Nudo e selvaggio
![]()
Un aereo da turismo sorvola i cieli dell’Amazzonia; a bordo c’è un eterogeneo gruppo di persone che si è assemblato a San Sebastian.
Tra loro ci sono il prof. lbanez di professione paleontologo con sua figlia Eva, il capitano dei Marines in congedo John Heinz e la sua poco amata compagna Betty, il fotografo brasiliano Josè con le sue due modelle Monica e Belinda che devono realizzare un servizio fotografico e Kevin Hall, un giovane yankee che si occupa di ricerca e compra vendita di ossa di animali preistorici.

Lo schianto del Piper nella giungla
L’aereo ha come destinazione il capoluogo Manaus, ma il prof.Ibanez riesce a convincere il pilota ad effettuare un’escursione nella valle dei Dinosauri, un posto assolutamente interdetto ai civili perchè riserva dei ferocissimi Aquara.
Ovviamente la deviazione costa cara al gruppo, perchè una violenta perturbazione porta fuori rotta il piccolo Piper che così finisce per precipitare proprio all’interno della zona interdetta.
Nello schianto la modella Monica, il professor Ibanez e il pilota dell’aereo perdono la vita, mentre i superstiti recuperate le poche cose che hanno potuto salvare dal velivolo si accingono ad una pericolosissima traversata della foresta, sotto la guida di Heinz che ha esperienza di giungla avendo combattuto in Vietnam.
E’ proprio l’ex Marines a rivelarsi prezioso, riuscendo a far superare allo sparuto gruppo le insidie della foresta, infestata da serpenti e coccodrilli, bestie feroci e ovviamente dai feroci Aquara.
Ma il gruppo diventa sempre più sparuto; la moglie di Heinz finisce in una buca con le sabbie mobili e viene inghiottita senza che nessuno possa fare niente per lei, Josè viene assalito dai piranha che gli mangiano gli arti provocando tali sofferenze nell’uomo che Heinz è costretto a ucciderlo e in ultimo anche lo stesso capitano muore investito da una marea di frecce scagliategli contro dai feroci Aquara.
Gli unici sopravvissuti, ovvero Kevin, Eva e la modella Belinda subiscono un attacco degli Aquara che riescono a catturare le due donne.
Belinda e Eva vengono selvaggiamente torturate, ma grazie a Kevin riescono a scampare ad un atroce destino; il giovane infatti le libera sparando addosso agli indigeni e uccidendone un gran numero.
La fuga riprende e i tre impadronitisi di una imbarcazione, navigano alla cieca lungo il corso d’acqua principale.
Ma è destino che le loro peripezie non debbano terminare.
I tre finiscono tra le mani del crudele avventuriero China, che sevizia Kevin e uccide Belinda dopo aver brutalizzato la sventurata Eva.
Kevin riesce a liberarsi e ingaggia un duello mortale con l’uomo, che alla fine uccide.
Dopo aver liberato gli schiavi di China, Kevin ha un colpo di fortuna; il socio in affari di China arriva nell’accampamento del defunto avventuriero per prendersi la sua parte di bottino, consistente in una cassetta di smeraldi.
Kevin ruba gli smeraldi e si appropria dell’elicottero con il quale è arrivato il trafficante e, imbarcata Eva, fugge verso la libertà.
Nudo e selvaggio è un film del 1984 diretto da Michele Massimo Tarantini, conosciuto anche con il titolo aggiuntivo di Cannibal ferox 2 o anche con il titolo internazionale Massacre in Dinosaur Valley, e appartiene anche se in modo molto marginale al florido filone dei Cannibal movie, pur non essendo propriamente un film splatter o con ambientazione prettamente cannibalesca come i titoli del genere Cannibal.
Il regista romano, conosciuto principalmente per una serie di film appartenenti alla commedia sexy come La liceale ,La poliziotta fa carriera , La professoressa di scienze naturali , La poliziotta della squadra del buon costume, affronta per la prima volta il genere Cannibal movie nel momento in cui il filone è ormai completamente esaurito.
Lo fa firmandosi con il nome Michael Lemick per dare un tocco di internazionalità al film, che tale appare allo spettatore più sprovveduto; il cast infatti elenca attori dai nomi “stranieri”, come Michael Sopkiw, Suzane Carvalho, Milton Morris, Marta Anderson, Joffre Soares, Gloria Cristal, Susan Hahn, ma ovviamente trattasi di mero espediente commerciale.
Il film è da considerare a tutti gli effetti un B movies, che tenta di mescolare in maniera abbastanza grossolana gli archetipi del genere Cannibal, ovvero erotismo e violenza con immagini forti e un plot che però non solo è abusato in larga parte, ma che è anche utilizzato al peggio.
Difatti complici un cast di attori assolutamente mal assortito e una sceneggiatura poverissima e già vista, scarsi mezzi a disposizione e alcune trovate che scivolano nel tragicomico, il film precipita nella farsa e nel finale anche nel grottesco, con un happy end talmente abusato da gridare vendetta.
Tutto il peggio dei film d’avventura viene mescolato al genere Cannibal condendolo con tocchi di erotismo consistenti in stupri e nudi a profusione, utilizzando gli effettacci del genere stesso ovvero i piranha che divorano le gambe del fotografo (decapitato dall’ineffabile Marines) per terminare come tutti i salmi con il solito cattivo che uccide e violenta le due protagoniste prima si subire il giusto castigo.
Il tutto appesantito anche, come già detto, da una recitazione primordiale, ovvero da attori in erba in un cast in cui non si salva assolutamente nulla, a partire dall’inespressivo e quasi tonto protagonista, tal Michael Sopkiw del quale si ricordano solo due apparizioni in filmacci come Shark: Rosso nell’oceano e 2019 – Dopo la caduta di New York per finire con le due bellezze che arrivano alla fine del film, ovvero Suzane Carvalho (Eva, attrice mai più sentita nominare) e Susan Hahn, anch’essa definitivamente scomparsa dalle scene dopo questo film.
Un film davvero di una pochezza imbarazzante annoverabile tra i trash che infestarono come i piranha della pellicola gli sventurati anni 80, che per numero di produzioni di bassa lega non ebbero niente da invidiare ai decenni precedenti e successivi.
![]()
Nudo e selvaggio
Un film di Michele Massimo Tarantini. Con Michael Sopkiw, Suzanne Carvalho . Avventura, durata 94 min. – Brasile 1984.
Michael Sopkiw … Kevin Hall
Suzane Carvalho … Eva Ibañez
Milton Rodríguez … Capitano John Heinz
Marta Anderson … Betty Heinz
Joffre Soares … José
Gloria Cristal … Monica
Susan Hahn … Belinda
Maria Reis … Myara
Andy Silas … China
Leonidas Bayer … Prof. Pedro Ibañez
Carlos Imperial … Pilota del Piper
Samuka … Un indigeno
Ney Pen … Un indigeno
Jonas Dalbecchi … Carlito
Regia: Michele Massimo Tarantini (come Michael E. Lemick)
Sceneggiatura:Michele Massimo Tarantini, Dardano Sacchetti (non accreditato)
Produzione: Chris Rodrigues
Editing: Michele Massimo Tarantini
Costumi: Zenilda Barbosa
Il delitto del diavolo- Le regine
Un giovane su una moto Suzuki viaggia tranquillo con le chiome al vento; è un giramondo di nome David, che, come apprenderemo in seguito, professa ideali di libertà tipici dei figli dei fiori ovvero gli hippy.
All’imbrunire, imboccata una strada che attraversa la campagna, si imbatte in un distinto signore fermo sul ciglio della strada accanto alla sua Rolls Royce con una ruota a terra.
David lo aiuta a cambiare la ruota, ma per tutto ringraziamento scopre che il misterioso ed elegante individuo ha bucato la gomma della sua moto.
Il signore, che ha ripreso il viaggio, sentendosi inseguito da David perde il controllo dell’auto che finisce contro un albero;quando David lo raggiunge lo trova riverso al volante, morto.
Il giovane decide di riprendere il viaggio, ma essendo calata la sera è costretto a passare la notte in un capanno che ha incontrato lungo il cammino.
All’alba ha la sorpresa di essere svegliato da una bella ragazza, Lily, che lo invita ad andare via.
Ma è destino che il giovane non sfugga più a quel posto che appare arcano e misterioso; la ragazza tra l’altro ha due sorelle anch’esse bellissime, più grandi di lei.
Sono Samantha e Bibiana che lo invitano a restare.

L’enigmatico signore che David soccorre
Sedotto dall’atmosfera del posto e sopratutto avvinto da un’atmosfera sottilmente erotica e dal trattamento che le tre donne gli riservano, David resta loro ospite riverito come un pascià.
Lily, Samantha e Bibiana infatti non solo solleticano il suo palato con pranzi succulenti e abbondanti, ma lo irretiscono in un sottile gioco di seduzione nel quale, a turno, fanno l’amore con David.
Ma ben presto il giovane inizia a sospettare che le tre donne non siano quello che sembrano, ovvero delle solitarie in cerca di affetto o semplice svago sessuale.
Una notte, seguendole nel bosco le scopre intente a praticare un rito sconosciuto.
David tenta la fuga ma Bibiana riesce a trovarlo e a convincerlo che il rito misterioso era solo propiziatorio per invocare la fortuna di non restare nubili.
Il giovane viene invitato ad una festa in onore di Lily che si tiene all’interno di un castello che sorge nei dintorni; qui David viene quasi processato dagli ospiti, tutta gente di estrazione sociale differente da quella del giovane hippy.
David si allontana, per essere successivamente raggiunto dalle tre maliarde.
Durante un colloquio con le donne, David si dice pronto ad abdicare a tutti i principi a cui fino a poco tempo apprima si atteneva; niente più libertà di scorazzare senza vincoli, quindi, niente più indipendenza.

Lily, Samantha e Bibiana si presentano a David
Le tre donne sono in grado di dargli quello che lui cerca adesso, ovvero l’appagamento dei sensi tramite la lussuria e la gola.
Quasi la confessione fosse stato un segnale di tradimento verso quelli che erano gli alti ideali del giovane, Lily, Samantha e Bibiana subiscono una violenta metamorfosi trasformandosi in tre lugubri megere che lo assalgono e ne provocano la morte con fendenti sferrati con un coltello, un uncino e una mannaia.
Il corpo del giovane David viene quindi gettato in una fossa, alla presenza della gente che aveva partecipato alla festa nel castello.
Buon ultimo ecco arrivare il misterioso individuo che sembrava morto nell’incidente con la Rolls; è nientemeno che il diavolo che invita i presenti a fare di più per traviare i giovani idealisti come David, che suo modo di vedere hanno raggiunto un pericoloso grado di libertà.
Brutto film.
Pretenzioso, supponente e mortalmente noioso.
Il delitto del diavolo- Le regine diretto da Tonino Cervi nel 1970 è un velleitario tentativo di criticare la società borghese, il suo sistema in grado di fagocitare tutto a partire dagli ideali fino a corrompere l’individuo con i suoi falsi miti tramite un linguaggio visivo ingenuo e anche francamente spocchioso.
L’inizio del film, con David che percorre in moto strade solitarie mentre imperversa una colonna sonora interpretata dall’attore Ray Lovelock dovrebbe già mettere in guardia il malcapitato spettatore; una canzone strimpellata alla meno peggio e cantata invece in modo dilettantesco e sopratutto con stonature da festival della parrocchietta.
Ma siamo solo all’inizio, ahimè.
Quando David/Lovelock incontra il trio delle maliarde, le cose peggiorano e ci si infila in un incubo visivo che troverà sollievo solo con il tradizionale The end; l’attore, assolutamente inadeguato e sopratutto con stampata sul volto un’espressione sempre uguale, monocorde come il ritmo della pellicola, finisce per mettere a disagio anche le tre attrici che interpretano le moderne streghe/maliarde.
La prima a comparire in scena, Haydee Politoff reduce dal successo ottenuto con l’esotico e sottilmente pruriginoso Bora Bora, finisce per dar vita a sipari quasi imbarazzanti con il bel tenebroso (ma anche tanto inespressivo) Lovelock, che avrà la fortuna a livello personale (off course) di baciare anche le atre due splendide protagoniste del film, Silvia Monti (Samantha ) e Evelyn Stewart (Bibiana) che in questo film recita con l suo vero cognome, Galli.
A ben vedere l’unico punto di forza del film sono proprio le tre attrici protagoniste, visto che il resto del film non ha atmosfera, è lentissimo e sopratutto si imbarca in discorsetti a sfondo pseudo-sociale e di denuncia che un regista amatoriale avrebbe affrontato con meno presunzione e più sincerità.
Questo manca al film di Cervi, l’onestà intellettuale: tutto sembra artificiosamente pre costruito per sparare qua e la tesi preconfezionate e post sessantottine; ma il 68 è ormai finito con il suo carico di illusioni realizzate solo in minima parte e il film di Cervi appare fuori tempo massimo e sopratutto molto,troppo velleitario.
La trama finisce per avvilupparsi attorno ai tentativi delle tre donne per strappare David alle sue convinzioni personali; solo che il regista, con molta malizia, insiste nel mostrare carezze e languidi baci mentre fa latitare un’introspezione psicologica del personaggio David, che così appare come un pezzo di granito nemmeno sbozzato da un ipotetico scultore.
Tutto finisce per ruotare attorno alle tre donne e al sogno notturno di David, ai tentativi delle tre di confondere le acque, di convincere il giovane che tutto quello che vede è solo irreale.
Poichè David è un hippy non convinto, ma solamente innamorato di un’idea di libertà come un bambino è attratto da una caramella, ecco che il film inizia a imbarcare acqua e continuerà a farlo fino al finale, con l’insopportabile pistolotto del diavolo fattosi uomo che invita i suoi adepti a intensificare la lotta a coloro che professano idee di libertà.
Il che si traduce in un infantile monologo che conclude indegnamente una pessima pellicola.
Che ha numerosi estimatori, inaspettatamente.
Ovviamente i motivi per cui film come questo siano diventati con lo scorrere degli anni dei cult restano assolutamente misteriosi; all’epoca della sua uscita nelle sale Il delitto del diavolo non se lo filò nessuno.
Il mio consiglio personale è di non vederlo, a meno che non siate innamorati di Evelyn Stewart e Silvia Monti; il resto del film è prosopopea allo stato puro e noia insopprimibile.
Il delitto del diavolo – Le regine
Un film di Tonino Cervi. Con Evelyn Stewart, Silvia Monti, Ray Lovelock, Haydée Politoff,Gianni Santuccio, Guido Alberti
Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.
Gianni Santuccio: il Diavolo
Haydée Politoff: Liv
Ida Galli: Bibiana
Ray Lovelock David
Silvia Monti Samantha
Regia Tonino Cervi
Soggetto Tonino Cervi, Antonio Troisio, Antonio Benedetti
Sceneggiatura Antonio Benedetti, Antonio Troisio, Tonino Cervi
Produttore Raoul Katz
Casa di produzione Flavia Cinematografica, Carlton Film Export Labrador Film
Distribuzione (Italia) Magnum 3b
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Mario Morra
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
” Sono coì felice, felice, felice da morire”
“Non posso più fare a meno di voi”
“Sono pronto a qualsiasi cosa pur di non perdervi”
“Siete certe di averlo ucciso al momento giusto?-Ne siamo certi, Eminenza: aveva rinnegato se stesso e tutte le sue convinzioni”
“Questa gente, con le sue nuove idee,sta influenzando tutto il mondo;bisogna far presto, bisogna eliminarli tutti prima che sia troppo tardi”

Foto di scena con protagonista Ray Lovelock

Foto di scena con Haydee Politoff, Silvia Monti e Evelyn Stewart (Ida Galli)

Le prove di scena per il sotterramento di David

Le tre bellissime protagoniste del film in una pausa di lavorazione

Un giornale in lingua inglese intervista Haydee Politoff
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Meteorite post-sessantottardo tanto schematico e puerile nell’assunto quanto curioso nello svolgimento fra onirico, erotico e pop. L’espressione non proprio sveglia di Lovelock è adattissima per il suo spaesato personaggio, in balia delle tre misteriose passerone con trucchi e parrucche incredibili. Scenografie spettacolari e una discreta atmosfera, rovinano il tutto le terribili canzoni di Lovelock stesso, e il didascalismo del finale. Psichedelico.
Scampolo post-sessantottino in cui la tesi del satanismo come metafora di un potere borghese reazionario che lusinga e annienta le forze giovani e libertarie è sostenuta attraverso una simbologia di incredibile banalità e troppo immediata evidenza – il frutto proibito, i peccati di gola e di sesso – convergente in un immaginario fiabesco à la fratelli Grimm talora suggestivo (il bosco) e in un improvviso finale splatter. Moscio Lovelock; uniche effigi del film rimangono il notevole Lucifero di Santuccio e la bellezza bronzea e scultorea dell’ammaliante Monti. Fievole e caduco.
Favola dalle venature thriller che svela le intenzioni dei suoi personaggi ed il suo messaggio solo nella parte finale senza però riuscire a convincere. Il ritmo non è irresistibile ma non annoia e le atmosfere sono buone così come le scenografie. Il discorsetto finale risulta oggi, a mio avviso, abbastanza patetico. Bellissime le tre tentatrici. Bizzarria d’altri tempi che ha un suo fascino ma che non è passata indenne allo scorrere del tempo.
Noioso. Molto confuso durante il suo svolgimento, in compenso ha un discreto cast (sul versante femminile davvero ottimo: Galli, Monti, Politoff), poco convincente Ray Lovelock… L’atmosfera va a farsi benedire dopo poco e a un certo punto la noia regna sovrana… Nulla di che.
Per comprendere le dinamiche dalle quali scaturiva l’estetica “free”, dovremmo essere ancora imbevuti della cultura degli anni 70. Anni in cui a teatro si sperimentava col Living theater, che concepiva lo spettacolo come emancipazione dalla codifica dei generi ed il cinema, da par suo, era in preda ad empiriche derive lisergiche. Certo, ad osservarla oggi quell’attitudine, in parte fa tenerezza. Un film come questo, ad esempio, pur coinvolgendo per certe scelte inusuali (il finale politico, le venature horror), presenta delle sequenze che annoiano non poco.
Di questo film si apprezza per lo più la sceneggiatura e la connotazione thriller anni 70, per chi è amante del genere e del decennio anni 70. Lo svolgimento è lento ma interessante, il dipanarsi degli eventi sussurrato. Ci sono molti silenzi apprezzabili per lo script ma che possono anche annoiare taluni spettatori. Nel complesso un buon prodotto.
L’intreccio tra apologo politico e racconto horror riuscirà sicuramente meglio a Lado, ma la disarmante estetica pop-naif di questo film mi spinge a preferirlo. L’utopia sessantottesca appesa all’Albero della Cuccagna, annegata in panna e fragole, soffocata in cuscini di seta, invischiata nel miele del diavolo spalmato denso sul pane da tre fiabesche Qui Quo Qua! Notevoli la scena della notte di pioggia e di nebbia nel bosco, e l’immagine folgorante (poco poco trash…) della mano con la pistola che esce dalle cosce divaricate della Politoff. Dolce e crudele!
Singolare “favola macabra” intrisa di sensualità, che gli stilemi, la metafora chiaramente politicizzata e il look sessantottino, NON riescono per fortuna a rovinare o a rendere irrimediabilmente fuori-moda. Le tre “streghe” del film sono davvero intriganti e affascinanti, per quanto, ovviamente, letali. Curioso il fatto di far doppiare Gianni Santuccio (che evidentemente non poté doppiarsi da sé) da Gabriele Ferzetti, che forse era sembrata all’epoca la voce più somigliante (?) a quella di Santuccio. Un misconosciuto gioiellino.
Piccolo gioiello di un regista di un certo potenziale, mai veramente esploso. Alcuni curiosi punti in comune con In compagnia dei lupi, soprattutto nella figura del diavolo in auto, che incontra Lovelock in moto a inizio film. L’atmosfera da fiaba nera che si respira è straordinaria: la casetta in mezzo al bosco, le tre streghe (su tutte la Politoff), il finale… C’è un po’ di monotonia a metà film e gli incubi stile Ken Russell de noaltri fanno sorridere (la bocca dipinta sul collo, la pistola che esce dalla pussy della Politoff). Cultone.
Il massimo dei massimi. Silvia Monti irraggiungibile come bellezza sconvolgente varrebbe da sola il film. Per il resto, lasciamo stare che venga presentata come favola thrilling… Quanti concetti rivelatori e quante verità in più potrebbe ulteriormente esprimere? E quali altre trovate decorative potrebbe mai aggiungere un regista o un artista di qualsivoglia livello? Cosa si può volere di più? Cosa si può fare se non goderselo dalla prima all’ultima scena? Più bello di così…
Bizzaro ma vuoto film di Cerv. La storia è noiosissima e la promettente atmosfera iniziale svanisce subito. La regia di Cervi è mediocre e ripetitiva. Difficile non annoiarsi dopo 20 minuti. Se si vuole guardare qualcosa di abbastanza simile ma notevolmente superiore non perdete …Hanno cambiato faccia di Corrado Farina.
Operetta a sfondo metaforico tra vecchia borghesia e il rampantismo hippie che faceva proseliti più o meno dappertutto, all’epoca. Figlio dei tempi che furono, il film è un gran bel vedere a livello estetico/formale: si parte dall’abbigliamento delle tre bellissime, le loro acconciature, l’arredamento, tutto molto pop e coloratissimo. Non da meno gli stupendi scenari agresti e qualche timida sequenza onirica-psichedelica. Lo svolgersi? Noioso e lento, si risolleva nel finale con nel mezzo poca sostanza e tanta forma.
Dolcemente crudele e affascinante, questo piccolo filmetto è visivamente spettacolare e ammaliatore come le 3 protagoniste che seducono il giovane hippie Lovelock. Costumi sgargianti e scenografie anni ’70 che sono il trionfo del kitsch (notevolissimi gli ambienti ultramoderni in contrasto con il bosco desolato che circonda la casa del peccato) fanno da sfondo alla metafora politica sull’abbandono degli ideali e il disfacimento morale della società voluto dal diavolo in persona. Peccato solo per la lunghissima parte centrale un po’ noiosa.

Anna quel particolare piacere
Anna è una splendida ragazza che lavora come cassiera in un bar di Bergamo.
Qui viene corteggiata da Guido, un giovane all’apparenza di bei modi ma che in realtà è al soldo di una banda di crudeli spacciatori di droga.
Quando Guido decide di seguire la sua gang a Milano, la donna lo accompagna senza sapere che per lei stanno per iniziare i guai.
E guai molto seri.
Ben presto Anna è costretta a far parte dell’organizzazione, nella quale finisce per diventare una squillo di lusso, usata per intrattenere i clienti più ricchi.
Contemporaneamente la donna trasporta droga per l’organizzazione fino a quando scopre di essere incinta; Guido vorrebbe che la donna abortisse, ma Anna rifiuta e si rifugia da un’amica.
Guido viene arrestato,e per Anna iniziano giorni più sereni.
Nasce suo figlio, che un giorno deve essere sottoposto ad un delicato intervento.
E’ il dottor Lorenzo Viotti a salvare miracolosamente la vita al bimbo e tra i due nasce anche l’amore.
Edwige Fenech interpreta Anna
Poi accade che Guido esca dal carcere e che si faccia vivo con Anna, obbligandola a seguirlo e a riprendere la convivenza.
Anna non ci sta e durante un litigio spara a Guido che però fa in tempo a colpirla mortalmente.
Sarà il dottor Lorenzo a occuparsi di suo figlio.
Anna quel particolare piacere, titolo malizioso per un film in bilico tra diversi generi cinematografici (giallo/thriller/noir/) è una pellicola del 1973 diretta da Giuliano Carnimeo, che aveva già diretto un thriller l’anno precedente, quel Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? in cui si era avvalso delle prestazioni di Edwige Fenech che in questo film interpreta Anna.
Il film raggiunge la sufficienza grazie al plot e alla professionalità del cast impiegato, anche se la Fenech, come cassiera di un bar non è poi molto credibile.
Ma a parte questo e una certa lentezza nello svolgimento della sceneggiatura, il film ha qualche momento felice anche se rischia nel finale di scivolare nel patetico; le scene della morte di Anna con la raccomandazione di aiutare suo figlio e la promessa del dottore,

I due protagonisti del film: Corrado Pani e Edwige Fenech
solenne e impegnativa di farlo, sembrano più adatte ad un “lacrima movie” in stile Il venditore di palloncini o L’ultima neve di primavera che degna conclusione di un film giallo se pur anomalo come questo.
Girato tra Bergamo, Milano e Stresa, Anna quel particolare piacere si avvale di una buona colonna sonora scritta da Luciano Michelini e di una sceneggiatura a livello nella quale figurano oltre a Luciano Martino il bravo Sauro Scavolini, Milizia e Ernesto Gastaldi.
Professionali gli attori, fra i quali il divo televisivo Corrado Pani, carognone quanto basta, il solido e rude Richard Conte, l’insolitamente tenero John Richardson oltre a due ottimi comprimari come Manni e Gaipa.
Film quindi che ha qualche motivo per essere visto, anche per immergersi in festival di apparecchi d’epoca, vero vintage come auto, telefoni a gettone, insegne pubblicitarie e città non ancora congestionate dal traffico.
Anna, quel particolare piacere, un film di Giuliano Carnimeo. Con Ettore Manni, John Richardson, Edwige Fenech, Richard Conte, Corrado Pani, Carla Calò, Umberto Raho, Ennio Balbo, Bruno Corazzari, Corrado Gaipa, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Shirley Corrigan, Gabriella Giacobbe
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1973
Edwige Fenech … Anna Lovisi
Corrado Pani … Guido Salvi
Richard Conte … Riccardo Sogliani
John Richardson … Lorenzo Viotto
Laura Bonaparte … Loredana
Ettore Manni … Zuco
Corrado Gaipa … Dottore
Antonio Casale … Scagnozzo di Sogliani
Umberto Raho … Avvocato Sogliani
Bruno Corazzari … Albino
Carla Calò … Madre di Anna
Aldo Barberito … Padre di Anna
Wilma Casagrande … Susy
Tom Felleghy … Portiere
John Bartha … Gerli
Regia Giuliano Carnimeo
Soggetto Sauro Scavolini, Luciano Martino
Sceneggiatura Sauro Scavolini, Francesco Milizia, Ernesto Gastaldi
Casa di produzione Dania
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Marcello Masciocchi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Luciano Michelini
Costumi Oscar Capponi

Milano, Piazza Giordano com’è oggi
Il corvo
![]()
E’ la Devil’s Night, la notte del diavolo; la città attende con paura il trascorrere delle ore perchè in questa notte tristemente si ripete un rituale macabro, fatto di violenza e di orrore scatenato da bande di teppisti e di violenti in genere.
In un appartamento i giovani Eric Draven e Shelly Webster vivono la notte d’attesa prima del matrimonio.
Un gruppo di delinquenti, che impareremo a conoscere con i loro nomi da “battaglia” ovvero T-Bird, Skank, Funboy e Tin Tin entrano nell’appartamento dei futuri coniugi e dopo aver seviziato la sventurata Shelly uccidono Eric.
A piangere la coppia ci sono due veri amici di Eric e Shelly, la giovanissima Sarah figlia di una drogata che si disinteressa completamente di lei e l’agente di colore Albrecht che ha seguito il calvario della povera Shelly mentre agonizzava in ospedale.
Ad un anno esatto dalla morte di Eric, un corvo si posa sulla sua tomba; secondo un’antica leggenda il volatile può guidare coloro che sono morti in un ritorno alla vita per placare la sete di vendetta che i defunti provano verso coloro che hanno fatto loro del male.
Così, guidato dal corvo che diventa il tramite con la vita terrena e che funge anche da seconda vista per l’uomo, Eric torna a vivere e si aggira come un’ombra nella città osservando grazie agli occhi del corvo quello che accade in quella che era la sua città.
L’uomo ritorna nella sua ex abitazione per rivivere gli ultimi istanti della sua vita terrena, imprimendosi nella memoria i nomi e i volti dei quattro assassini, si trucca quasi come un Pierrot dopo di che assetato di vendetta parte alla loro ricerca.
Trova dapprima Tin Tin e lo uccide con un pugnale dopo di che si reca da Gideon,uno strozzino che gestisce una gioielleria/banco dei pegni e recupera l’anello di fidanzamento che aveva regalato a Shelly, lo avvisa che è alla caccia dei rimanenti assassini suoi e di sua moglie e gli fa saltare per aria l’attività.
Ripresa la caccia, Eric elimina Fun Boy, il compagno della madre di Sarah, Darla, invitandola a cambiare vita; dopo di che uccide T.Bird sotto gli occhi dell’ultimo della banda di assassini, Skank.
Grazie a lui, Eric arriva al covo del vero capo della banda, Top dollar, che sfugge al massacro dei suoi uomini allontanandosi provvidenzialmente con il suo braccio destro Grange e con sua sorella (e amante) Myca.
Eric, eliminato anche l’ultimo teppista assassino (Skank) si getta sulle tracce di Grange che nel frattempo ha fatto rapire Sarah.
Nell’ultima parte del film, troviamo Eric impegnato in una mortale battaglia con Top Dollar che riesce a farlo ritornare mortale grazie all’aiuto di Myca, che ha scoperto come sia il corvo a dare ad Eric i suo poteri soprannaturali.
Grange e Myca muiono e nella resa dei conti con Top dollar Eric trafigge l’uomo; nei momenti che separano il crudele boss dalla morte farà rivivere a quest’ultimo l’atroce agonia provata da sua moglie.
La missione di Eric è finita: l’uomo, ferito mortalmente nei combattimenti va a morire sulla tomba dell’amata Shelly per congiungersi con lei nell’aldilà.
Il corvo, tratto dal fumetto omonimo di James O’Barr venne ridotto e trasportato sullo schermo dal regista australiano Alexander Proyas nel 1994.
Si tratta di una delle migliori trasposizioni delle nuvolette parlanti mai portate sul grande schermo, grazie ad una regia impeccabile, ad un’ambientazione dark assolutamente riuscitissima e grazie sopratutto all’attore Brandon Lee autore di una performance indimenticabile.
Un film con una fama “maledetta”, anche, perchè quando mancavano pochi giorni alla fine delle riprese l’attore Brandon Lee figlio dell’indimenticato Bruce rimase ucciso in maniera accidentale da un colpo di pistola (che doveva essere caricata a salve) sparato da Michael Massee che nel film interpreta Funboy.
La dinamica dell’incidente, ricostruita dalla polizia, rivelò che nel caricare la pistola la troupe, che aveva finito i colpi a salve utilizzò proiettili veri depotenziati; per pura fatalità uno di essi rimase all’interno della pistola e quando questa venne ricaricata finì per essere esploso con i proiettili inoffensivi.
Centrato all’addome da breve distanza, Brandon venne immediatamente soccorso e portato al New Hanover Regional Medical Center di Wilmington, nella Carolina del nord (ove si stavano ultimando le riprese)
Nonostante una lunghissima operazione, il cuore di Brandon cessò di vivere il 31 marzo 1993: l’attore nato ad Oakland aveva solo 28 anni.
L’improvvisa e imprevedibile morte di Brandon colpì duramente la troupe, mentre il regista Proyas si ritrovò un film orfano del finale.
Grazie all’ausilio di potenti computer e a software di grafica il film potè essere terminato, con costi doppi rispetto al preventivato; gli ultimi minuti di pellicola infatti costarono quanto tutta la pellicola girata fino ad allora.
Uscito nelle sale l’anno successivo, il film divenne immediatamente un culto e non solo per la splendida recitazione di Brandon e per il rumore provocato dalla sua tragica fine.
La splendida atmosfera dark, la storia particolarmente accattivante, l’ottima regia ed un cast assolutamente adeguato costruirono il successo della pellicola unitamente alla fama a cui assurse Brandon subito dopo la sua morte e subito dopo che i suoi fan ebbero apprezzato la recitazione nei panni dello sfortunato Eric, che ritorna sulla terra per un sortilegio per vendicare la sua amata e dar pace alla sua anima.
Il finale del film, davvero di infausto presagio, vede infatti la morte di Eric sulla tomba della moglie e venne girato, come già detto con l’ausilio del digitale più avanzato.
Brandon, che aveva cercato di seguire le orme paterne interpretando film con ambientazione orientaleggiante, quindi con sceneggiature studiate sulle arti marziali finì per morire poco prima di diventare un mito.
Lo diventò in tutti i sensi, così come lo era diventato Bruce Lee, morto all’età di 33 anni il 20 luglio 1973 ad Hong Kong mentre aveva appena ultimato il doppiaggio del film I tre dell’Operazione Drago.
La morte di Bruce Lee, avvenuta in seguito ad un edema cerebrale curato con Equagesic (un farmaco che riduce il gonfiore del cervello) venne archiviata come accidentale, così come venne archiviata nello stesso modo la morte di Brandon.
Una tragica fatalità quindi riunì padre e figlio destinati in maniera diversa a diventare dei miti nel mondo del cinema.
Tornando al film, oltre alla recitazione del cast va segnalata la ficcante colonna sonora in stile metal con brani dei Cure, dei Medicine e altri e la splendida fotografia di Dariusz Wolski.
Il film ebbe anche due importanti riconoscimenti postumi.
Vinse infatti i Grammy awards nelle categorie colonne sonore e per la recitazione di Brandon lee.
Un film culto, amato da tre generazioni di fans e che ancora oggi conserva un’invidiabile freschezza.
![]()
Il corvo – The Crow,un film di Alex Proyas. Con Ernie Hudson, Brandon Lee, Michael Wincott, Rochelle Davis, Bai Ling,Sofia Shinas, Anna Levine, David Patrick Kelly, Angel David, Laurence Mason, Michael Massee, Tony Todd, Jon Polito, Bill Raymond, Marco Rodriguez
Titolo originale The Crow. Fantastico, durata 102 min. – USA 1994
Brandon Lee: Eric Draven
Ernie Hudson: Albrecht
Michael Wincott: Top Dollar
Rochelle Davis: Sarah
Angel David: Skank
Bai Ling: Myca
David Patrick Kelly: T-Bird
Michael Massee: Funboy
Jon Polito: Gideon
Marco Rodrìguez: detective Torres
Sofia Shinas: Shelly Webster
Anna Levine: Darla
Angel David: Skank
Laurence Mason: Tin Tin
Tony Todd: Grange
Bill Raymond: Mickey
Regia Alex Proyas
Soggetto dal fumetto di James O’Barr
Sceneggiatura David J. Schow, John Shirley
Fotografia Dariusz Wolski
Montaggio Dov Hoenig, Scott Smith
Effetti speciali Scott Coulter, John Patteson, Sandy Collora
Musiche vari
Scenografia Marthe Pineau
Luca Ward: Eric Draven, Il Corvo
Pietro Biondi: Albrecht
Mario Cordova: Top Dollar
Federica De Bortoli: Sarah
Edoardo Nevola: Skank
Giuppy Izzo: Myca
Luciano Roffi: T-Bird
Stefano Benassi: Funboy
Eugenio Marinelli: Gideon
Danilo De Girolamo: detective Torres
1. Burn – The Cure (Robert Smith, Simon Gallup, Boris Williams, Perry Bamonte) – 6:39
2. Golgotha Tenement Blues – Machines of Loving Grace (Scott Benzel, Mike Fisher, Stuart Kupers, Thomas Melchionda) – 4:01
3. Big Empty – Stone Temple Pilots (Dean DeLeo, Scott Weiland) – 4:56
4. Dead Souls – Nine Inch Nails (Joy Division) – 4:54
5. Darkness – Rage Against the Machine (Rage Against the Machine) – 3:41
6. Color Me Once – Violent Femmes (Gordon Gano, Brian Ritchie) – 4:09
7. Ghostrider – Rollins Band (Martin Rev, Alan Vega) – 5:45
8. Milktoast (also known as Milquetoast) – Helmet (Page Nye Hamilton) – 3:59
9. The Badge – Pantera (Poison Idea) – 3:54
10. Slip Slide Melting – For Love Not Lisa (For Love Not Lisa) – 5:47
11. After the Flesh – My Life with the Thrill Kill Kult (Buzz McCoy, Groovie Mann) – 2:59
12. Snakedriver – The Jesus and Mary Chain (William Reid, Jim Reid) – 3:41
13. Time Baby III – Medicine (Jim Goodall, Brad Laner, Jim Putnam, Ruscha, Beth Thompson) – 3:52
14. It Can’t Rain All the Time – Jane Siberry (Graeme Revell, Jane Siberry) – 5:34
Me lo diede papà, per i miei cinque anni. Disse: “L’infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai”. (Top Dollar)
Non può piovere per sempre (Eric)
Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere, non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre. (Sarah)
Io credo che da qualche parte vaghino le anime irrequiete che portano il peso della loro disperazione, aspettando l’occasione per far tornare giuste le cose sbagliate. Solo allora potranno stare con le persone che amano. Qualche volta un corvo indica loro la strada, perché qualche volta… l’amore è più forte della morte… ( Sarah )
Signori, purtroppo T-Bird non sarà dei nostri stasera… soffre di un lieve attacco di morte. (Top Dollar)
Sono tutti morti, solo che ancora non lo sanno. (Eric)
Era già in una fossa: è morto un anno fa nel momento in cui l’ha toccata. (Eric)
Madre è l’altro nome di Dio sulle labbra e sui cuori di tutti i nostri figli. (Eric)
Sbalordito il Diavolo rimase, quando comprese quanto osceno fosse il bene e vide la virtù nello splendore delle sue forme sinuose… ma è pornografia! (T-Bird)
Castaway, la ragazza Venerdi
Gerald Kingsland, uno scrittore cinquantenne amante della natura ed insofferente alla vita di città, decide di cambiare vita ed andare a vivere su un’isola sperduta in Australia.
Così decide di mettere un annuncio su un giornale, offrendo ad una donna dell’età massima di 25 anni viaggio, vitto e alloggio in una tenda a sue spese.
Tra le risposte ricevute, Gerald sceglie di privilegiare quella di Lucy Irvine, una graziosa ragazza che lavora all’Ufficio delle tasse, anch’essa desiderosa di sfuggire alla monotonia quotidiana e decisa a scrivere un diario su quella che per lei sta diventando un avventura densa di incognite.
Gerald e Lucy così si conoscono, anche in senso biblico e decidono di sposarsi formalmente perchè per poter sbarcare in Australia in ossequio alle leggi del luogo è necessario che i due siano legati da vincolo matrimoniale.
Dopo un tranquillo viaggio, i due nuovi compagni di avventure sbarcano su quello che sembra un piccolo paradiso; liberatisi immediatamente dei vestiti prendono così a vivere la vita di novelli Robinson, anche se aiutati da molti oggetti correnti nella società civile.
Agli inizi tutto sembra idilliaco: Gerald e Lucy ingannano i tempi morti in modo piacevole, ovvero facendo l’amore con solerzia.
Ben presto però, complice anche uno strano cambiamento avvenuto in Lucy, a cui non è estranea la difficoltà di reggere una vita in comune con una persona praticamente sconosciuta fino a pochissimo tempo prima, le cose cambiano in peggio.
Lucy inizia a rifiutarsi sessualmente all’uomo e divide il suo tempo fra la pesca e la scrittura del suo libro/diario mentre Gerald, sconcertato dal voltafaccia della donna sembra incapace di apprezzare appieno quello che è intorno a lui.
La vita in comune si rivela difficile, anche perchè l’isola riserva qualche sgradita sorpresa, come la presenza di sciami di vespe particolarmente aggressive e sopratutto una preoccupante mancanza di cibo.

I novelli Robinson e Venerdi subito dopo lo sbarco
I due infatti per mangiare sono costretti a pescare, fra mille difficoltà.
Litigando sempre più frequentemente, i due arrivano comunque a stabilire un equilibrio precario che però va in pezzi quando un fortissimo uragano spazza via tutto quello che faticosamente i due avevano costruito.
Grazie all’aiuto di Rod, un nativo con il quale Gerald ha stabilito un buon legame di amicizia, i due tornano sulla terra ferma dove si preparano a separarsi.

La sfida per la sopravvivenza parte dalla ricerca del cibo…
Con evidente commozione, ma anche con un senso di sollievo Lucy accetta un pacchetto di sigarette da Gerald e si imbarca sull’aereo che deve riportarla in patria.
Durante il volo di ritorno, stringendo a se il pacchetto di sigarette, Lucy guarda dal finestrino quell’isola che così tanto le ha insegnato e ripensa a quell’uomo tenero e irascibile, buono e sentimentale con cui ha vissuto un anno denso di emozioni….
Castaway la ragazza venerdi è un film di Nicholas Roeg tratto dal romanzo autobiografico di Lucy Irvine, Via dal mondo edito nel 1984 che racconta l’odissea vissuta dalla donna in compagnia di Gerald Kingsland scrittore di 49 anni che, come raccontato in fase di recensione, grazie ad una inserzione sul giornale Time Out nel 1981 contattò proprio Lucy Irvine scegliendola tra oltre 50 candidate.
Roeg, autore di grandi film come Walkabout, l’inizio del cammino (anche questo girato in Australia), di A Venezia…un dicembre rosso shocking e di L’uomo che cadde sulla Terra conferma ancora una volta le sue doti di regista attento e diligente.
La descrizione verte sul difficile rapporto di coppia tra uomo e donna, in questo caso aggravato dal fatto che i due protagonisti sono in pratica dei perfetti estranei con un solo legame evidente, quello sessuale.
Che da solo, ovviamente, non può bastare; e difatti i due, dopo un periodo di vorace scoperta della sessualità, finiscono per isolarsi e vivere due esistenze conflittuali sopratutto per colpa di Lucy che ad un certo punto si nega all’uomo, un pò come accade ad alcune coppie inserite nel normale contesto sociale.
Difficoltà di comunicazione, quindi, anche in quello che ad una lettura superficiale sembra un paradiso in terra.
Ma i paradisi non esistono, o quantomeno finiscono di diventare tali quando l’uomo e la donna trasferiscono al loro interno le problematiche della vita quotidiana; nevrosi e incomunicabilità prendono il sopravvento sul lussureggiare della natura, che poi così accogliente non è.
Come del resto avranno modo di constatare i due “naufraghi” volontari.
Roeg sembra anticipare di un trentennio la triste stagione dei reality dei quali abbiamo un clone anche sulla nostra tv; fatte le debite proporzioni, quello che accade ai due esiliati volontari è quello che accade ai “naufraghi” scelti per il più famoso dei reality italiano in cui alcuni attori o pseudo celebrità, spesso bolliti in cerca di un’ultima chance di notorietà si cimentano con le difficoltà tipiche della gente che vive in continenti come l’Australia, dove si è costretti ad una quotidiana lotta per la sopravvivenza senza tutti gli orpelli della civiltà delle città.
La preziosa e immancabile fotografia di Roeg rende il tutto quasi sognante, anche se ben presto l’isola scelta dalla coppia finisce per rivelare tutti i suoi pericoli, annessi e connessi alla bellezza selvaggia che la contradistingue; una mano enorme viene anche dalla coppia di attori scelti per interpretare il duo Lucy-Gerald, ovvero l’esordiente Amanda Donohoe e Oliver Reed.
La coppia regge tre quarti di film da sola, impegnandosi allo spasimo per rendere credibili i due protagonisti.
La Donohoe, costretta per esigenze di copione a girare seminuda quando non nuda per buona parte del film mostra un’invidiabile presenza scenica e proprietà dei fondamentali della recitazione, mentre Reed è la solita sicurezza.
Sovrappeso, il cinquantenne attore inglese tiene la scena alla perfezione rendendo molto bene il suo personaggio, a metà strada tra l’ingenuo e lo scafato, l’entusiasta e il cinico mentre la Donohoe sembra davvero essere vittima di uno sdoppiamento di personalità, quello che la porterà a scegliere di non condividere più il talamo del compagno di avventure.
Un bel film, che se da un lato è molto aderente al romanzo della Irvine, dall’altro sceglie di equilibrare sia il discorso tra l’incomunicabilità moderna della coppia mediandola con la bellezza suggestiva del contesto nel quale il film è ambientato.
Con il risultato di rendere il film molto gradevole e niente affatto scontato o noioso.

L’isola vista dall’alto da Lucy sull’aereo che la riporta a casa
Castaway, la ragazza Venerdì, un film di Nicolas Roeg. Con Oliver Reed, Amanda Donohoe, Georgina Hale Titolo originale Castaway. Drammatico, durata 117 min. – Gran Bretagna 1987.
Oliver Reed … Gerald Kingsland
Amanda Donohoe … Lucy Irvine
Georgina Hale … Suor Margaret
Frances Barber … Suor Winifred
Tony Rickards … Jason
Todd Rippon … Rod
John Sessions … L’uomo del pub
Virginia Hey … Janice
Sorel Johnson … Lara
Len Peihopa … Ronald
Paul Reynolds … Mike Kingsland
Sean Hamilton … Geoffrey Kingsland
Sarah Harper … Insegnante
Stephen Jenn … Il direttore del magazzino
Regia: Nicolas Roeg
Tratto da un romanzo di Lucy Irvine
Sceneggiatura: Allan Scott
Produzione: Rick McCallum, Selwyn Roberts
Produzione esecutiva: Peter Shaw, Richard Johnson
Musiche: Stanley Myers
Editing: Tony Lawson
Costumi: Nick Ede
Addio zio Tom
Sequestrato e dissequestrato, poi nuovamente sequestrato e processato, assolto e mutilato in molte scene; vituperato dai critici, accusato di razzismo e di apologia della violenza e i suoi autori messi all’indice e banditi in molti paesi.
Una storia tormentatissima, quella di Addio zio Tom, un documentario estremo e brutale che affronta di petto e senza mediazioni un tema assolutamente scottante come il razzismo e la storia dell’immigrazione forzata dei nativi africani in America, lo schiavismo.
Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, la coppia di registi che diresse Addio zio Tom nel 1971, era al quinto lungometraggio; in passato aveva co-diretto La donna nel mondo (1963), Mondo cane 1 e 2 (1962 e 1963) e Africa addio (1966), suscitando scandalo e sopratutto attirandosi le ire di buona parte della critica per il contenuto delle loro opere accusate di essere un inno al razzismo. Così nel 1970 tra varie difficoltà e sostenuti solo dalla produzione il duo gira un documentario inframezzato da una serie di citazioni storiche con inserti in stile film storico che all’uscita fu accolto da una marea di critiche tali da suscitare l’effetto domino di portare in sala un nugolo di spettatori.
Che così si trovarono di fronte ad un’opera assolutamente particolare, piena zeppa di violenza e di situazioni slasher simulate ma così ben fatte da sembrare reali, con in mezzo scene di follia quotidiana come la violenta rivolta dei primi anni sessanta contro l’apartheid e le successive lotte per l’integrazione di Martin Luther King, ma non solo.
C’è il movimento delle Black panther e di Malcom X, l’altra faccia di una violenza che si opponeva a quella dei bianchi con l’arma stessa della specularità, ovvero una violenza altrettanto cieca e brutale.
Addio zio Tom parte proprio in questo modo, con una voce fuori campo impersonale ma allo stesso tempo carica di sarcasmo, che sottolinea come le parole che la voce stessa sta pronunciando non sono affatto il sentire dei registi quanto piuttosto una maniera di vedere condivisa purtroppo da molti americani.
Così la gente di colore, che la voce chiama sprezzantemente “negri”, viene di volta in volta appellata con termini spregiativi: sono brutti, sporchi e cattivi, sono violenti e infidi, scansafatiche e buoni solo alla riproduzione. Questo quando va bene perchè alcuni dei personaggi che funzionano da trait d’union nel film/documentario spesso li paragonano a bestie, ad animali che di umano non hanno nulla e che su di loro esercita una violenza cieca quanto folle.
Uno dei motivi, se vogliamo la pietra dello scandalo principale in Addio zio Tom consiste nel racconto dei primi anni dell’immigrazione forzata sopratutto negli stati del sud degli Usa, incoraggiata se non favorita dai primi 14 presidenti degli Usa che furono proprietari di schiavi, con il racconto crudele delle parole di Andrew Jackson, presidente degli States che chiedeva di punire gli schiavi ribelli con 100 frustate per ogni tentativo di fuga.
Alla luce di questo, il film non fa altro che ripercorrere quella che fu la triste odissea degli schiavi deportati dalla terra di origine e trasportati attraverso l’oceano in condizioni assolutamente disumane.
Le varie sequenze del film mostrano un carico umano trattato alla stessa stregua del bestiame, mostra stupri e crudeli torture inflitte a coloro che non si adeguavano alle dure leggi dello schiavismo.
Assistiamo così alla durissima vita nelle piantagioni di cotone e a tutta la serie di orrori di cui si resero responsabili i primi schiavisti, a cominciare dai latifondisti proprietari dei campi nei quali la gente di colore era costretta a lavorare.
“Sono umani? Ma allora perchè puzzano di bestia?” si chiede un dottore incaricato di studiare la “specie negra”, così come si chiede se “la gente del nord sa che la pelle di queste bestie ha il doppio delle ghiandole sudorifere di un bianco”. E’ solo una delle tante, tantissime sequenze che induce lo spettatore ad un brivido di orrore, perchè lo stesso spettatore non ha mai assistito in prima persona ad un racconto per immagini così brutale e per certi versi agghiacciante.
Quella che la coppia Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi raffigura e racconta è una verità scomoda per gli americani, quasi ignota per gli europei che fecero un uso estremamente limitato di schiavi.
Così le immagini choc che si susseguono passano attraverso castrazioni e stupri, bambini trattati di volta in volta come cuccioli di cane: “non date ossa di pollo ai cuccioli, l’altro giorno ne ho portati due dal veterinario” racconta una bagascia in ghingheri durante un pranzo di gala, testimoniando il livello bieco di mancanza di umanità oltre che di cultura raggiunta dai bianchi dominatori.
Addio zio Tom è sopratutto questo, una galleria di orrori gettata in faccia agli spettatori, senza alcun filtro.
Ad un certo punto del film la condizione della gente di colore viene messa a confronto con quella dei nativi americani, i cosi detti “indiani”; il solito dottore saccente e razzista parla delle differenze tra “negri” e indiani dicendo che “tra di loro c’è la stessa differenza tra un cane ed un coyote; il cane puoi coprirlo di bastonate e sarà li a leccarti i piedi mentre se levi la libertà ad un coyote gli levi l’aria”
Dopo un’ora di proiezione (il film dura 140 minuti), si ha l’impressione di essere stati proiettati in una dimensione terrena delle scene dantesche dell’inferno, e la pietà mista al disgusto permeano lo spettatore.
Alla fine del film si esce dalla sala distrutti e oppressi da un coacervo di sensazioni che vanno dalla umana pietà per la gente di colore al disgusto per quello che uomini come noi, che vivono solo ad un’altra latitudine, hanno saputo produrre.
In fondo tra loro e i nazisti, che raccoglieranno l’eredità dello spregio per la gente di colore, non esiste alcuna differenza se non quella dettata dall’utilizzo di questa povera gente, considerata dai primi “bestiame da lavoro” mentre dai secondi come una razza inferiore da sterminare.
Follie dell’uomo.Addio zio Tom è un ‘operazione, come già detto, che scatenò una tempesta di critiche molte delle quali immotivate; non c’è razzismo in esso, c’è soltanto la rappresentazione esasperata di quella che per i registi è una verità storica, sulla quale non entro perchè poco documentato. Il sarcasmo facilmente intuibile nella voce del narratore spegne in anticipo qualsiasi valutazione di stampo razzistico; Jacopetti e Prosperi provocano con scene ed immagini choc, con un uso ossessivo del nudo del resto giustificato proprio dal trattamento bestiale riservato alla gente di colore.
Il linguaggio a tratti e crudo, così come alcune immagini sono in puro stile slasher: le più forti quelle del massacro della famiglia bianca ad opera dei soliti cattivi negri e l’infanticidio di uno di essi che scaraventa contro il muro una bambina oppure la caccia ai “negri” fuggiti dalle piantagioni con conseguente taglio della testa degli stessi.
Il titolo del film, che riprende quello del romanzo di Harriet Beecher Stowe La capanna dello zio Tom in fondo è la rappresentazione visiva estremizzata di ciò che raccontò la stessa Stowe nel romanzo e che in qualche modo originò la guerra civile americana, sintetizzata dalle parole di Lincoln rivolte alla Stowe quando la incontrò : “Allora questa è la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra”
Un film come non ne vengono più prodotti ormai da anni; discutibile fin quanto si vuole, ma anche scomodo e politicamente scorretto.
Segnalo la colonna sonora di Ortolani che mescola swing e altri generi musicali con sapienza e la splendida fotografia di Claudio Cirillo, Antonio Climati e Benito Frattari.
Addio zio Tom, un film/documentario di Franco Prosperi, Gualtiero Jacopetti. Documentario, durata 92 min. – Italia 1971
Regia Gualtiero Jacopetti, Franco E. Prosperi
Produttore Angelo Rizzoli
Casa di produzione Euro International Films
Fotografia Claudio Cirillo, Antonio Climati, Benito Frattari
Montaggio Gualtiero Jacopetti
Musiche Riz Ortolani

Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti

Jacopetti mostra un trucco scenico
Soundtrack del film
La lobby card italiana che ricorda l’iter processuale del film
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno
Un aereo da turismo che trasporta la giornalista Dale Ardor e Flesh Gordon (attenzione, non Flash ma Flesh ovvero carne) viene investito da raggi provenienti dal pianeta Porno per ordine del malvagio imperatore Wang il pervertito.
I raggi provocano negli esseri umani una crescita esponenziale della libido, con conseguenze facilmente immaginabili. A bordo dell’aereo tutti vengono presi dall’irresistibile volontà di accoppiarsi, inclusi i due piloti che lasciano imprudentemente i comandi.
Solo Flesh mantiene un certo autocontrollo e resosi conto della situazione si lancia con Dale dall’aereo mentre quest’ultimo privo di comando si schianta nel bosco.
Dale e Flesh atterrano vicino l’abitazione dello scienziato Vaffa che nel frattempo ha creato un’astronave in grado di raggiungere il pianeta Porno; cosi i tre a bordo del velivolo dall’inequivocabile forma fallica viaggiano verso il mondo lontano.
Investiti ancora una volta dai raggi libidinosi, i tre inscenano una mini orgia ma riescono a mantenere il controllo del velivolo e atterrano sul pianeta dove però vengono catturati dai soldati di Wang, non prima però di essere sfuggiti ai “penosauri”, mostri somigliantissimi all’organo sessuale maschile.

Il penesauro (penisaurus nell’edizione originale)

La bizzarra astronave di Vaffa
Dopo varie avventure, incluso l’incontro con una gigantesca maitresse cosmica con un occhio bionico, una gamba di metallo e un uncino al posto della mano, i tre amici con l’aiuto di un principe locale gay vestito da Robin Hood riescono a sconfiggere Wang uccidendo anche un gigantesco mostro che parla in siciliano e fuggendo da Porno poco prima che salti tutto per aria.

Candy Samples è Nellie, capo amazzoni
Gustosa parodia delle avventure di Flash Gordon, l’eroe creato dalla matita di Alex Raymond molto prima della seconda guerra mondiale, Flesh Gordon andata e ritorno dal pianeta Porno (Korno nell’edizione italiana censurata) prende in giro il personaggio di Flash e della bella Dale introducendo l’elemento erotico e inserendo nella storia una serie di sconclusionate e parodistiche avventure, oltre a storpiare e cambiare i nomi dei vari protagonisti.
Così il Dottor Zarkov (Zarro nell’edizione italiana) diventa il Dottor Jerkov, ribattezzato con molta fantasia Vaffa in italiano, il pianeta Mongo diventa Porno,l’imperatore Ming diventa Wang ( “Sua paraculaggine” o anche “Sua schifosità) mentre la figlia di Ming, la bella Aura diventa una ninfomane dedita all’autoerotismo più sfrenato.
Il film è costellato di micro gag volgari ma in definitiva spassose nell’ottica di un film parodia che di certo si proponeva il compito di mostrare quanta più epidermide femminile possibile e sopratutto di dissacrare il personaggio di Raymond.
Il risltato finale è un film che si lascia guardare, solleticando gli istinti più biechi dello spettatore, grazie ad una serie di invenzioni creative e visive tutto sommato divertenti, come i penosauri già descritti, il Principe che è gay e che non perde occasione per tastare il sedere di Vaffa o di Flesh e sopratutto il mitico mostro che compare alla fine, dallo spassoso accento siciliano.
Quest’ultimo è ovviamente una caricatura di King Kong; difatti scala la torre del palazzo di Wang con nelle mani la bella Dale, alla quale toglie con una certa delicatezza i vestiti prima di essere centrato nel fondo schiena da un colpo fortunoso di Vaffa con conseguente “minchia, mi hanno colpito allo culo” pronunciato dal mostro con un irresistibile accento siciliano (nell’edizione americana c’è un eloquente “Oh God, my ass, my ass”)
I registi Michael Benvenistee Howard Ziehm creano quindi un film parodia che può definirsi riuscito, pur rientrando nel filone trash; va detto che le riprese sono molto curate, grazie anche all’utilizzo dell’animazione fatta con la creta in passo uno, ovvero fotogramma per fotogramma che conferisce alla pellicola una bizzarra e buffa animazione.
Divertente anche l’inserimento di piccoli cartelli con scritto “intervallo” e di scene a fermo immagine con disegni erotici di Flesh.
Il resto del film si fa guardare con un certo piacere, anche se ovviamente siamo ad un livello in cui l’elemento trah è assolutamente preponderante; ma alcune situazioni, alcuni dialoghi, gli appellativi con cui i soldati si rivolgono a Wang sono davvero spassosi.
Il film ebbe diversi problemi con la censura, in Italia, anche perchè uscito nel 1974 ovvero nell’anno di massimo impegno della censura; fosse arrivato tre anni più tardi avremmo avuto modo di vedere la versione non censurata che in pratica inserisce qualche dialogo più “pesante” (è il caso del computer di bordo che scrive dapprima “cazzi amari” e poi “cazzi amarissimi” quando l’astronave fallica viene colpita) e sopratutto qualche scena erotica come quella in cui Dale è obbligata ad avere un rapporto saffico con una gigantesca donna di colore.
Una scena merita di essere ricordata per il suo sapore goliardico e di scherno, ovvero quella in cui Wang fa precipitare i tre amici nelle condotte fognarie della città; i tre, senza perdersi d’animo, nuotano nelle tubature uscendo alla fine da una porta sulla quale campeggia un eloquente WC.
Un film a tratti divertente, molto trash ma di quel trash che strappa volenti o nolenti un sorriso.
In fondo i 90 minuti del film passano piacevolmente, tra frizzi, lazzi, parolacce e donnine discinte: per una serata all’insegna del totale disimpegno siamo di fronte ad una scelta ideale.
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta porno, un film di Michael Benveniste, Howard Ziehm– Con Jason Williams, Suzanne Fields, Joseph Hudgins, Candy Samples -Erotico, durata 90 minuti Usa 1974
Jason Williams: Flesh Gordon
Suzanne Fields: Dale Ardor
Joseph Hudgins: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
William Dennis Hunt: Imperatore Wang il pervertito
Candy Samples: Nellie, capo amazzoni
Mycle Brandy: Amora
John Hoyt: Prof. Gordon
Lance Larsen: Prince Precious (Principe Pirla)
Craig T. Nelson: Il mostro (voce)
Robert V. Greene:Voce narrante
Regia Michael Benveniste, Howard Ziehm
Soggetto Michael Benveniste
Sceneggiatura Michael Benveniste
Produttore Bill Osco, Howard Ziehm
Fotografia Howard Ziehm
Montaggio Abbas Amin
Effetti speciali Walter R. Cichy, Tom Scherman, Howard Ziehm
Musiche Ralph Ferraro
Scenografia Donald Lee Harris
Costumi Ruth Glunt
Trucco Bjo Trimble, Marcina Motter
Cesare Barbetti: Flesh Gordon
Micaela Esdra: Dale Ardor
Luciano De Ambrosis: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
Renato Mori: Imperatore Wang il pervertito
Fiorella Betti: Nellie, capo amazzoni
Flaminia Jandolo: Amora
Giorgio Piazza: Prof. Gordon
Gianni Marzocchi: Prince Precious (Principe Pirla)
Sergio Fiorentini: Il mostro (voce)
Romano Ghini: Voce narrante

I “raggi Sex”, provenienti dal Pianeta Korno (sic!) hanno l’effetto d’indurre l’umanità intera in uno stato di “trombomania” irrefrenabile. Chi a destra, chi a sinistra, si scopa tutti come dei matti. Tocca al prode Flesh (ovvero Carne), metterci una pezza e per far ciò parte in compagnia del prof. Jerkoff (cioè a dire Eiacula) e della procace fidanzata Dale Ardor (ossia Bollore). Il mezzo, di forma fallica con annessi razzi-testicolari (retroattivi, eh?!), approda all’insolita sorgente, e… Spazio è tiranno, mi fermo qua: peccato. Una cretinata esilarante, realizzata in miseria, ma efficace.
Incredibile come siano cambiati i tempi: all’epoca della sua uscita i distributori dovettere cambiare (nel titolo) il nome del pianeta da “Porno” a “Korno” per motivi di censura. Il film è una parodia dei fumetti di Flash Gordon: ha momenti piuttosto divertenti e parecchie belle donne al naturale. Non è certo un capolavoro e neanche ci si avvicina, ma può risultare gradevole per passare un’ora e mezza di svago totale. Discreti gli effetti speciali a passo uno. Pare (ma non è certo) che in origine ne esistesse una versione hard.
Quando lo vidi all’epoca mi sbellicai dalle risate! Da ragazzino non sapevo che esistessero i film erotico-parodistici e questa pellicola (insieme a SuperVixens di Russ Meyer, che vidi più o meno in quello stesso periodo) fu per me una piacevolissima sorpresa. Particolarmente demenziale il doppiaggio italiano, che fa riferimenti a Pier Paolo Pasolini e simili. Peccato che oggi non si riesca a trovarne una copia italiana decente (e meno che mai in dvd). Davvero deludente il “sequel”, girato molti anni dopo…

E non liberarci dal male
Prima di inoltrarmi nella descrizione del plot di questo film e nella recensione dello stesso, ho l’obbligo di precisare che le due attrici protagoniste del film, uscito nelle sale nel 1971 ma girato nel 1970, all’epoca delle riprese erano entrambe maggiorenni, avendo sia Jeanne Goupil che Catherine Wagener superato abbondantemente la maggiore età.
Difatti la Goupil è nata a Soisy-sous- Montmorency il 4 aprile del 1950, mentre Catherine Wagener (scomparsa il 2 maggio di quest’anno) era nata il 1 gennaio del 1950; questa precisazione è importante perchè come i lettori più affezionati del mio blog sanno, non pubblico mai foto di minorenni in pose equivoche.
E non liberarci dal male è un film del 1971, oggetto di scandalo e di pesanti censure in diversi paesi, a causa delle sue tematiche abbastanza forti e sopratutto perchè le due attrici, dall’aspetto così adolescenziale, vennero scambiate agli inizi per due minorenni con conseguente messa la bando della pellicola stessa.
Per la verità i motivi della censura stessa riguardano un pò tutta l’architettura della pellicola, partendo da alcune sequenze disturbanti sopratutto per coloro che professano la fede cattolica per arrivare alle sequenze finali, passando per uccisioni di piccoli animali, riti blasfemi, seduzione di adulti ecc.
E’ quello che fanno due ragazzine di buona famiglia, Anne e Lora, che nell’età della pubertà (stanno per fare la comunione) decidono di votarsi a Satana e al male, iniziando così una vicenda personale che le porterà a incrociare indissolubilmente i propri destini fino al tragico finale.
Le due ragazze, che frequentano un istituto religioso, iniziano la loro carriera di discepole del male denunciando una suorina che hanno visto attraverso il buco di una serratura in atteggiamenti affettuosi con un’altra suora per proseguire poi la loro irresistibile cavalcata sulle strade del male seducendo ( e negandosi) ad un pastore a cui bruceranno poi tutto il raccolto di fieno, uccidendo degli inermi canarini e infine praticando una vera e propria messa nera con delle ostie consacrate rubate in chiesa.
In un crescendo diabolico, le due ragazzine seducono un uomo per poi respingerlo nel momento del “fattaccio”, con la conseguenza che l’uomo tenta di violentare Lora, venendo però ucciso da Anne.
Le due diaboliche amiche gettano il corpo dell’uomo in un lago e proseguono sulla strada che hanno intrapreso, organizzando per il ritorno a scuola un ultimo, drammatico colpo di teatro….
Come già detto E non liberarci dal male ebbe traversie giudiziarie in vari paesi e i motivi sono facilmente comprensibili mentre scorrono le immagini sullo schermo: le nefandezze delle due giovanissime protagoniste generano da subito un’atmosfera malsana, malata, che si respira per tutto il film.
Osserviamo infatti le adolescenti spiare e accusare una povera suora di lesbismo, le vediamo provocare gli adulti con la loro sessualità in erba, le seguiamo mentre sconsacrano i simboli cardine della religione cattolica, mentre profanano ostie e tentano opera di seduzione nei confronti di preti, mentre uccidono piccoli uccelli per arrivare al culmine della loro breve ma “intensa” carriera di discepole del male, ovvero l’assassinio di un uomo colpevole di essersi fatto irretire dalle loro grazie acerbe generosamente offerte e poi negate.
Il film, immerso in questa opprimente atmosfera, narra quindi un viaggio letteralmente verso l’inferno delle due ragazze, mentre attorno la vita sembra scorrere con monotonia ma anche con tranquillità: è questo uno dei grandi contrasti della pellicola, che vive proprio sulla iniziazione al male di Anne e Lora che scelgono di votarsi a Satana forse per noia o forse perchè il fascino del male stesso, in quella età in cui non si hanno ancora ben chiari i confini della morale, può irretire e ammaliare molto più del bene.
Vediamo le due ragazzine esercitare un fascino irresistibile sugli uomini, che pure dovrebbero guardare con orrore alle offerte sessuali delle ragazzine, li osserviamo mentre perdono la testa di fronte alla sessualità esposta senza pudore dalle due, che giocando con il fuoco rischieranno davvero di bruciarsi, come nel caso dell’uomo che tenta la violenza su Lora e che verrà ucciso, segnando così il punto di non ritorno della carriera diabolica delle due amiche.
Il finale tragico e inconsueto suggella il patto di sangue delle due amiche, ormai votate all’auto distruzione, che però avrà anche come conseguenza la fine dell’incubo in cui la piccola comunità scolastica e anche quella dei cittadini è venuta improvvisamente a trovarsi.
Joel Seria, che in seguito avrebbe diretto quel piccolo gioiello che è Folli e liberi amplessi-Les galettes de Pont-Aven (1975), dirige con mano sicura l’esordiente Jeanne Goupil e Catherine Wagener ottenendo da loro il meglio; questo film resterà per entrambe il punto massimo della loro carriera, anche se va detto che la Goupil avrà una lunga e onorata carriera in tv.
L’atmosfera opprimente del film si sposa ad una sceneggiatura equilibrata, opera dello stesso regista, che utilizza per il film un cast di illustri sconosciuti.
Buone sia l’ambientazione sia la fotografia, per un film che risulta ancora oggi godibile per la sua carica trasgressiva e per la tematica che non ha mai perso, purtroppo, originalità.
E non liberarci dal male,un film di Joël Séria. Con Jeanne Goupil, Catherine Wagener, Gérard Darrieu Titolo originale Mais ne nous delivrez pas du mal. Drammatico, durata 100 min. – Francia 1971
Jeanne Goupil … Anne
Catherine Wagener … Lore
Bernard Dhéran … L’automobilista
Gérard Darrieu … Émile
Marc Dudicourt … Il cappellano
Michel Robin … Léon
Véronique Silver … La contessa
Jean-Pierre Helbert … Il Conte
Nicole Mérouze … La signora Fournier
Henri Poirier … Fournier
Serge Frédéric … Il parroco
René Berthier … Gustave
Frédéric … Il fattore
Jean-Daniel Ehrmann …Il commissario
Regia: Joël Séria
Sceneggiatura: Joël Séria
Prodotto da:Bernard Legargeant …. produttore
Ken Legargeant …. produttore esecutivo
Romaine Legargeant …. produttore esecutivo
Joël Séria …. coproduttore
Musiche originali di Claude Germain e Dominique Ney
Fotografia di Marcel Combes
Montaggio di Philippe Gosselet
Costumi di Simone Vassort
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Un inno alla bravura delle due protagoniste, senza le quali l’aria morbosa e sgradevole che si respira durante il film sarebbe andata certamente perduta. A dare un altro tocco inquietante alla pellicola la musica; da citare la scena notturna in barca e la discesa verso l’abisso delle due diaboliche protagoniste.
Dai lugubri titoli di testa si intuisce già che questo film sarà un’esperienza spiacevole, il classico film dal fascino malato. L’atmosfera è morbosa, opprimente, senza compromessi; i temi trattati sono e sarebbero tuttora scabrosi, tra un veemente anti-cristianesimo, deviazioni sessuali di vario genere e cattiverie assortite. Non è un caso che le due giovanissime protagoniste (perfette nel ruolo) leggano come una bibbia il “Maldoror” di Lautrémont durante il film. Coraggioso, ben realizzato, lento ma inesorabile. Bellissimo. Da vedere.
Altro che Amore 14. Le protagoniste di Deliver us a stento li raggiungono i quattordici… eppure fumano, rubano, inneggiano a satana, provocano. Torturano, minacciano, spiano suore baciarsi, delano. Sputano ostie, appiccano incendi, sconsacrano vesta, avvelenano uccelli, si denudano. Si fanno rincorrere, si sottraggono, subiscono violenza, sbadigliano in chiesa, fanno eccitare preti, leggono poeti maledetti, irridono contadini. Uccidono. Altro che Amore 14. Questo film provoca irrita critica eccede sbaglia e bestemmia. Cose impensabili nell’era della messa in latino e delle fiction sacrali.
Pellicola considerata blasfema e quindi censurata e bandita in alcuni stati, mostra inoltre alcune uccisioni di piccoli volatili (spero siano finte!), contribuendo a renderla difficile. Due giovani ed agiate studentesse di un collegio cattolico praticano segretamente un culto oscuro e compiono una serie di nefandezze per compiacere il proprio signore. Il livello criminale di tali azioni, inizialmente puerile, si alza pericolosamente, fino a giungere ad un punto di non ritorno che ha il suo epilogo nell’allucinante finale.
Essere adolescenti non è mai semplice. Difficile tenere a bada la frenesia, l’ebrezza del proibito scoperto (e violato) poco a poco, la voglia di ribellarsi e capire il valore delle proprie azioni. Talvolta lo scotto da pagare è alto e riporta alla realtà due ragazzine che vogliono giocare a fare le grandi; ma solo per un attimo: c’è ancora tempo per l’ultimo affronto ai benpensanti. Tosto per l’epoca, visto oggi è quasi una versione edulcorata di una realtà giovane spesso ben più maligna. Ma questa, è un’altra storia. Non male, le ninfette.
Cattivi pensieri
Un banale contrattempo costringe l’avvocato milanese Mario Marani a rientrare a casa; sull’aeroporto nel quale attende il suo volo si è addensata una fittissima nebbia e come conseguenza il volo sul quale Mario doveva imbarcarsi viene cancellato.
Rientrato in casa, trova sua moglie, la bellissima Francesca, che dorme il sonno del giusto.
Mario si dirige verso uno stanzino e al suo interno ha la disgrazia di vedere un paio di piedi nudi.
Convinto che nel piccolo ripostiglio si nasconda l’amante di sua moglie, Mario porta con se Francesca in un lungo giro di lavoro durante il quale spera di scoprire chi sia in realtà la figura da lui vista nello stanzino.
I vari indiziati sono, di volta in volta, le persone della cerchia frequentate dalla coppia, ma la verità è che nello stanzino era rimasto chiuso il figlio del portinaio che si era nascosto nella casa per ammirare i fucili da caccia di Mario.
Quest’ultimo ha un’amante, ma nonostante tutto rimarrà con il dubbio che anche Francesca gli restituisca la pariglia.
Ugo Tognazzi è stato indiscutibilmente un grande attore; molto differente invece il discorso sulla sua capacità di mettersi dietro la macchina da presa.
E Cattivi pensieri, il penultimo film da lui diretto prima della eccellente prova offerta con I viaggiatori della notte, mostra proprio queste sue vistose lacune, ovvero mancanza di ritmo e mancanza del guizzo che distingue il purosangue dal cavallo normale.
Siamo nel 1976, Ugo Tognazzi è ormai considerato uno dei quattro grandi del cinema italiano ed è contemporaneamente impegnato nella direzione di questo film come regista mentre come attore compare in Al piacere di rivederla, in Telefoni bianchi, in Signore e signori, buonanotte e infine come attore anche in Cattivi pensieri.
La storia è abbastanza banale, una storia di corna come tante altre ne abbiamo visto sullo schermo; l’unica variazione di rilievo al clichè classico del marito geloso che alla fine sembra ossessionato dal fatto di essere becco (mentre a lui è concesso avere un’amante, come da italico copione) è l’introduzione di sequenze abbastanza osè anche per un’attrice come la Fenech, generalmente ben disposta nel mostrare abbondantemente il suo magnifico corpo.
Ma a Tognazzi non riesce nessuna delle intenzioni iniziali; il film non solo si dimostra lentissimo e banale, ma alla fine riesce nella difficile impresa di trasformarsi in un letale sonnifero e contemporaneamente in una palude melmosa dalla quale si riemerge con l’impressione di aver sprecato davvero male il proprio tempo.
Imbarazzante anche la recitazione dei protagonisti, quasi fossero consapevoli di partecipare ad un film di bassa lega.
Il che se vogliamo è il naturale sbocco di cento e passa minuti di tedio assoluto, infarcito di inutili volgarità e sopratutto con la spocchiosa pretesa di girare un film con non nascoste velleità di satira di costume.
La realtà è diversa in maniera desolante.
La storia è un deja vu continuo; lo stereotipo dell’italiano infedele ma intransigente quando si tratta di corna personali e sopratutto dialoghi rozzi e tagliati con l’accetta sono un calcestruzzo impossibile da digerire.
Un peccato per Tognazzi, che qualche cosa di buono (come regista, of course) riuscì a mostrarla nel film successivo, quel già citato I viaggiatori della sera che rimane opera di gran valore ampiamente sottovalutata.
Il che, alla luce dell’opacissima prestazione fornita con Cattivi pensieri, rimane dilemma amletico da sciogliere, ovvero: Tognazzi avrebbe potuto fare di meglio perchè aveva finalmente imparato a stare dietro la MDP oppure il tutto fu casuale, un po come il concerto perfetto che riesce una volta sola?
Poichè l’Ugo nazionale non girò più nulla, questo è davvero un dilemma insolubile.
Va detto che se il film è davvero poca, pochissima roba, lo si può ricordare per alcune chicche rappresentate dal curioso cast; la presenza per esempio della cosidetta signora della tv Mara Venier, della top model Veruschka, del bravo e sfortunato giornalista sportivo Beppe Viola (che aveva lavorato già con Tognazzi in Romanzo popolare) e dal nudo di Luc Merenda (bissato poi in Action di Tinto Brass) oltre che dalle eleganti presenze di Massimo Serato e Orazio Orlando.
Cattivi pensieri,un film di Ugo Tognazzi. Con Ugo Tognazzi, Massimo Serato, Luc Merenda, Orazio Orlando,Edwige Fenech, Veruschka, Mario Bernardi, Piero Mazzarella, Paolo Bonacelli, Mara Venier, Mircha Carven, Yanti Somer, Pietro Brambilla, Angelo Pellegrino
Commedia, durata 105 min. – Italia 1976
Ugo Tognazzi: Mario Marani
Edwige Fenech: Francesca Marani
Paolo Bonacelli: Antonio Marani
Piero Mazzarella: Concierge
Yanti Somer: Paola
Mara Venier: signora Bocconi
Laura Bonaparte: signora Retrosi
Mircha Carven: Lorenzo Macchi
Pietro Brambilla: Duccio
Veruschka: amante di Mario
Orazio Orlando: Avvocato Borderò, socio di Mario
Massimo Serato: Carlo Bocconi
Luc Merenda: Jean-Luc Retrosi
Guido Nicheli: ospite
Beppe Viola: commissario di polizia
Angelo Pellegrino: assistente di Confindustria
Riccardo Tognazzi: Gino
Regia Ugo Tognazzi
Soggetto Ugo Tognazzi, Antonio Leonviola
Sceneggiatura Ugo Tognazzi, Antonio Leonviola, Enzo Jannacci, Beppe Viola
Produttore Edmondo Amati
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Nino Baragli
Musiche Armando Trovajoli
Profumo di donna
A Giovanni Bertazzi, una giovane recluta in permesso premio viene affidato un compito all’apparenza molto semplice: fare da attendente al capitano in pensione Fausto Consolo che è rimasto privo della vista e di un arto in seguito ad una esplosione.
Il compito di Giovanni è anche quello di accompagnare il Capitano a Napoli, dove dovrà incontrare il suo vecchio amico Vincenzo privo anch’esso della vista.
Partiti in treno da Torino, i due fanno tappa a Genova, ove il Capitano affida al giovane il compito di procurargli una prostituta, cosa che Giovanni fa con riluttanza mentre nella fermata successiva nella capitale, la scena è tutta riservata all’incontro tra Fausto e un suo cugino prete dal quale scaturirà un dialogo crudele in cui tutta l’amarezza del capitano sulla sua triste condizione fisica si scontrerà con la logica un pò farisea di Don Carlo.
A Napoli i due finalmente incontrano Vincenzo e qui trovano la bellissima Sara che ha conosciuto da piccola il Capitano e che da allora è invaghita di lui. La donna tenta di corteggiare Fausto, ma quest’ultimo è arrivato nella città partenopea con un solo scopo, quello di suicidarsi con l’amico Vincenzo. Il progetto dei due fallirà per imperizia e per un sussulto di autoconservazione; se prima Fausto aveva respinto fermamente la corte della ragazza, nelle ultime drammatiche sequenze, quando capisce di non poter vivere da solo, chiama a se disperatamente la donna. Giovanni può tornare a casa, sicuramente arricchito dall’esperienza di aver conosciuto quell’uomo che così tanto gli ha insegnato.
Questa in estrema sintesi la trama di Profumo di donna, film diretto dal grande Dino Risi nel 1974, che sceneggiò con Ruggero Maccari una riduzione cinematografica del romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.
Un film davvero molto bello, sia come ambientazione sia come storia tout court, che si dipana attorno al confronto generazionale tra Fausto e Giovanni, un rapporto che diverrà nei pochi giorni in cui i due viaggeranno assieme, quasi una sorta di apologo tra due ruoli opposti ma che alla fine potranno arrivare a toccarsi, un rapporto padre/figlio che tali non sono geneticamente ma che trova alcun punti di contatto che avvicinano i due personaggi principali.
In mezzo le lezioni di vita del capitano, reso cinico dalla sofferenza e dalla perdita della vista, che serviranno all’ingenuo Giovanni per capire che la vita offre tante sfaccettature quante lui non riesca ad immaginare per mancanza di esperienza e per l’inevitabile immaturità.
Giovanni imparerà alcuni dettagli che potranno servirgli nella vita, come distinguere una donna e il suo lavoro solamente attraverso l’olfatto oppure cosa più importante a non fidarsi mai delle apparenze.

La regina del circo, Moira Orfei, interpreta la parte della prostituta chiesta dal Capitano e cercata da Giovanni
Perchè dietro la mancanza della vista e il cinismo che Fausto mostra al suo giovane attendente c’è il dramma di un uomo che non è solo un semplice non vedente, ma un uomo profondamente solo che vede però molto meglio di tanti suoi simili normo dotati.
Lo dimostra quando riesce ad aprire gli occhi a Giovanni sull’infedeltà della sua fidanzatina, quando riesce a mettere in un angolo Don Carlo e i discorsi abbastanza banali e retorici che quest’ ultimo fa giustificando con la fede l’esistenza del male; un discorso puamente teorico che il sacerdote fa non avendo sperimentato sulla sua pelle il male e il dolore fisico.
Anche Vincenzo, che pure è un non vedente come Fausto, in realtà non possiede le caratteritiche del Capitano, la sua profonda perspicacia, quel cinismo latente e dolente che porta il capitano a vedere oltre l’apparenza e che in pratica lo costringe a isolarsi da tutti, come mostrerà nel corso del suo tormentato rapporto con Sara, che vorrebbe amare e che proprio per questo respinge.

Hai sentito? Odore di femmina!

La risata beffarda di Fausto all’offerta da parte di Sara del suo amore

Sara fugge in lacrime, rifiutata dal Capitano
Sara, che ama profondamente il Capitano, riuscirà a far breccia nel cuore di Fausto proprio nel momento in cui lo stesso mostra tutta la fragilità che si nasconde dietro la sua teoria; il fallito suicidio mostra a Fausto quanta importanza possa avere ancora per lui un ostegno morale ancorchè fisico, sopratutto se questo gli viene donato dall’unica persona che in fondo lo ama davvero.
Perchè Vincenzo è solo un amico peraltro non particolarmente acuto come lui e Giovanni è solo un personaggio che transita per qualche istante nella sua vita; cos’altro resta al Capitano a cui aggraparsi, quale speranza può nutrire ancora se non quella di prendere quell’amore disinteressato che Sara gli mostra?
Se Profumo di donna ha delle lacune, queste vengono letteralmente oscurate dalla gigantesca prova d’attore di Vittorio Gassman, che da corpo ad una delle più belle e intense rapresentazioni di un personaggio nella storia del cinema. Talmente convincente da sembrare quasi una proiezione di un alter ego nascosto, una rappresentazione visiva del proprio intimo che probabilmente non era tanto lontano da quello del Capitano Fausto.
Gassman recita a tutto tondo, assecondato dal compianto, bravissimo Alessandro Momo che di li a poco sarebbe scomparso tragicamente (Roma, 20 novembre del 1974) in seguito ad un incidente motociclistico che procurò dei guai all’attrice Eleonora Giorgi, proprietaria del mezzo con cui Momo ebbe l’incidente fatale. L’attore infatti non aveva ancora compiuto 18 anni essendo nato a Roma il 25 novembre del 1956.
Un destino tragico, quello di Momo, morire 5 giorni prima del suo compleanno proprio mentre si stava affermando come una giovane star in seguito ai successi travolgenti dei due film da lui interpretati sotto la regia di Salvatore Samperi, Malizia e Peccato veniale.
Anche Agostina Belli mostra tutto il suo talento nell’interpretazione della giovane Sara: curiosamente in alcune recensioni la Belli viene ridimensionata, mentre in realtà riesce a caratterizzare benissimo il personaggio della dolce Sara, ancora di salvezza e unico futuro possibile per il maturo Capitano.
Il film di Risi è armonico e ben calibrato e diventerà uno dei punti fermi della cinematografia italiana degli anni settanta.
A pensarla nello stesso modo infatti furono i giurati del premi David di Donatello, che premiarono Risi per la miglior regia dell’anno e Gassman per la migliore interpretazione; l’attore genovese bissò il risultato l’anno dopo a Cannes dove venne nuovamente insignito del premio per la migliore interpretazione maschile. Nel 1976 il film ottenne anche il Cesar come miglior film.

L’ultimo dialogo tra due amici
Profumo di donna,un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Moira Orfei, Alessandro Momo, Franco Ricci,Lorenzo Piani, Vernon Dobtcheff, Carla Mancini, Alvaro Vitali, Elena Veronese, Sergio Di Pinto, Stefania Spugnini, Torindo Bernardi, Al Pacino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.
Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo
Regia Dino Risi
Soggetto Giovanni Arpino
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Dino Risi
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Benito Persico
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Ottima regìa. Gassman immenso pur quando gigioneggia, il povero Momo bravino, la Belli (non credibile come napoletana) di una bellezza e di una freschezza tanto note quanto notevoli. Ci sono pure Alvaro Vitali e Di Pinto. Vernon Dobtcheff, non accreditato, è un ottimo Don Carlo. L’unica cosa che stona è il finale, diverso rispetto al libro, che in molti passi è seguito parola per parola. Commedia drammatica che sfocia nel lacrimoso, ma di alto livello. Ruffianamente bella la musica di Trovajoli.
Bel film di Dino Risi, decisamente superiore al remake americano, che tuttavia si avvale della presenza di Pacino. Il film, la cui buona sceneggiatura è tratta da un romanzo di Arpino, è dominato dalla figura del protagonista, interpretato da un Gassman che giganteggia sul resto del cast, dando vita a una figura che è nel contempo esplosiva, ma anche cinica e tragica, per un film dal retrogusto amaro.
Successone, e vetrina per un formidabile (e incontenibile) Gassman, che si mangia a merenda tutto il cast (però Momo è perfetto per la parte, poverino). Amaro, poco consolatorio, non un Risi capitale, ma comunque eccellente e superiore – nonostante la superlativa prova di Pacino – al pur valido remake. La Belli ha recentemente confessato pessimi ricordi del clima sul set, che a suo dire la videro spesso presa nel mezzo fra i due Grandi Cinici.
Timido militare di leva deve accompagnare in viaggio un ufficiale cieco. Un film bellissimo sulla storia potente di un vecchio allupato, esuberante e loquace, che umilia un ragazzo spalancandogli però le porte a un mondo diverso e conturbante. I toni da commedia all’italiana, che accompagnano tutto il lavoro riservando molte occasioni di riso o sorriso, sottolineano questo divario, ma soprattutto l’amaro baratro della solitudine in cui sta il protagonista (un grandissimo Gassman), rivelandoci la sua intima fragilità dietro la corazza di macho.
Grossa delusione. La partenza è in grande stile, all’insegna dell’istrionismo di un grandissimo Gassman, che nasconde la propria debolezza dietro una scorza di cinismo ed arroganza; poi, pian piano, tutto precipita verso un finale melenso e stucchevole, complice l’insopportabile personaggio della Belli, folle di un assurdo amore dettato da libidinosa pietà. C’è pure Alvaro Vitali, orribilmente (e imperdonabilmente) doppiato. Molto meglio il più vigoroso remake a stelle e strisce.
Discreto film di Risi dominato dalla grandissima prova di Gassman, l’assoluto protagonista di una bella storia che, grazie alla sua comicità spesso nera ed abbastanza cattiva (e nonostante qualche cedimento ad un po’ di patetismo), coinvolge e diverte non poco lo spettatore. Decisamente superiore allo scialbo rifacimento di Brest.
Commedia amara diretta da Dino Risi e ottimamente interpretata da Vittorio Gassman; non riuscita al 100%, comunque molto interessante e ben più valida del remake americano (interpretato da Al Pacino). Anche Alessandro Momo è ben addentro alla parte e Agostina Belli, sempre bellissima, se la cava, anche se improponibile come napoletana. Un buon esempio di drammatico che sfiora il melenso, ma che sa rimanere su buoni livelli. Da vedere.
Fino all’arrivo a Napoli un mezzo capolavoro, imperniato sia sul vivace road-movie intrapreso dall’austero comandante che tiene sotto schiaffo il timido cadetto sia, soprattutto, sulla figura di Gassman, che con una prova sontuosa si rilancia in grande stile dopo qualche anno di stanca. La tappa partenopea rallenta tutto il film, che si sposta troppo sul sentimentale, focalizzandosi sull’infelice personaggio incarnato dall’insipida Belli. Momo invece è molto credibile. Eccedono nel melò le belle note di Trovajoli. Diverso, ma non migliore del suo remake.
Sarebbe stato da 3 pallini, ma rovina tutto l’entrata in scena di Agostina Belli qui in una delle sue parti peggiori (non che reciti male.. ma il personaggio è veramente una lagna fuoriposto). Ottimi Momo e Gassman (uno dei nostri migliori attori di sempre), da dimenticare la Belli. Passabile nonostante le musiche tristi e la parentesi sentimentale.
Bellissimo film in cui il protagonista emerge con il suo cinismo che cela la disperazione per una realtà non accettata; Momo fa da contraltare come Trintignant nel Sorpasso (ma è ancor più giovane ed inesperto). Dolce la Belli, anche se non si comprende fino in fondo perché si innamori di una canaglia simile. Da ricordare il cameo di Moira Orfei. Il remake è proprio un altro film.
Un Gassman memorabile tratteggia ed interpreta un altezzoso ufficiale dell’Esercito non vedente a causa di un incidente sul campo. Dopo una valida prima parte, incentrata su un lungo viaggio in treno, la narrazione approda a Napoli, dove tra feste e riflessioni si rischia il tragico epilogo. Una splendida Belli ed un promettente ma sfortunato Momo, accompagnano il Mattatore in questa digressione sulla vita e sulla morte.
Sopra ogni cosa un film dei ricordi. Come si facciano film così carichi di sentimenti, è difficile da sapere, a noi comuni mortali il compito di saperli leggere. Il Gassman di questo film è inarrivabile: recitazione, contemplazione del proprio ego, sublimazione dei movimenti. Nei paraggi il resto del cast, ammira. Tutto funziona a meraviglia grande Risi. La Napoli piena di sole e incorniciata va bene così.
Melanconico a partire dal tema musicale che apre e chiude, ma con quella risata cinica che tra Risi e Gassman trova la sua naturale collocazione. Si perde talora in eccessi ma la sua bellezza sta di gran lunga nell’interpretazione del mattatore, qualcosa che spazza via il resto del cast: beffardo, drammatico, istrionico, cinico (appunto), fornisce una fotografia più che umana dell’uomo (non dimenticandosi di farlo notare tra i dialoghi finali). Da vedere.
Gassmann in una forma a dir poco strepitosa. Location tutte azzeccate. Paragonata all’interpretazione di Al Pacino che con questo film ha vinto l’Oscar, Gassman lo meriterebbe a maggior ragione postumo. Agostina Belli in questo film appare bella e affascinante come non mai.
Dino Risi è un grandissimo regista. L’ho scritto spesso e convintamente lo ribadisco oggi parlando di questo film, girato più di vent’anni fa. Era una storia bellissima, estratta da un romanzo di quel genio dimenticato che era Giovanni Arpino. Il libro si chiamava Il buio e il miele ed è una storia di un militare diventato cieco, della sua disperata vivacità, della poesia tragica della voglia di vivere, comunque, a ogni costo. Vittorio Gassman è il protagonista, in linea con i grandi personaggi con i quali aveva, negli anni precedenti, attraversato la miglior commedia italiana. » (Gian Luigi Rondi)
È una fortuna essere ciechi perché i ciechi non vedono le cose come sono ma come immaginano che siano. (Fausto)
Sai cos’è l’amico? Un uomo che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene. (Fausto)
Hai sentito? Odore di femmina! (Fausto)
Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato. (Fausto )
È una fortuna essere ciechi: perché i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano.(Fausto)



















































































































































































































































