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La caduta degli dei

La caduta degli dei locandina

Oberhausen, Germania, 27 febbraio del 1933.
A casa von Essenbeck si riunisce la famiglia al gran completo per festeggiare il compleanno del patriarca della famiglia, Barone Joachim von Essenbeck.
L’uomo è uno dei più importanti industriali di Germania nel campo dell’acciaio, forse il materiale più ambito nella nazione tedesca pre bellica.
Joachim von Essenbeck, da capitano d’industria furbo e lungimirante, è riuscito fino a questo momento attraverso una rete di relazioni importanti a mantenere la sua azienda ai vertici della produzione industriale.
Mentre stanno per sedersi a tavola, gli Essenbeck sono raggiunti dalla notizia dell’incendio del Reichstag, la sede del parlamento tedesco.
Il Barone, che era in procinto di nominare il suo successore alla guida dell’impero industriale decide di escludere dalla corsa il marito della nipote Elisabeth, Herbert Thallman a tutto favore di Konstantin von Essenbeck (l’altro suo nipote), che gode dell’alta protezione del potentissimo capo delle SA (le Sturmabteilung i battaglioni di assalto) Ernest Rohm che in quel periodo storico era praticamente il braccio destro del Furher Adolf Hitler.
La decisione provoca l’ira di Herbert, fervente antinazista che dopo aver litigato con il patriarca per la decisione che di fatto consegna le aziende sotto il controllo del regime decide di preparare la partenza dal paese, nella convinzione fondata che di li a poco gli eventi sarebbero precipitati.
La decisione di Herbert risulterà fatale per la storia della famiglia.

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Umberto Orsini interpreta Herbert Thallman

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Charlotte Rampling interpreta Elisabeth von Essenbeck, moglie di Herbert

Alla cena infatti è presente anche Friedrich Bruckmann, dirigente della società e amante della moglie del figlio di Joachim von Essenbeck, Sophie; la donna è anche madre del cinico e opportunista Martin, che prima della cena si era esibito in uno spettacolo travestendosi da donna, suscitando lo scandalo del resto della famiglia.
Con Bruckman c’è anche Aschenbach, importante ufficiale delle SS (nemiche giurate delle SA di Rohm), le Schutzstaffel (reparti di difesa) che costituivano il corpo d’elite al servizio del Fuhrer.
L’ufficiale convince l’ambizioso Bruckman ad uccidere il Barone, in modo da permettere al giovane Martin (controllato dalla madre Sophie) di ereditare l’impero di Joachim von Essenbeck.
Così accade e Martin diventa presidente.

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Helmut Berger interpreta Martin von Essenbeck

Ma Konstantin, che doveva diventare presidente come stabilito da Joachim von Essenbeck intuisce i piani di Frederick Bruckman e ne ottiene conferma durante una riunione con i capi dello Stato maggiore tedesco; è infatti in corso una vera e propria guerra interna tra le SA di Rohm e l’esercito, che mal sopporta la presenza di un corpo paramilitare divenuto ormai potente come l’esercito. Lo stesso Hitler teme Rohm perchè si rende conto di correre il rischio di essere oscurato dal suo braccio destro e in più il Fuhrer ha bisogno dell’appoggio incondizionato dell’esercito.
Un avvenimento tuttavia aggrava la posizione della famiglia Essenbeck; Martin, che possiede una personalità paranoica e deviata, mentre è in attesa di Olga,una prostituta che frequenta abitualmente, incontra una bambina e la violenta.
La piccola, per la vergogna si uccide, mentre Martin fugge lasciando però nell’appartamento il suo portasigarette.
E’ Konstantin a salvare dallo scandalo sia la famiglia che Martin; grazie ai buoni uffici e alle conoscenze nella polizia, mette tutto a tacere, chiedendo però in cambio a Friedrich e a Sophie di diventare il nuovo presidente in luogo di Martin.
Sophie, come in occasione della morte di Joachim, convince Friedrich della necessità di uccidere anche Konstantin e l’uomo, sempre più succube della donna e del suo sfrenato arrivismo, accondiscende confidando nel matrimonio con Sophie e nella posizione di capo assoluto dell’azienda per mantenere comunque il suo status di controllore degli eventi.
Ma una serie di accadimenti porta la storia verso un drammatico epilogo.

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Ingrid Thulin interpreta Sophie von Essenbeck

Elisabeth e le sue due figlie vengono arrestate per costringere Herbert a ritornare in patria,proprio mentre sta per arrivare la notte del 30 giugno 1934.
Quella sera le SA di Rohm vengono sterminate dalle SS di Heydrich e si compie anche il destino di Konstantin che viene ucciso da Friedrich.
Aschenbach, onnipresente e diabolico ispiratore convince Martin a sciogliere finalmente il suo legame con la madre Sophie e a rendersi  indipendente.

Così, mentre arriva Herbert che vuol salvare la moglie e le figlie dalla deportazione nel campo di sterminio di Dachau, si compie la tragedia finale in casa Essenbeck; Martin rivela a Gunther,il figlio di Konstantin il ruolo avuto da Friedrich nell’assassino del padre e subito dopo stupra sua madre, che invano ha tentato di metterlo in guardia dalla nefasta influenza di Aschenbach.
Mentre Friedrich si rende conto che non avrà mai il potere tanto agognato e mentre Sophie precipita nella follia attraverso uno stato di completa catatonia, Martin li costringe al suicidio dopo averli costretti ad un matrimonio farsa.
Morti i due, per Martin non ci sono più avversari e da questo momento è libero di guidare le industrie Essenbeck.
Un’illusione, in realtà, perchè da quel momento consegna l’azienda e l’acciaio nelle mani di Hitler.
La caduta degli dei è un grande affresco diretto da Luchino Visconti nel 1969; più che un affresco, il termine esatto sarebbe una tragica saga familiare ma affresco serve a rendere l’idea del quadro d’assieme in cui si mescolano sicuramente i peggiori sentimenti dell’animo umano.

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La cena con la famiglia Essenbeck al completo

L’arrivismo, la meschinità e la gelosia, l’odio e l’orgoglio, la follia e la corruzione, la dissolutezza e quant’altro si mescolano in un’opera nichilista e senza speranza, come del resto annunciato dall’argomento, ovvero il ritratto di una famiglia coinvolta totalmente in quell’abominio che fu il nazismo.
Il quadro storico si mescola quindi al dramma familiare, attraverso la costruzione di ritratti di gente meschina il cui unico credo è il potere e il denaro, proprio mentre attorno si stanno creando le premesse per l’orrore nazista.
I personaggi del film sono moralmente abietti, a cominciare da Martin, pedofilo e più o meno consciamente propenso all’incesto, per passare all’ambizioso e senza scrupoli Friedrich per finire con Aschenbach, vera incarnazione dell’inferno nazista raffigurato potentemente quasi fosse una malefica e sinistra incarnazione del peggio degli esseri umani.
Il nichilismo di Visconti si esprime in una serie di ritratti al vetriolo, quindi; tutti i personaggi della tragedia, che assomiglia tanto al Machbeth di Shakespeare sono preda dei propri istinti, dominati dalle proprie debolezze.
A parte Martin e Friedrich, non appaiono di certo migliori la ambiziosa Sophie o l’ambiguo Konstantin; tutti appartengono all’aristocrazia tedesca, responsabile in primis dell’appoggio dato ad Hitler e al nazismo.
Dal punto di vista storico il film è abbastanza fedele agli avvenimenti narrati; dall’incendio del Reichstag (provocato dai nazisti) alla notte dei lunghi coltelli (che provocò l’epurazione delle SA) fino al massacro delle SA stesse, tutto è ripreso dagli avvenimenti reali. La sequenza del massacro delle SA dopo orge notturne forse è esagerata, ma è di sicuro impatto.

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Florinda Bolkan interpreta Olga

Questa sequenza si aggiunge ad altre che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come quella in cui Martin violenta la bambina o quella con protagonista sempre Martin in cui assistiamo all’incesto-stupro verso sua madre Sophie.
Visconti per questo film si avvale di un cast di attori molto bravi; sicuramente degni di menzione sono Helmut Berger, qui nel ruolo più convincente della sua carriera, Dirk Bogarde che rende alla perfezione l’ambiguo personaggio di Friedrich Bruckmann, Ingrid Thulin nel difficile ruolo di Sophie e poi ancora Charlotte Rampling (Elisabeth Thallman), una giovanissima e quasi sconosciuta Florinda Bolkan nel ruolo della prostituta Olga,Umberto Orsini nella parte di uno dei pochissimi personaggi positivi della storia ovvero Herbert Thallman e via via tutti gli altri.

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La caduta degli dei dura 160 minuti, che cinematograficamente sono un’eternità per un film drammatico; ma mentre si assiste alle tragiche vicende della famiglia Essenbeck il tempo sembra scorrere velocemente, nonostante per lunghi tratti sia principalmente composto da dialoghi.
Ma l’aria da tragedia incombente che si respira contribuisce a rendere palpabile l’atmosfera di tensione del film mentre la colonna sonora di Jarre avvolge come una spirale alcune sequenze del film stesso.

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L’ultima orgia delle SA prima del loro massacro

La critica accolse in maniera discorde il film; alcuni rimproverarono al regista un’eccessivo catastrofismo virato al negativo, paragonando il film ad un clone cocktail di I demoni di Dostoevskij contaminato da influenze wagneriane e di Thomas Mann. Altri puntarono l’indice sulla citata eccessiva lunghezza del film, altri ancora sul nichilismo disperato che avvolge il film attraverso la descrizione di un mondo senza speranza teso com’era al culto di valori negativi.
Personalmente trovo La caduta degli dei affascinante proprio in quelle che vengono segnalate come debolezze del film; il nichilismo è giustificato proprio dalla storia, da quegli anni in cui si posero le premesse per la più grande tragedia della storia dell’umanità, il nazismo e tutte le sue nefaste conseguenze come la morte di oltre 50 milioni di esseri umani inclusa la aberrante esperienza della Shoah.

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Mai, nemmeno nel medioevo, l’uomo era sceso così in basso e Visconti racconta proprio questo, le premesse al nazismo e alla guerra attraverso la descrizione dell’atmosfera di dissoluzione morale che precedette la seconda guerra mondiale.
Un film molto bello, che andrebbe proiettato nelle scuole come esempio di grande cinematografia unita al rigore della regia e alla fedeltà storica.

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La caduta degli dei, un film di Lucino Visconti, con Helmut Berger, Albrecht Schoenhals, Umberto Orsini, Ingrid Thulin, Renè Koldehoff, Karl Otto, Richard Beach, Dirk Bogarde, Florinda Bolkan, Ester Carloni, Peter Dane, Jessica Dublin, Wolfgang Ehrlich, Antonietta Fiorito, John Frederick, Helmut Griem, Werner Hasselmann, Wolfgang Hillinger, Klaus Hohne, Reinhard Kolldehoff, Ernst Kuhr, Karin Mittendorf, Piero Morgia, Charlotte Rampling, Nora Ricci, Valentina Ricci, Nelson H. Rubien, Mark Salvage, Bill Vanders, Irina Vanka, Renaud Verley.Drammatico, Italia 1969 Durata 160 minuti.

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La caduta degli dei banner personaggi

Dirk Bogarde: Friedrich Bruckmann
Ingrid Thulin: Sophie von Essenbeck
Helmut Griem: Aschenbach
Helmut Berger: Martin von Essenbeck
Renaud Verley: Gunther von Essenbeck
Umberto Orsini: Herbert Thallman
Reinhard Kolldehoff: Konstantin von Essenbeck
Albrecht Schoenhals: Joachim von Essenbeck
Florinda Bolkan: Olga
Nora Ricci: Governante
Charlotte Rampling: Elisabeth Thallman
Irina Wanka: Lisa
Karin Mittendorf: Thilde Thallman
Valentina Ricci: Erika Thallman
Wolfgang Hillinger: Janek
Ester Carloni: Madeline

La caduta degli dei banner cast

Regia     Luchino Visconti
Soggetto     Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Sceneggiatura     Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Fotografia     Pasqualino De Santis, Armando Nannuzzi
Montaggio     Ruggero Mastroianni
Musiche     Maurice Jarre, Walter Kollo, Willy Kollo
Scenografia     Vincenzo Del Prato

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“Siamo vicini alle elezioni, Friedrich. E dobbiamo vincerle a tutti i costi se vogliamo che siano le ultime.
“Vedi, Gunther, tu questa notte hai conquistato qualcosa di veramente straordinario. La brutalità di tuo padre, l’ambizione di Friedrich, la stessa crudeltà di Martin, non sono assolutamente nulla a confronto di quello che tu adesso possiedi: l’odio, Gunther. Tu possiedi l’odio, un odio giovane, puro, assoluto. Ma sta’ attento: questo potenziale d’energia e furore è troppo importante per farne la ragione di una personale vendetta: sarebbe un lusso, uno spreco inutile. […] Tu verrai con me: noi ti insegneremo ad amministrare questa tua immensa ricchezza, ad investirla nel modo giusto.

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Helmut Berger

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Florinda Bolkan e Helmut Berger

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Helmut Berger con il regista Luchino Visconti

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Charlotte Rampling

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Ingrid Thulin

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Charlotte Rampling

 

ottobre 22, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Angel heart ascensore per l’inferno

Angel heart ascensore per l'inferno locandina

New York, 1955
L’investigatore privato Harry Angel riceve la telefonata di un avvocato, che vuol affidargli l’incarico di rintracciare una persona per conto di un suo cliente.
Pur titubante, Harry si reca all’indirizzo fornitogli dall’avvocato, dove, all’interno di una chiesa di uno dei tanti santoni americani, trova il suo nuovo cliente Louis Cyphre.
Quest’ultimo gli affida l’incarico di trovare per suo conto una persona scomparsa 12 anni addietro, un cantante di una certa fama di nome Johnny Favorite, con il quale a suo dire ha un conto in sospeso.

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Robert De Niro è Louis Cyphre

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Mickey Rourke è l’investigatore privato Angel

L’ultimo indizio sulla vita di Favorite, scomparso misteriosamente nel nulla, risale a 12 anni prima, quando l’uomo era stato ricoverato in una clinica specializzata, dopo essere ritornato dalla guerra sfigurato e in preda ad una totale amnesia.
Attirato dai 5000 dollari promessi da Cyphre come ricompensa in caso di soluzione fruttuosa, Angel parte alla ricerca del misterioso Johnny Favorite, partendo proprio dalla clinica in cui era degente prima di scomparire nel nulla.
Qui scopre che Johnny è stato dimesso dal dottor Albert Fowler, uno dei medici della clinica che ne ha favorito la scomparsa alterando la cartella clinica su ordine di un uomo e una donna che gli hanno pagato 25.000 dollari in cambio del silenzio.

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L’uomo, schiavo della morfina, viene cosi costretto da Angel a raccontare tutti i particolari di sua conoscenza, ma quando l’investigatore ritorna da lui dopo essersi assentato per poco tempo per comprare da mangiare lo trova riverso sul letto con un occhio squarciato da un colpo di pistola.
Un evidente suicidio, a prima vista.
Angel decide di seguire le scarse informazioni in suo possesso e dopo una breve puntata a Coney Island dove apprende dell’esistenza di alcuni amici di Johnny che vivono nel sud degli States, parte per la Louisiana.

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Qui rintraccia Toots Sweet, chitarrista amico di Johnny che suona in un locale di New Orleans e che appartiene ad una setta voodoo che pratica sacrifici animali e riti orgiastici ; ma Angel non fa in tempo ad apprendere molto di più  perchè l’uomo viene ucciso ferocemente e mutilato dei suoi genitali che gli vengono ficcati in gola.
Sempre seguito dall’ombra della morte, ma ormai invischiato nella ricerca drammatica di Favorite che appare sempre più come un ombra inafferrabile e sinistra, Angel si reca nello studio di una chiromante/maga, Margaret Krusemark che sembra avere qualche legame con Johnny.
Ma anche la donna viene trovata uccisa poco dopo il colloquio con Johnny; l’investigatore la ritrova con il petto squarciato e con il cuore asportato, riversa sul pavimento della casa in cui abitava.
Sempre più inquieto, Angel riesce a parlare con la giovanissima Epiphany Proudfoot, figlia di una donna che Johnny aveva amato e apprende così da lei che è la figlia naturale dell’uomo e che sua madre è morta.
Ormai Angel ha in mano diversi elementi che diventano più chiari dopo un drammatico colloquio con Ethan Krusemark, padre della defunta Margaret: da lui apprende che Favorite, dodici anni prima, aveva fatto un patto con il diavolo per avere successo, sacrificando la vita di un giovane soldato. Ma dopo il primo lusinghiero successo, l’uomo era partito per la guerra ed era tornato in condizioni orribili, sfigurato e senza memoria.

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Era stato proprio Ethan a presentare Johnny a Margaret;Favorite era molto potente ed era in grado di evocare i demoni, in particolare il principe di essi, Lucifero.
Con Satana Johnny aveva fatto un patto, il successo in cambio dell’anima, ma al momento di rispettare i patti l’uomo si era rifiutato e aiutandosi con un antico libro che descriveva come impadronirsi di un’anima era riuscito a scambiare i propri ricordi e la propria vita con quella del giovane soldato offerto in olocausto al principe delle tenebre.
Il piano del cantante era di appropriarsi dell’identità del soldato, ma accadde che venne arruolato e spedito in guerra dalla quale tornò senza memoria e devastato nel volto.
Erano stati quindi Ethan e sua figlia Margaret a corrompere il dottor Fowler e a portare via Johnny.
Le scoperte di Angel sono quelle che Louis Cyphre attendeva: durante un drammatico colloquio con lui, Harry Angel apprende la terribile e sconvolgente verità….

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Angel heart, ascensore per l’inferno (titolo originale Angel heart) è un film del 1987 diretto dal regista inglese Alan Parker rielaborato dal romanzo Falling angel di William Hjortsberg del 1978.
Parker, autore di grandi successi e di ottimi film come Fuga di mezzanotte (1978),Saranno famosi (Fame, 1980),Pink Floyd The Wall (1982) e nel futuro di Mississippi Burning – Le radici dell’odio (1988) e di The Commitments (1991) crea qui il suo film più affascinante e riuscito, mescolando con grande sapienza visiva gli elementi thriller e horror contenuti nel romanzo di Hjortsberg.
Un film in cui la storia si mescola alle immagini in maniera così perfetta da creare un amalgama raramente tanto ben riuscito nella storia del cinema di genere.
L’aria del film, la sua atmosfera è quanto di più malato e malsano si possa immaginare; lasciando da parte la storia, già di per se abbastanza lugubre con morti ammazzati, demonio e spiritismo, voodoo e bassi istinti umani come l’ambizione e il tradimento, ci si immerge in un’atmosfera umida e appicicaticcia come l’onnipresente pioggia della Luoisiana, come l’aria restituita dagli onnipresenti ventilatori che costellano il film e che sembrano rimandarci contro un pò di quell’aria umida e soffocante che Harry Angel respira ad ogni passo che compie verso l’atroce verità finale.
E’ l’aria opprimente del profondo sud degli Usa, in cui l’affascinante e malinconico suono delle chitarre si mescola ad arcani e primordiali riti voodoo e in cui seguiamo con crescente senso di oppressione i progressi che Angel fa nella sua ricerca dell’inafferrabile e misterioso Johnny Favorite, un uomo amato e odiato in egual misura.

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Amato dalla mamma di Epiphany, a cui ha lasciato come unica eredità quella stupenda figlia che poi durante un rito voodoo avrà un figlio nientemeno che dal principe delle tenebre e in egual misura idolatrato da Margaret, la sensitiva occultista che, come racconta il padre, “da piccola ha imparato prima a leggere i tarocchi e poi a scrivere“.
Detestato in egual misura dai suoi vecchi compagni di band, temuto e allo stesso tempo disprezzato.
Questo è quello che vediamo scorrere sullo schermo, mentre l’indagine di Harry ci trasporta in un mondo opprimente in cui tutti sembrano voler sfuggire ad un segreto che ritengono aver riposto in un angolo del passato.
Ma Louis Cyphre, ovvero Lucifero, il principe dei demoni, non lascia mai una sua preda e quando il mistero su quello che ha realmente fatto Favorite appare chiaro, al detective privato Harry si presenterà la sconvolgente verità, annunciata dal demone stesso che appare imperturbabile, senza come dice lui “zampa caprina e puzza di zolfo”

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Angel heart è anche principalmente una gigantesca gara tra due attori splendidi: Mickey Rourke e Robert De Niro.
Il primo crea un personaggio per il quale inspiegabilmente lo spettatore parteggia prima di apprendere la sua reale identità e questo va ascritto alla bravura dell’attore americano che sembra anch’egli respirare a fatica l’atmosfera insalubre della Louisiana, quel misto di musica e sudore, di pioggia e di tanto odiate galline, di voodoo e morte che lo segue come un’ombra.

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Charlotte Rampling

Il secondo si sacrifica in un ruolo più defilato, ma sicuramente di uno spessore inarrivabile: chi più di De Niro può far scorrere sotto le mani un uovo e disquisire su di esso e sulla religione mantenendo un’aria tra il sarcastico e il diabolico?
Due grandi attori complementari, quindi.
A cui vanno aggiunti Charlotte Rampling /Margaret, Lisa Bonet/Epiphany Proudfoot ovvero le due donne protagoniste del film, misurate e affascinanti.
Bene anche il resto del cast, così come particolarmente opprimenti e riuscite sono le musiche di Trevor Jones mentre da oscar è la fotografia di Michael Seresin.
Un film di straordinario valore, quindi, in cui paradossalmente è più interessante il contorno ovvero la descrizione ambientale fatta da Parker di quanto lo sia la trama che tutto sommato, se escludiamo ovviamente il finale, appare abbastanza prevedibile.
Da inserire nell’elenco degli horror/thriller a sfondo parapsicologico e demoniaco meglio riusciti di sempre.
Angel Heart – Ascensore per l’inferno
Un film di Alan Parker. Con Mickey Rourke, Charlotte Rampling, Robert De Niro, Pruitt Taylor Vince, Lisa Bonet,Stocker Fontelieu, Brownie McGhee, Michael Higgins, Elizabeth Whitcraft, Eliott Keener, Charles Gordone, Dann Florek, Kathleen Wilhoite, Judith Drake, George Buck, Gerald Orange
Titolo originale Angel Heart. Drammatico, durata 113 min. – USA 1987

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Angel heart ascensore per l'inferno banner personaggi

Mickey Rourke     …     Harry Angel
Robert De Niro          …     Louis Cyphre
Lisa Bonet         …     Epiphany Proudfoot
Charlotte Rampling          …     Margaret Krusemark
Stocker Fontelieu         …     Ethan Krusemark
Brownie McGhee         …     Toots Sweet
Michael Higgins         …     Dr. Albert Fowler
Elizabeth Whitcraft          …     Connie
Eliott Keener          …     Detective Sterne
Charles Gordone          …     Spider Simpson
Dann Florek         …     Herman Winesap
Kathleen Wilhoite          …     Nurse
George Buck          …     Izzy
Judith Drake          …     La moglie di Izzy
Gerald Orange     …                     Il pastore John

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Regia     Alan Parker
Soggetto     William Hjortsberg
Sceneggiatura     Alan Parker
Produttore     Alan Marshall, Elliott Kastner
Fotografia     Michael Seresin
Montaggio     Gerry Hambling
Musiche     Trevor Jones

Angel heart ascensore per l'inferno banner citazioni

“Secondo alcune religioni, l’uovo è il simbolo dell’anima, lo sapeva?” (Louis Cyphre)
“C’è morte dovunque, di questi tempi” (Louis Cyphre)
“Io lo so chi sono” (Angel)
“La carne è debole, solo l’anima è immortale” (Louis Cyphre)
“Ahimè, com’è terribile la verità quando la si apprende troppo tardi “(Louis Cyphre)
“Solo gli sbirri e le cattive notizie non bussano!” (Angel)

 

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Storia malsana, ben condotta in ambienti suggestivi, con svolgimenti ambigui, popolata da personaggi ben tagliati, (nel senso che si fa in modo che di loro qualcosa si veda ma, contemporanemente, si fa percepire che qualcosa resta nell’oscurità). Rourke ce la mette tutta ma sparisce, quasi inevitabilmente, accanto a De Niro e agli occhi taglienti della Rampling.

Strana commistione tra thriller e horror realizzata dal regista britannico Alan Parker. Più che la trama in questo film sono primari la caratterizzazione dei personaggi, in particolare lo scalcinato e dimesso ma affascinante Harold Angel, oltre che il personaggio (luciferino in senso letterale) reso da Robert De Niro e le atmosfere noir che si esprimono attraverso le belle inquadrature e la fotografia torbida delle location adottate (specie New Orleans).

Alan Parker è regista cui il genere sta stretto, e quindi solo marginalmente affronta la tematica horror. Meglio: la storia dell’investigatore privato (un bravissimo Mickey Rourke) attraversa una serie di momenti strettamente di genere (il rituale voodoo, ad esempio), ma questi sono marginali rispetto al viaggio “spirituale” che conduce il protagonista in luoghi decadenti (per inciso: ottima la fotografia) e violentati da pioggie dove l’acqua è sostituita dal sangue. Un percorso in discesa, che precipita in un caotico (ma affascinante) finale.

Discreto thriller horrorifico, con qualche decisa puntata nell’erotismo, girato da Parker con grande eleganza e che si rivela abbastanza (ma non del tutto) avvincente, a causa di una sceneggiatura un po’ farraginosa e con qualche lungaggine che, a tratti, rischia di diluire la tensione che ci si aspetterebbe da una pellicola del genere. Bello il colpo di scena finale, anche se non del tutto imprevedibile. Ottime le ambientazioni. Piacevole, ma non certo essenziale.

Forse la miglior interpretazione di Mickey Rourke che rimane comunque offuscata da quella di Robert De Niro. Parker dirige un buon noir che presenta una trama interessante e che si sviluppa in modo del tutto originale. Molto bella anche la fotografia volutamente “sporca”. Consigliato.

Buon thriller a sfondo satanico che mescola sapientemente una trama quasi da hard boiled con numerosi spunti onirici ed orrorifici. La regia è curatissima, la fotografia opprimente quanto basta e la trama molto intrigante (nonostante qualche passaggio possa lasciare momentaneamenti perplessi). Grandi interpretazioni di Rourke e De Niro. Gustosissimo il colpo di scena finale. Godibile e ben realizzato e quindi da vedere.

Non indegno anzi, ci son buoni momenti e Rourke è al top della forma. Ma oleografico nell’illustrazione della Louisiana (Parker commette tutti i peccati che si possono commettere nel nome del “cartolinesco”) e fumettistico nel soggetto. Sappiamo già tutto dopo 20 minuti. Però, in mezzo, seguendo il girovagare dell’ennesimo private eye bollito capita di imbattersi in belle situazioni e il film, se lo si prende come giocattolone costoso si fa seguire. Tra il piacevole e il ridicolo.

Incursione di Parker nel giallo/horror, con esiti superlativi. La storia, tratta dal bel romanzo di William Hjortsberg “Fallen Angel”, si mantiene abbastanza fedele al libro e anzi ne migliora alcune parti (ad esempio ambienta il finale in una piovosa e sempre suggestiva New Orleans). Mickey Rourke dà una delle sue migliori interpretazioni di sempre e De Niro si mantiene su toni sobri riuscendo comunque a risultare inquietante nel ruolo demoniaco. Il finale giunge inaspettato e trascina il film verso una soluzione surreale ma d’impatto.

Bel film di Alan Parker, con Mickey Rourke nei panni dell’investigatore privato assoldato da mister Louis Cypher per ricercare tale Johnny Favorite. La verità sarà agghiacciante. De Niro si cala in modo ammirevole nei panni di Cypher, diciamo in modo… luciferino. Il gran pregio del film è nella recitazione, nella fotografia “sporca” e in uno script avvincente e inquietante che porta dove non si immaginava di arrivare. Parentesi voodoo. Bene.

Il miglior lavoro di Alan Parker, regista discreto che con gli anni si è perso un po’. Partendo da un buon romanzo di William Hjortsberg, apparso a puntate su Playboy, il regista britannico trae dalla fonte romanzesca il meglio, lo depura del superfluo (o del poco funzionale) e trasmette nel racconto tutta la sua visionarietà. Il risultato è un tripudio di nero e sangue, di vudù e credenze popolari, simbolismi e morti. Ottimi gli attori anche se Rourke è una spanna sopra tutti, superbe le ambientazioni e le musiche.

Thriller d’alta classe dai risvolti paranormali. Buona intepretazione degli attori principali (Mickey Rourke e Robert de Niro), ma anche di Charlotte Rampling, un’attrice troppo presto dimenticata dagli spettatori. Quanto a Lisa Bonet, la Denise de I Robinson, qui è veramente in forma splendida, come Rourke che allora era un sex-symbol. Ritmo serrato, colpi di scena a getto continuo e ambientazioni a New Orleans. Insomma, è una pellicola che t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.

Bel thriller ben diretto dall’ottimo Parker e interpretato in maniera magistrale da un Rourke mai più a questi livelli e, soprattutto, da un De Niro inquietante come poche volte è accaduto. Gran ritmo, un paio di scene da ricordare e in particolare quella tra Rourke e la Bonet a letto, violenta e erotica allo stesso tempo. Colonna sonora da mandare a memoria. Da riscoprire.

Lungometraggio di qualità sopraffina diretto con maestria da un ispiratissimo Alan Parker ed interpretato con convinzione da un cast decisamente in parte. Punti di forza del film sono le opprimenti atmosfere da noir che si fondono magnificamente con una trama da thriller e con situazioni da puro horror. Rourke è perfetto nella parte di uno sfatto detective privato invischiato in una situazione dai risvolti macabri, De Niro è quanto di più diabolico si sia mai visto sullo schermo fino ad ora. Inutile l’appellativo di cult in quanto troppo riduttivo.

Ottimo giallo con venature horror e splendida e cupa ambientazione anni ’50. L’asso nella manica del film sta nelle scene con Louis Cypher (De Niro) e soprattutto nel finale insospettabile e inquietante. Rourke dà il meglio di sè e resta una delle sue interpretazioni migliori, ma anche Robert De Niro (con sole 4 scene a disposizione) riesce ad essere incisivo e memorabile. Imperdibile.

Tenebrosa sciarada, sinistro indovinello, ottimo mix di generi (detective story, noir, thriller, horror). Angel regge proprio l’anima con i denti, si vede, e la sua ricerca del fantomatico cantante Johnny, dalle nebbie di New York alle paludi di New Orleans, è uno slalom tra simboli di decadenza, di perdizione, di morte. Parker si appropria dei luoghi comuni dell’ horror soprannaturale – demoniaco e li stilizza in maniera estrema, inserendoli in una storia originale, dolorosa, diabolicamente beffarda! Rourke è al suo meglio, De Niro è sottile..

Alla fine il conto del diavolo si paga sempre. Un dismesso investigatore deve ritrovare un individuo per conto di un inquietante figuro. Una lucida discesa nei meandri della paura e della disperazione. Ambientata nelle atmosfere infide della Lousiana, la pellicola si avvale di un valido cast e di una narrazione elettrizzante, anche se lievemente contorta.

Alan Parker si dimostra, come sempre, bravo e versatile, affrontando una tematica per lui inedita come l’horror. Lo fa in modo personale, naturalmente, puntando su una trama di indubbio fascino, complessa al punto giusto senza essere artificiosa. Rourke si cala bene nell’ambiguità del personaggio assegnatogli, e De Niro istrioneggia da par suo. Non manca qualche sequenza di macabro impatto visionario, come pure un finale di grande efficacia.

Al diavolo bastava aspettare la morte di Johnny Favorite per incassarne l’anima, ma ha voluto che il cantante “furbo” se ne rendesse conto; da qui la nascita del romanzo di William Hjortsberg e di questo intrigante ed avvincente film. Poche cose non convincono in questo lavoro, anzi forse una sola, il finale; non per la “quasi sorpresa”, quella ci sta tutta (anzi, è come detto sopra il film stesso), ma per la frettolosità dell’esecuzione rispetto ai tempi della storia e per gli inutili occhi colorati del “nipotino”. Rourke e De Niro perfetti.

Amo alla follia questo superlativo Southern Gothic – ispirato al romanzo “Fallen Angel” di William Hjortsberg – secondo me uno dei migliori film degli anni ’80 e il più bello in assoluto di Alan Parker. Regia curatissima, atmosfere perfette e attori in stato di grazia. Splendida la scena del passionale amplesso fra Mickey e la Bonet, sottolineato musicalmente dal brano “Soul on Fire” di LaVerne Baker (1929-1997): canzone e sequenza divenute per me cult assoluti, come ovviamente l’intero film.

Delirante quanto deliziosa pellicola made in USA: due grandissimi attori (Rourke e DeNiro) sono al servizio di un Alan Parker visionario, crudo, spirituale. Scene che rimarranno scolpite nella memoria dello spettatore per molto tempo. C’è tutto in questo film: gli appassionati di horror-thriller-mystery sono avvertiti.

Chi cerca l’horror rimarrà, come si suol dire, a bocca asciutta. Nonostante il risvolto esoterico (abbastanza evidente fin dall’inizio), ci troviamo davanti ad vero e proprio giallo, bello ma complessivamente non troppo avvincente. Parker si dimostra un maestro nel valorizzare ogni dettaglio dei suoi scenari: come la Dublino di The Commitments, qui New York e la Louisiana degli anni 50 diventano un vero valore aggiunto. Bravo Rourke, De Niro elegantemente magnetico, sebbene il suo “diabolico” personaggio sia destinato a poche e brevi sequenze.

Ottima pellicola, piena di suspence. Un thriller che non annoia. Intriganti i riferimenti al voodoo, affascinante un Robert De Niro forse lasciato un po’ in disparte; un finale di quelli che difficilmente si riuscirebbe ad ipotizzare. Sicuramente da vedere.

agosto 17, 2011 Posted by | Horror | , , , , | 4 commenti

Addio fratello crudele

Addio fratello crudele locandina

Storia di una passione proibita, aldilà della morale comune, storia d’amore e di morte, di passione, di inganni.
Siamo nei primi anni del 1500, l’azione si svolge a Mantova.
Il bel Giovanni rientra nella sua città dopo aver completato gli studi; ad attenderlo c’è la sorella Annabella, che lui ha lasciato quando era poco più di una bambina.
Tra i due c’era già una forte attrazione, nonostante il vincolo di parentela, e ora che i due sono diventati una coppia di splendidi giovani, ecco scoppiare, irrefrenabile, la passione.
I due si amano totalmente, senza pudori ancestrali, mentre attorno a loro la vita sembra avere un altro ritmo, scandito dalla violenza quotidiana, dal sangue versato in cento battaglie.

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Angela Luce

Ma arriva il giorno in cui Annabella scopre di essere incinta; il che è già un problema gravissimo, per la morale contemporanea.
Ma l’aggravante è l’incesto, un peccato mortale, condannato dalla società e dalla chiesa, entrambe pronte a decretare la morte sul rogo per quello che è considerato un peccato contro Dio e contro gli uomini.

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La ragazza, per sfuggire al suo destino, accetta di sposare uno dei suoi corteggiatori, il ricco e affascinante Soranzo.
Per un po le cose fra i due sembrano andare bene, ma una notte, mentre finalmente l’uomo è riuscito a vincere le resistenze della moglie, che finora ha rifiutato i contatti fisici, Annabella sviene.
Soranzo chiama un dottore, che fatalmente gli comunica che la moglie è incinta.

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Charlotte Rampling

Pazzo d’ira, Soranzo picchi la moglie cercando di sapere chi è il padre del bambino, inutilmente.
Così l’uomo organizza la sua vendetta; convoca i famigliari della moglie a pranzo.
Nel frattempo Giovanni, che non vuol lasciare la sua amata nelle mani dell’odiato cognato, uccide Annabella e le strappa il cuore; con il macabro trofeo in mano si reca nella sala dov’è ancora in corso il banchetto.
Il gesto scatena l’ira di Soranzo, che da ordine di massacrare tutti i presenti.

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Fabio Testi

Sarà lui ad uccidere personalmente Giovanni, che così si troverà riunito alla sua amata nella morte.
Giuseppe Patroni Griffi, regista di questo Addio fratello crudele, adatta per lo schermo il dramma Tis Pity She’s A Whore (Peccato che sia una puttana) di John Ford, scritto agli inizi del 1600.
Lo fa girando un film molto cupo, ambientato in una Mantova quasi immersa nella nebbia, a simboleggiare la nemesi del cupo drammone che i protagonisti della storia si apprestano a vivere.
Il clima è quello della tragedia incombente, e lo si respira da subito; i due amanti, assolutamente lontani dalla preoccupazione che la loro unione dovrebbe loro comportare, si amano follemente, incuranti di convenzioni e leggi sia civili che religiose.

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Il vecchio adagio “al cuor non si comanda” però mal si sposa con uno dei tabu assoluti della società, in qualsiasi tempo recente lo si voglia collocare.
Così la storia avanza verso il suo tragico finale, con i due amanti separati dall’imprevista gravidanza di lei, che la costringe a nozze riparatrici con l’uomo che poi annienterà la sua famiglia, in un bagno di sangue purificatore che, alla luce della storia, appare ancora più stridente in rapporto al peccato consumato.
Ma il 1500 è un secolo denso di violenza, testimoniata dalle carneficine che intuiamo avvenire collateralmente alle storie che vediamo svolgersi sotto i nostri occhi.

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Così come intuiamo la pesante cappa repressiva della religione, testimoniata dalla presenza dell’umile fraticello, preoccupato più dalla severità della chiesa a cui appartiene che dai peccati dei mortali.
Un film dignitoso, questo di Patroni Griffi, assecondato dal cast che svolge egregiamente il proprio compito; a Charlotte Rampling, intrigante, sensuale e misteriosa, è affidato il compito di interpretare la peccatrice Annabella, mentre Fabio Testi è il terribile e vendicativo Soranzo. Oliver Tobias, un altro belloccio degli anni settanta se la cava con dignità nel ruolo dell’amante/fratello di Annabella, Giovanni.

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Il tema dell’incesto è trattato tutto sommato con sobrietà; nel film non c’è erotismo, quanto piuttosto una ricerca visiva, dialogata e percettiva di un tabù fra i più radicati nella morale comune.
Il regista si limita a raccontare la storia, eccedendo solo nella parte finale, quando il film si anima all’improvviso, dopo aver vissuto lunghe pause languide; la scena del massacro finale è cruenta, sopratutto nella parte in cui Giovanni entra nella sala da pranzo con il cuore della sorella in mano.

Il film è disponibile in un’ottima versione in italiano su You tube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=ciUS9tc4KAg

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Addio fratello crudele,un film di Giuseppe Patroni Griffi. Con Fabio Testi, Charlotte Rampling, Oliver Tobias, Rik Battaglia.
Antonio Falsi, Angela Luce,Drammatico,  durata 111 min. – Italia 1971.

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Charlotte Rampling: Annabella
Fabio Testi: Soranzo
Oliver Tobias: Giovanni
Antonio Falsi: Bonaventura
Rik Battaglia: Mercante
Angela Luce: governante
Rino Imperio: cameriere di Soranzo

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Regia     Giuseppe Patroni Griffi
Soggetto     John Ford
Sceneggiatura     Giuseppe Patroni Griffi
Produttore     Silvio Clementelli
Fotografia     Vittorio Storaro
Montaggio     Franco Arcalli
Musiche     Ennio Morricone
Scenografia     Mario Ceroli
Costumi     Gabriella Pescucci

Poche le regie prettamente cinematografiche (più numerose e riuscite quelle teatrali) Patroni Griffi ha però lasciato un segno importante del suo passaggio: da Metti, una sera a cena a Divina creatura, passando per La gabbia. Addio fratello crudele – ispirato da una tragedia scritta da John Ford (Peccato che sia una sgualdrina) – si avvale di un cast d’eccellenza, sul quale predomina Charlotte Rampling. La storia, ambientata in epoca rinascimentale, è torbida ed avvicendata su un rapporto incestuoso tra fratello e sorella, segnati da un destino tragico e impietoso. Formalmente elegante.

Tragedia senza lacrime brividi né emozioni sclerotizzata da un ossequio prosaico al testo e all’edulcorazione linguistica, quasi si mirasse a epitomare tutto Shakespeare, Donne e Marlowe. Il risultato è barboso e schernibile, dato che a mettersi in bocca certe ariosità c’è Fabio Testi. Tuttavia certi barocchismi e certi svolazzi rimandano da un lato a Visconti e dall’altro fanno ricordare il Caligola brassiano.Incomprensibile divieto ai 18 per un’opera blablablata in cui l’esposizione non mantiene quella morbosità e graficità che il tema promette.

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luglio 16, 2010 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Un taxi color malva

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Due uomini in fuga dal passato, Philippe e Jerry, si incontrano in un villaggio irlandese dove entrambi si sono rifugiati. Philippe, giornalista cinquantenne, scappa dal dolore provocatogli dalla morte del figlio, mentre Jerry, erede di una ricchissima famiglia irlandese trapiantata in America, fugge dal ricordo della morte della sua ragazza, avvenuta mentre entrambi erano in preda ai fumi dell’oppio. Nonostante la differenza d’età, stringono un’amicizia tacita, in cui ognuno dei due rispetta i silenzi dell’altro.

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I due, anche se in maniera diversa, legano con il Dottor Seamus Scully , uno stravagante dottore che gira in un taxi color malva, e che sembra essere più che un dottore un filosofo, o come dice lui “ il destino” Le vite dei due amici proseguono in una sorta di limbo sospeso, fino al giorno in cui, nelle loro vite, irrompono due donne. La prima è Sharon, sorella di Jerry, ricca, viziata ma vitalissima moglie di un nobile tedesco; l’altra è Anna Taubelman, forse figlia, forse amante di Mr. Taubleman, uno strano tipo mezzo ebreo e mezzo tedesco, squattrinato ma possessore di un castello con 40 stanze e di una scuderia di cavalli.

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Mentre Philippe inizia una relazione sessualmente appagante con Sharon, Jerry sembra innamorarsi della misteriosa Anna, una ragazza che da tre anni non parla con nessuno, e che i due amici hanno conosciuto quando la ragazza subisce un incidente cadendo da cavallo, e viene soccorsa proprio da Jerry e Philippe.

La ragazza, molto bella, sembra avere simpatia per Philippe, tanto da ricominciare a parlare dopo tre anni; ma l’uomo, che è sempre più confuso tra l’attrazione per Sharon e la misteriosa Anna, resosi conto che Jerry si è ormai innamorato della ragazza, decide di farsi da parte.

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Nel frattempo anche Sharon lascia il villaggio, per passare il Natale con suo marito e con la cerchia dei suoi amici, dei quale non riesce a fare a meno: simile ad una farfalla, la donna ha bisogno fisicamente della sua vita fatua e dorata. Accade però qualcosa che finalmente farà uscire Philippe dal suo torpore emotivo: Anna, che in realtà non ama Jerry, tenta il suicidio. Phlippe la raggiunge in ospedale e apprende così la vera storia della ragazza. Anna è stata zitta tre anni quando ha saputo che il suo vero padre potrebbe non essere Taubelman, con il quale ha avuto una relazione intima.

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Philippe consiglia alla ragazza di abbandonare con Jerry l’Irlanda, cosa che i due fanno. La decisione porta sull’orlo della pazzia Taubelmann, che una sera da fuoco al suo castello. Tra le fiamme di quella che era la sua magnifica dimora però ritrova la sua Anna, legata a lui da un affetto morboso. Durante un colloquio con il dottor Scully, che lo rimprovera per essere venuto nel “cimitero degli elefanti”, il posto dove gli elefanti vanno a morire quando sentono vicina la loro fine, Philipp capisce che ormai è guarito dal suo male esistenziale,e decide di lasciare per sempre l’Irlanda. Viceversa Jerry, che ormai ha le sue radici in quel posto dolce e selvaggio, decide di rimanere, confortato dal simpatico dottor Scully.

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Un taxi color malva, film del 1977 diretto da Yves Boisset e tratto da un romanzo di Michel Déon, è un gradevole film che mette in scena i sentimenti, le storie private di un gruppo di persone mescolandole come fa il destino quando decide di intrecciare i fili delle vite umane. Il risultato è apprezzabile per due motivi fondamentali; il primo riguarda l’eccellente cast, con una galleria di attori bravissimi impegnati in una personale gara di bravura, come Philippe Noiret, l’omonimo giornalista che interpreta, la bellissima Charlotte Rampling,

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abilissima nel tratteggiare la figura della frivola Sharon, la donna che vorrebbe ma che non può, schiava com’è della sua vita dorata, di Agostina Belli, asolutamente credibile nei panni della ambigua Anna, di Peter Ustinov, interprete eccellente di un personaggio antipatico ma allo stesso tempo dotato di fascino, Taubelmann. E infine Edward Albert, discreto nei panni di Jerry e un eccezionale Fred Astaire, simpatico e divertente nei panni dell’eccentrico ma filosofo dottor Scully.

L’altro motivo sono i meravigliosi paesaggi irlandesi, le brughiere e i boschi, i canneti e i laghi, incantevoli come cartoline.

Un film molto interessante, ben diretto, ben interpretato; un tantino scontato nella trama, ma in fin dei conti, non è che si possa chiedere sempre la perfezione.

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Un taxi color malva, un film di Yves Boisset, con Philippe Noiret, Charlotte Rampling, Fred Astaire, Agostina Belli, Peter Ustinov, Edward Albert, Una produzione Francia-Irlanda, 1977

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Charlotte Rampling Sharon Frederick
Philippe Noiret … Philippe Marcal
Peter Ustinov … Taubleman
Fred Astaire … Dr. Seamus Scully
Edward Albert … Jerry
Agostina Belli … Anne Taubelman
Jack Watson … Sean
Mairin D. O’Sullivan Colleen
David Kelly …

Niall Buggy …
May Cluskey
Loan Do Huu … Madame Li

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Regia: Yves Boisset
Sceneggiatura:Yves Boisset,Anne Dutter ,Georges Dutter,Michel Déon
Produzione:Hugo Lodrini ,Roy Parkinson,Peter Rawley,Catherine Winter
Musiche:Philippe Sarde
Fotografia:Tonino Delli Colli
Montaggio:Albert Jurgenson

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ottobre 28, 2009 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Zardoz

Zed è uno sterminatore. Ha il compito,per ordine della divinità Zardoz,un’enorme testa volante,di uccidere i bruti,cioè quello che resta dell’umanità mortale.

Zardoz è in effetti solamente un astronave,pilotata da un umano;ma un umano speciale. Appartiene infatti al gruppo degli immortali,degli esseri umani che vivono nel Vortex,una specie di dimensione parallela a quella umana,in cui gli immortali vivono senza grossi pensieri.Al loro interno hanno costituito tre gruppi,il primo dei quali è composto dagli immortali,sempre giovani ma parecchio annoiati,in una vita in cui la sessualità è stata messa al bando;ci sono poi i rinnegati,che vivono separati,e che sono stati invecchiati per aver commesso sacrilegio verso gli immortali e il tabernacolo,la fonte suprema della loro vita,e che vivono in una condizione terribile,essendo anziani ed impossibilitati a morire.

Infine c’è il gruppo degli apatici,che vice senza alcuno stimolo o passione,in preda ad un’apatia totale,riforniti di viveri proprio dagli immortali

Zed,con un colpo geniale,riesce a salire a bordo di Zardoz,ed a uccidere l’immortale che è all’interno,Arthur Freyn;così,guidato dalla forza mentale degli immortali,lo zardoz approda nel Vortex,dove Zed seminerà caos e distruzione,portando all’interno della comunità gli istinti naturali dell’uomo;quelli della sensualità,dimenticata da molti secoli,quelli della violenza,degli istinti primordiali.

Aiutato da Amico,un immortale rinnegato e perciò diventato vecchio,Zed seminerà lo scompiglio all’interno del Vortex,distruggendo il tabernacolo e imposessandosi del cristallo,un insieme di tecnologia e altro che in pratica teneva in vita il Vortex.

Finalemente i vecchi possono morire,mentre il Vortex si dissolve;ma la sorpresa finale è la ricomparsa di Arthur Freyn,che non era morto,ma aveva guidato,sapientemente Zed all’interno del Vortex,per tentare di scuotere dalle fondamenta una civiltà che stava lentamente,ma inesoranilmente,scomparendo proprio per l’impossibilità di morire,quindi di rigenerarsi.

Zardoz è un progetto ambizioso,a metà strada tra il fantascientifico e il filosofico;la trama è molto complessa,e alle volte difficile da seguire. In sostanza Boorman coglie l’occasione per lanciare una serie di messaggi trasversali sulla vita,sulla necessità di non sfidare le sue leggi,di non sfidare l’etica e sopratutto ironicamente tratteggia una società di ricchi molle e priva di ideali,quasi catartica nella sua essenza.

Zed è interpretato da Sean Connery,con tanto di codino e muscoli all’infuori;ma l’attore scozzese se la cava egregiamente,affiancato,in buona parte del film,da un’irresistibilmente bella Charlotte Rampling. Molto discusso alla sua uscita, Zardoz è oggi un cult,uno di quelli veri,un film che si rivede con piacere estatico.

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Un film di John Boorman. Con Sean Connery, Charlotte Rampling, Sara Kestelman, John Alderton, Sara Kestleman,
Saley Anne Newton, Niall Buggy, Bosco Hogan, Jessica Swift, Bairbre Dowling, Christopher Casson, Reginald Jarman.
Genere Fantastico, colore 102 minuti. – Produzione USA, Gran Bretagna 1973.

Sean Connery: Zed
Charlotte Rampling: Consuelo
Sara Kestelman: May
John Alderton: Amico
Niall Buggy: Arthur Frayn
Sally Anne Newton: Avalon
Bosco Hogan: George Saden
Christopher Casson: vecchio saggio
Bairbre Dowling: Stella
Reginald Jarman: la “morte”
Jessica Swift: una apatica
John Boorman: un bruto

Regia John Boorman
Soggetto Lyman Frank Baum
Sceneggiatura John Boorman
Produttore John Boorman
Casa di produzione 20th Century Fox, John Boorman Production
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Geoffrey Unsworth
Montaggio John Merritt
Effetti speciali Jerry Johnson
Musiche David Munrow
Scenografia Anthony Pratt
Costumi Christel Kruse Boorman

maggio 25, 2008 Posted by | Fantascienza | , , , | Lascia un commento

Portiere di notte

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Un viaggio oscuro,attraverso il labirinto dei comportamenti umani,attraverso la sindrome di Stoccolma,vera o presunta,che si instaura tra una vittima e il suo carnefice.

Al tempo stesso un viaggio asettico e in bianco e nero,senza morali aggiuntive,senza denuncia,quasi un documentario su una relazione ambigua.Questo potrebbe essere uno dei fulcri del film Portiere di notte,di Liliana Cavani.Potrebbe,non è detto che lo sia.

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In una Vienna livida e cupa arriva Lucia,(Charlotte Rampling),una giovane donna dal passato è tragico;è stata detenuta in un campo di concentramento nazista,e ne è uscita segnata per sempre.

Quando arriva nell’albergo in cui prenderà alloggio,Lucia si trova immediatamente di fronte i fantasmi del suo passato,incarnati da Max,il portiere dell’albergo,l’uomo che l’aveva violentata durante la sua reclusione.

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L’uomo che la aveva utilizzata come strumento di piacere per gli ufficiali del lager,il responsabile dei suoi incubi;ma il rapporto tra i due ha mantenuto un sottile filo perverso,e ben presto nasce tra loro un complesso rapporto sado masochistico,in cui si allacciano mortalmente lussuria,senso di possesso,senso di sottomissione,in un intreccio inestricabile di sensazioni.

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Max,che copre anche con il suo lavoro alcuni dei vecchi gerarchi del campo,lavora per una donna,la Contessa,e gli procura giovani e focosi amanti;i vecchi aguzzini,però,hanno paura che la donna parli,e riveli particolari del loro fosco passato.E il film sfocia,fatalmente,in tragedia.

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Liliana Cavani affrontò con grande intelligenza esenza alcuna paura un tema scottante,assolutamente mal visto da intellettuali e non solo;e lo fece raccontando una storia nera al punto giusto,senza indugiare su sensi di colpa o su condanne etiche.

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Il risultato è un film cupo e drammatico,in cui la confusione di ruoli tra colpevoli e vittime,tra potere e succubi del potere assume confini incerti.

Grande prova d’autore per Bogarde e per la Rampling,due personaggi sinistri e tragici,resi con vigore nelle loro paure,angosce e nelle loro esaltazioni;eros e thanatos inestricabilmente uniti,in un gioco delle parti in cui nessuno ha un ruolo definito.Non ci sono vincenti o eroi,c’è solo l’ineluttabilità del destino.

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Portiere di notte

un film di Liliana Cavani. Con Gabriele Ferzetti, Charlotte Rampling, Philippe Leroy, Isa Miranda, Dirk Bogarde, Nora Ricci, Giuseppe Addobbati, Marino Masé, Piero Mazzinghi, Ugo Cardea, Amedeo Amodio. Genere Drammatico, colore 114 minuti. – Produzione Italia 1974.

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Dirk Bogarde: Maximilian Theo Aldorfer
Charlotte Rampling: Lucia Atherton
Philippe Leroy: Klaus
Gabriele Ferzetti: Hans
Giuseppe Addobbati: Stumm
Isa Miranda: contessa Stein
Nino Bignamini: Adolph
Marino Masè: Atherton
Nora Ricci: la “vicina”

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Regia Liliana Cavani
Soggetto Barbara Alberti, Liliana Cavani,
Amedeo Pagani e Italo Moscati
Sceneggiatura Liliana Cavani
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Daniele Paris
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Piero Tosi

Giuseppe Rinaldi: Dirk Bogarde
Vittoria Febbi: Charlotte Rampling
Pino Locchi: Philippe Leroy
Lydia Simoneschi: Isa Miranda

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aprile 29, 2008 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento