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Violentata davanti al marito

Willy Harris è un piccolo delinquente comune, uno spacciatore di droga che, arrestato, si vede rifilare una condanna a 6 mesi di galera da scontare presso un bagno penale in Georgia, ai lavori forzati.
Nel campo vige la legge dei secondini e ben presto Willy deve fare i conti con l’arroganza degli stessi; così quando Mike Wedd, che è nel campo a scontare una condanna all’ergastolo per omicidio organizza un’evasione di massa, Willy evade con lui pur dovendo scontare una pena mite.
Purtroppo per lui quando è stato portato nel bagno penale è stato legato a Mike così è gioco forza dover fuggire con lui.
Willy decide quindi di rifugiarsi dalla sua donna, Ann, che ovviamente lo accoglie; quello che Willy non sa è che il violento Mike, che li ha spiati mentre facevano l’amore, approfitta della ragazza.


I due quindi decidono di cambiare nascondiglio, portando con loro Ann.
Il rifugio ideale per loro si presenta all’improvviso; una vecchia fattoria isolata, dove abitano un fattore (Tom) avanti negli anni con la sua giovane e bella moglie.
Willy prudentemente rimanda indietro Ann e in compagnia di Mike prendono in ostaggio la coppia.
La giovane moglie, che mal sopporta l’anziano marito, si lega immediatamente a Willy, ma deve subire le avance di Mike che alla fine la violenta su un divano davanti all’anziano fattore legato ad una poltrona e quindi impotente ad agire.
E’ arrivato il momento di riprendere la fuga, così i due evasi decidono di portare con loro la moglie del fattore.
Ma lungo la strada finiscono per incappare in un posto di blocco della polizia che non ha mai smesso di braccarli.
Dopo una rocambolesca fuga, il terzetto ritorna sui propri passi alla fattoria della donna.


Qui però avranno una brutta sorpresa: Tom si è liberato delle funi che lo tenevano legato e …..
Lee Frost, onesto mestierante specializzato in film con abbondanti sfumature erotiche innestate su trame che spaziano tra i nazisploitation, i thriller e le spy story dirige questo Violentata davanti al marito nel 1971.
Un film che mescola con astuzia elementi classici del cinema di avventura (la fuga dei galeotti legati, le condizioni disumane del bagno penale), del thriller (l’arrivo nella fattoria isolata), del rape and revenge classico (lo stupro della moglie del fattore) il tutto condito con qualche inserto blandamente erotico, quel tanto da evitare il famigerato X rated che destinava il film al solo pubblico adulto e ai circuiti secondari.
Il tutto ha una sua dignità, la storia anche se già vista altre volte regge il confronto almeno dal punto di vista della tensione con film più famosi con una trama del tutto simile a questa.


Classico prodotto b movie a bassissimo costo, Chain Gang Women tradotto in italiano con il titolo molto furbo di Violentata davanti al marito può valere una visione nell’ottica del puro passatempo senza impegno.
Del resto Frost si arrangia con quello che ha, ovvero con pochi dollari che utilizza esclusivamente per assemblare un cast di comprimari; i ruoli principali sono affidati ad autentici caratteristi come Michael Stearns, William B. Martin e le due bellezze inevitabilmente inserite non solo per ragioni di sceneggiatura, ma per meri motivi fisici.
Barbara Mills, attrice dalle alterne fortune specializzatasi prima e dopo in B movies è la bella moglie del fattore mentre Linda York (da noi pressochè sconosciuta) è Ann, la fidanzata di Willy.


Il cast lavora con decoro guadagnandosi la sufficienza aiutato anche dal clima nettamente da B movies che il film emana dopo pochi minuti dal suo inizio.
Tuttavia, come dicevo prima, può valere una visione non fosse altro che per respirare l’aria campagnola dell’America primi anni settanta, in un trionfo di oggetti vintage, auto d’epoca e vestiti di serie come poi ne abbiamo visti a bizzeffe in altre produzioni clone.

Violentata davanti al marito
Un film di Lee Frost. Con Michael Stern, Robert Lott, Barbara Mills, Linda York Titolo originale Chain Gang Women. Erotico, durata 90 min. – USA 1971.

Michael Stearns .. Mike
Barbara Mills ..La moglie del fattore.
Linda York … Ann
Ralph Campbell …Tom il fattore
Wes Bishop … Coleman
William B. Martin … Willy
Bruce Kimball … Sam
Phil Hoover … Gentry
Chuck Wells … Jones
Duke Wilmoth …Un prigioniero
E. ‘Red’ Schryver … Larson
Colin Male …Un prigioniero
Henry Fusco …Un prigioniero
Jim Stemme …Un prigioniero
James E. McLarty …Sergente di polizia

Regia: Lee Frost
Sceneggiatura: Lee Frost, Wes Bishop
Produzione: Wes Bishop,Jeffrey Kruger
Musiche: Porter Jordan
Montaggio: Lee Frost
Editing: Lee Frost, E. ‘Red’ Schryver

giugno 20, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Una ragazza piuttosto complicata

Alberto è un giovane bohemien, seduttore ma anche voyeur; un giorno intercetta casualmente una telefonata bollente tra due amanti lesbiche e decide di conoscere personalmente Claudia,una delle  protagoniste della telefonata.
Claudia è una ragazza che fa la pittrice a tempo perso; è una borghese enigmatica e sessualmente disinibita, fidanzata con Pietro che però frequenta poco.
Tra i due nasce una relazione; Alberto sembra stregato dalla strana ed enigmatica personalità di Claudia, che sembra riuscire a convivere senza problemi dividendosi tra Pietro e il suo nuovo amante.
Casualmente un giorno Alberto scopre che la donna porta con se una pistola; chieste spiegazioni in merito riceve da Claudia una risposta ambigua.

Florinda Bolkan

La donna racconta di aver dovuto subire le attenzioni particolari di Greta, la seconda moglie di suo padre e che la pistola le serve perchè ha intenzione di usarla su di se, perchè è arrivata al punto di disprezzarsi e odiarsi.
Alberto conosce Greta e poco tempo dopo matura il desiderio di liberare Claudia dal suo personale tormento; così un giorno incontratola per strada mentre è alla guida di una bicicletta la investe e la uccide.
Ma Claudia sembra più sconvolta che rallegrata dalla notizia dell’omicidio e tronca la relazione con Alberto.
Quando costui tenterà di rivederla……


Classico melodramma intriso di motivazioni filosofiche-sociali,Una ragazza piuttosto complicata è la riduzione cinematografica di un romanzo di Alberto Moravia; lo scrittore, che nel 1959 aveva scritto La marcia indietro, il romanzo da cui il film è tratto, è stato utilizzato spesso per edizioni cinematografiche, quasi sempre con risultati discutibili se non pessimi.
In questo caso, anche se non siamo di fronte ad una riduzione malvagia, assistiamo al solito esercizio di stile in classica metafora anti borghese con intenti moralizzatori e di denuncia inerenti il dorato mondo medio borghese italiano della fine degli anni sessanta.
Diretto da Damiano Damiani nel 1969, che l’anno precedente aveva viceversa trasposto con grande bravura il classico di Sciascia Il giorno della civetta, Una ragazza piuttosto complicata è un film a corrente alternata, in cui convivono alcune parti felici (la descrizione del mondo pop in cui vive la pittrice Claudia) e altre decisamente meno (dialoghi spesso astrusi e improbabili), con un finale abbastanza sorprendente ma allo stesso tempo irrisolto e enigmatico.


Probabilmente il regista friulano nelle intenzioni voleva riproporre Moravia in una nuova veste, dopo aver presentato nel 1963 La noia, sempre tratto da un romanzo dello scrittore romano; non a caso sceglie per il ruolo di Claudia Catherine Spaak che nel 1963 aveva interpretato Cecilia.
Ma questa volta l’alchimia non c’è e non per colpa della bella attrice francese; a non funzionare è la storia in se, ricca di pause e di dialoghi spesso artificiosi quando non pretestuosi.
In più nel ruolo di Alberto viene scelto Jean Sorel, che misteriosamente appare impacciato e goffo; il ruolo a metà strada tra l’intellettuale e il frivolo che sono l’ossatura del personaggio di Alberto sono resi in maniera dilettantesca dall’attore francese.

Catherine Spaak e Jean Sorel

Un altro errore della sceneggiatura del film consiste nell’aver sacrificato il personaggio di Greta, che poteva essere reso ricco di sfumature abbandonandolo al suo destino; non viene spiegata infatti la natura del rapporto tra Claudia e Greta così come relegato in un angolo è il personaggio di Pietro, il fidanzato di Claudia interpretato da un Proietti in palese disagio.

Molto meglio la Bolkan nel ruolo di Greta, ma come già detto, il suo personaggio manca di spessore, profondità.
Bene invece la parte visiva che riguardano la descrizione dell’avanguardia body art (c’è una ricercatezza di inquadrature davvero encomiabile); il film quindi mantiene un equilibrio davvero precario fra scene e dialoghi a tratti narcotizzanti e una storia dei personaggi che la popolano mai eviscerata e viceversa piuttosto sacrificata.
Prodotto che avrebbe potuto avere un’altra resa se solo si fosse osato arricchire la psicologia dei personaggi sacrificando dialoghi verbosi e pretenziosità delle solite tirate anti borghesi.
Damiani ha fatto di meglio nel corso della sua carriera, ma va anche detto che non siamo di fronte ad un prodotto invedibile quanto piuttosto pesantemente datato. Non certo un b-movies, che può valere una visione.

A tal riguardo segnalo il link per la visione in streaming del film, in una buona qualità:http://www.nowvideo.sx/video/e39470fb4d429

Una ragazza piuttosto complicata
Un film di Damiano Damiani. Con Florinda Bolkan, Catherine Spaak, Jean Sorel, Luigi Proietti,Gabriella Grimaldi, Gaetano Imbrò, Gino Lavagetto, Franco Giornelli, Luigi Casellato, Luciano Catenacci, Franco Leo, Sergio Graziani Drammatico, durata 112′ min. – Italia 1969

Jean Sorel: Alberto
Catherine Spaak: Claudia
Florinda Bolkan: Greta
Gigi Proietti: Pietro

Regia Damiano Damiani
Sceneggiatura Damiano Damiani, Alberto Silvestri, Franco Verucci
Casa di produzione Filmena, Fono Roma
Distribuzione (Italia) La Florida Cinematografica
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Antonietta Zita
Musiche Fabio Fabor

Una ragazza piuttosto complicata foto 1

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Una ragazza piuttosto complicata locandina 1

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giugno 12, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Brutti sporchi e cattivi

Un’umanità brutta, sporca e cattiva, che vive emarginata in una baraccopoli ai margini della metropoli in condizioni di degrado fisico e morale, in cui tutti sono pronti a far tutto pur di galleggiare in un’esistenza anonima e segnata dalla miseria e dall’abbrutimento
Un microcosmo popolato da accattoni e ladri, puttane e truffatori, un’umanità segnata anche fisicamente da tratti somatici spesso ripugnanti, in cui vige una promiscuità in cui non c’è alcuna regola morale, nella quale fioriscono rapporti incestuosi e rapporti proibiti tra e con minorenni; questo è il quadro d’assieme del film di Scola, che indica proprio nel titolo le caratteristiche specifiche di questa massa amorfa di individui che sono per l’appunto brutti sporchi e cattivi.
Siamo alla periferia di Roma, in un campo densamente popolato e strutturato a macchia di leopardo con costruzioni fatiscenti in cui vivono, in condizioni assolutamente proibitive quelli che sono gli emarginati e i reietti della società civile; fra essi spicca la famiglia allargata di Giacinto Mazzatella, un emigrato pugliese privo di un occhio dal carattere dispotico, che alloggia in una baracca in cui vivono due dozzine di persone.

Promiscuità nella baracca

Tra esse ci sono la consorte di Giacinto, la mamma, i figlie le figlie, le nuore che occupano come bestie la cadente costruzione; Giacinto non si fa scrupoli di trattare tutti come animali, assolutamente indifferente a qualsiasi forma di morale. Lo vedremo infatti circuire sua nuora, portarsi a casa una prostituta e imporla come sua compagna alla moglie e al parentame,usare la sua cinica a abominevole morale per dominare e tiranneggiare la pletora di persone che lo circonda, tutti in qualche modo costretti a ruotare attorno alla sua figura.
Giacinto sa di poter dominare gli altri in virtù del possesso di un milione di lire, somma che gli è stata riconosciuta come indennizzo per aver perso un occhio; quel milione ovviamente fa gola a tutti e lui lo nasconde nei luoghi più improbabili, fino a scordarsi talvolta il nascondiglio in cui lo ha messo.

Nino Manfredi

Allora Giacinto diventa ancor più disumano se vogliamo; la sua furia si abbatte su tutti, fino al momento in cui ritrova il denaro e torna quindi ad una dimensione meno diabolica.
Il precario equilibrio della gente della barracca si dissolve il giorno in cui porta a casa Iside, una formosa prostituta napoletana con la quale si è dato alla bella vita, iniziando a dilapidare il suo piccolo gruzzolo.
Per la famiglia è un’onta intollerabile; non è il gesto in se a scatenare le ire, perchè ben altre cose accadono in quella succursale d’inferno che è la baracca, ma è lo spreco di denaro la molla scatenante, perchè su quel denaro ci fanno affidamento un pò tutti.
Così, con un complotto di famiglia grottesco e tragico si arriva alla decisione finale; Giacinto deve morire.
Gli avvelenano la pasta, ma il piccolo Lucifero si salva, perchè è scaltro, perchè assomiglia ad un topo, uno di quelli che infestano il campo; così, conscio di esser stato avvelenato con un topicida, Giacinto si salva ingerendo acqua salata e vomitando il micidiale intruglio.


La sua vendetta scatta puntuale: vende la baracca ad un altro gruppo di disperati, acquista una vecchia auto e si gode la scena dell’arrivo degli emigrati che si scontra con la sua famiglia. Poi da fuoco alla barracca; adesso le famiglie senza casa sono due, ma la soluzione c’è.
E Giacinto torna ad occupare il suo ruolo di re della corte dei miracoli; si fa nascondere il denaro nel braccio che adesso porta ingessato e giganteggia dall’alto del ritrovato potere.
Brutti sporchi e cattivi è un film grottesco all’eccesso, cattivissimo e nichilista, in cui si muove un’umanità sperduta e senza bussola, in cui non c’è un solo personaggio che non risenta della situazione di degrado morale in cui vive.
E la degradazione la avvertiamo in quasi tutte le scenette costruite dal regista, quell’Ettore Scola che con questo film raggiunge le vette della sua poetica; siamo di fronte ad un piccolo capolavoro che riesce nell’impresa di capovolgere gli stereotipi imposti dalla morale corrente, in cui i poveri sono solamente sfortunati protagonisti della vita sociale.
In questo film si ribaltano le prospettive, perchè affiora l’altra faccia di un’umanità fatta di poveri che non sono solo tali dal punto di vista economico, ma lo sono dal punto di vista etico e morale, una massa amorfa priva di dignità e regole, di sentimenti e sopratutto un’umanità istintiva preda delle peggiori pulsioni.


Scola dipinge quindi un sottoproletariato che assomiglia a quello pasoliniano solo per l’habitat nel quale si muove; non ha speranze, questo popolo di disperati e non le ha perchè è marcio dentro, perchè è cattivo di suo, perchè ha un comportamento asociale e anarchico.
Non ci sono leggi che tengano, non c’è armonia o pulizia morale in questo girone dantesco; nella barracca ( e il discorso lo si può allargare a tutto il campo) si vive assieme per opportunità personale, perchè non c’è altro posto in cui ripararsi, mangiare e espletare i propri bisogni.
Emblematica a tal fine la figura della ragazzina che riempie l’acqua per la famiglia; è l’immagine di apertura e la vediamo guardare, con occhi sognanti e ancora se vogliamo puri in direzione della città, che sembra lontana anni luce dall’alto della cupola di san Pietro. La rivedremo nelle scene finali andare ancora a riempire l’acqua, ma questa volta incinta.Un’immagine desolante, ancora stagliata con la città in lontananza, assolutamente indifferente ai drammi di gente che vive esistenze al più infimo livello animalesco.


Scola smonta quindi un mito, quello del povero sfortunato e ne fa un mito all’opposto, creando le condizioni per la nascita di un’altra frazione di sottoproletariato, quello senza speranza e senza futuro.
Un mondo in cui vige una legge della giungla ancor più crudele, perchè popolata da esseri pensanti eppure allo stesso tempo preda degli istinti più ciechi.
Quando nel 1976 il grandissimo regista di Trevico mette mano alla sceneggiatura di questo film è reduce dal successo di uno dei capolavori del cinema italiano, quel C’eravamo tanto amati in cui aveva fatto capolino tutta l’amarezza e il cinismo di un uomo che vede e analizza come farebbe un patologo con un cadavere la vita e la società; è il momento più fecondo e profondo del regista, che di li a poco avrebbe consegnato alla storia del cinema altri capolavori come Una giornata particolare, La terrazza e La famiglia.

Beryl Cunningham

Parte della critica è stata poco indulgente con Scola e questo non deve sorprendere; i critici spocchiosi, abituati a vedere film incomprensibili salutati come manifesto del mondo moderno poco potevano capire di un’ars poetica così amara e cinica, che per certi versi tanto assomiglia a quella di Monicelli, pur essendo naturalmente diversa e di diverso respiro.
Brutti sporchi e cattivi è un film disturbante, amaro e grottesco, cattivo fin nel midollo ed è sopratutto la titanica prova d’attore di Nino Manfredi, che interpreta il satanico Giacinto con una compenetrazione nel personaggio assoluta e totale.
Abbiamo conosciuto bene l’attore ciociaro, tanto da sapere perfettamente che lui umanamente è agli antipodi dal personaggio interpretato; eppure quella caratterizzazione perfetta, quell’aria luciferina, quel suo essere personaggio dannato e senza speranza è così trasfigurato da farci chiedere legittimamente se in fondo nell’animo dell’attore non albergasse una piccola parte di quel Giacinto così splendidamente interpretato.

La prostituta Iside

Perchè Manfredi/Giacinto alla fine sembrano un tutt’uno; e poichè abbiamo conosciuto il Manfredi sornione e ironico, allegro e gentile gli facciamo credito di una capacità interpretativa straordinaria, in questo ruolo che sarà uno dei più intensi realizzati in una carriera straordinaria.
E’ proprio con Scola che Manfredi raggiunge l’apice della sua abilità, della sua capacità di creare personaggi straordinariamente reali.
Ed è con questo film che l’attore ciociaro può, a pieno titolo, fregiarsi dell’immagine figurata di primo degli attori del nostro cinema.

L’avvelenamento di Giacinto

Tornando al film è difficile scegliere scene rappresentative dello stesso, visto il percorso lineare dello stesso, la discesa agli inferi di questo gruppo di umani così poco umani; a dover scegliere obbligatoriamente segnalerei la scena iniziale e quella finale che ho citato con protagonista la ragazzina che perde la purezza iniziale proprio in virtù del lassismo morale che impera nella barracca, la scena del congresso carnale tra uno dei figli e la cognata avvenuto all’interno della barracca stessa mentre tutti dormono e segnata dalla frase “Ahò, la faccia da mignotta ce l’hai, er fisico pure. nun vedo perché nun dovresti esse all’altezza della situazione“, l’oltraggioso rapporto tra uno dei fili e Iside (la prostituta) anch’esso caratterizzato dal fulminante assunto “Sono uno di famiglia“, il primo incontro tra Giacinto e Iside sotto un gigantesco cartellone pubblicitario, uno dei totem della civiltà dei consumi oppure la scena più grottesca  e cattiva del film, il momento in cui buona parte della famiglia accompagna la vecchia nonna a riscuotere la pensione, un corteo di straccioni che invade le strade di una Roma indifferente e repellente.

L’incendio della baracca

Un film contestato, a volte poco capito e che ha diviso come in pochi casi il pubblico e la critica; segno della vitalità, della forza dirompente di una pellicola capace di generare discussioni violente, riflessioni e capace di sovvertire canoni precostruiti.
Un viaggio all’inferno e nell’inferno, dal quale siamo fuori, fortunatamente.
Forse.

 

Brutti sporchi e cattivi
Un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Marcella Michelangeli, Marcella Battisti, Francesco Crescimone, Silvia Ferluga, Zoe Incrocci, Adriana Russo, Franco Marino, Ennio Antonelli, Beryl Cunningham, Ettore Garofalo, Maria Bosco Commedia, durata 115′ min. – Italia 1976.

Nino Manfredi: Giacinto Mazzatella
Francesco Anniballi: Domizio
Ennio Antonelli: l’oste
Marcella Battisti: Marcella Celhoio
Maria Bosco: Gaetana
Giselda Castrini: Lisetta
Francesco Crescimone: il commissario
Beryl Cunningham: la baraccata di colore
Alfredo D’Ippolito: Plinio
Giancarlo Fanelli: Paride
Silvia Ferluga: la maga
Marina Fasoli: Maria Libera
Ettore Garofolo: Camillo
Zoe Incrocci: la madre di Tommasina
Franco Marino: padre Santandrea
Marco Marsili: Vittoriano
Franco Merli: Fernando
Marcella Michelangeli: impiegata postale
Clarisse Monaco: Tommasina
Linda Moretti: Matilde
Luciano Pagliuca: Romolo
Giuseppe Paravati: Tato
Aristide Piersanti: Cesaretto
Silvana Priori: Moglie di Paride
Giovanni Rovini: la nonna Antonecchia
Adriana Russo: Dora
Maria Luisa Santella: Iside
Mario Santella: Adolfo
Assunta Stacconi: Assunta Celhoio

Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Fratelli Ascani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri, Franco Velchi
Costumi Danda Ortona
Trucco Francesco Freda

giugno 4, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 3 commenti

L’arcano incantatore

L'arcano incantatore locandina

La vicenda ha luogo in un’epoca imprecisata ma, presumibilmente, alla fine del settecento. Per sfuggire al tribunale ecclesiastico, che lo cerca per aver sedotto e costretta all’aborto una ragazza, un giovane seminarista, Giacomo Vigetti, stipula un misterioso patto con una megera, che si vuole in grado, attraverso i suoi poteri, di risolvere fatti incresciosi come quello che lo riguarda. Questa vive nella stanza di una villa lugubre, nascosta dietro un paravento da cui mostra solo un occhio ed una mano guantata di pizzo nero, con l’unghia della quale segnerà il novizio, stabilendo con esso un legame inscindibile. Di lì a poco si imbatterà in eventi inspiegabili, dirà la donna, tutti da ricondurre al loro accordo.
Dopo averle consegnato in pegno il cilicio della madre morta, la dama lo indirizza presso il monsignore: un prete a cui la chiesa ha revocato i voti per via del suo interesse verso gli studi esoterici.

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Così, svolgendo l’incarico di assistente per il vecchio parroco, potrà estinguere il debito con la fattucchiera, avendo in cambio risolte le sue contrarietà.

Una volta sul luogo avrà modo di conoscere, per bocca di Aoledo, che lo accompagnerà dal suo nuovo padrone, le dicerie che ruotano attorno all’uomo, noto nel circondario come arcano incantatore per via dei misterici esperimenti, sul limitare tra la vita e la morte, che compie all’interno del suo maniero, antico e fatiscente. Non meno inquietanti sono le storie che interessano Nerio, il suo predecessore, morto in circostanze oscure, in odore di patto satanico.
Vox populi che sembra trovare conferma proprio nel diario di Nerio, dove questi annotava i suoi tentativi di evocare il demonio. Anche tutto ciò che interessa lo spretato sembra rispondere al vero, sebbene nei suoi esperimenti metempirici, risieda invece un’inestinguibile sete di conoscenza:

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lo studio sulla telecinesi e sull’esperienza extracorporea, condotto in parallelo con un fantomatico corrispondente. Il compito del seminarista, sarà proprio quello di trascrivere i messaggi cifrati che il monsignore detta lui, traendoli da un piccolo libro che porta sempre con sé. I messaggi vengono spediti poi da una delle converse che vivono in un casolare, ai bordi di un lago, nei pressi della magione dell’uomo.
Ma dopo aver assistito ad inquietanti manifestazioni, bicchieri che si librano nell’aria, pipistrelli a suggere sangue di salassi necessari per la trance, inspiegabili luci spettrali, e, soprattutto, due ragazzine in abito da conversa che appaiono e scompaiono tra le mura della casa, il novizio si convincerà che il maligno evocato da Nerio è davvero in quel luogo e sta tentando di impossessarsi di monsignore.
La verità, però, è ben diversa.

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Quando gira L’arcano Incantatore, Avati, è lontano dal gotico ormai da diverso tempo, tornerà a batterlo più di dieci anni dopo con Il nascondiglio ma in realtà, non ha mai abbandonato del tutto il “nero”, lavorando a thriller come La stanza accanto e Dove comincia la notte, in qualità di sceneggiatore e produttore, e a L’amico d’infanzia, di cui fu anche regista. Poco prima, oltretutto, fu autore, e sostanzialmente supervisore, del culto televisivo Voci notturne, diretto poi da Fabrizio Laurenti (La casa 4). Ad ogni modo, anche in un capolavoro come Regalo di Natale, ad esempio, il regista dipana il tessuto narrativo in un’ottica da giallo, sfruttando i tempi del tavolo da poker, per sviluppare una vicenda che trasfigura da commedia a dramma, lambendo poi, appunto, il mistery.

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E va detto che elementi più precisamente gotici non erano estranei neanche a Magnificat ed al più antico Tutti defunti… tranne i morti (che però è piuttosto un autoironico sberleffo del genere, essendo una commedia nera uscita a ridosso de La casa dalle finestre che ridono). L’ultimo horror, vero e proprio, prima di questo, fu Zeder di ben tredici anni prima.
A ben vedere, Avati, realizza con L’arcano incantatore la sua opera gotica più classica. Pur se calata nell’atmosfera provinciale del cosiddetto gotico padano, di stretta invenzione sua e del fratello Antonio col quale collabora da sempre, che aveva caratterizzato i suoi esordi (Balsamus e Thomas e gli indemoniati), la vicenda assume qui valore più universale; nonostante ciò, non perde la propria connotazione prettamente italica. Tanto più che il film è stato girato prevalentemente in Umbria, tra Todi e le splendide campagne intorno (un bel reportage sui luoghi del film può vedersi su http://www.davinotti.com).

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L’ambiente, anche se non apertamente nominato e non di pretto padano, gioca un ruolo fondamentale nell’economia della messa in scena. Ad ogni modo un’iscrizione in testa ai titoli vuole che quella narrata sia: una fola esoterica delle nostre campagne, dando una collocazione logistica di massima.

L’autore emiliano opera per contrasto, girando in luoghi che comunicano un senso apparente di calma e quiete come il lago di Corbara ed i boschi e le radure limitrofe, utilizzando due registri distinti per rimarcare le differenze contestuali: illuminando gli interni, scarsamente, con luci naturali o candele, e al contrario sovresponendo le luci degli esterni, enfatizzando, cioè, le stesse peculiarità luministiche degli ambienti. L’eccezionale fotografia di Cesare Bastelli fa il resto, pur rischiando, per certe soluzioni e per l’estrema pulizia frutto dell’uso del digitale in luogo della pellicola (o almeno così parrebbe), di risultare a volte un po’ stucchevole.

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Le sequenze notturne, comunque, sono d’intensità esemplare, ridonando quei contrasti chiaroscurali che, dai tempi della prima Hammer, hanno sempre identificato il genere. In particolare i momenti all’interno della biblioteca sono tra i più riusciti, sul piano della suggestione visiva.

Ne risulta un lavoro d’eleganza formale fuori dall’ordinario. Una storia malevola, inquietante, dai toni rarefatti, dai dialoghi misurati al millimetro, in cui la paura è sostituita da un’inquietudine angosciosa e profonda, claustrofobica, che non cala mai un secondo fin dalla prima sequenza e lo spaesamento costante, tratto distintivo della recitazione di Dionisi, altrove tendenzialmente legnosa, qui viene in forza proprio alle intenzioni primarie del racconto.
Ma vero catalizzatore del film è l’immenso Carlo Cecchi, che sembra portarsi letteralmente addosso il Renato Caccioppoli di Morte di un matematico napoletano.

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L’aura sulfurea che lo accompagna ad ogni ingresso in scena, rende magistralmente il principio della ricerca del sapere, e come fonte assoluta del male e come travaglio interiore e fisico. Principio che sottendeva anche al capolavoro di Martone. Il viraggio fantastico non ne diminuisce il senso; al contrario, l’ombra demoniaca contribuisce ad amplificarlo oltremodo.

Ne L’arcano incantatore, Avati recupera e sovrascrive tutti i paradigmi del suo cinema orrorifico, compreso lo sguardo, tra il partecipe e l’impietoso, sulle credenze e sulle pratiche arcaiche legate alle superstizioni popolari del mondo rurale, ad esempio. O, anche, l’accento anticlericale molto presente nella grammatica del primo Avati, che pone la religione, proprio alla stregua di una qualsiasi altra superstizione, caricando i simboli cattolici di valori sinistri e morbosi. Salvo poi tratteggiare figure di prelati bonarie o tendenzialmente positive, qui l’esorcista a cui viene narrato l’episodio in analessi.
Quella di monsignore, invece, aldilà delle rivelazioni finali, è una figura dolente, segnata dalle proprie scelte; un uomo che in nome della conoscenza è pronto ad immolare se stesso, la sua fede; che affronta i suoi studi, come attraversando una via crucis luciferina, alla fine della quale, la salvezza è l’erudizione pura ad onta d’ogni costrizione dogmatica.

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Il film è carico di fascinazioni e citazioni da Bava, Murnau o dallo stesso Kubrick di Shining che si palesa negli spettri delle due converse che appaiono sempre in coppia come le gemelle Grady e nel prefinale, che rompe con la linearità soffusa del racconto, movimentando erroneamente una pellicola che ha nella stasi irretita del terrore tutta la sua ragion d’essere. L’accetta, lo squarcio sulla porta a mo’ di finestra, sono citazioni un po’ troppo plateali che si sarebbero dovute evitare; non fosse che la fine, vera e propria, cancella d’un colpo (di scena) ogni ingenuità e ridona a L’arcano incantatore il fascino sinistro e misterioso di una leggenda nera contadina; una di quelle storie ascoltate dalle voci dei vecchi di paese, infarcite di preghiere e novene e nomi di santi, che non si sa mai quale origine abbiano e dalle conclusioni sempre amare e stranianti.

Con quest’opera può anche dirsi concluso un ciclo nella vita artistica di Avati, che da allora ha condotto il suo cinema, malgrado momenti vagamente più brillanti, come certuni de Gli amici del Bar Margherita, su territori poco comprensibili per chi ne ha apprezzato il percorso, tortuoso, certo, e anche contraddittorio, ma a cui non era mai venuto meno uno sguardo poetico subito riconoscibile, immancabilmente vitale e profondo; sia nei toni del nero, come s’è detto, sia in quelli del grottesco (La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone), sia quando a questi si è sostituita la malinconia garbata di Una gita scolastica o Noi tre o Storia di ragazzi e di ragazze.

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In film come Il figlio più piccolo, si manifesta un malaugurato declino autoriale, rintracciabile, oltre che nell’esilità dei soggetti e nella pochezza della messinscena, soprattutto nella mancata occasione di ottimizzare, e gratificare, una magnifica presenza come quella di Christian De Sica, riducendo la prestazione di questi ad un inseguimento impietoso di tic e movenze dell’inarrivabile papà Vittorio (o forse non ho afferrato il gioco metafilmico). E meglio è sottacere sui volti televisivi che continuano ad intasare i suoi fotogrammi o sul Cesare Cremonini de Il cuore grande delle ragazze che grida pietà al cielo. Una sconfinata giovinezza, però, aveva in se qualche traccia sparuta che potrebbe far sperare in una rinascita futura (e poi c’erano i grandi Capolicchio e Crocitti, che da soli basterebbero a dire di un autore che quando vuole sa ancora pensare cinema). Rinascita che ci si augura possa comprendere anche il gotico, padano o meno che sia, che il nostro ha dichiarato anni fa di voler abbandonare, salvo poi dirigere il succitato Il nascondiglio (discreto ma non esaltante).
Probabilmente ne L’arcano incantatore il regista aderisce a moduli più codificati, meno personali che in Zeder o Balsamus; questo, però, non va a detrimento di un film che è e rimane uno dei suoi migliori in assoluto ed uno dei massimi vertici del cinema horror italiano e non solo; tanto che è ormai destinato a divenire un classico moderno, una pietra d’angolo, del cinema gotico e tanto che Guillermo Del Toro (Il labirinto del fauno) lo dice addirittura superiore anche ad un qualsiasi film di Tarantino.

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Alla riuscita finale non poco contribuiscono le musiche eteree e dai toni misterici di Pino Donaggio: l’inquietante motivetto Rosa di rose, che ritorna più volte durante la visione, è raggelante almeno quanto le canzoncine di Rosemary’s baby e Profondo rosso o il coro infantile di Chi l’ha vista morire?
L’arcano incantatore
Un film di Pupi Avati. Con Carlo Cecchi, Stefano Dionisi, Arnaldo Ninchi, Andrea Scorzoni, Patrizia Sacchi,Vittorio Duse, Massimo Sarchielli, Renzo Rinaldi, Consuelo Ferrara, Eliana Miglio, Clelia Bernacchi Fantastico, durata 96 min. – Italia 1996.

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Stefano Dionisi: Giacomo Vigetti
Carlo Cecchi: Nerio / arcano incantatore
Arnaldo Ninchi: Aoledo
Andrea Scorzoni: don Zanini
Mario Erpichini: padre Tommaso
Vittorio Duse: padre Medelana
Patrizia Sacchi: Vielma
Eliana Miglio: prostituta malata
Consuelo Ferrara: Severina
Massimo Sarchielli: sacerdote

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Regia Pupi Avati
Soggetto Pupi Avati
Sceneggiatura Pupi Avati
Produttore Aurelio De Laurentiis, Antonio Avati
Casa di produzione Filmauro, Duea Film
Fotografia Cesare Bastelli
Montaggio Amedeo Salfa
Effetti speciali Francesco Paolocci, Gaetano Paolocci
Musiche Pino Donaggio
Scenografia Giuseppe Pirrotta
Costumi Vittoria Guaita
Trucco Franco Rufini

giugno 1, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | 1 commento

Quando le salamandre bruciano

Terry Manning e Marsha Prentiss sono legate da un’antica amicizia e da un legame sentimentale che risale ai tempi in cui entrambe frequentavano la scuola; Marsha, più matura di Terry, è legata all’amica/amante in modo molto più morboso di Terry.
La quale finisce per conoscere Ken Manning, un giovane simpatico e affidabile con conseguente rottura del legame sentimentale con Marsha.
Marsha tenta di opporsi in tutti i modi alla storia sentimentale di Terry con Ken, ma nonostante gli sforzi non riesce a fermare il matrimonio tra i due.
Anche dopo le nozze Marsha continua a perseguitare la sua ex amante fino al giorno in cui Terry, stanca della cosa e sotto ricatto da parte di Marsha di rivelare il loro passato a Ken, decide di anticipare le mosse della gelosa ex amante e di svelare la sua relazione proibita al neo marito.
La mossa mette davanti ad un muro Marsha, che, consapevole del forte legame tra i due coniugi e sopratutto della definitiva fine delle sue speranze, decide di porre termine alla sua vita.


Quando le salamandre bruciano è un film che alla sua uscita suscitò scalpore sia per la tematica trattata,ovvero la storia di un amore saffico trasformatosi poi in un conflitto inestricabile di sensi e amore, sia per le audaci scene di nudo che permeavano la pellicola.
Il che portò l’opera del regista Russel Vincent, anche sceneggiatore del film, sotto le forbici della censura, che tagliuzzò l’opera senza peraltro stravolgerne il senso finale.
Poichè la trama era abbastanza lineare e il film in se abbastanza facile da seguirsi la cosa ebbe un impatto limitato e conseguentemente la pellicola ebbe un discreto successo di pubblico.
Che però va ascritto principalmente al tema alquanto scabroso più che alle qualità intrinseche del film, che in definitiva è solo un drammone cupo con finale tragico, abbastanza inusuale nel panorama delle pellicole del periodo.


Quando le salamandre bruciano esce nel 1969, momento storico in cui alcune barriere e tabù cinematografici stavano per essere abbattutti o quanto meno aggirati; il lesbismo e più in generale l’omosessualità erano temi che ormai entravano sempre più decisamente nelle sceneggiature cinematografiche, tanto da costituire parte integrante di pellicole di svariati generi.
Complice l’adeguamento della morale alla storia del paese, che si avviava ad una modernità sempre più libera dai pregiudizi con conseguente maggiore libertà di espressione in tutti i campi della cultura.
Russel Vincent è qui alla sua prima opera da regista; in seguito girerà un solo film ( peraltro mai distribuito in Italia) How’s Your Love Life? del 1971 nel quale comparirà anche come attore.


Quando le salamandre bruciano è un film di discreta fattura, poco incline all’erotismo fine a se stesso; le scene di sesso sono praticamente inesistenti, almeno nella versione circolata nelle sale e nel mercato home video mentre più diffuse sono le scene di nudità che vedono protagoniste le due attrici principali, Sue Bernard (Terry) e Bee Tompkins (Marsha).
Il percorso del film è abbastanza semplice da seguire e si snoda attraverso la descrizione del rapporto che si instaura tra le due donne, l’indecisa Terry e la più risoluta Marsha; un rapporto messo in crisi nel momento in cui la più giovane Terry scopre di avere una sessualità ben più complessa di quella dell’amante, che la porterà a innamorarsi di Ken ripudiando di fatto gli anni passati con Marsha.


Che dal canto suo vivrà con sofferenza la cosa, non rassegnandosi alla fine della storia d’amore con Terry, con conseguenze finali devastanti per lei.
La trama forse non è originalissima ma è trattata con discreto rigore da Vincent che chiude la pellicola con la scena drammatica della morte di Marsha; un finale amaro ma abbastanza in linea con quanto raccontato per tutta la pellicola.
In quanto alle due protagoniste, Sue Bernard e Bee Tompkins assolvono al loro compito con sufficiente bravura e intensità espressiva; la Bernard, che nel corso della carriera ha girato una quindicina di pellicole, fra le quali le più famose sono I seguaci di Satana e Il potere di Satana scomparve dagli schermi nel 1974 mentre Bee Tompkins comparve in una decina di pellicole circa chiudendo di fatto la carriera nel 1970 con una comparsata in Airport.


Un film datato, espressione di un cinema vivace e pionieristico che tentava strade alternative anche quando produceva pellicole senza grosse aspettative come questa.
Pellicole però da non gettare via,anzi; recuperare questi piccoli prodotti significa avere un quadro assieme affascinante su un periodo storico che dal punto di vista della morale era in mezzo ad un guado, sospeso tra passato e modernità, tra arcaici valori e il bisogno ineludible di modernizzare il pensiero e il costume.

Quando le salamandre bruciano
Un film di Russ Vincent. Con Sue Bernars, Bee Tompson, Rick Cooper, Phea Dera Titolo originale That Thender Touch. Drammatico, durata 93 min. – USA 1973.

Sue Bernard … Terry Manning
Bee Tompkins … Marsha Prentis
Rick Cooper … Ken Manning
Phae Dera … Wendy Barrett
Dolly Read … Dodie
Victoria Hale … Jane
Richard St. John … Paul Barrett
Tanya Lemani … Irene Barrett
Roger Heldfond … Jim
Joe Castagna … Joe

Regia : Russel Vincent
Sceneggiatura: Russel Vincent
Produzione: George Moskov, Russel Vincent
Fotografia:Robert Caramico
Montaggio: Maurice Wright

 

Maggio 28, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Il saprofita

Il giovane Ercole studia da seminarista, in attesa di prendere i voti; ma in seguito ad un trauma, perde apparentemente la voce ed è costretto quindi a lasciare il seminario. Grazie alle conoscenze mondane del Superiore del seminario, Ercole finisce a servizio del generale Augusto Bezzi e di sua moglie Clotilde, baronessa.
La coppia ha due figli, Brunilde e  il giovane Parsifal, costretto all’immobilità su una sedia a rotelle.
Ercole riesce immediatamente a farsi benvolere sia da Clotilde che da Parsifal; mentre con la baronessa l’ex seminarista allaccia quasi subito una relazione sessuale con Parsifal Ercole sembra legare in maniera speciale. Il giovane Parsifal infatti lo adora, anche quando scopre che tra lui e sua madre c’è una relazione.
Che Parsifal cerca di ostacolare, inutilmente.
Nel frattempo il Generale,dopo un litigio con la Baronessa che gli rimprovera di essere diventato un vecchio inutile cosa che del resto fa Brunilde, compie un gesto estremo lanciandosi da un balconcino della casa, proprio mentre Clotilde e Ercole sono impegnati in un focoso amplesso.
La morte del generale sembra paradossalmente sopire le tensioni della casa e le vite dei protagonisti scorrono tranquille.
Un giorno Clotilde, consigliata dal parroco Don Vito decide di inviare Ercole e Parsifal a Lourdes, in un estremo tentativo di trovare una soluzione ultraterrena alla menomazione di Parsifal.
Durante il viaggio i due conoscono Teresa Adiutori, una bella e morigerata giovane che accompagna sua nonna in Francia; ben presto il giovane Parsifal, in piena tempesta ormonale, si lega morbosamente alla ragazza ma non ha fatto i conti con il suo accompagnatore Ercole.

Che seduce la ragazza; scoperto durante un convegno amoroso (sul letto nel quale dorme la nonna di Teresa), Ercole insegue per il corridoio dell’albergo Parsifal che gli sta urlando contro e con un calcio fa precipitare giù per le scale il ragazzo, che muore.
Quasi miracolato dall’insano gesto, Ercole riprende a parlare e alla gente accorsa alle grida di Parsifal, presenta il tutto come un miracolo invitando i presenti alla preghiera…
Saprofita (termine derivato dal greco)  indica quegli organismi che si nutrono di materia organica morta o in decomposizione; e tale appare il giovane e opportunista Ercole, che forse finge una afasia post traumatica semplicemente per sfuggire alla vita sacerdotale, per la quale forse non è tagliato.

E Il saprofita è il titolo di questa interessante opera prima di Sergio Nasca, che precede lo splendido Vergine e di nome Maria che nel 1975 lo impose all’attenzione del pubblico.
Il saprofita esce nelle sale nel 1974 ed è accolto in maniera controversa dal pubblico e dalla critica, se vogliamo con ottime motivazioni.
Il film ha una trama interessante, uno spunto di partenza che si presta ad un’analisi sui vizi delle famiglie borghesi meridionali, tema molto sfruttato ma capace di offrire continui spunti di riflessione.
Ercole è un personaggio ambiguo, come del resto ci appare da subito; freddo e glaciale, aiutato in questo dalla sua impossibilità di comunicare (voluta o subita ha un’importanza relativa), riesce ad installarsi nella famiglia Bezzi come un parassita, pronto a sfruttare le contraddizioni della famiglia stessa.

La Baronessa Clotilde è preda facile: bella e trascurata da un marito molto più anziano di lei, che non può più avere rapporti con sua moglie per una menomazione ( o semplicemente per gli stravizi in cui è vissuto, come rimproveratogli dalla moglie), Clotilde trova nel bel tenebroso Ercole un surrogato di felicità, che compra con regali in denaro, convincendo Ercole ancor più della bontà della sua scelta.
Il saprofita Ercole si installa quindi come farebbe una tenia nel suo ospite, sfruttando la situazione e ricavandone sesso e soldi. Poichè la Baronessa è ancora una splendida donna, il sacrificio è meno duro del preventivabile.
Unico ostacolo è Parsifal, un giovane gretto e meschino, costretto su una sedia a rotelle dalla quale sogna di evadere e che nel frattempo però spia sua madre e il suo amico/nemico Ercole nei convegni amorosi.
Non migliore è Brunilde, una ragazza astiosa in competizione con sua madre.

Memorabile la sequenza in cui con fare da donna consumata tenta un approccio con Ercole, venendo da quest’ultimo respinta.
Nella parte finale del film, la meno convincente e la più discontinua, seguiamo il percorso sulla strada mistico-religiosa che porterà l’improbabile coppia di amici/nemici a Lourdes, attraverso la conoscenza casuale della bella e bigotta Teresa fino all’amaro epilogo che vedrà la morte di Parsifal.
Se in Il saprofita funziona almeno parzialmente l’analisi cruda dei vizi della famiglia protagonista a non funzionare è il quadro d’assieme, molto discontinuo e frammentato.
Momenti felici si alternano a momenti in cui il sarcasmo e la voglia di pungere di Nasca perdono l’orientamento, finendo per creare un panorama generale confuso e contraddittorio.
Colpa dell’inesperienza, forse o colpa anche di una sceneggiatura non lineare, colpa della voglia di Nasca di stigmatizzare i personaggi che delinea, tutti preda di pulsioni e difetti caratterizzati all’eccesso.
Non c’è un solo personaggio che induca alla simpatia nel film e forse questo alla fine pesa nell’economia della pellicola.
Tutto è troppo marcatamente negativo, dal saprofita Ercole al giovane Parsifal, dalla baronessa al generale passando anche per i personaggi minori del film come Don Vito e Brunilde.

Tuttavia da questo quadro confuso emerge un ritratto al vetriolo della famiglia medio borghese che ha una sua consistenza, così come può essere definito ben realizzato il quadro di una società ipocrita e moralista anche nelle manifestazioni di fede.

Certo a colmare la misura arriva anche il personaggio della bigotta Teresa, che avrebbe potuto risollevare il film da un nichilismo che abbiamo respirato sin dal primo minuto di proiezione; ma Nasca va fino in fondo e ci propone un ultimo personaggio meschino e perdente lasciando finire il film  su un binario che ha tracciato dall’inizio, quello della dissoluzione morale.
Il cast del film è molto eterogeneo e comprende un buon Al Cliver quasi mefistofelico e impenetrabile alle emozioni, come del resto rappresentato dall’accostamento con un parassita che si nutre di beni materiali installandosi nel suo ospite pronto a sfruttarne al massimo le pulsioni vitali.

Valeria Moriconi

Janet Agren

Bellissima e affascinante Valeria Moriconi, valente attrice di teatro che disegna geometricamente la figura della Baronessa abbagliata e offuscata dai sensi, così come discreta è Janet Agren nel ruolo di Teresa.
Poco sopra la sufficienza Giancarlo Marinangeli, a tratti indisponente ben aldilà dell’antipatia che suscita il suo personaggio; rivedremo l’attore in Peccatori di provincia, in Ritratto di borghesia in nero e in Cicciolina amore mio, prima della sua eclissi cinematografica.
Un film discontinuo, a tratti rozzo a tratti efficace, ma opera comunque molto interessante e di pregio.
Per fortuna il film è stato recentemente digitalizzato splendidamente ed è quindi visionabile in una versione che ha sostituito quella logora e inguardabile delle vecchie VHS.

Il saprofita
Un film di Sergio Nasca. Con Valeria Moriconi, Janet Agren, Leopoldo Trieste, Al Cliver, Cinzia Bruno, Rina Franchetti, Marisa Traversi, Dada Gallotti, Valentino Macchi, Nerina Montagnani, Daniele Dublino, Clara Colosimo, Luca Sportelli, Giancarlo Badessi, Giancarlo Marinangeli, Carlo Monni Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1974

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Al Cliver: Ercole
Valeria Moriconi: La baronessa Clotilde
Leopoldo Trieste: Don Vito
Janet Agren: Teresa
Rina Franchetti: Bigotta di chiesa
Nerina Montagnani: La serva del Santone
Clara Colosimo: Signora alla veglia funebre
Giancarlo Badessi: Superiore del Seminario
Carlo Monni: Generale Augusto Bezzi
Cinzia Bruno: Brunilde

Valentino Macchi: Fascista al funerale

Giancarlo Marinangeli: Parsifal, figlio di Clotilde

Pia Morra: Addolorata, servetta

Regia    Sergio Nasca
Soggetto    Sergio Nasca
Sceneggiatura    Sergio Nasca
Fotografia    Giuseppe Acquari
Montaggio    Erminia Morani, Giuseppe Giacobino
Musiche    Sante Maria Romitelli
Scenografia    Giorgio Luppi

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Maggio 25, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Jude

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Jude Fawley è uno scalpellino che vive nel Wessex; ha alle spalle un passato doloroso e difficile, fatto di violenza, miseria e umiliazioni.
La sua esistenza è abbarbicata ad un sogno: studiare presso un’università per riscattare sia il suo passato sia il presente che non lo soddisfa.
Ma per poter studiare è necessario avere alle spalle una posizione solida, cosa che Jude non ha e deve quindi fare i conti anche con il suo stato sociale e con le difficoltà che ciò comporta.
Jude sposa una sua compaesana, Arabella, che con l’inganno gli fa credere di aspettare un bambino; la donna resterà incinta davvero ma il matrimonio tra i due è destinato ben presto a naufragare.

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Kate Winslet

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Christopher Eccleston

Insofferente a quella vita che considera riduttiva, Jude si trasferisce a Christminster, sede di una prestigiosa università nella speranza di poter coronare il suo sogno; qui incontra casualmente sua cugina Sue, sposata.
Tra i due inizia ben presto una travolgente relazione, nonostante le diffidenze iniziali della donna, quasi presaga di ciò che accadrà in seguito, ma non solo; la donna sa di vivere in un posto in cui le convenzioni sociali hanno la meglio su tutti gli altri aspetti della vita.
L’unione tra Jude e Sue è coronata però dalla nascita di due figli e i due nonostante le difficoltà portano avanti la loro relazione, aggiungendo al nucleo famigliare anche il figlio nato dal matrimonio di Jude con Arabella.

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La decisione avrà però un effetto catastrofico: il bimbo convinto che l’infelicità della coppia, osteggiata da tutti in paese dipenda dalla sua presenza e da quella dei fratellastri, li uccide e poi si suicida.
L’episodio sconvolge il già precario equilibrio della coppia, minato dalle difficoltà di trovare casa, lavoro e sopratutto dal fatto di essere guardati con malcelato disprezzo dalla gente del posto.
Sue, in profonda crisi, decide di tornare da suo marito e riprendere la tranquilla vita di prima e a Jude, a cui l’università ha in pratica proibito di proseguire gli studi in virtù della sua posizione sociale e dello scandalo della sua relazione con Sue, non resta altro da fare che ritornare all’ovile dove riprenderà la relazione con Arabella.
Jude, diretto da Michael Winterbottom nel 1996 è tratto dal romanzo di Thomas Hardy “Jude the Obscure” edito nel 1896.
Un film che si snoda su due piani di lettura paralleli eppure allo stesso tempo convergenti; le storie di Jude e Sue, che ignorano di stare per incamminarsi su un sentiero che li porterà a condividere prima e a separare poi le proprie esistenze.

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Jude è un giovane che ha degli ideali, un sogno e delle aspirazioni, Jane è una donna sposata con un benestante e colto uomo che probabilmente però non suscita in lei nessuna fiamma di desiderio; i due, così profondamente diversi come passato e presente finiranno per attrarsi fatalmente, complice il legame indissolubile di sangue che li unisce e che costituirà il primo dei baluardi contro cui dovranno lottare.
L’altro baluardo è la morale sociale, che vede nelle coppie di separati qualcosa di moralmente inaccettabile; contro questi pregiudizi, contro la barriera sociale che impedisce al giovane Jude di poter accedere agli studi perchè povero e sopratutto perchè impegnato in una relazione giudicata scandalosa la coppia tenta di opporre il legame che la unisce.
Che però è un legame difficile e complesso, altalenante, che vedrà il suo punto di arrivo dopo numerose incertezze e titubanze da parte di Sue; un legame che si rivelerà fatale per entrambi, oltre che causa della morte dei bambini nati dalla loro unione più quella del figlio di Jude, causa scatenante del tutto.

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Il film segue quindi le vicende dei due amanti costretti a fare i conti con la morale e i pregiudizi, a vivere una vita umiliante sotto tutti i punti di vista;  alla fine sarà proprio la morale corrente a scegliere il futuro dei due, anche se in modo involontario.
Il figlio di Jude infatti uccide proprio perchè la società in cui vive quella che è in fondo la sua famiglia respinge la coppia, li tiene ai margini e di conseguenza emargina anche lui e i suoi fratellini.
Nella scena più crudele del film,quella della morte dei tre fratelli,un senso di fatale destino pervade la sequenza, quasi il tutto dovesse arrivare a quella conseguenza per segnare la fine di una storia senza via d’uscita; “Siamo in troppi” scrive, il bambino, lapidario e tragico come un eroe greco.
Il piccolo che uccide i fratelli è così l’emblema, il braccio armato di una società cinica e bigotta che elimina il problema alla radice senza doverci fare i conti giornalmente.
E’ la vittoria del puritanesimo e della falsa morale, delle convenzioni sociali e al tempo stesso il trionfo dello status quo.
A nulla può quindi l’amore tra i due protagonisti, già di per se tormentato da secoli di tabù e di leggi scritte non cancellabili come quella che vuole la coppia indissolubile,

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il povero che deve restare tale e non ambire a ciò che è riservato alla classe sociale superiore, come quella che vieta l’incesto (pur molto annacquato come nel caso di due cugini). La scena simbolo rappresentativa di tutto il film è quella finale, in cui i due protagonisti si incontrano davanti alle tombe degli sventurati figli e tra le lacrime decidono di lasciarsi.
Winterbottom usa una regia asciutta e lineare per descrivere i rapporti tra i due amanti (tali sono, non avendo contratto matrimonio), alternando i loro sorrisi e le loro speranze, la loro ingenua fiducia al buio medioevale di una società rinchiusa dietro le sbarre del pregiudizio e della morale conservatrice.

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Jude e Sue usciranno sconfitti e la dimensione maggiore di questa sconfitta è rappresentata non solo dal dolore e dai dubbi di Sue ma anche dal malinconico ritorno della stessa alla casa del marito; quel marito che ha sposato per entrare nella società per bene, dal quale non è attratta in alcun modo, meno che mai da quello sessuale ma che rappresenta il ritorno ad una normalità tranquillizzante e narcotizzante al tempo stesso.
Una sconfitta su tutti i fronti, così come sconfitto esce Jude da una storia che lo ha privato di tutto; delle illusioni di potersi evolvere socialmente e culturalmente, dall’illusione di poter vivere la propria vita integrandosi in una società che viceversa lo respinge e lo emargina.
Jude torna a casa, all’ovile, dove riprende la relazione con Arabella.
Ha perso la partita e si è arreso.
Questo film va visto in diverse ottiche, quindi, con un occhio particolare al legame simbiotico fra il film e il romanzo da cui è tratto, che all’epoca della sua uscita scatenò un putiferio in un’epoca puritana come poche.
Il regista inglese Winterbottom, reduce da Butterfly kiss – il bacio della farfalla e da Go now, dirige un bel film, a cui contribuiscono le ottime prestazioni dei due attori principali ovvero Christopher Eccleston (Jude) e Kate Winslet (Sue) a cui vanno aggiunte le ottime performance di Liam Cunningham (Phillotson,il marito di Sue) e di Rachel Griffiths (Arabella)
Film ineccepibile, con una buona fotografia che esalta la cupezza del racconto e che in stridente contrasto esalta i pochi momenti felici della coppia.

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Un film di Michael Winterbottom. Con Kate Winslet, Christopher Eccleston, James Nashbitt Drammatico, durata 123′ min. – USA 1996.

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Christopher Eccleston: Jude Fawley
Kate Winslet: Sue Bridehead
Liam Cunningham: Phillotson
Rachel Griffiths: Arabella
June Whitfield: Zia Drusilla
James Lambert: Zio Joe

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Regia Michael Winterbottom
Soggetto Thomas Hardy (romanzo)
Fotografia Eduardo Serra
Montaggio Trevor Waite
Musiche Adrian Johnston
Scenografia Joseph Bennett
Costumi Janty Yates

Maggio 21, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Scacco alla regina

Margaret Melvin è un’attrice tanto bella quanto capricciosa e viziata; consapevole del suo potere sia sensuale che economico, oltre che della propria fortissima personalità, tiranneggia chiunque le stia vicino con richieste spesso assurde con le quali la donna lega a se, in fortissimo legame simbiotico, le personalità più deboli.
L’occasione per diventare una vera dominatrice, una padrona assoluta Margaret la ha quando grazie alla sua segretaria le viene proposta come colf la giovane Silvia.

Rosanna Schiaffino 

Haydee Politoff

La ragazza, dalla personalità docile, pigra e accondiscendente, entra così a servizio di Margaret che intuisce immediatamente di poter plasmare la remissiva personalità di Silvia fino a farne una moderna schiava.
Così ben presto tiranneggiando la ragazza in vari modi, ma mostrandosi alle volte inaspettatamente gentile, costruisce attorno alla ragazza una ragnatela dalla quale Silvia non è più in grado di uscire e a ben vedere, dalla quale non vuole nemmeno uscire.
La sua personalità fragile e insicura la porta ad accettare tutti gli ordini di Margaret, della quale esegue senza fiatare i comandi.

La relazione di Silvia con l’amante di Margaret

Margaret e Silvia 

Contemporaneamente nei suoi sogni Silvia immagina di essere dominata dalla splendida Margaret, che le impone pratiche raffinate di sado masochismo a cui lei non vuole e non può sottrarsi.
Così, in una continua escalation verso la sottomissione totale, Silvia diviene la schiava perfetta, arrivando anche a provare attrazione fisica per Margaret.
La quale, dopo averla trasformata in un docile essere, decide di venderla come schiava ad alcuni amici.
Ma la cosa nasconde in realtà un progetto ben preciso…
Scacco alla regina, uscito nella sale nel 1969, è un film di Pasquale Festa Campanile che in qualche modo anticipa il tema del celebre Histoire d’O senza però eccedere sull’aspetto erotico e mantenendosi in un difficile equilibrio che tenta di mediare il complesso rapporto che si stabilisce fra la dominante Margaret e la succube Silvia con un discorso che non sbrachi sul facile terreno del voyeurismo.

Silvia trasformata in una statua umana

Margaret e il suo amante

Se vogliamo, Pasquale Festa Campanile ci riesce, raccontando una storia che verte principalmente sul rapporto di padrona-schiava che viene a stabilirsi fra la viziatissima Margaret e la remissiva Silvia, che inconsciamente (ma nemmeno troppo) è già pronta a farsi dominare da quella donna così bella e intrigante.
Silvia appare pigra per natura, non dotata di grande personalità; difatti già dal primo colloquio appare chiaro che subisce la prepotente personalità di Margaret che a sua volta intuisce con satanica intelligenza che quella ragazza che ha di fronte può trasformarsi in un giocattolo perfetto.
Così la diva abituata ad avere tutti ai suoi piedi può coronare il suo sogno estremo, ovvero dominare in tutti i sensi un altro essere umano, sia fisicamente che intellettualmente.
Silvia si dimostra la schiava perfetta, quella da tiranneggiare e blandire successivamente, quando il gioco rischia di diventare troppo pericoloso.

L’insicura Silvia allo specchio

Il percorso di formazione di Silvia si compie così puntualmente, con la ragazza che accetta anche di trasformarsi in una statua vivente pur di compiacere quella che è ormai a tutti gli effetti la sua padrona.
Nel finale, quando il dominio di Margaret diventerà assoluto, totale, fino all’umiliante vendita di Silvia come schiava, si capirà che l’attrice ha perseguito comunque un suo scopo e che in qualche modo si è legata alla sua dominata.
Le sue ultime parole, prima del congedo, sono: “Bisogna imparare a vivere con gli altri; non puoi passare la tua vita a rimirarti nello specchio. Buona fortuna, Silvia, te lo dico dal profondo del cuore“.
Lasciando da parte le altre conclusioni che si possono trarre nella parte finale del film per non guastare la sorpresa allo spettatore di scoprire le altre motivazioni del gesto di Margaret, diamo un’occhiata all’insieme della pellicola.

Margaret, una donna ricca e viziata

Festa Campanile porta sullo schermo un romanzo sconosciuto di Renato Ghiotto, che illustra il rapporto simbiotico ed esclusivo che legherà indissolubilmente le due protagoniste di un mondo tutto al femminile, dove l’uomo esiste solo marginalmente. Le due donne, nel romanzo, diventano alternativamente e in modo complementare dipendenti di un rapporto padrona-schiava, quasi amiche, quasi amanti; Silvia finisce per vivere un’esistenza in cui ogni pensiero giornaliero è occupato dal compiacere la propria padrona, con buona pace di secoli di lotte di liberazione della donna.
Nel libro Silvia dice:

-“Nella mia giornata c’è solo lei. Tanto che ormai non mi ricordo di come vivevo quando lei non c’era; eppure lo so che il nostro non è un rapporto affettivo, e nemmeno una forma di simbiosi. A volte penso che lei è una pianta parassita, che mi sta avviluppando, e io non faccio niente per liberarmi, anzi mi piego perché mi avvolga meglio””
Lo schema del libro è ripreso da Campanile con buon mestiere ed illustrato visivamente in maniera ineccepibile; il trionfo del vintage di fine anni sessanta, le parrucche ed i vestiti, le scarpe e gli arredamenti completano una messa in scena decisamente convincente pur nei limiti di un film che lascia inespresse altre motivazioni, come la solita noia borghese che alla fine è alla base delle gesta di Margaret.

Il primo incontro

Ma questo aspetto è relativo e marginale, per cui Campanile fa il suo lavoro egregiamente consegnando alle platee un prodotto ottimamente confezionato.
Per quanto riguarda il cast, ineccepibili le due protagoniste femminili, Haydee Politoff nel ruolo di Silvia e Rosanna Schiaffino in quello di Margaret; la prima ha un’espressione imbronciata e timida sul volto che la rende adorabile mentre la seconda è sufficientemente credibile nel ruolo della virago tiranna che però ha, in fondo al cuore, spazio per un’umanità che solo a tratti affiora nel film.

“Sei proprio sicura di voler lavorare per me?”

Silvia sogna di essere dominata

Due ottime interpreti, senza dubbio, che fanno le loro parti con professionalità inappuntabile.
Il cast maschile, che nel film è relegato a pure parti di contorno vede il solito grande Romolo Valli ne panni di un satiro filosofeggiante e Gabirele Tinti nel ruolo di amante della bellissima Margaret, che avrà un cedimento per quella ragazza così strana che è Silvia, che in questo modo si approprierà come un saprofita di qualcosa della sua padrona, rendendo ancor più indissolubile il rapporto con la stessa.
Discrete le musiche di Piero Piccioni, tipicamente sessantiane;  Scacco alla regina è un film gradevole e intrigante, di gran lunga superiore come interesse al ben più noto Histoire d’O.
Scacco alla regina
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Gabriele Tinti, Rosanna Schiaffino, Aldo Giuffré, Romolo Valli, Haydée Politoff, Daniela Surina Commedia, durata 98′ min. – Italia 1969

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Scacco alla regina banner personaggi

Rosanna Schiaffino: Margaret Mevin
Haydée Politoff: Silvia
Romolo Valli: Enrico Valdam
Aldo Giuffrè: Spartaco
Daniela Surina: Dina
Gabriele Tinti: l’amante di Margaret

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Renato Ghiotto (romanzo)
Sceneggiatura Tullio Pinelli, Brunello Rondi
Produttore Alfredo Bini
Casa di produzione Finarco
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Mario Morra
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Flavio Mogherini
Costumi Giulia Mafai
Trucco Francesco Corridoni

Il romanzo da cui è tratto il film

Cineromanzo del film

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Rosanna Schiaffino in una foto di scena

Locandina del film

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Soundtrack del film

Maggio 10, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Diario di un vizio

Diario di un vizio locandina

Benito è un uomo qualsiasi.
Lo si potrebbe definire un mediocre o un anonimo appartenente alla massa.
Non ha particolari doti, è un’ombra che si muove nella società praticamente senza essere visto e senza in fondo voler attirare su di se l’attenzione.
Vive come uno zingaro, occupando squallide camere di pensioni di terz’ordine e aggirandosi per la città con i detersivi che cerca di vendere.
L’unico suo interesse sembra essere l’altro sesso unitamente all’abitudine di scrivere meticolosamente tutto ciò che accade in un diario, non mancando di elencare anche i particolari più insignificanti.

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Forse una cosa c’è, che occupa i suoi pensieri anche se marginalmente; la sua relazione instabile con Luigia.
La ragazza ha un carattere balzano e sessualmente instabile: dice di volergli bene ma lo tradisce spudoratamente.
Così la vita di Benito finisce per diventare un andirivieni di facce anonime, di amanti e di annotazioni sul diario al quale aggiunge ritagli di giornale, fino al giorno in cui misteriosamente scompare.
Lugubre e malinconico, Diario di un vizio è il penultimo film di Marco Ferreri prima del suo testamento cinematografico, Nitrato d’argento.
Diretto nel 1993, questo film è forse quello di Ferreri di più difficile lettura, il più enigmatico e probabilmente anche il più concettuale.

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Il personaggio principale, il nomade Benito, si aggira in una Roma sordida ed estraneante che assomiglia ad una città marziana tanto è lontana da un’umanità viva e pulsante.
E’ un erotomane che annota anche questo, sul suo diario, che rappresenta l’ultimo legame con una quotidianità che l’uomo respinge in toto.
Odia il suo lavoro e si vede, ama solo il sesso e vive e si muove in un mondo che sembra fetido come le sue bizzarre abitudini.
Un universo popolato da figure meschine o disarmoniche, in cui la solitudine di Benito, testimoniata dall’impossibilità di stabilire un contatto umano si fa assoluta e totalizzante.
Benito è solo ma anche se fosse in compagnia probabilmente vivrebbe nel modo in cui vive; è un mediocre e come tale non ha nessuna ambizione fatte salve quelle corporali.

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E’ il sesso il suo chiodo, quindi il suo assoluto è l’esprimersi attraverso l’eros inteso anche come bisogno primordiale e animalesco.
Attraversa la vita quasi come un ectoplasma chiuso in se stesso, affetto da questa mania da grafomane per la quale arriva a scrivere tutto ciò che gli accade, che sia un’avventura a sfondo sessuale piuttosto che la sua temperatura corporea o le sue pulsazioni cardiache.
Uno sconfitto oppure semplicemente uno qualsiasi o ancora la mediocrità eletta a virtù e quindi estensibile a buona parte dell’umanità se non all’umanità intera?
Ferreri gioca con questa ambiguità arrivando così a destrutturare il film e a renderlo simile ad un puzzle in cui ogni tassello invece di portare ad un quadro d’assieme porta ad un risultato finale che non vedrà mai il puzzle ricomposto ma solo le migliaia di pezzi non collocabili in nessun modo.

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Sabrina Ferilli

Diario di un vizio è qualcosa di diverso da un film e per certi versi assomiglia ad una piece teatrale del teatro dell’assurdo.
Non fosse per lo sfondo cittadino così alienante ma presente, lo si potrebbe sostituire con un fondale e il risultato sarebbe lo stesso; in fondo quel che conta è Benito con la sua ossessione.
Anche l’unico personaggio se vogliamo “animato” che si muove sullo stesso piano logico, ovvero l’incostante e fedifraga Luigia non ha una funzione vitale nell’esistenza di Benito visto che è totalmente inaffidabile.

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Jerry Cala

Il legame del protagonista con la donna è un continuo tiramolla che lascia Benito privo di un punto di riferimento che non sia quello effimero del rapporto carnale; Luigia lo tradisce spudoratamente e in fondo anche lu non fa niente di diverso che quello di inseguire con pervicacia le sottane che incontra.
Un’esistenza così è votata semplicemente all’autodistruzione o quantomeno ad una vita vegetativa che ha poco a che fare con l’umanità vera e dolente, pensante e pulsante.
Così quando alla fine Benito sparisce lasciando come unica traccia di se quel diario così volutamente assurdo, viene da pensare che il cerchio sia chiuso e che qualsiasi movimento da questo momento in poi può essere solo circolare.
Benito è scomparso, la cosa non interessa nessuno e non interessano i motivi per cui ha fatto le sue scelte.
Un film molto ostico, questo di Ferreri, anche perchè pervaso da un nichilismo disperato e totalizzante, che elimina alla radice qualsiasi speranza e qualsiasi illusione.
La disumanità dei personaggi diventa un’allegoria della disumanità della vita.

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Marco Ferreri ci sorprende anche con il cast: ti aspetti un attore drammatico nei panni di Benito ed ecco che lui ti propone Jerry Cala, un attore che fino ad allora si era cimentato solo in ruoli comici di grana molto grossa.
Il comico siciliano era reduce da commedie come Abbronzatissimi e Saint Tropez, Saint Tropez e la sua interpretazione del difficile e surreale ruolo nei panni di Benito Balducci appariva come una grossa scommessa.
Sorprendentemente Calà riesce a tratteggiare con misura e intelligenza il personaggio di Benito, donandogli quell’aria stralunata quasi da marziano che Ferreri aveva creato per la sua sceneggiatura.

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Nei panni di Luigia troviamo una burrosa Sabrina Ferilli, senza infamia e senza lode nella sua caratterizzazione del personaggio dell’amante/fidanzata di Benito.
Per Marco Ferreri un film che è quasi una scommessa, come del resto una scommessa è stato tutto il suo cinema anticonvenzionale; su 34 film girati non è possibile indicarne uno solo che abbia i crismi della prevedibilità.
E questo forse è il più imprevedibile di tutti.

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Diario di un vizio

Un film di Marco Ferreri. Con Jerry Calà, Sabrina Ferilli, Valentino Macchi, Letizia Raneri, Cinzia Monreale, Piero Nicosia, Laetitia Laneri, Anna Duska Bisconti, Luciana De Falco, Doriana Bianchi, Maria Rosa Moratti, Massimo Bucchi Drammatico, durata 90 min. – Italia 1993.

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Jerry Calà: Benito Balducci
Sabrina Ferilli: Luigia
Valentino Macchi: Chiominto
Piero Nicosia: Il poliziotto cugino di Luigia
Cinzia Monreale: La ragazza della neve

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Regia Marco Ferreri
Soggetto Liliana Betti
Sceneggiatura Riccardo Ghione,Liliana Betti,Marco Ferreri
Produttore Vittorio Alliata
Casa di produzione Società Olografica Italiana
Distribuzione (Italia) IIF – Skorpion Entartainment
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Victorio Pezzolla, Gato Barbieri
Scenografia Tommaso Bordone
Costumi Nicoletta Ercole

aprile 30, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 1 commento

Silip

Silip locandina

Silip, di Elwood Perez è un film molto particolare, a cominciare dalla sua provenienza, le Filippine.
Il cinema delle Filippine non ha mai goduto internazionalmente di grosso credito, finendo per rimanere un fenomeno eminentemente locale.
Ma alle volte capita di incappare in qualche film davvero inusuale, con tematiche forti come questo Silip uscito nelle sale nel 1985 e accolto con pareri contrastanti dalla critica ma con recensioni lusinghiere sul tema trattato.
Un film con immagini forti, a tratti anche molto spinte ma che con l’eros tradizionale hanno poco a che spartire; le scene di nudo o quelle eminentemente erotiche hanno una logica cinematografica precisa, quella di narrare senza veli e senza pudori una storia articolata, come vedremo.

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Una delle caratteristiche di questo film è il profondo anticlericalismo che si respira per tutta la durata della pellicola stessa; più che di anticlericalismo si può parlare di demitizzazione dei fenomeni legati alla religione, che nelle Filippine è profondamente legata alle tradizioni dei suoi abitanti.
La morale un pò bigotta e tradizionalista della gente viene sferzata, a tratti con durezza da Perez che non lesina immagini forti e che imbastisce la storia attorno a dei punti fermi che ne formeranno l’ossatura, ovvero la caratterizzazione del personaggio di Tonya descritta come una donna fortemente inibita e legata alle tradizioni. Per beccarsi il primo pugno nello stomaco non bisogna aspettare molto; dopo pochissimi secondi vediamo il macellaio del paese, Simon squartare un kalabaw (il tradizionale animale da macello filippino) e sventrarlo.

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Non c’è alcuna simulazione nella sequenza e bisogna davvero avere uno stomaco di ferro per assorbire questo impatto iniziale; alla macellazione assistono i ragazzi del villaggio nel quale esercita Simon, che chiedono inutilmente all’uomo di risparmiare la vita del malcapitato bovino, beccandosi in cambio una rampogna sulla vita e sui suoi aspetti meramente pratici, ovvero “occorre mangiare per vivere”
Dopo l’introduzione, assistiamo allo svolgersi della vicenda, costruita attorno alle due amiche Tonya e Selda, diversissime tra loro.

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Tonya insegna catechismo ai bambini del villaggio, sostituendo di fatto il parroco che è impegnato altrove; la ragazza, repressa e inibita, ha una segreta attrazione proprio per il macellaio Simon, che se la spassa con una ragazza del villaggio, Maria. Quest’ultima è la sorella di uno dei ragazzi che abbiamo seguito nella sequenza iniziale mentre cercava di scongiurare Simon nel non proseguire l’opera di macellazione del bovino mascotte dei ragazzi.
Il giovanotto scopre così che sua sorella ha una relazione sessuale con Simon, aggiungendo quindi ulteriore rancore a quello iniziale.
Nel frattempo Selda ritorna da un viaggio in città; il carattere della ragazza, come già detto, è esattamente agli antipodi rispetto a quello di Tonya.

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Selda è solare, sessualmente disinibita e priva di qualsiasi senso di colpa.
Così mentre Tonya è costretta ad atti di autoerotismo che la lasciano sempre frustrata (la ragazza si cosparge di sale o di sale strofinandosi ferocemente per placare la propria eccitazione), Selda entra felicemente in tutti i letti liberi del paese, cornificando anche l’amante messicano che si è trascinata dietro dalla città.
Ben presto capiamo che tra Selda e Tonya c’è anche una forte tensione alimentata sopratutto da Tonya che non ha dimenticato un’offesa dell’amica; a complicare le cose ci sarà anche il rifiuto di Simon delle avance di Tonya.
Con queste premesse le cose non possono che esplodere; quello che accadrà sarà terribile e coinvolgerà tutti i protagonisti della storia.

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Diretto nel 1985 da Elwood Perez, Silip è quindi un film non catalogabile, in quanto sfugge alle classificazioni tradizionali; non è un thriller, è un dramma ma con forti connotazioni erotiche e slasher (la sequenza iniziale, la morte di Simon ecc), con elementi horror e per finire con una tematica di base molto forte con la quale Perez finisce per stigmatizzare i mali endemici della religione e dei suoi influssi sulla fragile cultura dei filippini, perennemente in bilico tra tradizione e modernità, tra progressismo e morale atavica.

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Girato durante l’ultimo anno della discussa presidenza di Marcos, il film presenta alti e bassi abbastanza plateali; in alcuni momenti il ritmo del film allenta la sua presa per volgere verso la descrizione dei personaggi. In questi frangenti ci si consola anche con lo splendido habitat della location e con le grazie naturalmente esposte dalle protagoniste del film.
Emmanuelle Sarsi, attrice emergente nel suo paese è davvero bella e affascinante e lo stesso si può dire di Maria Isabel Lopez, che ha avuto una carriera ben più lunga e soddisfacente della collega; l’interprete del personaggio di Tonya infatti è ancora oggi estremamente attiva, sopratutto in tv.

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Elwood Perez, che nel corso della sua carriera ha diretto una cinquantina di lungometraggi, dirige quindi un film con molti punti di interesse usando una buona tecnica e servendosi anche di un cast tecnico di buon livello; discreta la fotografia e di sicuro interesse la sceneggiatura.
Un film, Silip, da vedersi però solo in versione DVD, in quanto è praticamente impossibile che venga passato da una tv; troppe le scene ai limiti assoluti della censura.

Silip, di Elwood Perez, con Sarsi Emmanuelle, Maria Isabel Lopez, Myra Manibog- Drammatico/erotico, Filippine 1985 durata 125 minuti nella versione originale

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Silip banner protagonisti

Sarsi Emmanuelle … Selda
Maria Isabel Lopez … Tonya
Myra Manibog … Marja
Mark Joseph … Simon Kalabaw
Daren Craig Johnson … Ronald
Pia Zabale … Pia
Michael Locsin … Miguel
Arwin Rogelio … Tiago
Jenneelyn Gatbalite … Gloria
Gloria Andrade … Aling Anda

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Regia: Elwood Perez
Sceneggiatura: Ricardo Lee
Produzione: Lucy T. Cabuchan,Willy Tieng,Wilson Tieng
Musiche: Lutgardo Labad
Montaggio: Edgardo Vinarao
Fotografia:Johnny Araojo

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aprile 26, 2012 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento