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Malia, vergine e di nome Maria

Malia vergine e di nome Maria locandina

Torino, anni settanta, estrema periferia della città.
Tra baracche, ladri, lavoratori e pensionati, prostitute e truffatori, la vita scorre scandita dalla miseria e dall’emarginazione sociale.
C’è chi per sopravvivere ricorre alla vendita di filtri d’amore dai dubbi risultati e chi è costretta, come Maddalena, a prostituirsi per sopravvivere e per aiutare il proprio pappa, c’è l’omosessuale di per se già discriminato dalla sua provenienza e c’è chi come la mamma di Maria, una ragazza epilettica, specula sulle capacità della ragazza di predire il futuro.
E’ un’umanità dolente e sofferente, che ha una sua fede primitiva infarcita però di riti e credenze pagane, a cui inutilmente Don Vito, il bravo parroco locale cerca di mettere un freno.
Don Vito è un prete d’altri tempi, consapevole della difficoltà di portare il suo messaggio pastorale tra gente che è costretta a vivere in condizioni sociali aberranti, ai limiti di una civiltà del benessere che ha attirato una folla di disperati dal sud con il miraggio della ricchezza.
Tutto si è invece trasformato nel trapianto da una realtà di miseria e fame ad una realtà dove è cambiata solo la geografia del paesaggio.
Tra questi emarginati, dove la sopravvivenza è davvero legata solo ad un ipotetico intervento divino, da tutti auspicato come l’unica soluzione alla squallida realtà che vivono, avviene un miracolo, o meglio, quello che la gente del posto suppone tale.

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Cinzia De Carolis è Maria

La quattordicenne Maria, durante una riunione in cui deve predire la buona sorte ai presenti, viene colta da una crisi epilettica e cade in uno stato di catalessi.
Tutti gli abitanti della borgata la credono morta incluso Don Vito che le impartisce l’estrema unzione e ne ordina i funerali.
Durante la notte la ragazza si sveglia dal coma in cui era caduta, con ovvia sorpresa di tutti, inclusa quella della mamma che la crede uno spirito malvagio.

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Alvaro Vitali è Rocco

Per gli abitanti della borgata è un miracolo, testimoniato in seguito dal fatto che la ragazza risulta essere incinta.
Poichè Maria è solo una bambina e non ha avuto rapporti sessuali con nessuno dei borgatari, ecco che tutti gridano al miracolo.

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Una intensa Andrea Ferreol è Maddalena, la prostituta

Ad approfittarne è sopratutto la madre, che mette su un fiorente commercio legato al miracolo; nel frattempo Don Vito viene richiamato dalle alte sfere ecclesiastiche che lo rimproverano di non aver avuto polso nella gestione del caso, lasciando che la superstizione si impadronisse della gente del posto.
Inutilmente il prelato cerca di convincere il giudicante delle difficoltà di guidare un gregge che si affida ormai a Dio quasi come l’unica soluzione alle traversie quotidiane, attraverso una fede istintiva in cui si mescolano antichi retaggi incluse le forme più estreme di superstizione.
La vicenda tocca il culmine quando si apprende la verità sulla maternità della ragazza; il padre del nascituro altri non è che il nipote di Don Vito, ovvero Rocco, un ragazzo minorato che durante il coma della ragazza ha approfittato di lei.
Quando Don Vito svela alla borgata intera radunata davanti alla casa di Maria la verità, la gente, delusa e indignata, tenta di linciare sia la ragazza, sia Don Vito e Rocco.

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Maddalena e il suo pappone interrotti nell’intimità dalle urla di Maria

Alla fine tutto si sistema; Maria abortisce e viene spedita con Rocco da una parente di Don Vito, che decide di abbandonare l’abito talare ma di restare tra la sua gente, non più come prete, ma come uomo che ne condivide il destino e la dura vita.
Malia, vergine e di nome Maria, diretto da Sergio Nasca nel 1975 è un film molto bello, addirittura eccellente, girato con mano ferma e idee chiare su una sceneggiatura assolutamente originale.
Nasca, che veniva dalla buona prova di Il saprofita, riesce a descrivere con intelligenza e indubbia capacità la vita difficile dei meridionali trapiantati, le loro condizioni di degrado morale e sociale, la difficoltà di integrazione con un mondo che non li capisce e spesso non li accetta, il loro rapporto con la religione, che diventa l’unica speranza di redenzione da un rpesente fatto di squallore e miseria.

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La presunta resurrezione di Maria

Memorabile la sequenza iniziale in cui degli incaricati del comune, tutti torinesi Doc, fanno domande assurde agli abitanti per stilare il censimento degli abitanti, tipo “Quanti bagni ha”, “quali sono i suoi svaghi”, domande retoriche nella loro follia perchè rivolte ad una realtà che a mala pena riesce a racimolare di che vivere, per soddisfare solo incombenze più immediate, mangiare e avere un tetto sulla testa.
Il regista punta l’indice non solo sulle condizioni di degrado economico e materiale, ma sopratutto su quelle spirituali in cui versa l’umanità che popola la borgata; privi di riferimento, gli abitanti si affidano a quanto di peggio può esserci nell’estremo rifugio della fede, ovvero la superstizione, che finisce per condizionare pesantemente la vita di ognuno di loro.

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Turi Ferro, bravissimo, è Don Vito

Il tutto mentre la chiesa, l’organo che dovrebbe occuparsi della salute delle loro anime, deputa al povero Don Vito la terribile responsabilità di “pascolare le loro anime”; e Don Vito, uomo onesto e coraggioso, si sforza inutilmente di impartire il suo messaggio, arrivando alla fine al gesto estremo di lasciare la tonaca, consapevole ormai dell’assoluta inutilità di poter modificare la situazione solo con le belle parole e i messaggi di speranza.
Il coraggioso film di Nasca coglie nel segno, dipingendo quindi un ritratto cupo, forte e vivido di una realtà scomoda, spesso accantonata.
Lo fa con un linguaggio diretto, scenograficamente ben rappresentato e ottimamamente recitato dalle sue componenti artistiche.

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L’equivoco tra Maddalena e Don Vito

Seganlo quindi l’ottimo Turi Ferro nei panni del coraggioso Don Vito, la brava Andrea Ferreol in quelli della prostituta Maddalena, della ex bambina dei miracoli Cinzia De Carolis in quelli di Maria, di un insolitamente drammatico Alvaro Vitali che intrepreta Rocco e ancora una intensa Clelia Matania nel ruolo della mamma di Maria, di Leopoldo Trieste nei panni del mago Nicola e di Enzo Cannavale nei panni di Simone.

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L’annuncio alla popolazione della borgata

Il film ebbe un buon successo di critica ma anche varie vicissitudini; venne accusato infatti di vilipendio della religione e di blasfemia, anto da dover modificare il titolo da Vergine e di nome Maria, in Malia.
Un atteggiamento bigotto e incredibilmente ottuso da parte di qualche magistrato che chiudeva gli occhi sulla dilagante pornografia per aprirli di colpo su un film scomodo, coraggioso e difficile, uno di quelli che aveva l’unico torto di far pensare.

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Il linciaggio

Malia, vergine e di nome Maria, un film di Sergio Nasca. Con Tino Carraro, Leopoldo Trieste, Andréa Ferréol, Cinzia Carolis, Turi Ferro, Clelia Matania, Nicola Di Pinto, Renato Chiantoni, Franco Pesce, Marco Mariani, Renato Pinciroli, Dada Gallotti, Enzo Cannavale, Valentino Macchi, Sandro Dori, Marino Masé, Giancarlo Badessi, Alvaro Vitali
Drammatico, durata 95 min. – Italia 1975-77.

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Tino Carraro

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Enzo Cannavale

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Leopoldo Trieste

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Malia vergine e di nome Maria banner personaggi

Turi Ferro – Don Vito
Andréa Ferréol – Maddalena
Cinzia De Carolis – Maria
Alvaro Vitali – Rocco
Clelia Matania – Anna, madre di Maria
Renato Pinciroli – Giuseppe
Leopoldo Trieste – Nicola
Enzo Cannavale – Simone
Jean Louis – Luca
Sandro Dori – Matteo
Tino Carraro – Il vescovo
Giampiero Vinciguerra -Prospero

Malia vergine e di nome Maria banner cast

Regia     Sergio Nasca
Soggetto     Sergio Nasca
Sceneggiatura     Sergio Nasca
Casa di produzione     Cipdi
Fotografia     Giuseppe Aquari
Musiche     Sante Maria Romitelli

I commenti appartengono al sito http://www.davinotti.com

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“Coraggioso e insolito, attacca la religione tradizionale tutta dogmi e colpevole di diffondere tra il sottoproletariato ignoranza e credulità. Riuscitissima per questo l’ambientazione in una baraccopoli torinese popolata da immigrati meridionali ed emarginati, poverissimi e superstiziosi. Molto ricco il cast, in cui spiccano Turi Ferro prete concreto e perspicace, Vitali chierichetto muto, Masè coriaceo lenone, Ferreol prostituta redenta, Trieste fattucchiere capellone, Carraro viscido vescovo.

Una delle non poche rivisitazioni evangeliche in chiave moderna che il nostro cinema ci regalò negli anni ’70. Il film, che vanta un ottimo cast, mi è piaciuto nonostante qualche forzatura, in virtù di una regìa che ha evitato gli scivoloni nel ridicolo ed anche di un finale spiazzante e perfettamente logico. La De Carolis, enfant prodige del nostro cinema finita poi nell’erotico, è già piuttosto disturbante a 15 anni.

Sfolgorante opera del sottovalutato Sergio Nasca, che aiutato da un ottimo cast prende brillantemente di petto le ambiguità della Chiesa, l’ignoranza e la bassezza del sottoproletariato e l’avidità disumana del capitale, in un ritratto grottesco ma azzeccato, duro e mai consolatorio, di un’Italia non così dissimile da quella odierna. Bene Turi Ferro, Alvaro Vitali giustifica l’impegnativa etichetta di attore felliniano.

Interessante e originale, capace di mettere il dito nella piaga (e infatti subì un sequestro da parte della censura cattolica). Sbagliata la scelta di basare il finale non tanto sul colpo di scena, quanto sulle sue conseguenza, ma è un difetto su cui si può sorvolare. Davvero curiosi alcuni personaggi e veramente odiosa la bambina miracolosa, perfettamente impersonata da Cinzia De Carolis. Anche il resto del cast è notevole e vede come protagonista il bravo Turi Ferro. Tra gli interpreti secondari attori come Trieste, Vitali e Cannavale.

Un film classificabile come “commedia nera” ma che strizza l’occhio a situazioni pruriginose e fintamente ecclesiali (il titolo rimane piuttosto eloquente, in questo senso). “Malia” miscela riti esorcistici, commedia nera, film religioso (e nello stesso qual tempo scabroso) e si serve di un cast ricco e variopinto. Parzialmente anticipatore di alcune tematiche (meglio analizzate nel successivo Brutti sporchi e cattivi), il film di Nasca riprende l’ambientazione di borgata (ma stavolta a Torino) de Lo scopone scientifico.

Indubbiamente buono. Non lascia adito a interpretazioni, da quanto il messaggio è chiaro. La più grossa piaga è l’ignoranza, ma le istituzioni fanno di tutto per mantenerla tale, non permettendo neppure che questa povera gente si crei l’illusione di un miracolo, quando quest’ultimo è creato da usanze, superstizioni o mistificazioni ancora più dannose della cultura tradizionale. Eccellente Turi Ferro.

Alla sua uscita il film provocò un notevole scandalo, comprensibilmente, e fu sequestrato. Nasca era un regista discontinuo (vedasi il pallosissimo D’annunzio) ma capace di guizzi non indifferenti come in questo caso.”

 

ottobre 28, 2010 Posted by | Senza Categoria | , , , , , , | Lascia un commento

Le belve

Le belve locandina

Le belve banner

Le belve è un film strutturato in 8 episodi, che ricorda il celebre I mostri diretto da Dino Risi nel 1963.
-Primo episodio, Il salvatore
Mentre sta passando per una stradina, un cronista tv si imbatte in un tentativo di suicidio di un uomo, che minaccia di lanciarsi nel vuoto da un cornicione.
Dopo essere salito nell’appartamento dell’aspirante suicida, il cronista riesce a speculare sul fatto rinviando il più possibile l’attimo del gesto fatale non per aiutare il disgraziato, ma per biechi motivi di audience.

Le belve 1
Françoise Prévost   è Clara Borsetti

Le belve 2Helga Linè, la moglie del fachiro e Lando Buzzanca

La voce del sangue
Borsetti,un imprenditore cerca in tutti i modi di ottenere un appalto, promettendo al committente di ricompensarlo facendogli godere ancora una volta delle grazie della moglie Clara. Ma Borsetti ha fatto male i conti, perchè l’uomo che deve dargli l’appalto è stanco di incontrare sempre Clara. Così i due coniugi arrivano a far prostituire la figlia.
Il fachiro
Un fachiro italianissimo si esibisce in spettacoli al limite dell’umano; è costretto a ciò per mantenere la sterminata famiglia della moglie, che beve e mangia alle sue spalle; pur di ottenere visibilità durante i suoi spettacoli, il povero fachiro si spinge sempre più in la…….

Le belve 3
Maria Baxa, una moglie perfetta?

Una bella famiglia
Una bella famiglia, una bella casa. Lui sembra un marito gentile e premuroso che accompagna la moglie al lavoro; ma ben presto vediamo di che lavoro si tratta.
Infatti l’uomo fa scendere la moglie dall’auto, le accende una sigaretta, mentre lei si avvia verso un lampione con minigonna e tacchi a spillo.

Le belve 4
Margaret Lee è Judy

Il caso Apposito
La miglior difesa è l’attacco; è il motto di un manager, che quando vede avvicinarsi il rischio che un’ispezione metta a nudo le sue magagne, non esita a ricattare tutti, usando anche la corruzione.
L’ultimo degli ispettori finirà addirittura suicida
Il cincillà
Con un espediente, il rampollo di un industriale che alleva polli, grazie alla complicità di una donna che presenta come la sua fidanzata, riesce a estorcere una grossa somma di denaro al padre.
Il chirurgo
Vendetta di un chirurgo che aveva subito un’ispezione nel suo ospedale.

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Le belve 15
Femi Benussi  è Concetta Sparapaoli

Processo a porte chiuse
Babbaluni, un contadino zotico e ignorante, è accusato da tre belle sorelle di aver abusato di loro mettendole incinta.
Attraverso un’abile strategia difensiva, l’uomo riesce a capovolgere le accuse, finendo per diventare la vittima delle tre donne e ottenendo la loro condanna.
Protagonista assoluto degli otto episodi è Lando Buzzanca, che passa agevolmente dai panni del reporter privo di scrupoli a quelli del contadino scarpe grosse e cervello fino, passando per altri sei personaggi caratterizzati dall’assenza totale di scrupoli.
Le belve, girato nel 1971 dal regista Giovanni Grimaldi, sfruttando una sceneggiatura di Bruno Corbucci alla quale collabora lo stesso regista, è una copia poco più che sfuocata del ben più corrosivo iI mostri, citato all’inizio.
A parte l’episodio iniziale, quello del cronista avvoltoio e quello finale, il più lungo che riesce a strappare qualche sorriso, il film resta abbastanza anonimo nello svolgimento, a causa della scarsa incisività degli episodi.

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Annabella Incontrera è Carmela Sparapaoli

Nuoce al film stesso, paradossalmente, proprio la presenza di Buzzanca, che pure è bravo, ma che non riesce a staccarsi dall’effetto macchietta che è cucito su di lui come una seconda pelle.
L’episodio assolutamente trascurabile è quello dedicato alla famiglia modello, svolto in maniera frettolosa e che avrebbe potuto avere ben altro svolgimento.

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Ira von Fürstenberg  è Filomena Sparapaoli

Il cast è di quelli da ricordare, con la presenza contemporanea di Tino Carraro e di Claudio Gora, e delle bellissime Femi Benussi, Helga Linè, Ira Furstemberg, Annabella Incontrera, Maria Baxa, Francoise Prevost,Magali Noel ,Margaret Lee, oltre alla solita grande Paola Borboni.
Ma il resto rimane abbastanza soporifero, e se il tentativo era quello di strappare qualche sorriso amaro o qualche sorriso divertito, tutto annaspa nella banalità e nella mediocrità, lasciando alla fine una vera sensazione di vuoto.

Le belve, un film di Giovanni Grimaldi, con Lando Buzzanca,  Tino Carraro, Claudio Gora, Femi Benussi, Helga Linè, Ira Furstemberg, Margaret Lee, Annabella Incontrera, Maria Baxa, Francoise Prevost, Paola Borboni.Magali Noel, Commedia Italia 1971

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Le belve banner protagonisti

Lando Buzzanca     …     Il Salvatore / Morsetti / Il fachiro / Il marito /ecc.
Ira von Fürstenberg    …     Filomena Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Femi Benussi    …     Concetta Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Paola Borboni    …     Madre del fachiro ( “Il fachiro”)
Magali Noël    …     Lisa ( “Il cincillà”)
Margaret Lee    …     Judy ( “Il cincillà”)
María Baxa    …     La moglie ( “Una bella famiglia”)
Françoise Prévost    …     Clara Borsetti ( “La voce del sangue”)
Tino Carraro    …     L’imprenditore ( “La voce del sangue”)
Claudio Gora    …     Giulio Bianchi ( “Il caso Apposito”)
Annabella Incontrera    …     Carmela Sparapaoli ( “Processo a porte chiuse”)
Mario Maranzana    …     Avv. Maranzana ( “Processo a porte chiuse”)
Helga Liné    …     Moglie del  fachiro ( “Il fachiro”)
Philippe Hersent    …     Placido ( “Il cincillà)
Nino Terzo    …     Orazio ( “Il salvatore”)
Empedocle Buzzanca     …     Cav. Apposito ( “Il caso Apposito”)
Vittorio Fanfoni    …     Assistent del fachiro ( “Il fachiro”)
Renato Malavasi    …     Prete ( “Il salvatore”)
Carla Mancini    …     ‘Picculina’ Sparapaoli
Giovanni Nuvoletti    … Il giudice ( “Processo a porte chiuse”)
Franco Ressel    …     Attorney ( “Processo a porte chiuse”)
Alfredo Rizzo    …     Dott. Apposito ( “Il caso Apposito”)

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Regia Giovanni Grimaldi
Soggetto Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Sceneggiatura Giovanni Grimaldi, Bruno Corbucci
Produttore Lello Luzi
Casa di produzione Medusa film
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Nino Fidenco
Scenografia Aldo Marini
Costumi Giulia Mafai
Trucco Giulio Natalucci

giugno 19, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Il gatto a nove code

Franco, un appassionato di enigmistica, sta passeggiando con la nipotina davanti ad un istituto nel quale si svolgono ricerche avanzate sulla genetica; casualmente capta una strana conversazione tra due uomini.

Nel frattempo,qualcuno si introduce nell’istituto, e ruba alcune ricerche molto importanti. Uno dei collaboratori dell’istituto finisce ucciso sotto un treno; è l’inizio di una serie di delitti, sul quale indagano Franco (che è cieco) e un giornalista a caccia di servizi sensazionali, che fiuta il colpo grosso.

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Karl Malden è Franco Arno

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I due arrivano ad una conclusione comune: i delitti sono in qualche modo legati al direttore dell’istituto di ricerca e a sua figlia,una ragazza strana ,Anna, che avrà una breve relazione con il giornalista, rischiando anch’essa la morte.

La soluzione è legata ad un medaglione,che la donna della prima vittima porta al collo; il giornalista arriverà così appena in tempo a scoprire la verità.

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Il gatto a nove code arriva dopo il successo del primo thriller di Dario Argento, L’uccello dalle piume di cristallo; è un thriller assolutamente canonico, con un assassino, insospettabile, una serie di omicidi apparentemente senza legami, e un’indagine risolta proprio dai due dilettanti, l’enigmista cieco e il giornalista a caccia di scoop.

Nel film compaiono Catherine Spaak, brava nel ruolo di Anna, Cinzia De Carolis, la nipotina di Franco, un ottimo Karl Malden nel ruolo di Franco, il cieco, James Franciscus che interpreta Carlo, il giornalista e il grande Tino Carraro, nel ruolo del padre di Anna, direttore dell’istituto di ricerca.

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Nel cast ci sono anche Aldo Reggiani e Pier Paolo Capponi.

Alcune scene di Il gatto a nove code sono oggi considerate dei classici; prima fra tutte quella al cimitero, con un’ambientazione sapiente, tesa, in cui tutti attendono, da un momento all’altro, un gesto cruento; il tutto condito molto bene dalla colonna sonora del solito grande Ennio Morricone.

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Il gatto a nove code, un film di Dario Argento. Con Rada Rassimov, Tino Carraro, James Franciscus, Catherine Spaak, Karl Malden, Emilio Marchesini, Umberto Raho, Stefano Oppedisano, Horst Frank, Vittorio Congia, Corrado Olmi, Ugo Fangareggi, Martial Boschero, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Werner Pochat, Aldo Reggiani, Pier Paolo Capponi, Carlo Alighiero, Tom Felleghy, Pino Patti, Ada Pometti, Walter Pinelli, Sacha Helwin, Maria Luise Zetha, Cinzia De Carolis, Werner Pochath. Genere Giallo, colore 112 minuti. – Produzione Italia, Francia, Germania 1971.

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James Franciscus    Karl Malden    …
Franco Arno …     Carlo Giordani
Catherine Spaak    …     Anna Terzi
Pier Paolo Capponi    …     Ispettore
Horst Frank    …     Dr. Braun
Rada Rassimov    …     Bianca Merusi
Aldo Reggiani    …     Dr. Casoni
Carlo Alighiero    …     Dr. Calabresi
Vittorio Congia    …     Righetto (cameraman)
Ugo Fangareggi    …     Gigi
Tom Felleghy    …     Dr. Esson
Emilio Marchesini    …     Dr. Mombelli
Fulvio Mingozzi    …
Corrado Olmi    …     Morsella
Pino Patti    …     Barbiere

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Regia : Dario Argento
Prodotto da Salvatore Argento
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Franco Fraticelli
Production Design :Carlo Leva
Costumi: Carlo Levi Luca Sabatelli
Titoli: Luciano Vittori
Casa di produzione: Seda Spettacoli, Terra Filmkunst, Labrador Film
Fotografia:     Erico Menczer

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maggio 28, 2008 Posted by | Thriller | , , , , , | Lascia un commento