Le diavolesse (Girl slaves of Morgana le fay)
Cosa fare se ti trovi prigioniera in un castello con una tua amica e sei costretta a scegliere tra il diventare immortale e godere delle cose buone della vita (sesso in testa) e il morire incatenata nelle segrete del castello stesso?
La risposta al quesito esistenziale non può essere che una ed infatti le due amiche protagoniste del film scelgono di divenire immortali e di conseguenza schiave della Fata Morgana, come recitato nel titolo del film.
Film che nella versione originale si chiama infatti Girls slave of Morgana le fay, tradotto in maniera spiccia e decisamente approssimativa in italiano con Le diavolesse; cosa centri il principe dei demoni con questo film è cosa da inquietanti interrogativi, ma si sa che la fantasia dei distributori italiani era davvero fervida negli anni settanta.
Le diavolesse, opera di Bruno Gantillon, un discreto mestierante passato in seguito alla produzione e regia di opere tv è un film che si ispira a due cineasti a loro modo maestri nel cinema surreale a sfondo erotico e infarcito di scenette horror un tanto al chilo ovvero lo spagnolo Jesus Franco e il francese Jean Rollin.

Uscito nelle sale nel 1971 e falcidiato dalla censura italiana (nel 1973) per la quantità industriale di nudi femminili, Le diavolesse mostra da subito di essere operazione mera di marketing cinematografico, che qualche critico cinematografico particolarmente arguto ha modificato in “marketting”.
Caratterizzato da una trama volutamente surreale e giocato principalmente sull’aspetto erotico, il film di Gantillon tuttavia non è da bocciare di sana pianta.
Se la trama è quanto di più semplice sia possibile immaginare c’è qualcosa, aldila dell’aspetto morboso del film stesso che riesce in qualche modo ad evitare che il film venga piantato a metà storia per evidente mancanza di idee.
Già la partenza del film stesso è da incubo; ancora una volta troviamo due ragazze, Yael e Francoise che restano in panne con l’auto priva di benzina.
Un espediente talmente classico da risultare monotono così come classico è l’espediente di far dormire le due ragazze in un fienile; cosa fanno le due ragazze dopo essersi svegliate? Ovviamente si mettono alla ricerca di benzina e altrettanto ovviamente beccano il castello solitario dove questa volta, invece del solito maggiordomo sinistro troviamo un nano allupato, che le aveva notate da quando le due ragazze si erano fermate nell’inevitabile taverna sinistra e scura.
La novità è rappresentata dalla corsa nel bosco di Francoise che culmina nell’arrivo ad un lago immerso in una natura placida e silenziosa. Qui ci immergiamo in una natura meravigliosa che da sola vale il prezzo del biglietto pagato.
Ma questo non è un documentario sulla natura per cui seguiamo il passaggio in barca di Francoise e il descritto arrivo al castello diroccato con tanto di nano.

Una volta tanto non c’è il cattivissimo di turno ad accogliere le ragazze, ma nientemeno che Morgana (ripresa pari pari dalla saga arturiana), che è una fata si, immortale anche ma sopratutto un’incantatrice con tendenze anche lesbiche.
Così le due giovani sono costrette ad una scelta esistenziale; accettare di diventare immortali in cambio di un tantino di sesso e di qualche ballo in costume pressochè adamitico oppure finire la propria vita incatenate in una cella buia del castello?
Poichè nel castello stesso c’è un gineceo di prim’ordine, si mangia e si beve a sbafo, ecco che tutto sommato Parigi val bene una messa.
Ma a Francoise questa vita dorata scoccia, e la sorpresa è dietro l’angolo….
Non si illuda, lo spettatore di Le diavolesse, di vedere un film movimentato; siamo di fronte ad un vero e proprio clone delle opere di Rollin, quindi il ritmo è da sonno profondo aiutato anche dalla dimensione pseudo fantastica in cui si muovono le due ragazze protagoniste del film.
Le uniche scene di movimento sono quelle dei balli alla presenza di Morgana, la famosa sorellastra di Artu divenuta per l’occasione immortale e per giunta anche lesbica. Altre scene di movimento sono quelle sotto le lenzuola e qui quanto meno c’è interesse (lubrico) per lo stuolo di ragazzotte assoldate a tal pro.
Noia, quindi, a profusione.

I due motivi per guardarsi quest’opera datata 1971 ( ma apparsa più tardi sugli schermi italiani) sono rappresentati dalla magnifica fotografia e dalla location e dalle citate bellezze che mostrano una palese allergia per i vestiti.
Il resto è assolutamente da dimenticare incluso il finale che non svelo solo per puro sadismo: per sapere dove va a parare il film sarete costretti a sorbirvi quasi due ore di sbadigli da sganasciarvi le mascelle.
Le diavolesse, di Bruno Gantillon con Dominique Delpierre,Alfred Baillou, Mireille Saunin,Régine Motte. Erotico-Fantastico Francia 1971- Titoli alternativi: Girls slave of Morgana le fay,Morgane et ses nymphes
Dominique Delpierre … Morgane
Alfred Baillou … Gurth
Mireille Saunin … Françoise
Régine Motte … Yael
Ursule Pauly … Sylviane
Michèle Perello … Anna
Nathalie Chaine … Sarah
Regia: Bruno Gantillon
Sceneggiatura: Jacques Chaumelle
Produzione: Gisèle Rebillon e Catherine Winter
Fotografia: Jean Monsigny
Montaggio: Michel Patient
Musiche: Jean Monsigny
Scenografie: François Dupuy
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Due ragazze, rimaste a piedi nella campagna francese per un guasto all’auto, trovano riparo in una casa abbandonata. Al mattino una delle due “viaggiatrici” è scomparsa e l’altra – su indicazione di un nano – finisce in un castello nel quale dimora un’affascinante signora (Dominique Delpierre), circondata dalle sue serve. Horror dalle atmosfere sognanti e fiabesche, simile, per sviluppo e (lesbo) tematica a taluni lavori siglati da Rollin. Le lungaggini narrative sono surclassate dalle immagini curate e d’impatto ed il finale contribuisce, enigmaticamente, a rendere prezioso il film.
Gustosissima tranche di cinema bis francese fra erotismo e gotico, languori decadenti e blande suggestioni esoteriche. Fanciulle ragguardevoli (d’altronde nel regno di Morgana la bellezza è confinata solo al muliebre, col nano mastelloniano in ruolo subalterno, mentre nel mondo reale gli uomini sono ancor più mostruosi). Per gourmets del bizzarro.
Pur potendo avvalersi di una confezione assolutamente decorosa, il film pecca invece sia dal punto di vista narrativo (la storia è abbastanza risaputa) che da quello del ritmo: succedono pochissime cose e per giunta per nulla coinvolgenti. La noia insomma domina ampiamente per lunghi tratti. Anche la regia, pur non essendo completamente pedestre, avrebbe potuto osare un po’ di più.
Inchiodato di fronte alla tivvù di notte a sedici anni capii cos’era per me il gotico. Ed era Le diavolesse, freak-movie che a definirlo strano gli si fa uno sgarro e chiamarlo naif si rende poco l’idea della morbosità che lo ammanta. Dà l’impressione d’essere stato girato nongià per risultar eccentrico bensì da uno con qualche greve tarla mentale. Fin dalla scena nel pagliaio, quando Françoise incontra il nano Gurt e comincia a seguirlo manco fosse il Bianconiglio si sgama l’andazzo onirico. Sia chiaro, il film è una lagna, il sesso appena accennato ma visivamente ha una sua ritorta potenza.
Dal titolo a mio parere davvero bello, questo film più sexy che horror racconta la storia di due fanciulle in vacanza, cadute nelle perfide mani della fata cattiva. Nel suo regno si cerca la vita eterna ai danni altrui. Dipinto con tratto decisamente francese, alterna il fascino della magia e delle belle donne, con l’evoluzione spesso risibile della storia. Tecnicamente scadente, lento e noioso, con una bella scenografia e costumi curati, è indicato solo per lo specialista del genere. Gli altri si astengano, pena noia e rivendicazione per il prezzo pagato.
Lento, trasognato, una via di mezzo fra un gotico e una favola nera, che potrebbe ricordare sia i film sexy-horror di Jean Rollin (con i quali condivide alcune interpreti femminili, come Ursule Pauly e Solange Pradel), sia altre bizzarre operazioni (a me rammenta un pochino anche l’italiano Il delitto del diavolo – Le regine). Certo, i suoi “pregi” possono essere al contempo difetti e potremmo allora parlare di eccessiva lentezza, persino di noia abissale. Dipende. Un film molto particolare. Per pochi, insomma…
Supervixens
Supervixens è un cartoon, un film violento, è un film sexploitation ma è anche un’esplosione di colori e musica.
Russ Meyer lo gira nel 1975, usando un basso budget ma introducendo una novità assoluta nel film, ben sette donne che aumentano a dismisura il tasso erotico della pellicola sopratutto per la inevitabile scelta del regista di utilizzare donne molto, molto in carne.
Il regista americano, fermo da tre anni dopo l’audace esperimento di Carne cruda, un film fuori dai suoi canoni, costruisce quello che diverrà un autentico cult, apprezzato anche da tantissimi dei suoi denigratori che hanno sempre guardato in modo torvo al suo cinema eccessivo, eroticamente portato all’eccesso e politicamente scorretto.

Meyer prende qualcosa quà e là, saccheggiando i cartoon (memorabile il finale alla Vil Coyote e la scritta That’s all folks mutuata dai Looney Tunes) con citazioni per il nazismo, come nel caso di Martin Bormann, nome affibbiato al gestore della pompa di benzina o anche per Harry la carogna-Eastwood per i nomi dei due protagonisti, Clint ed Harry.
Un film che sembra un autentico parco dei divertimenti, con situazioni folli e surreali, omicidi e avventure di sesso che confluiscono alla fine in un prodotto comico e grottesco, che è al tempo stesso irriverente e beffardo.
Che il film cerchi ad ogni costo il colpo ad effetto appare chiaro dopo poche scene; sono appena state introdotte le prime due figure, quella del benzinaio Clint e della sua moglie rompiballe Super Angelica che assistiamo al primo colpo di coda. Clint, stanco della moglie litiga furiosamente ma lei per tutta risposta gli distrugge il furgone e lo caccia di casa. Alla stazione di servizio arriva il poliziotto Harry, chiamato da un vicino, che per prima cosa tenta di portarsi a letto Super Angelica.

Ma l’uomo è palesemente impotente così deve beccarsi gli sfottò della donna; lui, per tutta risposta la getta in una vasca e la uccide a calci.
Ma come in un cartoon ecco che Super Angelica riemerge dalla vasca così Harry per togliersela dai piedi getta nella vasca una radio, facendola morire fulminata.
Inizia così la caccia di Harry a Clint, che si è rifugiato in un bar dove è diventato l’oggetto del desiderio della procace cameriera SuperHaji; respinta la corte della donna, Clint viene anche accusato dell’assassinio della moglie.
La fuga di Clint riprende, con situazioni paradossali ad ogni angolo, fra donne con seni enormi che tentano di sedurlo e mariti gelosi, padri gelosissimi e ladri in agguato.

Clint viene quindi ferito, derubato e picchiato fino a quando non conosce Supervixen, una ragazza che sembra la reincarnazione della defunta moglie Super Angelica.
Raggiunto da Harry, Clint dovrà difendere la sua nuova vita in un convulso e parossistico finale, durante il quale dapprima Harry tenta di uccidere Supervixen infilandole un candelotto di dinamite fra le gambe e poi tentando di ucciderli assieme legandoli e infilando un candelotto di dinamite nel posteriore di Clint.
Le cose andranno diversamente…
Preso come un vero e proprio divertissement, Supervixens non tradisce le attese grazie al suo ritmo sfrenato e alla quantità di gag inserite dal regista americano nella sceneggiatura; a fare da contorno le grazie abbondantissime di Uschi Digard (Supersoul, ribattezzata Tetta nella versione tradotta in italiano), di Shari Eubank (Super Angelica e Supervixen) oltre che di Christy Hartburg, Sharon Kelly, Deborah McGuire, Haji.
Un film scatenato e un po folle, che ottenne un grandissimo successo tanto da incassare ben 16 milioni di dollari a fronte di un investimento di circa 100.000 dollari che divennero 400.000 secondo Meyer solo per impressionare i tanti critici che il regista aveva, e che a dire del regista non amavano le produzioni low budget.
Del resto nel film la scenografia è ridotta all’osso.
A farla da padrone sono i deserti, le stazioni di servizio e gli enormi seni delle protagoniste, come quelli di Shari Eubank che però dopo questo film venne completamente dimenticata dal cinema o come quelli della splendida attrice svedese Uschi Digard che aveva lavorato già con Meyer e che in seguito si specializzò in film pornografici.

Altra starlette del film è Baby Girl Downes conosciuta come Haji che interpretò quattro film con Meyer lavorando successivamente in una decina di pellicole.
Meyer quindi si diverte e diverte, introducendo elementi surreali presi dai cartoon e lanciando in qualche modo una moda che diverrà operativa almeno un ventennio dopo; suo il merito di aver scelto per il ruolo dell’impotente e sadico Harry l’attore Charles Napier, che lo ripagò con una prestazione superlativa tanto da far dire allo stesso Meyer che “Senza Napier il film non avrebbe mai avuto lo stesso successo, ne sono sicuro, nonostante le grandi tette e le sette ragazze.”

L’attore, morto a ottobre del 2011, ebbe una carriera tutto sommato lusinghiera, lavorando per qualche anno in Italia (interpretò Camping del terrore di Ruggero Deodato (1986), Alien degli abissi di Antonio Margheriti (1989), Sulle tracce del condor di Sergio Martino (1990) e Obiettivo poliziotto (Cop Target), regia di Umberto Lenzi (1990) grazie anche alla fama ricavata da questo film; aveva lavorato già in passato con Meyer in Cherry, Harry & Raquel film nel quale era comparso completamente nudo.
Supervixens è in definitiva un prodotto erotico ma di classe, permeato da un erotismo solare e ridanciano come del resto lo erano stati in passato altri film del regista americano.
Supervixens
Un film di Russ Meyer. Con Charles Napier, Shari Eubank, Charles Pitts, Uschi Digard, Haji,Henri Rowlands,Christy Hartburg,Sharon Kelly,Deborah McGuire-Commedia erotica, durata 105 min. – USA 1975
Shari Eubank: SuperAngelica/SuperVixen
Charles Napier: Harry Sledge
Charles Pitts: Clint Ramsey
Uschi Digard: SuperSoul
Henri Rowlands: Martin Boorman
Christy Hartburg: SuperLorna
Stuart Lancaster: Lute
Sharon Kelly: SuperCherry
Deborah McGuire: SuperEula
Glenn Dixon: Luther
Haji: SuperHaji/Gina
Big Jack Provan: sceriffo
Garth Pillsbury: pescatore
Ann Marie: moglie del pescatore/donna con il bikini rosa
Ron Sheridan: poliziotto
John Lawrence: dottor Scholl
R. Rufus Owens: Rufus
John Furlong: commentatore della CBS
Paul Fox: ladro
John Steen: pilota
Russ Meyer: proprietario del motel
Stan Berkovitz: autista
Richard Brummer: camionista
Regia Russ Meyer
Soggetto Russ Meyer
Sceneggiatura Russ Meyer
Produttore Russ Meyer, James Ryan
Casa di produzione RM Films International
Fotografia Russ Meyer
Montaggio Russ Meyer
Musiche William Loose, Danny Darst

Shari Eubank è la “tettona” soprannominata Superclito (!), moglie del fessacchiotto Clint (Charles Pitts), marito dall’aspetto di tontolone, ma circondato da donne che le piovono addosso con i loro abbondanti seni. La SuperVixen dal clitoride facile viene presa di “mira” dal poliziotto Harry (Charles Napier), che l’affronterà in un finale cartoonistico, mèmore dei prodotti Loooney Tunes (Silvestro e Willy Coyote su tutti). Incredibile divertissement, girato a mò di metacinema (nel finale Meyers appare dietro le rocce con cinepresa!). Piccante.
Trucissimo poliziotto tenta ripetutamente di accoppiarsi con vicina tettona. Esacerbato dall’insuccesso dovuto a sue disfunzioni, la uccide e scarica la colpa sul di lei marito, che fugge… Delirio di Russ Meyer, fra poppe extralarge, falli (fintissimi) elefantiaci, iper-violenza (la sequenza dell’uccisione della bellona è incredibile) e vari altri eccessi. Cinema in acido, una sorta di quintessenza del drive-in movie, un po’ tirato per le lunghe. Il cattivo è Charles Napier, valoroso caratterista del cinema USA.
Fumettistico, surreale, sessuomane: enchiridio del pensiero e dell’estetica di Meyer, che in un pirotecnico montaggio ripropone i suoi casolari ai margini del deserto ove si scatenano eroine dai seni XXXL per sfidare o sottomettere – al ritmo di musiche diffuse diegeticamente da radio e dischi – uomini tonti, gelosi, folli o impotenti. L’esplosivo gran finale cita sia Motorpsycho! che i cartoni animati di Willy Coyote. Superlativo Napier, in una delle sue interpretazioni più caratterizzanti di poliziotto rude, violento e guerrafondaio; doppio ruolo “super” per la Eubank.
Divertente e “porcello” come molti film di Meyer, può contare anche su un gran ritmo, altra caratteristica tipica dei film del regista. Stile da fumetto ma anche da cartoon (c’è più di qualche reminiscenza di Willy e Beep-beep), ottimi il montaggio e la fotografia (dello stesso Meyer) e poi ci sono tante figliole belle e polpose da stropicciarsi gli occhi. Come sempre anche gli ambienti hanno importanza nei film di Russ. Mandate il cervello in vacanza e godetevelo.
Forse il film che meglio sintetizza il cinema di Russ Meyer: attrici prosperose, volti maschili tipicamente da b-movies (inespressivi ma caratteristici), comicità surreale e fumettistica, scene erotiche comicamente eccessive, trama sconnessa e ripetitiva, regia semplice ed effettistica, montaggio veloce, ambientazioni che più americane non si potrebbe (il lontano ovest rappresentato nella sua essenza), frecciate antimilitariste. Senza dubbio un filmetto, per giunta dalla durata eccessiva, ma viste le premesse sarebbe un peccato perderselo.
Meyer ha ormai scelto di dare un risvolto più frivolo alle sue storie, ma il mestiere è sempre buono. Il film si lascia vedere e certe scene con la Eubank e la Digard sono intriganti. Sempre presente il giusto tasso di follia (si veda la fine di Clito) anche se il finale a mo’ di fumetto mi pare esagerato.
Lo stile di Meyer è ormai entrato di diritto nella storia del cinema e questo film è probabilmente tra i suoi più riusciti. Definirlo un film erotico sarebbe riduttivo. Meyer mette in scena un campionario di follie assortite dal ritmo cartoonesco, dove persino le sequenze sleazy con protagoniste le solite maggiorate non possono esser prese troppo sul serio. Per non parlare delle esplosioni di violenza inaspettate, i dialoghi incredibili (volgarissimi nel doppiaggio italiano), le corse in dune-buggy, le location da Willy il Coyote… Delirante!
Quando vidi questo film per la prima volta in un cinema della provincia savonese (nel 1978), poco conoscevo del porno-soft “comico” (non ricordo proprio se all’epoca avevo già scoperto Flesh Gordon e la serie danese dei “Tegn”). Comunque, mi divertì molto e in seguito cercai di trovare atri Meyer, che però – escludendo l’inedito “Cherry, Harry and Raquel” del 1970 – non mi fecero lo stesso effetto (forse perché non ero più un ragazzino…). Senz’altro un cult-movie della mia adolescenza.
La parola “super” racchiude tutte le componenti di questo sorprendente film erotico. Russ Meyer, dopo il provocante Vixen, eleva al superlativo i temi a lui cari e ci mostra una figura femminile che rappresenta l’apice dell’eccesso. Non solo nelle forme, sempre più super-abbondanti, o nei nomi (SuperAngelica, SuperLorna), ma anche nella bramosia super-vorace. Gli uomini al confronto diventano semplici figurine di contorno. Assicura un ritmo elevatissimo, belle sequenze on the road e momenti di suspence (con un gustoso momento splatter). Cult.
Il più surrealista tra i film di Meyer. Sarà esagerato, ma ci vedo anticipate alcune suggestioni del lynchiano Strade perdute. Un viaggio folle e lisergico in un’America provinciale piena di insidie e popolata di fameliche maggiorate. Sesso fumettistico si mescola a umorismo surreale e brutali esplosioni di violenza in maniera più che mai libera. Per tutti gli amanti delle grandi tette, è una vera festa, potendo contare su un cast tra i più clamorosi mai visti in un film di Russ Meyer. Divertente ma a tratti veramente enigmatico.
Secondo episodio erotico/pop di Russ Meyer, un prodotto frivolo e grottesco, molto meno serio nelle tematiche rispetto a Vixen ma con un abbondante repertorio di seni prosperosi. Le scenette si fanno leggermente un po’ più hot e anche la violenza si ritaglia un posticino nel film. Godibile.
La novizia
L’anziano Don Nini, dopo una vita spesa a correre dietro le sottane, arriva sulla soglia della morte.
Il giovane Vittorio suo nipote torna così in Sicilia per raccogliere le ultime volontà del nonno, che sembra intenzionato a lasciare i suoi beni alle donne che ha sedotto.
Nell’attesa che arrivi l’ultimo atto, Vittorio folleggia per il paese in compagnia di due suoi amici, gozzovigliando e tentando di sedurre Nunziata, una sua ex ragazza ora sposata al ricco Concetto, che però essendo impotente la lascia in preda ai fremiti della carne.
A consolare la bella Nunziata ovviamente provvede Vittorio, che si invaghisce anche di Suor Immacolata, una novizia chiamata a vegliare le ultime ore di Don Nini.
Alla fine, Vittorio riesce a cogliere il frutto proibito, mentre suo zio muore.
Femi Benussi
Gloria Guida
La ragazza, ormai priva della sua verginità, decide di tornare a casa e Vittorio la segue: mentre i due amoreggiano nei prati in fiore….
Commediaccia insulsa e priva di uno straccio di sceneggiatura, infarcita dai tristi e abusati luoghi comuni del machismo siculo, che vanno dal solito e immancabile nonno puttaniere all’ altrettanto immancabile nipotino galletto passando per la mogliettina affetta da marito impotente e pruriti sessuali, La novizia, diretto da Giuliano Biagetti nel 1975 è un prodotto inguardabile sotto ogni punto di vista.

Tralasciando l’assurdità della sceneggiatura, che raggiunge il suo punto più basso nel colpo di coda finale, che vorrebbe forse dare un senso ad un’ora e mezza di film di una noia insopportabile, questo prodotto si segnala solo per qualche scenetta bucolica/erotica nel finale, quando una splendida e assolutamente inespressiva Gloria Guida si spoglia in un magnifico campo (questo si bello) e si mette a correre completamente nuda regalando ai suoi fan qualche istante da ricordare.
Il resto è di una pochezza impressionante, complice anche le performance da dimenticare di Gino Milli (che recita da cani nei panni dell’allupato Vittorio) e di tutto il cast, ben al di sotto di una sufficienza che comunque non è raggiunta da nessuna delle componenti del film.
Quello che imbarazza di più è la visione di una Sicilia piena di luoghi comuni, presentata come un ensemble di galletti in preda a furori erotici e a donnine di facili costumi afflitte da mariti impotenti o fidanzati scarsamente premurosi.
Lionel Stander
In questo bailamme di situazioni mille volte già viste, tra dialoghi da pelle d’oca e noia insopprimibile, scompare anche l’unico elemento che avrebbe potuto in qualche modo giustificare il film, ovvero un erotismo almeno di facciata.
Viceversa, a parte l’elemento profondamente blasfemo dell’incapricciatura di Vittorio per la giovane novizia e conseguente scena finale già descritta e un paio di fugacissimi nudi dell’immancabile Femi Benussi, il film altro non offre se non una sciattezza e una noia raramente viste in altri prodotti della serie dei B movies della commedia sexy.
Un naufragio in piena regola, quindi, dal quale è impossibile salvare una qualsiasi cosa.
Da brividi poi le interpretazioni e i ruoli affidati ai due sciagurati compagni di gozzoviglie di Vittorio, ovvero Fiore Altoviti che interpreta Rodolfo e Beppe Loparco che interpreta Saretto, autori di una performance indimenticabile in senso negativo; dopo qualche secondo, e precisamente subito dopo la scena dell’arrivo di Vittorio in paese con i due amici che lo attendono in stazione e conseguente trasferimento in auto verso lo stesso, si capisce di essere incappati in un qualcosa che metterà a dura prova la nostra pazienza e sopratutto le nostre palpebre.
Lo svolgimento purtroppo conferma tutto il peggio; in ultimo, da segnalare Lionel Stander assolutamente insopportabile in un ruolo che ricorda purtroppo in senso negativo il personaggio del Barone Castorini in Paolo il caldo.
In questo film l’atmosfera del romanzo di Brancati ricreata dal pessimo Giuliano Biagetti, regista anche del Decameroticus, non esiste in nessuna inquadratura e non si respira in nessuna scena.
Un film da scansare ad ogni costo, da evitare come una malattia perniciosa.
La novizia, un film di Giuliano Biagetti (come Pier Giorgio Ferretti). Con Femi Benussi, Gloria Guida, Lionel Stander, Gino Milli, Fiore Altoviti Erotico, durata 95 min. – Italia 1975.
Gloria Guida … Maria, la novizia Suor Immacolata
Gino Milli … Vittorio
Femi Benussi … Nunziata
Fiore Altoviti … Rodolfo
Beppe Loparco … Saretto
Maria Pia Conte … Franca
Vera Drudi … Agatha
Lionel Stander … Don Nini
Regia Giuliano Biagetti
Soggetto Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Sceneggiatura Giuliano Biagetti, Giorgio Mariuzzo
Casa di produzione Bipa
Fotografia Franco Villa
Montaggio Alberto Moriani
Musiche Berto Pisano
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Pazzesco filmetto ambientato in Sicilia (ma girato sulle colline laziali), che presenta un “deus ex machina” fra i più folli della storia mondiale del cinema, col quale, e dopo il quale, affonda tutto quello che di decente (poco) s’era visto fino a quel momento. Guida mal diretta, Benussi brava nello zoccoleggiare, Stander eccessivo come sempre nel fare il libertino (come nell’altrettanto inguardabile Innocenza e turbamento), Gino Milli neanche male. Dimenticavo: pazzesco pure l’ultimo minuto di film
Sembra di assistere allo stesso plot de L’Infermiera (con Ursula Andress diretta, il medesimo anno, da Nello Rossati), ma portato malamente sullo schermo e reso poco gradevole per via di un finale inatteso (quanto forzato). Al centro del film la morale religiosa -che ben si prestava ad una lettura più attenta- cede il posto alle (notevoli) presenze fisiche di Femi Benussi e della Guida, quest’ultima destinata a rivestire, nel periodo, ruoli blasfemi quando non tragici. Brutti dialoghi e doppiaggio scadente peggiorano ulteriormente il risultato.
Indigesta ennesima variazione sul tema degli ingravidabalconi siciliani (© Brancati, indegnamente citato nel film), il terribile Milli e altri due cagnacci, con Stander a pilota automatico innestato nell’eterno ruolo del vechio erotomane, la Benussi mignottona e la Guida novizia appunto con pruriti. Quando il pesante salmo sembra finire in Gloria, ecco una trovata delirante che vorrebbe dare al tutto un sapore di critica sociale: gli artefici meriterebbero analogo trattamento.
Grossolana commedia siculo-veneta che lascia infastiditi per l’alto tasso di ingenuità, stereotipi e forzature che la pervade: lo zio vecchio e satiro, la moglie vogliosa, la novizia con poca vocazione e tanta voglia di vivere, il triangolo lui-lei-Dio, le inflessioni dialettali…Ci si diverte poco o nulla; l’unica delizia è nel finale agreste con l’allegro nudo integrale della Guida, prima dell’insulsa “trovata” conclusiva…
Noioso film erotico che relega la Guida ad un ruolo perfino marginale (nei primi 40′ si vede solo due o tre volte per una manciata di secondi complessivi) e che stiracchia una storiella da cortometraggio all’inverosimile. Gino Milli ritorna al paesello dopo 6 anni,e per un po’ vitelloneggia con due amici finché la visione prolungata di una novizia con le fattezze della Gloria nazionale non lo distrarrà leggermente. Il finale sembra quasi improvvisato in fase di montaggio, tanto è assurdo e slegato dal resto della pellicola. Boh.
Noioso. Tre ragazzi siciliani passano il loro tempo a donne: uno di loro è il nipote di un vecchio erotomane e conoscerà una novizia che nasconde un segreto… Troppo noioso, attori non proprio eccezionali (anche Stander delude), per non parlare poi della sopresa finale… Mediocre, tendente allo scarso.
Bruttino, se non peggio. Pessimo l’inizio e leggermente meglio il resto, che però resta su un livello che mette addosso ogni tanto una certa sgradevolezza, dovuta anche a una sciatteria di fondo. Doppiato tra l’altro in modo che più ingenuo non si può (paese siciliano, suora veneta, farmacista bolognese…). Definire i due amici del protagonista “insopportabili” è come far loro un complimento. Finale tragico (tipico dell’epoca) piuttosto forzato. Decisamente il peggior film con la Guida che abbia mai visto.
Dopo un’oretta abbastanza noiosa il film si risolleva, ovviamente, nel momento in cui la novizia Gloria Guida comincia a denudarsi. L’ultima mezz’ora è decisamente in crescendo e culmina nel tragico e inatteso finale agreste/bucolico. Cast loffio, si salva solo la (al solito) zoccoleggiante Benussi. Insomma, un film solo per amanti all’ultimo stadio della bionda Guida che, nei panni (pochi) di infermiera di notte, farà molto meglio negli anni successivi…
Caligola, la storia mai raccontata
Ennesima variante della storia di Gaio Giulio Cesare Germanico , l’imperatore romano passato alla storia con il nome di Caligola (piccola caliga, la calzatura dei legionari romani).
Una versione in puro stile Massaccesi, che per l’occasione si firma David Hills e che ebbe disavventure a non finire con la censura, un po come il predecessore Caligola diretto da Tinto Brass.
Il film parte mostrando l’attentato alla vita dell’imperatore da parte del poeta Domizio, attentato fallito e che costerà al poeta stesso una terribile punizione; all’uomo vengono tagliate la lingua e tutti i tendini, di modo che finisce per diventare un osceno burattino che Caligola fa vivere dietro una tenda.
A Roma sono in molti ad essere stanchi degli eccessi e della follia di Caligola; alcuni senatori congiurano per assassinarlo mentre Caligola se ne va tranquillamente in spiaggia, dove incontra la bella vergine Livia, fidanzata ad Ezio che è il figlio del console Marco Tullio Gallo.
Il crudele imperatore violenta la ragazza che in preda alla vergogna si suicida.
Dopo di che, rientrato a Roma, sparge la voce che la ragazza è stata assassinata da un gruppo di cristiani; ma a non credere alla versione di Caligola sono un po tutti, a partire dalla più cara amica di Lidia, Miriam, una ragazza egiziana che da quel momento giura vendetta.
In un impeto di follia, l’imperatore decide di costruire un grande tempio e per finanziarlo organizza un’ orgia alla quale viene invitata la nobiltà romana costretta a pagare un pesante dazio e costretta anche ad assistere ad uno spettacolo in cui l’imperatore passa da una crudeltà all’altra facendo combattere in una grande sala uomini fino alla morte, facendo accoppiare una donna con un cavallo e facendola così morire oppure sacrificando un gran numero di ragazze vergini ingaggiate proprio per la festa.
Durante il baccanale, Miriam decide di sedurre l’imperatore e ucciderlo, spinta in questo dal senatore Cornelio. Così, dopo essersi deflorata e aver dedicato la sua perduta verginità al dio Anubis, Miriam si apparta con Caligola. Ma al momento di ucciderlo, la donna ha un ripensamento e colpisce il senatore Cornelio.
La vendetta di Caligola per il mancato attentato è ferocissima; alcuni senatori vengono sodomizzati con ferri roventi e muoiono dissanguati, altri si vedono uccidere i familiari e ad uno di essi viene ordinato di uccidere sia la moglie che i figli.
Nel frattempo Miriam sembra essere diventata succube dell’imperatore.
Probabilmente ne è innamorata e accetta la proposta di Caligola di sposarla, ma prima delle nozze vede al collo dell’imperatore una medaglietta che portava Lidia.
Miriam decide di drogare con dei filtri magici Caligola in modo da farsi rivelare la verità, ma l’uomo viceversa precipita in una serie di incubi durante i quali rivede tutte le vittime della sua follia. Al risveglio, ancora ottenebrato dalle droghe, colpisce Miriam con la sua spada.
Nel frattempo i senatori romani sono riusciti a convincere Ulmar, il fido pretoriano di Caligola, a partecipare ad un attentato che questa volta riesce.
Mentre è sulla spiaggia, l’imperatore che nel frattempo ha preso coscienza delle sue malefatte e vorrebbe convincere i senatori di voler cambiare vita, viene ucciso dalle frecce scagliate da Ulmar.
Caligola, la storia mai raccontata è un film del 1982, diretto con larghezza di mezzi da Aristide Massaccesi/Joe D’Amato ed è tutto tranne che un film con un minimo di obiettività storica.
La leggendaria crudeltà dell’imperatore romano, molto probabilmente esagerata dai suoi numerosi detrattori appare qui esasperata ancor più che nel Caligola di Brass; l’imperatore da sfoggio di una crudeltà da psicopatico, a partire dalla crudele punizione inflitta a Domizio passando per lo stupro della bella Livia per finire con la scena del massacro dei senatori durante l’orgia.
Il Caligola di Massaccesi è un film eccessivo, violento e sanguinolento, come nello stile del regista romano; un film assolutamente inaffidabile dal punto di vista storico, basti pensare al finale in cui Caligola finisce trafitto dal suo pretoriano mentre nella realtà venne ucciso dai tribuni Cassio Cherea e Cornelio Sabino e da alcuni pretoriani assieme a sua moglie Milonia Cesonia e la loro figlia bambina, Giulia Drusilla quando aveva appena ventinove anni.
La pellicola ha più pregi come slasher ( e per gli amanti dell’hard come pellicola erotica) che come film con una sceneggiatura accettabile; la mano del regista di talento c’è, ma è anche al servizio degli stinti più bassi dello spettatore.
Tuttavia c’è una certa cura, nella pellicola e per una volta il cast sembra davvero all’altezza della situazione.
C’è una splendida Laura Gemser, all’epoca del film trentaduenne e al massimo del fulgore fisico, che da vita al personaggio di Miriam, la schiava che vorrebbe vendicare l’amica Lidia e che finisce viceversa per innamorarsi dell’imperatore, salvo ricredersi quando scoprirà la verità sulla morte di Lidia.
E c’è anche David Brandon a interpretare Caligola con sufficienza, anche se va detto che nella realtà storica l’imperatore era un pezzo d’uomo che superava un metro e novanta di statura.
Ancora una volta Massaccesi quindi si rivolge alla sua musa cinematografica, Laura Gemser e ancora una volta ritaglia un ruolo per suo marito Gabriele Tinti; alla fine il prodotto ha una sua dignità anche se come tutti i film di Massaccesi occorre districarsi tra le varie versioni.
Quella originale infatti durava 125 minuti ma venne sforbiciata dalla censura in modo tale che alla fine il film durava 86 minuti; distribuito come Caligola, la storia mai raccontata ebbe anche una versione parallela intitolata Caligola… l’altra storia.
Oggi sono disponibili dvd in versione integrale che però non aggiungono praticamente nulla alla storia se non alcune sequenze particolarmente forti come quella in cui una donna masturba un cavallo e molte scene tipiche del cinema hard core, che vennero utilizzate in seguito dal regista romano per il film Caligola, follie del potere che apparteneva al filone hard.
Caligola… La storia mai raccontata
Un film di Joe D”Amato. Con Laura Gemser,David Brandon,Oliver Finch, Charles Borromel,Larry Dolgin, Fabiola Toledo, Alex Freyberger
Drammatico/Erotico, durata 90 min. – Italia 1982.
David Brandon: Caligola
Laura Gemser: Miriam
Oliver Finch: Messala
Cristiano Borromeo: Petreio
Fabiola Toledo: Livia
Sasha D’Arc: Ulmar
Alex Freyberger: Ezio
Larry Dolgin: Cornelio Varrone
Gabriele Tinti: Marcello Agrippa
John Alin: Marco Tullio Gallo
Ulla Luna: Cinzia
Michele Soavi: Domizio
Mark Shanon: Mario
Regia David Hills
Soggetto David Hills, Richard Franks
Sceneggiatura David Hills, Richard Franks, Victoria J. Newton
Produttore Alexander Sussman
Casa di produzione Metaxa Corporation, Cinema 80
Fotografia Federico Slonisco
Montaggio George Morley
Musiche Carlo Maria Cordio
Scenografia Lucius Pearl, Michael Loss
Costumi Helen Zinnerman
Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com
Tutti i diritti riservati.
Film molto spinto, al limite del visibile, dove l’erotismo cede il posto al disgusto nella scena dell’impalamento realizzato durante un’incontenibile orgia o in quella del forzato accoppiamento con cavallo. David Brandon nei panni del “deviatissimo” Caligola è bravissimo, la regia di Joe D’Amato è garanzia di riuscita ed il cast è composto da nomi di certo interesse come ad esempio l’allora sconosciuto Michele Soavi, cui tocca la parte di vittima sacrificale. Il registro erotico risente della spinta violenta, che ben si coniuga con il tema trattato.
Le fonti filosenatoriali su Caligola ci hanno tramandato la figura di un imperatore pazzo, depravato, empio, sacrilego, megalomane e crudele: D’Amato resta fedele a questa tradizione e la rimpolpa negli aspetti sessuali e horror, con abbondante ricorso ad uno splatter talvolta insostenibile. Perfetti l’ambiguo Brandon e il vecchio mentore inascoltato Borromel (efficacemente doppiato da Michelotti); la Toledo riluce di bellezza in una tunica candida e sottile. Suggestiva e visionaria la fotografia.
Le nefandezze dell’imperatore, pervertito e psicopatico, epilettico e malato mentale, disinteressato al bene di Roma e completamente alienato da ogni tipo di valore, si fermano di fronte al corpo della Gemser; e scoppia l’amore! Il miglior Joe D’Amato dopo Buio Omega, si scatena nell’estremo: violenza, sesso, orge (purtroppo con inserti hardcore, anche se discretamente integrati), duelli all’ultimo sangue con il sangue che schizza sugli spettatori mentre mangiano e tanto altro. Ancora una bella storia d’amore che trasuda sangue: 4 pallini al sangue!
Ovvio tentativo di bissare il successo di Io Caligola con un film che ha a come pro una buona ricostruzione d’epoca e un discreto cast e, come contro (nonostante riconosca l’abile messa in scena dell’orgia), alcune scene disgustose che fanno storcere il naso inficiando un po’ il risultato (come la scena della cacca in Salò e le 120 giornate di Sodoma, per intenderci). Bravo Brandon e perfetto per il ruolo in un film perverso e pornografico.
Bestialità
Una ragazzina traumatizzata, una coppia matura in crisi. Un triangolo amoroso che verrà a comporsi e poi disfarsi con tragedia greca in agguato.
Sembrerebbe la classica storia pruriginosa tipica della commedia sexy italiana post 1975, almeno a leggere alcuni commenti assolutamente inaffidabili redatti da improbabili critici che non hanno visto altro che qualche frammento della pellicola in oggetto.
Le cose stanno ben diversamente, perchè Bestialità è uno dei film “maledetti” degli anni 70, un film abbastanza brutto ma coraggioso, che appartiene ad un tipo di cinema che oggi nessuno si sogna più di proporre.
Un cinema che non aveva paura di affrontare i tabù sessuali, come l’incesto e l’omosessualità o come la bestialità, la zoofilia che è alla base della sceneggiatura del film che andiamo a scoprire.
Siamo nel 1976 anno di svolta per il cinema italiano.
La grande crisi è arrivata, per motivi più volte elencati; la tv uccide il cinema, perchè porta nelle case migliaia di pellicole a costo zero attraverso gli innumerevoli canali televisivi privati che trasmettono 24 ore al giorno in prevalenza film, molti dei quali recentissimi.
Peter Skerl con l’aiuto di Luigi Montefiori (che si firma al solito Eastman) scrive la sceneggiatura di questo film che tratta un argomento assolutamente tabù per il cinema, affrontato in rarissime occasioni e mai in termini così espliciti.
La storia racconta le vicende della giovanissima Janine, che un giorno scopre la propria madre in atteggiamenti intimi con il cane di famiglia.
Al trauma per l’improvvisa scoperta si aggiunge quello per la reazione del padre che dopo aver ammazzato l’animale da fuoco alla casa e porta via la moglie.
Janine finisce così in una casa di cura, per rimettersi dal trauma, dall’epilessia e da una gravissima forma di sifilide che probabilmente le ha trasmesso la madre.
Un giorno la ragazza decide di averne abbastanza e fugge dalla clinica per rifugiarsi sull’isola nella quale ha vissuto il trauma adolescenziale; qui trova rifugio grazie ad un pastore, Ugo, e si lega al cane di quest’ultimo, un doberman ribattezzato (con pochissima fantasia) Satana.
Qualche tempo dopo sull’isola arriva una matura coppia, composta da Paul e da sua moglie Yvette; i due sono ormai in crisi affettiva nonostante l’antico affetto li unisca ancora.
Yvette, conosciuta Janine, le si lega morbosamente; dapprima nella donna affiora un affetto materno che però ben presto si trasforma in qualcosa di ben diverso.
Le due donne, la matura Yvette e l’adolescente Janine diventano amanti e decidono di coinvolgere nei loro giochi saffici il marito della donna, Paul.
I tre formano quindi un triangolo perfetto, in cui tutto sembra funzionare a meraviglia e difatti il rapporto tra i coniugi sembra rinascere.
Ma Janine si lascia portare dall’istinto e un giorno replica l’esperienza della madre; mentre è su una roccia, ha un rapporto con il suo cane che però la sbrana.
Il pastore che ha raccolto la giovane Janine uccide il malcapitato Satana a bastonate e ….
Bestialità è un film abbastanza anomalo fin dalla trattazione di argomenti scabrosi come il lesbismo, la relazione tra persone mature e un’adolescente (eminentemente erotica), la zoofilia.
La mescolanza di questi tre ingredienti origina un film confuso e a tratti malsano, dai dialoghi surreali e pretestuosi.
Sentire Paul dissertare sul senso della vita e giustificare la sua relazione ai limiti della pedofilia, anzi sicuramente pedofila visto che il personaggio di Janine nella sceneggiatura ha 16 anni, è abbastanza penoso oltre che assurdo.
La lentezza del film, scandita solo dalle carezze saffiche tra Janine e Yvette, in seguito allargate al felicissimo Paul quasi incredulo della grazia che gli è capitata assume contorni grotteschi anche nelle scene di nudo.
Vedere le chiappe al vento di Philippe March (che interpreta Paul) o i ripetuti accoppiamenti con Eleonora Fani (Janine) e la moglie Yvette (Juliette Mayniel) trasmette un senso di tristezza abbastanza profonda, aldilà dell’aspetto poco coinvolgente dello scenario erotico.
Ancora più desolante è il finale del film, che da tragedia greca innescata dalla morte di Janine sbranata da Satana e vendicata dal pastore Ugo che uccide il povero animale a bastonate (un brutto esempio di cultura anti animalista) si trasforma quasi in farsa grottesca con la matura Yvette che scopre di essere incinta e contemporaneamente scopre anche di essere stata infettata dalla sifilide, cosa che porterebbe la donna a mettere al mondo un figlio probabilmente malato.

Un brutto pasticciaccio, quindi, che ha però il merito di affrontare con un certo coraggio un tema scomodo come la zoofilia, senza mostrare peraltro più del necessario e contenendo le scene erotiche (ammesso che lo siano) con i cani nei limiti accettabili del decoro.
Tra le pochissime luci del film si possono citare il fascino e la bravura di Leonora Fani, che all’epoca del film aveva 22 anni ma ne mostrava come minimo 7-8 in meno; aiutata dal suo volto da eterna ragazzina, la Fani riesce a dare contorno e spessore ad un personaggio certamente difficile e cavandosela con dignità anche nelle numerose scene di sesso, che la coinvolgono in esperienze abbastanza problematiche come i baci saffici con la Mayniel (che all’epoca in cui venne girato il film aveva 40 anni) e gli amplessi con Paul/Philippe March.
Quest’ultimo è la vera pietra al collo della pellicola: l’attore francese che sarebbe poi scomparso 4 anni dopo all’età di 55 anni è legnoso e monocorde ed anche palesemente a disagio nelle scene di sesso.
Molto meglio la brava Mayniel che mostra oltre ad una padronanza evidente dei mezzi scenici un superbo fisico, robusto ma armonico alla bella età di 40 anni.
Sul film aleggia la colonna sonora di Gori, morbosa al punto giusto e che ricorda la classica Djamballa che era la soundtrack di Il dio serpente, mentre la fotografia è ingiudicabile; chi non ha visto questo film nelle sale ha potuto farlo solo attraverso le Vhs. Non mi risulta infatti che le tv private lo abbiano trasmesso e se lo hanno fatto lo hanno trasmesso in analogico.
I fotogrammi del film provengono da un riversaggio VHS-Rip e la qualità scadente dei fotogrammi mostra come molti passaggi del film stesso siano ingiudicabili dal punto di vista estetico/fotografico.
Questi fotogrammi sono gli unici esistenti in rete e sono ovviamente edulcorati dalle scene di sesso con i cani (peraltro molto ma molto velate).
In ultimo, solita testimonianza della malafede di alcuni critici della domenica.
Ecco come viene descritta la trama in un sito specializzato: “I protagonisti sono: una donna che è innamorata del suo dobermann; una figlia che è gelosa della madre; un marito che è geloso del dobermann e infine il cane che è geloso del marito. Alla fine l’animale sbrana la ragazza e viene ucciso dal marito. Insensato.”
Inutile dire che l’anonimo recensore avrà visto qualche porno su una rete privata e lo ha scambiato per questo film oppure più probabilmente si è inventato la trama…..
Bestialità
Un film di Peter Skerl. Con Leonora Fani, Philippe March, Juliette Meyniel, Marisa Valenti,Ennio Balbo, Piero Mazzinghi, Lorenzo Fineschi, Franca Stoppi, Ilona Staller, Cinzia Romanazzi
Drammatico/Erotico, durata 85 min. – Italia 1976.
Philippe March … Paul
Juliette Mayniel … Yvette
Enrico Maria Salerno … Ugo
Leonora Fani … Jeanine
Franca Stoppi … La madre di Janine
Regia: Peter Skerl
Sceneggiatura: Peter Skerl, Luigi Montefiori (George Eastman)
Produzione: Peter Skerl, Luigi Valenti
Musiche: Coriolano Gori
Editing: Peter Skerl, Maurizio Mancini
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Tutti i diritti riservati.

Gli anni’70 non sono solo (e soltanto) stati quelli della commedia sexy, del giallo e del poliziesco. Sono stati anche, in misura tutt’altro che contenuta, quelli del disagio esistenziale, della “maladolescenza” e, più in generale, della difformità di concezione sull’edonismo applicato all’atto sessuale. Un mini filone, a base di bestialità assortite, fece la sua comparsa: cani o serpenti gli amanti prediletti da ragazze men che piccine. Questo è l’esemplare meno volgare e che più degli altri attirò pubblico nelle sale. La musica tetra e il partner aggiudicato (dobermann) lo rendono avvilente.
Da un’idea di Luigi Montefiori. Sulle cupe note di Gori, prologo ed epilogo zoofili e violenti delimitano una scipita storia di coniugi borghesi in crisi: il contatto con un’isolana giovane e selvaggia fa loro riscoprire la perversione dei sensi. Dialoghi verbosi e vuoti – decorati da uno strip-tease della Staller – si alternano a scene di sesso tra la Fani e la coppia March-Meyniel. Salerno parla poco e bastona, Muller filosofeggia insensato. Scabroso, con pretese autoriali frustrate.
Una ridicolaggine bella e buona, girata male e con le pessime musiche di Lallo Gori, forse riciclate, chissà. Dialoghi irritanti, storia elementare… è davvero arduo salvare qualcosa in questa pellicola, sebbene ci siano alcuni bravi attori (Muller, Salerno, lo stesso Balbo). Appare anche la Staller in uno dei suoi tipici ruoli degli anni ’70, e come se il film non fosse già abbastanza bizzarro di suo, Maria Tedeschi ad un certo punto accenna persino uno strip. Quando è troppo, è troppo.
Si parte alla grande, con una sequenza edipico-zoofila trashisticamente imperdibile. Poi si tenta la carta dell’erotico (più o meno) classico, con scenari vagamente esotici e una buona dose di noia, mentre il ridicolo si limita ai dialoghi allucinanti (si legga sotto) e ad alcune inquadrature (per via di una regia a dir poco pessima). L’attenzione sale nell’ultima mezz’ora, quando il senso dell’assurdo e del trash tornano finalmente a farsi sentire. Incredibile la presenza di alcuni grandi nomi, tra attori e doppiatori. Musiche di Gori spassose.
Non si è mai visto nulla di simile e mai si ripeterà. Un mix tra zoofilia e poesia pura, lontano anni luce dalle boiate caserecce di Luigi Russo o le “bestie” della Marina Fajese. Scioccante, perverso ma anche ipnotico e, per certi versi, surreale. La Fani è al massimo dello splendore. Si vede che dietro c’è una regia che ricerca la bellezza estetica, distante da quelle dei nostri “classici” registi di genere. Peter Skerl, regista svedese con qualche ambizione, ci regala qualcosa di unico e indimenticabile.
La sposina
Chiara è una bella e disinibita ragazza che lavora in uno store di dischi come commessa; un giorno nel negozio capita Massimo Raimondi, appassionato cultore di musica classica e scrittore in erba.
Il giovane è alla ricerca di un editore che pubblichi il suo primo libro e nell’attesa vivacchia alla giornata.
L’incontro con Chiara si rivela per lui ma anche per la ragazza come il classico colpo di fulmine.
I due così convolano a giuste nozze ma è durante la luna di miele che Chiara scopre che Massimo è praticamente impotente.
Riccardo Garrone
Antiniska Nemour e Tiberio Murgia
Decisa a eliminare l’ostacolo che mina la felicità della coppia, Chiara cerca conforto in libri che parlano di sessuologia, senza peraltro ottenere risultati.
Nel frattempo la coppia versa in cattive condizioni economiche così Chiara suo malgrado è costretta ad accettare le avances del proprietario del negozio di dischi presso il quale lavora.
Nonostante la ragazza ceda, viene licenziata aggravando ancor più la situazione economica della famiglia, visto che Massimo non riesce nonostante gli sforzi a pubblicare il suo libro.
Sarà Chiara a risolvere il tutto, andando a letto con l’editore Ansaldi, che le promette la pubblicazione del libro.
L’uomo mantiene la parola data e il libro viene pubblicato, ottenendo anche un notevole successo.
Nel campo del rapporto di coppia tuttavia le cose non cambiano e alla fine Chiara decide di accettare la corte di suo cognato prima, poi di un amico di lunga data oltre quella dell’Arnaldi.
Sarà questa la mossa vincente perchè Massimo……

Nella foto: Riccardo Garrone e Antiniska Nemour
Sull’asse gelosia – corna usate come dimostrazione di un teorema un tantino strampalato Sergio Bergonzelli costruisce questo La sposina, filmetto a marcato sfondo erotico attorno ad una sceneggiatura vista e rivista; il regista piemontese (morto nel 2002) autore di una trentina di film di genere i cui titoli dicono tutto come Io Cristiana, studentessa degli scandali, Il compromesso… erotico,Taxi love, servizio per signora, La trombata – quattro ladroni a caccia di milioni ecc. usa l’erotismo come una clava senza economizzare in nudi e situazioni scabrose.
Magda Konopka
Ne vien fuori un film di scarsissimo valore in cui cercare qualcosa degno di nota è assolutamente compito proibitivo; forse le uniche attrattive del film vanno cercate nelle grazie della bella Antiniska Nemour che molti spettatori dell’epoca conoscevano come centralinista della trasmissione di Enzo Tortora Portobello.
Sempre a proposito del cast, da rimarcare la presenza di Riccardo Garrone che appare un extraterrestre nei confronti degli altri scialbi intepreti del film, come Carlo De Mejo (che interpreta Massimo) o come i restanti caratteristi assemblati alla men peggio.
C’è anche l’ex “satanika” Magda Konopka con qualche chilo di troppo, mentre la location è Pescara; il capoluogo abruzzese esce mortificato da un accostamento sacrilego tra questo film e le sue bellezze naturali.
Purtroppo La sposina, uscito nel 1976, mostra come negli anni successivi alla seconda metà degli anni settanta la tendenza del cinema italiano fosse quella di privilegiare ad ogni costo l’incasso, senza tener conto minimamente di un decoro dovuto sia al rispetto verso il pubblico pagante sia alla credibilità del cinema stesso.
Fioccavano produzioni assemblate nell’arco di una notte, con cast raccogliticci e sceneggiature pagate un tanto al quintale.
Produzioni prive anche di un minimo valore artistico, a meno che non si vogliano considerare artistiche le esposizioni generosissime di seni e natiche femminili unite ad amplessi che ripetuti migliaia di volte ingeneravano più un principio di sonnolenza che solletichi al basso ventre.
In La sposina c’è abbondanza di nudi e per fortuna la Nemour è un bel vedere, mentre in molti altri casi venivano scelte attricette raccattate sui sofà dei produttori; a voler fare un paragone largo, un pò come i vari cast dei bolliti odierni che popolano i realtiy tanto amati da parte del pubblico televisivo.
Se amate il cinema, evitate questo filmaccio.
La sposina
Un film di Sergio Bergonzelli. Con Carlo De Mejo, Riccardo Garrone, Magda Konopka, Antiniska Nemour,Tiberio Murgia
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976
Antiniska Nemour … Chiara,
Carlo De Mejo … Massimo Raimondi
Tiberio Murgia … ‘Ninuzzo’ Mancuso
Magda Konopka … Margot
Riccardo Garrone … L’editore Arnaldi
Alfredo D’Ippolito … Adolfo ‘Cicillino’
Aldo Massasso … Stefano
Regia: Sergio Bergonzelli
Sceneggiatura:Sergio Bergonzelli, Leandro Lucchetti
Produzione: Carlo Pescino
Musiche: Nico Fidenco
Editing: Luciano Cavalieri
Fotografia: Claudio Morabito
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno
Un aereo da turismo che trasporta la giornalista Dale Ardor e Flesh Gordon (attenzione, non Flash ma Flesh ovvero carne) viene investito da raggi provenienti dal pianeta Porno per ordine del malvagio imperatore Wang il pervertito.
I raggi provocano negli esseri umani una crescita esponenziale della libido, con conseguenze facilmente immaginabili. A bordo dell’aereo tutti vengono presi dall’irresistibile volontà di accoppiarsi, inclusi i due piloti che lasciano imprudentemente i comandi.
Solo Flesh mantiene un certo autocontrollo e resosi conto della situazione si lancia con Dale dall’aereo mentre quest’ultimo privo di comando si schianta nel bosco.
Dale e Flesh atterrano vicino l’abitazione dello scienziato Vaffa che nel frattempo ha creato un’astronave in grado di raggiungere il pianeta Porno; cosi i tre a bordo del velivolo dall’inequivocabile forma fallica viaggiano verso il mondo lontano.
Investiti ancora una volta dai raggi libidinosi, i tre inscenano una mini orgia ma riescono a mantenere il controllo del velivolo e atterrano sul pianeta dove però vengono catturati dai soldati di Wang, non prima però di essere sfuggiti ai “penosauri”, mostri somigliantissimi all’organo sessuale maschile.

Il penesauro (penisaurus nell’edizione originale)

La bizzarra astronave di Vaffa
Dopo varie avventure, incluso l’incontro con una gigantesca maitresse cosmica con un occhio bionico, una gamba di metallo e un uncino al posto della mano, i tre amici con l’aiuto di un principe locale gay vestito da Robin Hood riescono a sconfiggere Wang uccidendo anche un gigantesco mostro che parla in siciliano e fuggendo da Porno poco prima che salti tutto per aria.

Candy Samples è Nellie, capo amazzoni
Gustosa parodia delle avventure di Flash Gordon, l’eroe creato dalla matita di Alex Raymond molto prima della seconda guerra mondiale, Flesh Gordon andata e ritorno dal pianeta Porno (Korno nell’edizione italiana censurata) prende in giro il personaggio di Flash e della bella Dale introducendo l’elemento erotico e inserendo nella storia una serie di sconclusionate e parodistiche avventure, oltre a storpiare e cambiare i nomi dei vari protagonisti.
Così il Dottor Zarkov (Zarro nell’edizione italiana) diventa il Dottor Jerkov, ribattezzato con molta fantasia Vaffa in italiano, il pianeta Mongo diventa Porno,l’imperatore Ming diventa Wang ( “Sua paraculaggine” o anche “Sua schifosità) mentre la figlia di Ming, la bella Aura diventa una ninfomane dedita all’autoerotismo più sfrenato.
Il film è costellato di micro gag volgari ma in definitiva spassose nell’ottica di un film parodia che di certo si proponeva il compito di mostrare quanta più epidermide femminile possibile e sopratutto di dissacrare il personaggio di Raymond.
Il risltato finale è un film che si lascia guardare, solleticando gli istinti più biechi dello spettatore, grazie ad una serie di invenzioni creative e visive tutto sommato divertenti, come i penosauri già descritti, il Principe che è gay e che non perde occasione per tastare il sedere di Vaffa o di Flesh e sopratutto il mitico mostro che compare alla fine, dallo spassoso accento siciliano.
Quest’ultimo è ovviamente una caricatura di King Kong; difatti scala la torre del palazzo di Wang con nelle mani la bella Dale, alla quale toglie con una certa delicatezza i vestiti prima di essere centrato nel fondo schiena da un colpo fortunoso di Vaffa con conseguente “minchia, mi hanno colpito allo culo” pronunciato dal mostro con un irresistibile accento siciliano (nell’edizione americana c’è un eloquente “Oh God, my ass, my ass”)
I registi Michael Benvenistee Howard Ziehm creano quindi un film parodia che può definirsi riuscito, pur rientrando nel filone trash; va detto che le riprese sono molto curate, grazie anche all’utilizzo dell’animazione fatta con la creta in passo uno, ovvero fotogramma per fotogramma che conferisce alla pellicola una bizzarra e buffa animazione.
Divertente anche l’inserimento di piccoli cartelli con scritto “intervallo” e di scene a fermo immagine con disegni erotici di Flesh.
Il resto del film si fa guardare con un certo piacere, anche se ovviamente siamo ad un livello in cui l’elemento trah è assolutamente preponderante; ma alcune situazioni, alcuni dialoghi, gli appellativi con cui i soldati si rivolgono a Wang sono davvero spassosi.
Il film ebbe diversi problemi con la censura, in Italia, anche perchè uscito nel 1974 ovvero nell’anno di massimo impegno della censura; fosse arrivato tre anni più tardi avremmo avuto modo di vedere la versione non censurata che in pratica inserisce qualche dialogo più “pesante” (è il caso del computer di bordo che scrive dapprima “cazzi amari” e poi “cazzi amarissimi” quando l’astronave fallica viene colpita) e sopratutto qualche scena erotica come quella in cui Dale è obbligata ad avere un rapporto saffico con una gigantesca donna di colore.
Una scena merita di essere ricordata per il suo sapore goliardico e di scherno, ovvero quella in cui Wang fa precipitare i tre amici nelle condotte fognarie della città; i tre, senza perdersi d’animo, nuotano nelle tubature uscendo alla fine da una porta sulla quale campeggia un eloquente WC.
Un film a tratti divertente, molto trash ma di quel trash che strappa volenti o nolenti un sorriso.
In fondo i 90 minuti del film passano piacevolmente, tra frizzi, lazzi, parolacce e donnine discinte: per una serata all’insegna del totale disimpegno siamo di fronte ad una scelta ideale.
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta porno, un film di Michael Benveniste, Howard Ziehm– Con Jason Williams, Suzanne Fields, Joseph Hudgins, Candy Samples -Erotico, durata 90 minuti Usa 1974
Jason Williams: Flesh Gordon
Suzanne Fields: Dale Ardor
Joseph Hudgins: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
William Dennis Hunt: Imperatore Wang il pervertito
Candy Samples: Nellie, capo amazzoni
Mycle Brandy: Amora
John Hoyt: Prof. Gordon
Lance Larsen: Prince Precious (Principe Pirla)
Craig T. Nelson: Il mostro (voce)
Robert V. Greene:Voce narrante
Regia Michael Benveniste, Howard Ziehm
Soggetto Michael Benveniste
Sceneggiatura Michael Benveniste
Produttore Bill Osco, Howard Ziehm
Fotografia Howard Ziehm
Montaggio Abbas Amin
Effetti speciali Walter R. Cichy, Tom Scherman, Howard Ziehm
Musiche Ralph Ferraro
Scenografia Donald Lee Harris
Costumi Ruth Glunt
Trucco Bjo Trimble, Marcina Motter
Cesare Barbetti: Flesh Gordon
Micaela Esdra: Dale Ardor
Luciano De Ambrosis: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
Renato Mori: Imperatore Wang il pervertito
Fiorella Betti: Nellie, capo amazzoni
Flaminia Jandolo: Amora
Giorgio Piazza: Prof. Gordon
Gianni Marzocchi: Prince Precious (Principe Pirla)
Sergio Fiorentini: Il mostro (voce)
Romano Ghini: Voce narrante

I “raggi Sex”, provenienti dal Pianeta Korno (sic!) hanno l’effetto d’indurre l’umanità intera in uno stato di “trombomania” irrefrenabile. Chi a destra, chi a sinistra, si scopa tutti come dei matti. Tocca al prode Flesh (ovvero Carne), metterci una pezza e per far ciò parte in compagnia del prof. Jerkoff (cioè a dire Eiacula) e della procace fidanzata Dale Ardor (ossia Bollore). Il mezzo, di forma fallica con annessi razzi-testicolari (retroattivi, eh?!), approda all’insolita sorgente, e… Spazio è tiranno, mi fermo qua: peccato. Una cretinata esilarante, realizzata in miseria, ma efficace.
Incredibile come siano cambiati i tempi: all’epoca della sua uscita i distributori dovettere cambiare (nel titolo) il nome del pianeta da “Porno” a “Korno” per motivi di censura. Il film è una parodia dei fumetti di Flash Gordon: ha momenti piuttosto divertenti e parecchie belle donne al naturale. Non è certo un capolavoro e neanche ci si avvicina, ma può risultare gradevole per passare un’ora e mezza di svago totale. Discreti gli effetti speciali a passo uno. Pare (ma non è certo) che in origine ne esistesse una versione hard.
Quando lo vidi all’epoca mi sbellicai dalle risate! Da ragazzino non sapevo che esistessero i film erotico-parodistici e questa pellicola (insieme a SuperVixens di Russ Meyer, che vidi più o meno in quello stesso periodo) fu per me una piacevolissima sorpresa. Particolarmente demenziale il doppiaggio italiano, che fa riferimenti a Pier Paolo Pasolini e simili. Peccato che oggi non si riesca a trovarne una copia italiana decente (e meno che mai in dvd). Davvero deludente il “sequel”, girato molti anni dopo…

La calda bestia di Spielberg
Un paese immaginario, retto da una dittatura feroce; un castello simile ad una fortezza perso nella foresta.
In quel castello viene mandata come direttrice Helga, una bellissima quanto feroce e sadica donna che da quel momento dirigerà quella che è a tutti gli effetti una prigione con pugno di ferro.
Ad accompagnarla c’è l’amante Hugo, e i due hanno immediatamente modo di mettersi crudelmente in mostra.
Nella fortezza arriva infatti Elizabeth Vogel, figlia di un capo della resistenza ed Helga, che è anche lesbica oltre che sadica decide di farne la sua amante.
Ma la ragazza le tiene testa, solo che ad un certo punto viene in pratica costretta a cedere alle turpi voglie dell’aguzzina da John, amico di suo padre; in questo modo la ragazza può godere di una relativa libertà e mettere in piedi un piano di fuga accompagnata dall’amica di prigionia Jenny.
La fuga riesce ma ad approfittarne sarà solo Elizabeth, perchè Jenny verrà ripresa e morirà sotto atroci torture.
Tuttavia lo Stilberg, la fortezza e la sua crudele direttrice hanno le ore contate: la resistenza ha la meglio e l’aguzzina paga il fio delle sue colpe.
La calda bestia di Spilberg, conosciuto all’estero come Helga la louve de Stilberg è un film sulla falsariga dei tanti nazi explotaition che imperversavano dopo il 1975 sugli schermi italiani.
A dirigere la pellicola c’è il regista francese Patrice Rondard, alias Patrice Rhomm, alias Alain Garnier, alias Alian Payet: una confusione di nomi che, unita alle varie traduzioni del titolo ingenererà una confusione indescrivibile.
Il regista, autore anche di Helsa fraulein SS (questo si un nazisploitation), in pratica gira due film utilizzando come attrici principali Malisa Longo e Patrizia Gori.
Due film che hanno in comune una certa cura, che generalmente manca a molti altri prodotti “eros svastica” ma che ovviamente vanno presi per quello che sono.
In particolare La calda bestia di Spilberg (perchè Spilberg se in francese è Stilberg?) non presenta alcun elemento particolarmente interessante se non gli stereotipi classici del genere.
C’è la perfida direttrice (una bravissima e bellissima Malisa Longo), il solito amante bamboccione, la solita patriota e la solita amica della patriota che muore torturata.
Da questo si capisce che il film, se si escludono le performance erotiche delle due belle protagoniste, ovvero Patrizia Gori e Malisa Longo, altro non è che un mero pretesto per mostrare le due eroine impegnate in atti saffici o di nulla vestite, come la mamma ha fatto.
A cambiare per una volta (ma la cosa non ha invero alcuna importanza) è la sceneggiatura che sostituisce ai soliti nazisti ingrifati e sadici una dittatura di un posto immaginario.
In effetti è tutto qua.
Il film segue un andamento visto tante volte con il solito finale alla delitto e castigo; la cattivona Helsa finisce ammazzata, la brava ragazza Elizabeth, patriota e quindi degna della massima considerazione dopo essersi sacrificata per la “patria”, cedendo alle turpi voglie della direttrice, troverà l’agognata libertà mentre i patrioti abbattono il regime dittatoriale.
Da vedere solo ed esclusivamente per la presenza della Longo
La Calda Bestia Di Spilberg (Helga La Louve De Spilberg), un film di Patrice Rhomm (Alain Garnier), con Patrizia Gori, Malisa Longo, Dominique Aveline, Jean Cheruan, Claude Janna, Jacques Marbeuf, Olivier Mathot, C. Noe’, Carmelo Petix, Pamela Stanford. Erotico, Francia 1977
Patrizia Gori … Elisabeth Vogel
Malisa Longo … Helga
Richard Lemieuvre … John
Dominique Aveline … Hugo Lombardi
Alban Ceray … Sergente
Jacques Marbeuf … Dottore
Jean Cherlian … Un consigliere
Claude Janna … Prigioniero
Olivier Mathot … Generale Gomez
Diretto da Patrice Rhomm
Prodotto da Daniel e Marius Lesoeur
Musiche di Daniel White
Editing Claude Gros
Il Decamerone nero
6 novelle boccaccesche mutuate dal Decameron con due varianti fondamentali: l’ambientazione non è medioevale e i protagonisti sono persone di colore.
La vicenda si svolge infatti in Africa, anche se la location del film va ripartita fra il Senegal e la Lucania, per la precisione nella provincia di Matera.
Nella prima novella, la più importante, il giovane Nahim, avendo appreso dell’esistenza di una regina volubile oltre che ricchissima e dalla bellezza leggendaria, decide di conquistarla usando però un espediente.
Avendo saputo che tutti i pretendenti alla sua mano sono periti nel corso delle prove affrontate,con i suoi fratelli giunge al villaggio dove risiede la bellissima donna e occupa una tenda vicino alla sua dimora.
Durante la notte inizia con i fratelli a fare un fracasso infernale, disturbando così il riposo della donna.
Alle rimostranze della regina Bella, Nahim risponde mostrando alla cameriera della stessa una gallina che produce uova d’oro.
Invitato a venderla, Nahim rifiuta chiedendo come compenso di poter vedere la regina a gambe nude.
La riluttante Bella, su consiglio della sua cameriera accetta.
Continuando con la sua tattica, il furbo artigiano costruisce prima un coccodrillo, chiedendo di poter vedere la regina a seno nudo ed in seguito un elefante d’oro, questa volta chiedendo di poterla vedere completamente nuda.
Invano la donna cerca di convincere Nahim ad accettare terreni e mandrie, così alla fine cede, promettendo vendetta.
Quando Nahim vede la regina nuda, le dice che è un vero peccato che ” la abbia alla rovescia “; la regina, incredula, prende uno specchio che ovviamente riflette l’immagine al contrario e si convince così di non essere normale.
Nahim con le sue arte seduttive, convincerà la regina di averla riportata alla normalità e ben presto diverrà lo sposo di Bella.
Il secondo episodio, chiamato “Guarigione di una pazza per gli uomini“, vede protagonista un giovane di un villaggio, Malì, sposato ad una insaziabile ninfomane che va a letto con tutta la popolazione maschile del villaggio e poi, per non far torto al marito ogni volta che lo fa becco va a letto con lui.
Quando nella sua casa arriva un amico che non lo riconosce più tanto il povero Malì è consumato dall’inesauribile fame di sesso della donna, Malì ormai alla disperazione chiede all’amico di aiutarlo.
Così il giovane sparge in giro la voce che la donna, quando è a letto con un uomo, gli taglia l’attributo virile.
La donna viene convinta dal furbo giovane a immergersi in un fiume che a sua detta ha proprietà miracolose, ovvero spegne il desiderio verso gli uomini.
Da quel momento le cose tra i due coniugi ritornano normali.
Nel terzo episodio, “Gli amanti puniti“, un pescatore, convinto a ragione che sua moglie abbia un’amante, si finge cieco.
Da quel momento riesce a castigare duramente l’adultera, beffando l’amante (orinandogli addosso, bastonandolo con la scusa di aver sentito un serpente ecc.); sempre fingendosi cieco, smaschererà l’amante della moglie facendolo passare per un assassino e facendolo di conseguenza giustiziare.
Naturalmente, subito dopo la morte dell’uomo, riacquisterà la vista a suo dire “grazie ad una pozione miracolosa di un grande stregone”.
Il quarto e brevissimo episodio si intitola “Vendetta di prostituta“, e narra le vicende di una prostituta che si vendica ferocemente dei potenti del villaggio radunandoli a casa sua a mezzanotte, promettendo ad ognuno di loro una notte d’amore all’insaputa l’uno dell’altro. Gli uomini fuggiranno via nudi dalla casa della donna, coprendosi di ridicolo.
Il quinto episodio, “Che cosa non ha fatto“, racconta le gesta dell’aitante Simoa che si traveste da donna per entrare nella casa dell’uomo più ricco e influente del villaggio.
Naturalmente grazie al suo travestimento, riuscirà a godersi le grazie della moglie e delle giovani figlie dell’uomo.
Per sei settimane Simoa si congiungerà per sei notti alle sei figlie della coppia e alla fine riuscirà anche a farsi sposare dal padrone di casa!
Nell’ultimo episodio, un giovane finge di accoppiarsi con un’asina mentre sta passando una coppia composta da un agricoltore anziano e dalla sua giovane moglie.
Alle rimostranze dell’anziano che lo rimprovera di fare certe cose in pubblico e con un animale, il giovane risponde che è l’unico modo per eliminare i bruciori dell’asina.
La furba moglie dell’agricoltore finge così di avere lo stesso problema e convince il marito a rivolgersi al giovane per guarire.
Naturalmente il furbacchione si farà pagare la prestazione, e alla fine dopo aver vagabondato per i villaggi, ottenendo con furbizia sesso e cibo, riuscirà con uno stratagemma a conquistare una bella ragazza e ne farà la sua sposa.
Il decamerone nero è un decamerotico che non si discosta dalla media della produzione di questo particolare genere cinematografico; tuttavia ha qualche elemento di novità, costituito in primis dall’ambientazione che diventa esotica e non legata al tradizionale medioevo e sopratutto per l’utilizzo di attori esclusivamente di colore per l’interpretazione dei vari personaggi delle 6 novelle (non 5 come riportato dai vari siti)
Uscito nel 1972, quindi in pieno boom del fenomeno decamerotico per la regia di Piero Vivarelli, Il decamerone nero si basa su sei novelle differenti tra loro, anche se le più importanti ( e se vogliamo le migliori) restano la prima e l’ultima.
Il prodotto finito è di medio livello, superiore ad esempio alla media di molte produzioni, anche se siamo sempre nell’ambito del cinema di genere, quindi senza grosse ambizioni e senza nemmeno grosse pretese.
A dare un tocco di originalità c’è l’utilizzo di un cast di assoluti sconosciuti, quasi che Vivarelli avesse voluto copiare lo stile del Decameron pasoliniano: naturalmente qui siamo ad un altro livello, le storie sono fini a se stesse e non hanno quella ricercatezza, quella tematica di fondo anticlericale e gioiosamente popolare che aveva il film di Pier Paolo Pasolini.
Tuttavia si gustano storie che in qualche modo fanno sorridere per la loro ingenuità, storie che sono ambientate in villaggi pseudo africani e che prendono benevolmente in giro riti e superstizioni degli africani stessi.
L’unica attrice conosciuta è Beryl Cunningham, che interpreta la regina Bella: tutti gli altri sono dei carneade che però fanno il loro dovere, donando al film una patina surreale ma abbastanza fedele allo spirito del racconto.Vivarelli, autore fra l’altro di film come Il dio serpente, è un onesto mestierante e nulla più, ma quantomeno in questo film non utilizza a piene mani volgarità e lazzi gratuiti preferendo puntare su storie ingenue ma con un loro fascino.
Così alla fine se non si resta di certo entusiasti, non si può recriminare su molto avendo passato due ore tutto sommato piacevoli.
Qualche nudità scontata, la bella Cunningham, una buona fotografia e qualche location selvaggia sono i punti di forza del film.
Per passare due ore senza riflettere e senza annoiarsi eccessivamente.
Il decamerone nero, un film di Piero Vivarelli. Con Beryl Cunningham, Djbril Diop, Serigne N’Diaye, Jacqueline Scott Erotico, durata 100 min. – Italia 1972.
Beryl Cunningham–La regina Bella
Djbril Diop
Josy McGregor
Serigne N’Diaye
Jacqueline Scott
Yusussapha Ba
Isabelle Diallo
Fatou Diame
Gonzales
Dauda M’Baye
Issa Niang
Line Senghor
Regia:Piero Vivarelli
Sceneggiatura: Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Carlo Reali
Musiche: Griot Bana Cissokho, Luciano Michelini
Formato: Cinescope Eastmancolor
Elena si, ma… di Troia
Nel periodo che precede la guerra di Troia, Savio e Ottone sbarcano sulle coste della Grecia, provenienti dall’Etruria e in cerca di pane e divertimenti oltre che di avventure; i due vagabondi ne avranno abbastanza di avventure, a cominciare dall’incontro con la bella e infedele Elena che si trattiene sulla spiaggia con il suo amante Paride.
I due vengono così invitati a soggiornare presso la dimora di re Menelao, marito cornuto di Elena; quà i due compari approfittano abbondanemente sia della cucina del re sia delle grazie di tutte le donzelle della corte fino all’arrivo di Ulisse, il quale avendo avuto a che fare già con loro, memore della brutta esperienza li fa cacciare dalla reggia.

Elena pratica la respirazione bocca a bocca al finto svenuto Ottone
I due compari, dopo aver girovagato e campato alla giornata a spese dei polli che si fanno abbindolare da loro, finiscono per arrivare alla corte di re Priamo, nella quale ritrovano la bella Elena che è fuggita con Paride.
Dopo che Ottone ha addirittura insidiato la molto disponibile moglie di Menelao, i due compari corrono il rischio di essere giustiziati; l’arrivo della flotta achea salva loro la vita, perchè riescono a fuggire dalla città in fiamme.
Elena si ma di Troia è un film commedia, variante della serie decamerotici dalla quale riprende le gesta in qualche modo boccacesche dei protagonisti trasportando però gli avvenimenti indietro nel tempo, lontano da quel medioevo che caratterizzava l’ambientazione degli stessi.
Don Backy
A dirigere il film troviamo Alfonso Brescia, che aveva già girato qualcosa del genere nel 1971, Le calde notti di Don Giovanni , bissato l’anno successivo da Poppea… una prostituta al servizio dell’impero; poichè siamo nel periodo di massimo fulgore del genere decamerotico, il regista non fa altro che raccattare quello che trova, mettere su una sceneggiatura appena decente e dirigere il tutto senza gran dispendio di mezzi.
Quello che vien fuori è un filmetto senza capo ne coda, con dialoghi al limite del surreale corredati dalle solite gag viste mille volte; ad abbellire e ingentilire il tutto vengono chiamate due attrici di B-movies, specializzate in commediole erotiche o in decamerotici, ovvero Margaret Rose Keil, che interpreta Clitennestra e Christa Linder che presta il volto ( e principalmente il corpo) alla splendida e infedele Elena.

Christa Linder è Elena di Troia
A parte le due bellezze nordiche, il cast è assolutamente deprimente; si passa da un Don Backy a tratti indisponente ad un Peter Landers goffo e inespressivo, passando per il solito Pupo De Luca (il cornuto Menelao) a Howard Ross, sicuramente poco adatto al ruolo del playboy ( a sua volta cornuto) Paride.
Inevitabilmente diventa inutile parlare anche di scenografia o location; girato al massimo risparmio, Elena si ma di Troia è davvero al minimo sindacale in tutto e per tutto.
A dover obbligatoriamente scegliere qualcosa da salvare, si può optare per il siparietto in cui Ottone insegna ad Agamennone, fratello di Menelao, come trattare la propria insoddisfatta moglie Clitennestra, ovvero attraverso l’uso di sane sculacciate.
Naturalmente ben poco.
Cito, come un epitaffio, il giudizio lapidario del Morandini, di solito poco affidabile ma questa volta degno di menzione: “Filmaccio che prende a pretesto la guerra di Troia per contrabbandare amplessi e parolacce.”
Difficile trovare qualcos’altro degno di rilievo, se non le solite chiappe esposte o i generosi nudi della Linder, attrice sicuramente non molto espressiva ma dalle grazie assolutamente notevoli.
Elena sì, ma… di Troia,un film di Alfonso Brescia. Con Don Backy, Pupo De Luca, Howard Ross, Peter Landers,Margareth Rose Keil,Andrea Scotti, Christa Linder, Piero Leri, Carla Mancini, Michael Forest
Comico, durata 92 min. – Italia 1973.
Don Backy … Ottone
Peter Landers … Savio
Pupo De Luca … Menelao
Margaret Rose Keil … Clitennestra
Andrea Scotti … Enea
Carla Mancini … Una cameriera troiana
Michael Forest … Agamennone
Christa Linder … Elena di Troia
Regia: Alfonso Brescia
Sceneggiatura: Mario Amendola, Alfonso Brescia,Renzo Genta,Piero Regnoli, Vittorio Vighi
Musiche: Alessandro Alessandroni
Editing : Vincenzo Vanni
Produzione: Franco Calabrese
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Un anno dopo Poppea, Brescia ci riprova col duo don Backy-Landers: prende il decamerotico imperante, lo trasporta nell’antichità e ci mette un po’ di scazzottate (Caponi per Hill, mentre Landers è lo Spencer di turno). Il film però non vale il precedente: bella la Linder, ma non vale la Benussi, livello attoriale generalmente più basso e sceneggiatura tirata via. Poppea si lasciava guardare: questo, invece…
Parallelamente ai decameroni, in Italia fiorirono una serie di pellicole – in chiave di “commedia erotica” – sulla linea di rivisitazioni storiche molto vaghe. Non poteva, data la potenzialità del titolo stesso, mancare quella in oggetto. La sceneggiatura non è molto interessante (opera, oltre al solito Regnoli, di Mario Amendola, zio del più noto Ferruccio), mentre la ricostruzione storica della guerra di Troia è solo un pretesto per dare corso alle esibizioni extraconiugali della bella (e chiaccherata) Elena, interpretata con certa disinvoltura dalla “gradevole” Christa Linder.
Il formidabile titolo è, naturalmente, il “qualcosa da salvare”. Ma ci si misero in cinque, se i credits sono veritieri, per scrivere entusiasmanti calembour sul genere “mercede/Mercedes”, “Fenicia/fiducia”, “Iberia/Siberia” eccetera: un po’ troppi. Noia sovrana, recitazione esecrabile, Alessandroni che addirittura rispolvera i suoi vocalizzi per Mah nà mah nà: in breve, una troiata. Oops, ci siamo cascati…
Variante decamerotica spostata indietro di qualche millenno e a sua volta in anticipo rispetto ai cloni del futuro Caligola brassiano. Cambiando l’ordine degli addendi però il risultato non cambia: sceneggiatura cialtronesca, pretese di comicità pateticamente velleitarie, recitazione no comment. Restano ovviamente le abbondanti e non certo spiacevoli razioni di nudo e di scene erotiche, abbastanza ardite per un film italiano del ’73 e affidate alle solite Christa Linder, Margaret Rose Keil, Lea Lander. Terribile il campionario maschile

















































































































































































































