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Un dramma borghese

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Da un romanzo di Guido Morselli,uscito postumo in seguito al suicidio dello scrittore,Florestano Vancini riduce per lo schermo Un dramma borghese nel 1979.
Il regista di Ferrara,elegante e misurato, propone la drammatica vicenda raccontata da Morselli affrontando il tema spinoso dell’incesto senza mai indugiare sul lato scabroso e sull’impatto visivo,privilegiando al contrario l’eleganza della trattazione e immergendo il film in un’atmosfera al limite del cupo,in cui tutte le scene sono caratterizzate da un’atmosfera quasi opprimente,oserei dire decadente, che ben simboleggiano l’aria e il continuum in cui si muovono i personaggi del film.
Che sono tre,mentre tutti gli altri riempiono la scena,senza interagire nei momenti topici,quasi figure di contorno che si muovono nella penombra del film accompagnando il dramma che si svolge sotto i loro occhi in modo silente e inerte.
Vancini,giornalista e descrittore,studioso di storia,abbandona per un attimo le sue passioni e propone un dramma a tinte davvero fosche,tutto centrato su tre figure che appaiono differentemente caratterizzate;quella di un padre e sua figlia e quella di un’amica della ragazza che finirà per diventare il detonatore involontario della tragedia finale.

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Che poi tragedia non sarà,visto che il finale è aperto a ogni soluzione.
Tre personaggi,dicevo.
Il primo è Guido,un giornalista che ha perso sua moglie che probabilmente si è suicidata (nel film la cosa non è specificata chiaramente); è un uomo in crisi,afflitto anche da una fastidiosa e dolorosa infiammazione reumatica.
Il secondo personaggio è Maria Luisa chiamata Mimmina,una ragazza che frequenta un esclusivo college svizzero,dolce e inquieta,che risente prepotentemente della mancanza dei suoi genitori e che dopo essere rimasta orfana di madre ha riversato tutto il uo affetto sul padre,che però vede saltuariamente.
Terzo anello della catena è Thérèse,amica di Mimmina,i cui contorni psicologici appaiono molto sfumati e che rimane quasi un personaggio sullo sfondo,pur avendo nel film una parte importantissima quando stringerà una relazione con Guido.
Il film si apre con le immagini del Hotel Victoria di Lugano,nel quale il portiere parla svogliatamente con quello che scopriremo essere un dottore;nella stanza al secondo piano c’è Guido,dolorante,che viene visitato dal dottore che gli diagnostica un attacco reumatico.

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Anche Mimmina accusa malessere,dovuto probabilmente ad una sindrome influenzale.
Inizia così una forzata convivenza nella stanza in penombra dell’Hotel.
Tutto attorno è sfumato,grigio.
Così come l’umore dei due protagonisti.
Mimmina appare fragile e desiderosa d’affetto,Guido imbarazzato nel ruolo di padre costretto a convivere con quella figlia che in realtà conosce poco.
Inizia così il primo vero dialogo tra un padre ed una figlia che fino a quel momento hanno conosciuto poco l’uno dell’altra.
Mimmina ha bisogno d’affetto e trasferisce questo suo desiderio sul padre,mescolando con ingenuità e malizia allo stesso tempo arti seduttive e un disperato
Inizia così un gioco della parti che dapprima imbarazza e poi mette in seria crisi Guido,che è costretto a subire in qualche modo quel comportamento provocante della ragazza.

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Della cosa non tardano ad accorgersi sia i dipendenti dell’hotel che il sensibile dottor Vanetti;i commenti e i mormorii si sprecano quando all’improvviso sulla scena irrompe Therese,l’amica di Mimmina,che tanta influenza ha sulla stessa.
Tra Guido e Therese è passione a prima vista.
I due diventano amanti sotto gli occhi sgomenti ( e gelosi) di Mimmina,che ha perso il suo riferimento,quel padre verso il quale nutre affetto misto a sensazioni intime contrastanti.
Per recuperare le attenzioni a Mimmina resta solo un gesto…
Un dramma borghese è quindi un dramma dall’impianto solido che però Vancini vanifica parzialmente con una regia troppo statica e incline al dialogo che risulta a tratti piuttosto noioso.
Sembra quasi di assistere ad una piece teatrale piuttosto che ad un film;l’ambientazione quasi claustrofobica rende tutto molto opprimente e di certo la sceneggiatura non aiuta a superare il senso di smarrimento che si prova guadandolo.
In realtà l’andamento molto blando del film, con i dialoghi tra padre e figlia a tratti convenzionale,a tratti pieni di imbarazzo rende tutto piuttosto piatto.
Il dramma,per quanto a tinte fosche,spesso diventa quasi banale,perdendosi proprio nei momenti topici del film.
Qualche scossone verso la fine, quando irrompe la figura di Therese che altera il rapporto di coppia tra padre e figlia,ormai pericolosamente vicini all’incesto;da questo momento il film sembra prendere vigore,però è solo un’impressione momentanea.

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Il finale,aperto a tutte le soluzioni, rende ancor più scialbo quanto visto.
All’eleganza formale,la bella fotografia e alle musiche discrete bisogna sommare un certo senso di noia.
Vancini è bravo ma questo non è il suo genere e si vede.
Gli attori sono discreti ma anche molto imbarazzati;poco più che discreto Franco Nero,bella ma poco espressiva Lara Wendel.Bene invece Dalila Di Lazzaro,dei tre sicuramente la più in parte.Il film è praticamente irreperibile e non esiste ad oggi una sua versione digitalizzata.E’ presente su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Gc90MeKZAiY

Un dramma borghese
Un film di Florestano Vancini. Con Dalila Di Lazzaro, Franco Nero, Carlo Bagno, Lara Wendel Drammatico, durata 104 min. – Italia 1979

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Un dramma borghese banner personaggi

Franco Nero: Guido
Dalila Di Lazzaro: Therese
Lara Wendel: Mimmina
Carlo Bagno: dottor Vanetti
Felicita Monfrone: cameriera
Silvio Pascorelli: facchino

Un dramma borghese banner cast

Regia Florestano Vancini
Soggetto Guido Morselli (romanzo)
Sceneggiatura Lucio Manlio Battistrada, Fiorenzo Mancini, Florestano Vancini
Produttore Gianni Minervini, Antonio Avati, Franco Nero (co-produttore)
Casa di produzione A.M.A. Film
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Fiorenzo Senese

Un dramma borghese banner citazioni

“Sono nata tre giorni fa,quando mi hai portata via da quel maledetto pensionato” (Mimmina)
“E’ la prima volta che sono veramente padre” (Guido)
“E’ il mio problema.Ho preso anche delle pillole ma non succede niente.Forse capirò quando avrò un’attività sessuale” (Mimmina)

Un dramma borghese banner dal romanzo
Il romanzo descritto dal sito http://www.adelphi.it

Questo romanzo è la storia dell’amore impossibile fra un padre e una figlia che quasi non si conoscono e si ritrovano insieme, per qualche settimana, in un albergo sul lago di Lugano. Il padre è il corrispondente da Bonn di un grande giornale di Milano (in cui sarà facile riconoscere il «Corriere della Sera»), uomo disincantato, lucido, pieno di soprassalti della memoria, di idiosincrasie, di occultate amarezze e nostalgie, ma al tempo stesso con qualcosa di eternamente adolescente, agile e acerbo; la figlia è una ragazza di diciotto anni, che è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti. La loro convivenza in albergo sviluppa, si può dire fatalmente, un terribile amore: soprattutto da parte della figlia, prorompente e ingenua, eppure dotata di una strana maturità, che rende il rapporto col padre tanto più paradossale. Questa figlia, infatti, non gli si vuole offrire come amante, ma come moglie, e oltre tutto come una moglie protettiva, conscia di quel lato infantile che al padre, poi, appartiene realmente. Diviso fra l’attrazione e la ripulsa per questa «calamità» che si abbatte sulla sua vita, mentre tenta vanamente di fare chiarezza in se stesso e nel suo passato, il padre crede di sfuggire all’incesto buttandosi in una rapida avventura con un’amica della figlia. Ma questo non farà che aiutare il gioco a precipitare nel dramma.
La vicenda ha luogo in un tempo sospeso, che può essere anche oggi. Il décor svizzero è accennato con pochi, sapientissimi tocchi, come anche una certa atmosfera di morosità lacustre in cui è immersa la vicenda. Domina, invece, l’opera paziente dello scandaglio psicologico, l’indagine sulle ombre della psiche, sui guizzi dei desideri, e in questo Morselli si muove con la stessa precisione e sicurezza con cui sapeva ricostruire l’operazione militare di cui si parla in Contro-passato prossimo. Spostando continuamente la luce dal giornalista, convinto di essere corazzato dall’esperienza, alla giovane figlia, che alla vita non ha fatto ancora in tempo neppure a esporsi, Morselli riesce a delineare con straordinaria finezza quella zona intermedia in cui questi due personaggi, fino allora vissuti in mondi senza contatto, si incontrano e si scoprono fino a scoprirsi complici e a spaventarsi della propria complicità, sfuggendola e ricadendovi in un circolo senza uscita.
Un dramma borghese, che risale ai primi anni Sessanta, apparve per la prima volta nel 1978.

Dal sito http://www.sololibri.net

Prendete un romanzo di Guido Morselli e confrontatelo con qualsiasi best-seller di narrativa nazionale esposto oggi sul bancone di una libreria: per profondità di argomentazione, ricchezza espressiva e tenore stilistico c’è la stessa differenza che passa tra un capo di Burberry e uno acquistato al mercatino rionale sotto casa.
Eppure, Morselli lo conoscono in pochi.
In tutti i campi della vita, per avere successo, il talento può non bastare: occorre anche una briciola di fortuna, perché senza si arriva poco lontano. In Italia, soprattutto, è importante avere le conoscenze giuste. Il caso di questo scrittore, nato a Bologna nel 1912 e morto suicida nel 1973, di grande spessore letterario, dallo stile colto e raffinato, resta esemplare: Morselli, infatti, si è visto per anni chiudere le porte in faccia da varie case editrici, e soltanto dopo il suo gesto estremo gli è stato riconosciuto il merito dovuto. Dramma umano e beffa: narratore incompreso e snobbato da vivo, rinverdito da Adelphi e apprezzato da morto.
Citazioni dal romanzo

«La fisso a mia volta, la esamino cercando di dare al mio sguardo una espressione ilare e affettuosa. La fronte, sotto i capelli scomposti, è stretta e piuttosto convessa, come in tutte le donne. Né la fronte né gli occhi testimoniano di un’intelligenza acuta, esigente. Le labbra sottili, il naso fine, l’arco sopracciliare molto rilevato sono quelli di sua madre, tratti che significano dolcezza ma anche ostinazione. Da quanti anni non guardavo questo viso, o non lo osservavo? Sono letteralmente alla scoperta di mia figlia.
A lei il mio pensiero non è sfuggito:
– Ho fatto il conto, – dice – che da quando avevo sette anni a oggi, siamo stati insieme cinquecento ore. In tutto, venti giornate.»
«Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m’investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l’odore delle sue carni.»
«È in piedi, ferma, appoggiata al muro, la testa china. Mi volge la schiena e non mi vede. Non ha posa, dunque. Sfugge anche me, e d’altra parte non sa dove andare, che fare. Cerca un rifugio, come stamane, un angolo dove nascondersi. Ha l’anima piena di incertezza. Di paura, magari. Mi accorgo che non piange; muove adagio le mani, senza pensare, forse le gingilla col fiocco che è alla cintura della vestaglina, la povera vestaglina verde che la copre. Non sente nemmeno l’impulso di parlarmi, di starmi vicino. È stanca. Anche alla sua età la stanchezza, quella di dentro, può vincere. Mimmina come tutte le nature non infette da una coscienza razionale, si trova nella condizione di essere sola con ciò che la fa soffrire. Soffre, semplicemente e senza diversivi, elementarmente, come sarebbe in grado di godere senza ombre, al pari delle creature sue simili. Ma la realtà è questa, intanto, che il trauma del distacco non è superato. Ci siamo, in pieno.
Torno, in punta di piedi, al mio tavolino.
Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all’ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c’è più nessuno?»

Un dramma borghese banner recensioni

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Un triangolo certamente atipico (due donne ed un uomo, in cui però i rapporti sono strettissimi: padre, figlia, amica della figlia) sta alla base dell’omonimo romanzo di Guido Morselli da cui Vacini trae questo film. E il dramma c’è tutto, inequivocabile, fino alle estreme conseguenze; non solo per la trama con epilogo tragico (un tentativo di suicidio che rimane in sospeso davanti all’entrata della sala operatoria), ma anche per la scelta del regista di tributare onori postumi allo scrittore, chiudendo la pellicola con le immagini della sua tomba e la spiegazione per cui Un dramma borghese uscì postumo: Morselli si suicidò, nel 1973. Peraltro la causa principale del gesto fu la sensazione di fallimento che lo perseguitava, ormai passata la sessantina ed annichilito dai molteplici rifiuti di pubblicazione ricevuti dalle case editrici. Vancini qui (anche sceneggiatore, insieme a Lucio Battistrada) compie però un passo falso nella sua carriera: il film non riesce, nonostante il buon Franco Nero protagonista e l’esperienza del cast tecnico (montaggio di Nino Baragli; fotografia di Alfio Contini ; musiche di Riz Ortolani), ad eguagliare la forza espressiva del romanzo. A ben vedere l’operazione di trasporto su pellicola delle pagine di Morselli non dev’essere risultata facile: la prosa elegante della scrittura (citato dalla voce del narratore in terza persona) è materia delicata per una traslazione per immagini. Film claustrofobico, fatto di interni bui e con tre personaggi quasi esclusivamente al centro della scena.
L’opinione di Undjimg dal sito http://www.davinotti.com

Solidamente costruito – pur se diretto da un autore avverso al cinema bis e abitualmente attivo su temi impegnati – perde punti nella poco riuscita conciliazione dei due “avversi” registri tematici: quello intellettuale (comunque predominante) e quello erotico. Ottimo il cast che molto punta sulla (già) maladoscelente Lara Wendel, alle prese con un tema parecchio audace: non esita, infatti, a sedurre il padre e quasi ci riesce, se non arrivasse in tempo la più matura Dalila Di Lazzaro. Prodotto da Franco Nero (anche attore di punta) può vantare una bella sound track, composta da Riz Ortolani.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Una storia audace di quelle che pochi coraggiosi autori saprebbero trattare: un rapporto malato tra una figlia e un padre, trasferitisi in una misteriosa e vecchia villa di Lugano. L’ambientazione già di per sè affascina, il cast è ispirato e la Di Lazzaro da sola buca lo schermo con le sue doti di bellezza e classe innata. Non è il padre il vero ammalato, ma la figlia dalla sessualità patologica che cerca di sedurlo in ogni modo. Claustrofobico e morboso.
L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

Più che dramma borghese… dramma medicale! La malattia (psicosomatica) del padre vedovo (bancario con ambizioni letterarie) e della figlia orfana (collegiale smarrita, più che vogliosa) è la cifra tangibile di un malessere emotivo più che di un disfacimento morale: c’è ben poco di pruriginoso nel loro rapporto, è una specie di febbre fredda. Gli esterni lacustri e uggiosi, gli interni lussuosi ma anonimi dell’hotel svizzero, i primi piani sui volti contratti o affranti: tutto coerente, ma tutto meccanico, perciò neppure il finale -tragico- ci scuote. Malinconico e corretto.

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agosto 25, 2015 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Un’ombra nell’ombra

La giovane Carlotta Rhodes con le sue amiche Elena Merrill, Raffaella e  Agatha decide di avere rapporti sessuali con Lucifero; Elena e Carlotta partoriscono due bambine, Anna e Daria.
Per le donne l’unione con il demone significa la castità assoluta; Lucifero è geloso e non ammette che una delle sue adepte possa diventare la donna di un mortale.
Le due figlie di Lucifero crescono mostrando due caratteri completamente diversi; mentre Anna Merrill, figlia di Elena è una ragazza normalissima e di indole fondamentalmente buona Daria Rhodes impara da subito a capire la forza dei suoi poteri. Al contrario di Anna, Daria è una ragazza cattiva e disumana, che tenta di aumentare i suoi poteri per poter dominare gli altri.

Valentina Cortese e Paola Tedesco (Elena e Anna Merril)

Lara Wendel (Daria Rhodes)

Anna finisce per non accettare i poteri demoniaci che possiede e sceglie di suicidarsi, lasciando nello sconforto Elena; la donna è un’insegnante e fra le sue allieve c’è proprio Daria, che non esita a mostrare alla donna i poteri di cui dispone.
Elena, già duramente provata dalla morte di Anna, non regge alle pressioni psicologiche di Daria e ne segue il triste destino.
A quel punto le tre amiche superstiti decidono di correre ai ripari e riunitesi chiedono l’aiuto di un prete in crisi di vocazione.

Anne Heywood (Carlotta Rhodes)

Il prete tenta un’impossibile esorcismo su Daria, che, aiutata da Lucifero, riesce a sconfiggere il prete; vittoriosa, prende un taxi e si fa accompagnare a piazza San Pietro, decisa a lanciare la sfida al capo della cristianità.
Come si può notare già dal plot, Un’ombra nell’ombra tenta disperatamente di rinverdire i fasti di L’esorcista, mescolando anche parte della storia di The Omen-Il presagio; ma Pier Carpi, regista e sceneggiatore del film indeciso su che binari mantenere la pellicola, ovvero se privilegiare l’horror a scapito della velocità della pellicola finisce per rimanere a mezza strada creando sin dall’inizio un filmaccio a cui ben presto verrà a mancare ogni motivo di interesse, trasformando il film stesso in un pasticcio aggravato anche da una trama inverosimile e arruffata come poche.
Più che un horror, siamo di fronte ad una bizzarria con momenti che inducono al riso più che al tremito; basta seguire la prima fase del film per capire cosa ci attende, con un balletto introduttivo che porta all’orgia in cui Lucifero fa sue le donne che vorrebbero adularlo (ma in cambio di cosa?) in cui senza nessuna logica vediamo le protagoniste dimenarsi discinte e lascive.

Marisa Mell

Il seguito mostra che l’impatto deludente dell’inizio della pellicola purtroppo è solo un prologo ad un film in cui non solo non accade nulla di rilevante, ma in cui ci si annoia mortalmente nel seguire le vicissitudini delle due protagoniste, le demoniache figlie di Lucifero che seguono vite parallele interrotte, nel caso di Anna, da un volontario suicidio per scampare al dominio dell’angelo ribelle.
Il tutto senza alcun approfondimento psicologico del personaggio; mi si obietterà che in fondo, davanti ad un horror demoniaco non è che bisogna formalizzarsi più di tanto.
Il guaio è che mentre in L’esorcista viene sviscerata la vicenda personale di Regan e a margine di quella della madre, in Omen-Il presagio assistiamo alle nefandezze del piccolo Damian e alle indagini del padre che porteranno lo stesso a scoprire l’orribile segreto della nascita dell’anticristo, in Un’ombra nell’ombra tutto sembra andare avanti per forza d’inerzia, con personaggi malamente delineati che sembrano agire per motivi francamente incomprensibili.

Irene Papas

La scena finale dell’esorcismo e la conseguente vittoria della diabolica Daria sono poi quanto di peggio visto in film a sfondo demoniaco; John Philip Law appare così stralunato e fuori parte da suscitare tenerezza e al tempo stesso costernazione.
Una parte consistente del film si svolge in una scuola, precisamente nella classe in cui insegna Elena Merrill e in cui come alunna troviamo la diabolica Daria; la ragazza sfida l’amica di sua madre mostrando di che tempra è fatta, aggredisce senza motivo uno dei ragazzini che vorrebbe essere suo amico, si comporta insomma come la degna figlia di indegno padre.
Il tutto però con un’approssimazione di tempi, di situazioni e se vogliamo con una recitazione così fuori dalle righe da rendere ancor più strampalato il risultato finale.
Pensare che nel cast ci sono attrici di sicuro valore, come Anne Heywood (Carlotta Rhodes) che però appare fuori parte nonchè pesantemente penalizzata da un ruolo poco delineato, come Valentina Cortese (Elena Merrill), l’unica forse a livello di uno standard accettabile, come Lara Wendel (Daria Rhodes) che fa il suo senza infamia e senza lode, anch’essa penalizzata dalle astrusità della trama.

Molto marginali le figure di Marisa Mell (Agatha) e Irene Papas (Raffaella) pesantemente penalizzate dalla mancanza di contorno e di spessore dei loro personaggi.
Bene Paola Tedesco, almeno per le poche sequenze che la vedono protagonista nel ruolo della sfortunata Anna.
In quanto a Lucifero, interpretato da Enzo Miani, non vale la pena spendere una parola, tanto palesemente ridicola risulta sia la caratterizzazione dell’attore che il personaggio in se.
Completa il disastro su tutti i fronti una colonna sonora debole e inadatta composta Stelvio Cipriani; da segnalare in ultimo la presenza in piccolissime parti di alcune buone caratteriste del cinema italiano come Carmen Russo (la protagonista del bizzarro balletto iniziale), di Patricia Webley e di Sofia Dionisio.

In quanto a Carpi, regista di questa bizzarra e bislacca pellicola, c’è poco da dire se non rallegrarsi del fatto che Un’ombra nell’ombra sia stata la seconda e ultima prestazione cinematografica, che fece seguito al suo precedente lavoro Povero Cristo interpretato da un Mino Reitano palesemente inadatto e penalizzato da una sceneggiatura sciagurata, in cui assistiamo alle avventure di un investigatore incaricato di provare l’esistenza nientemeno che del messia.
Di Pier Carpi preferisco ricordare la feconda e brillante attività di fumettista

(sue le sceneggiature di I Naufraghi, Lancillotto, Bob Lance, Zakimort, Teddy Bob, Boy, Brancaleone, l’Agente senza Nome, Kolosso, I Serpenti, Uranella, Jessica) e quella di scrittore (La morte facile (1964),Storia della magia, Il mistero di Sherlock Holmes e Le società segrete (1968), Cagliostro il taumaturgo (1972), I mercanti dell’occulto (1973), Un’Ombra nell’Ombra, Rasputin (1975), Le profezie di Papa Giovanni XXIII (1976), Palazzo d´Estate (1978), La Banda Kennedy (1980), Il caso Gelli (1982), Il diavolo (1988), Il venerabile (1993), Gesù contro Cristo (1997).
Film praticamente inguardabile, con l’unico pregio di aver riproposto sullo schermo le attrici citate su, alcune rispolverate dal malinconico cassetto dei ricordi in
cui erano finite, ovvero Marisa Mell e Anne Heywood.

Un’ombra nell’ombra
Un film di Pier Carpi. Con Irene Papas, Valentina Cortese, Paola Tedesco, Marisa Mell,Anne Heywood, John Philip Law, Frank Finlay, Ian Bannen, Sonia Viviani, Lara Wendel, Carmen Russo
Horror, durata 106 min. – Italia 1979.

Anne Heywood    …     Carlotta Rhodes
Valentina Cortese    …     Elena Merrill
Frank Finlay    …     Paul
John Phillip Law    …     L’esorcista
Marisa Mell    …     Agatha
Irene Papas    …     Raffaella
Paola Tedesco    …     Anna Merrill
Lara Wendel    …     Daria Rhodes
Ian Bannen    …     Il professore
Ezio Miani    …     Lucifero
Carmen Russo        Una ballerina
West Buchanan    …     Peter Rhodes
Marina Daunia    …     Prostituta
Patrizia Webley    …     Prostituta

Regia     Pier Carpi
Soggetto     Pier Carpi
Sceneggiatura     Pier Carpi e Audrey Strinton
Fotografia     Guglielmo Mancori
Montaggio     Manlio Camastro
Musiche     Stelvio Cipriani
Scenografia     Piero Basile
Costumi     Michaela Gisotti

Soundtrack del film

maggio 22, 2012 Posted by | Horror | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Identificazione di una donna

Identificazione di una donna locandina

Un regista cinematografico, due donne, l’impossibilità pratica di penetrare la psicologia delle due donne perchè sia lui, Niccolò, sia le due donne, Mavi e Ida sono mondi distanti o universi paralleli e contigui con i quali sono possibili solo teorici scambi ma non contatti profondi.
E’ il senso di Identificazione di una donna, il film di Michelangelo Antonioni forse più solare e schematico, quello meno impenetrabile e dal messaggio più chiaro.

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Thomas Milian e Lara Wendel

Una ricerca affannosa della donna, mostrata in una veste psicologica forse discutibile, piena com’è di contraddizioni e debolezze ma potente e affascinante.
La vicenda si snoda attorno alla ricerca di Niccolò di un personaggio femminile per un suo film, che lo porta ad incontrare la misteriosa e sensuale Mavi; una donna sfuggente e piena di segreti, ambigua anche sessualmente come avrà modo di scoprire Niccolò, che dal momento in cui fa la sua conoscenza si ritrova a fare i conti anche con strane telefonate e strani messaggi che sembrano partire da quel mondo totalmente alieno che è l’ambiente alto borghese che la donna frequenta.

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 Daniela Silverio è Mavi

E dal quale Niccolò non solo non si sente attratto, ma addirittura respinto: quella gente parla e comunica con la stessa lingua, con lo stesso linguaggio verbale ma in modo così dissimile dal suo da sembrare estraneo come una lingua marziana.
Un mondo con valori che Niccolò non apprezza e non ama, che è costretto a frequentare al margine solo perchè Mavi vi appartiene.
La donna è figlia, è prodotto di un ambiente ostile e a se stante: lui non riesce a comunicare, se lo fa intraprende un impossibile contatto solo con Mavi, che però mostra i segni di una personalità mutevole e incomprensibile.
Anche nell’amore la donna è un misto di passione e riservatezza, di ambiguità e spregiudicatezza. Non a caso quando Mavi all’improvviso scompare, Niccolò che si è messo sulle sue tracce scopre aspetti illuminanti della donna, come la sua propensione alle avventure saffiche.

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Nel mezzo della ricerca Niccolò si imbatte in Ida che sembra essere il rovescio esatto della personalità di Mavi: tanto quest’ultima è lunare e misteriosa, tanto Ida è concreta e quasi solare nella sua maniera di vivere.
La relazione con Ida sembra partire bene, tant’è vero che Niccolò la porta con se a Venezia.
Ma quando scopre che la donna aspetta un figlio da un altro ricade preda dei dubbi, delle convenzioni e dei timori latenti della sua mente e l’abbandona.
A questo punto,si chiede Niccolò, che senso ha fare un film con protagonista una donna? Molto meglio un film di fantascienza, in cui si è tesi verso altri misteri insondabili come l’universo e la scoperta della propria esistenza, delle proprie radici che però restano appunto un mistero non rivelabile.

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In Identificazione di una donna il personaggio di Niccolò è un personaggio preda di dubbi e di paure, che vediamo concretizzarsi nell’impossibilità di accettare la vita misteriosa di Mavi e le certezze di Ida, donna che è consapevole del suo ruolo e di ciò che vuole veramente.
Lui, in mezzo a un microcosmo femminile impenetrabile nelle motivazioni di fondo annaspa e finisce per smarrirsi, tanto da rinunciare malinconicamente a quello che era il suo progetto iniziale.
Ha bisogno di amore (il suo rapporto con la moglie è deteriorato) ma non sa come cercarlo e si affida all’istinto che però lo tradisce, proponendogli donne che sono troppo lontane da quello che lui è, da quello a cui aspira.
Ma è al tempo stesso uno che si aggira smarrito in un mondo che sembra essere sfuggente sia a livello sociale sia nelle persone stesse che lo frequentano.

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L’incomunicabilità con gli altri assume contorni ancor più grotteschi quando tenta un impossibile dialogo con una ragazza che conosce Mavi e che lui incontra in piscina.
Nel tentativo goffo di stabilire un colloquio con lei, ad un certo punto Niccolò le chiede cosa le piaccia nella vita, dopo aver ricevuto risposte lapidarie alle domande precedenti ( un pò stupide, ammettiamolo).
La risposta della ragazza è lapidaria e allo stesso tempo raggelante: “mi piace masturbarmi, e se lo fa un altro è meglio e più di tutto se è una donna”
Niccolò sperimenta così l’impossibilità di un dialogo amichevole o umano, ritrova quel senso di estraneità che sembra allontanarlo dalle persone, dalla società.
In questo quadro la sequenza della piscina è illuminante e determinante per la struttura del racconto, perchè sintetizza l’assioma iniziale e finale del film; sempre nello stesso dialogo la ragazza spiega il perchè della sua affermazione dicendo che ” una donna lo fa per farmi piacere, un uomo per se stesso, per far vedere che è virile.”
Il senso del film, come del resto il senso della filosofia di Antonioni è espresso tra le righe di questo dialogo e può essere rappresentato da una parola sola, incomunicabilità.
Un tema caro al regista, affrontato da sempre, sin dai suoi esordi dietro la macchina da presa.

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Nei due fotogrammi: Christine Boisson è Ida

L’altro tema presente nel film è il senso di estraneante presenza di Niccolò nella società; l’uomo non riesce a capirla, non accetta i suoi limiti e le sue debolezze, come dice ad un certo punto del film all’amico che gli chiede che senso abbia un’altra storia d’amore nello sfacelo e nella corruzione che li circonda,usando ancora una volta con una risposta illuminante: “Ma è proprio la corruzione il cemento che tiene unito il nostro paese e sono i corrotti i primi che vogliono vedere delle storie d’amore”.

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Identificazione di una donna è un film insolitamente ricco di parti parlate e di dialoghi, materiale inusuale nella cinematografia del Maestro; dialoghi a tratti criptici, ma anche affascinanti nella loro abilità metaforica.
Un film anche splendidamente fotografato, opera di Carlo Di Palma che restituisce colore e luminosità ad un film che altrimenti sarebbe risultato tetro e probabilmente indigeribile;il compianto maestro romano aveva già lavorato con Antonioni in Deserto rosso, in Blow up ecc. e questa volta dona al film di Antonioni una serenità che spezza in anticipo le catene di un possibile racconto avviluppato attorno al tema centrale.
L’ottimo risultato finale del film è anche merito di una complessa alchimia che coinvolge non solo la bella, fascinosa ed esistenzialista sceneggiatura del film e la fotografia lussuosa, ma anche la recitazione del protagonista principale della storia, quel Niccolò che abbiamo visto essere uomo a tratti sfiduciato a tratti impaurito, a tratti ancora fiducioso o smarrito.
Sto parlando di Thomas Milian, attore di grandissime qualità che era reduce da anni di film di cassetta basati sul personaggio di Er monnezza e di Nico Giraldi, che gli avevano dato grande popolarità ma che lo avevano tenuto lontano da parti importanti nel cinema d’autore.

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Milian, nonostante il caratteristico accento che non lo mai abbandonato, riesce a dare forma ad un personaggio complesso e sfaccettato come quello di Niccolò caratterizzato come già detto da una personalità proteiforme. L’abilità dell’attore di origine cubana si mette al servizio del Maestro con esiti ragguardevoli e lo stesso dicasi per il cast femminile, con le brave (e belle) Daniela Silverio nella parte dell’enigmatica Mavi e
Christine Boisson in quella di Ida. Spazio anche ad una misurata ed intrigante Lara Wendel nel ruolo della ragazza della piscina.
Identificazione di una donna è un film poco amato da buona parte della critica e degli spettatori, nonostante i pregi che ho evidenziato prima.
Colpa probabilmente di un complesso di fattori ai quali non è estranea la prevenzione verso l’attore principale da parte di molti critici e sopratutto per il soggetto considerato non all’altezza dei precedenti.

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Il grande regista di Ferrara era reduce dal parziale successo di Il mistero di Oberwald (da un soggetto di Jean Cocteau) diretto nel 1980 e poco dopo l’uscita di questo film verrà colpito da un ictus che lo priverà dell’uso della parola e lo lascerà parzialmente paralizzato. Sarà solo nel 1995 che lo troveremo di nuovo dietro la macchina da presa per la direzione di Al di là delle nuvole, in co-regia con Wim Wenders altro gioiello della cinematografia di uno dei più sensibili registi italiani di sempre.

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Identificazione di una donna
Un film di Michelangelo Antonioni. Con Tomas Milian, Christine Boisson, Daniela Silverio, Marcel Bozzuffi, Veronica Lazar,Lara Wendel, Luisa Della Noce, Itaco Nardulli, Sandra Monteleoni, Giampaolo Saccarola, Carlos Valles, Sergio Tardioli, Paola Dominguin, Arianna de Rosa, Pierfrancesco Aiello, Giada Gerini, Alessandro Ruspoli, Gianpaolo Saccarola, Enrica Fico, Maria Stefania d’Amario, Enrica Antonioni
Drammatico, durata 128 min. – Italia 1982.

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Tomas Milian     …     Niccolò
Daniela Silverio          …     Mavi
Christine Boisson          …     Ida
Lara Wendel         … La ragazza della piscina
Veronica Lazar          …     Carla
Enrica Antonioni          …     Nadia
Sandra Monteleoni         …     Sorella di Mavi
Marcel Bozzuffi         …     Mario
Gianpaolo Saccarola          … Il gorilla
Arianna De Rosa          … Amica di Mavi
Dado Ruspoli         …     Padre di Mavi
Sergio Tardioli          … Macellaio
Itaco Nardulli         …     Lucio
Paola Dominguín         … La ragazza alla finestra

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Regia     Michelangelo Antonioni
Soggetto     Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura     Michelangelo Antonioni, Gérard Brach, Tonino Guerra
Produttore     Antonio Macrì
Fotografia     Carlo Di Palma
Montaggio     Michelangelo Antonioni
Musiche     John Foxx, Japan, Tangerine Dream
Scenografia     Andrea Crisanti
Costumi     Paola Comencini

 

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

O anche: Identificazione di Antonioni, trattando il film nel ruolo del protagonista Niccolò Farra (Tomas Milian) in maniera quasi biografica vicende personalissime dell’autore, da tempo lontano dalla macchina cinematografica. Pur essendo opera densa di significati e valorizzata da un convincente (e combattuto, nella ricerca di una protagonista che non riesce a definire) Tomas Milian regna un clima di noia perenne, surclassato giusto da due scene di sesso parecchio audaci tra il protagonista e Daniela Silverio, soprattutto quella della masturbazione “feroce” sulla donna. Presentato a Cannes.

Forte degli scenari lunari e nebbiosi stile new wave e delle musiche elettronico-spaziali dell’immenso John Foxx, Antonioni sintetizza i suoi ben noti discorsi su incomunicabilità, alienazione e frivolezze borghesi aggiornandoli agli anni Ottanta. Milian, compitissimo, veste i panni del regista in crisi di mezza età e si confronta con l’erotismo audace ma elegante emanato dalla sensuale bellezza della Silverio e della Boisson. Echi da L’avventura, La notte e Deserto rosso; finale da fantascienza colta.

Eccetto le “prestazioni ginniche” dei protagonisti, il film è davvero lento e noioso: colpa di una sceneggiatura troppo verbosa, piena di facilonerie verbali e di stupide metafore che non possono non irrittare e soprattutto non annoiare lo spettatore comune. Quel che ne viene fuori è una “polpetta” indigesta che scontenta tutti e che difficilmente piacera a qualcuno. L’ultimo Antonioni prima dell’ictus.

Discreta la prima parte, soprattutto per la presenza della Silverio (una meteora, peccato). Poi lei passa la mano e il film si appiattisce, complici alcuni dialoghi squallidi come quello girato nella piscina. Il tormento esistenziale di Niccolò e alcune letture ideologiche (vedi la coppia di terroristi) sono altrettanto imbarazzanti in un film che comunque nel complesso può andare anche perché non pretenzioso come altri del regista. Doppiaggio tirato via.

Terrificante e confusionario film di Antonioni sulla ricerca della donna giusta da parte di un regista, con frasi cretine spacciate per memorabili, confusione narrativa a livelli altissimi, noia e supponenza, difetti di Antonioni che qui si sommano all’inizio della sua decadenza. Forse Milian sperava di girare un capolavoro ma si è ritrovato in un tedioso guazzabuglio e a nulla può la sua indubbia bravura.

Ultimo film di Antonioni prima dell’ictus che lo colpì (quindi per alcuni il suo vero ultimo film), è una sorta di compendio (anche autobiografico essendo il prot un regista) di ciò che è già stato fatto: trama da finto giallo(come quasi tutti i suoi film), una persona che scompare (L’Avventura) e un finale allegorico (Zabriskie point). Molto parlato, con abbondanti scene di sesso molto spinte (messe forse per impedire crisi narcolettiche?), metterà a dura prova i fan di Milian, che ci regala un’ottima performance. I fan di Antonioni sanno già cosa li attende…

Identificazione e ricerca della donna giusta, quella con la quale le parole sono superflue e basta il silenzio, come quando ci si trova immersi nella natura. Un regista in crisi e il suo rapporto con sè e le giovani donne che incontra. Dialoghi naturali e spontanei, grande lavoro psico-intellettuale. Solo per un pubblico “colto”…

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novembre 23, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , , | 2 commenti

Lara Wendel

Lara Wendel foto

Un talento precocissimo quello di Daniela Barnes, che cambierà poi il suo nome in Lara Wendel, quasi a rimarcare le sue origini tedesche; l’attrice infatti è nata il 29 marzo 1965 a Monaco di Baviera, in Germania.
Il suo volto particolare e sopratutto la sua capacità di saper calcare le scene con padronanza, unite alla fotogenia del volto la portano da presto a girare spot pubblicitari, spinta dalla madre Britta, che in Italia ha avuto un brevissimo momento di celebrità interpretando il film Roma di Federico Fellini.
Quella sua capacità di saper padroneggiare il volto,gli atteggiamenti già in tenera età la portano a ricoprire ruoli da bambina in alcuni film del genere giallo/thriller; è il caso di Mio caro assassino, il film d’esordio sullo schermo, girato nel 1972 da Tonino Valerii.

Lara Wendel Zombie 3
Lara Wendel in Zombie 3

Il suo ruolo è quello di Stefania Moroni, la piccola che viene rapita e uccisa per una torbida storia di interessi; nel film usa ancora il suo nome e cognome anagrafico  (Daniela Rachele Barnes), cosa che farà anche con i film successivi, in cui compare,il primo dei quali è nel ruolo di Rita Canali nel film La mala ordina, di Fernando Di Leo.
Nel film è la figlia di Luca Canali (Mario Adorf) un piccolo malavitoso a cui vengono uccise sia la moglie che la figlia, interpretata appunto dalla Wendel; nel successivo Girolimoni, il mostro di Roma, di  Damiano Damiani, replica il ruolo di una bambina tedesca nel dramma dedicato allo sventurato Girolimoni, colpevole solo di essere uno scapolone impenitente accusato e imprigionato sotto l’infame accusa di essere il violentatore e uccisore di alcune bambine, in un’epoca buia come il ventennio fascista.

Lara Wendel Tenebre
Lara in Tenebre di Dario Argento

Lara Wendel Mio caro assassino
Il film d’esordio, Mio caro assassino

Nel 1973 ha 8 anni; può ancora interpretare il ruolo della bambina e Silvio Narizzano le affida il personaggio di una piccola tedesca nel drammatico Senza ragione; ma è nel 1974 che trova finalmente spazio con il personaggio di Silvia, la bambina misteriosa che rappresenta l’alter ego della protagonista, la dottoressa Silvia che vede in questa misteriosa figura di bambina un riflesso di quello che era lei nell’infanzia.
Il film diretto da  Barilli è Il profumo della signora in nero, un gioiello che le permette quindi di farsi notare, anche perchè ha avuto finalmente spazio.
Ma dovrà arrivare il 1977 perchè si torni a parlare dell’attrice, che con Maladolescenza diventa famosa, per la prima volta, con quello che sarà da allora in poi il suo nome d’arte, Lara Wendel.

Lara Wendel Morirai a mezzanotte
Morirai a mezzanotte

E’ un film scandalo, Maladolescenza; perchè parla della sessualità nei ragazzini (la Wendel interpreta il ruolo di una dodicenne, in perfetto parallelo con la sua vera età), ma sopratutto perchè sono numerose le scene ad alto contenuto erotico nelle quali recita la giovanissima attrice.
Accanto a lei c’è anche la piccola Eva Jonesco, spinta dalla madre ad interpretare un ruolo scabrosissimo in cui sono numerose le scene di sesso, anche se simulate.

Lara Wendel Un'asutraliana a Roma
Lara con una giovanissima Nicole Kidman in Un’australiana a Roma

Il film, se da un lato dà immediatamente una gran visibilità all’attrice, finirà irrimediabilmente per marchiarla come attrice erotica: a contribuire in maniera determinante è anche l’aspetto della Wendel, che avrà sempre un volto da ragazzina, un’espressione quasi adolescenziale che l’accompagnerà per molti anni ancora.
Dopo aver recitato in L’amante proibita, 1978, un clamoroso flop nonostante il cast includesse attori del calibri di Michel Piccoli e Claudia Cardinale, nel 1979 arriva la scrittura per il ruolo di Mimmina nel film di Vancini Un dramma borghese.

Lara Wendel La villa del venerdi
La villa del venerdi

Anche in questo caso Lara è alle prese con un personaggio scabroso, torbido; è infatti la figlia di un giornalista, che torna con il padre dopo la morte della madre, e che finirà per avere con quest’ultimo un rapporto a tratti morboso, comunque di profonda gelosia, che si concluderà in maniera drammatica.
Anche Samperi chiama la Wendel per il suo Ernesto (1979), in cui ricopre il doppio ruolo di Ilio e di Rachele, due fratelli che il protagonista, Ernesto, conosce casualmente e che finirà per impalmare la bella Rachele, coronando così il suo sogno di diventare qualcuno.
L’ultimo film del decennio settanta è Un’ombra nell’ombra, film altalenante di Pier Carpi; la Wendel interpreta nientemeno che la figlia del diavolo, nata da un incontro tra sua madre e il diavolo in persona, che alla fine del film, conscia dei suoi poteri, arriverà in taxi fino a Piazza San Pietro, pronta a sfidare il capo della cristianità.
Come più volte sottolineato nei precedenti articoli riguardanti il cinema degli anni ottanta, qualsiasi giudizio su di esso,  sui suoi interpreti va mediato nei giudizi attraverso l’analisi di una componente essenziale, ovvero la crisi che investì il settore cinematografico, per colpa della sovra esposizione di film in tv ad opera delle neonate tv commerciali, che di fatto svuotarono i cinema a tutto favore della visione casalinga.

Lara Wendel Maladolescenza
Con Eva Ionesco nel super censurato Maladolescenza

In contemporanea nascevano i primi sistemi di registrazione ad uso domestico, che portarono ancor di più ad un allontanamento del pubblico dalle sale; pertanto i prodotti cinematografici divennero quasi tutti legati a tematiche spesso banali.
In pratica solo il cinema americano continuava a sfornare film con puntualità , mentre il cinema italiano entrava in una crisi profonda.
La Wendel, come moltissime altre attrici, vide restringersi la possibilità di scegliere copioni, che spesso riguardavano opere pruriginose oppure legati a filoni ormai esauriti, come il gotico, l’horror e il thriller all’italiana.
La commedia sexy era ormai quasi completamente scomparsa o comunque viveva le sue ultime stagioni malinconicamente; giallo, thriller horror e poliziottesco avevano esaurito la loro funzione e di conseguenza tutte le produzioni cinematografiche vivevano ormai alla giornata, in attesa che il pubblico decidesse quali opere vedere decretando così il successo o l’insuccesso di un genere.

Lara Wendel Killing birds
Killing birds

Nel 1980 Lara interpreta il ruolo di Desideria in Desideria: La vita interiore , di Gianni Barcelloni, accanto alla Sandrelli a Vittorio Mezzogiorno e ad una sconosciuta Lori Del Santo: il film tratto da un romanzo di Moravia si distingue più che altro per l’alto tasso di erotismo presente, e viene letteralmente stroncato dalla critica. Lei è Desideria, una ragazza allevata da una prostituta, che prima si ribella alla madre adottiva ma in seguito accetterà fatalmente di condividerne il destino.
Nel 1981 è sul set di Il falco e la colomba, opera di Fabrizio Lori, in cui interpreta una fotomodella che distruggerà la vita di un giovane destinato alla politica e che finirà suicida per poi lavorare in Identificazione di una donna di Antonioni.
In questo film ha un breve ruolo, quello di una ragazza anticonformista che il protagonista (Thomas Milian) incontra sul suo percorso alla ricerca di una donna da cui è affascinato.

Lara Wendel Il profumo della signora in nero 2

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Ancora bambina accanto a Mimsy Farmer in Il profumo della signora in nero

Siamo nel 1982, Lara ha soli 17 anni ma ha già alle spalle un nutrito mucchio di pellicole. Non è una star, ma è un’attrice conosciuta, sulla quale i registi possono contare sopratutto per affidarle parti da giovane candida oppure perversa, da adolescente in stile lolita o da tormentata donna in fiore. Come accennato, il cinema italiano non se la passa bene; come termine di raffronto basti pensare che solo 10 anni prima, nel 1972, arrivavano nelle sale italiane oltre 900 film, mentre nel 1982 vengono distribuite in Italia non più di 450 pellicole.
Piccola parte per lei anche in Tenebre di Dario Argento; interpreta Maria, la ragazza inseguita da un dobermann nella scena più famosa del film stesso.

Lara Wendel Identificazione di una donna 2

Lara Wendel Identificazione di una donna 1
Due fotogrammi da Identificazione di una donna

Vai alla grande,un  film diretto da Samperi nel 1983,il film che gira successivaente, rappresenta un tentativo da parte di Lara di interpretare un ruolo meno drammatico dei precedenti. Lei è Helen, una ragazza tedesca con un passato oscuro da prostituta che provoca lo scompiglio tra i vitelloni di Rimini.
Altra commedia è il lavoro successivo, Fatto su misura, diretto nel 1984 da Francesco Laudadio.
Lara interpreta Lisa, una ragazza che decide di mettere a disposizione di una banca del seme il suo corpo per permettere a coppie sterili di adottare un figlio; la commedia, pur gradevole e con un buon cast, in cui è presente anche Ugo Tognazzi  non  ottiene molto successo.

Lara Wendel Ernesto
Lara nel film Ernesto

Per due anni Lara rimane pressochè inattiva, almeno cinematograficamente; lavora in due serie televisive, I ragazzi di celluloide 2 e La piovra 2 (grande successo della Rai) per tornare al cinema nel 1985 con A me mi piace, film diretto e recitato da Montesano.
Nel 1986 lavora con Lamberto Bava nel mediocre Morirai a mezzanotte, un thriller senza acuti e nel 1987 fa da spalla ad una giovane e sconosciuta Nicole Kidman in Un’australiana a Roma, un film che visto lo scarso successo verrà proposto come tv movie.
Dopo la parte da protagonista in Killing birds – uccelli assassini di Claudio Lattanzi, un altro mediocre b movies eccola sul set del film di Fellini Intervista (lei è la sposa), ed ancora è la protagonista del tardo gotico I frati rossi, in cui è Ramona, una giovane pittrice che sposa un nobile ignorando che l’attende un terribile destino, che cambierà inaspettatamente nel finale.
I soggetti cinematografici che le propongono non la convincono e dopo il pessimo La casa 3, diretto da un Umberto Lenzi ormai in chiara crisi di idee, Lara compare solo in tre miniserie televisive,College (di gran successo), Aquile e in  Requiem per voce e pianoforte.

Lara Wendel Intervista
Intervista

Nel 1991 interpreta il suo ultimo film, La villa del venerdi, diretto da Mauro Bolognini su un soggetto di Moravia: lei è Louise, avventura di un uomo in crisi nel rapporto con sua moglie.
Da quel momento l’attrice tedesca si ritira dalle scene; continuerà però a lavorare in abito cinematografico, diventando produttrice e dedicandosi conteporaneamente al teatro, dopo essere ritornata a casa in Germania.
Aldilà della fama da ragazzina perversa che le venne cucita addosso per quel suo ruolo in Maladolescenza, che paradossalmente la vide lavorare più come vittima che come lolita nel film stesso, Lara Wendel ha saputo ricucirsi un suo ruolo ben definito in ambito cinematografico. Certo, l’essere uscita di scena a soli 26 anni, un’età in cui oggi ci si affaccia timidamente al mondo del cinema le ha impedito di mostrare tutto il suo talento in ruoli da adulta, da donna matura.

Lara Wendel Un'ombra nell'ombra
Un’ombra nell’ombra

Viceversa, quasi tutte le sue intepretazioni hanno risentito proprio della sua giovane età, che l’ha in pratica costretta ad accettare sempre e soltanto ruoli da adolescente problematica, quando non da ninfetta seduttrice.
Personalmente trovo che la Wendel sia stata una buona interprete, molto espressiva; pur non essendo bellissima, aveva un volto molto espressivo, intenso. Una brava attrice, quindi, che oggi è stata rivalutata da molti critici suoi detrattori.

Lara Wendel Un dramma borghese
Un rarissimo fotogramma tratto dall’introvabile Un dramma borghese

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La villa del venerdì
I frati rossi
La casa 3
Intervista
Killing birds – uccelli assassini
Un’australiana a Roma
Morirai a mezzanotte
A me mi piace
Fatto su misura
Vai alla grande
Tenebre
Identificazione di una donna
Il falco e la colomba
Desideria: La vita interiore
Un ombra nell’ombra
Ernesto
Un dramma borghese
L’ amante proibita
Maladolescenza
Il profumo della signora in nero
Senza ragione
Girolimoni, il mostro di Roma
La mala ordina
Mio caro assassino

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Lara Wendel Britta Barnes
L’attrice Britta Barnes, madre di Lara Wendel

Lara Wendel La piovraUna delle ultime apparizioni di Lara in La piovra 2

Lara Wendel Desideria 1

Lara Wendel Desideria 2

Due fotogrammi tratti da Desideria, la vita interiore

Lara Wendel Vai alla grande
Vai alla grande

Lara Wendel Il falco e la colomba

Lara Wendell-Il falco e la colomba
Due fotogrammi da Il falco e la colomba

Lara Wendel I frati rossi 2

Lara Wendel I frati rossi 1

Due fotogrammi da I frati rossi

Lara Wendel L'amante proibita

L’amante proibita

Lara Wendel La casa 3

La casa 3

Lara Wendel College

College

 

ottobre 9, 2010 Posted by | Biografie | | Lascia un commento

I frati rossi

I frati rossi locandina

Siamo sul finire degli anni ottanta.
Il nuovo proprietario di un bella villa in stile piccolo castello và in visita alla sua proprietà.
Nello splendido parco che circonda la costruzione incontra una misteriosa ragazza che suona il violino, che gli rivolge poche e misteriose parole.

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Una presenza misteriosa nella villa…

L’uomo entra in casa e vede una splendida donna nuda che lo invita a seguirlo. Incuriosito, l’uomo la segue nei sotterranei della costruzione ma mal gliene incombe perchè finisce decapitato.
La storia ci porta poi indietro nel tempo, approssimativamente negli anni trenta.
Un nobile, Roberto Gherghi, che ha acquistato la villa, incontra nel parco della stessa una bella ragazza che si è rifugiata su di un albero per sfuggire al cane del nobile; l’uomo la aiuta a scendere e intavola con lei un’amichevole conversazione.
Tra i due nasce l’amore e li vediamo sposati poco dopo.

I frati rossi 2

Lei, Ramona, è una giovane artista e segue ovviamente il marito nella villa, dove fa conoscenza con Prisicilla, una strana figura a metà strada tra l’istitutrice e la cameriera. La donna è palesemente ostile nei confronti di Ramona, che dal giorno stesso del matrimonio si trova a convivere con un marito che dopo pochi giorni si assenta da casa adducendo misteriosi impegni di lavoro, che non la tocca lasciandola inspiegabilmente vergine e infine con Priscilla sempre più ostile e con una casa che sembra nascondere oscuri segreti.
Ben presto i motivi del misterioso comportamento di Roberto diventano chiari, così come l’atteggiamento di Priscilla; il nobile subisce l’influsso di una misteriosa organizzazione di uomini incappucciati, simili ai templari nelle vesti, che vogliono che Roberto conservi pura la donna per un atto sacrificale che dovrà svolgersi in un giorno prestabilito, in cui deve avvenire un fenomeno astrale ben preciso.
Lo stesso Roberto ha una relazione intima con Priscilla e Ramona lo scoprirà nel peggiore dei modi, sorprendendo i due amanti a letto.

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Lara Wendel

L’unica consolazione per Ramona è la presenza di Lucylle, una giovane cameriera che il marito ha assunto per aiutare Ramona nelle faccende domestiche; ma la ragazza finirà decapitata e la sua testa, infilata in un cestino da picnic, sarà rinvenuta, con sommo orrore, proprio da Ramona.
Ma la storia è destinata a complicarsi, quando dal passato compare la figura di un nobile che aveva violentato una bella zingara, che ha le stesse sembianze di Ramona; l’uomo poi aveva sposato la donna, perchè aveva finito con l’innamorarsene, e quando sopratutto Ramona scopre il ritratto di un’antenata del primo proprietario della villa, il nobile violentatore, in tutto e per tutto assomigliante a lei.

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Sarà proprio questa combinazione a……
I frati rossi di Gianni Martucci, datato 1988 tenta di riportare in auge il gotico italiano con risultati assolutamente deludenti.
Il film risente innanzi tutto del basso budget, cosa che costringe l’autore ad arrangiarsi con pochissimi attori e sopratutto a lesinare sui mezzi tecnici e sugli effetti visivi.

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Malisa Longo è Priscilla

Non sorretto da una sceneggiatura chiara, anzi, penalizzato da paurosi buchi oltre che da incongruenze inspiegabili (si veda la scena iniziale, con la misteriosa bionda che decapita il neo proprietario della villa), il film si barcamena tra il tentativo di essere credibile quando tenta di creare un’atmosfera adeguata durante le visite che Ramona fà nei sotterranei, dapprima con Lucylle e poi da sola e la necessità di giustificare la presenza dei Frati rossi, le cui azioni con relative motivazioni  restano davvero nebulose.

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L’antenata di Ramona prima dello stupro

Ad aggravare il tutto arriva la solita leggenda che si trasforma in realtà, ovvero il nobile che si innamora della zingara che ha violentato e che la consacra alle forze del male con il classico rituale a metà strada tra il pagano e il demoniaco.
La storia quindi arriva ad u finale quanto meno singolare, che non svelo per ovvi motivi; un finale però davvero poco in linea con quanto visto durante il film e che aggrava la sensazione di confusione che regna nella trama.
Il cast è però all’altezza ed eleva dall’assoluta mediocrità il film; bene le due protagoniste, Lara Wendel che interpreta Ramona e Malisa Longo che interpreta Priscilla.

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Gerardo Amato è sufficiente nella parte del nobile Roberto Garlini, discreta è la fotografia e la location.
Purtroppo il livello del cinema di genere horror/thriller, negli anni 80, risentì di una generale crisi di idee; il meglio era stato già prodotto negli anni sessanta e per buona parte degli anni settanta.

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L’ influenza di Bava su quest’opera è appena percettibile in alcune sequenze, ben lontane però dalle atmosfere del maestro, così come l’espediente di citare Fulci nei titoli quasi il regista avesse a che fare con questa pellicola risulta più un boomerang che altro.

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Film davvero modesto, che è anche il penultimo della carriera della Wendel, che si chiuderà con un altro film mediocre, La villa del venerdi di Mauro Bolognini e che è anche l’ultima opera degna di un minimo di rilievo di Malisa Longo, che in futuro lavorerà solo con Brass in Miranda e Snack Bar Budapest e in un terrificante Pierino.
Da segnalare, infine, che la versione internazionale contiene alcune sequenze non presenti nella versione italiana; il trailer del film non inganni, perchè è di gran lunga più interessante del film stesso.

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I frati rossi, un film di Gianni Martucci. Con Gerardo Amato, Lara Wendel, Chuck Valenti, Malisa Longo,Ronald Russo
Titolo originale The Red Monks. Horror, durata 91 min. – Italia 1988.

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Gerardo Amato  è Roberto Garlini
Lara Wendel è Ramona Curtis
Malisa Longo è Priscilla

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Regia: Gianni Martucci
Sceneggiatura: Pino Buricchi, Gianni Martucci
Soggetto : Luciana Anna Spacca, Pino Buricchi
Produzione: Pino Buricchi, Lucio Fulci
Musiche: Paolo Rustichelli
Editing: Vanio Amici
Costumi:Silvio Laurenzi

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Il cast è interessante e, tutto sommato, anche la storia: che si inserisce nel filone del gotico italiano. Ma lo fa fuori tempo massimo e la vicenda del castello e degli influssi astrologici cui la confraternita dei Frati Rossi vuole dedicare un sacrificio umano (Lara Wendel), appare debolmente portata sullo schermo, causa assenza di gore e nudità – magari – più insistite. Celebre per la controversia con Fulci (citato in locandina) non è poi film da disprezzare del tutto. Martucci ha firmato un paio di sexy commedie interessanti (La collegiale).

L’aria è proprio quella che si respira nella serie “Lucio Fulci presenta” e negli horror Reteitalia, tipici per il loro very-low budget; eppure qui la qualità è superiore, grazie ad una storia piuttosto avvincente, che privilegia l’atmosfera – valorizzata dalla fotografia dei sotterranei della villa – piuttosto che lo splatter, praticamente assente. Amato lavora con professionalità, la Wendel ha un aspetto più adulto rispetto al passato, ma è sempre prodiga di nudi integrali; la Longo pare rifarsi alla Iris di Buio Omega.

Chi sono mai questi frati rossi e cosa vogliono? Difficile capirlo anche a visione terminata. Colpa di una sceneggiatura poco chiara e con alcuni momenti davvero risibili e deliranti, che contribuisce notevolmente ad affondare un film per nulla coinvolgente. Suspence e splatter banditi in modo ingiustificato. Poco da salvare anche se c’è di peggio.

Indicibile boiata italica ottantiana, colpevolmente pubblicizzata con una presunta partecipazione di Fulci; ovvio che il Maestro con questo obbrobrio non abbia nulla a che fare. Basti dire che la cosa migliore sono i titoli di testa, con la grafica che riprende quella della locandina; per il resto tabula rasa, a parte qualche discreto movimento di mdp. Attori spaesati, sceneggiatura incomprensibile, tensione pari a zero, spfx pressoché inesistenti, location sciatte. In genere sostengo i B-movie, specialmente nostrani, ma qui non c’è speranza.

Bruttissimo e spentissimo film dell’orrore, dalla trama nemmeno poi così ridicola, ma che viene rovinato sia dal cast non eccezionale, sia dalla mancanza di nudi e scene puramente dell’orrore. Famoso per la controversia con Fulci che pare non ebbe colpe per questo disastro. Scadente.

È grazie a pasticci del genere che non amo il gotico. Noiosissimo, sembra un film della serie “Maestri del thriller” sia per la pochezza della messinscena che per la qualità. Ma qui non c’è il buffo tocco trash dei film di quel ciclo e non lo si può guardare nemmeno per farsi una risata. La confezione è ottima (cito la fotografia), ma la regia non ha classe né spigliatezza. Il tentativo di rilanciare il gotico (per quanto me ne possa importare…) lo apprezzo, ma la visione è tempo sprecato. Bellissima però la locandina (in stile minimalista).

Sembra un horror Mediaset ma non lo è. Sembra uno dei film della serie “I maestri del thriller” ma non lo è. Eppure il budget inesistente è evidentissimo. La fotografia è mediocre, la scenografia è scarna, gli effetti speciali inesistenti (forse esiste una versione uncut, chi lo sa) che a detta di alcuni vennero supervisionati da Fulci in persona (anche produttore). Scialba sceneggiatura, che altrimenti poteva trasformare il film in un piccolo cult: invece… Per lo meno c’è Gerardo Placido e qualche scena di nudo della Wendel. Mediocre.

 

settembre 25, 2010 Posted by | Horror | , , , , | 1 commento

Maladolescenza

Maladolescenza locandina

Prima di iniziare a parlare di Maladolescenza, alcune debite premesse.
Il film di Murgia, per temi e immagini, è un film che presenta davvero difficoltà di trattazione, essendo un film che utilizza attori giovani, parla di un argomento giustamente tabù come la sessualità adolescenziale, presenta immagini che per molti, incluso chi scrive, sono disturbanti e difficili da metabolizzare.
Pure esorcizzare qualcosa spesso significa semplicemente nascondere la testa sotto la sabbia; in effetti basta solo emendare, sopratutto a livello di documentazione fotografica, la pellicola dalle scene disturbanti, che in realtà coprono il 5% del film.

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Qualcuno dirà che anche un solo fotogramma di quelli incriminati è abbastanza; ed ha ovviamente ragione.
Non esiste in alcun modo giustificazione all’utilizzo, sia pure per fini artistici, di nudità infantili, che possa avallare qualsiasi opera le utilizzi e dare così una patente di legalità all’opera stessa.

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Lara Wendel

Per cui, a livello di documentazione visiva del film, ho scelto i fotogrammi neutri che illustrano alcune fasi del film; non c’è alcun motivo valido per postare i fotogrammi scabrosi, che sono fuorvianti sopratutto se estrapolati dal film, che resta opera discutibile fin quanto si vuole ( e lo è davvero), ma che “avrebbe”, ed uso il condizionale il merito di toccare un problema che in realtà esiste, l’universo della sessualità adolescenziale.
Non è moralismo, sopratutto da parte di chi, come me, parla di cinema sopratutto di genere, e quindi ha a che fare con tematiche scabrose.
Ma l’utilizzo di immagini disturbanti riguardanti minorenni non ha alcuna giustificazione; non ne ha perchè il mondo dei ragazzi dovrebbe essere illustrato in ben altro modo, come dico più avanti nella recensione, perchè nulla può giustificare atti che vengano illustrati, sia pur per finzione, in maniera velleitaria, nudi e crudi.

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Un film maledetto, Maladolescenza.
In parte per la tematica, ovvero la sessualità nella pre adolescenza, in larga parte per la raffigurazione visiva della storia, affidata ad attori in erba poco più che dodicenni, impegnati nell’esplorazione del mondo della sessualità, con nudi integrali e azioni di sesso che spesso provocano fastidio  se non peggio.
Dico subito, a scanso di equivoci, che Maladolescenza è un film con una sua dignità, letteralmente affogata,fatta a pezzi proprio dalla decisione di Murgia, il regista, di utilizzare attori giovani per dare il massimo della veridicità alla storia.

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Martin Loeb

Un tema di per se scabroso si sarebbe potuto trattare anche con immagini meno esplicite, lasciando all’immaginazione dello spettatore le varie situazioni che man mano vengono illustrate nel film; Murgia invece punta la macchina da presa sui giovani protagonisti, riprendendoli in situazioni scabrose, come nel caso della Wendel ripresa mentre orina, oppure descrivendo dettagliatamente i rapporti sessuali che i tre intrecceranno nel film.

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La tematica del film, le immagini, il finale sono ovviamente qualcosa che trascende il film in se; ci si può e ci si deve interrogare sul limite che un film deve avere, pur rispettando il diritto di chiunque di portare sullo schermo una storia senza dover subire l’odiosa censura.
Un problema che Maladolescenza ha portato in tutti i paesi in cui è stato proiettato; la Germania, per esempio, che ha sempre avuto una censura labilissima, ha condannato definitivamente il film all’oblio, ritirando dal commercio tutte le copie analogiche e digitali del film nella sua versione completa, quella cioè di 91 minuti che il regista Pier Giuseppe Murgia girò nel 1977.

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In Italia il film circola ancora, anche se limitatamente all’home video; nessuna tv privata o pubblica ha mai presentato l’opera sul piccolo schermo, alimentando in qualche modo la leggenda nera del film.
Veniamo alla trattazione delle tematiche del film, che partono dalla storia di Laura e Fabrizio, due adolescenti che condividono le vacanze d’estate essendo vicini dicasa; Laura è una ragazzina molto timida e sentimentale, Fabrizio un ragazzo molto introverso. I due sono nella fase critica dell’adolescenza, quando cioè le pulsioni della sessualità iniziano a farsi sentire con forza.

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Fabrizio, che divide le sue giornate con il cane Xilot, è diventato un ragazzo con strani scatti di crudeltà, che mette in mostra proprio l’estate in cui si svolge il racconto. Inizia a tormentare la ragazzina, dapprima lanciandole addosso un serpente, poi torturando e uccidendo un uccellino sotto i suoi occhi.
Laura appare soggiogata, tant’è vero che quando Fabirzio la porta con se alla Montagna blu, dove i due ragazzi hanno scoperto una caverna con una grande pozza d’acqua, accetta senza discutere di avere un rapporto sessuale con il ragazzo.

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A complicare il rapporto appena nato tra i due ragazzi arriva Silvia, un’altra adolescente ben diversa da Laura; tanto è dolce e timida Laura, tant’è disinibita e vivace Silvia.
La nuova arrivata capisce che Fabrizio subisce in qualche modo il suo fascino; così prende il posto di Laura che diventa, di riflesso vittima non più solo di Fabrizio ma anche di Silvia.
I due tiranneggiano la ragazza, mentre aumenta a dismisura la loro crudeltà nei confronti della stessa.
Le umiliazioni si sommano; i due fanno l’amore davanti a Laura, la umiliano orinandole addosso e proseguono così mentre i giorni passano.

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Sul finire dell’estate un giorno Fabrizio decide di portare Silvia con Laura alla Montagna blu, nella caverna da loro scoperta; mentre fuori scoppia una tempesta, Silvia, impaurita, perde tutta la sua baldanzosità rivelandosi per quella che è, una ragazzina con atteggiamenti da grande. E’ in arrivo la tragedia finale……
Un film con tre attori è decisamente difficile da gestire, sopratutto quando i tre attori sono semplicemente dei ragazzini; il risultato lo si vede nelle pause, negli sguardi, nell’immaturità generale che permea il film.
Le scene di nudo, di sesso ssimulato, la scabrosità del racconto in realtà non hanno nulla di erotico, immerse come sono in un contesto privo di argomenti erotizzanti; tuttavia lascia sicuramente sconcertati la disinvoltura con cui una ragazzina di dodici anni come Eva Ionesco

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Eva Jonesco

interpreti scene davvero scabrose che avrebbero messo in imbarazzo anche una donna. Lo stesso dicasi di Lara Wendel,l’altra protagonista femminile, che quantomeno mostra disagio e impaccio proprio nelle scene di nudo.
Che francamente si sarebbero potuto evitare, lasciando alle parole, alle intenzioni tutto quello che viene invece puntualmente mostrato.
Naturalmente ciò non avviene, e non sapremo mai con quanta buona fede Murgia abbia messo in scena il suo film, ovvero se ci abbia marciato su, contando sullo scandalo che avrebbe suscitato il film oppure se abbia candidamente deciso di rappresentare una tematica cosi forte e controversa con immagini e situazioni crude, reali.

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Come dicevo all’inizio, il film ha qualche momento buono, ha dalla sua una ricerca fotografica elegante e una certa abilità nel dirigere le scene; ha, per contro, oltre al senso di fastidio che possono generare le immagini delle due ragazzine, un andamento molto lento, che finisce per appesantire troppo una storia già di per se priva di sorprese, fatta debita eccezione per il finale assolutamente inaspettato.
Non giova al film nemmeno l’assenza di un solo punto di riferimento dell’universo adulto; manca un confroto un dialogo, una confessione di uno dei protagonisti rapportato al mondo degli adulti.Altro appunto da fare al regista è l’aver usato, come purtroppo molti suoi colleghi in quel decennio infausto dal punto di vista dell’educazione e del rispetto per gli animali, uccelli vivi come sfogo del sadismo di Fabrizio.

Sono passati ormai oltre trent’anni dall’uscita sugli schermi di Maladolescenza; oggi credo sarebbe pressochè impossibile girare un film di quel tipo, con attori così giovani in ruoli tanto scabrosi.
Le leggi attuali impediscono per fortuna l’esposizione di nudità nei film; la cultura di oggi è molto più attenta ai problemi dell’infanzia, anche se, paradossalmente, l’educazione sessuale e la stessa sessualità hanno abbassato di molto la soglia di conoscenza delle stesse problematiche.

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Il film di Murgia, pur fra mille difetti, ha un pregio: quello di sollevare un velo su un universo che esiste, ma che per pudore tentiamo sempre di accantonare.
Quasi che la sessualità e il suo mondo debbano avere necessariamente un età per diventare affrontabili.
Può essere una manier ipocrita di vedere le cose, o forse solo pudica.
Di certo un film come Maladolescenza, così com’è strutturato, non aiuta ad affrontre un argomento così spinoso, proprio per la sovraesposizione di immagini di corpi d’adolescenti.

In ultimo, un’annotazione sulla location; il film venne girato in Austria, ovviamente per aggirare le leggi censorie italiane. Le montagne verdi, i boschi fitti appartengono alla Carinzia, zona selvaggia e bellissima.


Maladolescenza, un film di Pier Giuseppe Murgia, con Lara Wendel, Martin Loeb, Eva Jonesco Italia 1977

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Martin Loeb: Fabrizio
Lara Wendel: Laura
Eva Ionesco: Silvia
Iro: Xilot (il cane)

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Regia Pier Giuseppe Murgia
Sceneggiatura Pier Giuseppe Murgia, Peter Berling, Dieter Geissler (dialoghi)
Versione italiana di Barbara Alberti e Amedeo Pagani
Produttore Franco Cancellieri
Casa di produzione Cinema 23 Film
Distribuzione (Italia) Petra Cinematografica
Fotografia Elias Lothar Stickelbrucks
Montaggio Inga Seyric
Musiche Jürgen Drews
Tema musicale Pippo Caruso
Scenografia Helga Wandl
Costumi Isolde Jovine

febbraio 10, 2010 Posted by | Drammatico | , , , | 7 commenti

Tenebre

La voce narrante: Dario Argento
L’impulso era diventato irresistibile. C’era una sola risposta alla furia che lo torturava. E così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole né provava ansia o paura, ma… libertà! Ogni ostacolo umano, ogni umiliazione che gli sbarrava la strada, poteva essere spazzato via da questo semplice atto di annientamento: l’OMICIDIO.

Tenebre 9Veronica Lario è Jane McKerrow

E’ l’inizio di Tenebre, film di Dario Argento del 1982, che  rappresenta sotto più punti di vista una svolta nella carriera del regista romano.
Il primo, forse il più importante, è il ritorno al genere thriller classico, quello cioè con il canovaccio assassino/mistero, dopo la parentesi soprannaturale iniziata con Suspiria e proseguita poi con Inferno.
Argento lascia da parte il thriller horror, dimentica le Tre madri dell’inferno, Sospiriorum,Tenebrarum e Lacrimarum e si getta a capofitto su una sceneggiatura della quale è ancora una volta l’unico artefice; sono passati sette anni dal travolgente successo di Profondo rosso, uscito nelle sale nel 1975, e il pubblico attende con ansia il ritorno al thriller puro.

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Ania Pieroni è Elsa Manni

Tenebre è  il film più splatter di Argento; alla fine si contano dodici morti ammazzati, un record.
Ed è anche un film controverso, accolto in maniera molto difforme sia dalla critica che dal pubblico.
Se da un lato ci sono i soliti elementi innovativi del regista, come l’utilizzo spregiudicato della macchina da presa, dall’altro l’espediente dei flashback, usato durante la narrazione, finisce per spiazzare lo spettatore lasciandolo pieno di dubbi.
Veniamo alla trama.

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Giuliano Gemma è  il Capitano Germani

Peter, scrittore di gialli di un certo successo, arriva a Roma su invito del suo agente; lo scopo principale del viaggio è la promozione del suo ultimo libro, Tenebre.
Ma già dal suo arrivo le cose si mettono male; lo scrittore viene minacciato telefonicamente, da qualcuno che lo avverte che intende uccidere seguendo le linee guida del suo romanzo.
Ha inizio così una serie terrificante di delitti, che hanno in comune, come preannunciato dalle telefonate, gli elementi base del libro Tenebre.

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Daria Nicolodi è Anne

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Eva Robins, la ragazza sulla spiaggia

Da questo momento inizierà una caccia spietata, che vedrà all’opera non uno, bensi due misteriosi assassini.
Ovviamente non mi addentro nella trama, per non togliere la suspence a coloro che non hanno visto il film.
Il film si caratterizza prima di tutto per le scene molto forti, assolutamente realistiche, come quella in cui Jane McKerrow, uno dei personaggi femminili del film, interpretata da Veronica Lario ( la ex signora Berlusconi), si vede tranciare di netto una mano, una delle scene meglio girate del film.

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Mirella Banti è Marion

Un’altra caratteristica evidente del film è il contrasto assoluto tra i colori; in molte scene il bianco spicca nitidamente con il rosso del sangue, che, detto per inciso, abbonda in maniera industriale; Argento indugia molto sulle scene più violente, cercando il coup de teatre praticamente ad ogni inquadratura.
Eppure, nel globale, il film non convince appieno.
L’idea di far muovere due distinti assassini, con motivazioni diverse, alla fine risulta forzata, così come ad un certo punto la stessa identità del secondo assassino appare chiara.
Le motivazioni del trauma, poi, appaiono abbastanza forzate.

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Così alla parola fine si resta con il dubbio di aver assistito ad un’operazione smaccatamente commerciale, quasi che il regista abbia voluto calcare la mano più sull’effetto che basarsi su una storia credibile.
Il prodotto finale quindi è un film discontinuo, a tratti eccessivo; nonostante la splendida colonna sonora di Simonetti, deus ex machina di Argento, c’è una certa leggerezza nei dialoghi, nel senso che appaiono poco caratterizzati. Una nota di demerito, molto personale, la vedo nell’interpretazione del monocorde Anthony Franciosa, che gira per il film con un’aria di sufficienza e di ironia sicuramente fuori luogo.

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Anthony Franciosa è Peter Neal

Curioso come accennato il destino critico del film: c’è chi esalta il ritorno di Argento ad una sceneggiatura accettabile e di conseguenza alla regia di un film considerato all’altezza del periodo anni settanta, c’è chi vede nella stessa sceneggiatura un cumulo di ovvietà.
Il film piace perchè splatter, non piace per lo stesso motivo.
Tra le recensioni dei critici, lette in giro per il web, ne ho trovata una che mi sembra molto oggettiva:
Chi soffrì di batticuore per Suspiria e per Inferno non speri di provare altrettante paure. Tenebre è un “ giallo ” alla maniera classica, con personaggi, strumenti omicidi, effetti repulsivi, e inverosimiglianze pertinenti alla tradizione. Dario Argento ne parla come del “ più sorprendente e lancinante ” dei suoi film.

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Non saremmo così estremisti. Tornando al brivido di repertorio, questo piccolo maestro fa un po’ rimpiangere le sue fantasie orripilanti e surreali, per manieristiche che fossero. Al loro posto c’è un labirinto mentale non facilmente penetrabile, emotivamente efficace quasi soltanto nei luoghi canonici in cui lo schermo s’imbratta di sangue.”

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Per quanto riguarda il cast, oltre al citato Franciosa, buone le prove di John Saxon, il Bullmer agente dello scrittore Peter, di Giuliano Gemma, il capitano Germani e del cast femminile, composto da Lara Wendel, da Daria Nicolodi, dalla citata Veronica Lario, da Mirella Banti, Ania Pieroni. C’è una piccola parte anche per Eva Robins, la ragazza della spiaggia.

Tenebre, un film di Dario Argento. Con Giuliano Gemma, Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, John Saxon,John Steiner, Fulvio Mingozzi, Mirella D’Angelo, Lara Wendel, Ania Pieroni, Mirella Banti
Thriller, durata 110 min. – Italia 1982

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Anthony Franciosa: Peter Neal
Christian Borromeo: Gianni
Mirella D’Angelo: Tilde
Veronica Lario: Jane McKerrow
Ania Pieroni: Elsa Manni
Eva Robins: Ragazza sulla spiaggia
Carola Stagnaro: Ispettrice Altieri
John Steiner: Cristiano Berti
Lara Wendel: Maria Alboreto
John Saxon: Bullmer
Daria Nicolodi: Anne
Giuliano Gemma: Capitano Germani
Isabella Amadeo: Segretaria di Bullmer
Mirella Banti: Marion
Ennio Girolami: Manager del grande magazzino
Monica Maisani:
Marino Masé: John
Fulvio Mingozzi: Alboreto il portiere
Gianpaolo Saccarola: Dottore
Ippolita Santarelli: Prostituta
Francesca Viscardi:
Dario Argento: Narratore
Lamberto Bava: Riparatore
Michele Soavi: Fidanzato di Maria / Uomo che cammina con la ragazza sulla spiaggia

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Regia:     Dario Argento
Soggetto:     Dario Argento
Sceneggiatura:     Dario Argento
Produttore:     Claudio Argento
Produttore esecutivo:     Salvatore Argento
Casa di produzione:     Sigma Cinematografica-Roma
Fotografia:     Luciano Tovoli
Montaggio:     Franco Fraticelli
Effetti speciali:     Giovanni Corridori
Musiche:     Massimo Morante, Fabio Pignatelli, Claudio Simonetti (Goblin)
Scenografia:     Giuseppe Bassan
Costumi:     Pierangelo Cicoletti, Carlo Palazzi, Franco Tomei
Trucco:     Pierantonio Mecacci, Piero Mecacci

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febbraio 1, 2010 Posted by | Thriller | , , , , , , , , , , | 1 commento