Decameron


Decameron locandina

Il Decameron di Pasolini è uno dei film più importanti della storia del cinema italiano e non solo per lo straordinario risultato di pubblico al botteghino,influenzato con ogni probabilità dal tam tam giornalistico dell’epoca,che segnalò il film come uno dei più audaci mai visti sullo schermo ma per la rivoluzione culturale che provocò nell’ovattato mondo della celluloide.

Pasolini riprende le tematiche di Messer Boccaccio, la struttura narrativa, allontanandosene immediatamente; la scena non è la gaudente Toscana,con i suoi frizzi, i suoi lazzi, l’atmosfera resa plumbea dalla peste e il successivo ritrovarsi di un gruppo di amici che tentano di esorcizzarla,come avviene nel Decameron di Boccaccio; bensì la Napoli allegra, caciarona,popolare,che Pasolini eleva al rango di corte dei miracoli in cui il sesso,giocoso e gaudente,altro non è che la ultima risorsa del popolo,una via irriverente e gaudente contro il potere. Un tema caro a Pasolini,che inaugura il suo trittico della vita,composto oltre che dal Decameron,dai Racconti di Canterbury e da quel gioiello che è Il fiore delle mille e una notte. Per il Decameron Pasolini si avvale,come farà in seguito,di attori quasi tutti presi dalla strada,tranne i fedelissimi Ninetto Davoli e Franco Citti,Angela Luce e il cameo di Silvana Mangano oltre che il suo,nel ruolo di un pittore.

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E’ un’opera gioiosa,ridanciana,burlesca,come testimoniato dalle storie,alcune delle quali irresistibili nella loro vena di comicità popolare,condite con storie un tantino scollacciate ma giustificate dal clima di grande libertinaggio tipico della cultura popolare,tipico di una Napoli di altri tempi,con la sua vena autenticamente popolare,con il suo dialetto che sembra una lingua a se stante,con la sua gioia di vivere che contrasta con l’idea della morte che comunque è sempre presente,come un sinistro fantasma.

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Nove episodi,alcuni spassosi,come il primo,con protagonista Ninetto Davoli,che interpreta Andreuccio,un mercante che viene turlupinato da una ragazza,che gli fa credere di essere sua sorella,e che grazie ad un complice lo fa cadere in pozzo pieno di escrementi e lo deruba;il giovane,rimasto senza un soldo,si fa convincere a compiere un furto sacrilego,durante il quale ruba,calandosi in una tomba,il ricco corredo funebre di un prelato.

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Abbandonato dai complici,si vendicherà appropriandosi di una grossa pietra.e’ il primo colpo da maestro di Pasolini,che irride la chiesa,la tendenza tutta religiosa al culto dei corpi.Andreuccio recupera il maltolto con un colpo di genio,riprendendosi tutto ciò che aveva perso,proprio ai danni di un prelato. Ancora la religione è presente nell’episodio in cui un pessimo soggetto,pentitosi in punto di morte,finisce per essere venerato come un santo,o ancora nell’episodio in cui un ortolano,fingendosi sordo e muto e un po scemo,porta un pò di sana sessualità all’interno di un convento femminile,nel quale finisce per diventare l’oggetto del piacere di tutte le occupanti,compresa la madre superiora;una storia che culmina,in maniera sicuramente blasfema,nella lunga fila di religiose che aspetta l’ortolano fuori dalla sua cella,per godere di un pò di sano sesso.

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C’è lo spazio per una benevola presa in giro della credulità popolare nell’episodio di Peronella (Angela Luce),che fa becco il marito mentre questi è al lavoro all’interno di una giara;o ancora nell’ultimo episodio,quando un contadino,per giacere con la moglie dell’amico,gli fa credere di essere tornato dall’aldilà per insegnargli che nel mondo ultra terreno fare l’amore non è peccato.

E’ un Pasolini solare,diverito,quello del decameron;lontano anni luce dalla cupa,nichilista e terribile lucidità del Salò,film che avrebbe dovuto significare l’inizio di una trilogia della morte,opposta alla trilogia della vita di cui il Decameron è tappa fondamentale.Ed è un Pasolini che mostra la sua commozione descrivendo gli ultimi fuochi della civiltà contadina,mentre un’altra civiltà sta per prenderne il posto. C’è un senso di rammarico,di rimpianto per un mondo autentico,con una sua cultura forte,pregnante;c’è il divertimento nel voler scandalizzare attraverso il sesso,tabù solo per volontà del clero,ma unica vera fonte di piacere per chi nulla possiede,se non la propria istintiva,naturale sensualità.

Un film molto bello,poetico e ed intelligente,con un gusto raffinato proprio nell’utilizzare immagini della civiltà contadina,o anche di aprticolare effetto nel mostrare il mondo del sottobosco proletario,burlone e ridanciano,pieno di oscuri retaggi ma allo stesso tempo vitale e straordinariamente umano.

Decameron,Un film di Pier Paolo Pasolini. Con Franco Citti, Ninetto Davoli, Angela Luce, Silvana Mangano, Pier Paolo Pasolini, Gianni Rizzo, Guido Alberti, Lino Crispo, Vittorio Fanfoni, Guido Mannari, Vincenzo Amato, Giovanni Esposito, Giacomo Rizzo, Enzo Spitaleri. Genere Commedia, colore 110 minuti. – Produzione Italia 1971.

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Decameron banner personaggi

Franco Citti: Ciappelletto
Ninetto Davoli: Andreuccio da Perugia
Vincenzo Amato: Masetto da Lamporecchio
Angela Luce: Peronella
Giuseppe Zigaina: frate confessore
Pier Paolo Pasolini: allievo di Giotto
Guido Alberti: ricco mercante
Elisabetta Genovese: Caterina
Giorgio Iovine: Lizio da Valbona, il padre di Caterina
Giacomo Rizzo: padre superiore
Vittorio Vittori: don Gianni
Silvana Mangano: la Madonna
Gianni Rizzo: Padre superiore

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Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Decameron di Giovanni Boccaccio
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini
Produttore Franco Rossellini
Casa di produzione PEA Produzione Europee Associate, Les Productions Artistes Associés, Artemis Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Morigi
Musiche a cura dell’autore, con la collaborazione di Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati
Trucco Alessandro Jacoponi

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Comincia la prima giornata del Decameron, nella quale dopo la dimostrazione fatta dall’autore, per che cagione avvenisse di doversi quelle persone, che appresso si mostrano, ragunare a ragionare insieme, sotto il reggimento di Pampinea si ragiona di quello che più aggrada a ciascheduno.

Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi naturalmente: tutte siete pietose, tante conosco che la presente opera al vostro iudicio avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che quella vide o altramenti conobbe dannosa, la quale essa porta nella fronte. Ma non voglio per ciò che questo di più avanti leggere vi spaventi, quasi sempre sospiri e tralle lagrime leggendo dobbiate trapassare. Questo orrido cominciamento vi fia non altramenti che a’ camminanti una montagna aspra e erta, presso alla quale un bellissimo piano e dilettevole sia reposto, il quale tanto più viene lor piacevole quanto maggiore è stata del salire e dello smontare la gravezza. E sì come la estremità della allegrezza il dolore occupa, così le miserie da sopravegnente letizia sono terminate.

A questa brieve noia (dico brieve in quanto poche lettere si contiene) seguita prestamente la dolcezza e il piacere quale io v’ho davanti promesso e che forse non sarebbe da così fatto inizio, se non si dicesse, aspettato. E nel vero, se io potuto avessi onestamente per altra parte menarvi a quello che io desidero che per così aspro sentiero come fia questo, io l’avrei volentier fatto: ma ciò che, qual fosse la cagione per che le cose che appresso si leggeranno avvenissero, non si poteva senza questa ramemorazion dimostrare, quasi da necessità constretto a scriverle mi conduco.

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