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Questa specie d’amore

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“-Circa un mese prima di quella notte, mi era accaduto un fatto irragionevole; fu la domenica in cui si cominciò ad andare al mare, con Giovanna euforica perché – dato il caldo eccezionale di quella fine di maggio –
le si annunciava la possibilità d’iniziare i bagni con molto anticipo sugli altri anni. Mia moglie ama il mare, il sole, il caldo; una vera dalmata, da parte di madre nata e vissuta a lungo in coste selvagge,  le dà un sangue eccitabile alle libertà naturali e le fa ritrovare un’allegria dei sensi in tutto ciò che è luminosità e spazio.
Così Giovanna si risveglia dal fisico letargo in cui s’abbandona nei mesi brutti come se la luce, quando non le sta intorno, si affievolisce anche dentro di lei: allora si distende sul letto, senza dormire, con il capo contro la spalliera, le mani infilate dentro le maniche del golf, gli occhi che si fermano lungamente sulla parete, in attesa non già di un’idea o di un fatto, ma proprio della luce, di una complicità del cielo con la sua voglia di rasserenarsi.-“
Quello che avete letto è l’incipit del romanzo Questa specie d’amore,scritto da Alberto Bevilacqua nel 1966,vincitore del premio Campiello nello stesso anno.

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Nel 1972 lo scrittore parmense si rimette dietro la macchina da presa due anni dopo l’ottimo risultato di pubblico e di critica ottenuto con La Califfa,anch’esso ridotto per lo schermo da un suo romanzo del 1964.
E’un’altra storia d’amore,con sullo sfondo questa volta a ruoli invertiti l’amore tra una donna della ricca borghesia e il figlio di un anonimo artigiano antifascista,quindi piccolo proletariato.
Parla d’amore,di sentimenti,quindi,Bevilacqua.
E’ la cosa che gli riesce più facile,conoscendo bene l’animo umano;sopratutto,essendo in grado di descrivere,con linguaggio malinconico tutte le ombreggiature,le oscurità,le difficoltà che fanno parte del più complesso dei sentimenti.
Sostanzialmente film e romanzo non differiscono tanto;la storia è quella di una coppia sposata da poco ma già in profonda crisi.
Forse non per mancanza d’amore,ma per incomunicabilità.
Federico ha sposato Giovanna per amore;ma ha commesso un errore fondamentale quando ha accettato di lavorare per il suocero e
sopratutto quando ha accettato di vivere la sua vita di coppia in una casa non sua,sempre di proprietà del suocero.
Ha quindi legato indissolubilmente le sue fortune personali,ma anche la sua vita personale ad un uomo che è contemporaneamente suocero e datore di lavoro.

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La crisi con la moglie lo spinge a tornare nella natia casa,dove incontra nuovamente quel padre dignitoso,che ha pagato un caro prezzo
alla sua ostinata idea antifascista e che Federico ammira e contemporaneamente dal quale si sente allontanato dalla propria scelta di frequentare un mondo non suo,che in fondo detesta.
Padre e figlio ricostruiscono un rapporto incrinato da Federico.
Giovanna arriva a Parma;attraverso una serie di esperienze,di conoscenze con un mondo genuino,privo di arrivismo,legato ancora a tradizioni forti come la terra,la famiglia,il buon cibo,insomma con le cose e i valori che davvero valgono di più,scopre che il suo mondo non le piace.
E’un lento riavvicinamento a suo marito,che aveva abbandonato tutto un po per amore,un po per arrivismo.
E’ la maturità personale,che i due raggiungono per gradi,a riavvicinarli.
In fondo si amano,le cose che li uniscono come coppia sono molto più profonde delle divisioni.
Questa specie d’amore è un film molto lento,quasi didascalico.
Sostanzialmente meno affascinante del romanzo,che è scritto come una sorta di auto confessione di Federico a sua moglie.
Il film invece punta molto sulla figura nobile del padre,un fiero e indomabile antifascista,che resiste alle botte,agli insulti,alle minacce senza abiurare
alle proprie idee.

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Cosa che invece Federico fa,attratto dalla vita facile e in parte anche dall’amore per la moglie,salvo poi entrare in crisi quando
la coscienza fa capolino e gli mostra la contraddittorietà della sua figura contrapposta a quella del padre.
Poteva venirne fuori un film memorabile,ma Bevilacqua non è essenzialmente un regista cinematografico.
Un ottimo scrittore,questo si,ma poco esperto nei tempi cinematografici.
Troppo prolisso visivamente,quasi isterico in alcuni punti,troppo lento in altri.
Un film poco equilibrato,un passo indietro rispetto allo splendido La Califfa,anch’esso con molti difetti attenuati,mimetizzati
da una storia sicuramente più coinvolgente di questa.
Sorretto quasi esclusivamente da un grandissimo Tognazzi,che si sdoppia in due ruoli,quelli di Federico e di suo padre,
Questa specie d’amore si avvale anche di una colonna sonora di ottimo livello,ancora una volta firmata da Morricone.
Anche in questo caso però il paragone con quella di La Califfa si riduce ad una vittoria schiacciante a favore di quest’ultima.
L’oboe dolcissimo lascia il posto ad una musica bella e malinconica ma non intrigante come quella di La califfa;colpa forse anche di una storia che
non riesce a coinvolgere completamente.

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Jean Seberg è brava,ma molto fredda e non trasmette la necessaria dose di emozioni che invece il personaggio richiederebbe.
In quanto al film le cose migliori le troviamo nella seconda parte,quando Bevilacqua descrive un mondo che conosce bene,quello genuino della pianura padana,la civiltà contadina che descrive in maniera commossa e non retorica.
Una descrizione di ambienti e vita che profuma di vissuto.
Che comunque piacque a buona parte della critica tanto da far vincere al film il David di Donatello,il Nastro d’argento come miglior soggetto e miglior sceneggiatura,il Globo d’oro come miglior film e la Grolla d’oro a Bevilacqua come miglior regista.
Un’opera di discreto livello,completamente dimenticata e riesumata da poco;su You tube è disponibile una buona versione
all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=ZXQeZ5T-PMA

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Questa specie d’amore

Un film di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi, Evi Maltagliati, Jean Seberg, Angelo Infanti, Ewa Aulin, Giulio Donnini,
Fernando Cerulli, Marisa Belli, Fernando Rey, Anna Orso, Ezio Marano, Pietro Brambilla Drammatico, durata 108 min. – Italia 1972.

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Jean Seberg: Giovanna
Ugo Tognazzi: Federico/Padre di Federico
Ewa Aulin: Isina
Angelo Infanti: Bernardo
Evi Maltagliati: Madre di Federico
Fernando Rey: Padre di Giovanna

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Regia Alberto Bevilacqua
Soggetto Alberto Bevilacqua (romanzo)
Sceneggiatura Alberto Bevilacqua
Produttore Mario Cecchi Gori
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Leva

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““Ecco, Giovanna, ciò che volevo dirti. Il coraggio di dirtelo non l’ho avuto che a metà, cioè parlando con te attraverso queste pagine; ma possono ugualmente le mie parole farti capire come io ti sono ritornato vicino cercando di non nasconderti nulla della verità e quale amore mi è stato necessario, anche quando posso esserti apparso inutilmente crudele.
Con questa specie d’amore, se la certezza della tua comprensione non sarà un altro dei miei fantasmi, io sono pronto a vivere con te, finché potrà contare la nostra volontà e la vita del nostro matrimonio dipenderà da noi.
In ogni caso, perdonami. E, contro gli altri, possa davvero non importarmi più nulla, qualunque cosa giungano a fare e a dire di me.”

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Tognazzi si sdoppia e si prodiga tra serio e faceto, ma non riesce ad alleviare il peso dell’origine letteraria, reso particolarmente gravoso da flashbacks masochistici – le continue aggressioni dei fascisti – e dialoghi lambiccati che non portano a nulla. Prossime al manierismo, le ricercatezze scenografiche si diradano riconquistando autenticità nel momento di ritrarre i rustici rituali della cucina emiliana, contesto in cui il celebrante non poteva che essere lo stesso Tognazzi. Nel violento prologo le musiche di Morricone rispolverano le campane dei western di Sergio Leone.

Daidae

Non male. Parecchio lento e pesante nella prima parte, lo ho cominciato a gradire da metà film in poi. Tognazzi magistrale come sempre, la Seberg superba, bene il resto del cast (eccetto la Aulin che qui mi sembra alquanto spaesata). Regia solida, belle ambientazioni, film gradevole.

Saintgifts

Film dall’atmosfera generale piuttosto triste. Vero è che ci sono anche momenti conviviali tradizionali del parmense, dove si beve Lambrusco e si assaggia il famoso formaggio grana; o le due sorelle, ex star dell’avanspettacolo, che raccontano dell’infanzia di Tognazzi figlio (Tognazzi interpreta anche la figura del padre idealista), ma la vena di tristezza rimane. E’ un momento dell’Italia dove si gettano le basi per una società “moderna”, una società che cambia anche i rapporti interpersonali, ma le ombre del passato incombono ancora.

Myvincent

Un grande Ugo Tognazzi in un duplice ruolo drammatico di padre e figlio riesce a trasmettere un’ampia gamma di sentimenti e sfumature, in una storia che è in bilico tra due generazioni lontane. Il motore del film è una crisi coniugale che spinge due persone a trovare una dimensione autonoma per riaffermarsi; ritornando (nel caso del protagonista maschile) alle origini. Parrebbe tutto scontato, ma la mano del regista ne fa un racconto attento e accorto.

Lythops

Da vedere per le splendide interpretazioni del grande Ugo, totalmente fuori dai molti ruoli gigionesco-drammatici che gli sono stati assegnati e che qui interpreta contemporaneamente un padre proletario e un figlio arricchito. Dal punto di vista della denuncia sociale il film non è gran che, così come la sceneggiatura non pare all’altezza nell’approfondire il disagio di chi, semplicemente umano, si trova ad avere a che fare col mondo dei ricchi. Poco convincenti e inutili i flasback, ottimi Morricone e la Dell’Orso.

Ronax

Abbandonati i toni enfatici e i facili simbolismi de La califfa, Bevilacqua affronta la sua seconda prova da regista con un film tratto anch’esso da un suo romanzo e realizza la sua opera cinematograficamente più valida. Magistralmente interpretato da un Tognazzi che si fa letteralmente in tre (il protagonista, il padre da giovane e da vecchio), il film scava in modo non banale nei tormenti interiori dei personaggi e, pur fra sbavature e varie cadute retoriche, lascia più volte il segno. Magnifica Jean Seberg, lodevolmente contenuto Morricone.

Kanon

Che dire di fronte ad un Tognazzi che per l’occasione si sdoppia nel ruolo sia di padre che di figlio, dominando e rubando continuamente la scena con tutta la sua immensa bravura nel tracciare gli stati d’animo, pensieri, ricordi e tormenti dei due parenti? Talmente incisivo che poteva bastare lui da solo, relegando la presenza della moglie a poco più di comparsa. Stupendo rapporto tra padre ex partigiano, saggio e stanco idealista che vede nel figlio un uomo “arrivato e sistemato” ed il figlio che invece sente tutto il peso del suo fallimento.

Etico

Due facce d’una medaglia, due porzioni della stessa noce. Tagliato a metà e visto in controluce, ecco il quadro di un’opera intensa e aspra di Bevilacqua. L’apparente attrazione/contraddizione dei sessi non conduce alla luce ma sconfina nel disequilibrio di due anime che mai si congiungono pur appartenendosi, due corpi sull’argine di un Po da cartolina anni ’70. Il romano Morricone intuisce da lontano la poesia delle contraddizioni e ci regala dal suo mondo di tonalità/atonalità una gemma senza tempo: da sentire, sulla pelle e nell’anima. Grazie!

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settembre 13, 2016 Posted by | Drammatico | , , , , , , | 4 commenti

Il braccio violento della legge

Nella squadra narcotici di New York, alle prese con il quotidiano problema della droga, lavorano due agenti, Jimmy Doyle e Buddy Russo; sono due uomini solitari, violenti, dai caratteri difficili e poco inclini ad accettare compromessi.
I due sono anche in difficoltà sia con i colleghi sia con i superiori,che rimproverano loro i metodi usati e maggiormente gli scarsi risultati ottenuti con le ultime operazioni.
In questo clima di aperta ostilità, Jimmy Doyle e Buddy Russo si ritrovano a lavorare ad un caso importante, che può dare una svolta alle loro carriere,ripristinando in qualche modo la stima che i superiori hanno verso di loro.
Grazie ad alcuni flebili indizi e alla loro perseveranza, i due scoprono che sta arrivando dalla Francia, dal porto di Marsiglia, un grosso quantitativo di droga, spedita nella città americana da un trafficante di nome Alain Charnier.
Jimmy Doyle e Buddy Russo iniziano così un’indagine che da subito si rivela difficilissima, in cui i lenti progressi sono controllati da due agenti messi loro alle calcagna;

intanto Vharnier, grazie all’aiuto di Lou Boca e Joel Weinstock (due trafficanti americani),di Pierre Nicoli (un killer) e di un presentatore televisivo di una certa fama, Henry Deveraux, riesce nonostante la sorveglianza a far entrare illegalmente un auto con il prezioso carico di droga.
Nonostante i due detective vengano estromessi dal caso, doyle e Russo non si arrendono e proseguono le indagini senza la necessaria autorizzazione.
La loro costanza viene ripagata quando arrivano finalmente all’auto di Devereaux, che contiene il carico di droga, che i due detective ritrovano dopo una lunga e tribolata perquisizione.
Decidono comunque di non toccare il carico e di seguire l’auto per individuare il posto dello scambio e cogliere in flagranza tutti i malviventi coinvolti;l’operazione sarà un parziale fallimento, perchè dopo una furibonda battaglia, che vedrà caduti tra i delinquenti, Doyle e Russo vedranno sfuggire il loro vero bersaglio, il trafficante Charnier.
Finale drammatico e amaro…


Il braccio violento della legge è uno dei film più importanti del 1971, divenuto nel tempo non solo un cult ma un pilastro della cinematografia mondiale.
Diretto da William Friedkin, reduce dal discreto successo di Festa per il compleanno del caro amico Harold e girato due anni prima di quell’Esorcista che gli darà fama imperitura, Il braccio violento della legge (The French Connection) può essere definito l’inizio di una nuova era cinematografica nel genere poliziesco, anche se limitare la sua importanza a questo specifico genere è sicuramente riduttivo.
Friedkin introduce un elemento di novità basilare: la distinzione tra “buoni” e “cattivi” non è più netta e delimitata ma diviene molto più sfumata.
Nel film è praticamente impossibile definire una delle due categorie elettive; non sono buoni Doyle e Russo (per citare Scola, li potremmo definire brutti,sporchi (moralmente) e sopratutto cattivi e non sono tali propri questi ultimi, che appartengono si al mondo della delinquenza,ma senza quelle caratteristiche peculiari di quello stesso mondo.
Cè una zona di grigio, d’ombra, assolutamente impermeabile e indistinguibile nel film; a tutto questo va aggiunta l’aria assolutamente estraneante e disumana della metropoli nella quale si svolgono gli avvenimenti.
La città appare fredda,disumana, a tratti tetra a tratti glaciale, quasi che i suoi abitanti siano automi che si muovano in un paesaggio lunare.


In aggiunta, Friedkin usa una tecnica innovativa nel raccontare la storia; alla frenesia delle scene d’azione aggiunge lunghe pause piene di attesa, che risultano essere a tratti angosciose e a tratti snervanti, senza però concedere mai un calo di concentrazione nervosa sia al cast sia al pubblico che segue le alterne vicende dei due gruppi in competizione, quello composto dai tutori della legge e quello composto dai delinquenti.
Il tutto, ben amalgamato, porta il film verso un finale drammatico e nero come la notte;Jimmy ‘Papà’ (come è soprannominato uno dei due detective) Doyle ammazza uno dei detective che sorvegliavano lui e Russo, ma alla fine sembra quasi contento di averlo fatto.
Uno stravolgimento incredibile degli stilemi hollywoodiani, che diverrà uno dei marchi di fabbrica della nuova Hollywood, molto più attenta d’ora in poi alla realtà americana, a quella delle sue metropoli, al sociale, con film di vario genere ma importantissimi come Tutti gli uomini del presidente e La conversazione, il padrino o Qualcuno volò sul nido del cuculo, ai revisionisti della storia dell’epopea west Soldato blu e Piccolo grande uomo, ai film antimilitaristi come Apocalypse now ecc.


Temi che diverranno frequentissimi e che daranno il via alla stagione più straordinaria del cinema americano.
Sia il pubblico che la critica tributarono una entusiastica accoglienza al film; Il braccio violento della legge trionfò nell’edizione 1972 degli Academy Awards, gli oscar cinematografici attribuiti il 10 aprile 1972 a Los Angeles, nella tradizionale sede del Dorothy Chandler Pavilion, dove vinse i tre maggiori premi, quelli più ambiti ovvero il premio per il Miglior film, la Miglior regia e per il Miglior attore protagonista,oltre a due Oscar “minori” andati alla Migliore sceneggiatura non originale (Ernest Tidyman) e al Miglior montaggio per Gerald B. Greenberg, in aggiunta ad altre 3 nomination.
Alla pioggia di premi si aggiunsero anche 3 Golden Globe per il Miglior film drammatico, per la Migliore regia e il premio per il Miglior attore in un film drammatico andato ovviamente a Gene Hackman,due premi Bafta al Miglior attore protagonista e al Miglior montaggio,il David di Donatello e altre decine di premi importanti.
Nel cast, straordinaria la caratterizzazione fornita da Gene Hackman al personaggio discutibile del Detective Jimmy ‘Papà’ Doyle,uomo dai pochissimi pregi e dai mille difetti, uno sbirro cattivo, razzista e in definitiva assolutamente politicamente scorretto.


Un’interpretazione che significò il lancio definitivo della sua carriera.
Se volgiamo trovare un appunto al film, va trovato di traverso, nel senso che Hollywood volle premiare (con esagerato sciovinismo) un film fondamentale a scapito del film più importante dell’anno, quell’Arancia meccanica di kubrick che nella notte di Los Angeles fu il grande sconfitto, non riuscendo, su 4 nomination, a prendere nemmeno una statuetta.
Ma ovviamente questo non inficia quanto detto di buono sul film.
La pellicola è disponibile in una buona riduzione divx in streaming,all’indirizzo http://www.nowvideo.sx/video/e3342b638b959

Il braccio violento della legge

Un film di William Friedkin. Con Gene Hackman, Frederic De Pasquale, Eddie Egan, Fernando Rey, Roy Scheider,Marcel Bozzuffi Titolo originale The French Connection. Poliziesco, durata 104 min. – USA 1971

Gene Hackman: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Fernando Rey: Alain Charnier
Roy Scheider: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Tony Lo Bianco: Salvatore ‘Sal’ Boca
Marcel Bozzuffi: Pierre Nicoli
Frédéric de Pasquale: Henri Devereaux
Bill Hickman: Bill Mulderig
Ann Rebbot: Mrs. Marie Charnier
Harold Gary: Joel Weinstock
Arlene Farber: Angie Boca
Eddie Egan: Walt Simonson
André Ernotte: La Valle
Sonny Grosso: Bill Klein
Benny Marino: Lou Boca
Patrick McDermott: Howard, Chemist
Alan Weeks: Willie Craven, lo spacciatore
Al Fann: Informatore
Irving Abrahams: Irving, il meccanico
Randy Jurgensen: sergente

Regia William Friedkin
Soggetto Edward M. Keyes, Robin Moore
Sceneggiatura Ernest Tidyman
Produttore Philip D’Antoni
Fotografia Owen Roizman
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche Don Ellis, Jimmy Webb

Sergio Rossi: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Renato Mori: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Stefano Satta Flores: Salvatore ‘Sal’ Boca
Enzo Liberti: Joel Weinstock
Angiola Baggi: Angie Boca
Antonio Guidi: Walt Simonson
Mario Bardella: Bill Mulderig

Gene Hackman, Oscar per il miglio attore protagonista 1972

L’opinione di Gianpaolo dal sito http://www.mymovies.it
Straordinario poliziesco,….decisamente apparentato, con “Vivere e morire a L.A.” Magistralmente diretto dal regista più sottovalutato del secolo,…strepitosa, e originale la caratterizzazione del personaggio interpretato da “Fernando Rey”, alonata da una raffinata diabolicità,..i cui connotati assumono, nella scena finale un aspetto per certi versi metafisico,…rendendolo quasi una sorta di entità ultraterrena. Non da meno la prova di “Hackman”,..nei panni di un antieroico poliziotto,..autentico antesignano del “Bad-Cop”.

L’opinione del sito http://www.1400calci.com
(…) L’adattamento di Ernest Tydman è solido: dinamico come ci si aspetta da lui ma rispettoso dei fatti, perfetto per il nuovo poliziesco americano. La riscrittura aggiunge il tocco hard-boiled necessario ai personaggi, per movimentare le acque e per levare l’alone da Dragnet che può avere il libro in alcuni passaggi, ma serve un regista che sappia girare d’istinto. Il produttore Philip D’Antoni è lo stesso di Bullitt, altra pietra miliare del poliziesco d’azione e vertice dell’inseguimento automobilistico, e non ha dubbi: vuole “Hurricane Billy”, come era chiamato per la sua irruenza il giovane Friedkin all’epoca, e questi accetta con una eccitazione febbrile. (…)

L’opinione di fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Jimmy Popeye Doyle (Gene Hackman) e Buddy Cloudy Russo (Roy Scheider) sono due detective della Squadra Narcotici di New York: indagando su una coppia di spacciatori di Brooklyn, l’italoamericano Sal Boca (Tony Lo Bianco) e la sua giovane moglie Angie (Arlene Farber) e seguendo i loro movimenti, sono riusciti ad arrivare a uno dei più temibili boss della città, Joel Weinstock (Harold Gary). Hanno anche scoperto che la droga su piazza sta scarseggiando (“È come un deserto pieno di drogati rimasti secco e tutti aspettano la manna”), ma la soffiata di un informatore li avvisa che è in arrivo un grosso carico dall’estero: la spedizione, 60 chili di eroina pura al 90%, proviene dalla Francia, organizzata dal boss marsigliese Alain Charnier (Fernando Rey), che ha accompagnato direttamente il suo corriere, Henri Devereaux (Frédéric De Pasquale), un insospettabile attore televisivo, per seguire di persona le trattative. Si tratta, infatti, di un affare da 500000 dollari e i boss newyorkesi vogliono andarci coi piedi di piombo, anche perchè si sono accorti di essere sorvegliati da polizia e agenti federali. Charnier, però, ha fretta di concludere la vendita e ripartire per la Francia e perciò decide di togliere di mezzo Jimmy Doyle, l’avversario più pericoloso. Pierre Nicoli (Marcel Bozzuffi), il killer di Charnier, fallisce, però, l’incarico e Doyle scatena una caccia spietata e implacabile alla banda di narcotrafficanti. I titoli di coda sveleranno l’esito dell’inchiesta: “Joel Weinstock venne prosciolto dal Grand Jury per insufficienza di prove. Angie Boca condannata per reati minori: pena sospesa. Lou Boca, associazione a delinquere e possesso di droga: pena ridotta. Henri Devereaux, associazione a delinquere: quattro anni di detenzione in un penitenziario federale. Alain Charnier non fu mai catturato: si ritiene che viva in Francia. I detective della Narcotici Doyle e Russo vennero trasferiti a un’altra sezione”.
Premiato con l’Oscar come miglior film (più altri quattro: a Friedkin, a Gene Hackman e a sceneggiatura e montaggio), Il braccio violento della legge si colloca, nella filmografia del suo autore, come opera spartiacque: dopo due titoli sorprendenti come Quella notte inventarono lo spogliarello e Festa per il compleanno del caro amico Harold, Friedkin si cimenta per la prima volta in carriera con un genere classico come quello poliziesco per proporne una personale, travolgente e seminale rilettura: il risultato è un thriller teso e incalzante, magistralmente orchestrato su un’intricata rete di pedinamenti, inseguimenti, intercettazioni, che la vitalissima macchina da presa di Friedkin, con sguardo (e piedi) da detective, segue indifferentemente a distanza, fissa, mentre attende pazientemente di catturare il movimento, o accompagnandoli freneticamente lungo i marciapiedi e le strade, i negozi, le scalinate e le stazioni della città, tra suggestivi piani sequenza, soggettive indiavolate, riprese a spalla e il ritmo vorticoso infuso dai tagli del montaggio

L’opinione del sito http://www.offscreen.it
(…)Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo il concetto hollywoodiano di “messa in scena” crolla, ed in un certo senso viene ad essere sostituito da un nuovo modo di intendere il cinema che potremmo chiamare “messa in visione”: quello che infatti viene quasi totalmente sradicato dall’idea-film è proprio la scena, intesa come costruzione artificiosa di un set in cui girare “buone immagini”. Attraverso un processo che, simile, è avvenuto in Italia nel secondo Dopoguerra ed in Francia con la Nouvelle Vague – ma i presupposti da cui queste correnti nacquero sono radicalmente differenti, non va dimenticato – la strada diventa il termine estetico di confronto primario per un nuovo modo di fare cinema, che vede nell’espressione dell’immediatezza e della “realtà” (termine da prendere sempre con le molle…) il nuovo credo. Se pubblico e critica percepiscono immediatamente il vento del cambiamento e lo abbracciano con pochissime riserve, è solo con The French Connection che Hollywood offre cittadinanza ai nuovi autori che propongono questa visione alternativa: i 5 Oscar guadagnati dal film, tra cui quelli per la miglior pellicola dell’anno, per Friedkin e per Hackman, stanno a significare non che l’industria si è arresa alla rivoluzione dei “movie brats”, ma che è già riuscita ad accettarli e quindi ad inglobarne le idee portanti dentro i suoi meccanismi produttivi, magari leggermente modificati per adattarli a questa nuova impostazione.(…)


” Partito…180, …200: marchio di garanzia dell’ associazione esercenti, 210: marchio del ministero della sanità, …220: è entrata in orbita, riconoscimento ufficiale di droga del mese, … 230 : veleno di prima scelta, pura dinamite, eroina pura al 90 %, la migliore che abbia mai visto “
“Ma in questo distretto dove si riforniscono di caffè ? A Las Mierdas ?”.
“Sai cosa diventi se ti infilo questo panino nel culo ? Un vecchio stronzo con un panino infilato nel culo”

gennaio 4, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , | 2 commenti

L’occhio dietro la parete

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Uno scrittore rimasto invalido in seguito ad un incidente automobilistico in cui ha perso la vita il figlio possiede nella sua casa un sistema ottico che gli permette di guardare ciò che accade nella casa adiacente.
Paolo, questo il nome dell’uomo, convive con la figlia Olga, che ha coinvolto nel gioco voyeuristico che sembra essere l’unico interesse della sua vita.
Tra i due esiste un rapporto ambiguo e morboso, ai limiti dell’incesto;con la collaborazione dell’ancor più ambiguo domestico Ottavio, Paolo inizia a spiare la vita del vicino Arturo, un giovane dalla vita misteriosa e che ha una personalità debole e complessata.

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Anche Olga inizia a seguire morbosamente la vita del giovane, arrivando a spiare un suo rapporto omosessuale con un uomo di colore; a quel punto la donna cede al desiderio del padre che le chiede insistentemente di avvicinare Arturo e fa in modo di entrare in contatto con lui.
Tra i due nasce un rapporto d’amore che crea in paolo una reazione che avrà drammatiche conseguenze…
L’occhio dietro la parete, film del 1977 è l’unica opera del regista Giuliano Petrelli che del film è anche lo sceneggiatore; un film abbastanza strano, caratterizzato da un andamento imprevedibile, con scene che sembrano slegate dalla storia principale.
Il plot è costruito attorno alla figura del voyeur Paolo, diventato tale probabilmente in seguito all’incidente, un padre che ha perso un figlio ma che contemporaneamente non esita a coinvolgere sua figlia in un giochino perverso e incestuoso testimoniato da una scena nella quale insinua la sua mano tra le gambe della figlia Olga.

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Un gioco perverso e pericoloso, perchè l’uomo non è in grado di controllare l’insano rapporto che ha con la figlia; quando deciderà di spingersi oltre, inserendo nel suo gioco la figlia e mandandola impudicamente tra le braccia di Arturo finirà per provocare in se stesso un corto circuito che porterà la storia ad un finale tragico.
Una storia tutto sommato risibile, che mal si sposa con due sequenze che appaiono inserite nel film per allungare il brodo, già di per se abbastanza insipido; mi riferisco alla scena del locale notturno nella quale Arturo e Olga assistono, inconsapevoli della presenza l’uno dell’altra, alla performance di una ballerina che finisce improvvidamente per essere denudata da un aitante uomo di colore, che finirà per avere un’avventura sessuale con Arturo.

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Che a sua volta è personaggio disegnato mollemente, che appare quasi privo di volontà e sballottato quà e là dagli eventi; si lascerà sedurre da Olga (voglio avere un figlio da te, dirà la donna in un dialogo francamente assurdo) subendo anche l’iniziativa dell’uomo di colore che lo sodomizzerà.
L’altra sequenza fuori dal contesto è quella che vede l’enigmatico domestico Ottavio a letto con una ragazza; anche lui è affetto dalla stessa mania da guardone del suo datore di lavoro e non manca di spiare la bella Olga impegnata in un focoso amplesso con Arturo.
Il film in sostanza non offre null’altro se non un’atmosfera volutamente malata che sembra presagire sin dall’inizio il finale da tragedia greca che seguirà.
Il guaio è che nel mezzo c’è tutta la pellicola che scorre senza nessun sussulto e senza alcuna invenzione che contribuisca a svegliare lo spettatore dal torpore che pian piano lo avvolge.

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I protagonisti del film fanno del loro meglio; si segnala la bella bond girl Olga Bisera per la sua glaciale bellezza e per l’ardire di alcune scene, John Phillip Law per l’interpretazione molliccia esibita che include una sequenza in cui fa ginnastica completamente nudo e con le parti intime generosamente esposte oltre che per le urla selvagge lanciate nella sequenza della sodomizzazione e infine Fernando Rey impegnato a incrementare il conto in banca piuttosto che a fornire una prestazione più convincente.
Massacrato con buone ragioni dalla critica, L’occhio nella parete è un film praticamente invisibile;non ricordo suoi passaggi televisivi tuttavia è stato recentemente rieditato in digitale ed è presente in un’orribile versione fuori formato in streaming.

Aggiornamento:il film è disponibile in una buona versione in italiano all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=LJvU_xWSsa4

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Un film di Giuliano Petrelli. Con Olga Bisera, Fernando Rey, Monica Zanchi,José Quaglio, John Philip Law, Enzo Robutti, Roberto Posse Drammatico, durata 90 min. – Italia 1977.

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John Phillip Law: Arturo
Fernando Rey: Paolo
Olga Bisera: Olga
José Quaglio: Ottavio
John P. Dulaney: Chuck
Mónica Zanchi:la ragazza con Ottavio

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Regia Giuliano Petrelli
Sceneggiatura Giuliano Petrelli
Produttore Enzo Gallo
Casa di produzione Cinemondial, Shaw Brothers
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Gianmaria Messeri
Musiche Giuseppe Caruso

L'occhio dietro la parete banner recensioni

L’opinione dell’utente Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Un film malato,intriso di voyerismo e incestuoso all’interno di una famiglia composta tra padre,figlio e figlia con una parete controllata con una telecamera che filma la vita del diimpettaio che alla fine finisce a letto con la figlia di Rey,una Olga Bisera brava e generosissima.Rimane un reperto unico (o quasi) nell’intera filmografia italiana e se vogliamo a qualcosa di Bunuel,infatti Rey e’ uno dei suoi attori principali.Imperdibile per gli amanti del “bis” e editato in versione integrale nella collana Cinekult in una copia piu’ che discreta con l’aggiunta dell’intervista a Petrelli regista dell’unico film da lui diretto.

L’opinione dell’utente Homesich dal sito http://www.davinotti.com
La prima regia dell’attore Petrelli è un dramma erotico buñueliano che vanifica le annotazioni antropologiche in un baillamme di perversioni sessuali e in un (non)eros sporco e tignoso: dal deperito Law che fa ginnastica nudo con il pene di fuori ai selvaggi urli sodomitici che lasciano ben poco alla fantasia. Il finale, più che per la fiammella thrilling accesa dal chiarimento dei legami tra il voyeur paraplegico Rey e la devota Bisera, vale un’occhiata per il sorriso malignamente compiaciuto di Quaglio, servitore laido e feticista. Glaciali musiche d’avanguardia di Caruso.

L’opinione dell’utente Fauno dal sito http://www.davinotti.com
La rivelazione finale è inaspettata, ha dell’incredibile e lo svolgimento del film non lo lasciava sospettare neanche lontanamente… ancor meno l’acquisizione dell’invalidità. Law recita molto bene e non è neppure lontano parente dell’attore di Barbarella e dei western di 10 anni prima, la Bisera non è una Venere ma se la cava, Rey non l’ho ancora visto sbagliare. Tutti gli strumenti del film sono azzeccati e non danno alcun fastidio. Unico neo: taluni concetti sono sfiorati e non approfonditi e l’ambientazione è abbastanza limitata alla casa…

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giugno 4, 2013 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti

Casta e pura

Casta e pura locandina

Una ricca ereditiera con un’unica figlia, Rosa, si lascia convincere sul letto di morte dall’interessato marito Antonio  a lasciare tutti i suoi possedimenti alla ragazza in cambio della solenne promessa di un voto di castità. In questo modo Antonio potrà gestire il patrimonio della donna fino al giorno in cui la ragazza non convolerà a nozze.
Così accade e da quel giorno Rosa rispetta il voto fatto.
La ragazza vive una sorta di esistenza monastica, divisa fra la casa e  chiesa, sotto lo sguardo vigile del padre Antonio.
Ma ben presto la sessualità repressa inizia a insidiare sia il corpo della ragazza che la sua mente.

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Laura Antonelli

Così durante il sonno, Rosa immagina situazioni scabrose a cui si aggiungono strane visite notturne del cugino Fernando, che si mostra molto interessato al corpo seducente della cugina.
Fernando è ovviamente attratto principalmente dal patrimonio della cugina,mentre Rosa, turbata dagli avvenimenti, confessa ad un sacerdote quello che le accade, confidando al sacerdote stesso la sua intenzione di prendere i voti religiosi.
Antonio viene a conoscenza della cosa e decide di cambiare strategia; ora la ragazza deve avere la sua iniziazione sessuale, in modo da far violare alla ragazza il suo voto.
Ma le cose andranno in modo ben diverso da quanto sperato dall’uomo…

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Casta e pura, film del 1981 diretto da Salvatore Samperi, è una commedia a metà strada tra il sexy e il satirico diretta dal regista di Malizia; che nella sceneggiatura, curata con un pool di aiutanti, ovvero Bruno Di Geronimo ,Michel Gast,Ottavio Jemma e José Luis Martínez Mollá tenta la strada della denuncia antiborghese ammantata di anticlericalismo all’acqua di rose.
Il film infatti è debole sin dalle prime scene e si trasforma ben presto in un sciagurato e velleitario tentativo di frustare il moralismo corrente, tentando improvvidamente anche la dissacrazione dei principi religiosi, rappresentati dal perbenismo untuosamente ipocrita della mamma di Rosa e dalla ragazza stessa, che però ha l’unica colpa di essere succube di una tradizione e di una morale radicata nel suo ceto sociale.

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Detta così la cosa sembrerebbe anche degna di uno svolgimento all’altezza, ma i buoni propositi (ammesso che in Samperi albergassero) naufragano sciaguratamente in un film monotono e ripetitivo, in cui la stessa sessualità repressa di Rosa viene mostrata più con occhio lubrico e guardone che con profondità e attenzione alle vere motivazioni che la originano.Da dimenticare a questo proposito la sequenza dell’orgia, di pessimo gusto e copiata da Fellini con l’aggiunta di un pizzico di Tinto Brass (ma quello dell’ultimo periodo,purtroppo)
Reduce dal disastro di Un amore in prima classe, diretto nell’anno precedente, Samperi mostra ancora una volta la sua attitudine a mostrare sullo schermo il lato epidermico delle vicende che racconta.
Non c’è profondità nel personaggio di Rosa, così come non c’è profondità in nessuno dei personaggi che si muovono accanto a lei.

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Eppure i ruoli di Fernando o quello di Antonio ben si prestavano all’uso della sferza, mentre Samperi non usa mai scudisciare i protagonisti, preferendo affidare la storia a qualche pruderia notturna di Rosa o alle visite notturne dell’interessato Fernando.
Sprecatissimo il cast utilizzato: la Antonelli è bellissima e seducente, ma finisce per restare ingabbiata in un ruolo che lei svolge bene, ma che rimane desolatamente fine a se stesso
Bene anche Massimo Ranieri, perfido al punto giusto, ma anch’esso schiavo di un personaggio mono dimensionale mentre Fernando Rey, grande attore, resta malinconicamente in un limbo creato da un personaggio senza alcun spessore.

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A ben guardare le note positive del film sono da ricercarsi unicamente nella buona prestazione del cast, nel quale figurano anche Cannavale e Christian De Sica, richiamato da Samperi dopo il buon esito di Liquirizia.
Completano il cast la brava Fabrizi e Elsa Vazzoler.
Un film modesto e insipido, in definitiva, questo Casta e pura.
Recentemente è stato rieditato in digitale e trasmesso a più riprese da tv satellitari, per cui è facile imbattersi nella rete in copie decenti.
Che poi il film stesso valga una visione è tutta un’altra cosa.

Casta e pura

Un film di Salvatore Samperi. Con Fernando Rey, Laura Antonelli, Massimo Ranieri, Enzo Cannavale, Riccardo Billi, Elsa Vazzoler, Valeria Fabrizi, Vincenzo Crocitti, Diego Cappuccio, Gabrielle Lazure Commedia, durata 95′ min. – Italia 1981.

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Laura Antonelli: Rosa
Fernando Rey: Antonio
Massimo Ranieri: Fernando
Enzo Cannavale: il sacerdote Bottazzi
Christian De Sica: Carletto Morosini
Riccardo Billi: suo padre
Vincenzo Crocitti: “Picci”
Sergio Di Pinto: Gustavo Bottesini
Valeria Fabrizi: seconda moglie di Bottesini
Diego Cappuccio: Dario Di Maggio
Gabrielle Lazure: Lisetta

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Regia Salvatore Samperi
Soggetto Michel Gast
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Produttore Maurizio Amati, Sandro Amati
Fotografia Alberto Spagnoli
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Ezio Altieri

febbraio 6, 2013 Posted by | Erotico | , , , , | Lascia un commento

Miele di donna

Miele di donna locandina

Una giovane donna attraversa la città assolata, sale sulla sua Golf cabriolet e si ferma davanti ad una villa elegante; l’insegna sulla porta ci informa che si tratta della Chirone editrice.
La donna suona e ad aprire arriva un signore elegante, l’editore Chirone. La donna estrae una pistola e obbliga l’uomo ad entrare in casa; poi, dopo aver chiuso ermeticamente tutte le finestre,costringe l’uomo a sedersi e gli porge un manoscritto, costringendo Chirone a leggerlo a voce alta.

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Catherine Spaak

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Fernando Rey

Il manoscritto racconta le vicende di Anny, una giovane all’apparenza candida, che giunge nella pensione Desiderio proveniente da un posto non citato.
All’interno della pensione è accolta dalla procace proprietaria, che la mette a suo agio.
Poco alla volta Anny fa conoscenza con le strane, sopratutto stravaganti persone che sono pensionate nella struttura; si parte da Ines, una giovane governante maltrattata dalla proprietaria (scopriremo poi che è sua sorella), per passare ad uno strano e elegante maestro di ballo, passando per un affascinante sconosciuto che abita una stanza perennemente immersa nel buio nella quale non fa altro che esercitarsi nel coltivare la migliore forma fisica, per finire con una strana donna vestita come una dark lady che in seguito si rivelerà essere una donna dominante con velleità sadiche.

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Clio Goldsmith

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Donatella Damiani

La ragazza, alla fine, scoprirà la sessualità grazie al misterioso culturista.
Di colpo tutto si interrompe, e si scopre che quello di Anny era solo un sogno.
Non solo; la scrittrice con la pistola non ha minacciato l’editore casualmente.
Lei è la compagna (o forse la moglie, il film non lo spiega) dell’editore; i due in pratica hanno creato un nuovo gioco delle parti per rivitalizzare il loro rapporto.

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Letta così, la sceneggiatura sembra semplice e lineare, anche se un pochino sempliciotta.
In pratica le cose stanno diversamente, perchè dopo abbondanti 15 minuti, passati tra le schermaglie che intercorrono tra l’editore e la scrittrice, ci troviamo proiettati in un film quasi incomprensibile nelle sue vere motivazioni.
Il percorso di Anny, che sembrerebbe un percorso iniziatico, propedeutico a qualcosa di indefinito, si trasforma in un incomprensibile vagabondare tra le stanze della pensione Desiderio, in cui vive gente che si muove come in sogno, senza motivazioni e senza passato. Chi è la proprietaria della pensione, cosa fa effettivamente nella stessa? Perchè maltratta sua sorella, che relazioni ci sono tra i vari avventori? Ma la domanda principale resta una: chi è Anny, da dove viene, qual’è il suo passato?

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Domande che potrebbero non avere un senso qualora l’intento del regista, Gianfranco Angelucci sia stato quello di raccontare con l’ausilio di una storia blandamente erotica, che ricorda alla lontana l’iniziazione erotica di O, la protagonista di Histoire d’O, un percorso similare fatto dalla ingenua Anny all’interno della pensione Desiderio.
In questo caso il film non centra nessuno dei suoi obiettivi, trasformandosi in una noiosissima storia senza capo ne coda usata come pretesto per giustificare la storia esistente tra i due veri protagonisti, l’editore e la scrittrice, che forse usano la stessa per tenere sveglio il loro legame.

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Qualunque sia l’intento di Gianfranco Angelucci, il film, nonostante un gran cast, si rivela soporifero oltre ogni limite consentito; i personaggi, che sembrano muoversi senza alcuna motivazione di fondo, finiscono per perdere di interesse con conseguente trasformazione in tedio da parte dello spettatore.
Eppure il cast è di prim’ordine; a partire da Fernando Rey, l’editore, per proseguire poi con Catherine Spaak, la scrittrice, con Clio Goldsmith, la bella Anny, con Donatella Damiani, dalle forme sovrabbondanti eppure esposte con insolita sobrietà, da Adriana Russo, che è Ines per finire con la solita bella e affascinante

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Adriana Russo

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Susan Scott (Nieves Navarro)

Susan Scott o Nieves Navarro che si voglia e con Luc Merenda, il misterioso pensionante con la fissa del fisico perfetto.
Un cast assolutamente sprecato, quindi, in un film totalmente inespresso in qualsiasi ottica lo si voglia vedere, fatte salve le belle immagini della Goldsmith nature, che da sole valgono la metà del prezzo del biglietto.
Ma solo la metà, però.

Miele di donna, un film di Gianfranco Angelucci. Con Catherine Spaak, Fernando Rey, Clio Goldsmith, Luc Merenda, Adriana Russo, Lino Troisi, Donatella Damiani
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1981.

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Miele di donna banner protagonisti

Clio Goldsmith: Annie
Catherine Spaak: scrittrice
Donatella Damiani: padrona della pensione
Fernando Rey: editore
Luc Merenda: uomo della stanza
Adriana Russo: Ines
Lino Troisi: pensionato

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Regia Gianfranco Angelucci
Soggetto Gianfranco Angelucci, Liliana Betti
Sceneggiatura Gianfranco Angelucci, Liliana Betti, Eligio Herrera
Casa di produzione Vogue Film
Fotografia Jaime Deu Casas
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Riz Ortolani

dicembre 29, 2009 Posted by | Erotico | , , , , , , , | 3 commenti