Gruppo di famiglia in un interno

Quando nel 1974 Luchino Visconti gira Gruppo di famiglia in un interno è già ammalato.
Due anni prima un ictus lo ha colpito,lasciandolo quasi completamente paralizzato nel lato sinistro del corpo;nonostante la forte tempra,
Visconti sembra abbattersi,ma riprende a lavorare con tenacia.
Nel 1973 torna al teatro con Tanto tempo fa di Harold Pinter e sopratutto all’altra sua grande passione,la lirica,curando
la più memorabile delle versioni dell’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Forse un eccesso di attività per un uomo che,nel 1974,ha già 68 anni.
Eppure ha ancora tanto da dire.


Visconti consegna al pubblico cinematografico uno dei suoi capolavori,Gruppo di famiglia in un interno, il suo film più autobiografico,
intriso di un pessimismo e di una disillusione verso le umane cose tanto da renderlo un film disperato,quasi nichilista.
A essere messi in discussione sono i pilastri della società,la famiglia,la religione,il rapporto interpersonale,l’amore e la socialità nella sua interezza;
nella figura principale,quella del professore che vive quasi come un’eremita tra i suoi libri,disinteressandosi completamente dell’umanità e della vita
che scorre fuori dalle mura nelle quali si è rinchiuso, c’è l’alter ego di Visconti,un uomo ormai avanti negli anni e in cui i sogni hanno lasciato il posto
all’amara considerazione che molti valori sono andati completamente persi,che il dialogo generazionale è complicato dall’evoluzione della società,non necessariamente in senso positivo.


Uno strano discorso,quello di un’evoluzione negativa.
Evolversi significa passare da uno stadio inferiore ad un altro.
Invece fuori dall’appartamento c’è una profonda crisi sociale,l’individuo sembra preda di una forte crisi di identità che ovviamente coinvolge poi il collettivo,rendendo lo stesso ostaggio di totem che non sono più quelli del passato,ma che appaiono ben più subdoli e letali.
Arrivismo,realizzazione dell’io attraverso il potere personale o l’appagamento dei sensi con il sesso,le droghe ,il possesso dei nuovi feticci hanno di fatto scavato un solco generazionale,traghettando coloro che c’erano in una nuova dimensione alla quale le nuove leve sentono di non appartenere,che vogliono modificare,cambiare.
Queste contraddizioni di termini sono vissute dal professore in maniera dirompente nell’attimo stesso in cui si lascia coinvolgere nelle vite della famiglia che viene ad abitare nel suo palazzo, riportandolo ad una realtà che il professore stesso aveva abbandonato,rintanandosi fra i vecchi libri che lo circondano,simulacro di un passato polveroso e inattivo,inerte.
Uno stato quasi vegetativo,in cui c’è spazio solo per il ricordo e lo studio,uno studio apparentemente inutile alla ricerca di un’araba fenice;in fondo il professore sembra un’anacoreta che ha lasciato la civiltà per dedicarsi a Dio.
Solo che il Dio del professore lascia l’amaro in bocca;cosa farne della cultura,della ricerca se non la si condivide?
Tutto diventa fine a se stesso,l’appagamento personale in ultima analisi è solo egoismo,quella del professore appare come una fuga vile in attesa dell’ultimo respiro,destino comune che mette sullo stesso piano ogni singolo elemento della società.
Ecco,il professore sembra uno di quegli animali feriti che sentita arrivare l’ultima ora si staccano dal branco per andare a morire in solitudine.
In questo caso la solitudine è mitigata dai libri,magra consolazione di un uomo che non ha saputo vivere realmente rifugiandosi in maniera codarda nella sicurezza del piccolo,angusto mondo della quiete domestica.


La trama:
in un lussuoso appartamento vive un professore,amante di libri e grande collezionista di essi, in particolar modo anche di quadri che illustrano vite di famiglie.
A sconvolgere la sua monotona,inutile vita solitaria ed egoistica arriva un giorno Bianca Brumonti,volgare e vulcanica donna della buona borghesia.
La donna chiede al professore di affittarle l’appartamento del piano superiore,per se e per il suo nucleo di famiglia e amici.
Un nucleo ristretto,visto che l’unica congiunta è la figlia Lietta e il fidanzato di quest’ultima,Stefano.
Il professore,narcotizzato dal suo eremitaggio volontario,avulso dalla realtà del quotidiano,non vorrebbe cedere alle insistenze della donna,intuendo il potenziale distruttivo del nuovo che viene dall’esterno che essa rappresenta,tuttavia sente oscuramente un’attrazione fatale proprio per quel mondo che egli ha ripudiato.
Così alla fine cede.
La donna porta nell’appartamento anche il giovane Konrad, che è l’amante della ricca Bianca.
Un giovane che non appartiene al mondo del gruppo,anzi.Ha idee politiche estremiste,vive senza lavorare come un saprofita,facendosi mantenere dalla matura amante.
Le dinamiche del gruppo,i loro rapporti interpersonali,la dialettica che si sviluppa tra Konrad e il professore,affascinato da quella figura anticonformista e ribelle che pure cede alle lusinghe del potere borghese accettando di farsi mantenere dalla ricca amante pretendendo però allo stesso tempo di conservare la liberà individuale coinvolgono il maturo studioso.


Con stupore l’uomo assisterà al progressivo deteriorarsi dei loro rapporti,causati anche dall’insofferenza di Konrad che vive in modo schizofrenico le sue contraddizioni.
Come un entomologo studia un insetto,il professore osserva la volgarità di Bianca e il rapporto affettivo/carnale che si sviluppa,in un triangolo imprevisto,tra Lietta,Stefano e Konrad.
E’ una dimensione della realtà che il professore non conosce e che lo porterà ad assistere inerme al drammatico finale…
Gruppo di famiglia in un interno appartiene al cinema marginalmente;è solo perchè la vicenda è ripresa con l’ausilio della macchima da presa che possiamo parlare di opera cinematografica.
In realtà siamo di fronte ad un’opera strutturata come una piece teatrale,statica per la maggior parte del tempo,in cui i dialoghi,i silenzi hanno una valenza ben maggiore rispetto al movimento.
L’esperienza teatrale di Visconti si tramuta quindi in un resoconto intimamente doloroso di un’esperienza di vita vista quasi come un fallimento:il nuovo avanza e seppellisce il vecchio,un pò come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.Ma in questo caso il riferimento letterario è nullo,l’opera appare quasi un testamento di Visconti,disilluso e completamente amareggiato dal vedere che le sue idee,politiche e morali non hanno in pratica alcuna applicazione reale.
Ci sarebbe ancora moltissimo da dire,ma è bene che lo spettatore trovi una chiave di analisi del tutto personale,riflessiva o estetica semplicemente.
In tutti e due i casi c’è davvero tanto da assaporare.
L’opera non è considerata la migliore di Visconti.
Non c’è per esempio empatia tra il pubblico e la famiglia le cui vicende sono narrate,il personaggio del professore appare troppo aulico
e distante per suscitare simpatia o condivisione.


Ma in fondo è quello che probabilmente Visconti voleva.
Tutti bravi gli attori,da Burt Lancaster che torna alla regia di Visconti dopo il Gattopardo e Silvana Mangano,sicuramente efficace in un ruolo molto difficile,quello di una donna volgare e moralmente riprovevole,tipica esponente di un mondo decadente e in dissoluzione come quello della borghesia arricchita.
Benissimo l’attore simbolo delle ultime opera di Visconti,un grande Helmut Berger che dà contorni vivi e umanamente di spessore al personaggio contraddittorio di Konard.Memorabili gli scambi di opinione fra lui e Lancaster,
veri e propri gioielli inseriti nel film.
Bene anche Claudia Marsani,che in seguito non avrà più spazi per esprimersi nel cinema compiutamente e Stefano Patrizi.
Poco più che camei le partecipazioni di Romolo Valli,Claudia Cardinale (la moglie del professore) e Dominique Sanda (la madre) che appaiono per poche sequenze in flashback.


Gruppo di famiglia in un interno

Un film di Luchino Visconti. Con Helmut Berger, Burt Lancaster, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Enzo Fiermonte,
Philippe Hersent, Claudia Cardinale, Umberto Raho, Romolo Valli, Valentino Macchi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni,
Dominique Sanda, Stefano Patrizi, Guy Tréjan, Elvira Cortese, Jean Pierre Zola, George Clatot, Margherita Horowitz
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974

Burt Lancaster: il professore
Helmut Berger: Konrad Huebel
Silvana Mangano: marchesa Bianca Brumonti
Claudia Marsani: Lietta Brumonti
Stefano Patrizi: Stefano
Elvira Cortese: Erminia
Claudia Cardinale: moglie del professore (nei flashbacks)
Dominique Sanda: madre del professore (nei flashbacks)
Philippe Hersent: portiere
Guy Tréjean: antiquario
Jean-Pierre Zola: Blanchard
Umberto Raho: maresciallo di Polizia Bernai
Enzo Fiermonte: commissario di Polizia
Romolo Valli: Michelli
Margherita Horowitz: cameriera

Regia Luchino Visconti
Soggetto Enrico Medioli
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico,
Enrico Medioli,
Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rusconi Film S.p.A.
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Franco Mannino,
temi musicali tratti da Sinfonia Concertante di Wolfgang Amadeus Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Costumi Piero Tosi
Trucco Alberto De Rossi

Bianca Brumonti: Professore, la verità. Che mistero c’è nella sua vita? Per me lei è stato un uomo bellissimo davvero, e lo è ancora, io la trovo affascinante. Come mai? Perché ha scelto di fare questo genere di vita?
Professore: Be’, vivendo tra gli uomini si è costretti a pensare agli uomini, invece che alle loro opere, a soffrire per loro, a occuparsi di loro, e poi qualcuno ha scritto: “I corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola”.

 

Il professore : Io spero che Konrad non perdonerà nessuno, me per primo. Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai.
Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato… molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo…che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare – come diceva Lietta – che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia,
vorrei fare qualcosa per lei, come lei – senza rendersene conto – ha fatto per me. C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo,
lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte.

 

Konrad: Non è a causa delle mie origini, è la mia vita piuttosto, non è così? Mantenuto, traffici illeciti, è questo che conta.
Bianca Brumonti: Sì caro, è questo che conta.
Konrad: Conta perché non sono riuscito, perché sono ancora il cagnolino che una signora importante può portare anche nei posti dove l’ingresso ai cani è severamente vietato.
Gli altri lo sopporteranno per forza, quando ruba in cucina, quando insudicia o prende tutti a morsi.”-
Lietta: Che cosa farebbe se io volessi baciarla?
Professore: Ah, non l’invidierei! Perché se mi mettessi un attimo al suo posto, vedrei avvicinarsi il viso di un uomo che… non è più giovane da tanto tempo.”

 

Lietta: Povero professore, ancora mezzo addormentato. Andiamo via subito. Vede, in fondo è un gioco anche questo, non c’è niente di male, sul serio! È stato giovane anche lei, no? Non era come noi?
Professore: No, assolutamente no.
Lietta: Peccato, ha perduto qualcosa. Ma in qualche modo si sarà divertito, era ricco, bello, che cosa faceva?
Professore: Cosa facevo?
Lietta: Sì.
Professore: Ho studiato, ho viaggiato, ho fatto la guerra, mi sono sposato… è andata male. E poi quando ho avuto tempo di guardarmi intorno mi sono trovato in mezzo… in mezzo a gente che non capivo più.
Stefano: Avanti professore, non è che siamo poi così diversi.”

 

Stefano: Oh Bianca non gli dare spago! Non vedi che sta per sferrare l’attacco contro la società “corrotta, capitalistica, borghese”? Siamo ancora a questo? Quella società neanche esiste oggi, e se c’è ancora ringrazia Dio, tu sei stato uno degli ultimi a beneficiarne!
Professore: Se è per questo esiste, esiste eccome, è molto più pericolosa oggi di sempre, perché mimetizzata.
Stefano: Oh no, anche lei professore!
Professore: Non sono un reazionario credevo l’avesse capito.
Stefano: Non l’avevo capito, anche lei è mimetizzato. Non ho ancora conosciuto un intellettuale che non si proclami di sinistra! Affermazione che per fortuna, quasi mai trova riscontro nella loro vita o nelle loro opere.
Professore: Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile.”

 

La bella e la bestia (Luigi Russo)

Quattro storie che sembrano essere prese di peso dal Decameron di Boccaccio costituiscono l’ossatura di questo film di Luigi Russo del 1976, che alla sua uscita ebbe problemi di censura tali che il film stesso arrivò nelle sale solo sul finire del 1977.
Il motivo dell’intervento censorio a ben vedere non ha molte ragioni d’esserci; il film di Russo, pur contenendo molti nudi femminili, non abbonda di situazioni erotiche ai limiti della morale censoria o di scene particolarmente ardite.
Probabilmente a scatenare le forbici dei fustigatori dei pubblici costumi e nello specifico dei difensori ad oltranza della korale cinematografica fu la trattazione di due argomenti specifici contenuti nella pellicola, ovvero la bestialità e la sodomia.
Che non sono affatto resi espliciti,anzi.

Brigitte Petronio

Il film è diviso in 4 segmenti specifici, intitolati nell’ordine La schiava, Zooerastia, La fustigazione e La promessa.
Sembrerebbe uno dei tanti decamerotici dei primi anni settanta, ma in questo caso il film approda nelle sale 4 anni dopo la fine del genere basato sulle novelle boccacesche e quasi in contemporanea con il film di Walerian Borowczik La bestia (1975) del quale riprende molto alla lontana il titolo e una delle attrici del film, Lisbeth Hummel che vi aveva interpretato la giovane Lucy Broadhurst, la ragazza che scopre il terribile segreto di Mathurin de l’Espérance.
Russo quindi riprende due dei motivi del film di Borowczik probabilmente con un tantino di malizia e con un occhio al botteghino, ma discostandosi totalmente dal film del regista polacco.
Nel primo episodio, intitolato La schiava, vediamo lo Zar russo invaghirsi di una delle sue schiave. L’uomo decide di averla ad ogni costo, ma di fronte alla gelida reazione della ragazza che gli si porge freddamente decide di riscaldarle il cuore promettendole di esaudire un qualsiasi suo desiderio.


La donna, con poca intelligenza estorce allo Zar la promessa di elevarla per un giorno al rango di supremo capo dello stato; con ancor meno intelligenza la ragazza ne approfitta per umiliare il suo re e per concedersi sotto ai suoi occhi ad un forzuto schiavo di colore.
Dopo la scadenza delle 24 ore concesse alla ragazza lo Zar la fa incatenare, uccidere e dare in pasto ai cani.
In Zoerastia la protagonista è un’altra splendida ragazza, Barbara, sposata ad un nobile molto più anziano di lei.
Il gelosissimo uomo, scoperta la moglie in palese adulterio con lo stalliere dopo aver costretto l’uomo al suicidio, fa denudare la moglie e la rinchiude in una stanza protetta da sbarre con due cani ed un cavallo.
Costretta a vivere rinchiusa, nutrita solo da cibo che il marito le getta sprezzantemente sul pavimento, la ragazza ben presto impazzisce e inizia a guardare in maniera morbosa il suo cavallo…


Il terzo episodio si intitola La fustigazione e racconta (probabilmente) l’iniziazione sessuale di Leopold von Sacher-Masoch.
Vediamo il giovane alle prese con una dura punizione corporale inflittagli dal suo insegnante e in flash back scopriamo che il giovane aveva avuto la sua iniziazione ai piaceri masochistici dalla madre, che Masoch aveva scoperto in atteggiamenti intimi con il suo amante.
Frustato a sangue dalla stessa madre, Masoch si era reso conto di aver provato un sottile piacere durante la punizione.
Così, in compagnia di una giovanissima amica, aveva continuato a spiare la madre.
La ragazza, inizialmente inorridita dalla scena, aveva finito per condividerne i gusti sessuali, diventando ben presto la compagna di giochi erotici del giovane Masoch.


L’ultimo episodio, La promessa, è fatto tutto di sguardi e parole non dette. Racconta la storia di una giovane sposa che il giorno prima del suo matrimonio decide di concedersi ad un antico amore, suo cugino.
Il quale, rispettando la verginità della ragazza, aveva provveduto in modo alternativo a serbarla pura…
La bella e la bestia è un film di una certa eleganza formale, con una bella fotografia (ancora un parallelo con il film di Borowczik) e una discreta colonna sonora opera di Piero Umiliani.
Ma risente anche eccessivamente della quasi inesistenza dei dialoghi e di una mancanza di azione di qualsiasi genere che lo rendono un film mortalmente soporifero.


Se il primo episodio fila via tutto sommato abbastanza discretamente, nel secondo assistiamo ad una inversione di tendenza; le lunghe inquadrature dedicate alla prigione della sventurata adultera finiscono per far sbadigliare il più paziente degli spettatori, mentre il regista inquadra per vari minuti Lady Barbara che si aggira con lo sguardo folle attorno al suo cavallo osservata dai due cani che condividono la prigionia.
Il terzo episodio è più pruriginoso che altro, con i due giovincelli intenti a spiare la madre di Masoch impegnata a trastullarsi da prima in atti autoerotici e poi in compagnia dell’amante.
L’ultimo episodio è assolutamente da dimenticare, visto che è recitato malissimo su un soggetto di partenza di per se prevedibile e poco attraente.
La somma finale quindi porta il film a sfiorare appena la mediocrità; non bastano infatti i pregi elencati ovvero l’eleganza e la forma.
Manca completamente la sostanza e il tempo in cui visioniamo la pellicola sembra scorrere al rallentatore.
Il sanremese Luigi Russo aveva nel passato diretto altri tre film a sfondo blandamente erotico come Morbosità,I sette magnifici cornuti e La nuora giovane; contemporaneamente aveva scritto alcuni soggetti per il cinema decamerotico, Decameron No. 2 – Le altre novelle di Boccaccio, Il decameron No. 3 – Le più belle donne del Boccaccio (sicuramente uno dei più raffinati decamerotici) e Finalmente… le mille e una notte. Possedeva quindi la necessaria preparazione per dirigere un film appetibile, almeno nei limiti del cinema di genere.
Ci riesce davvero solo in parte confezionando un prodotto che in seguito avrebbe avuto più fama per le traversie a cui ho accennato all’inizio che per i valori intrinseci del film, a qualsiasi livello vogliano essere portati.
A distanza di 35 anni anni dalla sua uscita, gli spettatori di oggi molto difficilmente riuscirebbero a seguire per intero la pellicola senza farsi cascare irrimediabilmente le palpebre.

La bella e la bestia, di Luigi Russo, con Lisbeth Hummel,Anna Maria Bottini,Franca Gonella,Philippe Hersent,Alba Maiolini,Brigitte Petronio Erotico,Italia 1977

Lisbeth Hummel … La schiava (episodio “La schiava”) / Varvara (episodio “Zooerastia”)
Anna Maria Bottini … La madre di Giovanna (episodio “La promessa”)
Franca Gonella … Giovanna (episodio “La promessa”)
Philippe Hersent … Il principe (episodio “Zooerastia”)
Claudio Undari … Lo zar (episodio “La schiava”)
Alba Maiolini … Serva (episodio “La schiava”)

Regia: Luigi Russo
Musiche:Piero Umiliani
Produzione: Luigi Mondello
Montaggio:Aldo De Robertis