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La vittima designata

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Una Venezia crepuscolare e contemporaneamente assolata, sfuggente eppure incorniciata in una bellezza altera e senza tempo fa da sfondo a questo film di Maurizio Lucidi, uscito nelle sale nel 1971 con un discreto riscontro di pubblico e di critica.
Un giallo/thriller ben congegnato, con lo sfondo della città lagunare a impreziosire una trama che ricorda Hitchcock al quale Lucidi rende doveroso tributo con un film equilibrato e senza sbavature, forse leggermente sotto tono come ritmo ma agevolato dalla presenza di due grandi attori come Thomas Milian e lo sfortunato Pierre Clementi.
Venezia era, agli inizi degli anni settanta, una delle location preferite dai registi: basti pensare allo splendido A Venezia un dicembre rosso shocking di Roeg o al malinconico e romantico Anonimo veneziano.
Una città misteriosa e pigramente sonnecchiante sulle maestosità delle sue opere naturali o umane, come il Canal Grande o Rialto, piazza San Marco o la Giudecca, un dedalo di calli che sopratutto di sera accendono la fantasia del turista o del semplice spettatore che sia cinematografico o televisivo.

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In questo caso la città veneta fa da sfondo ad una storia drammatica, fortemente connotata di giallo, che racconta la storia personale di Stefano Augenti, un giovane pubblicitario sudamericano che ha sposato Silvia Monti, una donna dalla quale ormai è diviso da rancori, della quale non è più innamorato.
Stefano ha un’altra donna,la splendida modella Fabiane e con lei vorrebbe ricominciare una nuova vita.
Ma l’uomo è socio di minoranza della moglie, che non ha alcuna intenzione di vendere la società.
a Venezia viene avvicinato da un nobile, il conte Matteo Tiepolo, con il quale stringe amicizia e che poco dopo gli propone un patto scellerato:lui ucciderà Silvia in cambio del favore di uccidere il fratello di Matteo.
Stefano, convinto che Matteo stia scherzando, rifiuta lo scambio di “favori” e tenta ancora una volta di convincere Silvia a firmare la cessione della società.

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La donna oppone, ancora una volta, un netto rifiuto e a Stefano non resta altro da fare che falsificare la firma della moglie sull’atto di vendita.
Ma Silvia una sera riceve un omaggio floreale al quale è allegata una lettera, firmata da Matteo, nella quale viene informata della faccenda.
Dopo una lite tremenda, Stefano decide di trovare l’ormai ex amico per fargliela pagare; non lo trova mentre invece incontra Christine, una ragazza che gli chiede un passaggio all’aeroporto. Poichè la donna finisce per perdere l’aereo, Stefano la porta nella sua villa fuori Venezia e ci passa assieme la notte.
L’indomani Stefano chiama la moglie ma a rispondergli è un commissario di polizia, che lo informa del decesso di Silvia: è stata assassinata.
A casa della donna mancano oggetti preziosi e soldi, ma il commissario nutre comunque dei sospetti.
Stefano prova a presentare il suo alibi, Christine, che però è misteriosamente scomparsa.
Gli eventi precipitano: Stefano è gravemente indiziato e sa che l’unico che può aiutarlo è Matteo, che ha sicuramente commesso l’omicidio.
Ma come evitare di diventare suo complice?
Finale ovviamente celato per non togliere allo spettatore il gusto di vedere un prodotto con molti punti di forza e qualche peccato veniale.

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Tra le cose migliori l’ottima prova fornita da Milian (Stefano) e da Pierre Clementi (il conte Matteo), la colonna sonora firmata da Bacalov e dai New Trolls (splendida), la trama mai banale e sufficientemente credibile.Forse l’unico neo è rappresentato dai ritmi blandi, ma va detto che La vittima designata è più che altro un giallo psicologico, che preferisce puntare sull’ambiente e sul mistero piuttosto che sugli effetti cruenti.
Brave anche le due interpreti femminili del film, Katia Christine (Fabiane) e Marisa Bartoli (Silvia); due parole vanno spese sullo sfortunato Pierre Clementi, l’attore parigino che negli anni sessanta si era messo in mostra in film importanti come Il gattopardo e Bella di giorno e la Via lattea di Bunuel e che proprio nel 1970 era stato presente in diverse ottime produzioni italiane come Il conformista di Bertolucci o lo splendido I cannibali della Cavani.

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L’attore, che sarebbe morto poi nella sua Parigi nel 1999 a soli 57 anni, interpreta l’aristocratico conte Matteo con un’abilità eccezionale, frutto di capacità recitative superiori alla norma.
In ultimo la reperibilità del film; La vittima designata è presente in diverse versioni in rete, però bisogna faticare per trovarne una in italiano. E’ passato, anche se raramente, su tv locali e sui principali network.

La vittima designata
Un film di Maurizio Lucidi. Con Katia Christine, Tomas Milian, Pierre Clémenti, Ottavio Alessi, Enzo Tarascio, Marisa Bartoli, Luigi Casellato, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Giuseppe Alotta Giallo, durata 93 min. – Italia 1971.

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La vittima designata Banner personaggi

Tomas Milian: Stefano Augenti
Pierre Clementi: Matteo “Conte” Tiepolo
Katia Christine: Fabiàne Berangier
Luigi Casellato: Commissario Finzi
Marisa Bartoli: Sivia Monti Augenti
Alessandra Cardini: Christine Muller
Ottavio Alessi: Balsamo, amico di Stefano

La vittima designata Banner cast

Regia Maurizio Lucidi
Soggetto Augusto Caminito, Aldo Lado, Maurizio Lucidi, Antonio Troisio
Sceneggiatura Fulvio Gicca
Produttore Vico Pavoni per la P.C.E.
Fotografia Aldo Tonti
Montaggio Alessandro Lucidi
Musiche Luis Enriquez Bacalov, eseguita dai New Trolls; il brano Shadow my in the dark è cantato da Tomas Milian
Scenografia Enrico Sabbatini

La vittima designata Banner recensioni

L’opinione del sito www.ilmiovizioèunastanzachiusa.wordpress.com
(…)Raffinato, romantico, elegante, crepuscolare, decadente… Siamo di fronte ad un bellissimo thriller che si avvale di una sceneggiatura perfetta e delle superbe prove di Tomas Milian (che qui si doppia da solo) e Pierre Clementi, entrambi belli e dannatamente bravi, sullo sfondo di una Venezia mai così ambigua, magica e nel contempo affascinante quanto loro. Naturalmente allo spettatore colto non sfugge il più che evidente rimando al plot del bellissimo “Delitto per delitto” di Alfred Hitchcock ma la rilettura fatta dal regista Maurizio Lucidi (qui molto bravo e misurato) non si riduce ad una banale scopiazzatura, anzi: è vero che lo spunto iniziale è identico e che la storia ricalca, fatte le dovute proporzioni, le stesse azioni di Farley Granger e Robert Walker ma l’ambientazione veneziana è veramente qualcosa di sublime e rende la pellicola estremamente originale. Non credo sia un caso che altri registi dopo abbiano avuto l’idea di usare la crepuscolare cornice lagunare per ambientarvi i loro thriller (penso ad Aldo Lado, Nicholas Roeg e Antonio Bido)…(…)

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L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Tomas Milian (pre-Monnezza) è in grado di infondere credibilità (e malinconia) al personaggio grazie anche alla possibilità di doppiarsi da solo. L’attore cubano, qua canta anche la canzone – sui titoli di coda – “My Shadow in the Dark”, composta da un ritmo decadente e “crepuscolare”, perfettamente in sintonia con i personaggi, tra i quali spicca – non va dimenticato – lo sfortunato Pierre Clementi nei panni del Conte Tiepolo. Una perla della cinematografia italiana, in grado di fare rimpiangere il fatto che Maurizio Lucidi abbia poi abbandonato il genere.

L’opinione del sito http://www.nuovocinemalocatelli.com
(…) Lo adoro, semplicemente. Lo vidi la prima volta quando uscì, inizio Settanta. Poi l’ho perso di vista per decenni soffrendone la mancanza e l’ho ritrovato in dvd solo pochi anni fa. Non se lo ricorda più nessuno, salvo qualche sito di cinefili estremi e invasati, ma in fondo neanche quelli, perché La vittima designata è troppo maledettamente ben costruito, troppo poco sgangherato per essere davvero amato dagli amanti dei B-movies. Nemmeno Marco Giusti lo cita nel suo ormai classico StraCult, lacuna piuttosto strana per uno che ha catalogato con ossessiva minuziosità i film di genere italiani.
Facciamo un salto agli Early Seventies, alla stagione degli Italian Gialli, come li hanno poi battezzati negli Usa i thriller all’italiani proliferati in decine, centinaia di esemplari sulla scia del successo di Dario Argento. La vittima designata di Maurizio Lucidi, uno che né prima né dopo ha girato alcunché di memorabile, e che qui ha trovato il film della sua vita (e un po’ anche della mia), nasce in quel clima, e a quel filone oggi viene ascritto. Erroneamente, perché il film di Lucidi con Argento e epigoni vari c’entra poco. Semmai ha Hitchcock come riferimento, di cui copia spudoratamente, ma molto bene, Delitto per delitto (o L’altro uomo).(…)

L’opinione di Thegaunt,dal sito http://www.filmscoop.it
Molto più vicino all’atmosfera noir che al giallo all’italiana il film di Lucidi possiede come elemento positivo principale la caratterizzazione dei personaggi, specialmente quello di Milian cosi ipocritamente borghese da negare fino all’ultimo la vera essenza dei suoi desideri. Speculare in questo senso è il suo avversario Conte Tiepolo, interpretato dal mefistofelico clementi. Come evidenziato dai dialoghi quest’ultimo personaggio dalle caratteristiche cosi romantiche e decadenti non è altro che la proiezione inconscia del protagonista. Non presenta delle soluzioni registiche di particolare originalità, ma l’intreccio è ben congegnato anche se intuibile nel suo finale, ma come ripeto i personaggi sono ben tratteggiati e vale la pena di dare un’occhiata.

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Le foto che seguono sono tratte dal sito http://www.dbcult.com, che ringrazio come al solito

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agosto 1, 2013 Posted by | Drammatico | , , , | 3 commenti

5 donne per l’assassino

Giorgio è uno scrittore di successo sposato con Erica, in attesa di partorire.
Al ritorno da un viaggio, l’uomo viene avvisato da una parente che la moglie ha le doglie; ma appena arrivato nella sua villa di Pavia, Giorgio apprende con dolore da Lidia, un’amica di famiglia che è anche la dottoressa che ha assistito Erica durante il travaglio,che la moglie è morta per i postumi del parto.
Il bambino però è nato, e Giorgio, pur affranto, organizza i funerali della moglie.
Lidia informa Giorgio che è sterile, gettando l’uomo nella costernazione; il dubbio sulla fedeltà della moglie inizia a serpeggiare in lui.
Mentre Giorgio è in preda ai suoi dubbi, il bambino appena nato è affidato alle cure di sua zia e del professor Aldo Betti, rinomato pediatra dalla doppia vita ; Betti infatti, pur sposato, non si fa scrupolo nel tradire sua moglie che dal canto suo non sembra essere particolarmente interessata alla vita del marito.


Intanto in città, in curiosa concomitanza con questi avvenimenti, un misterioso serial killer semina il terrore tra le donne in stato di gravidanza, alcune delle quali vengono orrendamente uccise con un taglio che va dal pube all’ombellico.
Lo stesso killer lascia sui corpi delle sventurate vittime un misterioso segno di riconoscimento, un simbolo raffigurante la fertilità.
Una dopo l’altra vengono uccise Tiffany, Oriana e Sofia, tutte in qualche modo legate alla clinica dov’è avvenuta la tragica moglie di Giorgio.
Il quale, dal canto suo, diventa il primo sospettato dei delitti. Ma ben presto si capisce che Giorgio è estraneo alla storia, anche perchè è il primo a soccorrere Lidia, anch’essa vittima di una aggressione.


Ma la vicenda sta per ingarbugliarsi; il commissario che segue le indagini decide di tendere una trappola al killer, usando la collaborazione di Giorgio e scoprendo che Erica non è morta di parto, ma è stata uccisa e che anche sul suo pube il misterioso assassino ha tracciato un rudimentale simbolo di fertilità.
L’assassino sarà scoperto grazie anche a questo particolare, ma le sorprese non sono finite…
Il genere thriller non è nelle corde di Stelvio Massi, uno dei migliori registi di genere del cinema italiano, autore di discreti prodotti riconducibili al poliziesco all’italiana come La legge violenta della squadra anticrimine ,Mark il poliziotto spara per primo,Mark il poliziotto, Un poliziotto scomodo, Poliziotto senza paura,Il commissario di ferro.

Ilona Staller

Pur dotato di una buona sceneggiatura, 5 donne per l’assassino è un thriller modesto penalizzato da un’incredibile mancanza di tensione e da una recitazione estremamente approssimativa, nonostante nel cast figuri nientemeno che Giorgio Albertazzi.
Un vero peccato, perchè in mano ad uno specialista questo film avrebbe potuto avere ben altro risultato e sopratutto ben altro esito ai botteghini.
Siamo nel 1974, e il genere thriller, pur abbondantemente sfruttato continua a tirare anche se di li a poco il filone si sarebbe andato lentamente esaurendo; Massi, reduce dal discreto successo di Squadra volante, allestisce alla bene e meglio un cast fatto essenzialmente di comprimari, in cui l’unico nome di sicuro spicco è proprio quello di Albertazzi .
La miscela scelta da Massi privilegia più la brutalità delle scene, peraltro girate in maniera approssimativa, con abbondanti scene di nudo, facendo spogliare a turno Ilona Staller, che nelle poche sequenze in cui resta in vita il suo personaggio sembra essere allergica ai tessuti e le altre starlet che compongono il cast.


Si spogliano tutte, da Pascale Rivault (la dottoressa amica di Erica e Giorgio) e Gabriella Lepori cosi come Catherine Diamant; inutile dire che le attricette appaiono espressive solo senza vestiti, perchè la recitazione latita in maniera preoccupante contribuendo non poco alla scarsa credibilità della pellicola stessa.
Stelvio Massi non riesce in nessun momento a creare tensione, limitandosi a snocciolare sequenza da sbadigli, intervallate dagli omicidi abbastanza feroci ma racchiusi in pochi minuti di proiezione, lasciando il resto del film a galleggiare nell’anonimato; il finale riscatta in qualche modo il film, riuscendo a salvare dalla bocciatura totale il prodotto stesso.

Howard Ross

Pascale Rivault

In quanto alle varie componenti del film, le musiche sono imbarazzanti, la fotografia appena sufficiente e tutto il resto assolutamente dimenticabile.
Fra i tanti thriller del periodo d’oro, questo è uno dei più anonimi e deludenti; agli amanti del cinema anni settanta ricordo che la pellicola è di difficile reperibilità e che le uniche versione ridotte dal 35 mm sono riconducibili a vecchie VHS, mentre non sono riuscito a trovare versioni digitali o ricavate da rippaggi via satellite. Il che è attribuibile anche alla presenza nel film, come già accennato, di scene abbastanza forti anche per il genere thriller.

 Cinque donne per l’assassino

Un film di Stelvio Massi. Con Giorgio Albertazzi, Howard Ross, Ilona Staller, Katia Christine,Francis Matthews, Pascale Rivault, Lorenzo Piani, Catherine Diamant, Gabriella Lepori, Carla Mancini, Edmondo Sannazzaro Giallo, durata 95′ min. – Italia 1974.

Francis Matthews …Giorgio Pisani
Pascale Rivault … Dottoressa. Lidia Franzi
Giorgio Albertazzi … Professor Aldo Betti
Howard Ross …Commissario
Katia Christine … Alba Galli
Catherine Diamant … Oriana
Gabriella Lepori … Sophia
Maria Cumani Quasimodo …Zia Marta
Tom Felleghy …Editore
Ilona Staller … Tiffany

Regia Stelvio Massi
Soggetto Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici
Sceneggiatura Roberto Gianviti, Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione Thounsand Cin.ca (Roma); Les Film La Boétie (Paris)
Distribuzione (Italia) Alpherat
Montaggio Maurizio Bonanni
Musiche Giorgio Gaslini
Scenografia Sergio Palmieri
Costumi Sergio Palmieri
Trucco Bianca Verdirosi

giugno 16, 2012 Posted by | Thriller | , , , , | Lascia un commento

La mano che nutre la morte

La mano che nutre la morte locandina

In una tradizionale villa con annessa tradizionale cripta si aggira la figura velata di Tania Nijinski: la donna è rimasta sfigurata in un incidente nel laboratorio della villa di proprietà di suo padre Ivan Rassimov. Suo marito, il professor Nijinski, continua l’opera intrapresa dal suocero con l’intento doppio di portare a termini gli studi di Rassimov e contemporaneamente trovare una cura che rigeneri i tessuti dell’epidermide ottenendo così una soluzione alla devastazione del volto di Tania.

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All’interno del maniero alloggia da qualche tempo la giovane Katiuscia che ufficialmente risiede nella casa per svolgere ricerche per un libro, ma che in realtà cerca prove della scomparsa di sua sorella aiutata in questo da Fjodor, che inutilmente ha tentato di convincere il riottoso responsabile della legge nel vicino villaggio a interessarsi al caso. Il poliziotto in realtà non ha alcun interesse a inimicarsi nè Nijinski ne sua moglie Tania, per cui le ricerche avvengono molto blandamente.

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Ma cosa succede realmente nella villa? Nijinski per trovare una cura utilizza corpi di donne, quindi effettivamente il dottore è responsabile della scomparsa della sorella di Katiuscia: i suoi tentativi ottengono finalmente il successo sperato ma accadono altre cose…

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Una coppia di giovani, Masha e Alex, di passaggio in zona ha un incidente di carrozza e trova rifugio presso il castello. Per Nijinski è l’occasione tanto attesa: uccide Masha e ne preleva il tessuto epidermico innestandolo sul volto della moglie, ma non vivrà abbastanza per godersi il trionfo perchè….

La mano che nutre la morte, per la regia di Sergio Garrone esce nelle sale italiane nel 1974; siamo di fronte ad un film realizzato in strettissima economia con metà del budget utilizzato per il cachet di Klaus Kinski, eppure sorprendentemente interessante. Merito della buona mano del regista che riesce a manipolare una sceneggiatura equilibrata anche se non originale utilizzando il poco che ha a portata di mano, senza utilizzare effetti splatter (le scene nel laboratorio sono davvero realizzate con poco) e senza usare a sproposito l’elemento erotico.

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Pure alla fine il prodotto risultante è gradevole, grazie all’abilità del regista che fino ad allora aveva diretto principalmente western all’italiana come Django il bastardo e Bastardo, vamos a matar; il buon risultato del film lo spingerà poco più tardi a dirigere un film sulla falsariga di questo, intitolato Le amanti del mostro.

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Nel cast troviamo un Klaus Kinski sorprendentemente misurato, che recita quasi con il freno a mano tirato mentre sicuramente affascinante è Katia Christine,l’attrice olandese comparsa in diversi ruoli di supporto in film di inizi anni 70 come La vittima designata o La prima notte del Dottor Danieli, industriale col complesso del… giocattolo. Di Marzia Damon si apprezza principalmente qualche apparizione senza veli.

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Curioso il nome del professore padre di Tania: Ivan Rassimov infatti è uno degli attori più eclettici del cinema di genere anni 60-70. Può valere la pena cercare una versione accettabile in dvx di questo film oppure aspettare con molta pazienza che capiti su qualche tv privata; se cercate in rete vedrete che è possibile trovarlo in streaming.

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La mano che nutre la morte,un film di Sergio Garrone. Con Klaus Kinski, Katia Christine, Marzia Damon, Carmen Silva, Stella Calderoni, Romano De Gironcoli, Alessandro Perrella, Carla Mancini, Luigi Bevilacqua, Bruno Arié, Osiride Peverello, Amedeo Timpani, Pasquale Toscano Fantascienza, durata 85 min. – Italia, Turchia 1974.

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Klaus Kinski     …     Prof. Nijinski

Katia Christine          …     Masha / Tanja Nijinski

Marzia Damon          …     Katja Olenov

Stella Calderoni          …     Sonia

Alessandro Perrella     …     Feodor

Ayhan Isik     …     Alex

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Regia: Sergio Garrone

Sceneggiatura: Sergio Garrone

Produzione: Amedeo Mellone, Claudio Sinibaldi

Musiche:  Stefano Liberati, Elio Maestosi

Editing: Cesare Bianchini

Costumi: Amedeo Mellone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Tardo gotico che assembla: un mad-doctor (il convincente Kinski) in vena di esperimenti sulla pelle di giovani vittime, al fine di recuperare la bellezza perduta della donna amata; la solita coppietta con carrozza accidentata, costretta a trovar riparo nella casa del folle; una scrittrice che rimèmbra lo scopritore del trapianto, tale dott. Marshall (Rassimov); tanta faciloneria, nello stile d’un Garrone che è però già eccessivo (come dimostrerà nei Nazi e nei W.I.P.) e non lèsina Sex&Violence, ingredienti abbondantemente sparsi lungo i 90 minuti della pellicola. Discreta la colonna sonora.

La cosa più grandiosa di questo film e del suo gemello Le amanti del mostro è il coraggio di Garrone nel negare che i due film siano gemelli: cast, staff tecnico e canovaccio (il mad doctor) identici, e scene che si ritrovano nell’uno e nell’altro… Vecchiotto come concezione già al periodo, poverissimo, desolante nei generici (turchi), imbarazzante nel cast (tranne, s’intende, il grande Klaus), in breve un disastro. Avvistabile la musa del Legnani?

Miserrima coproduzione italo-turca, girata con sciatteria desolante, eguagliata solo da certi gotici spagnoli tipo Il mostro dell’obitorio. Kinski, ennesimo mad doctor, è vano e svogliato, la Christine inespressiva, i due comprimari turchi (Isik e Tas) pessimi. Un minimo accenno di recitazione proviene solo dalla graziosa Caterina Chiani aka Marzia Damon, protagonista pure di una focosa sequenza lesbo: unico sussulto di tutto il film.

Gotico italiano di scarso valore incentrato su una serie di situazioni trite e ritrite tra cui l’assunto principale della storia che si fonda sul solito scienzato pazzo che fa esperimenti ai danni di belle e sprovvedute fanciulle. Tutto già visto ed il peggio è la grossolanità dell’insieme (fatta eccezione per gli effetti truculenti che sono più curati della media). Per il resto la noia fa capolino in più di un momento. Tuttavia è leggermente, ma di poco, al di sopra dell’indecenza.

Forse questa suonerà ai più come un’eresia, ma io non l’ho trovato così male, questo film. Oltre alla presenza di Kinski vi sono da segnalare nel cast la regale Katia Christine (doppiata superbamente da Vittoria Febbi), i particolari splatter (molto audaci per l’epoca) dell’operazione chirurgica, le musiche. Poco sesso tranne una spinta scena lesbica, ottimo il doppiaggio eseguito dalla c.d.c. (e questo non è poco). Io mi sento di consigliarlo.

Poverissimo gotico di serie C, i cui unici elementi positivi risiedono nella buona interpretazione di Kinski, nella quasi accettabile colonna sonora e in alcune rare inquadrature riuscite (Kinski con la bambola). Tecnicamente modestissimo, con discontinuità varie nel montaggio e nella fotografia, squallido nelle location (una sequenza è ambientata in villaggio western) e diretto in maniera più che svogliata. Gore abbondante ma casareccio, nonostante la firma di Rambaldi. Cultissime le zoomate sulla tomba di Ivan Rassimov (!). Mediocrissimo.

Non malaccio questo orrore, buona la prova di Kinski mentre il resto del cast è perlomeno discutibile. Negli anni 70 furono prodotte diverse schifezze, mentre questo, pur mostrando degli enormi limiti, riesce comunque a farsi apprezzare. Trama banale e già vista, ma film che se la cava.

E riecco il grande Klaus nei panni del mad doctor che si lancia in folli esperimenti sul corpo umano. Horror gotico poverissimo, ha comunque dei notevoli picchi nelle scene splatter e il cast femminile (su cui svetta una fantastica Katia Christine) è di quelli che da solo può giustificare una visione. Non male, dopo tutto, anche se la scena lesbo era francamente gratuita ed evitabile. Buone le musiche. Insomma si può vedere.

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giugno 23, 2011 Posted by | Horror | , , , | 1 commento

Prigione di donne

Prigione di donne locandina

Ingresso alle celle di un carcere femminile.
Martine, una studentessa francese, guarda attonita la fila di celle che la circonda e rivive i momenti che hanno preceduto il suo arrivo e la sua detenzione nel carcere.
La giovane, una studentessa giunta a Roma per motivi di studio, gironzola con una sua amica tra le rovine della città eterna ed entra in una grotta dove ci sono dei giovani che stanno utilizzando droga.
L’arrivo della polizia fa si che uno di essi infili delle bustine di stupefacenti nella tasca del vestito di martine, che nel frattempo viene fermata, arrestata e tradotta in questura.

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Martine Brochard interpreta Martine

Nonostante proclami la sua innocenza, la giovane viene portata in carcere, dove inizia la sua odissea.
Viene infatti sottoposta ad un’umiliante ispezione corporale e spedita in una cella in compagnia di detenute per vari reati.
Qui Martine fa conoscenza con Susanna, una prostituta che è anche la più violenta della cella, leader del gruppo di detenute, con Gianna che è una “mammana” ovvero una persona che pratica aborti clandestini, con Grazia, una detenuta politicizzata.

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La doccia delle detenute

Le condizioni di vita delle detenute sono disumane; angariate dalle superiori e da suore che hanno poca pena sia delle anime sia dei corpi delle stesse detenute, le donne diventano molto più ciniche e disumane proprio in virtù del trattamento che subiscono.
Le stesse alla fine attuano una serie di  vendette nei confronti delle secondine e delle superiori; adulterano il cibo, denudano una delle suore più giovani umiliandola e costringendola a girare completamente nuda e via dicendo.
Susanna promuove una rivolta per ottenere un miglioramento delle condizioni di vita, ma la rivolta tessa finisce nel sangue; sarà Grazia a pagare quando, inseguita dai poliziotti che nel frattempo hanno sedato a manganellate la rivolta, deciderà di suicidarsi pur di non tornare in cella.
Martine, ancora una volta innocente in quanto ha tentato in tutti i modi di frenare la rivolta, viene inviata con Susanna, Gianna ed altre in un carcere di massima sicurezza, dal quale però uscirà quasi subito essendo stata riconosciuta la sua estraneità alla vicenda originale che l’ha portata in carcere, ovvero la detenzione della droga.
E’ una donnamolto più matura quella che lascia il penitenziario e sale su un traghetto, guardando con pietà il carcere nel quale ci sono ancora le sue compagne di sventura.

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Marilu Tolo

Prigione di donne è un WIP, women in prison, un genere cinematografico che ebbe un certo successo ambientato sempre all’inetrno di carceri e penitenziari femminili; si distingue dagli altri numerosi cloni per una certa sobrietà sia nello stile del racconto sia per la quasi totale assenza di una delle componenti che caratterizzarono molti film del filone, ovvero le immancabili sequenze saffiche tra detenute.
La componente erotica è limitata ad un paio di scene peraltro molto caste, come la sfida lanciata da Susanna che inscena una finta masturbazione a tutto vantaggio di una guardia di custodia e a qualche immancabile scena di docce comuni.

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Il film ha anche l’ambizione di denunciare il trattamento subito dalle detenute nelle carceri, e quà fallisce un pò l’obiettivo per eccesso di zelo.
Brunello Rondi, regista molto controverso, autore di film smaccatamente erotici come I prosseneti e Velluto nero, ma anche di film di discreta fattura come Ingrid sulla strada, è troppo smanioso di conferire alla sua pellicola una patente di credibilità e mette troppa carne al fuoco.

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Il film così assume a tratti caoticità mescolata ad una denuncia forte ma anche esagerata delle condizioni di vita delle detenute; le secondine, le suore, il personale del carcere, il commissario, l’avvocato finiscono per essere caratterizzati in senso negativo e ciò nuoce alla credibilità del film stesso.
La scena del sicidio di Grazia, con tanto di tv pronta a sciacallare sull’evento con una diretta in cui il cronista altro non aspetta che la morte della ragazza per fare audience è molto forzata, così come esagerata è la recitazione della pur brava (e bellissima) Marilu Tolo che interpreta Susanna.

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L’oltraggio alla giovane suora, l’attrice Cristine Galbò

L’attrice romana dà un tono di isterismo al suo personaggio francamente irritante; molto più posata Martine Brochard che interpreta la svagata Martine, colpevole solo di essersi trovata nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Le altre attrici, fra le quali segnalo Cristine Galbò che interpreta la giovane suora, Erna Schurer che interpreta l’equivoca Gianna e Katia Christine, che da corpo al personaggio tragico di Grazia fanno il loro dovere con professionalità.

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La sequenza della morte di Grazia, l’attrice Katia Christine

Competano il cast Corrado Gaipa, il magistrato, Luciana Turina qui nelle vesti di una suora, Maria Pia Conte che interpreta l’amica di Martine che si guarda bene dall’intervenire al momento dell’arresto della stessa e Andrea Scotti, l’antipaticissimo poliziotto che interroga Martine facendo pistolotti abbastanza surreali sui francesi e sugli studenti che potrebbero stare a casa loro senza importunare la gente per bene.
Un film di buona fattura quindi, ben sceneggiato e ben diretto, con momenti abbastanza felici mescolati ad esagerazioni sceniche, che però non inficiano sulla buona riuscita del film, che in fondo è abbastanza interessante e coinvolgente.
Prigione di donne, un film di Brunello Rondi. Con Marilù Tolo, Martine Brochard, Erna Shurer, Andrea Scotti, Erna Schurer, Lorenzo Piani, Corrado Gaipa, Aliza Adar, Katia Christine, Luciana Turina, Christine Galbo
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.

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Marilu Tolo

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Martine Brochard    Martine Fresienne
Marilù Tolo    …     Susanna
Erna Schürer    …     Gianna
Katia Christine    …     Grazia
Cristina Galbó    …     La giovane suora
Isabelle De Valvert    …     Isabelle
Aliza Adar    …     La detenuta di colore
Luciana Turina    …     Suora
Maria Cumani Quasimodo- Suor Ursula, la madre superiora
Maria Pia Conte    …     L’amica di Martine
Felicita Fanny    …     Una detenuta
Corrado Gaipa    …     Magistrato
Giovanna Mainardi…      Secondina
Anna Melita    …     Una hippie
Lorenzo Piani    …     L’hippy tossico
Jill Pratt    …     La madre di Martine

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Regia: Brunello Rondi
Sceneggiatura: Brunello Rondi, Leila Buongiorno, Aldo Semeraro
Prodotto da: Pino De Martino
Musiche: Alberto Verrecchia
Film Editing : Giulio Berruti
Costumi: Oscar Capponi

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Uno dei primi e più riusciti (causa professionalità del regista e degli interpreti) Women in Prison di stampo italiano. Incentrato sulle vicende della nuova introdotta all’interno d’un carcere femminile, che devo sopportare ogni tipo di vessazione, a cominciare dalle ispezioni intime (decisamente forti nella versione integrale). Il tema predominante (ovvero il sesso) è esplorato in maniera distorta, come già era accaduto in un altro dramma, sempre siglato da Rondi (Valeria Dentro e Fuori, 1972). Sicuramente un titolo di punta nel genere…

Nobile assunto, ma film indeciso (fra denuncia civile e concessione all’erotismo, fra recitazione composta – la Brochard – e quella eccesivamente sguaiata – la Tolo, eccetera). Calcare troppo sugli aspetti di denuncia (penso alla figura della Cumani Quasimodo), rischia di cadere nel grottesco, nel non credibile, e quindi nel non far arrivare a bersaglio la denuncia. Gineceo favoloso: oltre alle citate, la Schurer, la Christine (sì! La vittima designata) e la Galbó (sì! Gli orrori del Liceo).

Avvalendosi della consulenza alla sceneggiatura del criminologo Semerari, Rondi getta un’occhiata polemica contro il sistema carcerario e mediatico, ma nello stesso tempo cede ai richiami del wip puro – nudi, ispezioni corporali, secondine sadiche, docce, masturbazioni, lesbismo, rivolte – per il quale dispone di una nutrita manovalanza femminile, ben caratterizzata nel fisico e nell’animo: innocente e sensibile la Brochard, burina romantica la Tolo, ribelle la Christine, vezzosa la Schurer; al di là delle sbarre, una ieratica Cumani e una fragile Galbò. Acconce musiche di Verrecchia.

Women in prison di quelli teoricamente a mezza strada tra le nobili intenzioni e le concessioni al pubblico. In realtà il lato sociale è piuttosto debole, con le solite accuse al sistema che opprime le donne eccetera; ed anche a livello exploitation il film non mi ha convinto più di tanto. Certo si tratta di un film vitale, forse persino troppo con queste donne che non fanno altro che fare caciara appena possono; ma nel complesso l’ho trovato deludente

Film su donne in prigione che per la prima volta anzichè puntare unicamente su sesso e violenza dà spazio anche a una – ridicola – denuncia sociale. Certe scene sono talmente esagerate da far ridere, vedi quando Christine chiama e chiede di parlare col presidente della repubblica (sic!) o la rivolta fatta da donne spogliate a forza. Mediocre, considerando anche il livello delle altre pellicole italiane (e estere) su questo (per fortuna oggi tramontato) sottogenere.

Di forte impatto emotivo, ma non travolgente come altri film dello stesso regista, forse anche perché la protagonista sembra un pesce fuor d’acqua e la si apprezza più che altro per la sua caparbietà a difendersi e a credere in una giustizia. Vincono la Tolo, con le sue espressioni sprezzanti e sarcastiche, i visi truccati della Schurer e la meraviglia strabiliante della Christine… Sembra che Rondi l’abbia fatto apposta a far torturare la più bella…

novembre 24, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento