Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain
Parigi,sobborgo di Courbevoie,nelle Banlieu.
In una palazzina che sembra resistere come un fantasma urbano alla modernizzazione del quartiere,dove ruspe e operai lavorano
incessantemente alla demolizione di case fatiscenti, vivono i coniugi Julien e Clemence Boulin.
Sono anziani, sposati da più di venticinque anni.
Ma il loro non è il tradizionale matrimonio tra anziani che dividono con amore gli scampoli della vita dopo aver diviso il quotidiano con affetto, anzi.
Lui, un ex tipografo e lei, ex trapezista rimasta zoppa dopo una caduta sembrano separati da un astio che giorno dopo giorno mina un rapporto ormai logoro.
Attraverso flashback, apprendiamo frammenti della loro vita, con il mutare dell’affetto trasformatosi in indifferenza prima, in mal sopportazione poi.
Non hanno figli e quindi è venuto anche a mancare uno dei fondamentali della vita di coppia; certo, le coppie sterili riescono a costruire alternative ma nel caso dei Boulin con lo scorrere degli anni si è creata una cortina fumogena spessa, soffocante, nella quale le due vite sembrano essersi scisse a tal punto da diventare incompatibili.

In realtà non sarebbe così, basterebbe parlare, discutere.
Ma per Julien e Clemence è davvero troppo tardi.
C’è una tensione inespressa tra loro che sembra sempre in procinto di esplodere; alla fine il punto di rottura viene raggiunto e l’elemento scatenante è Joseph.
Non un essere umano ma un banale gatto, che Julien porta a casa e che con il passare dei giorni si trasforma in un oggetto di adorazione per Julien, che dimentica del tutto la moglie.
Che non ha praticamente più nulla a cui attaccarsi, nemmeno ai residui di quell’affetto che, segretamente e senza confessarlo al marito nutre ancora per lui.
La gelosia finisce per avere la meglio e Clemence uccide il gatto.

E lui va via di casa, rifugiandosi dalla proprietaria di un albergo che in passato frequentava accompagnandosi sporadicamente con prostitute.
Tracce dell’antico affetto, il sapere che sua moglie sta male lo riportano a casa. Ma adesso il baratro scavato tra loro è un abisso: “Sono tornato, Clemence. Ma non ti parlerò mai più. Mai,mi senti !? ”
Il dialogo delle piccole cose quotidiane è scomparso, sostituito da pezzettini di carta con i quali Julien comunica con sua moglie.
Che una sera li legge,quasi fossero l’unico modo per riempire il vuoto totale della sua esistenza,che si spegne di colpo; Clemence,colpita da un infarto si accascia sul pavimento.
Ora Julien è solo, neanche più l’ombra della moglie accoglie il suo muoversi smarrito…
Da un romanzo nero e pessimista di George Simenon, Le chat, Pierre Granier-Deferre trae il film omonimo, Le chat,malamente riportato in italiano con l’assurdo titolo L’implacabile uomo di Saint Germain.
Un film gelido,come il romanzo.

Un’analisi spietata di un matrimonio, che, sinistramente, sembra simboleggiare altri matrimoni (o forse tutti?).
L’amore, la complicità, l’affetto possono (o devono necessariamente?) svanire, lasciando all’interno dl matrimonio solo macerie.
Quelle stesse che circondano la casa dei protagonisti della storia, ombre di un passato che non ha avuto neanche felicità come base e che ha finito per diventare una prigione, nella quale Julien e Clemence si muovono smarriti. Ma mentre Julien riesce a trovare in un semplice gatto un interesse, un affetto, Clemence vaga preda di una delusione e di un’abitudine che hanno scavato,in lei, un baratro che non c’è modo di superare o colmare, neanche parzialmente.
I due protagonisti finiscono per assurgere ad emblemi di matrimoni trappola, in cui esistenze si spengono lentamente per poi estinguersi.
Una fine con orrore? Un orrore senza fine?

Non ha importanza. Le esistenze arrivano al limite della vita consumandosi lentamente e la morte sembra essere davvero una liberazione.
E la scena finale,con l’infermiera che sbaglia anche il cognome di Julien la dice lunga sul pessimismo cosmico del film.
Che non è cattivo, ma analitico e senza speranze.
Un film da non vedere in momenti di tristezza, perchè aggiunge dolore a disagio.
Due grandi attori sublimano i due personaggi sconfitti del film: Jean Gabin e Simone Signoret, ormai capaci di interpretazioni eccezionali dall’alto di carriere in cui hanno fatto sfoggio di abilità nel tratteggiare psicologie anche complesse
rendono se possibile ancor più tetra e disperata l’atmosfera del film. I due attori ottennero due meritati Orsi d’argento al festival di Berlino per le loro interpretazioni.
Un film che si dipana freddamente, senza speranza, senza illusioni.
Davvero bravo il regista Pierre Granier-Deferre,che modificando a tratti il romanzo di Simenon riesce a non snaturarlo aggiungendo una sua visione, evidentemente nichilista al romanzo stesso.
Purtroppo L’implacabile uomo di saint Germain è un film raramente trasmesso in tv: tuttavia su You tube è comparsa una discreta versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=kEEe_3v_G8U
Le chat, l’implacabile uomo di Saint-Germain
Un film di Pierre Granier-Deferre. Con Jean Gabin, Simone Signoret, Jacques Rispal, Harry Max, André Rouyer, Yves Barsacq, Isabel Del Rio Titolo originale Le chat. Drammatico, durata 86 min. – Francia 1972
Jean Gabin … Julien Bouin
Simone Signoret … Clémence Bouin
Annie Cordy … Nelly
Jacques Rispal … Il dottore
Nicole Desailly … L’infermiera
Harry-Max … Il pensionato
André Rouyer … Il delegato
Carlo Nell Carlo Nell … L’agente immobiliare
Yves Barsacq … L’architetto
Florence Haguenauer…Germaine
Ermanno Casanova … Il padrone del bar
Georges Mansart … Il giovane in moto
Isabel del Río … La ragazza in moto
Regia Pierre Granier-Deferre
Soggetto Georges Simenon
Sceneggiatura Pierre Granier-Deferre, Pascal Jardin
Fotografia Walter Wottitz
Montaggio Nino Baragli, Jean Ravel
Musiche Philippe Sarde
Scenografia Jacques Saulnier
Yesterday
“Il mondo sarebbe un posto peggiore senza i Beatles”
La frase pronunciata da una delle uniche tre persone al mondo a ricordarsi dei Fab Four (e vedremo perchè) sintetizza il film,una gradevolissima e surreale commedia diretta nel 2019 da Danny Boyle,autore che molti stimano e conoscono per film come Transpotting,The beach,The millionaire.
Jack Malik vive in una cittadina del Suffolk,con la non tanto segreta ambizione di diventare un cantante.
Ma nella vita quotidiana deve scontrarsi con il totale disinteresse della gente verso le sue canzoni,l’unico supporto entusiastico viene dall’insegnante di matematica Ellie che continua a supportarlo e spronarlo.Ma Jack è sul punto di rinunciare al sogno della sua vita quando accade qualcosa di incredibile; una sera,mentre torna a casa in bici,un black out coinvolge l’intero pianeta e in particolare lui,investito da un autobus che in piena oscurità lo travolge.

Dopo la degenza in ospedale e l’inevitabile affettuosa assistenza di Ellie (innamorata di lui),il gruppetto di amici di Jack regala al giovane una nuova chitarra.
Lui intona Yesterday,scoprendo che gli amici non l’hanno mai ascoltata.Convinto che sia uno scherzo degli amici,cerca in Internet i Beatles scoprendo che non sono mai esistiti; per incanto non c’è traccia del quartetto di Liverpool,come del resto della Coca Cola,di Harry Potter e degli Oasis…
Un produttore di musica del Suffolk permette di registrare alcune delle canzoni che Jack inizia a cantare e le mette in rete; è addirittura Ed Sheeran ad ascoltarle e a permettergli di aprire il suo concerto,dove Jack utilizza le canzoni storiche che i Betales cantarono davanti alla folla impazzita di Mosca,ottenendo lo stesso successo.
Arriva anche una convocazione dalla più grande industria discografica americana (la stessa di Sheeran) che vuole diffondere le sue canzoni in America,e Jack accetta,perdendo però l’amore di Ellie. Seguiranno altre gustose avventure prima dell’happy end.

Yesterday è una commediola,ma girata con grande garbo; una favola che parte da una premessa fantascientifica e che sviluppa una storia con personaggi simpatici,senza utilizzare mai una sola parola fuori posto o le immancabili scene di nudo.
Un mondo senza Beatles,qualcosa di impensabile alla luce dell’importanza capitale della loro musica nell’evoluzione della cultura ma non solo;anche il costume e la morale sono state profondamente influenzate dalle canzoni dei Beatles,conosciute in ogni angolo della terra.
John Lennon,scandalizzando il pensiero corrente,disse “Siamo più popolari di Gesù Cristo“.
In realtà non era stato un paradosso assoluto,visto che la fama,la musica dei Beatles era sparsa nei posti più sperduti del pianeta.
Boyle utilizza un linguaggio semplice e diretto per mostrare come la buona musica non ha tempo ne confini; un assioma che se vogliamo può essere assunto anche come un teorema dimostrabile.

Molte delle canzoni dei Fab Four,dalla meravigliosa Yestreday a The long and winding road passando per Love me do fino a Hey Jude (…è bellissima ma secondo me suona meglio Hey Dude,Jude sa di antico,dice la produttrice americana),molte canzoni dicevo
scorrono come colonna sonora,riportandoci ad un passato se vogliamo glorioso.
Per quanto riguarda il cast,davvero bravi e simpatici i protagonisti,dall’inglese Himesh Patel ( Jack Malik) al suo primo ruolo da protagonista a Lily James (Ellie) che abbiamo visto nei recentissimi L’ora più buia e Mamma mia ci risiamo fino a Ed Sheeran che interpreta se stesso;un cast tutto giovane ma non poteva essere altrimenti.
Segnalo un’altro espediente, la presenza di un redivivo John Lennon; non è morto ucciso da un folle,anzi ha vissuto una vita lunga e felice.
Sicuramente non un film da gridare la miracolo, ma in tempi di dura carestia un panino alla mortadella assume il sapore di un lauto cenone di Capodanno.
Yesterday
Regia di Danny Boyle. Un film con Himesh Patel, Lily James, Ed Sheeran, Kate McKinnon, Joel Fry, James Corden. Titolo originale: Yesterday. Genere Commedia, Fantasy – Gran Bretagna, Russia, Cina, 2019, durata 116 minuti.
Himesh Patel: Jack Malik
Lily James: Ellie Appleton
Joel Fry: Rocky
Kate McKinnon: Debra Hammer
Ed Sheeran: se stesso
Sophia Di Martino: Carol
Ellise Chappell: Lucy
Harry Michell: Nick
Vincent Franklin: Brian
Camille Chen: Wendy
Alexander Arnold: Gavin
James Corden: se stesso
Sanjeev Bhaskar: Jed Malik
Meera Syal: Sheila Malik
Karma Sood: Jack Malik bambino
Lamorne Morris: capo del marketing
Sarah Lancashire: Liz
Michael Kiwanuka: se stesso
Robert Carlyle: John Lennon
Ana de Armas: Roxanne
Marco Giansante: Jack Malik
Benedetta Degli Innocenti: Ellie Appleton
Jacopo Venturiero: Rocky
Domitilla D’Amico: Debra Hammer
Manuel Meli: Ed Sheeran
Sophia De Pietro: Carol
Mattea Serpelloni: Lucy
Gianfranco Miranda: Nick
Massimo Lopez: Brian
Franco Mannella: Jed Malik
Franca D’Amato: Sheila Malik
Regia Danny Boyle
Soggetto storia di Jack Barth
Sceneggiatura Richard Curtis
Produttore Bernard Bellew, Tim Bevan, Danny Boyle, Richard Curtis, Eric Fellner, Matthew James Wilkinson
Produttore esecutivo Nick Angel, Lee Brazier
Casa di produzione Decibel Films, Etalon Film, Perfect World Pictures, Working Title Films
Distribuzione in italiano Universal Pictures
Fotografia Christopher Ross
Montaggio Jon Harris
Effetti speciali Adam Gascoyne
Scenografia Patrick Rolfe
Trucco Suzanne Jansen, Ivana Primorac
Anna dei mille giorni
Inghilterra,1527
Il regno inglese è retto dal volubile Enrico VIII, sposato con Caterina d’Aragona,figlia del Re Ferdinando II.
Re Enrico ha da tempo numerose relazione adulterine,l’ultima delle quali l’ha intrecciata con Mary Boleyn (Bolena);ma anche questa relazione entra in crisi il giorno che Enrico conosce la sorella di Mary, Anna. La donna è fidanzata con Henry e attende solo il tradizionale permesso reale per sposarsi.
Nonostante l’intercessione del Lord Cancelliere Wosley, il re rifiuta il permesso provocando l’ira della giovane Anna che tuttavia,a poco a poco,sedotta più dal fascino della posizione del re che dall’amore, inizia a cedere alla sua corte serrata.
Ma la donna ha una segreta ambizione, sposare il Re e diventarne la legittima consorte, cosa ovviamente impossibile sia per il matrimonio del re (in vigore) con la legittima sovrana Caterina sia perchè essendo Enrico di fede cattolica non può ottenere in alcun modo
da Roma,cui la chiesa inglese è legata, il divorzio.
Ma Enrico è deciso a liberarsi dei vincoli con cui Roma impedisce mosse politiche ( e personali) al re; così nonostante il parere contrario di Wosley (che è cardinale) e il vano tentativo di quest’ultimo di intercedere presso Papa Clemente VII,Enrico VIII sposa Anna Bolena decretando di fatto lo scisma della chiesa inglese da quella cattolica romana.
Dopo poco tempo dal matrimonio e sopratutto in seguito alla nascita di una figlia, Elisabetta (la futra regina vergine) ,Enrico come suo solito inizia a trascurare la moglie rivolgendo le sue attenzioni su altre dame della corte;Anna,furibonda,cerca di sbarazzarsi anche dei suoi numerosi nemici a corte,commettendo un errore fatale.
In primis perchè essendo incinta,non riesce a dare a Enrico l’agognato erede maschio,poi perchè si attira l’odio del nuovo primo ministro,Thomas Cromwell,di tempra ben più dura del cardinale Wosley.
Cromwell riceve l’ordine,da parte di Enrico,di trovare il sistema di sbarazzarsi della seconda moglie.
Ha infatti una nuova relazione con Jane Seymour e intende sposarla.
Imbastendo una serie di false accuse,fra cui quella di incesto,Cromwell ottiene dal tribunale inglese la condanna a morte di Anna,accusata anche di adulterio.

Il re le promette salva la vita se ammetterà i fatti contestati (incluso il disconoscimento di paternità di Elisabetta) ma Anna preferisce salire sul patibolo piuttosto che ammettere cose non vere,così viene decapitata mentre Enrico è libero di correre dalla sua nuova fiamma.
Se dal punto scenografico e della storia romanzata Anna dei mille giorni,regia di Charles Jarrott, può dirsi un film riuscito,dal punto di vista storico è infarcito di grossolani errori tale da trasformarsi più in un feuilleton rosa/nero che in un film storico aderente alla vera natura dei fatti che racconta.
E’ vero, il cinema è finzione, è spettacolo.
Ma quando travisa le verità storiche rende un cattivo servigio a se stesso,ed è quello che accade alla pellicola,pur mantenendo l’ossatura della vera storia, quella che portò Anna Bolena a pagare un prezzo altissimo sull’altare dell’ambizione.
Tuttavia lo spettacolo è salvo e da questo punto di vista ben poco da eccepire; i tradimenti,gli intrighi di corte,gli odi e gli amori sono descritti vividamente,corredati da splendide scenografie da bellissimi costumi. Infatti il film ottenne ben 10 nomination agli Oscar.

Ma per una volta la giuria vide bene, attribuendo al film una sola statuetta, quella per i migliori costumi ed evitando di attribuire per esempio quella come miglior film che andò meritatamente a Un uomo da marciapiede.Non andò meglio ne a Richard Burton,autore di una pregevole interpretazione ma certo non indimenticabile ne a Geneviève Bujold ,molto brava nel ruolo di Anna Bolena.Ad entrambi furono preferiti John Wayne per il grinta e Maggie Smith per La strana voglia di Jean.
Parziale riscatto il film lo ebbe ai Golden Globe dove ottenne quattro premi,fra i quali quelli per il miglior film drammatico e per la miglior regia.
In definitiva un film discreto da vedersi nell’ottica del film in costume; purtroppo il film stesso non ha mai avuto molta diffusione in tv e fino a qualche anno fa mancava addirittura una versione su nastro o dvd con il doppiaggio italiano,ragion per cui il film stesso è di difficile reperibilità.
Anna dei mille giorni
Un film di Charles Jarrott. Con Irene Papas, Anthony Quayle, Richard Burton, Geneviève Bujold, John Colicos, Vernon Dobtcheff, Michael Hordern, Katharine Blake, Valerie Gearon, Michael Johnson, Peter Jeffrey, Joseph O’Conor, William Squire, Esmond Knight, Nora Swinburne Titolo originale Anne of the Thousand Days. Storico, durata 145 min. – Gran Bretagna 1969.
Richard Burton: Re Enrico VIII
Geneviève Bujold: Anna Bolena
Irene Papas: Caterina d’Aragona
Anthony Quayle: Cardinale Wolsey
John Colicos: Thomas Cromwell
Michael Hordern: Conte Thomas Boleyn
Katharine Blake: Elizabeth Boleyn
Valerie Gearon: Mary Boleyn
Michael Johnson: George Boleyn
Peter Jeffrey: Duca di Norfolk
Joseph O’Conor: Vescovo Fisher
William Squire: Tommaso Moro
Esmond Knight: Kingston
Nora Swinburne: Lady Kingston
Vernon Dobtcheff: Mendoza
Brook Williams: Breareton
Gary Bond: Smeaton
T.P. McKenna: Norris
Denis Quilley: Weston
Terence Wilton: Lord Percy
Lesley Paterson: Jane Seymour
Nicola Pagett: Principessa Mary
June Ellis: Bess
Kynaston Reeves: Willoughby
Marne Maitland: Campeggio
Cyril Luckham: Priore Houghton
Amanda Walker: Dama di Anna
Charlotte Selwyn: Dama di Anna
Elizabeth Counsell: Dama di Anna
Juliet Kempson: Dama di Caterina
Fiona Hartford: Dama di Caterina
Lilian Hutchins: Dama spagnola di Caterina
Anne Tirard: Dama spagnola di Caterina
Amanda Jane Smythe: Elisabetta bambina
Regia Charles Jarrott
Soggetto Maxwell Anderson
Sceneggiatura Bridget Boland, John Hale e Richard Sokolove
Produttore Hal B. Wallis
Casa di produzione Hal Wallis Productions
Fotografia Arthur Ibbetson
Montaggio Richard Marden
Musiche Georges Delerue
Scenografia Maurice Carter
Costumi Margaret Furse
Fratello sole sorella luna
Francesco, rampollo viziato figlio del ricco mercante Pedro Bernardone e di madonna de Pica, passa le sue giornate nell’ozio e nei divertimenti.
Lo scoppio della guerra con Perugia lo porta in battaglia, dove la visione delle efferatezze, della morte e delle sofferenze,complice anche una malattia che lo coglie, lo porta a vedere le cose differentemente.
Il ritorno a casa lo vede profondamente cambiato; ben presto il giovane viziato lascia posto ad una persona nuova,sempre più immersa nella contemplazione della natura e sempre più sensibile alle sofferenze dell’umanità.
Tutto ciò,unita alla repulsione che ora Francesco prova nei confronti della bramosia di ricchezza che suo padre coltiva spasmodicamente porta Francesco stesso ad una lite con i suoi. Dopo essere stato umiliato davanti ai notabili della sua città, Assisi, Francesco prende una decisione coraggiosa e estrema.
Si spoglia completamente di tutto ,rinuncia a tutte le ricchezze della sua famiglia e parte da Assisi per vivere una nuova vita, più consona a quello che ora prova.

Pieno d’amore per il prossimo, deciso a seguire l’esempio di Gesù Cristo, Francesco si reca a San Damiano, una chiesa in rovina; qui, sentendo la voce di Dio che lo invita a ridare dignità a quel posto sacro, Francesco raduna alcune persone che hanno deciso di seguire il suo insegnamento, come la nobile e bellissima Chiara Scifi,che abbandonerà anch’essa la propria famiglia e che fonderà l’ordine delle Clarisse.
L’incendio della cappella appena restaurata, la morte di un suo amico e discepolo lo portano ad interrogarsi sul suo presente, sulle sue scelte, sul futuro. Decide così di andare a Roma con il duplice scopo di parlare con il Papa e di chiedere il riconoscimento di quella che è, a tutti gli effetti,una nuova congregazione.
A Roma l’evidente contrasto tra la semplicità di Francesco e dei suoi seguaci e il lusso sfrenato della corte papale porta Papa Innocenzo III a riflettere sull’insegnamento di quell’uomo che con poche, dignitose parole invita la chiesa a recuperare l’insegnamento di Gesù; il film termina con Innocenzo III che si inchina ai piedi di Francesco e glieli bacia, in segno di umiltà.

Fratello sole sorella luna,film di Franco Zeffirelli del 1972 è un commosso omaggio del grande regista toscano verso un uomo, Francesco d’Assisi che ha avuto un’importanza assolutamente fondamentale nella storia del cattolicesimo, finendo per diventare l’esempio della dottrina di Gesù Cristo sulla terra, troppo spesso dimenticata,nel corso dei secoli, dalla chiesa.
La realizzazione del film è tecnicamente ineccepibile, priva com’è di retorica e basata su una realtà storica che copre alcuni anni della purtroppo breve vita di un uomo straordinario, Francesco d’Assisi, visto nell’evoluzione che lo porterà da essere un giovane scapestrato a uomo maturo e consapevole delle sofferenze, del vuoto in cui si muove un’umanità troppo spesso vessata
dalla prepotenza, dalla sopraffazione. Gli umili, i poveri diventano il centro della vita di Francesco e Zeffirelli indica il suo percorso senza sbavature, evitando luoghi comuni e scene ad effetto,utilizzando una scenografia molto ricercata prima in netto contrasto con i costumi semplici di Francesco poi,quando cioè il percorso umano e morale del futuro santo sarà compiuto per riprendere il fasto
nel finale, mostrando lo stridente contrasto tra i porporati, il Papa e San Pietro e i laceri seguaci di Francesco, cosa che porterà il Papa a riflettere sul vero significato del cristianesimo.

Sorprendente la performance dell’attore inglese Graham Faulkner,venticinquenne all’epoca del film che rappresentò il suo esordio che sembrava il preludio ad una grande carriera e che invece rimase inespressa,brava anche Judi Bowker,la Chiara del film,anche lei all’esordio e che quanto meno ebbe in seguito una lusinghiera carriera televisiva; più defilate le star del film,come Valentina Cortese (la mamma di Francesco),Adolfo Celi (il console)
e Alec Guinness nei panni di papa Innocenzo III.
Davvero bella la colonna sonora del film,che vede tre canzoni di Claudio Baglioni (una musicata da Donovan) e le musiche di Riz Ortolani; la sceneggiatura,scritta a tre mani vede oltre Zeffirelli la presenza di due grandi donne dello schermo,Suso Cecchi D’Amico e Lina Wertmüller, per un film molto amato dal pubblico e che ebbe una nomination agli Oscar come miglior scenografia mentre vinse il Nastro d’argento
per la miglior fotografia (Ennio Guarnieri) e il David di Donatello come miglior regia.
In rete c’è una discreta versione streaming all’indirizzo https://www.altadefinizione01.cc/7480-fratello-sole-sorella-luna.html (selezionare player Supervideo)
Fratello sole, sorella luna
Un film di Franco Zeffirelli. Con Graham Faulkner, Adolfo Celi, Valentina Cortese, Alec Guinness, Judi Bowker, Carlo Pisacane, Carlo Hinterman, Lee Montague, Nerina Montagnani, Sandro Dori, Fortunato Arena, Guido Lollobrigida, John Sharp, Massimo Foschi, Peter Firth, Leigh Lawson, Kenneth Cranham, Spartaco Conversi Biografico, durata 137 min. – Italia 1972.
Graham Faulkner: Francesco
Judi Bowker: Chiara
Leigh Lawson: Bernardo
Kenneth Cranham: Paolo
Michael Feast: Silvestro
Nicholas Willat: Giocondo
Valentina Cortese: Pica
Lee Montague: Pietro di Bernardone
John Sharp: il vescovo Guido
Adolfo Celi: il console
Francesco Guerrieri: Deodato
Alec Guinness: papa Innocenzo III
Giancarlo Giannini: Francesco
Anna Maria Guarnieri: Chiara
Adalberto Maria Merli: Bernardo
Mario Feliciani: Pietro di Bernardone
Gianni Bonagura: il vescovo Guido
Renato Turi: il console
Gino Cervi: papa Innocenzo III
Regia Franco Zeffirelli
Soggetto Suso Cecchi D’Amico, Franco Zeffirelli, Lina Wertmüller
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Franco Zeffirelli, Lina Wertmüller
Fotografia Ennio Guarnieri
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Lorenzo Mongiardino, Gianni Quaranta (Direttore realizzazione scenica)
Costumi Danilo Donati
Andavamo al cinema-Parte 53

Chiunque abbia notizie su sale non identificate o voglia inviare foto può contattare la mail paolobari@email.it

Cine Teatro Progresso,Venezia
Cinema Rouge et Noire,Palermo
Cinema San Paolo,Torino
Cinema Verdi,Cordenons (Pordenone)
Sala Cine Teatro Junior,Sarnico (Bergamo)
Cinema Pellegrini,Luino (Varese)
Cinema Olimpia,Messina
Cinema Nettuno,Taranto
Sala Cinema Arcivescovile,Saronno (Milano)
Cinema Moderno,Livorno
Cinema Margherita,Napoli
Sala Cinema Maestoso,Milano
Cinema Iride,Fossano (Cuneo)
Cinema Grumolo,Abbadesse (Vicenza)
Cinema Garibaldi,Padova
Cinema Eldorado,Casamicciola Ischia
Cinema Albese,Alba (Cuneo)
Cinema Dante,Palermo
Cinema Corso,Rovigo
Cinema City Square,Milano
Cinema Astra,Chiusi (Siena)
Cinema Peter,Carignano (Torino) (grazie a Valentino per la segnalazione)
Cinema Carcano,Milano
Cinema Astra,Cassano Magnago (Varese)
Cinema Arena Diana,Petilia Policastro (Crotone)
Cinema Alfieri,Genova)
Cine Teatro Rex,Bibbiena (Arezzo)
Cine Teatro Giotto,Borgo San Lorenzo (Firenze)
Atrio Cinema Poliziano,Milano
L’apparizione
Noto reporter specializzato in affari del medio oriente, Jacques Mayano ha dovuto affrontare una terribile prova,dalla quale è uscito profondamente
segnato, nel fisico e nella mente, l’esplosione di una bomba che gli ha creato problemi ad un orecchio e che ha causato la morte di un suo amico e collega.
Tornato in Francia,Jacques viene contattato dal Vaticano con l’offerta di un reportage, senza però alcuna indicazione sul genere di argomento da trattare.
A Roma il reporter conosce un importante prelato francese,che gli offre di indagare, con la massima libertà d’azione su un evento che ha avuto luogo nel sud est della Francia,l’apparizione della Madonna ad un’umile ragazzina del posto.
Con lui, che rappresenterà la parte gnostica ci sarà una commissione composta da un prelato esperto in materia, una psicologa e un vaticanista.
Inizia per lo scettico in materia religiosa Jacques un viaggio complicato in terra francese,accolto dall’aperta ostilità del sacerdote che protegge la ragazza da un lato e dalla diffidenza dei suoi colleghi inquisitori dall’altra.
Con pazienza,stringendo un bel rapporto di amicizia con la dolce Anne, la veggente, Jacques farà un viaggio tra il possibile miracolo e i preconcetti dei suoi colleghi, scoprendo cose alla fine che gli faranno dubitare di tutto,indeciso fra fede e inganno…
L’apparizione è un film complesso e articolato su un tema sicuramente scomodo e dalle opinioni divergenti come il rapporto fra fede e individuo, fra miracolo e realtà, fra ciò che si vede e ciò che si sente nell’intimo.
Un tema all’apparenza banale,non per il contenuto quanto per essere uno dei più antichi dilemmi dell’uomo ma che Xavier Giannoli,regista di questo recente film (2018) affronta senza alcuna partigianeria, limitandosi ad un racconto che ha dei momenti davvero interessanti e che
esplora con delicatezza, senza retorica, l’amletico dubbio sul credere/non credere.
Negazionisti e credenti oppongono vicendevolmente le proprie tesi,senza giungere mai ad una conclusione; la cosa alla fine si trascina stucchevolmente come il dibattito sul sia nato prima l’uovo o la gallina.
Il film, come già detto,non prende posizione; il viaggio di Jacques si articola su vari fronti. Quando è quasi certo che si tratti di un inganno ecco che qualcosa lo porta nuovamente a dubitare. Evito di citare situazioni e finale del film proprio per evitare sia una “sorpresa rovinata“, sia perchè
in materia di fede le proprie convinzioni non devono mai prevaricare le idee dell’altro.Che è poi quanto Giannoli fa; illuminante quanto detto in un’intervista, “Volevo parlare di fede senza dogmatismi o pregiudizi, dal punto di vista di un uomo normale, non di un filosofo o di un teologo, che peraltro non sono, ma di un cineasta animato dal desiderio di esplorare una verità umana.

È così che mi è venuta l’idea del personaggio del giornalista che parte per investigare su un fatto di per sé incredibile: un’apparizione della Vergine Maria, ai giorni nostri, in Francia. Non è né un bigotto, né un ateo cinico, è solo un uomo libero che vorrebbe districare il vero dal falso.
E mi è molto piaciuto rendermi conto che l’inchiesta mi sfuggiva di mano e prendeva una forma autonoma, si muoveva in altre direzioni.”
La sintesi del percorso di Jacques è essenzialmente questa, quella di un uomo disilluso, abituato alla violenza e che in Medio Oriente ha assistito a cose raccapriccianti ma che ha conservato, nonostante le ferite nel corpo e nell’anima, una capacità di giudizio, di ricerca,assolutamente invidiabile.
L’altro personaggio fondamentale del film è Anna,la veggente.
Una ragazza quasi spaventata dal clamore che c’è attorno a lei, consapevole dello scetticismo ma anche della speranza che suscita negli altri.
Si muove quasi con candore, quello stesso che finirà per spingere Jacques a indagare a fondo,alla ricerca di una verità impossibile da cercare,ma che comunque è il viaggio di ogni uomo, alle prese con l’insondabile mistero della fede.

Anche in questo caso le parole di Giannoli integrano perfettamente il racconto cinematografico :”Provavo l’esigenza di riappropriarmi di queste tematiche allontanandomi dai cliché delle rappresentazioni mediatiche, dei dibattiti sullo scontro tra le civiltà, sul ritorno della religiosità,
sulla deriva fondamentalista e integralista o ancora della Chiesa e suoi scandali, dal momento che per me si trattava soprattutto di una ricerca personale e segreta… Ciascuno affronta questi temi come vuole, come può, oppure rimane come me in uno stato di turbamento.
Non riusciremo mai a rispondere al quesito sul senso della nostra vita attraverso algoritmi, smart phone, promesse economiche o illusioni politiche.”
Un film bello e intenso che tuttavia almeno in Italia,è stato visto da pochissime persone visto che in tutta la programmazione ha incassato 45.000 euro. Una cifra ridicola, vergognosa più che altro alla luce di incassi stratosferici di film allucinanti come bruttezza e pochezza che il cinema attuale propone.
Per quanto riguarda il cast,grandissime prove di Vincent Lindon (Jacques) e Galatea Bellugi (Anna): intensi,misurati i due protagonisti accrescono di credibilità il racconto.
L’apparizione, di Xavier Giannoli.Con Vincent Lindon,Galatéa Bellugi, Patrick d’Assumçao,Anatole Taubman, Elina Löwensohn Drammatico,Francia 2018.Durata 144 minuti
Vincent Lindon … Jacques Mayano
Galatéa Bellugi … Anna
Patrick d’Assumçao … Padre Borrodine
Anatole Taubman … Anton Meyer
Elina Löwensohn … Dottor de Villeneuve
Gérard Dessalles … Stéphane Mornay
Bruno Georis … Padre Ezéradot
Claude Lévèque … Padre Gallois
Alicia Hava … Mériem
Candice Bouchet … Valérie
Natalia Dontcheva … Céline
Regia: Xavier Giannoli
Produzione esecutica: Conchita Airoldi
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Cyril Nakache
Casting: Coralie Amedeo e Michael Laguens
Vincitori e vinti
Norimberga,1948
Dopo il processo ai principali gerarchi nazisti e il processo ai medici le potenze vincitrici decidono di processare i giudici che agirono durante
la dittatura nazista, accusati di aver commesso crimini contro l’umanità; le ferite lasciate dalla guerra sono ancora aperte e i tedeschi vorrebbero lasciarsi alle spalle il periodo drammatico che ha devastato buona parte del mondo. Contemporaneamente le potenze occidentali hanno fretta di chiudere i conti in quanto la Germania,nello scacchiere europeo rappresenta un baluardo contro l’avanzata del comunismo. Il processo va comunque celebrato e a presiedere la corte composta da tre giudici viene chiamato l’irreprensibile Dan Haywood,un anziano togato americano dalla cristallina moralità.
L’uomo,per meglio comprendere l’atmosfera e la storia socio politica in cui sono avvenuti i fatti contestati agli imputati,decide di calarsi nella realtà, conoscendo persone come la signora Bertholt, vedova di un aviere già condannato da un tribunale
alleato e impiccato. Nel processo ai giudici spicca la figura di Ernst Janning, un magistrato che pur riconoscendo la validità della corte ritiene di aver fatto solo il suo dovere,con scrupolo e onestà.
Il confronto in tribunale,tra la difesa,guidata da un bravissimo avvocato tedesco,Hans Rolfe e l’accusa,rappresentata dal colonnello Ted Lawson diviene l’occasione per uno scontro fra motivazioni diverse.
Da un lato quelle dell’accusa,che sostengono come gli imputati abbiano fatto ne più ne meno le stesse atrocità dei gerarchi nazisti,condannando a morte molti innocenti solo per compiacere il regime o peggio solo in base all’appartenenza alla razza,dall’altra c’è il difensore,l’appassionato
Rolfe che con coraggio arriva ad accusare gli alleati di atrocità, come quelle commesse dall’esercito russo, dallo stesso Stalin e dagli americani,responsabili a suo dire di aver massacrato 250.000 innocenti con le bombe atomiche.
Al termine del processo Haywood legge la sentenza: i giudici vengono tutti condannati all’ergastolo,incluso Janning che ha mostrato segni di ravvedimento.
Il film termina con i titoli che scorrendo raccontano come nel 1961,all’epoca in cui viene girato il film,dei 99 imputati in vari processi nella zona americana nessuno è in galera.

Vincitori e vinti, film del 1961 diretto da Stanley Kramer è uno splendido esempio di cinema psicologico,in cui a fare la differenza è la presenza di un cast di assoluto livello mondiale; a tal punto che la pellicola ebbe ben 11 nomination agli Oscar anche se,con grande sorpresa alla fine furono solo due le statuette attribuite a Vincitori e vinti,quella per il miglior attore protagonista attribuita a Maximilian Schell per la sua grande appassionata interpretazione dell’avvocato difensore Hans Rolfe e quella per la migliore sceneggiatura non originale andata a Abby Mann.
Schell ebbe la meglio su Spencer Tracy, grandissimo nella parte del Giudice Dan Haywood e se vogliamo fu una scelta giusta. Tracy aveva già vinto due volte il premio e una terza non avrebbe aggiunto nulla alla sua prestigiosa carriera mentre per Schell era un riconoscimento che divenne un trampolino di lancio importante.Superbo Burt Lancaster nella parte del tormentato giudice Jenning. Anche Montgomery Clift e Judy Garland ebbero nomination ma non riuscirono ad imporsi nella categoria attori non protagonisti.Nel cast ci sono anche la Marlene Dietrich e Richard Widmark.
Un film teso,affascinante, in cui Kramer bada principalmente a esporre le varie tesi,senza prendere posizioni preconcette ma anzi facendo raccontare,dalla viva voce dell’avvocato Rolfe,un resoconto assolutamente fedele all’originale in cui le inevitabili colpe degli eserciti alleati sono mostrate senza falsi pudori.

Alcuni dialoghi mostrano con minuzia di acume le psicologie dei personaggi,come quella in cui Jennings,con passione dice a Dan Haywood “Tutta quella gente, quei milioni di persone… io non pensavo che si giungesse a tanto. Lei deve credermi, lei deve credermi!” ricevendo in cambio una risposta altrettanto ferma,”Herr Janning, doveva capirlo la prima volta in cui condannò a morte un uomo sapendolo innocente.”
In questi dialoghi c’è l’essenza di ciò che accadde durante il periodo della dittatura nazista; ancora una volta le risposte degli accusati erano immancabilmente le stesse,giustificate dalla paura,dall’obbligo del dovere,dal non poter fare altro.
Emblematica la risposta alle accuse da parte di uno degli imputati,il giudice Hofsstatter :”Io ho seguito il concetto che ritenevo più elevato nella mia professione, il concetto che dice: «Sacrificare il proprio senso di giustizia all’ordine legale costituito. Chiedere solo qual è la legge e non chiedere se sia o meno secondo giustizia». Come giudice, non potevo fare altrimenti.”

Ed è la risposta che da Haywood quella che in modo compiuto esprime il perchè tutto sia accaduto e perchè tutti abbiano preferito non guardare o come abbiano poi giustificato i propri crimini: “Se tutti i capi del Terzo Reich fossero stati dei sadici, dei maniaci, allora i loro misfatti non avrebbero più significato morale di un terremoto o di qualsiasi catastrofe naturale, ma questo processo ha dimostrato che in tempi
di crisi nazionale le persone normali, e perfino quelle capaci ed eccezionali, possono indurre se stessi a condurre dei crimini così grandi e odiosi da sfidare qualsiasi immaginazione.”
Un film da vedere,per riflettere. Per chi ama il grande cinema e le grandi interpretazioni.
Vincitori e vinti
Un film di Stanley Kramer. Con Spencer Tracy, Burt Lancaster, Richard Widmark, Marlene Dietrich, Maximilian Schell, Montgomery Clift, Ed Binns, Werner Klemperer, Torben Meyer, Martin Brandt, William Shatner, Kenneth MacKenna, Alan Baxter, Ray Teal, Sheila Bromley, Bess Flowers, Judy Garland Titolo originale Judgement at Nuremberg. Drammatico, b/n durata 178 min. – USA 1961.
Spencer Tracy: Giudice Dan Haywood
Burt Lancaster: Ernst Janning
Richard Widmark: colonnello Tad Lawson
Montgomery Clift: Rudolph Petersen
Marlene Dietrich: sig.ra Bertholt
Judy Garland: Irene Hoffmann
Maximilian Schell: Avv.Hans Rolfe
William Shatner: Harrison Byers
Werner Klemperer: Emil Hahn
Kenneth MacKenna: Giudice Kenneth Norris
Torben Meyer: Werner Lampe
Alan Baxter: Generale Merrin
Edward Binns: Senatore Burkette
Virginia Christine: sig.ra Halbestadt (governante)
Ray Teal: Giudice Curtis Ives
Martin Brandt: Friedrich Hofstätter
John Wengraf: Dr.Karl Wieck
Giorgio Capecchi: Giudice Dan Haywood
Emilio Cigoli: Ernst Janning
Giulio Panicali: colonnello Tad Lawson
Gianfranco Bellini: Rudolph Petersen
Lydia Simoneschi: sig.ra Bertholt
Dhia Cristiani: Irene Hoffmann
Giuseppe Rinaldi: Avv.Hans Rolfe
Cesare Barbetti: Harrison Byers
Amilcare Pettinelli: Werner Lampe
Regia Stanley Kramer
Soggetto Abby Mann
Sceneggiatura Abby Mann
Produttore Stanley Kramer per Roxolom Film
Distribuzione in italiano DEAR (1962)
Fotografia Ernest Laszlo
Montaggio Frederic Knudtson
Musiche Ernest Gold, Norbert Schultze, Ludwig van Beethoven
Le meravigliose avventure di Marco Polo
Roma, XIII secolo
Alla corte papale arriva una lettera del sovrano mongolo Kubilai Khan diretta a Papa Gregorio X; con essa il Khan chiede di poter stabilire rapporti commerciali con l’Europa e in particolare con Roma.
Il Papa convoca la famiglia Polo di Venezia,conosciuta per essere composta da abili mercanti.
E’ Marco Polo,il più giovane della famiglia ad essere il più entusiasta della spedizione; spirito d’avventura e voglia di conoscenza si scontreranno però con una serie enorme di difficoltà.
Polo dovrà misurarsi con l’ambizione del figlio del Khan,Nazam, guerriero indomito e assolutamente poco incline ad aperture verso l’occidente.
Inoltre Nazam nutre la segreta ambizione di diventare imperatore dei mongoli e conta su un gruppo di dignitari stanchi della durezza del Khan,che governa un paese immenso con durezza ma anche con giustizia.
Sarà proprio Marco Polo a sventare il piano dei congiurati e così facendo si guadagnerà la riconoscenza del Khan,ottenendo di aprire le vie dello scambio commerciale fra oriente e occidente.
Le meravigliose avventure di Marco Polo, liberamente tratte dal Milione di Polo,il libro che apri o meglio spalancò una finestra su un mondo assolutamente sconosciuto come quello dell’enorme impero mongolo è una mega produzione
francese del 1965,costata una fortuna e che si rivelò contrariamente alle speranze del produttore/regista Raoul Levy un fiasco colossale ai botteghini.
Levy,colui che aveva contribuito alla nascita del mito Brigitte Bardot finanziando il film Dio creò la donna,organizzò in modo faraonico la pre produzione;attori di grido (Delon,Blier), location orientale (Afghanistan,Iran) e soldi a profusione.
Ma Delon dopo poche riprese abbandonò il set, la trasferta si rivelò dispendiosa e Levy accantonò il progetto.
Lo riprese grazie a nuovi finanziamenti e con Horst Bucholz come attore protagonista e la regia affidata a Denys de La Patelliere; in qualche modo la pellicola venne terminata e come già detto si rivelò un fiasco colossale.

A ben vedere la cosa appare strana; sia le location che i costumi appaiono adeguati,la recitazione di buon livello e la componente fondamentale del film,la sceneggiatura e la storia tout court non sono poi male.
Eppure il film non incontrò il favore del pubblico,che lo snobbò abbastanza misteriosamente.Nonostante la presenza di star del calibro di Anthony Quinn (un magnifico Khan) ,di Omar Sharif, Orson Welles, i nostri Elsa Martinelli e Massimo Girotti, il film non attrasse il pubblico che ne decretò il flop.
La cosa ebbe conseguenze drammatiche per Levy,che fu colto da depressione e che poco tempo dopo si suicidò,complice il fallimento di due produzioni successive.
Un film nato male,per le vicissitudini raccontate e finito peggio,quindi.

Un film che però ha dalla sua una storia decorosa,che complice una fotografia eccellente e una buona tecnica registica può essere visto per passare due ore disimpegnate.
Uscito prima in Italia con il titolo Lo scacchiere di Dio,ha avuto alcuni passaggi televisivi sopratutto nei decenni 60 e 70; c’è una versione decorosa sul sito di Raiplay all’indirizzo http://h5.raiplay.it/raiplay/video/2016/06/Le-meravigliose-avventure-di-Marco-Polo-5589a4c1-0898-4fd0-b3cb-6bc70357eea2.html previa registrazione assolutamente gratuita.
Le Meravigliose Avventure di Marco Polo (lo Scacchiere di Dio)
Un film di Denys De La Patellière, Raoul Levy, Noël Howard. Con Orson Welles,Horst Bucholz,Omar Sharif,Anthony Quinn,Elsa Martinelli, Massimo Girotti, Folco Lulli, Guido Alberti, Lynne Sue Moon, Bruno Cremer, Titolo originale La fabuleuse aventure de Marco Polo. Avventura, durata 115 min. – Francia 1965.
Horst Buchholz: Marco Polo
Massimo Girotti: Nicolò Polo
Anthony Quinn: l’imperatore Kubilai Khan
Robert Hossein: principe Nayam
Orson Welles: Akerman
Omar Sharif: emiro Alao
Akim Tamiroff: il vecchio della montagna
Elsa Martinelli: la ragazza con la frusta
Folco Lulli: Spinello, mercante veneziano
Guido Alberti: papa Gregorio X
Lynne Sue Moon: principessa Gogatine
Bruno Cremer: Guillaume di Tripoli
Jacques Monod: Nicolò di Vicenza
Mica Orlovic: Matteo, zio di Marco
Grégoire Aslan: Achmed
Massimo Turci: Marco Polo
Emilio Cigoli: l’imperatore Kubilai Khan
Pino Locchi: principe Nayam
Giorgio Capecchi: Akerman
Giuseppe Rinaldi: emiro Alao
Luigi Pavese: il vecchio della montagna
Valeria Valeri: la ragazza con la frusta
Manlio Busoni: Achmed
Renato Turi: voce narrante
Regia Denys de La Patellière, Noël Howard
Sceneggiatura Noël Howard, Raoul Lévy, Jean-Paul Rappeneau, Jacques Rémy, Denys de La Patellière
Produttore Raoul Lévy
Casa di produzione Avala Film, ITTAC, Italaf Kaboul, Mounir Rafla, Prodi Cinematografica, Société Nouvelle de Cinématographie
Distribuzione in italiano Titanus
Fotografia Wladimir Ivanov, Claude Renoir, Armand Thirard
Effetti speciali Roscoe Cline
Musiche Mario Bua, M.J. Coignard-Helison, Georges Garvarentz
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Jacques Fonteray
Trucco Radmila Todorovic
il Re dei Re
Nel 1961 Nicholas Ray,grazie ai mezzi messi a disposizione da Samuel Bronson (produttore tra l’altro di kolossal come El Cid e La caduta dell’impero romano) allestisce una personale versione della vita di Gesù Cristo,cercando di essere fedele quanto più possibile alla storia narrata dalla Bibbia prima e dai vangeli dopo.
Lo fa coprendo un arco temporale di quasi un secolo,partendo dal saccheggio di Gerusalemme ad opera delle truppe romane avvenuto nel 63 Ac e arrivando alla fine alla crocefissione di Gesù.
Il film parte con la decisione da parte di Roma di mettere sul trono della Giudea Erode il Grande,per frenare gli innumerevoli moti di ribellione degli ebrei che mal sopportavano la durissima occupazione romana.
Ed è proprio partendo dal regno di Erode che che si sviluppa la storia,con la decisione da parte del re di uccidere tutti i primogeniti delle tribù per timore che si avverasse la profezia della nascita di un Re che avrebbe occupato il trono di Gerusalemme.
Giuseppe e Maria salvano il piccolo Gesù fuggendo in Egitto mentre a Gerusalemme il crudele Erode il grande muore per mano di suo figlio Erode Antipa ( clamoroso falso storico, Erode il grande morì di malattia); la sacra famiglia può tornare a Nazareth,dove vive tranquilla fino
a quando Gesù,ormai adolescente,inizia a far parlare di se.
La storia prosegue con la predicazione di Giovanni Battista,che predice l’avvento del Messia,con l’arrivo del nuovo governatore Ponzio Pilato e con gli avvenimenti successivi,il battesimo di Gesù,le predicazioni dello stesso con il celebre discorso della montagna (magnifica ricostruzione)
e i successivi avvenimenti,la delusione di Barabba che sperava nell’avvento di un liberatore con le armi,la preoccupazione del sinedrio e le trame dello stesso per frenare la crescente popolarità del Nazzareno fino all’arresto,alla decisione di Pilato di far decidere al popolo sulla sorte di Gesù e la sua successiva passione,culminata con la crocefissione sul Golgota.
Una versione,quella del film Il Re dei Re ,uscito nel 1961, che ripercorre la vita di Gesù nelle sue fasi salienti, corredata da splendide scenografie, ottimi costumi e dialoghi sobri e abbastanza fedeli alla narrazione evangelica.

Qualche concessione di troppo al gusto tutto americano per la retorica e la scelta azzardata di Jeffrey Hunter per il ruolo di Gesù sono gli unici appunti da muovere al film.
Sopratutto quest’ultima; un Gesù biondo e con gli occhi azzurri è quanto di più lontano dalla figura terrena del Messia,che per le sue origini era sicuramente diverso fisicamente ma per secoli arte e scritti hanno tramandato la sua figura in questo modo per cui si tratta di un peccato molto veniale.
Bene il cast, con ottime caratterizzazioni,da Rip Torn (Giuda) passando per Robert Ryan (il Battista),Viveca Lindfors (Claudia,la moglie di Pilato) e Frank Thring (Erode Antipa).
Fra le svariate versioni cinematografiche sulla vita del Messia questa va reputata la migliore almeno fino alla più fedele e meglio realizzata,quella del Gesù di Nazareth del compianto Zeffirelli.
Da segnalare nella versione italiana la presenza come voce narrante di Gino Cervi (in quella originale il ruolo è ricoperto da Orson Welles)
Riproposto più volte dalle tv, ha una buona versione in divx (solo in streaming) all’indirizzo https://altadefinizione.cloud/il-re-dei-re/
Il Re dei Re
Un film di Nicholas Ray. Con Viveca Lindfors, Robert Ryan, Harry Guardino, Hurd Hatfield, Jeffrey Hunter, Carmen Sevilla Titolo originale The King of Kings. Storico, durata 168 min. – USA 1961
Jeffrey Hunter: Gesù
Siobhán McKenna: Maria
Robert Ryan: Giovanni Battista
Ron Randell: Lucio Catanio
Hurd Hatfield: Ponzio Pilato
Viveca Lindfors: Claudia
Frank Thring: Erode Antipa
Rita Gam: Erodiade
Royal Dano: Pietro
Rip Torn: Giuda Iscariota
Harry Guardino: Barabba
Carmen Sevilla: Maria Maddalena
Brigid Bazlen: Salomè
Guy Rolfe: Caifa
Grégoire Aslan: Erode il Grande
Luis Prendes: buon ladrone
Barry Keegan: cattivo ladrone
Giuseppe Rinaldi: Gesù
Lydia Simoneschi: Maria
Emilio Cigoli: Giovanni Battista
Manlio Busoni: Lucio
Nando Gazzolo: Ponzio Pilato
Andreina Pagnani: Claudia
Giorgio Capecchi: Erode Antipa
Rosetta Calavetta: Erodiade
Mario Pisu: Pietro
Pino Locchi: Giuda Iscariota
Glauco Onorato: Barabba
Maria Pia Di Meo: Maria Maddalena
Fiorella Betti: Salomè
Olinto Cristina: Caifa
Luigi Pavese: Erode il Grande
Gualtiero De Angelis: buon ladrone
Renato Turi: cattivo ladrone
Gino Cervi: voce narrante
Regia Nicholas Ray
Sceneggiatura Philip Yordan
Produttore Samuel Bronston
Casa di produzione Metro-Goldwyn-Mayer
Distribuzione in italiano Metro-Goldwyn-Mayer
Fotografia Manuel Berenguer, Milton R. Krasner, Franz Planer
Montaggio Harold F. Kress, Renée Lichtig
Effetti speciali Alex Weldon, Lee Le Blanc
Musiche Miklós Rózsa
Scenografia Enrique Alarcòn, Georges Wakhévich
Costumi Georges Wakhévich
Trucco Charles E. Parker, Mario Van Riel
Mission
Il 13 gennaio 1750, Ferdinando VI di Spagna e Giovanni V di Portogallo firmano un documento per stabilire un confine tra le colonie in America meridionale. Si tratta del Trattato di Madrid, basato su uno dei principi fondamentali del diritto romano: chi possiede di fatto, possiede di diritto. Applicato nel contesto del Trattato, esso riconosce l’espansione e colonizzazione portoghese verso il bacino dell’Amazzonia a scapito dell’Impero spagnolo.
In questa cornice storica, alcuni membri della Compagnia di Gesù, armati di fede incrollabile e forza di volontà, si recano sul confine tra Argentina, Brasile e Paraguay, nella vasta foresta pluviale che circonda le cascate dell’Iguazú. Il film sviluppa la sua storia attraverso una corrispondenza che racconta gli accadimenti all’insediamento della missione. L’autore della corrispondenza è il cardinale Altamirano (Ray McAnally) cui voce narrante nella versione italiana è Renzo Palmer.
La missione dei gesuiti è quella di evangelizzare le tribù dei Guaranì e proteggerle dallo sfruttamento da parte degli spagnoli e portoghesi che si sono spartiti i territori dell’America meridionale. I gesuiti edificano le cosiddette “riduzioni”, centri in cui gli indios apprendono mestieri e arti proprie della cultura europea. I frutti del loro lavoro vengono distribuiti tra tutti i partecipanti secondo criteri di equità e collaborazione.

Padre Gabriel (Jeremy Irons) è un membro della Compagnia di Gesù che raggiunge in solitudine una tribù di Guaranì, scalando le cascate dell’Iguazú. Riesce a farsi accettare dagli indios grazie alla dolce musica dell’oboe che suona. Il gesuita ormai adottato dai Guaranì crea con il loro aiuto una missione, un’oasi di tranquillità ove gli indios vivono protetti dall’avidità dei mercanti di schiavi.
In questa missione impegnativa padre Gabriel è aiutato da Rodrigo Mendoza (Robert De Niro), ex mercenario e mercante di schiavi. Mendoza, in un momento di ira, uccide suo fratello Felipe (Aidan Quinn) e, in preda ai rimorsi, decide di lasciarsi morire. Ma il gesuita lo persuade a non troncare la sua vita a mezzo del suicidio. Gli suggerisce di percorrere la via della redenzione per perseguire un fine onesto, importante. Rodrigo decide quindi di mettersi al servizio dei gesuiti e degli indios, scegliendo di prendere i voti per diventare un missionario gesuita.
Le “riduzioni” sono mal viste sia dagli spagnoli sia dai portoghesi che le considerano un ostacolo nelle fruttuose attività di compravendita di schiavi. I poteri forti chiedono la mediazione del Papa per allontanare i gesuiti ed eliminare di conseguenza le missioni costruite sui territori ormai portoghesi. I coloni accolgono il cardinale Altamirano (Ray McAnally) il quale,
pur essendo impressionato dalla bontà e bellezza delle missioni, ordina ai gesuiti e agli indios di abbandonare le loro terre in favore dei latifondisti portoghesi. I rappresentanti dei re di Spagna e Portogallo, Don Cabeza (Chuck Low) e Don Hontar (Ronald Pickup), nei loro colloqui con il cardinale minacciano apertamente l’esistenza stessa della Compagnia di Gesù all’interno della Chiesa. Gli indios rifiutano l’ordine di lasciare le loro terre. Decidono di combattere per difenderle, guidati da padre Rodrigo che riprende in mano le armi e organizza la difesa. I gesuiti rimangono con gli indios che li hanno accolti e adottati. Una spedizione militare è inviata contro “i ribelli”. Padre Gabriel respinge la violenza; durante i combattimenti celebra la messa nella missione con la partecipazione delle donne, dei bambini e degli anziani Guaranì. I missionari Fielding (Liam Neeson) e Ralph (Rolf Gray) muoiono combattendo accanto ai Guaranì.

Padre Rodrigo muore deriso dai soldati portoghesi durante il tentativo fallito di far esplodere il ponte di collegamento della missione. Disteso a terra, il suo sguardo contempla padre Gabriel in processione mentre avanza tra gli spari e viene colpito a morte.
La missione è distrutta, i Guaranì sopravvissuti sono condotti in schiavitù. Un gruppo ristretto di bambini si salva dal massacro e si allontana silenziosamente con una canoa.
Ad una prima visione la figura centrale sembra essere Rodrigo Mendoza, commerciante di schiavi e fratricida, che ottiene la redenzione attraverso i missionari che gli assegnano la penitenza di curarsi di coloro che un tempo erano oggetto dei suoi affari: i Guaranì. Grazie alla bravura di De Niro il personaggio Mendoza suscita nello spettatore un maggiore interesse in quanto la sua trasformazione si svolge in maniera quasi spettacolare. Tuttavia, è mia opinione che Padre Gabriel, egregiamente interpretato da Jeremy Irons, ben sostiene il confronto. Perché se è vero che un cambiamento del male in bene è l’aspirazione degli umanisti convinti, è altrettanto vero che un bene che non si lascia corrompere dal male è l’ideale dei cristiani. Padre Gabriel, devoto, schietto, sensibile e leale, dichiara fino all’ultimo che “Dio è amore”. Continua a combattere il male con il bene rifiutandosi di ricorrere ad atti di violenza. Lui che ha conquistato l’affetto degli indios con il dolce suono dell’oboe, continua a vivere nella memoria dei sopravvissuti grazie alla bontà delle sue azioni.

Personalmente, avrei apprezzato una migliore rappresentazione dei personaggi Guaranì, un approfondimento della loro filosofia di vita, dei loro valori, ecc. In questo senso ho pensato di portare un modesto contributo per coloro che leggendo questo scritto e visionando il film potrebbero gradire una descrizione di questo popolo: “Gli esseri che sono privi dell’ipocrisia delle persone civili, reagiscono naturalmente, al momento che percepiscono le cose. È nell’immediato che sono contenti o scontenti, allegri o tristi, interessati o indifferenti. Notevole è la superiorità di indios puri come questi guajiros. Ci superano in tutto perché, se adottano qualcuno, tutto ciò che essi hanno è suo e, a loro volta, quando da questa persona ricevono la più piccola attenzione sono commossi profondamente, nel loro essere ipersensibile.” (da”Papillon”, di Henri Carrière)
Tornando alla pellicola, nella parte finale, regna la confusione. Le scene dei combattimenti sono mal orchestrate. Un vero peccato per un trama che si sviluppa in luoghi spettacolari. In particolare, la cascata che nell’apertura del film inghiottisce un missionario crocifisso. La misteriosa atmosfera della foresta pluviale conferisce alla pellicola una patina mistica.
“The Mission” è stato prodotto da David Puttnam e diretto da Roland Joffé, che hanno realizzato il premiato “The Killing Fields” (1984). Pur essendo un buon prodotto, non raggiunge i livelli di sceneggiatura e regia di “Urla del silenzio”.
Una menzione particolare va alla colonna sonora. Il maestro Morricone azzecca in pieno con l’utilizzo di uno strumento musicale dal suono vellutato: l’oboe. Il suo contributo viene riconosciuto e premiato con un Golden Globe e un Premio Bafta.
Agli Oscar la pellicola viene nominata in numerose categorie ma si aggiudica unicamente il premio per la migliore fotografia che va a Chris Menges.
“The Mission” è un film difficile, a tratti sconnesso. Tuttavia, tratta una storia coinvolgente, trasmette sentimenti intensi e trasporta lo spettatore in una natura selvaggia, forte, al riparo della quale vive un popolo fragile.
Mission
Un film di Roland Joffé. Con Robert De Niro, Jeremy Irons, Ronald Pickup, Liam Neeson, Aidan Quinn.Drammatico, durata 125 min. – Gran Bretagna 1986
Robert De Niro: Rodrigo Mendoza
Jeremy Irons: Padre Gabriel
Ray McAnally: Cardinale Altamirano
Liam Neeson: Fielding
Aidan Quinn: Felipe Mendoza
Cherie Lunghi: Carlotta
Ronald Pickup: Don Hontar
Chuck Low: Don Cabeza
Rolf Gray: Padre Ralph
Bercelio Moya: ragazzo indio
Stefano De Sando: Rodrigo Mendoza
Gino La Monica: Padre Gabriel
Renzo Palmer: Cardinale Altamirano/Voce narrante
Massimo Venturiello: Fielding
Roberto Pedicini: Felipe Mendoza
Mino Caprio: Hontar
Glauco Onorato: Cabeza
Regia Roland Joffé
Soggetto Robert Bolt
Sceneggiatura Robert Bolt
Produttore Fernando Ghia, David Puttnam
Casa di produzione Warner Bros.
Distribuzione in italiano Warner Brothers Entertainment
Fotografia Chris Menges
Montaggio Jim Clark
Effetti speciali Peter Hutchinson
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Stuart Craig
Costumi Enrico Sabbatini







































































































































































































































































































































