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Escalation

Luca Lambertenghi,figlio di Augusto,un industriale nel campo degli oli,ha scelto il totale disimpegno dagli affari della famiglia,vivendo da hippy
più per un atteggiamento anticonformista che per scelta di vita.
La sua vita si svolge pigramente a Londra,tra ozi,concerti di musica alternativa;vive vestito all’indiana,gira in bici con tanto di sitar sulle spalle
e con occhialini da intellettuale.
Il padre,stanco del suo disinteresse nei confronti del lavoro,lo riporta a casa e per cercare di ricondurlo sulla retta via gli affianca la psicologa Maria Carla.
La donna,con cinismo e freddezza,decide di perseguire un suo piano:far innamorare di lei Luca,farlo diventare socio del padre ed entrare nella famiglia Lambertenghi e assumerne con il tempo il controllo.


Augusto però fiuta il pericolo e mette in guardia il figlio sulle reali intenzioni della donna,rivelandogli di essere stato proprio lui a fare in modo che la donna lo seducesse.
Luca con freddezza avvelena sua moglie con dei funghi poi,denudato il suo corpo,la dipinge come un quadro di Warhol e alla fine
alla maniera indiana ne brucia il corpo.
Chiamato dalla polizia,riconosce in un corpo martoriato e sfigurato quello della moglie e prende il suo posto alla direzione dell’azienda di famiglia.
La recensione di Segnalazioni cinematografiche del 1968 esprime in maniera compiuta,perfetta la sintesi del film:””Il film sembra satireggiare una società che, integrandolo nel suo sistema senza anima, spersonalizza l’individuo e vanifica le sue più nobili aspirazioni. Alquanto fragile nella schematizzazione psicologica dei personaggi, il lavoro amalgama il sarcasmo e l’ironia fino a raggiungere formule
grottesche e paradossali, con un linguaggio estroso e agile, funzionale nel colore e nell’ambientazione. Tuttavia non riesce dl tutto convincente, per l’artificiosità e l’intonazione astratta delle motivazioni, le incertezze e i salti di tono tra la feroce caricatura realistica del padre e le nebulose aspirazioni del protagonista, dando troppo sovente l’impressione di risolversi in un puro gioco intellettualistico.


Un gioco intellettualistico;è vero in assoluto.Roberto Faenza esordisce nella regia,a soli 25 anni,con questo Escalation,film pesantemente datato uscito in quel 68 denso di pellicole anticonformiste che esprimevano compiutamente un bisogno di linguaggi anche cinematografici alternativi a quelli correnti.
Quello di Faenza non fa eccezione.
Il personaggio di Luca sembra essere quello di un anticonformista che rivolge la contestazione verso un mondo ipocrita e paludato,ma in realtà è solo quello di un imbelle,di un figlio di papà che non ha alcuna voglia di assumersi responsabilità non per scelta “ideologica” ma solo perchè così la vita è più comoda.
Ed è questo che Faenza intende stigmatizzare,la capacità cioè della società di amalgamare,omologare e alla fine irrigimentare chiunque tenti di opporsi al cambiamento.
Ma il linguaggio è,sia figurativamente che nel parlato,confuso e farraginoso.


Così dopo 15 minuti di sproloqui,immagini quasi dadaistiche,la noia prende il sopravvento e non lascia più lo spettatore.
Indubbiamente il film di Faenza è coraggioso,ma questo non basta a renderlo anche interessante.
Il finale è indubbiamente in bilico tra l’amaro e il grottesco (il potere,il successo e il denaro trionfano) ma è fine a se stesso.
Escalation è un film pesantemente datato;va visto,oggi nell’ottica del documento d’epoca,ma nient’altro.
Un festival anche del vintage,della noia,del deja vu.


Per quanto riguarda gli interpreti,bene Capolicchio alle prese con un personaggio odioso che rende al di là delle aspettative,bene una gelida e algida Claudine Auger,meno bene un isolito Ferzetti con un’acconciatura improbabile e per una volta sopra le righe.
Film di assoluta rarità,è presente in rete in una bellissima versione all’indirizzo https://fboom.me/file/df6135fbe0a90/Escalation.1968.mkv

Escalation

Un film di Roberto Faenza. Con Gabriele Ferzetti, Leopoldo Trieste, Claudine Auger, Lino Capolicchio, Didi Perego, Dada Gallotti Drammatico, durata 95 min. – Italia 1968

Gabriele Ferzetti: Augusto Lambertenghi
Lino Capolicchio: Luca Lambertenghi
Leopoldo Trieste: Il sacerdote; il santone
Claudine Auger: Carla Maria Manini
Didi Perego: L’investigatrice privata
Dada Gallotti: L’infermiera

Regia Roberto Faenza
Soggetto Roberto Faenza
Sceneggiatura Roberto Faenza
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giorgio Giovannini

 

 

novembre 21, 2017 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Il Conte di Montecristo (Sceneggiato tv 1966)

Il Conte di Montecristo locandina 2

Amore e tradimento,gelosia e amicizia venduta,un tesoro favoloso,una vendetta implacabile.
Tutti ingredienti profusi a piene mani nel più celebre dei romanzi di appendice,Il Conte di Montecristo,scritto da Alessandro Dumas
e pubblicato a puntate dallo scrittore francese a partire dal 1844.
Dumas,con il suo stile classico,crea un personaggio che vive una terribile esperienza,passando dalla libertà ad una ingiusta detenzione;libero grazie ad
un espediente e diventato ricchissimo con la scoperta di un favoloso tesoro,Edmond Dantes,il protagonista della storia si vendica crudelmente
di coloro che lo avevano tradito privandoli di onori e ricchezze accumulate durante la sua detenzione,in alcuni casi anche della vita anche se mai di propria mano.
Dumas pubblicò questo romanzo a puntate,un feuilleton allungato a dismisura sia per creare suspence,sia per guadagnare qualche soldo in più,
visto che era pagato per creare storie che attirassero lettori.
Così il romanzo appare lungo a dismisura,con molte pagine descrittive che in alcuni casi tolgono tensione al romanzo;quando nel 1966 la RAI – Radiotelevisione italiana decide di ridurre il romanzo in uno sceneggiato lungo 8 puntate,ci si attende una versione che sacrifichi personaggi e situazioni a tutto vantaggio della scorrevolezza del racconto visivo.
Ed accade un qualcosa che francamente non era nelle previsioni;lungi dall’essere semplicistico e superficiale,lo sceneggiato si rivela superiore anche al romanzo,grazie ad una serie di fattori concomitanti.
In primis la sintesi presso chè perfetta del racconto,che viene sfrondato dalle parti inutili a tutto vantaggio di una trama molto più scorrevole e intuitiva;

Il conte di Montecristo 1

Il complotto tra Caderousse,Mondego e Danglars

Il conte di Montecristo 2

Dantes davanti a Villefort

poi l’utilizzo di un cast formato da attori con grande esperienza teatrale,che interpretano perfettamente i vari personaggi protagonisti del romanzo e la puntuale,precisa regia di Edmo Fenoglio,che qualche anno dopo curerà le riduzioni di Il berretto a sonagli e dei Buddenbrock.
Uno sceneggiato dal grande respiro,quindi,lungo 480 minuti che riassumono la storia di Edmond Dantes,della sua discesa all’inferno e della sua resurrezione nei panni del ricchissimo e spietato Conte di Montecristo,assetato di vendetta e di giustizia.
La trama:
-Edmond Dantes,giovane marinaio è a un passo dal realizzare i suoi personali sogni.
Pierre Morrel,l’armatore del Faraone,la nave sulla quale è imbarcato Edmond,sta per nominarlo capitano e il giovane inoltre sta per impalmare la sua amata Mercedes.
Ma attorno a lui si muovono personaggi ostili,che l’ingenuo Edmond considera amici;sono Danglars,scrivano sul Faraone che aspira anche lui al posto di capitano e si ritiene penalizzato e Fernando Mondego che ama ovviamente non ricambiato la bella Mercedes.
Durante una festa per il fidanzamento tra Edmond e Mercedes,Danglars e Mondego,con la collaborazione di Caderousse,scrivono una lettera anonima alla procura del regno,accusando Dantes di essere un bonapartista.
La lettera arriva nelle mani di Gérard de Villefort,che lo fa arrestare il momento esatto in cui scopre che Edmond aveva fatto da inconsapevole postino di una missiva compromettente diretta a suo padre Nortier.
Incarcerato nella prigione del Castello di If, Edmond grida disperatamente la sua innocenza,ma ben presto è costretto ad abituarsi alla detenzione.
Nonostante l’intervento a suo favore di Morrel,per Edmond il carcere diviene ben presto la sua casa.

Il Conte di Montecristo 3

L’arrivo nel carcere del Castello di If

Il Conte di Montecristo 4

Un anno dopo

Qui conosce l’abate Faria,suo vicino di cella che ha scavato un tunnel sperando di sbucare fuori dalla cella.
Tra i due nasce una profonda amicizia e l’abate Faria diviene ben presto,grazie alla sua enorme cultura,un maestro e un padre per lo sventurato Edmond,arrivando a rivelargli di possedere una mappa che localizza il favoloso tesoro del Conte Spada.Faria ricostruisce la vicenda che ha portato Dantes in prigione e con acume ricostruisce la vicenda,spiegando all’incredulo Edmond il ruolo avuto dai suoi nemici nel complotto che lo ha portato in prigione.
I due prigionieri si dedicano alla costruzione di un tunnel che dovrebbe portarli fuori dalla cella ma un giorno Faria muore;per Dantes è la fine del sogno di poter evadere dal carcere,ma con un colpo di genio si sostituisce all’abate e viene gettato in mare dai carcerieri.
Edmond viene salvato da Jacopo,un giovane contrabbandiere genovese che navigava al largo di If e con lui resta un po di tempo,prima di raggiungere l’isola di Montecristo;qui scopre che il tesoro di Faria esiste veramente e da quel momento cessa di essere il marinaio Edmond e diventa il Conte di Montecristo.
Elabora un piano complicatissimo per vendicarsi dei suoi nemici che nel frattempo (sono passati 14 anni dal suo internamento ad If) sono diventati ricchi e potenti.
Danglars è diventato un banchiere stimato e rispettabile,Fernando Mondego si è trasformato nel conte de Morcerf,grazie ad una carriera militare folgorante e (come si scoprirà in seguito) al tradimento del Pascià di Giannina Alì-Tebelen.
Gérard de Villefort è diventato procuratore del re mentre Caderousse è l’unico a sopravvivere facendo l’albergatore di un’infima locanda.
Morrel,che tanto si era adoperato per Dantes,vive invece in grosse difficoltà economiche mentre Mercedes ha sposato Fernando.
Grazie alla sua ricchezza immensa e dopo una serie infinita di colpi di scena,Edmond-Montecristo avrà la sua vendetta,scoprendo alla fine però che…
L’impianto dello sceneggiato è quello classico del teatro;largo spazio quindi ai dialoghi,alle espressioni e alla caratterizzazione dei personaggi a tutto scapito dell’azione.
Fenoglio privilegia infatti l’ambientazione interna,raccontando così con dovizia di particolari le relazioni tra i personaggi,che sono tantissimi e legati indissolubilmente fra loro.

Il Conte di Montecristo 5

Il cimitero del carcere:il mare

Il Conte di Montecristo 6

Il procuratore del re Villefort

Il Conte di Montecristo 7

Cinque anni dopo…

Spazio quindi alle vicende di Villefort e della baronessa Danglars,dalla cui relazione nascerà Benedetto,il giovane criminale che il Conte trasformerà nel nobile Cavalcanti per attirare in trappola
Danglars,promettendo allo stesso di far sposare sua figlia con il rampollo del nobile italiano decaduto.
Largo spazio alla storia della famiglia Morrel,l’unica a godere della benevolenza del Conte;dopo aver salvato l’armatore dal fallimento,Montecristo veglierà su Massimiliano,figlio dell’armatore incoraggiando la sua relazione con Valentina Villefort,arrivando alla fine a salvarla da morte certa e dagli agguati mortali di Eugenia Villefort.
Ampiamente raccontata la drammatica vicenda di Fernando Mondego,di suo figlio Alberto e di Mercedes,alla quale alla fine si rivelerà e che finirà per pagare anch’essa la voglia di vendetta di Dantes.
Tanti personaggi che sono legati a filo doppio e che popolano un romanzo denso di intrighi e colpi di scena,tutti perfettamente descritti sia caratterialmente sia inquadrati nelle proprie vicende personali e che finiscono per dare un tocco ulteriore di qualità al romanzo.
Dantes-Montecristo è una divinità crudele,un uomo che si sostituisce a Dio nel somministrare la giustizia;grazie al favoloso tesoro ereditato dall’Abate Faria,si erge dal carcere d’IF come un giustiziere implacabile che travolge tutti coloro che hanno avuto a che fare con la sua storia.
E a pagare sono anche gli incolpevoli,come Massimiliano e Valentina,come Alberto di Morcerf o il figlio minore di Villefort,vittime di una furia vendicativa che si placherà solo nel finale,quando Dantes scoprirà che la vendetta non riscalda il cuore,cosa che lo porterà a perdonare Danglars e a scoprire che anche per lui può esserci un futuro,accanto alla fedele e innamorata Haydee.

Il Conte di Montecristo 8

La malattia dell’Abate Faria

Il Conte di Montecristo 9

La fuga

Il Conte di Montecristo 10

Nella barca dei contrabbandieri

A 50 anni di distanza,Il Conte di Montecristo si rivela ancora uno splendido esempio di come si possa ottenere uno spettacolo visivo semplicemente usando la qualità e la cura.
Come siamo lontani dalle moderne fiction prive di anima e di contenuti.
Per quanto riguarda il cast,lodi a piene mani a tutti i grandi nomi del nostro teatro impiegati,senza alcuna esclusione.
Lo sceneggiato è stato riproposto varie volte in tv ed è disponibile su You tube in una buona versione ricavata da Dvd.

Il Conte di Montecristo
regia di Edmo Fenoglio,con Andrea Giordana,Giuliana Lojodice,Ugo Pagliai,Fosco Giacchetti,Sergio Tofano,Enzo Tarascio,Lino Capolicchio,Anna Miserocchi Sceneggiato Tv Italia 1966

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Il Conte di Montecristo 11

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Il conte di Montecristo banner protagonisti

Andrea Giordana: Edmond Dantès / Conte di Montecristo
Giuseppe Pagliarini: Padre di Edmond
Giuliana Lojodice: Mercedes
Ruggero Miti: Albert Morcerf
Ugo Pagliai: Franz
Sergio Tofano: Faria
Alberto Terrani: Fernando Mondego Morcerf
Achille Millo: Danglars
Enzo Tarascio: Villefort
Quinto Parmeggiani: Caderousse
Fosco Giachetti: Bertuccio
Maddalena Gillia: Valentine de Villefort
Tina Lattanzi: Duchessa
Nino Fuscagni: Beauchamps
Lorenzo Terzon: Chateau-Renaud
Carlo Ninchi: Noirtier de Villefort
Luigi Pavese: Morrel
Silvia Silveri: Eugénie Danglars
Anna Miserocchi: Baronessa Danglars
Fulvia Mammi: Signora Villefort
Loris Loddi: Edouard Villefort
Mariolina Bovo: Julie Morrel
Mila Stanic: Haydée
Giorgio Favretto: Maximilien Morrel
Michele Riccardini: Penelon
Nietta Zocchi: Carconte
Simone Mattioli: Battistino
Arthur Young: Dukas
Lino Capolicchio: Benedetto e impersona Andrea Cavalcanti
Nino Besozzi: impersona il Maggiore Cavalcanti padre di Andrea
Mario Scaccia: Luigi XVIII
Francesco Sormano: Saint-Meran
Elena Da Venezia: Signora Saint-Meran
Riccardo Garrone: Luigi Vampa
Michele Malaspina: Padron Gaspero
Edoardo Torricella: Un marinaio
Luigi La Monica: Un marinaio
Franco Castellani: Un marinaio
Enzo Consoli: Il barbiere
Manlio Busoni: Il commissario
Angiolina Quinterno: Una donna
Franca Mazzoni:Signora Morrel
Giustino Durano: Signor Monçon
Gianni Agus: Ministro
Nello Riviè: Uomo in nero
Giorgio Bandiera: Altro signore
Nino Scardina: Marchesino
Dante Biagioni; Giovane segretario
Paolo Lombardi: Ufficiale
Corrado Olmi: Segretario
Gastone Pescucci: Un uomo
Consalvo Dell’Arti: Un signore
Pino Ferrara: Debray

Il conte di Montecristo banner cast

Regia Edmo Fenoglio
Soggetto Dal romanzo Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas
Sceneggiatura Edmo Fenoglio – Fabio Storelli
Fotografia Mario Bernardo
Musiche Gino Marinuzzi jr.
Costumi Danilo Donati
Casa di produzione Rai

Il conte di Montecristo banner episodi

Il complotto
Il Castello d’If
Il tesoro
Il conte
Il pane e il sale
L’agguato
Il giudizio
Il perdono
8 puntate per 480 minuti totali,in onda sul primo canale dal 6 novembre 1966 al 23 dicembre 1966

Il conte di Montecristo banner attori

01 Andrea Giordana Edmond Dantes

Andrea Giordana è Edmond Dantes

02 Giuseppe Pagliarini padre di Edmond

Giuseppe Pagliarini è il padre di Edmond Dantes

03 Giuliana Lojodice Mercedes

Giuliana Lojodice è Mercedes

04 Achille Millo Danglars

Achille Millo è Danglars

05 Enzo Tarascio Villefort

Enzo Tarascio è Villefort

06 Mario Scaccia Luigi XVIII

Mario Scaccia è Luigi XVIII

07 Quinto Parmeggiani Caderousse

Quinto Parmeggiani è Gaspare Caderousse

07 Sergio Tofano Faria

Sergio Tofano è L’Abate Faria

8 Luigi Pavese Morrel

Luigi Pavese è Morrell

9 Ugo Pagliai Franz Quesnel d'Epinay

Ugo Pagliai è Franz Quesnel D’Epinay

10 Nino Besozzi Maggiore Cavalcanti e Lino Capolicchio Andrea Cavalcanti-Benedetto

Nino Besozzi è il Maggiore Cavalcanti,Lino Capolicchio è Andrea Cavalcanti e Benedetto

11 Giustino Durano Signor Monçon

Giustino Durano è Monchon

12 Giorgio Favretto Maximilien Morrel

Giorgio Favretto è Maximilien Morrel

12 Maddalena Gillia Valentine de Villefort

Maddalena Gillia è Valentine de Villefort

13 Fosco Giachetti Bertuccio

Fosco Giacchetti è Bertuccio

14 Alberto Terrani Fernando Mondego Morcerf

Alberto Terrani è Fernando Mondego,Morcerf

15 Ruggero Miti Albert Morcerf

Ruggero Miti è Alberto Morcerf

16 Fulvia Mammi Signora Villefort

Fulvia Mammi è Eugenia Villefort

17 Carlo Ninchi Noirtier de Villefort

Carlo Ninchi è Nortier de Villefort

17 Riccardo Garrone Luigi Vampa

Carlo Garrone e Luigi Vampa

18 Nietta Zocchi Carconta

Nietta Zonchi è Carconta

19 Mariolina Bovo Julie Morrel

Mariolina Bovo è Julie Morrel

20 Nino Fuscagni Beauchamps

Nino Fucagni è Beauchamps

21 Anna Miserocchi Baronessa Danglars

Anna Miserocchi è la Baronessa Danglars

Il conte di Montecristo banner incipit

3 Alessandro Dumas

Alessandro Dumas

“Il 24 febbraio 1815 la vedetta della Madonna della Guardia dette il segnale della nave a tre-alberi il Faraone, che veniva da Smirne, Trieste e Napoli.
Com’è d’uso, un pilota costiere [sic] partì subito dal porto, passò vicino al Castello d’If e salì a bordo del naviglio fra il capo di Morgiou e l’isola di Rion.
Contemporaneamente com’è egualmente d’uso, la piattaforma del forte San Giovanni si ricoprì di curiosi; poiché è sempre un avvenimento di grande interesse a Marsiglia
l’arrivo di qualche bastimento, in particolare poi quando questo legno, come il Faraone, si sapeva costrutto, arredato e stivato nei cantieri della vecchia Phocée
e appartenente ad un armatore della città.”

Il conte di Montecristo banner citazioni

-Io sono uno di questi esseri eccezionali; sì, monsieur, lo credo; fino a oggi nessun uomo si è trovato in circostanze simili alle mie. I regni dei monarchi sono circoscritti da montagne,
da fiumi, da cambiamenti di costumi o di lingua. Il mio regno, invece, è grande come l’universo perché non sono né italiano, né francese, né indiano, né americano, né spagnolo: io sono cosmopolita.
Nessun paese può dire di avermi visto nascere; Dio solo sa quale terra mi vedrà morire. Io adotto tutti gli usi, parlo tutte le lingue. Voi mi credete francese, non è vero? Perché parlo il francese
con la stessa facilità e purezza di voi. Ebbene! Alì, il mio moro, mi crede arabo; Bertuccio, il mio intendente, mi crede romano; Haydée, la mia schiava, mi crede greco. Dunque capirete che, non essendo di alcun paese,
non chiedo protezione ad alcun governo; non riconoscendo alcun uomo per mio fratello, non può arrestarmi né paralizzarmi alcuna sorta di scrupoli che arrestano i potenti o di ostacoli che paralizzano i deboli.
Io non ho che due avversari, non dirò due vincitori, perché li sottometto con la tenacia: la distanza e il tempo.-

-– Mercedes! – ripeté Montecristo. – Mercedes! Ebbene sì, avete ragione, mi è ancora dolce pronunciare questo nome… È la prima volta, dopo lunghi anni, che risuona così chiaro sulle mie labbra.
Ah, Mercedes! Il vostro nome l’ho pronunciato con i sospiri della malinconia, con i gemiti del dolore, col la rabbia della disperazione; l’ho pronunciato gelido per il freddo, rattrappito sulla paglia della mia prigione;
l’ho pronunciato divorato dal caldo; l’ho pronunciato rotolandomi sul pavimento del mio carcere. Mercedes, bisogna che mi vendichi perché ho sofferto per quattordici anni, ho pianto, ho maledetto. Ve lo ripeto Mercedes,
bisogna che mi vendichi! E il conte di Montecristo, temendo di cedere alle lacrime di colei che aveva amato tanto, chiamava in aiuto del suo odio il passato.

Il conte di Montecristo banner i luoghi

1 Il castello d'If

Il Castello di If

1 Isola di Montecristo

L’isola di Montecristo

1 Isola di Montecristo l'approdo di Dantes

L’approdo di Dantes nell’isola di Montecristo

Il conte di Montecristo banner libri

3 Alessandro Dumas libro

Una edizione della Editrice Lucchi

2 Montecristo a fumetti 7

2 Montecristo a fumetti 1

2 Montecristo a fumetti 2

2 Montecristo a fumetti 3

2 Montecristo a fumetti 4

2 Montecristo a fumetti 5

2 Montecristo a fumetti 6

Il conte di Montecristo banner i film

4 1 The Count of Monte Cristo 1908

Una cena da The count of Montecristo 1908

4 2 Il conte di Montecristo 1908 Maggi

Il conte di Montecristo 1908

4 2 The Count of Monte Cristo 1913

The count of Montecristo 1913

4 4 The Count of Monte Cristo 1929

The count of Montecristo 1929

4 5 Il conte di Montecristo 1934

The count of Montecristo 1934

4 6 Il conte di Montecristo 1943

Il conte di Montecristo 1943

4 7 Il ritorno di Montecristo 1946

Il ritorno di Montecristo 1946

4 8 Le comte de Monte Cristo 1961

Le Compte del Montecristo 1961

4 9 Montecristo 70 1968

Montecristo 70 1968

4 10 Il conte di Montecristo, film TV 1975

Il Conte di Montecristo serie tv,1970

4 11 Il conte di Montecristo 1998

Il Conte di Montecristo 1998

4 12 Montecristo 2002

Montecristo 2002

Il conte di Montecristo banner locandine

Il Conte di Montecristo locandina 4

Il Conte di Montecristo locandina 3

Il Conte di Montecristo locandina 1

dicembre 16, 2015 Posted by | Serie tv | , , , , , , , , | 4 commenti

Calamo

Calamo locandina 1

Massimo Pirri, regista e sceneggiatore romano prematuramente scomparso nel 2001 a 55 anni è stato un regista che nella sua carriera ha diretto solo 7 film, il più famoso dei quali è sicuramente L’immoralità,uscito nel 1978 e che suscitò un’ondata di polemiche sia per il tema trattato (una relazione a tre tra un assassino pedofilo, una donna e la sua figlia adolescente) sia per le scene di sesso tra il protagonista e Karin Trentephol,all’epoca appena tredicenne, che ovviamente venne sostituita da una controfigura nelle scene più torride.
Calamo è il suo primo film diretto nel 1976 ed è opera complessa e al tempo stesso irrisolta, densa com’è di riferimenti al mondo borghese e ai giovani rampolli della borghesia stessa, stretti tra il desiderio di evasione e di ribellione al mondo a cui appartengono e l’impossibilità di sfuggire alla prigione dorata nella quale vivono comunque agiatamente e dei cui simulacri non sanno e non possono fare a meno.

Calamo 1

Calamo 2

Lino Capolicchio e Valeria Moriconi

Un film in cui Pirri mescola elementi tipici del cinema di Bunuel, senza minimamente arrivare a lambire le vesti del vate spagnolo a tentativi di innovazione del cinema, attraverso dialoghi e situazioni che spesso spiazzano lo spettatore rendendo il film per certi versi affascinante ma per la maggior parte del tempo piuttosto noioso attraverso una verbosità eccessiva ed estenuante.
Pirri mette troppa carne al fuoco e stende una sceneggiatura a tratti schizofrenica, disinteressandosi della trama e privilegiando la contrapposizione frontale tra i due mondi a cui appartengono i due gruppi di individui che costituiscono l’ossatura del film, visti attraverso i comportamenti spesso incomprensibili che mostrano nel corso del film.
Discorso che può apparire fumoso, ma certo è concettualmente difficile esprimere a parole un film dall’andamento poco lineare, in cui i personaggi principali appaiono a tratti quasi grotteschi nelle personalità, nei gesti e più ancora nei dialoghi.

Calamo 3

Calamo 4

Con queste premesse diventa difficile anche dare indicazioni sulla trama senza rischiare di fuorviare l’attenzione dello spettatore;cosa è più importante nel film, la vicenda personale del protagonista oppure il mondo che lo circonda, i giovani borghesi che frequenta oppure gli hippy che segue senza tuttavia integrarsi?

La pellicola inizia mostrandoci il protagonista, Riccardo, un giovane che studia in Svizzera da seminarista osservare una ragazza e due ragazzi in riva al mare;la ragazza si spoglia davanti ai due ragazzi, salvo poi fuggire appena si accorge della presenza di Riccardo.Il giovane,turbato, torna a casa dove ad attenderlo c’è la sorellastra Stefania, con la quale ha una relazione incestuosa;la scena si trasferisce a tavola, dove un gruppo eterogeneo di persone è seduta accanto al padre di Riccardo.
Durante il pranzo,l’uomo pontifica sulla situazione politica, usando termini sprezzanti verso le la classe operaia (“ci vorrebbe il manganello, nessuno tira la cinghia come abbiamo fatto noi“), suscitando la reazione di Riccardo quando accenna al desiderio di quest’ultimo di diventare prete.

Calamo 5
E’ il primo momento topico del film, distonico e schizofrenico, in cui la varia umanità del mondo borghese sembra unirsi compiutamente attraverso dialoghi reazionari;la scena in cui la ragazza che i genitori vorrebbero affibbiare a Riccardo si mette le mani tra le gambe toccandosi le parti intime e poi passandosi vogliosa le dita tra le labbra suggerisce compiutamente l’unione con un altro simulacro del mondo borghese,il sesso.
Riccardo sfugge a questo primo “agguato” urlando la sua voglia, il suo desiderio di diventare prete; forse è una reazione al mondo ipocrita a cui comunque appartiene,forse è solo un gesto di sfida verso il padre,chissà.
Per tutto il film non sapremo mai quanto il giovane sia convinto della sua scelta e quanto piuttosto intenda rimarcare la distanza con quel mondo che sembra essergli così estraneo.
Poi Riccardo riprende la sua tormentata relazione con Stefania, fino a quando la donna non gli confessa di essere sul punto di sposarsi;Riccardo torna in Svizzera e casualmente incontra un gruppo di giovani hippy, con i quali stringe amicizia.
Attratto dai giovani, un gruppo di borghesi che sembra voler vivere fuori dai rigidi schematismi della classe alla quale appartengono,Riccardo si lega ad una ragazza del gruppo; è l’inizio di un’esperienza tormentata, che passerà attraverso il superamento dei rigidi schemi borghesi, attraverso la sperimentazione dell’amore libero e dell’uso delle droghe.

Calamo 6
Quando alla fine,Riccardo capirà che quella del gruppo è solo una ribellione pro forma alla società ed ai suoi totem, deciderà di riprendere la tonaca da prete,che ha portato sempre con se ma…
Con un andamento schizoide, mescolando dialoghi a volte eccessivamente verbosi, a volte schematici e irritanti, a volte ancora semplicemente decadenti,Pirri da la sua descrizione del mondo borghese senza tuttavia uscire dal rigido binario del dualismo conformismo/anticonformismo.
Lo stesso personaggio principale, Riccardo, appare prigioniero di un mondo al quale vorrebbe sottrarsi ma che lo irretisce anche quando decide di uscirne, finendo per lasciarsi andare in maniera indolente incontro ad esperienze che alla fine lo lasceranno ancor più pieno di dubbi.
Dubbi che assalgono anche lo spettatore, indeciso su come decifrare gli ambigui messaggi di Pirri; scene apparentemente slegate dal tema principale si susseguono creando un’atmosfera di palese imbarazzo.
Cosa pensare ad esempio delle sequenza disturbante dell’aborto della giovane “hippy” interpretata dalla Senatore?
Pesanti dubbi vengono poi analizzando l’interpretazione di Capolicchio; il personaggio di Riccardo ha una personalità ondivaga e lui ne accentua le caratteristiche con una recitazione ai limiti dell’isteria, accentuando quelli che sono di base i tormenti di un’anima inquieta con una resa recitativa più da teatro che da cinema.

Calamo 9

Paola Montenero

Cosa che fa anche la Moriconi, il cui personaggio è ancor più indecifrabile sia nelle mosse sia nelle motivazioni che la spingono tra le braccia del fratellastro, attraendolo e respingendolo contemporaneamente,in un assurdo gioco di seduzione sado masochistico.
La bravissima attrice sembra anch’essa dare un taglio teatrale alla sua interpretazione, tanto che se aggiungiamo la bravissima Paola Montenero, che interpreta il ruolo della ragazza di cui temporaneamente si innamora Riccardo, avremo un gruppo di attori che sembrano strappati di peso da un palcoscenico.
Curiosa la decisione di Pirri di far lavorare la sua compagna del tempo, la Montenero, con le parti intime completamente depilate, cosa che rende il film più incline ad essere un softcore movies che una pellicola d’autore.
Troppe infatti le scene di nudo fuori contesto per non ingenerare il legittimo sospetto che Pirri abbia voluto ancor più assorbire l’attenzione dello spettatore con il buon vecchio sistema di sbandierare l’eros a tutto spiano.
Nel cast figurano anche Paola Senatore, con un colore di capelli biondo che le stravolge completamente il volto e il compianto Aldo Reggiani, sacrificato nel ruolo di un giovane borghese che non ha alcun peso nel film.
Il giudizio finale sul film stesso non può non partire dalla considerazione che comunque è apprezzabile il tentativo da parte di Pirri di percorrere strade poco battute;il problema è il modo in cui lo fa e qui abbiamo praticamente già detto tutto in fase di recensione.

Calamo 8

Calamo 7
Per chi volesse cimentarsi con quest’opera comunque anticonvenzionale, arriva a proposito la riduzione in divx del film, splendida e luminosa caricata pochi giorni fa da un emerito “youtubista”: il film infatti è disponibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=RbUEv1W7_lE e dovrebbe essere in versione integrale.

Càlamo
Un film di Massimo Pirri. Con Valeria Moriconi, Raffaele Curi, Aldo Reggiani, Lino Capolicchio, Paola Senatore, Paola Montenero, Rita Livesi, Lorenzo Piani, Jacques Stany Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1976.

Vi prego di dedicare 30 secondi per rispondere al sondaggio che segue:le vostre opinioni sono importantissime!

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Lino Capolicchio: Riccardo
Valeria Moriconi:Stefania
Paola Montenero:La ragazza hippy
Paola Senatore:la bionda hippy
Aldo Reggiani:un giovane hippy

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Regia: Massimo Pirri
Sceneggiatura: Massimo Pirri, Pier Giovanni Anchisi
Musiche:Claudio Tallino
Montaggio:Cleofe Conversi
Fotografia:Riccardo Pallottini

“ E’ un film che parla di giovani e dell’impossibilità materiale di comunicazione fra i due grandi gruppi in cui essi si dividono. Nel primo, quelli pienamente realizzati o che hanno già individuato strade e strumenti per raggiungere i loro obiettivi. Nel secondo, coloro che questi strumenti non li possegono, per diversi motivi, e che dunque non riescono a realizzarsi. L’incontro o lo scontro di questi due blocchi, che reciprocamente si attirano, provoca un “corto circuito”. Ci sono implicazioni politiche, ma mediate da questi elementi: il mio esame si compie attraverso un occhio che non divide in fazioni, ma che diviene, però “fazioso” quando individua le strutture che ingabbiano molti giovani, occultando loro i mezzi che possono aiutarli a definirsi e prendere coscienza di se stessi”. (Massimo Pirri)

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L’opinione di mm40 da http://www.filmtv.it
Il debutto dietro la macchina da presa del trentunenne Massimo Pirri è all’insegna del cinema autoriale, con una sceneggiatura complessa e spigolosa scritta dal regista stesso in collaborazione con Pier Giovanni Anchisi, fino a quel momento caratterista e autore per produzioni di serie B/C. Non che qui la situazione sia nettamente migliore, anzi: il budget è piuttosto ridotto e l’unica nota davvero positiva a riguardo della produzione sta nello sfoggio di un poker di interpreti di discreto livello (Lino Capolicchio, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore). Per il resto il film naufraga ben presto, vittima di ambizioni troppo alte, con dialoghi pretenziosi che si accoppiano (male) a frequenti scene di nudo spesso totalmente gratuite; si dice che Pirri puntasse a scimmiottare Bunuel, ma forse sarebbe stato già abbastanza per lui raggiungere un Alberto Cavallone. Ad ogni modo ciò che qui manca è la personalità del regista, roba che non si compra, nè tantomeno si imita. Fotografia cupa (ma chissà quanto dipende dalla visione in vhs di qualità scadente) di Riccardo Pallottini, fra un poliziottesco e l’altro, che diventerà collaboratore fisso di Pirri nei suoi prossimi lavori.

L’opinione di ezio da http://www.filmtv.it
Un cultissimo del cinema di genere anni settanta.Ambizioni alte e non tutte risolte ma si intravede una interpretazione psicologica ben descritta dall’ottimo Capolicchio e dalla brava Montenero,attrice di teatro prestata al cinema,come spiega bene lei negli extra dell’imperdibile collana cinekult ,la bibbia dell’home video sul cinema di genere.Siamo sempre li!! Cinema cosi’ oggi possiamo solo sognarcelo.,allora si rischiava,nel bene e nel male.Imperdibile per gli appassionati del genere.Tanti nudi ,anche quello depilato di Paola Montenero,il regista spiega il perche’ negli extra….

L’opinione di Homesich dal sito http://www.davinotti.com
Parabola mortale di un giovane seminarista senza vocazione, schiacciato dal marciume borghese e dai proclami finto libertari di un gruppo di hippies. Pirri dichiara di essersi ispirato niente meno che a Buñuel (!) e scrive una sceneggiatura confusa, provocatoria e pretenziosa, che causa frequenti moti di disgusto. Da apprezzare la sfaccettata interpretazione di Capolicchio, la Moriconi sempre più somigliante alla Gastoni, la carnale e filiforme Montenero e certe parti musicali di Tallino, il compositore di Spell.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Di quelli che ho visto è il meno riuscito. Per i primi 40 minuti va a scheggia ad emettere come lava le sensazioni più contorte e le libidini più sopite, che esplodono tutte in una volta, del rapporto di lui con la sorellastra… il resto sono fenomeni che vediamo spesso. Tutti son bravi a predicare e a coinvolgere nelle loro porcherie il solito bonaccione senza personalità e così mansueto da non voler mai contraddire nessuno, salvo poi scaricarlo come un rifiuto biologico quando non fa più comodo. In due parole: fatevi valere e non siate così fessi.

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novembre 15, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Le tue mani sul mio corpo

Il figlio di un noto e ricco editore, Andrea, ha avuto un’infanzia travagliata legata principalmente ad eccessive attenzioni (anche sessuali) che sua madre gli riservava.
La morte della donna e la vista del suo corpo senza vita hanno in seguito inferto una ferita mortale all’equilibrio psicologico di Andrea, che è cresciuto così preda di complessi e di altri problemi mentali.
Quando suo padre si risposa con la avvenente Mireille, i disturbi mentali del giovane esplodono drammaticamente; dapprima segue ossessivamente le vicende sessuali della matrigna inclusi i suoi tradimenti per poi passare alle vie di fatto, ovvero iniziare una pericolosa relazione con la donna.
Andrea potrebbe salvarsi nel momento in cui conosce l’affascinante Carole, ma è troppo tardi; le conseguenze dei traumi presenti nella sua mente lo porteranno ad un gesto insano….


Le tue mani sul mio corpo è un film prettamente anni 70, con tematica particolare e svolgimento adeguato; opera di Brunello Rondi, regista intellettuale poco amato da parte della critica e snobbato da buona parte del pubblico, è un pastrocchio mortalmente soporifero pieno di dialoghi all’apparenza colti e in realtà di una desolante apparenza priva di sostanza.
La storia di per se è già abbastanza prevedibile; c’è il solito traumatizzato nell’infanzia da un incesto, c’è la solita matrigna un pochino sporcacciona, c’è l’impossibilità del giovane di trovare un punto di equilibrio tra l’infanzia e la vita da adulto e sopratutto un’identità sessuale precisa.
Già la trama, saputa in anticipo, deve mettere in guardia lo spettatore: è un deja vu di varie situazioni già viste in precedenza in altre opere e che saranno riprese con pochissime modifiche in opere pruriginose negli anni successivi.


Rondi, fratello del più noto Gian Luigi era un regista a mio giudizio eccessivamente preso da se stesso; intellettuale e indubbiamente colto, trasportava in linguaggio visivo la sua cultura e le sue idee senza però tenere presente le necessità dello spettatore e sopratutto la sua disponibilità a seguire opere spesso molto descrittive dal punto di vista dei dialoghi appesantite da citazioni o da dialoghi stessi verbosi e lunghissimi.

Colette Descombes

Le tue mani sul mio corpo assomiglia in questo ad un’opera successiva di Rondi, I prosseneti, un altro film in cui la noia e i dialoghi sostiutuiscono la mobilità dei personaggi.
Per mobilità intendo la capacità e in primis la possibilità per l’interprete di caratterizzare un personaggio nelle sue varie sfumature, rendendolo quanto meno degno di interesse.
Viceversa in questo film troviamo un attore principale, il bravissimo Lino Capolicchio, alle prese con un personaggio monocorde peraltro presente in quasi tutte le scene del film, con conseguente overdose espositiva che finisce per sfiancare lo spettatore.

Erna Schurer

Lino Capolicchio

Poichè il giovane Andrea non suscita alcuna simpatia particolare nello spettatore, eccoci costretti a seguire le sue morbosità, le sue deviazioni psicologiche attraverso i rapporti insani che il giovane stesso stabilisce con le persone che vengono a contatto con lui.
Inutile l’espediente di condire con qualche nudo (anche di troppo) una narrazione che a tratti è estenuante; si veda a tal pro la lunghissima sequenza in cui Andrea dialoga con Carole in riva al mare che mette a durissima prova l’attenzione e la pazienza dello spettatore.


Vale a poco se non a nulla l’ambientazione raffinata del regista, che almeno in questo mostrava una certa abilità; il film è un “sotto il vestito niente” ovvero un prodotto senz’anima e senza interesse.
La morbosità del rapporto matrigna/figliastro si perde nella noia, mentre in alcune sequenze si va anche nel ridicolo, come quella in cui il nostro poco simpatico eroe versa gocce di cera da candele poste su un candelabro sul corpo seminudo e discinto di una bella ragazza di colore.
Purtroppo parte del cinema settanta era anche fatto di questo, ovvero di tentativi velleitari e sottilmente autoerotici (leggasi auto masturbatori) di fare dell’intellettualismo a un tanto alla tonnellata.


In questo Rondi assomiglia ad alcuni registi di nazioni assolutamente improbabili come gusti non assimilabili a nostri che andarono purtroppo per la maggiore in quel decennio, mi riferisco ad opere di paesi comunisti come Cecoslovacchia e Romania, Polonia e Corea, opere spacciate per capolavori in grado in realtà solo di far addormentare sulle sedie gli incauti spettatori.
Va anche detto che la maggioranza del pubblico fiutava in anticipo il “mattone”, com’era chiamata l’opera indigesta ai più.
In pratica, per dirla alla Fantozzi, se la Corazzata Potemkin passava per una c****a pazzesca lo stesso termine si poteva mutuare per operazioni come questo film di Rondi.
Sugli attori poco da dire; Capolicchio è un professionista esemplare, pur in presenza di un personaggio davvero antipatico e monocorde come quello di Andrea, mentre la Schurer, tanto amata dal regista lombardo recita in maniera piatta e monocorde.
Meglio la Descombes che merita la sufficienza per la recitazione e ancor più per il fisico.
Le musiche sono nientemeno di Gaslini e spiace dirlo, sono meglio del Tavor mentre di buon livello è la fotografia.
Un film da vedere al massimo entro le 18,00 per evitare una notte addormentati sulla poltrona.

Le tue mani sul mio corpo
Un film di Brunello Rondi. Con Colette Descombes, Erna Schurer, Lino Capolicchio, Irene Aloisi, José Quaglio Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.

Lino Capolicchio: Andrea
Erna Schürer: Mireille
Colette Descombes: Carole
José Quaglio: Mario
Daniël Sola:
Pier Paola Bucchi: Clara – the maid
Elena Cotta:
Irene Aloisi:
Anne Marie Braafheid: Nivel
Paolo Rosani:
Gianni Pulone: Barman

Regia Brunello Rondi
Soggetto Luciano Martino, Francesco Scardamaglia
Sceneggiatura Brunello Rondi, Francesco Scardamaglia
Casa di produzione Zenith Cinematografica
Fotografia Alessandro D’Eva
Montaggio Michele Massimo Tarantini
Musiche Giorgio Gaslini

Soundtrack del film

Foto di scena del film

La lobby card del film

Il fotoromanzo

aprile 23, 2012 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

La legge violenta della squadra anticrimine

La legge violenta della squadra anticrimine locandina

Il florido filone del poliziesco all’italiana o poliziottesco ha prodotto una caterva di pellicole per lo più girate nell’arco temporale di una decina d’anni, che va grosso modo dal 1969 al 1979 salvo eccezioni sia prima che dopo questo periodo.
La legge violenta della squadra anticrimine è uno dei tantissimi prodotti del genere, un film che non presenta particolari motivi d’interesse sia nel plot sia nella parte tecnica, con un cast di livello appena passabile e scene d’azione molto limitate.
Ha però qualcosa che, personalmente, lo rende speciale: è infatti uno dei rarissimi film girati nella mia città, Bari.
Nel 1976 il regista Stelvio Massi autore di poco più di una trentina di regie cinematografiche, dopo il lusinghiero successo di Mark il poliziotto e del sequel Mark il poliziotto spara per primo con protagonista il compianto divo dei fotoromanzi Lancio Franco Gasparri, adatta per lo schermo una sceneggiatura di Lucio De Caro e decide di girare il film nel capoluogo pugliese.

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Morte di un boss

Divide quindi il set tra Bari e Trani, dove ambienta poche scene girate principalmente fuori dal tribunale , non come erroneamente riportato da alcuni recensori.
Le scene più drammatiche, quelle dell’assalto al furgone postale che daranno il via alla narrazione vera e propria dopo la parte introduttiva vennero girate nell’androne di casa mia, mentre le scene della fuga a piedi dei rapinatori vennero riprese nelle immediate adiacenze, ovvero sul lungomare e nei pressi della Provincia, con alcune escursioni nella zona Rai; per chi conosce la mia città fa sicuramente un certo effetto vedere Capolicchio fuggire per il Lungomare Nazario Sauro e sbucare improvvisamente su Corso Cavour, nei pressi del teatro Petruzzelli che troneggia fiero nella sua antica bellezza, prima di essere completamente distrutto da un incendio doloso nel 1991.

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John Saxon, il commissario Jacoviello arresta un piccolo rapinatore

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Antonella Interlenghi, moglie del commissario Jacoviello

Ricordo ancora la troupe di Massi impegnata nelle riprese, tra il fatidico ciak si gira e i problemi legati ai curiosi che non avevano mai visto prima le riprese di un film e che guardavano con aria sorpresa dritti nell’obiettivo della macchina da presa, cosa facilmente riscontrabile in alcuni fotogrammi relativi all’inseguimento per le vie del centro, a cui vennero aggiunte sequenze sfasate come location girate a Trani.
Un’esperienza particolare, che avevo già vissuto quando in città vennero girate alcune scene di Polvere di stelle, con protagonisti Monica Vitti e Alberto Sordi, anche queste girate all’interno del Petruzzelli (ero fuori e cercavo disperatamente di essere preso tra le comparse che figuravano all’interno del teatro) e sul Lungomare Nazario Sauro, dove sorgeva l’Albergo delle Nazioni che divenne anche il set ideale di La legge violenta della squadra anticrimine.

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La sequenza della rapina

Questo film, come dicevo agli inizi, non ha particolari motivi di interesse, per cui farò una breve descrizione del plot mentre parlerò diffusamente delle varie location, illustrandole con i fotogrammi orignali del film, sperando naturalmente di non annoiarvi con una descrizione “turistico-amarcord” della mia città.
La storia narrà le vicende di Antonio Blasi, un giovane che partecipa ad una rapina ad un furgone blindato, nel corso della quale uccide un carabiniere a colpi di mitra.
Il giovane nella fuga ruba un auto, scegliendo però il personaggio peggiore, ovvero quella del fratello del capo della criminalità locale, Dante Ragusa

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Lino Capolicchio (Antonio Blasi) in fuga: alle sue spalle il Teatro Petruzzelli di Bari

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Rosanna Fratello è Nadia, la donna di Antonio

Per colmo di sventura all’interno dell’auto si trova una cartella contenente documenti compromettenti per il boss, che testimoniano affari loschi con alcuni politici.
Braccato dai sicari di Ragusa e dal commissario Jacovella, un uomo duro che crede nella repressione violenta della criminalità, Antonio finirà per trovare collaborazione solo in Maselli, un giornalista responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno in conflitto con Jacovella per i modi poco legali che quest’ultimo usa.
Antonio verrà ucciso da un sicario armato di fucile proprio davanti alla sede del giornale, mentre sta per consegnarsi a Jacovella e Maselli.
Grazie alle carte recuperate dal commissario, il feroce boss verrà arrestato.

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Lee J.Cobb è il boss Ragusa

Una storia abbastanza lineare, onesta  e diretta con mano agile da Massi, che si avvale di un cast abbastanza omogeneo nel quale figurano John Saxon (Jacovella), il compianto Renzo Palmer (il giornalista Maselli),Lee J. Cobb /Ragusa), Lino Capolicchio (lo sfortunato Antonio Blasi), Rosanna Fratello (Nadia, la donna di Blasi) e Antonella Interlenghi (la moglie di Jacovella); tutti recitano su uno standard accettabile rendendo così la visione del film abbastanza godibile.
Quindi uno dei tanti polizieschi senza infamia e senza lode, come dicevo agli inizi.
Impreziosito però dalla location.
In apertura di film si vede infatti una panoramica della città ripresa dall’alto, che mette in risalto alcuni dei punti più belli di bari, come la Basilica di San Nicola o lo splendido lungomare che appare com’era 35 anni fa qundi non ancora protetto dalle barriere frangiflutti, con il Teatro Margherita com’era all’epoca (sede in una sala cinematografica) che di li a poco avrebbe chiuso i battenti per essere restaurato un terzo di secolo dopo.

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Jacovella alla ricerca di Antonio

Si vede il teatro Petruzzelli e la stazione di Bari, lo storico palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno abbattuto stupidamente per lasciar posto ad un mostro realizzato con grandi vetrate oscurate, si vede il ponte di Corso Cavour appena costruito e altre strade che permettono una full immersion in una città che nei trent’anni successivi avrebbe subito profonde trasformazioni, quasi tutte in meglio.
Qualche giorno fa ho rivisto il film più che altro per assaporare il fascino di una città che ormai è solo il pallido ricordo di quella che era un tempo; fa un certo effetto vedere le strade della città vecchia (un tempo pericolosissime) attraversata dalle auto, prima di divenire fortunatamente zona interdetta al traffico e cuore pulsante della vita notturna della città, oggi riportata ad uno splendore che probabilmente non ha mai conosciuto davvero.
Stesso effetto nel vedere il lungomare così indifeso, preda delle mareggiate che periodicamente distruggevano parte di esso, prima che un violentissimo maestrale lo distruggesse quasi completamente e che costrinse l’amministrazione comunale a rifarlo per intero e a dotarlo di una barriera frangiflutti che da allora ha impedito alla furia del mare di far danni.
Ancora, strade secondarie con attività ormai scomparse da tempo, qualche conoscente immortalato mentre guarda stupito gli inseguimenti, il palazzo nuovo della Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’africano con le sue rotative e un interno così profondamente diverso da oggi,

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Vendetta sul padre di Antonio

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I due fidanzati progettano la fuga

il Barion e il Circolo della vela, oggi completamente ricostruito; la fiera del Levante, forse una delle cose che ha subito i cambiamenti peggiori, oggi in preoccupante declino segnata dalla crisi e soffocata dai debiti, il maestrale in piena regola che accolse la troupe di Massi il giorno in cui girarono le scene della rapina, la casa diroccata in cui si rifugia Antonio con Nadia con sullo sfondo lo splendido e un atntino inquietante paesaggio di Castel del Monte…
Insomma, l’occasione ideale per ricordare tempi ormai lontani anche nella memoria, alla ricerca di quella che era una città oggi irrimediabilmente scomparsa in alcuni suoi aspetti esteriori.
Una scena in particolare mi ha colpito profondamente: una panoramica sulla zona antistante il Barion chiamata dai baresi N’derr a la Lanze, che più o meno significa nella zona di Crollalanza, l’uomo che costrui lo splendido lungomare di Bari in piena epoca fascista, l’unica cosa degna di essere ricordata di quel periodo oscuro.
Nella breve sequenza si vedono ancora i venditori abusivi di cassette stereo e di “mangianastri”, di accendini taroccati e di oggetti di dubbia provenienza, che resistettero fino a metà degli anni 90 prima di essere sloggiati definitivamente dal sindaco che ricostrui la città vecchia, Simeone Di Cagno Abbrescia.
Per chi ama la mia città o voglia conoscerla com’era un terzo di secolo addietro il vedere questo film vale più di un qualsiasi archivio di foto inanimate: un viaggio alla scoperta di una città dal fascino davvero particolare.
La legge violenta della squadra anticrimine,un film di Stelvio Massi. Con Antonella Lualdi, Lee J. Cobb, John Saxon, Renzo Palmer,Rosanna Fratello, Guido Celano, Pasquale Basile, Alfredo Zammi, Lino Capolicchio, Giacomo Piperno, Thomas Hunter
Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1976

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John Saxon: Commissario Jacovella
Lee J. Cobb: Dante Ragusa
Renzo Palmer: Maselli, direttore del giornale
Lino Capolicchio: Antonio Blasi
Rosanna Fratello: Nadia
Antonella Lualdi: Anna Jacovella
Thomas Hunter: Agente Turini
Giacomo Piperno: Giordani, giornalista
Guido Celano: Padre di Antonio
Alfredo Zammi: Pasquale ‘Nino’ Ragusa
Pasquale Basile: Nicola, domestico di Ragusa
Francesco D’Adda: Operatore radio

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Regia     Stelvio Massi
Soggetto     Lucio De Caro
Sceneggiatura     Lucio De Caro, Piero Poggio, Maurizio Mengoni, Dardano Sacchetti
Casa di produzione     PAC
Distribuzione (Italia)     PAC
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Mauro Bonanni
Musiche     Piero Pintucci
Scenografia     Carlo Leva
Costumi     Carlo Leva

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Veduta panoramica della città vecchia e del Lungomare, zona Margherita

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Renzo Palmer all’interno del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno

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John Saxon e Renzo Palmer di fronte alla Cattedrale (da non confondere con la Basilica di San Nicola)

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Veduta aerea, sullo sfondo il Castello Svevo e la Basilica di San Nicola

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La sede della Fiera del Levante, con l’indicazione 39a edizione (oggi siamo alla 74a)

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Veduta esterna di parte del complesso della Basilica di San Nicola

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Scorcio del porto dei pescatori

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I rapinatori fuggono per via Spalato, davanti all’ingresso della sede della Provincia

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Capolicchio in fuga dopo la rapina: tutte le attività alle sue spalle oggi non esistono più

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Il poliziotto a sinistra è appoggiato al muro dell’Albergo delle nazioni

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Posto di blocco all’altezza della zona Rai, nei pressi di Piazza Gramsci

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Antonio e Nadia in fuga: alle spalle si intravede Castel del Monte

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Lo storico mercatino del pesce di “N’derr a la Lanze”

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Una bottega artigiana in Via Disfida di Barletta nella città vecchia

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Via Disfida di Barletta, che costeggia la Basilica di San Nicola

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L’ex mercato “dei contrabbandieri” nella zona “N’derr a la Lanze”

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Veduta di Piazza Moro (ex Piazza Roma), sede della Stazione Centrale

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John Saxon davanti la nuova sede della Gazzetta del Mezzogiorno

luglio 14, 2011 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

Un apprezzato professionista locandina

Un flashback iniziale: l’avvocato Vincenzo Artuni sta per andare a letto, dove lo attende la moglie Lucetta. In lontananza si ode il suono di una sirena e Vincenzo sembra scosso dalla cosa.
La scena cambia e ci troviamo all’interno di una chiesa, sul pavimento della quale giace il corpo di don Marco, giovane parroco della chiesa stessa. Accanto a lui la cassetta delle elemosina, derubata del suo contenuto.
La storia prosegue in presa diretta alternando flashback al presente; Vincenzo è un giovane professionista molto ambizioso, che ha sposato la bella e ricca figlia di uno speculatore edile.
Il giorno delle nozze, durante il quale il suocero ha fatto sfoggio di ricchezza in modo molto cafone, Vincenzo si appresta a consumare le nozze con Lucetta.

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Vincenzo e Lucetta, Lino Capolicchio e Femi Benussi

Ma l’uomo sembra avere evidenti problemi con il sesso.
Dopo due lunghi anni di matrimonio, durante i quali Vincenzo ha fatto strada, non è ancora arrivato il tanto sospirato erede, così l’avvocato si ritrova a dover rendere conto della cosa al suocero, che invece aspetta solo l’arrivo di un bebè.
Alle strette, Vincenzo decide di rivolgersi all’amico Don Marco, il quale, vincolato dalla tonaca, non potrà mai raccontare quello che ha appreso dall’amico. Il quale, però, gli chiede qualcosa che va oltre sia l’amicizia sia i doveri che Don Marco ha verso la sua fede, ovvero di mettere incinta Lucetta.

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Dopo un drammatico colloquio tra i due, Don Marco rompe gli indugi e accetta di avere rapporti con la stessa Lucetta, previa somministrazione di un narcotico che impedisca alla donna di vedere chi sarà il padre del bambino.
Così avviene, ma le cose sono destinate a prendere una strada tragica.
Don Marco, scoperti i piaceri della carne, entra in una profonda crisi di vocazione e decide di lasciare la tonaca, cosa che getta nello sconforto Vincenzo, che teme che un giorno Marco possa vantare diritti sul nascituro o peggio raccontare la storia come in realtà si è svolta.

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Durante un drammatico faccia a faccia in chiesa, Vincenzo colpisce con un candeliere l’amico, uccidendolo sul colpo.
Dopo di che, simulando una rapina, si allontana dalla scena del crimine.
Vincenzo poi ha un colpo di fortuna:un disoccupato, Nicola Parrella, lo sequestra mentre è in un autobus e lo trascina nella sua baracca, sperando che il gesto possa sollecitare le autorità ad un atto che risolva i suoi problemi.
L’avvocato decide così di seminare indizi a carico del  Parrella; arriva anche a gettare l’arma del delitto nel canale vicino la baracca nella quale l’uomo vive con la moglie e i suoi due figli.
Ma commette un errore, perchè inavvertitamente perde un fazzoletto insanguinato con le sue iniziali.
Nicola Parrella però non è uno stupido, tutt’altro: riesce a rendersi conto di come si siano svolti realmente i fatti e ottiene un colloquio sull’impalcatura di una casa in costruzione.

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Nicola propone a Vincenzo uno scambio; lui si assumerà la responsabilità dell’omicidio e in cambio l’avvocato assicurerà un futuro dignitoso alla sua famiglia.
Vincenzo accetta e Nicola finisce in galera, pagando per un delitto che non ha commesso.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, datato 1971, è l’ultimo film( il 13°) diretto da Giuseppe De Santis, il regista dei celebri Ossessione e Riso amaro ed arriva a sette anni di distanza da Italiani brava gente.
E’ un buon film, un giallo con forti connotazioni sociali, ma anche sfortunato perchè non incontrò un gran successo di pubblico, cosa che costrinse il regista laziale ad abbandonare i set cinematografici.
Eppure il film non è affatto malvagio, anche se risente di una sceneggiatura alle volte confusa e farraginosa.
Fatali, a mio giudizio, sono due componenti del film che non vennero apprezzati: l’uso del flashback, che porta avanti e indietro la storia creando anche parecchia confusione e la recitazione oltre le righe di Lino Capolicchio.
Due elementi determinanti a ben vedere; i momenti in cui Vincenzo ricorda gli episodi così come sono avvenuti sono corredati da una recitazione che porta Capolicchio a usare troppa energia nel tratteggiare il personaggio di Vincenzo, con il risultato di rendere tutto troppo artefatto.

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La drammatica sequenza del rapporto tra don Mario e una Lucetta inconsapevole

A contro bilanciare l’eccesso di zelo di Capolicchio c’è la recitazione misurata di Riccardo Cucciolla, che interpreta Nicola Parrella, l’emigrato meridionale con un gran cervello ma con ben poca fortuna.
Cucciolla, barese di nascita, usa fluidamente il dialetto pugliese riuscendo quindi a dare il massimo della credibilità al suo personaggio.
Bene anche Femi Benussi, che però ha oggettivamente un problema, quello cioè di essere terribilmente sexy e anche un tantino inadatta al ruolo della moglie ingenua “che non ha mai visto un uomo nudo”, come racconta il personaggio Lucetta durante uno dei primi incontri con Vincenzo.
La Benussi però avrebbe benissimo fatto dannare un santo, per cui è comprensibile la sua scelta quando la storia arriva nel suo punto culmine, il momento in cui Don Marco salta il fosso e si congiunge carnalmente con la moglie dell’amico, arrivando poi alla decisione fatale di abbandonare la tonaca dopo la scoperta della bellezza di quell’atto d’amore, pur consumato senza la collaborazione della donna.

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Massimo Serato

Se il film affronta marginalmente il problema dell’integrazione dei lavoratori del sud, affidando a Cucciolla/Nicola Parrella il compito di illustrare amaramente gli aspetti dell’emigrazione, lo si deve alla decisione del regista di mostrare la carriera, per certi versi sgradevole, di Vincenzo, un uomo senza grossi scrupoli, che per la carriera e per i soldi non esita a compiere una serie di misfatti che lo degraderanno moralmente sempre più.
Fino alla decisione finale di mandare in carcere un innocente pur di salvaguardare la propria onorabilità e la propria posizione, già ampiamente compromessa dal dubbio legame con il suocero, palazzinaro un tantino mafioso e dagli oscuri interessi.
Un film in chiaro scuro, ma con una sua drammaticità ben esaltata dalla fotografia di Carlo Carlini; curiosa la scelta di utilizzare la Carmina Burana di Orff nelle sequenze iniziali, che, unite al crepuscolo, danno un’idea abbastanza originale di un dramma che sta per compiersi. Tuttavia molto meglio la versione orchestrale che venne utilizzata dieci anni dopo nell’Excalibur di Boorman.

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Riccardo Cucciolla

Tra gli attori vanno segnalate vecchie glorie del cinema anni 40 e 50 come Yvonne Sanson, Andrea Checchi e Massimo Serato, protagonisti della stagione del cinema dei telefoni bianchi; bene inoltre un intenso Robert Hoffman nel ruolo di Don Marco.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire,un film di Giuseppe De Santis. Con Femi Benussi, Yvonne Sanson, Andrea Checchi, Robert Hoffman, Riccardo Cucciolla,Ivo Garrani, Lino Capolicchio, Nino Vingelli, Massimo Serato, Vittorio Duse, Sergio Serafini, Lina Alberti, Enrico Papa, Luisa De Santis
Drammatico, durata 129 min. – Italia 1972.

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Giuseppe De Santis

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Lino Capolicchio – Vincenzo Arduni
Femi Benussi – Lucetta
Riccardo Cucciolla – Nicola Perella
Robert Hoffmann – Don Marco
Andrea Checchi – Padre di Vincenzo
Ivo Garrani – Padre di Lucetta
Yvonne Sanson     – Madre di Lucetta
Nino Vingelli – Maresciallo
Pietro Zardini – Giacomo il sacrestano
Massimo Serato – Il cardinale
Vittorio Duse – Padre di Don Marco
Luisa De Santis – Moglie di Nicola

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Regia     Giuseppe De Santis
Soggetto     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Sceneggiatura     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Fotografia     Carlo Carlini
Montaggio     Adriano Tagliavia
Musiche     Maurizio Vandelli
Scenografia     Giuseppe Selmo, Enrico Checchi

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TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Alcuni snodi che definire romanzeschi è usare un eufemismo comprimono il livello della trama e, di conseguenza, del film, che resta però interessante in molte sue componenti, a partire da ambientazioni azzeccate e dalla scelta dei Carmina Burana come accompagnamento musicale. I personaggi principali sono tutti un po’ sopra le righe (ad eccezione di Hoffman, che è fin troppo composto), per cui la palma va alla splendida compostezza del grande Andrea Checchi. Medio, ma con un suo specifico perché: l’amore per i film italiani degli Anni Settanta.

Un avvocato (Lino Capolicchio), coniugato con donna benestante (Femi Benussi), non riesce a dare corso al rapporto intimo e per avere un figlio ricorre all’aiuto d’un prete. Ma quando quest’ultimo vuole abbandonare la veste, l’impotente lo uccide e tenta di invischiare, nel delitto, uno straccione innocente (Riccardo Cucciolla). Discreta prova (l’ultima purtroppo) di regia per Giuseppe De Santis che realizza un film decadente, tragico e dalle atmosfere talvolta deprimenti. Ottimo l’apporto dato da un cast convincente e calato nella parte.

Avvocato rampante uccide un prete, il suo migliore amico, e tenta di addossare la colpa a un poveraccio. Ma… Singolarissimo finale di carriera per il vecchio De Santis (curiosamente accreditato come “direttore artistico”), con un film giocato su più registri, dal grottesco al giallo al cinema di denuncia, e costruito su un complesso meccanismo di flashback a incastro. Magari poco verosimile, ma certamente audace, non stupisce che sia praticamente scomparso. Attori ben in parte, Capolicchio di rara laidezza (e sì che… ). Da vedere.

I continui rimbalzi tra presente e passato allacciano spunti delle pregresse esperienze neorealiste di De Santis – le miserie proletarie di Cucciolla – alle nuove tendenze del cinema dei primi Settanta, incline sia al discorso politico-civile-giudiziario su esempio di Petri  che a quello sessuale nelle sue componenti esibizionistiche (le rigogliose nudità della Benussi), patologiche (l’impotenza di Capolicchio) e religiose (i dubbi di Hoffmann): l’esito è torbido e disarmonico, ma non privo di ambizione e fascino. Nella scena del battesimo, apparizione lampo della polselliana Stefania Fassio.

Non mi è piaciuto per niente. Attori orrendi (salvo solo Cucciolla), in particolare Capolicchio qui è a livelli di rara incapacità, trama banale e dialoghi da far accapponare la pelle (la seduta comunale quando discutono degli alberi sembra un litigio da osteria…).

Scoprire di essere impotenti ed aver paura di perdere tutto, oltre la propria dignità, anche la posizione sociale acquisita con un matrimonio “alto” e cercare di far tutto per evitare che questo accada. Capolicchio, perfetto nel suo ruolo in grado di cogliere e trasmettere le sfaccettature del suo personaggio, in una trama romanzata in cui anche un prete viene descritto (antisegnanamente per i tempi) con le debolezze di un uomo. Il tessuto ideologico della pellicola è forte e inusuale per i tempi in cui è stato realizzato. Da vedere.

Può una trama degna di un fotoromanzo assurgere al livello di atto d’accusa nei confronti della morale cattolica borghese? Sì, se sviluppata con estro talmente visionario e grottesco da sembrare ambientata ai tempi del Fascismo pur senza esserlo! L’ultimo film di un regista da cui non ti aspetteresti niente del genere. Ha ragione chi vi ha visto un parallelo con Petri. La vena allucinata della riuscita struttura a flashback è ben valorizzata dalla colonna sonora psichedelica di Maurizio Vandelli (all’epoca ancora nelle fila dell’Equipe 84).

Film interessante, racconta la storia di un giovane avvocato di umili origini, che sposa la bella figlia di un costruttore molto “introdotto” e sfrutta la posizione sociale del suocero per fare carriera, professionale e politica. La sua vita sarebbe perfetta, se non si mettesse in mezzo la morte del suo migliore amico sacerdote… L’intreccio tra denuncia del malcostume politico e sociale, morbosità coniugali e segreti familiari è sviluppato in modo originale, anche se alcuni passaggi risultano un po’ forzati. Capolicchio è quasi apprezzabile.

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novembre 9, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | 1 commento

Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini locandina

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.

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Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini

Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.

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Fabio Testi

La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.

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Ultime giornate spensierate

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Helmut Berger

Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.

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Notizie terribili: promulgate le leggi razziali

Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.

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Dominique Sanda e Lino Capolicchio

Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.

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Romolo Valli

La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol.  Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.

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Si parla dei campi di concentramento

Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.

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Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.

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Amici preoccupati

Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.

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L’ambigua Micol

Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.

Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico,  durata 95 min. – Italia 1970

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Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto

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Regia:     Vittorio De Sica
Soggetto:     Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura:     Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore:     Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia:     Ennio Guarnieri
Montaggio:     Adriana Novelli
Musiche:     Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia:     Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi:     Antonio Randaccio


Incipit del romanzo

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

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“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970

“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”

Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970


“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”

“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”

“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”

“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”

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marzo 19, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , | 13 commenti

Solamente nero

Stefano e Paolo sono due fratelli, molto uniti ma diversissimi tra loro; il primo, Stefano, è un docente di matematica, il secondo un sacerdote. Accogliendo l’invito di Don Paolo, Stefano, che ha dei problemi di esaurimento nervoso, si reca presso un’isola della laguna di Venezia, nella canonica del fratello.

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Qui ben presto Stefano si rende conto che il posto è il meno adatto per curarsi; difatti suo fratello è oggetto di una serie di lettere anonime, oltre che della chiara ostilità di un gruppo di persone dedite a strani riti, sedute spiritiche in primis, condotti da una fattucchiera equivoca, a cui partecipano il Conte Mariani, l’ostetrica Nardi, il dottor Aloisi. Sull’isola, Stefano conosce una giovane e bella arredatrice, Stefania, con la quale lega immediatamente e avvia una relazione. Stefano inizia ad indagare sull’origine e sulle motivazioni delle misteriose lettere minatorie, scoprendo da subito che tutto sembra ricondursi alla morte di una ragazza, avvenuta anni prima.

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Stefania Casini nel ruolo di Stefania

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Massimo Serato è il Conte Mariani

Ma l’arrivo di Stefano mette in moto un meccanismo mortale; ad uno alla volta vengono uccisi, in sequenza, il Conte Mariani, omosessuale e vizioso, che ha una relazione con un giovanissimo, seguito subito dopo dalla morte della madre di Sandra, dalla morte del dottor Aloisi e da quella della fattucchiera, oltre che dalla morte misteriosa dell’ostetrica.

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Il tutto sembra motivato da una sete di vendetta, ma in realtà le cose stanno differentemente. sarà grazie ad una vecchia macchina per scrivere, con un difetto di scrittura di un carattere, che Stefano riuscirà a far combaciare tutti gli eventi, giungendo alla scoperta dell’imprevedibile verità.

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Stefania Casini e Lino Capolicchio

Solamente nero, film del 1978 diretto da Antonio Bido, è un solido giallo con venature noir, basato su una trama e una sceneggiatura credibili, una volta tanto non fondato su sangue e omicidi a gogo. Immerso nell’atmosfera cupa e quasi decadente della laguna veneta, il film si regge con credibilità grazie alle performance dei vari attori. Bravissimo Lino Capolicchio, che tratteggia la figura tormentata di Stefano da par suo, dandogli spessore e credibilità, così come brava è Stefania Casini nel ruolo di Stefania, bella e dotata di un magnetismo che portano lo spettatore a simpatizzare immediatamente con il suo personaggio. Altrettanto bravi sono due personaggi fondamentali per l’economia della storia,

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ovvero Massimo Serato, vecchia gloria del cinema italiano nel ruolo dell’ambiguo conte Mariani, e Juliette Meyniel, come al solito perfetta caratterista nel ruolo della fattucchiera. Un film che non ha ritmi eccelsi, e che proprio in virtù di questa lentezza sembra voler approfondire i dettagli, le atmosfere, cercando di recuperare un tipo di cinema che sia un’assieme di più componenti, non soltanto l’effetto brivido momentaneo o l’uccisione brutale tout court. Anche il finale risulta particolarmente ben costruito, credibile.

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Belle le musiche di Stelvio Cipriani, che contribuiscono ad incupire la già tetra atmosfera del film, che ha una location assolutamente in tema con il film.

Solamente nero, un film di Antonio Bido. Con Massimo Serato, Craig Hill, Stefania Casini, Lino Capolicchio,Laura Nucci, Alfredo Zammi, Luigi Casellato, Sonia Viviani, Juliette Meyniel
Giallo, durata 106 min. – Italia 1978.Solamente nero banner gallery

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Lino Capolicchio: Stefano D’Arcangeli
Stefania Casini: Sandra Sellani
Craig Hill: Don Paolo
Massimo Serato: conte Mariani
Juliette Mayniel: sig.ra Nardi
Laura Nucci: matrigna di Sandra
Attilio Duse Sciascia: Gasparre, il sacrestano
Gianfranco Bullo: figlio della Nardi
Luigi Casellato: sig. Andreani
Alfredo Zammi: commissario di polizia
Alina De Simone: Medium (con il nome Alicia Simoni)
Emilio Delle Piane
Sonia Viviani: sig.na Andreani
Sergio Mioni: dr. Aloisi
Fortunato Arena: Antonio, l’oste (non accreditato)
Antonio Bido: uomo al cimitero (non accreditato)

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Regia Antonio Bido
Soggetto Antonio Bido, Domenico Malan
Sceneggiatura Marisa Andalò, Antonio Bido, Domenico Malan
Casa di produzione Produzioni Atlas Consorziate, Webi di Erwin Wetzl e Antonio Bido
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Stelvio Cipriani (eseguite dai Goblin)
Costumi Ferroni
Trucco Massimo Giustini

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Mag 18, 2009 Posted by | Thriller | , , , , | 3 commenti

Metti una sera a cena

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Michele e Nina, marito e moglie, si incontrano a casa di Max e Giovanna per cenare,bere e discutere di tutto,in particolare di amore e sesso; Michele è uno scrittore in crisi, Max un attore, Giovanna una donna affascinante e ricca.

Tra il gruppo si sviluppa un complesso gioco delle parti; Giovanna è innamorata di Michele, mentre Max ha una relazione non si sa quanto clandestina proprio con la moglie di Michele, Nina. I quattro appartenenti alla borghesia agiata, continuano ad incontrarsi in serate sempre più vuote, in cui fa capolino la noia e l’evidente mancanza di problemi seri; Max decide di dare nuova linfa al suo rapporto con l’amante e la convince ad accettare rapporti con Ric, un giovane all’apparenza contestatore, in pratica solo un gigolo che vive alle spalle della borghesia facendosi pagare le proprie prestazioni sessuali. E con Nina il rapporto, almeno all’inizio, sembra andare sul binario canonico di una serie di incontri solo sessuali.

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Toni Musante

Ma in seguito Ric si accorge di essersi innamorato di Nina e dopo averglielo confessato va a vivere con lei; ma Nina, che accetta solo perchè dopo averlo respinto una prima volta ha visto Ric tentare il suicidio,dopo una breve convivenza decide di comune accordo di separarsi da Ric. Il giovane infatti è deluso dal rapporto e decide di riportare la donna da Michele, suo marito. Il quale, innamorato della moglie, decide di ammettere il giovane alle riunioni serali,che d’ora in poi avranno nuova linfa.

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Florinda Bolkan e Lino Capolicchio

Un’atmosfera piccolo borghese che mostra la vacuità della classe stessa, un’amoralità di fondo, la mancanza di valori. Giuseppe Patroni Griffi riduce per lo schermo una piece teatrale, che era stata portata in scena un paio di anni prima. Per il film sceglie un cast bene assortito,con Florinda Bolkan, esordiente in un ruolo da protagonista ad interpretare Nina, con Tony Musante nel ruolo dell’attore Max,con un biondo Lino Capolicchio nel ruolo del giovane Ric (curiosa la scena in cui Nina si avvolge in una bandiera nazista) e con Annie Girardot nel ruolo della ricca Giovanna.

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Grande successo cinematografico,in virtù anche di qualche casta scena di erotismo e per qualche seno e nudo integrale della Bolkan. Il film si avvaleva della sceneggiatura di un giovanissimo Dario Argento e delle musiche, splendide,di Ennio Morricone. Anche la fotografia,soffusa e delicata di Tonino Delli Colli contribuì al grande successo di pubblico del film.

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Metti una sera a cena, un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Florinda Bolkan, Jean-Louis Trintignant, Annie Girardot, Tony Musante, Lino Capolicchio, Nora Ricci, Adriana Asti, Silvia Monti, Mariano Rigillo. Genere Drammatico, colore 122 minuti. – Produzione Italia 1969.

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Florinda Bolkan: Nina
Tony Musante: Max
Jean-Louis Trintignant: Michele
Annie Girardot: Giovanna
Lino Capolicchio: Ric
Adriana Asti: figliastra
Mariano Rigillo: comico
Milly: cantante
Silvia Monti: attrice alla conferenza stampa
Nora Ricci: prima attrice

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Regia Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto Giuseppe Patroni Griffi, dal lavoro teatrale omonimo
Sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi, Carlo Carunchio, Dario Argento
Produttore Marina Cicogna, Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Red Films, San Marco Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giulio Coltellacci

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giugno 1, 2008 Posted by | Drammatico | , , , , , , | 4 commenti

La casa dalle finestre che ridono

La casa dalle finestre che ridono locandina

La casa dalle finestre che ridono nasce dopo il clamoroso fiasco ai botteghini di Bordella,opera pretenziosa di Avati,cosa che aveva allontanato dal regista i grossi produttori.
Con un budget ridotto all’osso,poco meno di 150 milioni di lire,contro gli oltre duecento delle varie produzioni,Pupi Avati gira un film in sordina ,senza grosse speranze di ritorno economico.
Il soggetto lo cura con Maurizio Costanzo,con Gianni Cavina (che reciterà nel film),con suo fratello Antonio.
Per il cast,visto il budget bassissimo,Avati ripiega su un semisconosciuto Lino Capolicchio,su Gianni Cavina e su una giovanissima e affascinante Francesca Marciano.

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Se non ci sono soldi,ci sono le idee,c’è la voglia di realizzare un thriller di stampo gotico basato più sull’atmosfera che sugli effettacci,un po’ quello che aveva fatto Dario Argento con Profondo rosso,divenuto un clamoroso caso ai botteghini.
Come controfigure si usano gli stessi attori,che si sdoppiano in più vesti:le ombre che compaiono nel film sono gli stessi attori,l’ambientazione è spartana,e la location del film viene scelta con cura.

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E’ un paesino della bassa padana,in provincia di Ferrara,nelle valli di Comacchio,dove “non ci sono ormai più anguille”.
Il film inizia con l’arrivo in paese di un restauratore,chiamato al difficile compito di ripristinare un San Sebastiano agonizzante affrescato nella chiesa del paese da Buono Legnani,detto il pittore delle agonie,per la sua discutibile abitudine di ritrarre gente in punto di morte.

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L’atmosfera del posto,nonostante il sole splendente e una certa pigrizia e indolenza dei suoi pochi abitanti,è cupa,lugubre.
Piccola nota di vita è l’arrivo della giovane maestrina chiamata a sostituire la precedente,donna dalla moralità non proprio irreprensibile,con la quale il giovane restauratore avrà una breve e fugace relazione.
Nel paese c’è anche un vecchio amico del restauratore,Mazza,che sembra sconvolto da qualcosa che ha scoperto.

Capolicchio si imbatte anche in strani personaggi,come l’enigmatico parroco,in Livio,il giovane sagrestano fuori di testa e in Coppola,strana figura di alcolizzato tenuto a distanza da tutti.E nel frattempo inizia a lavorare al restauro,scoprendo,poco per volta,che parte di esso è stato inspiegabilmente coperto.
Và ad alloggiare in una strana casa,dove vive una donna all’apparenza molto malata,e dove inizia a imbattersi in strane fenomeni.

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Riceve telefonate minatorie,alle quali,almeno all’inizio,non da gran peso.
L’atmosfera del film resta tesa, e lascia immaginare storie segrete sepolte dall’omertà dei suoi enigmatici abitanti. L’unico che mostra di voler stabilire un rapporto con il restauratore è Coppola,l’alcolizzato sempre più emarginato dagli abitanti del paese.

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Capolicchio si imbatte in un magnetofono,nel quale c’è un nastro registrato dal pittore folle,e subito dopo assiste,inorridito,al “suicidio” dell’amico Mazza.
Il giovane inizia a capire che il paese nasconde un oscuro e terribile segreto quando trova l’agenda di Mazza,nella quale l’uomo racconta l’oscura storia di Buono Legnani,delle sue due sorelle e dell’innaturale rapporto che legava i tre.
Contemporaneamente,inizia una relazione sentimentale con Francesca,la giovane maestrina,che con l’avanzare del tempo,mostrerà di aver percepito l’aura di malvagità che circonda il paese.

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Mentre lo stato del restauro avanza,mostrando al fianco del San Sebastiano l’inquietante presenza di due sinistre figure femminili,il giovane scopre la casa nativa del pittore Legnani,una casa decorata con finestre che ridono.
Gli eventi incalzano. Guidato da Coppola,scopre che nel giardino della casa ci sono resti umani.
Al suo ritorno a casa,trova Francesca,alla quale aveva promesso di andar via,morta in maniera orribile;scopre che qualcuno ha danneggiato,in maniera irreparabile l’affresco maledetto,cancellando le due figure femminili da esso. Recatosi con i carabinieri nella casa di Legnani,assiste agli scavi di questi ultimi nel posto in cui c’erano i resti umani,per scoprire che qualcuno ha provveduto ad occultare tutto.
Gli eventi precipitano.

Coppola viene ritrovato annegato e lui torna nella casa dove abita,dove scopre parte del segreto che essa nasconde:l’anziana signora che si fingeva malata è in realtà sanissima,e in compagnia di un’altra donna sta martirizzando il giovane sagrestano Livio.
Le due donne,che sono in effetti le due sorelle del pittore maledetto,custodiscono in un armadio i resti di Buono,a cui dedicano le incolpevoli vittime sacrificali su cui riescono a mettere le mani.
Il restauratore,ferito da una pugnalata di una di esse,riesce a scappare con la moto di Coppola,e si reca in paese,dove però trova solo finestre chiuse:nessuno lo aiuta.

Cerca rifugio in chiesa e qua il dramma giunge a compimento.
Il parroco non è altri che l’altra sorella del pittore,e si avvicina minacciosamente al giovane.
Il film termina con il rumore delle sirene della polizia in lontananza,lasciando aperto il finale a più soluzioni.
Una trama lineare,semplice.

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La musica di fondo,essenziale e ben ritmata,scandisce i tempi del film,rendendolo cupo in maniera straordinaria.
Ma è l’atmosfera in cui è immerso il film ad essere perfetta: La trama non ha cedimenti e,di conseguenza,si sviluppa in maniera perfetta.
Sono passati trent’anni dalla sua uscita e i proprietari dei diritti della pellicola,divenuta nel frattempo un autentico cult,hanno deciso di rimasterizzarla grazie alle nuove sofisticate tecniche di elaborazione digitale.
Sono così scomparsi tutti gli ingiallimenti,lo spolverio tipico delle pellicole datate.
Ripulita e messa a nuovo,la pellicola resta assolutamente godibile.


Per chi decidesse di acquistare il Dvd,che ha sostituito la vecchia video VHS sul mercato,una piacevolissima sorpresa.
Il cast spiega i dietro le quinte,ci sono interviste a Capolicchio,ai fratelli Avati,a Cavina.
Che raccontano,divertiti,le difficoltà in cui si imbatterono all’epoca delle riprese del film.
Simpatica la descrizione di Capolicchio di un dietro le quinte accaduto mentre si girava la scena dell’accoltellamento del restauratore.

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Capolicchio racconta di essersi dimenticato letteralmente di essere coperto di sangue,e di essersi recato in un bar del paese,accolto dagli sguardi sgomenti della gente.
Avati racconta come durante gli ultimi ciack abbiano avuto a che fare con le scosse del terremoto del Friuli,e di come abbia consigliato alla troupe di ripararsi sotto il campanile della chiesa!

Un film nato per caso,ma diventato con il passare del tempo,un cult autentico.
Prova geniale di un cinema povero di mezzi,ricco di idee,in grado di figurare egregiamente al fianco delle maggiori produzioni d’oltralpe.
Con Profondo rosso,La casa dalle finestre che ridono è da considerarsi il gotico-thriller più riuscito della storia del cinema italiano.

La casa dalle finestre che ridono
Un film di Pupi Avati. Con Gianni Cavina, Lino Capolicchio, Giulio Pizzirani, Francesca Marciano, Bob Tonelli, Pina Borione,
Eugene Walter, Pietro Brambilla. Genere Drammatico, colore 110 minuti. – Produzione Italia 1976.

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Lino Capolicchio

Francesca Marciano

Gianni Cavina

La casa dalle finestre che ridono banner personaggi

Lino Capolicchio     …     Stefano
Francesca Marciano    …     Francesca
Gianni Cavina    …     Coppola
Giulio Pizzirani    …     Antonio Mazza
Bob Tonelli    …     Solmi
Vanna Busoni    …     Insegnante
Pietro Brambilla    …     Lidio
Ferdinando Orlandi    Poliziotto
Andrea Matteuzzi    …     Poppi
Ines Ciaschetti    …     Concierge
Pina Borione    …     Donna paraplegica
Flavia Giorgi    …     Moglie di Poppi
Arrigo Lucchini    …     Grocer
Luciano Bianchi    …     Franchini

La casa dalle finestre che ridono banner cast

Regia Pupi Avati
Sceneggiatura: Antonio Avati, Pupi Avati,Gianni Cavina, Maurizio Costanzo
Prodotto da : Antonio Avati, Gianni Minervini
Musiche: Amedeo Tommasi
Editing: Giuseppe Baghdighian
Costumi: Luciana Morosetti
Effetti speciali: Luciano Anzellotti, Giovanni Corridori

La casa dalle finestre che ridono banner recensioni

“Magico, straordinario capolavoro dell’horror italiano, che turba per la capacità di far scaturire l’orrido e il fantastico dal quotidiano. Flashback da antologia. Spiazzante, indimenticabile, sbalorditivamente perfetto l’ultimo minuto di film. La seconda visione sorprende per la percepita perfezione degli incastri. “As flores do amor, flores lindas do meu jardim, para vocês…”

“Film visivamente molto suggestivo e riuscito con alcune originalità: è un noir con venature horror ambientato nella bassa padana (terra spesso adoperata come pretesto per pellicole decisamenti di alto registro). Avati cura nei particolari la messa in scena e la direzione degli attori, tutti molto bravi (in particolare Cavina, attore poco e male utilizzato dal cinema che conta). Il limite del film è la qualità altalenante della sceneggiatura, che spesso presenta elementi improbabili dal punto di vista narrativo.”

“L’ambientazione solare, la presenza di uomini di Chiesa (e quindi atti a dispensare speranza e vita), il fascino imperscrutabile della pittura: sta tutto nella dialettale (e provinciale) messa in scena, sorretta da un convincente (e mai più così bravo) Gianni Cavina, il pregnante senso di claustrofobia che è generato da contrasti così palesi quanto inimmaginabili (uomo/donna, bene/male, anima/corpo, luce/tenebra). Raccontato, come da narratore anacronistico, per essere attentamente seguito possibilmente nelle notti invernali, presso il camino.”

“Difficile (inutile?) aggiungere qualcosa a quanto è stato detto e scritto, ovunque, quasi unanimemente, giustamente. Un capolavoro, e una splendida riuscita di un autore stratificato che ha più poetiche, una delle quali prepondera purtroppo nella sua produzione, ma in tal modo permette di isolare le perle. Film dall’atmosfera ineguagliabile, dall’orrore palpabile e credibile, dalle suggestioni vibranti (quell’inizio e quel finale che non si dimenticano più… ). Inchino.”

“È praticamente perfetto: musiche, ambientazione, attori, intreccio. È un puzzle con tutti i tasselli al posto giusto. Già l’inizio è stupendo (la voce roca, le immagini sgranate, le urla, il coltello lucente). Quando il protagonista giunge col battello, chi lo aspetta sembra uscito da un quadro (uno alto, uno basso e dietro un’auto rossa). Il posto e alcuni individui sono già piuttosto inquietanti, senza bisogno di sangue. Personaggi felliniani in trattoria. Il povero restauratore avrà parecchi problemi. Dialoghi da gustare. Gran bel finale.”

“Un capolavoro assoluto dell’originalissimo “gotico padano” di Pupi Avati. Complici anche le musiche di Tommasi, attanaglia dalla paura dagli inquietanti titoli di testa, scanditi a ritmo di coltellate, fino all’agghiacciante, ineguagliabile finale. Senza alcun effetto speciale, qui l’orrore diventa qualcosa di reale e credibile e la parlata emiliana – tradizionalmente associata a calore, divertimento e simpatia – si trasforma in un suono grottescamente perverso. Regia e attori perfetti. “

“Capolavoro di Avati e, con buona pace degli estimatori di Argento, miglior horror italiano di sempre. Geniale fin dalla scelta dell’ambientazione placida e solare, assolutamente non convenzionale, angoscioso come pochi per la capacità di creare, con una economia di mezzi encomiabile, un senso di oppressione crescente attorno al protagonista, fino al finale, scioccante e davvero inaspettato. Interpreti tutti adeguati (ottimo Capolicchio), colonna sonora efficace e fotografia funzionale contribuiscono alla riuscita di un film tuttora disturbante.”

“Avati non ha reali abilità registiche nell’universo della paura: è un arcano incantatore che sa come restituire al sole l’atmosfera fetida di orrori ancestrali, lovecraftiani, sepolti nei pertugi della campagna. Ampio, troppo lungo e disteso su una insistita resa atmosferica, è un thriller con evidenti impacci narrativi (la storia d’amore è mal girata e castigatissima, alcuni snodi improbabili), che all’inappetenza non dichiarata per il genere risponde con porte e finestre che cigolano. Resta oggetto assolutamente inedito nella cinematografia italiana. Il finale è urticante e magnifico.”

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aprile 17, 2008 Posted by | Thriller | , , , , | 1 commento