Taxi girl
La giovane e bella Marcella per sbarcare il lunario lavora come tassista con l’auto che ha ereditato dal padre.
Le cose non vanno benissimo e Marcella tra l’altro si trova a dover piantare anche il suo spasimante Ramon quando scopre che l’uomo non è affatto single, ma sposato ad una rozza e manesca donna che le spara contro il taxi un giorno che Marcella si apparta in un boschetto con il suo amante.
Le disavventure di Marcella proseguono, mentre la ragazza deve svicolarsi dalle attenzioni di Alvaro e da quelle di un agente di polizia che ha conosciuto dopo la fine del suo legame con Ramon; Marcella infatti rischia di finire dapprima nell’harem di uno sceicco incapricciatosi di lei e in seguito dalle grinfie di un mafioso che tra l’altro traffica anche in droga.
Marcella però permetterà al commissario della sua città di arrestare il pericoloso trafficante dopo un inseguimento rocambolesco…
Taxi girl, film del 1977 vede ricostruirsi la coppia Edwige Fenech/Michele Massimo Tarantini, regista di questo film: i due avevano già lavorato assieme nel fortunato La poliziotta fa carriera (1976), uno dei film più visti di quell’annata.
La miscela è praticamente identica, con la bella Fenech a interpretare la simpatica Marcella in una serie di gag costruite attorno alla sua prorompente bellezza.
Non è uno dei film nei quali la Fenech abbonda in docce o in nudi, e il regista romano prova a cucirle addosso un ruolo comico scegliendo anche una sceneggiatura ricca di gag.
Alla fine si assiste ad un prodotto non sgradevole, grazie anche all’uso sapiente del regista dei migliori caratteristi della commedia sexy come Alvaro Vitali, Aldo Maccione, Gianfranco D’Angelo ed Enzo Cannavale che fanno il loro dovere con professionalità.
Il ritmo nella pellicola c’è e c’è anche qualche gag gustosa come l’agguato teso dalla moglie di Ramon (un simpaticissimo George Hilton, effeminato e chic) mentre Marcella e Ramon sono appartati in una strada di campagna nel taxi della ragazza.
I limiti sono ovviamente i soliti del genere, ovvero una sceneggiatura ridotta all’osso per una commedia destinata a strappare solo qualche sorriso e null’altro.
Ma come evidenziato più volte, la commedia sexy in realtà non si proponeva alcun risultato ambizioso e nello stretto ambito delle commedie di genere Taxi girl non sfigura.
Michele Massimo Tarantini del resto è stato regista molto prolifico nel genere della commedia sexy: suoi sono film come La dottoressa ci sta col colonnello, L’insegnante al mare con tutta la classe, La moglie in bianco… L’amante al pepe,La dottoressa preferisce i marinai, ovvero alcune tra le commedie sexy più fortunata degli anni settanta.
La Fenech è nel momento di massimo splendore fisico e la cosa non può non balzare agli occhi nelle scene di nudo (molto castigate) che compongono una delle strutture portanti del film. L’attrice nata a Bona era, all’epoca del film, sulle soglie dei 30 anni ed era ormai diventata un punto fermo di questo genere di pellicole.
In Taxi girl troviamo anche altri caratteristi utilizzati spessissimo nelle commedie di genere come il valido Michele Gammino e Rossana Di Lorenzo che da vita ad un personaggio rozzo (ma efficacissimo), quello della moglie ricca di Ramon, costretto dalla consorte a dover chinare sempre il capo in cambio di una vita da saprofita.
Un film tutto sommato gradevole, senza picchi e senza grosse lacune, un prodotto medio della commedia sexy.
Taxi Girl,un film di Michele Massimo Tarantini. Con George Hilton, Enzo Cannavale, Edwige Fenech, Aldo Maccione, Adriana Facchetti,Enzo Liberti, Gastone Pescucci, Giacomo Rizzo, Gianfranco D’Angelo, Alvaro Vitali, Franco Diogene, Michele Gammino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1977
Edwige Fenech … Marcella
Aldo Maccione … Il gangster Adone Adonis
Michele Gammino … Walter
Alvaro Vitali …. Alvaro
George Hilton …. Ramon
Rossana Di Lorenzo … Ornella , moglie di Ramon
Enzo Cannavale … il Commissario Angelini
Franco Diogene … Lo sceicco Abdul Lala
Regia Michele Massimo Tarantini
Soggetto Francesco Milizia, Luciano Martino
Sceneggiatura Michele Massimo Tarantini, Francesco Milizia
Casa di produzione Dania
Distribuzione (Italia) Titanus – Creazioni Home Video
Fotografia Giancarlo Ferrando
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche I Pulsar Music Ltd.
Ossessione carnale- Vampyres
Un misterioso personaggio con un cappello che gli copre buona parte del volto entra in una camera da letto mentre Fran e Miriam sono impegnate a scambiarsi carezze saffiche.
L’uomo crivella di colpi le due donne e poi si allontana.
Anni dopo l’accaduto, le due donne ritornano nel sinistro castello che le ha viste morire non più in forma umana e mortale ma come delle creature assetate di sangue, anche se esteriormente bellissime come nel momento della loro morte.
Per vivere hanno bisogno di sangue, così se lo procurano attirando nella loro dimora gente che passa per la strada che costeggia il castello; sono ignari automobilisti che vengono irretiti dalle splendide donne, sedotti e poi uccisi a colpi di coltellacci da cucina.

Le bellissime vampire, Miriam e Fran
Una sera a cadere vittima delle due diaboliche amanti è Ted, un passante che raccoglie Fran dal ciglio della strada mentre è intenta a chiedere un passaggio in auto ; contemporaneamente nel parco del castello sono fermi con la loro roulotte due giovani in viaggio di nozze, John e Harriet.
Tra Fran e Ted scoppia improvvisa la passione, e l’uomo, sedotto abilmente da Fran non riesce a sottrarsi al fascino ambiguo e irresistibile della donna.
Dopo una notte d’amore, Ted si risveglia nel letto che ha diviso con la donna ferito ad un gomito e con una strana e persistente debolezza che sembra fiaccargli non solo il corpo, ma anche la mente.
A fatica, l’uomo riesce ad uscire dal castello dove ha un colloquio con Harriet; anche la giovane sposa nutre dei sospetti su quel castello sinistro e sulle sue bellissime inquiline e le esterna a Ted che decide così di allontanarsi in fretta da quel posto lugubre.
Ma salito in auto e percorsi pochi metri, Ted è colpito da un sonno irresistibile e cade riverso sul sedile dell’auto.
Al risveglio trova Fran accanto a lui, sdraiato nel letto della donna.
Con lei ci sono la bellissima Miriam e un altro guidatore di passaggio che ha accettato di fermarsi al castello.
Ted ripiomba in un sonno profondo, mentre Miriam, portato lo straniero di passaggio nella sua camera, ha con lui un intenso rapporto sessuale.
Ma per l’incauto straniero è in arrivo un’orribile morte; le due amanti lo sgozzano, succhiano il suo sangue dopo di che vanno a farsi una doccia con annesso rapporto saffico.
Quando Ted si risveglia è ancora più debole del giorno precedente ma è anche ancora più deciso a scoprire cosa nascondano le due diaboliche donne.
Raggiunge così il ciglio della strada dove un auto della polizia sta facendo i rilievi su un’ automobile che ha avuto un incidente.
Alla guida c’è lo straniero ucciso da Miriam e Fran, il malcapitato Rudolph.
Tornato indietro Ted si avventura nel castello, che gli appare sempre più pericoloso e sinistro ma essendo troppo debole per proseguire le sue indagini, torna a letto dove viene raggiunto da Fran questa volta in compagnia di Miriam.
I tre si avventurano in un rapporto sessuale che si conclude con l’inevitabile sonno di Ted ormai succube della diabolica coppia e troppo stanco per poter pensare di fuggire nuovamente dal castello.
E’ Harriet a scoprire quello che accade nel castello, perchè avventuratasi nei sotterranei, scopre il giaciglio di Fran, immobile e immersa in un sonno profondo.
Ma per Harriet e John la scoperta sarà fatale, e Ted, che nel frattempo è riuscito in qualche modo a recuperare le forze…..
Ossessione carnale, conosciuto anche come Vampyres è un horror vampirifico convenzionale girato da Joseph Roger Larraz a cavallo tra il 1974 e il 1975.
Si tratta di un prodotto che si eleva sulla media dei tradizionali film dedicati ai vampiri grazie ad una ambientazione molto ricercata in cui spicca l’aria tetra e malinconica del castello e sopratutto quella del parco, in cui particolarmente apprezzabile è un’aria di decadente abbandono sottolineata anche dagli alberi quasi spogli, da una leggera nebbia che sembra opprimere i protagonisti e rimarcare l’aria di mistero che circonda la costruzione.
Nulla di particolarmente nuovo, sia nel plot che nella sceneggiatura vera e propria, ma nel caso di Ossessione carnale troviamo un’eleganza formale che manca nella stragrande maggioranza dei film del genere vampiresco.
Larraz, che l’anno precedente aveva diretto il discreto L’ombra dell’assassino e che in seguito girerà film più spiccatamente erotici come Malizia erotica, Las alumnas de madame Olga e sopratutto Los ritos sexuales del diablo, bada quindi molto ai particolari immergendo il film in una atmosfera decadente quanto sottilmente erotica.
Se nel film sono importanti le scene “di sangue”, quindi i vari omicidi di cui si rendono responsabili le due diaboliche amanti, atrettanta importanza va data all’ambientazione sensuale che Miriam e Fran riescono a creare per attirare come ragni nella loro tela le mosche di passaggio, in questo caso i giovani viaggiatori che incautamente accettano di dare loro un passaggio o di seguire nella magione infernale.
Sicuramente gran parte del merito va ascritto alle due protagoniste ovvero le affascinanti Marianne Morris alias Fran, la bruna vampira che si “innamora” di Ted e di Anulka Dziubinska, la vampira bionda che appare in netto contrasto fisico proprio con la vampira sua amante.
Le due recitano molto bene le loro parti, così come va segnalata la prova della brava Sally Faulkner che interpreta la sventurata Harriet, colei che intuisce da subito cosa si nasconde nel castello ma che non riuscirà tuttavia a sfuggire ad un terribile destino.
Bene anche il cast maschile con Murray Brown a interpretare Ted, la vittima delle due vampire che però in qualche modo sarà l’unico a passare quasi indenne tra le grinfie della diabolica coppia.
Attori e attrici che avranno percorsi cinematografici molto dissimili tra loro; Anulka Dziubinska, attrice inglese di origine polacca lavorerà in Lisztomania di Russell per poi specializzarsi in serie tv, mentre Marianne Morris scomparirà subito dopo un paio di film di scarso valore.
Stessa sorte per Murray Brown mentre Sally Faulkner si creerà una lusinghiera carriera in tv, che continua anche oggi.
Ossessione carnale è un film che appare spesso nelle filmografie dedicate ai vampiri come esempio di film divenuto culto grazie anche alle doti citate prima e che ancora oggi ha un suo sinistro , innegabile fascino.
Ossessione carnale
Un film di Joseph Roger Larraz. Con Brian Deacon, Marianne Morris, Anulka Murray Brown Titolo originale Vampyres. Horror, durata 87 min. – Gran Bretagna 1974
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Marianne Morris … Fran
Anulka Dziubinska … Miriam
Murray Brown … Ted
Brian Deacon … John
Sally Faulkner … Harriet
Michael Byrne … Playboy
Karl Lanchbury … Rupert
Margaret Heald … Receptionist
Gerald Case … Agente
Bessie Love … Signora americana
Elliott Sullivan … Marito della signora americana
Regia: José Ramón Larraz (come Joseph Larraz)
Seceneggiatura:D. Daubeney e Thomas Owen
Produzione: Brian Smedley-Aston
Musiche: James Kenelm Clarke
Editing: Geoff R. Brown
Angel heart ascensore per l’inferno
New York, 1955
L’investigatore privato Harry Angel riceve la telefonata di un avvocato, che vuol affidargli l’incarico di rintracciare una persona per conto di un suo cliente.
Pur titubante, Harry si reca all’indirizzo fornitogli dall’avvocato, dove, all’interno di una chiesa di uno dei tanti santoni americani, trova il suo nuovo cliente Louis Cyphre.
Quest’ultimo gli affida l’incarico di trovare per suo conto una persona scomparsa 12 anni addietro, un cantante di una certa fama di nome Johnny Favorite, con il quale a suo dire ha un conto in sospeso.

Mickey Rourke è l’investigatore privato Angel
L’ultimo indizio sulla vita di Favorite, scomparso misteriosamente nel nulla, risale a 12 anni prima, quando l’uomo era stato ricoverato in una clinica specializzata, dopo essere ritornato dalla guerra sfigurato e in preda ad una totale amnesia.
Attirato dai 5000 dollari promessi da Cyphre come ricompensa in caso di soluzione fruttuosa, Angel parte alla ricerca del misterioso Johnny Favorite, partendo proprio dalla clinica in cui era degente prima di scomparire nel nulla.
Qui scopre che Johnny è stato dimesso dal dottor Albert Fowler, uno dei medici della clinica che ne ha favorito la scomparsa alterando la cartella clinica su ordine di un uomo e una donna che gli hanno pagato 25.000 dollari in cambio del silenzio.
L’uomo, schiavo della morfina, viene cosi costretto da Angel a raccontare tutti i particolari di sua conoscenza, ma quando l’investigatore ritorna da lui dopo essersi assentato per poco tempo per comprare da mangiare lo trova riverso sul letto con un occhio squarciato da un colpo di pistola.
Un evidente suicidio, a prima vista.
Angel decide di seguire le scarse informazioni in suo possesso e dopo una breve puntata a Coney Island dove apprende dell’esistenza di alcuni amici di Johnny che vivono nel sud degli States, parte per la Louisiana.
Qui rintraccia Toots Sweet, chitarrista amico di Johnny che suona in un locale di New Orleans e che appartiene ad una setta voodoo che pratica sacrifici animali e riti orgiastici ; ma Angel non fa in tempo ad apprendere molto di più perchè l’uomo viene ucciso ferocemente e mutilato dei suoi genitali che gli vengono ficcati in gola.
Sempre seguito dall’ombra della morte, ma ormai invischiato nella ricerca drammatica di Favorite che appare sempre più come un ombra inafferrabile e sinistra, Angel si reca nello studio di una chiromante/maga, Margaret Krusemark che sembra avere qualche legame con Johnny.
Ma anche la donna viene trovata uccisa poco dopo il colloquio con Johnny; l’investigatore la ritrova con il petto squarciato e con il cuore asportato, riversa sul pavimento della casa in cui abitava.
Sempre più inquieto, Angel riesce a parlare con la giovanissima Epiphany Proudfoot, figlia di una donna che Johnny aveva amato e apprende così da lei che è la figlia naturale dell’uomo e che sua madre è morta.
Ormai Angel ha in mano diversi elementi che diventano più chiari dopo un drammatico colloquio con Ethan Krusemark, padre della defunta Margaret: da lui apprende che Favorite, dodici anni prima, aveva fatto un patto con il diavolo per avere successo, sacrificando la vita di un giovane soldato. Ma dopo il primo lusinghiero successo, l’uomo era partito per la guerra ed era tornato in condizioni orribili, sfigurato e senza memoria.
Era stato proprio Ethan a presentare Johnny a Margaret;Favorite era molto potente ed era in grado di evocare i demoni, in particolare il principe di essi, Lucifero.
Con Satana Johnny aveva fatto un patto, il successo in cambio dell’anima, ma al momento di rispettare i patti l’uomo si era rifiutato e aiutandosi con un antico libro che descriveva come impadronirsi di un’anima era riuscito a scambiare i propri ricordi e la propria vita con quella del giovane soldato offerto in olocausto al principe delle tenebre.
Il piano del cantante era di appropriarsi dell’identità del soldato, ma accadde che venne arruolato e spedito in guerra dalla quale tornò senza memoria e devastato nel volto.
Erano stati quindi Ethan e sua figlia Margaret a corrompere il dottor Fowler e a portare via Johnny.
Le scoperte di Angel sono quelle che Louis Cyphre attendeva: durante un drammatico colloquio con lui, Harry Angel apprende la terribile e sconvolgente verità….
Angel heart, ascensore per l’inferno (titolo originale Angel heart) è un film del 1987 diretto dal regista inglese Alan Parker rielaborato dal romanzo Falling angel di William Hjortsberg del 1978.
Parker, autore di grandi successi e di ottimi film come Fuga di mezzanotte (1978),Saranno famosi (Fame, 1980),Pink Floyd The Wall (1982) e nel futuro di Mississippi Burning – Le radici dell’odio (1988) e di The Commitments (1991) crea qui il suo film più affascinante e riuscito, mescolando con grande sapienza visiva gli elementi thriller e horror contenuti nel romanzo di Hjortsberg.
Un film in cui la storia si mescola alle immagini in maniera così perfetta da creare un amalgama raramente tanto ben riuscito nella storia del cinema di genere.
L’aria del film, la sua atmosfera è quanto di più malato e malsano si possa immaginare; lasciando da parte la storia, già di per se abbastanza lugubre con morti ammazzati, demonio e spiritismo, voodoo e bassi istinti umani come l’ambizione e il tradimento, ci si immerge in un’atmosfera umida e appicicaticcia come l’onnipresente pioggia della Luoisiana, come l’aria restituita dagli onnipresenti ventilatori che costellano il film e che sembrano rimandarci contro un pò di quell’aria umida e soffocante che Harry Angel respira ad ogni passo che compie verso l’atroce verità finale.
E’ l’aria opprimente del profondo sud degli Usa, in cui l’affascinante e malinconico suono delle chitarre si mescola ad arcani e primordiali riti voodoo e in cui seguiamo con crescente senso di oppressione i progressi che Angel fa nella sua ricerca dell’inafferrabile e misterioso Johnny Favorite, un uomo amato e odiato in egual misura.
Amato dalla mamma di Epiphany, a cui ha lasciato come unica eredità quella stupenda figlia che poi durante un rito voodoo avrà un figlio nientemeno che dal principe delle tenebre e in egual misura idolatrato da Margaret, la sensitiva occultista che, come racconta il padre, “da piccola ha imparato prima a leggere i tarocchi e poi a scrivere“.
Detestato in egual misura dai suoi vecchi compagni di band, temuto e allo stesso tempo disprezzato.
Questo è quello che vediamo scorrere sullo schermo, mentre l’indagine di Harry ci trasporta in un mondo opprimente in cui tutti sembrano voler sfuggire ad un segreto che ritengono aver riposto in un angolo del passato.
Ma Louis Cyphre, ovvero Lucifero, il principe dei demoni, non lascia mai una sua preda e quando il mistero su quello che ha realmente fatto Favorite appare chiaro, al detective privato Harry si presenterà la sconvolgente verità, annunciata dal demone stesso che appare imperturbabile, senza come dice lui “zampa caprina e puzza di zolfo”
Angel heart è anche principalmente una gigantesca gara tra due attori splendidi: Mickey Rourke e Robert De Niro.
Il primo crea un personaggio per il quale inspiegabilmente lo spettatore parteggia prima di apprendere la sua reale identità e questo va ascritto alla bravura dell’attore americano che sembra anch’egli respirare a fatica l’atmosfera insalubre della Louisiana, quel misto di musica e sudore, di pioggia e di tanto odiate galline, di voodoo e morte che lo segue come un’ombra.
Charlotte Rampling
Il secondo si sacrifica in un ruolo più defilato, ma sicuramente di uno spessore inarrivabile: chi più di De Niro può far scorrere sotto le mani un uovo e disquisire su di esso e sulla religione mantenendo un’aria tra il sarcastico e il diabolico?
Due grandi attori complementari, quindi.
A cui vanno aggiunti Charlotte Rampling /Margaret, Lisa Bonet/Epiphany Proudfoot ovvero le due donne protagoniste del film, misurate e affascinanti.
Bene anche il resto del cast, così come particolarmente opprimenti e riuscite sono le musiche di Trevor Jones mentre da oscar è la fotografia di Michael Seresin.
Un film di straordinario valore, quindi, in cui paradossalmente è più interessante il contorno ovvero la descrizione ambientale fatta da Parker di quanto lo sia la trama che tutto sommato, se escludiamo ovviamente il finale, appare abbastanza prevedibile.
Da inserire nell’elenco degli horror/thriller a sfondo parapsicologico e demoniaco meglio riusciti di sempre.
Angel Heart – Ascensore per l’inferno
Un film di Alan Parker. Con Mickey Rourke, Charlotte Rampling, Robert De Niro, Pruitt Taylor Vince, Lisa Bonet,Stocker Fontelieu, Brownie McGhee, Michael Higgins, Elizabeth Whitcraft, Eliott Keener, Charles Gordone, Dann Florek, Kathleen Wilhoite, Judith Drake, George Buck, Gerald Orange
Titolo originale Angel Heart. Drammatico, durata 113 min. – USA 1987
Mickey Rourke … Harry Angel
Robert De Niro … Louis Cyphre
Lisa Bonet … Epiphany Proudfoot
Charlotte Rampling … Margaret Krusemark
Stocker Fontelieu … Ethan Krusemark
Brownie McGhee … Toots Sweet
Michael Higgins … Dr. Albert Fowler
Elizabeth Whitcraft … Connie
Eliott Keener … Detective Sterne
Charles Gordone … Spider Simpson
Dann Florek … Herman Winesap
Kathleen Wilhoite … Nurse
George Buck … Izzy
Judith Drake … La moglie di Izzy
Gerald Orange … Il pastore John
Regia Alan Parker
Soggetto William Hjortsberg
Sceneggiatura Alan Parker
Produttore Alan Marshall, Elliott Kastner
Fotografia Michael Seresin
Montaggio Gerry Hambling
Musiche Trevor Jones
“Secondo alcune religioni, l’uovo è il simbolo dell’anima, lo sapeva?” (Louis Cyphre)
“C’è morte dovunque, di questi tempi” (Louis Cyphre)
“Io lo so chi sono” (Angel)
“La carne è debole, solo l’anima è immortale” (Louis Cyphre)
“Ahimè, com’è terribile la verità quando la si apprende troppo tardi “(Louis Cyphre)
“Solo gli sbirri e le cattive notizie non bussano!” (Angel)
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
TUTTI I DIRITTI RISERVATI
Storia malsana, ben condotta in ambienti suggestivi, con svolgimenti ambigui, popolata da personaggi ben tagliati, (nel senso che si fa in modo che di loro qualcosa si veda ma, contemporanemente, si fa percepire che qualcosa resta nell’oscurità). Rourke ce la mette tutta ma sparisce, quasi inevitabilmente, accanto a De Niro e agli occhi taglienti della Rampling.
Strana commistione tra thriller e horror realizzata dal regista britannico Alan Parker. Più che la trama in questo film sono primari la caratterizzazione dei personaggi, in particolare lo scalcinato e dimesso ma affascinante Harold Angel, oltre che il personaggio (luciferino in senso letterale) reso da Robert De Niro e le atmosfere noir che si esprimono attraverso le belle inquadrature e la fotografia torbida delle location adottate (specie New Orleans).
Alan Parker è regista cui il genere sta stretto, e quindi solo marginalmente affronta la tematica horror. Meglio: la storia dell’investigatore privato (un bravissimo Mickey Rourke) attraversa una serie di momenti strettamente di genere (il rituale voodoo, ad esempio), ma questi sono marginali rispetto al viaggio “spirituale” che conduce il protagonista in luoghi decadenti (per inciso: ottima la fotografia) e violentati da pioggie dove l’acqua è sostituita dal sangue. Un percorso in discesa, che precipita in un caotico (ma affascinante) finale.
Discreto thriller horrorifico, con qualche decisa puntata nell’erotismo, girato da Parker con grande eleganza e che si rivela abbastanza (ma non del tutto) avvincente, a causa di una sceneggiatura un po’ farraginosa e con qualche lungaggine che, a tratti, rischia di diluire la tensione che ci si aspetterebbe da una pellicola del genere. Bello il colpo di scena finale, anche se non del tutto imprevedibile. Ottime le ambientazioni. Piacevole, ma non certo essenziale.
Forse la miglior interpretazione di Mickey Rourke che rimane comunque offuscata da quella di Robert De Niro. Parker dirige un buon noir che presenta una trama interessante e che si sviluppa in modo del tutto originale. Molto bella anche la fotografia volutamente “sporca”. Consigliato.
Buon thriller a sfondo satanico che mescola sapientemente una trama quasi da hard boiled con numerosi spunti onirici ed orrorifici. La regia è curatissima, la fotografia opprimente quanto basta e la trama molto intrigante (nonostante qualche passaggio possa lasciare momentaneamenti perplessi). Grandi interpretazioni di Rourke e De Niro. Gustosissimo il colpo di scena finale. Godibile e ben realizzato e quindi da vedere.
Non indegno anzi, ci son buoni momenti e Rourke è al top della forma. Ma oleografico nell’illustrazione della Louisiana (Parker commette tutti i peccati che si possono commettere nel nome del “cartolinesco”) e fumettistico nel soggetto. Sappiamo già tutto dopo 20 minuti. Però, in mezzo, seguendo il girovagare dell’ennesimo private eye bollito capita di imbattersi in belle situazioni e il film, se lo si prende come giocattolone costoso si fa seguire. Tra il piacevole e il ridicolo.
Incursione di Parker nel giallo/horror, con esiti superlativi. La storia, tratta dal bel romanzo di William Hjortsberg “Fallen Angel”, si mantiene abbastanza fedele al libro e anzi ne migliora alcune parti (ad esempio ambienta il finale in una piovosa e sempre suggestiva New Orleans). Mickey Rourke dà una delle sue migliori interpretazioni di sempre e De Niro si mantiene su toni sobri riuscendo comunque a risultare inquietante nel ruolo demoniaco. Il finale giunge inaspettato e trascina il film verso una soluzione surreale ma d’impatto.
Bel film di Alan Parker, con Mickey Rourke nei panni dell’investigatore privato assoldato da mister Louis Cypher per ricercare tale Johnny Favorite. La verità sarà agghiacciante. De Niro si cala in modo ammirevole nei panni di Cypher, diciamo in modo… luciferino. Il gran pregio del film è nella recitazione, nella fotografia “sporca” e in uno script avvincente e inquietante che porta dove non si immaginava di arrivare. Parentesi voodoo. Bene.
Il miglior lavoro di Alan Parker, regista discreto che con gli anni si è perso un po’. Partendo da un buon romanzo di William Hjortsberg, apparso a puntate su Playboy, il regista britannico trae dalla fonte romanzesca il meglio, lo depura del superfluo (o del poco funzionale) e trasmette nel racconto tutta la sua visionarietà. Il risultato è un tripudio di nero e sangue, di vudù e credenze popolari, simbolismi e morti. Ottimi gli attori anche se Rourke è una spanna sopra tutti, superbe le ambientazioni e le musiche.
Thriller d’alta classe dai risvolti paranormali. Buona intepretazione degli attori principali (Mickey Rourke e Robert de Niro), ma anche di Charlotte Rampling, un’attrice troppo presto dimenticata dagli spettatori. Quanto a Lisa Bonet, la Denise de I Robinson, qui è veramente in forma splendida, come Rourke che allora era un sex-symbol. Ritmo serrato, colpi di scena a getto continuo e ambientazioni a New Orleans. Insomma, è una pellicola che t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.
Bel thriller ben diretto dall’ottimo Parker e interpretato in maniera magistrale da un Rourke mai più a questi livelli e, soprattutto, da un De Niro inquietante come poche volte è accaduto. Gran ritmo, un paio di scene da ricordare e in particolare quella tra Rourke e la Bonet a letto, violenta e erotica allo stesso tempo. Colonna sonora da mandare a memoria. Da riscoprire.
Lungometraggio di qualità sopraffina diretto con maestria da un ispiratissimo Alan Parker ed interpretato con convinzione da un cast decisamente in parte. Punti di forza del film sono le opprimenti atmosfere da noir che si fondono magnificamente con una trama da thriller e con situazioni da puro horror. Rourke è perfetto nella parte di uno sfatto detective privato invischiato in una situazione dai risvolti macabri, De Niro è quanto di più diabolico si sia mai visto sullo schermo fino ad ora. Inutile l’appellativo di cult in quanto troppo riduttivo.
Ottimo giallo con venature horror e splendida e cupa ambientazione anni ’50. L’asso nella manica del film sta nelle scene con Louis Cypher (De Niro) e soprattutto nel finale insospettabile e inquietante. Rourke dà il meglio di sè e resta una delle sue interpretazioni migliori, ma anche Robert De Niro (con sole 4 scene a disposizione) riesce ad essere incisivo e memorabile. Imperdibile.
Tenebrosa sciarada, sinistro indovinello, ottimo mix di generi (detective story, noir, thriller, horror). Angel regge proprio l’anima con i denti, si vede, e la sua ricerca del fantomatico cantante Johnny, dalle nebbie di New York alle paludi di New Orleans, è uno slalom tra simboli di decadenza, di perdizione, di morte. Parker si appropria dei luoghi comuni dell’ horror soprannaturale – demoniaco e li stilizza in maniera estrema, inserendoli in una storia originale, dolorosa, diabolicamente beffarda! Rourke è al suo meglio, De Niro è sottile..
Alla fine il conto del diavolo si paga sempre. Un dismesso investigatore deve ritrovare un individuo per conto di un inquietante figuro. Una lucida discesa nei meandri della paura e della disperazione. Ambientata nelle atmosfere infide della Lousiana, la pellicola si avvale di un valido cast e di una narrazione elettrizzante, anche se lievemente contorta.
Alan Parker si dimostra, come sempre, bravo e versatile, affrontando una tematica per lui inedita come l’horror. Lo fa in modo personale, naturalmente, puntando su una trama di indubbio fascino, complessa al punto giusto senza essere artificiosa. Rourke si cala bene nell’ambiguità del personaggio assegnatogli, e De Niro istrioneggia da par suo. Non manca qualche sequenza di macabro impatto visionario, come pure un finale di grande efficacia.
Al diavolo bastava aspettare la morte di Johnny Favorite per incassarne l’anima, ma ha voluto che il cantante “furbo” se ne rendesse conto; da qui la nascita del romanzo di William Hjortsberg e di questo intrigante ed avvincente film. Poche cose non convincono in questo lavoro, anzi forse una sola, il finale; non per la “quasi sorpresa”, quella ci sta tutta (anzi, è come detto sopra il film stesso), ma per la frettolosità dell’esecuzione rispetto ai tempi della storia e per gli inutili occhi colorati del “nipotino”. Rourke e De Niro perfetti.
Amo alla follia questo superlativo Southern Gothic – ispirato al romanzo “Fallen Angel” di William Hjortsberg – secondo me uno dei migliori film degli anni ’80 e il più bello in assoluto di Alan Parker. Regia curatissima, atmosfere perfette e attori in stato di grazia. Splendida la scena del passionale amplesso fra Mickey e la Bonet, sottolineato musicalmente dal brano “Soul on Fire” di LaVerne Baker (1929-1997): canzone e sequenza divenute per me cult assoluti, come ovviamente l’intero film.
Delirante quanto deliziosa pellicola made in USA: due grandissimi attori (Rourke e DeNiro) sono al servizio di un Alan Parker visionario, crudo, spirituale. Scene che rimarranno scolpite nella memoria dello spettatore per molto tempo. C’è tutto in questo film: gli appassionati di horror-thriller-mystery sono avvertiti.
Chi cerca l’horror rimarrà, come si suol dire, a bocca asciutta. Nonostante il risvolto esoterico (abbastanza evidente fin dall’inizio), ci troviamo davanti ad vero e proprio giallo, bello ma complessivamente non troppo avvincente. Parker si dimostra un maestro nel valorizzare ogni dettaglio dei suoi scenari: come la Dublino di The Commitments, qui New York e la Louisiana degli anni 50 diventano un vero valore aggiunto. Bravo Rourke, De Niro elegantemente magnetico, sebbene il suo “diabolico” personaggio sia destinato a poche e brevi sequenze.
Ottima pellicola, piena di suspence. Un thriller che non annoia. Intriganti i riferimenti al voodoo, affascinante un Robert De Niro forse lasciato un po’ in disparte; un finale di quelli che difficilmente si riuscirebbe ad ipotizzare. Sicuramente da vedere.
Nudo e selvaggio
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Un aereo da turismo sorvola i cieli dell’Amazzonia; a bordo c’è un eterogeneo gruppo di persone che si è assemblato a San Sebastian.
Tra loro ci sono il prof. lbanez di professione paleontologo con sua figlia Eva, il capitano dei Marines in congedo John Heinz e la sua poco amata compagna Betty, il fotografo brasiliano Josè con le sue due modelle Monica e Belinda che devono realizzare un servizio fotografico e Kevin Hall, un giovane yankee che si occupa di ricerca e compra vendita di ossa di animali preistorici.

Lo schianto del Piper nella giungla
L’aereo ha come destinazione il capoluogo Manaus, ma il prof.Ibanez riesce a convincere il pilota ad effettuare un’escursione nella valle dei Dinosauri, un posto assolutamente interdetto ai civili perchè riserva dei ferocissimi Aquara.
Ovviamente la deviazione costa cara al gruppo, perchè una violenta perturbazione porta fuori rotta il piccolo Piper che così finisce per precipitare proprio all’interno della zona interdetta.
Nello schianto la modella Monica, il professor Ibanez e il pilota dell’aereo perdono la vita, mentre i superstiti recuperate le poche cose che hanno potuto salvare dal velivolo si accingono ad una pericolosissima traversata della foresta, sotto la guida di Heinz che ha esperienza di giungla avendo combattuto in Vietnam.
E’ proprio l’ex Marines a rivelarsi prezioso, riuscendo a far superare allo sparuto gruppo le insidie della foresta, infestata da serpenti e coccodrilli, bestie feroci e ovviamente dai feroci Aquara.
Ma il gruppo diventa sempre più sparuto; la moglie di Heinz finisce in una buca con le sabbie mobili e viene inghiottita senza che nessuno possa fare niente per lei, Josè viene assalito dai piranha che gli mangiano gli arti provocando tali sofferenze nell’uomo che Heinz è costretto a ucciderlo e in ultimo anche lo stesso capitano muore investito da una marea di frecce scagliategli contro dai feroci Aquara.
Gli unici sopravvissuti, ovvero Kevin, Eva e la modella Belinda subiscono un attacco degli Aquara che riescono a catturare le due donne.
Belinda e Eva vengono selvaggiamente torturate, ma grazie a Kevin riescono a scampare ad un atroce destino; il giovane infatti le libera sparando addosso agli indigeni e uccidendone un gran numero.
La fuga riprende e i tre impadronitisi di una imbarcazione, navigano alla cieca lungo il corso d’acqua principale.
Ma è destino che le loro peripezie non debbano terminare.
I tre finiscono tra le mani del crudele avventuriero China, che sevizia Kevin e uccide Belinda dopo aver brutalizzato la sventurata Eva.
Kevin riesce a liberarsi e ingaggia un duello mortale con l’uomo, che alla fine uccide.
Dopo aver liberato gli schiavi di China, Kevin ha un colpo di fortuna; il socio in affari di China arriva nell’accampamento del defunto avventuriero per prendersi la sua parte di bottino, consistente in una cassetta di smeraldi.
Kevin ruba gli smeraldi e si appropria dell’elicottero con il quale è arrivato il trafficante e, imbarcata Eva, fugge verso la libertà.
Nudo e selvaggio è un film del 1984 diretto da Michele Massimo Tarantini, conosciuto anche con il titolo aggiuntivo di Cannibal ferox 2 o anche con il titolo internazionale Massacre in Dinosaur Valley, e appartiene anche se in modo molto marginale al florido filone dei Cannibal movie, pur non essendo propriamente un film splatter o con ambientazione prettamente cannibalesca come i titoli del genere Cannibal.
Il regista romano, conosciuto principalmente per una serie di film appartenenti alla commedia sexy come La liceale ,La poliziotta fa carriera , La professoressa di scienze naturali , La poliziotta della squadra del buon costume, affronta per la prima volta il genere Cannibal movie nel momento in cui il filone è ormai completamente esaurito.
Lo fa firmandosi con il nome Michael Lemick per dare un tocco di internazionalità al film, che tale appare allo spettatore più sprovveduto; il cast infatti elenca attori dai nomi “stranieri”, come Michael Sopkiw, Suzane Carvalho, Milton Morris, Marta Anderson, Joffre Soares, Gloria Cristal, Susan Hahn, ma ovviamente trattasi di mero espediente commerciale.
Il film è da considerare a tutti gli effetti un B movies, che tenta di mescolare in maniera abbastanza grossolana gli archetipi del genere Cannibal, ovvero erotismo e violenza con immagini forti e un plot che però non solo è abusato in larga parte, ma che è anche utilizzato al peggio.
Difatti complici un cast di attori assolutamente mal assortito e una sceneggiatura poverissima e già vista, scarsi mezzi a disposizione e alcune trovate che scivolano nel tragicomico, il film precipita nella farsa e nel finale anche nel grottesco, con un happy end talmente abusato da gridare vendetta.
Tutto il peggio dei film d’avventura viene mescolato al genere Cannibal condendolo con tocchi di erotismo consistenti in stupri e nudi a profusione, utilizzando gli effettacci del genere stesso ovvero i piranha che divorano le gambe del fotografo (decapitato dall’ineffabile Marines) per terminare come tutti i salmi con il solito cattivo che uccide e violenta le due protagoniste prima si subire il giusto castigo.
Il tutto appesantito anche, come già detto, da una recitazione primordiale, ovvero da attori in erba in un cast in cui non si salva assolutamente nulla, a partire dall’inespressivo e quasi tonto protagonista, tal Michael Sopkiw del quale si ricordano solo due apparizioni in filmacci come Shark: Rosso nell’oceano e 2019 – Dopo la caduta di New York per finire con le due bellezze che arrivano alla fine del film, ovvero Suzane Carvalho (Eva, attrice mai più sentita nominare) e Susan Hahn, anch’essa definitivamente scomparsa dalle scene dopo questo film.
Un film davvero di una pochezza imbarazzante annoverabile tra i trash che infestarono come i piranha della pellicola gli sventurati anni 80, che per numero di produzioni di bassa lega non ebbero niente da invidiare ai decenni precedenti e successivi.
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Nudo e selvaggio
Un film di Michele Massimo Tarantini. Con Michael Sopkiw, Suzanne Carvalho . Avventura, durata 94 min. – Brasile 1984.
Michael Sopkiw … Kevin Hall
Suzane Carvalho … Eva Ibañez
Milton Rodríguez … Capitano John Heinz
Marta Anderson … Betty Heinz
Joffre Soares … José
Gloria Cristal … Monica
Susan Hahn … Belinda
Maria Reis … Myara
Andy Silas … China
Leonidas Bayer … Prof. Pedro Ibañez
Carlos Imperial … Pilota del Piper
Samuka … Un indigeno
Ney Pen … Un indigeno
Jonas Dalbecchi … Carlito
Regia: Michele Massimo Tarantini (come Michael E. Lemick)
Sceneggiatura:Michele Massimo Tarantini, Dardano Sacchetti (non accreditato)
Produzione: Chris Rodrigues
Editing: Michele Massimo Tarantini
Costumi: Zenilda Barbosa
Il delitto del diavolo- Le regine
Un giovane su una moto Suzuki viaggia tranquillo con le chiome al vento; è un giramondo di nome David, che, come apprenderemo in seguito, professa ideali di libertà tipici dei figli dei fiori ovvero gli hippy.
All’imbrunire, imboccata una strada che attraversa la campagna, si imbatte in un distinto signore fermo sul ciglio della strada accanto alla sua Rolls Royce con una ruota a terra.
David lo aiuta a cambiare la ruota, ma per tutto ringraziamento scopre che il misterioso ed elegante individuo ha bucato la gomma della sua moto.
Il signore, che ha ripreso il viaggio, sentendosi inseguito da David perde il controllo dell’auto che finisce contro un albero;quando David lo raggiunge lo trova riverso al volante, morto.
Il giovane decide di riprendere il viaggio, ma essendo calata la sera è costretto a passare la notte in un capanno che ha incontrato lungo il cammino.
All’alba ha la sorpresa di essere svegliato da una bella ragazza, Lily, che lo invita ad andare via.
Ma è destino che il giovane non sfugga più a quel posto che appare arcano e misterioso; la ragazza tra l’altro ha due sorelle anch’esse bellissime, più grandi di lei.
Sono Samantha e Bibiana che lo invitano a restare.

L’enigmatico signore che David soccorre
Sedotto dall’atmosfera del posto e sopratutto avvinto da un’atmosfera sottilmente erotica e dal trattamento che le tre donne gli riservano, David resta loro ospite riverito come un pascià.
Lily, Samantha e Bibiana infatti non solo solleticano il suo palato con pranzi succulenti e abbondanti, ma lo irretiscono in un sottile gioco di seduzione nel quale, a turno, fanno l’amore con David.
Ma ben presto il giovane inizia a sospettare che le tre donne non siano quello che sembrano, ovvero delle solitarie in cerca di affetto o semplice svago sessuale.
Una notte, seguendole nel bosco le scopre intente a praticare un rito sconosciuto.
David tenta la fuga ma Bibiana riesce a trovarlo e a convincerlo che il rito misterioso era solo propiziatorio per invocare la fortuna di non restare nubili.
Il giovane viene invitato ad una festa in onore di Lily che si tiene all’interno di un castello che sorge nei dintorni; qui David viene quasi processato dagli ospiti, tutta gente di estrazione sociale differente da quella del giovane hippy.
David si allontana, per essere successivamente raggiunto dalle tre maliarde.
Durante un colloquio con le donne, David si dice pronto ad abdicare a tutti i principi a cui fino a poco tempo apprima si atteneva; niente più libertà di scorazzare senza vincoli, quindi, niente più indipendenza.

Lily, Samantha e Bibiana si presentano a David
Le tre donne sono in grado di dargli quello che lui cerca adesso, ovvero l’appagamento dei sensi tramite la lussuria e la gola.
Quasi la confessione fosse stato un segnale di tradimento verso quelli che erano gli alti ideali del giovane, Lily, Samantha e Bibiana subiscono una violenta metamorfosi trasformandosi in tre lugubri megere che lo assalgono e ne provocano la morte con fendenti sferrati con un coltello, un uncino e una mannaia.
Il corpo del giovane David viene quindi gettato in una fossa, alla presenza della gente che aveva partecipato alla festa nel castello.
Buon ultimo ecco arrivare il misterioso individuo che sembrava morto nell’incidente con la Rolls; è nientemeno che il diavolo che invita i presenti a fare di più per traviare i giovani idealisti come David, che suo modo di vedere hanno raggiunto un pericoloso grado di libertà.
Brutto film.
Pretenzioso, supponente e mortalmente noioso.
Il delitto del diavolo- Le regine diretto da Tonino Cervi nel 1970 è un velleitario tentativo di criticare la società borghese, il suo sistema in grado di fagocitare tutto a partire dagli ideali fino a corrompere l’individuo con i suoi falsi miti tramite un linguaggio visivo ingenuo e anche francamente spocchioso.
L’inizio del film, con David che percorre in moto strade solitarie mentre imperversa una colonna sonora interpretata dall’attore Ray Lovelock dovrebbe già mettere in guardia il malcapitato spettatore; una canzone strimpellata alla meno peggio e cantata invece in modo dilettantesco e sopratutto con stonature da festival della parrocchietta.
Ma siamo solo all’inizio, ahimè.
Quando David/Lovelock incontra il trio delle maliarde, le cose peggiorano e ci si infila in un incubo visivo che troverà sollievo solo con il tradizionale The end; l’attore, assolutamente inadeguato e sopratutto con stampata sul volto un’espressione sempre uguale, monocorde come il ritmo della pellicola, finisce per mettere a disagio anche le tre attrici che interpretano le moderne streghe/maliarde.
La prima a comparire in scena, Haydee Politoff reduce dal successo ottenuto con l’esotico e sottilmente pruriginoso Bora Bora, finisce per dar vita a sipari quasi imbarazzanti con il bel tenebroso (ma anche tanto inespressivo) Lovelock, che avrà la fortuna a livello personale (off course) di baciare anche le atre due splendide protagoniste del film, Silvia Monti (Samantha ) e Evelyn Stewart (Bibiana) che in questo film recita con l suo vero cognome, Galli.
A ben vedere l’unico punto di forza del film sono proprio le tre attrici protagoniste, visto che il resto del film non ha atmosfera, è lentissimo e sopratutto si imbarca in discorsetti a sfondo pseudo-sociale e di denuncia che un regista amatoriale avrebbe affrontato con meno presunzione e più sincerità.
Questo manca al film di Cervi, l’onestà intellettuale: tutto sembra artificiosamente pre costruito per sparare qua e la tesi preconfezionate e post sessantottine; ma il 68 è ormai finito con il suo carico di illusioni realizzate solo in minima parte e il film di Cervi appare fuori tempo massimo e sopratutto molto,troppo velleitario.
La trama finisce per avvilupparsi attorno ai tentativi delle tre donne per strappare David alle sue convinzioni personali; solo che il regista, con molta malizia, insiste nel mostrare carezze e languidi baci mentre fa latitare un’introspezione psicologica del personaggio David, che così appare come un pezzo di granito nemmeno sbozzato da un ipotetico scultore.
Tutto finisce per ruotare attorno alle tre donne e al sogno notturno di David, ai tentativi delle tre di confondere le acque, di convincere il giovane che tutto quello che vede è solo irreale.
Poichè David è un hippy non convinto, ma solamente innamorato di un’idea di libertà come un bambino è attratto da una caramella, ecco che il film inizia a imbarcare acqua e continuerà a farlo fino al finale, con l’insopportabile pistolotto del diavolo fattosi uomo che invita i suoi adepti a intensificare la lotta a coloro che professano idee di libertà.
Il che si traduce in un infantile monologo che conclude indegnamente una pessima pellicola.
Che ha numerosi estimatori, inaspettatamente.
Ovviamente i motivi per cui film come questo siano diventati con lo scorrere degli anni dei cult restano assolutamente misteriosi; all’epoca della sua uscita nelle sale Il delitto del diavolo non se lo filò nessuno.
Il mio consiglio personale è di non vederlo, a meno che non siate innamorati di Evelyn Stewart e Silvia Monti; il resto del film è prosopopea allo stato puro e noia insopprimibile.
Il delitto del diavolo – Le regine
Un film di Tonino Cervi. Con Evelyn Stewart, Silvia Monti, Ray Lovelock, Haydée Politoff,Gianni Santuccio, Guido Alberti
Drammatico, durata 92 min. – Italia 1971.
Gianni Santuccio: il Diavolo
Haydée Politoff: Liv
Ida Galli: Bibiana
Ray Lovelock David
Silvia Monti Samantha
Regia Tonino Cervi
Soggetto Tonino Cervi, Antonio Troisio, Antonio Benedetti
Sceneggiatura Antonio Benedetti, Antonio Troisio, Tonino Cervi
Produttore Raoul Katz
Casa di produzione Flavia Cinematografica, Carlton Film Export Labrador Film
Distribuzione (Italia) Magnum 3b
Fotografia Sergio D’Offizi
Montaggio Mario Morra
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
” Sono coì felice, felice, felice da morire”
“Non posso più fare a meno di voi”
“Sono pronto a qualsiasi cosa pur di non perdervi”
“Siete certe di averlo ucciso al momento giusto?-Ne siamo certi, Eminenza: aveva rinnegato se stesso e tutte le sue convinzioni”
“Questa gente, con le sue nuove idee,sta influenzando tutto il mondo;bisogna far presto, bisogna eliminarli tutti prima che sia troppo tardi”

Foto di scena con protagonista Ray Lovelock

Foto di scena con Haydee Politoff, Silvia Monti e Evelyn Stewart (Ida Galli)

Le prove di scena per il sotterramento di David

Le tre bellissime protagoniste del film in una pausa di lavorazione

Un giornale in lingua inglese intervista Haydee Politoff
Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com
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Meteorite post-sessantottardo tanto schematico e puerile nell’assunto quanto curioso nello svolgimento fra onirico, erotico e pop. L’espressione non proprio sveglia di Lovelock è adattissima per il suo spaesato personaggio, in balia delle tre misteriose passerone con trucchi e parrucche incredibili. Scenografie spettacolari e una discreta atmosfera, rovinano il tutto le terribili canzoni di Lovelock stesso, e il didascalismo del finale. Psichedelico.
Scampolo post-sessantottino in cui la tesi del satanismo come metafora di un potere borghese reazionario che lusinga e annienta le forze giovani e libertarie è sostenuta attraverso una simbologia di incredibile banalità e troppo immediata evidenza – il frutto proibito, i peccati di gola e di sesso – convergente in un immaginario fiabesco à la fratelli Grimm talora suggestivo (il bosco) e in un improvviso finale splatter. Moscio Lovelock; uniche effigi del film rimangono il notevole Lucifero di Santuccio e la bellezza bronzea e scultorea dell’ammaliante Monti. Fievole e caduco.
Favola dalle venature thriller che svela le intenzioni dei suoi personaggi ed il suo messaggio solo nella parte finale senza però riuscire a convincere. Il ritmo non è irresistibile ma non annoia e le atmosfere sono buone così come le scenografie. Il discorsetto finale risulta oggi, a mio avviso, abbastanza patetico. Bellissime le tre tentatrici. Bizzarria d’altri tempi che ha un suo fascino ma che non è passata indenne allo scorrere del tempo.
Noioso. Molto confuso durante il suo svolgimento, in compenso ha un discreto cast (sul versante femminile davvero ottimo: Galli, Monti, Politoff), poco convincente Ray Lovelock… L’atmosfera va a farsi benedire dopo poco e a un certo punto la noia regna sovrana… Nulla di che.
Per comprendere le dinamiche dalle quali scaturiva l’estetica “free”, dovremmo essere ancora imbevuti della cultura degli anni 70. Anni in cui a teatro si sperimentava col Living theater, che concepiva lo spettacolo come emancipazione dalla codifica dei generi ed il cinema, da par suo, era in preda ad empiriche derive lisergiche. Certo, ad osservarla oggi quell’attitudine, in parte fa tenerezza. Un film come questo, ad esempio, pur coinvolgendo per certe scelte inusuali (il finale politico, le venature horror), presenta delle sequenze che annoiano non poco.
Di questo film si apprezza per lo più la sceneggiatura e la connotazione thriller anni 70, per chi è amante del genere e del decennio anni 70. Lo svolgimento è lento ma interessante, il dipanarsi degli eventi sussurrato. Ci sono molti silenzi apprezzabili per lo script ma che possono anche annoiare taluni spettatori. Nel complesso un buon prodotto.
L’intreccio tra apologo politico e racconto horror riuscirà sicuramente meglio a Lado, ma la disarmante estetica pop-naif di questo film mi spinge a preferirlo. L’utopia sessantottesca appesa all’Albero della Cuccagna, annegata in panna e fragole, soffocata in cuscini di seta, invischiata nel miele del diavolo spalmato denso sul pane da tre fiabesche Qui Quo Qua! Notevoli la scena della notte di pioggia e di nebbia nel bosco, e l’immagine folgorante (poco poco trash…) della mano con la pistola che esce dalle cosce divaricate della Politoff. Dolce e crudele!
Singolare “favola macabra” intrisa di sensualità, che gli stilemi, la metafora chiaramente politicizzata e il look sessantottino, NON riescono per fortuna a rovinare o a rendere irrimediabilmente fuori-moda. Le tre “streghe” del film sono davvero intriganti e affascinanti, per quanto, ovviamente, letali. Curioso il fatto di far doppiare Gianni Santuccio (che evidentemente non poté doppiarsi da sé) da Gabriele Ferzetti, che forse era sembrata all’epoca la voce più somigliante (?) a quella di Santuccio. Un misconosciuto gioiellino.
Piccolo gioiello di un regista di un certo potenziale, mai veramente esploso. Alcuni curiosi punti in comune con In compagnia dei lupi, soprattutto nella figura del diavolo in auto, che incontra Lovelock in moto a inizio film. L’atmosfera da fiaba nera che si respira è straordinaria: la casetta in mezzo al bosco, le tre streghe (su tutte la Politoff), il finale… C’è un po’ di monotonia a metà film e gli incubi stile Ken Russell de noaltri fanno sorridere (la bocca dipinta sul collo, la pistola che esce dalla pussy della Politoff). Cultone.
Il massimo dei massimi. Silvia Monti irraggiungibile come bellezza sconvolgente varrebbe da sola il film. Per il resto, lasciamo stare che venga presentata come favola thrilling… Quanti concetti rivelatori e quante verità in più potrebbe ulteriormente esprimere? E quali altre trovate decorative potrebbe mai aggiungere un regista o un artista di qualsivoglia livello? Cosa si può volere di più? Cosa si può fare se non goderselo dalla prima all’ultima scena? Più bello di così…
Bizzaro ma vuoto film di Cerv. La storia è noiosissima e la promettente atmosfera iniziale svanisce subito. La regia di Cervi è mediocre e ripetitiva. Difficile non annoiarsi dopo 20 minuti. Se si vuole guardare qualcosa di abbastanza simile ma notevolmente superiore non perdete …Hanno cambiato faccia di Corrado Farina.
Operetta a sfondo metaforico tra vecchia borghesia e il rampantismo hippie che faceva proseliti più o meno dappertutto, all’epoca. Figlio dei tempi che furono, il film è un gran bel vedere a livello estetico/formale: si parte dall’abbigliamento delle tre bellissime, le loro acconciature, l’arredamento, tutto molto pop e coloratissimo. Non da meno gli stupendi scenari agresti e qualche timida sequenza onirica-psichedelica. Lo svolgersi? Noioso e lento, si risolleva nel finale con nel mezzo poca sostanza e tanta forma.
Dolcemente crudele e affascinante, questo piccolo filmetto è visivamente spettacolare e ammaliatore come le 3 protagoniste che seducono il giovane hippie Lovelock. Costumi sgargianti e scenografie anni ’70 che sono il trionfo del kitsch (notevolissimi gli ambienti ultramoderni in contrasto con il bosco desolato che circonda la casa del peccato) fanno da sfondo alla metafora politica sull’abbandono degli ideali e il disfacimento morale della società voluto dal diavolo in persona. Peccato solo per la lunghissima parte centrale un po’ noiosa.

Anna quel particolare piacere
Anna è una splendida ragazza che lavora come cassiera in un bar di Bergamo.
Qui viene corteggiata da Guido, un giovane all’apparenza di bei modi ma che in realtà è al soldo di una banda di crudeli spacciatori di droga.
Quando Guido decide di seguire la sua gang a Milano, la donna lo accompagna senza sapere che per lei stanno per iniziare i guai.
E guai molto seri.
Ben presto Anna è costretta a far parte dell’organizzazione, nella quale finisce per diventare una squillo di lusso, usata per intrattenere i clienti più ricchi.
Contemporaneamente la donna trasporta droga per l’organizzazione fino a quando scopre di essere incinta; Guido vorrebbe che la donna abortisse, ma Anna rifiuta e si rifugia da un’amica.
Guido viene arrestato,e per Anna iniziano giorni più sereni.
Nasce suo figlio, che un giorno deve essere sottoposto ad un delicato intervento.
E’ il dottor Lorenzo Viotti a salvare miracolosamente la vita al bimbo e tra i due nasce anche l’amore.
Edwige Fenech interpreta Anna
Poi accade che Guido esca dal carcere e che si faccia vivo con Anna, obbligandola a seguirlo e a riprendere la convivenza.
Anna non ci sta e durante un litigio spara a Guido che però fa in tempo a colpirla mortalmente.
Sarà il dottor Lorenzo a occuparsi di suo figlio.
Anna quel particolare piacere, titolo malizioso per un film in bilico tra diversi generi cinematografici (giallo/thriller/noir/) è una pellicola del 1973 diretta da Giuliano Carnimeo, che aveva già diretto un thriller l’anno precedente, quel Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? in cui si era avvalso delle prestazioni di Edwige Fenech che in questo film interpreta Anna.
Il film raggiunge la sufficienza grazie al plot e alla professionalità del cast impiegato, anche se la Fenech, come cassiera di un bar non è poi molto credibile.
Ma a parte questo e una certa lentezza nello svolgimento della sceneggiatura, il film ha qualche momento felice anche se rischia nel finale di scivolare nel patetico; le scene della morte di Anna con la raccomandazione di aiutare suo figlio e la promessa del dottore,

I due protagonisti del film: Corrado Pani e Edwige Fenech
solenne e impegnativa di farlo, sembrano più adatte ad un “lacrima movie” in stile Il venditore di palloncini o L’ultima neve di primavera che degna conclusione di un film giallo se pur anomalo come questo.
Girato tra Bergamo, Milano e Stresa, Anna quel particolare piacere si avvale di una buona colonna sonora scritta da Luciano Michelini e di una sceneggiatura a livello nella quale figurano oltre a Luciano Martino il bravo Sauro Scavolini, Milizia e Ernesto Gastaldi.
Professionali gli attori, fra i quali il divo televisivo Corrado Pani, carognone quanto basta, il solido e rude Richard Conte, l’insolitamente tenero John Richardson oltre a due ottimi comprimari come Manni e Gaipa.
Film quindi che ha qualche motivo per essere visto, anche per immergersi in festival di apparecchi d’epoca, vero vintage come auto, telefoni a gettone, insegne pubblicitarie e città non ancora congestionate dal traffico.
Anna, quel particolare piacere, un film di Giuliano Carnimeo. Con Ettore Manni, John Richardson, Edwige Fenech, Richard Conte, Corrado Pani, Carla Calò, Umberto Raho, Ennio Balbo, Bruno Corazzari, Corrado Gaipa, Bruno Boschetti, Carla Mancini, Shirley Corrigan, Gabriella Giacobbe
Drammatico, durata 100 min. – Italia 1973
Edwige Fenech … Anna Lovisi
Corrado Pani … Guido Salvi
Richard Conte … Riccardo Sogliani
John Richardson … Lorenzo Viotto
Laura Bonaparte … Loredana
Ettore Manni … Zuco
Corrado Gaipa … Dottore
Antonio Casale … Scagnozzo di Sogliani
Umberto Raho … Avvocato Sogliani
Bruno Corazzari … Albino
Carla Calò … Madre di Anna
Aldo Barberito … Padre di Anna
Wilma Casagrande … Susy
Tom Felleghy … Portiere
John Bartha … Gerli
Regia Giuliano Carnimeo
Soggetto Sauro Scavolini, Luciano Martino
Sceneggiatura Sauro Scavolini, Francesco Milizia, Ernesto Gastaldi
Casa di produzione Dania
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Marcello Masciocchi
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Luciano Michelini
Costumi Oscar Capponi

Milano, Piazza Giordano com’è oggi
Il corvo
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E’ la Devil’s Night, la notte del diavolo; la città attende con paura il trascorrere delle ore perchè in questa notte tristemente si ripete un rituale macabro, fatto di violenza e di orrore scatenato da bande di teppisti e di violenti in genere.
In un appartamento i giovani Eric Draven e Shelly Webster vivono la notte d’attesa prima del matrimonio.
Un gruppo di delinquenti, che impareremo a conoscere con i loro nomi da “battaglia” ovvero T-Bird, Skank, Funboy e Tin Tin entrano nell’appartamento dei futuri coniugi e dopo aver seviziato la sventurata Shelly uccidono Eric.
A piangere la coppia ci sono due veri amici di Eric e Shelly, la giovanissima Sarah figlia di una drogata che si disinteressa completamente di lei e l’agente di colore Albrecht che ha seguito il calvario della povera Shelly mentre agonizzava in ospedale.
Ad un anno esatto dalla morte di Eric, un corvo si posa sulla sua tomba; secondo un’antica leggenda il volatile può guidare coloro che sono morti in un ritorno alla vita per placare la sete di vendetta che i defunti provano verso coloro che hanno fatto loro del male.
Così, guidato dal corvo che diventa il tramite con la vita terrena e che funge anche da seconda vista per l’uomo, Eric torna a vivere e si aggira come un’ombra nella città osservando grazie agli occhi del corvo quello che accade in quella che era la sua città.
L’uomo ritorna nella sua ex abitazione per rivivere gli ultimi istanti della sua vita terrena, imprimendosi nella memoria i nomi e i volti dei quattro assassini, si trucca quasi come un Pierrot dopo di che assetato di vendetta parte alla loro ricerca.
Trova dapprima Tin Tin e lo uccide con un pugnale dopo di che si reca da Gideon,uno strozzino che gestisce una gioielleria/banco dei pegni e recupera l’anello di fidanzamento che aveva regalato a Shelly, lo avvisa che è alla caccia dei rimanenti assassini suoi e di sua moglie e gli fa saltare per aria l’attività.
Ripresa la caccia, Eric elimina Fun Boy, il compagno della madre di Sarah, Darla, invitandola a cambiare vita; dopo di che uccide T.Bird sotto gli occhi dell’ultimo della banda di assassini, Skank.
Grazie a lui, Eric arriva al covo del vero capo della banda, Top dollar, che sfugge al massacro dei suoi uomini allontanandosi provvidenzialmente con il suo braccio destro Grange e con sua sorella (e amante) Myca.
Eric, eliminato anche l’ultimo teppista assassino (Skank) si getta sulle tracce di Grange che nel frattempo ha fatto rapire Sarah.
Nell’ultima parte del film, troviamo Eric impegnato in una mortale battaglia con Top Dollar che riesce a farlo ritornare mortale grazie all’aiuto di Myca, che ha scoperto come sia il corvo a dare ad Eric i suo poteri soprannaturali.
Grange e Myca muiono e nella resa dei conti con Top dollar Eric trafigge l’uomo; nei momenti che separano il crudele boss dalla morte farà rivivere a quest’ultimo l’atroce agonia provata da sua moglie.
La missione di Eric è finita: l’uomo, ferito mortalmente nei combattimenti va a morire sulla tomba dell’amata Shelly per congiungersi con lei nell’aldilà.
Il corvo, tratto dal fumetto omonimo di James O’Barr venne ridotto e trasportato sullo schermo dal regista australiano Alexander Proyas nel 1994.
Si tratta di una delle migliori trasposizioni delle nuvolette parlanti mai portate sul grande schermo, grazie ad una regia impeccabile, ad un’ambientazione dark assolutamente riuscitissima e grazie sopratutto all’attore Brandon Lee autore di una performance indimenticabile.
Un film con una fama “maledetta”, anche, perchè quando mancavano pochi giorni alla fine delle riprese l’attore Brandon Lee figlio dell’indimenticato Bruce rimase ucciso in maniera accidentale da un colpo di pistola (che doveva essere caricata a salve) sparato da Michael Massee che nel film interpreta Funboy.
La dinamica dell’incidente, ricostruita dalla polizia, rivelò che nel caricare la pistola la troupe, che aveva finito i colpi a salve utilizzò proiettili veri depotenziati; per pura fatalità uno di essi rimase all’interno della pistola e quando questa venne ricaricata finì per essere esploso con i proiettili inoffensivi.
Centrato all’addome da breve distanza, Brandon venne immediatamente soccorso e portato al New Hanover Regional Medical Center di Wilmington, nella Carolina del nord (ove si stavano ultimando le riprese)
Nonostante una lunghissima operazione, il cuore di Brandon cessò di vivere il 31 marzo 1993: l’attore nato ad Oakland aveva solo 28 anni.
L’improvvisa e imprevedibile morte di Brandon colpì duramente la troupe, mentre il regista Proyas si ritrovò un film orfano del finale.
Grazie all’ausilio di potenti computer e a software di grafica il film potè essere terminato, con costi doppi rispetto al preventivato; gli ultimi minuti di pellicola infatti costarono quanto tutta la pellicola girata fino ad allora.
Uscito nelle sale l’anno successivo, il film divenne immediatamente un culto e non solo per la splendida recitazione di Brandon e per il rumore provocato dalla sua tragica fine.
La splendida atmosfera dark, la storia particolarmente accattivante, l’ottima regia ed un cast assolutamente adeguato costruirono il successo della pellicola unitamente alla fama a cui assurse Brandon subito dopo la sua morte e subito dopo che i suoi fan ebbero apprezzato la recitazione nei panni dello sfortunato Eric, che ritorna sulla terra per un sortilegio per vendicare la sua amata e dar pace alla sua anima.
Il finale del film, davvero di infausto presagio, vede infatti la morte di Eric sulla tomba della moglie e venne girato, come già detto con l’ausilio del digitale più avanzato.
Brandon, che aveva cercato di seguire le orme paterne interpretando film con ambientazione orientaleggiante, quindi con sceneggiature studiate sulle arti marziali finì per morire poco prima di diventare un mito.
Lo diventò in tutti i sensi, così come lo era diventato Bruce Lee, morto all’età di 33 anni il 20 luglio 1973 ad Hong Kong mentre aveva appena ultimato il doppiaggio del film I tre dell’Operazione Drago.
La morte di Bruce Lee, avvenuta in seguito ad un edema cerebrale curato con Equagesic (un farmaco che riduce il gonfiore del cervello) venne archiviata come accidentale, così come venne archiviata nello stesso modo la morte di Brandon.
Una tragica fatalità quindi riunì padre e figlio destinati in maniera diversa a diventare dei miti nel mondo del cinema.
Tornando al film, oltre alla recitazione del cast va segnalata la ficcante colonna sonora in stile metal con brani dei Cure, dei Medicine e altri e la splendida fotografia di Dariusz Wolski.
Il film ebbe anche due importanti riconoscimenti postumi.
Vinse infatti i Grammy awards nelle categorie colonne sonore e per la recitazione di Brandon lee.
Un film culto, amato da tre generazioni di fans e che ancora oggi conserva un’invidiabile freschezza.
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Il corvo – The Crow,un film di Alex Proyas. Con Ernie Hudson, Brandon Lee, Michael Wincott, Rochelle Davis, Bai Ling,Sofia Shinas, Anna Levine, David Patrick Kelly, Angel David, Laurence Mason, Michael Massee, Tony Todd, Jon Polito, Bill Raymond, Marco Rodriguez
Titolo originale The Crow. Fantastico, durata 102 min. – USA 1994
Brandon Lee: Eric Draven
Ernie Hudson: Albrecht
Michael Wincott: Top Dollar
Rochelle Davis: Sarah
Angel David: Skank
Bai Ling: Myca
David Patrick Kelly: T-Bird
Michael Massee: Funboy
Jon Polito: Gideon
Marco Rodrìguez: detective Torres
Sofia Shinas: Shelly Webster
Anna Levine: Darla
Angel David: Skank
Laurence Mason: Tin Tin
Tony Todd: Grange
Bill Raymond: Mickey
Regia Alex Proyas
Soggetto dal fumetto di James O’Barr
Sceneggiatura David J. Schow, John Shirley
Fotografia Dariusz Wolski
Montaggio Dov Hoenig, Scott Smith
Effetti speciali Scott Coulter, John Patteson, Sandy Collora
Musiche vari
Scenografia Marthe Pineau
Luca Ward: Eric Draven, Il Corvo
Pietro Biondi: Albrecht
Mario Cordova: Top Dollar
Federica De Bortoli: Sarah
Edoardo Nevola: Skank
Giuppy Izzo: Myca
Luciano Roffi: T-Bird
Stefano Benassi: Funboy
Eugenio Marinelli: Gideon
Danilo De Girolamo: detective Torres
1. Burn – The Cure (Robert Smith, Simon Gallup, Boris Williams, Perry Bamonte) – 6:39
2. Golgotha Tenement Blues – Machines of Loving Grace (Scott Benzel, Mike Fisher, Stuart Kupers, Thomas Melchionda) – 4:01
3. Big Empty – Stone Temple Pilots (Dean DeLeo, Scott Weiland) – 4:56
4. Dead Souls – Nine Inch Nails (Joy Division) – 4:54
5. Darkness – Rage Against the Machine (Rage Against the Machine) – 3:41
6. Color Me Once – Violent Femmes (Gordon Gano, Brian Ritchie) – 4:09
7. Ghostrider – Rollins Band (Martin Rev, Alan Vega) – 5:45
8. Milktoast (also known as Milquetoast) – Helmet (Page Nye Hamilton) – 3:59
9. The Badge – Pantera (Poison Idea) – 3:54
10. Slip Slide Melting – For Love Not Lisa (For Love Not Lisa) – 5:47
11. After the Flesh – My Life with the Thrill Kill Kult (Buzz McCoy, Groovie Mann) – 2:59
12. Snakedriver – The Jesus and Mary Chain (William Reid, Jim Reid) – 3:41
13. Time Baby III – Medicine (Jim Goodall, Brad Laner, Jim Putnam, Ruscha, Beth Thompson) – 3:52
14. It Can’t Rain All the Time – Jane Siberry (Graeme Revell, Jane Siberry) – 5:34
Me lo diede papà, per i miei cinque anni. Disse: “L’infanzia finisce quando scopri che un giorno morirai”. (Top Dollar)
Non può piovere per sempre (Eric)
Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere, non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre. (Sarah)
Io credo che da qualche parte vaghino le anime irrequiete che portano il peso della loro disperazione, aspettando l’occasione per far tornare giuste le cose sbagliate. Solo allora potranno stare con le persone che amano. Qualche volta un corvo indica loro la strada, perché qualche volta… l’amore è più forte della morte… ( Sarah )
Signori, purtroppo T-Bird non sarà dei nostri stasera… soffre di un lieve attacco di morte. (Top Dollar)
Sono tutti morti, solo che ancora non lo sanno. (Eric)
Era già in una fossa: è morto un anno fa nel momento in cui l’ha toccata. (Eric)
Madre è l’altro nome di Dio sulle labbra e sui cuori di tutti i nostri figli. (Eric)
Sbalordito il Diavolo rimase, quando comprese quanto osceno fosse il bene e vide la virtù nello splendore delle sue forme sinuose… ma è pornografia! (T-Bird)
Castaway, la ragazza Venerdi
Gerald Kingsland, uno scrittore cinquantenne amante della natura ed insofferente alla vita di città, decide di cambiare vita ed andare a vivere su un’isola sperduta in Australia.
Così decide di mettere un annuncio su un giornale, offrendo ad una donna dell’età massima di 25 anni viaggio, vitto e alloggio in una tenda a sue spese.
Tra le risposte ricevute, Gerald sceglie di privilegiare quella di Lucy Irvine, una graziosa ragazza che lavora all’Ufficio delle tasse, anch’essa desiderosa di sfuggire alla monotonia quotidiana e decisa a scrivere un diario su quella che per lei sta diventando un avventura densa di incognite.
Gerald e Lucy così si conoscono, anche in senso biblico e decidono di sposarsi formalmente perchè per poter sbarcare in Australia in ossequio alle leggi del luogo è necessario che i due siano legati da vincolo matrimoniale.
Dopo un tranquillo viaggio, i due nuovi compagni di avventure sbarcano su quello che sembra un piccolo paradiso; liberatisi immediatamente dei vestiti prendono così a vivere la vita di novelli Robinson, anche se aiutati da molti oggetti correnti nella società civile.
Agli inizi tutto sembra idilliaco: Gerald e Lucy ingannano i tempi morti in modo piacevole, ovvero facendo l’amore con solerzia.
Ben presto però, complice anche uno strano cambiamento avvenuto in Lucy, a cui non è estranea la difficoltà di reggere una vita in comune con una persona praticamente sconosciuta fino a pochissimo tempo prima, le cose cambiano in peggio.
Lucy inizia a rifiutarsi sessualmente all’uomo e divide il suo tempo fra la pesca e la scrittura del suo libro/diario mentre Gerald, sconcertato dal voltafaccia della donna sembra incapace di apprezzare appieno quello che è intorno a lui.
La vita in comune si rivela difficile, anche perchè l’isola riserva qualche sgradita sorpresa, come la presenza di sciami di vespe particolarmente aggressive e sopratutto una preoccupante mancanza di cibo.

I novelli Robinson e Venerdi subito dopo lo sbarco
I due infatti per mangiare sono costretti a pescare, fra mille difficoltà.
Litigando sempre più frequentemente, i due arrivano comunque a stabilire un equilibrio precario che però va in pezzi quando un fortissimo uragano spazza via tutto quello che faticosamente i due avevano costruito.
Grazie all’aiuto di Rod, un nativo con il quale Gerald ha stabilito un buon legame di amicizia, i due tornano sulla terra ferma dove si preparano a separarsi.

La sfida per la sopravvivenza parte dalla ricerca del cibo…
Con evidente commozione, ma anche con un senso di sollievo Lucy accetta un pacchetto di sigarette da Gerald e si imbarca sull’aereo che deve riportarla in patria.
Durante il volo di ritorno, stringendo a se il pacchetto di sigarette, Lucy guarda dal finestrino quell’isola che così tanto le ha insegnato e ripensa a quell’uomo tenero e irascibile, buono e sentimentale con cui ha vissuto un anno denso di emozioni….
Castaway la ragazza venerdi è un film di Nicholas Roeg tratto dal romanzo autobiografico di Lucy Irvine, Via dal mondo edito nel 1984 che racconta l’odissea vissuta dalla donna in compagnia di Gerald Kingsland scrittore di 49 anni che, come raccontato in fase di recensione, grazie ad una inserzione sul giornale Time Out nel 1981 contattò proprio Lucy Irvine scegliendola tra oltre 50 candidate.
Roeg, autore di grandi film come Walkabout, l’inizio del cammino (anche questo girato in Australia), di A Venezia…un dicembre rosso shocking e di L’uomo che cadde sulla Terra conferma ancora una volta le sue doti di regista attento e diligente.
La descrizione verte sul difficile rapporto di coppia tra uomo e donna, in questo caso aggravato dal fatto che i due protagonisti sono in pratica dei perfetti estranei con un solo legame evidente, quello sessuale.
Che da solo, ovviamente, non può bastare; e difatti i due, dopo un periodo di vorace scoperta della sessualità, finiscono per isolarsi e vivere due esistenze conflittuali sopratutto per colpa di Lucy che ad un certo punto si nega all’uomo, un pò come accade ad alcune coppie inserite nel normale contesto sociale.
Difficoltà di comunicazione, quindi, anche in quello che ad una lettura superficiale sembra un paradiso in terra.
Ma i paradisi non esistono, o quantomeno finiscono di diventare tali quando l’uomo e la donna trasferiscono al loro interno le problematiche della vita quotidiana; nevrosi e incomunicabilità prendono il sopravvento sul lussureggiare della natura, che poi così accogliente non è.
Come del resto avranno modo di constatare i due “naufraghi” volontari.
Roeg sembra anticipare di un trentennio la triste stagione dei reality dei quali abbiamo un clone anche sulla nostra tv; fatte le debite proporzioni, quello che accade ai due esiliati volontari è quello che accade ai “naufraghi” scelti per il più famoso dei reality italiano in cui alcuni attori o pseudo celebrità, spesso bolliti in cerca di un’ultima chance di notorietà si cimentano con le difficoltà tipiche della gente che vive in continenti come l’Australia, dove si è costretti ad una quotidiana lotta per la sopravvivenza senza tutti gli orpelli della civiltà delle città.
La preziosa e immancabile fotografia di Roeg rende il tutto quasi sognante, anche se ben presto l’isola scelta dalla coppia finisce per rivelare tutti i suoi pericoli, annessi e connessi alla bellezza selvaggia che la contradistingue; una mano enorme viene anche dalla coppia di attori scelti per interpretare il duo Lucy-Gerald, ovvero l’esordiente Amanda Donohoe e Oliver Reed.
La coppia regge tre quarti di film da sola, impegnandosi allo spasimo per rendere credibili i due protagonisti.
La Donohoe, costretta per esigenze di copione a girare seminuda quando non nuda per buona parte del film mostra un’invidiabile presenza scenica e proprietà dei fondamentali della recitazione, mentre Reed è la solita sicurezza.
Sovrappeso, il cinquantenne attore inglese tiene la scena alla perfezione rendendo molto bene il suo personaggio, a metà strada tra l’ingenuo e lo scafato, l’entusiasta e il cinico mentre la Donohoe sembra davvero essere vittima di uno sdoppiamento di personalità, quello che la porterà a scegliere di non condividere più il talamo del compagno di avventure.
Un bel film, che se da un lato è molto aderente al romanzo della Irvine, dall’altro sceglie di equilibrare sia il discorso tra l’incomunicabilità moderna della coppia mediandola con la bellezza suggestiva del contesto nel quale il film è ambientato.
Con il risultato di rendere il film molto gradevole e niente affatto scontato o noioso.

L’isola vista dall’alto da Lucy sull’aereo che la riporta a casa
Castaway, la ragazza Venerdì, un film di Nicolas Roeg. Con Oliver Reed, Amanda Donohoe, Georgina Hale Titolo originale Castaway. Drammatico, durata 117 min. – Gran Bretagna 1987.
Oliver Reed … Gerald Kingsland
Amanda Donohoe … Lucy Irvine
Georgina Hale … Suor Margaret
Frances Barber … Suor Winifred
Tony Rickards … Jason
Todd Rippon … Rod
John Sessions … L’uomo del pub
Virginia Hey … Janice
Sorel Johnson … Lara
Len Peihopa … Ronald
Paul Reynolds … Mike Kingsland
Sean Hamilton … Geoffrey Kingsland
Sarah Harper … Insegnante
Stephen Jenn … Il direttore del magazzino
Regia: Nicolas Roeg
Tratto da un romanzo di Lucy Irvine
Sceneggiatura: Allan Scott
Produzione: Rick McCallum, Selwyn Roberts
Produzione esecutiva: Peter Shaw, Richard Johnson
Musiche: Stanley Myers
Editing: Tony Lawson
Costumi: Nick Ede
Addio zio Tom
Sequestrato e dissequestrato, poi nuovamente sequestrato e processato, assolto e mutilato in molte scene; vituperato dai critici, accusato di razzismo e di apologia della violenza e i suoi autori messi all’indice e banditi in molti paesi.
Una storia tormentatissima, quella di Addio zio Tom, un documentario estremo e brutale che affronta di petto e senza mediazioni un tema assolutamente scottante come il razzismo e la storia dell’immigrazione forzata dei nativi africani in America, lo schiavismo.
Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi, la coppia di registi che diresse Addio zio Tom nel 1971, era al quinto lungometraggio; in passato aveva co-diretto La donna nel mondo (1963), Mondo cane 1 e 2 (1962 e 1963) e Africa addio (1966), suscitando scandalo e sopratutto attirandosi le ire di buona parte della critica per il contenuto delle loro opere accusate di essere un inno al razzismo. Così nel 1970 tra varie difficoltà e sostenuti solo dalla produzione il duo gira un documentario inframezzato da una serie di citazioni storiche con inserti in stile film storico che all’uscita fu accolto da una marea di critiche tali da suscitare l’effetto domino di portare in sala un nugolo di spettatori.
Che così si trovarono di fronte ad un’opera assolutamente particolare, piena zeppa di violenza e di situazioni slasher simulate ma così ben fatte da sembrare reali, con in mezzo scene di follia quotidiana come la violenta rivolta dei primi anni sessanta contro l’apartheid e le successive lotte per l’integrazione di Martin Luther King, ma non solo.
C’è il movimento delle Black panther e di Malcom X, l’altra faccia di una violenza che si opponeva a quella dei bianchi con l’arma stessa della specularità, ovvero una violenza altrettanto cieca e brutale.
Addio zio Tom parte proprio in questo modo, con una voce fuori campo impersonale ma allo stesso tempo carica di sarcasmo, che sottolinea come le parole che la voce stessa sta pronunciando non sono affatto il sentire dei registi quanto piuttosto una maniera di vedere condivisa purtroppo da molti americani.
Così la gente di colore, che la voce chiama sprezzantemente “negri”, viene di volta in volta appellata con termini spregiativi: sono brutti, sporchi e cattivi, sono violenti e infidi, scansafatiche e buoni solo alla riproduzione. Questo quando va bene perchè alcuni dei personaggi che funzionano da trait d’union nel film/documentario spesso li paragonano a bestie, ad animali che di umano non hanno nulla e che su di loro esercita una violenza cieca quanto folle.
Uno dei motivi, se vogliamo la pietra dello scandalo principale in Addio zio Tom consiste nel racconto dei primi anni dell’immigrazione forzata sopratutto negli stati del sud degli Usa, incoraggiata se non favorita dai primi 14 presidenti degli Usa che furono proprietari di schiavi, con il racconto crudele delle parole di Andrew Jackson, presidente degli States che chiedeva di punire gli schiavi ribelli con 100 frustate per ogni tentativo di fuga.
Alla luce di questo, il film non fa altro che ripercorrere quella che fu la triste odissea degli schiavi deportati dalla terra di origine e trasportati attraverso l’oceano in condizioni assolutamente disumane.
Le varie sequenze del film mostrano un carico umano trattato alla stessa stregua del bestiame, mostra stupri e crudeli torture inflitte a coloro che non si adeguavano alle dure leggi dello schiavismo.
Assistiamo così alla durissima vita nelle piantagioni di cotone e a tutta la serie di orrori di cui si resero responsabili i primi schiavisti, a cominciare dai latifondisti proprietari dei campi nei quali la gente di colore era costretta a lavorare.
“Sono umani? Ma allora perchè puzzano di bestia?” si chiede un dottore incaricato di studiare la “specie negra”, così come si chiede se “la gente del nord sa che la pelle di queste bestie ha il doppio delle ghiandole sudorifere di un bianco”. E’ solo una delle tante, tantissime sequenze che induce lo spettatore ad un brivido di orrore, perchè lo stesso spettatore non ha mai assistito in prima persona ad un racconto per immagini così brutale e per certi versi agghiacciante.
Quella che la coppia Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi raffigura e racconta è una verità scomoda per gli americani, quasi ignota per gli europei che fecero un uso estremamente limitato di schiavi.
Così le immagini choc che si susseguono passano attraverso castrazioni e stupri, bambini trattati di volta in volta come cuccioli di cane: “non date ossa di pollo ai cuccioli, l’altro giorno ne ho portati due dal veterinario” racconta una bagascia in ghingheri durante un pranzo di gala, testimoniando il livello bieco di mancanza di umanità oltre che di cultura raggiunta dai bianchi dominatori.
Addio zio Tom è sopratutto questo, una galleria di orrori gettata in faccia agli spettatori, senza alcun filtro.
Ad un certo punto del film la condizione della gente di colore viene messa a confronto con quella dei nativi americani, i cosi detti “indiani”; il solito dottore saccente e razzista parla delle differenze tra “negri” e indiani dicendo che “tra di loro c’è la stessa differenza tra un cane ed un coyote; il cane puoi coprirlo di bastonate e sarà li a leccarti i piedi mentre se levi la libertà ad un coyote gli levi l’aria”
Dopo un’ora di proiezione (il film dura 140 minuti), si ha l’impressione di essere stati proiettati in una dimensione terrena delle scene dantesche dell’inferno, e la pietà mista al disgusto permeano lo spettatore.
Alla fine del film si esce dalla sala distrutti e oppressi da un coacervo di sensazioni che vanno dalla umana pietà per la gente di colore al disgusto per quello che uomini come noi, che vivono solo ad un’altra latitudine, hanno saputo produrre.
In fondo tra loro e i nazisti, che raccoglieranno l’eredità dello spregio per la gente di colore, non esiste alcuna differenza se non quella dettata dall’utilizzo di questa povera gente, considerata dai primi “bestiame da lavoro” mentre dai secondi come una razza inferiore da sterminare.
Follie dell’uomo.Addio zio Tom è un ‘operazione, come già detto, che scatenò una tempesta di critiche molte delle quali immotivate; non c’è razzismo in esso, c’è soltanto la rappresentazione esasperata di quella che per i registi è una verità storica, sulla quale non entro perchè poco documentato. Il sarcasmo facilmente intuibile nella voce del narratore spegne in anticipo qualsiasi valutazione di stampo razzistico; Jacopetti e Prosperi provocano con scene ed immagini choc, con un uso ossessivo del nudo del resto giustificato proprio dal trattamento bestiale riservato alla gente di colore.
Il linguaggio a tratti e crudo, così come alcune immagini sono in puro stile slasher: le più forti quelle del massacro della famiglia bianca ad opera dei soliti cattivi negri e l’infanticidio di uno di essi che scaraventa contro il muro una bambina oppure la caccia ai “negri” fuggiti dalle piantagioni con conseguente taglio della testa degli stessi.
Il titolo del film, che riprende quello del romanzo di Harriet Beecher Stowe La capanna dello zio Tom in fondo è la rappresentazione visiva estremizzata di ciò che raccontò la stessa Stowe nel romanzo e che in qualche modo originò la guerra civile americana, sintetizzata dalle parole di Lincoln rivolte alla Stowe quando la incontrò : “Allora questa è la piccola signora che ha scatenato questa grande guerra”
Un film come non ne vengono più prodotti ormai da anni; discutibile fin quanto si vuole, ma anche scomodo e politicamente scorretto.
Segnalo la colonna sonora di Ortolani che mescola swing e altri generi musicali con sapienza e la splendida fotografia di Claudio Cirillo, Antonio Climati e Benito Frattari.
Addio zio Tom, un film/documentario di Franco Prosperi, Gualtiero Jacopetti. Documentario, durata 92 min. – Italia 1971
Regia Gualtiero Jacopetti, Franco E. Prosperi
Produttore Angelo Rizzoli
Casa di produzione Euro International Films
Fotografia Claudio Cirillo, Antonio Climati, Benito Frattari
Montaggio Gualtiero Jacopetti
Musiche Riz Ortolani

Franco Prosperi e Gualtiero Jacopetti

Jacopetti mostra un trucco scenico
Soundtrack del film
La lobby card italiana che ricorda l’iter processuale del film
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta Porno
Un aereo da turismo che trasporta la giornalista Dale Ardor e Flesh Gordon (attenzione, non Flash ma Flesh ovvero carne) viene investito da raggi provenienti dal pianeta Porno per ordine del malvagio imperatore Wang il pervertito.
I raggi provocano negli esseri umani una crescita esponenziale della libido, con conseguenze facilmente immaginabili. A bordo dell’aereo tutti vengono presi dall’irresistibile volontà di accoppiarsi, inclusi i due piloti che lasciano imprudentemente i comandi.
Solo Flesh mantiene un certo autocontrollo e resosi conto della situazione si lancia con Dale dall’aereo mentre quest’ultimo privo di comando si schianta nel bosco.
Dale e Flesh atterrano vicino l’abitazione dello scienziato Vaffa che nel frattempo ha creato un’astronave in grado di raggiungere il pianeta Porno; cosi i tre a bordo del velivolo dall’inequivocabile forma fallica viaggiano verso il mondo lontano.
Investiti ancora una volta dai raggi libidinosi, i tre inscenano una mini orgia ma riescono a mantenere il controllo del velivolo e atterrano sul pianeta dove però vengono catturati dai soldati di Wang, non prima però di essere sfuggiti ai “penosauri”, mostri somigliantissimi all’organo sessuale maschile.

Il penesauro (penisaurus nell’edizione originale)

La bizzarra astronave di Vaffa
Dopo varie avventure, incluso l’incontro con una gigantesca maitresse cosmica con un occhio bionico, una gamba di metallo e un uncino al posto della mano, i tre amici con l’aiuto di un principe locale gay vestito da Robin Hood riescono a sconfiggere Wang uccidendo anche un gigantesco mostro che parla in siciliano e fuggendo da Porno poco prima che salti tutto per aria.

Candy Samples è Nellie, capo amazzoni
Gustosa parodia delle avventure di Flash Gordon, l’eroe creato dalla matita di Alex Raymond molto prima della seconda guerra mondiale, Flesh Gordon andata e ritorno dal pianeta Porno (Korno nell’edizione italiana censurata) prende in giro il personaggio di Flash e della bella Dale introducendo l’elemento erotico e inserendo nella storia una serie di sconclusionate e parodistiche avventure, oltre a storpiare e cambiare i nomi dei vari protagonisti.
Così il Dottor Zarkov (Zarro nell’edizione italiana) diventa il Dottor Jerkov, ribattezzato con molta fantasia Vaffa in italiano, il pianeta Mongo diventa Porno,l’imperatore Ming diventa Wang ( “Sua paraculaggine” o anche “Sua schifosità) mentre la figlia di Ming, la bella Aura diventa una ninfomane dedita all’autoerotismo più sfrenato.
Il film è costellato di micro gag volgari ma in definitiva spassose nell’ottica di un film parodia che di certo si proponeva il compito di mostrare quanta più epidermide femminile possibile e sopratutto di dissacrare il personaggio di Raymond.
Il risltato finale è un film che si lascia guardare, solleticando gli istinti più biechi dello spettatore, grazie ad una serie di invenzioni creative e visive tutto sommato divertenti, come i penosauri già descritti, il Principe che è gay e che non perde occasione per tastare il sedere di Vaffa o di Flesh e sopratutto il mitico mostro che compare alla fine, dallo spassoso accento siciliano.
Quest’ultimo è ovviamente una caricatura di King Kong; difatti scala la torre del palazzo di Wang con nelle mani la bella Dale, alla quale toglie con una certa delicatezza i vestiti prima di essere centrato nel fondo schiena da un colpo fortunoso di Vaffa con conseguente “minchia, mi hanno colpito allo culo” pronunciato dal mostro con un irresistibile accento siciliano (nell’edizione americana c’è un eloquente “Oh God, my ass, my ass”)
I registi Michael Benvenistee Howard Ziehm creano quindi un film parodia che può definirsi riuscito, pur rientrando nel filone trash; va detto che le riprese sono molto curate, grazie anche all’utilizzo dell’animazione fatta con la creta in passo uno, ovvero fotogramma per fotogramma che conferisce alla pellicola una bizzarra e buffa animazione.
Divertente anche l’inserimento di piccoli cartelli con scritto “intervallo” e di scene a fermo immagine con disegni erotici di Flesh.
Il resto del film si fa guardare con un certo piacere, anche se ovviamente siamo ad un livello in cui l’elemento trah è assolutamente preponderante; ma alcune situazioni, alcuni dialoghi, gli appellativi con cui i soldati si rivolgono a Wang sono davvero spassosi.
Il film ebbe diversi problemi con la censura, in Italia, anche perchè uscito nel 1974 ovvero nell’anno di massimo impegno della censura; fosse arrivato tre anni più tardi avremmo avuto modo di vedere la versione non censurata che in pratica inserisce qualche dialogo più “pesante” (è il caso del computer di bordo che scrive dapprima “cazzi amari” e poi “cazzi amarissimi” quando l’astronave fallica viene colpita) e sopratutto qualche scena erotica come quella in cui Dale è obbligata ad avere un rapporto saffico con una gigantesca donna di colore.
Una scena merita di essere ricordata per il suo sapore goliardico e di scherno, ovvero quella in cui Wang fa precipitare i tre amici nelle condotte fognarie della città; i tre, senza perdersi d’animo, nuotano nelle tubature uscendo alla fine da una porta sulla quale campeggia un eloquente WC.
Un film a tratti divertente, molto trash ma di quel trash che strappa volenti o nolenti un sorriso.
In fondo i 90 minuti del film passano piacevolmente, tra frizzi, lazzi, parolacce e donnine discinte: per una serata all’insegna del totale disimpegno siamo di fronte ad una scelta ideale.
Flesh Gordon, andata e ritorno dal pianeta porno, un film di Michael Benveniste, Howard Ziehm– Con Jason Williams, Suzanne Fields, Joseph Hudgins, Candy Samples -Erotico, durata 90 minuti Usa 1974
Jason Williams: Flesh Gordon
Suzanne Fields: Dale Ardor
Joseph Hudgins: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
William Dennis Hunt: Imperatore Wang il pervertito
Candy Samples: Nellie, capo amazzoni
Mycle Brandy: Amora
John Hoyt: Prof. Gordon
Lance Larsen: Prince Precious (Principe Pirla)
Craig T. Nelson: Il mostro (voce)
Robert V. Greene:Voce narrante
Regia Michael Benveniste, Howard Ziehm
Soggetto Michael Benveniste
Sceneggiatura Michael Benveniste
Produttore Bill Osco, Howard Ziehm
Fotografia Howard Ziehm
Montaggio Abbas Amin
Effetti speciali Walter R. Cichy, Tom Scherman, Howard Ziehm
Musiche Ralph Ferraro
Scenografia Donald Lee Harris
Costumi Ruth Glunt
Trucco Bjo Trimble, Marcina Motter
Cesare Barbetti: Flesh Gordon
Micaela Esdra: Dale Ardor
Luciano De Ambrosis: Dott. Flexi Jerkoff (Dott. Vaffa)
Renato Mori: Imperatore Wang il pervertito
Fiorella Betti: Nellie, capo amazzoni
Flaminia Jandolo: Amora
Giorgio Piazza: Prof. Gordon
Gianni Marzocchi: Prince Precious (Principe Pirla)
Sergio Fiorentini: Il mostro (voce)
Romano Ghini: Voce narrante

I “raggi Sex”, provenienti dal Pianeta Korno (sic!) hanno l’effetto d’indurre l’umanità intera in uno stato di “trombomania” irrefrenabile. Chi a destra, chi a sinistra, si scopa tutti come dei matti. Tocca al prode Flesh (ovvero Carne), metterci una pezza e per far ciò parte in compagnia del prof. Jerkoff (cioè a dire Eiacula) e della procace fidanzata Dale Ardor (ossia Bollore). Il mezzo, di forma fallica con annessi razzi-testicolari (retroattivi, eh?!), approda all’insolita sorgente, e… Spazio è tiranno, mi fermo qua: peccato. Una cretinata esilarante, realizzata in miseria, ma efficace.
Incredibile come siano cambiati i tempi: all’epoca della sua uscita i distributori dovettere cambiare (nel titolo) il nome del pianeta da “Porno” a “Korno” per motivi di censura. Il film è una parodia dei fumetti di Flash Gordon: ha momenti piuttosto divertenti e parecchie belle donne al naturale. Non è certo un capolavoro e neanche ci si avvicina, ma può risultare gradevole per passare un’ora e mezza di svago totale. Discreti gli effetti speciali a passo uno. Pare (ma non è certo) che in origine ne esistesse una versione hard.
Quando lo vidi all’epoca mi sbellicai dalle risate! Da ragazzino non sapevo che esistessero i film erotico-parodistici e questa pellicola (insieme a SuperVixens di Russ Meyer, che vidi più o meno in quello stesso periodo) fu per me una piacevolissima sorpresa. Particolarmente demenziale il doppiaggio italiano, che fa riferimenti a Pier Paolo Pasolini e simili. Peccato che oggi non si riesca a trovarne una copia italiana decente (e meno che mai in dvd). Davvero deludente il “sequel”, girato molti anni dopo…














































































































































































































































