Le labbra proibite di Sumuru

La bellissima Sumuru ha creato clandestinamente un formidabile esercito composto esclusivamente da donne, con le quali ha ordito un piano ambizioso: sostituire tutti gli uomini al potere usando per neutralizzarli le armi della seduzione.
Per sventare i piani della affascinante virago vengono inviati due agenti, Nick West e Tommy Carter, incaricati delle indagini sull’uccisione di un influente uomo politico. Dopo una serie di traversie e grazie all’aiuto della bella Helga Martin riusciranno a fermare il piano criminoso.

Le labbra proibite di Sumuru, traduzione furbissima e molto libera del titolo originale inglese The Million Eyes of Sumuru è una curiosa mescolanza di generi che spaziano tra i film di James Bond alle storie tradizionali del genere spy condita furbescamente con un pizzico di sesso e una puntina di erotismo. Il personaggio della diabolica Sumuru venne creato da Sax Rohmer, che ne fece l’eroina di una serie di romanzi editi tra gli inizi e la metà degli anni 50.


Il film è girato e proiettato nel 1967, quindi è quanto di più osè possibile in quel momento storico, cioè presso che zero almeno alla luce di ciò che si vedrà in seguito, tuttavia ha un suo fascino che risiede in primis nella storia abbastanza innovativa in cui si intravede un proto femminismo ovviamente estremamente limitato e al servizio di un film di pura evasione.
Il regista canadese Lindsay Shonteff, praticamente conosciuto solo da alcuni eletti ed amanti del cinema di genere assembla un cast di un certo rilievo per mettere in scena un film che ha dalla sua un discreto ritmo e sopratutto uno stuolo di belle figliole impegnate a sedurre uomini di potere per arrivare a governare il mondo, il tutto con tanto di gonnelle e corpetti stretti oltre il limite fisico.
La bellissima e seducente Sumuru è interpretata da Shirley Eaton, attrice inglese abbastanza famosa negli anni 60 per aver interpretato una serie di film avventurosi e principalmente per aver interpretato la stupenda Jill Masterson in Agente 007 Missione Goldfinger.


Il ruolo di Sumuru verrà reinterpretato dalla Eaton due anni dopo, nel remake omonimo diretto da Jesus Franco che utilizzerà anche Maria Rohm (sua beniamina) che aveva fatto parte del film originale nel ruolo di Helga Martin.
Le labbra proibite di Sumuru è quindi una variante degli action movie e delle spy story, così come il personaggio principale è una specie di prologo a quello di Fu Manchu (personaggio creato sempre da Sax Rohmer) che difatti sarà il film successivo realizzato dalla Eaton diretta da Franco al fianco di Christopher Lee.

Un film decisamente curioso, in cui tutti i ruoli classici delle spy story vengono ribaltati; in una delle scene iniziali che sembra trascinata di peso da un film di James Bond si vede la bellissima Sumuru assistere indifferente ad una presa mortale di una sua adepta nei confronti di un orientale, quasi strangolato da una mossa di judo e inquadrato per due lunghissimi minuti, mentre le splendide “guerriere” di Sumuru assistono tutte impeccabili e senza un capello fuori posto nella loro uniforme gialla che arriva a lasciar scoperte le natiche.

Che il film rifaccia il verso agli 007 appare chiaro dopo qualche decina di minuti; dall’assassinio di una giovane ragazza, affogata da Sumuru e due adepte al finale convulso, tutto sembra essere un tributo alle gesta dell’agente segreto creato da Fleming.
Con una differenza non da poco, costituita purtroppo dall’inconsistenza interpretativa di Frankie Avalon e di George Nader che interpretano malissimo rispettivamente gli agenti Carter e West; molto meglio il cast femminile nel quale spiccano le citate Eaton e Rohm, con un piccolo ruolo affidato all’affascinante Krista Nell.
Nel film compare anche un insolitamente allegro Klaus Kinskj nel ruolo del Presidente Boong; un film tutto sommato passabile quanto meno per il parterre, davvero lussuoso di bellezze in vetrina e giocato su un ritmo tutto sommato decente.

Dopo quasi 45 anni è uscita una versione digitale del film, che consiglio principalmente perchè estremamente colorata: il film è un trionfo di abiti e mezzi, di elettrodomestici e oggetto d’uso comune negli anni sessanta oltre che essere una sfilata di acconciature oggi assolutamente improponibile.
Se la trama non vi interessa più di tanto, potete sempre guardare il film con gli occhi di un documentarista.
Le labbra proibite di Sumurù
Un film di Lindsay Shonteff. Con Klaus Kinski, George Nader, Shirley Eaton, Frankie Avalon, Maria Holm, Wilfrid Hyde-White, Patti Chandler, Salli Sachse, Ursula Rank, Krista Nell, Maria Rohm, Paul Chang, Essie Huang, Jon Fong, Denise Davreux, Mary Cheng, Jill Hamilton, Louise Lee, Lisa Gray, Christine Luk, Margaret Cheung Titolo originale Sumurù. Avventura, durata 85 min. – USA, Gran Bretagna 1967.









Shirley Eaton … Su-muru
Frankie Avalon … Agente Tommy Carter
George Nader … Agenet Nick West
Wilfrid Hyde-White .Colonello Anthony Baisbrook
Klaus Kinski … Presidente Boong
Patti Chandler … Louise
Salli Sachse … Mikki
Ursula Rank … Erno
Krista Nell … Zoe
Maria Rohm … Helga Martin
Paul Chang … Ispettore Koo
Essie Huang … Kitty
Jon Fong … Colonello Medika
Denise Davreux … Guardia personale di Sumuru
Mary Cheng … Guardia personale di Sumuru








Eyes wide shut
Con Eyes wide shut si conclude la carriera cinematografica di Stanley Kubrick.
Il regista di New York naturalizzato inglese dirige il suo tredicesimo e ultimo film che uscirà postumo nel 1999, dopo peripezie durate due anni e una serie interminabile di correzioni apportate dal regista, maniacale come pochi, perfezionista come nessuno.
Quando Kubrick dirige Eyes wide shut sono passati ben dodici anni da Full metal jacket, uno dei capolavori e pietra miliare del cinema pacifista; questa volta Kubrick sceglie di adattare cinematograficamente il romanzo Doppio Sogno (titolo originale tedesco Traumnovelle) di Arthur Schnitzler, scritto nel 1925 ma uscito l’anno dopo in una Germania ormai sotto la cupa e minacciosa dittatura nazista.
Era un vecchio pallino di Kubrick, il romanzo di Schnitzler sin dall’epoca dell’uscita sugli schermi di Arancia meccanica, il film più rivoluzionario di Kubrick e probabilmente quello che più di tutti incarna la sua voglia di sperimentazione, di denuncia, di accettazione e di studio di una società immaginata da Burgess (autore del testo originale A clockwork orange) come votata all’autodistruzione.
Questa volta Kubrick decide di indagare l’inconscio e l’onirico, attraverso un percorso irto di ostacoli nei meandri della mente umana tra coscienza e accettazione della stessa, tra sessualità inespressa e il suo esatto opposto.
Kubrick porta a compimento quindi un lungo cammino, nel corso del quale ha esplorato tutti i confini dell’uomo attraverso il suo rapporto con l’infinito e l’incognito in 2001 Odissea nello spazio, il suo ruolo nella società visto attraverso la violenza che possiede a livello latente e il rapporto con il potere in Arancia meccanica, la follia anch’essa latente che può albergare nella mente umana con contorno di onirico e paranormale in Shining e infine la violenza dura e cruda della guerra, quella che annichilisce anche quello che c’è di buono nell’animo umano di Full metal jacket ( e di Orizzonti di gloria).
Nicole Kidman e Tom Cruise
E’ un’analisi per forza di cose estremamente sommaria e superficiale, questa: non si può di certo ridurre l’opera di uno dei più grandi cineasti di sempre a stereotipi condensati con due aggettivi, ma serve per introdurre l’elemento nuovo che Kubrick porta con questo film.
Questo elemento è un viaggio all’interno del sesso, forse la molla più grande e allo stesso tempo la cosa più intima che l’uomo possegga a livello istintivo ma non solo; il sesso è anche una questione di cervello, è un mistero ed è al tempo stesso un pianeta inesplorato come l’universo di 2001 Odissea nello spazio, nonostante il gran parlare e la sovra esposizione di cui gode l’argomento.
In Eyes wide shut assistiamo alla messa in scena di uno stato dell’essere umano profondo e a tratti inesplorato, almeno a livello personale per molti esseri umani; quali sono gli anelli di congiunzione della sessualità, quali siano le molle che la spingano e cosa siano il fascino indicibile di tutto ciò che riguarda il sesso finiscono sotto la lente di ingrandimento di Kubrick che però deve fare i conti anche con il libro che ha adattato per fare il suo film.
Lui modifica, manipola crea e distrugge, rifà e rifà mille volte, sempre ossessionato dal suo perfezionismo, quello stesso perfezionismo che lo porterà a girare per ben due settimane la stessa scena, quella dell’acquisto di un giornale (come raccontato dal suo assistente Emilio D’Alessandro) e quando alla fine gira l’ultimo ciak ecco che la morte lo coglie nel sonno il 7 marzo 1999, all’età di settant’anni.
La sua morte ci priva di alcune risposte, lasciandoci dubbi e incertezze, gli stessi e le stesse che prova lo spettatore che si mmerge nei 159 minuti del film.
Sono tanti i dubbi, sono tante le sequenze oscure, sono tanti i riferimenti onirici che alla fine ci si smarrisce quasi in presenza di un labirinto costruito appositamente senza uscite.
O forse l’uscita c’è, ma non è visibile e rimane solo nelle intenzioni del regista.

Kubrick racconta le storie parallele e allo stesso tempo intersecate, convergenti di William “Bill” Harford, un medico ricco e benestante e di sua moglie Alice; i due sono ovviamente universi a se stanti, ognuno di essi vive la propria esistenza in maniera indipendente e autonoma fino a quando come coppia devono integrarsi attraverso i complessi meccanismi dell’amore e infine del sesso.
Bill è il primo dei due a sperimentare i desideri inconsci dell’eros, quella sessualità che sembra muovere l’umanità come molla fondamentale all’essere.
Passa attraverso l’incontro con due ragazze che lo abbordano ad una festa alla dichiarazione d’amore della figlia di un suo paziente, dall’incontro con una prostituta con la quale però non consuma alla celebre orgia nel corso della quale assiste ad un’altra messa in pratica del sesso, quella che toglie qualsiasi coinvolgimento emotivo se non quello legato ai sensi e al loro appagamento.
Una vera e propria ginnastica da camera, in cui il sesso è praticato un po come le flessioni per gli addominali: non c’è amore, non c’è un briciolo di qualsiasi sentimento perchè tutto si riduce ad un atto meccanico e gratificante solo nell’istante in cui viene praticato.
Queste esperienze porteranno Bill ad una maggiore consapevolezza dei misteriosi meccanismi che regolano il sesso, anche se c’è da dubitare che lo stesso Bill sia avviato ad una piena consapevolezza di cosa in realtà sia il sesso.
Sua moglie Alice vive invece una situazione diversa.
L’unione matrimoniale con Bill sembra solida, eppure al ballo lei si lascia corteggiare da un misterioso e affascinante uomo ungherese fino a lasciarlo quando il gioco sembra diventare troppo pericoloso.
Quando ne parlerà con suo marito, gli confesserà di averlo tradito anche se solo in sogno con un giovane ufficiale della Marina; per Bill è un’altra tappa sul cammino della conoscenza anche se è ancora troppo confuso per mettere a fuoco la portata di ciò che gli ha rivelato la moglie.
Anche sua moglie ha pulsioni sessuali derivanti da fantasie più o meno consce; in fondo anche se profondamente diversi e culturalmente separati da secoli di disparità sociale, con la donna relegata in ruoli umilianti hanno in comune l’umanità.
Moglie o cortigiana, null’altro.
La sorpresa di Bill nell’ascoltare la confessione della moglie risente proprio di questo retaggio culturale, che sembra quasi improntato nei geni e nel dna dell’uomo.
In fondo per quanto evoluto, l’essere umano non ha perso gli istinti primari dell’animale (il riferimento è alla celebre scena del gorilla che lancia l’osso verso il cielo in 2001 Odissea nello spazio); le nostre origini sono quelle e Bill è il prodotto di quell’evoluzione.
Vedremo Bill ancor più turbato sul finale del film, quando la moglie tornerà sull’argomento e rivelerà al marito di essere stata sul punto di cedere alle sue fantasie e di lasciare suo marito.
A questo punto il discorso di Kubrick si allarga e coinvolge non più soltanto la sfera intima del sesso, ma anche l’istituzione matrimonio, che è uno dei fondamenti della società.
Come è possibile conciliare il desiderio sessuale, le pulsioni del sesso con la relazione monogama di una vita? Come soddisfare il bisogno primario e istintivo del sesso quando si è scelto scientemente di dividere la propria vita con un’unica donna? E questo discorso può anche essere ribaltato dal punto di vista femminile, visto che i ruoli e i comportamenti degli umani in fondo variano solo in funzione di secoli di morale imposta.
Eyes wide shut porta con se tante domande, alcune difficilmente leggibili, alcune senza una risposta univoca, altre assolutamente enigmatiche.
Porta con se anche poche risposte, molte delle quali suggerite ma solo a livello di possibilità, non di certezza.
E’ insomma il Kubrick di sempre, che suggerisce ed esplora ma non si spinge fino a dare soluzioni, risposte.
Quando Bill incontra la prostituta, fa quello che l’uomo compie dalla notte dei tempi, ovvero esercita un potere che sembra essersi attribuito, quello cioè di poter disporre del corpo della donna; avere quindi una patente di possesso che ripristini una specie di legge della natura che vede l’uomo dominante e la donna succube.
Ma questa è la natura ( e solo fino ad un certo punto) del regno animale. Per l’uomo valgono altre leggi, codificate in secoli e secoli di evoluzione.
Così Bill fugge senza aver consumato, forse perchè conscio di compiere un atto da uomo afflitto da problemi più che da uomo consapevole.
E questa chiamiamole morale finisce per essere esplicitata in diversi punti del film, con allegorie e messaggi subliminali che Kubrick si diverte a seminare.
Questo film è complesso, enigmatico, difficile e potrei continuare a lungo con altri aggettivi che però nulla aggiungerebbero al fascino estremo di una pellicola che il grande regista inglese consegna alla storia del cinema con tutto il suo carico pesantissimo di cose non dette.
Se devo esprimere un giudizio personalissimo, non inserirei Eyes wide shut nell’elenco delle cose migliori di Kubrick pur essendo lo standard qualitativo del film di assoluto livello.
Intendiamoci è solo una questione personale.

Il film è raffinatissimo come fotografia, maniacale come ricerca e documentazione oltre che come rappresentazione visiva ma è anche terribilmente gelido e a tratti incomprensibile.
Occorre davvero tanta buona volontà per interpretare alcuni passaggi e c’è anche un problema grave legato al cast.
Se la scelta di Nicole Kidman come interprete del ruolo di Alice appare indovinata, convince assolutamente meno quella della scelta di Tom Cruise (all’epoca marito della Kidman) in quella di Bill.
Occorreva un attore meno hollywoodiano e più intimista, meno patinato e più “umano” per mostrare le mille sfaccettature di un personaggio così complesso che invece alla fine appare quasi impaludato.
Cruise è smarrito, non ha nelle sue corde la drammaticità del personaggio.
Stanley Kubrick in passato aveva già scommesso ( e vinto) quando si era affidato all’esordiente Malcom Mc Dowell per il ruolo di Alex nell’Arancia meccanica o a Ryan O’Neal per quello di Barry nel suo splendido Barry Lindon.
Qua le cose cambiano e la recitazione di Cruise fa calare il risultato finale. Intendiamoci, niente di drammatico o irreparabile, pure l’attore di Syracuse rappresenta il classico granello di polvere nell’ingranaggio perfetto.
In quanto al resto del film, in ordine sparso citerei alcune delle critiche che sono state mosse al film, molte delle quali assolutamente pretestuose.
La più comune è quella di aver decretato il successo del film a priori, quasi che Kubrick fosse in grado di produrre capolavori a scatola chiusa, una sorta di beatificazione anticipata del grande regista.
In realtà chi amava e ama Kubrick sa che le chiavi di lettura dei suoi film sono talmente tante che anche in visioni successive delle sue opere si finisce per gustare un particolare, anche un solo fotogramma che esplica il suo straordinario talento visivo. La cura ossessiva dei dettagli e della fotografia sono anche in questo film uno dei punti di forza dello stesso, così come avvolgente e sinuosa è la colonna sonora che Kubrick utilizza, saccheggiando Liszt e Šostakovič ma non solo.
In quanto all’uso dell’erotismo, le critiche mosse sono addirittura ridicole; nel film di Kubrick il sesso è glaciale, mostrato solo in pose plastiche che esaltano il suo concetto di erotismo come “ginnastica da camera”.

Identico il discorso della celebre orgia, nella quale c’è profusione di nudi che però tutto fanno tranne che eccitare la fantasia dello spettatore. Le attrici appaiono come lontanissime divinità dai corpi scultorei e marmorizzati, quasi non fossero creature umane ma sublimazioni di un’idea.
In definitiva Eyes wide shut è un lavoro affascinante e misterioso, stimolante e imperfetto, splendidamente affrescato quasi fosse un’opera di Michelangelo ed esaltato da una luminosità fotografica che è pari solo a quella di Barry Lindon.
Con questo film Kubrick ci lascia un’eredità fatta da 13 pellicole che in una ipotetica classifica dei primi cento film della storia del cinema sarebbero probabilmente tutte presenti.
Ci lascia anche il rammarico di non poter mai più vedere la realizzazione di uno dei suoi sogni, quel film su Napoleone che sicuramente avrebbe scritto un’altra pagina miliare della cinematografia mondiale.

Eyes Wide Shut
Un film di Stanley Kubrick. Con Nicole Kidman, Tom Cruise, Madison Eginton, Jackie Sawris, Sydney Pollack, Peter Benson, Todd Field, Michael Doven, Sky Dumont, Louise J. Taylor, Stewart Thorndike, Randall Paul, Julienne Davis, Lisa Leone, Kevin Connealy, Thomas Gibson, Jackie Sawiris, Leelee Sobieski, Rade Sherbedgia, Rade Serbedzija, Leslie Lowe, Marie Richardson, Vinessa Shaw, Alan Cumming Drammatico, durata 160 min. – Gran Bretagna, USA 1999
Lee Lee Sobieski
Tom Cruise: Dott. William “Bill” Harford
Nicole Kidman: Alice Harford
Sidney Pollack: Victor Ziegler
Todd Field: Nick Nightingale
Sky Dumont: Sandor Szavost
Marie Richardson: Marion
Vinessa Shaw: Domino
Fay Masterson: Sally
Leon Vitali: Ierofante rosso
Rade Šerbedžija: Sig. Milich
Leelee Sobieski: Figlia di Milich
Thomas Gibson: Prof. Carl Thomas
Alan Cumming: Portiere dell’albergo
Madison Eginton: Helena Harford
Jackie Sawiris: Roz
Leslie Lowe: Illona
Michael Doven: Segretario di Ziegler
Louise J. Taylor: Gayle
Stewart Thorndike: Nuala
Randall Paul: Harris
Julienne Davis: Amanda “Mandy” Curran
Lisa Leone: Lisa
Kevin Connealy: Lou Nathanson
Mariana Hewett: Rosa
Togo Igawa: Uomo giapponese
Regia Stanley Kubrick
Soggetto da Doppio sogno di Arthur Schnitzler
Sceneggiatura Stanley Kubrick, Frederic Raphael
Produttore Stanley Kubrick
Fotografia Larry Smith
Montaggio Nigel Galt
Musiche Jocelyn Pook
Scenografia Leslie Tomkins
Roy Walker
Massimo Popolizio: Dott. William “Bill” Harford
Gabriella Borri: Alice Harford
Marcello Tusco: Victor Ziegler
Mino Caprio: Nick Nightingale
Massimo Foschi: Sandor Szavost
Cristiana Lionello: Marion Nathanson
Claudia Balboni: Domino
Ilaria Stagni: Sally
Oreste Lionello: Ierofante rosso
Rade Šerbedžija: Sig. Milich
Francesco Vairano: Portiere dell’albergo
Armando Bandini: Uomo giapponese
La colonna sonora:
György Ligeti, Musica ricercata No.II
Dmitrij Šostakovič, Waltz 2 from jazz Suite
Chris Isaak, Baby Did A Bad Bad Thing
Victor Silvester Orchestra, When I Fall In Love
Oscar Peterson Trio, I Got It Bad & That Ain’t Good
Jocelyn Pook, Naval Officer
Jocelyn Pook, The Dream
Jocelyn Pook, Masked Ball
Jocelyn Pook, Migrations
Roy Gerson, If I Had You
Peter Huges Orchestra, Strangers in the Night
Brad Mehldau, Blame It On My Youth
Franz Liszt, Nuages gris
György Ligeti, Musica ricercata No.II – reprise
“Sa qual’è il vero fascino del matrimonio? È che rende l’inganno una necessità per le due parti”.
“C’è una cosa che dobbiamo fare. Scopare”
“Nessun sogno è mai soltanto un sogno”
“Dobbiamo ringraziare il destino. Ringraziarlo, per averci fatto uscire senza alcun danno, da tutte le nostre… “avventure”. Sia da quelle vere, che da quelle solo sognate.”
“Tu la chiami una finta, una sciarada. Ma ti spiace spiegarmi quale diavolo di sciarada finisce con qualcuno che muore davvero?”
Messe nere per le vergini svedesi
Le sorelle Christine e Betty rispondono ad un’inserzione di un’agenzia che cerca due fotomodelle per servizi fotografici.
Ma l’annuncio è una trappola e le due ragazze inglesi scopriranno ben presto che l’autore dello stesso altro non è che un adoratore di Satana che ha intenzione di sacrificarle al Maligno con l’aiuto di una signora lesbica e la compiacenza di un gruppo di seguaci del male.
Lieto fine.
Credo che questa sia la recensione più breve in assoluto che ci sia su questo blog, ma in effetti di Messe nere per le vergini svedesi, pellicola diretta da Ray Austin nel 1972 c’è da dire ben poco a livello di trama.
Il titolo ovviamente è fuorviante, in quanto allude a misteriose vergini svedesi che nella realtà non esistono in quanto le due ragazze sono inglesi; ma i distributori italiani dell’epoca ben sapevano che tutto ciò che ammiccava o alludeva alla Scandinavia portava nelle sale più spettatori, sopratutto quando nei titoli si ammiccava a presunte vergini o voglie o vizi.

Ray Austin, regista inglese approdato poi felicemente al piccolo schermo dove ha diretto un nugolo di serie tv famosissime come Visitors, Highlander, Magnum PI, Zorro e la recente JAG – Avvocati in divisa gira un filmetto che strizza l’occhio all’horror satanico abbondantemente condito da sesso.
Sesso non di certo esplicito, ma illustrato attraverso intere sequenze in cui le due protagoniste ovvero le sorelle Christine e Betty interpretate rispettivamente da Ann Michelle e Vicki Michelle (sorelle anche nella realtà) girano senza veli in qualsiasi occasione.
E’ questa l’unica vera arma di un film piatto e senza guizzi, girato con l’evidente scopo di accalappiare un certo numero di spettatori con tendenze voyeuristiche.
Il “niente sesso siamo inglesi” è ancora una volta smentito clamorosamente da questa produzione che si rifà immancabilmente ai prodotti ben più degni della Hammer; l’Inghilterra confezionò per un certo periodo una mole enorme di filmetti a basso costo
( e bassa qualità) infarciti di nudi a tutto spiano, roba insomma da far impallidire i nostrani decamerotici.
In Virgin witch, titolo originale del film, non c’è alcun elemento di interesse particolare: l’azione è molto limitata così come pure l’ambientazione horror.
Il film cerca di darsi una patente di opera sul paranormale, nel momento in cui attribuisce a Christine capacita’ psichiche attivate proprio durante il sabba, nel corso del quale perde la verginità ma acquisisce facoltà paranormali.
La storia regge davvero poco, anche perchè la sceneggiatura è molto approssimativa e sembra assemblata in pochi minuti; le due attrici mostrano uno splendido corpo non affiancato da pari doti recitative.

Ann Michelle del resto finirà in produzioni di b movie dagli eloquenti titoli come Amori vizi e depravazioni di Justine, Spogliati… che poi ti sposo! ,Lady Chatterley junior mentre la sorella maggiore Vicky all’inizio seguirà la stessa strada (girerà il terrificante Lo stallone erotico ) per poi specializzarsi in serie Tv con lusinghiero successo, visto che è attiva ancora oggi.
Insomma, film di modestissime pretese che è passato completamente nel dimenticatoio per essere rispolverato qualche anno fa in edizione digitale che ha l’unico pregio di mostrare gli splendidi corpi delle protagoniste in tutto lo splendore del colore restaurato.
Messe nere per le vergini svedesi
Un film di Ray Austin. Con Patricia Haines, Keith Buckley, Ann Michelle,Vicky Michelle Titolo originale Virgin Witch. Horror, durata 89 min. – Gran Bretagna 1971.
Ann Michelle … Christine
Vicki Michelle … Betty
Keith Buckley … Johnny
Patricia Haines … Sybil Waite
James Chase … Peter
Paula Wright … La signora Wendell
Christopher Strain …Il lattaio
Esme Smythe … La cavallerizza
Garth Watkins … Il Colonello
Neil Hallett … Gerald Amberly
Helen Downing … Abby Darke
Peter Halliday … Il direttore del club
Regia: Ray Austin
Sceneggiatura: Beryl Vertue
Produzione: Hazel Adair, Edward Brady,
Dennis Durack …. executive producer
Ralph Solomons …. producer
Kent Walton …. co-producer
Cognome e nome: Lacombe Lucien
Nel giugno del 1944 la Francia è ancora occupata dall’esercito nazista.
Nel sud del paese, ai confini con la Spagna,vive il giovane Lucien che è figlio di un fattore fatto prigioniero dai tedeschi.
La madre del giovane è impegnata nella difficile gestione di una fattoria mentre Lucien lavora come inserviente in una casa di riposo e vive praticamente lontano da casa.
Un giorno recatosi alla fattoria scopre che sua madre ha allacciato una relazione con il padrone della stessa e che la fattoria è piena di sfollati in fuga dalle zone di guerra.
Lucien è un ragazzo ignorante e primitivo che passa il tempo libero sognando di diventare un eroe e che si trastulla con fucile e fionda con i quali uccide poveri animaletti indifesi; non ha alcun ideale, vive in pratica in una sorta di rozza ignoranza che però non è priva di intelligenza.
Sempre alla ricerca di coronare il suo sogno segreto di diventare qualcuno, un eroe, decide di arruolarsi nelle formazioni partigiane ma viene respinto da Peyssac un membro locale delle formazioni combattenti per la libertà.
Pierre Blaise e Aurore Clement
I desideri di Lucien sono destinati ad essere esauditi ma in maniera diametralmente opposta; una sera, rientrato durante il coprifuoco viene fermato e arrestato dalla Gestapo che lo porta in un albergo dove assiste a scene di vita quotidiana degli occupanti, fatta di sfarzo e lusso e di orge.
Tra i partecipanti al festino c’è un gruppo variegato di collaborazionisti, gente che ha trovato il sistema per sfruttare a proprio vantaggio l’occupazione nazista; ci sono l’ex campione di ciclismo Aubert diventato uno straccio umano per colpa dell’alcool, il nobile Jean-Bernard de Voisins che è un altro opportunista che tenta di continuare a fare la bella vita con la sua amante, un simpatizzante nazista, un ex poliziotto e un uomo di colore.
Il gruppo fa bere il giovane Lucien che si ubriaca e fa il nome di Peyssac, il cui destino a quel punto è segnato.
L’uomo accusato di essere un partigiano viene arrestato e sottoposto a tortura mentre Lucien si fa coinvolgere in atti terribili; il giovane partecipa a rastrellamenti durante i quali arriva ad uccidere, sempre sobillato dai compagni che lo spingono sempre più verso l’alcolismo.
Casualmente Lucien conosce Albert Horn, un sarto di origini ebree che è sfuggito ai rastrellamenti grazie ai soldi che paga al poliziotto che fa parte del gruppo collaborazionista.
L’uomo ha una figlia, France e per Lucien arriva l’amore contrastato però da Horn che non ha alcuna simpatia per il giovane.
France dal canto suo prova sentimenti contrastanti per Lucien.
Da un lato è infatuata, dall’altro lo teme sia per i suoi rapporti con i collaborazionisti e di conseguenza con i nazisti sia per il comportamento violento del giovane.
La situazione evolve in peggio e Horn alla fine viene arrestato, non prima però di aver rivendicato con orgoglio la sua nazionalità francese e la sua fede.
Lucien non interviene durante l’arresto, mentre nei giorni successivi i partigiani iniziano una forte controffensiva nel corso della quale vengono uccisi uno alla volta gli sciagurati compagni di avventura di Lucien.
Un gruppo di combattenti entra nell’albergo nel quale sono detenuti alcuni partigiani e Lucien si rende conto che il suo destino è ormai segnato: in un ultimo scatto di orgoglio uccide un tedesco che sta per arrestare sia France che sua nonna e fugge verso la Spagna con loro.
La didascalia finale ci informa sul suo destino….
Diretto da Louis Malle nel 1974, Cognome e nome: Lacombe Lucien è uno splendido spaccato su una delle vicende più tristi della seconda guerra mondiale, un fenomeno che non fu certo solo francese ma esteso a tutti i paesi in guerra occupati dai nazisti, ovvero il collaborazionismo con le forze di occupazione.
Malle, che tre anni prima aveva girato un altro film scandalo, Soffio al cuore (Le Souffle Au Coeur) su un tema scottante come l’incesto, questa volta scava nella memoria storica francese andando a riprendere una delle pagine più oscure dell’occupazione nazista e mostrando al pubblico una storia in cui i protagonisti sono gente comune, anzi, quanto di più comune possa esistere.
A cominciare dal rozzo, ignorante e violento Lucien, che dalla sua ha l’unica scusante di essere un giovane non ancora diciottenne, ma furbo e scaltro. Uno che impara da subito qual’è la via migliore per ottenere quello che vuole e che non esita a uccidere, a tradire non solo per denaro ma per un’oscura voglia di emergere, di non essere una nullità.
Non a caso il suo sogno è impersonificato dall’eroe senza macchia e senza paura.
Eppure finirà per fare scelte completamente diverse, anche se in qualche modo trascinato dagli avvenimenti.
Malle lo rappresenta senza mostrare alcuna simpatia o antipatia per il personaggio.
E’ una vittima delle circostanze oppure è un assassino latente? E’ un violento per natura oppure lo diventa perchè attorno a lui tutto parla il linguaggio della violenza?
Non lo sapremo, perchè anche il finale del film mantiene aperte più soluzioni; di certo Malle con la sua rappresentazione scarna e sintetica del personaggio di Lucien si attirò addosso un nugolo di critiche, la più benevola delle quali parlava di voluta ambiguità.
Il grande regista di Thumeries, lungi dal prendere posizione, si comporta come un entomologo che ha appena trovato un insetto e lo studia da vicino senza giudicare nè la sua bellezza nè le sue capacità: un insetto è un insetto, conta quello che fa, come vive e come vola, non conta certo se esteticamente è repellente oppure no.
Può sembrare un paragone fuori posto eppure credo sia il più adatto alle circostanze.
Malle sa benissimo che ci sono dei nervi scoperti che pure a distanza di 50 anni mantengono aperte ferite mai rimarginate per cui si limita a mostrare una storia particolarmente odiosa, vera e reale senza però fare il giudice.
Lucien e i suoi amici sono farabutti della peggior specie che tradiscono e uccidono non per un ideale ma per bramosia di potere, per il superfluo e anche, cosa più importante, per trovare una rivincita nella vita.
Non a caso sono persone che hanno perso il lavoro, sono insoddisfatti, ubriaconi e violenti.
Dall’altro lato della barricata ci sono i partigiani e l’ebreo Horn, la debole e passiva France, gente che sa bene dov’è il male e da cosa è rappresentato.
Pure, Horn trova un compromesso tra la voglia di vivere e la sua religione, la sua “razza” e la necessità di nascondersi dietro un paravento per evitare di essere deportato. Non a caso accetta di pagare un collaborazionista pur di non essere scoperto. France è succube di Lucien, forse lo ama davvero nonostante il ragazzo sia tutto tranne che un esempio da seguire.
E alla fine si salverà grazie all’unico atto d’orgoglio e di onestà del giovane.
Quindi nel film non ci sono personaggi particolarmente positivi e questo forse ha inficiato il giudizio della critica.
Invece il film è davvero bello, teso e duro, abbellito da una fotografia preziosa opera di Tonino Delli Colli che mostra un contrasto stridente fra il bel paesaggio assolato del sud della Francia opposto alla narrazione di fatti abietti come quelli descritti nel film.
Il cast lavora molto bene, in particolare la bella Aurore Clement che interpreta France Horn; l’attrice di Soissons esordisce così sullo schermo in maniera eccellente, eppure nella sua carriera non otterrà i riconoscimenti che avrebbe meritato. Per avere un’idea dei film nei quali è stata presente, cito L’Agnese va a morire, regia di Giuliano Montaldo oppure Caro Michele, regia di Mario Monicelli (1976),Caro papà, regia di Dino Risi (1979) o Paris, Texas, regia di Wim Wenders (1984) oltre alla partecipazione al capolavoro di Coppola Apocalipse now, dove la sua parte venne completamente tagliata in fase di montaggio.
Bene anche lo sfortunato Pierre Blaise, che purtroppo morirà a soli 23 anni nel 1975, subito dopo aver interpretato Per le antiche scale di Bolognini.
Da segnalare nel cast la presenza della veterana Ave Ninchi nel ruolo della proprietaria dell’hotel in cui si riunisce la Gestapo.
Cognome e nome: Lacombe Lucien è un gran film, che avrebbe meritato ben più della sola nomination all’Oscar del 1974; purtroppo ( o per fortuna) quell’anno in concorso c’era lo splendido Effetto notte di Truffaut che vinse se vogliamo con merito nella categoria Miglior film straniero.
Un film da riscoprire, per meditare e passare 2 ore davanti all’opera di un grande maestro della cinematografia mondiale.
Cognome e nome: Lacombe Lucien
Un film di Louis Malle. Con Ave Ninchi, Aurore Clément, Pierre Blaise, Holger Lawenadler, Thérèse Giehse,Donato Castellaneta Titolo originale Lacombe Lucien. Drammatico, durata 135 min. – Francia 1974.
Pierre Blaise: Lucien Lacombe
Aurore Clément: France Horn
Holger Löwenadler: Albert Horn
Therese Giehse: Bella Horn, nonna di France
Stéphane Bouy: Jean-Bernard de Voisin
Loumi Iacobesco: Betty Beaulieu
René Bouloc: Stéphane Faure
Gilberte Rivet: madre di Lucien
Pierre Saintons: Hippolyte, il collaborazionista di colore
Ave Ninchi: Madame Georges, proprietaria dell’albergo
Regia Louis Malle
Soggetto Louis Malle e Patrick Modiano
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Suzanne Baron
Musiche Django Reinhardt
Scenografia Ghislain Uhry
Foto di scena del film
La pelle di Satana
Siamo in Inghilterra, nel XVII secolo.
Ralph Gower sta lavorando nei campi e mentre ara si imbatte in uno strana parte di corpo, che non sembra essere umana e nemmeno animale.
L’uomo porta il macabro reperto a casa e da quel momento nella contea si verificano fatti raccapriccianti.
Una giovane donna inizia a dare segni di squilibrio mentale, mentre al suo fidanzato capita di peggio; mentre è su un giaciglio, vede spuntare al posto della sua mano una zampa con artigli pelosa e mostruosa.
L’uomo, sconvolto si amputa l’arto, mentre alcune persone vedono comparire sul loro corpo strane zone di pelle coperte di peli.
Accanto a questi avvenimenti si sviluppa parallelamente la vicenda di una splendida ragazza, Angela Blake, che trova nei boschi un artiglio mostruoso e da quel momento viene posseduta da uno spirito satanico.
La ragazza inizia un’opera di reclutamento tra la popolazione locale, costringendo i neo adepti ad effettuare riti diabolici, in uno dei quali vengono sacrificati a Satana due ragazzi.
Dilaga la paura e a farne le spese è una giovane innocente, Margareth che viene gettata in un fiume dal quale viene salvata in extremis proprio dal contadino Gower.
Intanto in paese arriva un magistrato dai metodi spicci e dalla mente aperta, che grazie alla collaborazione di Margareth che non era poi così innocente come si pensava, identifica il luogo dove avvengono le cerimonie e con l’aiuto dei paesani spezza il sortilegio….
La pelle di Satana (Satan skin o anche Blood on Satan ’s Claw) è uno dei tanti horror britannici nati sulla falsariga dei prodotti Hammer, la gloriosa casa di produzione britannica che proprio in quegli anni presentava la famosa “trilogia dei Karnstein”, composta dai tre film Vampiri amanti (The Vampire Lovers) (1970), Mircalla, l’amante immortale (Lust for a Vampire) (1971) e Le figlie di Dracula (Twins of Evil) (1972).
La celebre sequenza in cui Angel si spoglia davanti al sacerdote
Un horror con una sceneggiatura abbastanza esile ma con uno scorrimento agile e interessante, strutturato come un gotico medioevale (bella la ricostruzione del paese in cui si succedono gli eventi) e con un pizzico di erotismo.
Memorabile la scena che lanciò la splendida protagonista Linda Hayden che compare completamente nuda davanti al prete del villaggio; Linda, che in seguito farà una discreta carriera specializzandosi in serie tv appare in tutta la sua sfolgorante bellezza e convince anche per la sua aria angelica, opposta al personaggio diabolico interpretato.
Qualche scena è ben congegnata, come quella iniziale del ritrovamento del pezzo anatomico che darà il via al diabolico sortilegio o la scena dello stupro della ragazza nei boschi o ancora la sequenza finale che vede protagonista il magistrato che riesce a spezzare l’incantesimo.
A convincere di più è proprio l’ambientazione, con un paese che sembra preso di peso dalle leggende nere inglesi, preda di superstizioni e paure irrazionali, ma che in questo caso si rivelano abbastanza fondate.
Un film onesto, senza grosse ambizioni ma anche senza grosse sbavature.
La pelle di Satana
Un film di Piers Haggard. Con Linda Hayden, Patrick Wymark, Barry Andrews Titolo originale Blood on Satan ’s Claw. Horror, durata 96 min. – Gran Bretagna 1970.
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Patrick Wymark … Il giudice
Linda Hayden … Angel Blake
Barry Andrews … Ralph Gower
Michele Dotrice … Margaret
Wendy Padbury … Cathy Vespers
Anthony Ainley … Reverendo Fallowfield
Charlotte Mitchell … Ellen Vespers
Tamara Ustinov … Rosalind Barton
Simon Williams … Peter Edmonton
James Hayter … Middleton
Howard Goorney … Il dottore
Avice Landone … Isobel Banham
Robin Davies … Mark Vespers
Regia: Piers Haggard
Sceneggiatura: Robert Wynne-Simmons, Piers Haggard
Produzione: Peter L. Andrews, Malcolm Heyworth, Tony Tenser
Musiche: Marc Wilkinson
Editing:Richard Best
Casting: Weston Drury Jr.
Direzione artistica: Arnold Chapkis

Pellicola di stampo “satanico” realizzata nel perfetto english style. Il clima perturbante è garantito dalla bellezza (un tantino inquietante) della sublime Linda Hayden, divenuta vestale del Demonio a seguito del rinvenimento d’un insolito artiglio. La maledizione è cagionata da oggetti infernali, sparsi qua e là (l’incipit con il pezzo anatomico parte umano, parte bestiale). Un contandino, con l’aiuto d’un magistrato, porrà fine alla mefistofelica concatenazione d’atti sanguinari. La scarsità degli effetti speciali limita il risultato finale.
Non male questo horror satanico con alcuni personaggi ben costruiti (il giudice scettico, il dottore, che fa solo salassi, legato ai miti e alle leggende popolari con annesso libro illustrato, Angela, di nome ma non di fatto e il povero prete, che vede diminuire sempre più le sue giovani pecorelle). Certo, il ritmo è quel che è, la datazione si sente, facendo fare qua e là qualche sorriso (Angela posseduta con sopracciglia alla Bergomi), ma tra un “gioco”, una sparizione e il diavolo che, più che lo zampino, ci mette gli artigli, ci si può accontentare, grazie anche a una recitazione decente.
Gotico rurale britannico immerso in un clima claustrofobico di bigottismo e peccato ove a provocare orrore non sono tanto gli artigli della pelosa Bestia disseppellita, quanto il gruppo di ragazzini – di qui l’aggancio con film passati e futuri è immediato – da essa reso diabolico e sanguinario; e, per di più, la loro sacerdotessa è una bionda fanciulla dal nome ingannevole (Angela) e dall’impressionante sguardo lubrico… La missione di sconfiggere il Maligno brandendo la spada della Fede è compiuta da un implacabile Wymark, figura ibrida fra un Grande Inquisitore, un esorcista e Van Helsing.
Discreto horror britannico che a tratti ricorda il successivo e ben più riuscito The wicker man, in cui il regista riesce a descrivere con efficacia un clima che diventa sempre più allucinato ed inquietante col procedere della storia. Finale un po’ troppo affrettato. Per l’epoca abbastanza forte. Godibile.
Ottimo horror inglese targato TIGON, che conta su un Wymark in perfetta forma e una raggiante Linda Hayden, con una non indifferente carica erotica (come nella scena in cui cerca di sedurre il prete) e tensione costante. Ottime fotografia e musica. Soltanto il make-up della creatura lascia un pochino delusi, ma si può anche sorvolare.
Opera che intriga con l’atmosfera rurale, i personaggi ben amalgamati e quelle forti pennellate di sex and demons date qua e là. Allo stesso tempo è un po’ lentina e legnosa nella regia. Altro punto double-face sono le musiche, che all’inizio mi sembravano invadenti e senza uno stile preciso. Alla fine invece il leitmotiv composto da Marc Wilkinson mi è veramente entrato dentro e vale mezzo punto in più.
Horror gotico/satanico non certo memorabile, ma non privo di qualche pregio (l’atmosfera, la prestazione di alcuni attori) e girato con una certa professionalità. Il mood generale riporta ai classici dell’horror british, per cui il film potrà piacere ai cultori del (sotto) genere; personalmente ho però trovato lo svolgimento decisamente catatonico e poco coinvolgente, oltre ad una sceneggiatura non propriamente solida e ad effetti speciali a dir poco caserecci. In definitiva, un B-movie solo per appassionati; invecchiato abbastanza male.
Il film inizia in sordina, quasi una fiaba scura, ma poi l’indirizzo cambia. Dopo il nudo integrale di Angela di fronte all’incorruttibile sacerdote, la pellicola assume un morboso connotato allo zolfo. La setta di Belzebù persevera la sua opera con lo stupro di una dannata, perpetrato in un palcoscenico inquietante e sotto lo sguardo perverso di vecchi e ragazzi, sani e malati. La furia purificatrice si esalta nella sfida alle pratiche magiche delle streghe e del loro padrone. I segni sono parte della bestia ed alla fine la verità verrà mostrata!
Echi polanskiani in particolare da Rosemary’s baby, un’ambientazione particolarmente azzeccata, quella delle campagne inglesi e l’adorazione del diavolo, alla base di questa pellicola, omaggio al maligno. Molti altri gli spunti interessanti, tra questi la ricostruzione scenica e una prima attrice perfetta nel suo ruolo. Un film da annoverare di diritto tra le opere sataniste. Le streghe ti daranno il benvenuto.
In un villaggio inglese per caso viene scoperto il cadavere di un essere che si ritiene di Satana. Da allora vengono commessi rituali di magia nera con tanto di sacrifici umani, mentre il “contagio” diabolico si espande sugli abitanti, marchiati da strane chiazze pelose sul corpo. Film inusuale, dal sottofondo pauroso e con una buona ricostruzione dell’epoca passata, ma che sbanda qua e là, sforzandosi di trovare uno stile univoco, invano. Annacquato..
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Peccatori di provincia
Alla morte di Emanuele Lo Curcio l’intera famiglia del defunto esulta: i presunti eredi hanno grossi problemi di denaro e tutti indistintamente contano sul lascito per risollevarsi.
Ma con grande stupore e con sommo rammarico scoprono che il defunto Lo Curcio ha lasciato tutta la cospicua eredità alla figlia naturale Domitilla della quale ignoravano l’esistenza.
Per colmo di sventura, quando la ragazza arriva nella casa del padre, con costernazione gli eredi Lo Curcio si rendono conto che la ragazza sta per diventare suora.
Il Sindaco del paese Renzo Montagnani), marito di una delle figlie di Emanuele, Vincenzina, la sorella del Lo Curcio Concetta e la nipote Gigia sono così costretti a studiare un sistema per spogliare la ragazza di quanto destinatole dal padre.
Dopo varie vicissitudini, sarà Gigia ad avere un’idea: fotografare la suorina nuda nel bel mezzo di un’orgia per farla dichiarare indegna.
Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi….
Renzo Montagnani
Peccatori di provincia (1976) rappresenta uno dei punti più bassi toccati dall’ormai moribonda commedia sexy.
Commediaccia di grana grossissima infarcita di gratuite volgarità, priva di una trama almeno credibile riesce a reggersi fino in fondo solo per la professionalità del cast assemblato dal regista Tiziano Longo, autore di otto pellicole una più sciagurata dell’altra con l’unica eccezione del discreto Mala amore e morte.
Il regista di Sedicianni, La prova d’amore e Lo stallone punta solo ed esclusivamente al botteghino, riunendo i peggiori stilemi della commedia sexy; turpiloquio, oscenità, battute di grana grossolana e scene sexy.
Se questo amalgama in passato ha funzionato vuoi per qualche felice trovata vuoi per la simpatia di alcuni caratteristi utilizzati nel film in questione ha un peso specifico molto modesto perchè il film è davvero poca cosa.
Daniela Halbritter
Poche battute che possono strappare un sorrisetto, scene sexy affidate alla splendida Femi Benussi sempre più spogliata e alla legnosissima Daniela Halbritter (qualcuno al ricorderà in Labbra di lurido blu) e sopratutto una trama assolutamente inconsistente e ridicola.
E’ di scena la solita eredità contesa, la solita famiglia di avvoltoi e l’espediente della suorina fotografata in pose compromettenti per renderla indegna dell’eredità paterna; insomma un già visto desolante e privo di fantasia che umilia il cast utilizzato.
Renzo Montagnani e Macha Meril, Lauretta Masiero e Riccardo Garrone , Femi Benussi non possono da soli, anche con la loro simpatia e professionalità risollevare un prodotto privo del benchè minimo motivo di interesse.
Gli unici sussulti vengono dalle scene di nudo della Benussi, ed è tutto dire mentre l’aver spogliato la Daniela Halbritter dei veli monacali e averla messa in reggicalze (una novizia?) va a tutta dannazione dell’ingegno di chi ha partorito l’idea malsana.
Passi per un filmetto del filone conventuale, ma una scena del genere in una commedia sia pure a sfondo sexy appare blasfema e ridicola.
Insomma, un prodotto da cinema di serie z a cui apparterrebbe di diritto non fosse per la presenza dei diversi caratteristi citati che un mezzo punto in più lo meritano più come riconoscimento alla carriera che per la loro presenza in questo film.
Prodotto apparso diverse volte in tv però privo di alcune scene sexy che rendono ancora più ridicolo il tutto.
A scrivere la sceneggiatura ci si sono messi in tre, ovvero Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati; non dubito che l’abbiano partorita in una decina di minuti, visto il risultato ottenuto.
Un’ultima cosa.
Passi l’idea di produrre una pellicola erotica (blandamente tra l’altro) e passi anche la scarsa fantasia nello stendere la sceneggiatura e nel girare il film stesso.
Quello che non può passare è il consueto stereotipo della provincia vista come bacchettona e allo stesso tempo maliziosa e sporcacciona.

E sopratutto non può passare l’immagine di famiglie bramose di denaro e pronte a tutto pur di intascare denaro, composte da persone lascive e dedite ai peggiori vizi privati e affette da ingordigia spropositata oltre che subdolamente descritte come ipocrite e farisee.
Un’immagine deleteria già più volte descritta sopratutto nelle ambientazioni logistiche del Sud Italia; a cambiare questa volta è la location, quella descritta è la provincia opulenta del centro nord, quasi un’universalizzazione dei difetti italici.
Il messaggio veicolato è quello che dalle Alpi alla Sicilia tutti gli italiani sono gli stessi, con poche virtù e tantissimi vizi.
Peccatori di provincia
Un film di Tiziano Longo. Con Femi Benussi, Macha Méril, Renzo Montagnani, Lauretta Masiero, Riccardo Garrone, Fernando Cerulli, Luciana Turina, Stefano Amato, Otello Belardi
Erotico, durata 90 min. – Italia 1976.
Renzo Montagnani … Sindaco
Macha Méril … Vincenzina Lo Curcio
Femi Benussi … Gigia
Lauretta Masiero … Concetta Lo Curcio
Daniela Halbritter … Domitilla Bertacchi
Riccardo Garrone … Avvocato
Regia: Tiziano Longo
Sceneggiatura: Paolo Barberi, Nicola e Marino Onorati
Produzione: Alberto Longo
Musiche: Elio Maestosi,Filippo Trecca
Fotografia: Alfio Contini
L’innocente
L’innocente, tratto dall’omonimo romanzo di Gabriele D’Annunzio, è l’ultima opera cinematografica di Luchino Visconti.
Diretto nel 1976, il film è una trasposizione abbastanza fedele del romanzo, fatte salve alcune significative differenze tra i personaggi letterari e quelli cinematografici oltre ad una diversa interpretazione del grande maestro milanese che morì prima di vedere il suo film nella stesura definitiva.
Infatti Visconti, colpito da un ictus poco prima del montaggio definitivo non ebbe modo di vedere la sua opera come venne poi presentata al pubblico e per quanto se ne sa non rimase affatto contento di ciò che aveva realizzato.
Sarà la sceneggiatrice Suso Cecchi D’Amico ad approvare la versione che venne poi proiettata al Festival di Cannes del 1976, proprio nell’anno del trionfo di Brutti sporchi e cattivi di Scola.
Un film che quindi Visconti non amò particolarmente.
E che non ebbe nemmeno tanti estimatori tra i critici, che rimproverarono al Maestro l’aver scelto di ignorare parzialmente l’aria di decadentismo che permea il romanzo di D’Annunzio, quella messa in scena della fine della nobiltà e del mondo altero e distaccato di quelli che erano gli ultimi rampolli dell’italica nobiltà, destinati di li a poco a essere spazzati via dalle tragedie che si abbatterono sull’Italia subito dopo la fine della prima guerra mondiale.
L’Innocente è ambientato sul finire del 1800, esattamente nel 1891, sotto il regno di Umberto I° che 9 anni più tardi sarà stato ucciso da Bresci; narra le vicende del nobile Tullio Hermil, un aristocratico arrogante con tutti i difetti della sua casta che ha una relazione con la contessa Teresa Raffo pur essendo sposato con le remissiva e dolce Giuliana.
L’uomo approfitta a mani larghe del carattere docile della moglie sbandierando pubblicamente la sua relazione con l’affascinante Contessa; ma al ritorno da un viaggio Tullio scopre che Giuliana ha una relazione con Filippo D’Arborio, un giovane ed affascinante studioso che ha fatto breccia nel cuore della donna.
Laura Antonelli
Tullio, più per vanità ferita che per amore, tenta di riconquistare la moglie ma scopre che la stessa aspetta un figlio da Filippo; il letterato scompare improvvisamente per una breve e fulminante malattia lasciando Giuliana di fronte ad una scelta difficilissima, tenere o no il frutto della relazione proibita con il giovane.
La donna decide di non abortire e allevare quel figlio frutto di una breve passione, suscitando in Tullio una gelosia morbosa che si rivolge contro il frutto del peccato, il piccolo nascituro.

La sera della vigilia di Natale Tullio da sfogo all’odio represso lasciando il piccolo esposto al vento freddo della notte, causando così la sua morte.
Per Giuliana è un dramma, aggravato dalla consapevolezza della responsabilità del marito nell’accaduto.
Tullio, abbandonato dalla moglie, si consola tra le braccia di Teresa alla quale racconta gli avvenimenti; la donna ascolta impietrita e ……
L’innocente è un film raffinato e patinato, tecnicamente riuscito ma poco coinvolgente.
I personaggi che si muovono nel dramma famigliare e che si stagliano solo marginalmente nell’atmosfera corrotta moralmente dell’aristocrazia lombarda non suscitano emozioni, tanto sono lontani dalla vita dell’uomo comune.
Jennifer O’Neill
E’ un dramma aristocratico che si svolge fra case lussuose e vestiti elegantissimi, tra famiglie abituate a tutti gli agi e alle comodità più totali, quindi non appartengono alla nostra vita.
E non sono nemmeno un modello di riferimento per le ambizioni di nessuno, proprio perchè i personaggi e gli ambienti mancano di qualsiasi scrupolo morale o di qualsiasi valore di riferimento.
Tullio o Giuliana, Teresa o gli aristocratici protagonisti non suscitano alcuna simpatia, fatta eccezione ovviamente per il piccolo innocente protagonista del dramma finale.
Parlavo di dramma finale non a caso; per lunga parte del film, assistiamo alle vicende umane della gente che si muove sullo schermo senza provare alcuna emozione nei loro confronti che non sia quella del disprezzo per gente senza valori pregnanti, impegnata in dialoghi futili o in operazioni del vivere quotidiano improntate al massimo dell’inutilità. Un tema che Visconti (che non dimentichiamo era un nobile) aveva già affrontato in opere come La caduta degli dei o Gruppo di famiglia in un interno, film nei quali il mondo snob e fuori dalla realtà dei nobili viene rappresentato come un’elite avulsa dalla realtà, preda di passioni deleterie come la soddisfazione del proprio ego, l’accumulo spasmodico di ricchezze finalizzate all’aumento del proprio prestigio e potere oppure come un gruppo di persone in cui la morale è poco più di una fastidiosa appendice.
Ma se nei due film citati il discorso di Visconti è più omogeneo e duro, in L’innocente siamo di fronte ad un’operazione più di facciata che di sostanza.
Così come gli unici punti di contatto tra il decadentismo raffinato e indolente di D’Annunzio e quello sociale, morale e di calsse tante volte messo all’indice da Visconti si tramuta solo in una raffigurazione visiva molto elegante ma anche molto fredda.
Per quanto riguarda il cast, le prestazioni dei vari interpreti risentono moltissimo del freddo glaciale che si respira nel film e sopratutto della mancanza di simpatia assoluta che ispirano.
Per quanto tutti facciano il loro dovere con professionalità, è indubbia una certa difficoltà da parte di alcuni di loro nell’esprimere la personalità poco più che abbozzata dei protagonisti del film.
Poco più che sufficiente Giannini, sufficiente la bellissima Antonelli che appare però spaesata, quasi che il personaggio-vittima di Giuliana fosse agli antipodi alle sue corde recitative.
Meglio se la cava Jennifer O’Neill, la sofisticata Contessa che l’attrice di origini irlandesi/ispaniche interpreta con classe; la sua eleganza aristocratica, la sua bellezza altera si prestano perfettamente al personaggio di Tersa Raffo, amante di Tullio che alla fine resterà inorridita dal crimine mostruoso commesso dall’amante stesso.
Discreto Marc Porel nel ruolo di Filippo, bene due grandi artisti come Girotti e la Morelli.
Lodi alla fotografia di Pasqualino De Santis e alle scenografie di Mario Garbuglia, mentre le musiche sono prese da opera di Chopin, Lisz e Mozart e a mio parere sono una delle cose migliori del film.
L’innocente
Un film di Luchino Visconti. Con Giancarlo Giannini, Laura Antonelli, Jennifer O’Neill, Rina Morelli, Massimo Girotti. Didier Haudepin, Marie Dubois, Roberta Paladini, Claude Mann, Marc Porel, Marina Pierro, Christine Pascal, Didier Haudepin, Philippe Hersent, Elvira Cortese, Siria Betti, Enzo Musumeci Greco, Margherita Horowitz, Riccardo Satta, Vittorio Zarfati, Alessandra Vazzoler, Alessandro Consorti, Filippo Perego Drammatico durata 129 min. – Italia 1976
Giancarlo Giannini: Tullio Hermil
Laura Antonelli: Giuliana Hermil
Jennifer O’Neill: Teresa Raffo
Rina Morelli: Madre di Tullio
Massimo Girotti: Conte Stefano Egano
Didier Haudepin: Federico Hermil
Marie Dubois: La Principessa
Roberta Paladini: Miss Elviretta
Claude Mann: Il Principe
Marc Porel: Filippo d’Arborio
Regia Luchino Visconti
Soggetto Gabriele D’Annunzio (romanzo)
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rizzoli Film, Les Films Jacques Leitienne, Paris
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Chopin, Gluck, Liszt, Mannino, Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Andare davanti al giudice e dirgli: «Ho commesso un delitto. Quella povera creatura non sarebbe morta se io non l’avessi uccisa. Io, Tullio Hermil, io stesso l’ho uccisa».
Giancarlo Giannini interpreta il personaggio di Tullio
Giannini, Visconti e la Antonelli in una pausa della lavorazione del film
Jennifer O’Neill interpreta Teresa
Laura Antonelli è Giuliana
Luchino Visconti e la O’Neill
Lobby card del film
L’ultimo dei Mohicani
Come recita la didascalia iniziale, la vicenda è ambientata nel Nord America nel 1757, durante l’epoca della guerra tra Francia e Inghilterra per il controllo delle colonie.
Un ufficiale inglese si reca in un villaggio di nativi americani per tentare una difficile opera di reclutamento, utilizzando come sistema di persuasione il dovere morale dei nativi stessi di difendere il territorio sotto la giurisdizione inglese.
Il fiero capo dei Mohicani, Chingachgook, che è momentaneamente ospite del villaggio assieme a suo figlio Uncas e ad un bianco da lui adottato perchè orfano di genitori (inglesi) di nome Nathan ma soprannominato Occhio di falco per il suo straordinario talento di cacciatore con il fucile, rifiuta di farsi coinvolgere in quella che ritiene una guerra assurda e continua con i suoi compagni il lungo viaggio che ha intrapreso.
Tuttavia, durante il viaggio, accade qualcosa che fatalmente costringerà i tre compagni a doversi schierare con gli inglesi: si imbattono infatti in una piccola colonna inglese che è stata attaccata dai nativi Uroni, alleati dei francesi.
Grazie all’aiuto provvidenziale di Chingachgook, di Uncas e di Occhiodifalco, sopravvivono all’attacco il maggiore Heyward e due ragazze, le figlie del comandante di Fort Henry colonnello Munro.
L’arrivo nel forte davanti al colonnello Munro
Le due giovani donne, Cora e Alice Munro, arrivano così sane e salve al forte, non prima però di essere passate per un’altra esperienza orribile.
Sul cammino che porta a Fort Henry il gruppo assiste ad uno spettacolo raccapricciante: tutti gli appartenenti alla fattoria di John Cameron sono stati massacrati dai nativi Ottawa, anch’essi alleati con i francesi.
Mentre Heyward è convinto che ad operare il massacro siano stati dei semplici banditi, i tre amici hanno capito che ormai la rivolta ha assunto livelli estremamente pericolosi.
Raggiunto il forte e consegnate le due ragazze al padre, per tutta ricompensa Occhiodifalco, Chingachgook e Uncas vengono di fatto resi prigionieri e a loro viene impedito di allontanarsi dal forte.
Alice e Cora
I tre amici scoprono il massacro dei coloni
La difesa del forte stesso è impossibile, così dopo una breve resistenza, gli inglesi capitolano e accettano l’offerta del comandante francese Gen Montcalm che propone loro la vita salva e l’onore delle armi in cambio della resa.
Durante il mesto ritiro delle truppe inglesi, le stesse vengono attaccate vigliaccamente dagli Uroni guidati da Magua, che si aspettava un bottino di guerra ben più cospicuo.
Il colonnello Munro viene ucciso da Magua, sotto gli occhi impotenti del gruppetto superstite, che conta ormai soltanto le due ragazze, i due nativi Mohicani e Occhiodifalco, perchè anche Heyward verrà selvaggiamente ucciso.
Nel frattempo accanto a tanto orrore si sviluppano e si intrecciano le storie d’amore tra Alice e Uncas e Nathan Occhiodifalco e Cora: il destino, dopo tutta una serie di avventure, serberà a questa coppia un fato favorevole.
Infatti sia Uncas che Alice morranno, il primo ucciso da Magua, la seconda suicidandosi pur di seguire l’amato.
Nel finale, Chingachgook vendicherà suo figlio e Alice uccidendo il malvagio Magua e ai funerali con tristezza chiederà ai suoi dei di pazientare per lui, Chingachgook ormai l’ultimo della fiera stirpe dei Mohicani seguirà presto suo figlio.
Epico, spettacolare, magnifico esempio di film d’avventura è questa riduzione del romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani, realizzata da Michael Mann usando fedelmente il testo scritto e sceneggiando quella che è una delle opere più belle nella storia del cinema sia per quanto riguarda la compattezza e lo svolgimento degli avvenimenti sia per tutta un’altra serie di motivi che illustrerò in seguito.
Momenti di tenerezza fra Nathan e Cora
Michael Mann, regista di Manhunter – Frammenti di un omicidio crea un film praticamente perfetto in cui tutti i meccanismi che servono per creare un’opera epica e di gran respiro appaiono perfettamente studiati e realizzati.
Scenografie maestose e location affascinanti, ritmo e azione, recitazione di un cast assolutamente adeguato con la ciliegina sulla torta costituita da una colonna sonora tra le più belle dell’intera cinematografia di tutti i tempi concorrono a creare un capolavoro pressochè unico e inimitabile non solo nei limiti del film d’azione e d’avventura.
Quello che Mann fa è dare risalto e potenza visiva ad un romanzo che dilata i tempi rendendo più lento lo scorrimento delle varie vicende dei protagonisti: così mentre nel romanzo di Cooper le storie d’amore dei quattro giovani protagonisti ovvero Nathan, Cora, Alice e Uncas appaiono più dettagliate, nel film per forza di cose tutto si accelera, anche se sempre con un’acuratezza visiva e di sintesi che lascia sbalorditi.
Il feroce capo degli Uroni, Magua
Grandissima la prova di recitazione di Daniel D.Lewis, protagonista tra l’altro di apparizioni in film importanti come Domenica, maledetta domenica, Gandhi,Il mio piede sinistro e che dopo questa grande prova apparirà in film importanti come Gangs of New York e Il petroliere.
Bravissima Madeleine Stowe, la Cora Munro che sceglie di amare quell’uomo fiero, dai grandi valori che ha appreso dal suo padre putativo e maestro spirituale Chingachgook che si chiama secondo l’usanza indiana Occhiodifalco; bravissimo Wes Studi, che essendo nativo d’origine rappresenta al meglio l’integrazione tra il personaggio del film e la fisicità tipica dei nativi americani.
Il suo sguardo truce, la sua “cattiveria” sono espresse con una capacità interpretativa che lascia stupefatti. L’attore americano infatti verrà utilizzato per un altro capolavoro ambientato tra i nativi, Balla coi lupi.
Dopo tutta questa serie di doverosi riconoscimenti, appare chiaro che andare a parlare di difetti della pellicola appare un esercizio di stile assolutamente fine a se stesso: il film coinvolge, attrae e alla fine commuove.
La cattura delle due sorelle Munro
Cosa chiedere di più ad una pellicola d’evasione?
Nulla.
Per cui si può tranquillamente assurgere L’ultimo dei Mohicani all’Olimpo dei film più belli di sempre, almeno nel campo del cinema d’evasione.
Accanto ad altre riduzioni di romanzi, come Blade runner, per esempio.
Due annotazioni ancora.
Lo scenario delle Blue Ridge Mountains della Carolina del Nord sono il suggestivo sfondo del film; una natura lussureggiante e selvaggia che lascia senza fiato e che diventa un biglietto di presentazione turistico senza pari.
Infine la colonna sonora, scritta e composta dal duo Randy Edelman, Trevor Jones e che ebbe una fortunata versione da parte del musicista greco Vangelis, che a tratti è incantevole tanto da sembrare tutt’uno con quello che ci scorre sotto gli occhi.
Nhatan prigioniero degli Uroni…
…e prigioniero degli inglesi
Sottoscrivo, quindi, il giudizio del Morandini, verso il quale come sanno i lettori del mio blog, sono spesso ferocemente critico :” Con diversi aggiustamenti narrativi e ideologici, M. Mann, robusto specialista di cinema d’azione, e il suo cosceneggiatore Christopher Crowe si rifanno alla sceneggiatura scritta da Philip Dunne per l’edizione del 1936. Come e più che nelle versioni precedenti, il vero eroe è il bianco Occhio di Falco (Day-Lewis in gran forma), mentre i due Mohicani amici, Chingachook e suo figlio Uncas, gli fanno da spalla. Più che in passato, il culmine della vicenda è l’assedio di Fort William Henry in cui, durante la guerra franco-britannica dei sette anni (1756-63), gli inglesi furono sconfitti da forze francesi preponderanti. Difetti e debolezze non mancano, ma molto gli dev’essere perdonato perché ricrea un senso antico dell’avventura e dei grandi spazi, restituisce (anche per merito del colore di Dante Spinotti) il sapore di un’epoca col gusto di una vecchia stampa, ha la forza ingenua dei grandi sentimenti. Il film dà concretezza visiva alla parola “imboscata” e tiene fede alla bella immagine che gli fece da manifesto: l’agile Day-Lewis in corsa col tomahawk in pugno e la lunga carabina a tracolla.”
In ultimo, un appunto personale che riguarda le recensioni di quella che ormai è la bibbia personale dalla quale ricavo le recensioni di spettatori appassionati di cinema come me.
Il massacro degli inglesi
Il trionfo di Magua
Nel Davinotti ho letto critiche un tantino maliziose al film, accusato di essere troppo perfetto e studiato a tavolino. Il che è un controsenso, parlando di film in cui la vera protagonista è l’avventura; probabilmente qualche critico del noto sito dimentica che tutto è tratto dal romanzo omonimo e che ad esso va rapportato. Se non si è letto il romanzo, risulta davvero difficile capire la portata del lavoro fatto da Mann.
Insomma, in ultima analisi,un film che deve esser presente in ogni cineteca che si rispetti e che va visto almeno un paio di volte per apprezzarne appieno la bellezza.
L’ultimo dei mohicani, un film di Michael Mann. Con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Eric Schweig, Jodhi May,Steven Waddington, Maurice Roëves, Wes Studi, Dylan Baker, Patrice Chereau, Edward Blatchford, Terry Kinney, Tracey Ellis, Justin M. Rice, Dennis Banks, Pete Postlethwaite, Colm Meaney
Titolo originale The Last of the Mohicans. Western, durata 122 min. – USA 1992.
Daniel Day-Lewis: Nathaniel “Occhio di falco”
Madeleine Stowe: Cora Munro
Russell Means: Chingachgook
Eric Schweig: Uncas
Jodhi May: Alice Munro
Steven Waddington: Maggiore Duncan Heyward
Wes Studi: Magua
Maurice Roëves: Colonnello Edmund Munro
Patrice Chéreau: Gen Montcalm
Edward Blatchford: Jack Winthrop
Terry Kinney: John Cameron
Tracey Ellis: Alexandra Cameron
Justin M. Rice: James Cameron
Dennis Banks: Ongewasgone
Pete Postlethwaite: Capitano Beams
Regia Michael Mann
Soggetto James Fenimore Cooper
Sceneggiatura Christopher Crowe, Michael Mann
Produttore Michael Mann, Hunt Lowry
Casa di produzione Morgan Creek Productions
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Dov Hoenig, Arthur Schmidt
Effetti speciali Trix Unlimited
Musiche Randy Edelman, Trevor Jones
Scenografia Wolf Kroeger
Costumi Elsa Zamparelli
Trucco Peter Robb-King
Sfondi Robert Guerra, Richard Holland
Maestoso ed imponente (in primis per scenari, battaglie e colonna sonora) film storico di stampo classico-avventuroso; con ottimi interpreti e scene ben fatte (alcune anche abbastanza crude), talvolta però è un po’ prolisso e manca di un vero senso di coinvolgimento.
Tutto pensato in grande: paesaggi (esaltati dalla splendida fotografia), scene, musica. In questo affresco spettacolare, di indubbio fascino visivo, i personaggi rischiano di sembrare figure bidimensionali, e ciò nonostante le belle interpretazioni sia di Daniel Day-Lewis che di Wes Studi. Non mancano l’avventura, il dramma, l’amore, ma il risultato finale è uno di quei film che, pur risultando ammirevoli sotto tanti aspetti, non riescono a convincere fino in fondo. Potenziale capolavoro cui manca quel “quid” di difficile definizione.
Ottimamente confezionato, è un film d’avventura molto ben girato in cui la vena di Mann, pur non essendo all’altezza di altri suoi lavori passati e futuri, permette di raggiungere alla pellicola risultati ben superiori alla media. Piacevole ed abbastanza avvincente, si segnala per una certa sobrietà sia nella durata non oceanica come spesso accade in operazioni del genere, sia negli sviluppi narrativi che evitano inutili scene madre.
Dal celebre romanzo di Cooper, il regista americano per definizione più votato all’action moderno (Mann) dirige un’avventura di ampio respiro e di stampo straclassico. Nessuna sovrastruttura ideologica o complicazioni di sorta: avventura allo stato puro, personaggi semplici e lineari, grandi spazi (bella la fotografia di Dante Spinotti) ed un interprete inaspettato (DD Lewis) ma in forma, straordinariamente fedele ed aderente al personaggio. Forse un po’ prolisso, ma godibile.
Veri punti di forza di questo film sono l’ambientazione e la colonna sonora. Seguono poi gli attori, più che passabili (un plauso allo spietato indiano, di rara cattiveria). Il protagonista, un bianco (Occhio di Falco, detto anche Long Carabine), nonostante all’inizio sembri un po’ troppo hollywoodiano, diventa via via più convincente e l’azione, quasi costante, consente alla pellicola di far mantenere vivo l’interesse dello spettatore, grazie anche a un inseguimento finale con sorprese (la decisione della sorella della protagonista). Buono e consigliabile.
Guerra franco-inglese nelle colonie americane del 700: due donne attraversano foreste e battaglie, aiutate da alcuni indiani e braccate da altri. Maestoso film d’avventura che non lesina sul grandioso: paesaggi mozzafiato, fotografia impeccabile, musica d’effetto (spalmata su tutto fino alla nausea), spiegamento di mezzi e comparse. Ma tutto ciò non basta: questa versione del noto romanzo è tutta esteriore, attenta all’azione, senza anima né calore, senza un senso profondo che muova le cose. Tutto è talmente perfetto da risultare arido.
L’incantevole paesaggio delle Blue Ridge Mountain nella Carolina del Sud
Le Bald Falls Blue Ridge Mountains, teatro dello scontro finale
Un’altra inquadratura delle Bald Falls Blue Ridge Mountains
Due suggestive vedute delle Blue Ridge Mountain, location del film
Daniel D. Lewis è Nathan
Madeleine Stowe interpreta Cora Munro
Jodhi May interpreta Alice Munro
Wess Studi è Magua
Eric Schweig è Uncas
Lobby card del film
Soundtrack del film
L’ultima casa a sinistra
In un tranquillo paese americano Mary Collingwood si appresta a festeggiare il suo diciassettesimo compleanno.
E’ l’occasione per la famiglia Collingwood di preparare una festa per la ragazza mentre Mary ha già stabilito di passare la giornata con l’amica Phyllis Stone.
Le due ragazze si fermano in un negozio, dove conoscono Junior che ben presto propone loro di andare a casa sua per festeggiare il compleanno di Mary con una fumata di spinelli.
Le giovani malauguratamente accettano e da quel momento per loro inizierà un incubo senza fine.
A casa di Junior infatti oltre al padre Krug che è un maniaco criminale psicopatico c’è anche la sua banda, evasa con lui.
Phyllis viene violentata e brutalizzata per tutta la notte, sotto lo sguardo terrorizzato di Mary che a sua volta il giorno dopo verrà fatta oggetto di crudeli violenze in un bosco nel quale il gruppo di sadici criminali si rifugia per sfuggire alla caccia della polizia.
Nel bosco, Mary tenta di convincere Junior a lasciarla andare, convinta che il ragazzo non sia come il resto della banda mentre Phyllis approfittando della distrazione momentanea dei delinquenti tenta di fuggire.
La ragazza non ha fortuna e viene raggiunta e uccisa a colpi di machete, dopo di che la successiva vittima della violenza brutale del gruppo è Mary, violentata e marchiata da Krug.
Mary tenta la fuga, ma viene raggiunta da un colpo di pistola proprio mentre sta per gettarsi nel lago; la ragazza non muore, e il gruppo si allontana alla ricerca di un riparo per la notte.
Purtroppo la casa che i delinquenti raggiungono è proprio quella di Mary Collingwood, l’ultima casa a sinistra; da questo momento gli eventi precipitano perchè il gruppo riesce a farsi aprire dagli abitanti della casa, che però scopriranno con chi hanno a che fare e metteranno conseguentemente in pratica una sanguinosa vendetta.
L’ultima casa a sinistra (The last house on the left), diretto nel 1972 da Wes Craven è uno dei più famosi film rape & revenge diventato nei decenni successivi il punto di partenza di molti film clone o comunque ispirati a questa storia diventando contemporaneamente un cult per molti spettatori.
Lo straordinario successo del film è da ascriversi a diversi fattori, il primo dei quali è l’inusitata violenza delle immagini e della storia, che presenta gli archetipi dei R&R, ovvero la violenza sui giovani e la successiva vendetta quasi sempre cruenta.
L’incubo ha inizio
Poi, non va dimenticato l’obbligatorio inquadramento temporale della pellicola; siamo nel 1972 e i film “forti” dal punto di vista visivo e della storia non sono poi tantissimi.
Uno degli esempi più calzanti è rappresentato da Arancia meccanica di Kubrick,che ovviamente appartiene ad un altro genere (anche dal punto di vista qualitativo, infinitamente superiore) ma che porta sullo schermo una storia in cui la violenza diviene non solo il mezzo espressivo di Alex e della banda dei drughi ma anche il paradigma di una società in tumultuoso divenire, ipotizzata da Anthony Burgess in A Clockwork Orange che è il romanzo da cui Kubrick trasse il suo capolavoro.
Tornando a L’ultima casa a sinistra, Craven crea un film in cui la storia in fondo è solo un contorno alle immagini di inaudita violenza che la pellicola propone.
Per la prima volta sullo schermo ad essere protagonista è lo stupro, mostrato con una crudezza e un realismo senza precedenti.
Chiaramente nel futuro il tema verrà ampliato e se vogliamo ancor più incrudito, come nel famoso I spit on your grave, Non violentate Jennifer di Meir Zarchi, in cui lo stupro assume dimensioni ancor più amplificate.
Ma tra il film di Craven e quello di Meir Zarchi ci sono anche 6 anni di differenza, un abisso temporale per il cinema, sopratutto per quello degli anni settanta.
Craven è costretto a misurarsi con la morale americana dell’epoca, con una commissione censorea che ostacola in tutti i modi la proiezione del film nella versione integrale; le cose andarono anche peggio in Europa, come nel caso del Regno Unito che bandì il film e che ancora oggi lo tiene all’indice dei film vietati sia come distribuzione sia come proiezione.
Perchè tanto accanimento verso questo film e sopratutto cosa giustifica la messa al bando della pellicola stessa?
A ben vedere quasi nulla.
Il film non ha una grossa tensione, non è recitato in maniera particolarmente brillante, contiene scene crude, è vero, ma oggi largamente superate da diverse pellicole anche di altro genere.
Quindi tutto rimanda decisamente all’epoca della prima proiezione.
Forse il motivo dell’accanimento non è da cercare tanto nelle scene di violenza quanto piuttosto nella morale insita nel film.
La celebre sequenza nel bosco
La giustizia dei parenti di Mary appare come una vendetta amplificata e lancia quindi un messaggio sociale molto pericoloso.
Che una famiglia borghese come la stragrande maggioranza di quelle che compongono la società americana possa passare dal suo status naturale tranquillo e educato ad un comportamento violentissimo e bestiale non è un messaggio accettabile.
E’ lo stato che deve tutelare il cittadino e il farsi giustizia da soli in modo così amplificato non è accettabile.
Craven quindi si scontra con la morale corrente aggiungendo alla violenza un’immagine della polizia assolutamente critica; i tutori dell’ordine non riescono a impedire che Krug e la sua banda di pazzi criminali riesca a compiere le sue gesta giustificando quindi l’autodifesa dei genitori di Mary, anche se eccessiva sopratutto nei metodi.
Detto questo e restituito a Craven il giusto tributo per aver osato proporre una storia politicamente scorretta e tanto disturbante non possiamo dimenticare le molte lacune del film, che in alcuni casi superano gli indubbi meriti dello stesso.
La sceneggiatura non ha molto di originale, la tensione latita, la recitazione fatta salva l’interpretazione di David Hess (Krug Stillo), di Sandra Cassel (Mari Collingwood) e di Lucy Grantham (Phyllis Stone) non appare molto significativa.
Sono solo alcuni dei difetti del film, a cui si potrebbero aggiungere altre lacune tecniche come l’imprecisione della MDP ecc.
Ma fare le pulci a questo film, 40 anni dopo la sua dirompente uscita significa usare un metro inutilizzabile, che costringerebbe a rivedere tante celebrate pellicole con gli occhi di oggi, cosa che farebbe a pezzi tantissimi miti. Un esercizio di stile che non si addice minimamente ad un recensore obiettivo e oggettivo.
Wes Craven non scrive un soggetto originale, tutt’altro.
La sceneggiatura è ripresa pari pari dal celebre La fontana della vergine di Bergman uscito nel 1960, ( a sua volta tratto da una leggenda svedese); nel film del grande regista svedese la giovanissima Karin accompagnata dalla serva Ingeri
deve consegnare dei ceri per la Vergine ma durante il viaggio viene violentata e uccisa da tre assassini che si rifugiano successivamente nella casa di Karin e grazie ad Ingeri scoperti e uccisi dalla famiglia della giovane scomparsa.
Il film di Bergman è, ovviamente, di ben altra levatura; punta il dito contro Dio (che permette simili atrocità), contro la società e contro il fato.
Craven non è Bergman e sopratutto non ha le ambizioni del regista svedese, è un esordiente e come tale riesce a creare un ottimo prodotto nei limiti già citati.
In seguito, il regista americano amplierà la sua esperienza nel genere ottenendo ottimi risultati con pellicole come Le colline hanno gli occhi,Nightmare – Dal profondo della notte,Il mostro della palude e Il serpente e l’arcobaleno.
L’ultima casa a sinistra resta quindi un prodotto imprescindibile per capire l’evoluzione del genere R&R, oltre che per apprezzare parte del clima che si respirava agli inizi degli anni settanta, quando la morale borghese e sopratutto le opere ad essa ispirate proponevano un’immagine della stessa fatta di stereotipi molto precisi quanto ipocriti.
L’ultima casa a sinistra
Un film di Wes Craven. Con Sandra Cassel, Lucy Grantham, David A. Hess, Fred J. Lincoln, Jeramie Rain,Marc Sheffler, Richard Towers, Cynthia Carr, Ada Washington, Marshall Anker, Martin Kove, Ray Edwards
Titolo originale Last House on the Left. Drammatico, durata 91 min. – USA 1972.
Sandra Cassel: Mari Collingwood
Lucy Grantham: Phyllis Stone
David Hess: Krug Stillo
Fred J. Lincoln: Fred ‘Weasel’ Podowski
Jeramie Rain: Sadie
Marc Sheffler: Junior Stillo
Gaylord St. James: Dr. John Collingwood
Cynthia Carr: Estelle Collingwood
Ada Washington: Ada
Marshall Anker: Sceriffo
Martin Kove: Vice sceriffo
Ray Edwards: Postino
Regia Wes Craven
Soggetto Wes Craven
Sceneggiatura Wes Craven
Produttore Sean S. Cunningham
Fotografia Victor Hurwitz
Montaggio Wes Craven
Effetti speciali Troy Roberts
Musiche Roy Webb
Costumi Susan E. Cunningham
Trucco Anne Paul
Vittoria Febbi: Phyllis Stone
Glauco Onorato: Krug Stillo
Vittorio Stagni: Junior Stillo
Luciano De Ambrosis: Dr. John Collingwood
Ferruccio Amendola: Sceriffo
Manlio De Angelis: Vice sceriffo
Pino Ammendola: Narratore (ed. italiana)
Curiosità
Al film di Craven, che si ispira come già detto alla Fontana della vergine di Ingmar Bergman (1960) si ispirerà a sua volta Aldo Lado per L’ultimo treno della notte; per il film furono spesi meno di 100.000 $ mentre il film stesso venne girato in poco più di un mese.
Craven ha raccontato, in un’intervista, come nacque il titolo del film e le prime reazione della gente alla visione dello stesso:
“E ‘una storia interessante su come una campagna pubblicitaria e un titolo possano influenzare un film. In origine, il titolo di Ultima Casa A Sinistra doveva essere La notte della vendetta. Quando il film è uscito, questo titolo non ci piaceva,quindi abbiamo fatto un grande concorso tra tutti gli amici e parenti, e siamo arrivati ad una selezione finale che ha imposto il titolo definitivo.
Lo hanno proiettato in tre città contemporaneamente, tutti con (più o meno) la stessa popolazione, ma con campagne pubblicitarie diverse. In una città non venne nessuno ,mentre nelle altre due che avevano proiettato il film con il titolo “L’ultima casa a sinistra” spinto dalla campgana pubblicitaria che recitava “Continuare a ripetere, è solo un film!”, venne tanta gente. E la notte seguente, ci fu il doppio della folla, permettendo al film di decollare. Questo è un esempio di come un semplice cambiamento di titolo e una campagna pubblicitaria adeguata possano decidere le sorti di una pellicola.Ancora oggi ci sono persone che ricordano la campagna pubblicitaria. Alle proiezioni del film è possibile ascoltare il pubblico ripetere: “E ‘solo un film!”





















































































































































































































































































