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Il seme dell’uomo

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Uomini, donne e bambini dagli sguardi tristi sfilano sullo schermo di un bianco e nero abbacinante.
Poi, fulmineamente, tutto cambia.
Una ragazza eterea, che stringe tra le braccia un pupazzo dagli occhi chiusi,annuncia da quella che scopriremo essere una rete tv,
che “un segnale di questo colore (un giallo smunto ndr.) significa che la zona è infetta. Giallo uguale peste”
La scena cambia.Siamo in un autogrill,tutti mangiano,silenziosi e indifferenti,l’unica a mostrare qualche segno di reazione è una ragazza,che siede ad un tavolo con un giovane.
Quasi guardassimo un quadro di Hopper ,con figure inanimate,immobili o comunque scarsamente reattive,veniamo introdotti in un film distruttivo,nichilista,un autentico colpo di maglio alla speranza e all’umanità,alla gioia e al futuro.

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Il seme dell’uomo è il film più duro e senza mediazioni di Marco Ferreri; se si guarda ai vari messaggi,spesso simbolistici contenuti in quest’opera,datata 1969,ci si rende conto del messaggio dirompente lanciato da Ferreri in un momento storico davvero particolare.
I temi toccati sono diversi, e vanno dalla critica ferocissima alla società dei consumi all’inutilità del dialogo fra sessi alla stessa mancanza di utile per il frutto dell’amore fra uomo e donna,la progenie.
Un film di siffatta specie non poteva passare inosservato e difatti sollevò un vespaio di critiche.
Ma ancora una volta,come spesso accaduto con opere controverse,i critici più spietati non capirono la forza dirompente del messaggio in bottiglia lanciato da Ferreri;fermandosi all’epidermide,si limitarono a massacrare una filosofia nichilista a loro modo di vedere ripugnante.
Eppure sarebbe bastato guardare il film con gli occhi della mente,lasciarsi condurre nel viaggio senza speranza di Ferreri per capire che i temi anticipati dal geniale regista erano anche un campanello d’allarme,doloroso e al tempo stesso necessario.
Tornando alla descrizione del film,mentre la gente è intenta a mangiare,sullo schermo si vedono immagini di distruzione,che una lugubre voce commenta anticipando quello che da li a poco accadrà realmente.

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Ancora bianco nero,ancora angoscia mescolata al gelido colore.
I due giovani,a bordo di una splendida dune buggy entrano in una galleria,mentre attorno c’è un trionfo di colori e mentre una canzoncina li accompagna;quando usciranno nulla sarà come prima.
Un autobus disseminato di morti,tutti bambini,da le dimensioni di quello che è stato annunciato dalla Tv; non c’è stato tempo di vedere nulla,quasi che i due compagni di viaggio avessero imboccato un tunnel temporale,spettatori e protagonisti si trovano catapultati in un mondo diametralmente opposto a quello conosciuto.
Inizia un viaggio angoscioso,ben diverso da quello quasi idilliaco di pochi minuti prima.
I due si rifugiano in una casupola in riva al mare;non hanno ben capito cosa è successo al mondo conosciuto,ma confusamente immaginano,grazie anche alla tv che ossessivamente mostra immagini di distruzione,che nulla è più come prima.
I contatti con l’umanità superstite si limitano a persone che casualmente capitano nel loro rifugio;ma a sconvolgere l’equilibrio tra i due è una misteriosa straniera che il giovane incontra vicino una balena spiaggiata.
Con lei ha un rapporto sessuale,che porta la compagna ad ucciderla.
Ritornati ad essere soli,tra i due iniziano ad emergere problemi esistenziali.
Lui vorrebbe avere un figlio,dare una speranza all’umanità,lei no.
Sarà con l’inganno che il giovane riuscirà a metterla incinta.

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Il seme dell’uomo è germogliato.Ho seminato.Tutti i figli.I figli dei figli.Diecimila milioni di figli.“,urla il giovane.
Ma una beffarda esplosione cancella le sue grida di gioia…
Opera complessa,allegorica,carica di simboli non sempre di facile decrittazione e lettura,Il seme dell’uomo ha tantissimo fascino ma è anche
molto disuguale.
Ad una prima parte affascinante per il rigore con cui è girata se ne aggiunge una seconda che si avvita su se stessa,con l’arrivo di uno strano personaggio con il suo gruppo che propone delle unioni sessuali per ripopolare il mondo,mentre la terza,scandita dall’arrivo della misteriosa straniera uccisa a bastonate dalla ragazza è sicuramente quella più riuscita e disperata,
perchè introduce ad un finale beffardo che culmina con l’esplosione che cancella le risa del giovane e la disperazione della donna.
In mezzo anche la difficoltà di comunicazione tra i due sessi,lui che esprime comunque fiducia e voglia di andare avanti mentre lei è quasi rassegnata ad una fine inevitabile,e molto altro ancora, con immagini allegoriche come la balena spiaggiata,i vari simboli della società del consumismo sparsi qua e là (il mangiadischi,la macchina per scrivere ecc.) tanti pregi,qualche difetto.

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Il linguaggio meta cinematografico di Ferreri colpisce nel segno,e questo è quanto il regista si proponeva.
I totem della civiltà dei consumi,votati all’annientamento sono tra i principali bersagli di tutta la cinematografia del regista.
Che in seguito diverrà più complesso e strutturato in maniera dissimile.
Il seme dell’uomo non raggiunge la cupezza stilistica,la cattiveria e la rigorosità di Dillinger è morto ma è opera degna di rilievo.
Unico grande neo la recitazione; assolutamente inadeguato,anzi,da dimenticare l’inespressivo e quasi tonto (cinematograficamente parlando) Marco Margine,con una barba da sacerdote francescano che ne amplifica l’assoluta incapacità attoriale,mentre sufficiente è Anne Wiazemsky,reduce da altri film di grande spessore come Au hasard Balthazar di Bresson,Teorema e Porcile di Pasolini.
Di ben altro calibro è Annie Girardot,che spicca tra gli attori come una rosa nel deserto.
Bella la fotografia;vi segnalo la presenza del film su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=dDksTQcc6kk&t=3382s
in una versione digitale molto curata.

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Il seme dell’uomo

Un film di Marco Ferreri. Con Annie Girardot, Anne Wiazemsky, Marco Margine, Marco Ferreri, Angela Pagano,
Rada Rassimov, Mario Bagnato, Milvia Frosini, Maria Teresa Piaggio, Adriano Aprà, Vittorio Armentano, Sergio Giussani,
Luciano Odorisio Drammatico, durata 113 min. – Italia 1969

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Anne Wiazemsky: Dora
Marco Margine: Cino
Annie Girardot: donna straniera
Rada Rassimov: la donna bionda a seguito del Maggiore
Maria Teresa Piaggio: la donna riccia a seguito del Maggiore
Milvia Frosini: il prete
Angela Pagano:
Adriano Aprà: il giornalista televisivo
Mario Vulpiani: il maggiore elicotterista
Vittorio Armentano: il tecnico/scienziato bruno
Sergio Gussani:l’elicotterista con la bottiglia di whisky
Mario Bagnato:il militare spagnolo
Luciano Odorisio:il tecnico/scienziato biondo

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Regia Marco Ferreri
Soggetto Marco Ferreri
Sceneggiatura Marco Ferreri e Sergio Bazzini
Casa di produzione Polifilm
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Enzo Micarelli
Musiche Teo Usuelli, Richard Teitelbaum
Scenografia Luciana Vedovelli Levi
Costumi Lina Nerli Taviani
Trucco Alfonso Gola

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Il Dvd del film è disponibile online anche su IBS dal 4 dicembre 2012
Produzione CG Entertainment
Formato digitale video PAL – Area 2
9 Singola faccia, doppio strato
Formato schermo: 1,66:1
Lingua italiano, Dolby Digital 2.0 – stereo
Prezzo: 6,49 euro

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gennaio 3, 2017 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Fatevi vivi, la polizia non interverrà

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Luisa Bonsanti, figlia di un ingegnere, viene rapita sotto gli occhi della prostituta Marisa e di alcuni involontari passanti
L’ingegner Bonsanti informa del rapimento il commissario Caprile mentre la banda che ha rapito la piccola Luisa, che risponde agli ordini dell’uomo che è dietro al sequestro chiamato il Maestro discute sull’entità del riscatto da chiedere per la liberazione della stessa Luisa.
La polizia non ha altra pista se non quella di Marisa, l’unica fonte attendibile per capire chi si nasconda dietro il rapimento.

Così, in attesa di una telefonata da parte dei rapitori, la polizia perde tempo inutilmente in quanto la donna sembra essere del tutto all’oscuro non avendo potuto vedere i rapitori, coperti da cappucci.
Il commissario Caprice ha dei sospetti sul più importante mafioso della zona, Don Francesco, che però si dichiara completamente estraneo alla faccenda: l’uomo infatti, pur non potendo escludere la partecipazione di qualche suo uomo all’azione criminale, dichiara con forza di avere un codice morale che gli impedisce di utilizzare donne e bambini come vittime di sequestri o di atti criminosi.
Ed è proprio il mafioso a individuare, dopo una serie di avvenimenti, il luogo dove il misterioso maestro ha posto la sua base operativa; Don Francesco uccide il maestro e dopo aver liberato la piccola Luisa fornisce anche le indicazioni per ritrovare i soldi del riscatto.

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Fatevi vivi la polizia non interverrà è un poliziesco girato nel 1974 da Giovanni Fago, qui al suo primo (ed anche unico) poliziesco dopo aver girato tre western, il più famoso dei quali O Cangaçeiro (1970) interpretato da Thomas Milian aveva ottenuto un buon riscontro al box office.
Il film non ha particolari motivi di interesse, essendo un poliziesco abbastanza tradizionale, uno dei tanti prodotti del genere che affollarono le sale cinematografiche nella parte centrale degli anni settanta.
Ha però dalla sua l’ambizione di radiografare uno dei temi più scottanti della cronaca nera dell’epoca, ovvero la piaga dei sequestri di persona, utilizzando questa volta la novità del sequestro di una bambina.
L’indagine socio politica sulla storia, l’intreccio tra malavita e forze dell’ordine e altri possibili sviluppi della tematica restano però delle pie illusioni, in quanto il film non si scosta mai da una certa banalità di fondo, che si registra sopratutto nei dialoghi evidentemente artefatti e superficiali.

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Però il film ha dalla sua qualche buona iniziativa, ha una buona fotografia e un certo senso del ritmo e sopratutto vede tra i protagonisti un ottimo cast di attori sicuramente espressivi.
Pur non scendendo mai sul terreno della denuncia e non approfondendo mai la tematica del rapimento come espressione del disagio sociale degli anni di piombo, il film ha un suo decoro e quanto meno ha un buon ritmo e sopratutto non scende mai sul terreno della bassa macelleria, uno degli espedienti più usati nel genere poliziesco.
Come dicevo, il film ha un cast di ottimo livello che include il qui legnoso Henry Silva (il commissario Caprice), generalmente utilizzato come cattivo in molte produzioni e questa volta nei panni del commissario intelligente, acuto; Philippe Leroy, sempre moderato ed elegante nei panni del Maestro, deux ex machina organizzatore del rapimento,Gabriele Ferzetti, il mafioso dal rigido codice morale e le due presenze femminili, Lia Tanzi e Rada Rassimov, la prima nei panni della prostituta Marisa e la seconda in quelli di Marta.

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Fago dirige un film tutto sommato godibile, senza grossi scatti ma anche senza vistose cadute di tensione.
Nessuna indicazione, purtroppo, su siti che permettano una visione in streaming del film; unica possibilità, il download del film, rigorosamente in lingua inglese, al link http://k2s.cc/file/2f2b1878fa5dc/Ki74nap.rar
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Un film di Giovanni Fago. Con Henry Silva,Gabriele Ferzetti, Rada Rassimov, Philippe Leroy, Loris Bazzocchi,Pino Ferrara, Renato Pinciroli, Calisto Calisti, Bruno Boschetti, Luciano Bartoli, Rosita Torosh, Gianfranco Barra, Omero Antonutti, Lia Tanzi, Armando Brancia, Fausta Avelli, Franco Diogene Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

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Fatevi vivi la polizia non interverrà banner protagonisti

Henry Silva: Commissario Caprile
Rada Rassimov: Marta
Philippe Leroy: il professore
Gabriele Ferzetti: Frank Salvatore
Franco Diogene: Nino
Lia Tanzi: Marisa
Calisto Calisti: mafioso
Marco Bonetti: rapitore
Pino Ferrara: Mercuri
Armando Brancia: avvocato
Loris Bazzocchi: mafioso
Paul Muller: Jimmy
Fausta Avelli: Luisa Barsanti
Luciano Bartoli: Pino

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Regia Giovanni Fago
Sceneggiatura Adriano Bolzoni, Giovanni Fago
Musiche: Piero Piccioni
Montaggio:Alberto Gallitti
Fotografia:Roberto Gerardi
Casa di produzione Produzioni Associate Delphos

 Fatevi vivi la polizia non interverrà banner recensioni

L’opinione del sito http://www.pollanetsquad.it

“Nonostante il titolo, il nuovo film di Giovanni Fago non si allinea pedissequamente dietro gli ormai tanti dedicati alla polizia italiana con non sempre chiare moralità politiche. “Fatevi vivi la polizia non interverrà” ha ambizioni sensibilmente maggiori del consueto, se non altro perché cerca di armonizzare due temi: da un lato la radiografia di un kidnapping; dall’altro un’indagine sui rapporti tra legge e mafia. Ciò detto, va anche subito aggiunto che tali ambizioni rimangono campate in aria, più annunciate che realizzate. Ma resta almeno al film un certo sapore di denuncia non velleitaria né qualunquista. E gli argomenti sfiorati hanno pur sempre il pregio di una drammatica attualità. […] Fago ha narrato in modo sufficientemente interessante pur se, tra le molte fila dell’intreccio, non sempre ha scelto e seguito le più significative, preferendo anzi spesso le più facili e spettacolari: col risultato di dover poi colmare certi vuoti psicologici mediante didascaliche battute che alla lunga non salvano i personaggi da una fondamentale banalità. […] “

L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Il “maestro” (Philippe Leroy) dispone il sequestro della figlia di un ingegnere, convogliando le indagini della polizia – guidata da un monocorde Henry Silva – sulla banda capeggiata da Frank Salvatore (Gabriele Ferzetti). Confuso poliziesco maldiretto da un cineasta attivo su altri fronti: melodrammi (Il maestro di violino) e spaghetti western di terz’ultima generazione (Per 100.000 dollari t’ammazzo). Il film azzarda un sottotesto tipico dei tardo-polizieschi, ovvero la collaborazione tra le forze dell’ordine e alcune frange della malavita. Cast notevole, ma mal gestito.

L’opinione di Gestarsh99 dal sito http://www.davinotti.com

Gli echi di Milano odia risuonano ai confini svizzeri in più punti: il rapimento della pargola di famiglia abbiente; la gang di cani sciolti invisi alla malavita locale; il barcone-rifugio nascosto in un anfratto lacustre; il “colombesco” Henry Silva, stavolta passivissimo. Fago se la prende molto comoda, con l’azione ben chiusa in un cassetto e nonostante gli eventi di sangue stila un dramma poliziesco dai toni pacati e sereni. Pellicola semplicissima, di innocente linearità: non annoia e scivola via pacifica tra ampi interni lussuosi, eleganti facciate architettoniche e gli splendidi scorci naturali comensi.

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aprile 16, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Il gatto a nove code

Franco, un appassionato di enigmistica, sta passeggiando con la nipotina davanti ad un istituto nel quale si svolgono ricerche avanzate sulla genetica; casualmente capta una strana conversazione tra due uomini.

Nel frattempo,qualcuno si introduce nell’istituto, e ruba alcune ricerche molto importanti. Uno dei collaboratori dell’istituto finisce ucciso sotto un treno; è l’inizio di una serie di delitti, sul quale indagano Franco (che è cieco) e un giornalista a caccia di servizi sensazionali, che fiuta il colpo grosso.

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Karl Malden è Franco Arno

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I due arrivano ad una conclusione comune: i delitti sono in qualche modo legati al direttore dell’istituto di ricerca e a sua figlia,una ragazza strana ,Anna, che avrà una breve relazione con il giornalista, rischiando anch’essa la morte.

La soluzione è legata ad un medaglione,che la donna della prima vittima porta al collo; il giornalista arriverà così appena in tempo a scoprire la verità.

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Il gatto a nove code arriva dopo il successo del primo thriller di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo; è un thriller assolutamente canonico, con un assassino, insospettabile, una serie di omicidi apparentemente senza legami, e un’indagine risolta proprio dai due dilettanti, l’enigmista cieco e il giornalista a caccia di scoop.

Nel film compaiono Catherine Spaak, brava nel ruolo di Anna, Cinzia De Carolis, la nipotina di Franco, un ottimo Karl Malden nel ruolo di Franco, il cieco, James Franciscus che interpreta Carlo, il giornalista e il grande Tino Carraro, nel ruolo del padre di Anna, direttore dell’istituto di ricerca.

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Nel cast ci sono anche Aldo Reggiani e Pier Paolo Capponi.

Alcune scene di Il gatto a nove code sono oggi considerate dei classici; prima fra tutte quella al cimitero, con un’ambientazione sapiente, tesa, in cui tutti attendono, da un momento all’altro, un gesto cruento; il tutto condito molto bene dalla colonna sonora del solito grande Ennio Morricone.

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Il gatto a nove code, un film di Dario Argento. Con Rada Rassimov, Tino Carraro, James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Emilio Marchesini, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Horst Frank, Vittorio Congia, Corrado Olmi, Ugo Fangareggi, Martial Boschero, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Werner Pochat, Aldo Reggiani, Pier Paolo Capponi, Carlo Alighiero, Tom Felleghy, Pino Patti, Ada Pometti, Walter Pinelli, Sacha Helwin, Maria Luise Zetha, Cinzia De Carolis, Werner Pochath. Genere Giallo, colore 112 minuti. – Produzione Italia, Francia, Germania 1971.

Il gatto a nove code banner personaggi

James Franciscus    Karl Malden    …
Franco Arno …     Carlo Giordani
Catherine Spaak    …     Anna Terzi
Pier Paolo Capponi    …     Ispettore
Horst Frank    …     Dr. Braun
Rada Rassimov    …     Bianca Merusi
Aldo Reggiani    …     Dr. Casoni
Carlo Alighiero    …     Dr. Calabresi
Vittorio Congia    …     Righetto (cameraman)
Ugo Fangareggi    …     Gigi
Tom Felleghy    …     Dr. Esson
Emilio Marchesini    …     Dr. Mombelli
Fulvio Mingozzi    …
Corrado Olmi    …     Morsella
Pino Patti    …     Barbiere

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Regia : Dario Argento
Prodotto da Salvatore Argento
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Franco Fraticelli
Production Design :Carlo Leva
Costumi: Carlo Levi Luca Sabatelli
Titoli: Luciano Vittori
Casa di produzione: Seda Spettacoli, Terra Filmkunst, Labrador Film
Fotografia:     Erico Menczer

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maggio 28, 2008 Posted by | Thriller | , , , , , | Lascia un commento