Il plenilunio delle vergini

Spinto dalla personale ossessione di ritrovare il mitico anello dei Nibelunghi, il professor Franz Schiller si reca in Transilvania, dove la leggenda narra che esso sia custodito in un castello.
Munito di un amuleto che dovrebbe fargli da salvacondotto (un amuleto egizio), Franz fà tappa in una locanda dove però viene derubato dell’amuleto.
Il furto è opera della Contessa Dollingen De Vries, la bella e affascinante castellana che custodisce il misterioso anello, che permette di dominare le persone e assicura anche l’immortalità.

Rosalba Neri

La pericolosa Contessa però è anche un temibile vampiro e la donna, dopo aver sedotto il debole professore, lo vampirizza e lo tramuta quindi in uno della sua specie.
Sulle tracce di Franz si mette il gemello Karl che arriva al castello proprio mentre sta per cadere il Plenilunio delle vergini; durante questo periodo, che si verifica ogni 50 anni, la Contessa avvalendosi del potere dell’anello soggioga delle ragazze (cinque), destinate ad essere sacrificate in messe nere.

Con l’aiuto di Tania, una bella ostessa che Karl ha conosciuto nell’osteria dove aveva dimorato Franz, l’uomo riesce dopo alcune avventure a recuperare l’amuleto e nel corso di una dura battaglia elimina uno dopo l’altro i custodi del castello ed è costretto ad uccidere anche suo fratello per levargli di dosso la maledizione di essere un vampiro, quindi un immortale.
Ma per una fatale imprudenza Karl metterà l’anello nella tomba del fratello, permettendo così a suo fratello di rinascere, alla contessa di vampirizzare Tania che così alla fine vampirizza Karl chiudendo il cerchio.
Trama abbastanza scontata, low budget che più basso non si può e sangue finto a fiumi caratterizzano quest’opera di Luigi Batzella/Paolo Solvay/Ivan Kathansky/Paul Selvin/Paul Hamus/Dean Jones, regista con più pseudonimi che film all’attivo.

Il plenilunio delle vergini è il classico horror di casa nostra, girato come molti altri prodotti del genere thriller/horror nel mitico castello di Balsorano che ha visto fra le sue antiche mura registi alle prese con film a basso costo, come il decamerotico Metti lo diavolo tuo ne lo mio inferno, il musicarello Lady Barbara, il psicologico Esotika, Erotika, Psicotika, il thriller/horror La sanguisuga conduce la danza o l’erotico/satanico Malabimba.

Opera come dicevo di Luigi Batzella, autore di film esecrabili come La bestia in calore , Kaput lager – gli ultimi giorni delle SS e Nude per Satana, è un film che presenta come unici punti di forza una fotografia accettabile e la presenza della sfinge italiana, come soprannominata all’estero la nostra affascinante Rosalba Neri.
Se il film mantiene un minimo di interesse lo si deve proprio alla presenza dell’attrice di Forlì, molto generosa nel mostrare le sue forme perfette anche se spesso colorate da tonnellate di un liquido rosso che assomiglia vagamente al sangue.
Segno che la produzione aveva davvero le lire contate, cosa che si riscontra del resto nella povertà francescana deI costumi e in quella davvero desolante degli effetti speciali.


Se il film non attira più di tanto, stante anche le varie peripezie di Batzella che ogni tanto parte per la Tangente con la sceneggiatura, finendo per travolgere di ridicolo quel poco che si potrebbe salvare, si va nel comico verò e proprio di fronte alla recitazione a dir poco parrocchiale dell’attore Mark Damon che resta in scena a lungo nel doppio ruolo di Franz/Karl.
Legnoso, inespressivo e monocorde Damon finisce per rendere l’atmosfera ancor più stravagante in modo tale che alla fine anche il debole colpo di scena finale (la mano che si erge dalla tomba) diviene un espediente ridicolo, tanto che in alcune versioni del film non è presente.

Il plenilunio delle vergini o anche The devil’s wedding night esce nel 1973, ovvero in un periodo in cui la censura iniziava a mollare lentamente la presa; Batzella ovviamente ne approfitta elargendo a piene mani eros un tanto al chilo e scene di nudo, inclusi rapporti saffici e eterosessuali.
La vera protagonista resta la Neri, donna sensuale e misteriosa quel tanto da raffigurare con una certa aderenza il personaggio della Contessa De Vries; Rosalba Neri del resto era una vera specialista del genere come testimoniato dalle sue partecipazioni a film come L’amante del demonio e La figlia di Frankenstein.
Nel cast tecnico figura anche come operatore e co-regista l’inossidabile Aristide Massaccesi, anche se non accreditato.
Il resto del cast attoriale non merita nemmeno la citazione di prammatica, tanto si esprime su livelli bassi.
Un film quindi pesanemente datato e che può valere la visione solo nel caso si voglia arricchire la propria conoscenza della filmografia di Rosalba Neri, perchè in quanto al resto….
Il plenilunio delle vergini
Un film di Paolo Solvay. Con Mark Damon, Rosalba Neri, Esmeralda Barros, Stefano Oppedisano,Giorgio Dolfin, Gengher Gatti Horror, durata 85 min. – Italia 1973.









Mark Damon … Karl e Franz Schiller
Rosalba Neri … La Contessa Dolingen de Vries
Esmeralda Barros … Lara
Xiro Papas … Il vampiro mostro
Gengher Gatti … L’uomo misterioso
Enza Sbordone … Tania l’ostessa
Carlo Gentili … L’oste
Giorgio Dolfin … Un frequentatore dell’osteria
Stefano Oppedisano …. Un frequentatore dell’osteria

Regia: Luigi Batzella
Sceneggiatura: Ian Danby,Alan M. Harris,Ralph Zucker
Produzione :Ralph Zucker
Fotografia: Aristide Massaccesi (anche co- rega non accreditata)
Montaggio: Piera Bruni,Gianfranco Simoncelli
Musiche: Vasili Kojucharov
Scenografie: Carlo Gentili






La ragazza di nome Giulio
Un film controverso, La ragazza di nome Giulio. Tratto dall’omonimo romanzo di Milena Milani , uscito nel 1964 e subito sequestrato per oltraggio al pudore, costò alla sua autrice un processo che in prima battuta la vide condannata a sei mesi di reclusione mentre il libro finì per essere ritirato dal commercio, salvo poi l’anno successivo vedere ribaltata la sentenza perchè vennero riconosciuti, al romanzo stesso meriti artistici.
Il perchè del furore iconoclasta della censura sta tutto nella storia che racconta la Milani ovvero quella di Giulio, ragazza di ottima famiglia che viene iniziata al sesso dalla sua governante, scoprendo in seguito non solo di non essere capace di provare piacere, ma di non sapere amare.
Una tematica forte, per un’Italia ancora bacchettona, quella che copriva le gambe delle gemelle Kessler e di Abbe Lane, un’ Italia in pieno boom economico ma dalla morale ristretta, pesantemente condizionata da valori etici trasmessi in primis dalla chiesa.
Silvia Dionisio
Quando il regista Tonino Valerii prese in mano il soggetto e decise di ridurlo cinematograficamente i tempi erano cambiati; l’Italia era diventata adulta dopo il 68 che aveva pesantemente modificato il concetto di morale e dopo il punto di svolta coinciso con l’autunno caldo, le lotte operaie e sopratutto la strage di Piazza Fontana che traghettò il paese negli anni di piombo.
Valerii, regista capace e intelligente, scelse di non modificare sostanzialmente l’assetto del libro, riproponendo la storia di Giulio e adattandola sulle caratteristiche di Silvia Dionisio, la giovane protagonista del film.
La storia narra le vicende di una giovane che, in memoria di suo padre, ha scelto di chiamarsi Giulio.
Un nome maschile, che sembra già presagire una difficoltà di contatti con il mondo femminile; cosa che puntualmente si avvererà quando Giulio verrà iniziata (un po volontariamente, un po no) ai piaceri saffici da Lia, la governante di casa. Giulio non è protetta abbastanza nella fase più delicata della sua vita, nel passaggio cruciale dall’adolescenza alla maturità.
Sua madre Laura è una donna sempre indaffarata e dal carattere frivolo, così Giulio si ritrova in balia della governante, che la seduce.
Ma l’influenza di Lia non è solo sessuale; la donna plagia Giulio mettendola in guardia dal pericolo rappresentato dagli uomini, descritti come esseri brutali interessati solo al sesso e incapaci di sentimenti.
Il celebre soprano Anna Moffo
Il tempo passa e Giulio si lega controvoglia a Lorenzo, un giovane timido e riservato.
Ma la ragazza vuol provare a costruire un rapporto con gli uomini, così un giorno, seguendo la sua nuova cameriera la spia mentre ha un rapporto carnale in riva al mare.
Dopo di che corteggia il giovane fidanzato di quest’ultima, Amerigo, per sedurlo e scoprire così l’amore eterosessuale.
Ma l’esperienza con il giovane meccanico, così differente da lei per cultura e ceto sociale si dimostra fallimentare; lungi dal provare piacere Giulio si convince di non essere capace nemmeno di amare.
L’incontro con un prete lascia i problemi inalterati e Giulio sceglie di concedersi ad altri uomini per pura scommessa con se stessa; nemmeno l’incontro con Franco, un giovane pittore che le presenta la sua ex amante e governante Lia risolve i problemi psicologici di Giulio che alla fine compirà un gesto estremo.
Ucciderà colpendolo nelle parti intime un occasionale amante con il quale, inutilmente, ha tentato di avere un rapporto.
Valerii cerca di descrivere le ansie e le pulsioni di Giulio attraverso un’opera d’ambientazione, in cui il morboso (rappresentato da Lia), l’amore (il giovane Lorenzo), la sessualità pura (Amerigo) vengono descritti in maniera altalenante.
La bellissima e giovane Silvia Dionisio, algida e fredda come il marmo, sembra incarnare perfettamente lo spirito confuso di Giulio, alla ricerca di una difficile identità sia sessuale che psicologica.
Ma se il personaggio di Giulio è ben caratterizzato dalla bellissima e capace attrice romana, il film in se mostra preoccupanti sbandamenti e strappi nella sceneggiatura; i turbamenti di Giulio, così ben descritti nel libro finiscono per essere accantonati a tutto vantaggio della storia, che ci mostra il percorso di vita della ragazza attraverso tutti i fallimentari incontri e le altrettanto fallimentari esperienze che collezionerà prima del finale drammatico, in cui la sua incapacità di relazionarsi sentimentalmente e sessualmente esploderà in un omicidio che ha del rituale, con quelle coltellate studiate a tavolino (Giulio ha un coltello negli stivali, quindi medita l’omicidio) inferte all’incolpevole vittima proprio nelle parti intime, quasi a suggellare il rapporto di odio della ragazza.
Che appare affetta da un’autentica fobia per il fallo maschile, originata in parte dall’educazione sentimentale di Lia, la governante che non si fa scrupoli di sedurla e iniziarla all’omosessualità.
Il rapporto saffico tra Giulio e Lia
Il film pertanto ondeggia, si barcamena, rischia di affondare e alla fine si salva perchè Valerii è un professionista, perchè nel cast ci sono fior di caratteristi e perchè la trama sostanzialmente ha un fascino che vira dal morboso al drammatico.
Purtroppo alcune sequenze del film sono davvero noiose; l’ossessiva ricerca della propria sessualità porta Giulio attraverso situazioni descritte con una lentezza spesso esasperante, così come poco convincente appare l’alternarsi tra il dramma esistenziale di Giulio e il modo in cui l’affronta.
C’è da dire però che in qualche modo Valerii riesce ad esprimere ciò che circonda la ragazza attraverso immagini a tratti equilibrate; il complesso rapporto con la madre praticamente assente e troppo presa da se stessa, con il fidanzato troppo serio, con un mondo rigidamente costruito sul mito di se stesso come quello della buona borghesia sono descritti in maniera diseguale ma non priva di fascino.
Anna Moffo
Ma si ferma tutto qui; nel film come già detto manca profondità al personaggio di Giulio, che paradossalmente è ottimamente recitato dalla Dionisio che però alla fine trasmette solo gelo.
Ben diversa la prestazione attoriale della grande soprano Anna Moffo, attrice molto espressiva e donna dal fascino sottilmente morboso e sensuale.
Nei panni di Lia, la Moffo da corpo ad un personaggio credibile e ben tratteggiato, riuscendo alla fine vincitrice da un ipotetico confronto con Silvia Dionisio.
Bene anche Esmeralda Ruspoli, che interpreta la madre di Giulio, donna troppo presa dal suo ruolo sociale e dal suo egoismo per interessarsi alle vicende personali di quella sua strana figlia mentre nel cast troviamo anche ottimi attori come Malisa Longo
Malisa Longo
(la splendida cameriera a cui Giulio ruba temporaneamente il fidanzato), Gianni Macchia che veste i panni di Franco il giovane pittore che inutilmente proverà a costruire un rapporto con Giulio mentre in parti marginali compaiono Riccardo Garrone, che interpreta il ginecologo che Giulio interpella per scoprire eventuali problemi fisici e Umberto Raho, il prete che lungi dal risolvere i problemi della ragazza le creerà ancor più confusione e che la destabilizzerà ulteriormente.
Piccolo spazio per John Steiner, che interpreta Luciano e che compare verso la fine, giusto in tempo per pagare incolpevolmente il fio di essere uomo; Giulio lo ucciderà simbolicamente e fisicamente, incapace com’è di trovare un equilibrio impossibile.
In sostanza il film di Valerii vale una visione, sopratutto perchè ci mostra un tentativo coraggioso di uscire dagli schemi e raccontare una storia di omosessualità e frigidità in un periodo storico in cui questi argomenti erano tabù. Bella la fotografia e la location, una Venezia discreta e inquadrata lo stretto necessario; per una volta la meravigliosa città veneta non assurge al ruolo di protagonista assoluta ma resta in disparte, quasi sonnacchiosa a fare da semplice sfondo al dramma esistenziale di Giulio.
La ragazza di nome Giulio è disponibile in divx su You tube al link http://www.youtube.com/watch?v=47RpJxCl2Ag
La ragazza di nome Giulio
Un film di Tonino Valerii. Con Malisa Longo, Gianni Macchia, Silvia Dionisio, Anna Moffo, Esmeralda Ruspoli, Riccardo Garrone, Ivano Staccioli, Umberto Raho, Roberto Chevalier, John Steiner, Raul Martinez, Livio Barbo Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1970.
Silvia Dionisio … Giulio
Anna Moffo ….Lia, la governante
Gianni Macchia … Franco
Esmeralda Ruspoli … Laura, madre di Giulio
Maurizio Degli Esposti … Lorenzo
John Steiner … Luciano
Livio Barbo … Amerigo
Roberto Chevalier … Camillo
Malisa Longo …. La cameriera
Riccardo Garrone….Il ginecologo
Umberto Raho …Il prete
Ivano Staccioli … Il professore
Regia Tonino Valerii
Romanzo Milena Milani
Sceneggiatura Marcello Coscia,Bruno Di Geronimo,Mauro Di Nardo,Francesco Mazzei
Produzione: Francesco Mazzei
Musiche: Riz Ortolani
Montaggio: Stelvio Massi
Editing: Franco Fraticelli
“Da molto tempo io avevo deciso questa cosa.
L’avevo decisa, ma non lo sapevo; come del resto non sapevo nemmeno che razza di cosa era. Io continuavo a fare quello che fanno tutti, come mangiare, dormire, vestirmi, passeggiare e parlare e anche innamorarmi.
Il venticinque agosto di quest’anno è successo che io ho capito questa cosa. Racconterò tutto di questo venticinque agosto. È una giornata che è stata lunga, piena di avvenimenti. Può darsi che questo racconto sul venticinque agosto di quest’anno mi occupi molto tempo.
Io concepisco le cose brevi, che si risolvono con facilità. Le conclusioni ritardate mi hanno sempre fatto rabbrividire.”
Un abito da sposa macchiato di sangue

I neo coniugi Husband, in viaggio di nozze, si recano nel castello che l’uomo ha ereditato da sua zia Mircala Karstein.
La donna aveva ucciso suo marito proprio la prima notte di nozze ed era stata rinvenuta cadavere accanto al corpo dell’uomo.
L’atmosfera decisamente lugubre del castello sembra influenzare la psiche della giovane sposina Susan, che racconta a suo marito di essere perseguitata da incubi.
In uno di questi Susan vede nitidamente una certa Carmilla, che la invita a seguirla nel bosco.


Preoccupato dalle condizioni della moglie, il marito di Susan cerca di vegliare su di lei, ma le cose prendono una strada decisamente preoccupante.
Il pugnale servito a Mircalla per uccidere suo marito ricompare infatti dapprima nelle mani della figlia del custode e subito dopo nelle mani di Susan.
Sempre più allarmato, Husband chiama un medico per verificare le effettive condizioni di salute mentale della moglie, ma il medico viene barbaramente ucciso.
Anima dannata ispiratrice dell’omicidio è la famosa Carmilla, un’insegnante elementare che è riuscita a circuire sia Susan che la figlia del custode, la giovane Carol.
Carmilla, reincarnazione mai morta veramente di Mircalla Karstein è una vampira, che ha sedotto le due donne e che ora vorrebbe eliminare anche Husband….

Un abito da sposa macchiato di sangue (La novia ensangrentada) è un horror vampiresco datato 1972 e diretto da Vicente Aranda, regista spagnolo discontinuo ma dalle buone qualità.
Tratto dal romanzo Carmilla, edito nel 1872 su stesura di Sheridan Le Fanu, il film di Aranda si caratterizza per 2 fattori peculiari, ovvero la presenza di ardite scene di nudo e di sesso (anche saffico) assolutamente inusuali nel cinema spagnolo del periodo franchista e per la carica di violenza che esplode nel finale, con un’ecatombe decisamente forte anche per il cinema horror.
La storia di Carmilla/Mircalla Karstein aveva già avuto delle riduzioni cinematografiche: la prima e la più famosa era stata quella di Carl Theodor Dreyer , uno dei maestri del cinema degli anni 30 e 40 che nel 1932 aveva diretto Vampyr – Il vampiro, riducendo molto liberamente il racconto di Sheridan Le Fanu.

A questa prima riduzione era seguita quella del regista francese Roger Vadim che nel 1960 aveva diretto Il sangue e la rosa (Et mourir de plaisir); ma la versione più famosa era stata quella della Hammer production, Vampiri amanti (1970) con protagonista l’affascinante e compianta Ingrid Pitt, primo film della Trilogia dei Karnstein che incluse successivamente Mircalla, l’amante immortale (1971) e Le figlie di Dracula (1971).
Il film di Aranda si discosta marginalmente da questi film per la storia, molto profondamente invece nello sviluppo della stessa. Aranda curiosamente riesce a mantenere su binari accettabili una storia che per l’ennesima volta vede protagonisti dei vampiri, disegnando un inusuale ritratto psicologico dei personaggi che non ha molti riscontri nella filmografia vampiristica.



Belle le scene ad ambientazione gotica, aiutate anche dalla buona vena degli attori, Simón Andreu, Alexandra Bastedo e Maribel Martin; a sorprendere è la capacità del regista di mantenere alta la tensione anche in presenza del più classico degli elementi horror, ovvero l’avito castello dall’atmosfera dark o gotica.

La trama appare alquanto intricata e incongrua, ma poichè il film è nettamente un prodotto fantastico, si può sorvolare su alcune leggerezze della sceneggiatura, sopratutto alla luce della bellissima fotogafia e dell’ambientazione riuscita.
Censurato pesantemente in patria, il film ha finito per circolare quasi sempre in versione rimaneggiata; ultimamente la Blue Underground, casa specializzata nel recupero di pellicole del passato ha riproposto un DVD con le scene originali
Un abito da sposa macchiato di sangue
Un film di Vicente Aranda. Con Simón Andreu, Alexandra Bastedo, Julien Monteserrat, Maribel Martin, Angel Lombard Titolo originale La novia ensangrentada. Horror, durata 100 min. – Spagna 1972.










Simón Andreu … Husband
Maribel Martín … Susan
Alexandra Bastedo … Mircalla Karstein
Dean Selmier … Il dottore
Ángel Lombarte … Il padre di Carol
Montserrat Julió … La madre di Carol
Maria-Rosa Rodriguez … Carol

Regia: Vicente Aranda
Sceneggiatura:Vicente Aranda
Romanzo originale:Sheridan Le Fanu
Produzione: Jaime Fernández-Cid,José López Moreno
Musiche: Antonio Pérez Olea
Editing: Pablo González del Amo
Montaggio: Fernando Arribas








La notte dei dannati

A casa Duprey arriva una lettera spedita da parte del principe Guillaume de Saint Lambert.
La missiva è indirizzata ai due coniugi Jean e Danielle e contiene uno strano indovinello che è ripreso da Les fleurs du Mal di Beaudelaire, un libro che nel passato Guillaume, amico di Jean, gli ha regalato.
Incuriositi i due coniugi decidono di partire alla volta del castello di de Saint Lambert, ma all’arrivo vengono accolti dalla moglie del principe Rita Lernod che li informa immediatamente che il marito è in condizioni critiche essendo affetto da una malattia che nemmeno i medici riescono a diagnosticare.
Il principe riceve Jean e Danielle e rivela loro che la sua malattia è ereditaria; colpisce infatti da alcune generazioni tutti gli uomini della famiglia che abbiano compiuto 35 anni.
Intanto Danielle è turbata da uno strano quadro che ha visto appeso ad un muro; il dipinto mostra con dovizia di particolari una morte sul rogo e finisce per provocare degli incubi nella donna che si identifica con il personaggio del dipinto e quindi sogna di finire anche lei bruciata.


Nel frattempo Guillaume ha affidato a Jean un anello, raccontandogli che la verità sulla storia della sua malattia e della sua famiglia è racchiusa nella biblioteca del castello.
Quella notte il castello è scosso da due tragici avvenimenti; il primo riguarda la morte di Guillaume, il secondo quello di una giovane che viene rinvenuta con dei profondi graffi sul corpo.
La ragazza è una cugina del principe, che però la sera prima era presente in una casa a diverse centinaia di chilometri dal castello.
Jean intanto è riuscito a trovare il libro indicato da Guillaume; il testo fa accenno a streghe, alle proprietà dell’ametista come rimedio contro di esse e così l’uomo collega l’anello (che reca una pietra proprio di ametista) agli strani avvenimenti che stanno susseguendosi.


Infatti c’è un’altra morte e questa volta la vittima è la sorella della ragazza morta il giorno prima.
Le indagini di Jean, sempre più incuriosito e turbato dalla vicenda, lo portano a scoprire degli atti di un processo per stregoneria, avvenuto oltre tre secoli prima e che avevano visto morire sul rogo una donna, Tarin Drole.
L’uomo non impiega molto a capire che Tarin Drole altro non è che l’anagramma di Rita Lernod e scopre anche che il tribunale che aveva condannato la donna era presieduto da un antenato di Guillaume.
Intanto Rita, che è davvero la reincarnazione della strega bruciata sul rogo rapisce Danielle e…
La notte dei dannati, diretto da Filippo Walter Ratti nel 1971 è un gotico con variazioni horrorifiche condite in salsa thriller e mescolate con un pizzico di erotismo, quel tanto che si poteva mostrare 40 anni addietro.


Sopratutto, è un film girato in strettissima economia e dai ritmi dilatati temporalmente; sono presenti estenuanti passeggiate notturne e ogni scena dura più del consentito.
Per cercare di dare un senso alla pellicola, un tantino di pathos che altrimenti non giustificherebbe il pastrocchio messo su alla rinfusa, Ratti saccheggia tutti gli elementi portanti del cinema horrorifico di stampo stregonesco.
Si va dai candelabri e relative candele ai meandri del castello male illuminati alla processione di incappucciati con tanto di teschio in prima fila, dalle immancabili ragnatele alla morte della strega che si trasforma nella solita vecchiaccia orrida, senza però un minimo di effetti speciali che creino una suspense accettabile.

Filippo Walter Ratti (oggi quasi centenario) aveva alle spalle all’epoca di questa regia, una quindicina di film girati senza infamia e senza lode; il pubblico cinematografico anni settanta lo ricorda per Erika (1971) torbido drammone ambientato in Sicilia e sopratutto per il successivo I vizi morbosi di una governante del 1977.
Un mestierante come tanti altri, come dimostra questo insipido filmetto che per risollevarsi punta tutto sulle grazie di Patrizia Viotti, una attrice che ebbe qualche momento di celebrità proprio agli inizi dei settanta e su quelle di Angela De Leo, che ebbe una carriera cinematografica limitata a 6 film.


Con queste premesse è ovvio che il film sprofondi immediatamente nel limbo dei B movies; ad aggravare le cose interviene la recitazione amatoriale di Pierre Brice che tre anni dopo questa pellicola si trasferì in Germania dove continua tuttora a lavorare.
Filmetto insipido, quindi, che ebbe comunque una ristretta fama principalmente per la pubblicità involontaria che ne fece Big film, il mensile cine romanzato che mostrò diverse sequenze della pellicola che non erano invece presenti nella stessa per probabili motivi censori.

La notte dei dannati
Un film di Filippo Maria Ratti. Con Pierre Brice, Patrizia Viotti, Angela De Leo, Mario Carrè,Antonio Pavan, Daniela D’Agostino, Carla Mancini
Horror, durata 85 min. – Italia 1971.








Pierre Brice: Jean Duprey
Angela De Leo: Rita Lernod
Patrizia Viotti: Danielle Duprey
Alessandro Tedeschi:Prof. Berry
Mario Carra:Guillaume de Saint Lambert

Regia Filippo Walter Ratti
Soggetto Aldo Marcovecchio
Sceneggiatura Aldo Marcovecchio
Fotografia Girolamo La Rosa
Montaggio Rolando Salvatori
Effetti speciali Rino Carboni
Musiche Carlo Savina








Immagini tratte dal cineromanzo Bigsfilm
Si ringrazia per le foto del cineromanzo il sito: http://www.lovelockandload.net/
Delitto d’amore

Nullo e Carmela sono due giovani dipendenti di una fabbrica dell’hinterland di Milano.
I due sono diversissimi come mentalità, essendo il primo settentrionale mentre Carmela è una donna siciliana di vecchio stampo, con un codice morale rigoroso.
Carmela è emigrata a Milano, dove conduce una vita dimessa, tipica degli operai delle fabbriche come del resto Nullo che paga l’affitto alla sua numerosa famiglia.
I due, pur così diversi, finiscono per innamorarsi.
Ma l’unione tra i due giovani, pur così piena d’amore, finisce per avere dei problemi gravi legati alle differenze culturali dei due gioani.
Mentre Nullo è consapevole della sua esistenza meschina, oppressa da un lavoro senza alcuna soddisfazione e per giunta anche pericoloso, Carmela sembra accettare con rassegnazione il suo destino.
Nullo è un anarchico, un ateo mentre Carmela vive con fermezza la sua fede e difende i valori morali in cui crede.
I due si lasciano ma Nullo è profondamente innamorato della donna e riesce a riconquistarla.
Ma è troppo tardi perchè Carmela, avvelenata dall’ambiente della fabbrica nella quale lavora sta per morire; Nullo la sposa sul letto di morte e subito dopo prende una pistola e uccide il padrone della fabbrica.

Sullo sfondo di una Milano dei sobborghi, grigia e triste, nebbiosa e alienante con i palazzoni tutti uguali costruiti su scenari lunari Luigi Comencini gira un film coraggioso parlando delle morti bianche sul lavoro, uno dei fenomeni più tristi dell’industrializzazione del nostro paese.
Tutto l’ambiente è malsano nel film e a fare da contraltare c’è solo la storia d’amore tra i due giovani, che riescono in qualche modo a colmare il fossato delle loro esperienze, delle loro educazioni e delle loro culture così profondamente diverse attraverso l’unico sentimento capace di unire aldilà delle differenze, ovvero l’amore.
E in effetti questo di Comencini è un film sulle condizioni di vita alienanti e mortali delle fabbriche, ma è anche e sopratutto una visione quasi commossa del piccolo mondo che ruota attorno alle vite di Nullo e Carmela.
Alcuni momenti sono davvero felici, come le titubanze e i pudori di Carmela nel momento in cui decide di concedersi al suo uomo, preda di ataviche paure e di pudori impressi quasi nella genetica oppure le scene in cui Nullo immagina il loro futuro in uno dei palazzoni della periferia milanese, cosi grigi e tutti uguali, con attorno campi desolati in cui l’uomo vede il futuro, con la costruzione di una chiesa, di negozi e un piccolo parco giochi.
Comencini per qualche tratto lascia immaginare il futuro della coppia, nonostante la forzata separazione tra i due che prelude alla riappacificazione prima di sferrare il colpo finale: tra Nullo e Carmela c’è l’amore, è vero, ma c’è anche la loro condizione di operai sfruttati con orari disumani e sopratutto con condizioni illegali di vita all’interno di fabbriche che sembrano l’anticamera di un lager nazista.

E sarà proprio la fabbrica a distruggere le loro vite per sempre perchè Carmela, intossicata dall’aria mortale della fabbrica finirà per spegnersi sul letto della casa di Nullo, circondata dai parenti e vestita di tutto punto per il matrimonio.
Una sequenza straziante e a tratti anche beffarda, perchè i parenti prima fanno gli auguri a Nullo e qualche minuto dopo sono costretti a fargli le condoglianze perchè subito dopo il “lo voglio” Carmela si spegne.
Luigi Comencini è stato uno dei più grandi maestri del cinema e lo dimostra con questo Delitto d’amore, datato 1974,un film amaro, tenero e struggente quanto privo di speranza e disillusioni.


Una splendida Stefania Sandrelli interpreta Carmela
Non a caso il finale resta sospeso nell’aria, con quel colpo di pistola che Nullo spara all’invisibile proprietario della fabbrica, responsabile del degrado della fabbrica stessa a tutto vantaggio del profitto.
Siamo negli anni 70, gli anni di piombo e della denuncia dei sindacati delle proibitive condizioni di vita delle fabbriche stesse e Comencini ci mostra proprio l’ambiente desolato e infernale di uno di questi posti.
C’è una scena in cui Carmela, ingenuamente, si rivolge ad una collega dicendole di non fumare; la donna la guarda con commiserazione e le risponde che con tutti i veleni che respirano forse il fumo è il meno pericoloso.
Ecco, una delle chiavi di lettura del film è proprio questa, ovvero la capacità di Comencini di mescolare l’amarezza che sente e prova con un sentimento di rabbia mista a compassione senza però trasformarla in immagini che possano far deviare il suo film dal binario che si è imposto.
Comencini vuol raccontare una storia d’amore, una storia di culture differenti, una storia di lavoro alienante: lo fa con il suo consueto linguaggio cinematografico fatto di immagini forti ma allo stesso tempo delicate.
Così il film scorre malinconicamente, perchè noi spettatori intuiamo che i due giovani hanno davanti un destino segnato; l’indignazione ci prende ma si trasforma in rassegnazione man mano che la storia evolve come la tela iniziata da un ragno.
I due protagonisti sognano, litigano, vivono esistenze marginali ai bordi della operosa Milano; tra i due la nostra simpatia, forte, va a Carmela, donna dai sani principi e dalla vita cristallina.

Giuliano Gemma, ottimo interprete del personaggio di Nullo

Ma ben presto proviamo simpatia anche per Nullo, che è uomo d’onore e di principi, nonostante sia politicamente un cane sciolto e sia lontanissimo da qualsiasi ideale religioso.
Comencini scommete su un film ad ambientazione proletaria e operaia quindi, intessendolo su una storia d’amore; vince la scommessa due volte, perchè sceglie come protagonisti due attori molto differenti fra loro anche come esperienze passate.
Se Stefania Sandrelli aveva alle spalle il ruolo di Agense Ascalone nello splendido film Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, ambientato in Sicilia, Giuliano Gemma si era fatto una solida fama principalmente con film western o avventurosi, con qualche rara incursione nel drammatico come in L’amante dell’orsa maggiore.
La coppia, pur così disuguale, funziona a meraviglia e rende al meglio con drammaticità ed espressività i personaggi di Nullo e Carmela.
Lui mostra decisamente una buona predisposizione al drammatico mentre la Sandrelli commuove con un personaggio semplice e ben delineato, mai forzato verso il pietismo.
Il soggetto di Ugo Pirro è affascinante, così come la fotografia di Luigi Kuveiller; malinconiche le musiche di Carlo Rustichelli e le scenografie di Dante Ferretti.

Un cast tecnico di prim’ordine, quindi, mentre il resto del cast cinematografico fa il suo con sobrietà e moderazione.
Delitto d’amore è un gran bel film che si innesta nel filone di denuncia sul lavoro in fabbrica, che aveva avuto nel 1971 la sua massima espressione nel film di Elio Petri La classe operaia va in paradiso; i due film non sono accostabili perchè molto differenti dal punto di vista stilistico e dei contenuti ma hanno entrambi il dono del coraggio.
Da rivedere e da riscoprire
Delitto d’amore
Un film di Luigi Comencini. Con Giuliano Gemma, Stefania Sandrelli, Brizio Montinaro, Renato Scarpa,Rina Franchetti, Pippo Starnazza, Bruno Cattaneo, Carla Mancini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 98′ min. – Italia 1974.










Stefania Sandrelli: Carmela Santoro
Giuliano Gemma: Nullo Branzi
Brizio Montinaro: Pasquale
Renato Scarpa: Medico della fabbrica
Cesira Abbiati: Adalgisa
Emilio Bonucci: Fratello di Nullo
Rina Franchetti: Madre di Nullo
Walter Valdi: Il sindaco
Pippo Starnazza: Giardiniere della fabbrica

Regia Luigi Comencini
Soggetto Ugo Pirro
Sceneggiatura Ugo Pirro, Luigi Comencini
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Nino Baragli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Dante Ferretti




Soundtrack del film



Hanna D. la ragazza del Vondel Park
Il successo mondiale di Christiane F., i ragazzi dello zoo di Berlino di Uli Edel (Wir Kinder vom Bahnhof Zoo in edizione originale tedesca) uscito nelle sale nel 1981, spinse diversi registi a girare film ambientati nel torbido sottobosco della droga e dei tossici, mostrando per la prima volta tutto quello che si muoveva in un mondo sotterraneo per certi versi, abitato da una moltitudine di giovani e meno giovani, da spacciatori e grossisti di droghe di vario tipo.
Karin Schubert e Ann-Gisel Glass
Un mondo ignorato dalla società, abituata a vedere solo la parte terminale del fenomeno, ovvero il tossico del quale spesso si conosceva solo un volto o un nome, tanto era marginale la vita di questi esseri che la società stessa guardava con repulsione e molto raramente con pietà.
Hanna D. la ragazza del Vondel Park diretto da Rino Di Silvestro sotto lo pseudonimo di Axel Berger appartiene a questo genere di film a metà strada tra il documentario e il dramma tradizionale; uscito nelle sale nel 1984, ebbe un discreto successo in Europa mentre passò praticamente inosservato in Italia.
Attraverso le vicende di Hanna, una ragazza sessualmente disinibita, che vive con una madre alcolizzata e che quindi è costretta a vivere praticamente da sola e a procurarsi il sostentamento in modi al limite del lecito, di Silvestro da’ una sua visione dell’inferno della droga, mostrando la discesa verso il gradino più basso della dignità umana di Hanna, che diverrà tossica per amore.
Amore per un individuo senza scrupoli, che dapprima la irretisce e poi la inizia alle droghe pesanti.
Hanna, plagiata e infine schiava della droga, non trova di meglio per procurarsi la droga che usare il suo corpo.
Con la prostituzione la ragazza risolve temporaneamente i suoi problemi, ma finirebbe male non fosse per l’affetto sincero di un giovane, Alex, che riuscirà a strapparla dall’inferno in cui è precipitata.
Film altalenante, con poche cose buone e parecchie cattive, Hanna D. la ragazza del Vondel Park si muove nel perimetro tracciato da Christiane F., senza avere tuttavia nè la dirompente carica trasgressiva, rappresentata dalla storia vera di
Christiane Vera Felscherinow che racchiuse in un libro la personale storia di droga e di successiva disintossicazione ne una storia che possa in qualche modo staccarsi dagli stereotipi per raccontare “live” le vere motivazioni che spingevano ( e spingono tuttora) molti giovani verso una strada spesso senza uscita.
Di Silvestro mescola scene forti, come quelle dei buchi che la protagonista sempre più ossessivamente si fa per placare la propria dipendenza a scene francamente surreali, come la morte del pappone della madre.
Il tutto condito da molte scene di sesso, alcune delle quali vedono coinvolta la madre di Hanna, una matura alcolizzata che da il suo corpo pateticamente alla ricerca di una giovinezza svanita.
La quarantenne Karin Schubert, che interpreta la mamma di Hanna, è all’ultimo film “serio” della sua carriera prima della triste svolta verso il cinema hardcore; l’attrice tedesca appare appesantita sia nel fisico sia nella recitazione e finisce per dare una connotazione ancor più surreale al film.
Che si muove a tentoni, mostrando come già detto scene tipiche dei “droga movie” alternate ad altre di sesso; il regista romano, morto due anni fa, sembra più che altro voler choccare il pubblico con immagini forti, cadendo però spesso nel ridicolo.
La storia d’amore, per esempio, che vorrebbe rappresentare la redenzione della protagonista è telefonata in maniera così plateale da risultare comica, inserita in un contesto di degrado morale che resta però malinconicamente nelle intenzioni.
Non basta mostrare buchi nella pelle o scene di sesso se non si è in grado di sviluppare un discorso attorno alla tematica della droga, sul perchè del suo uso, sulla dipendenza vera e propria che ad un certo punto diventa disperata e assoluta protagonista del quotidiano.
Manca la denuncia sociale del fenomeno, perchè Hanna tutto sommato diventa tossica solo perchè incontra la persona sbagliata, manca un elemento di raffronto tra la droga e la perdita della dignità perchè le azioni della ragazza diventano immediatamente meccaniche, senza un percorso di iniziazione credibile.
Quindi alla fine delle pur lodevoli intenzioni di De Silvestro resta ben poco.
Poichè il regista romano era reduce dalla regia di un film furbissimo come Le deportate della sezione speciale SS, un nazisploitation girato con occhi e mani attentissime al botteghino, è lecito chiedersi quanto lo stesso regista intendesse denunciare e quanto invece volesse arricchire le casse della produzione.
Il buono è rappresentato da una location abbastanza realistica, dalla recitazione della brava Ann-Gisel Glass convertitasi in seguito al remunerativo modo dei serial tv e da una fotografia di buon livello.
Troppo poco però per dare un giudizio positivo su una pellicola abbastanza anonima nonostante avesse nelle premesse la possibilità di un risultato finale molto più lusinghiero; il montaggio del film, come evidenziato dalla stragrande maggioranza degli spettatori, è approssimativo e forse non è nemmeno il termine giusto.
Meglio dire dilettantesco.
In ultimo, segnalazioni per la presenza nel film dell’ex attore di fotoromanzi Sebastiano Somma e per la prosperosa Donatella Damiani.
Hanna D. la ragazza del Vondel Park di Rino Di Silvestro ,con Tony Serrano, Sebastiano Somma, Tony Lombardo, Karin Schubert, Donatella Damiani, Jacques Stany, George Millon- Drammatico 1984
Ann-Gisel Glass: Hanna
Donatella Damiani: Janelle
Sebastiano Somma: Alex
Karin Schubert: Madre di Hanna
Regia Rino Di Silvestro
Sceneggiatura Rino Di Silvestro, Hervé Piccini
Casa di produzione Beatrice Film, Les Films Jacques Leitienne
Fotografia Franco Delli Colli
Montaggio Bruno Mattei
Musiche Luigi Ceccarelli







































































