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Il conformista

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Il conformista, film del 1970 diretto da Bernardo Bertolucci rappresenta un caso rarissimo in cui la trasposizione cinematografica è di gran lunga migliore della fonte scritta da cui proviene, in questo caso l’omonimo romanzo di Alberto Moravia.
Bertolucci ambienta il film ( come del resto il romanzo) nella Roma fascista e per rendere il tutto più credibile sceglie l’Eur, il complesso urbanistico e architettonico di Roma nato negli anni trenta in previsione dell’Esposizione Universale di Roma che in realtà poi non si tenne.
Il quartiere, costruito nell’imponente stile impero caratteristico del fascismo, fa così da scenario a parte del film, quella ambientata a Roma e che vede l’inizio della storia di Marcello Clerici.
Siamo nel 1938 e l’uomo, che è un docente di filosofia che segretamente è anche una spia del regime fascista, ha una situazione personale estremamente complessa.Figlio di un uomo manesco e violento e di una donna alcolizzata all’estremo stadio, ha un segreto nascosto dal e nel tempo: da ragazzino, quando aveva 13 anni, ha ucciso un autista che aveva tentato di stuprarlo.

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Con questo oscuro passato Marcello ha dovuto in qualche modo convivere ma da uomo ha comunque saputo costruirsi una vita normale: è infatti fidanzato con la bella e allegra Giulia, che lo ama con passione che in qualche modo è il rovescio della medaglia dell’uomo, decisamente meno propenso all’allegria e alla solarità.
Essere spia del governo fascista significa anche dover obbedire ad ordini a volte crudeli e che ti mettono a contatto con il tuo passato, che torna sotto forma del professor Luca Quadri che nel passato era stato professore di filosofia di Marcello.
L’uomo vive da esule e da dissidente a Parigi, dove è riparato per sfuggire al regime; secondo gli ordini ricevuti Marcello dovrà raggiungerlo e sopprimerlo.
Così, approfittando del viaggio di nozze con Giulia, che nel frattempo ha sposato, Marcello giunge a Parigi,dove ha modo di contattare il professor Quadri.
Marcello conosce anche la bellissima e ambigua Anna, con la quale allaccia una relazione, mentre la donna sembra essere attratta in maniera fatale principalmente da Giulia.

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Seguito come un’ombra da Manganiello, un agente dei servizi segreti fascisti, Marcello riesce a portare in un luogo solitario il professore; quest’ultimo viene ucciso proprio da Manganiello perchè Marcello non riesce a sparare il colpo fatale e purtroppo a perire è anche Anna, che è presente all’attentato e che disperatamente cerca di salvarsi la vita, sotto lo sguardo un po impotente e un po indifferente di Marcello.
Passano 5 anni e la notte del 25 luglio 1943 Marcello si ritrova per strada mentre in giro circola la voce dell’avvenuto armistizio tra l’Italia e le potenze alleate:per puro caso l’uomo incontra l’autista che aveva tentato di abusare di lui e che credeva di aver ucciso.
Il grande equivoco che Marcello aveva costruito attorno a se stesso, alla sua personalità, diventando un conformista che si è adeguato per tutta la vita agli altri lo porta a urlare la sua rabbia all’autista, accusandolo di quello che ha commesso di turpe nella vita.
Elegante, affascinante e tecnicamente perfetto, Il conformista è uno dei film più importanti della cinematografia italiana;Bertolucci, che ne cura anche la sceneggiatura fonde mirabilmente il linguaggio visivo fondendo il romanzo originario di Moravia con la sua straordinaria capacità descrittiva, estrinsecata attraverso la ricerca continua della purezza formale.

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Bertolucci narra più storie mantenendo l’alchimia del romanzo in maniera eccezionale: la vita di Marcello,il suo viaggio di nozze e il delitto di stato,la descrizione dell’odissea di un uomo che sembra non desiderare altro che diventare parte della maggioranza oscura e amorfa della gente e che solo alla fine sembra trovare lo spiraglio di luce per capire che ha vissuto una vita all’insegna della menzogna e del conformismo per nulla.
Una fotografia praticamente perfetta, curata da Vittorio Storaro e un cast strepitoso concorrono a rendere Il conformista un film da ricordare;grandissimo Jean Louis Trintignant, che interpreta Marcello, un uomo sconfitto da un errore di gioventù, che pagherà a caro prezzo vivendo una vita da conformista adeguandosi al pensiero comune alla ricerca di approvazione dagli altri.
Bravissima la vitale Stefania Sandrelli che interpreta il lato solare di Marcello, l’alter ego umano e vivo dell’uomo cupo e tormentato che diventerà il suo compagno di vita così come bravissima è Dominique Sanda, l’ambigua moglie del professore che sarà l’amante di Marcello e ancora segnalazione per Gastone Moschin, il viscido Manganiello, per Pierre Clémenti che interpreta Lino Semirama e infine Yvonne Sanson ( la madre di Giulia) e la grande attrice e cantante Milly, che interpreta la madre di Marcello.

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Il conformista
Un film di Bernardo Bertolucci. Con Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin, Enzo Tarascio,Yvonne Sanson, Fosco Giachetti, Giuseppe Addobbati, Carlo Gaddi, Massimo Sarchielli, Alessandro Haber, Christian Alegny, Benedetto Benedetti, José Quaglio, Pierre Clémenti, Luciano Rossi, Milly, Orso Maria Guerrini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 116 min. – Italia 1970.

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Il conformista banner protagonisti

Jean-Louis Trintignant: Marcello Clerici
Stefania Sandrelli: Giulia
Dominique Sanda: Anna Quadri
Gastone Moschin: agente speciale Manganiello
Pierre Clémenti: Lino Semirama
Enzo Tarascio: Luca Quadri
José Quaglio: Italo Montanari
Fosco Giachetti: il colonnello
Yvonne Sanson: la madre di Giulia
Milly: la madre di Marcello
Giuseppe Addobbati: il padre di Marcello
Antonio Maestri: Don Lattanzi
Christian Aligny: Raoul
Pasquale Fortunato: Marcello a 13 anni
Alessandro Haber: Senigallia, il cieco ubriaco

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Sergio Graziani: Marcello Clerici
Rita Savagnone: Anna Qaudri
Giuseppe Rinaldi: Italo Montanari
Arturo Dominici: il colonnello
Lydia Simoneschi: la madre di Giulia

Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Alberto Moravia (romanzo)
Sceneggiatura Bernardo Bertolucci
Produttore Maurizio Lodi-Fè
Produttore esecutivo Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Mars Film, Marianne Productions, Maran Film
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Georges Delerue
Scenografia Ferdinando Scarfiotti
Costumi Gitt Magrini

Il conformista banner dal romanzo

“Nel tempo della sua fanciullezza, Marcello era affascinato dagli oggetti come una gazza. Forse perché, a casa, più per indifferenza che per austerità, i genitori non avevano mai pensato a soddisfare il suo istinto di proprietà; o, forse, perché altri istinti più profondi e ancora oscuri si mascheravano in lui da avidità; egli era continuamente assalito da voglie furiose per gli oggetti più diversi.”

“Ma, tornò a domandarsi, sarebbe forse stato possibile che le cose avessero potuto andare altrimenti? No, non sarebbe stato possibile, pensò ancora, a guisa di risposta. Lino aveva dovuto insidiare la sua innocenza e lui, per difendersi, aveva dovuto ucciderlo, e poi, per liberarsi dal senso di anormalità che ne era derivato, aveva dovuto ricercare la normalità nel modo che l’aveva cercata; e per ottenere questa normalità aveva dovuto pagare un prezzo corrispondente al fardello di anormalità dal quale aveva inteso liberarsi; e questo prezzo era stata la morte di Quadri”. In questo senso la normalità “era proprio questo affannoso quanto vano desiderio di giustificare la propria vita insidiata dalla colpa originaria”.

” …se la montagna venisse rimossa, il sole farebbe sorridere le acque; ma la montagna è sempre là e il lago è triste “.

” Tutti, pensò, dovevano recitare la loro parte e soltanto in questo modo il mondo poteva durare “.

” La malinconia, egli l’aveva addosso, come una seconda pelle, più sensibile di quella vera… “.

” …io sono come quel fuoco, laggiù nella notte… divamperò e mi spegnerò senza ragione, senza seguito… “.

” …ed egli, in un solo sguardo, ebbe il senso della sua bellezza come di qualche cosa che gli era destinata da sempre… “.

” Il desiderio non era in realtà che l’aiuto decisivo e potente della natura a qualcosa che esisteva prima di essa e senza di essa “.

” Quando si dice fatalità si dicono appunto tutte queste cose, l’amore e il resto… “.

” Si sentiva stanco e stranamente trasognato, come se in mezzo a quella folla e a quel tumulto, egli si fosse portato dietro una sfera di solitudine trasparente e invisibile ma infrangibile, dalla quale non gli era possibile uscire “.

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L’opinione di Antonio Canzoniere dal sito http://www.mymovies.com

Nella Roma fascista del ’38, Marcello Clerici, professore di filosofia e promesso sposo di Giulia, piccolo borghese solare e civettuola, ottiene una missione per conto dell’OVRA: uccidere il suo vecchio professore, dissidente politico residente a Parigi. S’innamorerà di Anna, la moglie del vecchio docente, attraente quanto ambigua, che intreccerà rapporti morbosi con Marcello e consorte. Alla fine scoprirà la verità su un risvolto del suo passato. Tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia, che viene sovvertito nei temi e nel contenuto, il film segna l’inizio della serie dei capolavori del grande Bertolucci. Diviso tra una grigia Roma mussoliniana e una Parigi luminosa ed esistenzialista illuminate dalle luci di stampo espressionista del grande Vittorio Storaro, questo opus n.8 è, nonostante il protagonista voglia essere un conformista, un inno all’anticonformismo, alla libertà di amore, pensiero e dell’essere sé stessi. E’ il dramma di un’esistenza tormentata che non trova appoggi e che sembra perfino rifiutarli in un certo senso: Marcello, sconvolto da un trauma infantile, non riesce a non ricordare l’autista che tentò di violentarlo e sfogandosi sparandolo, trova nella violenza un’ancora disperata, fuori dalla religione e dagli affetti. L’unico sprazzo di vita e di libertà che gli passerà davanti sarà l’infatuazione per la moglie del professore, che però lascerà morire per mano dei sicari fascisti nell’imboscata in Savoia. Opera cinefila in ogni senso, omaggia l’espressionismo tedesco da Stenberg fino ad Ophuls ed immancabilmente, Il disprezzo di Godard. Trintignant straordinario, Sandrelli fantastica, Sanda celestiale, ammirevole Moschin. Nomination al Golden Globe come miglior film straniero e all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. La magnifica sequenza del ballo è girata nei sobborghi di Parigi.
L’opinione di Crimson dal sito http://www.filmscoop.it

Il regista torna a lavorare sull’identità dopo ‘Partner’; stavolta il riferimento letterario è l’omonimo romanzo di Moravia e non c’è un chiaro omaggio a Dostoevskij, ciononostante è pur presente l’ennesimo lavoro sulle ombre e perché no, sul doppio – la coscienza del protagonista ha la possibilità di redimersi non nella fede e neppure nella società come lui confessa candidamente di aspirare a giungere, ma nella fiducia dei due coniugi che contribuisce ad uccidere in modo agghiacciante. Omertoso e vigliacco fino in fondo, precipita al livello più basso della dignità, banderuola priva di personalità.
Ancora un lavoro sottile e acuto su realtà e ombra, sulla falsa riga dell’intramontabile “uomo della caverna” del citato Platone. La stessa ombra che scompare col primo raggio di sole metaforico che nella realtà appartiene all’evento cardine della fine della dittatura fascista. In quel preciso momento Marcello si dissolve e da delatore cerca disperatamente, ormai nel baratro, di riappropriarsi dell’immagine di normalità che ha tanto rincorso con tutte le sue forze.
Stavolta Bertolucci sul piano formale non strizza l’occhio a Godard ma mostra già di aver raggiunto una cifra stilistica matura di tutto rispetto. Il film è tecnicamente ineccepibile e la sequenza del brutale omicidio di Quadri totalmente mancante di emozione, scioccante come poche.
Rispetto alla prima visione ho ritrovato le stesse sensazioni ma avevo rimosso la figura indispensabile di Anna – lei che è a conoscenza, più a fondo del marito, del ruolo di Marcello ma che sembra non voler considerare, ingenuamente, che questa attrazione animale e irrazionale la condurrà inevitabilmente alla morte. E’ una donna che vive sul presentimento ma non comprende la crudeltà fino alle pugnalate ricevute dal marito e alla successiva corsa per la salvezza. L’incrocio di sguardi con Marcello è indescrivibile, la punta di diamante che eleva questo film da bellissimo a capolavoro.
‘Il Conformista’ non solo racconta dello smarrimento dell’identità e della possibilità che gli altri ci danno per renderci conto in extremis del reale valore della parola ‘normalità’ contrapposta a ‘individualità’, non solo rende conto che in determinati periodi storici in cui si afferma una mentalità egemone c’è sempre chi è pronto a inabissarsi tra le piaghe della mancanza di ideali, riflessione e confronto, ma pone le basi per considerare più genericamente quanto la cieca uniformità ad un Credo (politico, religioso) possa svilire l’uomo e renderlo ignobile.
Magistrale la sequenza della confessione di Marcello. Egli mostra di essere ateo non come risultato di una riflessione approfondita, ma come abitudine. Diffida della Chiesa perché intende essere assolto dalla società. Ciò che ricorda essere stato un omicidio è l’episodio che ha cambiato per sempre la propria vita. Il rifiuto della propria omosessualità latente lo ha spinto verso l’insoddisfazione e la conseguente ricerca ossessiva della “normalità”. Famiglia, stabilità, a tutti i costi. Paradigma che accomuna chi ha come unico obiettivo nella vita quello di essere qualcuno agli occhi degli altri. Marcello è tale. Non ha sentimenti di amore, la relazione con Giulia è assolutamente priva di calore. Egli la considera piccolo-borghese meschina e mediocre, e non a torto. Sua moglie è una ragazzina viziata e conformista quanto lui, ma a basso profilo. Si auto compiace del ruolo di donna che vive all’ombra del marito, che deve assuefarsi economicamente e filosoficamente ai valori che quel tipo di società che la culla le impone. E soccombe senza mai porsi la domanda. Il suo è un conformismo che non prevede la lotta per accaparrarsi un ruolo nella società, essendo fin dall’infanzia stata educata ad autolimitarsi conformemente alla concezione che solo al futuro marito pertiene quell’ambizione. E la sua bassezza morale si conferma in toto quando racconta a Marcello che in fondo aveva capito che l’omicidio dei coniugi Quadri era stata ordita da lui, eppure confessa candidamente che avendo pensato che potesse servirgli per fare carriera ha implicitamente e vergognosamente taciuto. Imputa a coloro che festeggiano la caduta di Mussolini di essere ipocriti dimenticando di eseguire un esame di realtà su se stessa e sul marito. La stabilità prima di tutto.
Anna vuole Marcello, lo scuote, forse lo ama. Marcello vorrebbe che lei non parta perché sa che Luca Quadri morirà. Quando scopre che anche lei è partita ordina a Manganiello di accelerare perché intende salvarla. Il disorientamento che Marcello prova nei sentimenti per ‘merito’ di Anna è il medesimo che prova sul piano intellettuale per filantropico candore del professore (che sfocia nell’eccesso di sprovvedutezza che gli costerà la vita). Non è un fascista fino in fondo e non lo sarà mai, ma non è neppure un uomo che riesce a guadagnare una dimensione etica, individuale. Resta una figura a metà, nulla, ignava.
La parvenza del cambiamento è sempre dietro l’angolo. Una mano tesa che si infrange contro il muro eretto dalla corruzione morale, cronica e irrimediabile; dall’incapacità di diventare un essere umano uscito dalla caverna. Marcello resta lì, a fissare le ombre.
Jean Louis Trintignant è una maschera. Anima un personaggio raccapricciante, vittima ma colpevole.
Un film sconvolgente, profondo, longevo.
L’opinione di Chinaskj dal sito http://www.filmtv.it

Un uomo si deve recare a Parigi per uccidere il suo ex professore di filosofia, fuggito dall’Italia quando il fascismo ha preso il potere. Questo uomo, ambiguo e mediocre, si chiama Marcello Clerici ed è il simbolo della ricerca di quella normalità borghese cara a tanta parte della nostra popolazione. Rivedere a quaranta anni di distanza Il Conformista di Bertolucci è come accorgersi che il tempo non è passato, che nulla è cambiato. Che quella mediocrità esistenziale è diventata uno stile di vita, che quel servilismo al potere è diventato la morale dei nostri giorni. E in più c’è il rimpianto per la grandezza di un cinema (nelle idee, nello stile, nella forza espressiva, nella denuncia aperta) che da decenni ha smesso di vivere.
Bertolucci esaminava il fascismo e lo combatteva dall’interno, negli istinti, nelle pulsioni (omo)sessuali represse, come se la vera liberazione potesse arrivare solo attraverso la presa di coscienza del proprio istinto, dei propri desideri, Dominique Sanda e Stefania Sandrelli che ballano, la distruzione delle gabbie borghesi doveva avvenire attraverso l’esplosione erotica, ci penserà un paio di anni dopo Marlon Brando, sempre a Parigi, in un appartamento in affitto in Rue Jules Verne.
I luoghi e i volti del fascismo si astraggono, diventano grotteschi (quello di Gastone Moschin che interpreta Manganiello) e metafisici (le sequenze girate nel Palazzo dei Congressi a Roma) come i ricordi di un sogno, Parigi evoca la nostalgia di un mondo perduto eppure ancora vitale, dove le fantasie sessuali possono diventare reali, l’attrazione fisica elimina le distanze, supera le barriere ideologiche, elude lo scontro politico, la lotta diventa quella dei corpi per il raggiungimento del piacere, dell’orgasmo.
I boschi dove verrà ucciso il professor Quadri, il respiro degli alberi, il montaggio di Franco Arcalli, il cambiamento continuo della visuale, gli uomini in nero che arrivano, i coltelli, il fiato che si condensa, la corsa folle di una donna che diventa una preda animale che fugge.
Il mito della caverna di Platone, il professor Quadri che rimprovera a Marcello Clerici l’illusorietà della vita sociale italiana durante il fascismo, siamo ancora incatenati in quella caverna e le ombre non passano più su una delle sue pareti, ma su uno schermo televisivo e noi continuiamo a credere che quanto vediamo sia la realtà, l’unica e la sola possibile.

Il conformista banner citazioni
“Ma che t’aspetti dal matrimonio?Vedi, l’impressione della normalità.”

“La normalità… Voglio costruire la mia normalità, faticosamente…”

“È strano, però… Tutti vorrebbero sembrare diversi dagli altri e tu invece vuoi somigliare a tutti.”

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marzo 7, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

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marzo 5, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

Ashanti

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La dottoressa Anansa, discendente della grande tribù degli Ashanti è sposata al dottor David Linderby, un funzionario inglese che lavora sotto l’egida dell’Onu;i due, in perfetta simbiosi, aiutano le popolazioni dell’Africa occidentale ma un giorno, mentre Anansa è in riva ad un fiume per farsi un bagno, viene rapita da alcuni nativi che agiscono per ordine di un mercante di schiavi, il temibile Suleiman.
L’uomo, fatta prigioniera la bellissima dottoressa, la conduce con una terribile marcia, verso il Mar Rosso.
David si mette sulle sue tracce grazie all’aiuto di Jim Sandell (un avventuriero) e in seguito di un tuareg,Malik (che odia mortalmente Suleiman); nel frattempo Suleiman, dopo una serie di peripezie, riesce a cedere la donna al Principe Hassan, ma ben presto arriva la resa dei conti…
Ashanti è un film del genere avventuroso diretto nel 1979 da Richard Fleischer, autore in passato di ottimi lavori come Tora, Tora,Tora, Mandingo,2022: i sopravvissuti ; la mano felice ed esperta del regista di Brooklin si nota nell’elegante confezione, anche se il film ha diverse pause che nuociono alla sua economia.

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Beverly Johnson

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William Holden e Michael Caine

Tuttavia una splendida fotografia e la scelta di location affascinanti rendono il film degno di una visione, anche se il film non deraglia mai dal binario su cui lo fa scorrere Fleischer; la scelta di prediligere l’avventura nega al film qualsiasi velleità di denuncia di una delle piaghe più tristi della storia del continente africano, lo schiavismo.
Grazie all’allestimento di un cast di grandissimo livello, il regista americano maschera le inevitabili pecche della sceneggiatura;

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Omar Sharif

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Peter Ustinov e Omar Sharif

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Kabir Bedi

disponendo di attori come William Holden (che interpreta Sandell), Michael Caine (David Linderby), Peter Ustinov (Suleiman),Kabir Bedi (Malik),la bellissima Beverly Johnson (La dottoressa Anansa), Rex Harrison (Brian Walker) e Omar Sharif (Il principe Hassan), Fleischer conduce in porto un’opera tutto sommato egregiamente costruita.
Trasmesso più volte in tv, Ashanti è tuttavia abbastanza raro da trovare in rete.

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Un film di Richard Fleischer, con Michael Caine,Peter Ustinov,Kabir Bedi,Beverly Johnson, Omar Sharif,Rex Harrison,William Holden Avventuroso Usa 1979

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Michael Caine … Dr. David Linderby
Peter Ustinov … Suleiman
Kabir Bedi … Malik
Beverly Johnson … Dr. Anansa Linderby
Omar Sharif … Principe Hassan
Rex Harrison … Brian Walker
William Holden …Jim Sandell
Zia Mohyeddin … Djamil
Winston Ntshona … Ansok
Tariq Yunus … Faid
Tyrone Jackson … Dongaro
Akosua Busia … La ragazza Senoufo
Jean-Luc Bideau … Marcel
Olu Jacobs … Batak
Johnny Sekka … Capitano Bradford

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Regia: Richard Fleischer
Sceneggiatura:Stephen Geller
Romanzo:Alberto Vázquez Figueroa
Produzione:Georges-Alain Vuille,John C. Vuille
Musiche:Michael Melvoin
Fotografia:Aldo Tonti
Montaggio:Ernest Walter

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L’opinione di rambo90 dal sito http://www.davinotti.com
Film d’avventura vecchio stampo, ben diretto (Fleischer è un veterano del cinema) e ottimamente interpretato da un cast di lusso: Caine protagonista carismatico senza dimenticare i piccoli ma incisivi contributi di Holden e Sharif. Ogni personaggio è approfondito psicologicamente e la storia entra subito nel vivo senza inutili introduzioni. La Johnson è bellissima, qualche lungaggine di troppo ma nel complesso un film più che buono.
L’opinione di marcopolo30 dal sito http://www.filmtv.it
Tratto da “Ebano”, opera (non fra le migliori) del romanziere Spagnolo Vazquez Figueroa, “Ashanti” prende l’intero fascio di personaggi presenti nel libro, da una buona mescolata e finisce col tirarne fuori una storia assai più ovvia (e politicamente corretta). Bella la fotografia (e la protagonista femminile), grande Kabir Bedi nel ruolo di Malick, probabilmente l’unico attore di un cast costosissimo cui Fleischer assegnò il ruolo giusto.

L’opinione di Galbo dal sito http://www.davinotti.com
Una grande caccia all’uomo per migliaia di miglia nel deserto allo scopo di recuperare una nobile araba rapita da un mercante di schiavi. Questa in sintesi la vicenda raccontata nel film di Richard Fleischer che ha il chiaro obiettivo di recuperare il cinema avventuroso hollywoodiano. Il risultato delude: il film è troppo patinato e poco emozionante ed anche la regia non riesce ad imprimere il giusto ritmo alla vicenda.

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marzo 3, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Un po di sole nell’acqua gelida

Un pò di sole nell'acqua gelida locandina 2

Subito dopo i grandi successi al botteghino ottenuti con due campioni di incasso come La piscina del 1969 interpretato da Romy Schneider e Alain Delon e Borsalino del 1971 con protagonista ancora Delon in coppia con l’altro idolo dei francesi “Bebel” Jean Paul Belmondo, Jaques Deray dirige, nel 1971 Un po di sole nell’acqua gelida ( Un peu de soleil dans l’eaux froides ), riducendo per lo schermo l’omonimo romanzo di Francois Sagan.
Il libro, che racconta la storia di un amore dal finale tragico tra un seduttore cinico ed egoista e una bella donna di provincia, ben si prestava con tutte le sue implicazioni sia sentimentali che descrittive con lo sfondo della provincia francese ad una trasposizione cinematografica di rilievo.

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Deray sceglie la strada più difficile, centrando l’obiettivo sulla tormentata storia d’amore dei due protagonisti ma rimanendo in modo irrimediabile solo sulla superficie, non indagando abbastanza sulla psiche dei due personaggi e sopratutto non mettendoci nulla di suo, restando fedele al racconto in modo troppo didascalico.
La trama:
Gilles Lantier è un giornalista che lavora per la testata France press.
E’ giovane, bello e sopratutto adulato dalle donne,è un don Giovanni abituato alle avventure galanti.Ma è anche cinico e arrivista, immaturo e sopratutto egoista.
Ha una relazione fissa con una sua collega americana, relazione che ormai si trascina stancamente sopratutto per colpa di Gilles che un giorno decide di dare un taglio alla routine e molla la capitale per andare a casa di sua sorella Odile che abita a Limoges, una cittadina della Francia centrale.

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Qui, a contatto con una vita sicuramente meno disordinata e più a dimensione umana Gilles dovrebbe riprendere entusiasmo e slancio ma viceversa sembra languire irrimediabilmente.
Tuttavia un incontro sembra cambiare in meglio tutta la situazione:irrompe nella sua vita Nathalie Silveneur, una giovane e bella donna sposata ma senza figli, una donna ancora alla ricerca dell’amore vero.
Tra i due è colpo di fulmine a prima vista e inizia cosi per loro una relazione appassionata.
Ma Gilles non si trova a suo agio nella cittadina e decide di tornare a Parigi, incurante delle aspirazioni di Nathalie,che per lui decide comunque di voltare le spalle al suo presente per affrontare una nuova vita, densa di incognite.
Che non tardano a presentare il conto quando Gilles, da essere profondamente egoista, inizia a trascurare la donna, che ora si sente completamente sola nella grande città in cui non ha punti di riferimento.

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Quando la donna un giorno coglie casualmente un riferimento fatto da Gilles ad un amico nel quale l’uomo sembra essere stanco della loro relazione, Nathalie, che per lui ha sacrificato tutto sceglie la via più drammatica per risolvere la situazione…
Occasione persa, per Deray, questa riduzione cinematografica del romanzo della Sagan, ben più introspettivo e profondo di quanto invece alla fine risulti superficiale il film.
Deray non scava e non incide, rimanendo ai margini di una storia che richiedeva una sensibilità diversa sia nelle descrizioni dei personaggi sia nelle atmosfere che avrebbero dovuto illustrare metaforicamente la storia.
Vien fuori un film abbastanza lento e senza nerbo, che non incide e non lascia alla fine alcuna traccia.
Eppure di occasioni ce ne erano tante;dalla possibilità di descrivere il mondo provinciale francese alla ricerca delle motivazioni di Nathalie che portano la donna ad abbandonare la sua vita per seguire le orme del bamboccio di cui si innamora.
Lo stesso personaggio di Gilles è alla fine schematizzato, stereotipato e il giornalista appare freddo e cinico, calcolatore e quasi ripugnante nella sua figura di tombeur des femmes.

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Alla resa dei conti il film appare debole e senza nerbo, confuso e poco interessante.
Il che però non va imputato ai due attori protagonisti, la splendida Claudine Auger e il bravo Marc Porel, che fanno la loro parte dignitosamente.
Nonostante la sceneggiatura di Flaiano, che collabora con Jean-Claude Carrière e lo stesso Jacques Deray alla costruzione della versione cinematografica, il film delude profondamente non elevandosi mai oltre la mediocrità.
Film per altro quasi scomparso dalla circolazione, visto che è ignorato dai palinsesti televisivi e sopratutto non esiste in rete in alcuna versione.
Un po’ di sole nell’acqua gelida
Un film di Jacques Deray. Con Barbara Bach, Claudine Auger, Marc Porel, Gérard Depardieu-Titolo originale Un peu de soleil dans l’eau froide. Drammatico, durata 110′ min. – Francia 1971

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Claudine Auger … Nathalie Silvener
Marc Porel … Gilles Lantier
Judith Magre … Odile
Barbara Bach … Héloïse / Elvire
André Falcon … Florent
Jean-Claude Carrière Jean- … François, marito di Nathalie
Nadine Alari … Gilda
Gérard Depardieu … Pierre, fratello di Nathalie
Marc Eyraud … M. Rouargue
Jacques Debary … Fairmont
Max Vialle … M. Pontier

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Regia: Jaques Deray
Sceneggiatura:Ennio Flaiano, Jean-Claude Carrière e Jacques Deray
Racconto:Francoise Sagan
Musiche: Michel Legrand
Montaggio:Henri Lanoë
Fotografia:Jean Badal
Production Design : François de Lamothe

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“Sono molto spiacente,” disse. “Se avessi pensato che rettificare una citazione potesse indisporla fino a questo punto, sarei stata zitta.”
“Niente di quel che proviene da una bella donna può indispormi,” disse Fairmont con un sorrisetto.
“Finirò fattorino in questo giornale,” pensò Gilles, e rivolse uno sguardo implorante verso Jean che seguiva la scena con aria impassibile. Impassibile e persino segretamente felice. Ma lo era di vedere Fairmont finalmente preso in castagna o di vedere Nathalie mettere lui, Gilles, in una situazione spiacevole…? Per il resto del pasto la conversazione languì e tutti si lasciarono molto presto. Quando furono soli a casa, Nathalie si voltò verso di lui:
“Sei arrabbiato, no? Anche lui era irritante…Ho visto raramente un uomo così pretenzioso.”
“Però è lui che ci fa vivere, oggi come oggi,” disse Gilles.
“Non è un buon motivo per confondere Stendhal con Balzac,” disse lei tranquillamente, “soprattutto con quella autorità imbecille…”
“Imbecille o no, è il mio capo,” disse Gilles.
Era stizzito di sentirsi pronunciare frasi simili. Si sentiva “giovane tecnocrate” o “vecchio impiegato”. Non, in ogni caso, il giornalista furbo e disinvolto che voleva essere. E ciò a causa di quella donna, al suo fianco, che sorrideva. Perché lei non stava al gioco, dopotutto? Sapeva bene che le cose sono quelle che sono e che ci sono casi in cui bisogna piacere, reprimersi, magari per ridere più tardi della propria viltà? Non si poteva fare i sinceri a Parigi nell’anno 1967, esercitando quella professione. Era evidente, e c’era una specie di malafede nell’ostinarcisi. Perché metteva in ogni cosa quell’intransigenza, quell’orrore delle mezze misure che erano le sole, ahimè o non ahimè, che permettono di vivere tranquillamente? Si sentiva come tradito da lei e glielo disse.
“Se mi piacessero le mezze misure,” rispose lei, “non sarei qui. Sarei a Limoges e verrei a fare l’amore con te ogni quindici giorni. “
“Stai confondendo un po’ i sentimenti con le azioni clamorose,” disse lui. “Mi hai seguito solo perché mi amavi, perché ti amavo e perché non c’era altro da fare. Questa necessità non era così evidente, stasera, nel tuo comportamento con Fairmont.”
“Volevo semplicemente dire che se avessi potuto sopportare quell’uomo, avrei potuto altrettanto bene sopportare la mia vita passata, tutto qui. “
Qualcosa si stava esasperando in Gilles, una specie di rancore che non aveva mai individuato come tale in se stesso.
“Insomma, sei contenta del tuo personaggio: la donna che lascia tutto per il suo amante, che corre da un museo all’altro e si estasia davanti alle opere d’arte, che scopre personaggi di Cechov nei Nicolas…

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marzo 2, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

La badessa di Castro

La badessa di Castro locandina 1

Elena dei Signori di Campireali ama segretamente Giulio Branciforti, ma la loro relazione è ostacolata dalla madre di lei; poichè siamo nel XVI secolo, alla ragazza non è dato scegliere o disporre della propria vita, così viene destinata alla vita conventuale.
Presi i voti,Elena diventa un’autentica arpia, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per esercitare un’autorità che deriva principalmente dalla frustrazione e dal rimpianto per la vita secolare.In particolare è ambiguo il suo rapporto con il Vescovo Francesco Cittadini, che non disprezza nonostante l’alta carica la bellezza femminile.
Tra i due inizia così una relazione peccaminosa, che culmina in congressi carnali, che hanno come conseguenza espiazioni mortificanti della donna, che per purificarsi si espone a durissime punizioni corporali.

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L’ascesa a Badessa di Elena non è però senza conseguenze;Suor Margherita Altieri gelosa di Elena inizia a spiarla sperando di coglierla in fallo e scopre così la relazione.
Nel frattempo Elena da ospitalità ad un prete ed una monaca che hanno ceduto ai sensi, nonostante questi siano inseguiti dagli uomini del Vescovo.
I due in seguito, scoperti dalle milizie del prelato, scelgono la morte piuttosto che finire nelle mani del Vescovo stesso.
Suor Margherita Altieri si rivolge alle autorità ecclesiali che mandano in convento rappresentanti dell’Inquisizione, che naturalmente con metodi brutali cerca di strappare confessioni alle consorelle con la tortura per poter appurare di quali appoggi abbiano goduto i due fuggitivi.

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La relazione peccaminosa tra il Vescovo e la Badessa rischia quindi di avere conseguenze funeste, anche perchè Elena è incinta;nonostante l’intervento della madre di Elena, che per evitare scandali chiama nientemeno che l’ex amato Giulio Branciforti, la Badessa decide di uscire dalla drammatica situazione nel modo più tragico.
Dopo aver partorito il figlio, Elena si assicura che quest’ultimo sia in salvo e decide il suicidio, anche per non coinvolgere il vescovo davanti all’inquisizione.
La badessa di Castro è un nunsploitation uscito nelle sale nel 1974 e diretto in maniera abbastanza anonima e piatta da Armando Crispino subito dopo L’etrusco uccide ancora e prima di quel gioiello che è Macchie solari.
Molto a disagio con una storia conventuale abbastanza scontata e infarcita di un anticlericalismo grossolano e degno di miglior causa, il film che si ispira abbastanza liberamente all’omonimo romanzo di Stendhal sconta la mancanza di ritrmo che il regista, molto più a suo agio con gli horror non riesce ad imprimere alla pellicola.

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La parte erotica del film,che dovrebbe in qualche modo sottolineare l’illeicita’ delle varie relazioni dei protagonisti, ovvero quella tra Elena e il vescovo e quella tra i due religiosi rimane abbastanza nell’ombra e va detto per fortuna, visto che il genere nunsploitation ebbe particolarmente fortuna proprio con gli aspetti più piccanti della sessualità repressa dalle e nelle mura dei conventi.
Questo serve a dare un tono più dignitoso alla pellicola, che quindi non punta esplicitamente sul sesso come argomento principale, ma ugualmente alla fine il risultato è poco più che mediocre.Difficile dire perchè, ma il film sembra immerso in un’atmosfera poco morbosa, dove per morbosa si intende una connotazione relativa al proibito, ovvero i sentimenti che possono nutrire coloro che hanno dedicato la loro vita alla fede in contrapposizione con l’irrefrenabilità della natura umana, della quale la sessualità è componente fondamentale e insopprimibile.
Crispino non imprime nerbo e vitalità alla pellicola che comunque resta opera tutto sommato dignitosa.

 

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Il cast è eterogeneo e vede la presenza nel ruolo di Elena della splendida e giovane barbara Bouchet, che naturalmente si spoglia ma con meno ostentazione del solito, seguita da Evelyn Stewart che interpreta la rivale Suor Margherita, di Pier Paolo Capponi nei panni del Vescovo Francesco Cittadini e infine di una giovanissima e acerba Mara Venier, oltre alla cantante Luciana Turina, prestata al cinema e che ebbe proprio sul grande schermo le soddisfazioni migliori arrivando ad interpretare, anche se in ruoli di contorno ben 35 film.
L’opera di Crispino è assolutamente introvabile in rete, anche se è stata recentemente riproposta in tv.
L’unica fonte è disponibile a questo indirizzo, http://wipfiles.net/cxx85zw0rf1l.html, in italiano sottotitolato ma in una versione davvero inguardabile dal punto di vista della qualità.
La badessa di Castro
Un film di Armando Crispino. Con Pier Paolo Capponi, Mara Venier, Evelyn Stewart, Barbara Bouchet, Antonio Cantafora, Luciana Turina, Jole Fierro, Ciro Ippolito, Stefano Oppedisano, Marcello Tusco, Giancarlo Maestri, Patrizia Valturri, Serena Spaziani Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1974

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Barbara Bouchet: Elena, badessa di Castro
Pier Paolo Capponi: Vescovo Francesco Cittadini
Evelyn Stewart: sour Margherita
Antonio Cantafora: Giulio
Mara Venier: amante di Giovanni
Luciana Turina: suor Rufina
Ciro Ippolito: Cesare
Stefano Oppedisano: Giovanni
Serena Spaziani: suor Agata
Jole Fierro: madre di Elena
Giancarlo Maestri: Ugone
Marcello Tusco: Saverio
Franca Lumachi: suor Liberata
Giuseppe Pertile: il cardinal Farnese
Patrizia Valturri: Mariuccia
Attilio Dottesio: medico
Goffredo Unger: capitano Zanesi

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Regia Armando Crispino
Sceneggiatura Lucio Battistrada & Armando Crispino
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Carlo Reali
Musiche Carlo Savina

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L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Sorta di sexy-conventuale ante-litteram del cinema italiano, ispirato però da un testo pregevole e diretto con cognizione di causa e perspicacia intellettuale da Armando Crispino. La Bouchet (nei panni di monaca per imposizione) ben si destreggia nel registro drammatico che prevale – in maniera determinante – sul taglio “erotico”, presente solo implicitamente e mai esposto senza pertinenza di trama. Tra i caratteristi si segnalano la sempre bella Evelyn Stewart, un’insolita Mara Venier (ai tempi tentò la via del cinema) ed il convincente Pier Paolo Capponi. Musiche del grande Carlo Savina.

L’opinione di Homesick

Libero adattamento del romanzo di Stendhal focalizzato sulla sua seconda parte – l’amore proibito tra la badessa e il vescovo – ne tralascia le notazioni socio-storiche e ne estrinseca invece gli accenni erotici, riducendosi in tal modo ad una sorta di feuilleton claustrale (e anticlericale) con qualche aggancio all’ubertoso filone dei tonaca-movies. Convincente la prova drammatica complessiva, dai comprimari Bouchet e Capponi ai supporti di figure emblematiche come la gelosa Stewart, la timorata Valturri, la spaurita Venier.

L’opinione di caesars dal sito http://www.davinotti.com

Un tonaca-movie, genere di gran moda negli Anni Settanta. Niente di memorabile, escludendo le grazie di Barbara Bouchet che ci vengono mostrate abbondantemente, in quanto la storia procede in modo un po’ noioso e con sviluppi narrativi poco motivati. Gli interpreti svolgono discretamente il loro lavoro, ma il film stenta assai a coinvolgere lo spettatore. Peccato, perché Crispino, in altri ambiti, ci aveva regalato prodotti assai più validi.

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marzo 1, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 3 commenti

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febbraio 27, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

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febbraio 25, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | 2 commenti

L’amante di mia madre

L'amante di mia madre locandina

Titolo furbetto e ammiccante,come del resto si usava tantissimo negli anni settanta; in origine questo film di George Zervoulakos si intitolava Naked in the snow, ovvero Nudo nella neve e allude ad una scena cruciale del film.
Un film di taglio drammatico, incentrato sulla figura di una donna che attraverso il flashback rivive parte del suo recente passato; George Zervoulakos, regista assolutamente sconosciuto da noi dirige un film che non è un thriller, nonostante la tensione latente ma un viaggio nella memoria e nelle gesta di una donna che trova l’amore e lo perde,drammaticamente, tradita dall’uomo che ama e da sua figlia.
Un film dall’andamento narcolettico, con lunghe pause e scene di immobilità girato in una location particolare e selvaggia, in cui predomina il bianco assoluto e abbacinante della neve che è la protagonista degli esterni del film.
La trama:
Sofia è in carcere.

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Attraverso l’uso del flashback vediamo il perchè, ovvero l’omicidio di un giovane che la donna ha colpito con un colpo di fucile mentre correva nudo sulla neve, scappando probabilmente da lei.Sempre attraverso l’onnipresente flashback scopriamo che la donna è una scrittrice rimasta vedova che si è ritirata in una baita assolutamente sperduta in compagnia di un cane.Qui, un giorno, richiamata dai guaiti del suo cane scopre il corpo di un giovane sepolto dalla neve.Sofia soccorre il giovane, lo cura e alla fine ne diventa l’amante; l’uomo è un evaso ed è ricercato dalla polizia ma nonostante questo la donna lo protegge e lo nasconde.
Le cose cambiano drammaticamente il giorno in cui arriva, a casa di Sofia, sua figlia.Giovane e bella, ben presto rimpiazza la madre nel cuore (e nel letto) del giovane fino a quando la stessa non scopre in una stalla i due giovani che fanno l’amore.Imbracciato il fucile la donna spara all’uomo mentre questi cerca una disperata fuga completamente nudo tra la neve e lo abbatte.

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Arrestata, la donna ivive gli avvenimenti e alla fine, sconvolta, si taglia le vene.
Drammone con finale tragico quindi.
Film non di certo originale, giocato su un triangolo visto altre volte (la madre,la figlia e l’amante delle due) caratterizzato da una staticità delle immagini assolutamente unica.
Diverse sequenze vengono dilatate nel tempo, quasi che il regista voglia imprimere nella memoria dello spettatore gli sguardi, i sottintesi, gli scarni discorsi che intercorrono tra i protagonisti.Alcune scene presentano nudi ieratici, quasi subliminati, che di erotico non hanno assolutamente nulla così come le scene di sesso peraltro molto pudiche nulla hanno di pruriginoso.
Su tutto neve, tanta neve, che dona al film un senso di gelo accentuato, che avvolge il tutto rendendo la storia una tragedia dai tempi spaventosamente dilatati.
Non un brutto film, intendiamoci, ma un film abbastanza monotono.

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Bene però i protagonisti, su tutto una intensa Emilia Ipsilanti, autentica rivelazione così come brava è anche Aliki Zanou che interpreta Elisa.L’oggetto del contendere tra madre e figlia è l’attore Christo Spyropoulos che l’anno successivo, dopo La mia carne brucia di desiderio (1975) chiuderà la sua brevissima carriera.
Film assolutamente invisibile in tv, che del resto è passato come una meteora nel 1974 alla sua uscita sugli schermi:tuttavia seguendo questo link http://wipfiles.net/wl9x5sszd61h.html troverete il film in un’ottima riduzione e sottotitolato in italiano ( o in doppio audio)

L’amante di mia madre
di George Zervoulakos con Emilia Ipsilanti,Christo Spyropoulos,Aliki Zanou Drammatico Grecia 1974

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Emilia Ipsilanti …Sofia
Christo Spyropoulos …Il giovane
Aliki Zanou …Elisa

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Regia: George Zervoulakos
Sceneggiatura:George Zervoulakos
Musiche:Linos Kokotos
Montaggio:Aris Stavrou

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febbraio 23, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Sul far della notte

Juste avant la nuit locandina 2

Charles Masson è un dirigente di un’azienda che si occupa di pubblicità;ha una bella famiglia, una bellissima moglie ma sopratutto ha un’amante, Laura Tellier che è sposata però con il miglior amico di Charles, Francois.
I due si incontrano in un appartamento, come clandestini e non rifuggono da rapporti sessuali estremi, masochistici.
Durante uno di questi rapporti, Charles arriva a strangolare la donna.
Da quel momento l’uomo è costretto a costruire attorno a se un muro di difesa, che però lo ingabbia a tal punto da soffocarlo.

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Così decide di raccontare tutto alla moglie, che per difendere lo status sociale, fa finta di ignorare l’accaduto.
Dal romanzo Sul far della notte di Edward Atiyah, Claude Chabrol trae il film omonimo dirigendolo su un binario di fredda tecnica e creando un prodotto che viaggia glacialmente sull’indagine della vita di un uomo, il protagonista, che è costretto, per difendere la sua vita irreprensibile, a nascondersi, a mimetizzarsi, protetto in qualche modo dall’aria di rispettabilità che ha lui e il suo ruolo sociale.
La polizia non sospetta di lui, ma la cattiva coscienza fa vedere il pericolo anche dove non c’è: così la vita di Charles si complica maledettamente tanto da spingerlo, forse preda del rimorso, forse in cerca di un appoggio a confidare l’accaduto a sua moglie.
Che è preda anch’essa delle convenzioni borghesi e che vuol difendere la sua famiglia da uno scandalo.
Così tutto viene nascosto, taciuto.
E la vita può riprendere regolarmente.
O quasi.

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Chabrol indaga con discrezione sulle convenzioni, sfiorando il senso del rimorso dell’uomo che evidentemente cova in se ma non può esprimere.
Un’altra scena importante in questo senso è quella in cui mima la sua confessione,di ritorno sulla strada che lo porta indietro dal funerale di Laura. Charles parla ma nessun suono esce dalla sua bocca. Ci sono emozioni e sentimenti che non osano e non possono essere espressi. Hélène è più fredda e calma nel controllare i suoi sentimenti. La sua reazione alla confessione del marito – il sesso, omicidio,il tradimento – è fredda e estremamente razionale. Lei sceglie con calma di perdonarlo e prosegue la recita di facciata di quella vita tranquilla che in fondo ha e che non intende mettere a repentaglio.
Un film che usa il bisturi per sezionare le personalità che man mano affollano la vicenda, tutte quasi rinchiuse in se stesse:come la giovane donna che lo riconosce da lontano come l’amante di Laura, lo guarda ma tiene per se la cosa, disinteressandosi di tutto presa com’è a farsi i fatti propri.
Su tutto la sequenza notturna della confessione di Charles: la scena cruciale si verifica di notte, è diretta con pochissima luce e si può a malapena a vedere i volti degli attori. Ma per chi guarda la pellicola la cosa non è importante, così come non è importante.l’espressione dei protagonisti.Le loro parole valgono per tutto, come quella confessione, agghiacciante di Charles che dice “Se tu sapessi quello che ho fatto, se solo tu sapessi..” mentre la moglie lo rassicura, quasi complice di un gesto così efferato.

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Il cast scelto da Chabrol sposa alla perfezione le intenzioni del regista:bravissimi tutti, in particolare la sempre bellissima Stephane Audran che interpreta la moglie di Charles,Michel Bouquet che interpreta Charles, Anna Douking (Laura) che resta in scena pochissimo ma con gran mestiere e François Périer, che riveste il ruolo di Francois, l’amico di Charles.
Un film molto bello, freddo e elegante al tempo stesso e che purtroppo è pressochè introvabile nella versione italiana.
Chi volesse vederne la versione originale può farlo seguendo questo link su You tube: http://www.youtube.com/watch?v=F3ugdFqcfr4

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Sul far della notte
Un film di Claude Chabrol, con Stéphane Audran,François Périer,Michel Bouquet,Jean Carmet,Dominique Zardi,Anna Douking Drammatico, Francia-Ucraina 1971 Titolo originale Just avant la nuit

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Stéphane Audran Hélène Masson
François Périer François Tellier
Michel Bouquet Charles Masson
Jean Carmet Jeannot
Henri Attal Cavanna
Dominique Zardi Prince
Celia Jacqueline
Marina Ninchi Gina Mallardi
Anna Douking Laura Tellier

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Regia Claude Chabrol
Soggetto-romanzo Edouard Atiyah
Sceneggiatura Claude Chabrol
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Musiche Pierre Jansen

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Laura Tellier (Anna Douking) ha una relazione con Charles Masson (Michel Bouquet) nonostante quest’ultimo sia felicemente coniugato. L’omicidio di Laura potrebbe intaccare la rispettabilità della famiglia e sarà dunque la moglie a punire il “reo confesso”, in virtù dell’apparenza (il decoro civile) che surclassa la sostanza (la relazione extraconiugale e il delitto). Notevole dramma dai risvolti tragici, orientato alla denuncia sociale. Chabrol rifugge dal sensazionalismo per concentrarsi invece sui pensieri di una mente borghese (la moglie) adagiata sulla rispettabilità e sull’appar(ten)enza.

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febbraio 21, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | 3 commenti

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febbraio 20, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento