Conoscenza carnale
Storia delle vite di due amici dalla loro gioventù fino alla mezza età, attraverso percorsi comuni e allo stesso tempo differenti come possono esserlo le vite degli uomini.
Storia di amori e fallimenti, di amicizia e di declino sia fisico che morale.
Il tutto visto attraverso la crescita di Sandy e Jonathan, che da studenti liceali si trasformano in uomini maturi più come età che come percorso umano inteso come insieme di esperienze e relativo equilibrio che dovrebbe essere la meta di chiunque abbia percorso una vita appagante.
I due amici li conosciamo sin dal primo approccio con il college, periodo in cui i due caratteri dei protagonisti molto dissimili tra loro si forgiano attraverso le esperienze che essi fanno.

Art Garfunkel e Jack Nicholson
Sandy è il romantico e timido ragazzo americano, con qualche difficoltà di approccio all’universo femminile, mentre Jonathan è decisamente più estroverso nonchè più aperto a tutte le esperienze.
Eppure è proprio il timido Sandy ad avere la prima relazione importante, quella che ti permette di esplorare l’universo femminile, il mistero della sessualità e le prime difficoltà del legame di coppia.
Il giovane conosce la bellissima Susan ad una festa e se ne innamora profondamente; ma Jonathan mostrandosi assolutamente irrispettoso dei sacri vincoli dell’amicizia, concupisce la ragazza che tuttavia non spezza il suo legame con Sandy.
Per i due, troppo diferenti l’uno dall’altra è poco più di un’avventura, ma per Sandy è amore vero; il giovane finge di non accorgersi di nulla e in seguito sposa la donna dei suoi sogni.
Jonathan invece continua la sua vita di sempre, tuffandosi in mille avventure senza stringere nessun legame importante fino al giorno in cui conosce la splendida divetta degli spot pubblicitari Bobbie.
I due in fondo si somigliano e danno inizio così ad una relazione quasi stabile; ma Jonathan è inaffidabile totalmente non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello umano.
Così i destini dei due vecchi amici percorrono binari paralleli: Sandy lascia la moglie e Jonathan lascia Bobbie nonostante questa abbia tentato il suicidio.
Quando i due vecchi amici si rincontrano vent’anni dopo, entrambi portano addosso il peso degli anni ben aldilà del tempo effettivamente trascorso.
Sandy si è risposato ma non ha trovato quello che cercava, Jonathan è passato attraverso molte altre avventure ma sta declinando velocemente dal punto di vista fisico, tanto da aver stretto una relazione sessualmente frustrante con una prostituta nell’illusione che ciò ravvivi il maschio dominante che crede essere ancora in lui.
Candice Bergen
E’ davvero un’illusione la sua.
Le esperienze fatte in fondo non hanno lasciato nulla dentro perchè non avevano alcuna base solida; erano solo avventure a base di sesso, che appagavano l’io ma non l’anima.
Conoscenza carnale di Mike Nichols è un film molto amaro, che perlustra con circospezione il mondo maschile post sessantotto fatto di disillusione per i traguardi non raggiunti e fatto di una crescita morale che non si accompagna alla crescita veriginosa della società.
I valori di riferimento della società americana ovvero la patria, la famiglia e il benessere erano rimasti sempre gli stessi e i giovani si erano ritrovati a fare i conti con una società che aveva permesso la loro ribellione per poi avvolgerli nelle sue spire fatte dal vecchio sogno americano (la ricchezza come punto di arrivo, il lavoro come simbolo di affermazione sociale ecc.) mediato dal perbenismo imperante: tutto deve cambiare affinchè nulla cambi.
Un’equazione sempre valida a tutte le latitudini, estensibile ad ogni società.
Sandy e Jonathan vivono le contraddizioni della società americana, attorno a loro c’è la corsa sfrenata a diventare qualcuno, c’è la corsa al divertimento e la scoperta del sesso.
Tuttavia affrontano in maniera molto differente le problematiche che il loro essere giovani in un’America ancora alle prese con la sporca guerra (Vietnam) provoca; mentre Sandy appare come il prodotto di una società un tantino bigotta e infarcita di ideali confusi, Jonthan assomiglia moltissimo all’americano cinico e arrivista.
Entrambi però devono confrontarsi con un mondo ancor più misterioso ed inafferrabile del vivere quotidiano.

Jack Nicholson e Candice Bergen
Il mondo della donna e della sua femminilità, che non è solo sesso e appagamento fisico come i due sperano e credono.
Le donne che incontrano sono come loro, esseri umani alla ricerca di un’identità precisa, si scontrano con gli stessi problemi acuiti proprio dal fatto di essere donne in una società che stabilisce dei ruoli ben distinti al maschio e alla femmina.
Ma i due incappano anche in donne che sono l’aspetto speculare della società in cui vivono: Susan è una donna borghese e inquadrata, qella che si concede la scappatella trasgressiva per poi rientrare giudiziosamente ( e furbescamente) nei ranghi mentre Bobbie è la donna fragile, tutto fuoco esteriormente ma incapace di adattasi alla vita trasgressiva di Jonathan.
Forse Bobbie non sogna altro che l’amore e una famiglia, in pratica la realizzazione del sogno americano e finisce per incontrare la persona sbagliata: Jonathan non è mai cresciuto, è affetto da una perenne sindrome da Peter Pan e questo al condizionerà pesantemente.
Alla fine gli sconfitti non sono soltanto i due amici, ma anche le donne della storia.
Forse Susan non lo è, perchè a ben guardare ottiene quello che vuole anche se poi non riesce a tenere in piedi il suo matrimonio.
L’oggi settantenne Nichols è sempre stato un regista attentissimo all’evoluzione del costume sociale americano, sin dai tempi di Il Laureato e di Comma 22, film amari e graffianti anche se in maniera molto differente da quella di altri grandi registi di Hollywood come per esempio Altman.
L’ironia e l’amarezza di Nichols restano sempre sussurrate, non sono mai estreme.
Eppure Conoscenza carnale è un film che colpisce duro.
In primis perchè analizza problematiche che se non sono di primo pelo tuttavia erano state affrontate sempre in maniera hollywoodiana, ovvero senza una grossa capacità critica e di denuncia.
Poi perchè Nichols utilizza un linguaggio innovativo fatto di dialoghi a volte spregiudicati, poco in linea con il politicamente corretto dell’epoca in cui il film venne girato, il 1971.
Abbastanza inusuale è anche l’utilizzo di scene di sesso, anche se blandamente anticonvenzionali: in pratica il tutto si riduce a poche inquadrature che sembrano più suggerire che esplicitare.
Un altro merito del film è quello di confermare il valore di uno dei più grandi attori di Hollywood, reduce dal successo di due grandi film come Easy rider di Dennis Hopper e Cinque pezzi facili di Rafelson.
Si tratta di Jack Nicholson, alle prese con un personaggio, quello di Jonathan assolutamente nelle sue corde, tanto da diventare uno dei più riusciti della pur grande carriera che ha avuto e ha.
Nichols sceglie come co protagonista della storia Art Garfunkel, che abbandona la veste di compositore per interpretare il ruolo di Sandy, cosa che fa in maniera davvero egregia.
Garfunkel aveva già lavorato con Nichols in Comma 22 e successivamente interpreterà una decina di film.
Il cast femminile vede due grandi protagoniste alle prese con due ruoli molto differenti; se Candice Bergen è brava ma un pochino sacrificata nel ruolo di Susan, Ann Margret si ritrova alle prese con un personaggio molto più difficile da interpretare, quello della incerta, confusa Bobbie.
Entrambe però fanno la loro parte in maniera eccellente, così alla fine tutto il film non mostra particolari punti deboli.
Anche se datato, Conoscenza carnale è un film per certi versi indimenticabile sia come specchio di una società evolutasi profondamente sia come cronistoria della metamorfosi dell’americano medio, sicuramente (ed è questo il paradosso) molto meno incerto di quello odierno, alle prese con problemi di gran lunga superiori di quelli dell’epoca del film.
Conoscenza carnale
Un film di Mike Nichols. Con Jack Nicholson, Candice Bergen, Art Garfunkel, Ann-Margret, Rita Moreno,Cynthia O’Neal, Carol Kane
Titolo originale Carnal Knowledge. Drammatico, durata 96 min. – USA 1971.
Jack Nicholson … Jonathan
Ann-Margret … Bobbie
Art Garfunkel … Sandy
Candice Bergen … Susan
Rita Moreno … Louise
Cynthia O’Neal … Cindy
Carol Kane … Jennifer
Regia: Mike Nichols
Sceneggiatura: Jules Feiffer
Produzione: Joseph E. Levine,Mike Nichols,Clive Reed
Editing: Sam O’Steen
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com
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Insolita e cervellotica pellicola pensata per dare prevalenza al testo, spesso -e più a lungo nella memoria- incisivo dell’immagine. L’educazione sentimentale dei due giovani universitari protagonisti, destinata ad inatteso fallimento, meglio è resa con bisbigli, riflessioni, sussurri: l’azione -e la visione- sospesa, in favore della parola. Nichols opta per un tipo di narrazione verbale più incisiva e più intensa di quella visuale. Ne risentono, in buona parte, il ritmo del film e la pur buona scenografia, poiché la cura dei dialoghi mette in rilievo l’apprezzabile lavoro di sceneggiatura.
Secondo una prospettiva maschile e diacronica, Nichols racconta lo svolgersi della vita sentimentale e sessuale di due amici, dalle prime esperienze fino alla mezza età: se l’inizio è euforico e spensierato come la giovinezza, man mano che sopraggiunge l’età matura emergono sempre più le difficoltà e le paure dell’individuo maschio e i toni si fanno comprensibilmente sempre più amari e rassegnati. Molto teatrale, punta tutto sulla recitazione e i dialoghi, nei quali l’energico Nicholson è padrone incontrastato.
Splendido ritratto al vetriolo di due amici che incarnano perfettamente la faccia della società americana e la sua “desertificazione” dei sentimenti palesata dalla continua ricerca di avventure sessuali dei due protagonisti. Ne esce fuori un quadro a tinte fosche pieno di desolazione, solitudine e squallore. Molto audace nonostante siano passati più di trentacinque anni. Bravissimi gli attori tra cui spicca una rivelazione: il cantante Art Garfunkel.
Bel film che narra le avventure erotiche e sentimentali di due amici dalla tarda adolescenza fino alla mezza età. Il ritmo è scorrevole e le storie riescono facilmente a conquistare lo spettatore. Buone regia e fotografia. Bravissimo come al solito Jack Nicholson e curiosa (e senza dubbio riuscita) l’interpretazione di Arthur Garfunkel. Decisamente da vedere.
Considerando che il film è del 1971 non si scherza quanto a dialoghi e situazioni osè. D’altro canto gli stessi dialoghi mi sono sembrati ridondanti e a tratti poco profondi, arrivando a banalizzare un film già poco movimentato per lo script di tipo teatrale. In definitiva a vederlo oggi perde parecchio smalto.
Quando uscì fece scalpore per il linguaggio osè e per le immagini di nudo; da qualche parte lessi che gli operatori seppur abituati ai corpi delle attrici, davanti a quello di Ann Margret quasi svenivano. Visto oggi, con i cambi generazionali e sociali, risulta un po’ datato. Rimane comunque un buon film, ben diretto e fotografato (prima volta a Hollywood di Giuseppe Rotunno) e ben interpretato. I dialoghi abbastanza teatrali (il soggetto era nato per il teatro), sono buoni e la descrizione di una certa America di quegli anni è ora un documento.
Nonostante il cast di grandi attori, seppur emergenti e con alla guida un regista valido, il film stranamente è un titolo che si è poco affermato. Eppure è diretto con la stessa brillantezza che Nichols ha saputo dare a Il laureato e le argomentazioni della trama sono accattivanti con punte piccanti. L’universo dei rapporti uomo-donna e dei loro contrasti è ben delineato, come pure la psicologia di due amici che si raccontano ogni dettaglio delle loro avventure intime.

Art Garfunkel, Candice Bergen e Jack Nicholson in una pausa di lavorazione del film
Lobby card del film

Uno dei flani di Conoscenza carnale
Le salamandre
Nel 1969 l’esordiente Alberto Cavallone gira Le salamandre, opera a bassissimo costo ma piena di idee innovative e sopratutto di tanta voglia di sperimentare nuove vie di comunicazione cinematografica.
I soldi sono pochissimi e Cavallone è costretto ad assumere per il film la fotomodella Erna Schurer perchè è la fidanzata di Carlo Maietto che produce il film e una fotomodella assolutamente sconosciuta, la giamaicana Beryl Cunningham. Il resto del cast è composto da Antonio Casale/Anthony Vernon, che era anche aiuto regista e da Renzo Maietto, il fotografo che interpreta un personaggio secondario.
Per risparmiare ulteriormente, si scelse di ambientare la vicenda in Tunisia e di inserire nel film sequenze di guerra e assassini e brevi frammenti di documentari sulla lotta inter razziale fra bianchi e neri.
Si tratta quindi di un prodotto assolutamente sperimentale, a partire dal formato della pellicola ovvero l’economico 16 millimetri.
Come vediamo nelle sequenze finali del film, il ciak riporta quello che nelle intenzioni doveva essere il titolo originale della pellicola, “C’era una bionda” che però venne rifiutato dalla casa incaricata di distribuire il film stesso e si optò per Le salamandre, titolo che avrebbe reso famoso un film assolutamente particolare e per certi versi unico.
Siamo nel post sessantotto e il cinema è in evoluzione turbinosa dopo gli anni di stasi precedenti, in cui si era badato principalmente al botteghino e in cui solo qualche grande regista aveva deviato dai binari del commerciale per tentare soluzioni diverse.
Cavallone gira un film in cui è presente un elemento fino ad allora solo sfiorato dalla cinematografia, ovvero l’omosessualità femminile integrandolo con l’inter razzialità e le difficoltà di comunicazione fra bianchi e neri e molto più ambiziosamente spingendo l’acceleratore sul colonialismo e sui danni irreversibili che aveva prodotto.
Il film narra infatti la storia fra due fotomodelle, Ursula (bianca) e Uta (nera), che hanno una relazione lesbica iniziata proprio da Ursula che ha assunto la spaesata Uta per un servizio fotografico e subito dopo ne ha fatto la sua amante.
Uta accetta la storia d’amore e sesso con la sua datrice di lavoro un pò perchè intende sfruttare a suo vantaggio la fama che può derivare dal fatto che Ursula lavora per grosse riviste, un pò per denaro (è pagata 50 dollari al giorno). Poi, probabilmente, c’è posto anche per una piccolissima dose di vero amore.
La ragazza di colore è arrivata in Africa proveniente dalla dura realtà del quartiere ghetto di Harlem a New York, in cerca di una realizzazione personale e in fuga dallo squallore delle sue precedenti condizioni di vita.
Un giorno mentre lei e Ursula stanno scattando delle foto su una spiaggia, conoscono Henri Duval, un ricco medico che vive in una spledida villa poco lontano.
Il fascino esotico di Uta e quello fatale di Ursula turbano l’uomo e allo stesso tempo finiscono per coinvolgerlo in un impossibile tiangolo che infatti non si concretizzerà.
Mentre Uta lentamente si rende conto dell’impossibilità di stabilire un legame profondo con Ursula per via della differenza di pelle e di cultura, Henry diventa il punto di approdo di Ursula alla ricerca di una diversa identità sessuale.
Dopo aver provato inutilmente una parentesi di normalità con un giovane che ha conosciuto e con il quale ha provato senza fortuna ad avere un rapporto sessuale (i tuoi problemi devi risolverli da sola, le dice il giovane), Uta ascolta il lungo dialogo tra Ursula ed Henry in cui i due mostrano che la liberalità, la tolleranza razziale e l’amore stesso che lega Ursula a Uta sono sono belle parole senza però basi solide.
Qualche giorno dopo si compie la tragedia.
Uta raggiunge Henry e Ursula su una spiaggia, accoltella Henry e subito dopo Ursula.
Il film termina con il cast del film sulla spiaggia che discute su alcune scene e con Uta che guarda con occhi imperscrutabili verso il mare, mentre stanno per scorrere i titoli di coda.
Un film molto difficile, Le salamandre.
La scelta del regista milanese (scomparso nel 1997 a 59 anni) di ambientare il film quasi completamente sulle diverse personalità dei personaggi arricchendola di dialoghi lunghissimi e a tratti anche noiosi trasforma la pellicola in una indagine socio culturale mescolata a elementi appartenenti alla sfera affettiva.
Il lesbismo delle due protagoniste si amalgama così alla loro evidente differenza razziale, intesa non in senso spregiativo ma come appartenenza a due culture assolutamente diverse e che per secoli sono sembrate quasi inconciliabili.
La pelle scura di Uta e la pelle chiara di Ursula sono infatti differenze sostanziali; le due donne appartengono a due mondi diversissimi.
La bionda fotografa è una donna cinica, spietata e moralmente marcia; lo prova la maniera drammaticamente squallida in cui liquida la sua ex modella Linn arrivando a scattare fotogrammi che testimoniano gli ultimi momenti di vita della modella stessa che sta morendo suicida.
Uta sente invece già su di se una sorta di complesso di inferiorità legato al colore della sua pelle e alle sue origini proletarie.
Tra le due donne non può esserci nessun punto di contatto, su queste basi.
Il rapporto morboso che le lega è infatti accettato passivamente da Uta che in questo modo tenta di affrancarsi dalla povertà e dalla sua condizione di donna di colore. Ma, come le fa notare il giovane con il quale ha una fugace e inconcludente relazione, in realtà Uta ha scelto di vendersi e di conseguenza di affrettare in modo però inconlcudente un processo di liberazione lungo e complesso.
A far esplodere le contraddizioni dell’impossibile coppia arriva il medico Henri, con tanti bei fumosi discorsi sulla uguaglianza e sulla morale.
Discorsi inutili, che finiranno solo per fare da detonatore alla crisi tra le due donne.
Il linguaggio di Cavallone ha un certo fascino ma è anche eccessivamente verboso e prolisso; colpa di un post sessantotto fatto anche di tanti discorsi teorici spesso non seguiti da messe in pratica adeguate.
Il regista segue i protagonisti alle volte con la MDP a mano, altre volte scegliendo inquadrature dal basso, utilizzando poi un finale assolutamente spiazzante.
Mostra insomma voglia di sperimentare e solo per questo andrebbe menzionato con lode.
Certo, a distanza di 40 anni è davvero difficile sopportare un film in cui praticamente non accade quasi nulla.
Eppure, alla sua uscita il film ebbe un notevole successo.
Merito probabilmente dell’atmosfera erotica favoleggiata dai primi recensori del film, che nella realtà esiste molto marginalmente.
Le scene di sesso sono inesistenti mentre qua e là ci sono fugacissimi nudi della Schurer e della Cunningham (assolutamente casti e mascherati).
Ma tanto bastò evidentemente ad attirare qualche spettatore in più; il resto lo fece la critica, che salutò Cavallone come una specie di enfant prodige del cinema italiano.
Sicuramente influì moltissimo la presentazione del film avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma, proiezione durante la quale arrivarono a sorpresa attori del calibro della Vitti e registi come Antonioni e Patroni Griffi, che ebbero parole d’elogio per il regista.
Nel 1970, parlando di questo film, il regista milanese disse:
“Ho messo in scena il rapporto lesbico fra una bianca e una negra. Il rapporto sessuale è di per sé schiavizzante, nel caso dell’omosessualità è anche un rapporto sterile. Così come è sterile e schiavizzante il rapporto fra bianchi e negri al giorno d’oggi. Invece ne “Dal nostro inviato a Copenaghen” l’eros è mostrato come un elemento di aridità della società occidentale. In questo periodo, sai bene, che l’argomento di tesi di laurea per molti studenti universitari italiani, è la sessualità nei paesi scandinavi. In Danimarca, paese del libero amore, la società è ugualmente ipocrita non meno che nei paesi dell’amore non libero. Si utilizza questo argomento per ottenere qualcos’altro, così come una volta si sussurravano paroline adulatrici ( vedi il personaggio del soldato che vuole disertare e va a letto con la studentessa di sinistra pèrchè lei lo aiuti nel suo intento).”
In un altro frammento dell’intervista Cavallone chiarisce il suo modo di vedere il cinema, anticonformista e sicuramente politicamente scorretto:
“Non mi interessa la poesia. La poesia può magari venir fuori, nei miei film, ma solo per caso. Ciò che conta è solo il discorso politico. Il cinema, per me, è un modo di esprimere delle idee politiche mediante lo spettacolo…..”
Ancora, parlando dell’utilizzo del sesso nei suoi film:
“Io credo di avere smitizzato il sesso come strumento della rivoluzione. Molti hanno vissuto nell’illusione che, sessualizzando al massimo i loro film, o romanzi, o che altro, fosse possibile scandalizzare la società borghese ed impiantare uno nuova società. Mostrando invece l’aridità profonda del rapporto solamente sessuale, io credo di avere dato una mano a capire che la libertà sessuale non è la libertà in senso generale, ma solo una modesta parte di esse.”
Cavallone nel 1977 dirigerà quella che è la sua opera più controversa e sicuramente meglio riuscita, ovvero L’uomo la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, un film che è un durissimo atto d’accusa ai modelli della civiltà.
Tornando a Le salamandre, è un film di difficilissima reperibilità; esistono solo delle versioni VHS ormai logore.
E’ stato riscoperto, dopo un oblio lunghissimo, durante una retrospettiva tenuta al cinema Trevi nel 2007, che ha permesso una rivisitazione delle oepre di un regista geniale e scomodo.
Le salamandre, di Alberto Cavallone, con Beryl Cunningham, Erna Schurer, Tony Carrell- Drammatico Italia 1969
Erna Schurer … Ursula
Beryl Cunningham … Uta
Tony Carrel … Il giovane confidente di Uta
Antonio Casale … Dottor. Henry Duval (come Anthony Vernon)
Michelle Stamp… Linn
Regia: Alberto Cavallone
Sceneggiatura: Alberto Cavallone
Musiche: Franco Potenza
Editing: Alberto Cavallone
Aiuto regia: Antonio Casale

Il flano del film che annunciava la proiezione dello stesso
Erna Schurer e Beryl Cunningham
L’isola delle salamandre

La giovane Sugar cade in un tranello organizzato da un uomo che collabora con una organizzazione che recluta forzatamente giovani per le piantagioni di zucchero.
Alla donna viene offerto uno spinello e mentre si appresta a fumarlo è arrestata dalla polizia locale.
Siamo in un imprecisato paese dell’America latina e la donna viene così tradotta davanti ad una specie di giudice, che dapprima le propone il condono della pena in cambio di favori sessuali, poi di fronte al diniego della ragazza la condanna ad un periodo di lavoro forzato di due anni da scontare nelle piantagioni di zucchero dell’Isola delle salamandre.
Tradotta nell’isola la ragazza scopre di essere capitata in un luogo che è peggio di un inferno; Burgos il capo delle guardie è un tipaccio crudele e sadico e collabora con il dottor John, un tipo strambo dedito ad ancora più strani esperimenti.
La ragazza deve fare i conti anche con l’ostilità di una detenuta di colore, Simone mentre diventa amica della bionda Dolores; il carattere ribelle di Sugar si scontra subito sia con la brutalità di Burgos sia con il temibile dottor John che non esita a praticare terribili esperimenti sulle detenute.

Il gruppo delle detenute quindi deve fare i conti con la brutalità delle guardie e ben presto alcune recluse scendono a compromessi pur di assicurarsi un trattamento migliore.
Intanto Simone, che ha conosciuto Moyo, un recluso che pratica il voodoo, ha con lui una storia d’amore; l’uomo porta sia Simone sia Sugar ad una sepoltura collettiva in cui giacciono gli scheletri delle sventurate ex detenute del campo di prigionia che il folle dottor John ha immolato per i suoi esperimenti.
Dopo aver tentato inutilmente di ricattare Burgos e John con la minaccia di rivelare alle autorità quanto scoperto, Moyo assecondato da Sugar e Simone organizza la fuga.
Ma il gruppo viene ripreso e Moyo viene incatenato e bruciato vivo.
La fuga è solo rimandata. Dopo aver ucciso il brutale Burgos le due ragazze accompagnate da Dolores riescono a fuggire.
Nella fuga Simone è colpita a morte e John muore.
Sugar e Dolores riescono così a riguadagnare la libertà.
Raccontata così la trama di L’isola delle salamandre sembra abbastanza scorrevole anche se molto ingenua.
In realtà la sceneggiatura di questo film mostra più buchi di uno scolapasta.

Già l’idea di partenza, ovvero l’espediente della ragazza deportata per uno spinello è di per se ridicola; man mano che ci si inoltra nel film le cose peggiorano sensibilmente ed assumono aspetti ancor più grotteschi.
I carcerieri dell’isola sembrano un gruppo di scout impegnati in una escursione e non perdono occasione per lasciarsi irretire dalle belle prigioniere, che approfittano biecamente di loro.
Uno di essi verrà ucciso da Burgos per aver rifiutato di frustare Sugar, un altro si invaghirà di Dolores facendosi sottrarre la pistola come un bambino del nido.
In quanto agli esperimenti del dottor John appaiono più comici che folli.
Il buon dottore infatti studia un siero che ridia agli animali la primitiva ferocia e per far ciò somministra il suo siero alle prigioniere con risultati grotteschi.
Il finale poi è all’insegna della più assoluta illogicità, con le ragazze che scappano dal campo massacrando le guardie a colpi di mitra, quasi fossero delle guerriere addestrate nella giungla.
Taccio, per amor di patria sulla recitazione degli attori, che è quanto di più amatoriale si possa immaginare, con la bella e prosperosa Phyllis Davis che fa un figurone in rapporto al resto del cast che è desolantemente sotto la soglia minima di credibilità.
Si possono anche salvare parzialmente Ella Edward e la sventurata Pamela Collins che morirà suicida l’anno dopo l’uscita del film a soli 24 anni.
Tutto il resto del film è dilettantismo allo stato puro, eppure questo film ebbe una minima importanza quando venne distribuito nelle nostre sale.
Si tratta infatti di un primo e pallido tentativo di imitazione del più famoso Sesso in gabbia di Roger Corman uscito l’anno precedente e che aveva avuto un lusinghiero successo.

Il genere di riferimento di L’isola delle salamandre è il WIP o Woman in prison, donne in prigione, un genere di nicchia che ebbe qualche fortuna nel nostro paese e poichè questo film esce nel 1972, in un periodo cinematografico in cui nel nostro paese la censura sta allentando molto lentamente le maglie, si può citare il film diretto da Michel Levesque come uno dei primissimi esempi di WIP.
Il regista americano non era totalmente uno sconosciuto nel nostro paese, l’anno precedente era arrivato in Italia il suo La notte dei demoni, che però era passato quasi inosservato.
Levesque gira L’isola delle salamandre con mano maldestra, puntando le sue pochissime chance sull’aspetto erotico della vicenda, che poi sarà una delle caratteristiche del WIP.
Poichè la base di partenza ovvero la sceneggiatura è decisamente balzana, Levesque aggiunge il leggendario “carico da 11” dirigendo un film in cui anche la mancanza di denaro gioca la sua parte.
Costretto a fare i conti con il low budget, il regista si ingegna in qualche modo appesantendo il tutto con dialoghi piatti e con lunghe sequenze soporifere in cui cerca di dare una giustificazione al tutto raccontando brandelli delle vite delle protagoniste.
L’unica sequenza degna di menzione resta quella in cui nella gabbia delle prigioniere vengono lanciati dei gatti a cui il dottor John ha inoculato il suo siero; vediamo i felini avventarsi sulle malcapitate graffiandole senza pietà. Cosa poi permetta alle ragazze di tornare in perfetta forma il giorno dopo resta un mistero assoluto.

Filmetto senza pretese, quindi, il cui titolo originale (Sweet sugar) ossia dolce zucchero, palese riferimento al nome della ragazza e al campo di lavoro al quale viene condannata venne trasformato in L’isola delle salamandre in modo da giocare con il titolo del film di Cavallone Le salamandre, che ebbe un inatteso successo nel 1969.
L’isola delle salamandre
Un film di Michel Levesque. Con Cliff Osmond, Timothy Brown, Phyllis Davis, Ella Edwards, Pamela Collins Titolo originale Sweet Sugar. Drammatico, durata 92 min. – USA 1972.
PROTAGONISTI



Phyllis Davis … Sugar
Ella Edwards … Simone
Timothy Brown … Mojo
Pamela Collins … Dolores
Cliff Osmond … Burgos
Angus Duncan … Dottor John
Jacqueline Giroux …Fara
Darl Severns … Carlos
Albert Cole … Max
James Whitworth … Mario
CAST TECNICO

Regia: Michel Levesque
Sceneggiatura: Don Spencer
Storia originale: R.Z. Samuel
Musiche: Don Gere
Fotografia: Gabriel Torres


I pilastri della terra
Tratta dal romanzo omonimo di Ken Follett, questa serie Tv è stata girata negli Usa nel 2010 e nel mese di ottobre 2011 è approdata in Italia.
Fedele al romanzo di Follett almeno per tre quarti della rappresentazione visiva, se ne discosta nella parte finale (vedremo perchè) e non include nella narrazione il personaggio di Thomas Beckett.
Il romanzo di Follett è diviso in sei archi temporali, mentre nello sceneggiato questa divisione è presso che impercettibile.
La vicenda inizia nel 1135, in Inghilterra durante l’ultimo anno di regno di Enrico I d’Inghilterra.
Il re sta per morire in seguito ad un complotto di palazzo, mentre suo figlio Guglielmo è morto con sua moglie durante un viaggio in Francia.
A contendersi il trono si ritrovano quindi il nipote del re Stefano e la figlia di Guglielmo, la principessa Matilde.
La nobiltà è divisa tra i due contendenti e sta per iniziare una lunga guerra tra la fazione che sorregge Stefano e quella che auspica la salita al trono di Matilde.
E’ un’epoca buia, in cui il popolo conta pochissimo, non è difeso da leggi adeguate ed è ostaggio di potenti e del clero.
Per vivere occorre arrangiarsi e difendersi dalla tirannia dei nobili, che dal loro canto sono impegnati in intrighi di palazzo.

Aliena salva Alfred dall’annegamento
Tom, un mastro muratore, sta cercando affannosamente un lavoro e nel frattempo si muove attraverso le campagne inglesi con la sua famiglia, composta da suo figlio maggiore Albert, da sua figlia Martha e da sua moglie Agnes che è in attesa di partorire.

L’incendio della vecchia cattedrale ad opera di Jack
Mentre attraversano la foresta, Tom e la sua famiglia conoscono Ellen e suo figlio Jack, che vivono in una grotta; la donna ha fama di essere una strega e Tom ne resta incantato.
Rimessisi in viaggio verso Kingsbridge, dove c’è un’abbazia in fase di restauro, Tom è la famiglia sono costretti a fermarsi perchè Agnes sta per dare alla luce un figlio.
La donna muore dopo il parto e Tom con la disperazione nel cuore è costretto a lasciare il figlio appena nato sulla tomba della madre, non potendo garantire la sua sopravvivenza.

La bellissima Aliena spiata da Alfred nel bosco
Il piccolo viene salvato da morte certa da Johnny Ottopence (Francis nel romanzo) che lo porta con se al priorato di Kingsbridge.
Anche Tom e i suoi due figli farebbero una brutta fine non fosse per Ellen e Jack, che li salvano e li nutrono; fra Tom e Ellen nasce una fortissima passione e assieme le due famiglie decidono di spostarsi verso Kingsbridge.
Qui è in corso la successione al ruolo di priore e in lotta ci sono Philip e Remigius; a spuntarla è Philip grazie al determinante apporto dell’ambizioso vescovo Waleran Bigod.
Quest’ultimo sta appoggiando presso re Stefano (che è riuscito a vincere la prima battaglia contro Matilde) le richieste di Percy Hamleigh, di sua moglie Regan e di suo figlio William sulla contea di Bartolomew di Shiring.
Nel frattempo Tom e Ellen sono arrivati a Kingsbridge, dove chiedono al nuovo priore Philip un lavoro; ma il priore rifiuta così Jack di notte incendia la cattedrale.
L’indomani davanti alle macerie Phlip decide di ricostruirla più bella e più grande e assume quindi Tom.
Il costruttore scopre anche che suo figlio, lasciato sulla tomba della madre è vivo, ma decide di non dire nulla a nessuno, con l’eccezione del priore Philip.
William Hamleigh intanto, spronato da sua madre (con la quale ha un ambiguo rapporto ai limiti dell’incesto) e con l’appoggio di Waleran, attacca il conte di Sharing e lo fa prigioniero; subito dopo violenta Aliena (figlia del conte) davanti a suo fratello Richard. Il conte di Sharing verrà portato al cospetto di Stefano che lo condannerà alla decapitazione, mentre Aliena e Richard, sfuggiti alla caccia di William riusciranno a recuperare parte dei soldi che il padre aveva lasciato loro con i quali Aliena tenterà di comprare un cavallo e un armatura per Richard per farlo entrare come cavaliere al servizio del Re.
Aliena arriva quindi a Kingsbridge, dove si trasforma in un’abile commerciante di lana.
Quin, nel priorato per qualche tempo le cose sembrano scivolare tranquille.
Tom, Ellen e il resto della famiglia vivono guadagnandosi la pagnotta partecipando alla costruzione della cattedrale; ma è destino che le cose cambino in fretta.
La guerra tra Stefano e Matilde è in una fase di attesa; William decide di assestare le finanze della sua contea tiranneggiando i poveri contadini e così arriverà a distruggere tutto ciò che Aliena e gli altri avevano costruito.
Tom verrà ucciso dagli uomini di William, Aliena sarà costretta a sposare Alfred (il figlio di tom) mentre Jack decide di partire per la Francia, nonostante sia innamorato perdutamente di Aliena…
La storia a questo punto diventa parecchio complicata e svelare la trama significa togliere allo spettatore molta parte del fascino del serial.
Mi limito quindi ad alcune osservazioni sullo sceneggiato Tv.
Prodotta da Ridley e Tony Scott e diversi altri producers, la serie I pilastri della terra (The Pillars of the Earth) si caratterizza per una serie di apprezzabili cose, tra le quali segnalo:
– la fedeltà al romanzo originale di Ken Follett (con la trasposizione letterale del titolo) almeno per buona parte della fiction, fatta salva la parte finale che però non intacca minimamente lo spirito del romanzo,aggiungendo anzi un elemento di novità che non mancherà però di suscitare qualche critica;
– la perfetta resa ambientale e visiva dell’atmosfera gotica del romanzo, che appare potentemente illustrato grazie anche al massiccio uso della computer grafica che crea ad arte paesaggi oggi assolutamente inesistenti.
– la scelta vincente di non affidare la recitazione ad attori di primissimo piano (eccezion fatta per il cameo di Donald Sutherland), ma ad un cast di comprimari anche se conosciuti che alla fine renderanno splendidamente i loro personaggi, contribuendo in maniera determinante alla riuscita del serial.

Sono solo tre caratteristiche della fiction, ma assolutamente fondamentali; lo spettatore si trova immerso in un momento storico che precede di pochissimo il medioevo in cui le guerre tra ricchi avvenivano tutte sulla pelle dei poveri contadini, costretti a una vita davvero miserabile alla mercè com’erano dei nobili e delle loro armate.
Anche gli intrighi di corte sono descritti molto bene, così come l’arrivismo e l’ambizione di molti personaggi; si parte dalla spietata lotta tra Stefano e Matilde (nessuno dei due riesce simpatico allo spettatore, visto che ad entrambi interessa solo il potere) per passare alle anime dannate della vicenda, ovvero l’ambiziosa e incestuosa Regan Hamleigh, il suo psicopatico e succube figlio William (fino a poco prima della fine) fino al vescovo corrotto Walerian.
Anche i personaggi positivi dello sceneggiato come il priore Philip o il mastro costruttore Tom, o Richard di Sharing suscitano qualche perplessità con il loro comportamento mentre lo spettatore parteggia apertamente per Aliena e per Jack, la cui storia d’amore sarà uno dei temi fondamentali della storia, assieme al ruolo avuto dalla mamma di Jack, Ellen che custodisce un segreto che renderà chiari i comportamenti di alcuni dei personaggi del racconto.
Come dicevo all’inizio la sceneggiatura della fiction esclude completamente la figura storica di Thomas Becket, di quella di Enrico II (salito al trono nel 1154) e di qualche personaggio minore.
La scelta è dovuta probabilmente alla difficoltà di integrare le vicende di questi due personaggi nella sceneggiatura, cosa che avrebbe portato gli autori a dover ampliare e di molto i tempi della fiction; inoltre si sarebbe dovuto trasferire parte del racconto nella capitale inglese per descrivere la lotta che si scatenò con protagonisti il futuro San Tommaso Beckett da una parte e Enrico II e parte della sua corte dall’altra.
Storicamente Beckett venne ucciso nella Cattedrale di Canterbury in seguito a una congiura dei nobili, ma pare senza l’assenso di re Enrico; il fatto sucitò uno sdegno senza precedenti e Enrico venne interdetto da papa Alessandro. Per rientrare nel gregge cattolico Enrico fu costretto ad umiliarsi pubblicamente a Avranches, dove subì l’onta della fustigazione pubblica.

Il Conte di Sharing sale sul patibolo
Non è questa una mancanza di poco conto, sopratutto per coloro che hanno letto il romanzo; tuttavia il telaio del racconto è praticamente intatto.
Non dimentichiamo che il romanzo di Follett è lungo oltre mille e ducento pagine e che per ovvi motivi contiene avvenimenti e ritratti che la fiction non può contenere.
Precedentemente accennavo ai personaggi dellla fiction, citando l’ottima prestazione degli attori chiamati a ricoprire i vari ruoli.

Il crollo della volta della Cattedrale progettata da Alfred

La Madonna miracolosa scolpita da Jack
Un’autentica sorpresa è costituita da Hayley Atwell che interpreta Aliena di Sharing, che nel romanzo è descritta come una ragazza fascinosa e sensuale; la ventinovenne attrice inglese che abbiamo ammirato in La duchessa e in Capitan America pur non essendo bellissima ha un fascino sensuale che sembra rendere visivamente il suo personaggio quasi fosse tratto di peso dal romanzo di Follett, così come bravissima è Nathalia Warner, conosciuta principalmente dal pubbllico tedesco in quanto protagonista di numerosi serial tv.
La quarantaquattrenne attrice tedesca è impeccabile nel sensuale personaggio di Ellen, uno dei più importanti del racconto, in quanto compagna di Tom, madre del protagonista Jack e sopratutto vedova del padre di Jack, un cantastorie la cui vicenda sarà determinante ai fini della soluzione finale.
Nel romanzo di Ken Follett, molto descrittivo, le condizioni miserabili dei villaggi inglesi tiranneggiati dai feudatari è resa ampliamente; la produzione è riuscita a ricreare le condizioni di vita dei contadini al meglio, il che rende lo sceneggiato particolarmente credibile.
Se la vicenda è infatti totalmente inventata, i personaggi sono molto verosimili tanto che alla fine si stenta a credere che il tutto sia opera di pura fantasia.
Attorno alle vicende di Stefano e Matilde, i personaggi di Ellen e Jack, Philip e Aliena e tutti gli altri sembrano uscire dalla polvere dei secoli per restituirci il racconto di un medioevo dei primordi carico di violenza e passioni, di fulgidi esempi di abnegazione d’animo accanto a turpitudini di ogni genere.
Ultimo appunto sulle sequenze girate a sfondo guerresco o d’amore.
La violenza c’è e alcune scene sono davvero forti anche se non più della media, così come contenuto è l’erotismo che nel romanzo di Follett è più accentuato.
Memorabile nel romanzo la descrizione di Ellen che orina su una Bibbia, mentre nel serial lo fa davanti al vescovo Waleran.
Consiglio caldamente ai lettori del mio blog la visione di questo bel serial che è in onda questa settimana su Rete 4.

Philip, Tom e Alfred guardano le rovine della vecchia Cattedrale

Re Stefano, travestito da monaco sotto il castello di Matilde

Philip e Jack si recano a corte da Re Stefano

La morte di Tom ad opera di William

Il fallito attacco di William a Kingsbridge

Richard di Sharing parte per le Crociate

Enrico, figlio di Matilde uccide in battaglia suo cugino Eustachio, figlio di Stefano

Aliena e Jack finalmente felici
Ian McShane – Waleran Bigod
Matthew Macfadyen – Priore Philip
Hayley Atwell – Aliena di Sharing
Eddie Redmayne – Jack Jackson
Rufus Sewell – Tom il costruttore
Donald Sutherland – Earl Bartholomew
Tony Curran – Re Stefano d’Inghilterra
Sarah Parish – Regan Hamleigh
David Oakes – William Hamleigh
Robert Bathurst – Percy Hamleigh
Sam Claflin – – Richard di Sharing
Liam Garrigan – Alfred
Skye Bennett – Martha (da ragazza)
Emilie Holt- Martha (da grande)
Gordon Pinsent – Arcivescovo Waleran
Natalia Wörner – Ellen
Anatole Taubman – Remigius
Götz Otto – Walter
Jody Halse – Johnny Eightpence
David Bark Jones – Francis
Alison Pill – Principessa Maude
Freddie Boath – Re Enrico II d’Inghilterra
Michael Mehlman- il Priore James
Regia Sergio Mimica-Gezzan
Soggetto Ken Follett
Sceneggiatura Ken Follett, John Pielmeier
Fotografia Attila Szalay
Montaggio Sylvain Lebel, Richard Comeau
Musiche Trevor Morris
Scenografia Lóránt Jávor, Tibor Lázár
Casa di produzione Tandem Communications, Muse Entertainment, Scott Free Films
Ian McShane (doppiato da Rodolfo Bianchi)
Matthew Macfadyen (doppiato da Alessio Cigliano)
Hayley Atwell (doppiata da Chiara Gioncardi)
Eddie Redmayne (doppiato da Flavio Aquilone)
Rufus Sewell (doppiato da Pasquale Anselmo)
Donald Sutherland (doppiato da Dario Penne)
David Oakes (doppiato da Francesco Pezzulli)
Sam Claflin -(doppiato da Stefano Crescentini)
Liam Garrigan (doppiato da Emiliano Coltorti)
Natalia Wörner (doppiata da Anna Cesareni)
Anatole Taubman (doppiato da Christian Iansante)
Alison Pill (doppiata da Letizia Scifoni)

Ayley Atwell è Aliena di Sharing

Ian Mc Shane è il Vescovo Waleran

Matthew Macfadyen è il Priore Philip

Sarah Parrish è Reagan Hamleigh

David Oakes è William Hamleigh

Alison Pill è la regina Matilde

Donald Sutherland è il Conte di Sharing

Anatole Taubman è il monaco Remigius

Skye Lourie interpreta Elisabeth moglie di William

Disegni preparatori della fiction
I bambini vennero presto per assistere all’impiccagione.
Era ancora buio quando i primi tre o quattro uscirono furtivamente dai casolari, silenziosi come gatti nei loro stivali di feltro.
Uno strato di neve fresca copriva il paese come una nuova mano di colore e le loro ombre furono le prime a intaccarne la superficie immacolata. Passarono tra le casupole di legno camminando sul fango ghiacciato delle viuzze e raggiunsero la piazza del mercato dove attendeva la forca.
I bambini disprezzavano tutto ciò che gli adulti tenevano in considerazione. Spregiavano la bellezza e schernivano la bontà. Ridevano fragorosamente alla vista di uno storpio e se vedevano un animale sofferente lo uccidevano a sassate. Si vantavano delle loro ferite e ostentavano le cicatrici con orgolglio, e riservavano il massimo rispetto alle mutilazioni: un ragazzetto privo di un dito poteva essere il loro re. Amavano la violenza; erano capaci di percorrere miglia e miglia per vedere il sangue, e non mancavano mai a un’impiccagione.
Avere fede in Dio non significa restare inerti: significa credere nella possibilità di avere successo se si fa del proprio meglio onestamente e con impegno.
Un uomo guadagna sempre se comprende qualcosa!
Un’allodola presa nella rete cantava soavemente più che mai, come se il canto suo potesse ancora separare le ali dalla rete. A sera il cacciatore ebbe la sua preda, l’allodola non ebbe la libertà. Tutti gli uccelli e gli uomini muoino ma il canto in eterno resterà.
“Un uomo che perde una battaglia contro il suo re può essere perdonato; ma un uomo che la vince è spacciato.”
“La morte di Thomas aveva rivelato che, in un conflitto tra la Chiesa e la Corona, il monarca poteva prevalere solo ricorrendo alla forza bruta. Ma il culto di San Thomas provava che sarebbe stata sempre una vittoria vana. Il potere di un re non era assoluto, dopotutto: poteva essere limitato dalla volontà del popolo.”(dal romanzo di Ken Follett, non presente nello sceneggiato)
1 Anarchy ,Anarchia trasmessa in data 1º ottobre 2010
2 Master Builder , Il Mastro Costruttore 1º ottobre 2010
3 Redemption, Redenzione 8 ottobre 2010
4 Battlefield Campo Di Battaglia 8 ottobre 2010
5 Legacy Eredità 15 ottobre 2010
6 Witchcraft, Stregoneria 15 ottobre 2010
7 New Beginnings ,Nuovi Inizi 22 ottobre 2010
8 The Work of Angels ,Il Lavoro Degli Angeli 22 ottobre 2010

Il vero re Stefano (1096-1154)

Il romanzo da cui è tratto il serial televisivo
La caduta degli dei
Oberhausen, Germania, 27 febbraio del 1933.
A casa von Essenbeck si riunisce la famiglia al gran completo per festeggiare il compleanno del patriarca della famiglia, Barone Joachim von Essenbeck.
L’uomo è uno dei più importanti industriali di Germania nel campo dell’acciaio, forse il materiale più ambito nella nazione tedesca pre bellica.
Joachim von Essenbeck, da capitano d’industria furbo e lungimirante, è riuscito fino a questo momento attraverso una rete di relazioni importanti a mantenere la sua azienda ai vertici della produzione industriale.
Mentre stanno per sedersi a tavola, gli Essenbeck sono raggiunti dalla notizia dell’incendio del Reichstag, la sede del parlamento tedesco.
Il Barone, che era in procinto di nominare il suo successore alla guida dell’impero industriale decide di escludere dalla corsa il marito della nipote Elisabeth, Herbert Thallman a tutto favore di Konstantin von Essenbeck (l’altro suo nipote), che gode dell’alta protezione del potentissimo capo delle SA (le Sturmabteilung i battaglioni di assalto) Ernest Rohm che in quel periodo storico era praticamente il braccio destro del Furher Adolf Hitler.
La decisione provoca l’ira di Herbert, fervente antinazista che dopo aver litigato con il patriarca per la decisione che di fatto consegna le aziende sotto il controllo del regime decide di preparare la partenza dal paese, nella convinzione fondata che di li a poco gli eventi sarebbero precipitati.
La decisione di Herbert risulterà fatale per la storia della famiglia.

Umberto Orsini interpreta Herbert Thallman

Charlotte Rampling interpreta Elisabeth von Essenbeck, moglie di Herbert
Alla cena infatti è presente anche Friedrich Bruckmann, dirigente della società e amante della moglie del figlio di Joachim von Essenbeck, Sophie; la donna è anche madre del cinico e opportunista Martin, che prima della cena si era esibito in uno spettacolo travestendosi da donna, suscitando lo scandalo del resto della famiglia.
Con Bruckman c’è anche Aschenbach, importante ufficiale delle SS (nemiche giurate delle SA di Rohm), le Schutzstaffel (reparti di difesa) che costituivano il corpo d’elite al servizio del Fuhrer.
L’ufficiale convince l’ambizioso Bruckman ad uccidere il Barone, in modo da permettere al giovane Martin (controllato dalla madre Sophie) di ereditare l’impero di Joachim von Essenbeck.
Così accade e Martin diventa presidente.

Helmut Berger interpreta Martin von Essenbeck
Ma Konstantin, che doveva diventare presidente come stabilito da Joachim von Essenbeck intuisce i piani di Frederick Bruckman e ne ottiene conferma durante una riunione con i capi dello Stato maggiore tedesco; è infatti in corso una vera e propria guerra interna tra le SA di Rohm e l’esercito, che mal sopporta la presenza di un corpo paramilitare divenuto ormai potente come l’esercito. Lo stesso Hitler teme Rohm perchè si rende conto di correre il rischio di essere oscurato dal suo braccio destro e in più il Fuhrer ha bisogno dell’appoggio incondizionato dell’esercito.
Un avvenimento tuttavia aggrava la posizione della famiglia Essenbeck; Martin, che possiede una personalità paranoica e deviata, mentre è in attesa di Olga,una prostituta che frequenta abitualmente, incontra una bambina e la violenta.
La piccola, per la vergogna si uccide, mentre Martin fugge lasciando però nell’appartamento il suo portasigarette.
E’ Konstantin a salvare dallo scandalo sia la famiglia che Martin; grazie ai buoni uffici e alle conoscenze nella polizia, mette tutto a tacere, chiedendo però in cambio a Friedrich e a Sophie di diventare il nuovo presidente in luogo di Martin.
Sophie, come in occasione della morte di Joachim, convince Friedrich della necessità di uccidere anche Konstantin e l’uomo, sempre più succube della donna e del suo sfrenato arrivismo, accondiscende confidando nel matrimonio con Sophie e nella posizione di capo assoluto dell’azienda per mantenere comunque il suo status di controllore degli eventi.
Ma una serie di accadimenti porta la storia verso un drammatico epilogo.

Ingrid Thulin interpreta Sophie von Essenbeck
Elisabeth e le sue due figlie vengono arrestate per costringere Herbert a ritornare in patria,proprio mentre sta per arrivare la notte del 30 giugno 1934.
Quella sera le SA di Rohm vengono sterminate dalle SS di Heydrich e si compie anche il destino di Konstantin che viene ucciso da Friedrich.
Aschenbach, onnipresente e diabolico ispiratore convince Martin a sciogliere finalmente il suo legame con la madre Sophie e a rendersi indipendente.
Così, mentre arriva Herbert che vuol salvare la moglie e le figlie dalla deportazione nel campo di sterminio di Dachau, si compie la tragedia finale in casa Essenbeck; Martin rivela a Gunther,il figlio di Konstantin il ruolo avuto da Friedrich nell’assassino del padre e subito dopo stupra sua madre, che invano ha tentato di metterlo in guardia dalla nefasta influenza di Aschenbach.
Mentre Friedrich si rende conto che non avrà mai il potere tanto agognato e mentre Sophie precipita nella follia attraverso uno stato di completa catatonia, Martin li costringe al suicidio dopo averli costretti ad un matrimonio farsa.
Morti i due, per Martin non ci sono più avversari e da questo momento è libero di guidare le industrie Essenbeck.
Un’illusione, in realtà, perchè da quel momento consegna l’azienda e l’acciaio nelle mani di Hitler.
La caduta degli dei è un grande affresco diretto da Luchino Visconti nel 1969; più che un affresco, il termine esatto sarebbe una tragica saga familiare ma affresco serve a rendere l’idea del quadro d’assieme in cui si mescolano sicuramente i peggiori sentimenti dell’animo umano.

La cena con la famiglia Essenbeck al completo
L’arrivismo, la meschinità e la gelosia, l’odio e l’orgoglio, la follia e la corruzione, la dissolutezza e quant’altro si mescolano in un’opera nichilista e senza speranza, come del resto annunciato dall’argomento, ovvero il ritratto di una famiglia coinvolta totalmente in quell’abominio che fu il nazismo.
Il quadro storico si mescola quindi al dramma familiare, attraverso la costruzione di ritratti di gente meschina il cui unico credo è il potere e il denaro, proprio mentre attorno si stanno creando le premesse per l’orrore nazista.
I personaggi del film sono moralmente abietti, a cominciare da Martin, pedofilo e più o meno consciamente propenso all’incesto, per passare all’ambizioso e senza scrupoli Friedrich per finire con Aschenbach, vera incarnazione dell’inferno nazista raffigurato potentemente quasi fosse una malefica e sinistra incarnazione del peggio degli esseri umani.
Il nichilismo di Visconti si esprime in una serie di ritratti al vetriolo, quindi; tutti i personaggi della tragedia, che assomiglia tanto al Machbeth di Shakespeare sono preda dei propri istinti, dominati dalle proprie debolezze.
A parte Martin e Friedrich, non appaiono di certo migliori la ambiziosa Sophie o l’ambiguo Konstantin; tutti appartengono all’aristocrazia tedesca, responsabile in primis dell’appoggio dato ad Hitler e al nazismo.
Dal punto di vista storico il film è abbastanza fedele agli avvenimenti narrati; dall’incendio del Reichstag (provocato dai nazisti) alla notte dei lunghi coltelli (che provocò l’epurazione delle SA) fino al massacro delle SA stesse, tutto è ripreso dagli avvenimenti reali. La sequenza del massacro delle SA dopo orge notturne forse è esagerata, ma è di sicuro impatto.

Florinda Bolkan interpreta Olga
Questa sequenza si aggiunge ad altre che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come quella in cui Martin violenta la bambina o quella con protagonista sempre Martin in cui assistiamo all’incesto-stupro verso sua madre Sophie.
Visconti per questo film si avvale di un cast di attori molto bravi; sicuramente degni di menzione sono Helmut Berger, qui nel ruolo più convincente della sua carriera, Dirk Bogarde che rende alla perfezione l’ambiguo personaggio di Friedrich Bruckmann, Ingrid Thulin nel difficile ruolo di Sophie e poi ancora Charlotte Rampling (Elisabeth Thallman), una giovanissima e quasi sconosciuta Florinda Bolkan nel ruolo della prostituta Olga,Umberto Orsini nella parte di uno dei pochissimi personaggi positivi della storia ovvero Herbert Thallman e via via tutti gli altri.
La caduta degli dei dura 160 minuti, che cinematograficamente sono un’eternità per un film drammatico; ma mentre si assiste alle tragiche vicende della famiglia Essenbeck il tempo sembra scorrere velocemente, nonostante per lunghi tratti sia principalmente composto da dialoghi.
Ma l’aria da tragedia incombente che si respira contribuisce a rendere palpabile l’atmosfera di tensione del film mentre la colonna sonora di Jarre avvolge come una spirale alcune sequenze del film stesso.

L’ultima orgia delle SA prima del loro massacro
La critica accolse in maniera discorde il film; alcuni rimproverarono al regista un’eccessivo catastrofismo virato al negativo, paragonando il film ad un clone cocktail di I demoni di Dostoevskij contaminato da influenze wagneriane e di Thomas Mann. Altri puntarono l’indice sulla citata eccessiva lunghezza del film, altri ancora sul nichilismo disperato che avvolge il film attraverso la descrizione di un mondo senza speranza teso com’era al culto di valori negativi.
Personalmente trovo La caduta degli dei affascinante proprio in quelle che vengono segnalate come debolezze del film; il nichilismo è giustificato proprio dalla storia, da quegli anni in cui si posero le premesse per la più grande tragedia della storia dell’umanità, il nazismo e tutte le sue nefaste conseguenze come la morte di oltre 50 milioni di esseri umani inclusa la aberrante esperienza della Shoah.
Mai, nemmeno nel medioevo, l’uomo era sceso così in basso e Visconti racconta proprio questo, le premesse al nazismo e alla guerra attraverso la descrizione dell’atmosfera di dissoluzione morale che precedette la seconda guerra mondiale.
Un film molto bello, che andrebbe proiettato nelle scuole come esempio di grande cinematografia unita al rigore della regia e alla fedeltà storica.
La caduta degli dei, un film di Lucino Visconti, con Helmut Berger, Albrecht Schoenhals, Umberto Orsini, Ingrid Thulin, Renè Koldehoff, Karl Otto, Richard Beach, Dirk Bogarde, Florinda Bolkan, Ester Carloni, Peter Dane, Jessica Dublin, Wolfgang Ehrlich, Antonietta Fiorito, John Frederick, Helmut Griem, Werner Hasselmann, Wolfgang Hillinger, Klaus Hohne, Reinhard Kolldehoff, Ernst Kuhr, Karin Mittendorf, Piero Morgia, Charlotte Rampling, Nora Ricci, Valentina Ricci, Nelson H. Rubien, Mark Salvage, Bill Vanders, Irina Vanka, Renaud Verley.Drammatico, Italia 1969 Durata 160 minuti.
Dirk Bogarde: Friedrich Bruckmann
Ingrid Thulin: Sophie von Essenbeck
Helmut Griem: Aschenbach
Helmut Berger: Martin von Essenbeck
Renaud Verley: Gunther von Essenbeck
Umberto Orsini: Herbert Thallman
Reinhard Kolldehoff: Konstantin von Essenbeck
Albrecht Schoenhals: Joachim von Essenbeck
Florinda Bolkan: Olga
Nora Ricci: Governante
Charlotte Rampling: Elisabeth Thallman
Irina Wanka: Lisa
Karin Mittendorf: Thilde Thallman
Valentina Ricci: Erika Thallman
Wolfgang Hillinger: Janek
Ester Carloni: Madeline

Regia Luchino Visconti
Soggetto Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Sceneggiatura Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Fotografia Pasqualino De Santis, Armando Nannuzzi
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Maurice Jarre, Walter Kollo, Willy Kollo
Scenografia Vincenzo Del Prato
“Siamo vicini alle elezioni, Friedrich. E dobbiamo vincerle a tutti i costi se vogliamo che siano le ultime.“
“Vedi, Gunther, tu questa notte hai conquistato qualcosa di veramente straordinario. La brutalità di tuo padre, l’ambizione di Friedrich, la stessa crudeltà di Martin, non sono assolutamente nulla a confronto di quello che tu adesso possiedi: l’odio, Gunther. Tu possiedi l’odio, un odio giovane, puro, assoluto. Ma sta’ attento: questo potenziale d’energia e furore è troppo importante per farne la ragione di una personale vendetta: sarebbe un lusso, uno spreco inutile. […] Tu verrai con me: noi ti insegneremo ad amministrare questa tua immensa ricchezza, ad investirla nel modo giusto.“


Florinda Bolkan e Helmut Berger

Helmut Berger con il regista Luchino Visconti
Simona
Il diciottenne George conosce su una spiaggia la bellissima e disinibita Simona, che lo inizia ai piaceri del sesso. Tra i due nasce così anche una relazione sentimentale assolutamente anticonformista; un giorno, mentre scorazzano in auto, investono una bici con su la giovane marchesina Marcelle de Paille che perde i sensi nell’impatto.
Al risveglio, la ragazza fugge via, per poi tornare l’indomani sulla spiaggia, nascosta dietro le dune per spiare George e Simona che fanno l’amore. Scoperta dai due, viene coinvolta in un gioco amoroso a tre, ma dopo aver assaporato la libertà con i due, camminando completamente nuda e coperta di alghe sulla spiaggia, Marcelle fugge ancora.
La ragazza vive in una grande casa con il padre e lo zio, dei quali è amante incestuosa dopo la morte della madre, avvenuta in un incidente stradale e nel corso del quale suo zio ha deliberatamente ucciso la donna per sottrarla a suo padre. Nella grande casa l’atmosfera è opprimente; la ragazza è circondata dai corpi imbalsamati di innumerevoli animali, resi così da suo padre che è un esperto tassidermista.
Simona, George e Marcelle verso il mare, in cerca della libertà
La mente di Marcelle vacilla così come la sua personalità, che anelita di sfuggire all’angosciosa atmosfera della casa per unirsi ai suoi amanti.
Inutilmente George e Simona tentano di strapparla a quel luogo infernale.
George, penetrato nella casa, viene ucciso dal padre di Marcelle, che subito dopo uccide lo zio e la ragazza stessa. Nello stesso istante in cui la ragazza muore, tutti gli animali presenti nella casa quasi fossero resi liberi da un sortilegio, riprendono a vivere.
A Simona, restata sola, non rimane che ricordare i momenti felici e andare via.

Dissolvenza sui tre giovani che si abbracciano felici…
La ritroviamo mentre assiste ad una corrida (così come nelle scene iniziali), con gli occhi bagnati di lacrime, mentre una voce fuoricampo recita: ” Nel momento stesso in cui si esaltava la crudele inutilità della morte, l’anima di Marcelle unita al ricordo di George si rimetteva a vivere in Simona. Si compiva così quella sofferta comunione erotica tanto desiderata e tanto temuta che li liberava finalmente da quel mondo di fantasmi che aveva dato loro l’illusione della vita”
“Si può essere santi sia in senso religioso che in senso erotico“, recita la didascalia finale del film, con la firma di Alberto Moravia, a sugellare una pellicola molto particolare e decisamente ostica.
Tratto dal romanzo Histoire de l’oeil di Georges Bataille, romanzo edito a fine degli anni 20 e a lungo osteggiato in Italia tanto da essere stato pubblicato solo negli anni 80, Simona è un film decisamente anticonvenzionale diretto dal regista belga Patrick Longchamps alla sua prima e unica direzione cinematografica.
Film dalla struttura tipicamente circolare (l’inizio e la fine del film coincidono), ricco di simbolismi spesso oscuri e di dialoghi a tratti metaforici a tratti confusi, Simona è opera fascinosa ma al tempo stesso di difficile comprensione.
Non ho letto il romanzo da cui il film è tratto, per cui per forza di cose devo limitarmi a quello che ho visto sullo schermo (peraltro in tempi recentissimi).
Un’opera che alcuni sprovveduti hanno catalogato come erotica; il che è assolutamente fuorviante per coloro che intendano avvicinarsi ad un film che proprio in virtù di questa errata catalogazione ha finito per essere bandita dai circuiti cinematografici e televisivi.
In realtà l’erotismo, poco presente, è solo uno degli aspetti della storia o quantomeno è solo il collante fra le storie personali di Simona, George e Marcelle che lo utilizzano un pò come liberazione personale un pò perchè con esso trasgrediscono la vita in contrasto con la morte che sembra aleggiare su tutto il film.
Come del resto evidenziato nel monologo finale della voce fuori campo.
Se i personaggi sono appena abbozzati, in nome di un discorso globale e collettivo dei tre visti quasi come una personalità e un corpo unico, la storia scorre su binari divergenti; a tratti le vicende di Simona si incrociano con i destini di George e Marcelle, per poi assumere un indirizzo univoco in seguito alle drammatiche morti di George e Marcelle.
Il vero fulcro della storia diventa così la casa-mausoleo in cui la sventurata Marcelle vive con gli incestuosi padre e zio.
Una casa in cui domina la morte, simboleggiata non solo dai corpi dei numerosi animali imbalsamati ma anche dall’oscurità dell’ambiente e dalle presenza dei due folli parenti della ragazza che la trattengono in un mondo in cui a farla da padrona è la pazzia.
Marcelle si illude di evadere dalla prigione in cui anche la sua mente vacilla rifugiandosi nel legame erotico con i due giovani ma la sua è solo un’illusione.
Sarà il padre a stroncare defintivamente la sua vita subito dopo aver ucciso l’incolpevole George, venuto nella casa per aiutare la ragazza e dopo aver ucciso l’odiato fratello reo di aver amato prima sua moglie e poi Marcelle.
Se la descrizione del film può sembrare tutto sommato come esplicativa di scene abbastanza comprensibili, affrontando la pellicola ci si rende conto che la realtà è ben diversa.
Dopo i primi minuti, durante i quali seguiamo la nascita e l’evolversi del rapporto tra il giovanissimo George e Simona, il film ci trasporta in una dimensione decisamente più complessa.
Il bacio tra Simona e Marcelle, illusione di libertà
Il simbolismo inizia a prendere corpo, diventando alternativo ma allo stesso tempo complementare alla storia che seguiamo.
Un esempio è la sequenza in cui Simona e George stanno facendo l’amore mentre il ragazzo fa scendere un uovo sulla pancia di Simona; una vecchia si aggira smarrita nella stanza e Simona dice a George che si tratta di sua madre. La solita voce fuori campo ci racconta che “una volta la madre di Simona era una donna estremamente buona e dolce, che viveva nell’eco del suo passato; si diceva che fosse stata una grande artista che aveva già da tempo intuito i giochi amorosi di sua figlia, ma quando la sorprese si accontentò di assistere sbalordita senza fiatare, perchè non apparteneva più a questo mondo”
Un’ altra sequenza estremamente ostica è quella in cui i due amanti riescono a portare Marcelle nel cimitero monumentale di famiglia, adorno di statue umane pronte ad animarsi sotto gli occhi terrorizzati di Marcelle, inutilmente rassicurata da George e Simona che le dicono che si tratta di normali ragazzi.
Ecco, proprio il simbolismo, unito alla tecnica della dissolvenza e del mosaico tra immagini è alla fine la caratteristica portante del film, che in questo modo sembra sospeso tra realtà e sogno, fra la fantasia e quello che i ragazzi sembrano vivere realmente.
L’effetto flou della fotografia amplifica ancor più il tutto dando alla pellicola momenti di rarefatta bellezza.
Tuttavia il film di Longchamps è eccessivamente criptico in troppe sequenze e alle volte appare slegato, nonostante il regista si sforzi di seminare indizi per la decifrazione dello stesso.
E’ questo il principale limite del film stesso, che resta però opera oscura ma dal fascino irresistibile.
La protagonista principale ovvero Simona è interpretata da Laura Antonelli, alle prese con un ruolo estremamente difficile e ricco di sfumature; la bellissima attrice ci mette impegno e alla fine dimostra come avesse anche talento drammatico e che se fosse stata sfruttata meglio dai registi dell’epoca avrebbe avuto ben altra sorte cinematografica.
Una volta tanto infatti quello che conta in lei non sono i metri di epidermide mostrata ma la capacità di rendere visivamente un personaggio così complesso come quello di Simona.
Nel ruolo di George c’è Maurizio Degli Esposti, che nella sua carriera ha avuto a che fare con film molto particolari; i titoli da lui interpretati ovvero Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, La ragazza di nome Giulio e Arcana dimostrano la sua volontà di non interpretare ruoli consueti in film di routine. In questo film se la cava egregiamente così come molto brava è l’efebica Margot Saint Ange, anche lei alla sua prima e ultima apparizione cinematografica. Un mistero, questo, perchè l’attrice mostra buone doti, decisamente superiori a quelle di tante soubrettine dell’epoca. Citazioni per Raf Vallone (lo zio incestuoso) e per Patrick Magee (il padre).
Simona ebbe accoglienze discrete dalla critica mentre il pubblico non ebbe grandi modi per vedere il film, vista la pesante censura applicata.
E probabile che nella versione che ho visionato manchino alcune scene, altrimenti non si spiegherebbe il motivo dell’accanimento censorio nei confronti del film; data la difficilissima reperibilità dello stesso, sarei grato ai lettori del blog su qualsiasi delucidazione in merito.
In ultimo, un appunto su alcune parti della colonna sonora che ondeggia tra il vaudeville e il jazz; la scelta frammenta la tensione del film ed è davvero una cosa poco riuscita mentre la fotografia è discreta.
Un film che mi sento di consigliare a patto di volersi scervellare un pò più del necessario.
Simona
Un film di Patrick Longchamps. Con Laura Antonelli, Raf Vallone, Patrick Magee, Maurizio Degli Esposti,Margot Saint’Ange
Titolo originale Histoire de l’oeil. Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974.


Laura Antonelli: Simona
Maurizio Degli Esposti: George
Matrick Magee: padre di Marcelle
Margot Sainte Ange: Marcelle
Raf Vallone: zio di Marcelle
Maxane: madre di Simona

Regia Patrick Longchamps
Soggetto Georges Bataille (dal racconto omonimo)
Sceneggiatura Patrick Longchamps
Produttore Bruno Dreossi, Roland Perault
Casa di produzione Rolfilm, Les Films de l’Oeil
Distribuzione (Italia) Dear Film
Fotografia Aiace Parolin
Montaggio Franco Arcalli, Pina Rigitano
Effetti speciali Joseph Natanson
Musiche Fiorenzo Carpi
Scenografia Pasquale Grossi
Costumi Pasquale Grossi
Ludovica Modugno: Simona
Claudio Sorrentino: George
Antonio Guidi: padre di Marcelle
Rossella Izzo: Marcelle
Mario Bardella: zio di Marcelle
Antonio Colonnello: voce narrante

Dimenticare Venezia
Una comunità tutta al femminile vive in una fattoria veneta; ci sono due giovani donne , Claudia e Anna, zia Marta e la balia/servitrice della casa l’anziana Caterina.
Le quattro donne convivono senza grossi problemi.
Anna è in pratica colei che si occupa della fattoria, dei raccolti e della gestione vera e propria della casa che è di proprietà di Marta una ex cantante lirica a riposo dal bel passato e dal carattere gioviale.
Claudia invece è un’orfana accolta nella casa e che lavora come maestra insegnando ai bambini del vicinato e gestendo anch’essa la fattoria alla quale presta la sua opera.
Marta ha un fratello, che ha vissuto con lei per molto tempo, prima di trasferirsi a Milano per impiantare un’attività di vendita di auto d’epoca.
L’uomo, Nicky, arriva nella fattoria con il compagno Picchio, che è un suo meccanico e che è legato a lui da un legame sentimentale.
L’arrivo dei due uomini porta una ventata di novità nella vita abitudinaria delle donne che abitano la fattoria e porta sopratutto a Nicky un malinconico “amarcord” della sua vita passata, quando da bambino scorazzava felice per i campi.
L’uomo ricorda quindi le sue prime pulsioni sessuali, l’amichetto assatanato che spiava le contadine che facevano il bagno nel fiume, tutta un’infanzia in fondo felice trascorsa in un posto ameno e vissuta con l’ingenuità tipica del bambino prima e adolescente poi.
Durante una festa matrimoniale a cui partecipano tutti gli abitanti della fattoria, Nicky incontra proprio il vecchio amico Rossino, quel bambino che gli aveva in qualche modo rivelato il mondo della sessualità, oggi sposato e padre di cinque figli.
Durante la festa, Rossino chiede a Marta di cantare arie del suo passato canoro, ma lo sforzo evidentemente (unito all’emozione) si rivela fatale per la donna; appena tornata alla fattoria la donna è colpita da un infarto e muore.
E’ come se l’incanto e la magia del passato venissero di colpo cancellati, lasciando il posto all’amara consapevolezza che il tempo è irrimediabilmente passato.
Privi del punto di riferimento di Marta, il vero collante che univa tutti, gli occupanti della casa decidono di trasferirsi.
Picchio, che è ormai in profonda crisi sentimentale con Nicky, porta con se Claudia e Anna (con la quale ha tentato di avere invano un rapporto sia sentimentale che sessuale), la vecchia balia Caterina decide di trasferirsi da un parente e l’ormai solo Nicky resta nella fattoria, indeciso sul da farsi, forse ancora legato a quel mondo ormai completamente dissolto che lo àncora al passato…
L’infanzia e l’adolescenza sono periodi bellissimi, indimenticabili e purtroppo irripetibili; se il ricordare i bei tempi passati può significare tuffarsi in un mondo ingenuo e incantato e conseguentemente guardare ad essi con un vena di sottile rimpianto, vivere in funzione di essi, rifiutarsi di crescere o peggio, pensare che si possa vivere in una specie di limbo incantato è un qualcosa che rischia di trasformarsi in una prigione di ricordi dalla quale si può uscire solo a prezzo di scelte dolorose e dell’obbligatorio passaggio all’età adulta.
I quattro personaggi principali di Dimenticare Venezia sono omosessuali, quindi vivono una situazione che già di per se tende ad allontanarli da quella che è la comunità dei “normali”, anche se poi in fondo la loro omosessualità è colpevolizzata solo dai soggetti che la vivono come una condizione in cui predomina il disagio.
Claudia e Anna, Nicky e Picchio in qualche modo si assomigliano sopratutto perchè tendono a rifugiarsi nel mondo dell’infanzia a scapito di un’età anagrafica ben lontana da quella dell’adolescenza
Forse non accettano la loro condizione di gay e lesbiche, forse sentono su di loro il peso di un rapporto che la società considera contro natura.
Non dimentichiamo che siamo sul finire degli anna settanta e che se la società ha fatto passi da gigante nel campo delle conquiste sociali (divorzio e aborto, pari dignità fra uomo e donna), i pregiudizi sull’omosessualità sono ancora profondamente radicati.
Colpa di tabù atavici, colpa anche dell’educazione religiosa repressiva della sessualità intesa già nella sua forma “normale” come sporca e moralmente discutibile, colpa di una società che non accetta il diverso in nessuna forma, che sia una diversità fisica (handicap di tutti i generi) o che sia una diversità sessuale.
Franco Brusati racconta tutto questo in un film che si sposta impercettibilmente su vari fronti, portando in scena i ricordi e il disagio, l’infanzia e l’età adulta, l’amicizia e l’amore; lo fa adottando uno stile narrativo che sembra rifarsi al cinema di Visconti o a quello di Bergman, quanto meno nelle atmosfere, nella scelta della lentezza dei dialoghi introducendo anche il meccanismo della ripresa dei ricordi con il personaggio fisicamente presente sulla scena, in una specie di sdoppiamento tra l’io presente e quello del passato.
Emblematica è la sequenza dei ricordi di una festa di compleanno di Marta, in cui Nicky è seduto sulla scala e guarda passare sua sorella Marta a cui è stata preparata una bellissima e intensa festa a sorpresa.
Lo snodo principale del film è probabilmente questo, il momento cruciale in cui il peso dei ricordi deve fare i conti con il presente, con l’età adulta dei protagonisti che oscuramente sentono di dovere un pesante tributo proprio alla loro adolescenza.
Il tempo però non lo si ferma, i ricordi devono restare tali per poter vivere il presente.
Un presente che è la somma algebrica di ciò che abbiamo fatto e di ciò che eravamo a cui va obbligatoriamente aggiunto il carico delle esperienze presenti; e che deve tener conto che, per dirla alla Rossella O’Hara “dopotutto domani è un altro giorno”, ovvero il chiudere una porta e aprirne un’altra, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo se vogliamo.
Il film di Brusati è molto intenso, intriso di momenti di malinconia alternati a momenti di gioia prima del finale che riporta tutti i personaggi alla loro dimensione giornaliera.
Un quotidiano che tutti sentono di dover affrontare spogliati dal peso (anche se dolce) dei ricordi e simboleggiato dall’abbandono della vecchia casa fattoria in cui tutto si era fermato, incluso il tempo e in cui la presenza di Marta fungeva da cordone ombellicale con il passato.
Dimenticare Venezia è quindi un film nostalgico, un film malinconico, un film a tratti commovente a tratti leggero e sottilmente ironico.
E’ anche un film che ha subito un ipocrita e ingiustificato ostracismo, principalmente a causa dell’argomento trattato, quell’omosessualità che ha sempre spaventato registi e produttori (almeno nel passato).
Brusati, regista nato a Milano e morto nel 1993 all’eta di settanta anni ha diretto come regista solo 8 film, tra i quali l’ottimo Pane e cioccolata; per Dimenticare Venezia, uscito nel 1979 nelle sale cinematografiche sceglie un cast di notevole spessore e assolutamente consono alla storia raccontata.
Mariangela Melato interpreta Anna, personaggio tormentato e spigoloso, che tenterà di uscire dalla sua personalissima condizione concedendosi a Picchio, con risultati nulli; la Melato, una delle attrici più brave e preparate del nostro cinema (oltre che del nostro teatro) disegna un personaggio pressochè perfetto, mentre Eleonora Giorgi che interpreta Claudia, pur essendo un filino sotto la Melato se la cava con bravura.
Bene anche il cast maschile con Erland Josephson che alterna momenti lirici a momenti di malinconia, caratterizzando con bravura il difficile personaggio di Nicky.

David Pontremoli e Mariangela Melato
Bravo anche David Pontremoli nel ruolo di Picchio, mentre Nerina Montagnani è la solita sicurezza.
In ultimo, elogio per la fotografia e per le belle musiche di Benedetto Ghiglia. Il film ha vinto il David di Donatello 1979 come miglior film e 2 Nastri d’Argento 1979 per la migliore attrice protagonista (Mariangela Melato) e per la migliore scenografia.
Un film programmato pochissimo e che purtroppo non risulta disponibile in versione Dvd.
Dimenticare Venezia
Un film di Franco Brusati. Con Mariangela Melato, Erland Josephson, Eleonora Giorgi, Hella Petri, Nerina Montagnani,Armando Brancia, Alessandro Doria, David Pontremoli, Fred Personne, Anne Caudry, Domenico Tittone, Patrizia Rubeo, Daniela Guzzi, Pia Hella Elliot, Peter Boom
Drammatico, durata 103 min. – Italia 1979.
Mariangela Melato: Anna
Eleonora Giorgi: Claudia
Erland Josephson: Nicky
Nerina Montagnani: Caterina
David Pontremoli: Picchio
Hella Petri: Marta
Regia Franco Brusati
Soggetto Franco Brusati
Sceneggiatura Jaja Fiastri
Casa di produzione Action Films
Distribuzione (Italia) Rizzoli Film
Fotografia Romano Albani
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Benedetto Ghiglia
Scenografia Luigi Scaccianoce
I vivi con i vivi e i morti con i morti; non facciamo casino.
Mamma è a casa che piange perché papà è un porco e va con le altre anche se lei è ancora bella e piacente: guarda che petto.
Quando è morto suo papà, ha voluto il cane vicino! Mai una volta che vogliano il prete!
Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com
Tutti i diritti riservati.
Opera di rara raffinatezza, ma anche di non comune tedio. Mi pare più che altro un esercizio di stile, di alto stile, ma dai contenuti non proprio ben articolati. Resta troppo spesso un senso di pesantezza, come nei flashback, e di sottolineature non necessarie (coma nella “vanitas” del pendolo, richiamata da altri oggetti oblugnhi e dondolanti). Notevoli le prestazioni degli attori, ma è troppo poco per cento interminabili minuti.
Quattro personaggi (due uomini e due donne) si riuniscono in una casa della campagna trevigiana per assistere la sorella di uno di loro, nei suoi ultimi giorni di vita. L’opera più celebrata di Franco Brusati ha un titolo che si riferisce al tentativo di dimenticare l’infanzia e la spensieratezza, accettando la fine delle cose e della vita. Il film presenta una grande raffinatezza formale che talvolta va a scapito della sostanza, a causa di una sceneggiatura dall’andamento vago e non sempre incisiva. Buona la prova degli attori.
Fellini, Bergman, Visconti: del primo si richiamano l’amarcord (c’è Brancia) e gli squarci onirici e circensi; del secondo, la dimensione femminile, il pacato intimismo, la presenza di Josephson; del terzo, la ricerca del pregio estetico di provenienza artistico-letteraria. Nonostante questi nobili riferimenti, si ha da subito l’impressione di assistere più ad un vuoto e ridondante esercizio di stile che ad un saggio di reali doti d’autore: e l’impressione diventa presto certezza. Purtroppo.
Ho trovato il film estrememente interessante, indipendentemente dalle analogie con gli stili di altri registi. Una delle scene erotiche, che giudico molto forte e credibile rispetto al panorama italiano (se si esclude Tinto Brass) è stata ben messa in scena. All’epoca il film ebbe molti giudizi positivi e allo stesso tempo molti che cercarono di ridimensionarlo. Secondo me resta l’opera di Brusati. Splendida e raffinata la colonna sonora.
Difficile rintracciare una qualche originalità in questa ricerca del tempo perduto di Brusati: l’eterno ritorno alla casa paterna che è nido accogliente e tana del lupo, ove assistiamo a un lungo faccia a faccia dei protagonisti con i fantasmi del passato, al termine del quale Nicky e Anna si scoprono essi stessi fantasmi, ansiosi di tornare in vita. Lascia perplessi il modo in cui viene rappresentata l’omosessualità, quasi un retaggio di mala-adolescenza. Venezia, la lirica, la vecchia governante, le festicciole… già visto, debole e fioco come la luce di un crepuscolo, di una candelina…
L’estetismo c’è ma non è sterilmente compiaciuto di se stesso (alla Bolognini) e se sono indubbi i continui riferimenti cinematografici, Brusati li sublima con uno stile personale che evita vacuità citazionistiche, riuscendo a colpire il cuore dello spettatore. Certo, non tutto è perfetto (alcune lungaggini, soprattutto nei flashback, potevano essere evitate e certe figure macchiettistiche spezzano l’atmosfera incantata e atemporale) ma il film resta un’opera d’autore viva e pulsante. Splendidamente sensuale la Melato, bravi tutti gli altri.
I Borgia
Ascesa e caduta di una dinastia discussa che dette alla chiesa 2 Papi raccontata in un serial televisivo di produzione francese composto da 12 puntate a cui presumibilmente si aggiungerà una seconda stagione.
I Borgia racconta gli avvenimenti storici avvenuti tra il 1492 e il 1497 partendo dagli ultimi giorni di pontificato di Papa Innocenzo VIII, uno dei pontefici più discussi della storia della chiesa, papa simoniaco e nepotista che si segnalò principalmente per lo scandaloso favoreggiamento operato a favore di tutto il suo numeroso entourage di parenti e che spogliò di conseguenza le casse vaticane.

Vannozza Cattanei colpita dalla peste
Il serial parte proprio dalla malattia di Innocenzo VIII e dai preparativi per la sua successione al trono di Pietro seguendo le vicende e le macchinazioni del Cardinale Rodrigo Borgia per diventare successore di Pietro; con la sua storia, seguiamo anche quella dei suoi figli Giovanni, Cesare, Lucrezia e Goffredo.
Parallelamente, scopriamo le storie di personaggi che ebbero un ruolo fondamentale sia nell’elezione a Papa di Rodrigo sia di quelli che entrarono a vario titolo nelle vite di tutti i Borgia, attraverso un complesso sistema di matrimoni, unioni, alleanze e ferocissime rivalità che segnarono indelebilmente sia gli ultimi anni del 1400 sia l’intero 1500.
Subito dopo la morte di Innocenzo VIII viene indetto il conclave che dovrà eleggere il suo successore; fra i candidati più potenti e autorevoli al soglio di Pietro ci sono Giuliano della Rovere (sostenuto dal re di Francia Carlo VIII) e nemico mortale dei Borgia, Giovanni Colonna e Giovanni Battista Orsini, anch’essi rivali e nemici di Rodrigo.
Subito dopo l’extra omnes, seguiamo gli intrighi che si sviluppano tra i vari Cardinali al fine di suggellare alleanze e ottenere il massimo possibile in cambio del voto decisivo.
A spuntarla sarà proprio Rodrigo, che non esitera’ a donare ingenti somme e possedimenti terrieri ai suoi potenziali elettori, giungendo anche a sacrificare sua figlia per ottenere l’alleanza decisiva di Ascanio Maria Sforza Visconti a cui prometterà la mano di Lucrezia per il nipote di quest’ultimo, Giovanni Sforza.
L’11 agosto 1492 con 15 voti Rodrigo Borgia viene eletto Papa con il nome di Alessandro VI, evidente tributo ad Alessandro Magno il Macedone; è l’inizio delle fortune dei Borgia che da quel momento influenzeranno in maniera decisiva la storia della penisola italiana e delle corti europee più importanti.
Con le minacce e le lusinghe, con il ricatto e con un’abile strategia politica, corrompendo e ove necessario usando la violenza, Alessandro VI riuscirà a portare lo stato pontificio ad essere nuovamente il centro della cristianità ma sopratutto riuscirà a dare straordinario vigore al prestigio del papato.
Contemporaneamente, lo sceneggiato segue la sua scandalosa vita privata; vediamo infatti il Pontefice stringere un legame carnale con la bellissima Giulia Farnese moglie di Orso Orsini dalla quale avrà Laura che verrà riconosciuta come i figli che Alessandro VI aveva avuto da Vannozza Cattanei.
In ultimo, largo spazio è dato al legame con i vari figli che assencoderanno la brama di potere del Pontefice, a partire dal discusso Giovanni duca di Gandia per finire con Lucrezia e Cesare.
Il serial è avvincente e ben curato, realizzato con grandi mezzi e con un uso superbo della grafica al computer; è ben recitato e ricostruito dal punto di vista ambientale con molta ricercatezza.
Ma contemporaneamente, dal punto di vista storico mostra gravi pecche e sopratutto sposa delle tesi storiche poco convincenti se non false del tutto.
E’ vero per esempio che Alessandro VI avesse un affetto speciale per Giovanni, duca di Gandia giovane vanesio e tronfio come un pavone che si segnalò principalmente per la sua incompetenza sia militare sia politica, mentre divenne famoso per le sue imprese sotto le lenzuola, seguendo in questo il padre, che gli storici considerano affetto da un’autentica patologia compulsiva legata ad una sessualità esasperata.
Che è testimoniata dai numerosi figli avuti da diverse donne; oltre ai citati Giovanni, Lucrezia, Cesare e Goffredo Alessandro VI ebbe la figlia Laura dall’unione con Giulia Farnese e un’altra figlia da un altro legame, oltre a qualche figlio da donne varie non riconosciuti però come legittimi.
E’ falsa viceversa la tesi sposata dallo sceneggiatore secondo cui ad organizzare la morte di Giovanni e ad eseguirne materialmente l’omicidio sia stata Lucrezia; storicamente la morte del duca di Gandia rimase un mistero, anche se subito dopo il suo omicidio vennero formulate delle ipotesi che vedevano come mandante Cesare o comunque uno o più dei tanti acerrimi nemici dei Borgia.
La figura di Lucrezia è un altro degli aspetti discutibili della sceneggiatura; vista come una ragazzina viziata preda di esaltazioni mistico-religiose e di una sessualità prorompente, Lucrezia fu viceversa una donna molto intelligente e sfortunata.
Denigrata come incestuosa e avvelenatrice dalla storiografia contemporanea alle vicende storiche raccontate, Lucrezia probabilmente non ebbe mai a che fare con sporche storie di sesso nè con suo padre nè con suo fratello.
L’odio per i Borgia era così diffuso che queste voci circolarono da subito, alimentando la diffidenza delle varie corti italiane ed europee verso la famiglia Borgia; uno dei responsabili delle calunnie nei confronti di Lucrezia fu il suo ex marito Giovanni Sforza, costretto ad annullare il suo matrimonio con la ragazza per presunta impotenza (Lucrezia venne visitata da un medico e trovata vergine, un evidente falso).
Giovanni così si vendicò dell’affronto subito e come lui dovettero pensarla alcuni storici del periodo, che rincararono la dose dipingendo la futura duchessa di Ferrara come donna degenerata e indegna moralmente.
In realtà Lucrezia fu solo vittima della sete di potere di suo padre prima e di Cesare dopo, oltre che essere vittima della morale dell’epoca che voleva la donna succube in toto dei desideri del capo famiglia.
Ancor meno riuscita la caratterizzazione del personaggio di Cesare, il futuro Valentino, poco riuscita dal punto di vista sia storico che della fiction in senso stretto; dipinto come un uomo in preda a pulsioni mistiche e geloso in maniera patologica del fratello oltre che sacrificato dal padre in ruoli marginali, Cesare in realtà rese succube il papa in virtù della sua fortissima personalità.
Quasi tutte le mosse di Rodrigo furono influenzate dal figlio, che aveva un ascendente sul padre di gran lunga superiore a quanto mostrato.
Queste pecche non influenzano comunque la narrazione dello sceneggiato che è fluente nonostante la catena di intrighi e i numerosissimi personaggi che si muovono all’interno della vicenda, mentre abbastanza cruente sono le scene di violenza a cui assistiamo, mostrate con crudo realismo.
Basta vedere per esempio la sorte terribile che capita a due assassini che vengono giustiziati in pubblico; i due, responsabili di un tentativo di avvelenamento delle acque della capitale (intrigo ordito da un Colonna che baratta la sua eredità con l’esclusione della sua figura dalle indagini) vengono segati vivi con un realismo che lascia davvero impressionati.
Ruoli importanti vengono attribuiti a Giulia Farnese (detta la Bella), la donna che visse con il Papa dopo la sua elezione al soglio pontificio e che contribuì non poco ad alcune sue decisioni politiche, a Vannozza Cattanei, ex amante di Rodrigo Borgia a cui dette 4 figli (forse anche un quinto ovvero quell’Ottaviano ucciso dalla peste), donna dipinta dai suoi contemporanei come furba e incestuosa ed infine ad Alessandro Farnese, fratello della bella Giulia e ondivago amico di Cesare, che tradirà e con il quale non riuscirà più a stabilire i rapporti di fraterna amicizia che li avevano legati sin da piccoli.
Come dicevo all’inzio, questo serial descrive principalmente le lotte di potere e gli intrighi sia religiosi che politici delle principali famiglie italiane ed europee per assicurarsi territori ed alleanze che permettessero di stabilire zone di influenza sempre più ampie.
Alcuni Cardinali, come Giuliano Della Rovere (il futuro Giulio II), sono dipinti come arrivisti senza scrupoli, pronti a tutto pur di assicurarsi privilegi e potere; Della Rovere appare gretto e meschino oltre che sodomita e principale responsabile della discesa in Italia di Carlo VIII che concluse la sua campagna ingloriosamente a Fornovo, con conseguente aumento a dismisura del prestigio e della potenza di Alessandro VI.
Altri, come Francesco Nanni Todeschini Piccolomini (il futuro Pio III) come intriganti meschini; Piccolomini divenne in seguito Papa alla morte di Alessandro VI, ma regnò per soli 26 giorni. Morì probabilmente avvelenato, come del resto Rodrigo Borgia.
Da segnalare qualche vistosa inesattezza storica a livello di personaggi minori; la più appariscente è quella legata al marito di Giulia Franese ovvero Orso Orsini.
Quest’ultimo è interpretato da un attore bello e aitante; nella realtà Orso (chiamato Orsino) era bruttissimo, con un volto sfigurato dall’acne e privo di un occhio, cosa che gli era valsa l’appellativo di Monoculus Orsinus.
La bella Giulia ha i capelli castani, mentre storicamente era bionda, così come appare nel celebre ritratto che Raffaello Sanzio le fece.
Lo stesso Rodrigo aveva un aspetto poco piacevole, in netto contrasto con la figura interpretata da John Doman, mentre Cesare aveva i capelli neri e dei lineamenti marcati e virili che lo rendevano una figura magnetica ed affascinante.
Ma aldilà di questi errori di documentazione, il serial è affascinante e ricco di colpi di scena, con sequenze quasi splatter e un erotismo non diffuso ma abbastanza forte nelle sue scene principali.
Memorabile la sequenza in cui una donna che ha appena partorito porge il suo seno al pontefice morente (Innocenzo VIII) che succhia avidamente per molti secondi oppure quella relativa alla reazione di Rodrigo Borgia alla notizia della morte del figlio prediletto Giovanni.
La serie è stata trasmessa dal canale satellitare Sky, in 12 puntate nel mese di settembre del 2011.

John Doman … Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI
Isolda Dychauk … Lucrezia Borgia
Art Malik … Francesco Gacet
Diarmuid Noyes … Alessandro Farnese
Mark Ryder … Cesare Borgia
Marta Gastini … Giulia Farnese
Assumpta Serna … Vannozza Catanei
Stanley Weber … Giovanni Borgia duca di Gandia
Andrea Sawatzki … Adriana De Mila Orsini
Victor Schefé … Johann Burchard
Nicolás Belmonte … Shahzadeh Djem, il principe arabo
Dejan Cukic … Guiliano Della Rovere
Christian McKay … Cardinale Sforza
Miroslav Táborský … Gianbattista Orsini
John Bradley … Giovanni De Medici
Karel Dobrý … Giovanni Colonna
Predrag Bjelac … Francesco Piccolomini
Sean Campion … Virginio Orsini
Vincent Carmichael … Ambasciatore Diego De Haro
Vadim Glowna … Jorge Da Costa
Monica Lopera … Maria Enriques de Luna
Elisa Mouliaá … Pantisilea
Manuel Rubey … Giovanni Sforza
Richard Southgate … Marcantonio Colonna
Erika Guntherová … Madre Superiora
Michael Billington … Orsino Orsini Migliorati
Paul Brennen … Agapito Geraldini
Michael Fitzgerald … Cardinale Oliviero Carafa
Andrew Hawley … Alfonso D’Este
Peter Hosking … Cardinale Giovanni Savelli
Josef Jelínek … Frederigo San Severino
Udo Kier … Papa Innocenzo VIII
Dave Legeno … Guidobaldo De Montefeltro
Adam Misík … Goffredo Borgia
Jirí Mádl … Francesco Remolino d’Ilerda
Jirí Ornest … Ardicino Della Porta
Robert Polo … Carlo Canale
Amber Rose Revah … Maacah Bat-Talmai
Matej Stropnický … Don Gaspare Da Procida
Raimund Wallisch … Alfonso D’Aragona
Scott William Winters … Cardinale Raffaele Riario-Sansoni
David Atrakchi … Yves D’Allegre
Dan Cade … Galeotto Sclafenatus
Marco Calvani … Christoforo Castanea
Scott Cleverdon … Gonzalo Fernandez de Cordoba
James Greene … Maffeo Gherardo
Frédéric Guignot … Peron De Basche
Benjamin Gur … Petronio
Tereza Vorísková … Fiametta Michaelis
Rodolfo Bianchi: Rodrigo Borgia/Alessandro VI
Anna Cesareni: Vannozza Cattanei
Edoardo Stoppacciaro: Cesare Borgia
Marco Vivio: Giovanni Borgia
Chiara Gioncardi: Lucrezia Borgia
Marta Gastini: Giulia Farnese
Lorenzo De Angelis: Alessandro Farnese
Monica Gravina: Adriana de Mila
Gerolamo Alchieri: Gianbattista Orsini
Stefano Brusa: Giovanni de’ Medici
Il Cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI
Giulia Farnese

Il futuro Cardinale Giovanni De Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico

Il Cardinale Della Rovere, il futuro Papa Giulio II

Giovanni Sforza duca di Pesaro, ex marito di Lucrezia Borgia

Adriana De Mila, madre di Orso Orsini e suocera di Giulia Farnese

Alfonso D’Aragona, suocero di Goffredo Borgia e padre di Sancha D’Aragona

Il futuro Cardinale Alessandro Farnese, fratello di Giulia

Presunto ritratto di Cesare Borgia, il Valentino

La bella Giulia Farnese in un ritratto di Raffaello

Un dipinto raffigurante Lucrezia Borgia

Rodrigo Borgia, Papa Alessandro VI
Il conclave che elesse Rodrigo Borgia era composto dai seguenti Cardinali:
Giuliano della Rovere, O.F.M. vescovo di Ostia e Velletri, arcivescovo di Bologna, amministratore dell’arcidiocesi di Avignone, (eletto papa con il nome di Giulio II nel Conclave del 1503)
Rodrigo Lanzol-Borja y Borja (divenuto poi papa Alessandro VI), vescovo di Porto e Santa Rufina, arcivescovo di Valencia, Decano del Sacro Collegio
Oliviero Carafa, vescovo di Albano
Giovanni Battista Zeno, vescovo di Frascati
Giovanni Michiel, vescovo di Palestrina
Jorge da Costa, vescovo di Albano, arcivescovo di Lisbona
Francesco Nanni Todeschini-Piccolomini, cardinale diacono di Sant’Eustachio, arcivescovo di Siena (Eletto papa con il nome di Pio III nel Conclave del 1503)
Girolamo Basso della Rovere, O.F.M., del titolo di San Crisogono, vescovo di Recanati e Macerata
Raffaele Riario, O.F.M., del titolo di San Lorenzo in Damaso
Domenico della Rovere, titolare di San Clemente, arcivescovo di Torino
Paolo Fregoso (o Campofregoso), del titolo di San Sisto, arcivescovo di Genova
Giovanni Battista Savelli, cardinale diacono di San Nicola in Carcere
Giovanni Colonna, cardinale diacono di Santa Maria in Aquiro
Giovanni de’ Conti, del titolo di San Vitale
Giovanni Giacomo Sclafenati, del titolo di Santa Cecilia, vescovo di Parma
Giovanni Battista Orsini, cardinale diacono di Santa Maria Nuova
Ascanio Maria Sforza Visconti, cardinale diacono di Santi Vito e Modesto
Lorenzo Cybo de Mari, del titolo di San Marco, arcivescovo di Benevento
Ardicino della Porta, del titolo di Santi Giovanni e Paolo, vescovo di Aleria
Antoniotto Pallavicini, del titolo di Santa Prassede, vescovo di Orense
Maffeo Gherardo, O.S.B.Cam., del titolo di Santi Nereo e Achilleo, Patriarca di Venezia
Giovanni de’ Medici, cardinale diacono di Santa Maria in Domnica (eletto papa con il nome di Leone X nel Conclave del 1513)
Federico Sanseverino, cardinale diacono di San Teodoro

1974, un anno di cinema

Il 1974 è un anno che, almeno a livello nazionale, mostra molte più ombre che luci; la società italiana si appresta a vivere quella che è una stagione di fortissime tensioni sociali e sopratutto è attanagliata dai primi morsi di una crisi economica che porterà il paese a profonde trasformazioni politiche e industriali.
E’ l’anno dell’esplosione del terrorismo diffuso, con atti criminali come la strage di Piazza della Loggia a Brescia o il rapimento di Mario Sossi da parte delle Brigate rosse a Genova, ma è anche l’anno delle grandi conquiste civili come quella sancita dalla vittoria del fronte divorzista nel referendum di maggio dello stesso anno.
Il cinema invece sembra essere ancora il passatempo preferito dagli italiani, che continuano ad affollare le sale grazie anche ad una programmazione di assoluto livello.
Il fiore delle mille e una notte
L’enigma di Kaspar Hauser
Se in America la gente sembra appassionarsi alle vicende dello scandalo Watergate che costerà la poltrona al presidente Nixon, Hollywood continua a sfornare film di grandissima qualità e di li a poco userà proprio il Watergate per raccontare agli americani la sordida storia delle intercettazioni del presidente Nixon, proprio mentre l’impegno americano in Vietnam sta trasformandosi in un’odissea destinata a finire ingloriosamente.
Hollywood assegna a febbraio gli Oscar per i film più belli dell’anno precedente e ad essere premiato come miglior film è La stangata (The Sting), regia di George Roy Hill, storia di un’abile truffa ordita da due compari e magistralmente interpretata da Paul Newman e Robert Redford.
Ornella Muti in Romanzo popolare
Per capire il livello qualitativo raggiunto dal cinema degli States, basti pensare che La stangata si impone su una rosa di autentici capolavori come American Graffiti (American Graffiti) di George Lucas, Sussurri e grida (Viskningar och rop), del grande regista svedese Ingmar Bergman e sul più grande successo della stagione, L’esorcista (The Exorcist), per la regia di William Friedkin.
George Roy Hill si impone anche come miglior regista, battendo fra gli altri il nostro Bertolucci con il suo film scandalo Ultimo tango a Parigi.
Gene Hackman in La conversazione
Manfredi e Gassman in C’eravamo tanto amati
Come migliore attore viene premiato Jack Lemmon per Salvate la tigre (Save the Tiger), migliore attrice è Glenda Jackson interprete di Un tocco di classe (A Touch of Class); la migliore attrice non protagonista è una figlia d’arte, Tatum O’Neal premiata per la sua intensa interpretazione nel film Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon). La figlia di Ryan O’Neal ha talento e classe e sembra destinata ad una fulgida carriera.
In Italia un grandissimo successo lo ottiene (come nel resto del mondo) il film Frankenstein Junior diretto da Mel Brooks e interpretato da Gene Wilder, Peter Boyle, Marty Feldman; le tragicomiche disavventure di Frederick (Gene Wilder), nipote del dottor Frankenstein,appassionano e divertono praticamente a tutte le latitudini.
Adriana Asti in Il fantasma della libertà
Ma il film più visto dell’anno è Il Padrino parte II, nuovo capitolo della saga dei Corleone interpretato in maniera impeccabile da Al Pacino,Robert De Niro e Diane Keaton. Il film ottiene un successo strepitoso e conferma ancora una volta lo straordinario talento del regista italo americano Francis Ford Coppola.
Anche Polanski si conferma regista di assoluto valore con quello che diverrà uno dei film noir più belli di sempre, Chinatown, torbida storia delle indagini di un investigatore costretto a muoversi tra interessi occulti e una sordida storia di incesto. Grandi interpreti come Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Houston contribuiscono a rendere indimenticabile il film, che diverrà un autentico cult con il passare del tempo.
A attirare folle enormi sono anche le classiche mega produzioni hollywoodiane, quelle costruite attorno a storie robuste, spettacolari e interpretate da grandi attori: è il caso di Assassinio sull’Orient Express, per la regia del grande Sidney Lumet con protagonista il detective dalla testa ad uovo, Hercule Poirot, così profondamente detestato dalla sua creatrice Agatha Christie.
Il giustiziere della notte
Gloria Guida, protagonista di La minorenne
Il film tutto girato sull’Orient express durante un viaggio da Istanbul a Calais racconta ovviamente delle indagini del celebre detective chiamato a risolvere un difficile caso di omicidio.
Nel cast all star figurano Sean Connery, Jacqueline Bisset, Lauren Bacall, Anthony Perkins, Albert Finney,Ingrid Bergman (premiata con l’Oscar come miglior attrice non protagonista), Richard Widmark, Jean-Pierre Cassel, Martin Balsam, John Gielgud, Wendy Hiller, Vanessa Redgrave.
Stesso successo arride a L’inferno di cristallo,un film di John Guillermin del genere catastrofico, ambientato in un grattacielo nel quale scoppia un devastante incendio causato da imperdonabili leggerezze nella costruzione legate ovviamente ai soliti squallidi interessi economici. Un cast ancora all star con attori del calibro di William Holden, Fred Astaire, Faye Dunaway, Paul Newman, Steve McQueen,Jennifer Jones, Robert Vaughn, Robert Wagner, Susan Blakely, Richard Chamberlain.
Nel cast figura anche il campione di football O.J.Simpson che di li a qualche anno sarebbe stato protagonista di uno dei casi di cronaca nera più famosi degli ultimi trent’anni.
Non aprite quella porta
Travolti da un insolito destino
Lusinghiero successo per il film di Clayton Il grande Gatsby, tratto dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald che racconta la storia d’amore tra un ricco americano e una donna che non ha saputo attendere il ritorno dell’amato dalla guerra, film con finale amaro e una volta tanto non da happy end. Bravissimi gli interpreti, molto applauditi a partire da Redford per finire con la bravissima Mia Farrow.
Ancora Coppola protagonista con il suo La conversazione, film che anticipa i temi scatenati in seguito dall’affare Watergate, mentre va segnalato un film spagnolo del grande maestro Bunuel, Il fantasma della libertà colmo di episodi grotteschi e surreali nello stile inconfondibile del maestro. Il cast del film porta al successo internazionale i nostri Adolfo Celi, Adriana Asti, Monica Vitti e Milena Vukotic che rappresentano al meglio i nostri colori.
Frankenstein Junior
E a proposito dei nostri colori diamo un’occhiata ad alcune produzioni nostrane, partendo da uno dei film più belli della storia del cinema italiano, quel C’eravamo tanto amati che attraversa con occhio commosso e divertito la storia del nostro paese raccontando ambizioni e sogni frustrati di un gruppo di amici. Scola racconta uno spaccato d’Italia che parte dalla guerra e arriva ai giorni nostri attraverso le vicende splendidamente interpretate da grandi attori come Gassman, Manfredi, la Sandrelli ritagliando all’interno del film camei affidati a Fellini, Mastroianni e Mike Bongiorno che interpreta se stesso nel celebre Lascia o raddoppia.
Un altro grande capolavoro che esce nel 1974 è Profumo di donna di Dino Risi interpetato da quel mostro delle scene che era Vittorio Gasmann; la storia tragica del capitano cieco che cercherà il suicidio stanco di vivere in un mondo in cui i vedenti mostrano meno acutezza visiva del non vedente e che sfuggirà al suo destino arrendendosi all’amore di una giovane donna.
Milano odia: la polizia non può sparare
Nel maggio del 1974 si svolge la 27ª edizione del Festival di Cannes ( dal 9 al 24 maggio); a trionfare come miglior film e ad aggiudicarsi la Palma d’oro è il film già citato di Coppola La conversazione, mentre un lusinghiero risultato per il cinema italiano lo riporta Pasolini aggiudicandosi il Grand Prix Speciale della Giuria per il suo Il fiore delle Mille e una notte. Paradossalmente i film più importanti sono tutti fuori concorso come Amarcord di Fellini, Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson e Grandi manovre di Renè Clair.
Anche l’Italia assegna i suoi premi come il prestigioso David di Donatello, attribuito a Fellini per Amarcord, a Sophia Loren e Monica Vitti interpreti rispettivamente di Il viaggio e Polvere di stelle e a Nino Manfredi per l’ottimo Pane e cioccolata.
L’inferno di cristallo
Portiere di notte
Chinatown
Il 1974 è anche l’anno del controverso Portiere di notte di Liliana Cavani, storia di un rapporto al limite della sindrome di Stoccolma tra un ex carceriere nazista e la vittima dei suoi soprusi; bravissimi di due interpreti principali ovvero Charlotte Rampling e Dirk Bogarde così come va rimarcato il grande successo di pubblico di critica ottenuto dal maestro Monicelli con il graffiante e tragicomico Romanzo popolare, interpretato da Ugo Tognazzi e Ornella Muti.
Ancora dall’estero arriva il successo di Il fantasma del palcoscenico diretto da quel geniaccio di De Palma, quello di Mezzo giorno e mezzo di fuoco di Mel Brooks e di Prima pagina del grande Billy Wilder interpretato da Jack Lemmon.
Ai botteghini italiani i film che staccano più biglietti sono anche prodotti commerciali come I guappi di Squitieri, Peccato veniale di Samperi con protagonista Laura Antonelli, girato in fretta e furia dopo il travolgente successo di Malizia e con la partecipazione dello sfortunato Alessandro Momo che di li a poco sarebbe morto per le conseguenze di un tragico incidente di moto.
Claudia Cardinale nel film I guappi
Da segnalare ancora Quella sporca ultima meta di Aldrich ambientato nel mondo del football americano, di Il giustiziere della notte di Michael Winner, storia della vendetta di un comune cittadino (Charles Bronson) nei confronti i alcuni teppisti che gli hanno ucciso la moglie e stuprato la figlia, dell’immancabile 007 dell’anno, ovvero L’uomo dalla pistola d’oro interpretato dal nuovo Bond alias Roger Moore, forse uno dei film della serie meno riusciti,di L’anticristo di Martino, film uscito sulla scia del successo di L’esorcista.
Stroncato dalla critica, il film di Sergio Martino in realtà non è affatto malvagio anche se ovviamente non può reggere il paragone con il film di Friedkin.
Black christmas
I racconti immorali
Qualche altra citazione per Mio Dio, come sono caduta in basso!, tragicommedia diretta da Comencini che racconta il matrimonio impossibile tra due coniugi che dovrebbero essere fratello e sorella e che invece scopriranno di non esserlo, per Airport 75, che inaugura la stagione dei film ambientati nei cieli a bordo di aerei e assolutamente improbabili come le sceneggiature che ne formavano l’ossatura,
Linda Lovelace protagonista nel blockbuster Gola profonda, il primo porno a sbancare il box office
per il mediocre Finché c’è guerra c’è speranza diretto e interpretato da Alberto Sordi, per I racconti immorali di Borowczyk, elegante e raffinato collage di storie proibite (su tutte quelle riguardante la famigerata contessa Dracula, Elisabeth Bathory), per Una moglie di Cassavets e infine per Lenny di Bob Fosse, storia al vetriolo del grande Lenny Bruce interpretato magistralmente da Hoffman.
I film meritevoli di menzione sarebbero ancora tanti; siamo davvero nel cuore degli anni d’oro del cinema e i risultati a livello creativo e relativo riscontro di pubblico si vedono.
L’anticristo
La nipote
Dark Star
Sugarland Express
Le Amazzoni
Prima pagina
Il fantasma del palcoscenico
Mezzogiorno e mezzo di fuoco

Miglior film: La stangata (The Sting), regia di George Roy Hill
Miglior regia: George Roy Hill – La stangata (The Sting)
Miglior attore protagonista: Jack Lemmon – Salvate la tigre (Save the Tiger)
Migliore attrice protagonista: Glenda Jackson – Un tocco di classe (A Touch of Class)
Miglior attore non protagonista: John Houseman – The Paper Chase (The Paper Chase)
Migliore attrice non protagonista: Tatum O’Neal – Paper Moon – Luna di carta (Paper Moon)
Miglior film straniero: Effetto notte (La nuit américaine), regia di François Truffaut (Francia)
Migliore colonna sonora: Marvin Hamlisch – Come eravamo (The Way We Were)

Grand Prix: La conversazione (The Conversation), regia di Francis Ford Coppola (USA)
Grand Prix Speciale della Giuria: Il fiore delle Mille e una notte, regia di Pier Paolo Pasolini (Italia/Francia)
Premio della giuria: La cugina Angelica (La Prima Angélica), regia di Carlos Saura (Spagna)
Prix d’interprétation féminine: Marie-José Nat – I violini del ballo (Les violons du bal), regia di Michel Drach (Francia)
Prix d’interprétation masculine: Jack Nicholson – L’ultima corvè (The Last Detail), regia di Hal Ashby (USA)
Prix du scénario: Hal Barwood, Matthew Robbins e Steven Spielberg – Sugarland Express (The Sugarland Express), regia di Steven Spielberg (USA)
Grand Prix tecnico: La perdizione (Mahler), regia di Ken Russell (Gran Bretagna)
Premio FIPRESCI: La paura mangia l’anima (Angst essen Seele auf), regia di Rainer Werner Fassbinder (Germania)
Premio della giuria ecumenica: La paura mangia l’anima (Angst essen Seele auf), regia di Rainer Werner Fassbinder (Germania)

Migliore film Amarcord, regia di Federico Fellini (ex aequo) con Pane e cioccolata, regia di Franco Brusati
Miglior regista Federico Fellini – Amarcord
Migliore attrice protagonista Sophia Loren – Il viaggio e Monica Vitti – Polvere di stelle
Migliore attore protagonista Nino Manfredi – Pane e cioccolata
Miglior regista straniero, Ingmar Bergman – Sussurri e grida (Viskningar och rop)
Migliore attrice straniera Barbra Streisand – Come eravamo (The Way We Were) (ex aequo) con Tatum O’Neal – Paper Moon – Luna di carta
Migliore attore straniero Robert Redford – La stangata (The Sting) con Al Pacino – Serpico
Miglior film straniero Jesus Christ Superstar (Jesus Christ Superstar), regia di Norman Jewison
Mussolini, ultimo atto
Femmine in gabbia
Il grande Gatsby
Assassinio sull’Orient Express












































































































































































































































