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Un po di sole nell’acqua gelida

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Subito dopo i grandi successi al botteghino ottenuti con due campioni di incasso come La piscina del 1969 interpretato da Romy Schneider e Alain Delon e Borsalino del 1971 con protagonista ancora Delon in coppia con l’altro idolo dei francesi “Bebel” Jean Paul Belmondo, Jaques Deray dirige, nel 1971 Un po di sole nell’acqua gelida ( Un peu de soleil dans l’eaux froides ), riducendo per lo schermo l’omonimo romanzo di Francois Sagan.
Il libro, che racconta la storia di un amore dal finale tragico tra un seduttore cinico ed egoista e una bella donna di provincia, ben si prestava con tutte le sue implicazioni sia sentimentali che descrittive con lo sfondo della provincia francese ad una trasposizione cinematografica di rilievo.

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Deray sceglie la strada più difficile, centrando l’obiettivo sulla tormentata storia d’amore dei due protagonisti ma rimanendo in modo irrimediabile solo sulla superficie, non indagando abbastanza sulla psiche dei due personaggi e sopratutto non mettendoci nulla di suo, restando fedele al racconto in modo troppo didascalico.
La trama:
Gilles Lantier è un giornalista che lavora per la testata France press.
E’ giovane, bello e sopratutto adulato dalle donne,è un don Giovanni abituato alle avventure galanti.Ma è anche cinico e arrivista, immaturo e sopratutto egoista.
Ha una relazione fissa con una sua collega americana, relazione che ormai si trascina stancamente sopratutto per colpa di Gilles che un giorno decide di dare un taglio alla routine e molla la capitale per andare a casa di sua sorella Odile che abita a Limoges, una cittadina della Francia centrale.

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Qui, a contatto con una vita sicuramente meno disordinata e più a dimensione umana Gilles dovrebbe riprendere entusiasmo e slancio ma viceversa sembra languire irrimediabilmente.
Tuttavia un incontro sembra cambiare in meglio tutta la situazione:irrompe nella sua vita Nathalie Silveneur, una giovane e bella donna sposata ma senza figli, una donna ancora alla ricerca dell’amore vero.
Tra i due è colpo di fulmine a prima vista e inizia cosi per loro una relazione appassionata.
Ma Gilles non si trova a suo agio nella cittadina e decide di tornare a Parigi, incurante delle aspirazioni di Nathalie,che per lui decide comunque di voltare le spalle al suo presente per affrontare una nuova vita, densa di incognite.
Che non tardano a presentare il conto quando Gilles, da essere profondamente egoista, inizia a trascurare la donna, che ora si sente completamente sola nella grande città in cui non ha punti di riferimento.

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Quando la donna un giorno coglie casualmente un riferimento fatto da Gilles ad un amico nel quale l’uomo sembra essere stanco della loro relazione, Nathalie, che per lui ha sacrificato tutto sceglie la via più drammatica per risolvere la situazione…
Occasione persa, per Deray, questa riduzione cinematografica del romanzo della Sagan, ben più introspettivo e profondo di quanto invece alla fine risulti superficiale il film.
Deray non scava e non incide, rimanendo ai margini di una storia che richiedeva una sensibilità diversa sia nelle descrizioni dei personaggi sia nelle atmosfere che avrebbero dovuto illustrare metaforicamente la storia.
Vien fuori un film abbastanza lento e senza nerbo, che non incide e non lascia alla fine alcuna traccia.
Eppure di occasioni ce ne erano tante;dalla possibilità di descrivere il mondo provinciale francese alla ricerca delle motivazioni di Nathalie che portano la donna ad abbandonare la sua vita per seguire le orme del bamboccio di cui si innamora.
Lo stesso personaggio di Gilles è alla fine schematizzato, stereotipato e il giornalista appare freddo e cinico, calcolatore e quasi ripugnante nella sua figura di tombeur des femmes.

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Alla resa dei conti il film appare debole e senza nerbo, confuso e poco interessante.
Il che però non va imputato ai due attori protagonisti, la splendida Claudine Auger e il bravo Marc Porel, che fanno la loro parte dignitosamente.
Nonostante la sceneggiatura di Flaiano, che collabora con Jean-Claude Carrière e lo stesso Jacques Deray alla costruzione della versione cinematografica, il film delude profondamente non elevandosi mai oltre la mediocrità.
Film per altro quasi scomparso dalla circolazione, visto che è ignorato dai palinsesti televisivi e sopratutto non esiste in rete in alcuna versione.
Un po’ di sole nell’acqua gelida
Un film di Jacques Deray. Con Barbara Bach, Claudine Auger, Marc Porel, Gérard Depardieu-Titolo originale Un peu de soleil dans l’eau froide. Drammatico, durata 110′ min. – Francia 1971

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Claudine Auger … Nathalie Silvener
Marc Porel … Gilles Lantier
Judith Magre … Odile
Barbara Bach … Héloïse / Elvire
André Falcon … Florent
Jean-Claude Carrière Jean- … François, marito di Nathalie
Nadine Alari … Gilda
Gérard Depardieu … Pierre, fratello di Nathalie
Marc Eyraud … M. Rouargue
Jacques Debary … Fairmont
Max Vialle … M. Pontier

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Regia: Jaques Deray
Sceneggiatura:Ennio Flaiano, Jean-Claude Carrière e Jacques Deray
Racconto:Francoise Sagan
Musiche: Michel Legrand
Montaggio:Henri Lanoë
Fotografia:Jean Badal
Production Design : François de Lamothe

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“Sono molto spiacente,” disse. “Se avessi pensato che rettificare una citazione potesse indisporla fino a questo punto, sarei stata zitta.”
“Niente di quel che proviene da una bella donna può indispormi,” disse Fairmont con un sorrisetto.
“Finirò fattorino in questo giornale,” pensò Gilles, e rivolse uno sguardo implorante verso Jean che seguiva la scena con aria impassibile. Impassibile e persino segretamente felice. Ma lo era di vedere Fairmont finalmente preso in castagna o di vedere Nathalie mettere lui, Gilles, in una situazione spiacevole…? Per il resto del pasto la conversazione languì e tutti si lasciarono molto presto. Quando furono soli a casa, Nathalie si voltò verso di lui:
“Sei arrabbiato, no? Anche lui era irritante…Ho visto raramente un uomo così pretenzioso.”
“Però è lui che ci fa vivere, oggi come oggi,” disse Gilles.
“Non è un buon motivo per confondere Stendhal con Balzac,” disse lei tranquillamente, “soprattutto con quella autorità imbecille…”
“Imbecille o no, è il mio capo,” disse Gilles.
Era stizzito di sentirsi pronunciare frasi simili. Si sentiva “giovane tecnocrate” o “vecchio impiegato”. Non, in ogni caso, il giornalista furbo e disinvolto che voleva essere. E ciò a causa di quella donna, al suo fianco, che sorrideva. Perché lei non stava al gioco, dopotutto? Sapeva bene che le cose sono quelle che sono e che ci sono casi in cui bisogna piacere, reprimersi, magari per ridere più tardi della propria viltà? Non si poteva fare i sinceri a Parigi nell’anno 1967, esercitando quella professione. Era evidente, e c’era una specie di malafede nell’ostinarcisi. Perché metteva in ogni cosa quell’intransigenza, quell’orrore delle mezze misure che erano le sole, ahimè o non ahimè, che permettono di vivere tranquillamente? Si sentiva come tradito da lei e glielo disse.
“Se mi piacessero le mezze misure,” rispose lei, “non sarei qui. Sarei a Limoges e verrei a fare l’amore con te ogni quindici giorni. “
“Stai confondendo un po’ i sentimenti con le azioni clamorose,” disse lui. “Mi hai seguito solo perché mi amavi, perché ti amavo e perché non c’era altro da fare. Questa necessità non era così evidente, stasera, nel tuo comportamento con Fairmont.”
“Volevo semplicemente dire che se avessi potuto sopportare quell’uomo, avrei potuto altrettanto bene sopportare la mia vita passata, tutto qui. “
Qualcosa si stava esasperando in Gilles, una specie di rancore che non aveva mai individuato come tale in se stesso.
“Insomma, sei contenta del tuo personaggio: la donna che lascia tutto per il suo amante, che corre da un museo all’altro e si estasia davanti alle opere d’arte, che scopre personaggi di Cechov nei Nicolas…

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marzo 2, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

La badessa di Castro

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Elena dei Signori di Campireali ama segretamente Giulio Branciforti, ma la loro relazione è ostacolata dalla madre di lei; poichè siamo nel XVI secolo, alla ragazza non è dato scegliere o disporre della propria vita, così viene destinata alla vita conventuale.
Presi i voti,Elena diventa un’autentica arpia, utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione per esercitare un’autorità che deriva principalmente dalla frustrazione e dal rimpianto per la vita secolare.In particolare è ambiguo il suo rapporto con il Vescovo Francesco Cittadini, che non disprezza nonostante l’alta carica la bellezza femminile.
Tra i due inizia così una relazione peccaminosa, che culmina in congressi carnali, che hanno come conseguenza espiazioni mortificanti della donna, che per purificarsi si espone a durissime punizioni corporali.

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L’ascesa a Badessa di Elena non è però senza conseguenze;Suor Margherita Altieri gelosa di Elena inizia a spiarla sperando di coglierla in fallo e scopre così la relazione.
Nel frattempo Elena da ospitalità ad un prete ed una monaca che hanno ceduto ai sensi, nonostante questi siano inseguiti dagli uomini del Vescovo.
I due in seguito, scoperti dalle milizie del prelato, scelgono la morte piuttosto che finire nelle mani del Vescovo stesso.
Suor Margherita Altieri si rivolge alle autorità ecclesiali che mandano in convento rappresentanti dell’Inquisizione, che naturalmente con metodi brutali cerca di strappare confessioni alle consorelle con la tortura per poter appurare di quali appoggi abbiano goduto i due fuggitivi.

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La relazione peccaminosa tra il Vescovo e la Badessa rischia quindi di avere conseguenze funeste, anche perchè Elena è incinta;nonostante l’intervento della madre di Elena, che per evitare scandali chiama nientemeno che l’ex amato Giulio Branciforti, la Badessa decide di uscire dalla drammatica situazione nel modo più tragico.
Dopo aver partorito il figlio, Elena si assicura che quest’ultimo sia in salvo e decide il suicidio, anche per non coinvolgere il vescovo davanti all’inquisizione.
La badessa di Castro è un nunsploitation uscito nelle sale nel 1974 e diretto in maniera abbastanza anonima e piatta da Armando Crispino subito dopo L’etrusco uccide ancora e prima di quel gioiello che è Macchie solari.
Molto a disagio con una storia conventuale abbastanza scontata e infarcita di un anticlericalismo grossolano e degno di miglior causa, il film che si ispira abbastanza liberamente all’omonimo romanzo di Stendhal sconta la mancanza di ritrmo che il regista, molto più a suo agio con gli horror non riesce ad imprimere alla pellicola.

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La parte erotica del film,che dovrebbe in qualche modo sottolineare l’illeicita’ delle varie relazioni dei protagonisti, ovvero quella tra Elena e il vescovo e quella tra i due religiosi rimane abbastanza nell’ombra e va detto per fortuna, visto che il genere nunsploitation ebbe particolarmente fortuna proprio con gli aspetti più piccanti della sessualità repressa dalle e nelle mura dei conventi.
Questo serve a dare un tono più dignitoso alla pellicola, che quindi non punta esplicitamente sul sesso come argomento principale, ma ugualmente alla fine il risultato è poco più che mediocre.Difficile dire perchè, ma il film sembra immerso in un’atmosfera poco morbosa, dove per morbosa si intende una connotazione relativa al proibito, ovvero i sentimenti che possono nutrire coloro che hanno dedicato la loro vita alla fede in contrapposizione con l’irrefrenabilità della natura umana, della quale la sessualità è componente fondamentale e insopprimibile.
Crispino non imprime nerbo e vitalità alla pellicola che comunque resta opera tutto sommato dignitosa.

 

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Il cast è eterogeneo e vede la presenza nel ruolo di Elena della splendida e giovane barbara Bouchet, che naturalmente si spoglia ma con meno ostentazione del solito, seguita da Evelyn Stewart che interpreta la rivale Suor Margherita, di Pier Paolo Capponi nei panni del Vescovo Francesco Cittadini e infine di una giovanissima e acerba Mara Venier, oltre alla cantante Luciana Turina, prestata al cinema e che ebbe proprio sul grande schermo le soddisfazioni migliori arrivando ad interpretare, anche se in ruoli di contorno ben 35 film.
L’opera di Crispino è assolutamente introvabile in rete, anche se è stata recentemente riproposta in tv.
L’unica fonte è disponibile a questo indirizzo, http://wipfiles.net/cxx85zw0rf1l.html, in italiano sottotitolato ma in una versione davvero inguardabile dal punto di vista della qualità.
La badessa di Castro
Un film di Armando Crispino. Con Pier Paolo Capponi, Mara Venier, Evelyn Stewart, Barbara Bouchet, Antonio Cantafora, Luciana Turina, Jole Fierro, Ciro Ippolito, Stefano Oppedisano, Marcello Tusco, Giancarlo Maestri, Patrizia Valturri, Serena Spaziani Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1974

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Barbara Bouchet: Elena, badessa di Castro
Pier Paolo Capponi: Vescovo Francesco Cittadini
Evelyn Stewart: sour Margherita
Antonio Cantafora: Giulio
Mara Venier: amante di Giovanni
Luciana Turina: suor Rufina
Ciro Ippolito: Cesare
Stefano Oppedisano: Giovanni
Serena Spaziani: suor Agata
Jole Fierro: madre di Elena
Giancarlo Maestri: Ugone
Marcello Tusco: Saverio
Franca Lumachi: suor Liberata
Giuseppe Pertile: il cardinal Farnese
Patrizia Valturri: Mariuccia
Attilio Dottesio: medico
Goffredo Unger: capitano Zanesi

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Regia Armando Crispino
Sceneggiatura Lucio Battistrada & Armando Crispino
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Carlo Reali
Musiche Carlo Savina

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L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Sorta di sexy-conventuale ante-litteram del cinema italiano, ispirato però da un testo pregevole e diretto con cognizione di causa e perspicacia intellettuale da Armando Crispino. La Bouchet (nei panni di monaca per imposizione) ben si destreggia nel registro drammatico che prevale – in maniera determinante – sul taglio “erotico”, presente solo implicitamente e mai esposto senza pertinenza di trama. Tra i caratteristi si segnalano la sempre bella Evelyn Stewart, un’insolita Mara Venier (ai tempi tentò la via del cinema) ed il convincente Pier Paolo Capponi. Musiche del grande Carlo Savina.

L’opinione di Homesick

Libero adattamento del romanzo di Stendhal focalizzato sulla sua seconda parte – l’amore proibito tra la badessa e il vescovo – ne tralascia le notazioni socio-storiche e ne estrinseca invece gli accenni erotici, riducendosi in tal modo ad una sorta di feuilleton claustrale (e anticlericale) con qualche aggancio all’ubertoso filone dei tonaca-movies. Convincente la prova drammatica complessiva, dai comprimari Bouchet e Capponi ai supporti di figure emblematiche come la gelosa Stewart, la timorata Valturri, la spaurita Venier.

L’opinione di caesars dal sito http://www.davinotti.com

Un tonaca-movie, genere di gran moda negli Anni Settanta. Niente di memorabile, escludendo le grazie di Barbara Bouchet che ci vengono mostrate abbondantemente, in quanto la storia procede in modo un po’ noioso e con sviluppi narrativi poco motivati. Gli interpreti svolgono discretamente il loro lavoro, ma il film stenta assai a coinvolgere lo spettatore. Peccato, perché Crispino, in altri ambiti, ci aveva regalato prodotti assai più validi.

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marzo 1, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 3 commenti

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febbraio 27, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

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febbraio 25, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | 2 commenti

L’amante di mia madre

L'amante di mia madre locandina

Titolo furbetto e ammiccante,come del resto si usava tantissimo negli anni settanta; in origine questo film di George Zervoulakos si intitolava Naked in the snow, ovvero Nudo nella neve e allude ad una scena cruciale del film.
Un film di taglio drammatico, incentrato sulla figura di una donna che attraverso il flashback rivive parte del suo recente passato; George Zervoulakos, regista assolutamente sconosciuto da noi dirige un film che non è un thriller, nonostante la tensione latente ma un viaggio nella memoria e nelle gesta di una donna che trova l’amore e lo perde,drammaticamente, tradita dall’uomo che ama e da sua figlia.
Un film dall’andamento narcolettico, con lunghe pause e scene di immobilità girato in una location particolare e selvaggia, in cui predomina il bianco assoluto e abbacinante della neve che è la protagonista degli esterni del film.
La trama:
Sofia è in carcere.

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Attraverso l’uso del flashback vediamo il perchè, ovvero l’omicidio di un giovane che la donna ha colpito con un colpo di fucile mentre correva nudo sulla neve, scappando probabilmente da lei.Sempre attraverso l’onnipresente flashback scopriamo che la donna è una scrittrice rimasta vedova che si è ritirata in una baita assolutamente sperduta in compagnia di un cane.Qui, un giorno, richiamata dai guaiti del suo cane scopre il corpo di un giovane sepolto dalla neve.Sofia soccorre il giovane, lo cura e alla fine ne diventa l’amante; l’uomo è un evaso ed è ricercato dalla polizia ma nonostante questo la donna lo protegge e lo nasconde.
Le cose cambiano drammaticamente il giorno in cui arriva, a casa di Sofia, sua figlia.Giovane e bella, ben presto rimpiazza la madre nel cuore (e nel letto) del giovane fino a quando la stessa non scopre in una stalla i due giovani che fanno l’amore.Imbracciato il fucile la donna spara all’uomo mentre questi cerca una disperata fuga completamente nudo tra la neve e lo abbatte.

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Arrestata, la donna ivive gli avvenimenti e alla fine, sconvolta, si taglia le vene.
Drammone con finale tragico quindi.
Film non di certo originale, giocato su un triangolo visto altre volte (la madre,la figlia e l’amante delle due) caratterizzato da una staticità delle immagini assolutamente unica.
Diverse sequenze vengono dilatate nel tempo, quasi che il regista voglia imprimere nella memoria dello spettatore gli sguardi, i sottintesi, gli scarni discorsi che intercorrono tra i protagonisti.Alcune scene presentano nudi ieratici, quasi subliminati, che di erotico non hanno assolutamente nulla così come le scene di sesso peraltro molto pudiche nulla hanno di pruriginoso.
Su tutto neve, tanta neve, che dona al film un senso di gelo accentuato, che avvolge il tutto rendendo la storia una tragedia dai tempi spaventosamente dilatati.
Non un brutto film, intendiamoci, ma un film abbastanza monotono.

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Bene però i protagonisti, su tutto una intensa Emilia Ipsilanti, autentica rivelazione così come brava è anche Aliki Zanou che interpreta Elisa.L’oggetto del contendere tra madre e figlia è l’attore Christo Spyropoulos che l’anno successivo, dopo La mia carne brucia di desiderio (1975) chiuderà la sua brevissima carriera.
Film assolutamente invisibile in tv, che del resto è passato come una meteora nel 1974 alla sua uscita sugli schermi:tuttavia seguendo questo link http://wipfiles.net/wl9x5sszd61h.html troverete il film in un’ottima riduzione e sottotitolato in italiano ( o in doppio audio)

L’amante di mia madre
di George Zervoulakos con Emilia Ipsilanti,Christo Spyropoulos,Aliki Zanou Drammatico Grecia 1974

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Emilia Ipsilanti …Sofia
Christo Spyropoulos …Il giovane
Aliki Zanou …Elisa

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Regia: George Zervoulakos
Sceneggiatura:George Zervoulakos
Musiche:Linos Kokotos
Montaggio:Aris Stavrou

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febbraio 23, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Sul far della notte

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Charles Masson è un dirigente di un’azienda che si occupa di pubblicità;ha una bella famiglia, una bellissima moglie ma sopratutto ha un’amante, Laura Tellier che è sposata però con il miglior amico di Charles, Francois.
I due si incontrano in un appartamento, come clandestini e non rifuggono da rapporti sessuali estremi, masochistici.
Durante uno di questi rapporti, Charles arriva a strangolare la donna.
Da quel momento l’uomo è costretto a costruire attorno a se un muro di difesa, che però lo ingabbia a tal punto da soffocarlo.

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Così decide di raccontare tutto alla moglie, che per difendere lo status sociale, fa finta di ignorare l’accaduto.
Dal romanzo Sul far della notte di Edward Atiyah, Claude Chabrol trae il film omonimo dirigendolo su un binario di fredda tecnica e creando un prodotto che viaggia glacialmente sull’indagine della vita di un uomo, il protagonista, che è costretto, per difendere la sua vita irreprensibile, a nascondersi, a mimetizzarsi, protetto in qualche modo dall’aria di rispettabilità che ha lui e il suo ruolo sociale.
La polizia non sospetta di lui, ma la cattiva coscienza fa vedere il pericolo anche dove non c’è: così la vita di Charles si complica maledettamente tanto da spingerlo, forse preda del rimorso, forse in cerca di un appoggio a confidare l’accaduto a sua moglie.
Che è preda anch’essa delle convenzioni borghesi e che vuol difendere la sua famiglia da uno scandalo.
Così tutto viene nascosto, taciuto.
E la vita può riprendere regolarmente.
O quasi.

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Chabrol indaga con discrezione sulle convenzioni, sfiorando il senso del rimorso dell’uomo che evidentemente cova in se ma non può esprimere.
Un’altra scena importante in questo senso è quella in cui mima la sua confessione,di ritorno sulla strada che lo porta indietro dal funerale di Laura. Charles parla ma nessun suono esce dalla sua bocca. Ci sono emozioni e sentimenti che non osano e non possono essere espressi. Hélène è più fredda e calma nel controllare i suoi sentimenti. La sua reazione alla confessione del marito – il sesso, omicidio,il tradimento – è fredda e estremamente razionale. Lei sceglie con calma di perdonarlo e prosegue la recita di facciata di quella vita tranquilla che in fondo ha e che non intende mettere a repentaglio.
Un film che usa il bisturi per sezionare le personalità che man mano affollano la vicenda, tutte quasi rinchiuse in se stesse:come la giovane donna che lo riconosce da lontano come l’amante di Laura, lo guarda ma tiene per se la cosa, disinteressandosi di tutto presa com’è a farsi i fatti propri.
Su tutto la sequenza notturna della confessione di Charles: la scena cruciale si verifica di notte, è diretta con pochissima luce e si può a malapena a vedere i volti degli attori. Ma per chi guarda la pellicola la cosa non è importante, così come non è importante.l’espressione dei protagonisti.Le loro parole valgono per tutto, come quella confessione, agghiacciante di Charles che dice “Se tu sapessi quello che ho fatto, se solo tu sapessi..” mentre la moglie lo rassicura, quasi complice di un gesto così efferato.

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Il cast scelto da Chabrol sposa alla perfezione le intenzioni del regista:bravissimi tutti, in particolare la sempre bellissima Stephane Audran che interpreta la moglie di Charles,Michel Bouquet che interpreta Charles, Anna Douking (Laura) che resta in scena pochissimo ma con gran mestiere e François Périer, che riveste il ruolo di Francois, l’amico di Charles.
Un film molto bello, freddo e elegante al tempo stesso e che purtroppo è pressochè introvabile nella versione italiana.
Chi volesse vederne la versione originale può farlo seguendo questo link su You tube: http://www.youtube.com/watch?v=F3ugdFqcfr4

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Sul far della notte
Un film di Claude Chabrol, con Stéphane Audran,François Périer,Michel Bouquet,Jean Carmet,Dominique Zardi,Anna Douking Drammatico, Francia-Ucraina 1971 Titolo originale Just avant la nuit

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Stéphane Audran Hélène Masson
François Périer François Tellier
Michel Bouquet Charles Masson
Jean Carmet Jeannot
Henri Attal Cavanna
Dominique Zardi Prince
Celia Jacqueline
Marina Ninchi Gina Mallardi
Anna Douking Laura Tellier

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Regia Claude Chabrol
Soggetto-romanzo Edouard Atiyah
Sceneggiatura Claude Chabrol
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Musiche Pierre Jansen

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Laura Tellier (Anna Douking) ha una relazione con Charles Masson (Michel Bouquet) nonostante quest’ultimo sia felicemente coniugato. L’omicidio di Laura potrebbe intaccare la rispettabilità della famiglia e sarà dunque la moglie a punire il “reo confesso”, in virtù dell’apparenza (il decoro civile) che surclassa la sostanza (la relazione extraconiugale e il delitto). Notevole dramma dai risvolti tragici, orientato alla denuncia sociale. Chabrol rifugge dal sensazionalismo per concentrarsi invece sui pensieri di una mente borghese (la moglie) adagiata sulla rispettabilità e sull’appar(ten)enza.

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febbraio 21, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , | 3 commenti

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febbraio 20, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

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febbraio 20, 2014 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

Storia di Piera

Storia di Piera locandina 2

Il percorso di vita della piccola Piera, che nasce, cresce e diventa donna in una famiglia lontanissima dai canoni tradizionali; suo padre è un attivista politico del Pci, innamoratissimo della moglie Eugenia, che però, pur amando il marito, sembra affetta da pulsioni inafferrabili.
La donna ha una morale pressochè inesistente, non concepisce la fedeltà coniugale, forse perchè profondamente immatura o forse solo incapace di rispettare i limiti imposti dalla morale;Eugenia infatti svolazza di quà e di la perennemente insoddisfatta, sempre pronta a cedere alle tentazioni della carne.
La vediamo entrare nei letti di una pletora di sconosciuti, seguita come un’ombra dalla piccola Piera che man mano che avviene il processo naturale della crescita,sceglie la propria strada diventando una cantante di successo.
Poi dopo molti anni, la parabola della strana famiglia arriva alla parte fatale, quella in cui i protagonisti diventano anziani:il padre di Piera perde quasi il lume della ragione, consumato sia dall’amore per la folle moglie sia per la dolorosa scoperta di non aver mai potuto sfiorare l’anima di una donna inquieta e posseduta da strani demoni esistenziali come Eugenia.

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E’ in manicomio che quindi si consuma il dramma dell’uomo, che in un momento di lucida follia sussurra qualcosa a sua figlia Piera, chiedendole probabilmente di mostrare le sue parti intime, quasi volesse cercare nella figlia il ricordo della moglie tanto amata.
E Piera poi dovrà assistersi alla triste parabola discendente della madre, ormai anch’essa preda della follia: è in riva al mare che Piera, nuda come sua madre, capirà di essere diventata non la figlia ma una guida, quasi una madre della sua genitrice.
E abbraccerà in un tenero momento quella donna mai cresciuta e rimasta in un limbo impenetrabile e incomprensibile agli altri.
Storia di Piera è un film di Marco Ferrei, molto differente dai suoi precedenti perchè il regista questa volta sceglie di trasferire il suo sguardo indagatore sulla sfera privata dei sentimenti.
Ma da regista anticonvenzionale qual’è sceglie di raccontare non una storia qualsiasi, ma quella di una famiglia in cui i valori tradizionali sono ribaltati; non esiste una morale e se c’è va adeguata alle necessità quasi animali della protagonista assoluta, Eugenia, madre di Piera che dovrebbe essere se non l’io narrante quanto meno il fulcro della storia.
Invece tutto passa attraverso le gesta di una donna potentemente, quasi totalmente irrazionale, preda di pulsioni incontrollabili (quanto lo sono e quanto invece Eugenia le sfugge?) che vive una vita assolutamente e straordinariamente amorale, che attraverso il sesso e una follia imprendibile vaga di persona in persona, farfalla edonistica e libera che svolazza su un mondo che la circonda appena descritto.

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Ferreri non usa la sferza per castigare o sbeffeggiare la società come in La grande abbuffata; in Storia di Piera costruisce un quadro quasi intimista, delicato nonostante l’argomento fortemente scabroso trattato.
Dall’omonimo libro di Piera Degli Esposti e Dacia Maraini e con sceneggiatura delle stesse scrittrici Ferreri trae un’opera sostanzialmente fedele al racconto limitandosi a trasferire l’azione da Bologna alle terre attorno a Latina e Sabaudia, svuotandole di persone e elevando le figure di Piera e Eugenia ad assolute protagoniste e lasciando la figura del padre di Piera volutamente fuori quadro, quasi fosse un personaggio di contorno vittima di una donna come Eugenia che con la sua personalità si potrebbe dire asociale schiaccia la figura maschile, in una prepotente affermazione dell’essere donna.
L’immobilità quasi ascetica delle scene finali delle due protagoniste,quel loro essere sole su una immensa spiaggia deserta, con Eugenia e Piera sole e nude che si abbracciano quasi a scambiarsi i ruoli, in cui Eugenia ormai preda della follia sembra ritornare allo stato infantile segna il momento cruciale della storia.
Piera è diventata adulta, ha fatto le sue scelte e la sua vita ed ora diventa madre, madre di sua madre:la parabola è conclusa, il cerchio si chiude.
Il sax di Stan Getz suona quasi malinconico come sotto fondo di una storia in cui predominano immagini quasi shock, come l’incesto più che sottinteso nella sequenza fondamentale in cui Piera si reca a trovare suo padre che le chiede di spogliarsi, per cercare in lei il ricordo di sua moglie o le sarabande erotiche che Eugenia rincorre quasi fosse preda del demone della lussuria o semplicemente usasse la stessa per affermare se stessa.O forse solo perchè la sua natura è quella, profondamente legata alle radici animali della vita.

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Tornando alla scena fondamentale per l’economia del film, quella in cui Piera e suo padre si scambiano un bacio nient’affatto usuale, un bacio in cui il padre sembra quasi dimenticare che quella splendida donna seduta accanto a lui è sua figlia, bene quella sequenza svela il senso profondo dell’amore disperato del padre per sua madre.”Quelle di Eugenia sono più belle“, dice in tono malinconico l’uomo, guardando le gambe di Piera.
Quella di mia madre è meglio?” chiede in tono volutamente provocatorio Piera, sollevandosi la gonna e mostrando le parti intime, nude, a suo padre.”Non sono riuscito mai a soddisfarla“, dice l’uomo e subito dopo, con tenerezza dalla quale è sparito l’elemento erotico, i due tornano ad essere padre e figlia, consapevoli entrambi che la loro vita è stata e sarà condizionata per sempre da quella donna inafferrabile e sfuggente che è Eugenia.
Forse la frase più importante e rivelatrice è quella che dice Eugenia mentre è a letto con uno dei suoi tanti amanti, Massimo, che la maltratta mentre lei vien fuori con una frase urlata, sotto gli occhi di Piera:”Nessuno mi ama come dico io
Il film è dominato in lungo e in largo dalla straordinaria interpretazione della musa di Fassbinder, Hanna Schygulla, che restituisce allo spettatore tutto il senso della follia del personaggio di Eugenia; l’attrice convince tutti, critica e pubblico e merita così il premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes.

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Bravissima anche Isabelle Huppert nel ruolo di Piera mentre piuttosto defilato, in una storia in cui predominano i due personaggi femminili è Marcello Mastroianni.
Bella la fotografia, belle e silenziose le location in un film che potrà non piacere per i dialoghi o per la figura quasi schizofrenica di Eugenia o per il ruolo di Piera ma che resta storia affascinante nel suo tratteggiare due figure potentemente anticonformiste.
Il film è disponibile in streaming, in un’ottima riduzione al link http://www.nowvideo.sx/video/2d273f502def1

Storia di Piera
Un film di Marco Ferreri. Con Isabelle Huppert, Marcello Mastroianni, Hanna Schygulla, Fiammetta Baralla, Angelo Infanti, Tanya Lopert, Laura Trotter, Serena Bennato, Maurizio Donadoni, Cristina Forti, Loredana Berté, Piera Degli Esposti, Aiché Nana, Bettina Gruhn, Lidia Montanari Drammatico, durata 101′ min. – Italia 1983. –

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Isabelle Huppert: Piera
Hanna Schygulla: Eugenia
Marcello Mastroianni: Lorenzo, padre di Piera
Angelo Infanti: Tito/Giasone
Tanya Lopert: Elide
Bettina Grühn: Piera da bambina
Lidia Montanari: Centomila lire
Laura Trotter: giovane levatrice
Aïché Nana: veggente
Loredana Bertè: sé stessa

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Regia Marco Ferreri
Soggetto Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Sceneggiatura Piera Degli Esposti, Dacia Maraini
Produttore Erwin C. Dietrich, Luciano Luna, Achille Manzotti
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Philippe Sarde

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L’opinione di Lor.cio dal sito http://www.filmtv.it

Da un libro-intervista in cui quel mostro d’attrice di Piera Degli Esposti si confidava con Dacia Maraini, Marco Ferreri ha cavato un film discutibile. Incentrato principalmente sulla figura della madre di Piera, figura incarnante la totalità disinteressata e candida, voluttuosa e travolgente dell’Amore, interpretata da una grande Hanna Schygulla, è soprattutto il racconto di un gruppo di famiglia atipico visto dagli occhi della giovane Piera, filtrato attraverso la sensibilità dura della ragazza immersa nel proprio percorso di formazione, influenzato irrimediabilmente dall’immagine di questa madre assoluta, invadente, ingombrante. È, quindi, un complesso ritratto femminile che si articola apparentemente su due voci, ma che è in realtà un romanzo per voce sola che in teoria avrebbe dovuto narrare una valanga di cose. Alla fine il film risulta lento e poco fluido, troppo ellittico e qua e là un po’ sciupato, e probabilmente Ferreri non era il regista più adatto alla versione cinematografica di una confessione così intima e smarrita, troppo impegnata all’autocompiacimento dei corpi nudi e del sesso (vera ossessione del regista) per dimostrare la stessa attenzione a tutto ciò che si muove nell’interno di Piera. Forse s’identifica con il padre, a cui Mastroianni conferisce certi toni vellutati molto malinconici. Certo è che non è il suo film migliore, e Loredana Bertè che intona la struggente Sei bellissima è una meteora. D’altro canto, bella la calda rappresentazione dei luoghi, infedele (la storia originale è bolognese, il film si svolge nell’arida Latina) ma adeguata.

L’opinione di will kane dal sito http://www.filmtv.it

Femmina e Maschio nel cinema di Ferreri si scontrano e si rendono conto che è impossibile arrivare a un punto in cui qualcuno non ci lasci le penne,metaforicamente e no:quasi sempre la Donna l’ha vinta sull’Uomo,e l’autore ne fa uno dei cardini della sua opera.”Storia di Piera”,tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Piera Degli Esposti,è uno degli ultimi lavori di Ferreri accolti bene dal pubblico, e un film che all’epoca della sua uscita fece discutere.Ci sono lungaggini non indifferenti,il quadro di Affetto che non basta però a spuntarla sull’istinto distruttore dell’umanità ferreriana ha a tratti una delicatezza senza pari,e gli interpreti aiutano,pur se lasciati,come al solito,a briglia sciolta,dando ai personaggi una naturalezza molto sentita,pur trovandosi spesso in situazioni al limite del morboso.Hannah Schygulla,figura materna dalla testa matta e dagli istinti insopprimibili è la protagonista vera e propria del racconto,Isabelle Huppert,che entra nel film dopo tre quarti d’ora,rimanendoci per un’ora,ha la misura e il carisma d’attrice necessari,e Mastroianni fa un dolente intellettuale che non sa gestire le cose.Chiusa su un abbraccio su una spiaggia tra madre e figlia ,quasi a simboleggiare un’utopia regressiva di azzeramento o una natività tardiva,il film ha momenti belli e altri più irritanti.Ma Marco Ferreri da Milano,barbuto senza baffi,era un poeta sincero.

L’opinione di amterme dal sito http://www.filmscoop.it

E’ senz’altro il film più coraggioso di Ferreri, quello che più facilmente può essere frainteso.
Fin dai primi film Ferreri ha sempre disegnato modelli di convivenza civile, in genere astraendo dalla realtà e proponendo modelli che riflettevano gli umori del presente o i disegni per un probabile futuro. Questo film in particolare si situa nella temperie culturale degli inizi degli anni ’80, nel momento di massima intensità del movimento di liberazione etica individuale, prima dell’arrivo dell’ondata moralizzatrice che stiamo vivendo tuttora. Il disegno/desiderio di poter vivere ed esprimere nella massima libertà tutto quello che è amore pacifico e consenziente, calore e contatto umano, senza prigionie di legami sociali o rigide norme morali arrivò allora al punto di poter immaginare una storia in cui pedofilia e incesto potessero essere visti come qualcosa di normale e non negativo.
Questo film disegna una piccola utopia di nuova “famiglia” o vita affettiva in cui non ci siano divieti di nessun genere all’amore, purché sia voluto e partecipato. Si vuole dimostrare che c’è amore, sentimento, coinvolgimento molto forte anche nella scoperta dell’eros da parte di un(a) adolescente nel suo rapporto con il mondo degli adulti, come pure il legame affettivo molto forte e sentito nei confronti dei genitori che non conosce alcun tipo di barriera.
L’accento è sulla parte sentimentale interiore, infatti in tutto il film non c’è nessuna scena scabrosa, morbosa e non è assolutamente un film volgare o disgustoso. Anzi è un film a volte molto delicato e intenso.
Il limite più evidente è l’astrazione quasi completa dalla realtà. La storia si svolge come fosse reale (è addirittura ambientata a Sabaudia) ma in verità taglia quasi tutto quello che è spiacevole o contrario. Il fatto è che una vicenda del genere non avrebbe mai potuto svolgersi in maniera così pacifica e tollerata. Assolutamente. E’ ovvio che tale esclusione del negativo è voluta, è come poter osservare un esperimento in vitro per dimostrare che può esistere e svolgersi se non gli si pone ostacoli.
La storia è tratta da un libro scritto da Dacia Maraini e da Piera degli Esposti (mica persone qualunque!) ed è tradotto su pellicola con stile francese (non va dimenticato che Ferreri è il più “francese” dei registi italiani della fine del XX secolo). Questo stile prevede di seguire gli avvenimenti dal punto di vista dei sentimentali interiori dei personaggi, astraendo da tempo, luogo e azione. Si assiste ad una serie di fatti banali, a volte insignificanti che si succedono senza apparenti legami logici fra di loro. La progressione è dettata esclusivamente dalla conoscenza e dall’espressione di sentimenti. Noi del 2010 abbiamo perso l’abitudine a questo metodo di rappresentazione basato sull’interiorità e quindi facilmente ci si smarrisce, ci si annoia e non si raccoglie niente da ciò che vediamo.
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com

Il più audace dei film di Ferreri (che in quanto a coraggio non ha mai scarseggiato) racconta la storia di una bizzarra famiglia e dei rapporti intercorrenti tra i suoi membri ed in particolare su quelli tra Piera (bambina già adulta) e la madre (donna dalla grande e folle vitalità) il cui amore l’una per l’altra è sincero e molto forte. Ne viene fuori una storia molto particolare e “scandalosa” che pur con qualche pausa di troppo, vive intensi momenti di lirismo e riesce così ad emozionare lo spettatore. Grande prova della Schygulla.

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Incipit libro

PIERA. Ecco, questa è la fotografia di mia madre, hai visto? così giovane, così imbronciata. Mi fa l’effetto di una persona morta, anche se lei è molto presente in me. Quel suo modo di tirarmi per la mano, non per affetto, come quando mi tirava le trecce forte forte.

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febbraio 19, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Una vita lunga un giorno

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E’ passato molto tempo da quando Andrea è partito da Sanremo per imbarcarsi per lavoro.
Il giovane infatti è un marinaio e alloggia periodicamente presso la pensione della signora Andersson; questa volta trova un’amara sorpresa, perchè la donna è morta tre giorni prima del suo arrivo.
Una lettera arrivata la mattina al portiere della pensione informa che la nipote della signora Hilde Andersson arriverà alla pensione, cosi Andrea va a prendere la ragazza alla stazione.
Anna è una bella ragazza e ben presto tra i due nasce l’amore;nel frattempo inutilmente Andrea cerca un imbarco.
Una mattina Anna, mentre sta facendo la doccia, viene assalita da un uomo: la ragazza è salvata dallo stupro da Andrea giunto opportunamente nella sua camera.

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Andrea porta Anna ospedale per accertamenti dove però ha un’amara sorpresa; la ragazza infatti, a detta del medico, soffre di un grave disturbo al cuore e necessita di una delicata ( e costosa) operazione a cuore aperto per essere salvata.
Avvicinato da un misterioso personaggio, Andrea scopre che ha la possibilità di guadagnare in un colpo solo la somma che necessita per l’operazione.
Un gruppo di annoiati professionisti, fra i quali spicca un depravato riccastro, Philippe, è disposto a dargli la somma necessaria a patto che riesca a coprir la distanza che c’è tra le alture della cittadina ligure e il porto sfuggendo a cinque tentativi di omicidio che avverranno secondo modalità assolutamente impreviste da Andrea.

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Il giovane accetta e da quel momento la sua vita dipenderà solo dalla fortuna e dalla sua capacità di essere preda.
Dopo il primo tentativo andato a vuoto, durante il percorso con la funicolare che lo porta sulle colline, Andrea riesce a sfuggire casualmente al tiro di un cecchino armato di fucile di precisione,per poi finire nel letto della bellissima moglie di Philippe, sfuggire alle fiamme (dolose) che avvolgono una baracca per poi giungere, pesto e sanguinante al porto.
Qui scoprirà di essere stato parte di un gioco ancora più perverso, al quale non è estranea l’amata Anna, che ha funzionato dall’inizio come esca per l’ingenuo marinaio.
Finale drammatico e sconsolante.
Sotto lo pseudonimo di Sam Livingstone il regista Ferdinando Baldi dirige nel 1973 Una vita lunga un giorno subito dopo il discreto successo di Afyon oppio (1972) e quello dell’inusuale western Blindman del 1971 che molti ricorderanno per aver avuto come protagonista un pistolero cieco.

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In questo strano film, a metà strada tra il sentimentale e il thriller venato di noir, Baldi cerca di armonizzare una sceneggiatura molto lacunosa destreggiandosi a fatica con un film che ricorda moltissimo, troppo in realtà, il più fortunato La decima vittima di Petri.
Ad una prima parte del film caratterizzata da una lentezza quasi esasperante, fa seguito una seconda in cui il ritmo accelera improvvisamente e in cui il protagonista è costretto a muoversi come una belva braccata da un invisibile mini esercito di killer che lo aspettano al varco per ucciderlo.
L’amalgama del film però risulta alla fine assolutamente ondulatorio e non giova certo all’economia dello stesso l’espressione monocorde del protagonista principale, quel Mino Reitano all’epoca idolo delle folle in un ambito ben differente, quello del panorama musicale.
Il cantante di Fiumara, prestato al cinema dopo l’esperienza sfortunata di Tara Poki, western di Amasi Damiani del 1971 e prima dell’unico film di discreto livello interpretato, ovvero Povero Cristo di Pier Carpi conferma di non essere adatto al grande schermo.

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Colpa della sua rigidità espressiva, caratterizzata dall’espressione perennemente imbabolata e monocorde del viso.
In questo film poi, in cui era necessaria un’espressione mobile dello sguardo per passare dal contesto romantico a quello drammatico,Reitano conferma i suoi evidenti limiti condannando il film ad un giudizio negativo.
Che, per inciso, meriterebbe di già per lo scarso coordinamento fra le varie parti del film, che oscilla e sbanda indeciso su quale strada prendere.
Se la trama non è già di per se originale, il resto del film risente di calate di ritmo e brusche accelerazioni, con scene d’azione che avrebbero richiesto un dosaggio più equilibrato per essere credibili.
Non fosse per la squadra di caratteristi utilizzata, nella quale figurano ottimi mestieranti come Luciano Catenacci,Dante Maggio, Franco Ressel e la “star” Philippe Leroy la pellicola sarebbe naufragata ancor più miseramente di quanto fece.
Una vita lunga un giorno infatti non ebbe praticamente alcun successo al botteghino e sparì completamente dalla circolazione.

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Nel film troviamo la svedesina Eva Aulin alla sua penultima interpretazione; l’attrice di Landskrona infatti tornerà sul set nel 1996, a ventitre anni di distanza con il film Mi fai un favore di Giancarlo Scarchilli e Eva Czemerys, nel ruolo minore della debosciata moglie dell’ancor più debosciato Philippe. Discreta la colonna sonora composta dai fratelli Reitano.
Un film quindi non particolarmente affascinante, più che altro anonimo che è stato recentemente ripescato dall’oblio e che può essere visionato in una versione passabile su You tube all’indirizzo: http://youtu.be/05XU4lfa92o
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Un film di Ferdinando Baldi. Con Philippe Leroy, Luciano Catenacci, Franco Ressel, Ewa Aulin, Mino Reitano,Dante Maggio, Franco Fantasia, Eva Czemerys Drammatico, durata 94 min. – Italia 1973.

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Mino Reitano: Andrea Rispoli
Ewa Aulin: Anna Andersson
Philippe Leroy: Philippe
Eva Czemerys:Moglie di Philippe
Luciano Catenacci: Spyros
Nello Pazzafini: Nello
Franco Ressel:Il dottore
Anna Maria Pescatori:Frieda
Dante Maggio:Zio GIuseppe

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Regia Ferdinando Baldi
Soggetto Ferdinando Baldi
Montaggio:Eugenio Alabiso
Fotografia:Aiace Parolin
Musiche Franco Reitano e Mino Reitano
Scenografia Claudio Cinini
Produzione:Manolo Bolognini

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 L’opinione del sito http://www.bizzarrocinema.it/

Passato nei cinema di allora nella quasi totale indifferenza, riproposto ogni morte di papa nelle più infime tv locali, privo di quell’alone di culto che solitamente contraddistingue opere così rare, Una vita lunga un giorno non ha avuto certo un destino felice. I difetti non mancano e si mostrano senza remore: il ritmo – componente essenziale per un buon thriller – è a velocità bradipo zoppo, la sceneggiatura presenta buchi tipo voragini e, certuni interpreti – Leroy su tutti – hanno palesemente il pilota automatico azionato. A ciò aggiungiamo che il soggetto non è tra i più originali: trattasi di chiaro “ricalco” dello splendido La pericolosa partita di Ernest B. Schoedsack. Eppure, basta poco. Basta un primo piano del nostro Beniamino – di nome e di fatto – a farci dimenticare, come d’incanto, tutti i difetti di questo film e a darci quell’estasi che solo noi esteti del Bizzarro possiamo provare. Reitano, tenace e stoico come solo lui sa essere (e chi l’ha potuto ammirare nelle sue storiche ospitate televisive sa benissimo di cosa parlo), abbatte totalmente il senso del ridicolo, va avanti per la sua strada di “attore per caso” e non si ferma davanti a nulla. Guidato dalla mano sapiente del regista Livingstone/Baldi, il nostro eroe attraversa un’odissea notturna degna del Bruce Willis dei tempi migliori, ma anche del Griffin Dunne di Fuori orario e – perché no? – del Joel McCrea protagonista de La pericolosa partita (di cui sopra). è troppo? Forse. Mi limiterò dunque a consigliarvi caldamente questa insolita visione. Armatevi di pazienza e di vhs (o dvd) vergine, piantonate la programmazione di tutte le tv locali e state pronti a spingere il tasto “rec”, Una vita lunga un giorno potrebbe capitarvi sotto mano. Per noi amanti del Bizzarro, fidatevi, non c’è modo migliore per commemorare l’artista Reitano come merita.
L’opinione di renato dal sito http://www.davinotti.com

Un film interessante, almeno nella prima parte in cui Ferdinando Baldi introduce la vicenda con indubbio stile. Peccato poi che l’ultima mezzora diventi troppo meccanica e prevedibile, quando inizia la discesa verso il mare di Mino Reitano. Su quest’ultimo come attore non c’è molto da dire… Se non che mantiene la stessa espressione imbambolata per tutto il film, ma grazie al cielo venne almeno doppiato da un professionista. Meravigliosa Ewa Aulin, ma questa non è certo una notizia. Girato in esterni a Sanremo.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Incasinato dramma sentimentale, che trova in Love Story (la Aulin è cardiopatica) ed una miriade di altri ben più riusciti titoli (La decima vittima su tutti, causa caccia spietata alla preda umana) il nucleo portante e fulcro dell’intera sceneggiatura. Il regista può contare su un bravo attore (uno spietato Philippe Leroy) ed una bellissima attrice (la Aulin, qua su uno degli ultimi set cinematografici che la ospita), ma fallisce nel far indossare un “vestito sfilacciato” al protagonista (un monocorde e poco espressivo Mino Reitano).

L’opinione del sito www.robydickfilms.blogspot.it

Reitano attore sarà sicuramente un po’ monotono, ma non è così inespressivo come si potrebbe credere.
Baldi dalla sua parte dirige come al solito abbastanza bene, anche se l’ultima mezz’ora in cui dal sentimentale il film vira decisamente verso l’azione, cade nella prevedibilità e soprattutto nell’inconcludenza.
Luciano Catenacci, con quella sua faccia, se la cava come sempre, ovviamente nella parte del cattivo.
Per ogni adoratore del povero Mino, così prematuramente scomparso, il film è certamente opera a dir poco magnifica, ma bisogna dire che come versione italiana di film rientrabile nel filone delle “Manhunt”, della “caccia all’uomo”, non è secondo a molti altri titoli ben più celebrati, a partire proprio dal datato e decisamente invecchiato male, irrisolto, “La Decima vittima” (’66) di Elio Petri. Al quale Baldi nelle scene d’azione, anche quando un po’ assurde, spacca letteralmente il culo.
Ascoltare la introvabile colonna sonora rock strumentale del film, composta da Mino con il fido fratello Franco, per rendersi bene conto di quanto i Reitano fossero stati dei musicisti molto lontani da quello che avrebbero dovuto essere, una volta raggiunto il successo popolare.
La scena della rivelazione finale “ Face to face” con la Aulin, è inarrivabile e una vera e propria gemma, per chiunque pensa che comunque Reitano “non è mai stato un attore”, altro che far ridere.

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febbraio 17, 2014 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento