Supervixens
Supervixens è un cartoon, un film violento, è un film sexploitation ma è anche un’esplosione di colori e musica.
Russ Meyer lo gira nel 1975, usando un basso budget ma introducendo una novità assoluta nel film, ben sette donne che aumentano a dismisura il tasso erotico della pellicola sopratutto per la inevitabile scelta del regista di utilizzare donne molto, molto in carne.
Il regista americano, fermo da tre anni dopo l’audace esperimento di Carne cruda, un film fuori dai suoi canoni, costruisce quello che diverrà un autentico cult, apprezzato anche da tantissimi dei suoi denigratori che hanno sempre guardato in modo torvo al suo cinema eccessivo, eroticamente portato all’eccesso e politicamente scorretto.

Meyer prende qualcosa quà e là, saccheggiando i cartoon (memorabile il finale alla Vil Coyote e la scritta That’s all folks mutuata dai Looney Tunes) con citazioni per il nazismo, come nel caso di Martin Bormann, nome affibbiato al gestore della pompa di benzina o anche per Harry la carogna-Eastwood per i nomi dei due protagonisti, Clint ed Harry.
Un film che sembra un autentico parco dei divertimenti, con situazioni folli e surreali, omicidi e avventure di sesso che confluiscono alla fine in un prodotto comico e grottesco, che è al tempo stesso irriverente e beffardo.
Che il film cerchi ad ogni costo il colpo ad effetto appare chiaro dopo poche scene; sono appena state introdotte le prime due figure, quella del benzinaio Clint e della sua moglie rompiballe Super Angelica che assistiamo al primo colpo di coda. Clint, stanco della moglie litiga furiosamente ma lei per tutta risposta gli distrugge il furgone e lo caccia di casa. Alla stazione di servizio arriva il poliziotto Harry, chiamato da un vicino, che per prima cosa tenta di portarsi a letto Super Angelica.

Ma l’uomo è palesemente impotente così deve beccarsi gli sfottò della donna; lui, per tutta risposta la getta in una vasca e la uccide a calci.
Ma come in un cartoon ecco che Super Angelica riemerge dalla vasca così Harry per togliersela dai piedi getta nella vasca una radio, facendola morire fulminata.
Inizia così la caccia di Harry a Clint, che si è rifugiato in un bar dove è diventato l’oggetto del desiderio della procace cameriera SuperHaji; respinta la corte della donna, Clint viene anche accusato dell’assassinio della moglie.
La fuga di Clint riprende, con situazioni paradossali ad ogni angolo, fra donne con seni enormi che tentano di sedurlo e mariti gelosi, padri gelosissimi e ladri in agguato.

Clint viene quindi ferito, derubato e picchiato fino a quando non conosce Supervixen, una ragazza che sembra la reincarnazione della defunta moglie Super Angelica.
Raggiunto da Harry, Clint dovrà difendere la sua nuova vita in un convulso e parossistico finale, durante il quale dapprima Harry tenta di uccidere Supervixen infilandole un candelotto di dinamite fra le gambe e poi tentando di ucciderli assieme legandoli e infilando un candelotto di dinamite nel posteriore di Clint.
Le cose andranno diversamente…
Preso come un vero e proprio divertissement, Supervixens non tradisce le attese grazie al suo ritmo sfrenato e alla quantità di gag inserite dal regista americano nella sceneggiatura; a fare da contorno le grazie abbondantissime di Uschi Digard (Supersoul, ribattezzata Tetta nella versione tradotta in italiano), di Shari Eubank (Super Angelica e Supervixen) oltre che di Christy Hartburg, Sharon Kelly, Deborah McGuire, Haji.
Un film scatenato e un po folle, che ottenne un grandissimo successo tanto da incassare ben 16 milioni di dollari a fronte di un investimento di circa 100.000 dollari che divennero 400.000 secondo Meyer solo per impressionare i tanti critici che il regista aveva, e che a dire del regista non amavano le produzioni low budget.
Del resto nel film la scenografia è ridotta all’osso.
A farla da padrone sono i deserti, le stazioni di servizio e gli enormi seni delle protagoniste, come quelli di Shari Eubank che però dopo questo film venne completamente dimenticata dal cinema o come quelli della splendida attrice svedese Uschi Digard che aveva lavorato già con Meyer e che in seguito si specializzò in film pornografici.

Altra starlette del film è Baby Girl Downes conosciuta come Haji che interpretò quattro film con Meyer lavorando successivamente in una decina di pellicole.
Meyer quindi si diverte e diverte, introducendo elementi surreali presi dai cartoon e lanciando in qualche modo una moda che diverrà operativa almeno un ventennio dopo; suo il merito di aver scelto per il ruolo dell’impotente e sadico Harry l’attore Charles Napier, che lo ripagò con una prestazione superlativa tanto da far dire allo stesso Meyer che “Senza Napier il film non avrebbe mai avuto lo stesso successo, ne sono sicuro, nonostante le grandi tette e le sette ragazze.”

L’attore, morto a ottobre del 2011, ebbe una carriera tutto sommato lusinghiera, lavorando per qualche anno in Italia (interpretò Camping del terrore di Ruggero Deodato (1986), Alien degli abissi di Antonio Margheriti (1989), Sulle tracce del condor di Sergio Martino (1990) e Obiettivo poliziotto (Cop Target), regia di Umberto Lenzi (1990) grazie anche alla fama ricavata da questo film; aveva lavorato già in passato con Meyer in Cherry, Harry & Raquel film nel quale era comparso completamente nudo.
Supervixens è in definitiva un prodotto erotico ma di classe, permeato da un erotismo solare e ridanciano come del resto lo erano stati in passato altri film del regista americano.
Supervixens
Un film di Russ Meyer. Con Charles Napier, Shari Eubank, Charles Pitts, Uschi Digard, Haji,Henri Rowlands,Christy Hartburg,Sharon Kelly,Deborah McGuire-Commedia erotica, durata 105 min. – USA 1975
Shari Eubank: SuperAngelica/SuperVixen
Charles Napier: Harry Sledge
Charles Pitts: Clint Ramsey
Uschi Digard: SuperSoul
Henri Rowlands: Martin Boorman
Christy Hartburg: SuperLorna
Stuart Lancaster: Lute
Sharon Kelly: SuperCherry
Deborah McGuire: SuperEula
Glenn Dixon: Luther
Haji: SuperHaji/Gina
Big Jack Provan: sceriffo
Garth Pillsbury: pescatore
Ann Marie: moglie del pescatore/donna con il bikini rosa
Ron Sheridan: poliziotto
John Lawrence: dottor Scholl
R. Rufus Owens: Rufus
John Furlong: commentatore della CBS
Paul Fox: ladro
John Steen: pilota
Russ Meyer: proprietario del motel
Stan Berkovitz: autista
Richard Brummer: camionista
Regia Russ Meyer
Soggetto Russ Meyer
Sceneggiatura Russ Meyer
Produttore Russ Meyer, James Ryan
Casa di produzione RM Films International
Fotografia Russ Meyer
Montaggio Russ Meyer
Musiche William Loose, Danny Darst

Shari Eubank è la “tettona” soprannominata Superclito (!), moglie del fessacchiotto Clint (Charles Pitts), marito dall’aspetto di tontolone, ma circondato da donne che le piovono addosso con i loro abbondanti seni. La SuperVixen dal clitoride facile viene presa di “mira” dal poliziotto Harry (Charles Napier), che l’affronterà in un finale cartoonistico, mèmore dei prodotti Loooney Tunes (Silvestro e Willy Coyote su tutti). Incredibile divertissement, girato a mò di metacinema (nel finale Meyers appare dietro le rocce con cinepresa!). Piccante.
Trucissimo poliziotto tenta ripetutamente di accoppiarsi con vicina tettona. Esacerbato dall’insuccesso dovuto a sue disfunzioni, la uccide e scarica la colpa sul di lei marito, che fugge… Delirio di Russ Meyer, fra poppe extralarge, falli (fintissimi) elefantiaci, iper-violenza (la sequenza dell’uccisione della bellona è incredibile) e vari altri eccessi. Cinema in acido, una sorta di quintessenza del drive-in movie, un po’ tirato per le lunghe. Il cattivo è Charles Napier, valoroso caratterista del cinema USA.
Fumettistico, surreale, sessuomane: enchiridio del pensiero e dell’estetica di Meyer, che in un pirotecnico montaggio ripropone i suoi casolari ai margini del deserto ove si scatenano eroine dai seni XXXL per sfidare o sottomettere – al ritmo di musiche diffuse diegeticamente da radio e dischi – uomini tonti, gelosi, folli o impotenti. L’esplosivo gran finale cita sia Motorpsycho! che i cartoni animati di Willy Coyote. Superlativo Napier, in una delle sue interpretazioni più caratterizzanti di poliziotto rude, violento e guerrafondaio; doppio ruolo “super” per la Eubank.
Divertente e “porcello” come molti film di Meyer, può contare anche su un gran ritmo, altra caratteristica tipica dei film del regista. Stile da fumetto ma anche da cartoon (c’è più di qualche reminiscenza di Willy e Beep-beep), ottimi il montaggio e la fotografia (dello stesso Meyer) e poi ci sono tante figliole belle e polpose da stropicciarsi gli occhi. Come sempre anche gli ambienti hanno importanza nei film di Russ. Mandate il cervello in vacanza e godetevelo.
Forse il film che meglio sintetizza il cinema di Russ Meyer: attrici prosperose, volti maschili tipicamente da b-movies (inespressivi ma caratteristici), comicità surreale e fumettistica, scene erotiche comicamente eccessive, trama sconnessa e ripetitiva, regia semplice ed effettistica, montaggio veloce, ambientazioni che più americane non si potrebbe (il lontano ovest rappresentato nella sua essenza), frecciate antimilitariste. Senza dubbio un filmetto, per giunta dalla durata eccessiva, ma viste le premesse sarebbe un peccato perderselo.
Meyer ha ormai scelto di dare un risvolto più frivolo alle sue storie, ma il mestiere è sempre buono. Il film si lascia vedere e certe scene con la Eubank e la Digard sono intriganti. Sempre presente il giusto tasso di follia (si veda la fine di Clito) anche se il finale a mo’ di fumetto mi pare esagerato.
Lo stile di Meyer è ormai entrato di diritto nella storia del cinema e questo film è probabilmente tra i suoi più riusciti. Definirlo un film erotico sarebbe riduttivo. Meyer mette in scena un campionario di follie assortite dal ritmo cartoonesco, dove persino le sequenze sleazy con protagoniste le solite maggiorate non possono esser prese troppo sul serio. Per non parlare delle esplosioni di violenza inaspettate, i dialoghi incredibili (volgarissimi nel doppiaggio italiano), le corse in dune-buggy, le location da Willy il Coyote… Delirante!
Quando vidi questo film per la prima volta in un cinema della provincia savonese (nel 1978), poco conoscevo del porno-soft “comico” (non ricordo proprio se all’epoca avevo già scoperto Flesh Gordon e la serie danese dei “Tegn”). Comunque, mi divertì molto e in seguito cercai di trovare atri Meyer, che però – escludendo l’inedito “Cherry, Harry and Raquel” del 1970 – non mi fecero lo stesso effetto (forse perché non ero più un ragazzino…). Senz’altro un cult-movie della mia adolescenza.
La parola “super” racchiude tutte le componenti di questo sorprendente film erotico. Russ Meyer, dopo il provocante Vixen, eleva al superlativo i temi a lui cari e ci mostra una figura femminile che rappresenta l’apice dell’eccesso. Non solo nelle forme, sempre più super-abbondanti, o nei nomi (SuperAngelica, SuperLorna), ma anche nella bramosia super-vorace. Gli uomini al confronto diventano semplici figurine di contorno. Assicura un ritmo elevatissimo, belle sequenze on the road e momenti di suspence (con un gustoso momento splatter). Cult.
Il più surrealista tra i film di Meyer. Sarà esagerato, ma ci vedo anticipate alcune suggestioni del lynchiano Strade perdute. Un viaggio folle e lisergico in un’America provinciale piena di insidie e popolata di fameliche maggiorate. Sesso fumettistico si mescola a umorismo surreale e brutali esplosioni di violenza in maniera più che mai libera. Per tutti gli amanti delle grandi tette, è una vera festa, potendo contare su un cast tra i più clamorosi mai visti in un film di Russ Meyer. Divertente ma a tratti veramente enigmatico.
Secondo episodio erotico/pop di Russ Meyer, un prodotto frivolo e grottesco, molto meno serio nelle tematiche rispetto a Vixen ma con un abbondante repertorio di seni prosperosi. Le scenette si fanno leggermente un po’ più hot e anche la violenza si ritaglia un posticino nel film. Godibile.
Preparate i fazzoletti
A due anni esatti dalla provocazione di Calmos, torna Bertrand Blier con un film paradossale, provocatorio in egual misura e per certi versi surreale.
Tutte iperboli per indicare un film, Preparez vos mouchoirs, tradotto letteralmente in Preparate i fazzoletti in cui il gusto per l’amplificazione esasperata degli avvenimenti del grande regista francese trova forma compiuta e sbeffeggiante, atteggiamenti che Blier ha sempre coltivato ed espresso con un gusto per la provocazione unici.
Questa volta però il regista sembra voler prendere in giro anche se stesso, accentuando la carica dissacratoria dei suoi lavori precedenti, come Les valseuses (I santissimi), film con il quale si era imposto anche al grande pubblico.
Carole Laure, Solange
A finire nel mirino di Blier questa volta c’è la famiglia, in cui ruoli verranno rimescolati e ridistribuiti in un film essenzialmente misogino ( anche se difficilmente si riesce a capire quanto Blier ci faccia o ci sia), che stravolge i canoni sacramentali sia religiosi che civili attraverso un finale spiazzante e colmo di paradossi in maniera vistosa.
Il tutto condito dal proverbiale umorismo nero del regista, dalla sua carica dissacratoria e dalla sua irriverenza che in alcuni casi va a toccare i fondamenti della morale sradicandoli e sovvertendoli.
Chi non abbia mai visto un film di Blier troverà forse eccesiva questa presentazione di un’opera cinematografica dipinta quasi come un qualcosa di sovversivo; in questo caso procuratevi una copia del film e preparatevi ad immergervi in un qualcosa che se potrà non piacervi, di sicuro non vi lascerà indifferenti.
L’indifferenza di Solange per qualsiasi attenzione…
… e per qualsiasi persona
Il film inizia presentandoci la protagonista del film, la bella Solange (Carole Laure) che ha come compagno il dolce Raoul, che di lei è profondamente innamorato; ma la donna è da diverso tempo un mistero per Raoul. E’ cambiata ed è diventata introversa, quasi abulica ed assente.
Invano Raoul tenta in tutti i modi di scuoterla dalla profonda apatia in cui la donna sembra essere precipitata.
Così, come estremo tentativo, durante un pranzo in un ristorante decide di offrirla ad un perfetto sconosciuto.
Stephane (questo il nome dell’uomo) è un insegnante di ginnastica, che ama la musica colta (Mozart in particolare) e colleziona libri, decide di accettare ma con sgomento di entrambi, Solange resta praticamente assente.
La donna, pur avendo accettato senza alcuna remora la proposta del suo uomo, si ritrova a dividere quindi il talamo con i due uomini, che a modo loro l’amano in maniera differente.
Ogni dialogo…
…viene stroncato sul nascere
Intanto è arrivata l’estate e Solange deve accompagnare in una colonia montana dei ragazzini, cosi Raoul e Stephane la accompagnano, sempre speranzosi di vederla cambiare.
Ma qui accade l’incredibile.
A scuotere la donna dall’ apatia non è un altro uomo bensi Christian Belloeil, un ragazzino quindicenne (nella versione italiana, perchè in quella francese il ragazzino ha 13 anni) terribilmente intelligente che non lega con i coetanei che lo trovano insopportabilmente presuntuoso e troppo superiore come intelligenza.
Il ragazzino terribile, Christian Belloeil, riesce dove hanno fallito Raoul e Stephane
Tra Solange e Christian scoppia la passione; è un processo lento, ma inesorabile.
La donna dapprima inizia a proteggerlo e alla fine ne diventa l’amante.
Le vacanze finiscono e i genitori del ragazzo decidono di mandarlo in collegio.
Privata del suo giovanissimo amante Solange sembra ripiombare nella sua apatia, così i due premurosi compagni della donna accettano di rapirlo e riconsegnarlo a lei.
Scoperti, finiscono in carcere, dal quale alla fine escono per avere una sgradita sorpresa: Solange è incinta, ma non solo…
Girato nel 1978, con un cast affiatatissimo e coinvolgente, Preparate i vostri fazzoletti ottenne ottimi riscontri di critica e di pubblico, arrivando a vincere l’Oscar nel 1979 come miglior film straniero battendo il nostro I nuovi mostri, diretto da Mario Monicelli, Dino Risi e Ettore Scola.
Come già detto in apertura, un film davvero particolare ed insolito, quello del figlio del grande Bernard Blier ( il grande attore scomparso a fine degli anni 80)
Un film in cui il gusto per l’assurdo, per le situazioni surreali e capovolte finisce per diventare la costante del film stesso, sempre in bilico tra la commedia irriverente, quella di costume e la critica sociale espressa con un capovolgimento di ruoli che riceverà l’imprimatur nel grottesco finale.
Il successo di un film è sempre il risultato di un difficile equlibrio tra sceneggiatura, abilità del regista e sopratutto dal cast di attori che interpreta i vari personaggi.
Blier si affida alla collaudata coppia di Les vaulseus, ovvero Patrick Dewaere e Gerard Depardieu, solo che questa volta i due teppistelli di I Santissimi diventano due uomini profondamente innamorati della stessa donna.
Gerard Depardieu è quasi commovente nel ruolo di Raoul, disposto a tutto pur di far tornare il sorriso e la voglia di vivere nella sua compagna Solange; l’attore francese è perfetto nel suo ruolo, che ha connotazioni che virano dal tragico al comico in maniera velocissima.
L’inizio di un’impossibile relazione
Bravissimo è anche Patrick Dewaere, la grande promessa del cinema francese venuta a mancare tragicamente nel 1982, quando l’attore, che purtroppo aveva una personalità molto fragile, si uccise sparandosi un colpo di fucile.
La terza componente, l’attrice canadese Carole Laure chiude perfettamente il triangolo con un’interpretazione perfetta del personaggio (peraltro molto antipatico) di Solange, dando spessore e contenuto alla donna triste e apatica ,della quale non sapremo mai le motivazioni del suo stato d’animo.
In ultimo, citazione anche per Michel Serrault in un ruolo secondario.
Preparate i fazzoletti
Un film di Bertrand Blier. Con Gérard Depardieu, Michel Serrault, Patrick Dewaere, Carole Laure Titolo originale Préparez vos mouchoirs. Commedia, durata 110 min. – Francia, Belgio 1977.
Gérard Depardieu: Raoul
Carole Laure: Solange
Patrick Dewaere: Stéphane
Michel Serrault: Il vicino
Eléonore Hirt: Madame Beloeil
Jean Rougerie: Mr. Beloeil
Sylvie Joly: La passante/
Riton Liebman: Christian Beloeil
Regia Bertrand Blier
Soggetto Bertrand Blier
Sceneggiatura Bertrand Blier
Fotografia Jean Penzer
Montaggio Claudine Merlin
Musiche Georges Delerue
Scenografia Eric Moulard e Gérard James
La novizia
L’anziano Don Nini, dopo una vita spesa a correre dietro le sottane, arriva sulla soglia della morte.
Il giovane Vittorio suo nipote torna così in Sicilia per raccogliere le ultime volontà del nonno, che sembra intenzionato a lasciare i suoi beni alle donne che ha sedotto.
Nell’attesa che arrivi l’ultimo atto, Vittorio folleggia per il paese in compagnia di due suoi amici, gozzovigliando e tentando di sedurre Nunziata, una sua ex ragazza ora sposata al ricco Concetto, che però essendo impotente la lascia in preda ai fremiti della carne.
A consolare la bella Nunziata ovviamente provvede Vittorio, che si invaghisce anche di Suor Immacolata, una novizia chiamata a vegliare le ultime ore di Don Nini.
Alla fine, Vittorio riesce a cogliere il frutto proibito, mentre suo zio muore.
Femi Benussi
Gloria Guida
La ragazza, ormai priva della sua verginità, decide di tornare a casa e Vittorio la segue: mentre i due amoreggiano nei prati in fiore….
Commediaccia insulsa e priva di uno straccio di sceneggiatura, infarcita dai tristi e abusati luoghi comuni del machismo siculo, che vanno dal solito e immancabile nonno puttaniere all’ altrettanto immancabile nipotino galletto passando per la mogliettina affetta da marito impotente e pruriti sessuali, La novizia, diretto da Giuliano Biagetti nel 1975 è un prodotto inguardabile sotto ogni punto di vista.

Tralasciando l’assurdità della sceneggiatura, che raggiunge il suo punto più basso nel colpo di coda finale, che vorrebbe forse dare un senso ad un’ora e mezza di film di una noia insopportabile, questo prodotto si segnala solo per qualche scenetta bucolica/erotica nel finale, quando una splendida e assolutamente inespressiva Gloria Guida si spoglia in un magnifico campo (questo si bello) e si mette a correre completamente nuda regalando ai suoi fan qualche istante da ricordare.
Il resto è di una pochezza impressionante, complice anche le performance da dimenticare di Gino Milli (che recita da cani nei panni dell’allupato Vittorio) e di tutto il cast, ben al di sotto di una sufficienza che comunque non è raggiunta da nessuna delle componenti del film.
Quello che imbarazza di più è la visione di una Sicilia piena di luoghi comuni, presentata come un ensemble di galletti in preda a furori erotici e a donnine di facili costumi afflitte da mariti impotenti o fidanzati scarsamente premurosi.
Lionel Stander
In questo bailamme di situazioni mille volte già viste, tra dialoghi da pelle d’oca e noia insopprimibile, scompare anche l’unico elemento che avrebbe potuto in qualche modo giustificare il film, ovvero un erotismo almeno di facciata.
Viceversa, a parte l’elemento profondamente blasfemo dell’incapricciatura di Vittorio per la giovane novizia e conseguente scena finale già descritta e un paio di fugacissimi nudi dell’immancabile Femi Benussi, il film altro non offre se non una sciattezza e una noia raramente viste in altri prodotti della serie dei B movies della commedia sexy.
Un naufragio in piena regola, quindi, dal quale è impossibile salvare una qualsiasi cosa.
Da brividi poi le interpretazioni e i ruoli affidati ai due sciagurati compagni di gozzoviglie di Vittorio, ovvero Fiore Altoviti che interpreta Rodolfo e Beppe Loparco che interpreta Saretto, autori di una performance indimenticabile in senso negativo; dopo qualche secondo, e precisamente subito dopo la scena dell’arrivo di Vittorio in paese con i due amici che lo attendono in stazione e conseguente trasferimento in auto verso lo stesso, si capisce di essere incappati in un qualcosa che metterà a dura prova la nostra pazienza e sopratutto le nostre palpebre.
Lo svolgimento purtroppo conferma tutto il peggio; in ultimo, da segnalare Lionel Stander assolutamente insopportabile in un ruolo che ricorda purtroppo in senso negativo il personaggio del Barone Castorini in Paolo il caldo.
In questo film l’atmosfera del romanzo di Brancati ricreata dal pessimo Giuliano Biagetti, regista anche del Decameroticus, non esiste in nessuna inquadratura e non si respira in nessuna scena.
Un film da scansare ad ogni costo, da evitare come una malattia perniciosa.
La novizia, un film di Giuliano Biagetti (come Pier Giorgio Ferretti). Con Femi Benussi, Gloria Guida, Lionel Stander, Gino Milli, Fiore Altoviti Erotico, durata 95 min. – Italia 1975.
Gloria Guida … Maria, la novizia Suor Immacolata
Gino Milli … Vittorio
Femi Benussi … Nunziata
Fiore Altoviti … Rodolfo
Beppe Loparco … Saretto
Maria Pia Conte … Franca
Vera Drudi … Agatha
Lionel Stander … Don Nini
Regia Giuliano Biagetti
Soggetto Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Sceneggiatura Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Casa di produzione Bipa
Fotografia Franco Villa
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Berto Pisano
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Pazzesco filmetto ambientato in Sicilia (ma girato sulle colline laziali), che presenta un “deus ex machina” fra i più folli della storia mondiale del cinema, col quale, e dopo il quale, affonda tutto quello che di decente (poco) s’era visto fino a quel momento. Guida mal diretta, Benussi brava nello zoccoleggiare, Stander eccessivo come sempre nel fare il libertino (come nell’altrettanto inguardabile Innocenza e turbamento), Gino Milli neanche male. Dimenticavo: pazzesco pure l’ultimo minuto di film
Sembra di assistere allo stesso plot de L’Infermiera (con Ursula Andress diretta, il medesimo anno, da Nello Rossati), ma portato malamente sullo schermo e reso poco gradevole per via di un finale inatteso (quanto forzato). Al centro del film la morale religiosa -che ben si prestava ad una lettura più attenta- cede il posto alle (notevoli) presenze fisiche di Femi Benussi e della Guida, quest’ultima destinata a rivestire, nel periodo, ruoli blasfemi quando non tragici. Brutti dialoghi e doppiaggio scadente peggiorano ulteriormente il risultato.
Indigesta ennesima variazione sul tema degli ingravidabalconi siciliani (© Brancati, indegnamente citato nel film), il terribile Milli e altri due cagnacci, con Stander a pilota automatico innestato nell’eterno ruolo del vechio erotomane, la Benussi mignottona e la Guida novizia appunto con pruriti. Quando il pesante salmo sembra finire in Gloria, ecco una trovata delirante che vorrebbe dare al tutto un sapore di critica sociale: gli artefici meriterebbero analogo trattamento.
Grossolana commedia siculo-veneta che lascia infastiditi per l’alto tasso di ingenuità, stereotipi e forzature che la pervade: lo zio vecchio e satiro, la moglie vogliosa, la novizia con poca vocazione e tanta voglia di vivere, il triangolo lui-lei-Dio, le inflessioni dialettali…Ci si diverte poco o nulla; l’unica delizia è nel finale agreste con l’allegro nudo integrale della Guida, prima dell’insulsa “trovata” conclusiva…
Noioso film erotico che relega la Guida ad un ruolo perfino marginale (nei primi 40′ si vede solo due o tre volte per una manciata di secondi complessivi) e che stiracchia una storiella da cortometraggio all’inverosimile. Gino Milli ritorna al paesello dopo 6 anni,e per un po’ vitelloneggia con due amici finché la visione prolungata di una novizia con le fattezze della Gloria nazionale non lo distrarrà leggermente. Il finale sembra quasi improvvisato in fase di montaggio, tanto è assurdo e slegato dal resto della pellicola. Boh.
Noioso. Tre ragazzi siciliani passano il loro tempo a donne: uno di loro è il nipote di un vecchio erotomane e conoscerà una novizia che nasconde un segreto… Troppo noioso, attori non proprio eccezionali (anche Stander delude), per non parlare poi della sopresa finale… Mediocre, tendente allo scarso.
Bruttino, se non peggio. Pessimo l’inizio e leggermente meglio il resto, che però resta su un livello che mette addosso ogni tanto una certa sgradevolezza, dovuta anche a una sciatteria di fondo. Doppiato tra l’altro in modo che più ingenuo non si può (paese siciliano, suora veneta, farmacista bolognese…). Definire i due amici del protagonista “insopportabili” è come far loro un complimento. Finale tragico (tipico dell’epoca) piuttosto forzato. Decisamente il peggior film con la Guida che abbia mai visto.
Dopo un’oretta abbastanza noiosa il film si risolleva, ovviamente, nel momento in cui la novizia Gloria Guida comincia a denudarsi. L’ultima mezz’ora è decisamente in crescendo e culmina nel tragico e inatteso finale agreste/bucolico. Cast loffio, si salva solo la (al solito) zoccoleggiante Benussi. Insomma, un film solo per amanti all’ultimo stadio della bionda Guida che, nei panni (pochi) di infermiera di notte, farà molto meglio negli anni successivi…
Murderock-uccide a passo di danza
Candice Norman è una bellissima donna che in passato è stata una brava ballerina prima di dover smettere per colpa di un incidente stradale.
Dirige una scuola di danza in cui ballerini e ballerine di una certa abilità cercano il perfezionamento delle loro doti in attesa di avere un colpo di fortuna che li proietti in un musical o che comunque spiani loro la strada verso la celebrità.
Ma all’improvviso nella scuola si scatena un’ondata di omicidi apparentemente senza spiegazioni; alcune ballerine vengono barbaramente uccise con uno spillone conficcato nel cuore subito dopo essere state narcotizzate con del cloroformio.
La stessa Candice da quel momento vive una situazione da incubo: in sogno vede un uomo che tenta di ucciderla con il modus operandi del killer che sta facendo strage di ballerine.
L’uomo è un fotomodello di nome George Webb e Candice alla fine riesce a trovarlo, ma inspiegabilmente invece di denunciarlo ne diventa l’amante.
Nel frattempo il commissario Borges che è incaricato di svolgere le indagini brancola nel buio, in quanto ai feroci omicidi manca sia un movente che una relazione tra le vittime, se non quella costituita dall’appartenenza delle vittime alla scuola professionale di danza.
Dopo un colloquio con Candice, Borges crede di aver identificato il misterioso killer in George Webb, ma ben presto dovrà ricredersi, prima di arrivare alla sconvolgente verità….
Murderock – uccide a passo di danza è un film diretto nel 1984 da Lucio Fulci, reduce da una serie altalenante di prove da regista sopratutto nel campo dell’horror puro.
Dico subito che Murderock è un giallo/thriller che a mala pena raggiunge la sufficienza sopratutto dopo l’ultima grande prova che il regista romano aveva dato dirigendo uno dei thriller più interessanti dell’intero decennio settanta, ovvero Sette note in nero da lui diretto nel 1977.
Siamo purtroppo lontanissimi dal risultato qualitativo del film citato; Fulci che ormai è abitato alle atmosfere horror dei film che ha diretto da allora in poi sembra quasi dimenticare l’originalità e l’innovazione che erano stati i punti di forza di film come Una lucertola con la pelle di donna e dello stesso Sette note in nero.
L’incubo di Candice
Olga Karlatos è Candice
L’atmosfera è troppo “argentiana”, la storia abbastanza risibile e per colmo di sventura anche poco appassionante.
Colpa di una serie di fattori concomitanti; la sceneggiatura è lacunosa, nel film manca una tensione continua che appare solo a sprazzi, la colonna sonora di Emerson è sparata oltre i limiti della decenza, il finale è banale e quasi scontato.
Forse può sembrare una recensione troppo cattiva, ma va detto che Fulci e questo thriller appaiono corpi estranei.
Il meglio di se il maestro romano l’ha dato con film come Non si sevizia un paperino (1972), con il graffiante
All’onorevole piacciono le donne (Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia) (1972), con il sensuale Una sull’altra (1969).
In Murderock il mestiere c’è, ma manca il guizzo; la regia è piatta e testimonia di una fase involutiva che il regista imbocca e che lo porterà a dirigere opere assolutamente incolori come Quando Alice ruppe lo specchio (1988) quando non anche assolutamente inguardabili come nel caso di Il fantasma di Sodoma (1988)
Qualche sprazzo luminoso, ma ad abbondare sono le zone d’ombra.
Il cast vede svettare i tre protagonisti principali, ovvero la bella Olga Karlatos nei panni di Candice, la solita sicurezza rappresentata da Ray Lovelock che interpreta George Webb e da Claudio Cassinelli nei panni del commissario Borges.
Il resto è buio totale, con attori che sono molto al di sotto della sufficienza.
Un’opera quindi se non da dimenticare da guardare con poca simpatia.
Murderock – Uccide a passo di danza
Un film di Lucio Fulci. Con Olga Karlatos, Ray Lovelock, Claudio Cassinelli, Cosimo Cinieri, Christian Borromeo Thriller, durata 96 min. – Italia 1984.
La paura negli occhi di Candice
Olga Karlatos: Candice Norman
Ray Lovelock: George Webb
Claudio Cassinelli: Dick Gibson
Giuseppe Mannajuolo: professor Davis
Cosimo Cinieri: Borges
Belinda Busato: Gloria Weston
Berna Maria do Carmo: Joan
Maria Vittoria Tolazzi: Jill
Geretta Marie Fields: Margie
Christian Borromeo: Willy Stark
Carla Buzzanca: Janice
Angela Lemerman: Susan
Robert Gligorov: Bert
Carlo Caldera: Bob
Riccardo Parisio Perrotti: Steiner
Giovanni De Nava: portinaio
Al Cliver: analista della voce
Silvia Collatina: Molly
Lucio Fulci: Phil
Regia Lucio Fulci
Soggetto Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Lucio Fulci
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Produttore Augusto Caminito, Sergio Iacobis, Piero Lazzari
Produttore esecutivo Gabriele Silvestri
Casa di produzione Scena Film
Distribuzione (Italia) CDE – Compagnia Distribuzione Europea
Fotografia Giuseppe Pinori
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Keith Emerson
Scenografia Paolo Biagetti
Costumi Michela Gisotti
Trucco Franco Casagni
Delusione. Un film a-centrico, nel senso che manca di corpo centrale, di una parvenza di linearità di trama. Presenta invece parentesi talora strambe, talora semivuote, con l’aggravante di avere una soluzione di una banalità sconcertante. Non si sevizia un paperino, scusate ora la mia banalità, è di un altro pianeta.
I gusti di B. Legnani
Un thriller sensuale, ben sviluppato e ispirato, oltreché dal musical Flashdance, dai classici gialli anni ’70. Fulci imprime un ritmo serrato, ben sostenuto dalle musiche di Keith Emerson e privo di banali (e facili) sequenze splatter. Il killer uccide in maniera sorprendentemente delicata (previa anestesia), trapassando con spillone i morbidi (e giovani) seni delle sensuali ballerine. La Karlatos ha un ché di magnetico (e tristemente infelice) aspetto che trasuda da ogni poro ma soprattutto dai glaciali occhi… Malinconico.
I gusti di Undying
Altra prova dell’eclettismo di Fulci che, accantonati gli eccessi del precedente Lo squartatore, mette in scena un giallo delicato e praticamente senza sangue, cavalcando l’onda dei coevi film sulle scuole di ballo e della passione per i videoclip. Richiami a Una lucertola (il personaggio della Karlatos e i suoi incubi) e un finale che anticipa Fatal frames. Sensuali i passi di danza delle belle e giovani ballerine al ritmo delle incalzanti musiche di Emerson.
Passo che indirizza il caro Lucio verso il viale del tramonto, da lì in poi tristemente percorso saltando con l’asta. Un canovaccio agatachristiano con echi lucertoleschi e invidie alla “Saranno famosi”, intercalato da goffe coreografie che manco le peggiori performance di “Amici”, e ritmicamente scandito da uno spillone-metronomo che decima scarsi comprimari che altro non meritano che di sparire di scena. Piace tuttavia che Fulci onori la classica formula dell’whodoneit-cavalcata da un Cinieri in gran forma- accantonando una tantum le iperboli splatter.
Filmettino fulciano dalle chiare coloriture “argentiane”: la scuola di danza viene dritta da “Suspiria” e la scelta di Keith Emerson per la colonna sonora (brutta) ricorda “Inferno”. Giallo di una pochezza sconcertante (con omicidi a base di spilloni) che non riesce minimamente ad avvincere e creare tensione. Tra i peggiori film del regista romano.
Fulci torna al giallo all’italiana, ma purtroppo lo fa contaminandolo con il genere alla “saranno famosi”. Ne esce un ibrido che, soprattutto nella prima parte, risulta noioso e ripetitivo (se si levano le scene inutili dedicate al ballo, rimane molto meno di un’ora di spettacolo). Gli attori sono sulla sufficienza e anche sotto, le musiche di Emerson non sono degne di essere ricordate. Pastrocchio totale allora? No, fortunatamente alcune scene ben girate ci sono, anche se il film rimane sotto la sufficienza piena.
Fulci dirige un buon giallo, anche accantonando le scene sanguinolente. Oltre a una serie di buoni colpi di scena, il film viene sorretto dalle solide interpretazioni di attori come la Karlatos (che torna a recitare per Fulci dopo Zombi 2) e Lovelock (e c’è pure Borromeo). Come è stato giustamente descritto, un Flashdance in chiave gialla, da vedere. Nient’affatto un Fulci minore: crea ottime scene di tensione.
Thriller appena passabile. Il primo tempo è lento e piuttosto noioso ma nel secondo il film decolla e diventa abbastanza godibile. Davvero niente male l’ultimo colpo di scena. Buona la regia di Fulci, insolitamente cupa la fotografia, discrete le musiche di Emerson, buono il cast. Quasi totalmente assenti le scene violente.
In questo film (bello il titolo) troviamo una sorta di “Saranno famosi” in chiave thriller-orrorifica, al quale si aggiungono alcuni spunti del “giallo solare” per eccellenza quale è l’argentiano Tenebre, uscito appena l’anno prima. Insomma, niente di nuovo, d’altronde Fulci ci ha abituati a queste operazioni. Tolti gli interminabili balletti (sfiancanti), rimane un giallo di discreta qualità e con alcuni guizzi di genio tipici del regista.
Invecchiato male, questo giallo del grande Fulci; le terrificanti musiche di Emerson, interminabili balletti, scenografie povere, una fotografia spenta e un clima dimesso, danno proprio una sensazione di “vecchiume” che non si riscontra normalmente nel cinema del regista. A parte una tipica misoginia di fondo tutta fulciana, la trama è così così, con uno svolgimento abbastanza ripetitivo e una soluzione finale francamente forzata ed improbabile. Tutto sommato un prodotto professionale, ma superfluo e un po’ scialbo; alquanto trascurabile. **
Boys don’t cry

Una storia vera e terribile, una storia americana di ignoranza e omofobia, di razzismo sessuale e di violenza.
E’ la storia di Brandon Teena, all’anagrafe Teena Brandon; una differenza non di poco conto perchè quel Teena posto davanti indica nettamente il genere femminile della persona in questione.
Quel cognome che è anche un nome, Brandon, come si fa chiamare Teena, indica chiaramente la volontà della ragazza; lei è nata tale biologicamente ma non sessualmente perchè sente di essere un uomo, con i sentimenti e le pulsioni sessuali tutte rivolte all’universo femminile.
Da questa storia di identità sessuale confusa, come la chiama uno psicologo nel film, nasce quest’opera spiazzante e drammatica diretta da Kimberly Peirce nel 1999.

Brandon in fuga
Il film parte raccontando la vita, quasi in maniera on the road, di Brandon, mostrandocelo nei suoi difficili rapporti sia con il mondo maschile sia con quello femminile.
Ma è proprio il mondo maschile, al quale il ragazzo ( tale è, a tutti gli effetti, salvo nei genitali) sente di appartenere che sembra allontanarlo da se.
Brandon infatti si comporta come un uomo, sfidando i maschi anche in improbabili scazzottate, dalle quali esce ovviamente sconfitto.
Ma Brandon ha anche una carica innata di simpatia, oltre che essere affascinante; questo gli permette di stringere amicizie femminili come quella con Candace Lambert, con ragazzi come i suoi futuri killer John Lotter e Tom Nissen e sopratutto quella con tanto di contorno sentimentale con Lana Tisdale, una ragazza dai molti problemi e dal carattere chiuso e introverso.

Brandon si camuffa da uomo
La messinscena di Brandon però non dura a lungo; fermata per guida pericolosa, Brandon viene portato in carcere e qui indagando la polizia scopre il suo passato fatto di piccoli furti ma sopratutto il segreto sul suo sesso.
Quando la notizia del suo arresto finisce sui giornali locali, Brandon si trova a dover parlare della sua difficile condizione proprio con l’esterefatta Lana, mentre a prenderla decisamente male sono John Lotter e Tom Nissen; i due giovani, dopo averlo caricato nella loro auto lo portano in un luogo isolato e lo violentano ripetutamente.
Con coraggio, Brandon decide di denunciare l’accaduto, scontrandosi con la mentalità retrogada dello sceriffo e mettendosi contro inevitabilmente John e Tom.
Brandon trova rifugio dall’amica Candace e qui viene raggiunta da Lana, che nonostante tutto ha capito di amarlo, aldilà della sua sessualità.

Momenti di tenerezza tra innamorati
Così i due progettano una vita insieme, lontano dalla mentalità provinciale del piccolo centro in cui vivono; ma John e Tom li raggiungono e sparano prima a Candace e poi a Brandon.
A Lana non resta altro da fare che vegliare il corpo esanime della persona che amava.
I titoli di coda ci informano su quello che accade dopo, ovvero il processo ai due assassini, che sono ancora in attesa dell’applicazione della sentenza di morte e dell’adozione da parte di Lana della piccola di Candace, rimasta orfana.
Boys don’t cry è un film scomodo, diretto da Kimberly Peirce nel 1999.
La regista e sceneggiatrice statunitense, alla sua prima opera cinematografica realizza un film inquietante e crudele come del resto lo è stata la storia vera dello sventurato Brandon. Un film che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, sopratutto quello che ha visto il film nella sua visione quasi apocalittica di una società provinciale americana basata su un’ipocrisia e un concetto di perbenismo aberrante.

Il primo bacio d’amore
Il coraggio della Peirce consiste sopratutto nella scelta di mostrare l’accaduto senza mitigare in alcun modo la portata drammatica degli avvenimenti, senza scegliere la facile via del pietismo e donando sopratutto un taglio giornalistico al film.
Ma attenzione, il film non è solo un coraggioso tentativo di mostrare la cronaca di un fatto odioso oltre che tragico; è la cronaca di una vita distrutta dall’ignoranza, dalle fobie e dai pregiudizi, proprio nel grande paese della democrazia applicata, quell’America patria dei diritti civili.
La piccola e farisea Falls City, nella contea di Richardson è la cittadina prototipo delle diseguaglianze americane, che siano dovute al colore della pelle o semplicemente alla sessualità della persona.
La Peirce altro non fa che illustrarci il percorso brevissimo di vita di una teenager nata nel corpo sbagliato o forse pù esattamente con il sesso sbagliato.


Ma è davvero una relazione impossibile?
Il prezzo che pagherà Brandon sarà altissimo, purtroppo.
Nella realtà le cose non andarono poi così differentemente da come mostrato nel film; la regista omette il primo tragico episodio della vita di Brandon, avvenuto quando non vestiva ancora abiti maschili.
Brandon infatti venne violentato da un parente ed ebbe anche un’adolescenza difficile, in seguito alle difficoltà di rapporti con sua madre che si rifiutò sempre di vederlo come un uomo, bensì come una figlia, il sesso con cui era nato.
Nel finale viene omessa anche la conclusione della vicenda processuale dei due stupratori e assassini; Tom Nissen, in cambio di un forte sconto di pena testimoniò contro John Lotter.

Il corpo di Brandon dopo le sevizie mentre viene visitata

Umiliato davanti a Lana
Nissen così scampò alla pena di morte e si vide commutata la stessa in ergastolo mentre Tom è ancora in attesa della revisione del processo, senza la quale finirebbe nella camera a gas, a quasi vent’anni dagli omicidi commessi.
In Boys don’t cry vanno segnalate le due magnifiche recitazioni femminili delle due protagoniste ovvero Hilary Swank nella parte di Brandon e di Chloe Sevigny in quella di Lana.
Entrambe le attrici svolgono superlativamente i compiti attribuiti: la Swank è asciutta, misurata e dolente nella difficile parte del transgender Brandon,


“Guardalo è questo l’uomo di cui ti sei innamorata?”
tanto da meritarsi il primo dei suoi due premi Oscar, quello attribuitole come miglior attrice protagonista nella notte degli Oscar del 2000 mentre la Sevigny si rivela attrice di rango anche se in tenerissima età (15 anni), confermando la sua personale vocazione ribadita in seguito per le produzioni non hollywoodiane e quindi indipendenti.
Belle le musiche e la fotografia, asciutta e rigorosa la regia di Kimberly Peirce che imprevedibilmente dopo l’ottimo successo di pubblico e critica di Boys don’t cry ha diretto solo Stop-Loss nel 2008.
Un film davvero molto interessante, per riflettere e per gustarsi due ore di gran cinema.

Boys Don’t Cry
Un film di Kimberly Peirce. Con Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III, Alicia Goranson, Alison Folland, Jeannetta Arnette, Rob Campbell, Matt McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Josh Ridgway, Craig Erickson, Stephanie Sechrist, Jerry Haynes
Drammatico, durata 118 min. – USA 1999.



Morte di Brandon

Hilary Swank è Brandon Teena

La bravissima Chloe Sevigny è Lana



Hilary Swank … Brandon Teena
Chloë Sevigny … Lana Tisdel
Peter Sarsgaard … John Lotter
Brendan Sexton III … Tom Nissen
Alicia Goranson … Candace
Alison Folland … Kate
Jeannetta Arnette … Mamma di Lana
Rob Campbell … Brian
Matt McGrath … Lonny
Cheyenne Rushing … Nicole
Robert Prentiss … Camionista
Josh Ridgway … Cassiere del Kwik
Craig Erickson … Camionista
Stephanie Sechrist … April
Jerry Haynes … Giudice

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson
Editing: Tracy Granger, Lee Percy
Production design: Michael Shaw
Direzione artistica: Shawn Carroll

The Bluest Eyes in Texas – Nina Person / Nathan Larson
A New Shade of Blue – The Bobby Fuller Four
She’s Got a Way – The Smithereens
Who’s That Lady? – The Isley Brothers
Codine Blues – The Charlatans
Silver Wings – The Knitters
Who Do You Love? – Quicksilver Messenger Service
Tuesday’s Gone – Lynyrd Skynyrd
Haunt – Roky Erickson
Dustless Highway – Nathan Larson
What’s Up With That? – The Dictators
Why Can’t We Live Together? – Timmy Thomas
“Boys don’t cry”-The Cure
She’s a diamond – Opal

La cerimonia della consegna degli Oscar 2000; premio alla miglior attrice protagonista per Hilary Swank

L’intensa espressione di Hilary che interpreta Brandon Teena

Il vero Brandon Teena
L’isola delle demoniache

Un posto maledetto, una chiesa sconsacrata, un naufragio con due sopravvissute.
Il posto maledetto è una ripida scogliera in Normandia, divenuto tale per la frequenza con cui nel corso dei secoli numerose navi sono finite tra gli scogli fracassandosi; la chiesa sconsacrata e ormai abbandonata nasconde secondo una leggenda locale un terribile segreto, ovvero la presenza tra le sue mura nientemeno che di un demone, imprigionatovi da sette Cavalieri che avevano partecipato alle Crociate.
Il naufragio con le due sopravvissute è quello in cui incorre una nave che sul finire degli anni trenta si schianta sulle tristemente famose rocce della scogliera della Normandia.
Le due ragazze, figlie del comandante della nave (delle quali non conosceremo i nomi) riescono a salvarsi dallo schianto, ma restano per diverso tempo prive di sensi.
Nel frattempo sul luogo del naufragio arrivano quattro loschi individui, che vivacchiano con la loro attività di sciacalli; il Capitano, com’è chiamato l’uomo che sembra aver maggiore autorità sul gruppo, la sua donna Tina, e i due loschi compari del capitano, Bosco e Paul, allettati dal bottino si accorgono della presenza delle due ragazze e invece di soccorrerle le violentano ripetutamente fino a lasciarle esanimi.
Compiuta la prodezza, il gruppo ritorna alla taverna che fa da ritrovo anche ad alcune prostitute della zona e dove la tenutaria, Madame Louise avvisa il gruppo che le due ragazze, in stato confusionario stanno per recarsi alla chiesa sconsacrata.
Qui le due sorelle trovano il custode del demone, un cavaliere, che dopo averle possedute trasmette loro dei poteri soprannaturali.
Si scatena la vendetta delle ragazze con logico olocausto finale.
Diretto dallo specialista Jean Rollin nel 1974, L’isola delle demoniache (Les demoniaques) non sfugge al tradizionale clichè del regista francese, fatto di un pizzico di paranormale di grana grossissima, di una spruzzata di violenza con qualche timido effetto splatter e sopratutto tanto erotismo con sovra esposizione di nudi femminili.
Al solito, il regista di Neuilly-sur-Seine confeziona un prodotto dagli aspetti estremamente divergenti e sconcertanti; ad una fotografia quasi lussuosa, molto simile ad una carrellata di piccoli quadri espressionisti, Rollin aggiunge una trama assolutamente inconsistente portata avanti in maniera confusa, quasi avulsa dalle immagini che scorrono sullo schermo.
Ad appesantire ulteriormente il tutto c’è la tradizionale parsimonia di dialoghi, con lunghe sequenze praticamente mute.
Inaspettatamente però il risultato finale non può essere bocciato in toto, perchè il regista francese mescola aspetti sicuramente affascinanti come la scogliera solitaria e da incubo, la chiesa sconsacrata ripresa sopratutto di sera e quindi dall’atmosfera lugubre e claustrofobica con un finale molto cattivo, in cui c’è spazio per la morte di tutti i personaggi principali, buoni o cattivi che siano.
Chi conosce Rollin sa che tra i 52 film che lui ha diretto la stragrande maggioranza ha trame a tratti inesistenti oppure esistenti e incomprensibili per lunghi tratti.
L’isola delle demoniache non fa eccezione, così come al solito la presenza di nudi femminili è massiccia anche se davvero poco erotica.
Anche le scene più forti, quelle di sesso tra le sorelle e il misterioso Cavaliere Crociato che custodisce il demone nella chiesa sconsacrata restano abbastanza freddine, non fosse altro per i minuti precedenti alle scene incriminate, in cui le due sorelle hanno passeggiato nude mano nella mano in un luogo che metterebbe i brividi a vederlo anche da fuori.
Ecco, le scene della chiesa sono decisamente le migliori, anche se ancora una volta va sottolineneata l’abitudine di Rollin di usare un ritmo bassissimo, quasi sognante per illustrare le situazioni che man mano si sviluppano nel film.
Per le due parti principali, le due sorelle, Rollin sceglie Lieva Lone e Patricia Hermenier, la prima all’esordio cinematografico ( e anche alla sua ultima prova), la seconda reduce dal film di José Bénazéraf The french love; anche Patricia Hermenier darà l’addio con questo film alla sua inesistente carriera cinematografica.
Poichè alle due attrici non è chiesto di far altro che farsi violentare e andar in giro nude, senza praticamente proferir verbo, si può dire che assolvano al loro compito.
Il resto del cast è nello standard tipico di Rollin, ovvero men che mediocre.
L’isola delle demoniache è comunque un passettino avanti per il regista francese, reduce da opere come Schiave del piacere o I desideri erotici di Christine, fatte molto probabilmente per la vil pecunia.
Qui Rollin osa fare qualcosa in più e come ho già detto il risultato è almeno da sufficienza.
L’isola delle demoniache, di Jean Rollin– Con Joelle Coeur, Lieva Lone, Patricia Hermenier, John Rico, Willy Braque, Paul Bisciglia, Louise Dhour, Ben Zimet, Mireille Dargent, Miletic Zivomir, Isabelle Copejans, Yves Collignon, Véronique Fanis, Monica Swinn- Horror erotico, Francia/Belgio 1974
Joëlle Coeur … Tina
John Rico … il Capitano
Willy Braque … Bosco
Paul Bisciglia … Paul
Lieva Lone … La prima Demoniaca
Patricia Hermenier … La seconda Demoniaca
Louise Dhour … Louise
Ben Zimet … L’esorcista
Mireille Dargent … Clown
Miletic Zivomir … Il Demonio
Regia: Jean Rollin
Sceneggiatura: Jean Rollin
Produzione: Pierre Quérut,Lionel Wallmann
Musiche : Pierre Raph
Editing: Michel Patient
Direzione artistica: Jio Berk



















































































































