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Un po di sole nell’acqua gelida

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Subito dopo i grandi successi al botteghino ottenuti con due campioni di incasso come La piscina del 1969 interpretato da Romy Schneider e Alain Delon e Borsalino del 1971 con protagonista ancora Delon in coppia con l’altro idolo dei francesi “Bebel” Jean Paul Belmondo, Jaques Deray dirige, nel 1971 Un po di sole nell’acqua gelida ( Un peu de soleil dans l’eaux froides ), riducendo per lo schermo l’omonimo romanzo di Francois Sagan.
Il libro, che racconta la storia di un amore dal finale tragico tra un seduttore cinico ed egoista e una bella donna di provincia, ben si prestava con tutte le sue implicazioni sia sentimentali che descrittive con lo sfondo della provincia francese ad una trasposizione cinematografica di rilievo.

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Deray sceglie la strada più difficile, centrando l’obiettivo sulla tormentata storia d’amore dei due protagonisti ma rimanendo in modo irrimediabile solo sulla superficie, non indagando abbastanza sulla psiche dei due personaggi e sopratutto non mettendoci nulla di suo, restando fedele al racconto in modo troppo didascalico.
La trama:
Gilles Lantier è un giornalista che lavora per la testata France press.
E’ giovane, bello e sopratutto adulato dalle donne,è un don Giovanni abituato alle avventure galanti.Ma è anche cinico e arrivista, immaturo e sopratutto egoista.
Ha una relazione fissa con una sua collega americana, relazione che ormai si trascina stancamente sopratutto per colpa di Gilles che un giorno decide di dare un taglio alla routine e molla la capitale per andare a casa di sua sorella Odile che abita a Limoges, una cittadina della Francia centrale.

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Qui, a contatto con una vita sicuramente meno disordinata e più a dimensione umana Gilles dovrebbe riprendere entusiasmo e slancio ma viceversa sembra languire irrimediabilmente.
Tuttavia un incontro sembra cambiare in meglio tutta la situazione:irrompe nella sua vita Nathalie Silveneur, una giovane e bella donna sposata ma senza figli, una donna ancora alla ricerca dell’amore vero.
Tra i due è colpo di fulmine a prima vista e inizia cosi per loro una relazione appassionata.
Ma Gilles non si trova a suo agio nella cittadina e decide di tornare a Parigi, incurante delle aspirazioni di Nathalie,che per lui decide comunque di voltare le spalle al suo presente per affrontare una nuova vita, densa di incognite.
Che non tardano a presentare il conto quando Gilles, da essere profondamente egoista, inizia a trascurare la donna, che ora si sente completamente sola nella grande città in cui non ha punti di riferimento.

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Quando la donna un giorno coglie casualmente un riferimento fatto da Gilles ad un amico nel quale l’uomo sembra essere stanco della loro relazione, Nathalie, che per lui ha sacrificato tutto sceglie la via più drammatica per risolvere la situazione…
Occasione persa, per Deray, questa riduzione cinematografica del romanzo della Sagan, ben più introspettivo e profondo di quanto invece alla fine risulti superficiale il film.
Deray non scava e non incide, rimanendo ai margini di una storia che richiedeva una sensibilità diversa sia nelle descrizioni dei personaggi sia nelle atmosfere che avrebbero dovuto illustrare metaforicamente la storia.
Vien fuori un film abbastanza lento e senza nerbo, che non incide e non lascia alla fine alcuna traccia.
Eppure di occasioni ce ne erano tante;dalla possibilità di descrivere il mondo provinciale francese alla ricerca delle motivazioni di Nathalie che portano la donna ad abbandonare la sua vita per seguire le orme del bamboccio di cui si innamora.
Lo stesso personaggio di Gilles è alla fine schematizzato, stereotipato e il giornalista appare freddo e cinico, calcolatore e quasi ripugnante nella sua figura di tombeur des femmes.

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Alla resa dei conti il film appare debole e senza nerbo, confuso e poco interessante.
Il che però non va imputato ai due attori protagonisti, la splendida Claudine Auger e il bravo Marc Porel, che fanno la loro parte dignitosamente.
Nonostante la sceneggiatura di Flaiano, che collabora con Jean-Claude Carrière e lo stesso Jacques Deray alla costruzione della versione cinematografica, il film delude profondamente non elevandosi mai oltre la mediocrità.
Film per altro quasi scomparso dalla circolazione, visto che è ignorato dai palinsesti televisivi e sopratutto non esiste in rete in alcuna versione.
Un po’ di sole nell’acqua gelida
Un film di Jacques Deray. Con Barbara Bach, Claudine Auger, Marc Porel, Gérard Depardieu-Titolo originale Un peu de soleil dans l’eau froide. Drammatico, durata 110′ min. – Francia 1971

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Claudine Auger … Nathalie Silvener
Marc Porel … Gilles Lantier
Judith Magre … Odile
Barbara Bach … Héloïse / Elvire
André Falcon … Florent
Jean-Claude Carrière Jean- … François, marito di Nathalie
Nadine Alari … Gilda
Gérard Depardieu … Pierre, fratello di Nathalie
Marc Eyraud … M. Rouargue
Jacques Debary … Fairmont
Max Vialle … M. Pontier

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Regia: Jaques Deray
Sceneggiatura:Ennio Flaiano, Jean-Claude Carrière e Jacques Deray
Racconto:Francoise Sagan
Musiche: Michel Legrand
Montaggio:Henri Lanoë
Fotografia:Jean Badal
Production Design : François de Lamothe

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“Sono molto spiacente,” disse. “Se avessi pensato che rettificare una citazione potesse indisporla fino a questo punto, sarei stata zitta.”
“Niente di quel che proviene da una bella donna può indispormi,” disse Fairmont con un sorrisetto.
“Finirò fattorino in questo giornale,” pensò Gilles, e rivolse uno sguardo implorante verso Jean che seguiva la scena con aria impassibile. Impassibile e persino segretamente felice. Ma lo era di vedere Fairmont finalmente preso in castagna o di vedere Nathalie mettere lui, Gilles, in una situazione spiacevole…? Per il resto del pasto la conversazione languì e tutti si lasciarono molto presto. Quando furono soli a casa, Nathalie si voltò verso di lui:
“Sei arrabbiato, no? Anche lui era irritante…Ho visto raramente un uomo così pretenzioso.”
“Però è lui che ci fa vivere, oggi come oggi,” disse Gilles.
“Non è un buon motivo per confondere Stendhal con Balzac,” disse lei tranquillamente, “soprattutto con quella autorità imbecille…”
“Imbecille o no, è il mio capo,” disse Gilles.
Era stizzito di sentirsi pronunciare frasi simili. Si sentiva “giovane tecnocrate” o “vecchio impiegato”. Non, in ogni caso, il giornalista furbo e disinvolto che voleva essere. E ciò a causa di quella donna, al suo fianco, che sorrideva. Perché lei non stava al gioco, dopotutto? Sapeva bene che le cose sono quelle che sono e che ci sono casi in cui bisogna piacere, reprimersi, magari per ridere più tardi della propria viltà? Non si poteva fare i sinceri a Parigi nell’anno 1967, esercitando quella professione. Era evidente, e c’era una specie di malafede nell’ostinarcisi. Perché metteva in ogni cosa quell’intransigenza, quell’orrore delle mezze misure che erano le sole, ahimè o non ahimè, che permettono di vivere tranquillamente? Si sentiva come tradito da lei e glielo disse.
“Se mi piacessero le mezze misure,” rispose lei, “non sarei qui. Sarei a Limoges e verrei a fare l’amore con te ogni quindici giorni. “
“Stai confondendo un po’ i sentimenti con le azioni clamorose,” disse lui. “Mi hai seguito solo perché mi amavi, perché ti amavo e perché non c’era altro da fare. Questa necessità non era così evidente, stasera, nel tuo comportamento con Fairmont.”
“Volevo semplicemente dire che se avessi potuto sopportare quell’uomo, avrei potuto altrettanto bene sopportare la mia vita passata, tutto qui. “
Qualcosa si stava esasperando in Gilles, una specie di rancore che non aveva mai individuato come tale in se stesso.
“Insomma, sei contenta del tuo personaggio: la donna che lascia tutto per il suo amante, che corre da un museo all’altro e si estasia davanti alle opere d’arte, che scopre personaggi di Cechov nei Nicolas…

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marzo 2, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

La corta notte delle bambole di vetro

 La corta notte delle bambole di vetro locandina

Con la recensione di La corta notte delle bambole di vetro, inizia la collaborazione di Alessio Bosco con il blog Filmscoop. Mi auguro che i fedeli lettori del blog apprezzino il suo originale e affascinante metodo di presentazione e di recensione e che commentino questo suo primo articolo. A lui l’augurio di una collaborazione sempre più feconda.

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In un parco di Praga è rinvenuto il corpo di un giovane uomo (Jean Sorel). Ritenuto cadavere, viene condotto all’obitorio per un riscontro più attento che ne stabilisca i motivi del decesso. I medici sono perplessi: il corpo non ha ancora raggiunto il rigor mortis, non presenta traumi o ferite e la sua temperatura è insolitamente stabile. L’improvviso urlo in off  “Io morto? Non è possibile!” e il primo piano rivoltogli, conducono nella mente dell’uomo che, disteso, immobile, apparentemente inanime, cerca di ridestarsi, di emettere un suono, forse comunicando con se stesso da un metafisico spazio post mortem.
Non riuscendo a ricordare immediatamente come si sia potuto trovare in una tale situazione, arriverà a concludere che “Forse è sempre così quando si muore e non possiamo dirlo agli altri”. Nondimeno, tenta di ricostruire gli antefatti che l’hanno condotto fin lì.
E, lentamente, comincia a rimontare i frammenti degli eventi occorsi nella settimana subito precedente.

Introdotto da immagini stranianti ed enigmatiche, presaghe di turpi accadimenti, che ritorneranno insistentemente sino al disvelamento finale, ha inizio un lungo flashback. Flashback intervallato dalle scene all’interno dell’ospedale, dove il dottor Ivan, suo vecchio amico, ora chirurgo, tenta inutilmente di rianimarlo.

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Barbara Bach

Si saprà che Gregory è un giornalista politico americano, inviato nella città Ceca, che ha due colleghi, inviati anch’essi, Jessica e Jaques, coi quali pare affiatato, e che intrattiene una relazione con Mira, una ragazza del luogo che vive fuori città ma che sta per raggiungerlo.
L’arrivo di quest’ultima segnerà il corso degli eventi, preannunciati da una piccola scossa tellurica che sveglia Gregory nottetempo.
Dopo un giro per Praga, una cena, un po’ d’intimità, una festa (dove, peraltro, Jessica si rivela una sua vecchia fiamma), Mira scompare nel nulla, senza abiti, senza soldi o documenti, con la valigia ancora disfatta in casa dell’uomo. Il commissario incaricato di svolgere le dovute indagini è da subito scontroso e più propenso ad insistere su una fuga volontaria della giovane.
Ma Gregory non è intenzionato ad arrendersi. Cercando di ricostruire, con l’aiuto dei due amici, le ultime ore della ragazza, risale ad una serie di misteriose scomparse che hanno coinvolto anche altre giovani. Pedinato ed osteggiato; sempre più dubbioso e confuso; circondato da riluttanti testimoni e morti sospette e con i medici che, arresisi, nel mentre, meditano un’autopsia, tenta di venire a capo al mistero.
Tutto sembra ricondurre ad uno strano circolo per vecchi e ricchi benestanti: il Club 99.

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Jean Sorel

Con La corta notte delle bambole di vetro, Aldo Lado firma il suo esordio alla regia, dopo anni spesi come aiuto (Il conformista) e sceneggiatore (Un’anguilla da 300 milioni), e lo fa con un opera dal taglio atipico: confezionato come un italian giallo, ma dagli inattesi sviluppi esoterici. Inserendo, prima, una nota polemica nei confronti del regime polacco (sedicente socialista, ma la cui ricca e privilegiata elite può permettersi feste sfarzose in ville da sogno e i cui funzionari possono tranquillamente far espatriare soltanto chi vogliono) ed allargandosi, poi, ad una critica più ampia, di marca sessantottina, sintetizzabile nel programmatico: “Mai fidarsi di nessuno sopra i trent’anni”. In più costella la narrazione di segni e simboli (la cecità, i numeri, le farfalle) che fanno poco per volta assumere alla pellicola i toni dell’arcano.

Malgrado l’impianto da thriller, però, la vera tensione pare latitare: l’interesse di Lado è più rivolto a trasmettere un senso d’indefinibile straniamento, di attesa angosciosa.

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Ingrid Thulin

Tant’è vero che struttura un’ ubriacante vicenda a scatole cinesi: in cui far rivivere gli ultimi giorni della vita di un uomo, trascorsi a ricostruire le ultime ore della sua ragazza, la cui scomparsa confluisce in un caso più grande che coinvolge altre giovani donne. Una trama circolare, a più livelli, i cui elementi si ricollegano continuamente tra loro.
Il richiamo polanskiano è forte nella resa claustrofobica e quasi narrativa degli spazi, oltre che nella progressiva perdita di se del personaggio centrale. Arrivando ad anticipare lo stesso Polansky di Frantic (ma il modello hitchcockiano è lo stesso per entrambi).
E del resto la visione, invasiva e stritolante, dell’autorità del potere, dei poteri, potrebbe dirsi pienamente kafkiana. Non a caso a fare da collante, più che da semplice scenario, alla vicenda è proprio Praga. E, sempre non a caso, il titolo del film, in fase di produzione, era Malastrana, suggestivo nome di un quartiere antico della città, i cui comignoli appaiono in più di un’inquadratura.

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Mario Adorf

Non tutto funziona come dovrebbe: le riprese della capitala Ceca sono belle ma cartolinesche (anche se buona parte del film verrà girato a Zagabria); le corsette tra i luoghi turistici sono davvero risibili; i dialoghi spesso didascalici e poco verosimili; nella seconda parte la trama si sfilaccia e confonde; Jean Sorel è totalmente inespressivo, la Bach è la Bach ed anche per Ingrid Thulin i fasti bergmaniani sono distanti (Adorf però è ottimo come sempre). Anni ’70…

Di contro la fotografia di Giuseppe Ruzzolini è splendida, dall’attenzione al dettaglio fiamminga, con una cura maniacale per la prossemica e rivolta in particolare ai contrasti cromatici (il sangue rosso vivo per i tubi della sala operatoria dai colori chiari e neutri; le sagome nella stanza al buio). Ed anche il finale, crudele come pochi, cancella d’un tratto ogni debolezza.

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Lado tornerà al thriller soltanto col successivo e superiore, Chi l’ha vista morire?. E fu un peccato, perché il suo sguardo icastico, i suoi personaggi infidi e cinici, l’attenzione rivolta sempre agli aspetti più laidi dell’esistenza, che peraltro non lo abbandonerà mai e che sarà sempre riscontrabile in filigrana anche nei suoi film successivi, specialmente, ovvio, nel controverso e cattivissimo L’ultimo treno della notte, si attagliavano perfettamente al noir. Di cui fu interprete, a suo modo, unico ed originale.

La corta notte delle bambole di vetro
Un film di Aldo Lado. Con Mario Adorf, Barbara Bach, Ingrid Thulin, Jean Sorel Thriller, durata 92 min. – Italia 1971.

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Jean Sorel ….Gregory

Ingrid Thulin … Jessica
Mario Adorf … Jacques Versain
Barbara Bach … Mira Svoboda
Fabijan Sovagovic … Professor Karting
José Quaglio … Valinski
Relja Basic … Ivan
Piero Vida … Il commissario Kierkoff
Daniele Dublino …Il dottore
Luciano Catenacci …L’impiegato della camera mortuaria
Semka Sokolovic-Bertok …Nastassja, la vicina di Gregory

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Regia: Aldo Lado
Sceneggiatura: Aldo Lado,Ernesto Gastaldo
Produzione: Enzo Doria ,Luciano Volpato,Dieter Geissler
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Jutta Brandstaedter, Mario Morra
Production Design: Gisella Longo, Zeljko Senecic
Costumi: Gitt Magrini

La corta notte delle bambole di vetro locandina 2

La corta notte delle bambole di vetro flano

Flano del film

gennaio 24, 2012 Posted by | Thriller | , , , , | 2 commenti

Paolo il caldo

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Siamo in Sicilia;
nella nobile famiglia dei Castorino è presente, quasi fosse un imprinting genetico, una sensualità che sconfina nella lussuria ai limiti del patologico, unitamente anche alla classica arroganza dei nobili.
Il barone Castorini, patriarca della famiglia, offeso dal farmacista del paese (Salvatore), si vendica raccontando tutto a suo figlio Edmondo, che per tutta risposta distrugge la farmacia dell’uomo e lo umilia pubblicamente, vendicando così l’offesa ricevuta.

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Lionel Stander, il Barone Castorino

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Il barone ha anche un altro figlio, un uomo completamente diverso da lui, timido e di idee progressiste che a sua volta ha un figlio, Paolo, che ha ereditato il marchio di famiglia della lussuria.
Quest’ultimo mostra subito di volersi adeguare al nonno, intrecciando sin dall’adolescenza, una prima relazione sessuale con la servetta Giovanna, che non si fa scrupoli di essere contemporaneamente l’amante dell’anziano barone.
In questo clima morboso, il giovane Paolo cresce senza regole morali, trattando le donne con disprezzo, come del resto ha visto fare a suo nonno e suo zio.
Le cose cambiano quando il padre del giovane muore per suicidio; Paolo farà in tempo a raccogliere le ultime parole del genitore, che lo esorta ad abbandonare quel luogo prima che sia troppo tardi e che influisca in maniera definitiva sulla sua psiche.
Il giovane così si trasferisce a Roma, dove però, dopo essersi illuso di poter cambiare vita, si adegua ben presto al clima ozioso (e anche vizioso) dei salotti buoni, intrecciando relazioni principalmente sessuali con Lilia, una donna dalla morale elastica e spregiudicata, che diverrà la sua amante prima di sposare un carabiniere,

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Ornella Muti, Giovanna la servetta

Paolo il caldo 2Marianne Comtell, la madre di Paolo e Riccardo Cucciolla,il padre

poi con una nobildonna, ancora con una sarta e infine con una ragazza appassionata di politica, di idee comuniste, la bella Ester. Alla lunga questo tipo di vita da gaudente trasforma Paolo in un essere sempre più lascivo e schiavo della lussuria, tanto da portarlo ad accompagnarsi con occasionali prostitute raccolte sui marciapiede.
Quella che ormai è divenuta una malattia sembra sul punto di poter essere fermata quando Paolo ritorna al suo paese in occasione della morte della madre. Qui incontra la nipote del farmacista Salvatore, una bella ragazza con sani principi e una vita morigerata.

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Giancarlo Giannini e Barbara Bach

Paolo la sposa, convinto che la donna possa rappresentare un’ancora di salvezza, illudendosi:ben presto il forte contrasto tra quella che è ormai una malattia per Paolo, la sua sensuale e incontrollabile lussuria e la morigerata morale della moglie esplode in un contrasto insanabile.
Caterina, la giovane sposa, lo abbandona; sul treno che la riporta in Sicilia legge una lettera del marito, con la quale quest’ultimo confessa di aver provato a cambiare vita accanto a lei, senza riuscirci.
Subito dopo aver accompagnato la moglie alla stazione, Paolo riprende il suo solitario giro in cerca di prostitute, conscio di essere ormai destinato ad una vita di solitudine, schiavo dei sensi e della lussuria.
Tratto da un romanzo incompiuto di Vitaliano Brancati, Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario nel 1973, riprende nella maniera più fedele possibile le gesta del dissoluto nobile siciliano Paolo, ossessionato come la sua famiglia da una sensualità eccessiva e incontrollabile, che era poi uno dei temi di fondo del romanzo di Brancati.
Purtroppo ancora una volta la differenza tra un libro e la trasposizione cinematografica dà luogo ad un ibrido in cui gran parte delle atmosfere del romanzo stesso finiscono per perdersi; colpa della sintesi, quindi della necessità di condensare in due ore quello che un libro racconta in maniera molto più esaustiva.
Il solito problema quindi esistente tra la parola scritta e l’immagine, che riesce ad essere immediata, la dove però sarebbe necessaria maggiore profondità per dare spessore e comprensibilità ai personaggi.

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Intendiamoci, il film di Vicario è un buon prodotto, senza alcun dubbio; merito della grande prova di Giannini assolutamente superbo nel rendere il conflitto interiore che agita il giovane Paolo, quella necessità fisiologica e un po animale costituita da una sensualità incontrollabile e la ragione, spesso annichilita e asservita proprio ai sensi, che riescono ogni volta ad avere la meglio sulle buone intenzioni dell’uomo.
Il film di Vicario avrebbe avuto bisogno di illustrare meglio le vite e le psicologie dei personaggi, inquadrandoli nell’ottica di una Sicilia indolente e lussuriosa, pigra e sensuale proprio nella sua componente di maggior prestigio, quella nobiltà che Tomasi Di Lampedusa descrisse così bene nel Gattopardo.

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Gastone Moschin interpreta Edmondo Castorino, zio di Paolo

Viceversa, nel film, i tempi sono troppo stretti, con la fatale conseguenza che tutto risulta compresso, anche se alla fine qualcosa si riesce ad afferrarla; le atmosfere oziose e viziose di catania e di Roma appaiono in sottofondo, ma non in maniera tale da non poter essere percepite.
Il discorso qui si farebbe troppo complesso; Vicario punta principalmente sul personaggio Paolo, illustrandone il comportamento patologico e schizofrenico, condizionato da quell’istinto animale che porta il protagonista ad un satirismo malato, in cui ogni donna viene vista nell’esclusiva ottica del piacere che può produrre.
Non dimentichiamo che siamo nella prima metà del secolo scorso, con tutte le logiche storiche del periodo; sullo sfondo del racconto e quindi anche del film appaiono filtrate le prime lotte contadine e il declino della nobiltà, le rivendicazioni operaie e la miseria e via discorrendo.

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I personaggi che si avvicendano sullo schermo ben presto diventano un caleidoscopio; si va dal barone Castorni, un vecchio vizioso e prepotente allo zio Edmondo, che sembra quasi un clone del padre, arrogante, sessista e puttaniere, che non si farà scrupolo di sedurre ( o di essere sedotto) la vedova di suo fratello, anche lei donna preda dei sensi (memorabile la scena in cui Paolo vede suo zio e sua madre a letto assieme, quasi una conferma al ruolo fondamentale che assume nella sua famiglia la lussuria).

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C’è il padre di Paolo, unico contraltare “pulito” alla malattia di casa Castorino, un uomo che sceglie la morte ad un’esistenza oziosa e di mollezze a cui si sente condannato, e che cerca disperatamente in punto di morte di trasmettere al figlio un’idea diversa, quella di vivere una vita fuori dai condizionamenti dei sensi.
E ci sono poi tutti i personaggi di contorno che compariranno nella vita di Paolo; c’è Lilia, all’apparenza spregiudicata e moderna, che sceglierà poi un avvenire borghese e rassicurante, c’è Giovanna, serva opportunista che inizierà Paolo ai piaceri della carne, c’è Ester, comunista e femminista, che però alla fine si comporta come tutte le altre cedendo al richiamo dei sensi.

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Pilar Velasquez, Ester la comunista

In mezzo tante prostitute, tanti volti anonimi, compagne di un’ora o di una notte.
E c’è Caterina, la donna pulita, quella dai sani principi: la speranza, per Paolo, di poter sfuggire ad una logica spietata e ad una vita di mollezze.
Una speranza frustrata dall’abbandono della donna proprio nel momento in cui Paolo sta cercando disperatamente una via d’uscita alla vita vuota e desolante che conduce.
Un ritratto, in definitiva, abbastanza ben riuscito sia di un’epoca, sia di una società e maggiormente di un uomo che fa parte di entrambe, anche se vive una vita da fantasma.

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Angela Covello

Il romanzo di Brancati è ben più esaustivo, della cosa, ma bisogna accontentarsi; Vicario sfrutta molto bene il cast che organizza, un cast ricchissimo.
Nel film compaiono, oltre a Giannini, ottimi attori come Lionel Stander (forse il meno convincente) nel ruolo del patriarca Castorino, Gastone Moschin, bravissimo in quello del vizioso Edmondo, Vittorio Caprioli nel ruolo del farmacista, un intenso Riccardo Cucciolla in quello del padre di Paolo, Oreste Lionello (il pittore).

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Assolutamente irripetibile quello femminile, con una sfilza di brave attrici e sopratutto belle donne; si va da Rossanna Podestà (Lilia) a Marianne Comtell (la madre di Paolo), da una splendida Ornella Muti (la servetta Giovanna) a  Adriana Asti (Beatrice), da Pilar Velasquez (Ester) a Barbara Bach (la moglie di Salvatore il farmacista), per finire con Neda Arneric e con le bellissime e brave Orchidea De Santis, Femi Benussi e Angela Covello, alcune delle prostitute incontrate da Paolo nel suo cammino sulla strada della lussuria.

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Un buon film quindi, misteriosamente mai editato in dvd, ragione per la quale troverete i fotogrammi del film stesso di mediocre qualità.
Siamo alle solite, il discorso lo abbiamo già fatto:resta un mistero il perchè si siano editate autentiche porcherie e non film come questo che meriterebbero sicuramente una visione.

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Paolo il caldo, un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Mario Pisu, Attilio Dottesio, Andrea Aureli, Oreste Lionello, Bruno Scipioni, Umberto D’Orsi, Lionel Stander, Ugo Fangareggi, Femi Benussi, Eugene Walter, Pilar Velasquez, Angela Covello, Anna Melita, Roberta Paladini, Barbara Bach, Orchidea De Santis Commedia, durata 124 min. – Italia 1973.

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Paolo il caldo banner protagonisti

Giancarlo Giannini     …     Paolo Castorini
Rossana Podestà    …     Lilia
Riccardo Cucciolla    …     Padre Paolo
Lionel Stander    …                 Barone Castorini
Gastone Moschin    …      Edmondo Castorini
Adriana Asti    …     Beatrice
Marianne Comtell    …     Madre di Paolo
Vittorio Caprioli    …     Salvatore, il farmacista
Ornella Muti    …     Giovanna
Bruno Scipioni    …     Vincenzo Torrisi
Pilar Velázquez    …     Ester
Neda Arneric    …     Caterina moglie di Paolo
Barbara Bach    …     Moglie di Salvatore
Femi Benussi    …     Prostituta vestita di rosso
Enrica Bonaccorti    …     Mariella, l’amante di Vincenzo
Angela Covello    …     La ragazza dell’ultimo incontro
Orchidea de Santis    …     Prostituta
Dori Dorika    …     Sorella di  Paolo
Umberto D’Orsi    …     Il Marchese
Attilio Dottesio    …     Dottor Mondella
Jessica Dublin    …     Prostituta sulla strada
Ugo Fangareggi    …     Luigi Castorini
Oreste Lionello    …         Pittore
Mario Pisu    …     Lorenzo Banchieri
Eugene Walter    …     Jacomini

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Regia: Marco Vicario
Sceneggiatura: Marco Vicario dal romanzo di Vitaliano Brancati
Produzione:Alfonso Vicario
Musiche: Armando Trovajoli
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografie: Flavio Mogherini
Costumi: Gabriella Pescucci

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“Seduto su questa terrazza, a due, a tre, o a dieci metri dalle donne che vedo,mi par di sentire, per un’allucinazione uditiva, il pulsare leggero della stupidità
in quelle fronti bianche delicatamente poggiate sugli archi dei sopraccigli;se spingo le cose più a fondo con un altro bicchiere di vino, posso assicurare
il mio lettore di aver percepito distintamente il rumore delle dieci sconclusionate parole che la vita fiacca e convenzionale fa dentro quei cervelli intanto che
le bocche sono mirabilmente immobili in un sorriso enigmatico”.

“Maiali! delinquenti!… sotto casa mia?… Andatelo a fare dalla troia di vostra madre… Li sparo, per quanto è vero Dio, li sparo…”

* Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
* L’anima è eterna, e quello che non fa oggi, può farlo domani.


* L’avvenire non è un probabile dono del ciclo, ma è reale, legato al presente come una sbarra di ferro, immersa nel buio, alla sua punta illuminata.


* La felicità è la ragione.


* Un uomo può avere due volte vent’anni, senz’averne quaranta.

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Vittorio Caprioli

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Ornella Muti

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Marianne Comtell 

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Rossana Podestà

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Pilar Velasquez

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Angela Covello

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Neda Arneric  

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Femi Benussi

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Orchidea De Santis

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ottobre 5, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Ecco noi per esempio

Ecco noi per esempio locandina

Un incontro tra due personaggi svagati, spaesati e in qualche modo complementari, anche se fondamentalmente diversi.
Il primo, un fotografo sempre a caccia si scoop, scanzonato e un tantino cinico, si chiama Click;  l’altro, Palmambrogio, è convinto di essere un poeta.
E’ un provinciale, quindi ha in se valori e comportamenti tipici della persona di provincia, che a cospetto della grande città si ritrova come un bimbo in un mondo di adulti.

Ecco noi per esempio 1
Adriano Celentano è Click

Ecco noi per esempio 2
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arbara Bach è Ludovica

Siamo a Milano, città tentacolare, siamo nel 1977, anno drammatico per il nostro paese, drammaticamente in rpeda allo scontro politico armato e attanagliato dalla crisi economica.
Click, approfittando dell’ingenuità di  Palmambrogio, lo deruba, salvo poi in qualche modo pentirsene e invitarlo a casa.
Così tra i due nasce una strana amicizia; un’amicizia tra due sconfitti, verrebbe da pensare, assistendo alle loro gesta.
Clcik non riesce a fare lo scoop che darebbe una sterzata alla sua vita; prima fotografa un gruppo di malviventi che sta rubando un cavallo da corsa e viene quindi picchiato, poi è inseguito per lo stesso motivo da un gruppo di femministe decisamente arrabbiate.

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Renato Pozzetto è Palmambrogio

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Palmambrogio non se la cava meglio; conosciuto un poeta famoso, viene in pratica raggirato.
I due si muovono sullo scenario di una Milano arrabbiata, cupa, cinica: e loro due non riescono ad adattarsi a quel mondo alieno.
Difatti Click, che finalmente ha il colpo della vita, fotografa un sequestro di persona, ma i sequestratori gli sparano sul volto rendendolo cieco.
A questo punto Click decide di lasciare l’incarico a Palmambrogio di vegliare sulla sua famiglia; l’amico possiede quella saggezza popolare che permette alla gente semplice di mimetizzarsi nella società, e rappresenta l’unica persona pulita che Click conosca.

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Così, armato solo di un bastone, il fotografo parte per girare il mondo, deciso a non lasciarsi abbattere.
Ecco noi per esempio non è un gran film, pur possedendo delle qualità: in bilico tra la commedia amara e la commedia comica, Sergio Corbucci che è anche lo sceneggiatore del film assieme a Giuseppe Catalano e Sabatino Ciuffini non riesce ad imprimere personalità alla pellicola, lasciandola in un limbo che non permette di apprezzarne appieno alcune indubbie peculiarità.
Colpa anche di una sceneggiatura imperfetta, troppo basata sulle differenze tra i due protagonisti e poco attenta a dare un ritratto più forte della situazione in cui viveva Milano, e di riflesso quella dell’intero paese.

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Non mancano le buone idee, ma il film è troppo costruito su Adriano Celentano, il fotografo Click e su Renato Pozzetto, il poeta Palmambrogio che ovviamente caratterizzano, secondo le loro corde professionali i due personaggi.
Che poi alla fine possono sembrare la cosa migliore del film, che vive momenti di stanca molto lunghi.
Al solito, c’è il Celentano di cui non si sente il bisogno, quello che si muove a passo di danza oppure il solito Pozzetto troppo imbambolato.
Il discorso socio politico quindi è appena sfiorato;nonostante il regista mostri uno spaccato della città preda dell’eterno conflitto tra la classe borghese e quella operaia, rimane sospeso il grande equivoco di quegli anni, quello di una città non ancora pronta a diventate la Milano da bere tuttavia abitata da losche figure preda di quelle chimere che fatalmente la traghetteranno verso gli anni del craxismo, gli anni della grande illusione, quando tutti pensarono che un nuovo boom economico, che sarebbe durato per sempre, era alle porte.

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La storia ci dice com’è andata, ma questo è un discorso che con il film centra poco.
Se Corbucci ha inteso coniugare la commedia ironica con l’umorismo nero, ha ottenuto un risultato solo a tratti evidente.
Mescolare i drammi famigliari con la contestazione femminista, i conflitti di classe con il terrorismo, il crollo dei valori e la profonda trasformazione di una società in divenire non è cosa semplice e sopratutto mal si coniuga con i voli dei due protagonisti.

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Tuttavia Corbucci ci mette l’impegno, Celentano e Pozzetto la loro professionalità quindi il risultato alla fine è sufficiente.
Nulla di più, intendiamoci.
Una scena su tutte avrebbe meritato di essere tagliata; l’auto ispezione alle parti intime di una femminista arrabbiata.
Scena che non aggiunge nulla, anzi, volgarizza un momento che poteva essere raccontato in ben altro modo.
Un’occhiata al cast.
C’è la Bond girl Barbara Bach, protagonista di una sequenza mozzafiato con Renato Pozzetto, sequenza in cui si mostra nuda in tutta la sua avvenenza;c’è la diva francese Capucine, il solito Felice Andreasi, la bravissima Giuliana Calandra.
Le musiche, adeguate, sono di Vince Tempera, mentre la bella fotografia è di Giuseppe Rotunno.

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Ecco noi per esempio…un film di Sergio Corbucci. Con Renato Pozzetto, Barbara Bach, Adriano Celentano, Antonio Casagrande, Giuliana Calandra, Guido Lazzarini, Franca Marzi, Elio Crovetto, Ester Carloni, Georges Wilson, Walter Valdi, Ugo Bologna, Imma Piro, Felice Andreasi
Commedia, durata 120 min. – Italia 1977.

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Ecco noi per esempio banner personaggi

Adriano Celentano-Click
Renato Pozzetto-Palmambrogio
Giuliana Calandra- Beatrix
Imma Piro- Vincenzina
Antonio Casagrande- Il commissario Potenza
Ugo Bologna- Gianni, il negoziante dischi
Franca Marzi- Carmen, la padrona della pensione
Barbara Bach- Ludovica
Georges Wilson- Melano Melani
Ester Carloni- La suocera di Vincenzina
Felice Andreasi- Cesare Capriotti

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Regia     Sergio Corbucci
Soggetto     Giuseppe Catalano, Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci
Sceneggiatura     Giuseppe Catalano, Sabatino Ciuffini, Sergio Corbucci
Produttore     Achille Manzotti
Fotografia     Giuseppe Rotunno
Montaggio     Sergio Montanari
Musiche     Vince Tempera


“Mediocre commedia a base di luoghi comuni: quelli dei personaggi (lo sprovveduto iellato e il furbastro) e della società italiana di quegli anni, alle prese con femminismo, contestazioni, omosessualità e tentazioni reazionarie. Bene la coppia Celentano-Pozzetto, sebbene non aggiunga nulla alle tipiche caratterizzazioni dei due; la Bach si mostra in uno splendido nudo integrale. Decisamente audace la riunione femminista, con tanto di ispezione ginecologica.

Grande incontro tra due icone assolute del nostro cinema comico, che rivedremo insieme solo nel successivo Lui è peggio di me, costruito peggio ma forse persino più divertente. Pozzetto fa il suo solito personaggio stralunato (un poeta alla ricerca di un editore), mentre Celentano è un fotografo a caccia di scoop. Tutto funziona egregiamente, anche se forse il film è un po’ troppo lungo ed alcuni passaggi si sarebbero potuti alleggerire. Appare anche il cantante da osteria Rodolfo Magnaghi, nella parte di un improbabile boss della malavita.

Il 1977 italiano è stato un anno decisamente drammatico: la nostra cinematografia ne ha dovuto tener conto, dunque anche in questo caso, con il bel “Ecco noi per esempio…”, il regista Sergio Corbucci ci regala una commedia brillante contestualizzata in un periodo grigio. I due protagonisti (Celentano & Pozzetto) sono perfettamente calati nelle parti e, forse senza saperlo, recitano in uno dei loro film più belli di sempre… Sicuramente tra i più significativi degli anni settanta! Offuscato dal successivo (1984) Lui è peggio di me, ma in realtà quest’ultimo è inferiore.

Modesto tentativo di illustrare gli anni settanta usando come virgili i campioni d’incasso del momento. Corbucci ha detto la sua nel western e bene ma qui è solo mestierante. Curioso col senno di poi come portfolio di modernariato ma con sponsorizzazioni così poco occulte da far gridar vendetta. L’approccio di Wilson a Pozzetto è copia del Majeroni-Trieste de I vitelloni. I protagonisti vivono di rendita, l’idea sull’Italia degli anni caldi è approssimativa e qualunquista.

L’ho guardato due volte di fila per tentare di farmelo piacere, purtroppo senza riuscirci. Il grande difetto è una storia scritta coi piedi, in cui compaiono a intermittenza troppi caratteri secondari senza un vero motivo, spesso calati in scene inutili o comunque alla fine della fiera incomprensibili. Bisognava tagliare almeno 20 minuti di riempitivi. Adriano e Renato bravi come sempre, sono gli unici personaggi positivi in una Milano cinica, stritolata dalla tensione sociale. Il clima di fondo però è molto amaro, così come il bel finale.

L’aspirante poeta (Pozzetto) che arriva, carico di velleità e goffaggine, nella turbolenta Milano di fine anni 70, dove incontra lo smaliziato fotografo (Celentano), è un po’ lo specchio di chiunque di noi entri in una nuova realtà sentendosi spaesato. I due attraversano letteralmente i vari milieu di quel periodo, dagli ambienti (finto) intellettuali alla proletaria periferia, dai cortei femministi al nevrotico centro città (pre-Milano da bere). Risate e qualche riflessione, e non è poco!”

 

agosto 28, 2010 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento

007 La spia che mi amava

007 La spia che mi amava locandina

James Bond, l’Agente 007 al servizio di sua maestà la regina di Inghilterra e il maggiore Anya Amasova,agente XXX al servizio dell’Urss vengono chiamati a collaborare, nonostante il gelo esistente tra i due paesi, ad un’indagine complicata. Un sottomarino russo ed uno americano sono misteriosamente scomparsi, e Bond e Anya, che risentono della reciproca ostilità dovuta all’ideologia e anche al fatto di essere comunque nemici, alla fine iniziano a collaborare.

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Scopriranno così che il responsabile di tutto è un miliardario, Stromberg, che vuole scatenare una guerra in superficie per ricreare sott’acqua un mondo nuovo, in città futuristiche abitate da pochi eletti. Scampati a vari attentati, fra cui quelli del pericolosissimo gigante dai denti d’acciaio, squalo, Anya e Bond arriveranno a compiere la loro missione, no prima però di un colpo di scena;

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Barbara Bach

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Roger Moore

Bond ha ucciso, in maniera del tutto casuale, il marito di Anya, che vorrebbe vendicarsi uccidendo l’agente 007, ma che alla fine riconosce allo stesso la legittimità dell’atto.
Solita girandola di colpi di scena e di avventure per James Bond, interpretato da Roger Moore e per la Bond girl di turno, la bellissima Barbara Bach, in un’avventura che spazia tra l’Egitto e la Sardegna, passando per le Alpi austriache; è la decima avventura di 007, la quarta interpretata da Moore dopo l’abbandono di Connery con Si vive solo due volte e la breve e sfortunata parentesi di Lazenby in Al servizio segreto di sua maestà.

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Il cattivo di turno è Curd Jurgens, convincente nei panni di Stromberg, il miliardario pazzoide con mire di distruzione dell’umanità. Piccole parti per Olga Bsera e per Caroline Munro, che questa volta è il pilota personale di Stromberg. di Bond
Musiche che spaziano da Bach a Mozart, passando per Jarre; bella la fotografia e gli effetti speciali. Da appalusi la lunga battaglia all’interno della nave di Stromberg e la sequenza subacquea con l’inseguimento tra l’auto di Bond e i suoi nemici.

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Agente 007 La spia che mi amava, un film di Lewis Gilbert. Con Roger Moore, Barbara Bach, Lois Maxwell, Caroline Munro, Olga Bisera, Richard Kiel, Walter Gotell, Geoffrey Keen, Bernard Lee, George Baker, Michael Billington, Desmond Llewelyn, Edward De Souza, Milton Reid, Curd Jürgens, Sydney Tafler, Robert Brown, Shane Rimmer, Vernon Dobtcheff, Milo Sperber, Eva Reuber-Staier, Nadim Sawalha, Cyril Shaps
Titolo originale The Spy Who Loved Me. Spionaggio, durata 125 min. – Gran Bretagna 1977.

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Roger Moore: James Bond
Bernard Lee: M
Lois Maxwell: Miss Moneypenny
Desmond Llewelyn: Q
Richard Kiel: Squalo
Curd Jürgens: Karl Stromberg
Barbara Bach: maggiore Anya Amasova (Agente Tripla X)
Geoffrey Keen: Frederick Gray, ministro della dfesa
Walter Gotell: generale Gogol
Eva Rueber-Staier: Rubelvitch, assistente di Gogol
Caroline Munro: Naomi, pilota dell’elicottero di Stromberg

Regia Lewis Gilbert
Sceneggiatura Richard Maibaum, Christopher Wood
Fotografia Claude Renoir
Montaggio John Glen
Effetti speciali Derek Meddings
Musiche Marvin Hamlisch
Tema musicale Nobody Does It Better – Carly Simon
(Marvin Hamlisch, Carole Bayer Sager)
Scenografia Ken Adam

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ottobre 5, 2009 Posted by | 007 | , , , , , | 2 commenti

La tarantola dal ventre nero

Un misterioso personaggio ricatta Maria,con una foto che la ritrae con il suo amante. Ma,misteriosamente,la donna viene uccisa in maniera orribile;viene pugnalata e orribilmente straziata,con l’addome aperto.Delle indagini viene incaricato il commissario Tellini,che si trova ad avere come involontario collaboratore Catapulta,un detective privato assunto dal marito dell’assassinata.

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Barbara Bach

Poco tempo dopo l’efferato delitto,un’altra donna cade vittima del misterioso killer;è la splendida signora Ricci,una pellicciaia,anch’essa uccisa con le stesse modalità della signora Maria.

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Studiando le analogie tra i due delitti,il commissario si rende conto che l’assassino ha imitato il modus operandi dell’ape,che per uccidere i ragni (in questo caso la tarantola),la paralizza con il suo veleno e poi,con la vittima ancora viva,inizia a divorarla partendo proprio dall’addome.Intanto parallelamente,il marito di Maria e Catapulta riescono ad individuare il misterioso ricattatore,che di professione fa il fotografo;un fotografo che vivacchia seguendo giovani e bellissime donne,che immortala con i suoi scatti.

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Il commissario scopre la stessa squallida storia,ma quando arriva sul posto dove Catapulta e il fotografo sono impegnati i una lotta mortale,assiste impotente alla morte di entrambi. All’interno del laboratorio il commissario scopre anche il fotografo riprendeva le clienti di un centro di bellezza,e che uno dei prossimi ricattati sarebbe stato proprio lui.

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Giancarlo Giannini

Gli eventi precipitano,e ci sono altre due morti tra le frequentatrici del centro,con le stesse modalità delle vittime precedenti;in una corsa contro il tempo alla fine il commissario riuscirà a venire a capo dell’osura catena di delitti.

Un cast di attori di primo piano,come Giancarlo Giannini,nei panni del commissario,e alcune tipiche bellezze del cinema anni settanta,come la bella Barbara Bouchet,la prima a cadere,in una scena ad alta tensione erotica,con una scena di nudo molto maliziosa,per proseguire con Stefania Sandrelli,Barbara Bach,Claudine Auger,Annabella Incontrera e Rosella Falck.Nonostante qualche debolezza nella trama, e un finale non di certo memorabile,La tarantola dal ventre nero è un discreto prodotto,nato nell’epoca dei thriller erotici,anche se si distanzia dal genere per la sobrietà delle scene.

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Claudine Auger

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La tarantola dal ventre nero,
un film di Paolo Cavara. Con Giancarlo Giannini, Barbara Bouchet, Barbara Bach, Claudine Auger, Silvano Tranquilli, Rossella Falk, Nino Vingelli, Annabella Incontrera, Stefania Sandrelli, Daniele Dublino, Eugene Walter, Giancarlo Prete, Giorgio Dolfin,
Fulvio Mingozzi, Ezio Marano, Carla Mancini, Guerrino Crivello. Genere thriller, colore 92 minuti. – Produzione Italia 1971.

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Stefania Sandrelli

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Giancarlo Giannini     IspettoreTellini
Claudine Auger    …     Laura
Barbara Bouchet    Maria Zani
Rossella Falk    …     Franca Valentino
Silvano Tranquilli    Paolo Zani
Annabella Incontrera    Mirta Ricci
Ezio Marano    …     Masseur
Barbara Bach    …     Jenny
Stefania Sandrelli    Anna Tellini
Giancarlo Prete    …     Mario
Anna Saia    …     Amica di Maria
Eugene Walter    …     Ginetto
Nino Vingelli    …     Ispettore Di Giacomo
Daniele Dublino    …     Entomologo
Giuseppe Fortis    …     Psichiatra
Guerrino Crivello    …     Informatore
Fulvio Mingozzi    …     Sergente
Giorgio Dolfin    …     Poliziotto
Carla Mancini    …     Cliente del salone

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Regia Paolo Cavara
Sceneggiatura Lucille Laks
Scritto da  Marcello Danon (story)
Conosciuto anche come Black Belly of the Tarantula (USA)
Tarentule au ventre noir (France)
Produzione Italia/Francia
Distribuito da CIC
Musiche Ennio Morricone
Montaggio Mario Morra
Fotografia Marcello Gatti
Durata 94 minuti

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Interessante prodotto para argentiano, con non molta tensione, che sconta un po’ i decenni. Non funzionano neppure qui i siparietti comici, che non funzionano neppure in Argento. Buona la trovata finale, mentre a non convincere sono gli interrogatori di Giannini (ma che razza di indagine è?), peraltro interprete corretto. Notevole gineceo Anni Settanta (bellissima la Sandrelli) e notevole la trovata dell’ingrandimento fotografico. Chi ha occhio riconoscerà la Giorgi e la Mancini (nel bagno turco!)

Discreto giallo, ispirato dal successo della trilogia con titolo d’animale diretta da Dario Argento. Ma l’opera di Cavara (regista anche del mediocre …E Tanta Paura) non è tacciabile d’emulazione/reiterazione, perché la pellicola si avvale di ottime interpretazioni (Giannini su tutti, nel ruolo di ispettore depresso e demotivato), di Barbara Bouchet e Stefania Sandrelli, di una salda regia e di un’ottima sceneggiatura. Modus operandi (spillone paralizzante da cui il titolo) rivisto in seguito in Murderock.

Thriller a forti tinte erotiche che alterna bei momenti (sia da un punto di vista visivo sia da quello della tensione narrativa) a parentesi un po’ goffe, inutili e noiose. La bella regia non è insomma supportata adeguatamente dalla sceneggiatura che a tratti è piuttosto banale (specie nello scioglimento dell’intreccio). In ogni caso un buon film, che non deluderà i fan del genere e delle bellezze muliebri, ma che avrebbe potuto essere molto migliore.

Ottimo giallo di Cavara, che si distingue per il metodo con cui vengono compiuti i delitti (un ago che paralizza la vittima che viene squartata quando non può più muoversi). Il plot giallo è solidissimo e fuorvia in modo intelligente lo spettatore varie volte (è difficile capire l’identità dell’omicida). Come contorno un cast femminile di tutto rispetto: Bouchet, Incontrera, Lange, Falk, Bach, Sandrelli e (maschio…) Giannini. Ottime anche la colonna sonora e la fotografia.

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Mag 19, 2008 Posted by | Thriller | , , , , , , , , , | Lascia un commento