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La casa degli spiriti

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Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e piú tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabás era Giovedí Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva – dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro – il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastián, alla quale assistette con tutta la famiglia.“(Incipit del romanzo di Isabella Allende)

Il realismo magico della letteratura sudamericana trova in La casa degli spiriti un altro emblema potente e vigoroso,quasi alla stregua di quel capolavoro assoluto che è Cent’anni di solitudine di Marquez.
Isabelle Allende scrive un libro vigoroso e affascinante e Hollywood, sempre sensibile alle saghe familiari intriganti e complesse produce la riduzione cinematografica affidandola a Bille August,regista danese quasi sconosciuto non fosse per Pelle alla conquista del mondo (1987),straordinario film interpretato da Pelle Hvenegaard e Max von Sydow che riuscì a vincere l’Oscar come miglior film straniero e la Palma d’oro di Cannes.

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Con un simile biglietto di presentazione August, aiutato da un cast stellare, prova a mettere in scena una storia molto complessa e intricata resa ancor più difficile da raccontare sopratutto dalla complessità della trama e dalle situazioni che vedono protagonisti Esteban Trueba e Clara del Valle Trueba,Férula Trueba e Blanca Trueba,Pedro Tercero García e Nívea del Valle ovvero le figure che popolano il racconto della scrittrice cilena.
La casa degli spiriti è essenzialmente una saga familiare,potente e visionaria, che abbraccia oltre 50 anni della storia cilena,partendo dagli anni 20 e arrivando al 1973,culminando quindi in quel drammatico periodo in cui alla democrazia instaurata da Salvador Allende si sostituì la sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet.
Una saga familiare quindi, che parte con la storia personale di Esteban Trueba,un giovane minatore che vive negli anni venti sorretto da una volontà ferrea e da un sogno assolutamente impossibile, ovvero quello di diventare ricco in modo da poter chiedere la mano della splendida e ricca Rosa del Valle.
Esteban ha giovinezza e forza,ma sopratutto ha una fortissima volontà,un’ambizione smodata e pochissimi scrupoli.

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Queste sue “qualità” lo portano a coronare in parte il suo sogno, ma il fato ci mette lo zampino spezzandolo in parte strappando Rosa alla vita in seguito ad un attentato che avrebbe dovuto colpire il di lei padre.
E’ sua sorella Clara, creatura dolce e dotata di straordinarie qualità medianiche a “vedere” gli avvenimenti,rifiutando da quel momento di comunicare con il mondo,rifugiandosi in un mondo popolato da spiriti confortata da sua madre Nivea che la segue con tenerezza e affetto.
Esteban diventa ricco e potente, ma anche egoista e crudele; l’antico minatore finisce per passare dall’altro lato della barricata,dalla parte dei padroni, usando mezzi discutibili e la ferocia per piegare i mezzadri cileni alle sue volontà.
Attratto dalla dolcezza di Clara, l’uomo le chiede di sposarla e la ragazza accetta, andando ad abitare alle “Tres Marias” una proprietà che Esteban ha completamente ristrutturato salvandola dall’abbandono; con loro va ad abitare Ferula,sorella nubile dell’uomo.
Tra Clara e Ferula si stabilisce da subito un legame profondo.
Ferula adora sua cognata, creatura dolcissima ed eterea, della quale subisce il fascino profondo.
La famiglia vive e ruota attorno a Clara che,con le sue visioni e con le sue doti medianiche, finisce per diventare il punto fermo di tutti.

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La nascita di Blanca corona il sogno della coppia;ora sono una famiglia a tutti gli effetti ma Esteban continua ad essere sempre più ambizioso e di conseguenza amorale.
Non si fa scrupolo per esempio di usare violenza sulle contadine della sua mezzadria, insegue con ogni mezzo il sogno di diventare un politico potente ed influente.
Ma Blanca, crescendo, mostra un carattere ribelle, in assoluta antitesi con quello del padre.
Si innamora infatti di Pedro Terzo García, figlio dell’amministratore di Esteban; il giovane, retto da ideali libertari e politicamente comunista è inviso al rude ex minatore e quindi cacciato dallo stesso.
Esteban allontana da se anche sua sorella Ferula,che,separata dalla dolce Clara che ormai considera come una parte di se, finisce per sentirsi emarginata lasciandosi consumare dal dolore che la porterà alla morte, annunciata in una delle sue visioni proprio da Clara.
La storia tra Pedro e Blanca però continua, nonostante l’ostilità di Esteban,che ormai è diventato un pezzo grosso della politica.
Ma la breve stagione della democrazia cilena e subito dopo della lunga e sanguinaria dittatura di Pinochet sono alle porte e la saga dei Trueba si avvia verso una fase assolutamente drammatica e imprevedibile…
Dalla trama si evince la complessità della storia raccontata e le difficoltà di trasporre il linguaggio poetico e sognatore della Allende in immagini in movimento.
E difatti il risultato, se solo si prova ad accostare arbitrariamente il romanzo al film non può che essere in parte deludente;troppo complesse le figure dei personaggi per essere inquadrate in fotogrammi,troppo strutturate le psicologie dei personaggi per diventare immagini in movimento.
Sorge quindi il solito problema dell’accostamento fra l’opera letteraria e quella cinematografica.
Solo raramente nella storia del cinema un testo scritto ha avuto una trasposizione cinematografica di pari livello; potrei citare le pellicole di Kubrick,o il caso rarissimo di Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud e pochi altri.

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Un film in chiaro-scuro,con molte zone d’ombra ma salvato sopratutto dallo straordinario cast e dalle buone prove dei protagonisti con i testa una bravissima ed intensa Glenn Close che interpreta magistralmente la dolente figura di Ferula a pari merito con Meryl Streep,straordinaria ed intensa nelle vesti della sognatrice Clara.
Un gradino più sotto gli altri protagonisti, ovvero Jeremy Irons (Esteban), Antonio Banderas (Pedro), Wynona Rider (Blanca) e Vanessa Redgrave (la madre di Clara), tutti comunque ben oltre la sufficienza.
Le zone d’ombra sono costituite dalla tipica abitudine hollywoodiana di spettacolarizzare e rendere simile ad un polpettone qualsiasi prodotto destinato alla massa,la poca profondità della trasposizione,la classica fretta che induce lo sceneggiatore a saltare parti pure importanti del romanzo.
Ma, come già detto, il romanzo della Allende mal si presta ad una riduzione cinematografica per cui conviene accontentarsi di un prodotto quanto meno dignitoso e che scorre con una certa facilità.
Bene tutto il resto, ovvero le altre componenti del film, dalle ambientazioni curate fino alla fotografia.
Un film puramente d’evasione,in definitiva,sfrondato da tutte le implicazioni tipiche del roman à clef,un limite invalicabile e che toglie gran fascino al film,che resta comunque sulla sufficienza.

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La casa degli spiriti

Un film di Bille August. Con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas,Vanessa Redgrave, Teri Polo, Maria Conchita Alonso, Armin Mueller-Stahl, Jan Niklas, Sarita Choudhury, António Assunção, Julie Balloo, Frank Baker, João Cabral, Miguel Guilherme Titolo originale The House of the Spirits. Drammatico, durata 140 min

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La casa degli spiriti banner protagonisti

Meryl Streep: Clara del Valle Trueba
Glenn Close: Férula Trueba
Jeremy Irons: Esteban Trueba
Winona Ryder: Blanca Trueba
Antonio Banderas: Pedro Tercero García
Vanessa Redgrave: Nívea del Valle
Maria Conchita Alonso: Tránsito Soto
Armin Mueller-Stahl: Severo del Valle
Jan Niklas: Conte Jean di Satigny
Vincent Gallo: Esteban García
Sarita Choudhury: Pancha García
Joaquin Martinez: Pedro Segundo García
Teri Polo: Rosa del Valle

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Rossella Izzo: Clara del Valle Trueba
Sonia Scotti: Férula Trueba
Mario Cordova: Esteban Trueba
Giuppy Izzo: Blanca Trueba
Luca Ward: Pedro Tercero García
Germana Dominici: Nívea del Valle
Barbara Castracane: Tránsito Soto
Carlo Sabatini: Severo del Valle
Danilo De Girolamo: Esteban García
Aurora Cancian: Pancha García
Giorgio Lopez: Pedo Segundo García
Loredana Nicosia: Rosa del Valle

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Regia Bille August
Soggetto Isabel Allende (romanzo)
Sceneggiatura Bille August
Fotografia Jörgen Persson
Montaggio Janus Billeskov Jansen
Musiche Hans Zimmer
Scenografia Anna Asp e Søren Gam
Costumi Barbara Baum

La casa degli spiriti banner citazioni romanzo

Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel…

Figliolo, la Santa Madre Chiesa sta a destra, ma Gesú Cristo è stato sempre a sinistra.

Cosí come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.

Alba si chiedeva come avessero potuto spuntare tanti fascisti da un momento all’altro, perché, nella lunga traiettoria democratica del suo paese, non se n’erano mai visti, tranne alcuni esaltati durante la guerra, che per mania di scimmiottare si mettevano camicie nere e sfilavano col braccio alzato, in mezzo alle sghignazzate e ai fischi dei passanti, senza che avessero avuto alcun ruolo importante nella vita nazionale. Non si spiegava neppure l’atteggiamento delle Forze Armate, che per la maggior parte provenivano dalla classe media e dalla classe operaia e che storicamente erano state piú vicine alla sinistra che all’estrema destra. Non capí lo stato di guerra interna, né si rese conto che la guerra è l’opera d’arte dei militari, il culmine della loro preparazione, il distintivo dorato della loro professione. Non sono fatti per brillare durante la pace. Il golpe aveva dato loro l’opportunità di mettere in pratica quanto avevano imparato nelle caserme, l’obbedienza cieca, il maneggio delle armi e altre arti che i soldati possono dominare quando mettano a tacere gli scrupoli del cuore.

È passato più di mezzo secolo, ma ancora ho impresso nella memoria il momento preciso in cui Rosa, la bella, entrò nella mia vita, come un angelo distratto che passando mi rubò l’anima.

Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell’inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati…

Per la da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.

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Blanca: La vita in se è diventata il valore più importante…

Esteban: Preferisco pensare che tu mi debba un favore..

Così come quando si viene al mondo,morendo abbiamo paura dell’ignoto.
Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà.
Morire è come nascere:solo un cambiamento.

La memoria è fragile, il percorso umano è troppo breve, le cose accadono cosi’ in fretta che non si ha il tempo di capire la relazione tra gli eventi

Bisogna lottare per vivere, perchè la vita è un miracolo

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L’opinione di Giannisv 66 dal sito http://www.filmtv.it

Imponente affresco che ripercorre quasi mezzo secolo di storia cilena, La Casa degli Spiriti è una di quelle pellicole che lasciano allo spettatore l’impressione di una grande occasione perduta.
Perduta perché il cast a disposizione del regista Billie August è davvero di altissimo livello, ma non sempre grandi attori rendono in base alle loro capacità, soprattutto se messi in un ruolo per cui manifestamente non sono “in parte”. Il riferimento è a Meryl Streep, attrice tra le migliori senza alcuna discussione possibile, ma qui chiamata a dare vita a un personaggio che non le è per niente congegnale.
Perduta anche perché l’ottima base di partenza (il romanzo di Isabel Allende) per più che legittimi motivi di “tempi” ha dovuto essere accorciato e semplificato, ma l’impressione è non sempre i tagli sono stati fatti con la misura dovuta e alla fine chi ne risente è una sceneggiatura che presenta ben più di una lacuna, dando a volte l’impressione di voli pindarici che vanno ad inficiare sulla qualità complessiva dell’opera.

L’opinione del sito http://www.temperamente.it

Rispetto al libro, il regista opera dei tagli netti nella trama e snellisce il folto ventaglio di personaggi ben delineati ed extra-ordinari del romanzo.
Sappiamo che tutto ciò è necessario per evitare che il film diventi una maratona di tre ore. Il susseguirsi degli episodi, tuttavia, è talvolta disorganico; si passa, infatti, da una situazione all’altra senza capirne perfettamente il filo logico.
La sceneggiatura, a mio parere, è scarna, e ciò va a discapito della performance di un cast di prim’ordine. Perché, diciamolo, buona parte del successo di questa pellicola è dovuta agli attori: Meryl Streep, Jeremy Irons, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas, Vanessa Redgrave. Mica pizza e fichi. Sicuramente, alcuni personaggi sono più riusciti di altri: Glenn Close, nei panni della sorella di Esteban, Ferula, è in assoluto la mia preferita. La sua interpretazione è profonda e da brividi, e abbastanza fedele al personaggio creato dalla Allende.
Non da meno i protagonisti Jeremy Irons e Meryl Streep, rispettivamente Esteban Trueba e Clara Del Valle. Winona Ryder (Blanca Trueba) ottiene grande visibilità per l’empatia che si crea con il suo personaggio, benché (chi ha letto il libro lo sa) il suo ruolo nella storia venga fuso con quello della figlia Alba.

L’opinione di angelheart dal sito http://www.filmscoop.it

Non ho letto il romanzo, ne tantomeno conosco l’autrice. Fatto sta che questo grande ambizioso film (almeno le prime volte che lo vidi, perche’ visto recentemente sono riuscito a coglierne parecchi difetti narrativi e tecnici), che segue la storia di una benestante (solo economicamente) famiglia cilena dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri, rimane un concentrato di sentimenti ed emozioni riuscito e toccante. A me e’ sempre piaciuto molto; vedere i membri di questa famiglia allontanarsi e disrtuggersi a vicenda con il passare del tempo, e’ davvero straziante (tantissime le scene dolorose e commoventi, una fra tutte, il riavvicinamento tra il padrone e il povero contadino). Laurea con lode a tutto l’intero cast, tra cui mi sento di sento di menzionare la giovane, bella e piena di talento Ryder, e il grande, odioso e scorbutico Irons (eccellente).
Come diceva qualche utente sotto, libro o non libro, rimane comunque un bel film (non esente da difetti, che pero’ non voglio mettere in risalto).

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luglio 6, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , | 2 commenti

La prima volta sull’erba

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Nel periodo delle vacanze un gruppo di persone si ritrova in un alberghetto del Tirolo.
Fra loro spiccano il dottor Hans con suo figlio Franz,la pittrice Margherita con la sua bella figlia Lotte e Hella,una ragazza con velleità artistiche (vorrebbe fare l’attrice di teatro) con la sua famiglia squinternata.
Hans e Margherita sono persone sole,ma dalla mentalità aperta mentre Franz e Margherita sono molto giovani e attratti dalle cose che interessano i giovani della loro età.
Tra i due ragazzi nasce una simpatia che sfocia ben presto nell’amore;nel frattempo anche Hans e Margherita hanno scoperto una forte attrazione reciproca,tanto da diventare amanti.
I due decidono così di incoraggiare i primi timidi tentativi di capire l’amore dei due giovani.
Avendo una moralità elastica per il periodo storico in cui il film si svolge (siamo a inizi secolo scorso),cercano di far scoprire ai due giovani anche la sessualità.

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Ma i due,nonostante la buona volontà e l’incoraggiamento dei rispettivi genitori,non riescono a consumare un rapporto,inibiti dalla relazione dei due genitori.
Così…
La prima volta sull’erba,conosciuto anche come Danza d’amore sotto gli olmi è un film del 1975 diretto da Gianluigi Calderone alla sua ultima regia cinematografica delle tre complessivamente dirette,ovvero AAA bella presenza cercasi (1969) e Appassionata del 1974 prima che il regista genovese si dedicasse esclusivamente alla tv (sua la serie tv I ragazzi del muretto)
Un film noioso,brutto e assolutamente banale.
In sintesi è questo il giudizio su un film che pur contando su un cast discreto,con la presenza di Anne Heywood,di Claudio Cassinelli e di una giovane e affascinante Monica Guerritore non riesce mai a sollevarsi dalla mediocrità,finendo per segnalarsi solo per qualche scena di nudo della Guerritore stessa e per qualche bel paesaggio.

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Il resto del film è noia allo stato puro;a parte la sceneggiatura povera e velleitaria, il film non ha mai un guizzo o un motivo di interesse tangibile.
Alla fine il senso di incompiuto è tangibile e visibile;a parte la bella fotografia e i paesaggi,tutto appare artefatto,inclusa la recitazione e una storia assolutamente improbabile non fosse altro che per il periodo in cui è ambientata.
Il tema della comunicazione tra genitore e figlio o quello della sessualità adolescenziale sono affrontati marginalmente e male;manca completamente la profondità nel film.
Amore e sesso,connubio inestricabile e di difficile inquadramento appaiono qui assolutamente privi di anima,così come priva di anima è la scena principale del film,quella in cui Franz e Lotte si ritrovano a far l’amore circondati da un paesaggio idilliaco, sotto gli occhi dei rispettivi genitori.
Sono belli“,mormora la Heywood,quasi stesse guardando un’opera pittorica.
Ed è un’opera pittorica quella che alla fine rimane allo spettatore, ovvero un alternarsi di bei quadri montani,bei boschi e bei colori,null’altro.

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Parlare d’amore richiede ben altre doti ed evidentemente Calderone non le ha,così come non riesce a dar corpo nemmeno all’altro aspetto caratterizzante la trama,ovvero il complesso rapporto genitore/figlio.
Quindi,alla fine,la delusione è tanta.
Ma non possiamo in realtà nemmeno parlare di un’occasione sprecata tanto banale appare la trama e tanto svogliati appaiono gli attori;alla fine davvero non resta nulla della pellicola se non un senso di totale noia.

Danza d’amore sotto gli olmi
Un film di Gianluigi Calderone. Con Claudio Cassinelli, Bruno Zanin, Monica Guerritore, Anne Heywood, Mark Lester, Lorenzo Piani, Vincenzo Ferro Drammatico, durata 92 min. – Italia 1975.

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Anne Heywood: Margherita
Claudio Cassinelli: Hans
Mark Lester: Franz
Monica Guerritore: Lotte
Giovanna Di Bernardo: Hella

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Regia Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Gianluigi Calderone, Vincenzo Cerami
Produzione Enzo Doria
Musiche Fiorenzo Carpi
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Production design Franco Velchi

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L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it

Una coppia sposata amoreggia al pari dei loro due figli.Un film fasullo,una sciocchezza mai vista sugli schermi che gioca sui sentimenti delle persone in un modo falso e ipocrita.Come sfondo un hotel ai piedi delle montagne e tanta melassa condita con poco erotismo (quasi zero) eccetto un nudo integrale veloce della sempre bella Monica Guerritore.Inutile….vera spazzatura.

L’opinione di B,Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Noiosissimo. La cosa migliore è senz’altro la vivida fotografia di Marcello Gatti, che dà un bel tocco di “Austria felix”. Gli attori sono tutti impacciati, come se non credessero in quello che fanno (la Guerritore appare pure con peluria sopra il labbro superiore). Obiettivamente, ne hanno ben donde. Calderone si rifugia nell’artificioso, sia come dialoghi sia come inquadrature. Il finale ferroviario è forzatissimo. Evitabile, quasi da evitare.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Scritto in coppia con Vincenzo Cerami, il secondo film di Calderone è un romanzo dalle belle descrizioni – i ricchi quadri cromatici di Marcello Gatti e il pacato accompagnamento musicale di Fiorenzo Carpi – ma appesantito dai dialoghi artefatti, così come è artefatto ed improbabile l’assunto di base. Gli interpreti, dapprima promettenti con gli sguardi volenterosi dei giovani Guerritore e Lester, scompaiono presto assorbiti nella pedanteria e nel “vuoto” complessivi, tipici di certo cinema d’autore o presunto tale.

L’opinione di Giacomovie dal sito http://www.davinotti.com

Ha tutte le apparenze di una pellicola con delle pretese artistiche ma, a parte le riprese sugli scenari lacustri molto belli e la cura nei costumi, non conferma le sue ambizioni. Vorrebbe dare un’analisi alternativa sul tema dei condizionamenti e delle barriere nel rapporto genitori-figli (la trama riguarda due adolescenti esplicitamente incoraggiati al sesso dai rispettivi genitori), ma l’apatia prende subito il sopravvento e gli attori spaesati contribuiscono al parziale fiasco.

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giugno 26, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Shakespeare in love

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Nel mio più recente articolo ho parlato di Shakespeare e di uno dei suoi più celebri capolavori,Romeo e Giulietta,ricordando la precisa ed attenta ricostruzione della tragedia da parte del regista Franco Zeffirelli.
Ora invece vorrei parlare di un film di grande successo,premiato nel 1999 con ben sette statuette e che narra in maniera assolutamente fantasiosa del grande bardo e del suo innamoramento per una graziosa fanciulla, Viola De Lesseps;il film è Shakespare in love,del regista britannico John Madden.
La pellicola è una ricostruzione assolutamente arbitraria della vita del celebre tragediografo inglese,della quale vita si conosce ben poco,tanto che sono molti quelli che mettono in dubbio addirittura la sua esistenza.
A parte le numerose incongruenze storiche e la fantasiosa rivisitazione della vita dello scrittore di Stepford on Avon, nel film ci sono errori anche gravi,tipo l’errata collocazione della data di stesura delle sue opere ecc.

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Cose che però non devono inficiare un giudizio estetico e strettamente cinematografico del film stesso,alla luce di quella che è un’operazione legata ad un film che narra una vicenda d’amore,con garbo e mestiere.
La storia prende spunto dall’incontro casuale tra William Shakespeare,noto tragediografo dell’epoca in palese crisi di ispirazione e impegnato nella stesura della sua tragedia più famosa (con l’Amleto),quel Romeo e Giulietta che verrà consegnato ai posteri come summa della sua poesia e della sua abilità di descrittore d’anime e di sentimenti e la bella Viola De Lesseps,che lui conoscerà in una doppia veste,quella del giovane attore Thomas Kent e in quelle reali della stessa Viola.
Un passo indietro.
Nella Londra di fine 500 (periodo in cui è ambientato il film) i ruoli femminili a teatro dovevano essere obbligatoriamente interpretati da uomini;era infatti proibito alle donne calcare le scene di un teatro,pena severe sanzioni.
Così William Shakespeare,che sta mettendo in scena una commedia,finanziata da Philip Henslowe si ritrova a dover fare audizioni di attori alle prime armi o vecchie ciabatte assolutamente inadatte al ruolo.
Sulla scena erò compare Thomas Kent,un giovane ed effeminato attore,che recita una parte tratta da I due gentiluomini di Verona di Shakespeare con tale bravura ed intensità da lasciare letteralmente fulminato lo scrittore.

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William insegue il giovane fino a casa De Lesseps e qui trova la bella Viola in abiti femminili,rimanendone incantato; ma la ragazza,a sua insaputa,è stata promessa in sposa a Lord Wessex.
William è ormai innamorato della ragazza,ma ignora ancora che lei si nasconde nei panni di Thomas.
Dopo una serie di vicissitudini,William e Viola,pur innamorati dovranno separarsi…
Nell’ottica stretta del film d’evasione, la storia regge e si fa guardare;funzionano bene tutte le componenti del film,dagli attori al cast tecnico.
I guai cominciano solo quando ci si rende conto della sproporzione tra il film, pure gradevole e ben fatto e la valanga di premi attribuiti allo stesso.
Nella cerimonia degli Academy Award (gli Oscar) del 1999,a sorpresa il film si impose su un lotto di pellicole decisamente e qualitativamente superiori.
Basti pensare che restarono a bocca asciutta capolavori come Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), regia di Steven Spielberg,La sottile linea rossa (The Thin Red Line), regia di Terrence Malick e ottimi film come Elizabeth, regia di Shekhar Kapur e il nostro La vita è bella, regia di Roberto Benigni decisamente migliori rispetto al pregevole lavoro di Madden.
Ma la logica dell’Accademia è sempre stata mossa da principi spesso incomprensibili.
Il film trionfò anche nella sezione Migliore attrice protagonista con l’Oscar attribuito a Gwyneth Paltrow,in quella Migliore attrice non protagonista con la statuetta attribuita a Judy Dench,nella sezione Miglior scenografia con i premi dati a Martin Childs e Jill Quertier,per i Migliori costumi e il relativo premio consegnato a Sandy Powell,in quella della Migliore colonna sonora sotto sezione Miglior Musical o Commedia con il premio dato a Stephen Warbeck.
Troppi premi,in effetti.

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A parte gli ultimi due,gli altri sono stati elargiti con troppa sicurezza e superficialità.
Comunque sia, il successo del film è stato di livello internazionale.
Bene nel cast sia la Paltrow che la Dench,discreto Fiennes,sufficienti Tom Wilkinson e Colin Firth,in ombra Affleck.
A proposito di ardite soluzioni storiche proposte dal film da sottolineare l’assoluta inattendibilità riguardante la figura di Philip Henslowe,il famoso impresario teatrale che non è assolutamente dimostrato abbia conosciuto il grande bardo.
Altrettanto poco attendibile è la figura di Christopher Marlowe,il quale avrebbe fornito a Shakespeare l’ispirazione per la sua tragedia Romeo e Giulietta;altra cosa assolutamente arbitraria.
Aldilà degli appunti storici e delle soluzioni ardite se non campate in aria proposte dagli sceneggiatori, il film è ben diretto e si avvale comunque di professionisti di alto livello,che consegnano alla platea un prodotto sicuramente di classe.

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Shakespeare in Love

Un film di John Madden. Con Joseph Fiennes, Gwyneth Paltrow, Geoffrey Rush, Tom Wilkinson, Judi Dench,Colin Firth, Martin Clunes, Simon Callow, Ben Affleck, Rupert Everett, Imelda Staunton, Steven O’Donnell, Tim McMullan, Steven Beard, Antony Sher, Patrick Barlow, Sandra Reinton, Georgie Glen, Nicholas Boulton Titolo originale Shakespeare in Love. Commedia durata 122 min. – USA 1998.

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Shakespeare in love banner protagonisti

Joseph Fiennes: William Shakespeare
Gwyneth Paltrow: Viola De Lesseps/Thomas Kent
Geoffrey Rush: Philip Henslowe
Tom Wilkinson: Hugh Fennyman
Judi Dench: regina Elisabetta
Colin Firth: Lord Wessex
Martin Clunes:Richard Burbage
Simon Callow: Tilney
Ben Affleck: Ned Alleyn
Rupert Everett: Christopher Marlowe
Daniel Brocklebank: Sam Gosse
Jim Carter: Ralph
Imelda Staunton: la balia
Mark Williams: Wabash

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Christian Iansante: Joseph Fiennes
Francesca Fiorentini: Gwyneth Paltrow
Mattia Sbragia: Geoffrey Rush
Franco Zucca: Tom Wilkinson
Marzia Ubaldi: Judi Dench
Massimo Lodolo: Colin Firth
Massimo Corvo: Martin Clunes
Vittorio Congia: Simon Callow
Fabio Boccanera: Ben Affleck
Angelo Maggi: Rupert Everett
Stefano Crescentini: Sam Gosse
Paolo Buglioni: Jim Carter
Roberto Stocchi: Mark Williams

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Regia John Madden
Soggetto Marc Norman, Tom Stoppard
Sceneggiatura Marc Norman, Tom Stoppard
Produttore David Parfitt, Donna Gigliotti, Harvey Weinstein, Edward Zwick, Marc Norman
Fotografia Richard Greatrex
Montaggio David Gamble
Musiche Stephen Warbeck
Scenografia Martin Childs

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“Henslowe! Sai cosa succede ad un uomo che non paga i suoi debiti? suoi stivali prendono fuoco! “

“Lord Wessex: Ho parlato con vostro padre.-Viola De Lesseps: Sicche’, mio signore? Parlo con lui ogni giorno.”

“Capisci – una commedia.Amore ed un numero con un cane. questo e’ cio’ che vogliono. “

“Cinquanta sterline! una somma molto valorosa per una molto valorosa questione:Puo’ una commedia mostrarci l’assoluta’ verita’ e natura dell’amore? Saro’ testimone alla scommessa, e ne saro’ il giudice quando ne arrivera’ l’occasione. Non ho ancora visto niente per risolverla.”

“Mr. Tilney! Abbiate cura del mio nome – lo sgualcirete!”

“Viola de Lesseps: dimmi quanto la ami,Will.William Shakespeare:Come una malattia e la sua cura insieme.”

“Questa non è la vita, Will. È una stagione rubata.”

“Più dolce sarebbe la morte se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto, e se così fosse… mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire.”

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L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it

Film che passerà inevitabilmente alla storia per aver vinto ben sette premi Oscar meritandone effettivamente uno solo (quello per i costumi). “Shakespeare in love” è essenzialmente una storia d’ amore, una di quelle epiche e tormentate, romantiche nel midollo, concepite per fare breccia nella sfera emotiva del grande pubblico. Lo sviluppo della trama è quello elementare della relazione impossibile già visto in centinaia di film ma l’ idea di mettere Shakespeare stesso nei panni del Lui e affiancare la vicenda sentimentale del drammaturgo alla creazione e prima messa in scena della tragedia di Romeo e Giulietta rende il tutto vagamente più interessante. Ecco, ad essere sinceri, la parti migliori del film sono proprio quelle che ruotano attorno al mondo del teatro con tutti i suoi problemi ed i suoi personaggi qui ben caratterizzati da un discreto cast (bene soprattutto Rush, Wilkinson e tutto sommato anche Affleck). C’ è poi da dire che alcuni espedienti narrativi sono un pò deboli, che la veridicità storica latita e che la coppia Fiennes-Paltrow non è poi così folgorante. I punti forti rimangono scenografie, costumi e la presenza (seppur ridotta al minimo) di Judi Dench nei panni della regina Elisabetta. Madden si limita a gestire il tutto in modo asciutto ma senza far nulla che potesse minimamente giustificare la relativa nomination all’ Oscar. Decisamente sopravvalutato.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Daniela

Smentisco di essere un tipo poco romantico: anche se preferisco la visione di un bell’horror, le vicende di amori infelici facilmente mi spremono una lacrimuccia. Però questo film ispirato alla vita del bardo alle prese con turbe artistiche ed ormonali non mi ha conquistato, nonostante la sontuosità della messinscena e dei costumi. Paltrow, anoressica preraffaellitica, non ha grinta sufficiente per il ruolo, Fiennes è un sedano scondito, la Dench una regina autorevole ma senza troppi guizzi, la noia si affaccia. Oscar? Troppa grazia…

Giacomovie

Può un’opera mostrarci l’esatta natura e verità sull’amore? Una bella domanda che emerge dai dialoghi ed alla quale alla fine viene data risposta affermativa. Si tratta del possibile backstage del Romeo e Giulietta e nel suo impianto goliardico di fondo si propone come un prodotto altamente culturale, con una buona recitazione, grandi meriti scenografici e notevoli costumi da oscar. L’amore ha sempre qualcosa di teatrale e qui se ne esaltano sia i significati del tragico che del giocoso, con ricchezza poetica nella narrazione dei sentimenti.

Galbo

Versione romanzata di una parte della vita del grande scrittore inglese e del rapporto con una donna che lo solleva da una crisi creativa (riesce a concludere la scrittura di Romeo e Giulietta) e della quale si innamora. Al di là dell’improbabilità della storia, il film di John Madden è un gradevole spettacolo, realizzato con dovizia di mezzi e molto curato sia nella sceneggiatura (scritta da Tom Stoppard),nella ricostruzione scenica (assolutamente sontuosa) e nella scelta del cast, con la Paltrow e la Dench entrambe premiate con l’Oscar.

L’opinione di Elmoro dal sito http://www.filmscoop.it

Carino si, ma non il film memorabile degno di ben 7 oscar e 13 nomination. Ennesimo abbaglio dell’Academy, che nell’anno de “La vita è bella” e “Salvate il soldato Ryan”, scippa clamorosamente a questi due e a Benigni in particolare gli oscar per il miglior film e per la migliore sceneggiatura (ODDIO!). La storia è carina, ma alla fine del film mi sono accorto di avere il diabete, tanto è mielosa la trama e ogni suo componente. Sufficienza ma niente di più.

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giugno 24, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , , , , | 2 commenti

Romeo e Giulietta

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In due anni,tra il 1594 e il 1596 il grande bardo alias William Shakespeare scrisse la tragedia “The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet” che da noi divenne solamente Romeo e Giulietta.
La tragica storia dei due innamorati,Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi, è conosciuta universalmente nel suo svolgimento finale, ovvero con la pozione presa da Giulietta per sfuggire alle nozze con il conte Paride che le provocherà una morte apparente e con la conseguente morte di Romeo, “E così con un bacio io muoio” e con la conseguente morte di Giulietta che si trafigge con un pugnale.
Una storia d’amore e morte che Franco Zeffirelli porta sulllo schermo nel 1968,riproponendo fedelmente dialoghi e sceneggiatura della tragedia, riuscendo a creare un delicato equilibrio tra il testo originale e la tragedia shakespiriana.

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Sono state molte,nel corso della storia del cinema,i tentativi di portare sullo schermo opere di Shakespeare;mai come nel caso di nessun altro scrittore gli esiti sono stati deludenti.
A parte il Macbeth di Polanski (del quale c’è la recensione sul sito) sono davvero poche le trasposizioni cinematografiche degne di menzione.
Tra esse cito quelle che ho apprezzato di più come Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Rosencrantz and Guildenstern Are Dead)per la regia di Tom Stoppard,La bisbetica domata (The Taming of the Shrew) ancora per la regia di Franco Zeffirelli,Giulio Cesare (Julius Caesar)
regia e sceneggiatura di Joseph L. Mankiewicz.
Poco altro in più.
La storia dei due sventurati amanti veronesi è ripresa da Zeffirelli con molta accuratezza,sia nei dialoghi come già detto sia nell’ambientazione che nei costumi;l’aria di tragedia è ben presente nel film,mescolata ai momenti d’amore tra i due giovani, condannati dall’odio fra le loro famiglie ad un destino crudele.
Shakespeare aveva creato una tragedia dal grande respiro,piena zeppa di personaggi delineati,dal Mercuzio ironico e sfacciatamente epicureo alle figure dei due amanti,puri e alti nella dimensione più elevata del sentimento chiamato amore.

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Un sentimento attorno al quale ruota inevitabilmente la vita dell’uomo,della donna e delle creature della terra ma non solo.
Estendendo il concetto,amore è ovunque,fino nella religione,come in quella cattolica che descrive l’amore di Dio per le sue creature, un amore così forte da contemplare la morte del suo unico figlio per la redenzione dell’umanità stessa.
Come dicevo,Shakespeare va oltre anche le convenzioni dell’epoca,considerando i due amanti come l’esempio più fulgido dell’amore,la massima rappresentazione dello stesso sentimento, in antitesi con la visione di amanti sfortunati e disonesti che veniva data da scrittori dell’epoca in cui i fatti avvennero.
E Zeffirelli non tradisce lo spirito di Shakespeare.
L’amore vince tutto, si arrende solo alla morte,ma con il passare del tempo la sconfigge,perchè la storia dei due giovani diviene l’emblema di come si possa far sopravvivere l’amore anche alla morte, esaltando la stessa come supremo atto dell’affetto verso la persona amata.

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In un’epoca materiale come la fine del 500,la forza della tragedia di Shakespeare è dirompente,così come lo è oggi;non a caso il balcone di Giulietta e Romeo a Verona o l’ente che gestisce la corrispondenza inviata ai due amanti sono affollate di visitatori e di scrittori.
Di tutte le età,nazionalità,uniti solo dalla forza del sentimento più nobile che l’uomo coltiva.
La tragedia di Shakespeare unisce poesia alla poesia;frasi come “« Mostra lei alle torce come si fa a brillare ché pare un pendente sulle gote della notte,
come il ricco gioiello all’orecchio dell’Etiope » o ancora « …tanto lei è bella che questa cripta si illumina a festa. » oppure 2Oh, essa insegna alle torce come splendere. Sembra pendere sul volto della notte come ricca gemma all’orecchio d’una Etiope. Ma è bellezza di un valore immenso che mai nessuno avrà, troppo preziosa pe la terra. Come colomba bianca in una lunga fila di cornacchie sembra la fanciulla tra le sue compagne. La voglio vedere dopo questo ballo; come sarei felice se la mia mano rude sfiorasse quella sua. Ha mai amato il mio cuore? Negate, occhi: prima di questa notte non ho mai veduto la bellezza.”
Una storia d’amore quindi.

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Che Franco Zeffirelli propone in una versione elegante e per certi versi magica;scegliendo per esempio le splendide note di Nino Rota,avvolgenti e tristi come si deve ad una colonna sonora che tratta un tema così forte oppure scegliendo per la fotografia Pasquale De Santis, che riesce a dare luminosità e toni cupi a seconda delle scene girate,tanto da meritare l’Oscar per la miglior fotografia.
Splendida la location e splendidi i costumi di Danilo Donati,che ottenne anche lui un meritato Oscar mentre a Zeffirelli sfuggì quello per la miglior regia,per la quale ebbe la nomination e che invece andò all’ormai dimenticato Oliver di Carol Reed.
Bravissimi i due attori principali,la bellissima e giovanissima Olivia Hussey,volto assolutamente perfetto per incarnare la virginea Giulietta;l’attrice inglese,che anni dopo interpretò la Madonna nel Gesù di Zeffirelli diede vita ad un’interpretazione memorabile.
Fece scandalo il suo seno nudo,cosa che la lasciò abbastanza indifferente come mostra la battuta fulminante che riservò ai giornalisti quando seppe che non poteva presenziare alla visione del film per la sua giovane età:”Non capisco perchè non possa vedere qualcosa che vedo nello specchio ogni giorno
Bravo anche Leonard Whiting che però non ebbe più occasione di avere un ruolo così importante e che non confermò quindi la bella prova d’esordio.Da segnalare il sontuoso cast dei doppiatori che include tra gli altri Gassman e Giannini.

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Un film molto ben fatto e confezionato,un film dei sentimenti e sui sentimenti;la vicenda dei suoi sfortunati protagonisti commuove anche il più scafato degli spettatori e sfido chiunque abbia visto il film a non sentire una stretta al cuore quando Giulietta muore,consapevole che il suo grande amore Romeo ha scelto la morte pur di non restare lontano da lei.
Un grande film,una grande tragedia,una grande storia d’amore.

Romeo e Giulietta

Un film di Franco Zeffirelli. Con Leonard Whiting, Olivia Hussey, John McEnery, Michael York, Milo O’Shea, Pat Heywood, Robert Stephens, Bruno Scipioni, Tony Soler, Rosemarie Dexter, Roberto Bisacco, Antonio Gradoli, Carlo D’Angelo, Franco Balducci, Geronimo Meynier, Andrea Bosic, Antonio Pierfederici, Elsa Vazzoler, Umberto Raho, Roberto Antonelli, Carlos Estrada, Nazzareno Natale, Natasha Parry, Bruce Robinson, Murray Head, Paola Tedesco, Richard Warwick Drammatico durata 152 min. – Italia, Gran Bretagna 1968

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Leonard Whiting: Romeo
Olivia Hussey: Giulietta
John McEnery: Mercuzio
Milo O’Shea: Padre Lorenzo
Pat Heywood: La Balia
Robert Stephens: Escalo il Principe di Verona
Michael York: Tebaldo
Bruce Robinson: Benvolio
Paul Hardwick: Capuleti padre
Natasha Parry: Capuleti madre
Antonio Pierfederici: Montecchi padre
Esmeralda Ruspoli: Montecchi madre
Roberto Bisacco: Conte Paride
Bruno Filippini: il menestrello
Paola Tedesco: Rosalina
Laurence Olivier: Voce narrante

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Giancarlo Giannini: Romeo
Anna Maria Guarnieri: Giulietta
Giorgio Albertazzi: Mercuzio
Mario Feliciani: Padre Lorenzo
Dhia Cristiani: La Balia
Sergio Fantoni: Il Principe di Verona
Pino Colizzi: Tebaldo
Massimo Turci: Benvolio
Roberto Bertea: Capuleti padre
Marina Dolfin: Capuleti madre
Vittorio Gassman: Voce narrante

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Regia Franco Zeffirelli
Soggetto William Shakespeare (opera teatrale)
Sceneggiatura Franco Brusati, Masolino D’Amico, Franco Zeffirelli
Produttore John Brabourne, Anthony Havelock-Allan
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Reginald Mills
Musiche Nino Rota
Scenografia Lorenzo Mongiardino e Luciano Puccini
Costumi Danilo Donati
Trucco Mauro Gavazzi, Luciano Vito

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L’amore è cieco, e il buio gli si addice. (Shakespeare,Romeo e Giulietta)

Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.(Romeo: atto II, scena II)

Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia! (Romeo: atto II, scena II)

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta: atto II, scena II)

Chi sei tu che avvolto nella notte inciampi nei miei più reconditi pensieri? (Giulietta: atto II, scena II)

Buona notte, buona notte! Lasciarti è dolore così dolce che direi buona notte fino a giorno. (Giulietta: atto II, scena II)

Amore mio, mia sposa! La morte, che ha gia succhiato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto sulla tua bellezza. Ancor sulle tue labbra e le tue guance risplende rosea la gloriosa insegna della bellezza tua: su te la Morte non ha issato il suo pallido vessillo… Tebaldo, tu che te ne stai là in fondo nel tuo bianco lenzuolo insanguinato, qual maggiore tributo posso renderti che spezzare con questa stessa mano che ha spezzato la tua giovane vita quella dell’uomo che ti fu nemico? Perdonami, cugino!… O mia Giulietta, perché sei tanto bella ancora, cara? Debbo creder che palpita d’amore l’immateriale spettro della Morte? E che quell’aborrito, scarno mostro ti mantenga per sé qui, nella tenebra, perché vuol far di te la propria amante? Per paura di questo, io resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte. qui, qui, voglio restare insieme ai vermi, tue fedeli ancelle, qui fisserò l’eterno mio riposo, qui scrollerò dalla mia carne stanca il tristo giogo delle avverse stelle. Occhi, guardatela un’ultima volta, braccia, stringetela nell’ultimo abbraccio, o labbra, voi, porta del respiro, con un bacio puro suggellate un patto senza tempo con la morte che porta via ogni cosa. Vieni, amarissima mia scorta, vieni, mia disgustosa guida. E tu, Romeo, disperato nocchiero, ora il tuo barco affranto e tormentato dai marosi scaglia contro quegli appuntiti ronchi a sconquassarsi… Ecco, a te, amor mio! Bevo al mio amore! O onesto speziale! Il tuo veleno è rapido, e così, con un bacio, io muoio. (Romeo: atto V, scena III)

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L’opinione di Mery91 dal sito http://www.filmscoop.it

Bellissimo adattamento cinematografico di Zeffirelli della famosa opera di Shakespeare.
Sicuramente la migliore trasposizione cinematografica mai fatta per quanto riguarda Romeo e Giuletta.
Bellissima l’atmosfera che si respira della Verona Rinascimentale; ottimo davvero tutto, dalla recitazione ai costumi, dalla colonna sonora alle scenografie (non a caso Zeffirelli si è laureato all’Accademia di Belle Arti). Meritatissimi i due Oscar per la migliore fotografia e per i migliori costumi. Bravi Leonard Whiting e le bella Olivia Hussey. Ottimo lavoro di Franco Zeffirelli, sicuramente uno dei suoi migliori lavori.
Da vedere.

Dal sito http://www.davinotti.com

L’opinione di Pigro

La tragedia di Shakespeare in versione oleografica e magniloquente. Abbondano belle e belli, come sempre in Zeffirelli, ma il film è molto ben curato, le ambientazioni (così come scene e costumi) raffinate e – anche se non ci si può aspettare il colpo d’ala della genialità – alla fine l’opera è godibile e di buon livello. Il regista è un eccellente artigiano e ci sa fare e la grazia acerba dei giovanissimi protagonisti (Leonard Whiting e Olivia Hussey), in linea con l’età chiesta dalla storia, fa il resto. Da segnalare la musica di Nino Rota.

L’opinione di Cotola

Lo considero uno dei migliori Zeffirelli di sempre (assieme a La bisbetica domata, guarda caso sempre ripreso da Shakespeare) poiché stranamente qui il regista fiorentino oltre a rispettare il testo letterario di partenza, tiene a freno il suo ego smisurato, rendendo così un buon servizio alla riuscita della sua pellicola. Alla regia si aggiunge una confezione impeccabile che si può fregiare della bella colonna sonora di Nino Rota, dei costumi di Danilo Donati e della fotografia di De Santis.

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giugno 22, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , | 2 commenti

Presentazione

Presentazione

 

Dopo sette anni di esistenza del blog,mi sono reso conto di aver parlato tanto di cinema e pochissimo o niente di me. In realtà qualcosa di me è presente in alcuni articoli, come quelli dedicati al cinema sotto forma di appunti e ricordi, ma credo di dover colmare questa lacuna e parlarvi di me, della mia vita e delle mie passioni.

Mi chiamo Paolo, ho 57 anni, sono vedovo e ho un figlio di 25 anni, Roberto. Vivo a Bari, una città che adoro e ancora a misura d’uomo.Una città che ho visto crescere sia culturalmente che fisicamente, nel senso che si è dilatata territorialmente fino a diventare un centro pilota nell’intero Sud.

Sono appassionato di cinema ma non solo; amo il mare e la natura, gli animali, i grandi spazi aperti, la campagna.Sono una persona molto solitaria,anche se comunque frequento persone e non disdegno la loro compagnia.Sono appassionato anche di musica,di arte e di archeologia,di storia antica tanto da aver avuto per molti anni un blog su Splinder, piattaforma oggi non più attiva che all’epoca aveva una buon numero di appassionati seguaci.

Come dicevo amo il cinema;i motivi sono elencati negli articoli Cinema appunti e ricordi.Per un po di tempo ho dovuto trascurare il blog per gravi motivi personali ma ho intenzione di rifarmi del tempo perduto,anche se inevitabilmente sarà un impegno a scadenza,nel senso che nel prossimo futuro la mia vita mi condurrà verso una nuova avventura che con ogni probabilità escluderà la possibilità di continuare a occuparmi del blog stesso, un’avventura che mi appare meravigliosa e che mi permetterà di fare quello in cui credo,quello che sento.

Non c’è molto altro da dire,in effetti.Una persona normalissima quale sono e che vive un quotidiano qualsiasi non ha poi molto da raccontare,se non sogni e desideri. Uno dei quali è quello di avere come lettori gente appassionata che condivide gusti e amore per la musa cinema, che ha accompagnato praticamente tutta la mia vita regalandomi momenti indimenticabili.

E’ tutto. Grazie di esserci,di continuare a leggermi,di essermi d’aiuto con le vostre critiche e i vostri consigli.

Un saluto a tutti

Paolo

 

giugno 16, 2015 Pubblicato da: | Senza Categoria | 10 commenti

Dio li fa e poi li accoppia

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Don Celeste è un brav’uomo, dalla moralità specchiata che fa il parroco in un paesino situato da qualche parte nell’Italia centrale.
Si occupa con diligenza della sua parrocchia e dei suoi fedeli, fra i quali spicca la figura caciarona ma romantica di Dario Ricciotti,un commerciante gay che sogna di poter sposare il suo partner e che assilla Don Celeste con le sue richieste.
Il prete sembra non aver alcun problema;si occupa di musica,la sua passione e svolge il suo magisterio con umanità;ma il giorno di Carnevale qualcosa cambia definitivamente la sua vita.
Mentre è in bicicletta per stradine di campagna,il parroco viene circondato da quattro ragazze in bicicletta e violentato da una di esse.
Turbato più che sconvolto dall’accaduto,Don Celeste inizia a cercare la sua violentatrice e alla fine la rintraccia;è Paola Di Pietro,una bella ragazza del paese.

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La ragazza non nega l’accaduto ma rivela a Don Celeste una verità sconvolgente;è incinta del parroco ma non intende proseguire la gravidanza.
La decisione di Paola mette in crisi Don Celeste,che deve fare i conti con la sua coscienza e con la sua fede;deciso ad impedire ad ogni costo un traumatico aborto,il parroco decide di denunciare per stupro la ragazza.
La notizia suscita sconcerto fra i parrocchiani e reazioni contrastanti tra i tutori della legge e i superiori del parroco.
Agli sghignazzi delle forze dell’ordine si sovrappongono le legittime preoccupazioni dei superiori ecclesiastici;l’impossibilità di concedere la dispensa matrimoniale a Don Celeste,disposto a portare all’altare Paola,crea un problema irresolubile alle alte sfere vaticane.
La soluzione dell’intricato caso avverrà quasi casualmente;Paola si innamorerà di un bravo giovane e Don Celeste potrà tenere il bambino allevandolo ed educandolo secondo i suoi principi.

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Gradevole e garbata commedia all’italiana,ormai defunta da tempo, Dio li fa e poi li accoppia è un film diretto nel 1982 da Steno,in una delle sue ultime regie cinematografiche.
I temi dell’aborto e del celibato dei preti sono affrontati dal regista romano con il con il consueto garbo ed ironia;la pellicola scorre tranquillamente grazie anche alla simpatia dei due principali protagonisti,in primis Johnny Dorelli,qui in una delle sue classiche apparizioni in cui la simpatia e il magnetismo umoristico del cantante attore vengono esaltate dal ruolo principale affidatogli,poi il bravo e versatile Lino Banfi, straripante nel ruolo del gay follemente innamorato del suo compagno che vorrebbe sposare in barba alle leggi della chiesa e dello stato.
Due personaggi, quelli di Don Celeste e di Dario molto ben delineati nonostante la leggerezza degli stessi.
Inevitabilmente i contorni delle loro figure finiscono per sfumare, vista la leggerezza con cui vengono descritti ma in realtà il film non intende approfondire più di tanto le tematiche abbozzate, non rientrando nel disegno di Steno un approfondimento sia del celibato dei preti sia dell’aborto.
Il film quindi si mantiene correttamente sui binari del politicamente corretto,badando più alla scorrevolezza dello stesso che a temi che francamente sarebbe stato impossibile affrontare nell’ambito di una commedia leggera.

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Steno,al secolo Stefano Vanzina, nel corso della carriera girerà circa 80 film e stenderà più di 130 sceneggiature; questo è il quint’ultimo lungometraggio e con lui collabora Bernardino Zapponi per una sceneggiatura lineare e ben equilibrata.
Nel film compare anche,nel ruolo di Paola, la bella Marina Suma,che l’anno successivo otterrà un grande successo personale con Sapore di mare,con la regia del figlio di Steno, Carlo Vanzina.
Per quanto bella la Suma appare un po impacciata;un anno dopo il folgorante esordio con Le occasioni di Rosa di Piscitelli, Marina mostra di avere doti ma di essere ancora acerba.
Tuttavia, nell’ambito di questo film appaiono un po ingenerose le critiche mosse all’attrice napoletane da molti citici.
In fondo parliamo di una commedia leggera,dove non era richiesta un’interpretazione da Oscar.
In definitiva un film gradevole, divertente in maniera soft ma che non annoia.
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Un film di Steno. Con Johnny Dorelli, Lino Banfi, Marina Suma, Venantino Venantini, Adriana Giuffré,Giuliana Calandra, Enzo Rinaldi, Franco Caracciolo Commedia, durata 100 min. – Italia 1982

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Johnny Dorelli: Don Celeste Restani
Lino Banfi: Dario Ricciotti
Marina Suma: Paola Di Pietro
Venantino Venantini: Occhipinti, il proprietario della discoteca
Giuliana Calandra: Clara, la perpetua
Graziella Polesinanti: l’avvocato di Paola
Max Turilli: Anselmo Marcucci, il testimone
Stefano Altieri: il giudice del processo
Loris Zanchi: il Vescovo
Annabella Schiavone: una pettegola del paese
Renzo Rinaldi: il pubblico ministero
Franco Bracardi: il sindaco di Brisignano
Enio Drovandi: il carabiniere alla macchina da scrivere
Guerrino Crivello: l’assessore comunale di Brisignano
Franco Caracciolo: uno dei due gay olandesi
Geoffrey Copleston: il sindaco di Kellemborg
Adriana Giuffrè: una donna del paese
Dino Cassio: il vigile Urbano
Mimmo Poli: il tassista di Roma
Valentino Simeoni: un uomo in Chiesa
Carlo Demi: il cancelliere al processo

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Regia Steno
Soggetto Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Enrico Vanzina
Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti
Adriano De Micheli
Casa di produzione International Dean Film S.r.l.
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Panarecord
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Studio Sound Coop
Musiche Gianni Ferrio
Tema musicale Dio c’è
Scenografia Giuseppe Mangano
Costumi Silvio Laurenzi
Trucco Giulio Mastrantonio

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Steno dirige con perizia, non c’è che dire, ma il copione di suo figlio Enrico e di Bernardino Zapponi, pur toccando un tema di cui oggi molto si discute (le adozioni gay), fa acqua ovunque: la storia è insulsa e facilona, e con quella “Dio c’è” declamata sui titoli di coda tocca davvero il fondo del patetico. Pur diligente e misurato nella parte, Dorelli non è molto credibile come prete serio, mentre Banfi riesce sempre a travolgere con la sua carica irrefrenabile di comicità anche quando circoscritta nel macchiettismo. Tremenda la Suma.

Markus

L’idea in sè non è male, ma gli interpreti principali (particolarmente istrionici) portano avanti un loro discorso senza quasi mai incontrarsi. La comicità è limitata a qualche battuta di Lino Banfi e al sarcasmo del confidenziale Johnny Dorelli, ma tutto appare francamente buttato lì: è evidente che fu un prodotto commerciale senza il desiderio di approfondimento. Pruriginosa (almeno per me) la presenza dell’allora giovane e seducente Marina Suma, qui munita di mascherina da diavolessa. Valse il prezzo del biglietto!

Fabbiu

Commedia italiana, impegnata (con i suoi soliti mezzi) ad approfondire diversi temi, in cui Dorelli (nei panni del prete) se la cava piuttosto bene (riesce a convincere abbastanza) e il merito maggiore va in assoluto a Lino Banfi che, se forse stereotipizza troppo la figura dell’omosessuale, per lo meno riesce a risollevarla con l’umorismo nei momenti in cui le riflessioni tendono al patetico. Steno riesce bene a raccontare la storia in modo rilassante e poco macchinoso, sebbene l’ultima porzione di film giri un po’ a vuoto. Odiose la Suma e la canzone a tema.

Giuan

Commedia di Steno che per qualche criptico motivo cinematografico ho sempre scambiato per un film di Festa Campanile. Sviste registiche a parte, si tratta di uno di quei film che motivi affettivi ci fan amare ben al di là dei suoi specifici meriti. La fascinazione (personale s’intende) nasce presumo dal carisma pretesco e agée di Dorelli, unito ad un Lino capace di costruire un personaggio da una macchietta e alla Marina che ai tempi tutti ci concupiva. Stefano dirige un copione di Enrico e Zapponi, di cui era effettivamente difficile trovar il registro.
Opinioni tratte dal sito http://www.filmscoop.it

Woodman

Squisita e sorprendente commediola nostrana, decisamente sopra la media del periodo.
Con una regia tiepidina del pur bravo Steno, la storia si snoda acquistando sempre più interesse. Esempio di commedia dalle ambizioni sociologiche ancora seguito (nel bene e soprattutto nel male), specie nel disegno parossistico e colorato dei personaggi di fianco e nella tendenza a prendersi poco sul serio.
Qui le frecciatine volano più in alto del solito, c’è una certa cura descrittiva, le gag sono genuinamente divertenti.
Audace, aguzza, leggera.
La carta vincente e il prezzo del biglietto lo vale peró l’irrefrenabile, strepitoso Banfi, che ruba la scena a chiunque.
Da recuperare.

Kimmy

Commedia che, quotando il morandini(purtroppo), sarebbe potuta essere più grande. Temi importanti trattati con leggerezza eccessiva. Omofobia, Ipocrisia, Vandalismo, Rapporti proibiti… In salsa di commedia all’italiana, con guizzo di denuncia mai troppo evidenziata, sempre una riga più sotto.. Banfi eccezionale, vale il prezzo del biglietto. Era ancora Steno, comunque, uno imponente, uno intelligente, uno che sapeva il fatto suo, fatto di un’altra pasta.. e si vedeva.

Pak 7

Buona commedia di inizi anni 80 che sa leggermente distinguersi dal trend del periodo con una storia quantomeno originale. Banfi si ” stacca” dal filone trash e si diletta in altri ambiti, entrando sicuramente nel suo miglior periodo produttivo.
Qui, in veste omosessuale, è assolutamente delizioso. Buona la prova della Suma, mentre Dorelli in qualsiasi film mi sembra avere sempre quella faccia un pò così..

giugno 12, 2015 Pubblicato da: | Commedia | , , , | Lascia un commento

Pat Garrett e Billy the Kid

Pat Garrett and Billy Kid locandina 3

“Mama, take this badge off of me I can’t use it anymore. It’s gettin’ dark, too dark for me to see I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.” 
Basterebbero le note della celeberrima, stupenda soundtrack portante del film,Knockin on heavens door di Bob Dylan per consegnare alla storia del cinema il terzo western diretto da Sam Peckinpah.
In realtà il film si regge,in maniera robusta sulla delicata alchimia di trama,sceneggiatura,interpretazioni,aldilà della fortuna che ebbe il brano di Dylan;Peckinpah non lesina nulla,violenza e sopraffazione restano sempre il suo trademark,pure siamo lontani dai bagni di sangue di Il mucchio selvaggio.

Pat Garrett and Billy Kid 1

Pat Garrett and Billy Kid 2
Questa è una storia di amicizia e tradimento,una parabola moderna ambientata nel vecchio West ma che potrebbe essere tranquillamente trasportata nei giorni nostri.
Pat Garrett e Billy the Kid è sopratutto uno scontro tra due mondi di interpretare la vita,una visione antitetica al tempo stesso romantica e crudele di un mondo ormai dissolto,il leggendario West,terra di uomini veri ed eroi presunti,di cieca violenza e di gesti di eroismo.
Due amici con un passato comune,due fratelli, quasi.
Due ex giovani adesso adulti, ognuno all’inseguimento di un ideale di vita assolutamente dissimile.
Compagni di scorribande,spesso oltre la legge,i due hanno diviso tutto.
Ma adesso a distanza di anni le cose sono cambiate.

Pat Garrett and Billy Kid 3

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Pat si è irrigimentato,ha abdicato agli ideali giovanili, in qualche modo ha rinnegato anche l’amicizia con Billy,che invece ha conservato quasi intatti gli stessi ideali;ora sono uomini, divisi da tutto,uniti solo dall’antico affetto giovanile.
I due si ritroveranno dai due lati della barricata,divisi per sempre e in qualche modo nemici.
Il mucchio selvaggio,La ballata di Cable Hogue,Cane di paglia,L’ultimo buscadero,Getaway e infine Pat Garrett e Billy the kid…sei film fondamentali del grande regista,diretti in soli quattro anni e tutti diversissimi l’uno dall’altro.
E questo diventa il film forse più intimo, meno apocalittico del regista californiano.
Qui siamo di fronte ad un film malinconico,una dissolvenza sul mondo selvaggio del West,una ballata triste come triste era stata La ballata di Cable Hogue,con in più la tragedia che avvenne nella realtà storica e il finale aperto che invece Peckinpah consegna alla storia del cinema.

Pat Garrett and Billy Kid 5
Per certi versi, anche se con i dovuti distinguo, questo film assomiglia molto a C’era una volta il West di Leone;la stessa aria sommessa e dimessa,il rimpianto per il tramonto di un mondo che aveva avuto figure leggendarie immerse in un paesaggio selvaggio e paradisiaco,la stessa dura,cruda realtà della vita di frontiera sono alcuni punti di similitudine dei due film.
Ma al tempo stesso siamo su due prodotti molto differenti;alla storia di vendetta di Armonica che Leone aveva tratteggiato con maestria Peckinpah oppone la sua visione romantica e triste di un’America ormai in profondissima trasformazione.
La visione epica si traduce in uno sguardo sottilmente crudele su un paese mai cresciuto nella realtà,in cui pesanti contraddizioni si agitano sin dalle gesta narrate dei due ex amici divenuti ora rivali.
Uno sguardo dal presente sul passato,ma anche sul futuro.

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Il pessimismo cosmico di Peckinpah è presente a pieni mani,la sua visione negativa dell’uomo,dei rapporti umani,della storia stessa delle relazioni umane si mescola al passato di un paese mai cresciuto se non come potenza economica.
La patria della democrazia è in realtà il colosso dai piedi d’argilla.
Grazie alle prove maiuscole di James Coburn,che solo due anni prima aveva dipinto magistralmente il solitario Mallory di Giù la testa e a quella di Kris Kristofferson oltre alla piccola ma incisiva parte di Bob Dylan,Peckinpah tira fuori dal cilindro il magico coniglio bellissimo e candido.
Come già detto,gran merito del successo del film va alla stupenda colonna sonora di Dylan,ma va anche alla fotografia di John Coquillon.

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Un film crepuscolare,amaro e triste,dolce e riflessivo.
Forse la summa dell’opera di un grande regista.

Pat Garrett e Billy the Kid

Un film di Sam Peckinpah. Con James Coburn, Kris Kristofferson, Katy Jurado, Chill Wills, Richard Jaeckel,Bob Dylan, Jason Robards, R.G. Armstrong, Luke Askew, John Beck, Richard Bright, Matt Clark, Rita Coolidge, Jack Dodson, Jack Elam Titolo originale Pat Garrett and Billy the Kid. Western, durata 106 min. – USA 1973.

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Pat Garrett and Billy Kid banner protagonisti

James Coburn: Pat Garrett
Kris Kristofferson: Billy Kid
Slim Pickens: Sceriffo Baker
Bob Dylan: “Alias”
Harry Dean Stanton: Luke
Chill Wills: Lemuel
Jack Elam: Alamosa Bill
Katy Jurado: Mrs. Baker
Richard Bright: Holly
John Beck: Poe
Charles Martin Smith: Bowdre
L. Q. Jones: Black Harris

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Regia Sam Peckinpah
Sceneggiatura Rudy Wurlitzer
Produttore Gordon Carrol
Fotografia,direzione John Coquillon
Montaggio:David Berlatsky,Garth Craven,Tony de Zarraga,Richard Halsey
Roger Spottiswoode,Robert L. Wolfe
Effetti speciali Augie Lohman
Musiche Bob Dylan
Trucco Jack P. Wilson

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Chi sei tu? Bella domanda!

Sono cambiate le cose.
Le cose sono cambiate ma non io.

Ho sentito che Dio è svelto, ma dovrò affrontarlo personalmente prima di esserne convinto.

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L’opinione di Paolo Bisi dal sito http://www.mymovies.it

Nuova versione della storia di William Bonney, meglio conosciuto come Billy the Kid, famoso fuorilegge ucciso dallo sceriffo, suo ex amico, Pat Garrett. La trama, in quest’opera di Peckinpah, a poco a poco si dissolve lasciando spazio solamente alla descrizione dei due personaggi, ma specialmente all’atmosfera, quanto mai carica di tristezza e malinconia, degli ultimi anni del West. Il ritmo lento, la scenografia e i paesaggi, incredibilmente aridi e poveri, ricalcano magistralmente l’umore e i pensieri dei protagonisti, consapevoli che il loro mondo sta per morire per sempre. Ma probabilmente più di tutto questo l’essenza del film è rappresentata dalle musiche e dalle canzoni di Bob Dylan, tra cui emerge l’indimenticabile “Knockin’ on heaven’s door”. Ad interrompere questa malinconica ballata, solo qualche momento di violenza. Indimenticabili, fra le altre, la sequenza dell’evasione di Billy, e la scena finale, col bambino che corre dietro a Pat tirandogli un sasso, non accentando, nemmeno lui, il cambiamento di un mondo e la fine di quei valori romantici e passionali del grande West. Da ricordare le interpretazioni di James Coburn e Kris Kristofferson, capaci come nessuno in precedenza di dare il volto ai due personaggi più famosi di quel periodo. Generalmente sottostimato e non apprezzato come altri film di Peckinpah, è un’opera singolare da vedere e ammirare per la descrizione e i sentimenti che riesce a trasmettere.

L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com

L’addio al western di Peckinpah è una ballata malinconica sulla fine di un’epoca che coincide con la fine di una concezione della vita come avventura e libertà dalle regole. Garret può/deve uccidere Billy perché ha già ucciso se stesso, diventando una figura iconica, appesa ad una stella di latta, al soldo di politici e proprietari terrieri senza scrupoli. E nello scontro fra due icone – anche Billy lo è, leggenda vivente che non può sottrarsi al suo destino – è fatale che sia quella nuda, priva di difese, a cadere. Colonna sonora imprescindibile, cast perfetto, film da amare.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Non il miglior western in assoluto, ma come opera è un vero capolavoro. Pat, magnificamente interpretato da Coburn, è un rappresentante mefistofelico di una legge disgustosamente repressiva e Billy, più che un eroe, è un povero disgraziato che non può accettare soprusi derivanti da contorsioni mentali così meschine. Il fatto che Pat dica di farsi sceriffo per sopravvivere e invecchiare col sistema smaschera dei mostri che ogni tanto ritornano e che sono spesso presenti più che mai a farci sentire sul collo il loro fiato fetido e nauseante…

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Knockin’ On Heaven’s Door

Mama, take this badge off of me
I can’t use it anymore.
It’s gettin’ dark, too dark for me to see
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

Mama, put my guns in the ground
I can’t shoot them anymore.
That long black cloud is comin’ down
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

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giugno 9, 2015 Pubblicato da: | Western | , , | 3 commenti

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Maggio 1, 2015 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

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aprile 26, 2015 Pubblicato da: | Photogallery | | Lascia un commento

Il salvatore (Le sauveur)

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Una storia d’amore sullo sfondo della guerra, dell’occupazione nazista della Francia sotto la presidenza di Petain capo del governo collaborazionista di Vichy.
E’ questa l’ossatura di Il salvatore (Le sauveur) film diretto da Michel Mardore alla sua prima regia delle due globali in ambito cinematografico, regista rimasto in seguito praticamente inoperoso per motivi inspiegabili visto l’ottimo inizio rappresentato da questo film.
Una storia d’amore, dicevo, tra una ragazzina quattordicenne nel film, Nanette, interpretata dalla bellissima Muriel Català alla sua prima apparizione cinematografica ed un enigmatico pilota, Claude, molto più grande di lei.

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Siamo nelle campagne francesi,Nanette è un’adolescente ribelle e anticonformista che vive in una famiglia contadina;è anche alle prese con i primi turbamenti sessuali,Nanette,come tutte le sue coetanee.
Sarà un incontro casuale a scatenare il lei la tempesta e a cambiarne irrimediabilmente il destino.
Durante una delle sue passeggiate a cavallo nei boschi, Nanette si imbatte in un giovane che si disseta vicino ad uno stagno;è ferito,così Nanette,d’istinto,decide di portarlo a casa sua e nasconderlo su in soffitta.
Inizia così una convivenza clandestina tra i due, sotto gli occhi ignari della famiglia;Claude diventa, per Nanette,il confidente e l’amico ideale.
La ragazza è giovane,è bella ed è anche disponibile ma Claude, con molto autocontrollo sembra ignorarne le grazie e l’offerta dell’acerbo corpo;questo gioco delle parti continua, con i canonici ruoli di preda e cacciatore assolutamente invertiti.

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Ma è in arrivo la svolta…
Per motivi legati allo sviluppo della trama evito di continuare il racconto della stessa.
La terza parte del film ( le prime due sono descrittive del rapporto amoroso raccontato) trasportano il film in un’altra dimensione narrativa;le cose cambiano bruscamente e la figura di Claude cambia radicalmente aspetto.
Scopriremo infatti chi è, quali erano le sue reali motivazioni e sopratutto assisteremo ad un finale amaro e se vogliamo anche inevitabile.
Un film molto intenso e sicuramente ben diretto,Il salvatore.
Che inspiegabilmente non ha mai avuto una traduzione e un doppiaggio in italiano.
Credo che i motivi della scelta distributiva risiedano nella natura di alcune sequenze del film stesso;basti citare come esempio la lunga sequenza in cui Nanette e Claude, completamente nudi,fanno il bagno in un ruscello,ripresi senza morbosità,anzi con una grazie e delicatezza inusuali frontalmente e a lungo.Un gioco vero e proprio,tra due persone diverse negli anni, ma accomunate dal desiderio di libertà, di gioco quasi in una natura splendida che fa da contorno e da spettatrice.

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Non c’è sesso, perchè la natura dei rapporti tra i due protagonisti rimarrà platonica,tuttavia è anche vero che la Català nel film ha 14 anni e nella realtà un corpo adolescenziale che avrà influenzato la scelta di non proporre il film alla censura italiana nel timore di radicali tagli.
Ci sono diverse scene di nudo,nel film.
Ma vi garantisco che non hanno assolutamente nulla di morboso.
Come già detto, tra i due protagonisti si instaurerà un rapporto che non sfocerà mai in un amplesso visibile;la storia avrà quindi un andamento lineare fino al colpo di scena che introdurrà il film alla parte più drammatica e se vogliamo inaspettata, con un finale che si dilata nel tempo di vent’anni,quando vedremo la bellissima e acerba Nanette trasformata in una donna sciatta e anonima rivedere l’amore giovanile che invece ha conservato quasi le sembianze di un tempo nella sequenza più drammatica del film.
I due protagonisti, Horst Buchholz e Murile Catala sono assolutamente ineccepibili nella loro recitazione, che rende particolarmente veritiero e credibile il racconto;l’attore berlinese, indimenticato protagonista di I magnifici sette all’epoca in cui venne girato il film aveva ben 38 anni ma sicuramente riesce a rendere senza età e senza precisi riferimenti l’anagrafica del protagonista Claude.

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Che sembra nel film stesso un gentiluomo medioevale, granitico nella sua posizione di assoluto rispetto della virginale figura di Nanette;le profferte ingenue e spontanee dell’acerbo corpo di Nanette infatti non sembrano smuovere quelli che sembrano principi morali radicati e inderogabili.
C’è una frase assolutamente emblematica che lo stesso Claude pronuncerà in un momento topico del film:”“Un soldato inglese o un partigiano francese non ti avrebbero rispettata come ho fatto io”.
Il che è verità assoluta.
Muriel Català,bella e seducente, esordisce sullo schermo portando tutta la sua sensuale bellezza e rendendosi credibile nel ruolo della giovane Nanette;certo,l’attrice aveva 19 anni all’epoca delle riprese e la cosa è ben visibile.
Il corpo non ha più le acerbe grazie tipiche dell’adolescenza, è sicuramente più maturo ma la Català ha un’aria da adolescente assolutamente credibile.
E’ un vero peccato che in seguito abbia avuto poche possibilità di esprimersi fin endo per scomparire nell’anonimato dopo la sua ultima apparizione in una mini serie tv inedita in Italia,Le roi qui vient du sud distribuita nel 1979.A soli 27 anni la Catala scomparve dal cinema per vivere una vita lontana dai riflettori.

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Una nota a margine:
posseggo questo film da molto tempo,lo stesso in pratica che ho usato per cercarlo.
Ne avevo sentito parlare benissimo da amici e amiche di un forum specializzato di appassionati di cinema.
Non avevo avuto modo di vederlo, scoraggiato dal fatto che la versione in mio possesso era in lingua francese con sottotitoli in inglese.
Inutilmente ho aspettato il suo doppiaggio, così ieri, con molto tempo a disposizione,l’ho guardato.
Ed è stata una sorpresa,molto piacevole
Una storia d’amore,dolce.
E’ questo quello che vi attende,per buona parte del film;poi il finale, crudele ed amaro.
Una perfetta sintesi della vita, se vogliamo,in alcune delle nostre esistenze.
Chi voglia cimentarsi con la sua visione può farlo all’indirizzo

https://www.youtube.com/watch?v=p4SAoMKzUto.

E’ necessario però avere un account Google, essendo il film vietato ai minori.

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Il salvatore (Le sauveur)

diretto da Michel Mardore, con Horst Buchholz,Muriel Catalá,Hélène Vallier,Roger Lumont,Henri Vilbert Drammatico Francia 1971 Durata 90 minuti

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Horst Buchholz … Claude
Muriel Catalá … Nanette
Hélène Vallier … Madre di Nanette
Roger Lumont … Padre di Nanette
Henri Vilbert …L’assessore Flouret
Danièle Ajoret … Nanette adulta
Michel Delahaye … Monnery
Jean-Pierre Sentier … Il marito di Nanette
Frédéric Norbert … Henri
Yves Hugues …Il figlio grande di Monnery
Jacques Serres… Il figlio piccolo di Monnery

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Produzione: Michel Mardore
Regia: Michel Mardore
Muscihe: Pierre Jansen
Fotografia:William Lubtchansky
Montaggio: Françoise Bonnot

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L’opinione del sito http://www.fimtv.it

Intensa opera prima di Michel Mardore, è una pellicola molto singolare mai distribuita in Italia (ma reperibile in un Dvd pubblicato in Francia, purtroppo senza sottotitoli in Italiano). Il film in originale conteneva scene molto ardite con dei nudi frontali integrali decisamente conturbanti del protagonista maschile Hots Bucholz. La versione in Dvd (che porta a 97 minuti la durata di un’opera che in originale era di 105 minuti), taglia purtroppo proprio alcune di queste scene (colpa evidente di una “censura” oscurantista attiva anche in Francia): la versione è comunque accurata e meriterebbe davvero una visione. Gli extra mostrano i provini realizzati per la scelta della protagonista della storia, dove ha la meglio la straordinaria Muriel Catala su una acerba, giovanissima e ancora sconosciuta Isabelle Adjani ugualmente provinata, ma con scarsi risultati.

L’opinione di hupp2000 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Michel Mardore, regista pressoché sconosciuto e autore di soli due lungometraggi, dirige nel 1971 un film coraggioso per la sua epoca. Il cinema francese è stato per troppi anni restio ad affrontare senza ipocrisie la brutta pagina del collaborazionismo durante l’occupazione tedesca. Una lentezza reiterata nei confronti della non meno ingloriosa vicenda della guerra d’Algeria. “Le sauveur” è in anticipo sui tempi e questo è per me un indubbio merito. La sua ambientazione nella Francia rurale è suggestiva, accurata e ricorda scenari spesso presenti nei film di Claude Chabrol. Nell’incarnare l’affascinante e ambiguo personaggio di ”Claude”, Horst Buchholz (accreditato nei titoli di testa con una sola acca) trova forse il ruolo più riuscito della sua carriera. L’attore tedesco, raramente alle prese con parti di primo piano, appare ben distante da quel Colorado, ingenua e impetuosa mascotte dei “Magnifici sette” di John Sturges o dall’esilarante attivista della Repubblica Democratica Tedesca in “Uno, due, tre” di Billy Wilder. Qui, la sua prestazione è altamente drammatica, terribilmente seria. Il suo è un personaggio autorevole e gentile, comprensivo e determinato, bello e in apparenza mai agggressivo. L’improvvisa scoperta della sua vera identità è un momento da brividi, come giustamente sottolineato nella recensione di Fratellicapone. Con un’unica inquadratura dal basso verso l’alto, l’intera struttra narrativa crolla e lo spettatore scopre stupefatto di aver visto fin lì un film credendo di vederne un altro. Grandissimo cinema, ma per la piccola Nanette il colpo è tremendo. Non se ne rimetterà mai, anche se anni dopo verrà il giorno di un’amarissima vendetta. Non più bambina e non ancora donna, Nanette espone le sue grazie senza alcuna malizia, si spoglia e si mostra senza alcun intento provocatorio. Certo, all’epoca del film l’attrice Muriel Catala non aveva più 14 anni, ma quasi 19 e si vede. Tuttavia, la lunga scena del bagno nel torrente insieme a Horst Buchholz, a dispetto dei due corpi nudi, riesce ad essere ludica, gioiosa e addirittura pudica.(…)

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aprile 24, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 1 commento