L’arma,l’ora,il movente
Il piccolo Ferruccio, orfano di genitori e “adottato” da un convento femminile, assiste non visto all’omicidio di un prete, Don Giorgio.
Il prelato, un insegnante di musica presso il convento, aveva una vita privata assolutamente non consona ai voti presi: era stato infatti l’amante di Orchidea (protettrice del piccolo Ferruccio) e in seguito di Giulia, subito dopo aver troncato la sua relazione con Orchidea.
Le indagini vengono affidate al commissario Boito, che indagando, scopre i legami proibiti tra il parroco e le due donne ma sospetta del sagrestano di don Giorgio, che aveva avuto dei trascorsi in galera.
Caduta la pista, il commissario indirizza i suoi sospetti sul marito di Orchidea, ma nel frattempo a morire sotto le mani del misterioso assassino è Giulia, uccisa in pieno giorno nel parco del convento.
Il marito di Orchidea muore apparentemente suicida, il che per Boito equivale ad una sorta di confessione; così il commissario decide di chiudere il caso.
Avendo intrecciato una relazione sentimentale proprio con Orchidea, si appresta a sposarla, ma durante la cerimonia religiosa accade che….
L’arma, l’ora, il movente è un thriller convenzionale girato da Francesco Mazzei nel 1972, su sceneggiatura dello stesso regista e di Mario Bianchi e Vinicio Marinucci: uno dei tantissimi thriller della produzione iniziale dei primi anni settanta, i più fortunati per questo genere, lanciato da registi come Fulci e Bava ma sopratutto nati sull’onda dello straordinario successo di L’uccello dalle piume di cristallo, primo thriller di Dario Argento.
Un film demolito dalla critica e da buona parte degli spettatori, che pure così malvagio non è.
Se la trama non è certamente nuova e il finale non riserva particolari sorprese perchè lo spettatore più attento ha già identificato il colpevole, L’arma,l’ora il movente si guarda comunque con interesse, perchè il film ha un minimo di suspence e sopratutto perchè Mazzei fa onestamente il suo mestiere.
Il cast recita decentemente e sorprende trovare Renzo Montagnani in una parte “seria”, così lontana da quelle che saranno il suo trademark, ovvero il comico sornione protagonista di tante commedie sexy o del filone della commedia all’italiana.
La simpatia naturale che il compianto Renzo ispira fa dimenticare alcune lacune dell’attore, che anche quando recita seriamente non rinuncia mai veramente a gigioneggiare e a mettere la sua caratteristica ironia nel personaggio interpretato.
Nel cast figura anche Bedy Moratti (figlia del petroliere e sorella dell’attuale presidente dell’Inter Angelo), al suo primo vero film da protagonista, così come presente è anche un’altra compianta attrice specializzata in ruoli secondari, Eva Czemerys. Bravo il piccolo Arturo Trina, che interpreta il personaggio chiave della storia ovvero il piccolo Ferruccio.
Il prete “playboy”, Don Giorgio, è interpretato con moderazione da Maurizio Bonuglia.
Tutto sommato, con scarso materiale tecnico e con un budget stringatissimo, Mazzei tira fuori un’opera che non delude totalmente.
Certo, il plot inizale è quello che è e il regista maschera qualche incertezza della sceneggiatura ricorrendo ad un espediente che sarà il più utilizzato negli anni a venire, ovvero inserire quà e là qualche nudo anche abbastanza osè delle due protagoniste.
Un film diventato, con il passare degli anni, un autentico mistero: chi è riuscito a vederlo lo ha fatto o al cinema o in qualche edizione riversata su vecchie VHS, in quanto non è stato praticamente mai riproposto dalle tv private ne risulta a tutt’oggi editato in Dvd.
Come noterete dai fotogrammi che ho scelto per illustrare il film, essi risultano quasi gialli e sbiaditi, per colpa della bassa risoluzione usata per il riversaggio in VHS.
Se riuscite a trovarlo in qualche modo, guardatelo: non è certo un film rappresentativo di un’epoca ma ha qualche freccia al suo arco.
Aggiornamento
Il film è disponibile su You tube, in versione completa all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ftlbXZs_3-o
L’arma, l’ora, il movente ,un film di Francesco Mazzei. Con Renzo Montagnani, Bedy Moratti, Eva Czemerys, Arnaldo Bellofiore,Adolfo Belletti, Salvatore Puntillo
Giallo, durata 105 min. – Italia 1972.
Renzo Montagnani … Commissario Franco Boito
Bedy Moratti … Orchidea Durantini
Eva Czemerys … Giulia Pisani
Salvatore Puntillo … Moriconi
Claudia Gravy … Suor Tarquinia
Arturo Trina … Ferruccio
Anselmo Barsetti … Il sacrestano
Maurizio Bonuglia … Don Giorgio
Gina Mascetti … La madre superiora
Regia: Francesco Mazzei
Sceneggiatura: Francesco Mazzei, Bruno Di Geronimo, Vinicio Marinucci, Mario Bianchi
Fotografia: Giovanni Ciarlo
Montaggio: Alberto Gallitti
Musiche: Francesco De Masi
Produzione: Julia Roma
Distribuzione: Panta
Siamo tutti in libertà provvisoria
Durante un incontro amoroso con una misteriosa donna, l’onorevole Virgizio viene colto da infarto e muore. Ai funerali la vedova dell’onorevole, parlando con i figli, si dice convinta che il marito sia morto durante un’orgia.
Confida così i suoi dubbi al giudice Langellone, del quale è amico; il giudice è momentanemente sottoposto a indagini per aver partecipato ad una riunione di magistrati di orientamento politico fascista.
Langellone riesce a convincere il suo superiore della necessità di riaprire le indagini, nonostante quest’ultimo non abbia alcuna intenzione di concedere l’autorizzazione.

Marilù Tolo: Emilia moglie di Langellone

Macha Méril : Gisella moglie di Mario De Rossi
Ma con furbizia Langellone ottiene ciò che vuole e affida le indagini al Commissario Panzacchi, un integerrimo funzionario di polizia che affronta il suo lavoro con entusiasmo, nonostante capisca che la legge non è uguale per tutti.
Avrà modo di veder confermati i suoi peggiori sospetti, man mano che le indagini entrano nel vivo e permettono di far luce sulla vicenda.
Nel frattempo, viene sottoposto a indagini Mario De Rossi, un solerte e incorruttibile funzionario del ministero di giustizia, un uomo anonimo ma tutto di un pezzo, già trasferito due volte per non aver voluto accettare l’uso delle bustarelle nei ministeri in cui aveva prestato servizio.
Per sua sfortuna, il nome di De Rossi viene trovato tra le carte dell’onorevole defunto, e il pover’uomo, non riuscendo a ricordare dove fosse la sera dell’accaduto finisce per essere arrestato.

Riccardo Cucciolla: Mario De Rossi
Panzacchi, con tenacia, ricostruisce intanto la vicenda, grazie anche all’aiuto assolutamente involontario di una sua vecchia conoscenza milanese, Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’ un ex palo di una banda.
Mancini infatti racconta di come abbia collaborato a trasportare il corpo dell’onorevole Virgizio fuori da un appartamento affittato di volta in volta a coppie illegali e gestito proprio dalla moglie di De Rossi, una donna profondamente innamorata del marito ma anche amante della bella vita.
La donna approfittava dell’ingenuità di Mario De Rossi facendogli credere di vincere frequentemente al lotto, giustificando così le cospicue entrate della gestione della casa d’appuntamento che la donna utilizzava con la collaborazione di un malvivente di mezza tacca.
Proseguendo le indagini, Panzacchi scopre anche il nome della misteriosa donna che era con l’onorevole durante il congresso carnale clandestino;si tratta di Emilia, moglie del giudice Langellone che si concedeva svariati amanti per sfuggire alla routine matrimoniale.
Il commissario naturalmente indirizza con malizia i sospetti del giudice raccontandogli di aver trovato tra le carte del morto poesie d’amore dell’amante a Emilia, in cui sospirava d’amore e desiderio, di voglia di baciarle “quella tua voglia di fragola che hai sulla coscia”
Langellone collega immediatamente la moglie al morto e durante un colloquio notturno costringe la moglie a confessare.
Il giorno dopo presenta un’arringa al suo superiore, unitamente ad una lettera di dimissioni.
Ma il superiore riesce ad insabbiare tutto, promuovendo il giudice ad altro ufficio e soffocando lo scandalo.
L’unico a rimetterci davvero è il povero De Rossi, che finisce in un manicomio completamente fuori di senno, assistito però amorevolmente da sua moglie Gisella.

Francesca Romana Coluzzi: la vedova Virgizio
Film disomogeneo, disorganico, penalizzato da una eccessiva lunghezza e da alcuni “siparietti” davvero monotoni, Siamo tutti in libertà provvisoria esce nelle sale italiane nel 1971 per la regia di Manlio Scarpelli, più conosciuto per aver scritto sceneggiature di fiction televisive (all’epoca chiamate serie Tv) come Il commissario De Vincenzi e la riduzione televisiva del Sandokan.
Creato con dispendio di mezzi e con un cast di primissimo piano, Siamo tutti in libertà provvisoria mostra la corda dopo poco più di venti minuti, arenandosi in una serie di ritratti poco incisivi e superficiali dei protagonisti della vicenda.
Che sicuramente, nelle intenzioni di Manlio Scarpelli e Ruediger von Spiess che curarono la sceneggiatura, prevedeva una sorta di satira sociale sui mali della giustizia e sul perbenismo della buona società, sulla inutilità di essere portatori di valori sani (testimoniata dalla ingiusta reclusione di De Rossi) e viceversa sul delitto che paga, anche se in questo caso siamo davvero di fronte a reati di pochissimo conto che colpiscono più la morale che le leggi che governano la società civile.
Il mondo della magistratura è visto come un’ambiente più simile ad una giungla, dove vige la legge del più forte che un mondo dove il cittadino sa di potersi rivolgere per ricevere giustizia; ma il tutto è raccontato sia in parole che in immagini così sommarie e mal definite da risultare sterile.
Deprimenti sono ad esempio le interruzioni della narrazione intervenute per mostrare gli incubi del povero De Rossi, che non riesce in alcun modo a spiegarsi come la giustizia possa sbagliarsi un modo tanto maldestro, così come assolutamente fuori luogo è la lunga partita a carte tra il commissario Panzacchi e il piccolo furfante Pulcinella.

Philippe Noiret,Il giudice Langellone
L’ultima perla è il duello in aula tra l’avvocato difensore e la pubblica accusa, naturalmente anche questo girato ad alta velocità e con immagini sfumate, quasi a voler simboleggiare il confine tra sogno e realtà.
Il cast, pur di gran livello, non riesce a uscire dalla palude dei luoghi comuni e del deja vu che infestano la sceneggiatura; così troviamo un buon Riccardo Cucciolla che interpreta con garbo e in maniera dolente lo sfortunato e onesto de Rossi accanto a Vittorio De Sica assolutamente svogliato e svagato nel ruolo poco credibile del napoletano Mancini-Pulcinella, bene Ivo Garrani nel ruolo del capo dei magistrati e bene anche Cirino (il commissario Panzacchi), Macha Meril (la moglie di De Rossi), Marilu Tolo (la moglie di Langellone). Malissimo Noiret(Langellone) ,
lento apatico e doppiato in maniera dilettantesca e altrettanto male Lionel Stander, l’avvocato difensore di De Rossi. Piccole parti per Francesca Romana Coluzzi (la moglie dell’onorevole Virgizio) e per la grande Lia Zoppelli, che interpreta la direttrice di un atelier.
Vi segnalo la amena recensione del Morandini, assolutamente sbagliata che mostra ancora una volta l’inattendibilità di parte delle recensioni stesse; fate voi stessi il confronto fra il plot “vero” e quello del Morandini stesso; “Protagonista è un poveraccio afflitto da una moglie che crede di avere il bernoccolo degli affari. La donna si lancia in una serie di speculazioni ai limiti del codice e chi ne fa le spese è il marito che si ritrova da un giorno all’altro indiziato di reato. Durante l’istruttoria lo accusano formalmente di peculato. A suo carico ci sono solo indizi, ma intanto per il poveraccio è una via crucis di cui non s’intravede nemmeno la conclusione.” Sic….

Langellone rinfaccia a Emilia la sua doppia vita
Siamo tutti in libertà provvisoria,un film di Manlio Scarpelli. Con Vittorio De Sica, Riccardo Cucciolla, Lionel Stander, Philippe Noiret, Mario Pisu, Claudio Gora, Vinicio Sofia, Vittorio Sanipoli, Riccardo Garrone, Mimmo Poli, Ivo Garrani, Andrea Bosic, Umberto Raho, Marilù Tolo, Macha Méril, Francesca Romana Coluzzi, Bruno Cirino, Francesco Sineri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1971.
Bruno Cirino :Commissario Panzacchi

Vittorio De Sica: Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’
Riccardo Cucciolla … Mario De Rossi
Philippe Noiret … Giudice Francesco Langellone
Macha Méril … Gisella moglie di Mario De Rossi
Bruno Cirino … Commissario Panzacchi
Lionel Stander … Avvocato Bartoli
Vittorio De Sica … Giuseppe Mancini detto ‘Pulcinella’
Marilù Tolo … Emilia moglie di Langellone
Ivo Garrani …Procuratore generale
Francesca Romana Coluzzi … Moglie dell’onorevole Virgizio
Claudio Gora … Capo del Ministero, superiore di De Rossi
Vittorio Sanipoli … Questore
Lia Zoppelli … Direttrice dell’atelier
Umberto Raho … Di Meo
Regia Manlio Scarpelli
Sceneggiatura Manlio Scarpelli, Ruediger von Spiess
Casa di produzione Zafes Film
Fotografia Marco Scarpelli
Montaggio Carlo Reali
Musiche Augusto Martelli
La legge violenta della squadra anticrimine
Il florido filone del poliziesco all’italiana o poliziottesco ha prodotto una caterva di pellicole per lo più girate nell’arco temporale di una decina d’anni, che va grosso modo dal 1969 al 1979 salvo eccezioni sia prima che dopo questo periodo.
La legge violenta della squadra anticrimine è uno dei tantissimi prodotti del genere, un film che non presenta particolari motivi d’interesse sia nel plot sia nella parte tecnica, con un cast di livello appena passabile e scene d’azione molto limitate.
Ha però qualcosa che, personalmente, lo rende speciale: è infatti uno dei rarissimi film girati nella mia città, Bari.
Nel 1976 il regista Stelvio Massi autore di poco più di una trentina di regie cinematografiche, dopo il lusinghiero successo di Mark il poliziotto e del sequel Mark il poliziotto spara per primo con protagonista il compianto divo dei fotoromanzi Lancio Franco Gasparri, adatta per lo schermo una sceneggiatura di Lucio De Caro e decide di girare il film nel capoluogo pugliese.
Divide quindi il set tra Bari e Trani, dove ambienta poche scene girate principalmente fuori dal tribunale , non come erroneamente riportato da alcuni recensori.
Le scene più drammatiche, quelle dell’assalto al furgone postale che daranno il via alla narrazione vera e propria dopo la parte introduttiva vennero girate nell’androne di casa mia, mentre le scene della fuga a piedi dei rapinatori vennero riprese nelle immediate adiacenze, ovvero sul lungomare e nei pressi della Provincia, con alcune escursioni nella zona Rai; per chi conosce la mia città fa sicuramente un certo effetto vedere Capolicchio fuggire per il Lungomare Nazario Sauro e sbucare improvvisamente su Corso Cavour, nei pressi del teatro Petruzzelli che troneggia fiero nella sua antica bellezza, prima di essere completamente distrutto da un incendio doloso nel 1991.

John Saxon, il commissario Jacoviello arresta un piccolo rapinatore

Antonella Interlenghi, moglie del commissario Jacoviello
Ricordo ancora la troupe di Massi impegnata nelle riprese, tra il fatidico ciak si gira e i problemi legati ai curiosi che non avevano mai visto prima le riprese di un film e che guardavano con aria sorpresa dritti nell’obiettivo della macchina da presa, cosa facilmente riscontrabile in alcuni fotogrammi relativi all’inseguimento per le vie del centro, a cui vennero aggiunte sequenze sfasate come location girate a Trani.
Un’esperienza particolare, che avevo già vissuto quando in città vennero girate alcune scene di Polvere di stelle, con protagonisti Monica Vitti e Alberto Sordi, anche queste girate all’interno del Petruzzelli (ero fuori e cercavo disperatamente di essere preso tra le comparse che figuravano all’interno del teatro) e sul Lungomare Nazario Sauro, dove sorgeva l’Albergo delle Nazioni che divenne anche il set ideale di La legge violenta della squadra anticrimine.
Questo film, come dicevo agli inizi, non ha particolari motivi di interesse, per cui farò una breve descrizione del plot mentre parlerò diffusamente delle varie location, illustrandole con i fotogrammi orignali del film, sperando naturalmente di non annoiarvi con una descrizione “turistico-amarcord” della mia città.
La storia narrà le vicende di Antonio Blasi, un giovane che partecipa ad una rapina ad un furgone blindato, nel corso della quale uccide un carabiniere a colpi di mitra.
Il giovane nella fuga ruba un auto, scegliendo però il personaggio peggiore, ovvero quella del fratello del capo della criminalità locale, Dante Ragusa

Lino Capolicchio (Antonio Blasi) in fuga: alle sue spalle il Teatro Petruzzelli di Bari

Rosanna Fratello è Nadia, la donna di Antonio
Per colmo di sventura all’interno dell’auto si trova una cartella contenente documenti compromettenti per il boss, che testimoniano affari loschi con alcuni politici.
Braccato dai sicari di Ragusa e dal commissario Jacovella, un uomo duro che crede nella repressione violenta della criminalità, Antonio finirà per trovare collaborazione solo in Maselli, un giornalista responsabile della Gazzetta del Mezzogiorno in conflitto con Jacovella per i modi poco legali che quest’ultimo usa.
Antonio verrà ucciso da un sicario armato di fucile proprio davanti alla sede del giornale, mentre sta per consegnarsi a Jacovella e Maselli.
Grazie alle carte recuperate dal commissario, il feroce boss verrà arrestato.
Una storia abbastanza lineare, onesta e diretta con mano agile da Massi, che si avvale di un cast abbastanza omogeneo nel quale figurano John Saxon (Jacovella), il compianto Renzo Palmer (il giornalista Maselli),Lee J. Cobb /Ragusa), Lino Capolicchio (lo sfortunato Antonio Blasi), Rosanna Fratello (Nadia, la donna di Blasi) e Antonella Interlenghi (la moglie di Jacovella); tutti recitano su uno standard accettabile rendendo così la visione del film abbastanza godibile.
Quindi uno dei tanti polizieschi senza infamia e senza lode, come dicevo agli inizi.
Impreziosito però dalla location.
In apertura di film si vede infatti una panoramica della città ripresa dall’alto, che mette in risalto alcuni dei punti più belli di bari, come la Basilica di San Nicola o lo splendido lungomare che appare com’era 35 anni fa qundi non ancora protetto dalle barriere frangiflutti, con il Teatro Margherita com’era all’epoca (sede in una sala cinematografica) che di li a poco avrebbe chiuso i battenti per essere restaurato un terzo di secolo dopo.

Jacovella alla ricerca di Antonio
Si vede il teatro Petruzzelli e la stazione di Bari, lo storico palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno abbattuto stupidamente per lasciar posto ad un mostro realizzato con grandi vetrate oscurate, si vede il ponte di Corso Cavour appena costruito e altre strade che permettono una full immersion in una città che nei trent’anni successivi avrebbe subito profonde trasformazioni, quasi tutte in meglio.
Qualche giorno fa ho rivisto il film più che altro per assaporare il fascino di una città che ormai è solo il pallido ricordo di quella che era un tempo; fa un certo effetto vedere le strade della città vecchia (un tempo pericolosissime) attraversata dalle auto, prima di divenire fortunatamente zona interdetta al traffico e cuore pulsante della vita notturna della città, oggi riportata ad uno splendore che probabilmente non ha mai conosciuto davvero.
Stesso effetto nel vedere il lungomare così indifeso, preda delle mareggiate che periodicamente distruggevano parte di esso, prima che un violentissimo maestrale lo distruggesse quasi completamente e che costrinse l’amministrazione comunale a rifarlo per intero e a dotarlo di una barriera frangiflutti che da allora ha impedito alla furia del mare di far danni.
Ancora, strade secondarie con attività ormai scomparse da tempo, qualche conoscente immortalato mentre guarda stupito gli inseguimenti, il palazzo nuovo della Gazzetta del Mezzogiorno in via Scipione l’africano con le sue rotative e un interno così profondamente diverso da oggi,

I due fidanzati progettano la fuga
il Barion e il Circolo della vela, oggi completamente ricostruito; la fiera del Levante, forse una delle cose che ha subito i cambiamenti peggiori, oggi in preoccupante declino segnata dalla crisi e soffocata dai debiti, il maestrale in piena regola che accolse la troupe di Massi il giorno in cui girarono le scene della rapina, la casa diroccata in cui si rifugia Antonio con Nadia con sullo sfondo lo splendido e un atntino inquietante paesaggio di Castel del Monte…
Insomma, l’occasione ideale per ricordare tempi ormai lontani anche nella memoria, alla ricerca di quella che era una città oggi irrimediabilmente scomparsa in alcuni suoi aspetti esteriori.
Una scena in particolare mi ha colpito profondamente: una panoramica sulla zona antistante il Barion chiamata dai baresi N’derr a la Lanze, che più o meno significa nella zona di Crollalanza, l’uomo che costrui lo splendido lungomare di Bari in piena epoca fascista, l’unica cosa degna di essere ricordata di quel periodo oscuro.
Nella breve sequenza si vedono ancora i venditori abusivi di cassette stereo e di “mangianastri”, di accendini taroccati e di oggetti di dubbia provenienza, che resistettero fino a metà degli anni 90 prima di essere sloggiati definitivamente dal sindaco che ricostrui la città vecchia, Simeone Di Cagno Abbrescia.
Per chi ama la mia città o voglia conoscerla com’era un terzo di secolo addietro il vedere questo film vale più di un qualsiasi archivio di foto inanimate: un viaggio alla scoperta di una città dal fascino davvero particolare.
La legge violenta della squadra anticrimine,un film di Stelvio Massi. Con Antonella Lualdi, Lee J. Cobb, John Saxon, Renzo Palmer,Rosanna Fratello, Guido Celano, Pasquale Basile, Alfredo Zammi, Lino Capolicchio, Giacomo Piperno, Thomas Hunter
Poliziesco, durata 92 min. – Italia 1976
John Saxon: Commissario Jacovella
Lee J. Cobb: Dante Ragusa
Renzo Palmer: Maselli, direttore del giornale
Lino Capolicchio: Antonio Blasi
Rosanna Fratello: Nadia
Antonella Lualdi: Anna Jacovella
Thomas Hunter: Agente Turini
Giacomo Piperno: Giordani, giornalista
Guido Celano: Padre di Antonio
Alfredo Zammi: Pasquale ‘Nino’ Ragusa
Pasquale Basile: Nicola, domestico di Ragusa
Francesco D’Adda: Operatore radio
Regia Stelvio Massi
Soggetto Lucio De Caro
Sceneggiatura Lucio De Caro, Piero Poggio, Maurizio Mengoni, Dardano Sacchetti
Casa di produzione PAC
Distribuzione (Italia) PAC
Fotografia Mario Vulpiani
Montaggio Mauro Bonanni
Musiche Piero Pintucci
Scenografia Carlo Leva
Costumi Carlo Leva

Veduta panoramica della città vecchia e del Lungomare, zona Margherita

Renzo Palmer all’interno del palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno

John Saxon e Renzo Palmer di fronte alla Cattedrale (da non confondere con la Basilica di San Nicola)

Veduta aerea, sullo sfondo il Castello Svevo e la Basilica di San Nicola

La sede della Fiera del Levante, con l’indicazione 39a edizione (oggi siamo alla 74a)

Veduta esterna di parte del complesso della Basilica di San Nicola

Scorcio del porto dei pescatori

I rapinatori fuggono per via Spalato, davanti all’ingresso della sede della Provincia

Capolicchio in fuga dopo la rapina: tutte le attività alle sue spalle oggi non esistono più

Il poliziotto a sinistra è appoggiato al muro dell’Albergo delle nazioni

Posto di blocco all’altezza della zona Rai, nei pressi di Piazza Gramsci

Antonio e Nadia in fuga: alle spalle si intravede Castel del Monte

Lo storico mercatino del pesce di “N’derr a la Lanze”

Una bottega artigiana in Via Disfida di Barletta nella città vecchia

Via Disfida di Barletta, che costeggia la Basilica di San Nicola

L’ex mercato “dei contrabbandieri” nella zona “N’derr a la Lanze”

Veduta di Piazza Moro (ex Piazza Roma), sede della Stazione Centrale

John Saxon davanti la nuova sede della Gazzetta del Mezzogiorno
Shining
Nel periodo compreso tra il 1971, data d’uscita di Arancia meccanica (A clockwork orange) e il 1980 in cui esce l’ennesimo capolavoro di Kubrick, questo Shining (di cui parlerò fra poco), il grande regista di New York naturalizzato inglese gira solo Barry Lindon (1975); in tutti e tre i casi si tratta di trasposizioni di opere letterarie, visto che A clockwork orange è tratto dall’omonimo romanzo di Anthony Burgess, Barry Lindon dal romanzo di William Makepeace Thackeray Le memorie di Barry Lyndon mentre Shining dal romanzo omonimo di Stephen King.
La leggendaria pigrizia e l’altrettanto leggendario perfezionismo del regista trovano in Shining un’applicazione letterale di quelli che possono sembrare difetti ma che in realtà sono il grande valore aggiunto dell’intera opera di Kubrick.
Che non amava improvvisare, che voleva assolutamente sperimentare e che quando girava una scena era capacissimo di ripeterla all’infinito, fin quando non era moderatamente soddisfatto del risultato.
Ho scritto moderatamente perchè Kubrick in realtà sembrava eternamente scontento, anche quando la scena girata era praticamente perfetta.
In Shining il perfezionismo di Kubrick trova la sua massima applicazione principalmente nell’ossessivo rifacimento di scene girate con protagonista l’attrice Shelley Duvall che nel film interpreta Wendy Torrance;l’attrice di Houston alla fine rischiò un esaurimento nervoso ma consegnò alla storia un ritratto femminile ingenuo e terrorizzato che è da considerare come una delle vette più altre della storia della recitazione femminile nel cinema.
Kubrick quindi gira Shining (letteralmente “luccichio”) nel 1980, usando il romanzo di Stephen King come base per la sua riduzione cinematografica e allontanandosene quel tanto da costringere il romanziere di Portland a dichiarare sprezzantemente che Kubrick aveva snaturato il romanzo, attirandosi la contro risposta critica del regista che dichiarò che il romanzo in fondo “non era un granchè”

Wendy, Danny e Jack Torrance in viaggio verso l’Overlook hotel
Kubrick quindi modifica la struttura narrativa del romanzo, aggiungendo scene e tagliandone altre, modificando l’età dei protagonisti e variando il finale, pur rispettando in fondo l’impianto narrativo; consegnando però alla storia del cinema un film difficilmente inquadrabile in un genere predefinito e proiettando in esso una serie di strane disattenzioni e contraddizioni temporali che appaiono fatte a bella posta, quasi a voler rimarcare la scelta del regista di creare un’opera che mescolasse casualmente elementi horror, thriller e metafisici, in un cocktail che barcolla più volte ma che alla fine consegna alla storia un film memorabile e degno di entrare tra i primi dieci della storia del cinema stesso.
Cercare di raccontare la trama in maniera organica è davvero impresa improba; chiunque non abbia visto il film rischia di rimanere spiazzato davanti alla descrizione di quelle che sembrano in prima apparenza una sequenza di scene poco allacciate l’una all’altra. In realtà quello che va preventivata è la necessità di liberarsi dell’impressione ricavata dalla lettura del romanzo di King, in quanto Kubrick realizza qualcosa di completamente diverso, un’opera in puro stile metafisico.
Il film inizia con il colloquio tra Jack Torrance, uno scrittore in profonda crisi con problemi di alcolismo e di disoccupazione e un uomo che gli prospetta la possibilità di trasferirsi in un hotel del Colorado, sperduto tra le montagne con l’incarico di diventarne il guardiano.
L’Overlook hotel è infatti chiuso per l’arrivo della stagione invernale, essendo in pratica irraggiungibile per neve durante i cinque mesi più duri dell’anno, quando le tempeste di neve e il freddo lo rendono in definitiva un eremo isolato.
Con molta onestà, Stuart Ullman direttore dell’hotel informa Jack delle difficoltà psicologiche e di adattamento al lavoro legate al lungo periodo d’isolamento che in passato hanno causato una tragedia all’interno dell’Overlook. Il precedente guardiano, Delbert Grady, in preda ad un raptus di follia aveva sterminato la propria famiglia con un’ascia.

Per nulla intimorito dal racconto, Jack accetta il lavoro e caricata l’auto e la sua famiglia, ovvero la moglie Wendy e il figlio Danny, parte alla volta del Colorado.
L’arrivo della famiglia sembra tranquillo, e il piccolo Danny lega subito con Mr. Halloran, cuoco dell’albergo; l’uomo intuisce immediatamente che il piccolo Danny è un bambino speciale. Possiede, come lui del resto, il dono della “lucciccanza”, lo shining, cioè la capacità di vedere passato e futuro, di poter anche interagire con le ombre e i fantasmi che inevitabilmente compongono questo mondo parallelo legato però in maniera fortissima al mondo reale.
Shelley Duvall, Wendy Torrance
Contemporaneamente però Halloran invita il bambino a non aver paura di quello che vedrà, in quanto le immagini e le visioni non sono in grado di potergli fare del male.Nel corso del colloquio l’uomo raccomanda al ragazzino di non entrare mai e per nessun motivo nella camera 237, lasciando sospesa qualsiasi spiegazione in merito al consiglio dato.
Nei giorni successivi Danny si dedica a lunghe esplorazioni dell’albergo con il suo inseparabile triciclo, mentre sua madre Wendy passa il tempo svolgendo faccende domestiche e suo padre Jack sembra aver ripreso di buona lena la stesura del romanzo a cui stava lavorando.
Poco alla volta però l’atmosfera cambia e il piccolo Danny è il primo a notare la strana e opprimente atmosfera che aleggia nell’Overlook hotel; minacciose e inspiegabili visioni iniziano a perseguitarlo, come l’incontro con le figlie di Delbert Grady uccise anni prima, accompagnate da orribili scene in cui si vede un’ascensore spalancare le porte e far uscire un mare di sangue. Per fortuna il ragazzino, memore degli insegnamenti di Halloran, riesce a dominare la paura, evitando contemporaneamente di raccontare l’accaduto ai genitori.
L’atmosfera vira decisamente verso l’ossessivo e il claustrofobico e a farne le spese è proprio Jack, che inizia a mostrare evidenti segni di squilibrio; lo vediamo infatti dialogare con un immaginario barman dell’hotel al quale inizia a confidare i problemi personali con l’alcolismo e con la violenza che in precedenza, dapprima latitante, era esplosa un giorno nei confronti del figlio Danny al quale aveva finito per rompere un braccio.
Intanto Danny scopre cosa c’è nella camera 237; quando esce dalla stessa, il ragazzino è scosso e sua madre Wendy scopre che lo stesso presenta vistosi lividi sul collo. Se la donna dapprima pensa che la causa sia suo marito, ben presto deve ricredersi e iniziare a pensare che nell’hotel stia accadendo qualcosa di grave.Anche Jack entra nella stanza “proibita” e si ritrova davanti una splendida donna nuda che però ben presto si trasforma in un’orribile megera.
La situazione precipita; Jack parla con quella che è evidentemente una proiezione metafisica di Grady che lo invita a fare la stessa cosa che fece lui alla sua famiglia, mentre Wendy scopre un con terrore che il romanzo che suo marito sta scrivendo in realtà non è mai stato nemmeno iniziato. nella macchina per scrivere infatti la donna scopre un foglio sul quale è ripetuta ossessivamente la stessa frase, “Il mattino ha l’oro in bocca”, così come su tutti i fogli che giacciono sulla scrivania.
Ormai convinta che il marito sia fuori di testa, Wendy affronta Jack ma deve fuggire terrorizzata perchè Jack ormai completamente impazzito emulo di Grady la insegue con un’ascia tra le mani.
Danny riesce a sottrarsi al pazzo Jack e si infila nel labirinto dell’hotel che conosce alla perfezione e riesce a mimetizzarsi grazie anche all’astuto espediente di cancellare le proprie impronte.
Jack, che nel frattempo ha ucciso a colpi di scure Halloran tornato all’hotel insegue il figlio, ma persosi nel labirinto, muore assiderato….
Shining è sostanzialmente un film con più metodi di lettura; chiunque può riconoscere nella riduzione di Kubrick un’allegoria della follia che alberga negli individui di età adulta, oppure una semplice allucinazione portata oltre i confini della razionalità oppure una qualsiasi chiave di lettura che la sensibilità dello spettatore può suggerire.
L’ombra della follia nello sguardo di Jack
In fondo quello che Kubrick fa è esattamente questo, offrire allo spettatore un modo alternativo di vivere una vicenda in cui la follia e l’invisibile, le proiezioni mentali e le malattie stesse della mente, la nemesi di un destino che si ripropone oppure semplicemente una maledizione che stagna nell’Overlook Hotel come una malattia virale sono parte integrante di una storia ai limiti del credibile eppure così semplice nella sua linearità da rendere quasi banale l’effetto male/ follia che si scatenano nell’angoscioso hotel.
Un film molto bello e kafkiano, in cui la mano di Kubrick è evidentissima in ogni dettaglio e in cui però va citato l’altro elemento fondamentale che ha contribuito allo straordinario successo di critica e di pubblico del film, la recitazione di uno straordinario o superlativo Jack Nicholson, capace di rendere demoniaco in maniera eccelsa il personaggio folle e drammatico di Jack Torrence.
Accanto a lui, assolutamente inimitabile, uno dei più grandi attori della storia del cinema, va citata Shelley Duvall, che probabilmente arrivò ad odiare Kubrick ma che ottenne grazie a questo film una notorietà che altrimenti avrebbe faticato per avere.
L’edizione italiana del film ha anche un punto di forza, ovvero lo splendido doppiaggio fatto dalla coppia Giannini-Giampalmo, coppia anche nella vita, che prestano la voce ai conosciutissimi e ormai inconfondibili Jack e Wendy.
Da segnalare anche l’uso della camera a mano, che da ancor più drammaticità all’immagine, una soluzione tecnica che diverrà in seguito uno dei cardini della cinematografia moderna.
Shining può quindi essere definito un capolavoro, in un genere che non ha mai avuto il favore della critica, quello dell’horror/thriller; tocca proprio a Kubrick quindi arrivare per primo all’olimpo dei registi più apprezzati, anche se per una sola opera di un genere da sempre poco considerato.
Il vero genio è questo, ovvero l’uomo che innova e modifica, crea e taglia per montare, smontare e rimontare ossessivamente, mai pago del risultato finale; fatte le ovvie e debite proporzioni, Kubrick assomiglia ad un altro genio che aveva le stesse caratteristiche, Leonardo Da Vinci.
Il grande toscano non era mai soddisfatto di quello che creava, così come Kubrick.
E’ questo probabilmente il confine tra la normalità e il genio assoluto.
Annotazioni sul film
Stanley Kubrick, come già detto in fase di recensione, apportò varie modifiche alla stesura originale del romanzo di Stephen King.
Le più importanti riguardano l’età dei protagonisti; gli attori Nicholson e Duvall sono di almeno dieci anni più anziani dei loro omologhi nel romanzo, La Duvall è bruna mentre nel romanzo la protagonista è bionda, il direttore dell’hotel appare come un personaggio cordiale, nel film, mentre nel romanzo è assolutamente l’opposto,nel film Jack impugna un’ascia mentre nel romanzo una mazza da baseball e infine completamente diverso è il finale, almeno nella parte che riguarda la morte di Jack che nel romanzo di King avviene per lo scoppio di una caldaia.Infine nel libro la camera misteriosa porta il numero 217.
Kubrick tagliò quasi 25 minuti di pellicola, che nell’edizione definitiva italiana è di poco meno di 119 minuti contro i 143 originali.
La frase che Jack scrive ossessivamente scoperta da sua moglie Wendy in origine era” All work and no play makes Jack a dull boy” ovvero ” Solo lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo svogliato”, modificata nella versione italiana in Il mattino ha l’oro in bocca e che varia ancora a seconda delle nazioni in cui venne distribuito il film (in Germania “Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi”, in Spagna “Anche se ti alzi più presto, non farà giorno prima” e in Francia “Un «Tieni» vale più di due «Avrai»”)
Shining,un film di Stanley Kubrick. Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson,Philip Stone, Joe Turkel, Anne Jackson, Tony Burton, Lia Beldam, Billie Gibson, Barry Dennen, Lisa Burns, Louise Burns, David Baxt, Manning Redwood, Lia Beldman, Alison Coleridge
Titolo originale The Shining. Horror, durata 119 min. – USA 1980.
Jack Nicholson: Jack Torrance
Shelley Duvall: Wendy Torrance
Danny Lloyd: Danny Torrance
Scatman Crothers: Dick Halloran
Barry Nelson: Stuart Ullman
Philip Stone: Delbert Grady
Joe Turkel: Lloyd
Tony Burton: Larry Durkin
Barry Dennen: Bill Watson
Anne Jackson: Dottoressa
Regia Stanley Kubrick
Soggetto Stephen King (romanzo)
Sceneggiatura Stanley Kubrick, Diane Johnson
Produttore Stanley Kubrick
Fotografia John Alcott
Montaggio Ray Lovejoy
Musiche Wendy Carlos e Rachel Elkind, Bela Bartok, Krzysztof Penderecki, Gyorgy Ligeti
Scenografia Roy Walker
Doppiatori:
Livia Giampalmo: Wendy Torrance
Davide Lepore: Danny Torrance
Giancarlo Giannini: Jack Torrance
Marcello Tusco: Dick Halloran
Pietro Biondi: Stuart Ullman
Gianni Bonagura: Delbert Grady
Roberto Herlitzka: Lloyd

“Sono il lupo cattivo!”
“Wendy dammi la mazza”
“Wendy, forse è bene che tu sappia che… quando passi da queste parti e mi interrompi, mi fai perdere la concentrazione, mi distrai capisci? E mi ci vuole un casino di tempo prima che io riesca a ritrovare il filo! Sono chiaro?”
“Ciao, Danny. Vieni a giocare con noi? Vieni a giocare con noi, Danny? Per sempre… per sempre… per sempre.”
“Wendy, tesoro, luce della mia vita! Non ti farò niente. Solo che devi lasciarmi finire la frase. Ho detto che non ti farò niente. Soltanto, quella testa te la spacco in due, quella tua testolina te la faccio a pezzi!”

Tre versioni internazionali del libro di King

L’Overlook Hotel: sullo sfondo il monte Hood

Una splendida immagine del monte Hood

La neve sommerge l’Overlook hotel

L’Overlook hotel, in realtà il Timberline Lodge sul monte Hood in Oregon

Una vecchia cartolina antecedente al film di Kubrick

Un bianco vestito per Marialè
Una giovane donna è appartata ,con il suo amante completamente nudo, in un prato; un uomo che imbraccia un fucile (presumibilmente suo marito) spara ai due sotto gli occhi terrorizzati di una bambina.
Evelyn Stewart è Marialè
Diversi anni più tardi Massimo arriva ad una villa, convocato da una sua vecchia amica, Marialè, che vive praticamente segregata dal mondo con suo marito e con un maggiordomo.
Proprio quest’ultimo comunica a Massimo che nella villa non c’è nessuno, ma è falso; infatti poco dopo arriva un gruppo di persone, tutte convocate da Marialè.La donna, che ha delle turbe psichiche originate dalla visione della scena raccontata all’inizio, è in pratica prigioniera nella villa sotto custodia di suo marito che le somministra sedativi e narcotici. La donna, per poter chiamare il gruppo di amici, è riuscita ad eludere la stretta sorveglianza del marito e del maggiordomo, a rompere il lucchetto e a telefonare a diversi amici del suo passato.
L’arrivo della variegata comitiva sembra scuotere la donna, ma ben presto si inizia a capire che qualcosa non funziona; tra i vari componenti del gruppo ci sono gelosie, risentimenti e ben presto accade qualcosa di grave.
Ci scappa il primo morto, poi il secondo e in un crescendo di morte ben presto si arriva alla soluzione finale con la scoperta dell’assassino e delle sue motivazioni.
Thriller con evidenti colorazioni di gotico, Un bianco vestito per Marialè è un film del 1972 diretto da Romano Scavolini; un prodotto non privo di un certo fascino, anche se abbastanza confuso e penalizzato da un finale telefonato.
Elegante la confezione, con una fotografia vivace e ben curata, abbastanza claustrofobica la location, bene le prestazioni di Evelyn Stewart (Ida Galli), Luigi Pistilli e Ivan Rassimov.
Quà si fermano le buone notizie.
Il plot del film è molto prevedibile, anche se il primo quarto d’ora, quello introduttivo che ci mostra le cause scatenanti del trauma subito da Marialè sembrerebbe orientare il film verso un’atmosfera tipicamente “gialla”.
Lo svolgimento del film invece mostra la corda, perchè Scavolini resta abbastanza indeciso su quale genere di film proporre; il giallo lascia il posto al gotico classico, con atmosfera tipica dei Dieci piccoli indiani della Christie, per poi fare un’escursione nella denuncia sociale.
Infatti è il momento (abbastanza lungo, per la verità), dei tempestosi rapporti che si scoprono esserci tra i vari ospiti della villa, con inclusa cena delle beffe finale e colpi di sciabola del regista alle convenzioni sociali e alla morale borghese.
Dopo queste tre fasi, che occupano tre quarti del film, si arriva al momento topico, con la strage di tutti i presenti peraltro mostrata senza grossi elementi slasher o gore.
Il percorso del film quindi non è lineare, anzi; ma tutto sommato si riesce ad appassionarsi alla storia raccontata; Scavolini getta la con nonchalance anche una scena saffica e permette un paio di sbirciatine ai seni della splendida Pilar Velasquez.
Tutto sommato un film senza grossi picchi ma anche senza evidenti pecche, che però in rete gode di una fama abbastanza negativa per una serie di motivi legati alla sceneggiatura, da molti considerata farraginosa.
La cosa è in parte vera, però va ascritto a indubbio merito del regista l’aver evitato la trappola mortale dell’uso abnorme del sangue o il facile richiamo dell’erotismo tout court.
In ultimo la mia solita, devota ammirazione per Evelyn Stewart, che ricopre il doppio ruolo di Marialè e di sua mamma, con la solita grazia ed eleganza.
Il film è disponibile su You tube, in un’ottima versione all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=BLKQ4y9l5ro
Un bianco vestito per Marialé,un film di Romano Scavolini. Con Luigi Pistilli, Evelyn Stewart, Edilio Kim, Ivan Rassimov,Pilar Velasquez, Gianni Dei, Bruno Boschetti, Ezio Marano, Carla Mancini, Gengher Gatti
Horror, durata 89 min. – Italia 1972


Evelyn Stewart ( Ida Galli): Marialè
Ivan Rassimov: Massimo
Luigi Pistilli: Paolo
Pilar Velázquez: Mercedes
Ezio Marano: Sebastiano
Giancarlo Bonuglia: Jo
Gianni Dei: amante della madre di Marialè
Franco Calogero: padre di Marialè
Gengher Gatti: Osvaldo,il maggiordomo
Edilio Kim: Gustavo
Carla Mancini: donna che legge il libro
Shawn Robinson: Semy
Regia Romano Scavolini
Sceneggiatura Remigio Del Grosso, Giuseppe Mangione
Casa di produzione KMG Cinema
Fotografia Romano Scavolini
Montaggio Francesco Bertuccioli
Musiche Fiorenzo Carpi, Bruno Nicolai
Costumi Herta Swartz Scavolini
Trucco Carlo Sindici
Cornetti alla crema
Domenico Petruzzelli è un sarto particolare; crea infatti abiti talari e la sua clientela è fatta ovviamente da prelati anche di alta gerarchia.
La vita familiare del sarto è però piatta in maniera desolante; l’uomo infatti ha una moglie pedante e fanatica di telenovelas e un figlio ingordo e tonto.
Ma anche a Domenico capita quello che a prima vista sembra un colpo di fortuna.
Conosce infatti una splendida donna, Marianna, che ha ambizioni liriche e che da subito mostra molta simpatia per lui.
Quello che Domenico non sa è che la donna ha un fidanzato robusto e manesco, così quando invita la ragazza a casa sua, cerca di sfruttare l’amicizia che ha con Gabriele che è l’inquilino del piano di sopra.
Gabriele è un vero e proprio playboy e dopo diversi dinieghi, accetta di cedere il proprio appartamento a Domenico, che ha raccontato diverse frottole a Marianna.
Il sarto infatti si è presentato come uno scapolo e ha dato le generalità dell’amico.
Per una serie di sfortunate combinazioni, al povero Domenico il tentativo di “consumare” una notte d’amore con Marianna andrà in fumo, mentre invece il vulcanico Gabriele provvederà a consolare l’apatica moglie del sarto.
Accade infatti che un pezzo grosso del Vaticano arrivi nel posto sbagliato nel momento sbagliato, sorprendendo Domenico con Marianna, che a sua volta scopre così che il sarto gli ha mentito sulla sua identità. E per finire, il povero Domenico sarà malmenato di brutto dall’irascibile Ulrico fidanzato di Marianna,scoprirà di esser stato fatto becco da Gabriele e così nelle ultime scene lo troveremo malinconicamente seduto su una sedia a rotelle, spinto dalla moglie traditrice, dall’ex amico e da suo figlio….
Cornetti alla crema è un film dell’ultima fase della commedia sexy, ma sorprendentemente è una delle meglio riuscite e in qualche modo divertente.
Merito di Sergio Martino, che evita la palude delle gag scollacciate puntando più che altro sulle disavventure del povero Domenico, interpretato as usual da Lino Banfi, autentico protagonista della stagione delle commedie sexy. Accanto a Banfi, Martino mette una splendida e solare Edwige Fenech ormai presenza storica della commedia sexy.
Il duo, perfettamente affiatato, si muove con disinvoltura attraverso una serie di gag che possiamo definire divertenti, anche perchè per una volta manca la consueta e triste presenza di funzioni corporali rumorose o di oscenità di ogni genere pronunciate a sproposito.
Martino utilizza quindi la sua musa, la Fenech, conoscendola perfettamente e sapendo cosa chiederle e come farla muovere.
Non a caso il regista romano aveva diretto l’attrice di Bona in diversi film come i thriller Lo strano vizio della signora Wardh (1971),Tutti i colori del buio (1972),Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave (1972) e le commedie Giovannona Coscialunga disonorata con onore (1973),40 gradi all’ombra del lenzuolo (1976),Sabato, domenica e venerdì, episodio “Sabato” (1979),Zucchero, miele e peperoncino (1980) e infine in quel gioiellino che è Spaghetti a mezzanotte (1981)
Grazie anche alla presenza di due ottimi attori come Milena Vukotic che interpreta la stravagante moglie di Domenico, Elena e a quella di Gianni Cavina che riveste i panni di Gabriele ovvero l’amico infido di Domenico, Martino riesce a non deludere lo spettatore e a regalare qualche sorriso, cosa che negli anni 80 (almeno a livello cinematografico) rimarrà una pia illusione, un autentico paradosso alla luce di quelli che saranno almeno economicamente gli anni delle cicale e dell’edonismo reganiano,gli anni della grande illusione della ricchezza a portata di tutti.

Un film che vive di situazioni viste molte volte, eppure interpretate con garbo e ironia; le varie scene in cui il manesco Ulrico malmena Domenico sono davvero esilaranti così come lo sketch migliore resta quello in cui avviene l’incontro tra l’Eminenza accompagnato da un pretino e lo sventurato Domenico che nasconde in casa di Gabriele l’avvenente Marianna.
Da segnalare nel film il cameo della bravissima Marisa Merlini, l’odiosa suocera di Domenico e quello della bella Michela Miti nel ruolo di una squillo rimorchiata da Gabriele.

Gianni Cavina e Milena Vukotic
Un film che si può vedere nell’ottica di passare un’ora e mezza spensierata e perchè no, lasciandosi andare a qualche risata di gusto.
Cornetti alla crema,un film di Sergio Martino. Con Gianni Cavina, Lino Banfi, Edwige Fenech, Marisa Merlini,Milena Vukotic, Armando Brancia, Mariangela D’Abbraccio, Michela Miti, Luigi Leoni
Commedia, durata 109 min. – Italia 1981.
Lino Banfi: Domenico Petruzzelli
Edwige Fenech: Marianna
Gianni Cavina: Gabriele Arcangeli
Marisa Merlini: madre di Marianna
Milena Vukotic: Elena
Armando Brancia: Eminenza
Maurizio Tocchi: Ulrico
Filippo Evangelisti: Aristide
Luigi Leoni: Don Giacinto
Salvatore Jacono: Il portiere del palazzo
Michela Miti: Una squillo
Regia Sergio Martino
Soggetto Romolo Guerrieri, Franco Verucci
Sceneggiatura Romolo Guerrieri, Sergio Martino,Franco Verucci
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Mariano Detto
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Per gli amanti della comicità divertente anche se talora sgangherata di Lino Banfi un vero e proprio cult. Diretta da Sergio Martino, Cornetti alla crema è una pellicola decisamente imperfetta (soffre ad esempio di un eccesso di volgarità) ma altrettanto indubbiamente spassosa. Le situazini comiche sono ben congegnate e non manca qualche sapido riferimento ad una morale bigotta di certi ambienti. Molto bravo Gianni Cavina.
Domenico Petruzzelli (Banfi) è titolare della ditta che compone abiti “talari”; in quanto tale la sua immagine è consacrata (anche se, scopriremo, con atteggiamenti bigotti) alle “nobili” personalità che ne frequentano la casa. Martino gira un film decisamente spassoso, che affonda spesso lo sguardo (oltreché sulle morbidi forme della compiaciuta Edwige Fenech) su alcuni atteggiamenti sociali, spesso ipocriti e dissimulatori. Grande l’apporto di Gianni Cavina, qui interprete di indole (quasi) spontanea. Il titolo allusivo è più che pertinente.
Il carosello di adulteri, scambio di appartamenti e relativi qui pro quo potrebbe essere ormai arrugginito e cigolante, ma la presenza di uno scatenatissimo Banfi la fa girare a gran velocità – salvo qualche rallentamento nella parte centrale – su una sceneggiatura che trasforma le possibili volgarità in gag originali e spesso esilaranti. Il comico pugliese forma qui un inedito e vincente trio con una Fenech svampita e autoironica (doppiata in veneto) e un Cavina versione tombeur de femmes.
Vetta banfiana assoluta. Uno dei suoi migliori film, dove tutto funziona alla perfezione… dallo “scambio” con un ottimo Cavina alla Fenech (che è anche molto divertente, ma solo grazie al doppiaggio). Bisogna rendere merito a Sergio Martino per questo film, davvero riuscito grazie ad una regìa di livello. Impossibile negare che il sarto di abiti talari Domenico Petruzzelli sia diventato col passare degli anni una specie di icona per moltissimi ammiratori del comico pugliese, ed io non faccio eccezione.
Una delle migliori commedie con Banfi, poco erotica ma decisamente divertente. La trama è semplice ma scorre bene, il cast è ottimo (e funziona anche Cavina come spalla) e le gag funzionano quasi tutte. Notevole anche la colonna sonora di Detto Mariano. Nel suo genere uno dei film migliori.
Pochade banfiana di gran livello. L’insolita accoppiata Banfi-Cavina funziona meravigliosamente, tanto da chiedersi come mai non si sia più ripetuta, ma tant’è. La Fenech è sempre una gioia per gli occhi e qua si mostra nella sua semi nudità di tanto in tanto. Ruoli minori (ma fondamentali) per la brava Vukotich (nella parte della moglie di Banfi) e il figlio “bamba” di Banfi (qui interpretato da uno sconosciuto Filippo Evangelisti) che ormai è storia del cinema. Ottima la OST a cura di Detto Mariano.
Non ai livelli del grandioso Spaghetti A Mezzanotte (sempre diretto dal bravo Martino), ma comunque notevole. Banfi in palla completa fa sempre ridere, spalleggiato dal bravo Cavina in un ruolo tutto sommato insolito, che ricorda vagamente l’umorismo “alla bolognese” del collega Andrea Roncato. C’è pure la Vukotic, in una parte non dissimile dalla signora Pina di fantozziana memoria; indimenticabile anche il figlio scemo Aristide. Le gag vanno a segno quasi sempre, in una girandola di equivoci esilarante. E la Fenech doppiata in veneto è cult!
L’affiatata coppia Edwige Fenech/Lino Banfi, nel 1981, interpretò questa simpatica commedia. Divertente, “banfiano vecchia maniera” e molto anni ’80, il film, incentrato su di un sarto di abiti clericali sposato con Milena Vukotic (la seconda signora Pina dei Fantozzi) ma infatuato della bella cantante lirica Edwige Fenech, è, negli anni, diventata cult. Personalmente la trovo una commedia deliziosa, anche se Gianni Cavina, usato spesso da Pupi Avati, in commedie così risulta un po’ sprecato.
Discreta commediola dal ritmo leggermente ondivago ma impreziosita da un buon cast. Banfi è sempre in palla, la Fenech bellissima come sempre e Cavina è un’ottima spalla. Da non trascurare poi l’apporto dato dalla brava Vukotic e dalla veterana Merlini. Bel ritmo.
Poca originalità. Come tanti altri film del filone affronta le solite corna e le solite amanti. A Domenico gliene capitano di tutti i colori, proprio come a Savino in Spaghetti a mezzanotte (stessa regia). Banfi è mostruosamente comico, fa strage di umorismo grottesco. Nonostante tutto il film ha le sue particolarità (come il tema del bigottismo, anche se resta molto sullo sfondo) e ha una vivace struttura di gag e situazioni non stop. In più oltre a varie trovate veramente comiche, ci sono molte cose divertenti: Aristide il figlio scemo, Ulderico (Mazinga)
Un altro dei must della commedia rètro, qui con Banfi mattatore e Cavina “castigatore”. Le grazie della natìa di Bona (nomen omen) vengono offerte poco e ci si accontenta delle sue lunghe gambe e dei suoi piedi, che il povero pugliese anela senza mai carpire. Il plot è un classico con marito fedifrago in fieri e amico disponibile a “dare una mano”. Si ridacchia, ci si diverte e la prossima volta che verrà trasmesso si sa già che lo si rivedrà…
Commedia degli equivoci, “albergo del libero scambio” trasferito in contesto condominiale. In spazi e tempi ristretti, Lino Banfi, improbabile e perciò irresistibile Casanova, deve destreggiarsi tra moglie, amante, amico compiacente, figlio scemo, portinaio impiccione e in più con l’urgente consegna di un abito talare ad un importante ecclesiastico. Si ride, di fronte a questi “numeri” da giocoliere e non ci sono tempi morti. Che si vuole di più da una commedia anni ’80 di Sergio Martino?
Un Banfi scatenato, al culmine della sua bravura da avanspettacolo e delle sue divertenti gag corporali e linguistico-pugliesi. Da solo regge il film e strappa un discreto numero di risate, di grana molto grossa ma ruspanti e spontanee. Il resto, dalla regia alla confezione generale, ai caratteristi di contorno (comunque valenti), lascia a desiderare. Stupenda la Fenech all’epoca.
One man show del Banfi dell’epoca d’oro, sulle cui spalle poggiano tutte le situazioni comiche. La spalla Cavina fa quel che può, ma con evidenti limiti (comici), la Fenech fa la Fenech e la Vukotic mette in mostra il tuo talento (e qualcosa d’altro). Ma il canovaccio è poca cosa e purtroppo si fa sentire, lasciando addosso una sensazione di mancato appagamento sotto tutti i punti di vista (risate ma anche il versante erotico soft).
Film del periodo d’oro della comicità di Banfi con il Lino Nazionale sarto ecclesiastico per ciò divertentissimo. La Fenech doppiata con simpatica parlata veneta molto provocante anche lei più o meno all’apice. Divertentissima la scena di lui che finisce sotto al letto. Nel cast la fantozziana moglie Milena Vukotic.
La sculacciata
Il solido matrimonio tra i giovani Elena e Carlo entra improvvisamente in crisi il giorno che l’uomo scopre di non provare più desiderio fisico per la moglie e di non essere quindi più in grado di consumare il matrimonio stesso.
Elena ovviamente preoccupata cerca in tutti i modi di aiutare il marito in difficoltà arrivando a mettere in pratica tutte le arti erotiche possibili e immaginabili, usando come arma estrema anche il bondage ovvero l’uso di pratiche sado-masochistiche che però non sortiscono alcun effetto.
Non funzionano nemmeno i consigli di lady Anna, un’esperta in crisi di coppia e sessualità che dalle colonne di un rotocalco si prodiga in consigli in aiuto delle coppie in difficoltà.
La situazione sembrerebbe senza via d’uscita perchè nessun tentativo è coronato dal successo: tuttavia un fatto imprevisto metterà a posto la situazione.
Elena tenterà il suicidio e Carlo, che la salva, ritroverà d’incanto la virilità perduta.
Scialbo filmetto datato 1974, La sculacciata è uno dei peggiori film di Pasquale Festa Campanile, che riduce con l’aiuto di Luigi Malerba il romanzo Neurotandem di Silvano Ambrogi, anche lui co-autore della sceneggiatura.
Il regista lucano reduce dalle altalenanti prove fornite con L’emigrante e Rugantino, entrambi del 1973, mostra una povertà di idee davvero sconcertante.
Il film, che pure poteva vantare un soggetto accettabile, finisce per snodarsi tutto attorno alle performance erotiche dei due protagonisti, senza mai avere un guizzo, un’intuizione che sollevino il film stesso da una mediocrità assoluta.
Antonio Salines, che interpreta il marito divenuto improvvisamente impotente appare imbambolato e privo di nerbo mentre va meglio la bella Sydne Rome che però paga il pedaggio di un personaggio tagliato con l’accetta.
La brava attrice americana gira nuda per buona parte del film e a ben vedere resta l’unica cosa che si ricordi del film che vivacchia su gag davvero povere d’idee e sopratutto spesso scollegate l’una dall’altra.
Festa Campanile si era distinto fino all’epoca della realizzazione di questo film per la capacità di inserire una ironia tagliente anche se velata dietro film dal valore anche sociale, come La matriarca e Con quale amore con quanto amore, in cui una critica garbata alla società affiorava quà e là con leggerezza.
In La sculacciata invece non c’è nulla di tutto questo, e per tutta la durata del film assistiamo ad un’anonima e a tratti anche indolente trasposizione di immagini prive di forza.
Andrà sicuramente meglio l’anno successivo, quando il regista lucano dirigerà il simpaticissimo Conviene far bene l’amore ; qui invece siamo davvero ai minimi termini e mi sento tranquillamente di sconsigliare la visione del film a coloro che amano le commedie brillanti.
La sculacciata,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Sydne Rome, Toni Ucci, Antonio Salines, Gino Pernice,Marisa Bartoli, Paolo Gozlino, Lorenzo Piani, Roberto Antonelli, Vincenzo Crocitti
Commedia, durata 95 min. – Italia 1974.
Roberto Antonelli: Chimico
Paolo Gozlino: Dottore
Gino Pernice: Venditore di enciclopedie
Sydne Rome: Elena
Antonio Salines: Carlo Amatriciani
Toni Ucci: Frate
Marisa Bartoli: Veronica
Vincenzo Crocitti: Padrone di Elena
Regia Pasquale Festa Campanile
Sceneggiatura Silvano Ambrogi, Pasquale Festa Campanile, Luigi Malerba
Fotografia Salvatore Caruso
Montaggio Mario Morra
Musiche Gianni Ferrio
I picari
Su una galera che naviga per rotte sconosciute facciamo conoscenza con due personaggi pittoreschi: Lazzarillo de Tormes e Guzman de Alfarache.I due, legati allo stesso remo, si raccontano le vicissitudini che li hanno portati a condividere lo stesso destino. Lazzarillo de Tormes, nato in una famiglia numerosa e poverissima, con una madre costretta a prostituirsi per procacciare cibo ai numerosi figli, è stato ceduto dalla famiglia ad un mendicante cieco e furbissimo.L’uomo ha insegnato a Lazarillo tutti i trucchi per sopravvivere di espedienti e carità, ma alla fine viene beffato dal giovane aiutante, stanco delle sue angherie e della sua avarizia. Guzman de Alfarache non ha conosciuto la miseria, perchè suo padre era un artigiano di valore, un orologiaio molto apprezzato ma con un vizio, quello del gioco.
Esperto giocatore di dadi, l’uomo viene sorpreso a barare e finisce così impiccato.Accolto in una famiglia nobile come “coadiuvante pedagogico”, Guzman scopre a sue spese di essere caduto dalla padella nella brace.Il suo compito infatti consiste nel subire le punizioni in loco del rampollo ignorante e maleducato della nobile famiglia.Stanco dei soprusi, Guzman scappa; così ritroviamo i due avventurieri legati al remo della galera, che li sta trasportando verso un oscuro destino.

Claudio Bisio, il capo degli ammutinati
Ma il caso vuole che l’equipaggio dei galeotti di bordo decida di ammutinarsi e cosi dopo rocamboleschi colpi di scena Lazarillo e Guzman vengono scaraventati fuori dalla nave e approdano miracolosamente su una spiaggia.Dopo un’altra avventura, in cui riescono con l’inganno a farsi liberare da un fabbro dalle catene che li imprigionavano, i due avventurieri inseguiti dalle locali guardie finiscono per dividere le proprie strade.Cosi Guzman va a servizio di un nobile ridotto in miseria, che verrà incarcerato per debiti mentre Lazarillo più fortunato diventa un attore, lavoro grazie al quale può permettersi di girare con un ricco abito utilizzato per le scene.I due amici si reincontrano e grazie all’abito di Lazarillo truffano un gioielliere e con i proventi della truffa acquistano una prostituta con l’intenzione di cederla di volta in volta in cambio di denaro.
Ma Rosario, la prostituta, si concede solo a chi le garba così alla fine diventa motivo di discussione tra i due amici con conseguente lite finale e nuova separazione dei loro destini.Che però sono fatalmente destinati a incrociarsi: Lazarillo diventa assistente del boia e un giorno si trova davanti l’amico Guzman condannato a morte per omicidio.Con un ennesimo colpo di teatro, Lazarillo riesce a far liberare Guzman, facendo impiccare in vece sua un povero ladro, mentre allo stesso Guzman Lazarillo taglia la mano, pena riservata ai ladri.Nel finale, troviamo ancora una volta i due amici impegnati nel furto di latte da un pastore che pascolava il suo gregge di pecore.
A distanza di 21 anni dal capolavoro L’armata Brancaleone, Mario Monicelli riprende l’atmosfera del film medioevale trasportandolo in un’ambientazione spagnoleggiante di ispirazione picaresca, prendendo spunto dal romanzo di autore ignoto Lazarillo De Tormes, ambientato nel 1500. Questa volta i protagonisti non sono gli straccioni dal linguaggio ameno che attraversano un’Italia ignorante e popolata da gente superstiziosa, bensi due avventurieri che si imbarcano in imprese grottesche, quasi tutte condannate a fallire miseramente.I due protagonisti, Lazarillo e Guzman, hanno appreso dalla strada l’arte di arrangiarsi e tentano di mettere a frutto quanto imparato, sempre però con alterne fortune.
Non sono affatto due anime candide, come per esempio era il Brancaleone da Norcia protagonista dell’Armata Brancaleone, quanto piuttosto due simpatici gaglioffi che la vita ha costretto ad un’esistenza da vagabondi.Se per Lazarillo la scuola del vecchio mendicante ha avuto una funzione preminente facendolo diventare furbo e scaltro, per Guzman la morte ingloriosa del padre ha funzionato solo come detonatore di un’improvvisa libertà che il giovane non ha saputo ne potuto sfruttare, finendo per incontrare Lazarillo al remo di una galera che li conduce verso una sorte ignota.
I due compagni finiscono così per attraversare in lungo e in largo la Spagna, sempre inseguiti o dalle guardie o perseguitati da un destino infausto. E si imbattono nel corso della loro vita, in personaggi altrettanto “sfiagti”, come il Marchese Felipe de Aragona incontrato da Guzman che per poter mettere sotto i denti qualcosa è costretto a fare due volte la comunione o come il mendicante cieco che diventa la guida cattiva e cinica di Lazarillo. La galleria dei personaggi incontrati dal duo è ampia e variegata e passa dal precettore che picchia Guzman in loco del pargolo nobile ciuco e maleducato fino al gioielliere che i due truffano prima di venire truffati a loro volta da un vecchio ruffiano che rifila loro la bella Rosario, prostituta che va solo con chi piace a lei.

Vittorio Gassman è il Marchese Felipe de Aragona
L’allestimento artistico del film, ovvero il cast che lavora in questa pellicola è di assoluto prim’ordine; si va da Nino Manfredi, cieco e truccato quasi come nel film di Scola Brutti sporchi e cattivi che da vita ad un personaggio a tratti ributtante, ovvero il mendicante spilorcio e cattivo che però funziona da guida verso la vita dura del picaro per il giovane Lazarillo, passando per Vittorio Gasmann sobrio e dolente nei panni del nobile Felipe de Aragona, che alle guardie incaricate di arrestarlo presenta i suoi averi, una brocca, una ciotola e un pitale.Naturalmente poi ci sono i due veri protagonisti: Enrico Montesano nel ruolo di Lazarillo e Giancarlo Giannini in quello di Guzman.

A sinistra Enrico Montesano, Lazarillo
Entrambi lavorano bene mostrando un affiatamento che nell’economia del film si rivelerà prezioso; nessuno dei due tenta di prevalere sull’altro e lo spettacolo è assicurato. Merito anche del resto del cast, nel quale troviamo attori del calibro di Paolo Hendel, il precettore leggermente sadico del nobile rampollo e Claudio Bisio, il capo degli ammutinati della galera, il grande Bernard Blier nel ruolo del magnaccia e Giuliana De Sio in quella della prostituta Rosario, che mostra abbondantemente le sue grazie il che è davvero un bel vedere. C’è spazio anche per Vittorio Caprioli nel ruolo del bandito Mozzafiato e per Enzo Robutti in quello del comandante della galera che subirà l’ammutinamento.Segnalazione per la particina di Sabrina Ferilli che interpreta la figlia del magnaccia che vende Rosario. Se I Picari non è un capolavoro lo si deve solo ad una certa discontinuità del film, che manca di omogeinità e che sembra più affidato a degli sketch improvvisati dal duo Montesano- Giannini che ad un percorso più organico della pellicola.

Nino Manfredi, il mendicante cieco
Tuttavia il maestro Monicelli sorprende ancora con un opera affascinante e divertente in maniera misurata, alla luce sopratutto del mezzo fiasco di critica e di pubblico rimediato con Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1984) che farà da preludio a quel gioiello che è Speriamo che sia femmina (1986), che sarà il lavoro precedente a questo film.Monicelli è un maestro, un grande regista, capace di amalgamare alla perfezione i cast pur in presenza di soggetti difficili come il romanzo Lazarillo De Tormes, dal quale il regista si discosta parecchio. Il romanzo infatti, narrato in prima persona dal protagonista, racconta la vita errabonda del giovane Lazzarillo nella Spagna di Carlo V prima di accasarsi felicemente con la serva di un vinaio, che dividerà con il vinaio stesso. Monicelli introduce quindi il personaggio di Guzman, che appare leggermente meno furbo e cinico di quello di Lazarillo, forse perchè di estrazione piccolo borghese la dove l’amico viene dal proletariato più povero e indigente.Questo contrasto lo si avverte nel film, e nel finale sarà proprio Guzman a pagare il prezzo più alto, sfuggendo all’impiccagione ma non al taglio della mano, operato dallo scaltro Lazarillo che però così gli salverà la vita.In definitiva, un buon film che mostra come il cinema italiano degli anni ottanta vivesse purtroppo solo delle performance dei grandi registi come Monicelli, probabilmente il più grande interprete della cinematografia italiana.
I picari, un film di Mario Monicelli. Con Giancarlo Giannini, Enrico Montesano, Giuliana De Sio, Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Bernard Blier, Paolo Hendel, Cristina Marsillach, Sabrina Knaflitz, Maria Luisa Armenteros Gonzales, Maria Casanova, Juan Carlos Naya, Claudio Bisio, Sabrina Ferilli, Blanca Marsillach, Vittorio Caprioli, German Cobos, Sal Borgese, Aldo Sambrell, Enzo Robutti, Jesus Guzman, Donatella Ceccarello. Commedia, durata 128 min. – Italia 1987.
Giancarlo Giannini: Guzman de Alfarache
Enrico Montesano: Lazarillo de Tormes
Vittorio Gassman: Marchese Felipe de Aragona
Nino Manfredi: il mendicante cieco
Giuliana De Sio: la prostituta Rosario
Bernard Blier: il magnaccia
Paolo Hendel: il precettore
Vittorio Caprioli: Mozzafiato
Enzo Robutti: Capitano della nave
Blanca Marsillach: Ponzia
Maria Casanova: Donna incinta
Juan Carlos Naya: Venditore di ceramiche
Claudio Bisio: il capo dei rematori ammutinati
Salvatore Borghese: il nostromo
Sabrina Ferilli: giovane prostituta figlia del protettore
Regia Mario Monicelli
Soggetto Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Suso Cecchi d’Amico, Mario Monicelli, dal romanzo spagnolo Lazarillo de Tormes (1554)
Sceneggiatura Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Suso Cecchi d’Amico, Mario Monicelli
Produttore Giovanni Di Clemente
Casa di produzione Clemi Cinematografica, Producciones Cinematograficas Dia
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Italia
Fotografia Tonino Nardi
Montaggio Ruggiero Mastroianni
Musiche Lucio Dalla e Mauro Malavasi
Scenografia Enrico Fiorentini
Costumi Lina Nervi Taviani
Trucco Manuel Martín, Mario Scutti
Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Film apprezzabile per l’ottima (e verosimile) resa ambientale, scenografica e di costume dell’italia picaresca del ‘500, affidata alla maestria e al grande mestiere di Mario Monicelli in una delle sue ultime grandi produzioni cinematografiche. Il film è meno valido sul versante della sceneggiatura fatta più di spezzoni e singoli episodi e poco organica, difetto tuttavia che si tende a dimenticare a causa delle performances molto buone di gran parte del cast.
Due picari vagano per la Spagna combinandone di tutti i colori. A vent’anni da Brancaleone, Monicelli torna a filmare un’epoca storica reinventata, con immutato gusto della rivisitazione e spirito guittesco. Qui però l’invenzione non va oltre la serie di sketch comici e le storielle da commedia all’italiana trasferita in costume. Insomma, operazione non riuscita in un film troppo lungo e senza nerbo, che ha l’unico pregio di scorci visivi del tardo 500 spagnolo. Il resto è buon mestiere senza anima.
Con tutti questi attori, guidati da un valido regista, ci si poteva aspettare di più. Il film non è male, ma non tutto funziona (la parte con la De Sio, per quanto generosamente svestita, è un po’ troppo tirata); e nonostante l’indiscussa bravura di Giannini e Montesano, la pellicola finisce per trascinarsi un po’, anche se ha i suoi buoni momenti (il mendicante Manfredi, la fregatura dei cannoli e il pappone a gestione familiare). Sicuramente vedibile, ma poteva essere meglio.
Forse l’ultimo grande film di un grande regista. Ottima prova di Montesano e Giannini, ma sarebbe da citare tutto il cast… Monicelli riesce a dare l’idea di un intero periodo, tra miseria, fame e guerra, non dimenticandosi però di far ridere con zampate di quelle che si ricordano. Infatti la difficile miscela tra le parti “serie” e quelle più prettamente da commedia all’italiana è molto ben riuscita. Sicuramente un film da vedere.
Ma Lazzarillo de Lormes non era spagnolo? E allora perché si senton diversi mortacci? Una coppia di attori in buona vena, ma il film è di quelli della senilità di vari autori; cioè, si sente odore di set e si vede che le comparse son comparse. Riciclata la gag delle paste de Il mattatore (qui son cannoli). La De Sio sfodera un derrière da urlo, ma dura poco. Un film stanco, riscattato da qualche guizzo simpatico.
La confezione è notevole con i costumi, le scenografie e l’ambientazione curatissimi. Quando apriamo il pacchetto però ci accorgiamo che dentro non c’è molto oltre alle disavventure seriali dei due protagonisti che, peraltro, tra loro si sposano abbastanza bene. I flashback iniziali servono solo a proporci un Manfredi cieco mendicante e l’Hendel precettore manesco e a conti fatti di tutto il film quello che resta di più è la comparsata di Gassman nobile decaduto. Tanto fumo ma poco arrosto…
L’ottima ricostruzione storico-scenografica ed una trama divertente e non banale fanno di questo film uno degli ultimi grandi film di Monicelli. Buona parte del merito va sicuramente allo splendido cast che, oltre alla coppia di protagonisti, trova nella comparsata di Gassmann uno dei suoi momenti più felici.
Buon film di Mario Monicelli. Ciò in cui rende di più è nella perfetta ricostruzione di costumi, luoghi e atmosfere del 500; per quanto riguarda la sceneggiatura, ci sono alti e bassi, c’è poco d’autore e molto da commedia italiana (specie nelle scene con la prostituta); tra i furtarelli e qualche buona gag i ritmi sono sostenuti e nel complesso si lascia seguire fino alla fine per la bravura dell’ampio e vasto cast (Montesano e Giannini sono splendidi, ma al pari è anche Gassman).
Il film è ottimo per alcuni spunti, ma sopratutto per un cast veramente all’ altezza; la mano di Monicelli è sicura, vigorosa ed esperta, la trama ammiccante ma sincera, senza sbavature. Gassman è ben trattenuto, Giannini giusto, la De Sio splendida prostituta.
Il domestico
Durante la seconda guerra mondiale Rosario Cavadoni, conosciuto da tutti come Sasa, lavora in mensa come cameriere fino al giorno in cui viene chiamato al servizio del maresciallo Badoglio.
La proclamazione dell’armistizio vede la fuga del maresciallo stesso da Roma mentre il povero Sasa si salva grazie alle sue doti di adattamento ai lavori di casa finendo al servizio di un ufficiale tedesco e in seguito all’occupazione militare americana in Germania ai servizi di un comandante statunitense.
La fine della guerra vede Sasa alla ricerca di un’occupazione in pianta stabile; finisce così per entrare al servizio di Salvatore Sperato, un produttore cinematografico che decide di farlo lavorare nel cinema accanto a sua moglie Lola Mandragali, una popolana sguaiata e becera.
Fallito miseramente il tentativo di diventare attore, Sasa entra a servizio di una famiglia nobile romana, impelagata con il fascismo. Qui Sasa ha modo di rendersi utile al vecchio patriarca portandolo in giro per i bordelli, dove l’uomo alla fine viene colto da malore, proprio mentre Sasa è a colloquio intimo con la simpatica prostituta Rita.
La famiglia del nobile mette a tacere lo scandalo, anche perchè ormai l’epoca dei bordelli si avvia malinconicamente alla conclusione per l’avvento della legge Merlin che stabilì la chiusura della case chiuse.
L’odissea di Sasa continua: l’uomo finisce alle dipendenze di una coppia dalla morale sessuale molto aperta e discutibile e alla fine approda in casa di Ambrogio Perigatti, un ricco petroliere dalle molte ombre.
Qui Sasa ritrova una vecchia conoscenza, la prostituta Rita diventata nel frattempo moglie dell’uomo d’affari.
Sasa avrà modo di rendersi utile guarendo la figlia della coppia da una forma di strabismo: durante lo sbarco dell’uomo sulla luna, infatti, avrà un rapporto intimo con Linda (figlia di Amrogio e Rita) provocando la scomparsa del fastidioso disturbo che Sasa furbescamente attribuirà all’emozione provata dalla ragazza davanti alla tv durante l’allunaggio.
Ma è destino che il domestico non debba trovare tregua: Ambrogio Perigatti coinvolgerà come prestanome il povero domestico in una speculazione,che avrà come risultato la condanna di Sasa alla detenzione.
In carcere finalmente l’uomo potrà dedicarsi al suo lavoro di domestico….
Il domestico, diretto da Luigi Filippo D’Amico su una sceneggiatura di Sandro Continenza e Raimondo Vianello è una gradevole commedia del 1974 appartenente al florido filone della commedia all’italiana e non alla commedia sexy come erroneamente scritto da alcuni recensori della domenica.
L’impianto narrativo infatti è di stampo classico e della commedia sexy non riprende alcuna tematica: le scene sexy infatti sono limitate a qualche topless fugace delle belle protagoniste ed il film vive tutto sulla verve di Lando Buzzanca, chiamato per una volta a interpretare un ruolo brillante defilato dai ruoli sexy a cui l’attore siciliano aveva abituato il pubblico.
Il film percorre 30 anni della storia italiana, con Sasa che si imbatte via via in personaggi arricchiti e volgari, parvenue della borghesia emergente o vecchie glorie della nobiltà, nostalgiche di un passato ormai irrimediabilmente scomparso.
Se nel film manca la profondità, per ovvi motivi trattandosi di una commedia brillante, ci si consola con alcune gag gustose tra le quali spiccano la visita di Sasa con il vecchio nobile in un bordello pochi giorni prima della loro soppressione e la scena dell’allunaggio con la seduzione da parte della giovane Linda del maturo domestico Sasa, che la ragazza provoca in tutti i modi.
Finale agro dolce, o meglio, amaro con Sasa che finisce per fare il suo lavoro dietro le sbarre, condannato da un destino avverso che lo ha visto entrare e uscire da diverse famiglie ognuna delle quali con vizi nascosti, tipici della borghesia rampante dell’Italia post bellica.
Luigi Filippo D’Amico dirige con mano sicura un cast di caratteristi tutti all’altezza, con alcune tra le più belle star del cinema italiano anni settanta: si passa da Femi Benussi (l’attrice Lola Mandragali che odia il caviale e lo rifila al suo cane! ) a Martine Brochard, perfettamente a suo agio nel ruolo della prostituta Rita che sogna di fuggire dal bordello in cui lavora e che vedrà coronato il suo sogno visto che sposerà nientemeno che un petroliere fino a Eleonora Fani, bravissima come suo solito nel ruolo dell’adolescente pruriginosa che guarirà dallo strabismo da cui è affetta grazie alla performance erotica di Sasa.
Ancora, in ruoli di contorno troviamo Erika Blanc, la Silvana commessa in un negozio che si rifiuta di fare la scomoda testimone delle infedeltà della coppia presso la quale lavora Sasa ricordando che guadagna 120.000 lire al mese per lavorare 12 ore al giorno mentre i viziosi padroni di casa se la spassano avendo denaro e tempo libero; troviamo una splendida Malisa Longo in una parte lampo (quella della prostituta del bordello), Ivana Monti nel ruolo della moglie infedele che Sasa cercherà disperatamente di coprire
e accanto a loro attori come Arnoldo Foà (Ambrogio Perigatti), Enzo Cannavale (il produttore Salvatore Sperato),Antonino Faa Di Bruno (il nobile puttaniere) e infine Gordon Mitchell (il Generale Von Werner), tutti a loro agio nei ruoli attribuiti.
Il domestico è un film senza grandi pretese ma riuscito: va detto che alcune scene sono prolisse e che alcune situazioni sono davvero tirate per i capelli, ma nel complesso il film regge e si guarda con piacere.
Come al solito rivolgo l’invito a non fidarsi di alcune recensioni dei critici di alcuni siti, troppo snob per riconoscere un valore minimo ad una pellicola che non sarà un capolavoro ma che è sicuramente meglio di tanti prodotti osannati dai critici stessi.
Questa recensione in particolare, “soldato semplice nella seconda guerra mondiale, “Zazà” viene mandato addirittura a fare l’attendente di Badoglio. Finisce poi al servizio di un ufficiale nazista e, infine, di uno americano. Tipico veicolo per Buzzanca. Comicità facile e scollacciata con velleità satiriche.” mostra un’acredine davvero spiazzante; il film non è affatto scollacciato, ma come ormai sappiamo bene il vero problema è la puzza sotto al naso di parte dei soloni cinematografici.
Il domestico,un film di Luigi Filippo D’Amico. Con Femi Benussi, Luciano Salce, Silvia Monti, Lando Buzzanca, Paolo Carlini, Martine Brochard, Arnoldo Foà, Nanda Primavera, Camillo Milli, Renzo Marignano, Enzo Cannavale, Erika Blanc, Gordon Mitchell, Silvia Monelli, Malisa Longo, Carla Mancini, Mico Cundari, Empedocle Buzzanca
Commedia, durata 105 min. – Italia 1974.
Lando Buzzanca … Rosario Cabaduni, soprannominato ‘Sasa’
Martine Brochard … Rita
Arnoldo Foà … Ambrogio Perigatti
Femi Benussi … Lola Mandragali
Leonora Fani Linda Perigatti
Paolo Carlini … Andrea Donati
Enzo Cannavale … Salvatore Sperato
Antonino Faa Di Bruno…. il nobile
Erika Blanc … Silvana
Luciano Salce … Il regista
Gordon Mitchell … General Von Werner
Erika Blanc…. Silvana
Malisa Longo…Una prostituta
Regia: Luigi Filippo D’Amico
Sceneggiatura: Sandro Continenza e Raimondo Vianello
Musiche : Piero Umiliani
Editing: Renato Cinquini
Produttore: Medusa
Fotografia : Sandro D’Eva
Montaggio : Renato Cinquini
Distribuzione: Medusa
Scenografia : Ennio Michettoni, Franco Velchi
Costumi : Luciana Fortini
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Divertente, ma sbilanciato. Molto buona la prima ora, però cala con la parte popolata da Foà e la Fani, nonostante la bravura degli interpreti, perché è troppo prolissa. Esilarante la parte con la Monti, Marignano, la Blanc (presunta monarchica…). Buzzanca, in ogni caso, è semplicemente eccezionale. E poi ci sono Salce, il grande Faà di Bruno, Cannavale, una sfolgorante Benussi.
Interessante parabola sull’esistenza di un “servo” che viene analizzata (in vérve comica) a partire dall’inizio della carriera (a ridosso della fine della 2a guerra mondiale) sino ad un finale (corrispondende al 1969 e relativo sbarco sulla Luna) che avanza teorie “politiche” esterne al genere: Luigi Filippo D’Amico riesce a mettere insieme momenti esilaranti (basterà ricordare Luciano Salce nella parodia di se stesso), senza scordarsi una sana polemica sulla corruzione politica e sociale, già all’epoca, ai vertici dei ministeri…
Valida commedia sulla lealtà dei servi e i vizi dei padroni, costruita su Buzzanca – al solito siculo e mandrillo – e su una variopinta galleria di attori e starlets: la Fani strabica e lolitesca, la statuaria Monti, la delicata Tanzilli, la Blanc che ghigna come la Facchetti, Foà distributore di bustarelle, Mitchell nazista…Trova spazio pure una parodia di Riso amaro (e del mondo del cinema in generale), con Salce regista e Buzzanca e la Benussi nei ruoli che furono di Gassman e della Mangano.
L’italico servilismo, ma anche il camaleontismo e l’ipocrisia: in questo anomalo Buzzanca-movie, dove il nostro è leccapiedi per vocazione (ma pur sempre mandrillo siculo), i vizi atavici dell’italiano vengono passati in rassegna in una svelta successione di episodi piuttosto ben sceneggiati, dove il migliore è quello con Salce neorealista a dirigere Lando domestico del produttore. Buona scelta dei comprimari, buon assortimento di fanciulle: la dolce e maliziosa Fani (semiesordiente) si fa notare nel ruolo della lolita strabica.
Notevole commedia, probabilmete il miglior film di Buzzanca. I toni sono più seri e impegnati del solito, ma il film è comunque veloce e divertente. Bravissimo Buzzanca, ottimo il resto del cast, pieno di nomi noti. Forse il finale non è troppo convincente, ma il film riesce a volare inaspettatamente in alto. Bellissima la colonna sonora.
Azzardo a definirlo il miglior Buzzanca-movie di tutti i tempi. La qualità della pellicola si manifesta in molti aspetti: innanzitutto il ruolo affibbiato a Buzzanca gli è congeniale e lo si vede convinto (dunque convincente). Bella l’idea di raccontare ad episodi la storia di questo domestico dall’Italia della Seconda Guerra Mondiale fino al 1974, con aspetti anche storiografici. Molto bella la colonna sonora di Piero Umiliani.
Solita commediola con protagonista Lando Buzzanca. Non dissimile da mille altre che l’attore ha interpretato nel corso del suo periodo d’oro. Ha un buon ritmo e due o tre gag apprezzabili, ma in fondo la si dimentica in fretta. Cast non particolarmente in palla, a partire dal protagonista.
Il domestico è un ruolo che si addice alla maestria comica del grande Buzzanca, libero di impersonare le varie caratteristiche di questo lavoratore in tutte le sue accezioni. Si ride anche se non ci si spancia, v’è da dirsi, ma neanche si affonda nel mare magnum triviale cui spesso la commedia italiana di quel periodo ci aveva abituato. La Fani che seduce il bravo Lando posizionando il suo dolce piedino proprio lì (riacquistando al contempo la perfetta simmetria oculistica) vale tutto il film, grazie anche all’espressione di lui…
La mano che nutre la morte
In una tradizionale villa con annessa tradizionale cripta si aggira la figura velata di Tania Nijinski: la donna è rimasta sfigurata in un incidente nel laboratorio della villa di proprietà di suo padre Ivan Rassimov. Suo marito, il professor Nijinski, continua l’opera intrapresa dal suocero con l’intento doppio di portare a termini gli studi di Rassimov e contemporaneamente trovare una cura che rigeneri i tessuti dell’epidermide ottenendo così una soluzione alla devastazione del volto di Tania.
All’interno del maniero alloggia da qualche tempo la giovane Katiuscia che ufficialmente risiede nella casa per svolgere ricerche per un libro, ma che in realtà cerca prove della scomparsa di sua sorella aiutata in questo da Fjodor, che inutilmente ha tentato di convincere il riottoso responsabile della legge nel vicino villaggio a interessarsi al caso. Il poliziotto in realtà non ha alcun interesse a inimicarsi nè Nijinski ne sua moglie Tania, per cui le ricerche avvengono molto blandamente.
Ma cosa succede realmente nella villa? Nijinski per trovare una cura utilizza corpi di donne, quindi effettivamente il dottore è responsabile della scomparsa della sorella di Katiuscia: i suoi tentativi ottengono finalmente il successo sperato ma accadono altre cose…
Una coppia di giovani, Masha e Alex, di passaggio in zona ha un incidente di carrozza e trova rifugio presso il castello. Per Nijinski è l’occasione tanto attesa: uccide Masha e ne preleva il tessuto epidermico innestandolo sul volto della moglie, ma non vivrà abbastanza per godersi il trionfo perchè….
La mano che nutre la morte, per la regia di Sergio Garrone esce nelle sale italiane nel 1974; siamo di fronte ad un film realizzato in strettissima economia con metà del budget utilizzato per il cachet di Klaus Kinski, eppure sorprendentemente interessante. Merito della buona mano del regista che riesce a manipolare una sceneggiatura equilibrata anche se non originale utilizzando il poco che ha a portata di mano, senza utilizzare effetti splatter (le scene nel laboratorio sono davvero realizzate con poco) e senza usare a sproposito l’elemento erotico.
Pure alla fine il prodotto risultante è gradevole, grazie all’abilità del regista che fino ad allora aveva diretto principalmente western all’italiana come Django il bastardo e Bastardo, vamos a matar; il buon risultato del film lo spingerà poco più tardi a dirigere un film sulla falsariga di questo, intitolato Le amanti del mostro.
Nel cast troviamo un Klaus Kinski sorprendentemente misurato, che recita quasi con il freno a mano tirato mentre sicuramente affascinante è Katia Christine,l’attrice olandese comparsa in diversi ruoli di supporto in film di inizi anni 70 come La vittima designata o La prima notte del Dottor Danieli, industriale col complesso del… giocattolo. Di Marzia Damon si apprezza principalmente qualche apparizione senza veli.
Curioso il nome del professore padre di Tania: Ivan Rassimov infatti è uno degli attori più eclettici del cinema di genere anni 60-70. Può valere la pena cercare una versione accettabile in dvx di questo film oppure aspettare con molta pazienza che capiti su qualche tv privata; se cercate in rete vedrete che è possibile trovarlo in streaming.
La mano che nutre la morte,un film di Sergio Garrone. Con Klaus Kinski, Katia Christine, Marzia Damon, Carmen Silva, Stella Calderoni, Romano De Gironcoli, Alessandro Perrella, Carla Mancini, Luigi Bevilacqua, Bruno Arié, Osiride Peverello, Amedeo Timpani, Pasquale Toscano Fantascienza, durata 85 min. – Italia, Turchia 1974.
Klaus Kinski … Prof. Nijinski
Katia Christine … Masha / Tanja Nijinski
Marzia Damon … Katja Olenov
Stella Calderoni … Sonia
Alessandro Perrella … Feodor
Ayhan Isik … Alex
Regia: Sergio Garrone
Sceneggiatura: Sergio Garrone
Produzione: Amedeo Mellone, Claudio Sinibaldi
Musiche: Stefano Liberati, Elio Maestosi
Editing: Cesare Bianchini
Costumi: Amedeo Mellone
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Tardo gotico che assembla: un mad-doctor (il convincente Kinski) in vena di esperimenti sulla pelle di giovani vittime, al fine di recuperare la bellezza perduta della donna amata; la solita coppietta con carrozza accidentata, costretta a trovar riparo nella casa del folle; una scrittrice che rimèmbra lo scopritore del trapianto, tale dott. Marshall (Rassimov); tanta faciloneria, nello stile d’un Garrone che è però già eccessivo (come dimostrerà nei Nazi e nei W.I.P.) e non lèsina Sex&Violence, ingredienti abbondantemente sparsi lungo i 90 minuti della pellicola. Discreta la colonna sonora.
La cosa più grandiosa di questo film e del suo gemello Le amanti del mostro è il coraggio di Garrone nel negare che i due film siano gemelli: cast, staff tecnico e canovaccio (il mad doctor) identici, e scene che si ritrovano nell’uno e nell’altro… Vecchiotto come concezione già al periodo, poverissimo, desolante nei generici (turchi), imbarazzante nel cast (tranne, s’intende, il grande Klaus), in breve un disastro. Avvistabile la musa del Legnani?
Miserrima coproduzione italo-turca, girata con sciatteria desolante, eguagliata solo da certi gotici spagnoli tipo Il mostro dell’obitorio. Kinski, ennesimo mad doctor, è vano e svogliato, la Christine inespressiva, i due comprimari turchi (Isik e Tas) pessimi. Un minimo accenno di recitazione proviene solo dalla graziosa Caterina Chiani aka Marzia Damon, protagonista pure di una focosa sequenza lesbo: unico sussulto di tutto il film.
Gotico italiano di scarso valore incentrato su una serie di situazioni trite e ritrite tra cui l’assunto principale della storia che si fonda sul solito scienzato pazzo che fa esperimenti ai danni di belle e sprovvedute fanciulle. Tutto già visto ed il peggio è la grossolanità dell’insieme (fatta eccezione per gli effetti truculenti che sono più curati della media). Per il resto la noia fa capolino in più di un momento. Tuttavia è leggermente, ma di poco, al di sopra dell’indecenza.
Forse questa suonerà ai più come un’eresia, ma io non l’ho trovato così male, questo film. Oltre alla presenza di Kinski vi sono da segnalare nel cast la regale Katia Christine (doppiata superbamente da Vittoria Febbi), i particolari splatter (molto audaci per l’epoca) dell’operazione chirurgica, le musiche. Poco sesso tranne una spinta scena lesbica, ottimo il doppiaggio eseguito dalla c.d.c. (e questo non è poco). Io mi sento di consigliarlo.
Poverissimo gotico di serie C, i cui unici elementi positivi risiedono nella buona interpretazione di Kinski, nella quasi accettabile colonna sonora e in alcune rare inquadrature riuscite (Kinski con la bambola). Tecnicamente modestissimo, con discontinuità varie nel montaggio e nella fotografia, squallido nelle location (una sequenza è ambientata in villaggio western) e diretto in maniera più che svogliata. Gore abbondante ma casareccio, nonostante la firma di Rambaldi. Cultissime le zoomate sulla tomba di Ivan Rassimov (!). Mediocrissimo.
Non malaccio questo orrore, buona la prova di Kinski mentre il resto del cast è perlomeno discutibile. Negli anni 70 furono prodotte diverse schifezze, mentre questo, pur mostrando degli enormi limiti, riesce comunque a farsi apprezzare. Trama banale e già vista, ma film che se la cava.
E riecco il grande Klaus nei panni del mad doctor che si lancia in folli esperimenti sul corpo umano. Horror gotico poverissimo, ha comunque dei notevoli picchi nelle scene splatter e il cast femminile (su cui svetta una fantastica Katia Christine) è di quelli che da solo può giustificare una visione. Non male, dopo tutto, anche se la scena lesbo era francamente gratuita ed evitabile. Buone le musiche. Insomma si può vedere.

































































































































































































































