Signori e signore buonanotte

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Un telegiornale immaginario,il TG3 (che nel 1976 non c’era ancora),un conduttore aggressivo e al tempo stesso
preoccupato di seguire con attenzione le forme della sua valletta,la denuncia della corruzione,dell’invadenza della chiesa,le storture
della televisione della quale già si intravedevano i mali futuri,le forze armate,il capitalismo.
Tanti bersagli per un film ambizioso inquadrabile nel genere satirico probabilmente un po becero e sfilacciato,ma coraggioso e graffiante,
allestito dalla Cooperativa 15 maggio,creata dai registi Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli e Scola e che includeva quindi il gotha del cinema italiano degli anni 70.
Una cooperativa nata più che altro per caso,come racconta Monicelli: “Eravamo un gruppo di amici e l’avevamo fatta più che altro per stare insieme,si scrivevano le sceneggiature in modo piacevole,poi con l’andar dell’età qualcuno aveva messo su famiglia,qualcun altro faceva la sua strada e non ci incontravamo più al di fuori del lavoro:per mangiare,per divertirci o per andare a fare una scampagnata o per giocare a pallone.
Allora abbiamo trovato quella scusa della Cooperativa e siamo stati assieme più di due anni,abbiamo litigato ma bene o male
è stata una cosa positiva,almeno dal punto di vista psicologico…”

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Mettere assieme un gruppo di registi diversissimi tra loro significa assemblare un film per forza di cose discontinuo; Signori e signore buonanotte lo è,anche se il risultato finale resta comunque di alto livello proprio grazie all’ironia,al sarcasmo e all’evidente voglia di graffiare che unisce il gruppo di amici che collabora alla pellicola.
Stili diversi,che affiorano nei vari sketch che costituiscono l’asse portante del film,nel quale a fare da trait d’union c’è un conduttore televisivo
impegnato anche nel ruolo di inviato speciale,ruolo grazie al quale ha la possibilità di avvicinare personaggi stravaganti che però hanno in comune il fatto di essere coloro che gestiscono il vero potere,quello politico ed economico.
Paolo T.Fiume,il conduttore,avvicina per esempio un ministro truffaldino e luciferino,corrotto fino al midollo che con faccia tosta degna di miglior sorte sostiene di essere stato eletto dagli elettori e di avere quindi il diritto di sfruttare il suo potere,anche usando mezzi illeciti per l’arricchimento personale.
In uno degli altri filmati del telegiornale,si vede l’Avvocato (somigliantissimo ad Agnelli) che,rapito,sostiene che la sua liberazione avverrà grazie agli operai delle sue aziende, che verseranno spontaneamente ciascuno qualche giornata di salario per riavere in azienda il loro datore di lavoro.
Mentre Fiume mostra il frutto delle sue interviste o manda in onda filmati surreali,la Tv segue i consueti programmi,che includono Una lingua per tutti,un telefilm ecc.

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Qui il surreale prende il sopravvento;il telefilm “La bomba” ,per esempio,mette alla berlina la polizia.
In una stazione di polizia scatta l’allarme attentato quando si rinviene una sveglia dimenticata in una borsa da una distratta signora;scoperta la verita
i dirigenti,pur di non fare brutta figura simulano un vero attentato che però finisce per fare strage di poliziotti.
Tre sketch sono ambientati a Napoli,città da sempre contraddittoria e scenario ideale per fare della denuncia mascherata da satira,che è poi il vero obiettivo del cast di registi; in uno un Vescovo premia un ragazzo costretto a fare da papà e a lavorare come uno schiavo per mantenere la numerosa famiglia.
Il ragazzo,schiacciato dalla vita miserabile che fa,torna a casa e si uccide.
Sempre a Napoli viene girata l’intervista al professor Schmidt,che ha “studiato” un metodo sicuro per eliminare la sovra popolazione della città,ovvero mangiare i bambini eliminando così alla radice il problema.
Fiume partecipa ad una tavola rotonda proprio nella città campana,alla quale partecipano gli amministratori della città.
Il programma prevede l’intervento del pubblico da casa,ma di fronte alla interminabile sequela di insulti che si riversa sui politici,questi ultimi
finiscono per andare su tutte le furie,mangiandosi anche la ricostruzione della città fatta in torrone presente nello studio.Alla fine andranno via non prima di aver rubato l’orologio dell’esterrefatto Fiume.

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Il tono degli inserti è questo;il film è una lunga sequenza di graffianti attacchi al mondo politico e delle istituzioni.
Non manca l’attacco al vetriolo fatto nei riguardi della chiesa,un conclave in cui tutti i partecipanti,pur di essere eletti papa,non esitano a far fuori i rivali.
Sarà il più malandato di tutti (almeno all’apparenza) ad avere la meglio,grazie ad un piano assolutamente insospettabile portato avanti con pazienza e che gli permetterà, una volta eletto,di far fuori gli ultimi candidati rimasti.
Corrosivo e irriverente,Signori e signore buonanotte snocciola,uno dietro l’altro,i difetti italici;lo fa con un linguaggio a tratti becero e greve,con trovate spesso irreali  al limite del demenziale,ma con forza degna di un uragano.
Non c’è un’istituzione che si salvi dal linguaggio scenico iconoclasta scelto dai registi,ognuno con un suo tocco personale.
Lieve e ironico a volte,pesante come un maglio altre.
La Cooperativa assembla un cast assolutamente straordinario per un film in cui i protagonisti stanno in scena solo per il tempo del loro sketch,ad eccezione di Mastroianni che interpreta Fiume,il conduttore televisivo.
Gassman e Manfredi,Villaggio e Tognazzi,Adolfo Celi e Mario Scaccia dividono la scena con attrici come Andrea Ferreol,Senta Berger e Monica Guerritore,Lucretia Love.
Tanti comprimari di valore che arricchiscono di professionalità un film come già detto molto discontinuo,in cui cose eccellenti si mescolano,senza soluzione di continuità,a cose decisamente meno belle e a tratti anche volgari.
Per una volta però non c’è il consueto campionario di natiche e seni,anzi.

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La presenza femminile nel film è ridotta all’osso, il che a ben vedere è un limite in senso profetico del film.
La Tv del futuro,come ben sappiamo,sarà occupata militarmente da scosciate e puttanoni,da donne capaci di ogni bassezza pur di ottenere un posto al sole.
Cosa che accadrà anche nella politica,dove anche se in maniera nettamente inferiore,l’universo femminile mostrerà di aver assimilato la lezione del passato,in una diffusa corruzione di costumi
che non farà invidia a quello maschile.
Fra tutti gli episodi che compongono il film,quello interpretato da Manfredi e diretto da Magni è di gran lunga il più armonico e crudele,accanto a quello del bambino lavoratore;
ma tutto il film alla fine centra i bersagli che erano negli obiettivi e pur non ottenendo ai botteghini quanto era nelle premesse e nei propositi,alla fine è operazione coraggiosa e di sicura qualità.
Si ride amaro,ci si indigna,ci si costerna.
C’è tutta l’Italia dei vizi e della corruzione,una volta tanto vista solo nei suoi aspetti peggiori.
Non c’è un lampo di luce,un raggio di sole.
Un presagio degli anni di fango e della triste realtà attuale.
Il film è disponibile su You tube in una ottima versione all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=Qj3eDlKptB8

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Signore e signori, buonanotte

Un film di Luigi Comencini, Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Marcello Mastroianni, Senta Berger, Lucretia Love, Carlo Croccolo, Andrea Bosic, Camillo Milli, Eros Pagni, Franco Angrisano, Gianfranco Barra, Gabriella Farinon, Monica Guerritore, Angelo Pellegrino, Carlo Bagno Commedia, durata 119 min. – Italia 1976

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Marcello Mastroianni: Paolo T. Fiume
Nino Manfredi: cardinale Felicetto de li Caprettari
Ugo Tognazzi: generale / pensionato
Paolo Villaggio: prof. Schmidt / presentatore quiz
Vittorio Gassman: agente della CIA / ispettore Tuttunpezzo
Adolfo Celi: Vladimiro Palese
Senta Berger: signora Palese
Monica Guerritore: assistente di Paolo
Felice Andreasi: valletto
Andréa Ferréol: Edvige
Sergio Graziani: cardinale Canareggio
Mario Scaccia: cardinale Piazza-Colonna
Franco Scandurra: cardinale decano
Carlo Croccolo: questore
Eros Pagni: commissario Pertinace
Gianfranco Barra: portiere Nocella
Renzo Marignano: intervistatore a Milano
Angelo Pellegrino: giornalista
Camillo Milli: capitano La Pattuglia
Duccio Faggella : artificiere Tirabocchi
Luca Sportelli: onorevole Lo Bove

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Regia Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli, Scola
Soggetto Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Casa di produzione Cooperativa 15 maggio
Distribuzione (Italia) Titanus Distribuzione
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Lucio Dalla, Antonello Venditti, Giuseppe Mazzucca e Nicola Samale
Scenografia Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni
Costumi Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni

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Una lingua per tutti
La bomba
Sinite parvulos
L’ispettore Tuttunpezzo
Il personaggio del giorno
Il Disgraziometro
Santo Soglio
La cerimonia delle cariatidi

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Paolo T. Fiume: Scusi ma… ma che cacchio sta dicendo?
Ministro: Io sto dicendo che l’elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo. Andiamo, andiamo.
Paolo T. Fiume: Ma… ma tu guarda che fijo de ‘na mignotta!
Una notizia da Roma: l’assessore generale ha ordinato l’immediata demolizione del rudere di un tempio romano del IV secolo a.c., che sorgeva abusivamente davanti alla villa con piscina
dell’imprenditore edile Marcazzi, deturpando l’armonia della villa stessa.

Onorevole non crede sarebbe opportuno, in attesa di conoscere la verità, di dare la dimissioni dalla sua alta carica…
Giovanotto, dimettermi: mai! Questa sarebbe una mossa sbagliata!
Lei vorrebbe dire che le sue di dimissioni sarebbero un implicito riconoscimento delle accuse…
Ma no, no: io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio. Dal mio posto posso agevolmente controllare l’inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni: posso, insomma, fuorviare il corso della giustizia.
Onorevole, ma non è irregolare, contro la legge?
Ah no giovanotto, io le leggi le rispetto, e soprattutto la legge del più forte. E siccome in questo momento io sono il più forte intendo approfittarne, è mio dovere precipuo!
Ma dovere verso chi, scusi?
Ma verso l’élettorato che mi ha dato il voto per ottenere da me posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbando di valuta.
Scusi, ma che cacchio sta dicendo?
Io sto dicendo che l’élettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo…
L’opinione di paochi dal sito http://www.mymovies.it

Bastano 2 ore per innamorarsi di questo gioiello della nostra cinematografia. Minuti in cui un manipolo ben organizzato di registi ed attori già affermati disegna l’Italia di allora (e di oggi) con battute graffianti, immagini evocative e divertimento sempre sostenuto da amore per il proprio paese. “Signore e signori, buonanotte” si muove così all’interno di un TG3 immaginario (allora ancora non esisteva) il cui conduttore/giornalista (un Mastroianni divertito e divertente), accompagnato dalla sua dolce vallettina (una Guerritore tutta miciosa), lancia servizi, propone interviste, legge notizie che portano alla visione dei tanti episodi in cui il film è realizzato. A distanza di tanti anni quasi tutti gli episodi sono di una sconcertante aderenza alla realtà attuale. Politici che restano aggrappati alle loro poltrone “altrimenti come posso fare leggi per me, pagare giudici e colleghi in parlamento se non da una posizione dominante?!” Pensionati che per vivere devono ricorrere agli espedienti più creativi. Trasmissioni di intermezzo che poco hanno da invidiare a quelle inutili che ci propinano ogni giorno Mediaset e Rai (dai reality ai quiz show) Ma soprattutto tanta politica che tocca tutto e tutti: il lavoro minorile, Napoli, la corruzione, il Vaticano, le forze armate. Tutto diventa ancora più godibile grazie all’ottima scrittura dei singoli episodi che al talento sconfinato dei tanti interpreti. Scegliere tra uno degli spezzoni è impossibile. Bisogna guardarli, riguardarli, pensarli realizzati allora ad inizi anni 70 e calati oggi nel 2014. Insomma è un film da venerare, creativo, coraggioso, come l’intervista ad un ministro che nonostante gli scandali clamorosi non si dimette e anzi si crogiola con sfrontatezza nella sua posizione di “più forte”. Amiamolo. E’ uno dei nostri patrimoni.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

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Film godibile che riesce ad alternare momenti in cui prevale la parte comica ad altri in cui prevale la riflessione sociale. Mastroianni straordinario trascinatore, una Guerritore nel fiore della sua bellezza, un irresistibile Villaggio, ottimo Tognazzi, bravissimo Manfredi. Tra i caratteristi buono il cameo di Adolfo Celi, i ruoli di Mario Scaccia e Sergio Graziani, cardinali assetati di potere.
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Oggi potrebbe sembrare un po’ lento, ma per l’epoca è stato sicuramente un film d’avanguardia: qui forse per la prima volta si mette alla berlina la televisione italiana. Gli spot parodiati, il finto TG3 (che non esisteva ai tempi) e il quiz “Il disgraziometro” sembrano un Maccio Capatonda ante litteram. Alcuni episodi mi sono sembrati noiosi; si salvano quelli con Paolo Villaggio.

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Composito ma uniforme sia come parodia del palinsesto televisivo che come satira di mali incurabili dell’Italia (corruzione, prassi clientelare, nepotismo, clericalismo, gerontocrazia, questione meridionale, povertà…). Il linguaggio, spesso goliardico e grossolano, è comunque riscattato dal sommo cast: Mastroianni mezzobusto che preannuncia Max Cipollino di Boldi, Tognazzi pensionato indigente, i duplici Villaggio e Gassman, Manfredi tertius gaudens tra i due litiganti Scaccia e Graziani. La Love ci insegna inglese con l’anatomia.

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L’ossessa

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La bella Daniela è una giovane che frequenta l’Accademia di belle arti;durante una ricognizione in una vecchia chiesa con alcuni restauratori,viene incaricata di rimettere a nuovo una delle due statue lignee custodite nella chiesa stessa.
La sera del trasporto del crocefisso nel suo laboratorio,la ragazza scopre con sgomento che sua madre ha un amante e che ama in particolare i giochi sadomaso.
Sconvolta,si rifugia in laboratorio dove si dedica al restauro di un dipinto.
Mentre è assorta in questa occupazione,la statua crocefissa subisce una trasformazione,si anima e assume sembianze umane.
E’ il diavolo che ha scelto questo mezzo decisamente inconsueto per manifestarsi alla donna.
Così incarnato,l’entità diabolica possiede carnalmente la ragazza e subito dopo,mentre la ragazza non si è ancora riavuta dallo choc,torna ad essere una statua.
Quando Daniela si riprende crede di aver sognato;ma la notte inizia a manifestare sintomi di ninfomania estrema.

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Tanto che i suoi genitori decidono di chiamare uno psichiatra che però non riesce a guarirla;dopo un orribile incubo durante il quale
Daniela sogna di partecipare ad un sabba sacrilego nel quale viene nuovamente posseduta dal diavolo.
Il risveglio della ragazza è traumatico;il corpo porta i segni della crocefissione che ha sognato.
A questo punto Mario e Luisa,genitori di Daniela,decidono misure drastiche;chiamano frate Antonio al capezzale di Daniela.
Il prete capisce immediatamente che la ragazza è vittima di una possessione demoniaca e consiglia loro di farla esorcizzare
da padre Xeno.
Così la ragazza viene trasportata in un convento,dove però la situazione precipita.
Preda di una crisi,sfascia la cella in cui è ricoverata e fugge in paese…
Servirà l’intervento di padre Xeno a guarire la ragazza?
Finale ovviamente tragico con tanto di premuta di piselli,un classico.
L’ossessa è un film del 1974,diretto da Mario Gariazzo.
Uno stravagante clone dell’Esorcista di Friedkin capostipite del filone demoniaco uscito nel 1973.
Il successo del film di Friedkin portò alcuni registi italiani a rifare pedissequamente film ispirati al personaggio di Regan,senza però
riuscire a ricreare la cupa,sinistra atmosfera del film americano.

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Tra essi possiamo citare L’anticristo di Alberto De Martino,Chi sei? di Ovidio G. Assonitis e proprio l’Ossessa,il più debole dei tre.
Il film parte bene,con la scoperta dei due crocefissi e la descrizione della festa a cui partecipa Daniela.
Ma ben presto tutto svanisce,a partire dalla sequenza in cui l’amante di Luisa,madre di Daniela,frusta la donna stessa con un mazzo di rose
sul letto della donna,nudo ma con tanto di scarpe ai piedi.
Da li in poi il film scivola e poi rotola verso il banale,in una fiera del kitsch che non risparmia più nulla.
Un vero peccato non tanto perchè il film potesse dire nulla di originale,quanto per il buon cast reclutato per lo stesso.
Luigi Pistilli,Gabriele Tinti,Lucretia Love,Cris Avram,Ivan Rassimov e Umberto Raho,oltre alla protagonista Stella Carnacina meritavano
ben altro trattamento.
Manca tensione nel film e le scene di possessione si limitano ad alcune espressioni terrorizzate della Carnacina,in palese imbarazzo e a qualche
trucco di make up davvero sconfortanti.

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Non è certo uno z movie, ma un film anonimo e francamente bolso.
Mario Gariazzo farà di molto peggio 4 anni dopo,girando l’allucinante Incontri molto… ravvicinati del quarto tipo;in quanto a L’ossessa vanno
segnalati solo i nudi di Lucretia Love,come al solito molto generosa nell’esposizione del suo corpo e qualche nudità di Stella Carnacina.
Davvero poco per salvare un film da dimenticare

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Un film di Mario Gariazzo. Con Luigi Pistilli, Gabriele Tinti, Stella Carnacina, Lucretia Love, Ivan Rassimov,
Chris Avram, Umberto Raho, Giuseppe Addobbati, Edoardo Toniolo, Andrea Scotti, Piero Gerlini,
Valentino Macchi, Bruna Beani Horror, durata 92 min. – Italia 1974.

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L'ossessa banner protagonisti

Stella Carnacina… Daniela
Chris Avram … Mario
Lucretia Love … Luisa
Ivan Rassimov … Il diavolo
Gabriele Tinti … L’amante di Luisa
Luigi Pistilli … Padre Xeno,l’esorcista
Gianrico Tondinelli … Carlo
Umberto Raho … Lo psichiatra
Piero Gerlini … Padre Antonio

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Regia: Mario Gariazzo
Sceneggiatura: Mario Gariazzo,Ambrogio Molteni,Ted Rusoff
Produzione: Paolo Azzoni,Riccardo Romano
Musiche: Marcello Giombini
Fotografia: Carlo Carlini
Montaggio: Roberto Colangeli

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Recensioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Esponente del filone esorcistico italiano, in cui il Maligno agisce tipicamente attraverso l’arte (un Crocifisso ligneo da restaurare).
Predomina tuttavia l’aspetto erotico: dalla fresca bellezza della Carnacina – motore dell’azione e della possessione demoniaca – agli incontri sadomaso della coppia adulterina Tinti-Love, con lei che si fa frustare con un mazzo di rose. Il Bene è incarnato dall’eremita Pistilli, il Male da un Rassimov più luciferino che mai e dalla sua sacerdotessa Beani. Molto scarsa la confezione; buone le musiche di Giombini.
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Pessimo clone italiano de L’esorcista, si perde, dopo un inizio per nulla malvagio, in scene a dir poco ridicole che riciclano goffamente quelle della pellicola di Friedklin.
La regia e la sceneggiatura che sono sotto il livello di guardia. Poco altro da dire se non che sarebbe molto meglio evitarlo.

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Uno dei primi film italiani nati sulla scia dell’Esorcista. L’inizio non è nemmeno malvagio, soprattutto grazie alla bizzarra idea di partenza e al dinamico montaggio, ma ciò che viene dopo non è altro che una fiacca copia del film di Friedkin con un po’ di sesso e di sangue in più e soprattutto con noia e trash ad alti livelli.
Mediocre la protagonista Stella Carnacina, ridicolo Ivan Rassimov nei panni del Diavolo, mentre il povero Luigi Pistilli fa quel che può. Musiche orecchiabili.
C’è di peggio, ma il film è comuque evitabilissimo.
L’opinione di The gaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Una bella ciofeca, copia e incolla dell’Esorcista con una Stella Carnacina che più che un’ossessa è costretta a recitare una ninfomane all’ultimo stadio, visti i numerosi pruriti sessuali.
Bassisimo budget e si vede fin troppo bene. Divertenti e briose le scene dell’esorcismo, peccato che avrebbero dovuto far spaventare. Da recuperare forse per gli amanti del trash, materia in abbondanza che caratterizza questa, diciamo, pellicola penosa.

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Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don

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A parte il titolo,malizioso ma anche volgarotto, Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don si segnala solo per due caratteristiche:la splendida location e il nutrito cast nel quale figurano nomi importanti del cinema di genere che però avrebbero meritato ben altro palcoscenico che questa commedia becera e triviale nata sull’onda del successo per larga parte imprevisto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile.

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Nadia Cassini

Film che inaugurò la brevissima stagione del cinema cavernicolo e che ebbe poi un seguito molto più fiacco ( e di minore successo), quel Quando le donne persero la coda uscito nelle sale nel 1972.
Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don, diretto dal pur bravo Bruno Corbucci, che solo un anno prima aveva girato il divertente Il furto è l’anima del commercio?!… è una pellicola praticamente inguardabile, priva del benchè minimo spunto comico che possa strappare un sorriso allo spettatore, infarcita in compenso di trivialità da caserma e di inutili volgarità.
Giocata più sulla avvenenza del pur bravo cast femminile, che dispensa parti anatomiche con generosità (in particolare la Cassini e Lucretia Love) che su un minimo di sceneggiatura che dia corpo alla storia, il film naufraga ben presto trascinandosi stancamente fino all’epilogo, che recita il de profundis con un eloquente “e vissero tutti felici e scontenti

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Molto grave è il riferimento costante del film al Lisistrata di Aristofane, autore glorioso della tradizione greca,qui saccheggiato in un’operazione commerciale senza un minimo di credibilità o di verve comica.
La trama:
le tribu dei cavernicoli e degli acquamanni sono perennemente in conflitto.La prima tribù occupa la terraferma, la seconda abita su palafitte e non passa giorno che non ci siano screzi e battaglie fra loro.
In una delle rare pause del perenne conflitto, il capo dei cavernicoli, il prestante Ari vince dopo una gara la bella Listra, della tribù degli acquamanni.
Alla donna la situazione poi non dispiace molto, essendo Ari un bell’uomo molto versato anche nel talamo.
Ma non c’è tempo per la pace perchè ecco scoppiare un altro conflitto; a questo punto Listra, stanca del continuo guerreggiare delle due tribù che toglie spazio alle faccende di sesso,decide di indire uno sciopero del sesso che trova entusiastiche adesioni presso tutte le donne delle due tribù, anch’esse stanche del dover rinunciare ai piaceri del letto per la vocazione guerrafondaia degli uomini.

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Così i due gruppi di donne appartenenti alle due tribù si rifugiano rispettivamente su un monte e su una piccola isola.
La trovata riscuote un successo incredibile;pur di non perdere i piaceri del sesso cavernicoli e acquamanni promettono di mantenere rapporti non più ostili.
Ma l’uomo è nato per la guerra e non per la pace.
Così ben presto le liti riprendono e Ari e Listra, sconsolati, decidono di andare in giro per il mondo alla ricerca di un posto dove vivere in pace e dedicarsi all’amore…
Su una trama così esile era difficile costruire qualcosa di interessante, pure c’era spazio, come nel citato Quando le donne avevano la coda, per battute comiche di ben altro spessore di quelle proposte da Corbucci che spreca letteralmente caratteristi come Caprioli, Giuffrè e Pandolfi umiliandoli con il pronunciare battute sconce e triviali degne della peggior tradizione della commediaccia all’italiana, superate solo come volgarità dalla triste serie dei Pierino.

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Listra-Lisistrata è interpretata da Nadia Cassini, che aveva solo due caratteristiche di rilievo:un fisico pressochè perfetto e un posteriore passato agli annali del cinema come uno dei più apprezzati da pubblico maschile. Per il resto,mancando completamente di qualsiasi dote recitativa, la Cassini fa la sua figura nel film visto che la sua presenza è essenzialmente corporea mentre il resto del cast, che include anche Pia Giancaro e Valeria Fabrizi, Antonio Sabato e Gisela Hahn,Elio Crovetto e anche una quasi invisibile Annabella Incontrera si muove a disagio nel guazzabuglio di battutacce e doppi sensi che costellano la pellicola.
Che alla fine risulta irritante oltre che noiosissima.

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Nonostante la grancassa pubblicitaria che martellava proponendo il film stesso come il più divertente di sempre,la pellicola fu un mezzo flop, pur in un periodo di vacche grasse del cinema, con una platea sterminata che affollava i cinema sorbendosi ogni tipo di prodotto.
Corbucci tornerà al successo l’anno successivo con il ben più riuscito Boccaccio, progenitore dei decamerotici dalla buona fattura e decisamente più divertente di questa farsaccia di bassa lega.
Il film è disponibile in una versione sufficiente qualitativamente ma in lingua inglese all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=cBe1Zbwxli4

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Un film di Bruno Corbucci. Con Antonio Sabato, Elio Pandolfi, Aldo Giuffré, Vittorio Caprioli, Maria Pia Giancaro, Valeria Fabrizi, Gisela Hahn, Nadia Cassini, Lucretia Love, Vittorio Congia Erotico, durata 103′ min. – Italia 1971.

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 Antonio Sabato e Nadia Cassini

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 Valeria Fabrizi

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 Valeria Fabrizi e Gisela Hahn

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 Pia Giancaro

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 Lucretia Love

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 Antonio Sabato

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 Vittorio Caprioli

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 Carlo Giuffrè

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Quando gli uomini armarono la clava e... con le donne fecero din-don banner protagonisti

Antonio Sabàto: Ari
Aldo Giuffré: Gott
Vittorio Caprioli: Gran Profe
Nadia Cassini: Lisistrata
Elio Pandolfi: Lonno
Lucretia Love: Lella
Pia Giancaro: Bea
Renato Rossini: Maci
Valeria Fabrizi: donna dell’arbitro
Gisela Hahn: Sissi
Elio Crovetto: arbitro al torneo iniziale

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Regia Bruno Corbucci
Soggetto Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, liberamente tratto dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane
Sceneggiatura Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, Bruno Corbucci
Casa di produzione Empire Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Effetti speciali Eugenio Ascani
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Luciana Marinucci

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L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it

(…) All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi. All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi.(…)
L’opinione di marcopolo30 tratta dal sito http://www.filmtv.it

Cosaccia idiota e insulsa, persino per gli standard della commedia Italiana anni ’70. Comunque con un titolo così non è che ci si potesse aspettare chissà cosa. Grande curiosità desta l’aver voluto dare ai cavernicoli un accento simil-ciociaro con tutti i verbi all’infinito, mah! V’è poi un handycap aggiunto chiamato Antonio Sabato, affiancato per l’occasione da nientepocodimenoche Nadia Cassini. Inoltre, non contento di aver prodotto una zozzeria d’infima fattura, Corbucci decide di chiosare il tutto con un bel paio di frasi retorica su guerra, pace e amore. Trash totale.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Pressoché tremendo cavernicolo sull’onda di Quando le donne avevano la coda e sequel . Si resta allibiti nel leggere il cast e nel vederne i desolanti risultati. Primo tempo già brutto, ma guardabile, con crollo nel secondo, ricco di volgarità che neppure fanno ridere. Anche le citazioni da 2001 Odissea nello spazio sono talmente sciatte e mal sfruttate da non riuscire a risollevare un film che vive solo delle forme della Cassini e del volto della Giancaro. Da evitare con massima cura.

L’opinione di Caesars dal sito http://www.davinotti.com

Tremendo. Basta dire che a suo confronto il pur pessimo Quando le donne persero la coda sembra quasi un film da Oscar, per capire il valore artistico di questa pellicola firmata da un mestierante, Bruno Corbucci, che altrove ha fornito risultati ben migliori. Spiace vedere immischiati in simile operazione gente come Caprioli, Pandolfi e Giuffrè. Il povero spettatore che decide di sottoporsi alla visione di questo film potrà comunque almeno rifarsi gli occhi con le forme della Cassini. Un pallino basta e avanza.

L’opinione di Fabbiu dal sito http://www.davinotti.com

È un peccato che un buon cast e valide location siano state sprecate in questo modo. Perché un comico che annoia è proprio grave; credo che volessero inaugurare un nuovo filone, la commedia sexy cavernicola, finito (per fortuna) in tre capitoli. Per forza, non c’è mai un attimo in cui si sorride e il linguaggio pseudo latino risulta stancante (mica come il linguaggio barbaro di Attila con Diego!); la stessa trama semplicissima (libera interpretazione di alcuni classici greci) è un po’ come la seccessione dei plebei sull’Aventino: stancante.

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Livia,una vergine per l’impero

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Prima di iniziare a parlare di Livia,una vergine per l’impero (uscito anche con il titolo di Diario di una vergine romana) ccorre sgombrare il campo da un equivoco, nel quale è caduto anche Wikipedia.
Questo film non ha nulla a che vedere con La rivolta delle gladiatrici (The arena),opera dello stesso regista,Joe D’Amato;l’unica cosa che accomuna i due film è l’ambientazione peplum e la presenza dell’attrice Lucretia Love,ma si tratta di due film completamente differenti, girati per altro in due anni differenti.

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Fotogrammi che mostrano il titolo originale e il nome del regista nei credit

Mentre Livia una vergine per l’impero è diretto da Massaccesi, con l’abituale pseudonimo di Joe D’Amato (come del resto si evince dal fotogramma allegato) nel 1973,  La rivolta delle gladiatrici è del 1974.
Un film che è riemerso dagli archivi grazie all’emittente tv Dahlia, che nel ciclo Eros lo ha riproposto; probabilmente la pellicola non venne mai distribuita nelle sale ed è quindi davvero casuale la possibilità di rivederlo a quarant’anni dalla sua apparizione.Grazie ad un utente che lo ha rippato proprio da Dahlia, è possibile vederlo a questo indirizzo (almeno fino a quando You tube,come fa di frequente,non decida di cancellarlo: http://www.youtube.com/watch?v=oH-CHBtawIc

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Con pochissimi mezzi, potendo contare solo su Lucretia Love come nome di punta e riutilizzando spezzoni di un peplum ambientato in oriente, D’Amato dirige un film modesto tutto virato all’erotico,come del resto accadrà con le sue successive incursioni nel genere “spada e sandali”, il già citato La rivolta delle gladiatrici e l’ambizioso Caligola la storia mai raccontata.
Parlavo non a caso di recupero di vecchi filmati:guardando il film non si può non notare la differenza di colore delle sequenze del terremoto con il resto del film,l’evidente anacronismo del terremoto nel tempio, in cui troneggiano statue di  stile babilonese e la presenza improvvisa di Lucretia Love a ben 10 minuti dall’inizio del film.
Che è probabilmente ambientato,nella sua parte iniziale, a Pompei, anche se le scene mostrano un devastante terremoto mentre fuori campo si vedono delle ridicole immagini di un vulcano che erutta, realizzate in totale economia rispetto alle discrete immagini del terremoto stesso.

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Diamo un’occhiata alla trama:durante il terremoto che distrugge la cittadina nella quale Livia vive,la ragazza rinviene i corpi esanimi della madre e del fratellino.
Rimasta sola al mondo Livia accetta l’invito di Lucilla, che promette di vegliare su di lei,di recarsi a Roma.
Ritroviamo quindi nella città eterna Livia mentre assiste ad un combattimento di gladiatori, palpeggiata da un senatore anziano; la ragazza è diventata una prostituta di lusso, asservita agli ordini di Lucilla e del suo amante Taurus.
Grazie al senatore Claudio, Livia, donna ambiziosa e senza scrupoli,si libera dei suoi “carcerieri” che vengono assassinati durante un convegno amoroso.

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Ma Roma è una città piena di insidie,di giochi di potere:Livia si lascerà trascinare in un complotto proprio ai danni di Claudio,si innamorerà del suo protetto e pagherà con la vita i suoi errori.
Una buona fotografia,una bellissima Lucretia Love e un professionale Attilio Dottesio;queste in sintesi le doti di un film che avanza senza particolari acuti, ma in modo costante e non noioso.
Il cast attoriale costa pochissimo e si vede; recitazioni quasi da oratorio e nudi a volontà,tanto da far sorgere la domanda su come la censura non sia intervenuta pesantemente.La risposta è probabilmente nella mancata distribuzione nelle sale del film,che, come dicevo all’inizio,è riemerso solo da poco.Può valere una visione.

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Livia una vergine per l’impero
un film di Joe D’Amato,con Lucretia Love,Attilio Dottesio,Linda Sini,Edmondo Tieghi,Stefano Spitoni,Danilo Mezzetti.Eotico,Italia 1973

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Lucretia Love: Livia
Attilio Dottesio:senatore Claudio
Linda Sini:Lucilla

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Regia:Joe D’Amato
Sceneggiatura:Joe D’Amato (pseudonimo Michael Wotruba)
Musiche di Berto Pisano
Fotografia:Aristide Massaccesi (Joe D’Amato)
Montaggio:Piera Bruni

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

Prostituzione

Prostituzione locandina 3

Un quartiere periferico immerso nell’oscurità.
Una sera come tante, nei vialetti che circondano una strada di periferia, sotto i cui lampioni come ogni sera si consuma il triste rito dell’amore a pagamento.
Una ragazza, Giselle, adesca un giovane e consuma un frettoloso rapporto sotto un albero, mentre un maturo guardone assiste soddisfatto tra i cespugli.
Ritroviamo Giselle stesa nuda su un tavolo operatorio:la ragazza è morta, uccisa da un misterioso assassino.
E’ il commissario Macaluso ad essere incaricato delle indagini.

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L’uomo deve muoversi nello squallido sottobosco in cui si muovono le esistenze delle prostitute, che si chiamano Benedetta,Primavera,Immacolata:nomi in netto contrasto con le loro esistenze di professioniste dell’amore.
Giselle era una di loro, ma marginalmente:la ragazza infatti era fuori dal giro delle prostitute da strada,lei era una studentessa universitaria, che si prostituiva con uomini facoltosi.
Mentre Macaluso inizia a muoversi in quel mondo sordido, brancolando alla cieca anche per il muro di omertà che sembra circondare la vicenda, si intrecciano le storie delle varie protagoniste, come quella di Benedetta, che una sera viene brutalizzata da un gruppo di giovani e che viene selvaggiamente vendicata dall’organizzazione a cui lei appartiene, o come quella di Primavera, una prostituta avanti negli anni che ha una relazione con il giovane pappone Antonio.
Proprio quest’ultimo la tradisce incapricciandosi della di lei figlia Daniela, con la quale scappa.

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Nel frattempo Macaluso porta avanti le sue indagini e sarà il guardone che spiava Giselle a mettere il funzionario di polizia sulla strada giusta…
Prostituzione è un thriller-poliziesco girato nel 1974 da Rino Di Silvestro, regista romano scomparso cinque anni addietro all’età di 77 anni;Di Silvestro, che nel corso della sua carriera ha diretto solo 8 pellicole,fra le quali La lupa mannara e Hanna D.la ragazza del Vondel park aveva diretto l’anno precedente un discreto Wip, quel Diario segreto da un carcere femminile accolto da un lusinghiero successo di pubblico.
dalla vita delle recluse di un carcere, fra soprusi e violenze morali, Di Silvestro passa all’ esterno, raccontando a modo suo una storia squallida di prostituzione, mostrando le vite di un gruppetto di belle di notte alle prese con il loro degradante lavoro.

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Il film è essenzialmente un poliziesco con venature thriller, alle quali il regista romano aggiunge un’ambientazione sordida ben ricostruita e qualche piccola denuncia del mondo degradato moralmente in cui le vittime del mestiere più antico del mondo vivono.
Lo fa senza forzare eccessivamente l’aspetto morale della cosa, limitandosi a intrecciare storie che potrebbero essere quelle di qualsiasi donna che viva l’esperienza della prostituzione con un cannovaccio strettamente giallistico, con tanto di omicidio e sorpresa finale sull’identità del misterioso assassino.
Il film è caratterizzato da una buona scorrevolezza e da un andamento dark, visto anche il mondo in cui si muove; qualche scena erotica, parecchi nudi ma se vogliamo funzionali a quanto raccontato.
Grazie ad un cast di comprimari e a qualche attore di primo livello De Silvestro filma un’opera non dozzinale, che in qualche modo emerge dalla montagna di film erotici prodotti tra il 1971 e il 1976; questo Prostituzione, ripreso all’estero con i titoli di Red city lights,Love Angels,Street Angels e Sex slayer è opera dignitosa e di discreta fattura.
Grazie anche a Aldo Giuffrè, che interpreta il misurato commissario Macaluso, alla bravissima Maria Fiore, che riveste i panni della matura Primavera e a Orchidea De Santis, splendida come sempre nelle vesti della prostituta Benedetta, la ragazza violentata e vendicata dall’organizzazione a cui appartiene.

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Accanto a loro ci sono anche altri ottimi comprimari, che segnalo sopratutto per l’alto grado di professionalità mostrata:Lucretia Love,Umberto Raho, Magda Konopka,Krista Nell,Andrea Scotti e Gabriella Lepori, Luciano Rossi e Liana Trouche oltre a Elio Zamuto, conferiscono un’aria di professionalità ad un film che rischiava di passare come l’ennesimo prodotto di serie B del sotto cinema italiano.
Così non è per fortuna.
Il film purtroppo è molto raro e non esiste almeno a quanto ne so in edizione digitale italiana, anche se qualche anno addietro è stato trasmesso dalla scomparsa Odeon tv; su You tube c’è un mediocre riversaggio da VHS in lingua inglese, chiunque voglia cimentarsi con l’ardua comprensione dei dialoghi potrà farlo seguendo questo link: http://www.youtube.com/watch?v=otNojdFxkg8

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Un film di Rino De Silvestro, con Orchidea De Santis,Aldo Giuffrè,Maria Fiore,Lucretia Love,Umberto Raho, Magda Konopka,Krista Nell,Andrea Scotti,Gabriella Lepori, Luciano Rossi Liana Trouche,Elio Zamuto Italia 1974 Drammatico Durata 105 minuti

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Aldo Giuffrè: Ispettore Macaluso
Maria Fiore: Primavera
Elio Zamuto: Michele Esposito
Krista Nell: Immacolata Mussomecci
Orchidea de Santis: Benedetta
Magda Konopka: Signora North
Andrea Scotti: Il poliziotto Variale
Paolo Giusti: Antonio
Gabriella Lepori: Giselle Rossi
Luciano Rossi: Faustino

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Genere drammatico, commedia
Regia Rino Di Silvestro
Sceneggiatura Rino Di Silvestro
Produttore Giuliano Anellucci
Casa di produzione Angry Film
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Angelo Curi

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L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com
Si parla ovviamente dell’argomento del titolo, tra un’ovvia citazione di Mamma Roma e qualche scena comica davvero evitabile. Finché il film resta sul registro giallo/drammatico non dispiace, comunque: ci sono delle belle musiche, la buona prova di Maria Fiore ed un ottimo finale, quello davvero riuscito. Insomma una pellicola che va un po’ troppo a corrente alternata, ma curiosa ed in definitiva che vale la pena di vedere.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Che lo si voglia o meno è un bel film in quanto, omicidio a parte, per una volta ci si cala nel mondo della prostituzione senza sfregi, vetriolo, lupara bianca o dentature spaccate a pugni. In particolare la figura di Primavera, magnificamente interpretata da Maria Fiore, dà una connotazione più umana ad una figura spesso ingiustamente vilipesa. D’altronde se c’è una persona che da quando esiste il mondo è sempre stata in prima linea e ha sempre pagato sulla propria pelle e senza sconti tutto il peggio, quella è la meretrice… Bravo pure Giuffrè.

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L’occhio del ragno

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Paul Valery è un rapinatore di banche, che durante un colpo viene lasciato sul posto dai complici e di conseguenza arrestato.
Grazie all’aiuto del Professor Orson Krüger, che è l’occulto finanziatore della rapina e che a sua volta è stato truffato dai complici che hanno abbandonato Valery, lo stesso Valery evade e decide di dare la caccia ai due complici traditori, i fratelli Hans e Mark Fischer, non prima di essersi sottoposto ad una provvidenziale plastica facciale.
Kruger e Valery hanno come obiettivo la cattura dei due uomini, ma agiscono per logiche e motivazioni differenti; se a Kruger interessa principalmente recuperare il bottino che i Fischer hanno sottratto alla divisione, a Valery ormai interessa solo la vendetta.
Inizia così la caccia, che finirà…

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Una trama lineare e semplicissima caratterizza L’occhio del ragno, lavoro del 1971 diretto dal prolifico Roberto Bianchi Montero (padre del regista Mario Bianchi), qui alla direzione di un film che è molto più un poliziesco che un thriller, come il titolo argentiano lascerebbe supporre.
Un film non malvagio arrivato nel periodo migliore di un regista che nel corso della sua carriera ha diretto oltre 60 film,quasi tutti non memorabile ma confezionati artigianalmente, con una certa qualità ed accuratezza pur rientrando nella categoria dei b movie.
Nel caso di L’occhio del ragno Bianchi Montero usa la classica miscela che diverrà uno standard negli anni settanta, ovvero un pizzico d’azione, una trama elastica il tutto condito da qualche scena erotica.
Purtroppo per lui, il regista romano incappa in una censura intransigente che sforbicia quasi completamente le parti sexy del film; il che avviene senza molta logica, perchè come vedrete dalle sequenze incriminate, si trattava di semplici nudi integrali e di castissime scene d’amore.

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Avendo visto la versione epurata,posso garantire che le scene tagliate non influiscono in alcun modo all’economia del film, che resta abbastanza fluido anche perchè retto da una sceneggiatura facilmente comprensibile.
Nel cast troviamo un trio attoriale molto eterogeneo, che vede Antonio Sabato interpretare Paul Valery, il rapinatore beffato dai suoi complici, Klaus Kinski in versione fredda, con movimenti quasi d’automa nei panni del rapinatore Hans e infine l’attore hollywoodiano Van Johnson nei panni del professor Krueger.
Presenza femminile di corredo ( e anche di sostanza) per la splendida Lucretia Love, che riveste i panni dell’aiutante di Kruger, Gloria, che finirà per diventare l’amante di Paul.

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Letteralmente stroncato da critica e da buona parte del pubblico, il film venne rimesso in circolazione qualche anno più tardi con un nuovo titolo,Caso Scorpio: sterminate quelli della calibro 38, assolutamente fuorviante e messo li per rastrellare qualche altra lira in più.
Bianchi Montero non è una gran regista e su questo non ci piove; ma questo film può essere visto senza timore di addormentarsi sulla poltrona.
Il problema è che non è affatto di facile reperibilità; su Youtube è presente la versione tedesca del film ovviamente censurata.
L’indirizzo è: http://www.youtube.com/watch?v=zrYVqa9asRM

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L’occhio del ragno
Un film di Roberto Bianchi Montero. Con Klaus Kinski, Antonio Sabato, Van Johnson, Lucretia Love, Claudio Biava Thriller/Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1971.

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Klaus Kinski … Hans Fischer
Antonio Sabato … Paul Valéry / Frank Vogel
Van Johnson … Prof. Orson Krüger
Lucretia Love … Gloria

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Regia: Roberto Bianchi Montero
Sceneggiatura:Luigi Angelo,Aldo Crudo,Fabio De Agostini
Produzione: Luigi Mondello
Musiche:Carlo Savina
Fotografia:Fausto Rossi
Montaggio:Rolando Salvatori

Uscito in Italia nel novembre del 1971, conosciuto anche con i titoli Das Auge der Spinne,Eye of the Spider,El ojo de la araña,L’oeil de l’araignée
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Pur essendo una delle produzioni di più ampio respiro – a livello di budget – dell’intera carriera di Roberto Bianchi Montero, questo L’occhio del ragno è in realtà ben poca roba: una storia decisamente poco originale, un impianto di violenza e tensione molto stereotipato, un gangster/thriller di scarso impatto con un tris di nomi di richiamo. Ovverosia: Klaus Kinski, che però entra in scena a pellicola inoltrata; Van Johnson, anch’egli impegnato in un ruolo secondario e infine il protagonista Antonio Sabato, che di fronte ai due appena citati appare notevolmente limitato. La dozzinalità che muove il mestiere di Montero è sottolineata inoltre dal fatto che in quello stesso anno il regista licenziò anche lo spaghetti western Arriva Durango, paga o muori – mentre l’anno successivo riuscirà a girare ben tre titoli. Le musiche di Carlo Savina sono qui l’elemento forse meno peggiore di tutto il complesso; la sceneggiatura firmata da Fabio De Agostini, Aldo Crudo e Luigi Angelo non lascia segno ed è presumibilmento un parto alimentare, uno fra i tanti generati a catena in quegli anni di grande attività per il nostro cinema, specie sul versante del ‘genere’.

L’opinione di Bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Probabilmente in tempi di rivalutazioni acritiche un titolo come questo sara’anche rivalutato ma secondo il mio modestissimo parere non è proprio il caso.E’una storia di vendetta con un protagonista abbastanza mediocre,un paio di divi(uno del passato,Johnson,l’altro non ancora assurto a tale onore,Kinski)in vacanza pagata,alcune sequenze scollacciate giusto per esacerbare certi pruriti e sequenze d’azione girate cosi’ cosi’.L’unica cosa che si salva,secondo me è il finale assolutamente negativo per tutti………

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Da rivalutare (per quanto come impostazione abbia una vagonata di precedenti), visto che sembra quasi un western ambientato ai giorni nostri. Le eliminazioni dei traditori sono tanto rocambolesche quanto originali, la tensione di fondo non cala mai e pure i cambi di ambientazione, da Vienna a Marsiglia per finire ad Algeri, si fanno rispettare. Sabàto è il classico attore anarchico, la Love fa la sua parte in maniera disinvolta.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Vienna: durante una rapina Paul (Antonio Sabato) viene tradito dal gruppo di malfattori e lasciato tra le mani della polizia. Evade, si sottopone a un intervento di chirurgia per cambiare connotati e diventa Frank. Poi si reca in Francia in cerca dei traditori. Inguardabile e tedioso noir confezionato con locandina e (successivo) titolo da giallo, per sfruttare il filone all’epoca in voga e generato dalla triade di prodotti diretti da Argento. Già dall’inizio, con un Sabato biondo, parrucchino e sopracciglia fittizie -che nascondono un naso posticcio- ci si rende conto della qualità. Tremendo.

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Le immagini che compaiono sono tratte da un cineromanzo d’epoca, pubblicato dal sito http://www.dbcult.com

Si tratta di immagini non presenti nel film, presumibilmente tagliate dalla commissione censura.

 

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Zenabel

Nel 1627 vive nel borgo di San Omobono di Sotto la bella Zenabel, intrepida spadaccina, bravissima lottatrice e femminista anti litteram.
La ragazza, che è sempre vissuta libera e selvaggia, apprende un giorno dall’uomo che l’ha allevata come fosse sua figlia di essere in realtà la figlia di un duca, a cui il barone spagnolo Alonso Imolne ha tolto il regno e la vita.
La ragazza è stata affidata all’uomo che l’ha cresciuta, lontana dai pericoli rappresentati dal barone Alonso , convinto di non avere nessun rivale legittimo che possa richiedere i possedimenti del defunto duca.

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Zenabel 1

Zenabel riunisce attorno a se altre ragazze che, come lei, vogliono maggiore libertà e che sono disposte a seguirla nella sua lotta per rivendicare i possedimenti del padre.
Con l’aiuto delle compagne, libera alla sagra delle vergini un gruppo di ragazze destinate a fare da compagnia agli amici del barone; ritornata sulle montagne, Zenabel conosce il bandito Gennaro, soprannominato il ribelle, che si innamora di lei e decide di seguirla nella sua battaglia contro il barone Alonso.
Dopo varie peripezie, Zenabel verrà catturata dai soldati del barone, ma grazie a Gennaro riuscirà all’ultimo momento a scampare alla morte; sconfitto il barone e riottenuti i suoi possedimenti la bella Zenabel rinuncerà al titolo e alle terre per vivere libera tra le sue montagne con Gennaro.

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Zenabel, diretto da Ruggero Deodato nel 1969 è un film cappa e spada con venature leggermente erotiche che rieccheggia in qualche modo le avventure di Isabella duchessa dei diavoli, film tratto dall’omonimo fumetto e portato sullo schermo da Sergio Corbucci nello stesso anno in cui esce Zenabel.
A differenza del film di Corbucci,ambientato in Francia mentre Zenabel è ambientato in Italia, il film di Deodato si segnala per qualche scena umoristica in più e per una certa cura nei dettagli e nella fotografia, pur risultando alla fine sostanzialmente di buon livello come il film di Corbucci.
La protagonista principale è Lucretia Love, attrice che si era fatta le ossa con alcune comparsate in mezza dozzina di film; qui è alla sua prima parte da attrice principale e se la cava molto bene, nei limiti di un film avventuroso che non richiede particolari doti espressive. In possesso di un fisico asciutto e scattante, aiutata da una bellezza notevole e da una certa dose di humour, la Love fa il suo inserendosi in un racconto che Deodato gira con indubbia mano felice.

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Il gran merito di Deodato è quello di inserire, in questo film, una certa dose di ironia che nel film di Corbucci era praticamente assente.
Certo, alcuni discorsi proto femministi (siamo nel 1969), appaiono più una concessione alla platea che una reale necessità della pellicola, virata tutta all’avventura e condita da un erotismo mal celato ma tenuto sotto controllo in maniera ossessiva.
Siamo in un periodo in cui le maglie della censura sono strettissime e Deodato concede quanta epidermide può senza eccedere, ben sapendo che il film avrebbe corso il rischio di essere falcidiato dalla commissione atta a giudicare la morale pubblica, istituzione altamente ipocrita che si arrogava il diritto di decidere quali cose potevano essere viste dai poveri spettatori e quali no.

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Ma tant’è, il film passa la commissione e arriva nelle sale, dove riscuote un discreto successo anche se ovviamente limitato al solo pubblico, visto che i critici arricciarono il naso e snobbarono qualsiasi recensione verso il film
Anche se ormai pesantemente datato, Zenabel è un film gradevole con un cast di buon livello, in cui figurano John Ireland, Lionel Stander, Fiorenzo Fiorentini e Fiammetta Baralla; buona come già detto la fotografia e buona la regia di Deodato, che l’ anno prima si era distinto con Gungala la pantera nuda, uno dei tanti film ambientati nella giungla.
Purtroppo di questo film girano solo riduzioni da VHS assolutamente inguardabili; gli stessi fotogrammi illustrativi che ho racimolato per illustrare il film provengono da logore versioni riversate da analogico.

2 gennaio 2015

Oggi il film è disponibile su You Tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=-yd1Sdd9klw in una discreta versione

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Zenabel
Un film di Ruggero Deodato. Con Lionel Stander, Lucretia Love, Mauro Nicola Parenti, Fiorenzo Fiorentini, Beatrice Bensi, Carlo Pisacane, Nello Pazzafini, Ignazio Leone, Andrea Scotti, Elisa Mainardi, Dada Gallotti, Mario Cecchi, Margherita Simoni, John Ireland, Geneviève Audrey, Adriana Alben, Anna Recchimuzzi, Christine Davray, Luigi Leoni Avventura-durata 93 min. – Italia 1969.

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Lucretia Love … Zenabel
John Ireland … Don Alonso Imolne
Lionel Stander … Pancrazio
Mauro Parenti … Gennaro
Fiorenzo Fiorentini … Cecco
Elisa Mainardi … Amica di Zenabel
Luigi Leoni … Baldassarre
Ignazio Leone … Guardia
Fiammetta Baralla … L’altra amica di Zenabel
Carlo Pisacane … Mendicante
Andrea Scotti … Don Carlos

 

Regia:Ruggero Deodato
Sceneggiatori:Gino Capone (sceneggiatura,storia),Ruggero Deodato,Antonio Racioppi
Produzione: Andrea Fantasia,Mauro Parenti
Musiche: Bruno Nicolai, Ennio Morricone
Fotografia: Roberto Reale
Montaggio:Antonietta Zita
Costumi: Angela Passalacqua