Gruppo di famiglia in un interno

Quando nel 1974 Luchino Visconti gira Gruppo di famiglia in un interno è già ammalato.
Due anni prima un ictus lo ha colpito,lasciandolo quasi completamente paralizzato nel lato sinistro del corpo;nonostante la forte tempra,
Visconti sembra abbattersi,ma riprende a lavorare con tenacia.
Nel 1973 torna al teatro con Tanto tempo fa di Harold Pinter e sopratutto all’altra sua grande passione,la lirica,curando
la più memorabile delle versioni dell’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Forse un eccesso di attività per un uomo che,nel 1974,ha già 68 anni.
Eppure ha ancora tanto da dire.


Visconti consegna al pubblico cinematografico uno dei suoi capolavori,Gruppo di famiglia in un interno, il suo film più autobiografico,
intriso di un pessimismo e di una disillusione verso le umane cose tanto da renderlo un film disperato,quasi nichilista.
A essere messi in discussione sono i pilastri della società,la famiglia,la religione,il rapporto interpersonale,l’amore e la socialità nella sua interezza;
nella figura principale,quella del professore che vive quasi come un’eremita tra i suoi libri,disinteressandosi completamente dell’umanità e della vita
che scorre fuori dalle mura nelle quali si è rinchiuso, c’è l’alter ego di Visconti,un uomo ormai avanti negli anni e in cui i sogni hanno lasciato il posto
all’amara considerazione che molti valori sono andati completamente persi,che il dialogo generazionale è complicato dall’evoluzione della società,non necessariamente in senso positivo.


Uno strano discorso,quello di un’evoluzione negativa.
Evolversi significa passare da uno stadio inferiore ad un altro.
Invece fuori dall’appartamento c’è una profonda crisi sociale,l’individuo sembra preda di una forte crisi di identità che ovviamente coinvolge poi il collettivo,rendendo lo stesso ostaggio di totem che non sono più quelli del passato,ma che appaiono ben più subdoli e letali.
Arrivismo,realizzazione dell’io attraverso il potere personale o l’appagamento dei sensi con il sesso,le droghe ,il possesso dei nuovi feticci hanno di fatto scavato un solco generazionale,traghettando coloro che c’erano in una nuova dimensione alla quale le nuove leve sentono di non appartenere,che vogliono modificare,cambiare.
Queste contraddizioni di termini sono vissute dal professore in maniera dirompente nell’attimo stesso in cui si lascia coinvolgere nelle vite della famiglia che viene ad abitare nel suo palazzo, riportandolo ad una realtà che il professore stesso aveva abbandonato,rintanandosi fra i vecchi libri che lo circondano,simulacro di un passato polveroso e inattivo,inerte.
Uno stato quasi vegetativo,in cui c’è spazio solo per il ricordo e lo studio,uno studio apparentemente inutile alla ricerca di un’araba fenice;in fondo il professore sembra un’anacoreta che ha lasciato la civiltà per dedicarsi a Dio.
Solo che il Dio del professore lascia l’amaro in bocca;cosa farne della cultura,della ricerca se non la si condivide?
Tutto diventa fine a se stesso,l’appagamento personale in ultima analisi è solo egoismo,quella del professore appare come una fuga vile in attesa dell’ultimo respiro,destino comune che mette sullo stesso piano ogni singolo elemento della società.
Ecco,il professore sembra uno di quegli animali feriti che sentita arrivare l’ultima ora si staccano dal branco per andare a morire in solitudine.
In questo caso la solitudine è mitigata dai libri,magra consolazione di un uomo che non ha saputo vivere realmente rifugiandosi in maniera codarda nella sicurezza del piccolo,angusto mondo della quiete domestica.


La trama:
in un lussuoso appartamento vive un professore,amante di libri e grande collezionista di essi, in particolar modo anche di quadri che illustrano vite di famiglie.
A sconvolgere la sua monotona,inutile vita solitaria ed egoistica arriva un giorno Bianca Brumonti,volgare e vulcanica donna della buona borghesia.
La donna chiede al professore di affittarle l’appartamento del piano superiore,per se e per il suo nucleo di famiglia e amici.
Un nucleo ristretto,visto che l’unica congiunta è la figlia Lietta e il fidanzato di quest’ultima,Stefano.
Il professore,narcotizzato dal suo eremitaggio volontario,avulso dalla realtà del quotidiano,non vorrebbe cedere alle insistenze della donna,intuendo il potenziale distruttivo del nuovo che viene dall’esterno che essa rappresenta,tuttavia sente oscuramente un’attrazione fatale proprio per quel mondo che egli ha ripudiato.
Così alla fine cede.
La donna porta nell’appartamento anche il giovane Konrad, che è l’amante della ricca Bianca.
Un giovane che non appartiene al mondo del gruppo,anzi.Ha idee politiche estremiste,vive senza lavorare come un saprofita,facendosi mantenere dalla matura amante.
Le dinamiche del gruppo,i loro rapporti interpersonali,la dialettica che si sviluppa tra Konrad e il professore,affascinato da quella figura anticonformista e ribelle che pure cede alle lusinghe del potere borghese accettando di farsi mantenere dalla ricca amante pretendendo però allo stesso tempo di conservare la liberà individuale coinvolgono il maturo studioso.


Con stupore l’uomo assisterà al progressivo deteriorarsi dei loro rapporti,causati anche dall’insofferenza di Konrad che vive in modo schizofrenico le sue contraddizioni.
Come un entomologo studia un insetto,il professore osserva la volgarità di Bianca e il rapporto affettivo/carnale che si sviluppa,in un triangolo imprevisto,tra Lietta,Stefano e Konrad.
E’ una dimensione della realtà che il professore non conosce e che lo porterà ad assistere inerme al drammatico finale…
Gruppo di famiglia in un interno appartiene al cinema marginalmente;è solo perchè la vicenda è ripresa con l’ausilio della macchima da presa che possiamo parlare di opera cinematografica.
In realtà siamo di fronte ad un’opera strutturata come una piece teatrale,statica per la maggior parte del tempo,in cui i dialoghi,i silenzi hanno una valenza ben maggiore rispetto al movimento.
L’esperienza teatrale di Visconti si tramuta quindi in un resoconto intimamente doloroso di un’esperienza di vita vista quasi come un fallimento:il nuovo avanza e seppellisce il vecchio,un pò come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.Ma in questo caso il riferimento letterario è nullo,l’opera appare quasi un testamento di Visconti,disilluso e completamente amareggiato dal vedere che le sue idee,politiche e morali non hanno in pratica alcuna applicazione reale.
Ci sarebbe ancora moltissimo da dire,ma è bene che lo spettatore trovi una chiave di analisi del tutto personale,riflessiva o estetica semplicemente.
In tutti e due i casi c’è davvero tanto da assaporare.
L’opera non è considerata la migliore di Visconti.
Non c’è per esempio empatia tra il pubblico e la famiglia le cui vicende sono narrate,il personaggio del professore appare troppo aulico
e distante per suscitare simpatia o condivisione.


Ma in fondo è quello che probabilmente Visconti voleva.
Tutti bravi gli attori,da Burt Lancaster che torna alla regia di Visconti dopo il Gattopardo e Silvana Mangano,sicuramente efficace in un ruolo molto difficile,quello di una donna volgare e moralmente riprovevole,tipica esponente di un mondo decadente e in dissoluzione come quello della borghesia arricchita.
Benissimo l’attore simbolo delle ultime opera di Visconti,un grande Helmut Berger che dà contorni vivi e umanamente di spessore al personaggio contraddittorio di Konard.Memorabili gli scambi di opinione fra lui e Lancaster,
veri e propri gioielli inseriti nel film.
Bene anche Claudia Marsani,che in seguito non avrà più spazi per esprimersi nel cinema compiutamente e Stefano Patrizi.
Poco più che camei le partecipazioni di Romolo Valli,Claudia Cardinale (la moglie del professore) e Dominique Sanda (la madre) che appaiono per poche sequenze in flashback.


Gruppo di famiglia in un interno

Un film di Luchino Visconti. Con Helmut Berger, Burt Lancaster, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Enzo Fiermonte,
Philippe Hersent, Claudia Cardinale, Umberto Raho, Romolo Valli, Valentino Macchi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni,
Dominique Sanda, Stefano Patrizi, Guy Tréjan, Elvira Cortese, Jean Pierre Zola, George Clatot, Margherita Horowitz
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974

Burt Lancaster: il professore
Helmut Berger: Konrad Huebel
Silvana Mangano: marchesa Bianca Brumonti
Claudia Marsani: Lietta Brumonti
Stefano Patrizi: Stefano
Elvira Cortese: Erminia
Claudia Cardinale: moglie del professore (nei flashbacks)
Dominique Sanda: madre del professore (nei flashbacks)
Philippe Hersent: portiere
Guy Tréjean: antiquario
Jean-Pierre Zola: Blanchard
Umberto Raho: maresciallo di Polizia Bernai
Enzo Fiermonte: commissario di Polizia
Romolo Valli: Michelli
Margherita Horowitz: cameriera

Regia Luchino Visconti
Soggetto Enrico Medioli
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico,
Enrico Medioli,
Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rusconi Film S.p.A.
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Franco Mannino,
temi musicali tratti da Sinfonia Concertante di Wolfgang Amadeus Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Costumi Piero Tosi
Trucco Alberto De Rossi

Bianca Brumonti: Professore, la verità. Che mistero c’è nella sua vita? Per me lei è stato un uomo bellissimo davvero, e lo è ancora, io la trovo affascinante. Come mai? Perché ha scelto di fare questo genere di vita?
Professore: Be’, vivendo tra gli uomini si è costretti a pensare agli uomini, invece che alle loro opere, a soffrire per loro, a occuparsi di loro, e poi qualcuno ha scritto: “I corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola”.

 

Il professore : Io spero che Konrad non perdonerà nessuno, me per primo. Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai.
Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato… molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo…che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare – come diceva Lietta – che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia,
vorrei fare qualcosa per lei, come lei – senza rendersene conto – ha fatto per me. C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo,
lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte.

 

Konrad: Non è a causa delle mie origini, è la mia vita piuttosto, non è così? Mantenuto, traffici illeciti, è questo che conta.
Bianca Brumonti: Sì caro, è questo che conta.
Konrad: Conta perché non sono riuscito, perché sono ancora il cagnolino che una signora importante può portare anche nei posti dove l’ingresso ai cani è severamente vietato.
Gli altri lo sopporteranno per forza, quando ruba in cucina, quando insudicia o prende tutti a morsi.”-
Lietta: Che cosa farebbe se io volessi baciarla?
Professore: Ah, non l’invidierei! Perché se mi mettessi un attimo al suo posto, vedrei avvicinarsi il viso di un uomo che… non è più giovane da tanto tempo.”

 

Lietta: Povero professore, ancora mezzo addormentato. Andiamo via subito. Vede, in fondo è un gioco anche questo, non c’è niente di male, sul serio! È stato giovane anche lei, no? Non era come noi?
Professore: No, assolutamente no.
Lietta: Peccato, ha perduto qualcosa. Ma in qualche modo si sarà divertito, era ricco, bello, che cosa faceva?
Professore: Cosa facevo?
Lietta: Sì.
Professore: Ho studiato, ho viaggiato, ho fatto la guerra, mi sono sposato… è andata male. E poi quando ho avuto tempo di guardarmi intorno mi sono trovato in mezzo… in mezzo a gente che non capivo più.
Stefano: Avanti professore, non è che siamo poi così diversi.”

 

Stefano: Oh Bianca non gli dare spago! Non vedi che sta per sferrare l’attacco contro la società “corrotta, capitalistica, borghese”? Siamo ancora a questo? Quella società neanche esiste oggi, e se c’è ancora ringrazia Dio, tu sei stato uno degli ultimi a beneficiarne!
Professore: Se è per questo esiste, esiste eccome, è molto più pericolosa oggi di sempre, perché mimetizzata.
Stefano: Oh no, anche lei professore!
Professore: Non sono un reazionario credevo l’avesse capito.
Stefano: Non l’avevo capito, anche lei è mimetizzato. Non ho ancora conosciuto un intellettuale che non si proclami di sinistra! Affermazione che per fortuna, quasi mai trova riscontro nella loro vita o nelle loro opere.
Professore: Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile.”

 

Così bella così dolce

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Un foulard bianco fluttua nell’aria,plana dolcemente al suolo.
Uno stridente contrasto con il corpo steso sull’asfalto,coperto di sangue,attorno al quale si è radunata una piccola folla.
Il corpo della donna viene pietosamente composto a casa sua,vegliato dalla cameriera e dal marito ,che accanto al suo cadavere ricostruisce in flash back l’inizio della loro tormentata storia.
Luc (ma il nome non viene mai pronunciato) ha lasciato un tranquillo posto in banca,insoddisfatto,e ha scelto di aprire un banco dei pegni;qui un giorno arriva una sedicenne bella e timida,Elle,che per continuare gli studi è costretta ad impegnare le poche cose di valore che possiede.
L’ha sposata,e la donna,dolce e remissiva,si è lasciata intrappolare in un matrimonio che assomiglia tanto,troppo ad una gabbia dorata.
Lui ha immediatamente mostrato un lato del carattere di difficile intuizione per la sedicenne timida e disarmata;ha iniziato a comportarsi con lei come un Pigmalione al contrario,frustrandola e castrandola in tutte le sue iniziative,impedendole di crescere come naturalmente dovrebbe essere,finendo in pratica per tiranneggiarne la figura bel oltre il plagio psicologico.

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Che diventa anche fisico.
La ragazza diviene una figura da plasmare secondo le dispotiche voglie del marito,che le impedisce in pratica anche i contatti fisici con l’esterno;quando la ragazza stringe un legame di sincera amicizia con un giovane sconosciuto,la gelosia di Luc trasforma il rapporto di coppia in tirannia.
La ragazza si ammala,il marito forse capisce di essersi spinto troppo in avanti e promette di cambiare.
La propone un viaggio,che non avverrà mai.
La ragazza,infatti,sceglie di porre termine alla sua vita.
Tratto dalla novella breve di Dostojevski “La mite“il film,,intitolato in Francia Une femme douce,Una ragazza dolce è diretto da Robert Bresson esce sugli schermi transalpini nel 1969, ma arriverà con colpevole ritardo solo nel 1972 in Italia,finendo per essere considerata un’opera minore del grandissimo maestro di Bromont-Lamothe.
Invece il nono lungometraggio di Bresson,il primo a colori della sua carriera,è opera matura e disperata,intrisa di un pessimismo cosmico che avvicina ancor più il Maestro al capolavoro esistenzialista del 1977,quel Il diavolo probabilmente summa teorica e pratica del pensiero elaborato del Maestro,opera che diventa il compendio di una filosofia ormai nichilista e senza speranza per le cose umane.
L’incontro di Bresson con Dostojevski non poteva essere più felice;divisi da due forme di comunicazione dissimili,da epoche di vita distanti (Feodor Dostojevski muore nel 1881,Bresson nasce nel 1901) i due si incontrano su un tema complesso,in una storia di disperazione che è tra le più dirompenti della storia della letteratura.

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Se nel romanzo Dostojevski mostra la figura di Luc come quella di un uomo dalla fanciullezza travagliata,che ha finito per prendersi una rivincita trasformandosi in un essere quasi vuoto,privo di pietà,duro e inflessibile, Bresson ne mutua la figura e grazie all’immagine in movimento trasferisce negli sguardi e nel comportamento dell’uomo tutta la durezza acquisita dallo stesso nel corso della vita.
Lei invece è una donna tranquilla,”mite” come recita il titolo del romanzo;ha però carattere,è una donna sincera,accetta di sposare l’uomo che la corteggia ma finirà per commettere un tragico errore.
Non è un rapporto di coppia paritario,quello che si viene a creare tra la coppia.
Quasi voglia diventarne il padrone assoluto,della mente e del corpo,Luc tiranneggia la donna,impedendole di crescere,come legittimamente la donna si aspetterebbe.
Ha la pretesa di plasmarla a sua immagine e somiglianza,di annullarne la volontà,di diventare padrone del suo corpo e dei suoi pensieri.
Lei non lo ama,lo si capisce poco alla volta.
E’ delusa profondamente da un uomo che mostra ad ogni passo di essere arido.

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E nonostante il passo finale del tentativo,invero goffo,di riconquistare l’affetto della moglie,il film muove lentamente verso il finale che conosciamo.
Dolorsamente,Luc mette in gioco se stesso,si tormenta e si interroga sul gesto disperato della moglie,senza però arrivare a coglierne l’intima essenza;un uomo egoista come può comprendere i segreti tormenti di una giovane donna che ha visto la sua esistenza tramutarsi in quella di un uccellino rinchiuso in una gabbia dorata?
Rigoroso e gelido,il film mostra attraverso il flash back gli errori fatali di valutazione di Luc in violenta contrapposizione con l’anima candida di lei.
Una donna che rifiuta un ruolo subalterno,scegliendo attraverso la morte una libertà assoluta,fuori dalle catene e dalla prigione di un amore che amore non è e non è mai stato.
Esordio con il botto per la bellissima Dominique Sanda,destinata in breve tempo ad una folgorante carriera,almeno relatvamente al decennio settanta.
Il suo volto angelico,dolce esprime compiutamente la figura di Ella,donna tormentata da un rapporto quasi sadico con un coniuge manipolatore;per tutto i film la Sanda mantiene un’aria di candore assolutamente impeccabile,mentre di buon livello è Guy Frangin nel ruolo del marito.
Bene tutto i resto,assolutamente impeccabile.
Il film è di difficilissima reperibilità e non mi risulta una sua edizione italiana in digitale.

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Così bella così dolce
Un film di Robert Bresson. Con Dominique Sanda, Guy Frangin, Jane Lobre Titolo originale Une femme douce. Drammatico, b/n durata 105 min. – Francia 1969

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Dominique Sanda: Elle
Guy Frangin: Luc
Jeanne Lobre: Anna
Claude Ollier: Il medico
Jacques Kébadian: Il dragamine
Gilles Sandier: Il sindaco

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Regia Robert Bresson
Soggetto Fëdor Dostoevskij
Sceneggiatura Robert Bresson
Fotografia Ghislain Cloquet
Montaggio Raymond Lamy
Musiche Jean Wiener
Scenografia Pierre Charbonnier

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«Dite le vostre battute a fior di labbra, come ve le ho recitate io, se le urlate come fanno tanti nostri attori, preferirei affidare i miei testi al banditore…
Nel torrente, nel vortice, nell’uragano delle passioni occorre sempre ottenere persino una certa dolcezza»

«Gettai acqua fredda su quell’ebbrezza»

«Sai, Anna, cosa significa soffrire, quando si sta con una donna così bella, così dolce»

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“Quando si ha un grandissimo dolore, dopo i primi accessi più violenti, si vuole sempre dormire. Si dice che i condannati a morte abbiano un sonno straordinariamente profondo durante l’ultima notte. Si, dev’essere proprio così, lo esige la natura stessa, altrimenti le forze non basterebbero.”

“Lei avvampò di nuovo dopo aver sentito quel “per voi”, ma non replicò nulla, non buttò i soldi, li prese – ecco cosa vuol dire miseria! Ma come era avvampata! Compresi di averla ferita.”

“Allora compresi che era buona e mite. Le persone buone e miti non si oppongono a lungo e, anche se non subito,
diventano poi molto comunicative, non sanno evitare una conversazione: rispondono prima a monosillabi,
ma rispondono e rispondono sempre più facilmente, solo non bisogna scoraggiarsi se ci si tiene tanto alla conversazione”

“Sapete quanto può essere inebriante il pensiero, quando non esiste più il dubbio.”

“Vedete: la gioventù, la buona gioventù, è generosa e irruente, ma poco tollerante, e appena qualcosa non corrisponde al suo ideale, lo disprezza subito.”

“…e del resto accade spesso che qualcosa di elevato per voi, che voi considerate sacro e degno di venerazione, allo stesso tempo
sembri grottesco per qualche ragione alla massa dei vostri compagni.”

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Le regine dei sogni anni 70 oggi parte seconda

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Uno degli articoli più seguiti su Filmscoop riguarda certamente la gallery di foto delle attrici più belle e famose degli anni 60 e 70 ai giorni odierni https://filmscoop.wordpress.com/2010/11/05/le-regine-dei-sogni-anni-70-oggi/

Ecco una nuova galleria di altre attrici. Sono donne bellissime,sensuali alle prese con il passare degli anni; oggi sono tutte delle mature signore,ancora belle e affascinanti.Alcune di loro hanno proseguito regolarmente l’attività cinematografica,altre sono diventate manager,lavorano nel cinema ma non più come attrici, altre non hanno più avuto a che fare con il grande schermo.Questi sono i loro volti,oggi.

 Cinzia MonrealeSempre bellissima e affascinante,comprimaria in molte commedie sexy: Cinzia Monreale

Carole AndrÞ

La celebre Marianna del Sandokan televisivo,attrice di talento: Carole Andrè

Carla Gravina

Sempre affascinante: Carla Gravina

Barbara Magnolfi

Barbara Magnolfi

Barbara De Rossi

Reginetta dei fotoromanzi,buona attrice di film e fictionBarbara De Rossi

Ania Pieroni

L’indimenticabile volto di Inferno: Ania Pieroni

Claudine Auger

L’ex Bond girl Claudine Auger

Stella carnacina

Sempre bellissima,l’attrice e cantante Stella Carnacina

 Olga Karlatos

E’ stata una delle protagoniste del cinema 70, Olga Karlatos

Nadia Cassini

Il posteriore più ammirato del cinema sexy, Nadia Cassini

Monica Zanchi

Protagonista dei film della serie Emanuelle, Monica Zanchi

Maria Grazia Buccella

Reginetta di bellezza nella commedia anni 70, Maria Grazia Buccella

Lisa Gastoni

Bellissima e sensuale, Lisa Gastoni

Lilli Carati

Una storia personale travagliata, Lilli Carati

Ines Pellegrini

L’attrice preferita da Pasolini, Ines Pellegrini

Haydee Politoff

Inconfondibile il sorriso di Haydee Politoff

Francoise Fabian

Splendida: Francoise Fabian

Florinda Bolkan

Un autentico mito: Florinda Bolkan 

Florence Guerin

Sempre affascinante la reginetta dei soft core anni 80, Florence Guerin

Elke Sommer

La protagonista dei film di Bava, Elke Sommer

Dominique Sanda

L’indimenticabile Dominique Sanda

Daria Nicolodi

La regina del thriller, Daria Nicolodi

Daniela Giordano

Sempre bella, l’ex reginetta Daniela Giordano

Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

Il conformista

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Il conformista, film del 1970 diretto da Bernardo Bertolucci rappresenta un caso rarissimo in cui la trasposizione cinematografica è di gran lunga migliore della fonte scritta da cui proviene, in questo caso l’omonimo romanzo di Alberto Moravia.
Bertolucci ambienta il film ( come del resto il romanzo) nella Roma fascista e per rendere il tutto più credibile sceglie l’Eur, il complesso urbanistico e architettonico di Roma nato negli anni trenta in previsione dell’Esposizione Universale di Roma che in realtà poi non si tenne.
Il quartiere, costruito nell’imponente stile impero caratteristico del fascismo, fa così da scenario a parte del film, quella ambientata a Roma e che vede l’inizio della storia di Marcello Clerici.
Siamo nel 1938 e l’uomo, che è un docente di filosofia che segretamente è anche una spia del regime fascista, ha una situazione personale estremamente complessa.Figlio di un uomo manesco e violento e di una donna alcolizzata all’estremo stadio, ha un segreto nascosto dal e nel tempo: da ragazzino, quando aveva 13 anni, ha ucciso un autista che aveva tentato di stuprarlo.

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Con questo oscuro passato Marcello ha dovuto in qualche modo convivere ma da uomo ha comunque saputo costruirsi una vita normale: è infatti fidanzato con la bella e allegra Giulia, che lo ama con passione che in qualche modo è il rovescio della medaglia dell’uomo, decisamente meno propenso all’allegria e alla solarità.
Essere spia del governo fascista significa anche dover obbedire ad ordini a volte crudeli e che ti mettono a contatto con il tuo passato, che torna sotto forma del professor Luca Quadri che nel passato era stato professore di filosofia di Marcello.
L’uomo vive da esule e da dissidente a Parigi, dove è riparato per sfuggire al regime; secondo gli ordini ricevuti Marcello dovrà raggiungerlo e sopprimerlo.
Così, approfittando del viaggio di nozze con Giulia, che nel frattempo ha sposato, Marcello giunge a Parigi,dove ha modo di contattare il professor Quadri.
Marcello conosce anche la bellissima e ambigua Anna, con la quale allaccia una relazione, mentre la donna sembra essere attratta in maniera fatale principalmente da Giulia.

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Seguito come un’ombra da Manganiello, un agente dei servizi segreti fascisti, Marcello riesce a portare in un luogo solitario il professore; quest’ultimo viene ucciso proprio da Manganiello perchè Marcello non riesce a sparare il colpo fatale e purtroppo a perire è anche Anna, che è presente all’attentato e che disperatamente cerca di salvarsi la vita, sotto lo sguardo un po impotente e un po indifferente di Marcello.
Passano 5 anni e la notte del 25 luglio 1943 Marcello si ritrova per strada mentre in giro circola la voce dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le potenze alleate:per puro caso l’uomo incontra l’autista che aveva tentato di abusare di lui e che credeva di aver ucciso.
Il grande equivoco che Marcello aveva costruito attorno a se stesso, alla sua personalità, diventando un conformista che si è adeguato per tutta la vita agli altri lo porta a urlare la sua rabbia all’autista, accusandolo di quello che ha commesso di turpe nella vita.
Elegante, affascinante e tecnicamente perfetto, Il conformista è uno dei film più importanti della cinematografia italiana;Bertolucci, che ne cura anche la sceneggiatura fonde mirabilmente il linguaggio visivo fondendo il romanzo originario di Moravia con la sua straordinaria capacità descrittiva, estrinsecata attraverso la ricerca continua della purezza formale.

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Bertolucci narra più storie mantenendo l’alchimia del romanzo in maniera eccezionale: la vita di Marcello,il suo viaggio di nozze e il delitto di stato,la descrizione dell’odissea di un uomo che sembra non desiderare altro che diventare parte della maggioranza oscura e amorfa della gente e che solo alla fine sembra trovare lo spiraglio di luce per capire che ha vissuto una vita all’insegna della menzogna e del conformismo per nulla.
Una fotografia praticamente perfetta, curata da Vittorio Storaro e un cast strepitoso concorrono a rendere Il conformista un film da ricordare;grandissimo Jean Louis Trintignant, che interpreta Marcello, un uomo sconfitto da un errore di gioventù, che pagherà a caro prezzo vivendo una vita da conformista adeguandosi al pensiero comune alla ricerca di approvazione dagli altri.
Bravissima la vitale Stefania Sandrelli che interpreta il lato solare di Marcello, l’alter ego umano e vivo dell’uomo cupo e tormentato che diventerà il suo compagno di vita così come bravissima è Dominique Sanda, l’ambigua moglie del professore che sarà l’amante di Marcello e ancora segnalazione per Gastone Moschin, il viscido Manganiello, per Pierre Clémenti che interpreta Lino Semirama e infine Yvonne Sanson ( la madre di Giulia) e la grande attrice e cantante Milly, che interpreta la madre di Marcello.

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Il conformista
Un film di Bernardo Bertolucci. Con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin, Enzo Tarascio,Yvonne Sanson, Fosco Giachetti, Giuseppe Addobbati, Carlo Gaddi, Massimo Sarchielli, Alessandro Haber, Christian Alegny, Benedetto Benedetti, José Quaglio, Pierre Clémenti, Luciano Rossi, Milly, Orso Maria Guerrini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 116 min. – Italia 1970.

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Jean-Louis Trintignant: Marcello Clerici
Stefania Sandrelli: Giulia
Dominique Sanda: Anna Quadri
Gastone Moschin: agente speciale Manganiello
Pierre Clémenti: Lino Semirama
Enzo Tarascio: Luca Quadri
José Quaglio: Italo Montanari
Fosco Giachetti: il colonnello
Yvonne Sanson: la madre di Giulia
Milly: la madre di Marcello
Giuseppe Addobbati: il padre di Marcello
Antonio Maestri: Don Lattanzi
Christian Aligny: Raoul
Pasquale Fortunato: Marcello a 13 anni
Alessandro Haber: Senigallia, il cieco ubriaco

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Sergio Graziani: Marcello Clerici
Rita Savagnone: Anna Qaudri
Giuseppe Rinaldi: Italo Montanari
Arturo Dominici: il colonnello
Lydia Simoneschi: la madre di Giulia

Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Alberto Moravia (romanzo)
Sceneggiatura Bernardo Bertolucci
Produttore Maurizio Lodi-Fè
Produttore esecutivo Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Mars Film, Marianne Productions, Maran Film
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Georges Delerue
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi Gitt Magrini

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“Nel tempo della sua fanciullezza, Marcello era affascinato dagli oggetti come una gazza. Forse perché, a casa, più per indifferenza che per austerità, i genitori non avevano mai pensato a soddisfare il suo istinto di proprietà; o, forse, perché altri istinti più profondi e ancora oscuri si mascheravano in lui da avidità; egli era continuamente assalito da voglie furiose per gli oggetti più diversi.”

“Ma, tornò a domandarsi, sarebbe forse stato possibile che le cose avessero potuto andare altrimenti? No, non sarebbe stato possibile, pensò ancora, a guisa di risposta. Lino aveva dovuto insidiare la sua innocenza e lui, per difendersi, aveva dovuto ucciderlo, e poi, per liberarsi dal senso di anormalità che ne era derivato, aveva dovuto ricercare la normalità nel modo che l’aveva cercata; e per ottenere questa normalità aveva dovuto pagare un prezzo corrispondente al fardello di anormalità dal quale aveva inteso liberarsi; e questo prezzo era stata la morte di Quadri”. In questo senso la normalità “era proprio questo affannoso quanto vano desiderio di giustificare la propria vita insidiata dalla colpa originaria”.

” …se la montagna venisse rimossa, il sole farebbe sorridere le acque; ma la montagna è sempre là e il lago è triste “.

” Tutti, pensò, dovevano recitare la loro parte e soltanto in questo modo il mondo poteva durare “.

” La malinconia, egli l’aveva addosso, come una seconda pelle, più sensibile di quella vera… “.

” …io sono come quel fuoco, laggiù nella notte… divamperò e mi spegnerò senza ragione, senza seguito… “.

” …ed egli, in un solo sguardo, ebbe il senso della sua bellezza come di qualche cosa che gli era destinata da sempre… “.

” Il desiderio non era in realtà che l’aiuto decisivo e potente della natura a qualcosa che esisteva prima di essa e senza di essa “.

” Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… “.

” Si sentiva stanco e stranamente trasognato, come se in mezzo a quella folla e a quel tumulto, egli si fosse portato dietro una sfera di solitudine trasparente e invisibile ma infrangibile, dalla quale non gli era possibile uscire “.

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L’opinione di Antonio Canzoniere dal sito http://www.mymovies.com

Nella Roma fascista del ’38, Marcello Clerici, professore di filosofia e promesso sposo di Giulia, piccolo borghese solare e civettuola, ottiene una missione per conto dell’OVRA: uccidere il suo vecchio professore, dissidente politico residente a Parigi. S’innamorerà di Anna, la moglie del vecchio docente, attraente quanto ambigua, che intreccerà rapporti morbosi con Marcello e consorte. Alla fine scoprirà la verità su un risvolto del suo passato. Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, che viene sovvertito nei temi e nel contenuto, il film segna l’inizio della serie dei capolavori del grande Bertolucci. Diviso tra una grigia Roma mussoliniana e una Parigi luminosa ed esistenzialista illuminate dalle luci di stampo espressionista del grande Vittorio Storaro, questo opus n.8 è, nonostante il protagonista voglia essere un conformista, un inno all’anticonformismo, alla libertà di amore, pensiero e dell’essere sé stessi. E’ il dramma di un’esistenza tormentata che non trova appoggi e che sembra perfino rifiutarli in un certo senso: Marcello, sconvolto da un trauma infantile, non riesce a non ricordare l’autista che tentò di violentarlo e sfogandosi sparandolo, trova nella violenza un’ancora disperata, fuori dalla religione e dagli affetti. L’unico sprazzo di vita e di libertà che gli passerà davanti sarà l’infatuazione per la moglie del professore, che però lascerà morire per mano dei sicari fascisti nell’imboscata in Savoia. Opera cinefila in ogni senso, omaggia l’espressionismo tedesco da Stenberg fino ad Ophuls ed immancabilmente, Il disprezzo di Godard. Trintignant straordinario, Sandrelli fantastica, Sanda celestiale, ammirevole Moschin. Nomination al Golden Globe come miglior film straniero e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. La magnifica sequenza del ballo è girata nei sobborghi di Parigi.
L’opinione di Crimson dal sito http://www.filmscoop.it

Il regista torna a lavorare sull’identità dopo ‘Partner’; stavolta il riferimento letterario è l’omonimo romanzo di Moravia e non c’è un chiaro omaggio a Dostoevskij, ciononostante è pur presente l’ennesimo lavoro sulle ombre e perché no, sul doppio – la coscienza del protagonista ha la possibilità di redimersi non nella fede e neppure nella società come lui confessa candidamente di aspirare a giungere, ma nella fiducia dei due coniugi che contribuisce ad uccidere in modo agghiacciante. Omertoso e vigliacco fino in fondo, precipita al livello più basso della dignità, banderuola priva di personalità.
Ancora un lavoro sottile e acuto su realtà e ombra, sulla falsa riga dell’intramontabile “uomo della caverna” del citato Platone. La stessa ombra che scompare col primo raggio di sole metaforico che nella realtà appartiene all’evento cardine della fine della dittatura fascista. In quel preciso momento Marcello si dissolve e da delatore cerca disperatamente, ormai nel baratro, di riappropriarsi dell’immagine di normalità che ha tanto rincorso con tutte le sue forze.
Stavolta Bertolucci sul piano formale non strizza l’occhio a Godard ma mostra già di aver raggiunto una cifra stilistica matura di tutto rispetto. Il film è tecnicamente ineccepibile e la sequenza del brutale omicidio di Quadri totalmente mancante di emozione, scioccante come poche.
Rispetto alla prima visione ho ritrovato le stesse sensazioni ma avevo rimosso la figura indispensabile di Anna – lei che è a conoscenza, più a fondo del marito, del ruolo di Marcello ma che sembra non voler considerare, ingenuamente, che questa attrazione animale e irrazionale la condurrà inevitabilmente alla morte. E’ una donna che vive sul presentimento ma non comprende la crudeltà fino alle pugnalate ricevute dal marito e alla successiva corsa per la salvezza. L’incrocio di sguardi con Marcello è indescrivibile, la punta di diamante che eleva questo film da bellissimo a capolavoro.
‘Il Conformista’ non solo racconta dello smarrimento dell’identità e della possibilità che gli altri ci danno per renderci conto in extremis del reale valore della parola ‘normalità’ contrapposta a ‘individualità’, non solo rende conto che in determinati periodi storici in cui si afferma una mentalità egemone c’è sempre chi è pronto a inabissarsi tra le piaghe della mancanza di ideali, riflessione e confronto, ma pone le basi per considerare più genericamente quanto la cieca uniformità ad un Credo (politico, religioso) possa svilire l’uomo e renderlo ignobile.
Magistrale la sequenza della confessione di Marcello. Egli mostra di essere ateo non come risultato di una riflessione approfondita, ma come abitudine. Diffida della Chiesa perché intende essere assolto dalla società. Ciò che ricorda essere stato un omicidio è l’episodio che ha cambiato per sempre la propria vita. Il rifiuto della propria omosessualità latente lo ha spinto verso l’insoddisfazione e la conseguente ricerca ossessiva della “normalità”. Famiglia, stabilità, a tutti i costi. Paradigma che accomuna chi ha come unico obiettivo nella vita quello di essere qualcuno agli occhi degli altri. Marcello è tale. Non ha sentimenti di amore, la relazione con Giulia è assolutamente priva di calore. Egli la considera piccolo-borghese meschina e mediocre, e non a torto. Sua moglie è una ragazzina viziata e conformista quanto lui, ma a basso profilo. Si auto compiace del ruolo di donna che vive all’ombra del marito, che deve assuefarsi economicamente e filosoficamente ai valori che quel tipo di società che la culla le impone. E soccombe senza mai porsi la domanda. Il suo è un conformismo che non prevede la lotta per accaparrarsi un ruolo nella società, essendo fin dall’infanzia stata educata ad autolimitarsi conformemente alla concezione che solo al futuro marito pertiene quell’ambizione. E la sua bassezza morale si conferma in toto quando racconta a Marcello che in fondo aveva capito che l’omicidio dei coniugi Quadri era stata ordita da lui, eppure confessa candidamente che avendo pensato che potesse servirgli per fare carriera ha implicitamente e vergognosamente taciuto. Imputa a coloro che festeggiano la caduta di Mussolini di essere ipocriti dimenticando di eseguire un esame di realtà su se stessa e sul marito. La stabilità prima di tutto.
Anna vuole Marcello, lo scuote, forse lo ama. Marcello vorrebbe che lei non parta perché sa che Luca Quadri morirà. Quando scopre che anche lei è partita ordina a Manganiello di accelerare perché intende salvarla. Il disorientamento che Marcello prova nei sentimenti per ‘merito’ di Anna è il medesimo che prova sul piano intellettuale per filantropico candore del professore (che sfocia nell’eccesso di sprovvedutezza che gli costerà la vita). Non è un fascista fino in fondo e non lo sarà mai, ma non è neppure un uomo che riesce a guadagnare una dimensione etica, individuale. Resta una figura a metà, nulla, ignava.
La parvenza del cambiamento è sempre dietro l’angolo. Una mano tesa che si infrange contro il muro eretto dalla corruzione morale, cronica e irrimediabile; dall’incapacità di diventare un essere umano uscito dalla caverna. Marcello resta lì, a fissare le ombre.
Jean Louis Trintignant è una maschera. Anima un personaggio raccapricciante, vittima ma colpevole.
Un film sconvolgente, profondo, longevo.
L’opinione di Chinaskj dal sito http://www.filmtv.it

Un uomo si deve recare a Parigi per uccidere il suo ex professore di filosofia, fuggito dall’Italia quando il fascismo ha preso il potere. Questo uomo, ambiguo e mediocre, si chiama Marcello Clerici ed è il simbolo della ricerca di quella normalità borghese cara a tanta parte della nostra popolazione. Rivedere a quaranta anni di distanza Il Conformista di Bertolucci è come accorgersi che il tempo non è passato, che nulla è cambiato. Che quella mediocrità esistenziale è diventata uno stile di vita, che quel servilismo al potere è diventato la morale dei nostri giorni. E in più c’è il rimpianto per la grandezza di un cinema (nelle idee, nello stile, nella forza espressiva, nella denuncia aperta) che da decenni ha smesso di vivere.
Bertolucci esaminava il fascismo e lo combatteva dall’interno, negli istinti, nelle pulsioni (omo)sessuali represse, come se la vera liberazione potesse arrivare solo attraverso la presa di coscienza del proprio istinto, dei propri desideri, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli che ballano, la distruzione delle gabbie borghesi doveva avvenire attraverso l’esplosione erotica, ci penserà un paio di anni dopo Marlon Brando, sempre a Parigi, in un appartamento in affitto in Rue Jules Verne.
I luoghi e i volti del fascismo si astraggono, diventano grotteschi (quello di Gastone Moschin che interpreta Manganiello) e metafisici (le sequenze girate nel Palazzo dei Congressi a Roma) come i ricordi di un sogno, Parigi evoca la nostalgia di un mondo perduto eppure ancora vitale, dove le fantasie sessuali possono diventare reali, l’attrazione fisica elimina le distanze, supera le barriere ideologiche, elude lo scontro politico, la lotta diventa quella dei corpi per il raggiungimento del piacere, dell’orgasmo.
I boschi dove verrà ucciso il professor Quadri, il respiro degli alberi, il montaggio di Franco Arcalli, il cambiamento continuo della visuale, gli uomini in nero che arrivano, i coltelli, il fiato che si condensa, la corsa folle di una donna che diventa una preda animale che fugge.
Il mito della caverna di Platone, il professor Quadri che rimprovera a Marcello Clerici l’illusorietà della vita sociale italiana durante il fascismo, siamo ancora incatenati in quella caverna e le ombre non passano più su una delle sue pareti, ma su uno schermo televisivo e noi continuiamo a credere che quanto vediamo sia la realtà, l’unica e la sola possibile.

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“Ma che t’aspetti dal matrimonio?Vedi, l’impressione della normalità.”

“La normalità… Voglio costruire la mia normalità, faticosamente…”

“È strano, però… Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri e tu invece vuoi somigliare a tutti.”

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Il giardino dei Finzi Contini

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Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.

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Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini

Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.

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Fabio Testi

La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.

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Ultime giornate spensierate

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Helmut Berger

Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.

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Notizie terribili: promulgate le leggi razziali

Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.

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Dominique Sanda e Lino Capolicchio

Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.

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Romolo Valli

La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol.  Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.

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Si parla dei campi di concentramento

Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.

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Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.

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Amici preoccupati

Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.

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L’ambigua Micol

Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.

Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico,  durata 95 min. – Italia 1970

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Il giardino dei Finzi Contini banner personaggi

Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto

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Regia:     Vittorio De Sica
Soggetto:     Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura:     Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore:     Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia:     Ennio Guarnieri
Montaggio:     Adriana Novelli
Musiche:     Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia:     Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi:     Antonio Randaccio


Incipit del romanzo

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

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“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970

“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”

Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970


“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”

“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”

“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”

“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”

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Dominique Sanda

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Bellissima, altera e aristocratica, un volto perfetto per il cinema. Dominique Varaigne , in arte Sanda, è stata una delle attrici più brave che la Francia abbia espresso; è comparsa in numerosi film d’autore, nei quali le è stato di fondamentale aiuto il possedere le doti elencate all’inizio. Nata a Parigi nel marzo del 1948, ha avuto la fortuna di essere notata da Robert Bresson, che l’ha lanciata come protagonista del film Une femme douce, uscito in Italia con il titolo Cosi bella così dolce. Il ruolo tormentato di Elle, la giovane donna che rifiuta di diventare un oggetto nelle mani del marito e che perciò sceglie il suicidio, la lancia immediatamente come attrice di talento; Dominique, Domino per i suoi amici, ha appena 20 anni, e alle spalle un matrimonio fallito dopo poco tempo.

Dominique Sanda Erste Liebe
Dominique Sanda nel film d’esordio, Cosi bella così dolce

Dominique si era sposata giovanissima, ad appena 16 anni, lasciando la sua ricca famiglia per vivere la sua vita. E’ proprio nel cinema che si realizzerà, girando oltre 50 film, molti dei quali con i registi più acclamati della storia del cinema.
L’esordio col botto può essere un boomerang, per una giovane donna inesperta: il cinema è spesso una palude, così come può accadere di fare scelte sbagliate che compromettono, da subito, carriere altrimenti destinate a diventare luminose. Infatti il film successivo, La notte dei fiori di Gian Vittorio Baldi, girato l’anno dopo, un thriller con venature parapsicologiche, è un film che si rivela un fiasco, e rischia di compromettere la sua carriera.

Dominique Sanda Aldilà del bene e del male
Nel film Aldilà del bene e del male, di Liliana Cavani

Ma la testarda Dominique insiste, e così raccoglie un grandissimo successo personale con Il conformista, di Bernardo Bertolucci, nel quale interpreta il tormentato ruolo di Anna Quadri, donna sentimentalmente instabile, moglie di un’antifascista che morirà in maniera tragica.
E’ sempre l’Italia a confermare la sua notorietà, grazie a registi che esaltano le sue eccezionali doti di bellezza unite a capacità recitative. Indimenticabile è il ruolo di Micol Finzi Contini nel film di Vittorio De Sica Il giardino dei Finzi Contini, splendida e raffinata elaborazione cinematografica del romanzo di Bassani.

Dominique Sanda Caboblanco
Dominique Sanda in Caboblanco

E’ ancora un ruolo tormentato, quello della bella e incomprensibile Micol, separata dal mondo dalla recinzione del giardino dei Finzi Contini, una famiglia ebrea ricchissima, che finirà inevitabilmente nei campi di concentramento, sorte che Micol condividerà. Donna fatale anche in Senza movente, splendido noir di Philippe Labrò, nel quale Dominique è Sandra, una donna ambigua apparentemente legata ad alcuni oscuri delitti.
E’ un’attrice affermata la Sanda, nel 1971;  ha interpretato pochi ruoli, ma in film importanti e sopratutto con grossi riscontri di critica e di pubblico.

Dominique Sanda Yo, la peor de todas
Yor la peor de todas

Nei successivi tre anni sarà sui set di film assolutamente importanti, come Gruppo di famiglia in un interno, di Luchino Visconti, anche se in un ruolo che non la vede nemmeno accreditata, in Il lupo della steppa, di Fred Haines, nel ruolo di Erminia, una prostituta saggia e intelligente, che salverà un intellettuale dal suicidio, nell’Agente speciale Mackintosh di John Houston, grande successo ai botteghini
Nel 1976 gira il film della vita, quel Novecento, di Bernardo Bertolucci considerato universalmente uno dei capolavori del cinema europeo; il ruolo di Ada Fiastri Paulhan , la moglie di Alfredo Berlinghieri, è veramente nelle sue corde. La donna tormentata, ancora una volta, che decide di lasciare il marito ritenendolo responsabile morale del non essersi opposto al fascismo resta una delle sue interpretazioni più belle e intense.

Dominique Sanda Il conformista

Fotogramma tratto da Il conformista, di Bertolucci

Così come una grande interpretazione è quella di Irene Carelli in Ferramonti nel film L’eredità Ferramonti, di Mauro Bolognini, ottimo affresco di fine secolo in cui Dominique tratteggia alla perfezione il ruolo di Irene, donna senza scrupoli che attraverso relazioni sentimentali con il cognato e il suocero riuscirà ad ereditare una fortuna, prima di perderla per il suicidio del cognato. Siamo nel 1976, Dominique Sanda, 28 enne, è una star a tutti gli effetti, un’attrice che garantisce con la sua presenza un valore aggiunto.

Dominique Sanda L'agente speciale McIntosh
Con Paul Newman in L’agente speciale MacKintosh

Liliana Cavani la sceglie per lo scabroso ruolo di Lou Andreas-Salomé nel suo film Aldilà del bene e del male, nel quale riesce a rendere un ritratto fortissimo della donna che si divise tra Friedrich Nietzsche e Paul Rée; e tre anni dopo, nel 1980, un altro ritratto indimenticabile, quello di Helene in Un dolce viaggio, splendido e poetico film di Michel Delville.

In un certo senso la Sanda esprime il meglio di se stessa proprio nel periodo tra il 1973 e il 1980; in seguito girerà altre ottime opere, ma meno affascinanti di quelle comprese in questo periodo. Tutto dipese anche dalla crisi che il cinema europeo ha attraversato per buona parte degli anni 80, quando molti maestri del cinema ridussero all’osso le loro regie, mentre vennero a mancare soggetti importanti e che valessero la pena di essere elaborati.

Dominique Sanda L'ultima odissea
L’ultima odissea

Dominique Sanda Poussière d'empirePoussière d’empire

Infatti nel 1980 troviamo Dominique Sanda impegnata a interpretare un ruolo molto distante da quelli a cui aveva abituato il suo pubblico; Capoblanco, girato con J. Lee Thompson, regista americano, al fianco di Charles Bronson, è un action movie appena sufficiente. Viceversa un ottimo lavoro è Storie di donne (Les ailes des colombes) per la regia di Benoît Jacquot, nel quale lavora la finaco di isabelle Huppert,di Michele Placido e di Jean Sorel. Tra il 1982 e il 1984 la Sanda rallenta le sue apparizioni sullo schermo; sono di questo periodo L’indiscretion, di Pierre Lary, al fianco di Jean Rochefort, Una camera in città, di Jacques Demy,Poussière d’empire (1983) ,distribuito in Italia come Polvere d’impero e infine Le matelot 512, diretto da René Allio, al fianco di Michel Piccoli.

Dominique Sanda Steppenwolf
Il lupo della steppa

Attratta da nuove esperienze, Dominique inizia a lavorare per la tv con opere come La naissance du jour, di Demy e nella produzione italiana Il treno di Lenin, di Damiano Damiani; ovviamente l’attrice francese non trascura il cinema, la sua vera passione. Al cinema la troviamo in Corps et biens (1986), opera di Benoît Jacquot tratto dal romanzo “Tendre femelle” di James Gunn, in Le lunghe ombre di Gianfranco Mingozzi e in Le mendiants, ancora una volta per la regia di Benoît Jacquot.

Dominique Sanda Un dolce viaggio
Dominique Sanda nello splendido Un dolce viaggio, di Delville

La costante della vita artistica di Dominique Sanda, quindi, resta sempre la stessa: scelta di copioni che abbiano ruoli consoni alle sue capacità interpretative, ma non solo; i film che accetta di girare devono essere di qualità. Infatti, caso più unico che raro, della Sanda non si conoscono pellicole dozzinali, girate e interpretate solo per la cassetta.
In Italia lavora ancora nell’ultimo film interpretato negli anni 80, In una notte di chiaro di luna, di Lina Wertmuller, al fianco di Peter O’Toole,Rutger Hauer, Faye Dunaway e Nastassja Kinski; il film, che affronta lo scottante tema della diffusione dell’Aids, nonostante l’ottimo cast, non ha un gran successo di pubblico, e passa abbastanza inosservato anche tra i critici, che lo snobbano.

Dominique Sanda L'eredità ferramonti

L’eredità Ferramonti

La ormai quarantunenne attrice francese passa così nuovamente ad un lavoro televisivo, Voglia di vivere, di Ludovico Gasperini, un buon successo in cui recita accanto a Thomas Milian. Al cinema, in questa sua nuova giovinezza cinematografica in Italia, interpreta Tolgo il disturbo, il bel film di Dino Risi, in cui è Carla, nuora del simpatico folle Augusto, film dal finale amaro, come del resto abitudine del grande regista.

Dominique Sanda 900,1
Novecento

Siamo negli anni novanta, e le apparizioni cinematografiche della Sanda si diradano, mentre crescono le sue apparizioni tv; nel 1991 lavora in Naissance d’un Golem, di Amos Gitai, film massacrato dalla critica, nel 1992 in Le vojage di Fernando E. Solanas,poi in Rosenemil , di Radu Gabrea e infine, sempre negli anni 90, in L’Affare Lucona, di Jack Gold e in Brennendes Herz di Peter Patzak. L’ultimo lavoro degli anni 90 è Garage Olimpo, di Marco bechis, un bel film in cui interpreta Diane, la madre di Maria Fabiani, un’attivista militante in una organizzazione clandestina che si oppone alla dittatura militare al governo in Argentina.

Dominique Sanda Le chanson de Roland
La chanson de Roland

Dominique Sanda Senza motivo apparente
Senza movente

Negli ultimi anni ha diradato moltissimo le sue apparizioni cinematografiche, apparendo in I fiumi di porpora, di Mathieu Kassovitz nei panni di Sorella Andree, in The Island of the Mapmaker’s Wife e infine in quello che attualmente è il suo ultimo lavoro, Suster N , per la regia di Viva Westi, film datato 2007.
Dominique Sanda, con la sua eleganza, la sua bellezza così fine e particolare, con le sue straordinarie doti drammatiche resta una delle attrici migliori espresse dal cinema francese, che pure è stato prodigo di autentici talenti.
Un’attrice completa, come ha dimostrato attraverso le sue selezionatissime apparizioni cinematografiche in una carriera ormai quarantennale.

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Dominique Sanda Une femme douce
Une femme douce

Dominique Sanda Les ailes de la colombe
Les ailes de la colombe

Dominique Sanda Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini

Dominique Sanda 900,2
Novecento

Dominique Sanda Albert Savarus

Albert Savarus

Dominique Sanda Grupo di famiglia in un interno

Gruppo di famiglia in un interno

Dominique Sanda-I, the Worst of All

I the worst of all

Dominique Sanda-The Crimson Rivers

The crimson rivers

Dominique Sanda Il decimo clandestino (TV Movie)

Il decimo clandestino

Dominique Sanda La notte dei fiori

La notte dei fiori

Dominique Sanda Le berceau de cristal

Le berceau de cristal

Dominique Sanda Le matelot 512

Le matelot

Dominique Sanda Le navire night

Le navire night

Dominique Sanda Les mendiants

Les mendiants

Dominique Sanda Story of a love story

Story of a love story

Dominique Sanda Tolgo il disturbo

Tolgo il disturbo

Dominique Sanda Une chambre en ville

Une chambre en ville

Dominique Sanda La notte dei fiori

La notte dei fiori

Dominique Sanda Un beau dimanche

Un beau dimanche

Dominique Sanda The Island of the Mapmaker's Wife

The Island of the Mapmaker’s Wife

Dominique Sanda Rosenemil

Rosenemil

Dominique Sanda Der grüne Heinrich

Der grüne Heinrich

Dominique Sanda Brennendes Herz

Brennendes Herz

Dominique Sanda Unser Kind soll leben

Unser kind sol leben

Dominique Sanda L'indiscretion

L’indiscretion

Dominique Sanda Warburg

Warburg

Dominique Sanda Ils n'avaient pas rendez-vous

Ils n’avaient pas rendez-vous

Dominique Sanda Il viaggio del terrore la vera storia dell'Achille Lauro

Il viaggio del terrore: la vera storia dell’Achille Lauro (TV Movie)

Dominique Sanda Il treno di Lenin

Il treno di Lenin

Dominique sanda banner filmografia

2014 Saint Laurent
2013 Un beau dimanche
2007 Suster N
2001 The Island of the Mapmaker’s Wife
2000 I fiumi di porpora
1999 Garage Olimpo
1996 Storia di un ufficiale di carriera (TV Movie)
1995 Brennendes Herz
1995 Giuseppe (TV Movie)
1994 Nobody’s Children (TV Movie)
1993 Intrigo in alto mare
1993 Rosenemil
1993 
1993 Albert Savarus (TV Movie)
1992 By Way of the Stars (TV Mini-Series)
1992 Warburg: A Man of Influence (TV Mini-Series)
1992 Il viaggio
1991 Naissance d’un Golem
1991 Non siamo soli (TV Mini-Series)
1991 Ils n’avaient pas rendez-vous (TV Movie)
1990 Voglia di vivere (TV Movie)
1990 Guerriers et captives
1990 Yo, la peor de todas
1990 Il viaggio del terrore: la vera storia dell’Achille Lauro (TV Movie)
1990 Tolgo il disturbo
1989 In una notte di chiaro di luna
1989 Il decimo clandestino (TV Movie)
1988 Il treno di Lenin (TV Movie)
1988 Les mendiants
1987 Le lunghe ombre
1986 Corps et biens
1984 Le matelot 512
1983 Poussière d’empire
1982 Una camera in città
1982 L’indiscrétion
1981 Storia di donne
1980 La naissance du jour (TV Movie)
1980 Caboblanco
1980 Un dolce viaggio
1979 Le navire Night
1978 La chanson de Roland
1978 Utopia
1977 Al di là del bene e del male
1977 L’ultima odissea
1976 L’eredità Ferramonti
1976 Novecento
1976 Le berceau de cristal
1974 Il lupo della steppa
1974 Gruppo di famiglia in un interno
1973 L’agente speciale Mackintosh
1973 Questo impossibile oggetto
1972 La notte dei fiori
1971 Senza movente
1970 Il giardino dei Finzi Contini
1970 Erste Liebe
1970 Il conformista
1969 Così bella così dolce

Novecento

Novecento locandina 1

Un gigantesco affresco, che copre quasi 50 anni della storia italiana, dal 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, con la liberazione dal fascismo.

Questo è Novecento, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema italiano, uno dei primi cinque, senza dubbio.Un’opera corale, che racconta attraverso le vite di Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e nipote di Alfredo, grande proprietario terriero dell’Emilia e Olmo Dalcò, figlio di Rosina e di nessun padre, o di cento, racconta dicevo le loro vite ma sopratutto racconta la miseria e le difficoltà di vita dei contadini agli inizi del secolo, le sperequazioni, le prime lotte operaie e le prime rivendicazioni sindacali, insomma tutto il contesto storico politico dell’Italia pre fascista.

Novecento 1Burt Lancaster è il  Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero

Novecento 2

Una storia che inizia appunto con l’amicizia impossibile tra il ricco Alfredo e il contadino Olmo, i loro sogni e le loro vite parallele ma inevitabilmente e indissolubilmente legate , i loro amori, le loro delusioni.

In mezzo, tante vite parallele e contingenti: quella di Alfredo Berlinghieri , l’uomo che da il via alla saga, duro ma giusto, ricco ma rispettoso dei sacrifici dei suoi contadini. Quella di Giovanni, figlio minore di Alfredo , bramoso di ricchezza, assolutamente contrario a qualsiasi concessione ai contadini di una parvenza di dignità, quella di Attila Melanchini, il fattore crudele, bieco, come l’ideologia che finirà per rappresentare.

Novecento bRomolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo

Novecento cRoberto Maccari è Olmo da ragazzo

Sono solo alcuni dei personaggi che si muovono nel film, i più rappresentativi, ma che si collegano ad altri ugualmente importanti in una storia che li coinvolge tutti, comparse o protagonisti di primo piano di una tragedia, che allo stesso tempo è semplicemente la semplice vita di gente che si è trovata a vivere un’epoca di grandi cambiamenti storico politici.

Così prendono vita personaggi sullo sfondo di uno scenario grandioso, come Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo, giovane idealista innamorata del marito, che però lascerà incolpandolo di essere indifferente di fronte alla brutalità del fascismo, o come quello di Anita Furlan, moglie di Olmo donna istruita, una rarità per la civiltà contadina dell’epoca, che dedica il suo tempo all’istruzione dei piccoli, ma anche dei grandi, che cerca di spiegare ai contadini, che accettare supinamente il volere dei padroni significa consegnarsi allo sfruttamento e all’ignoranza.

Novecento dStefania Sandrelli è Anita, Gerard Depardieu è Olmo

Novecento eAl centro, Robert De Niro è Alfredo

Ci sono poi i personaggi negativi, cattivi in assoluto, incapaci del minimo senso di umanità, vere e proprie Erinni, come Regina, figlia di Amelia , sorella di Eleonora moglie di Giovanni, il padre di Alfredo e quindi sua cugina, vittima ma anche complice dello spietato e abietto Attila, del quale diverrà complice nei più odiosi delitti.

Tanti personaggi, legati l’un l’altro da vincoli di parentela, di amicizia , di semplice conoscenza, che si muovono in quel mondo rurale primitivo, che vive a contatto della natura, che segue l’evolversi delle stagioni, retto da un’ordine quasi feudale, con il ricco destinato ad una vita facile e il povero costretto secolarmente a vivere solo di quel poco che la terra da lui lavorata produce.

Novecento 8Stefania Casini è Neve, la lavandaia

Novecento 0

Bertolucci intreccia tutte queste vite, creando, attraverso 320 minuti di gran cinema, una storia potente come poche, magnificamente illustrata da una fotografia che sembra seguire l’alternanza delle stagioni; ma l’indubbio talento, il saper dirigere con mano svelta, l’aiuto di una sceneggiatura di prim’ordine, a cui collaborarono lo stesso Bernardo, suo fratello Giuseppe e Franco Arcalli, da soli non sarebbero bastati se lo stesso regista non avesse scelto un cast assolutamente straordinario per mettere in scena una rappresentazione credibile.

Novecento 9

Novecento 11Dominique Sanda è Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo

Così sceglie con acume e affida il compito più difficile, quello di interpretare Alfredo e Olmo, a un giovane Robert De Niro e a Gerard Depardieu. I due lavorano talmente bene che ben presto i personaggi che interpretano divenatno, per lo spettatore, quasi dei volti amici. Si parteggia per loro e si arriva ad odiare i perfidi Attila e Regina, due splendidi attori come Donald Sutherland e Laura Betti.

Novecento hLaura Betti è Regina, figlia di Amelia

Novecento iDonald Sutherland è Attila Melanchini, il fattore

Accanto a loro Burt Lancaster e Sterlin Hayden, credibilissimo nel ruolo del contadino dei Berlinghieri, Leo Dalcò, il bravissimo Romolo Valli nel ruolo di Giovanni e Alida Valli Stefania Sandrelli, la maestrina che sposerà Olmo e la bellissima, seducente Dominique Sanda, Ada, la moglie di Alfredo. Un cast strepitoso,; così come di grandissimo livello è la fotografia di Storaro.Alla fine, dopo oltre 5 ore di film, si resta con il rimpianto che tutto sia finito con quella scena finale dei due amici che, ormai anziani, continuano a litigare come quando erano bambini.

Novecento, un film di Bernardo Bertolucci. Con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, José Quaglio, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Romolo Valli, Alida Valli, Stefania Casini, Francesca Bertini, Paul Branco, Anna Maria Gherardi, Paolo Pavesi, Tiziana Senatore, Liu Biosizio, Roberto Maccanti, Allen Midgette, Laura Betti, Ellen Schwiers, Maria Monti, Antonio Piovanelli, Anna Henkel, Werner Bruhns, Giacomo Rizzo  Drammatico, durata 315 min. – Italia 1976.

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Novecento banner protagonisti

Robert De Niro: Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e Eleonora
Gérard Depardieu: Olmo Dalcò, figlio di Rosina
Burt Lancaster: Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Donald Sutherland: Attila Melanchini, il fattore
Dominique Sanda: Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Alida Valli: Ida Cantarelli Pioppi
Sterling Hayden: Leo Dalcò, contadino dei Berlinghieri
Stefania Sandrelli: Anita Furlan, moglie di Olmo
Werner Bruhns: Ottavio, figlio maggiore di Alfredo
Laura Betti: Regina, figlia di Amelia
Ellen Schwiers: Amelia, sorella di Eleonora
Anna Henkel: Anita, figlia di Olmo
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Stefania Casini: Neve, la lavandaia
Francesca Bertini: Suor Desolata, sorella di Alfredo
Anna Maria Gherardi: Eleonora, moglie di Giovanni
Paolo Pavesi: Alfredo da ragazzo
Tiziana Senatore: Regina da bambina
Paulo Branco: Orso, figlio maggiore di Leo
Giacomo Rizzo: Rigoletto, il servo gobbo
Antonio Piovanelli: Turo Dalcò
Liù Bosisio: Nella Dalcò
Maria Monti: Rosina Dalcò, nuora di Leo
Roberto Maccari: Olmo da ragazzo
José Quaglio: Aranzini, un proprietario
Pippo Campanini: Don Tarcisio
Patrizia De Clara: Stella
Fabio Garriba: Contadino all’esecuzione di Attila
Sergio Serafini: Un giovane fascista
Carlotta Barilli: Una contadina
Allen Midgette: Vagabondo che scagiona Olmo
Odoardo Dall’Aglio: Oreste Dalcò
Salvatore Mureddu: Capo delle guardie rege
Catherine Kosac: Tondine
Mimmo Poli: Fascista alla riunione in chiesa
Clara Colosimo: La donna che accusa Olmo
Angelo Pellegrino: Il sarto
Pietro Longari Ponzoni: Pioppi

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Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Sceneggiatura Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati, Les Productions Artistes Associees, Artemis Film
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali Bruno Battistelli, Luciano Byrd
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maria Paola Maino, Gianni Quaranta, Ezio Frigerio
Costumi Gitt Magrini
Trucco Paolo Borselli, Iole Cecchini, Giannetto De Rossi, Fabrizio Sforza, Maurizio Trani

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Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli: li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi. Così hanno inventato la guerra , ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…ma chi paga siamo sempre noi.

Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Dei contadini ce n’è bisogno, se no la terra va in malora. Ma il padrone? A cosa serve il padrone?

Ada Fiastri Paulhan, la moglie di Alfredo (Dominique Sanda) e Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Mio padre ha disegnato la testa del re sui biglietti da dieci: così abbiamo sempre vissuto tra i soldi senza mai averne. Sono orfana. Tre anni fa i miei ebbero la bella idea di organizzare una spedizione alpinistica per milionari e sono scomparsi in un crepaccio sul Monte Bianco. Morti com’erano vissuti: al di sopra dei loro mezzi

Anita Foschi (Stefania Sandrelli)
Donne, l’avete sentito il padrone? La colpa è dei nostri uomini perché sono andati in guerra a farsi accoppare. La colpa è dei braccianti perché non solo lavorano, ma vogliono anche farsi pagare. La colpa è tutta nostra, che abbiamo fame, e ci viene il gozzo e la pellagra. Ed è ancora colpa nostra se ci muoiono due figli su tre. Al padrone gli va ancora bene se prendiamo un po’ del nostro grano e gli lasciamo il resto, per il momento.

Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
Dalcò Olmo! Olmo, adesso che sei grande..vieni avanti! Ricordati questo: imparerai a leggere e a scrivere, ma resterai sempre Dalcò Olmo, figlio di paesani, andrai a fare il soldato, girerai il mondo, e dovrai anche imparare ad ubbidire, prenderai moglie, eh? ..E faticherai per tirare su i figli… Ma cosa resterai sempre?
Dalcò Olmo!
Dalcò Olmo, paesano! Avete sentito? Niente preti in questa casa.

Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Quando la festa sta per finire, di’ che sono morto. Digli che sono morto, ma che continuino a ballare.

Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Forse la verità è che quando un uomo non fa niente per tutta la vita, ha troppo tempo per pensare.

Novecento banner recensioniL’opinione del Morandini

Atto I: in una fattoria dell’Emilia crescono insieme Olmo, figlio di contadini, e Alfredo, erede del padrone, nati nello stesso giorno del 1900. Dopo i primi scioperi nei campi e la guerra 1915-18, il fascismo agrario dà una mano ai padroni. I due giovani si sposano. Atto II: negli anni ’30 le strade di Olmo e Alfredo si separano. Il primo, vedovo, fa il norcino e continua la lotta; il secondo si rinchiude nel privato. Il 25 aprile 1945 si processano i padroni, e i due si ricongiungono. Fondato sulla dialettica dei contrari: è un film sulla lotta di classe in chiave antipadronale finanziato con dollari americani; cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico (più un risvolto finale da film-balletto cinese); è un melodramma politico in bilico tra Marx e Freud che attinge a Verdi, al romanzo dell’Ottocento, al mélo hollywoodiano degli anni ’50. Senza evitare i rischi della ridondanza, Bertolucci gioca le sue carte sui due versanti del racconto.
L’opinione di Tony Montana dal sito http://www.mymovies.com

Al ritiro del premio Oscar al miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione del boss mafioso Don Vito Corleone, Robert De Niro, non è presente. Corre l’anno 1974, e il giovane attore italoamericano, fra la lavorazione del secondo episodio de Il padrino e quella di un altro capolavoro del cinema, Taxi Driver si pone un film più impegnativo, serio e difficile, ovvero 1900, del regista Bernardo Bertolucci, appena uscito dallo scandalo di Ultimo tango a Parigi con un magistrale Marlon Brando nei panni di un uomo di mezza età sessualmente frustrato. Le riprese di Novecento avvennero in Emilia Romagna, nello stesso periodo in cui Pier Paolo Pasolini stava girando Salò e le 120 giornate di Sodoma. L’impresa di Bertolucci era colossale, difficilissima, a tratti umanamente impossibile, centrata sul tentativo di raccontare cinquant’anni di storia italiana vista con gli occhi di due uomini, uno, Alfredo ( De Niro ), figlio di ricchi proprietari terrieri, e l’altro, Olmo ( Depardieu ), umile contadino, partigiano e infine liberatore comunista dei contadini. Il film, originariamente pensato per la televisione, raggiunse infine una durata eccessiva di oltre cinque ore e venti, proiettato in America in versione ridotta a tre ore e mezza e non ben accolto, e in Italia diviso di due puntate da due ore e quaranta ciascuna, con enormi consensi da parte di critica e pubblico. Il cast rende ancora più ambizioso il film, a parte Depardieu e De Niro si contano Stefania Sandrelli, Alida Valli, Donald Sutherland, Dominique Sanda e altri. I vari contrasti con il regista e la troupe, portarono De Niro ad una recitazione media, che gli impedì di mostrare le sue doti attoriali al massimo livello. Caso diverso per Depardieu che si dimostra un’autentica rivelazione e firma così una delle migliori performance della sua carriera. Il film, in tutta la sua complessiva lunghezza, riesce tuttavia ad essere di grande e incisivo impatto. La trama, come già detto, ripercorre i primi cinquant’anni italiani del Novecento, raccontando le lotte proletarie, la Grande Guerra, il ventennio e la violenza fascista, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza e la Liberazione. A questa trama complessa si intrecciano anche le storie personali dei personaggi a cui si legano anche le loro storie d’amore tra Olmo e Anita, Alfredo e la bellissima Ada, la perversa passione fra la cugina di Alfredo, Regina e il diabolico squadrista Attila, oltre che l’amore-odio fra i due protagonisti. Oltre che la lunghezza – però non si poteva raccontare una storia come questa senza sfiorare la durata da kolossal -, il film è ricordato per picchi di regia di altissimo livello, e le scene da antologia, come il ballo di Dominique Sanda che si finge cieca, il lavoro dei contadini, oppure il lunghissimo processo finale ( 15 minuti di pellicola! ), passando per scene emotivamente più cruente che fecero scattare l’occhio vigile della censura come quella in cui il fascista Attila, dopo aver violentato un bambino, lo scaraventa contro un muro spezzandogli la testa, la scena in cui il medesimo personaggio fa strage dei comunisti sotto una pioggia fangosa, passando per la scena quasi pasoliniana, in cui Depardieu e De Niro vengono masturbati da una prostituta epilettica, senza alcuna censura visiva oltre ad altre scene di violenza. Tutto il film è un affresco grandioso. Straordinario uso delle stagioni che accompagnano gli eventi storici in parallelo alle stagioni della vita: inverno, pioggia e gelo nel periodo del fascismo più torbido e ostile con i protagonisti in balìa dei problemi della vita adulta e una primavera solare e rigogliosa nel giorno della sospirata liberazione così come per la loro infanzia, e la colonna sonora di Ennio Morricone che con tratti da melodramma verdiano sottolinea i passaggi più drammatici della sceneggiatura, permette a Bertolucci di tratteggiare un film unico e per certi versi straordinario. Si rivela con forza espressiva il gusto del regista per l’immagine filmata su modello di opere pittoriche. Il fascismo per Bertolucci è la violenza al servizio dei padroni, una bestia feroce al guinzaglio della borghesia o -meglio ancora usando le parole con cui Regina presenta Attila -: “il cane da guardia” del padronato. Uno degli ultimi fuochi del cinema italiano che conta, troverà pochi anni dopo il suo doppio speculare nell’Albero degli zoccoli di Olmi. Lunghissimo (ma non poteva essere altrimenti), vale soprattutto per i momenti in cui racconta la storia attraverso la collettività; nei momenti intimi tende più al Bertolucci decadente, forse morboso, certamente borghesissimo. Oltre che grande rievocazione storica, comunque, è anche un ottimo esempio di come il cinema possa descrivere il suo tempo: nelle cornici iniziali e finali, se guardate con attenzione, si trovano tutti gli anni Settanta, e forse il finale conciliatorio è spiaciuto per questo. Al di là del discorso ideologico, c’è il miracoloso equilibrio tra la ricchezza spettacolare e quella ideologica, con buona pace di quelli che credono invano di capire qualcosa di cinema e poi si liquefanno per Fulci.
L’opinione di bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.A mio parere mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro qui la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato nel sentiero tracciato dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.L’ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro,una lotta senza quartiere il cui esito sarà una sconfitta per tutti.Ma qui proprio per affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva a essere didascalico.Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina(Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo(e volontà) di redenzione.Dopo l’ideologia nel finale si apre al sogno,al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d’oro del muto.Comunque sia l’atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è per rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.L’Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti.

“Metafora d’un mezzo secolo, con cui Bertolucci esercita il diritto di trasfigurare in visione l’idea che a torto o a ragione se ne è fatta, non importa molto se ‘Novecento’ è meno fedele alla storia di quanto si potrebbe pretendere da un documentario. Preme invece che abbia una sua tenuta fantastica, una sua magnificenza di romanzo fiume per immagini, una potenza di chiaroscuro che esprime la drammaticità degli eventi, e sia pure melodrammaticità, vista la destinazione popolare dell’opera.” (Giovanni Grazzini – Cinema ’76).”Gratificato di un budget favoloso (10 miliardi, si dice), questo film-fiume si presenta con l’appariscenza di risultati tecnici proporzionali all’accolta di interpreti e di specialisti dei vari rami: la fotografia, l’interpretazione, l’ambientazione, la musica, e così via, sono perciò di notevole livello. Ciò nonostante, prescindendo dalle carenze tematiche, si ha l’impressione che la colossale impresa ecceda di molte ore le sue possibilità di presa. Infatti, se efficaci risultano alcune pagine di pittura villereccia o di spaccato borghese, la reiterazione delle stessa sa di pleonasmo, di didatticismo ad oltranza, di sproloquio comiziale e persino di furbizia commerciale. Assai più deludente, poi, è l’esame contenutistico dell’opera che, in definitiva, riteniamo mancare a qualsiasi ipotetico obiettivo per totale mancanza di equilibrio. Se vuol essere soltanto la descrizione del mondo contadino della Bassa Emilia, lo coglie nelle deteriori manifestazioni di un folklore rude e sboccato; ma lo trascura nelle ricchezze di genuinità, genorosità, spessore umano e pudore. (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 82, 1977)”Un film di rilievo, ma non riuscito. Un film dove ci sono delle pagine molto belle, di un lirismo e di un’umanità singolari ma dove, nel contempo, non si sente l’empito della sinfonia nibelungica, l’assieme armonico di un tessuto narrativo corale, senza sbavature”. 

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