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Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

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Un flashback iniziale: l’avvocato Vincenzo Artuni sta per andare a letto, dove lo attende la moglie Lucetta. In lontananza si ode il suono di una sirena e Vincenzo sembra scosso dalla cosa.
La scena cambia e ci troviamo all’interno di una chiesa, sul pavimento della quale giace il corpo di don Marco, giovane parroco della chiesa stessa. Accanto a lui la cassetta delle elemosina, derubata del suo contenuto.
La storia prosegue in presa diretta alternando flashback al presente; Vincenzo è un giovane professionista molto ambizioso, che ha sposato la bella e ricca figlia di uno speculatore edile.
Il giorno delle nozze, durante il quale il suocero ha fatto sfoggio di ricchezza in modo molto cafone, Vincenzo si appresta a consumare le nozze con Lucetta.

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Vincenzo e Lucetta, Lino Capolicchio e Femi Benussi

Ma l’uomo sembra avere evidenti problemi con il sesso.
Dopo due lunghi anni di matrimonio, durante i quali Vincenzo ha fatto strada, non è ancora arrivato il tanto sospirato erede, così l’avvocato si ritrova a dover rendere conto della cosa al suocero, che invece aspetta solo l’arrivo di un bebè.
Alle strette, Vincenzo decide di rivolgersi all’amico Don Marco, il quale, vincolato dalla tonaca, non potrà mai raccontare quello che ha appreso dall’amico. Il quale, però, gli chiede qualcosa che va oltre sia l’amicizia sia i doveri che Don Marco ha verso la sua fede, ovvero di mettere incinta Lucetta.

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Dopo un drammatico colloquio tra i due, Don Marco rompe gli indugi e accetta di avere rapporti con la stessa Lucetta, previa somministrazione di un narcotico che impedisca alla donna di vedere chi sarà il padre del bambino.
Così avviene, ma le cose sono destinate a prendere una strada tragica.
Don Marco, scoperti i piaceri della carne, entra in una profonda crisi di vocazione e decide di lasciare la tonaca, cosa che getta nello sconforto Vincenzo, che teme che un giorno Marco possa vantare diritti sul nascituro o peggio raccontare la storia come in realtà si è svolta.

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Durante un drammatico faccia a faccia in chiesa, Vincenzo colpisce con un candeliere l’amico, uccidendolo sul colpo.
Dopo di che, simulando una rapina, si allontana dalla scena del crimine.
Vincenzo poi ha un colpo di fortuna:un disoccupato, Nicola Parrella, lo sequestra mentre è in un autobus e lo trascina nella sua baracca, sperando che il gesto possa sollecitare le autorità ad un atto che risolva i suoi problemi.
L’avvocato decide così di seminare indizi a carico del  Parrella; arriva anche a gettare l’arma del delitto nel canale vicino la baracca nella quale l’uomo vive con la moglie e i suoi due figli.
Ma commette un errore, perchè inavvertitamente perde un fazzoletto insanguinato con le sue iniziali.
Nicola Parrella però non è uno stupido, tutt’altro: riesce a rendersi conto di come si siano svolti realmente i fatti e ottiene un colloquio sull’impalcatura di una casa in costruzione.

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Nicola propone a Vincenzo uno scambio; lui si assumerà la responsabilità dell’omicidio e in cambio l’avvocato assicurerà un futuro dignitoso alla sua famiglia.
Vincenzo accetta e Nicola finisce in galera, pagando per un delitto che non ha commesso.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, datato 1971, è l’ultimo film( il 13°) diretto da Giuseppe De Santis, il regista dei celebri Ossessione e Riso amaro ed arriva a sette anni di distanza da Italiani brava gente.
E’ un buon film, un giallo con forti connotazioni sociali, ma anche sfortunato perchè non incontrò un gran successo di pubblico, cosa che costrinse il regista laziale ad abbandonare i set cinematografici.
Eppure il film non è affatto malvagio, anche se risente di una sceneggiatura alle volte confusa e farraginosa.
Fatali, a mio giudizio, sono due componenti del film che non vennero apprezzati: l’uso del flashback, che porta avanti e indietro la storia creando anche parecchia confusione e la recitazione oltre le righe di Lino Capolicchio.
Due elementi determinanti a ben vedere; i momenti in cui Vincenzo ricorda gli episodi così come sono avvenuti sono corredati da una recitazione che porta Capolicchio a usare troppa energia nel tratteggiare il personaggio di Vincenzo, con il risultato di rendere tutto troppo artefatto.

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La drammatica sequenza del rapporto tra don Mario e una Lucetta inconsapevole

A contro bilanciare l’eccesso di zelo di Capolicchio c’è la recitazione misurata di Riccardo Cucciolla, che interpreta Nicola Parrella, l’emigrato meridionale con un gran cervello ma con ben poca fortuna.
Cucciolla, barese di nascita, usa fluidamente il dialetto pugliese riuscendo quindi a dare il massimo della credibilità al suo personaggio.
Bene anche Femi Benussi, che però ha oggettivamente un problema, quello cioè di essere terribilmente sexy e anche un tantino inadatta al ruolo della moglie ingenua “che non ha mai visto un uomo nudo”, come racconta il personaggio Lucetta durante uno dei primi incontri con Vincenzo.
La Benussi però avrebbe benissimo fatto dannare un santo, per cui è comprensibile la sua scelta quando la storia arriva nel suo punto culmine, il momento in cui Don Marco salta il fosso e si congiunge carnalmente con la moglie dell’amico, arrivando poi alla decisione fatale di abbandonare la tonaca dopo la scoperta della bellezza di quell’atto d’amore, pur consumato senza la collaborazione della donna.

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Massimo Serato

Se il film affronta marginalmente il problema dell’integrazione dei lavoratori del sud, affidando a Cucciolla/Nicola Parrella il compito di illustrare amaramente gli aspetti dell’emigrazione, lo si deve alla decisione del regista di mostrare la carriera, per certi versi sgradevole, di Vincenzo, un uomo senza grossi scrupoli, che per la carriera e per i soldi non esita a compiere una serie di misfatti che lo degraderanno moralmente sempre più.
Fino alla decisione finale di mandare in carcere un innocente pur di salvaguardare la propria onorabilità e la propria posizione, già ampiamente compromessa dal dubbio legame con il suocero, palazzinaro un tantino mafioso e dagli oscuri interessi.
Un film in chiaro scuro, ma con una sua drammaticità ben esaltata dalla fotografia di Carlo Carlini; curiosa la scelta di utilizzare la Carmina Burana di Orff nelle sequenze iniziali, che, unite al crepuscolo, danno un’idea abbastanza originale di un dramma che sta per compiersi. Tuttavia molto meglio la versione orchestrale che venne utilizzata dieci anni dopo nell’Excalibur di Boorman.

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Riccardo Cucciolla

Tra gli attori vanno segnalate vecchie glorie del cinema anni 40 e 50 come Yvonne Sanson, Andrea Checchi e Massimo Serato, protagonisti della stagione del cinema dei telefoni bianchi; bene inoltre un intenso Robert Hoffman nel ruolo di Don Marco.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire,un film di Giuseppe De Santis. Con Femi Benussi, Yvonne Sanson, Andrea Checchi, Robert Hoffman, Riccardo Cucciolla,Ivo Garrani, Lino Capolicchio, Nino Vingelli, Massimo Serato, Vittorio Duse, Sergio Serafini, Lina Alberti, Enrico Papa, Luisa De Santis
Drammatico, durata 129 min. – Italia 1972.

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Giuseppe De Santis

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Lino Capolicchio – Vincenzo Arduni
Femi Benussi – Lucetta
Riccardo Cucciolla – Nicola Perella
Robert Hoffmann – Don Marco
Andrea Checchi – Padre di Vincenzo
Ivo Garrani – Padre di Lucetta
Yvonne Sanson     – Madre di Lucetta
Nino Vingelli – Maresciallo
Pietro Zardini – Giacomo il sacrestano
Massimo Serato – Il cardinale
Vittorio Duse – Padre di Don Marco
Luisa De Santis – Moglie di Nicola

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Regia     Giuseppe De Santis
Soggetto     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Sceneggiatura     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Fotografia     Carlo Carlini
Montaggio     Adriano Tagliavia
Musiche     Maurizio Vandelli
Scenografia     Giuseppe Selmo, Enrico Checchi

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Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Alcuni snodi che definire romanzeschi è usare un eufemismo comprimono il livello della trama e, di conseguenza, del film, che resta però interessante in molte sue componenti, a partire da ambientazioni azzeccate e dalla scelta dei Carmina Burana come accompagnamento musicale. I personaggi principali sono tutti un po’ sopra le righe (ad eccezione di Hoffman, che è fin troppo composto), per cui la palma va alla splendida compostezza del grande Andrea Checchi. Medio, ma con un suo specifico perché: l’amore per i film italiani degli Anni Settanta.

Un avvocato (Lino Capolicchio), coniugato con donna benestante (Femi Benussi), non riesce a dare corso al rapporto intimo e per avere un figlio ricorre all’aiuto d’un prete. Ma quando quest’ultimo vuole abbandonare la veste, l’impotente lo uccide e tenta di invischiare, nel delitto, uno straccione innocente (Riccardo Cucciolla). Discreta prova (l’ultima purtroppo) di regia per Giuseppe De Santis che realizza un film decadente, tragico e dalle atmosfere talvolta deprimenti. Ottimo l’apporto dato da un cast convincente e calato nella parte.

Avvocato rampante uccide un prete, il suo migliore amico, e tenta di addossare la colpa a un poveraccio. Ma… Singolarissimo finale di carriera per il vecchio De Santis (curiosamente accreditato come “direttore artistico”), con un film giocato su più registri, dal grottesco al giallo al cinema di denuncia, e costruito su un complesso meccanismo di flashback a incastro. Magari poco verosimile, ma certamente audace, non stupisce che sia praticamente scomparso. Attori ben in parte, Capolicchio di rara laidezza (e sì che… ). Da vedere.

I continui rimbalzi tra presente e passato allacciano spunti delle pregresse esperienze neorealiste di De Santis – le miserie proletarie di Cucciolla – alle nuove tendenze del cinema dei primi Settanta, incline sia al discorso politico-civile-giudiziario su esempio di Petri  che a quello sessuale nelle sue componenti esibizionistiche (le rigogliose nudità della Benussi), patologiche (l’impotenza di Capolicchio) e religiose (i dubbi di Hoffmann): l’esito è torbido e disarmonico, ma non privo di ambizione e fascino. Nella scena del battesimo, apparizione lampo della polselliana Stefania Fassio.

Non mi è piaciuto per niente. Attori orrendi (salvo solo Cucciolla), in particolare Capolicchio qui è a livelli di rara incapacità, trama banale e dialoghi da far accapponare la pelle (la seduta comunale quando discutono degli alberi sembra un litigio da osteria…).

Scoprire di essere impotenti ed aver paura di perdere tutto, oltre la propria dignità, anche la posizione sociale acquisita con un matrimonio “alto” e cercare di far tutto per evitare che questo accada. Capolicchio, perfetto nel suo ruolo in grado di cogliere e trasmettere le sfaccettature del suo personaggio, in una trama romanzata in cui anche un prete viene descritto (antisegnanamente per i tempi) con le debolezze di un uomo. Il tessuto ideologico della pellicola è forte e inusuale per i tempi in cui è stato realizzato. Da vedere.

Può una trama degna di un fotoromanzo assurgere al livello di atto d’accusa nei confronti della morale cattolica borghese? Sì, se sviluppata con estro talmente visionario e grottesco da sembrare ambientata ai tempi del Fascismo pur senza esserlo! L’ultimo film di un regista da cui non ti aspetteresti niente del genere. Ha ragione chi vi ha visto un parallelo con Petri. La vena allucinata della riuscita struttura a flashback è ben valorizzata dalla colonna sonora psichedelica di Maurizio Vandelli (all’epoca ancora nelle fila dell’Equipe 84).

Film interessante, racconta la storia di un giovane avvocato di umili origini, che sposa la bella figlia di un costruttore molto “introdotto” e sfrutta la posizione sociale del suocero per fare carriera, professionale e politica. La sua vita sarebbe perfetta, se non si mettesse in mezzo la morte del suo migliore amico sacerdote… L’intreccio tra denuncia del malcostume politico e sociale, morbosità coniugali e segreti familiari è sviluppato in modo originale, anche se alcuni passaggi risultano un po’ forzati. Capolicchio è quasi apprezzabile.

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novembre 9, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | 1 commento

Milano calibro 9

Milano calibro 9 ,locandina

All’ uscita dal carcere, dove è stato rinchiuso per tre anni, Ugo Piazza, corriere clandestino di valuta, trova ad attenderlo i rappresentanti dei due lati opposti della società.
Da una parte ci sono Pasquale, Rocco e Nicola, emissari della malavita agli ordini dell’Americano, dall’altra un commissario di polizia, brutale e violento, uno di quelli che credono che la giustizia si possa somministrare solo con le cattive.

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Gastone Moschin è Ugo Piazza

I tre uomini sono stati mandati dal loro capo perchè l’uomo è convinto che Ugo, catturato durante lo scambio di valuta, si sia impossessato di trecento milioni frutto dello scambio mai avvenuto; dall’altro il commissario ha fiutato in qualche modo il coinvolgimento di Piazza in affari poco puliti.
Ugo viene violentemente pestato dai tre, con l’ordine di presentarsi al più presto dall’Americano: dopo essere stato in questura a denunciare lo smarrimento dei documenti, Ugo trova alloggio presso una piccola pensione,dove viene nuovamente sorpreso dalla banda dell’Americano, che lo trovano in compagnia di una prostituta.

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Mario Adorf è Rocco Musco

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Gli uomini, dopo aver devastato la sua stanza, alla ricerca del denaro, gli rinnovano l’invito a recarsi dal loro capo.
Ugo è ormai allo sbando; non ha un posto dove rifugiarsi e non ha più soldi. Decide così di chiedere aiuto a Don Vincenzo  e a suo nipote Chino, vecchi amici. Ma ancora una volta arrivano gli emissari dell’Americano, olo che questa volta al fianco di Ugo c’è Chino, abile nel pugilato. I due mettono in fuga gli uomini dell’Americano, e Ugo decide di andare a trovare la sua donna, Nelly, che lavora in un night club. Alla donna l’uomo racconta le sue vicissitudini, oltre al fatto di non essere in possesso dei soldi che l’Americano cerca.

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A questo punto il passo successivo di Ugo è quello di recarsi dall’Americano, al quale racconta la versione della storia già detta a Nelly. L’Americano, anche se non convinto del tutto che Ugo dica la verità, lo prende al suo servizio, anche per poterlo controllare meglio.
Ma a questo punto le cose si complicano; con una mossa a sorpresa, Ugo inizia a instillare nel capo il dubbio che a commettere il furto dei 300 milioni possano essere stati proprio i suoi fedelissimi, Rocco e Pasquale. E’ l’inizio di un sanguinoso regolamento di conti, in cui vengono utilizzate anche le bombe pur di arrivare a scoprire i veri autori del furto; Ugo, sempre pedinato dagli uomini del commissario, convince Don Vincenzo e Chino ad aiutarlo nella vendetta contro l’Americano. ma quest’ultimo, che sta facendo piazza pulita a Milano, uccide Don Vincenzo. Chino e Piazza, armati fino ai denti, sterminano la banda dell’Americano, e durante la sparatoria anche Chino cade colpito a morte.

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Ugo Piazza ora è libero di muoversi; recupera i soldi che aveva davvero rubato e torna a Milano, dove viene però fermato dalla polizia e interrogato dal commissario Mercuri, collega dell’altro commissario, un uomo decisamente più ligio alla legge e rispettoso dei diritti dei cittadini. Dopo aver interrogato i pochi superstiti dell’assalto alla villa dell’Amerikano, poichè nessuno conferma la presenza di Piazza durante la sanguinosa sparatoria, il commissario lascia libero Piazza, che a questo punto sembrerebbe aver avuto partita vinta.
Ma le sorprese non sono finite……….

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Nelle due foto: una splendida Barbara Bouchet è Nelly

Mlano calibro 9, di Fernando Di Leo, è un film a metà strada tra il noir e il poliziesco. Violentissimo, teso, complicato da una trama sorprendente, è di sicuro il miglior film del genere poliziottesco degli anni settanta.
Grazie alla sontuosa recitazione degli attori del cast, alla bellissima colonna sonora di Bacalov e degli Osanna, il film ha una tensione continua e senza cedimenti, che ne fanno a buon diritto, il miglior film della produzione di Di Leo.Un film che mescola anche il conflitto tra i due commissari come semplificazione della situazione corrente all’epoca, con le due scuole di pensiero, violenza contro violenza e visione a più ampio raggio dei fenomeni ad essa collegati. Un film molto ambizioso, che però una volta tanto centra quasi tutti gli obiettivi prefissati.

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Larga parte del merito va ovviamente al romanzo di Scerbanenco; il titolo, ripreso dalla raccolta di romanzi dello scrittore di Kiev, viene però ripreso con un’atmosfera dark che riesce a rendere vivida l’azione, trasformando il film in una serrata lotta senza esclusione di colpi, con sullo sfondo una Milano assente, immersa nella sua vita ad alta velocità, percorsa da centinaia di migliaia di persone quasi disinteressate a tutto ciò che accade attorno.

Grande prova di Gastone Moschin, un ottimo Ugo Piazza, bravissimo Mario Adorf nel ruolo di Rocco; poi, attorno, il cast costruito attorno all’Americano, Lionel Stander , forse il personaggio meno credibile della storia, nel senso dell’interpretazione. Il ruolo dell’Americano Stander lo svolge con diligenza ma in modo appena sufficiente. Molto bene i due commissari, Luigi Pistilli e Frank Wolff.

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Bene anche Barbara Bouchet, uno dei tanti personaggi negativi della storia, una Nelly però credibile nel ruolo dell’angelo infernale. Infine nota di merito anche per Ivo Garrani, un ottimo Don Vincenzo, e il solito, inappuntabile Philippe Leroy.

Milano calibro 9, un film di Fernando Di Leo. Con Mario Adorf, Philippe Leroy, Barbara Bouchet, Frank Wolff, Lionel Stander, Gastone Moschin, Ivo Garrani, Fernando Cerulli, Luigi Pistilli, Gastone Pescucci, Ettore Geri, Sergio Serafini, Mario Novelli, Ernesto Colli, Empedocle Buzzanca, Rossella Bergamonti, Giorgio Trestini, Mauro Vestri, Omero Capanna, Fortunato Cecilia
Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1972.

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Gastone Moschin: Ugo Piazza
Barbara Bouchet: Nelly Bordon
Mario Adorf: Rocco Musco
Frank Wolff: commissario di polizia
Luigi Pistilli: Mercuri
Ivo Garrani: Don Vincenzo
Philippe Leroy: Chino
Lionel Stander: l’Americano
Mario Novelli: Pasquale Tallarico
Giuseppe Castellano: Nicola
Ernesto Colli: Alfredo Bertolon
Giorgio Trestini: Franceschino

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Regia:     Fernando Di Leo
Soggetto:     Fernando Di Leo, Giorgio Scerbanenco (romanzi)
Sceneggiatura:     Fernando Di Leo
Produttore:     Armando Novelli
Casa di produzione:     Cineproduzioni Daunia 70
Distribuzione (Italia):     Alpherat S.p.a.
Fotografia:     Franco Villa
Montaggio:     Amedeo Giomini
Musiche:     Luis Enríquez Bacalov, Osanna
Tema musicale:     Milano calibro 9 (Preludio, Tema, Variazioni e Canzona)
Scenografia:     Francesco Cuppini
Costumi:     Francesco Cuppini, Marcella Moretti
Trucco:     Antonio Mura

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“Se continua così, vedrai che fanno l’antimafia pure pe’ Milano! La chiamano mafia, ma oggi sono…sono bande. Bande in lotta e concorrenza fra di loro. La vera mafia non esiste più!”

“Tu quando incontri a uno come Ugo Piazza, il cappello ti devi levare…”

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MILANO: Torre Branca, Parco Sempione, da Viale Cervantes
MILANO: Viale Cervantes, Parco Sempione
MILANO: Piazza Duomo
MILANO: Viale Gorizia
MILANO: Ripa di P.ta Ticinese, Alzaia Naviglio Grande
MILANO: Naviglio Pavese, da Viale Gorizia
MILANO: Duomo, Piazza Duomo
MILANO: Stazione Centrale
MILANO: Carcere San Vittore, P.zza Filangieri 2
MILANO: Carcere San Vittore, Via degli Olivetani
MILANO: Carcere San Vittore, Via degli Olivetani ang. Via G.B. Vico
MILANO: P.zza XXIV Maggio, ang. Viale Gorizia
MILANO: Chiesa S.ta Maria delle Grazie al Naviglio, Alzaia Naviglio Grande 34
MILANO: Ripa di Porta Ticinese, altezza # 5
MILANO: Ripa di Porta Ticinese 5
MILANO: Torre Velasca, P.zza Velasca
MILANO: P.zza Velasca
MILANO: P.zza Duca D’Aosta, Stazione Centrale
MILANO: Via Paolo da Cannobio

novembre 24, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , , , | 2 commenti

Holocaust 2000

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Il sogno di Robert Caine è di costruire una moderna centrale termonucleare,potentissima;un sogno che però è avversato da diverse persone,per motivi svariati. Eva,sua moglie,è contraria per motivi ecologisti,il leader del paese nel quale la centrale deve essere costruita la ritiene una cosa pericolosissima;uno degli scienziati che ha studiato il progetto è convinto che i danni sarebbero superiori ai vantaggi,e c’è in ultimo un sacerdote convinto che il figlio di Caine,Angel,altro non sia che l’incarnazione del diavolo,che vorrebbe far approvare la pericolosa costruzione per provocare l’Apocalisse.

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Ad uno ad uno gli avversari del progetto muoiono in circostanze misteriose;il leader del paese africano che doveva ospitare la centrale muore in maniera orribile,decapitato dai rotori di un elicottero sul quale doveva salire.

Robert,messo sull’avviso dal sacerdote,intuisce che dietro le morti c’è un disegno oscuro;aiutato dalla sua nuova compagna,la giornalista Sara,tenta di uccidere il figlio,ma viene fermato e chiuso in un manicomio,dove rischia la vita.Nel frattempo Sara,che ha dato alla luce una bambina,è in pericolo,perché Angel vuole uccidere sua figlia.Ma Robert,fuggito provvidenzialmente dal manicomio,salva sia la donna che la bambina,e scappa lontano.Angel avrebbe campo libero,ma la bimba di Sara,come recitano le profezie,può fermarlo.

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Diretto nel 1977 da Alberto De Martino,con un cast di livello eccellente,del quale fanno parte Kirk Douglas,nel ruolo di Caine,Agostina Belli in quello di Sara,Romolo Valli in quello del sacerdote,Holocaust 2000 è un discreto prodotto,uscito però in ritardo rispetto ad altri film del filone demoniaco,come Omen,La maledizione di Damien.Molti punti deboli in una sceneggiatura non certo impeccabile,ma sorretta dalle buone prove degli artisti.Tutto il discorso ecologista viene affrontato di straforo,e è questo il limite del film;la trama punta troppo sul rapporto tra Robert e suo figlio Angel,sulle implicazioni demoniache invece che sull’ecologia e sul pericolo della centrale.

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Un film di Alberto De Martino. Con Adolfo Celi, Anthony Quayle, Ivo Garrani, Agostina Belli, Kirk Douglas, Simon Ward, Romolo Valli, Alexander Knox, Spiros Focas, Sergio Serafini, Vittorio Fanfoni, Massimo Foschi, Eugenio Masciari, Virginia McKenna, Geoffrey Keen, John Carlin, Gerard Hely, Peter Cellier, Penelope Horner, Caroline Langrishe, Joanne Dainton. Genere Fantastico, b/n 106 minuti. – Produzione Italia, Gran Bretagna 1977.

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Regia     Alberto De Martino
Produzione    Edmondo Amati Maurizio Amati
Scritto da     Sergio Donati Alberto De Martino
Distribuito da      Erico Menczer
Editing     Vincenzo Tomassi

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Kirk Douglas     …     Robert Caine
Simon Ward    …     Angel Caine
Agostina Belli    …     Sara Golan
Anthony Quayle    …     Professor Griffith
Virginia McKenna    …     Eva Caine
Spiros Focás    …     Harbin
Ivo Garrani    …     The Prime Minister
Alexander Knox    …     Professor Ernst Meyer
Adolfo Celi    …     Dr. Kerouac
Romolo Valli    …     Monsignor Charrier
Massimo Foschi    …     Arab Assassin
Geoffrey Keen    …     Gynecologist
John Carlin    …     Robertson
Peter Cellier    …     Sheckley
Gerard Hely    …     Clarke

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agosto 4, 2008 Posted by | Horror | , , , , , , , | 1 commento