La vestale di Satana
Valeria e Stefano sono due giovani sposi in viaggio per l’Inghilterra; provengono dalla Svizzera e hanno attraversato il Belgio per raggiungere la costa e imbarcarsi.
Arrivati ad Ostenda i due coniugi, dietro pesanti insistenze di Stefano, si fermano in un albergo nel quale è alloggiata la contessa Elisabeth Bathory accompagnata dall’enigmatica segretaria Ilona.
Il concierge dell’albergo rivela ai due coniugi di conoscere la contessa; a suo giudizio è la stessa donna che ha alloggiato nell’hotel 40 anni prima, che per qualche inesplicabile motivo dimostra sempre un’età indefinibile, attorno ai 30 anni.
La contessa inizia a mostrare un certo interesse per Valeria, che accetta con disagio e riluttanza le evidenti intenzioni della contessa; nel frattempo alcuni inspiegabili fatti di sangue accadono nei dintorni.
Quattro ragazze vengono ritrovate morte, tutte completamente dissanguate.

Stefano e Valeria arrivano nell’hotel
Poco alla volta l’ipnotica contessa riesce ad avere la meglio sulle resistenze della ragazza, aiutata anche da un inspiegabile gesto di violenza di Stefano: Elisabeth seduce la giovane Valeria e riesce a sconvolgere la ragazza mostrandole il marito che tenta di sedurre Ilona.
La quale, però, non ha accettato la corte dell’uomo perchè interessata a lui, ma solo dietro ordine della contessa.
Nel tentativo di sfuggire all’uomo, Ilona muore accidentalmente, e sia Elisabeth sia Valeria lo aiutano ad occultare il cadavere.
A questo punto Stefano vorrebbe lasciare il Belgio, ma è la moglie a non voler partire, ormai completamente soggiogata dalla contessa.

Andrea Rau è Ilona, la segretaria della contessa
Delphine Seyrig, la Contessa Elisabeth Bathory
Le due donne lo uccidono e ne bevono il sangue, poi decidono di partire all’imbrunire, per evitare il sorgere del sole che avrebbe effetti letali su di loro.
Ma durante il viaggio l’auto con a bordo le due donne sbanda e la contessa muore infilzata da un palo; sarà la sola Valeria, sopravvissuta all’incidente, a tentare di trovare nuovo sangue con cui alimentarsi.
Infatti la Contessa, emula dell’antenata omonima Bathory, era riuscita a trovare il segreto dell’eterna giovinezza bevendo il sangue delle fanciulle, che poi lasciava morte.

Ennesimo rifacimento delle tragiche avventure della Contessa Bathory, la più grande serial killer della storia responsabile della morte di un numero imprecisato di ragazze (tra le 500 e 700 vittime) nel periodo a cavallo tra
il 1580 e il 1614, anno della sua morte.
La vestale di Satana, conosciuto all’estero come Les lèvres rouges (titolo originale) e Daughters of Darkness (Usa e altri paesi), è in realtà il primo dei film dedicato alle gesta della contessa Dracula, come venne soprannominata subito dopo la sua morte.
A dirigere il film troviamo il regista Harry Kümel, praticamente sconosciuto in Italia fatto salvo un breve documentario sull’attrice Claudia Cardinale.

Usando una sceneggiatura essenziale e senza fronzoli, con dialoghi scritti da Jean Ferry, un prolifico writer con all’attivo già una ventina di adattamenti, Kümel crea un film dall’atmosfera rarefatta e morbosa, senza tuttavia eccedere con l’erotismo o con il gore.
Il film è essenzialmente d’atmosfera, elegante e a tratti molto raffinato: la storia della contessa e del suo legame proibito con il mito dell’eterna giovinezza, rafforzato da quella discendenza mortale dalla contessa Dracula, regge perfettamente per tutto il film, caratterizzato anche da dialoghi mai banali ed essenziali.
In ciò il regista è aiutato, oltre che dalla geometrica potenza delle immagini e da una fotografia impeccabile, dalla buona vena degli attori; a cominciare da quella impeccabile di Delphine Seyrig, attrice non famosissima ma dal curriculum di tutto rispetto, che include film come L’anno scorso a Marienbad, La via lattea e Il fascino discreto della borghesia.
L’attrice di origine libanese, morta prematuramente nel 1990 all’età di 58 anni, tratteggia in maniera misurata ed elegante il personaggio della discendente di Elizabeth Bathory, rendendo la sua interpretazione di gran lunga la migliore dei pur tanti cloni del film.
Molto brava anche Daniele Ouimet, la debole Valeria che raccoglierà l’eredità sanguinaria della Contessa, così come bravissima è Andrea Rau, l’enigmatica Ilona che morirà banalmente nel tentativo di disobbedire alla contessa, sfuggendo alla corte di Stefano.

Personaggio interpretato con disinvoltura da John Karlen, attore in seguito specializzato in fiction tv (lavorerà, tra l’altro nelle serie Tenente Kojak e saranno famosi).
Il personaggio dell’inquietante concierge dell’albergo è interpretato da Paul Esser; il film non conta molti attori, anche perchè è incentrato quasi esclusivamente sul rapporto morboso che si viene a creare ta Elizabeth e Valeria, con sullo sfondo la maledizione dell’eterna giovinezza causa della morte di tanti innocenti.
La vestale di Satana non è da considerare un horror, quanto piuttosto un thriller psicologico a sfondo horrorifico; ed è sicuramente il migliore dei film dedicati alla Contessa Dracula, come già detto.
Serie di film che include anche una parte dei Racconti immorali di Borowzick, l’elegante film in cui il ruolo della contessa è interpretato dalla figlia del grande Pablo Picasso, Paloma, il film diretto da Grau Le vergini cavalcano la morte, debole e confuso, oppure il buon La morte va a braccetto con le vergini, con Ingrid Pitt nel ruolo della contessa ed infine Stay alive diretto da William Brent Bell nel 2005
Un film particolare, che a tratti può sembrare anche monotono o eccessivamente freddo, ma che ha dalla sua il fascino di una regia abilissima.
La vestale di Satana, un film di Harry Kumel. Con Delphine Seyrig, John Karlen, Andrea Rau, Paul Esser. Titolo originale Les Lèvres rouges. Horror, durata 100 min. – Belgio 1971
Delphine Seyrig … Contessa Elisabeth Bathory
John Karlen … Stefano
Danielle Ouimet … Valeria
Andrea Rau … Ilona Harczy
Paul Esser … Concierge
Georges Jamin … Poliziotto in pensione
Joris Collet … Maggiordomo
Fons Rademakers … Madre
Regia di Harry Kümel
Scritto da Pierre Drouot,Harry Kümel, Jean Ferry (dialoghi)
Prodotto da:
Paul Collet …. produttore
Pierre Drouot …. produttore associato
Alain C. Guilleaume …. produttore associato
Henry Lange …. produttore
Musiche originali di François de Roubaix
Costumi di Bernard Perris
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In un albergo di Ostenda una bella sposina si ritrova a spartire le location con una piacente e lesbica signora, quest’ultima accompagnata dalla cameriera-amante. Pellicola quantomeno unica nel panorama horror dei primi Anni Settanta: per via della suggestiva ambientazione e per una tematica, insolitamente, femminista e omoerotica in tal direzione. Collocato nella tradizionale vena fantastica di matrice belga, sulla scia di Magritte, Delvaux, Wiertz e Khnopff, ha una struttura gelida, fredda e stilizzata vivacizzata, però, dall’inserimento di elementi commerciali quali nudo, sangue e violenza.
I gusti di Undying
Monotono e sanguinoso vampiresco ispirato alla leggenda della contessa Bathory, che si distingue unicamente per la fotografia luminosa e rosseggiante e per un pre-finale in cui il ruolo di Van Helsing viene svolto… dal fato. Il resto si riduce ad un lesbismo di bassissima lega condotto dalla Sewell, vampira ben poco intrigante a dispetto dell’aura enigmatica alla Baba Yaga.
Horror a due facce: a una parte narrativa bolsa, poco originale e a tratti anche abbastanza noiosa, se ne contrappone invece una registica che risulta essere abbastanza riuscita e raffinata anche se, naturalmente, non ci troviamo certo dinanzi a qualcosa di eccezionale. In definitiva un film dignitoso che si lascia guardare ma nulla di più.
Buon film vampirico, con protagonista la contessa-vampiro Bathory (interpretata in modo regale da Delphine Seyrig), che seduce la ragazza di una coppia di giovani sposini. Nonostante la durata molto lunga, il film non annoia neanche per un minuto, vi è molta atmosfera e la scenografia dell’hotel vuoto funziona alla perfezione. Ottimo anche il cast di contorno e la scena sulla spiaggia. Da vedere assolutamente.
Curioso horror vampiresco con venature erotiche. Il ritmo per tutta la prima parte è lentissimo e nel secondo tempo le cose migliorano solo parzialmente. Però la regia possiede una stile e una raffinatezza notevoli e la fotografia, che ricorda alcuni film di Mario Bava, è eccellente. Poi c’è una particolare atmosfera, tipica di alcuni horror dell’epoca, che rende il tutto piuttosto interessante e che riesce, anche se solo in parte, a tenere lontana la noia. Bravi gli attori e suggestive le musiche. Consigliato.
Vampirico particolarissimo, con una indubbia riuscita ambientazione ed una recitazione più che discreta. Ci sono elementi classici del vampirico 70 quali l’ omosessualità, in questo caso indirizzata all’emancipazione della sessualità della donna dal potere dell’uomo. Si inverte quindi la linea, ma alla fine l’uso strumentale della passione c’è sempre. Ci sono momenti davvero forti, come il fattaccio nel bagno, con la vampira sofferente sotto la doccia per colpa della violenza del suo amante. Alla fine risulta tra i più originali del genere, da vedere!
A mio avviso è leggermente inferiore all’altro capolavoro horror del belga Kumel, “Malpertuis”, tuttavia rimane uno dei più raffinati ed eleganti film di donne-vampiro mai realizzati. Delphine Seyring è una “contessa Dracula” di gran classe, algida ed ironica al contempo. Davvero incantevole Andrea Rau: minigonna, labbra rosse e un caschetto di capelli neri che la fa sembrare la Valentina di Crepax capitata (ma non “per caso”) in un’intrigante ed ambigua avventura soprannaturale. Assolutamente da vedere.
Horror erotico di grande impatto. Bella la musica inquietante che lo accompagna. Interessante il riferimento al voyeurismo del protagonista, che si ferma curioso mentre portano via il cadavere di una giovane donna e viene… immortalato. Delphine Seyrig giganteggia.


7 femmine per un sadico
Una ragazza completamente nuda corre per i boschi, inseguita da un alano scuro e da un uomo a cavallo armato di frusta;la fuga della ragazza braccata si conclude sull’orlo di una scarpata, quando viene raggiunta dall’uomo che la minaccia con la frusta, e la ragazza per sottrarsi alle scudisciate precipita nel vuoto e muore.
La scena cambia completamente e vediamo lo stesso uomo all’interno di uno studio,salutato dalla sua segretaria che gli augura un buon week end.
Mentre percorre una strada di campagna, l’uomo si ferma per raccogliere una bella autostoppista, che invita nella sua tenuta in campagna; la scena cambia ancora e vediamo quello che sembra un sogno dell’uomo intento a frustare la ragazza dopo averla cosparsa di champagne. E’ un sogno, è realtà?
L’uomo è Boris Zaroff, discendente di una famiglia antica caratterizzata nel suo passato dalla presenza del germe della follia, esplicitato dal sadismo degli appartenenti alla famiglia stessa.
Boris invita la ragazza ad una passeggiata nei boschi, durante la quale tenta di violentarla; la ragazza gli resiste e lui dopo averla inseguita nei boschi con l’auto, la travolge, l’uccide e infine dopo averne caricato il corpo su una barca la getta in un lago. Subito dopo, vediamo l’uomo alle prese con quello che sembra un altro dei suoi ricordi, una bellissima donna che vive con lui in campagna, una donna che evidentemente ama, perchè con lei è premuroso, la corteggia e intrattiene contemporaneamente degli strani discorsi sulla vita e sulla morte.
Tornato in ufficio, Boris riceve la visita di una ragazza in cerca di lavoro.
L’uomo le propone l’assunzione a patto che la ragazza gli tenga compagnia per un week end nella sua dimora di campagna; la ragazza accetta, ma anche lei andrà incontro ad una sorte terribile.
La ragazza infatti (dopo il solito siparietto confuso tra sogno e realtà),finisce per essere sbranata dall’alano Edgar (!)
Subito dopo la morte della ragazza, nella dimora-castello di Zaroff arriva una coppia rimasta in panne con l’auto; anche in questo caso Boris si mostra magnanimo e invita i due a passare la notte nella casa.
Ma la donna, la notte, vede il maggiordomo di Borsi trasportare la ragazza morta e segna cosi la sua condanna a morte; verrà uccisa assieme al suo compagno in maniera assolutamente originale. Boris è sempre perseguitato dal ricordo della misteriosa donna, con la quale sogna ( o ricorda?) di fare l’amore, prima che la donna sfugga dirigendosi verso il laghetto della tenuta, nel quale la vediamo immergersi e scomparire sotto lo sguardo di Zaroff.
Subito dopo Boris si reca verso una tomba nella quale entra e trova il corpo della donna, composto e come se fosse vivo; mentre cerca di baciare la donna, il corpo si dissolve trasformandosi in uno scheletro e subito dopo la porta della cappella si rinchiude alle sue spalle.
A bloccare per sempre Boris ha provveduto il maggiordomo, che ha agito per vendicare la donna.
Mi rendo conto che raccontato così il plot di 7 femmine per un sadico, più conosciuto come Les Week-ends maléfiques du Comte Zaroff possa sembrare confuso; in realtà ho dovuto far ricorso a tutte le mie capacità interpretative per decifrare la sceneggiatura di un film confuso, pasticciato e visionario come pochi.
Visionario nel senso più negativo del termine, attenzione.
Perchè nel film i continui inserti onirici lungi dal chiarire la trama la rendono ancora più farraginosa, mentre la suspence che dovrebbe essere l’asse portante della narrazione latita rendendo il prodotto finale poco più che un filmetto di serie Z.
La mancanza di un plot serio, come sarebbe stato lecito aspettarsi trattandosi della riduzione cinematografica del personaggio creato da Richard Connell, l’assoluta inespressività dell’attore e regista del film, Michel Lemoine che recita molto peggio dell’alano Edgar e la totale assenza di pathos rendono il film una palla mostruosa.
Unico elemento di consolazione, la parte estetico/erotica delle protagoniste, che in realtà non sono sette come accennato dal titolo malizioso; molto meglio sarebbe stato tradurre letteralmente Les Week-ends maléfiques du Comte Zaroff con un più indicato I week end maledetti del Conte Zaroff.
Ma si sa, negli anni settanta (questo film è del 1976) un espediente mutuato dal passato era quello di inserire titoli ammiccanti per far abboccare gli spettatori più sprovveduti.
Che alla fine non avranno trovato gran che con cui divertirsi, fatte salve le grazie delle misconosciute Sophie Grynholc,Nathalie Zeiger ,Joëlle Coeur,Martine Azencot e Maria Mancini, molto generosamente esposte e che sono davvero l’unica cosa guardabile del film, assieme alla discreta prova di Howard Vernon che interpreta il maggiordomo.
Un inizio folgorante, quello della ragazza che corre per i boschi inseguita dal cavaliere e dal cane e poi il nulla più assoluta, fatta salva la sequenza della morte della coppia che si avventura nel castello maledetto,e che finirà trafitta da una specie di Vergine di Norimberga che li unisce nella morte.
Davvero troppo, troppo poco anche per un film che aspira ad essere un onesto B movies.
Sette Femmine per un Sadico, un film di Michel Lemoine. Con Michel Lemoine, Nathalie Zeiger, Howard Vernon, Joelle Coeur,Nathalie Zeiger,Martine Azencot,Sophie Grynholc, Maria Mancini- Titolo originale Les week-ends maléfiques du Comte Zaroff. Francia 1976 Horror, durata 82 min.
Michel Lemoine … Conte Boris Zaroff
Nathalie Zeiger … Muriel
Howard Vernon … Karl, cameriera di Zaroff
Joëlle Coeur … Anne
Martine Azencot … Joëlle
Robert de Laroche … Francis
Sophie Grynholc … Segretaria
Patricia Mionnet … Jeanne
Maria Mancini … Stephanie
Regia: Michel Lemoine
Sceneggiatura: Michel Lemoine
Produzione: Denise Petitdidier, Armand Tabuteau ,Yves Winter
Musiche: Guy Bonnet
Fotografia: Philippe Théaudière
Montaggio: Bob Wade
Trucco: Odette Berroyer
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Discreto lavoro di Michel Lemoine, pessimo attore ma metteur en scène non privo di idee gustose, almeno per gli estimatori delle atmosfere sadico-fumettistiche: siamo, in effetti, in pieno “Oltretomba”, con tutti i parafernalia del caso, una riuscita storia nella storia di amour fou ultramondano, e naturalmente le passerone di prammatica, che tuttavia non sono affatto sette (ai titolisti non avrebbe fatto male un giretto nella sala delle torture. Decollo un po’ faticoso, ma poi molto divertente. Per cultori.
Debole thriller venato di fantastico, con qualche sprazzo horror, costituito da abbondanti inserti onirici ed erotici (del tutto gratuiti). La storia è piuttosto risaputa, il ritmo fiacco e non meraviglia se la noia sia abbastanza “robusta”. I momenti interessanti e divertenti sono davvero pochi. Visto quanto detto il film è tranquillamente evitabile.
Il figlio del conte Zaroff (proprio quello di La Pericolosa Partita) vive plagiato dal figlio del maggiordomo del defunto barone affinché incarni il sadismo del padre in una villa di campagna. Lemoine (che si è visto anche in Succubus) insieme al bravo caratterista franchiano Vernon, dirige e interpreta un buon film, che a parte un paio di punti in cui scade (la sequenza in cui la segretaria balla con un nero) confeziona una dignitosa ghost-story, con ottime musiche e scenografie
Incubo sulla città contaminata
In un aeroporto sta per arrivare un aereo che dovrebbe trasportare alcuni scienziati reduci dall’ispezione in un posto dove si è verificata una fuga di sostanze radioattive; ad attenderli c’è un giornalista televisivo, Dean Miller e il suo fedele operatore.
Ma appena l’aereo si posa sulla pista appare chiaro che c’è qualcosa di strano nel velivolo stesso; la torre di controllo infatti ha inutilmente cercato di parlare con il comandante dell’aereo e quando si aprono i portelli dello stesso appare chiaro perchè.
Dall’interno, scendono degli esseri mostruosamente deformi sul volto, che assaltano tutti i presenti uccidendo chi capita a tiro.E’ l’inizio di un incubo per Dean e per le autorità che tentano inutilmente di fermare il contagio.
I misteriosi esseri infatti sono stati contaminati da una sostanza radioattiva e sembrano in tutto e per tutto degli zombie.
Ma a differenza di questi ultimi, loro hanno un’agilità e un’intelligenza che agli zombie manca del tutto, sono in grado infatti di correre con insospettata energia, di guidare e di sparare.
Sono in pratica un esercito quasi invulnerabile salvo per il loro punto debole, il cervello.
Nonostante le autorità militari proclamino la legge marziale e l’isolamento dell’aeroporto, i contaminati si abbattono come una marea sulla comunità locale, assaltando dapprima lo studio televisivo nel quale lavora Dean, in seguito abitazioni private e un ospedale.
A farne le spese sono tutti coloro che tentano di mettersi sul loro cammino, inclusi i famigliari di un generale e la bella moglie del maggiore Holmes, Sheila e la sua amica Cindy oltre agli sventurati che incontrano i terribili contaminati.
Solo Dean riuscirà a sfuggire al contagio, arrampicandosi con la moglie sulla sommità di un ottovolante dove sarà tratto in salvo da un elicottero, ma….
Incubo sulla città contaminata, alias Nightmare City, titolo molto più affascinante destinato al mercato estero, è un horror splatter diretto con pochi mezzi e molto ingegno da Umberto Lenzi nel 1980.
Il regista, reduce dall’ottimo successo riportato da Mangiati vivi, uno dei migliori cannibal movie degli anni settanta, riduce per lo schermo una sceneggiatura di Antonio Cesare Corti, Luis María Delgado e Piero Regnoli, potendo contare però su un budget molto risicato che alla fine inficia il giudizio che sarebbe potuto essere più lusinghiero.

Il maggiore Holmes e sua moglie Sheila, Maria Rosaria Omaggio
Difatti la pecca maggiore del film è riscontrabile nei trucchi dozzinali utilizzati: i contaminati, che vengono spesso citati nelle recensioni come zombie mentre in realtà sono molto differenti da essi, appaiono truccati in maniera dilettantesca.
Nei primi piani infatti si notano bene le approssimazioni del trucco stesso, mentre Lenzi riesce a fare miracoli con lo splatter: alcune sequenze sono ritenute degli autentici cult dai cultori del genere e del film stesso, come quelle in cui viene uccisa Sheila Holmes con una pistolettata che le porta via parte della testa o come l’efferata uccisione di Cindy da parte di un contaminato con tanto di primo piano su un coltellaccio che le asporta un occhio.
Da menzionare, sempre per gli amanti del gore, le sequenze di distruzione all’interno degli studi televisivi, con raccapriccianti suoni prodotti dai coltelli e dalle mannaie che affondano nei corpi delle vittime oppure la sequenza al cardiopalma all’interno dell’ospedale, il tutto mentre un chirurgo tenta un’impossibile operazione.
Incubo sulla città contaminata è un film con molti pregi e molti difetti; all’originalità della trama si contrappone pesantemente un finale assolutamente da dimenticare, che se da un lato può sembrare sorprendente, dall’altro suona come una beffa per lo spettatore, che ha seguito per un’ora e mezza le vicende sullo schermo, appassionandosi alla fuga di Dean e della moglie per poi….
Non accenno alla conclusione, almeno nella parte che rivela cosa accade veramente, per non guastare la visione del film stesso; tuttavia avverto che saranno in molti a restare delusi da un finale davvero spiazzante.
Accennavo prima ai difetti del film; il principale è costituito da un cast davvero improbabile, con tre attori assolutamente imbalsamati e poco incisivi come Mel Ferrer, che interpreta il generale Murchison in maniera legnosa e monotona, come Hugo Stiglitz, che interpreta il giornalista Dean Miller come Ferrer e con un pessimo Francisco Rabal, mai così a disagio nei panni del maggiore Holmes.
Molto, molto meglio il cast femminile: la Omaggio (Sheila Holmes), Laura Trotter (la moglie di Miller) e la bellissima Sonia Viviani (Cindy) fanno la loro parte con sufficiente professionalità.Citazione d’onore per la lugubre e coinvolgente colonna sonora scritta da Stelvio Cipriani.
Luci ed ombre quindi, per un prodotto spesso classificato come B movies; una discriminazione ingiusta, solo perchè gli horror splatter, come del resto la stragrande maggioranza dei film di SF o dei thriller più sanguinolenti, venivano visti dalla critica come fumo negli occhi.
Un film che vale una visione, anche per la buona suspence che si respira, a patto di sorvolare con occhio benigno sulle ingenuità del trucco e su alcune situazioni al limite del grottesco che il film presenta.

Incubo sulla città contaminata,
un film di Umberto Lenzi. Con Mel Ferrer, Maria Rosaria Omaggio, Hugo Stiglitz, Francisco Rabal, Eduardo Fajardo, Manuel Zarzo, Adolfo Belletti, Sara Franchetti, Sonia Viviani, Ugo Bologna, Laura Trotter, Stefania D’Amario, Tom Felleghy, Pierangelo Civera, Achille Belletti
Horror, durata 91 min. – Italia, Spagna 1980.
Hugo Stiglitz … Dean Miller
Laura Trotter … Dr. Anna Miller
Maria Rosaria Omaggio … Sheila Holmes
Francisco Rabal … Maggiore Warren Holmes
Sonia Viviani … Cindy
Eduardo Fajardo … Dr. Kramer
Stefania D’Amario … Jessica Murchison
Ugo Bologna … Desmond
Sara Franchetti … Liz
Manuel Zarzo … Colonell Donahue
Tom Felleghy … Tenente Reedman
Pierangelo Civera … Bob
Achille Belletti … Tecnico TV
Mel Ferrer … Generale Murchison
Produzione: Diego Alchimede, Luis Méndez
Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Antonio Cesare Corti, Luis María Delgado e Piero Regnoli
Musiche: Stelvio Cipriani
Editing: Daniele Alabiso
Art director: Mario Molli
Costumi: Silvana Scandariato
Doppiatori
Hugo Stiglitz – Pino Colizzi
Laura Trotter – Maria Pia Di Meo
Maria Rosaria Omaggio – Vittoria Febbi
Francisco Rabal – Luciano De Ambrosis
Mel Ferrer – Giuseppe Rinaldi
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Tra i preferiti visionati nelle Grindhouse da Tarantino, il film di Lenzi spicca sulle consimili produzioni: in primo luogo per una struttura narrativa scorrevole, quindi per una solida messa in scena, ricca di trovate visive supportate da una buona colonna sonora. Primo film dove gli infetti (attenzione: non sono zombi!), sono ipercinetici, prediligono i seni e i glutei delle fanciulle (e te lo credo: c’è anche Sonia Viviani) e sono ghiotti di sangue. Memorabile la sequenza d’accecamento con attizzatoio, ancor’oggi disturbante… Contagioso.
Oddìo, bruttino è bruttino, il trucco degli zom… ehm, degli infetti (Lenzi sul punto è ipersensibile) è da Esselunga, la fissità del volto di Hugo Stiglitz un fenomeno degno di attenzione scientifica, il resto del cast assemblato a casaccio. Eppure, sarà l’idea degli zom… degli infetti vigorosi e dinamici (che avrà gambe lunghe), sarà la forzosa mancanza di fronzoli, sarà il polso di Mastro Umberto, ma insomma il film funziona, ruvidamente ma funziona. Certo andare oltre i due pallini con rinforzo è impossibile.
Gli infetti non fanno paura a nessuno (più che altro, fanno ridere) e la sceneggiatura è davvero poca cosa, ma nonostante questo, il buon livello di splatter (la mattanza al balletto, con un bel colpo di scure sulla nuca, o la capatina dei ridicoli infetti all’ospedale, con bevuta della flebo di sangue) e un discreto ritmo, fanno sì che il film si lasci vedere, non potendo inoltre non applaudire il coraggio del regista, che tira dritto fino al finale a “sorpresona”, incurante proprio del ridicolo incombente. Attori potabili.
Pandemica e circolare, questa storia di contaminati sterza tosto verso un classico zombi-movie scarno, ripetitivo e pervaso da splatter. La regia di Lenzi è comunque salda, competente e lascia un’impronta marcata nelle scene d’azione: su tutte, la frenesia di mitragliamenti e coltellate all’aeroporto o la vertiginosa fuga al luna park. A differenza di Romero e Fulci, gli pseudo-zombi lenziani hanno la novità di essere molto forti, rapidi nei movimenti ed ematofagi.
Obbrobrio in celluloide di immani proporzioni. Lenzi, qui al suo peggio, scopiazza senza pudore i film zombeschi di Romero, con la differenza che chiama i mostri “contagiati”. La sceneggiatura è risibile e imbarazzante, gli attori impresentabili e anche gli effetti speciali sono approssimativi e deludenti se non addirittura dilettanteschi. Circa il finale poi è meglio stendere un velo pietoso: una vera e propria truffa ai limiti del ridicolo. Insomma evitatelo come la peste se non volete essere “contagiati” anche voi…
Lenzi è regista che ha spaziato tra innumerevoli generi dirigendo anche pellicole non proprio disdicevoli. In questo caso però il risultato finale è decisamente mediocre e il pregio maggiore di questo film risiede nel suo essere, del tutto involontariamente, anche decisamente divertente (o meglio ridicolo). Questi infetti che hanno bisogno estremo di sangue in certi momenti sembrano degli ubriaconi alla ricerca di una bottiglia di “cancarone”. Non basta a salvare il film un colpo di scena finale peraltro non tanto sorprendente.
Nonostante sia disprezzato dai più, è uno dei miei cult personali. Un Lenzi comunque ispirato di fronte a un budget non impressionante e con un cast che farà la gioia degli amanti del cinema di genere: Trotter, Ferrer, Omaggio, Rabal, Ugo Bologna (il mio attore cult per eccelenza), Tom Felleghy (altro mostro sacro), Manuel Zarzo, Sonia Viviani, Eduardo Fajardo, Maria Tedeschi non accreditata… qualcosa da aggiungere? gli effetti di sangue e le musiche di Stelvio Cipriani sono cult.
Horrorazzo decisamente deludente. Nonostante non si parli di zombi ma di “contaminati”, i riferimenti a Romero e a Fulci sono evidenti. La regia di Lenzi è discreta e riesce a salvare il film dal disastro totale. Discreto anche il cast e incalzanti le musiche di Cipriani. Mediocre quasi tutto il resto. La sceneggiatura si limita a riproporre i vari stereotipi del filone e nonostante qualche idea discreta (l’aereo abbandonato e il finale al luna park) tutto scade nella banalità più totale. Numerosi ma poverissimi gli effetti splatter. Evitabile.
Fantastici questi zombi che si muovono e combattono come gangster della Magliana! Vestiti di tutto punto ma con la faccia chiusa in quel casco butterato.. come trash ci si diverte, le musiche meritano e ci sono un paio di scene “pregne” (la bevuta della flebo, l’occhio scavato), ma nel complesso è ridicolo. Attori legnosi, sceneggiatura didascalica, ritmo altalenante, location buttate lì alla rinfusa. Vabbè, mancava solo che arrivasse il commissario Merli per arginare questa orda di zombie all’amatriciana.
Grande Horror lenziano che ha recentemente ispirato anche registi di grido come Rodriguez. Il film è un connubio tra zombie-movie e action e la trovata più interessante è proprio quella dei “contaminati”: una sorta di zombies (per l’aspetto trucido) iperattivi e intelligenti, che menano (e usano anche armi da fuoco all’occasione) e hanno costante bisogno di sangue per sopravvivere. Il make-up è scadente, ma i numerosi effetti splatter sono efficaci e il ritmo è incessante ed emicranico. Cult assoluto per gli amanti dei B-Movies!
Partendo dal fatto che per me i film di zombie (o affini come in questo caso) non sono mai troppo pochi, devo dire che questo è proprio un cultissimo. La cosa che mi piace di più è che quando scatta l’assedio la sceneggiatura non scompare come in tanti film di genere, anzi, le situazioni sono filmate col giusto realismo (si veda la serrata scena dell’ascensore). Certo, come molti film italiani c’è qualche trashata e qualche lungaggine, ma bisogna considerare il budget a disposizione. Ci sono più trovate qui che nell’intera trilogia di Blade.
Graziosissimo film dell’orrore del buon Lenzi, non privo di difetti e errori grossolani (i contaminati hanno la faccia incrostata e il resto del corpo normale) e con qualche scena che sfiora il ridicolo (il bisturi-shuriken, il televisore). Eppure la buona recitazione e la trama (pesantemente debitrice di La città verrà distrutta all’alba) lo rendono un film interessante. Bella la colonna sonora.
Non è certamente privo di difetti ma è sicuramente una pellicola più che dignitosa e soprattutto con molto ritmo e pochi tempi morti. Il make up degli infetti, che a detta di molti non è dei più riusciti, a me piace moltissimo, così come quasi tutta la pellicola che mi ha lasciato solo un po’ perplesso nel finale: l’avrei gradito un po’ diverso, anche se Lenzi a questi stratagemmi ha attinto ancora (vedi Le porte dell’inferno).
Nonostante le precisazioni di Lenzi questo resta un lavoro debitore dei film di Romero (La città verrà distrutta all’alba) che patisce l’assenza di una vera sceneggiatura (con una soluzione finale risibile). Inspiegabile la sua fama di cult visto che non aggiunge nulla ad un filone già all’epoca inflazionato ed ha dei pessimi effetti speciali. L’appassionato può gradire, per carità, ma bisogna essere obbiettivi e guardare il film accettandone la mediocrità, non nascondendola.
Pellicola che, a mio giudizio, ha il grave limite di prendersi sul serio. Voglio dire che un’impostazione maggiormente scanzonata ne avrebbe aumentato il valore. Alcuni passaggi, recitativamente parlando, sono improponibili e spezzano ogni parvenza di ritmo e tensione che poteva essersi creata. Il make-up è quantomeno spiritoso. Qualche tetta all’aria che lascia il tempo che trova (visto il film) e deliziose bevute di sangue (notevole quella maleducata tracannando dalla flebo: non si fa!) Finale rovinato dalla scritta che preannuncia, forse!
Buonissimo horror. Intendiamoci, non è il migliore degli zombi-movie e nemmeno della filmografia di Umberto Lenzi, però mi ha coinvolto, sia per quanto riguarda la storia (scorrevole), le scene di paura ed anche la colonna sonora del buon Stelvio. Certo ci sono momenti al limite del patetico, ma il film si fa piacere per quel che è, non tralasciando tematiche importanti come l’ambiente. Lenzi non è Romero, ma credo che questo film sia proprio un cult.
Al posto degli zombi ci sono i contaminati, ma la pasta è sempre la stessa. I riferimenti ai film di Romero non sono casuali anche se qualche cambiamento è stato apportato (come la velocità dei contaminati, da cui prenderanno spunto successivamente Boyle e qualcun altro). Inutile dire che Lenzi è una garanzia; è il cast a non esserlo.
Ignobile trashata senza pari, che chissà per quale arcano mistero è diventato un cult, forse perché sponsorizzato da Tarantino. In più si asserisce che Danny Boyle lo avrebbe tenuto a memoria per 28 giorni dopo! Mah… Un assoluto delirio demenziale girato coi piedi dallo zio Umberto, che non crede manco per un secondo a quello che sta facendo. Resta comunque un monumento all’horror comico più esilarante, dove ci si scortica dal ridere solo vedendo le espressioni, da cinema muto, dei contaminati. Esilarante.
Il film è la dimostrazione che l’horror non è mai stato il genere in cui Lenzi si è espresso al meglio. Alcune buone trovate in sceneggiatura (l’aereo con cui arrivano gli “infetti”) si accompagnano ad una mancanza di ritmo, ad un cast lasciato un po’ a se stesso (Mel Ferrer spaesato) e ad una generale impressione di budget molto-limitato (poco riusciti gli effetti gore). Pellicola che viaggia sul sottile confine del ridicolo involontario e in definitiva un film con una fama molto superiore al suo reale valore.
Film che riesce a piacere malgrado i suoi limiti, e c’è anche un intento ecologico (era molto di moda nel 1980). Il montaggio forse rende il film dispersivo, ma ci sono momenti orrorifici e splatter divertenti. I contaminati non sono zombi veri e propri: si muovono velocemente, usano utensili per uccidere, sembrano organizzati e si nutrono di sangue come i vempiri. L’influenza romeriana è innegabile, ma L’ultimo uomo della terra di Ubaldo Ragona è più vicino nelle atmosfere (specie della città anonima, che sa di periferia).
Godibile horror di Umberto Lenzi che colpisce più per il tema politico svolto che per altro. Alcune lacune della sceneggiatura fanno storcere un po’ il naso allo spettatore e la noia spesso si fa sentire. Però, ripeto, è un buon film fornito di parecchia inventiva.
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore
Una spedizione guidata dal professor Julian Fuchs, coadiuvato da 4 aiutanti, fa una scoperta sensazionale nella valle delle tombe dell’esorcismo in Egitto; la sepoltura intatta di un alto dignitario egizio.
Con somma sorpresa dell’equipe, la stessa scopre che si tratta del sepolcro funebre di una sacerdotessa, Cleo, venerata come la dea dell’amore e che il corpo della donna non presenta la benchè minima traccia di decomposizione.
Attraverso i geroglifici scolpiti sui muri, apprendono che la sacerdotessa aveva avuto una sorte terribile: alcuni sacerdoti, gelosi dei suoi poteri, l’avevano condannata ad un crudele supplizio, il taglio della mano destra.

La mano mozzata con il gigantesco rubino
Nel frattempo accade anche una cosa che avrà conseguenze funeste; nel momento dell’apertura della tomba, Fuchs diventa padre.
A Londra, infatti, sua moglie partorisce una bimba, Margareth.
Il professor Fuchs rientra quindi a casa, portando con se la mummia e una ricostruzione della tomba, mentre al resto dell’equipe toccano in sorte tutti gli amuleti sepolti con la sacerdotessa, i simboli della sua divinità.
A Berigan tocca la raffigurazione di un cobra, a Dickerson una statua del gatto dio, a Corbeck una pergamena e a Dandridge il cranio di uno sciacallo.
Una scelta fatale, perchè Margareth, figlia del professore, è nata lo stesso giorno e mese della scoperta e diventerà la predestinata alla reincarnazione della sacerdotessa nel giorno del compimento del suo ventunesimo anno di età. Infatti Margareth ha spesso incubi in cui vede avvenimenti a lei incomprensibili.
Da quel momento una catena di morti violente sconvolge la vita dei partecipanti alla scoperta.
Ad uno ad uno, periscono di morte violenta mentre gli amuleti ritornano alla legittima proprietaria, che così può ritornare in vita.
Invano il professor Fuchs tenta di utilizzare il grosso rubino che aveva recuperato dalla mano mozzata di Cleo per fermare la devastante furia omicida della sacerdotessa; l’uomo, che aveva nascosto alla figlia l’origine dello stesso anello e che le aveva regalato tenta una impossibile lotta con le forze misteriose che guidano Cleo fino a ….

Il lungo sonno della sacerdotessa Cleo

Il celebre fotogramma di propaganda della Hammer con l’attrice Valerie Leon
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore, traduzione non di certo fedele di Blood from the mummy’s tumb, uscì in Italia nel 1971, diretto almeno per una certa parte da Seth Holt.
Il regista (il cui nome è curiosamente legato a quello di una divinità egiziana) morì dopo qualche settimana dall’inizio delle riprese e il suo posto venne preso da Michael Carreras che non era un vero regista, quanto un produttore cinematografico.
Il film ebbe anche altre traversie, basti pensare che per il ruolo di Julian Fuchs era stato scelto Peter Cushing, che però dovette rinunciare perchè sua moglie si ammalò gravemente, morendo poco dopo.
Con una fama di film maledetto, Carreras riuscì comunque a tirar fuori un discreto prodotto, forte anche del marchio Hammer che significava l’utilizzo di sceneggiature ben costruite e sopratutto di location e mezzi appropriati.
La sceneggiatura, scritta da Christopher Wickin e tratta da un soggetto di d Bram Stocker “Jewel of the seven stars” (1897), autore del celebre Dracula, venne sostanzialmente modificata da Holt e nuovamente cambiata da Carreras in fase di lavorazione, creando qualche discrepanza nel racconto che alla fine peserà non poco sull’economia del film.
Nonostante queste traversie, il film ebbe una buona risposta da parte del pubblico e commenti decisamente positivi; l’atmosfera e l’ambientazione a metà strada tra il thriller e l’horror regge, nonostante le lacune evidenziate su in fase di sceneggiatura.
Buoni gli effetti speciali e le location mentre qualche parola va spesa per la bella interprete dei personaggi di Cleo/Margareth,personaggio che in origine si chiamava Tera, l’attrice Valerie Leon, che fece furore grazie sopratutto alla sua avvenenza, non supportata da adeguate doti recitative.
Bella e procace, la Leon colpiva per il suo generoso seno che sembrava voler abbandonare da un momento all’altro le protezioni da cui era coperto, svegliando la concupiscenza dello spettatore.
Non andò mai oltre ruoli secondari, finendo per lavorare in film anche di buon livello come Agente 007, la spia che mi amava, I 4 dell’oca selvaggia o La vendetta della pantera rosa ma sempre in parti non da protagonista.
Exorcismus-Cleo la dea dell’amore fu uno degli ultimi grandi successi della gloriosa Hammer, che nel 1979 fu costretta alla bancarotta in seguito al finanziamento del film La signora scompare di Alfred Hitchcock che si rivelò un fiasco colossale.
Exorcismus – Cleo la dea dell’amore, un film di Seth Holt. Con James Villiers, Andrew Keir, Valerie Leon Titolo originale Blood from the Mummy’s Tomb. Horror, durata 94 min. – Gran Bretagna 1971.
Andrew Keir … Professor Julian Fuchs
Valerie Leon … Margaret Fuchs /Sacerdotessa Cleo
James Villiers … Corbeck
Hugh Burden … Geoffrey Dandridge
George Coulouris … Professor Berrigan
Mark Edwards … Tod Browning
Rosalie Crutchley … Helen Dickerson
Aubrey Morris … Dottor Putnum
David Markham … Dottor Burgess
Joan Young … Signora Caporal
James Cossins … Older Male Nurse
David Jackson … Giovane infermiere
Jonathan Burn …
Tamara Ustinov … Veronica
Penelope Holt … Infermiera
Angela Ginders … Infermiera
Tex Fuller … Paziente
Luis Madina … Prete
Omar Amoodi … Prete
Abdul Kader … Prete
Oscar Charles … Prete
Ahmed Osman … Prete
Soltan Lalani … Prete
Saad Ghazi … Prete
Regia di Seth Holt e Michael Carreras (non accreditato)
Scritto da Christopher Wicking (sceneggiatura)
Soggetto di Bram Stoker (romanzo “Jewel of the Seven Stars”)
Prodotto da Howard Brandy
Musiche originali di Tristram Cary
Fotografia di Arthur Grant
Montaggio di Peter Weatherley
Scenografie di Scott MacGregor
Effetti speciali di Michael Collins
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Seth Holt chiuse la sua carriera di regista con questo riuscito horror che si rifà ad un tema classico quale quello della Mummia (non a caso c’è di mezzo la Hammer), tentando di staccarsi dai cliché ormai consolidati; e così la sensualità (assai spinta per l’epoca) si fonde con il gore (ci sono, nel finale, effetti piuttosto estremi). La sceneggiatura non è banale e gli interpreti offrono una buona performance. La pellicola è resa particolarmente attraente dalla presenza “fisica” della mora Valerie Leon, in un duplice ruolo. Interessante…
Interessante variazione sul tema della mummia che si basa sulla solida interpretazione del veterano Kier e sulle grazie della bella Leon. Il tema è poi trattato in modo nuovo (non aspettatevi la solita mummia bendata) e questo rende il film degno di nota. Nel finale si fa ampio uso di humor nero.
L’attrice Valerie Leon sul set del film
Il bacio della pantera
C’è un’antica maledizione su Irene.
Su di lei e su suo fratello Paul; entrambi non possono vivere una vita normale, sono destinati a congiungersi carnalmente solo tra di loro per poter perpetuare la loro specie.
Infatti, se uno dei due avesse un rapporto sessuale con un estraneo, si trasformerebbe in una pantera assetata di sangue.

Nastassja Kinski è Irene Gallier
Ma dei due fratelli, solo Paul è consapevole della cosa, Irene infatti ha completamente rimosso dalla sua coscienza le sue origini.
I due hanno vissuto una vita distanti l’uno dall’altra, complice il suicidio dei genitori.
Irene però ha dentro una spinta irrefrenabile alle sue origini; trascorre molto del suo tempo allo zoo cittadino, dove un giorno finisce per conoscere fatalmente Oliver, il custode dello stesso, e altrettanto fatalmente finisce per innamorarsene.
Quando la donna viene raggiunta dal fratello, apprende la terribile verità su se stessa e su Paul: i due possono avere soltanto rapporti incestuosi.

Malcolm McDowell è Paul Gallier
Quando Paul tenta di avere un rapporto con altre donne, ecco che i scatena la maledizione; per poter tornare umano deve obbligatoriamente uccidere.
Irene rifugge dal rapporto con il fratello ma l’amore per Oliver è più forte di qualsiasi freno.
Così sceglierà, per vivere accanto all’uomo che ama, di diventare una pantera dopo aver finalmente fatto l’amore con Oliver.
Subito dopo, la donna, ormai trasformata in pantera, si farà rinchiudere docilmente nello zoo.
Diretto da Paul Schrader nel 1982, Il bacio della pantera è un rifacimento dell’omonimo film di Jacques Tourneur del 1942, che tanto successo aveva avuto grazie alla trama intrigante e agli stupefacenti (per l’epoca) effetti speciali che mostrava.
Il film di Schrader, regista di due ottimi film come American Gigolo e Hardcore, punta decisamente sull’horror, stravolgendo in qualche modo la trama originale, per evitare sopratutto improponibili confronti tra i due film.
Nasce così una pellicola i cui ad una buona tensione si aggiungono effetti speciali all’avanguardia, il tutto condito da un’atmosfera torbida e sensuale assolutamente assente nel film di Tourner.
Merito principale della buona riuscita del film va ascritto alla bella interpretazione di Nastassja Kinski, reduce dal buon successo del dramma Tess girato sotto la regia del compagno dell’epoca, Roman Polanskj.
La Kinski mette in mostra una interpretazione asciutta e senza sbavature, esaltata dalla sua innata sensualità che alla fine diventa un valore aggiunto per il film stesso.
Le scene di sangue, pur molto cruente, non sono virate allo splatter, ma mantengono un’essenzialità lodevole.
Se il film, all’epoca della sua uscita, venne sottovalutato lo si deve principalmente al periodo storico che il cinema stava vivendo, con una crisi abbastanza evidente ai botteghini.
Un vero peccato, perchè Il bacio della pantera ha un’atmosfera tutta speciale, torbida e morbosa, che conferiscono al film una sorta di oscura patente di dannazione che meritano sicuramente la sua visione.
Bravo Malcom Mc Dowell, l’ex teppista di arancia meccanica nei panni di Paul, personaggio a cui l’attore conferisce una dolente carica di umanità, in evidente contrasto con l’assassino efferato che diventa nel corso del film.
Un assassino costretto però ad agire per una spinta insopprimibile, quella maledizione che lo porterà ad una triste fine.
In fondo Schrader mostra di avere pietà per i suoi personaggi, che agiscono in virtù di leggi alle quali non possono opporsi.
Bene il resto del cast, la fotografia, a tratti valore aggiunto della pellicola e le splendide musiche di Giorgio Moroder e David Bowie.
Il bacio della pantera,un film di Paul Schrader. Con Nastassja Kinski, John Heard, Malcolm McDowell, Annette O’Toole, Ruby Dee,Ed Begley jr, Scott Paulin, Frankie Faison, Ron Diamond, Lynn Lowry, John Larroquette, Tessa Richarde, Berry Berenson, Fausto Barajas
Titolo originale Cat People. Fantastico, durata 118 min. – USA 1982.
Nastassja Kinski: Irene Gallier
Malcolm McDowell: Paul Gallier
John Heard: Oliver Yates
Annette O’Toole: Alice Perrin
Ruby Dee: Female
Ed Begley Jr.: Joe Creigh
Scott Paulin: Bill Searle
Frankie Faison: Detective Brandt
Ron Diamond: Detective Ron Diamond
Lynn Lowry: Ruthie
John Larroquette: Bronte Judson
Tessa Richarde: Billie
Patricia Perkins: Taxi Driver
Berry Berenson: Sandra
Fausto Barajas: Otis
John H. Fields: Massage Parlor Manager
Emery Hollier: Yeatman Brewer
Stephen Marshal: Moonie
Robert Pavlovich: Ted
Julie Denney: Carol
Regia Paul Schrader
Soggetto DeWitt Bodeen
Sceneggiatura Alan Ormsby
Produttore Charles W. Fries
Produttore esecutivo Jerry Bruckheimer
Casa di produzione Universal, RKO Pictures
Fotografia John Bailey
Montaggio Jacqueline Cambas, Jere Huggins, Ned Humphreys, Bud S. Smith
Effetti speciali Albert Whitlock
Musiche Giorgio Moroder
Tema musicale Putting Out the Fire (musica di Giorgio Moroder, testi di David Bowie)
Scenografia Ferdinando Scarfiotti, Edward Richardson
Costumi Daniel Paredes
Trucco Leonard Engelman
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Pur se non priva di situazioni vigorose (la trasformazione, le immagini del passato…), la pellicola non apporta nulla di veramente nuovo rispetto al film degli Anni Quaranta. Inoltre il finale è eccessivamente prolisso e disperde la carica che aveva, un po’ faticosamente, accumulato. Guardabile e nulla più.
Remake di un capolavoro (diretto da Jacques Tourneur nel lontano 1942), riuscito solo a metà grazie alla magnetica colonna sonora di Giorgio Moroder (per il quale si è aggiudicato il Golden Globe) ed alla capacità visionaria di Schrader, che si sbizzarrisce nella composizione di splendide soggettive ed inquadrature “pittoriche”. Anche la scelta di attribuire il ruolo di Irena a Nastassja Kinski infonde ulteriore motivo d’interesse. Il versante negativo è dato dalla mal sviluppata (e confusionaria) sceneggiatura e dai grossolani spfx…
Remake del capolavoro di Tourner. Premesso che i due film sono imparagonabili (il secondo ne uscirebbe con le ossa frantumate) va detto che Schrader realizza una pellicola interessante soprattutto per le buone atmosfere. Altalenante nel ritmo e nella qualità è comunque un lavoro di buona fattura. Bellissima la Kinski così come la pantera in cui si trasforma a causa della maledizione. Naturalmente se cercate le suggestioni dell’originale è meglio che lasciate perdere.
Come nelle storie d’amore che contano, quello che importa è la sostanza e non la forma: e se la forma è una pantera nera si tratta di un vero problema. La drammaticità del divieto di amare (eccetto persone delle propria famiglia… felinesque) è vissuta da Natasja/Irina in modo triste e melanconico, rendendo il suo personaggio molto leggiadro e allo stesso tempo felino. McDowell matto come al solito.
Un horror urbano, con ottimi apici di delirio e sessualità morbosa. Piuttosto che sfruttare tutta la tecnologia disponibile negli anni 80, Schrader filtra effetti speciali e colpi di scena (altrimenti piuttosto banali) dilatando l’orrore in maniera impeccabile. Nastassja Kinski, che durante la mutazione rivela un’impressionante somiglianza con l’illustre genitore diretto da Herzog, sprigiona sensualità a non finire. McDowell è un Nicholson che purtroppo rimarrà per sempre associato al solo “drugo” di Arancia Meccanica. Musiche di Moroder e Bowie.
Cappuccetto rosso
Come i lettori più attenti del mio blog sanno, generalmente non mi occupo di cinema contemporaneo, per la più volte citata legge sul copyright dei fotogrammi.
La dovuta e necessaria eccezione è rappresentata da un film breve, quasi un cortometraggio, di un giovane e talentuoso regista pugliese, Stefano Simone.
Cappuccetto rosso, tratto da un romanzo di Gordiano Lupi, rappresenta una ottima prova del giovane regista, capace di utilizzare gli scarsi mezzi a disposizione ricavando, dal romanzo stesso, una fiaba nera in cui i personaggi ribaltano completamente i ruoli canonici della fiaba a cui fa riferimento il film.
Cappuccetto rosso non è più la tenera e sperduta ragazzina che attraversa il bosco per andare a trovare la nonna, ma è un giovane all’apparenza ingenuo come la ragazzina, che si imbatte non nel lupo ma in una spietata killer.
Il ribaltamento della storia ha già qualche motivo di interesse e Simone ripercorre la storia dandole il giusto pathos, utilizzando cioè quello che più serve ad un giovane regista, ovvero la fantasia, l’intelligenza di capire come coinvolgere lo spettatore e sopratutto mostrando una buona conoscenza della macchina da presa.
Il risultato è sicuramente di buon livello, sempre considerando il fatto che lo scarso budget ha costretto il giovane autore all’utilizzo di attori amatoriali, all’utilizzo di effetti artigianali e via dicendo.
Ma quello che conta oggi è l’idea di fare un cinema in cui ci sia la capacità di attrarre lo spettatore senza utilizzare mirabolanti effetti o nomi di cartello; Stefano Simone ci riesce, e vien da chiedersi cosa avrebbe ottenuto se avesse avuto alle spalle i finanziatori dei film di celebrati autori, per intenderci quelli dei cinepanettoni, un’autentica offesa all’intelligenza degli spettatori.
Il cinema italiano risente proprio di questi problemi; qualche anno addietro venne proposto (qualcuno certamente ricorderà) il film Mutande pazze, finanziato dai contribuenti italiani,alla resa dei conti un’autentica presa per i fondelli, in cui venne sperperato denaro che avrebbe potuto aiutare registi come Simone ad emergere e farsi notare. E’ una vecchia storia, ahimè, che sembra ripetersi con puntualità.
La crisi economica poi non aiuta certo i giovani volenterosi come il nostro Stefano a mostrare le loro qualità, anzi; i produttori non rischiano più nulla, preferendo la sicurezza dellepappine preconfezionate tipiche del cinema dei Vanzina, Parenti ecc.
Nihil sub soli novi.
Tra le cose che ho apprezzato maggiormente nel film di Simone c’è il sapiente utilizzo di una soundtrack molto efficace, unita alla capacità dello stesso di mantenere il ritmo ad un livello accettabile.
Ovviamente il prodotto finale risulta penalizzato oltre modo dalla recitazione, ma come già detto senza soldi è davvero problematico ricavare un prodotto eccelso.
Simpatica anche l’idea da parte di Stefano di rendere tributo a 3 grandi della cinematografia italiana, ingiustamente relegati fra gli autori di B movies o di cinema di genere come Fulci, Massaccesi e Bava: generalmente il tributo arriva sempre nei titoli di coda, sopratutto alla fine.
Stefano per evitare il solito problema della scarsa lettura degli stessi anticipa le cose, sicuramente anche per esaltare quelli che sono i maestri a cui si ispira.
Un giovane con ottime doti, quindi; attendiamolo con fiducia alle prese con storie più complesse e sopratutto con mezzi adeguati.In ultimo una breve citazione per l’autore della storia breve, Gordiano Lupi, il cui racconto tratto da Cattive storie di provincia costituisce la parte fondamentale del film.
II critico cinematografico e scrittore, oltre che editore, ha sempre la capacità di dire cose semplici con parole semplici, il che oggi è merce rara.
Un bel duo, rien a dir, quello composto da Simone e Lupi, che vorrei rivedere all’opera.
Cappuccetto rosso, un film di Stefano Simone, con Luca Peracino, Soraia Di Fazio, Sara Ronco, Andrea Zamburlin, Giovanni Pipia-Horror- Italia 2009
Regia: Stefano Simone
Produzione: Foglio Cinema
Sceneggiatura: Emanuele Mattana
Musiche: Luca Auriemma
Fotografia e montaggio: Stefano Simone

Zeder
Chartres (Francia), 1956
Il professor Meyer svolge ricerche su una teoria elaborata dal dottor Paolo Zeder; secondo quest’ultimo, che ha analizzato le sepolture dei popoli antichi, esistevano alcuni punti particolari della terra dove gli stessi popoli del passato seppellivano i morti con la convinzione che sarebbero tornati dall’aldilà. Questi terreni, chiamati K, avrebbero quindi la facoltà di mantenere in uno stato di animazione sospesa i corpi.
Meyer rinviene, grazie ad una ragazza usata come un radar, la tomba dello stesso Zeder, ma durante la ricerca la ragazza viene assalita da un’entità misteriosa e mutilata di una gamba.
La scena cambia e arriviamo ai giorni nostri.
Alessandra, giovane moglie di uno scrittore, Stefano, regala al marito in occasione del loro primo anniversario di nozze una macchina per scrivere.
Stefano, che fa lo scrittore, trova scritto sul nastro carbografico della macchina un inquietante racconto fatto da un ex prete, Luigi Costa, che racconta in maniera oscura di aver localizzato un terreno K, presso la necropoli di Spina, in prossimità di Rimini.
Stefano, incuriosito, inizia delle indagini private che si riveleranno da subito molto pericolose; difatti un’organizzazione segreta francese, a cui appartiene il professor Meyer, che dopo 30 anni è ancora alla ricerca di un terreno K particolarmente “fertile”, segue i suoi progressi nelle indagini.
Lo scrittore, sulle tracce di Don Costa, che negli ultimi anni della sua vita aveva abbandonato l’abito talare, si imbatte in una serie di personaggi equivoci e legati in qualche modo alla vicenda, a cominciare dal suo più caro amico, il tenente Guido, per proseguire con la sorella cieca di Costa.

La scoperta della tomba di Paolo Zeder
Proprio a casa di quest’ultima, Stefano apprende dalla donna della morte del ex sacerdote, avvenuta un mese prima.
Aiutato dalla moglie, Stefano scopre su indicazione di un primario della clinica dove è morto Costa, il luogo di sepoltura di quest’ultimo; nel cimitero di Spina Stefano rinviene la sepoltura dell’uomo ma non il suo corpo.
Con un’intuizione che sarà anche la sua rovina, Stefano arriva così alla colonia per bambini che il religioso seguiva anni prima.
Qui lo scrittore scopre che la misteriosa organizzazione francese ha installato un laboratorio segreto che monitorizza il corpo del sacerdote, seppellito a due metri di profondità nel famoso terreno K.
Stefano vede anche il sacerdote vivo passeggiare all’interno della stuttura che ospitava la colonia.

L’inizio dell’enigma: un regalo mortale
Entrato nel laboratorio, Stefano si impadronisce di un nastro sul quale ci sono le prove degli esperimenti condotti dall’organizzazione e lo affida alla moglie, incaricandola di consegnarlo ad un amico esperto di storia.
Ma lo scrittore non ha fatto i conti con le potenti amicizie dell’organizzazione, a cui appartengono le persone di cui Stefano si fida; costoro si impadroniscono del nastro e uccidono la sventurata Alessandra.

Don Mario e Stefano a colloquio
Nel frattempo l’ignaro Stefano, tornato all’interno della colonia, scopre con orrore che Don Costa, ritornato dalla morte, ha ucciso due degli appartenenti all’organizzazione.
L’effetto collaterale del ritorno dall’aldilà si concretizza quindi in un emergere di istinti bestiali i coloro che hanno osato sfidare la morte.
Tornato nell’hotel dove ha creato la sua base, Stefano scopre il cadavere della moglie.
Disperato, decide di seppellirla nel terreno K.
Alessandra torna dall’aldilà, e abbraccia Stefano, ma….
Zeder, diretto da Pupi Avati nel 1983, è il più bello tra gli horror girati negli anni 80;caratterizzato da una trama molto convincente non esente però da alcune contraddizioni, i distingue principalmente per la regia asciutta e a tratti assolutamente claustrofobica.
Zeder sembra composto da scatole cinesi, che il protagonista, lo scrittore Stefano, apre per trovarsi ogni volta di fronte ad un nuovo enigma.
L’atmosfera cupa del film ricorda La casa dalle finestre che ridono, opera meglio riuscita proprio in virtù di una sceneggiatura senza pecche.
In questo film alcune forzature sono evidenti; tutte le persone che conosce Stefano diventano parte di una specie di complotto del silenzio e in qualche modo hanno a che fare con la storia; il che è abbastanza risibile, tenuto conto che il tutto nasce dal casuale acquisto da parte di Alessandra della macchina per scrivere acquisita ad un’ata.
Come sia possibile che Guido, l’amico poliziotto di una vita, che il professore a cui si rivolge Stefano, che il primario della clinica amico del padre di Alessandra abbiano tutti a che fare con la storia resta davvero un espediente poco credibile.

La strana morte di Luigi Costa, spiato nella bara da una telecamera
Ma Avati riesce a far dimenticare queste stonature grazie al suo indiscutibile mestiere.
La tensione del film non si allenta mai, nemmeno nelle scene apparentemente più tranquille.
Così, man mano che la storia prosegue e introduce nuovi personaggi, si aspetta la soluzione dell’enigma, che arriva in un finale particolarmente intelligente, anche se inficiato da una certa fretta.
Altra caratteristica di Zeder è la quasi totale assenza dell’elemento splatter; le scene di sangue sono molto limitate e concentrate tutte nel finale.
Sul film aleggia quindi un’aria di mistero, di complotto in cui tuti gli elementi sono legati fra loro, quasi che Stefano sia rimasto invoschiato in una tela di ragno senza possibilità d’uscita.
Particolarmente indovinato il contrasto tra l’ombrosità di Stefano, personaggio interpretato dall’ottimo Gabriele Lavia e la solarità della moglie Alessandra, interpretata dalla sorprendente Anne Canovas, due figure contrapposte ma complementari che arricchiscono il film di un tocco di romanticismo, che avrà nel finale la sua esaltazione e al tempo stesso la sua tragica conclusione.
Le musiche inquietanti di Riz Ortolani contribuiscono a rendere il film cupo e tenebroso, giungendo puntuali nei momenti topici della pellicola, ad esempio quando si sobbalza sulla poltrona in contemporanea all’incotro notturno tra Stefano e il sacerdote che ha sostituito Costa alla direzione della parrocchia, o anche nelle ultime sequenze, quando l’abbraccio mortale di Alessandra a Stefano riunisce i due amanti nella morte e quindi in un destino atroce, quello di essere dei non morti in un posto lugubre come l’ex colonia infantile.
In rete Zeder sta acquisendo, sopratutto dopo l’uscita di un ottimo dvd rimasterizzatà, le dimensioni di un autentico cult.
All’epoca della sua uscita, pur riscuotendo un buon successo di critica e di pubblico, Zeder non fece molti proseliti.
Sembra un destino beffardo, quello di Avati, essere riconosciuto, dopo quasi 30 anni, come un autentico maestro del cinema. La stessa sorte è toccata al più fortunato La casa dalle finestre che ridono, ritenuto già all’epoca della sua uscita un piccolo capolavoro.

Zeder, un film di Pupi Avati. Con Cesare Barbetti, Gabriele Lavia, Anne Canovas, Marcello Tusco, Bob Tonelli, Adolfo Belletti, Andrea Montuschi
Horror, durata 100 min. – Italia 1983.
Gabriele Lavia – Stefano
Anne Canovas – Alessandra
Paola Tanziani – Gabriella Goodman
Cesare Barbetti – Dr. Meyer
Bob Tonelli- Mr. Big
Ferdinando Orlandi – Don Luigi
Enea Ferrario – Mirko
John Stacy -Professor Chesi
Alessandro Partexano – Guido Silvestri
Marcello Tusco – Dottor Melis
Aldo Sassi- Don Mario
Veronica Moriconi- Gabriella giovane
Enrico Ardizzone – Benni
Maria Teresa Tofano – Anna
Andrea Montuschi – Ispettore Bouffet
Adolfo Belletti- Don Emidio
Paolo Bacchi- Segretario di Mr. Big
Pina Borione – Helena
Imelde Marani – Nurse
Carlo Schincaglia- Guardiano del cimitero
Soggetto PUPI AVATI
Sceneggiatura PUPI AVATI, MAURIZIO COSTANZO, ANTONIO AVATI
Scenografie GIANCARLO BASILI e LEONARDO SCARPA
Direttore di produzione FRANCESCO GUERRIERI
Costumi STENO TONELLI
Direttore della fotografia FRANCO DELLI COLLI
Colore TELECOLOR
Montaggio AMEDEO SALFA
Musiche composte e dirette da RIZ ORTOLANI
Edizioni musicali NEW POINT
Prodotto da GIANNI MINERVINI e ANTONIO AVATI
per la A.M.A. FILM
in collaborazione con ENEA FERRARIO
e la RAI – Radiotelevisione Italiana
Aiuto regista CESARE BASTELLI
Segretaria di edizione FIORELLA LUGLI
Operatore ANTONIO SCHIAVO-LENA
Assistente Operatore ANDREA BARBIERI
Fonico RAFFAELE DE LUCA
Microfonista PAOLO COTTIGNOLA
Ispettore di produzione LUCA BITTERLIN
Segretaria di produzione ROSA MERCURIO
Amministratore RAFFAELLO FORTI
Assistente cassiera FRANCESCA MONETA
Assistente scenografa LAURA CASALINI
Attrezzista FALIERO REGGIANI
Truccatore ALFONSO CIOFFI
Sarte LUISA CAVAZZA e CLARA MASINA BERTI
Fotografo di scena PIERMARIA FORMENTO
Assistente al montaggio PIERA GABUTTI
Aiuto assistente al montaggio LORETTA MATTIOLI
Mezzi Tecnici EL.MA.
Girato in TECHNOVISION
Negativi KODAK
Teatri di posa R.P.A. ELIOS
Studio fotografico ROBERTO RUSSO
Consulenza assicurativa CINESICURTA’
Colonne sonore effetti LUCIANO e MASSIMO ANZELLOTTI
Sonorizzazione COOPERATIVA DI LAVORO FONO ROMA
Con la collaborazione della C.V.D.
Mixage ROMANO CHECCACCI
Titoli e truke PENTA STUDIO
Immancabile. Nonostante alcuni rivoli non chiarissimi (la partenza di Mirco e madre [un altro complotto?], il “deus ex machina” del vecchio, la penultima morte) la pellicola sprigiona fascino, pure perché molte facce sono perfette ed alcune scene (le false tombe, Costa che scende le scale, lo scheletro dell’edificio) indimenticabili nella loro sobrietà. Avati non sbandiera, ma suggerisce e quel che un po’ si perde in chiarezza lo si guadagna nell’incanto. Non alle vette de La casa, ma un buon film, che cresce alla seconda visione. Citazione da Tourneur. La Marani (portafortuna avatiana) fa l’infermiera.
Da molti considerato un capolavoro (e in parte lo è), spesso il film è soggetto a lecite critiche su alcuni punti poco chiari (specialmente nel finale) della sceneggiatura. Quello che è certo è che resta impresso nella mente per la buona interpretazione di Gabriele Lavia, Anne Canovas e di tutto il resto del cast. Le indovinate locations (soprattutto il complesso di Cattolica nel quale è girato il suggestivo e memorabile finale) rendono questa pellicola unica nel suo genere. Molti punti di contatto con Pet Sematary…
Già la musica angosciante, durante i titoli di testa, è di buon auspicio. Per non parlare dell’inizio con la vecchina. Il respiro affannoso, simile a un vento maligno, che attraversa le mura della villa, è quasi raggelante. Le assi del pavimento si piegano. C’è qualcosa, qualcuno, o più di uno… Un horror di alto livello, con la giusta ambientazione, reso tale da un regista di qualità e intelletto, che ha saputo miscelare horror e thriller in giuste dosi. Il risultato appaga chi si gusta la pellicola, meglio in un luogo isolato, senza disturbi.
Lovecraftiano e zombesco. Dopo La casa dalle finestre che ridono, un altro saggio dell’inimitabile gotico padano di Avati, che ripropone le sue classiche tematiche horror in location romagnola: la possibilità di un contatto tra vivi e morti, uno stregonesco personaggio legato all’occulto, misteri, esoterismo, omertà, messaggi criptici, inquietanti dimore, sacerdoti spretati. Il risultato è eccellente e la paura assicurata.
Sette anni dopo La casa dalle finestre che ridono Pupi Avati torna a dirigere un horror di ambientazione padana, ma stavolta dà più spazio al soprannaturale rispetto al film precedente. La storia, infatti, verte sui misteriosi esperimenti fatti per far tornare in vita i morti. Ancora una volta grazie ad una buona regia e ad una bella sceneggiatura la tensione e gli spaventi sono garantiti ed il tutto senza violenza ed effettacci da baraccone. Finale beffardo che verrà, probabilmente, ripreso da Cimitero vivente della Lambert.
Non male. Le stupende scenografie dove sorgono i famigerati terreni k risultano funzionali alla storia e molto inquietanti. Cast ricco (c’è anche il bravissimo doppiatore Cesare Barbetti), buoni momenti di terrore. Lavia una volta tanto offre una buona interpretazione in campo cinematografico, gradevole la partecipazione di Tonelli seduto dietro la scrivania.
Un buon film di genere, diretto con il consueto stile da Avati, che ambienta il film, come spesso càpita, nella sua Emilia-Romagna. Gli eventi orrorifici si susseguono lentamente, ma in un’atmosfera inquietante, e sono commentati dalle efficaci note musicali di Riz Ortolani. Inutile negarlo: il confronto con La casa dalle finestre che ridono è obbligato e certamente Zeder ne esce parzialmente perdente: gli manca quel qualcosa in più che ha reso il precedente film un cult inossidabile.
Horror soprannaturale avatiano al 100%, graziato dalla sempre affascinante e falsamente rassicurante ambientazione padana, si fa ricordare come uno dei migliori prodotti filmici del regista e in generale dell’horror italiano. Interpreti in parte, sceneggiatura macchinosa ma anche avvincente, belle musiche di Ortolani, regia sobria ma di classe. I momenti di paura ci sono eccome, incastonati tra atmosfere che riescono ad essere inquietanti non solo di notte, ma anche alla luce del sole. Assolutamente imperdibile!
Ottimo ritorno al thriller gotico per Avati. A livello di scrittura e di regia risulta anche nettamente superiore a La casa, questo grazie ad una sceneggiatura di ferro che non lascia spazio a tempi morti e ad una maturazione registica non indifferente. Non una scena risulta essere sbagliata o fuori posto. Tuttavia l’atmosfera malsana del suo film cult qui è assente. Col senno di poi lo si può considerare come un anello di congiunzione tra Argento e Fulci. Azzeccatissima di nuovo l’ambientazione.
Rivistolo, me ne sono innamorato. Forse anche grazie al magnifico dvd della Fox che restituisce in pieno le atmosfere di un film macabro e freddo, che passa dalle misteriose scene francesi a Chartres alle indagini di Lavia tra Cervia e Milano Marittima, mentre le figure di Paolo Zeder, ma soprattutto di don Costa, acquistano spessore fino a raggiungere un finale gelido, che l’immagine dello spretato in movimento tra le strutture in cemento consegna direttamente alla storia del cinema. Ottima prova di tutto il cast, diretto magistralmente.
È quantomeno buffo come nello stesso anno siano usciti questo film e “Pet Sematary” di King. Strano per la forte somiglianza. Invece del cimitero indiano abbiamo il terreno K, invece del figlio, la compagna. A me non entusiasma Pupi versione horror, nemmeno in La casa dalle finestre che ridono, e quindi non ne sono rimasto entusiasta. Le atmosfere ricordano Argento (altro di cui non vado pazzo) e le musiche di Ortolani sono al di sotto del suo standard. L’idea alla base è notevole e la realizzazione buona. Consiglio, ma non caldamente.
Ottimo horror di Avati anche se con qualche sbavatura di troppo. Scene colme di suspance e angoscia. L’idea sembra prendere spunto dal romanzo di King “Pet sematary”, riuscendo nell’impresa di sbalordire lo spettatore dinanzi allo schermo. Il cast non mi è sembrato molto all’altezza dell’opera (il protagonista sembra fatto di cera). Qualche minima similitudine con la trilogia di Fulci nell’idea dei territori K.
Non c’è che dire, Avati consolida la sua personale via “emiliana” all’horror con un lavoro denso, dall’atmosfera carica di paura (e di paure dei protagonisti), riprendendo ed ampliando il suo sfondo tipico, Bologna, coi suoi personaggi “qualunque”. Per suspence ricorda il Fulci di quegli anni. La storia si incentra sulle zone K, il film si poggia su un Lavia che a dispetto dell’immenso talento (manifestato inequivocabilmente a teatro) qui è monocorde, con un personaggio sciocco fino all’inverosimile e poco credibile. Finale beffardo. 3 pallini.
Nonostante una certa lentezza e alcune forzature nella sceneggiatura, a distanza di tanti anni rimane integra la forza suggestiva della storia, con un finale che regala un paio di sequenze molto brevi ma tra le più agghiaccianti nella storia del cinema horror. Reso ancora più inquietante dalle viscerali musiche di Riz Ortolani, è un film imperdibile per chi ha amato La casa dalle finestre che ridono.
Avati torna all’horror, ma non vi è nulla dell’atmosfera magica di La casa dalle finestre che ridono; qui, al contrario, tutto è ostico e freddo ed è difficile farsi coinvolgere. Buona la parte finale girata a Milano Marittima tra lo scheletro della vecchia colonia estiva. Storia strana, Lavia non emoziona, musica dissonante, finale con zombie ma d’autore. A mio parere è un mezzo passo falso.
Dopo La casa dalle finestre che ridono, Avati ci riprova con esiti non certo disprezzabili. La trama si snoda sulle prime come un curioso giallo dalle atmosfere solari che parte da un pretesto banale per poi approdare sui lidi del terrore e del pericolo. La mano di Avati si nota, soprattutto nell’aver creato atmosfere che pullulano di tensione (alcuni spaventi sono assicurati) e nella buona caratterizzazione dei protagonisti; buona la direzione degli attori (con la Canovas in testa) e la vispa fotografia di Delli Colli. Notevole.
I frati rossi
Siamo sul finire degli anni ottanta.
Il nuovo proprietario di un bella villa in stile piccolo castello và in visita alla sua proprietà.
Nello splendido parco che circonda la costruzione incontra una misteriosa ragazza che suona il violino, che gli rivolge poche e misteriose parole.

Una presenza misteriosa nella villa…
L’uomo entra in casa e vede una splendida donna nuda che lo invita a seguirlo. Incuriosito, l’uomo la segue nei sotterranei della costruzione ma mal gliene incombe perchè finisce decapitato.
La storia ci porta poi indietro nel tempo, approssimativamente negli anni trenta.
Un nobile, Roberto Gherghi, che ha acquistato la villa, incontra nel parco della stessa una bella ragazza che si è rifugiata su di un albero per sfuggire al cane del nobile; l’uomo la aiuta a scendere e intavola con lei un’amichevole conversazione.
Tra i due nasce l’amore e li vediamo sposati poco dopo.
Lei, Ramona, è una giovane artista e segue ovviamente il marito nella villa, dove fa conoscenza con Prisicilla, una strana figura a metà strada tra l’istitutrice e la cameriera. La donna è palesemente ostile nei confronti di Ramona, che dal giorno stesso del matrimonio si trova a convivere con un marito che dopo pochi giorni si assenta da casa adducendo misteriosi impegni di lavoro, che non la tocca lasciandola inspiegabilmente vergine e infine con Priscilla sempre più ostile e con una casa che sembra nascondere oscuri segreti.
Ben presto i motivi del misterioso comportamento di Roberto diventano chiari, così come l’atteggiamento di Priscilla; il nobile subisce l’influsso di una misteriosa organizzazione di uomini incappucciati, simili ai templari nelle vesti, che vogliono che Roberto conservi pura la donna per un atto sacrificale che dovrà svolgersi in un giorno prestabilito, in cui deve avvenire un fenomeno astrale ben preciso.
Lo stesso Roberto ha una relazione intima con Priscilla e Ramona lo scoprirà nel peggiore dei modi, sorprendendo i due amanti a letto.
Lara Wendel
L’unica consolazione per Ramona è la presenza di Lucylle, una giovane cameriera che il marito ha assunto per aiutare Ramona nelle faccende domestiche; ma la ragazza finirà decapitata e la sua testa, infilata in un cestino da picnic, sarà rinvenuta, con sommo orrore, proprio da Ramona.
Ma la storia è destinata a complicarsi, quando dal passato compare la figura di un nobile che aveva violentato una bella zingara, che ha le stesse sembianze di Ramona; l’uomo poi aveva sposato la donna, perchè aveva finito con l’innamorarsene, e quando sopratutto Ramona scopre il ritratto di un’antenata del primo proprietario della villa, il nobile violentatore, in tutto e per tutto assomigliante a lei.
Sarà proprio questa combinazione a……
I frati rossi di Gianni Martucci, datato 1988 tenta di riportare in auge il gotico italiano con risultati assolutamente deludenti.
Il film risente innanzi tutto del basso budget, cosa che costringe l’autore ad arrangiarsi con pochissimi attori e sopratutto a lesinare sui mezzi tecnici e sugli effetti visivi.
Non sorretto da una sceneggiatura chiara, anzi, penalizzato da paurosi buchi oltre che da incongruenze inspiegabili (si veda la scena iniziale, con la misteriosa bionda che decapita il neo proprietario della villa), il film si barcamena tra il tentativo di essere credibile quando tenta di creare un’atmosfera adeguata durante le visite che Ramona fà nei sotterranei, dapprima con Lucylle e poi da sola e la necessità di giustificare la presenza dei Frati rossi, le cui azioni con relative motivazioni restano davvero nebulose.

L’antenata di Ramona prima dello stupro
Ad aggravare il tutto arriva la solita leggenda che si trasforma in realtà, ovvero il nobile che si innamora della zingara che ha violentato e che la consacra alle forze del male con il classico rituale a metà strada tra il pagano e il demoniaco.
La storia quindi arriva ad u finale quanto meno singolare, che non svelo per ovvi motivi; un finale però davvero poco in linea con quanto visto durante il film e che aggrava la sensazione di confusione che regna nella trama.
Il cast è però all’altezza ed eleva dall’assoluta mediocrità il film; bene le due protagoniste, Lara Wendel che interpreta Ramona e Malisa Longo che interpreta Priscilla.
Gerardo Amato è sufficiente nella parte del nobile Roberto Garlini, discreta è la fotografia e la location.
Purtroppo il livello del cinema di genere horror/thriller, negli anni 80, risentì di una generale crisi di idee; il meglio era stato già prodotto negli anni sessanta e per buona parte degli anni settanta.
L’ influenza di Bava su quest’opera è appena percettibile in alcune sequenze, ben lontane però dalle atmosfere del maestro, così come l’espediente di citare Fulci nei titoli quasi il regista avesse a che fare con questa pellicola risulta più un boomerang che altro.
Film davvero modesto, che è anche il penultimo della carriera della Wendel, che si chiuderà con un altro film mediocre, La villa del venerdi di Mauro Bolognini e che è anche l’ultima opera degna di un minimo di rilievo di Malisa Longo, che in futuro lavorerà solo con Brass in Miranda e Snack Bar Budapest e in un terrificante Pierino.
Da segnalare, infine, che la versione internazionale contiene alcune sequenze non presenti nella versione italiana; il trailer del film non inganni, perchè è di gran lunga più interessante del film stesso.
I frati rossi, un film di Gianni Martucci. Con Gerardo Amato, Lara Wendel, Chuck Valenti, Malisa Longo,Ronald Russo
Titolo originale The Red Monks. Horror, durata 91 min. – Italia 1988.
Gerardo Amato è Roberto Garlini
Lara Wendel è Ramona Curtis
Malisa Longo è Priscilla
Regia: Gianni Martucci
Sceneggiatura: Pino Buricchi, Gianni Martucci
Soggetto : Luciana Anna Spacca, Pino Buricchi
Produzione: Pino Buricchi, Lucio Fulci
Musiche: Paolo Rustichelli
Editing: Vanio Amici
Costumi:Silvio Laurenzi
Il cast è interessante e, tutto sommato, anche la storia: che si inserisce nel filone del gotico italiano. Ma lo fa fuori tempo massimo e la vicenda del castello e degli influssi astrologici cui la confraternita dei Frati Rossi vuole dedicare un sacrificio umano (Lara Wendel), appare debolmente portata sullo schermo, causa assenza di gore e nudità – magari – più insistite. Celebre per la controversia con Fulci (citato in locandina) non è poi film da disprezzare del tutto. Martucci ha firmato un paio di sexy commedie interessanti (La collegiale).
L’aria è proprio quella che si respira nella serie “Lucio Fulci presenta” e negli horror Reteitalia, tipici per il loro very-low budget; eppure qui la qualità è superiore, grazie ad una storia piuttosto avvincente, che privilegia l’atmosfera – valorizzata dalla fotografia dei sotterranei della villa – piuttosto che lo splatter, praticamente assente. Amato lavora con professionalità, la Wendel ha un aspetto più adulto rispetto al passato, ma è sempre prodiga di nudi integrali; la Longo pare rifarsi alla Iris di Buio Omega.
Chi sono mai questi frati rossi e cosa vogliono? Difficile capirlo anche a visione terminata. Colpa di una sceneggiatura poco chiara e con alcuni momenti davvero risibili e deliranti, che contribuisce notevolmente ad affondare un film per nulla coinvolgente. Suspence e splatter banditi in modo ingiustificato. Poco da salvare anche se c’è di peggio.
Indicibile boiata italica ottantiana, colpevolmente pubblicizzata con una presunta partecipazione di Fulci; ovvio che il Maestro con questo obbrobrio non abbia nulla a che fare. Basti dire che la cosa migliore sono i titoli di testa, con la grafica che riprende quella della locandina; per il resto tabula rasa, a parte qualche discreto movimento di mdp. Attori spaesati, sceneggiatura incomprensibile, tensione pari a zero, spfx pressoché inesistenti, location sciatte. In genere sostengo i B-movie, specialmente nostrani, ma qui non c’è speranza.
Bruttissimo e spentissimo film dell’orrore, dalla trama nemmeno poi così ridicola, ma che viene rovinato sia dal cast non eccezionale, sia dalla mancanza di nudi e scene puramente dell’orrore. Famoso per la controversia con Fulci che pare non ebbe colpe per questo disastro. Scadente.
È grazie a pasticci del genere che non amo il gotico. Noiosissimo, sembra un film della serie “Maestri del thriller” sia per la pochezza della messinscena che per la qualità. Ma qui non c’è il buffo tocco trash dei film di quel ciclo e non lo si può guardare nemmeno per farsi una risata. La confezione è ottima (cito la fotografia), ma la regia non ha classe né spigliatezza. Il tentativo di rilanciare il gotico (per quanto me ne possa importare…) lo apprezzo, ma la visione è tempo sprecato. Bellissima però la locandina (in stile minimalista).
Sembra un horror Mediaset ma non lo è. Sembra uno dei film della serie “I maestri del thriller” ma non lo è. Eppure il budget inesistente è evidentissimo. La fotografia è mediocre, la scenografia è scarna, gli effetti speciali inesistenti (forse esiste una versione uncut, chi lo sa) che a detta di alcuni vennero supervisionati da Fulci in persona (anche produttore). Scialba sceneggiatura, che altrimenti poteva trasformare il film in un piccolo cult: invece… Per lo meno c’è Gerardo Placido e qualche scena di nudo della Wendel. Mediocre.
Byleth,il demone dell’incesto
Lionel e Barbara sono due fratelli, che hanno condiviso l’infanzia assieme, prima di separarsi.
Tornato a casa, trova sua sorella sposata ad un uomo molto più maturo di lei, Giordano; Lionel prova per la sorella un affetto morboso, ai limiti dell’incesto e non accetta il legame della stessa con il marito. La sua gelosia si spinge al punto di arrivare a spiarla, soffrendo quando la stessa è in intimità con il marito.
In paese intanto alcuni delitti sconvolgono la tranquilla e quieta vita dello stesso; alcune ragazze vengono uccise in maniera efferata.
Il legame tra Lionel e i delitti appare chiaro a Giordano, che indagando, grazie anche all’aiuto di un prete, identifica in Byleth, il demone che provoca l’incesto, il responsabile della possessione diabolica del giovane.
Giordano cercherà di affrontare il demone, che compare con il volto del cognato cavalcando un destriero bianco, ma soccomberà al demone.
Lionel consuma finalmente il tanto sospirato incesto, ma Byleth (una specie di doppio cattivo di Lionel) vuole in olocausto anche sua sorella…
Un gotico davvero poco memorabile, Byleth il demone dell’incesto, girato nel 1971 da Leopoldo Savona con lo pseudonimo Leo Colman ed uscito qualche anno dopo nelle sale con gran fanfara, visto il grandissimo successo riportato da L’Esorcista di Friedkin. Il regista, specializzato in western all’italiana fatica a dare un ritmo credibile al film, pur partendo da una buona intuizione e da un’idea apprezzabile.
Purtroppo, penalizzato dalla mancanza di ritmo e sopratutto da un finale a dir poco frettoloso, il film imbarca via via acqua naufragando proprio nel finale.
L’espediente di condire il film con molte scene di nudo finisce poi per rendere il film stesso poco credibile sia come horror (latitano e molto scene splatter o anche semplicemente forti) sia come gotico, visto che l’ambientazione rimane confinante più con il sexy che con il classico terrore o la suspence.
Purtroppo agli inizi degli anni settanta furono molti i registi a cedere ad un altro demone, quello della cassetta; non si spiega altrimenti la decisione di mostrare sequenze fuori contesto in cui le donne assassinate sono tutte svestite per convegni amorosi, quasi che nel paese teatro dei delitti ci fosse stato qualcuno a versare del viagra nell’acqua.
Mark Damon, che avevamo apprezzato in qualche modo in I tre volti della paura di Bava o in Nude si muore di Dawson/Margheriti è totalmente inespressivo; come Lionel è assolutamente monocorde, come demone anche.
Il cast femminile ovvero Caterina Chiani, Claudia Gravy, Silvana Pompili si segnala solo per avvenenza fisica e null’altro;siamo davanti davvero al nulla.
La Gravy fa quello che può (davvero poco) e alla fine l’unico ad avere guadagnato la pagnotta è Aldo Bufi Landi, ovvero il povero marito che cercherà in maniera improbabile di sconfiggere il demone Byleth.
Poca roba davvero, quindi, per un film che ultimamente è stato rieditato; il che è ovviamente un mistero, visto che restano nel cassetto film di ben altra importanza rispetto a questo.
Byleth – Il demone dell’incesto, un film di Leopoldo Savona. Con Mark Damon, Aldo Bufi Landi, Claudia Gravy, Franco Jamonte, Tony Denton, Fernando Cerulli, Carla Mancini
Horror, durata 92 min. – Italia 1971.
Mark Damon è Lionel Shandwell
Claudia Gravy è Barbara
Aldo Bufi Landi è Giordano
Fernando Cerulli è il dottore
Silvana Pomilli è Floriana
Marzia Damon è la cameriera
Antonio Anelli è Il prete
Regia: Leopoldo Savona
Sceneggiatura: Leopoldo Savona
Musiche: Vasil Kojukaroff
Editing: Otello Colangeli




































































































































































































































