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Orgasmo

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Catherine è una ricca e piacente vedova, che giunge a Roma per distrarsi; la cura del suo ingente patrimonio è affidata ad un procuratore amico, Bryan.
La donna si gode il suo relax nella magnifica villa che la ospita, fino a quando un giorno, a guastare il tutto arriva un giovane affascinante, Peter.
L’uomo inizia a corteggiare la donna, che ben presto cede al fascino del giovane; i due quindi vivono assieme qualche giorno di intensa passione, fino a quando  arriva nella villa l’enigmatica Eva, a suo dire sorellastra di Peter.

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Carrol Baker e Lou Castel

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Le cose ovviamente non stanno così: difatti tra i due giovani, Peter e Eva, c’è una evidente relazione, che crea seri problemi di gelosia in Catherine, palesemente in difficoltà davanti al fascino della ragazza.
Tra i tre ben presto nasce un innaturale triangolo amoroso, nel quale è evidente l’interesse dei due giovani verso il patrimonio della ereditiera, che è costretta a subire anche umiliazioni da parte della coppia, che si comporta da padrona di casa, costringendo Catherine a liberarsi della sua severa governante Teresa, per poi spingere la donna verso il consumo e abuso di alcool.

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Peter e Eva decidono così di eliminare Catherine, simulando una disgrazia; a venire loro incontro è anche la tendenza di Catherine all’autodistruzione, quasi la donna sentisse dei sensi di colpa per la morte dell’anziano marito, che la donna stessa tende a coprire abusando di alcool.
I due diabolici amanti decidono così di portare Catherine sull’orlo di un esaurimento nervoso, dopo aver brigato affinchè lo stesso Peter venisse nominato erede universale dei beni di Catherine.

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Il caso vuole che Catherine, semi drogata e in preda ai fumi dell’alcool, salga sul tetto della casa, dove si materializza all’improvviso la figura dell’amico procuratore Bryan, che la solleva e la getta di sotto.
I tre quindi hanno agito di comune accordo, e difatti diventano beneficiari delle fortune di Catherine, ma al solito il diavolo fa le pentole e non i coperchi.
Infatti Peter ed Eva trovano la morte in un incidente d’auto e Bryan scopre che i parenti di Catherine, che hanno sempre sospettato di lei e sono riusciti ad avere le prove che la stessa ha ucciso il suo maturo marito, hanno ottenuto la gestione dei beni della defunta, che spettano loro di diritto.

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Come se non bastasse, la polizia decide di aprire un’inchiesta sulle vere cause del presunto suicidi di Catherine…….
Penalizzato da un titolo morboso e ambiguo, Orgasmo, che in origine doveva chiamarsi Paranoia, e che venne invece distribuito in Italia con il titolo palesemente ammiccante di Orgasmo, è un thriller del 1969 diretto da Umberto Lenzi, che segna l’inizio della fruttuosa collaborazione tra il regista di Massa Marittima e la bionda attrice americana Carrol Baker, famosa in America per l’accostamento a Marilyn Monroe e sopratutto per il film di Elia Kazan Baby Doll – La bambola viva.

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Siamo di fronte ad un film di buona fattura, che centra tutta la sceneggiatura sul complesso rapporto esistente tra Eva, Peter e Catherine, personaggi ambigui le cui personalità sono appena accennate, lasciando allo spettatore la scelta sul come interpretare le loro azioni, che spesso sono motivate da motivi abietti, come l’interesse ecc.
Anche se sceneggiato in maniera incerta, il film ha una notevole tensione, pur presentando passaggi molto lenti, che a tratti spezzano la tensione del film; il mestiere di Lenzi tuttavia è indubbio, e lo si nota sopratutto nella capacità del regista di rendere impenetrabili i tre protagonisti, le cui gesta e le cui motivazioni appaiono sempre pervase da un’ambiguità di fondo, vera forza del film.

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Lenzi considerava questo come uno dei suoi film migliori, ma per il solito caso fortuito, il film ebbe molto più successo all’estero, dove venne distribuito con il titolo Paranoia, cosa che poi generò parecchia confusione allor quando il regista diresse l’opera italiana Paranoia, utilizzando sempre la Baker come sua musa.
Con ParanoiaCosì dolce… così perversa, Orgasmo fa parte della trilogia thriller di Lenzi, probabilmente il migliore dei tre film, anche se va detto che i successivi ebbero maggior successo in Italia; un film pre Argento, che diventerà con L’uccello dalle piume di cristallo il regista italiano di thriller più celebrato.

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Orgasmo resta opera godibile, mantenendo alto lo standard di riferimento delle pellicole di genere, appoggiato al commento sonoro di Piero Umilani, ben interpretato dagli attori protagonisti, ovvero Catherine-Carrol Baker, che da anche un tocco di erotismo molto soft al film ( le scene di nudo più importanti furono montate solo nella versione internazionale), come Lou Castel che interpreta molto bene l’ambiguo Peter Donovan, che si destreggia tra due donne molto diverse ma a loro modo molto seducenti, da  Colette Descombes, una sensuale e diabolica Eva, che però non ebbe una carriera luminosa, e dai due co-protagonisti Tino Carraro, che interpreta il finto amico di Catherine, Bryan e infine Lilla Brignone, l’arcigna governante Teresa.
Qualche cenno sull’abitudine, tutta italiana, di proporre titoli ambigui e ammiccanti per suscitar interesse negli spettatori.

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Orgasmo, nello specifico del film, è inteso come frenesia, non di certo nell’eccezione sessuale della parola; difatti le scene sexy, almeno per quanto riguarda la versione italiana, non va oltre qualche nudità della Baker e qualche scena molto casta sul rapporto saffico tra Eva e Catherine; tuttavia il titolo può ingenerare equivoci, come più volte accaduto in seguito, cosa alla quale lo stesso Lenzi si rifece, girando sempre con la Baker Così dolce così perversa, altro titolo ammiccante con quel “perversa” che stimola più i sensi che la curiosità.
Anche in quel caso si trattò di un thriller, molto lontano dal filone erotico che poi imperversò per tutti gli anni settanta.
Piccoli trucchetti per attirare pubblico, considerando anche l’epoca in cui vennero proposti al pubblico, un periodo storico in cui la censura la faceva da padrone.
Furono tanti, infatti, i film sottoposti a sequestro, spesso con la benedizione dei produttori, che vedevano in questo un formidabile veicolo pubblicitario.

Il film è disponibile in versione completa su Youtube in una versione accettabile all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=u89kGjN5Idc

Orgasmo, un film di Umberto Lenzi. Con Colette Descombes, Tino Carraro, Carroll Baker, Tina Lattanzi, Lou Castel, Franco Pesce, Lilla Brignone, Calisto Calisti, Gaetano Imbrò, Jacques Stany
Giallo, durata 91 min. – Italia 1969.

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Carroll Baker    …     Catherine West
Lou Castel    …     Peter Donovan
Colette Descombes    …     Eva
Tino Carraro    …     Bryan Sanders
Lilla Brignone    …     Teresa
Franco Pesce    …     Martino
Tina Lattanzi    …     Zia di Catherine
Jacques Stany    …     Ispettore

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Regia: Umberto Lenzi
Sceneggiatura: Umberto Lenzi, Ugo Moretti, Marie Claire Solleville
Produzione: Salvatore Alabiso
Musiche: Piero Umiliani
Art Direction :Giorgio Bertolini



Morboso (per l’epoca) e lentuccio. Lo trovo inferiore a Paranoia (il migliore) e a Il coltello di ghiaccio. Certo: la Baker è bella e intensa, Castel è bravo, il colpo di scena finale è notevolissimo (ma forse il film doveva chiudersi lì), però ci si arriva stavolta con lentezze e ripetitività che, specialmente a causa dell’abitudine ai più convulsi ritmi odierni, lo rendono meno gustoso delle pellicole prima citate. Fra le cose gradevoli i riferimenti a situazioni pressoché identiche presenti nel leggendario Che fine ha Fatto Baby Jane?

Primo esemplare (diretto da Lenzi, che già la Baker presenzia – lo stesso anno – nel film di Romoli, sceneggiato dal grande Gastaldi: Il Dolce Corpo di Deborah) di un trittico morboso (per l’epoca del girato) per l’insistenza di nudi associati a questioni ereditarie (qua fratello e sorella tentano di indurre una ricca vedova al suicidio per impossessarsi dei suoi beni). Leggermente farraginoso, per via d’una lentezza indotta dal tema narrativo e per dialoghi eccessivamente dilungati, resta esemplare di rilievo nel contesto pre-Dario Argento.

Archetipo e vertice del giallo complottista lenziano, garantisce una tensione senza cedimenti, grazie alla morbosa crudeltà che si insinua nei soffocanti rapporti tra la vittima e i due amanti-aguzzini. La Baker, vedova ricca e fragile e la coppia di giovinastri-seduttori Castel e Descombes costituiscono un bel trio di protagonisti, appoggiati dal sempre ottimo Carraro e dalla scontrosa Brignone. La regia adotta uno stile eclettico e dinamico, con montaggi caleidoscopici e addirittura una parentesi che si richiama al gotico.

Fa parte di una sorta di trilogia (insieme a Paranoia e a Così dolce… così perversa) ed è il migliore dei sexy-thriller lenziani. Pur non essendo particolarmente originale (gli spettatori più smaliziati non dovrebbero metterci molto a capire il “gioco”) il meccanismo funziona ed intrattiene piacevolmente, fino ad arrivare al bel colpo di scena finale. Si è mantenuto molto bene nel tempo. Musiche, tartassanti, di Umiliani. Bravi i protagonisti. Una piccola chicca da recuperare.

Bel thriller erotico di Lenzi, piacevole ed intrigante per tutta la durata. La sceneggiatura è ben struttutata e scorre senza intoppi fino ad un colpo di scena svelato magistralmente, a cui segue un’inutile postilla. Buona la regia e bravi gli attori. Bella colonna sonora di Piero Umiliani. Alcune idee (come la cena servita alla protagonista: là c’era un topo, qui un ranocchio) sono riprese da Che fine ha fatto baby Jane?. La versione americana contiene scene più spinte, ma è tagliata di gran parte del finale.

Lenzi si dedica ad un’opera alquanto insolita. Una donna ereditata una profonda ricchezza dal defunto marito, fa la conoscenza di due baldi giovani che la tenteranno e la usano per i loro giochi. Tutto per un semplice interesse… Il cast è buono e ricorda lontanamente alcuni film di oggi. Salvabile e da vedere.

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giugno 10, 2010 Posted by | Thriller | , , | Lascia un commento

Il tamburo di latta

Il tamburo di latta locandina

Polonia, anni venti.
Oskar nasce dal matrimonio infelice tra sua madre Agnes Koljaiczek e il com
merciante Anselmo Matzerath.
La donna ha una relazione anche con suo cugino Jan Bronski, che potrebbe essere in teoria il padre del bambino.
Il giorno del suo terzo compleanno, Oskar scopre la relazione tra sua madre e Jan, mentre si china sotto un tavolo; disgustato dalla cosa, si avvia verso la cantina e si lascia cadere per le scale.
Da quel momento il piccolo smette di crescere, tra la costernazione dei suoi; la caduta sembra avergli dato anche dei poteri particolari, come la capacità di emettere suoni ad alta frequenza in grado di rompere vetri nel raggio di centinaia di metri.

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Oskar così cresce in un corpo da bambino, rifiutandosi di far parte di quel mondo degli adulti che trova ipocrita e bestiale.
Diventa amico di un discreto corteggiatore di sua madre, l’ebreo Markus, che gli regala un tamburo di latta, dal quale Oskar non si separerà più.
Gli anni passano, con Oskar che è rimasto un bambino, anche se soltanto nel corpo, accettato in quella sua strana situazione da tutti.
E’ il momento delle leggi razziali, così il ragazzino assiste al montare della cieca bestialità nazista, che si materializza nelle odiose leggi anti ebraiche e con la morte del suo amico Markus, che si uccide prima di poter essere deportato in un lager.

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Muore anche sua madre, suicida per non dover mettere al mondo un altro figlio, muore Jan, che viene fucilato a Danzica mentre cerca di resistere all’annessione della Polonia; il mondo degli adulti sta mettendo in mostra il peggio di se, così Oskar, che ha conosciuto il nano Bebra, medita di lasciare casa e girare l’Europa con la compagnia circense dello stesso; nel frattempo suo padre Anselmo prende in casa la giovane Marie, che ha più o meno la stessa età del figlio.
Oskar scopre così le prime pulsioni sessuali, anche se più che turbato ne resta preoccupato.
La ragazza diviene l’amante del padre, e grazie all’involontaria complicità di Oskar, resterà incinta.

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Oskar lascia la casa e si avvia con Bebra verso una lunga tournee europea, durante la quale conosce la nana Roswitha, della quale diventa l’amante; la gioia dei due dura poco, perchè la ragazza morirà durante un bombardamento.
La strana catena di lutti che sembra accompagnare Oskar continua al suo ritorno a casa, proprio mentre la città è liberata dai russi; suo padre viene ucciso da un soldato ancora una volta con la complicità involontaria di Oskar.
Il giorno della sepoltura di Anselmo, getta il suo inseparabile tamburo nella fossa in cui giace la bara del padre, e subito dopo vi si getta dentro, quasi a simboleggiare il suo passaggio all’età adulta.

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La guerra sta finendo e Marie, con Oskar bendato e trasportato in una carriola, si avvia verso il treno, alla ricerca di un difficile futuro.
Il tamburo di latta, del regista tedesco Volker Schlöndorff, adattato per cinema dal romanzo omonimo di Günter Grass è uno straordinario e unico film sull’infanzia, sui traumi della stessa, sul parallelo con il mondo cattivo, malvagio e ipocrita degli adulti.
Un film molto cattivo, in cui affiora la vena intrisa di malinconia del regista, che tratteggia tutta una serie di figure guardate nei loro peggiori difetti; è un mondo da non imitare, quello degli adulti, ed è per questo che Oskar si rifiuta di crescere, di appartenere a quell’universo alieno fatto di tradimenti e bugie, di sesso e violenza.

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Un mondo dal quale il piccolo si isola, proprio mentre sta montando in Germania e in Europa la folla nazista.
Così, accanto alle storie popolari dell’amore tra Jan e Agnes, il loro adulterio al quale Anselmo guarda di straforo, quasi senza interesse, assistiamo al montare della violenza nazista, tra l’avallo acritico della borghesia tedesca e quello del popolo tedesco stesso, irretito ma anche sciaguratamente consapevole degli orrori ai quali stava partecipando.
Il film ha un percorso abbastanza lineare, con scene che sembrano incastrarsi come in un gioco di scatole cinesi; memorabile la sequenza della nascita di Oskar, tratteggiata dalle parole che il piccolo protagonista recita “”Ho visto la luce del mondo sotto forma di due lampadine da 60 watt“, quasi a sottolineare la sofferenza fisica di appartenere ad un mondo che lui percepisce già negativo, quasi in una specie di legame extra uterino.

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Le sequenze a cui assistiamo mettono in luce da subito le debolezze dei protagonisti, visti più nel loro ordinario squallore che nel meglio delle loro inesistenti virtù; il padre infingardo la madre adultera e libertina, il suo amante in copia carbone, anche lui adultero e libertino e via via in un campionario di umanità che sembra quasi assolvere il piccolo Oskar dal suo peccato originale, quello di non voler far parte di quel mondo incomprensibile.
C’è un evidente parallelo tra il piccolo Oskar e la storia della Germania nel ventennio prima della guerra e quella che comunque rialzerà la testa arrivando fino al boom economico.

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La mamma di Oskar, interpretata dalla bravissima Angela Winkler

Anche Oskar, a fine guerra, ritornerà nel mondo degli adulti dal quale è fuggito, ora che tutti i legami di sangue sono scomparsi, quasi a significare una nuova nascita, una verginità intonsa e assoluta.
Un passaggio all’età adulta simboleggiata dalla rinuncia al suo amato tamburo, che lascerà nella fossa con il padre, non prima però di averne regalato uno al suo fratellastro (o figlio?), un chiaro avvertimento su ciò che il bambino dovrà affrontare nel corso della vita.
Non ho letto il libro di Grass, per cui non o quanto differisca dal film; di certo il film ha una sua valenza molto forte;

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Schlöndorff è aiutato, oltre che dal suo eccellente mestiere, da un cast davvero notevole, in cui ogni attore recita la parte della vita.
E’ il caso di Angela Winkler, una Agnes Matzerath libertina, sofferente e gaudente al tempo stesso, donna alle prese con le sue pulsioni carnali e sconvolta da un figlio con il quale ha un legame fortissimo, ma che non riesce a capire fino in fondo; altra perla di bravura quella di Mario Adorf nei panni di Anselmo Matzerath, marito becco anche per scelta, fannullone e opportunista, così come di gran livello la parte interpretata da Charles Aznavour, quella del commerciante di giocattoli ebreo Markus, l’uomo che sceglierà la morte all’ignominia e all’infamia dei campi di concentramento.

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Bene anche Daniel Olbrychski che interpreta Jan, mentre un discorso a parte merita David Bennent,praticamente perfetto nel ruolo di Oskar ; il suo volto mobile esprime di volta in volta innocenze e perfidia, semplicità e stupore.
Un bambino che percorre un mondo che non ama, che impara ad approfittare degli adulti diventando un camaleonte che segue le opportunità che si presentano, comportandosi così come quei grandi che detesta.
Un cenno alla fotografia davvero perfetta e ai costumi, che sembrano tirare di peso lo spettatore immergendolo in quelle atmosfere tristi del periodo pre seconda guerra mondiale.
Un film da non perdere, capace di emozionare e commuovere, un film sull’infanzia vista da un’angolazione davvero speciale.

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Il tamburo di latta,un film di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Page, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner
Titolo originale Die Blechtrommel. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 142 min. – Germania, Francia 1979.

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Mario Adorf     …     Alfred Matzerath
Angela Winkler    …     Agnes Matzerath
David Bennent    …     Oskar Matzerath
Katharina Thalbach    …     Maria Matzerath
Daniel Olbrychski    …     Jan Bronski
Tina Engel    …     Anna Koljaiczek (jung)
Berta Drews    …     Anna Koljaiczek
Roland Teubner    …     Joseph Koljaiczek
Tadeusz Kunikowski    …     Onkel Vinzenz
Andréa Ferréol    …     Lina Greff
Heinz Bennent    …     Greff
Ilse Pagé    …     Gretchen Scheffler
Werner Rehm    …     Scheffler
Käte Jaenicke    …     Mutter Truczinski

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Regia Volker Schlöndorff
Soggetto Günter Grass
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
Produttore Franz Seitz
Casa di produzione Franz Seitz Film, Bioskop Film, Artémis Film, Hallelujah Film, GGB-14, Argos Films, Jadran Film, Film Polski
Fotografia Igor Luther
Montaggio Suzanne Baron
Effetti speciali Georges Jaconelli
Musiche Maurice Jarre
Costumi Dagmar Niefind, Inge Heer, Yoshy Yabara
Trucco Rino Carboni, Alfredo Tiberi

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giugno 9, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , | 1 commento

Nero veneziano

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Mark, un ragazzo di quattordici anni, cieco e sua sorella Christine rimangono orfani dei genitori, e vanno a vivere con gli zii che gestiscono una pensione nell’isola della Giudecca a Venezia.
Mark è un ragazzo molto sensibile, dotato di particolari poteri; spesso ha delle visioni in cui anticipa il futuro, nelle quali vede chiaramente un uomo che lui è convinto essere il demonio.
All’interno della pensione infatti alcuni sinistri presagi di Mark si avverano; muore impiccato lo zio, poi è la volta della zia, poi ancora di un amico di Mark.

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Rena Niehaus è Christine

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Il ragazzo ha una sola persona che in qualche modo crede in lui; è Giorgio, il fidanzato di sua sorella, l’unico che gli mostra amicizia e che sembra prestar fede ai racconti del ragazzo.
Sua sorella intanto inizia a diventare sempre più strana, ma si avvia comunque all’altare con il suo fidanzato.
La morte improvvisa di Giorgio lascia Mark completamente solo, mentre Christine, che ha ereditato la pensione inizia a circondarsi di strani personaggi, fra i quali spicca un pensionante fascinoso, Dan, che altri non è che l’uomo visto nelle visioni da Mark.

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Ely Galleani, una delle adepte di Christine

Nella pensione arrivano anche alcune ragazze equivoche, che sembrano girare attorno a Christine con gran devozione; la ragazza intanto ha scoperto di essere incinta, pur non avendo avuto rapporti con nessuno se non in una sorta di dormiveglia, in cui appare al suo fianco il sinistro Dan.
Mark trova consolazione e credito presso padre Stefani, l’unico che sembra avvertire l’aria sinistra che gira attorno a Christine; ma anche il religioso morirà, subito dopo aver tentato di battezzare il figlio di Christine, Alex.

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Lorraine De Selle

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Ely Galleani

In un drammatico finale, Mark ha il sopravvento sul neonato, e mentre è nel cimitero dove è sepolto il cognato Giorgio, vede proprio l’amico scomparso che gli racconta e conferma la natura diabolica di Alex.
Le ultime immagini che Mark vede, dopo che ha riacquistato miracolosamente la vista bagnandosi gli occhi con l’acqua del pozzo che è nella pensione, è quella di Alex tra le braccia di Christine.
Il demonio non può morire……
Ultimo film diretto da Ugo Liberatore nel 1978, Nero veneziano è un anomalo horror con venature thriller, massacrato all’epoca della sua uscita sia dalla critica che da buona parte del pubblico.
In realtà il film non è affatto malvagio, pur essendo evidenti i tributi ai caposaldo del genere, con più di un occhio strizzato al celebre film di Roeg “A Venezia un dicembre rosso shocking”; il tributo è assolutamente chiaro, sopratutto nella scelta di ambientare il film a Venezia, nella particolare esposizione fotografica usata e nell’aria di sovra naturale che pervade la pellicola.

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Un film troppo sottovalutato, che ha delle pecche solo in fase di sceneggiatura: il soggetto di Ottavio Alessi è spesso confuso, lasciando troppa libertà di immaginazione allo spettatore.
Va aggiunta anche la scellerata decisione di Liberatore di affidare il ruolo del demonio all’insulso Yorho Voyagis, che sembra un bamboccione in vacanza premio nella sua città preferita.
Il volto dell’attore rimane quasi sempre impenetrabile, con un sorrisino che vorrebbe sembrare enigmatico e invece assomiglia ad uno spocchioso sorriso di sufficienza.
Però il film ha una sua dignità, sopratutto grazie all’ambientazione, con una Venezia misteriosa e cupa, come raccontata nel titolo; il nero veneziano è rappresentato dalla vicenda, dai luoghi misteriosi come il cimitero della Giudecca, dalla pensione in cui si svolgono i fatti.

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Un film a tratti blasfemo, come nella sequenza in cui le prostitute che circondano Christine inscenano una parodia dell’Ultima cena che è una delle cose da dimenticare del film.
Se Renato Cestiè se la cava egregiamente, anzi, bene nel ruolo di Mark, il giovane veggente cieco, molto algida e fredda appare Rena Niehaus nel ruolo dell’ambigua Christine, che sin dall’inizio appare visceralmente antipatica allo spettatore, mentre bravo è Fabio Gamma ad interpretare Giorgio, lo sfortunato fidanzato/marito della diabolica Christine.
Tra le co-protagoniste vanno citate tre attrici comprimarie come Ely Galleani, l’ex diva dei fotoromanzi Angela Covello e Lorraine De Selle, tutte interpreti di ruoli di prostitute, le stesse che diverranno la corte dei miracoli di Christine.
La migliore interpretazione di questi ruoli secondari è quella di Olga Karlatos, che interpreta Madeleine Winters.
Come già detto, la segnalazione più importante va alla fotografia e alla direzione artistica di Canevari, Ugo Liberatore dirige bene il film, che risulta alla fine il migliore dei sette girati fino al 1978, di gran lunga superiore ai mediocri Incontro d’amore e Noa Noa.

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Angela Covello

Nero veneziano, un film di Ugo Liberatore. Con Renato Cestié, José Quaglio, Rena Niehaus, Yorgo Voyagis, Fabio Gamma, Olga Karlatos, Ely Galleani, Angela Covello,Lorraine De Selle
Horror, durata 93 min. – Italia 1978

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Renato Cestiè     …     Mark
Rena Niehaus    …     Christine
Yorgo Voyagis    …     Dan
Fabio Gamma    …     Giorgio
José Quaglio    …     Padre Stefani
Ely Galleani    …     Christine
Angela Covello    …     Christine’s Friend
Lorraine De Selle    …     Christine’s Friend
Florence Barnes    …     Christine’s Friend
Olga Karlatos    …     Madeleine Winters / Vicky’s Mother / The Midwife on the ferry
Bettine Milne    …     Grandmother
Tom Felleghy    …     Martin Winters

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giugno 5, 2010 Posted by | Thriller | , , , , , , , , , | Lascia un commento

La ragazza dal pigiama giallo

La ragazza dal pigiama giallo locandina

La vicenda inizia in Australia, sulla spiaggia cittadina di Sidney.
Sul bagnasciuga viene rinvenuto il cadavere di una ragazza, spaventosamente sfigurato dal fuoco.
Il corpo è quasi irriconoscibile, fatto salvo il particolare che indossa un pigiama giallo.
Le indagini di rito vengono affidate agli ispettori Ramsey e Morris, i quali devono accettare, loro malgrado, l’interesse dell’ispettore Thompson, ormai in pensione che si affianca ai due non richiesto.
Mentre Ramsey sceglie una pista sbagliata, facendo arrestare un ubriacone innocente, Thompson indaga su alcuni immigrati, fra i quali Antonio, un cameriere italiano.

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Il corpo della sconosciuta

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Attraverso alcuni sbalzi temporali, apprendiamo la storia della sua relazione con la splendida e conturbante Glenda, una donna dal passato turbolento.
Antonio sposa la ragazza, che però mantiene relazioni proibite con il professor Douglas, un eminente e ricco uomo d’affari di Sidney e contemporaneamente con Roy che è un operaio irlandese amico proprio di Antonio.
Le cose sono destinate a diventare ancor più complicate quando Glenda scopre di essere rimasta incinta.

La ragazza dal pigiama giallo 2
Dalila Di Lazzaro è Glenda

Dopo aver tentato un impossibile riavvicinamento con Antonio e sopratutto dopo aver perso il bambino che aspettava, Glenda entra in crisi.
Tenta di riconquistare il ricco Douglas che però deluso dalla donna la respinge.
Nel frattempo Thompson, con le sue indagini, è arrivato ad un passo dalla verità; ma è destino che non possa godersi il frutto del suo lavoro, perchè viene ucciso.

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L’uomo però ha lasciato scritto tutto ciò che ha scoperto, così la polizia risolve comunque il caso.
Glenda era fuggita da casa di Douglas decisa a lasciare tutti, ma nella sua fuga era stata raggiunta da suo marito Antonio e dall’altro suo amante, Roy, che durante un furibondo litigio l’aveva ferita mortalmente colpendola con un crick.Appartiene dunque a lei il corpo rinvenuto sulla spiaggia, ed è stato proprio Roy a bruciarlo.
Antonio, deciso a piegare la genesi dell’omicidio, si rivolge all’ispettore Ramsey, ma spaventato dall’arrivo delle auto della polizia, scappa per finire tragicamente investito e ucciso.

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La ragazza dal pigiama giallo, film del 1977 diretto da Flavio Mogherini è un buon prodotto che si eleva di parecchio su molti film simili girati negli anni settanta.
Anche perchè non è propriamente un thriller, quanto un film che mescola diversi generi, caratterizzandosi anche per il buon uso degli sfalsamenti temporali.
Buona l’idea, per esempio, di raccontare la storia dalla fine, senza arrivare a palesare da subito l’identità della misteriosa ragazza dal pigiama giallo.
Certo, appare chiaro che l’identità della donna coincide con quella della turbolenta Glenda, ma per lo spettatore il tutto resta un’ipotesi.
Mentre il film si dipana con una certa eleganza, assistiamo alle indagini di Thompson, vediamo la vita disordinata di Glenda, conosciamo suo marito e i suoi amanti.
Il ritmo non è frenetico, c’è molta attenzione ai dialoghi, per una volta.
E se manca la tensione, ci si consola con la sapiente scelta di mescolare passato e presente.
Il film ha diversi difetti, consistenti sopratutto nella lentezza del film stesso e in una recitazione non sempre convincente, ma tutto sommato riesce a catturare l’attenzione dello spettatore, intriso com’è di una malinconia di fondo che generalmente non è presente nei film gialli.

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Tra le scene da segnalare, quella curiosa in cui il corpo di Glenda viene esposto nudo per permettere alla gente di vederlo e identificarlo.
Anche se La ragazza dal pigiama giallo non è un noir vero e proprio, ha dalla sua una location finalmente lontana dalle sponde italiche e un cast che assicura al film una certa dignità.
Discrete le prove di Ray Milland che interpreta il caparbio ispettore Thompson, che pagherà con la vita la sua ostinazione, così come una garanzia è Michele Placido  a suo agio nel ruolo di Antonio Attolini; anche Howard Ross, che interpreta Roy è una garanzia, mentre la Di Lazzaro, pur affascinante come sempre, risulta alla fine la meno convincente del gruppo, con una recitazione che spesso eccede la drammaticità del suo ruolo, che andava interpretato con più malizia e mistero.

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Michele Placido è Antonio

Nel cast compare anche Mel Ferrer, il maturo prof. Henry Douglas, amante di Glenda.
Un film che non piacque moltissimo quando uscì, forse perchè dopo la metà degli anni settanta il giallo non aveva molti seguaci; colpa anche della realtà quotidiana, che presentava storie e vicende sociali drammatiche, degne davvero di un film thriller.

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La ragazza dal pigiama giallo, un film di Flavio Mogherini. Con Michele Placido, Dalila Di Lazzaro, Ray Milland, Mel Ferrer, Howard Ross, Eugene Walter, Rod Mullinar
Giallo, durata 105 min. – Italia 1977.

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La ragazza dal pigiama giallo banner personaggi

Ray Milland     …     Ispettore Thompson
Dalila Di Lazzaro    …     Glenda Blythe
Michele Placido    …     Antonio Attolini
Mel Ferrer    …     Professor Henry Douglas
Howard Ross    …     Roy Conner
Ramiro Oliveros    …     Ispettore Ramsey
Rod Mullinar    …     Ispettore Morris
Giacomo Assandri    …     Quint
Eugene Walter    …     Dorsey
Fernando Fernán Gómez
Antonio Ferrandis    …     Nottingham
Vanessa Vitale    …     Evelina
Mónica Rey    …     Patricia Clark Dorsey


“Già scopritore sullo schermo di Renato Pozzetto e iniziatore di una vena calligrafica della commedia all’italiana, l’architetto Flavio Moghemi cambia genere e continente. Sfruttando in Australia un’insolita cornice ambientale e i servizi di una cinematografia in ascesa, si affida a un thrilling articolato con abilità su due binari: l’inchiesta della polizia intorno a una ragazza dal pigiama giallo trovata semicarbonizzata sulla spiaggia, e le disavventure di una bella emigrata olandese mal maritata con un cameriere italiano e divisa fra molti uomini. I due motivi si fondono, sulla dirittura finale, in maniera da riservare al pubblico una piccola sorpresa. Ma se Mogherini sa inquadrare e tagliare come i registi americani, scegliendo fra l’altro interni ed esterni con gusto avvertito, anche stavolta non riesce a scandire la qualità formale su autentici ritmi di racconto. Se all’autore interessava rappresentare l’ambiente degli emigranti, come la drammatica scena finale di Placido nel cimitero marino farebbe supporre, bisogna constatare che se n’è dimenticato per la strada; e anche l’approccio ai personaggi rimane freddo, distaccato e spesso decorativo. Con tanto nitore contrasta la deliberata volgarità di certe battute e situazioni, che attestano un cinico proposito dl mercificare il film. Perfino un gentiluomo come Ray Milland si abbassa al livello delle parolacce e dei gesti osceni.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori”


Non male questo lavoro, più noir che giallo, di un regista più a suo agio con la commedia. L’ambientazione estera e la tematica della solitudine e lo spaesamento ricorda Blue nude (molto piu bello). Il montaggio alternato tra la vicenda e le indagini della polizia crea un po’ di confusione e la sceneggiatura ha diversi buchi, ma l’atmosfera molto triste è resa con efficacia. La Di Lazzaro è stupenda e anche piuttosto brava.

Se fosse solo un giallo, come recita il genere scritto nella locandina, probabilmente sarebbe un ottimo giallo e basta. Invece c’è molto altro. In primo luogo una tragedia umana di forte impatto sociale, fatta di povertà e di stenti, in secondo un’impostazione dei tempi narrativi che, ancora prima di incidere positivamente sul versante tecnico, risulta essere emotivamente coinvolgente. Complici sono indubbiamente le atmosfere, i silenzi usati per sconfinare nell’indicibile, un cast a prima vista quasi inconciliabile, ma in verità di gran lunga indovinato.

La bravura di Ray Milland e i concetti investigativi da lui rappresentati sono veramente sopra le righe e il vero piatto forte del film. Geniale il regista nel parallelismo dell’antefatto con la diretta. Io lo vidi quando uscì e ne rimasi molto toccato. Oggi gli riconosco anche il merito di aver saputo estrarre le migliori qualità di allora della Di Lazzaro e di Amanda Lear nella colonna sonora, allora al massimo del successo. Quasi odioso Michele Placido, che rappresenta gli emigrati italiani come una massa di zoticoni, analfabeti e terroni…

Terribile esempio di cinema, nel senso peggiore del termine: mal diretto, mal interpretato, mal montato, sceneggiatura inesistente, più o meno siamo ai livelli di Rose rosse per una squillo. Squallido nel suo presunto erotismo. Resta solo la bellezza della Di Lazzaro, che da sola non risolleva minimamente le sorti del film. Penoso.

Bizzarro melodramma erotico tinto di giallo: operazione curiosa ma dai risultati mediocri. C’è un colpo di scena che per quanto leggermente prevedibile possiede una certa originalità, ma la storia, per quanto ben strutturata, scorre un po’ troppo lentamente. Non manca qualche scena di sesso (di cui una piuttosto squallida) ma non viene mostrato nulla di che. Ottimo il cast ma mediocri le musiche di Ortolani, fatta eccezione per l’azzeccatissima canzone (cantata da Amanda Lear) che accompagna molte scene del film (come quella iniziale).

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giugno 3, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , | 1 commento