zC-TWgHY6nE

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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

Un film di Elio Petri. Con Gian Maria Volonté, Florinda Bolkan, Orazio Orlando, Gianni Santuccio, Salvo Randone,Vittorio Duse, Arturo Dominici, Ugo Adinolfi, Sergio Tramonti, Massimo Foschi, Aldo Rendine, Aleka Paizi, Pino Patti, Giuseppe Licastro, Filippo Degara, Fulvio Grimaldi Poliziesco, durata 118 min. – Italia 1970.

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Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto banner protagonisti

Gian Maria Volonté: il Dottore
Florinda Bolkan: Augusta Terzi
Gianni Santuccio: questore
Salvo Randone: idraulico
Orazio Orlando: brigadiere Biglia
Arturo Dominici: dott. Mangani
Aldo Rendine: dott. Panunzio
Sergio Tramonti: anarchico Antonio Pace
Vittorio Duse: Canes
Massimo Foschi: marito di Augusta Terzi
Fulvio Grimaldi: Patanè, giornalista di Paese Sera

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Ileana Zezza: Augusta Terzi
Corrado Gaipa: idraulico
Giampiero Albertini: Canes
Gianni Marzocchi: anarchico Antonio Pace

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Regia Elio Petri
Soggetto Elio Petri, Ugo Pirro
Sceneggiatura Elio Petri, Ugo Pirro
Produttore Marina Cicogna, Daniele Senatore
Casa di produzione Vera Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Egidi

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L’uso della libertà minaccia da tutte le parti i poteri tradizionali, le autorità costituite… L’uso della libertà, che tende a fare di qualsiasi cittadino un giudice, che ci impedisce di espletare liberamente le nostre sacrosante funzioni. Noi siamo a guardia della legge che vogliamo immutabile, scolpita nel tempo. Il popolo è minorenne, la città è malata; ad altri spetta il compito di curare e di educare, a noi il dovere di reprimere! La repressione è il nostro vaccino! Repressione è civiltà!

Sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo, sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale.

Tu puoi essere marxista, anarchico, situazionista, Mao, Lin Biao, tu puoi leggere il libretto rosso, ma tu puoi fare tutto quello che vuoi! Tu non sei un cavallo!

Tu sei un cittadino democratico, e io ti devo rispettare… Ma i botti terroristici, le intimidazioni, le bombe, che minchia c’entrano con la democrazia?!?

Lo sai chi sono io?
Per me, tu eri l’amante della signora del piano di sotto, quella che hanno assassinato.
Da chi e quando?
Per me le signora l’hai ammazzata TU il pomeriggio di domenica 24 agosto.
A che ora?
Per me puoi averla ammazzata tra le 17 e… e le 19, l’ora in cui ci siamo incontrati al cancello, come sai.
Visto che per te è tutto così chiaro, denunciami.
Ti piacerebbe.
Denunciami!
Qui ci sei e qui ci rimani, un criminale a dirigere la repressione è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO, è PER-FET-TO!
Denunciami, tu mi devi denunciare, tu mi devi denunciare, io ho sbagliato, ma io voglio pagare capisci? E non gridare, non gridare!
Fai il tuo lavoro!
Tu mi devi denunciare, perché io sono una persona p…
Aprite! E alla prossima azione, ti telefono! Ti tengo in pugno, tiè!

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto banner recensioni
L’opinione di Paride86 dal sito http://www.mymovies.it

Stupendo, uno dei capolavori del cinema italiano. “Indagine su un cittadino…” è un film che innanzi tutto parla della società italiana in pieno periodo sessantottino, e lo fa senza schierarsi ipocritamente; in secondo luogo è la storia di un uomo di potere
e del suo ambiguo rapporto con esso: da una parte è spinto ad usarlo onestamente, dall’altra sente di popterne approfittare oltre ogni misura, anche morale. In ultimo è l’analisi dettagliata di un uomo mediocre che non può vivere senza il potere perché ormai
si è identificato con esso, al punto di essere come un bambino inerme al di fuori del suo ruolo; l’amante glielo rinfaccia spudoratamente e lui non può fare altro che ucciderla.Dimenticavo di citare Gian Maria Volontè, che a mio parere è il migliore attore
e caratterista che il cinema italiano abbia mai avuto. E anche le musiche di Morricone, che hanno contribuito a rendere indimenticabile questo film.
L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it

La vicenda del borioso e squilibrato capo della sezione omicidi (e poi politica) che uccide la propria amante quasi per capriccio e che poi fa di tutto per farsi scoprire onde dimostrare la propria insospettabilità e l’ importanza del potere, a distanza di ben quarant’ anni,
è il più esemplificativo ed attuale ritratto di società contemporanea che si potesse concepire. Scritto e diretto senza fronzoli da un Petri in stato di grazia, “Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un affresco di un’ Italia che non è mai cambiata,
è una parabola sugli effetti del potere ed una critica feroce alla cecità e all’ egoismo della classe dirigente. Incommensurabile la prova di Volontè, i suoi primi piani sono ipnotici ed il suo personaggio passa di diritto alla storia come una delle più sentite e migliori
caratterizzazioni della sua carriera (e non solo della sua). Micidiale la bellezza di Florinda Bolkan e leggendarie le musiche di Ennio Morricone. Un film che andrebbe trasmesso a settimane alterne non solo in televisione ma direttamente in Parlamento, giusto a mò di monito.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Capolavoro di Elio Petri. Film che si può non amare politicamente, ma che difficilmente si può non apprezzare. Pellicola dominata da uno straordinario Volonté che inventa un eloquio centro-meridionale (accanto a lui la Bolkan, per quanto bellissima, quasi scompare),
circondato da fenomenali caratteristi, tra i quali il fantastico Randone, e gli ammirevoli Santuccio, Orlando, Dominici, Foschi e (specialmente) Rendine, il cui cognome (“Panunzio!”) diventa un tormentone pure divertente. Tramonti e Grimaldi convincono un po’ di meno.
Giustamente celebrata la musica di Morricone.

Galbo

Bel film di Elio Petri (giustamente premiato con l Oscar come miglior film straniero) che parte dall assunto dell impunibilità dei poteri forti, in questo caso la Polizia. Frutto dell ottima sceneggiatura di Ugo Pirro, il film si muove in ambito strettamente realista,
con momenti e dialoghi assolutamente verosimili e aspetti pirandelliani molto italiani della vicenda. Caratterizzato da una bella colonna sonora di Ennio Morricone, il film si avvale della grande interpretazione di Gian Maria Volontè.

Undying

Girato nel 1970, sembra fotografare la situazione “sociale” attuale del nostro paese. La visione del film (incentrata sulle malefatte di un commissario omicida e reazionario) rimanda alla cronaca degli anni ’90 e pare collegarsi con la triste vicenda già portata (brillantemente)
sul piccolo schermo da Michele Soavi: la Uno Bianca. Un finale surreale e volutamente confuso induce nello spettatore il sentore di essere di fronte ad un’opera di pura fantasia, ma il film denuncia un sistema politico, economico e legislativo in anni non sospetti.

Il Gobbo

Capolavoro di Petri, insuperato campione di thriller metafisico e politico, di travolgente forza espressiva, grazie a una regia che se ne infischia dei rigorismi e a un attore superlativo e mai così grande: Volontè, truccato (col senno di poi, un po’ maldestramente)
in modo da apparire identico al povero commissario Calabresi, non ha un momento, un’espressione, una battuta che non sian memorabili. Le kafkiane figurine di contorno gli fanno da coorte, la Bolkan è magnifica, e Morricone indovina una delle sue più ossessive marcette. Fondamentale.

Pigro

Capo della Squadra Omicidi compie un delitto e fa di tutto, inutilmente, per farsi scoprire. Eccezionale su tutti i fronti: bellissima, e ben sceneggiata, la storia; eccellente la regia, tra verismo e teatralità; forti i piani ravvicinati dei personaggi; perfetti gli attori,
a cominciare da un superlativo Volonté. E notevole il paradosso della verità impastato con una feroce critica all’esercizio “anarchico” del potere, in relazione all’ideologia dello stato di polizia durante gli anni caldi della storia italiana. Imperdibile.

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settembre 2, 2016 Posted by | Drammatico | , , , | 3 commenti

Per qualche dollaro in più

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Se Ombre rosse è passato alla storia del cinema per l’assalto alla diligenza,Per qualche dollaro in più deve la sua eterna fama alle sequenze conclusive del film,quelle del famoso duello tra Mortimer, un Lee Van Cleff duro come il profilo di pietra della sfinge e la maschera nervosa,psicopatica di Indio,il personaggio immortalato da Gian Maria Volontè. E sopratutto alla sequenza del carillon,con quella musica ipnotica composta da Morricone,mentre i protagonisti del duello si guardano e mentre la macchina da presa di Leone indugia sui volti dei protagonisti,lentamente,come in un thriller.

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Nel solito,sperduto paese ai confini con il Messico arrivano due personaggi,il primo è un pistolero senza nome (come quello di Per un pugno di dollari,chiamato il monco,perchè spara con una mano e tiene l’altra costantemente coperta dal poncho;il secondo è un colonnello dell’esercito,anche lui un cacciatore di taglie,il colonnello Douglas Mortimer,infallibile con la pistola che usa con un calcio aggiuntivo,che gli permette di sparare quasi avesse tra le mani un fucile.

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Gian Maria Volontè è Indio

I due sono sulle tracce di Indio,un pericoloso bandito,psicopatico e assassino,che si è ricongiunto con la sua banda con l’intento di rapinare la banca di El Paso, la più fornita del New Mexico.

Monco e Mortimer, entrambi sulle tracce di Indio,si sfidano in un epico duello senza spargimento di sangue,in seguito al quale decidono di diventare soci.Monco si infiltra nella banda di Indio il giorno prima della rapina alla banca,che ha successo,con la conseguente fuga della banda verso Agua Caliente,un posto sperduto al confine con il Messico.

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Lee Van Cleef è il Colonnello Douglas Mortimer

I due soci,Mortimer e Indio,si impadroniscono del bottino della banda,ma Indio,che aveva capito il gioco dei due li fa cattuare e sottoporre ad un pestaggio brutale. Nel frattempo Indio, che ha deciso di non dividere il bottino con i suoi uomini,li uccide ad uno ad uno,con la mira di far ricadere la colpa della rapina sui due soci.

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Clint Eastwood è Il monco

Nelle scene finali,Mortimer e Monco riescono a liberarsi,e si arriva al duello finale tra Indio e il colonnello;quest’ultimo uccide Indio,e rinuncia sia alla sua parte di taglia su tutti i componenti della banda,sia al frutto della rapina.Lui aveva inseguito Indio non per i soldi,ma per vendicare la morte della sorella,uccisa durante un tentativo di rapina dal bandito.Si riprende il medaglione con la foto della sorella,che Indio aveva custodito,e dopo aver salutato Monco,si allontana velocemente a cavallo. Il secondo western di Leone,comprendente la famosa e indimenticabile trilogia del dollaro,è opera matura,equilibrata e affascinante.Le psicologie dei personaggi diventano un alibi per mostrare le varie motivazioni dei due soci,Monco,pratico e sbrigativo,interessato principalmente al denaro e Mortimer,più riflessivo e astuto,che insegue il sogno tanto cullato della vendetta.Una vendetta che però non avrebbe se alla fine non fosse proprio il suo socio temporaneo a offrirgliela su un vassoio d’argento,nella memorabile scena del duello finale,scandito dai rintocchi del carillon,con la foto della sorella di Mortimer,morta per mano dell’Indio.

Per qualche dollaro in più 3Luigi Pistilli

Un film di una bellezza eccezionale,diventato immediatamente un culto,al pari dei celebrati western americani,che però non avevano mai avuto una simile caratterizzazione dei personaggi,nè una cura cos’ maniacale dei dettagli.

Grandissimo merito del successo del film va alle maschere dei protagonisti; Clint Eastwood tratteggia da par suo il ruolo di Monco,bounty killer con un cuore,spietato con i banditi,ma fermo sulla parola data.Lee van Cleff,nel ruolo di Mortimer,è implacabile,duro e spietato nella sua ricerca di vendetta.Sembra un idolo di ossidiana,con quella faccia scolpita nella pietra,che mostrerà la sua umanità,tuttavia,quando rinuncerà volontariamente,alla sua parte di bottino.E infine Gian Maria Volontè,nel ruolo di indio,con quel volto in cui brillano due occhi pervasi dalla follia,quelli del killer psicopatico che non esita a uccidere la moglie e i figli di un suo antico compare solo per vendicarsi di un vecchio  tradimento.

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Straordinarie le musiche di Morricone,che con i western di Leone ebbe fama e successo,assolutamente meritati e confermati poi in una carriera strepitosa.


Per qualche dollaro in più,un film di Sergio Leone. Con Gian Maria Volonté, Luigi Pistilli, Klaus Kinski, Lee Van Cleef, Clint Eastwood, Mario Brega, Dante Maggio, Benito Stefanelli, Roberto Camardiel, Aldo Sambrell, Rosemarie Dexter, Tomas Blanco, Mara Krupp, Joseph Egger, Panos Papadopulos, Luis Rodríguez, Mario Meniconi, Sergio Mendizábal, Lorenzo Robledo, Diana Rabito, Giovanni Tarallo
Western, durata 130 min. – Italia 1965.

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Clint Eastwood: il Monco
Lee Van Cleef: colonnello Douglas Mortimer
Gian Maria Volontè: el Indio
Mario Brega: el Niño
Mara Krupp: Mary
Luigi Pistilli: Groggy
Klaus Kinski: Wild, il gobbo
Joseph Egger: il vecchio profeta
Benito Stefanelli: Luke
Aldo Sambrell: Cuchillo
Lorenzo Robledo: Fred, il traditore
Sergio Mendizábal: direttore della banca di Tucumcari
Roberto Camardiel: uomo alla stazione di Tucumcari
Tomas Blanco: addetto al telegrafo
Panos Papadopulos: Sancho Perez
Dante Maggio: Carpentiere nella cella
Giovanni Tarallo: addetto al telegrafo di Santa Cruz
Mario Meniconi: addetto ai biglietti del treno
Antonito Ruiz: Fernando
Rosemarie Dexter: sorella di Mortimer
Diana Rabito: ragazza che fa il bagno
José Terrón: Guy Callaway
Josè Marco: Baby Cavanage
Rafael López Somoza: barista di El Paso
Enrique Santiago: Sceriffo di Tucumcari
Francisco Brana: membro della banda dell’Indio
Josè Canalejas: membro della banda dell’Indio
Antonio Molino Rojo: membro della banda dell’Indio
Werner Abrolat: membro della banda dell’Indio
Eduardo Garcìa: membro della banda dell’Indio
Nazzareno Natale: membro della banda dell’Indio
Manuel Boliche Bermudez: membro della banda dell’Indio
Luis Rodriguez: membro della banda dell’Indio
Carlo Simi: direttore della banca di El Paso
Kurt Zips: portiere albergo
Guillermo Mendez: sceriffo di White Rock
Peter Lee Lawrence: cognato di Mortimer
Diana Faenza: moglie di Fred
Raffaella Leone: figlia di Fred
Ricardo Palacios: pianista del saloon di Tucumcari

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Regia Sergio Leone
Soggetto Sergio Leone, Fulvio Morsella
Sceneggiatura Sergio Leone, Luciano Vincenzoni, Sergio Donati
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione P.E.A. (Produzioni Europee Associate),
Constantin Film Produktion GmbH, Arturo González Producciones Cinematográficas S.A.
Distribuzione (Italia) P.E.A. (Produzioni Europee Associate)
Fotografia Massimo Dallamano
Montaggio Eugenio Alabiso, Adriana Novelli, Giorgio Serrallonga
Effetti speciali Giovanni Corridori
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Simi
Costumi Carlo Simi
Trucco Rino Carboni

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Enrico Maria Salerno: Joe “il Monco”
Emilio Cigoli: colonnello Douglas Mortimer
Nando Gazzolo: el Indio
Renato Turi: el Niño
Lydia Simoneschi: Mary
Vittorio Sanipoli: Groggy
Bruno Persa: Wild, il gobbo
Sergio Graziani: Luke
Pino Locchi: Cuchillo
Gualtiero De Angelis: Fred, il traditore
Lauro Gazzolo: il vecchio profeta
Carlo Romano: Benito Martinez
Oreste Lionello: passeggero del treno, barista di El Paso
Giorgio Capecchi: Sceriffo di Tucumcari
Luigi Pavese: uomo alla stazione di Tucumcari
Manlio Busoni: Sancho Perez
Gianfranco Bellini: direttore della banca di Tucumcari
Nino Pavese: sceriffo di White Rock
Mario Feliciani: Baby Cavanage
Massimo Foschi: Guy Calloway
Rita Savagnone: ragazza che fa il bagno
Mario Besesti: addetto al telegrafo di Santa Cruz
Rosetta Calavetta: donna che sta con lo sceriffo di White Rock
Gianni Bonagura: Blackie
Glauco Onorato: pistolero amico di Cavanage
Vinicio Sofia: portiere albergo
Sandro Acerbo: Fernando
Gino Baghetti: controllore biglietti, direttore della banca di El Paso
Arturo Dominici: barista di Tucumcari
Miranda Bonansea: moglie di Fred
Sergio Tedesco: Uomo dell’Indio

 

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Abitualmente fumo dopo mangiato. Perché non torni tra dieci minuti?”. “Tra dieci minuti fumerai all’inferno“.

“Ci sono molte taglie su voi galantuomini e le taglie significano denaro. E io sul denaro non ci sputo mai sopra.”

Le domande non sono mai indiscrete, le risposte a volte lo sono a volte.”

“Quei due piuttosto che averli alle spalle è meglio averli di fronte, in posizione orizzontale… possibilmente freddi.”

“Lee Van Cleef chiede: “Qualcosa non va, ragazzo?”. E Clint Eastwood risponde: “Niente vecchio… non mi tornavano i conti. Me ne mancava uno”.

“Dove vai?”. “A dormire. Quando devo sparare, la sera prima vado a letto presto…”

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luglio 20, 2008 Posted by | Capolavori | , , , , , | 5 commenti

L’armata Brancaleone

L'armata Brancaleone locandina

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Un film nato quasi per gioco,e che viceversa si trasformò in un autentico evento di costume,che rivoluzionò il modo di presentare il medioevo,che non è più popolato di nobili cavalieri e donzelle,di duelli e di certami cavallereschi,ma pieno di gente comune,i perdenti e gli sconfitti,quelli che Monicelli tanto prediligeva mostrare sullo schermo.

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Una rivoluzione copernicana,a cominciare dai dialoghi,in un italiano delle origini buffo e irresistibile,infarcito di locuzioni dialettali,con dialoghi alle volte surreali,ma assolutamente innovativi;in mezzo una banda di straccioni,quelli che Pasolini avrebbe definito sottoproletari senza arte ne parte,vero fulcro della vita sociale del medioevo. Il soggetto della coppia magica Age e Scarpelli,la regia di Monicelli e un cast di attori assolutamente straordinario completano il quadro di un’opera che segnò una svolta non solo nel costume,ma anche nella maniera di presentare,da allora in poi,un’epoca che era stata eccessivamente mitizzata o al contrario eccessivamente denigrata.

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Brancaleone da Norcia,rampollo di una nobiltà di provincia,ricca di blasone ma povera economicamente,parte per il feudo di Aurocastro per rivendicarne il possesso,secondo quanto affermato da una pergamena che il piccolo manipolo di straccioni gli ha presentato,senza però dire che quella pergamena è stata sottratta ad un nobile aggredito e che al momento del furto sembrava morto.

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Il gruppo,l’armata Brancaleone,scompaginato assieme di varia umanità,gira in lungo e in largo per la penisola,coinvolto in avventure grottesche,al limite e ben oltre il ridicolo;entra in un paese per saccheggiarlo e scopre che è affetto dalla peste,si unisce ad un gruppo diretto in Terrasanta,capeggiato dal monaco Zenone,salvo poi abbandonare anche questo quando il monaco precipita da un ponte.

Sempre più coinvolta in imprese grottesche,l’armata libera una donzella,promessa sposa di un nobile,salvo poi scoprire che la giovane donna non era affatto un giglio,giunge infine in un paesino per conquistarlo,e lo conquistano davvero,perchè gli abitanti,avvertiti dell’arrivo dei saraceni,consegnano le chiavi della città e fuggono.

Fatti prigionieri dai mori,vengono liberati da un misterioso cavaliere,che altri non è che il legittimo signore di Aurocastro,che a sua volta li vorrebbe mettere a morte;ma l’arrivo provvidenziale del monaco Zenone,salvatosi miracolosamente,li salva dalla morte;il nostro gruppo di simpatici e imbranati avventurieri ha ora una nuova meta,partecipare alla liberazione del Santo Sepolcro.

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Un film che diverte in maniera irresistibile,per tutta una serie di motivi;le avventure surreali del gruppo,che parla un linguaggio a metà strada tra il latino e il volgare,arricchito di neologismi assolutamente irresitibili si uniscono alla simpatia che suscitano,spontaneamente,proprio perchè sono dei perdenti.

Tutto è messo in burla,anche la morte;che appare una compagna di cammino fastidiosa,ma con la quale si può anche celiare;i paesaggi sono scarni,danno l’impressione reale di un Medioevo in cui la concentrazione degli abitanti è limitata ai piccoli centri urbani,in cui ognuno si fa furbo per sopravvivere,in un’epoca popolata da briganti e malfattori.

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Lui,Brancaleone da Norcia,è un loquace e spaccone avventuriero,al quale non manca la nobiltà d’animo;un pò guascone,un pò Don Chisciotte,Brancaleone ha comunque un senso morale e non manca di senso della giustizia.E’ un cialtrone,ma di quelli simpatici,a cui si perdona tutto.E Gasmann dipinge il suo personaggio in maniera perfetta,dando spessore,anima e umanità proprio al condottiero senza macchia e senza paura,almeno all’apparenza.

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Tutti bravi gli attori,a loro perfetto agio e sicuramente anche loro divertiti da quella strana sceneggiatura,da quello strano parlare e da quelle mirabolanti avventure su è giù per una penisola abitata da tanti straccioni,furbi,spietati e a volte anche umani. Chissà,forse il Medioevo era davvero questo,un’umanità un pò gaudente,un pò triste,in cui il destino di ognuno era legato a fattori imprevedibili,come la peste,le malattie i briganti e….le armate Brancaleone.

L’armata Brancaleone, un film di Mario Monicelli. Con Vittorio Gassman, Catherine Spaak,Gian Maria Volonté, Enrico Maria Salerno, Maria Grazia Buccella,Barbara Steele, Carlo Pisacane, Folco Lulli, Fulvia Franco, Luis Induni, Pippo Starnazza, Ugo Fangareggi, Gianluigi Crescenzi, Luigi Sangiorgi, Joaquín Díaz, Tito García
Commedia, Ratings: Kids+16, durata 120 min. – Italia, Francia, Spagna 1966.

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L'armata Brancaleone banner protagonisti

Vittorio Gassman: Brancaleone da Norcia
Gian Maria Volontè: Teofilatto dei Leonzi
Catherine Spaak: Matelda
Folco Lulli: Pecoro
Maria Grazia Buccella: La vedova
Barbara Steele: Teodora
* Enrico Maria Salerno: Zenone
Carlo Pisacane: Abacuc
Ugo Fangareggi: Mangold
Gianluigi Crescenzi Taccone
Pippo Starnazza: Piccioni
Luigi Sangiorgi: Manuc
Fulvia Franco: Luisa
Tito García: Filuccio
Joaquín Díaz: Guccione
Luis Induni Luigi di Sangi
Carlos Ronda: Enrico di Andrea
Juan C. Carlos: Aldo di Scaraffone
Alfio Caltabiano: Arnolfo Mano-di-ferro
Philippa de la Barre de Nanteuil: Isadora

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Doppiatori italiani:

Enzo Liberti: Pecoro
Benita Martini: La Vedova
Luisella Visconti: Teodora
Franco Latini: Abacuc
Marcello Turilli: Mangold
Antonio Guidi: Arnolfo Mano-di-ferro

Fotografia: Carlo Di Palma
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Effetti speciali: Armando Grilli
Musiche: Carlo Rustichelli
Scenografia: Lorenzo Baraldi

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Non mi ha fatto impazzire. Ha cose meravigliose: innanzitutto il lessico delizioso (“fromboliere”, “folgore”, “proietto”…), poi i costumi, le superbe località agresti dell’Italia Centrale e Meridionale, la grande interpretazione di Gassman, la piacevolissima parte di Volontè, ma quello che manca è la tipica vivacità della commedia all’italiana, della quale questo film è ritenuto uno dei vertici. La vicenda è però lenta, non appassionante, fatta di avvenimenti prevedibili, con parentesi di troppo. Forse sono io che non ho capito bene il film.

Interessante “operazione cinematografica” diretta, come il sequel, da Mario Monicelli che combinò gli umori della commedia all’italiana di stampo classico (ovvero rassegna di caratteri per realizzare una riflessione sulla società) con i toni della farsa e del film in costume. Il risultato è un film molto divertente (ma che offre parecchi spunti di riflessione grazie all’arguta sceneggiatura) anche grazie all’introduzione di un simpatico linguaggio misto tra latino ed italiano arcaio/volgare. Grande Gassman,particolarmente istrionico.

Cavaliere di mezza tacca guida un gruppo di sfigati tra paesi, duelli e battaglie. Monicelli (con Age e Scarpelli) è un Cervantes grottesco che crea un Medioevo trucido e cialtrone caratterizzato da un italiano maccheronico e burino: ne viene fuori uno squinternato e spassoso romanzo cavalleresco, che ha in Gassman un eccellente interprete e nei paesaggi dell’Italia centrale il sapore di una storia che si può irridere, ma anche usare come metafora grottesca della nostra realtà fatta di fanfaroni e litigi sotto l’ala incombente della morte.

Spesso considerato (a torto) una delle tante e semplici commediole italiane dell’epoca, è in realtà un film ben più complesso, ricco di riferimenti (alti) cinematografici, musicali e letterari. Notevolissime le invenzioni linguistiche, così come pure la fotografia di Carlo De Palma, i personaggi (alcuni dei quali irresistibili), le interpretazioni degli attori, i titoli di testa e di coda, i costumi, le musiche e chi più ne ha più ne metta. Un capolavoro ricco di idee, inventiva e fantasia. Da vedere e rivedere ed assolutamente da non perdere.

Insignissima opera de lo bravo Monicelli e de li sceneggiatori sua, qui ponet a loro agium magna actora quali lo Gassman e lo Volontè (graditam sorpresa in rolo non solito) et una serie bravorum caratteristi (intra quali lo Pisacane fora rolo est). La pelicula denunziat nu poco de ripetitivitas temorum et lentezzam di fondum sed le multa felix trovatam, lo cantum e lo idioma latino vulgaris mirabili sunt. Tanto che puro lo criticum contagiatus est.

Fantasia coloratissima, sgargiante e tanto, tanto divertente imitatissimo sino al pessimo Attila  con Abatantuono. Questo neologismo costante, questo carnevale goduto e godurioso è ricco di trovate (la corte bizantina, il paese degli appestati, la doppia esecuzione, la consegna della “vergine”), vero e proprio compendio in chiave comica di storia della seconda liceo. Monicelli memore dei Soliti Ignoti  (quasi un remake questo film, a tratti) inventa una compagnia di pezzenti guidati da un Gassmann in excelsis, pezzente e valoroso, sfigato e idealista.

Penso che questo sia il genere di film che Monicelli preferiva dirigere, visti anche i simil-autoplagi futuri. Un manipolo di sfigati fieramente capeggiato da Brancaleone scorrazza per lo Stivale combinando divertenti disatri a ripetizione. Belli i costumi e la ricostruzione medievale. Domina su tutti un Gassman teatrale fin sopra i capelli, che sfoggia imperiosamente un linguaggio aulico che è musica per le orecchie. Volontè invece si accontenta del ruolo di spalla occasionale. La colonna sonora ormai precede la fama dell’opera stessa.

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“Cedete lo passo tu!”

“Transitate lo cavalcone in fila longobarda”

“No, no.. ite anco voi sanza meta, ma de un’altra parte…”.

“Sarai mondo se monderai lo mondo!”

“Aquilante della malasorte!”

“Lo patre mio, barone di Norcia, morette quando io era in età di anni 9. Mia madre riandette a nozze con uno malvagio, lo quale avido dei beni miei mi consegnò ad uno sgherro, omo di facile pugnale, acché mi uccidesse. Ma non lo facette: preso di rimorsi mi abbandonò in uno bosco, ov’io sopravvissi, solo, e crebbi libero e forte come una lonza. Arrivato all’età degli anni 20 mi appresentai allo castello per reclamare il mio, ma infrattanto matre et patrigno si erano morti dopo aversi scialaquato cose ed ogni bene. Tanto che quando io dissi: “Brancaleone sono, unico legittimo erede di ogni cosa che avvi”, lo capitan de’ birri gridò: “Bene, e tu pagherai li debiti! Afferratelo!!”. Al che io brandii l’arma, ferii due guardie e fuggii… da allora vado errando e pugnando…”

“All’erta, miei prodi! Vi siete finora coperti di merda! Copritevi oggi di gloria! “

“Facemo 1.000 petecchioni, e contenti li sapienti e li minchioni! “

“Oh, gioveni! Quando vi dico sequitemi miei pugnaci, dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche.”

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giugno 10, 2008 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento