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By the Sea

Francia,anni 70

In una piccola località di mare arrivano i coniugi Roland e Vanessa.
Lui è uno scrittore in evidente crisi creativa oltre che personale, lei, Vanessa, è una ex ballerina (ma questo lo sapremo alla fine).
Tra i due coniugi c’è una evidente tensione, esplicitata dai continui appuntamenti al bar di Roland, che stringe una rapporto confidenziale
con il gestore del bar, un vedovo. Nel frattempo Vanessa passa le sue giornate fra psico farmaci, letture svogliate o guardando il vuoto.
Il rapporto tra i coniugi è ridotto ai minimi termini; tra i due ci sono poche parole,spesso astiose, rancorose; ci sono solo bicchieri di alcolici,che Roland consuma come acqua e sigarette.


A cambiare questo state di cose c’è l’arrivo nella camera accanto dell’albergo nel quale i coniugi risiedono di una coppia di novelli sposi.
Attraverso un buco nella parete Vanessa sempre più frequentemente spia l’intimità dei vicini,fantasticando su di lui (Francois) e alla fine stringe un rapporto di amicizia con  Lea. La vicinanza della coppia costringerà di due coniugi a riflettere sul proprio rapporto,e dopo alcune vicende ripartiranno per New York…
By the Sea uscito nelle sale nel 2015 con la regia di Angelina Jolie per una volta dietro la macchina da presa è un film caratterizzato da un andamento catartico, che purtroppo mette a dura prova sia la pazienza dello spettatore sia la sua capacità di concentrazione (e di sopportazione).
Non perchè la storia sia banale, anche se già vista altre volte, quanto piuttosto per la monotonia e ripetitività delle scene, fatte di lunghe inquadrature di Roland che beve sempre, in continuazione o fuma e di lei che in evidente crisi depressiva si abbandona dapprima ad un ozio quasi totale, successivamente trova un minimo di interesse con un voyeurismo degno di migliore descrizione.


Invece tutto scorre con una monotonia scandita da una serie interminabili di discorsi rarefatti, di sguardi, di gesti quasi vuoti e vacui.
La sceneggiatura è lacunosa, oltre che sofferente di un peccato mortale; scoprire la causa della depressione di Vanessa,i due aborti e la successiva sterilità appare un tardivo recupero di motivazioni fondamentali,che però andavano analizzate in ben altro modo durante il film.
Qualcosa lo si intuisce: il rifiuto di lei di accettare qualsiasi contatto fisico con il marito, moti anzi di repulsione verso un Roland che per contro prova ogni tanto a forzare la barriera eretta dalla moglie, non solo senza risultati ma con l’aggravante di un ulteriore deterioramento dei rapporti,culminati nelle parole di disprezzo dette da Vanessa a Roland,sul suo fallimento come scrittore e come uomo.
La location incantevole e una fotografia patinata e di classe non possono bastare a sollevare il film; alla fine sono proprio le due cose che si ricordano di una pellicola che fallisce i suoi obiettivi su tutti i fronti.


Inutile anche accennare a questo punto alle recitazioni dei due interpreti principali,Angelina Jolie e Brad Pitt (all’epoca ancora suo marito);per quanto i due attori facciano la loro devono scontrarsi con una storia francamente priva di ogni mordente o interesse,se non la larvata motivazione della pellicola volta a raccontare la crisi identitaria del singolo visto anche nella relazione di coppia.
Insomma,un film di difficilissima digestione e di ancor più difficile metabolizzazione.
Decisamente sconsigliato

By the Sea
di Angelina Jolie, con Brad Pitt, Angelina Jolie, Mélanie Laurent, Melvil Poupaud, Niels Arestrup, Sarah Naudi. Titolo originale: By the Sea. Genere Drammatico – USA, 2015, durata 122 minuti, distribuito da Universal Pictures.

Brad Pitt: Roland
Angelina Jolie: Vanessa
Mélanie Laurent: Lea
Melvil Poupaud: François
Niels Arestrup: barista
Sarah Naudi: Clarisse
Richard Bohringer: proprietario dell’hotel

Regia Angelina Jolie
Sceneggiatura Angelina Jolie
Produttore Angelina Jolie, Brad Pitt
Produttore esecutivo Chris Brigham, Holly Goline, Michael Vieira
Casa di produzione Jolie Pas, Pellikola, Plan B Entertainment
Distribuzione in italiano Universal Pictures
Fotografia Christian Berger
Montaggio Patricia Rommel
Musiche Gabriel Yared
Scenografia Jon Hutman
Costumi Ellen Mirojnick
Trucco Matteo Silvi

marzo 12, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Il fidanzato di mia sorella

Per una beffa del destino Richard Haig insegna poesia romantica a Cambridge, sulla scia degli insegnamenti di suo padre che a sua volta
era stato insegnante della stessa materia. Dal padre però Richard ha anche ereditato la passione per le donne che lo porta però ad una relazione con
Kate, studentessa americana di 25 anni. Qualche sera prima della partenza della ragazza per gli Usa ad una cena Richard conosce Olivia,una affascinante donna e come suo solito tenta di lanciarsi in un’altra avventura. Ma con grande sorpresa scopre che Olivia è la sorella di Kate,che contemporaneamente gli annuncia di essere incinta.
Dopo un’accesa discussione con suo padre, Richard prende una decisione improvvisa: decide di sposare Kate e di seguirla negli Usa.
L’unione, coronata dalla nascita di un bimbo, sembra andare avanti tranquillamente. Ma un giorno Richard scopre che Kate ha una relazione con un suo coetaneo,Brian e le cose prendono una via completamente differente.
L’uomo viene relegato in una depandance dell’elegante villa dei genitori di Kate e per Richard c’è anche il problema di convincere l’ufficio emigrazione a dargli il visto per la residenza.


A complicare le cose ci si mette anche un arresto della polizia quando viene sorpreso alla guida in stato di ebrezza.
Inoltre tra lui e Olivia, l’affascinante sorella di Kate le cose evolvono verso il sentimentale; tra le due sorelle c’è un forte legame, reso ancor più solido dall’abitudine di raccontarsi tutto sulla propria vita privata. Olivia evita di parlare con sua sorella della sua situazione sentimentale, con esiti catastrofici.
A complicare le cose ci si mettono l’arrivo del padre, piantato dalla ennesima moglie, il licenziamento dalla scuola dove insegna e altre catastrofi…
Commedia allegra e leggera Il fidanzato di mia sorella,film diretto con mano felice da Tom Vaughan nel 2014 concentra con abilità gag simpatiche con una sceneggiatura scorrevole e divertente.
Il personaggio del playboy che si redime da un passato di donnaiolo impenitente sia per amore del figlio, che rischia di perdere per sempre una volta espulso dagli Usa,sia dalla consapevolezza di avere finalmente incontrato Olivia, la donna giusta per lui, è seguito da Vaughan attraverso il passaggio di maturazione con un racconto lineare che privilegia l’aspetto leggero delle situazioni in cui di volta in volta il poco serioso professore si trova impelagato,a partire dalla professione per la quale ha seguito gli insegnamenti di un padre anticonformista, atteggiamento poi mutuato sia sulla cattedra che nella vita privata.


Diversi i momenti spassosi del film,come l’inizio della relazione con Olivia interrotto bruscamente dall’improvviso rientro a casa di Kate,le sedute di rieducazione di Richard al corso per alcolisti,la presenza stessa del padre dell’uomo, decisamente un personaggio sulle righe rimasto fedele al clichè di uomo dedito ad un interesse quasi maniacale per le donne.Ovviamente
il merito della riuscita del film va diviso equamente tra gli attori del film,tutti bravi e alle prese con personaggi affetti da umane debolezze ma anche non privi di sentimenti veri e una sceneggiatura,che pur
con qualche forzatura e qualche trovata surreale mantiene una sua spumeggiante coerenza.
Molto bravo Pierce Brosnan, interprete dello scanzonato professore universitario,che dovrebbe avere un comportamento austero degno del suo ruolo istituzionale e che invece trasporta anche nell’insegnamento


la carica trasgressiva ereditata dal padre. Benissimo anche le due interpreti femminili, Jessica Alba e Salma Hayek,decisamente improbabili almeno fisicamente e caratterialmente come sorelle.
Ma la leggerezza della commedia consente anche qualche incongruenza; del resto lo spettatore è decisamente abbagliato dalla bellezza delle due attrici che si tramuta anche in una simpatia a piede spinto, aiutata dalle caratteristiche dei loro personaggi. Diversi dialoghi frizzanti,alcune scene deliziose e inoltre la presenza di un eccellente Malcolm McDowell nei panni di Gordon, il padre di Richard, completano il quadro.
Se si vuol passare 100 minuti distensivi, allegri, senza particolari impegni, Il fidanzato di mia sorella è il film ideale.
Decisamente consigliato.

Il fidanzato di mia sorella
un film di Tom Vaughan. Con Pierce Brosnan, Salma Hayek, Jessica Alba, Malcolm McDowell, Duncan Joiner. Titolo originale How to Make Love Like an Englishman.
Commedia sentimentale, durata 102 min. – USA 2014. – Adler Entertainment

Pierce Brosnan: Richard Haig
Jessica Alba: Kate
Salma Hayek: Olivia
Malcolm McDowell: Gordon
Ben McKenzie: Brian
Merrin Dungey: Angela
Marlee Matlin: Cindy
Ivan Sergei: Tim
Lombardo Boyar: Ernesto
Fred Melamed: Victor Piggott

Luca Ward: Richard Haig
Federica De Bortoli: Kate
Cristina Boraschi: Olivia
Carlo Valli: Gordon
Andrea Mete: Brian
Alessandra Cassioli: Angela
Sabine Cerullo: Cindy
Francesco Bulckaen: Tim
Nanni Baldini: Ernesto
Ambrogio Colombo: Victor Piggott

Regia Tom Vaughan
Sceneggiatura Matthew Newman
Produttore Grant Cramer, Kevin Scott Frakes, Richard Barton Lewis, Raj Brinder Singh, Beau St. Clair
Distribuzione in italiano Adler Entertainment
Fotografia David Tattersall
Montaggio Matt Friedman
Musiche Stephen Endelman, David Newman
Costumi Lizzy Gardiner

marzo 11, 2020 Posted by | Commedia | , , , , | Lascia un commento

La fuga di Martha

Dopo due anni n cui non ha più dato alcuna notizia di se, Martha chiama sua sorella Lucy chiedendole aiuto.
La donna, che oltre al marito ha solo lei al mondo accorre e la accoglie poi in casa.
Ma Martha mostra da subito un comportamento instabile: rifiuta di raccontare quello che le è accaduto negli ultimi tempi, limitandosi ad
attribuire i suoi problemi a un non meglio identificato uomo. In più ha atteggiamenti bizzarri; fa il bagno nuda, entra in camera da letto di sua sorella mentre è in intimità con il marito, crea imbarazzo e tensione tra i due coniugi. Ma cosa realmente è accaduto a Martha?
La ragazza è rimasta in una comune/setta per lunghi mesi.
Volontariamente, senza costrizioni apparenti. Ma durante quel periodo Martha ha subito aggressioni sessuali, un po volute ma anche imposte e cosa più grave ha dovuto sopportare una forma di violenza psicologica ben più devastante.

 

 


Dopo aver assistito a due omicidi da parte della setta, retta dallo psicopatico Patrick alla fine Martha ha deciso di scappare.
Ma il ritorno alla vita tradizionale ha un costo forse troppo alto da pagare.
Diretto da Sean Durkin nel 2012,La fuga di Martha è un thriller ad ambientazione psicologica caratterizzato da una presenza ossessiva, esagerata, del flashback, che interrompe di continuo la linearità del racconto cinematografico spezzandone il ritmo anche se comunque la narrazione rimane coerente.
Il film viaggia su due binari perfettamente paralleli; da un lato la vicenda di Martha, la sua permanenza e le sue giornate all’interno della comunità, dall’altra la vita della stessa, con un occhio particolare su Patrick, un leader molto lontano da un Manson o un Jim Jones. Siamo di fronte ad un uomo senza una personalità magnetica o carismatica.


Usando le parole di Hannah Arendt,c’è l’assoluta “banalità del male” a trionfare; gli adepti della setta appaiono più come giovani in cerca di una propria identità, di qualcosa in cui riconoscersi che gente plagiata da una personalità predominante.
La stessa Martha si muove come se fosse alla ricerca di qualcosa che non conosce; di lei,del suo passato sappiamo poco.
E questo è un gran limite del film,quello di non fornire spiegazioni agli atteggiamenti dei protagonisti.
Sono giovani ribelli o semplicemente disadattati? Accettano le regole comportamentali della setta perchè alla ricerca di un impossibile Eden o solo perchè attratti dalla novità, da un mondo alieno che li attrae in mancanza di alternative? Tutto resta piuttosto nel vago.
La stessa promiscuità della comune appare più istintiva che dettata da motivazioni.


I risultati però sono visibili; Martha,per esempio,sembra aver perso la cognizione del bene e del male,di ciò che si fa e di ciò che invece non è accettabile.
I suoi confusi discorsi anarcoidi sulla ricchezza, sulla possibilità di rinunciare al superfluo appaiono talmente schematici da risultare falsi come Giuda.
Questo non vuol dire che il film sia da gettare in toto.
La pellicola ha una buona tensione, un filo narrativo coerente anche se non coinvolgente.
La stessa Martha non suscita alcuna empatia,anzi.
La sua partecipazione a due omicidi, senza alcuna obiezione di carattere morale lasciano lo spettatore basito,incapace di provare alcun sentimento positivo verso di lei.


Il finale,aperto, apre più interrogativi di quanti ne abbia dipanati il film durante il suo svolgimento.
Un film quindi non particolarmente riuscito. Troppa carne al fuoco e poca chiarezza sono i difetti dello stesso.
Discreta la prova attoriale; Elizabeth Olsen un pò cerbiatta dagli occhioni dolci e tristi, un pò diavolessa incapace (quando non complice) di Patrick lavora bene,così come discreta è la prova di John Hawkes (Patrick), ambiguo quanto basta.
Discreti anche gli altri.
Un film che può valere la pena di vedere se amanti del genere a sfondo social/psicologico.

La fuga di Martha
di Sean Durkin, con Elizabeth Olsen, Christopher Abbott, Brady Corbet, Hugh Dancy, Maria Dizzia. Titolo originale: Martha Marcy May Marlene. Genere Drammatico, – USA, 2010, durata 101 minuti, distribuito da 20th Century Fox Italia.

Elizabeth Olsen: Martha
John Hawkes: Patrick
Sarah Paulson: Lucy
Hugh Dancy: Ted
Brady Corbet: Watts
Christopher Abbott: Max
Maria Dizzia: Katie
Julia Garner: Sarah
Louisa Krause: Zoe

Regia Sean Durkin
Sceneggiatura Sean Durkin
Produttore Josh Mond, Antonio Campos, Chris Maybach, Patrick Cunningham, Andrew D. Corkin (co-produttore), Brett Potter (produttore associato)
Produttore esecutivo Ted Hope, Matt Palmieri, Saerom Kim, Saemi Kim, Alexander Schepsman
Casa di produzione BorderLine Films
This Is That Productions
Distribuzione in italiano 20th Century Fox
Fotografia Jody Lee Lipes
Montaggio Zac Stuart-Pontier
Musiche Saunder Jurriaans e Danny Bensi
Scenografia Chad Keith
Costumi David Tabbert
Trucco Jessica Kelleher

marzo 9, 2020 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Non dirlo a nessuno

Margot e Alexandre si conoscono sin da bambini e si amano dall’adolescenza.
In occasione del loro anniversario si recano sul posto che frequentano dall’infanzia, una campagna con laghetto che li ha visti scambiarsi
il primo bacio. Quando si sono promessi amore eterno hanno inciso su un albero un cuore con una tacca per ogni anno passato assieme.
Mentre fanno il bagno nel lago, Margot si allontana dopo un piccolo bisticcio, ma all’improvviso viene assalita da qualcuno; Alexandre, accorso in suo aiuto viene colpito e rimane in stato di incoscienza.
Otto anni dopo ritroviamo Alexandre ancora sotto choc da quel giorno; infatti il corpo di Margot è stato rinvenuto poco lontano dal lago,con il volto sfigurato.


Al riconoscimento aveva provveduto il padre della donna, perchè Alexandre era stato ricoverato in ospedale per il colpo ricevuto, che gli aveva anche causato il coma.
Nonostante ciò l’uomo era stato indagato per la morte della moglie, a causa anche del suo rinvenimento sul pontile del lago, cosa impossibile da fare da solo proprio per le modalità dell’accaduto.
Alexandre lavora come pediatra, ogni anno si reca dai genitori di Margot per ricordare l’anniversario del matrimonio, accolto con affetto dalla suocera ma con evidente ostilità da parte del suocero.
Qualche giorno dopo Alexandre torna sotto il mirino degli inquirenti; poco lontano dal lago sono stati rinvenuti i corpi di due uomini,seppelliti assieme ad una mazza da baseball che presumibilmente è servita per colpirlo.
Da quel momento gli avvenimenti prendono un ritmo convulso; Alexandre riceve una mail e un filmato che gli fanno dubitare della morte della moglie, mentre la migliore amica di Margot viene ritrovata morta, uccisa da colpi di pistola.


La stessa che qualcuno ha nascosto nell’appartamento di Alexandre.
Da quel momento l’uomo sarà costretto a scappare, indagando personalmente sull’accaduto, che lo porterà a dover dubitare di tutti e a muoversi fra mille insidie…
C’è naturalmente molto di più in Non dirlo a nessuno, film del 2006 diretto Guillaume Canet su un soggetto ricavato dall’omonimo romanzo di Harlan Coben; un thriller caratterizzato da una trama intricata che viene rivelata con
chiarezza durante lo scorrere del film. Un film di ottimo livello, nel quale i colpi di scena si susseguono man mano che il protagonista, il pediatra Alexandre Beck, uomo assolutamente innocente, colpevole solo
di aver amato profondamente la moglie, si ritrova a dipanare una matassa dal bandolo quasi inestricabile.
Inseguito dalla polizia, che inizialmente segue la pista dell’omicidio della moglie prima, successivamente dei due uomini ritrovati in una fossa vicino al lago poi e infine della sventurata amica di Margot poi, è aiutato soltanto da Bruno, un pregiudicato che per sua fortuna gli rimane vicino, memore dell’aiuto che Alexandre gli ha prestato quando la polizia lo sospettava di aver picchiato il figlio e che lo aveva scagionato dimostrando che il bambino era emofiliaco.


In un susseguirsi di colpi di scena Alexandre scoprirà quello che realmente è accaduto alla moglie,conoscendo una verità sconvolgente.
Thriller equilibrato,con una robusta sceneggiatura, Non dirlo a nessuno non mi permette di dilungarmi molto sulla trama completa per non rovinare la sorpresa di scoprire personalmente l’accaduto.
Gli attori del film sono davvero tutti bravi, a partire da François Cluzet (Alexandre) per passare a Marie-Josée Croze (Margot); altri ottimi attori nel cast come Kristin Scott Thomas (Hélène),Jean Rochefort (Gilbert Neuville) e André Dussollier (Jacques Laurentin)
Un film gustoso,affascinante e scorrevole,che non ha pause e che cattura l’attenzione dello spettatore per tutti i 130 minuti della sua durata; una piacevole sorpresa che merita sicuramente la visione.

Non dirlo a nessuno
un film di Guillaume Canet. Con François Cluzet, Marie-Josée Croze, André Dussollier, Kristin Scott Thomas,Jean Rochefort, François Berléand. Titolo originale Ne le dis à personne. Drammatico, durata 125 min. – Francia 2006.

François Cluzet: Alexandre Beck
Marie-Josée Croze: Margot Beck
André Dussollier: Jacques Laurentin
Kristin Scott Thomas: Hélène Perkins
François Berléand: Eric Levkowitch
Nathalie Baye: Elysabeth Feldman
Jean Rochefort: Gilbert Neuville
Marina Hands: Anne Beck
Gilles Lellouche: Bruno
Philippe Lefebvre: Philippe Meynard
Florence Thomassin: Charlotte Bertaud
Olivier Marchal: Bernard Valenti
Guillaume Canet: Philippe Neuville
Brigitte Catillon: Capitano Barthas
Mika’ela Fisher: Zak
Samir Guesmi: Tenente Saraoui
Jean-Pierre Lorit: Aiutante-capo Lavelle
Jalil Lespert: Gonzales

Massimo Rossi: Alexandre Beck
Barbara De Bortoli: Margot Beck
Gianni Musy: Jacques Laurentin
Emanuela Rossi: Hélène Perkins
Franco Zucca: Eric Levkowitch
Ada Maria Serra Zanetti: Elysabeth Feldman
Michele Kalamera: Gilbert Neuville
Chiara Gioncardi: Anne Beck
Fabio Boccanera: Bruno
Loris Loddi: Philippe Meynard
Paolo Marchese: Bernard Valenti
Paola Giannetti: Capitano Barthas
Paolo Vivio: Gonzales

Regia Guillaume Canet
Soggetto Harlan Coben (romanzo)
Sceneggiatura Guillaume Canet e Philippe Lefebvre
Produttore Alain Attal
Casa di produzione Europacorp., Les Productions du Trésor, M6 Films, Caneo Films
Fotografia Christophe Offenstein
Montaggio Hervé de Luze
Musiche Mathieu Chedid (accreditato come -M-)
Scenografia Philippe Chiffre
Costumi Carine Sarfati
Trucco Thi Thanh Tu Nguyen

marzo 8, 2020 Posted by | Thriller | , , , , , | Lascia un commento

Una nuova amica

Laura e Claire sono cresciute assieme, amiche inseparabili sin dall’infanzia.
Hanno diviso tutto, anche le prime esperienze amorose fallimentari, poi le loro vite hanno preso strade diverse; la bionda Laura si è sposata e subito dopo ha avuto una figlia ma in seguito anche Claire ha conosciuto Gilles e lo ha sposato.
Poi però Laura, con la sua bimba ancora in fasce ha dovuto affrontare una terribile malattia, soccombendo e lasciando Claire in preda alla disperazione.
Sul letto di morte Claire ha promesso all’amica di vegliare su David, il marito di Claire e sulla bimba, Lucie; ma la morte di Laura ha lasciato un vuoto incolmabile in Claire e per un certo periodo la donna non ha avuto il coraggio nemmeno di andare a trovare il vedovo.
Quando lo fa, scopre David in abiti femminili.


L’uomo da sempre amava travestirsi da donna, cosa accettata e condivisa da Laure, al corrente delle inclinazioni di David.
Con il nome di Virginie l’uomo aveva così vissuto una vita parallela in una identità sessuale celata però al mondo, poco incline a capire e condividere le scelte maschili sull’identità sessuale. Per quanto sconcertata Claire resta vicina all’uomo e poco per volta crea nella sua mente un simulacro di donna ideale con cui ricreare l’antica complicità condivisa con Laure, tanto da far uscire dal guscio David e portarlo fuori dalla casa domestica.
Ma l’attrazione di Claire ad un certo punto evolve in qualcosa di più complesso; giocano molti fattori, non ultimo probabilmente un’attrazione rimasta latente verso la vecchia amica di giochi ora reincarnatasi in David. L’attrazione per David/Virginie sfocia in un approccio sessuale, che però viene stroncato brutalmente dalla constatazione che Claire ha idealizzato la cosa e che David, per quanto in abiti femminili e con atteggiamenti tipici della femminilità, come la dolcezza e l’attitudine a una commistione profonda fra il ruolo di padre e quello di madre della
piccola Lucie,resta comunque sessualmente e fisicamente un uomo.


Nel momento dell’intimità Claire fugge inseguito da David che però viene investito da un auto.
Mentre David è in coma, Claire lo assiste prendendosi cura nel contempo della piccola Lucie…
Con temi complessi come l’identità sessuale e la necessità di tenere celata l’inclinazione all’altro sesso rappresentato dal desiderio di vestirsi e vivere come una donna, tra le pulsioni dell’io e la paura di estrinsecare il proprio essere nella vita pubblica per il timore di violare le regole sociali,miscelando il turbinio di queste sensazioni con una storia all’apparenza semplice ma intimamente di difficile soluzione Francois Ozon dirige Una nuova amica nel 2014,pellicola che si ispira a una novella di Ruth Rendell.
Lo fa con eleganza e delicatezza, con un linguaggio cinematografico quasi trasognato nel quale contano più le sensazioni dei protagonisti che le reazioni della società, vista come un giudice severissimo ma al tempo stesso lasciato in disparte, con il quale fare i conti si,ma dopo aver sciolto i nodi interiori, alla ricerca della vera manifestazione del proprio essere.


Se esiste un senso di colpa nella comunemente chiamata “anormalità” è solo nel rapporto che può diventare conflittuale con il mondo esterno; esiste anche per la necessità di saper accettare le proprie inclinazioni,anche quando queste hanno la necessità di uscire dal bozzolo e manifestarsi attraverso l’esteriore.
L’abito lungo e attillato, il rossetto e il rimmel, le scarpe con il tacco, le manifestazioni esteriori della femminilità diventano per David lo sfogo al proprio sentire mentre contemporaneamente diventano per Claire il recupero di un rapporto
perso per sempre, quello con la sua grande amica Laure, interrotto brutalmente dopo anni di condivisione e di sentir comune.
Claire è attratta da David proprio perchè ha reincarnato quel bisogno di femminilità, di complicità che la donna avverte assente.
E probabilmente c’è dell’altro, anzi sicuramente.


Rivelatore è il momento cruciale del film,quando David in abiti femminili e Claire finiscono a letto assieme; nel momento in cui la donna scopre la virilità dell’uomo l’ambiguità cade miseramente; “Scusami ma non è possibile.”Perchè?” Sei un uomo.”,dice Claire nel momento topico, scappando a gambe levate.
Il velo è caduto.
Tutto ciò che l’ha legata a Laure si è dissolto. Un abito femminile e l’atteggiamento di quel sesso non bastano per trasformare David in un clone ideale dell’amica defunta.
L’attrazione sessuale che evidentemente Claire ha sempre nascosta a se stessa ora può venire fuori ma deve passare attraverso la constatazione che essa deve obbligatoriamente vestire i panni di David,che fisicamente rimane un uomo al di là
delle parvenze esteriori.
Ozon cerca di mantenere in bilico tutte le pulsioni dei protagonisti,eviscerandoli dal quotidiano.
Il risultato finale è un film aggraziato, privo di volgarità. L’analisi comportamentale dei due personaggi avviene con delicatezza e senza tesi pre costruite.


Il dilemma di Claire,il suo desiderio è visto come analisi, senza pregiudizi.
Qual’è il vero desiderio di Claire, a chi è rivolto?
A David o al suo alter ego Virginie, è un rimpianto sentimental/sessuale di Laure?O è piuttosto un assieme di tutto ciò?
Il finale del film,che ovviamente non racconto, è indicativo di tutto.
Un finale forse favolistico ma in perfetta linea con quanto raccontato.
La scelta di Romain Duris per il personaggio di David è rischiosa,non certo per le indiscusse abilità recitative dell’attore quanto per la sua fisicità;alto un metro e novanta,Romain non lascia alcun dubbio sulla sua vera natura di uomo, così come non la lascia la citata scena in cui i due sono a letto assieme, con la virilità dell’uomo che si intravede per qualche secondo e che Claire viceversa vive come un trauma.
Ma la scelta è un successo perchè David mostra l’altro lato dell’uomo,una tendenza femminile, una dualità che inconsciamente può esistere nell’uomo.
Potremmo togliere anche il condizionale e affermarlo,ma non lo fa Ozon e quindi seguiamo quello che lui ci illustra e non prendiamo posizione.
Molto brava anche Anaïs Demoustier, la Claire del film, nella non facile rappresentazione del dubbio,dell’incertezza,dell’attrazione e perchè no,del senso di colpa.


Il resto del cast fa il suo in un film che fa di tutto per mettere a proprio agio gli attori, senza mai scendere nello scabroso o nel macchiettistico.
Decisamente un bel film,corredato da un’ottima colonna sonora e da una bella e appropriata fotografia.
Consigliato.

Una nuova amica
di François Ozon, con Romain Duris, Anaïs Demoustier, Raphaël Personnaz, Isild Le Besco, Aurore Clément. Titolo originale: Une nouvelle amie. Genere Drammatico, – Francia, 2014, durata 107 minuti,distribuito da Officine Ubu

Romain Duris: David / Virginia
Anaïs Demoustier: Claire
Raphaël Personnaz: Gilles
Isild Le Besco: Laura
Aurore Clément: Liz
Jean-Claude Bolle-Reddat: Robert
Bruno Pérard: Eva Carlton
Brune Kalnykow: Lucie
Claudine Chatel: Nonna
François Ozon: Spettatore al cinema

Regia François Ozon
Sceneggiatura François Ozon, Ruth Rendell
Produttore Eric Altmayer, Nicolas Altmayer
Distribuzione in italiano Officine UBU
Fotografia Pascal Marti
Montaggio Laure Gardette
Musiche Philippe Rombi
Scenografia Michel Barthélémy, Nathalie Roubaud

marzo 7, 2020 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

La pelle che abito

Robert Ledgard è un chirurgo plastico di successo.
All’inteno della sua grande villa, trasformata in una clinica privata, Robert si dedica a esperimenti di transgenesi con la pelle umana alla ricerca di
un tessuto in grado di replicare,migliorandola, la pelle.
In una stanza sotterranea della casa, guardata a vista da telecamere monitorate dalla sua domestica Marilia c’è una ragazza vestita solo di un body
e con uniche compagnie la tv che peraltro trasmette solo pochi canali e alcuni libri.
E’ su di essa che Robert ossessivamente compie esperimenti; le motivazioni hanno radici ne passato, quando Robert, sposato con la bella Gal ha assistito al tradimento della moglie con un prestante ma anche psicopatico uomo, Zeca, con il quale aveva tentato la fuga. Ma un incidente d’auto aveva bloccato il tentativo, la macchina aveva preso fuoco e la donna era rimasta orribilmente ustionata.

Robert le aveva salvato la vita, ma non era riuscito a curare l’aspetto fisico e la donna un giorno, guardandosi allo specchio, inorridita si era tolta la vita
proprio sotto gli occhi della piccola Norma, la figlia della coppia, con conseguente trauma profondo della stessa.
Mentre Robert è assente, nella villa arriva Zeca, vestito da tigre, alla ricerca di un luogo sicuro nel quale rifugiarsi dopo una rapina; l’uomo è figlio della domestica Marilia,che per sua sfortuna lo fa entrare in casa.
Qui Zeca, guardando i monitor, vede Vera intenta nei quotidiani, ossessivi esercizi di yoga e in lei riconosce le fattezze di Gal, della quale ignora la tragica morte.
Scende nella camera sotterranea e violenta Vera, convinto che si tratti della sua ex amante, ma l’arrivo provvidenziale di Robert salva la ragazza; il chirurgo uccide il violentatore.


Robert riprende il suo paziente lavoro di ricostruzione corporea di Vera e poco alla volta apprendiamo anche la storia della misteriosa ragazza.
Che in realtà in passato era un uomo.
Vicente, uesto il suo nome, ad una festa sotto l’effetto di droghe aveva abusato della giovane Norma, alla sua prima uscita dalla clinica psichiatrica nella quale era confinata per le cure richieste dalla sua grave malattia psicologica. L’effetto della violenza aveva minato ancor più la psiche della giovane, sconvolgendola del tutto:a ragazza aveva scelto di morire.
La vendetta di Robert è spietata e al tempo stesso orribile; sequestrato il giovane lo evira e lo trasforma in una donna con molte operazioni di plastica per poi trasformarlo nella copia della defunta moglie.
Il finale sarà drammatico.
La pelle che abito, diretto da Pedro Almodovar nel 2011 e tratto da un romanzo nero di Thierry Jonquet, Tarantola, è una contaminazione di più generi che vanno dal fantascientifico al thriller con forti connotazioni horror.
E’ anche l’Almodovar che non ti aspetti.


Graffiante, surreale, il regista spagnolo con uno humour nerissimo crea un film sconcertante che se da un lato è assolutamente poco credibile, dall’altro propone un’opera affascinante per l’intreccio di storie umane che caratterizzano la pellicola stessa.
Opera raffinata e elegante, La pelle che abito sfiora solo superficialmente il tema della follia, anche se tre dei protagonisti mostrano tutti i segni della stessa: Robert,ossessionato dalla morte di sua moglie prima e di sua figlia poi, varca il confine etico fra la morale accettabile e quella no,in questo caso rappresentata dalla transegenesi. Che nelle sue mani si trasforma in un’arma terribile, sperimentata su un essere umano non volontario anche se in qualche modo colpevole.
Così come colpevoli appaiono Zeca, pazzo oltre ogni dubbio lecito, psicopatico e sua madre Marilia, colpevole anche lei di osservare la lucida follia di Robert senza alzare un dito per contrastarlo.
I temi come la transgenesi, il confine tra lecito e illecito, la umana follia sono in qualche modo ignorati da Almodovar che preferisce mostrare gli effetti che essi partoriscono.


Un divertissement, non completamente compreso dalla critica; che tuttavia non ha potuto non elogiarne l’elegantissima confezione, la lucida “oscurità”, voluta da un Almodovar che rimane cineasta di primo livello.
Tutti concordi invece nel sottolineare la bravura di Antonio Banderas (Robert), capace di dare alla sua espressione quella luce di follia necessaria a rendere il personaggio interpretato un Lucifero con sembianze umane e quella di Elena Anaya, abilissima nel mostrare i cambi di volto,che vanno dalla noia alla paura, dall’impassibilità attraverso tutte le gamme richieste dalla pellicola stessa.
Bene tutti gli altri attori.
L’ambientazione claustrofobica è anche resa preziosa dalle pareti di un bianco abbacinante in contrasto con la luce azzurrina e l’atmosfera asettica della camera operatoria, nella quale la sventurata Vera affronterà operazioni che la renderanno una donna come involucro esterno ma con la mente, i pensieri di un uomo.
Gran bel film,del quale consiglio vivamente la visione.

La pelle che abito
un film di Pedro Almodóvar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo. Titolo originale: La piel que habito. Genere Drammatico, – Spagna, 2011, durata 120 minuti,distribuito da Warner Bros Italia

Antonio Banderas: Robert Ledgard
Elena Anaya: Vera
Marisa Paredes: Marilia
Jan Cornet: Vicente
Roberto Álamo: Zeca
Eduard Fernández: Fulgencio
José Luis Gómez: presidente dell’istituto di biotecnologia
Blanca Suárez: Norma
Susi Sánchez: madre di Vicente
Bárbara Lennie: Cristina
Fernando Cayo: psichiatra

Antonio Sanna: Robert Ledgard
Federica De Bortoli: Vera
Serena Verdirosi: Marilia
Emiliano Coltorti: Vicente
Alessandro Messina: Zeca
Angelo Nicotra: presidente dell’istituto di biotecnologia
Veronica Puccio: Norma
Alessandra Cassioli: madre di Vicente
Eleonora De Angelis: Cristina
Massimo De Ambrosis: psichiatra

Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Thierry Jonquet (romanzo Tarantola)
Sceneggiatura Pedro Almodóvar, Agustín Almodóvar
Produttore Agustín Almodóvar, Esther García, Bárbara Peiró (produttrice associata)
Casa di produzione El Deseo
Distribuzione in italiano Warner Bros.
Fotografia José Luis Alcaine
Montaggio José Salcedo
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Antxón Gómez

Costumi Paco Delgado (collaborazione di Jean-Paul Gaultier)
Trucco Karmele Soler

marzo 5, 2020 Posted by | Drammatico | , , | 2 commenti

Elles

Sposata, madre di due figli, Anne è una giornalista alle prese con un reportage delicato.
Le è stato affidato l’incarico di indagare su un fenomeno diffuso ormai a macchia d’olio, la prostituzione studentesca.
Anne avvicina due studentesse, Alicia e Charlotte: la prima è una ragazza polacca venuta in Francia per studiare, la seconda costretta a fare
due lavori part time per mantenersi agli studi.
Attraverso diversi colloqui la giornalista apprende particolari sulla vita delle due, scoprendo con sorpresa che non solo le giovani non si pentono di quello che fanno e che non si pongono alcun problema morale, ma che trovano la prostituzione come il sistema più veloce per ottenere ciò che ambiscono.
Nello specifico, Alicia può finalmente permettersi abiti firmati, un appartamento lussuoso e una vita più comoda mentre Charlotte, che ha anche un ragazzo ha trovato una scorciatoia per non ammazzarsi di lavoro, semplicemente concedendo il proprio corpo per uno spazio limitato di tempo.
Ma le due ragazze hanno una cosa in comune.


Entrambe frequentano,con grande sorpresa di Anne, uomini sposati e comunque di una certa età, con rarissime puntate di under 30. Oltre al sesso,gli occasionali clienti delle ragazze spesso chiedono solo di poter parlare, quasi nelle loro famiglie non possano trovare ascolto e conforto dalle partner.
Dopo i colloqui Anne si trova a riflettere sulla propria vita di borghese annoiata fatta da un menage matrimoniale insoddisfacente, con un marito e un figlio che in comune hanno solo l’abitudine di guardare film porno e in particolare il figlio di oziare passando il tempo fra erba e videogiochi.
Elles, film del 2012 diretto da Małgoska Szumowska è una pellicola tutta al femminile visto che oltre alla regista sono donne la produttrice Marianne Slot mentre la sceneggiatura è di Tine Byrckel. Sono ovviamente anche donne le tre protagoniste del film, le attrici Juliette Binoche e le due giovani che interpretano le prostitute,o forse sarebbe meglio usare un termine che oggi va per la maggiore,escort,ovvero Anaïs Demoustier e Joanna Kulig.
Un film con tante zone d’ombra e poche luci, girato in uno stile simil documentaristico,con più di un occhio strizzato ad un femminismo che mai come in questo caso appare di facciata; gli uomini del film appaiono o come repressi e insoddisfatti (e questo ci può anche stare) alla ricerca disperata di sesso comodo con giovani o come, nel caso dei congiunti di Anne, nullità senza scopo dediti anche loro ad un sesso forse più meschino,quello voyeuristico del film porno.


Viceversa, le due ragazze sembrano quasi nobilitate dalla loro professione.
Secondo la tesi del film, almeno quella che si desume dai dialoghi, vendere il proprio corpo è una scelta personale legittimata dal desiderio di evitare la fatica del lavoro,che permette alle due protagoniste del film di vivere anche molto meglio che con i proventi di un semplice e frustrante lavoro.
Passi per la tesi, ognuno con il proprio corpo, se non costretto, ci fa quel che gli pare.
Ma che a indagare sia la solita donna borghese insoddisfatta,che alla fine parteggia non tanto velatamente,anzi con evidente simpatia per la “causa” delle due ragazze, è francamente discutibile.


Ancora più discutibile è la trasgressione di Anna, più suggerita che esplicitata,che si traduce in una veloce relazione saffica con Alicia.
Il film frana proprio per la sua pretenziosità: la malcelata voglia di mettere a confronto la trasgressione sessuale con le escort e l’istituzione matrimonio si mostra di grana grossa, grossissima.
Manca del tutto una vera indagine psicologica,che parli delle autentiche sensazioni delle ragazze, viste solo nell’ottica del facile guadagno.
Il sesso diventa un mezzo senza lasciare nessuno strascico? Manca del tutto un’analisi comportamentale dei clienti, delle loro motivazioni,delle loro scelte. Perchè tradiscono le partner, cosa li spinge davvero al sesso a pagamento? Trasgressione o solitudine matrimoniale? Noia,insoddisfazione o una miscela più complessa?
E’ una visione troppo semplicistica, e quando viene da due donne,sceneggiatrice e regista, appare sospetta. Troppo.


In quanto al film, un po troppe scene di sesso che mancano di una reale utilità e che sembrano casualmente inserite per rendere scabroso il tema.
Che di per se lo sarebbe anche,ma che finisce per amalgamarsi e confondersi come i volti dei clienti; un sesso meccanico, a tratti ai limiti della depravazione,che le due ragazze fanno con una naturalezza da consumate professioniste,rendendo ancor più squallido il contesto.
Il finale è da brividi: Anne ha ricavato dai colloqui anche una certa eccitazione che tenta di trasferire nella vita di coppia,con esiti disastrosi,a tratti anche ridicoli. Particolarmente disturbante è la scena in cui Anne,sul pavimento del bagno,si concede un atto di auto erotismo che sembra placare i suoi sensi, eccitati dai racconti e sopratutto mortificato dall’indifferenza del marito. La scena è solo suggerita, non esplicitata ma basta a rndere ancor più squallido il contesto.


Spiace vedere una pellicola così scadente non tanto per il tema, che poteva essere trattato con molta più competenza quanto per la presenza di una Juliette Binoche alle prese con un personaggio ambiguo,non definito. Al quale l’attrice francese presta il suo volto e la sua abilità,le sue capacità interpretative che alla fine sono davvero l’unico motivo per vedere il film.
Poco più che sufficienti le prove di Anaïs Demoustier e Joanna Kulig,non pervenuti gli attori.
Un film del quale sconsiglio la visione.

Elles
un film di Malgorzata Szumowska, con Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig, Louis-Do de Lencquesaing, Krystyna Janda. Titolo originale: Sponsoring. Genere Drammatico, – Francia, Polonia, Germania, 2011, durata 96 minuti,distribuito da Officine Ubu.

Juliette Binoche : Anne
Anaïs Demoustier : Charlotte
Joanna Kulig : Alicia
Krystyna Janda : la madre Alicia
Louis-Do de Lencquesaing : Patrick
Andrzej Chyra :il cliente sadico
Ali Marhyar : Saïd
Jean-Marie Binoche :il padre di Anne
François Civil: Florent
Pablo Beugnet : Stéphane
Valérie Dréville: la madre di Charlotte
Jean-Louis Coulloch :il padre di Charlotte
Arthur Moncia : Thomas
Scali Delpeyrat : Charles
Laurence Ragon : Colette

Regia di Małgoska Szumowska
Prodotto da Marianne Slot
Sceneggiato da Tine Byrckel e Małgoska Szumowska
Musiche di Paweł Mykietyn
Fotografia di Michał Englert
Montaggio di Françoise Tourmen

marzo 4, 2020 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Lo spazio bianco

Maria è una over 40, per lavoro fa l’insegnante presso una scuola serale; dopo una fugace relazione,scopre di essere incinta ma resta sola
a gestire la gravidanza perchè Piero, il suo occasionale compagno appresa la notizia si defila.
Per Maria la gravidanza è già di per se un cambiamento, ma ben presto si trova a fare i conti con la nascita prematura della bimba che aspetta,a soli sei mesi di gestazione.
La vita della donna cambia irreparabilmente, perchè al timore per sua figlia, costretta a vivere in una incubatrice appesa ad un filo si aggiunge tutto ciò che deriva dal suo particolare carattere.
E’ una donna forte, volitiva, abituata a gestire la propria vita senza l’aiuto degli altri, ma in questo caso si ritrova prigioniera proprio delle sue abitudini.
Auto esclusasi dalle relazioni sociali, Maria decide di passare le sue giornate in ospedale, accanto a sua figlia che vive come sospesa in una incubatrice che la separa non solo dalla madre ma dal contatto con il mondo.


Come del resto la madre. Iniziano giornate di lettura e cinema solitario, di sigarette e frugali cene a base di noci.
Ma questo spazio bianco nel quale Maria si è confinata non è la soluzione giusta.
E il mondo, poco alla volta, si crea un varco nella sua vita.
Così lentamente  allaccia prima una relazione con il medico trentenne che veglia su sua figlia, poi allarga i suoi pensieri, i suoi sentimenti allo sguardo degli altri: una vicina magistrato,che vive da tre anni separata dai figli per lavoro, fra dubbi e rimpianti,ad un suo amico, sensibile e intelligente che riesce a tenerla a galla.
Per Maria arriva il momento nel quale può finalmente stringere la piccola Irene, che ha chiamato come sua madre e con lei vivere,così come sua figlia, nata di nuovo, questa volta fuori dal mezzo meccanico.

Introspettivo e delicato.
Lo spazio bianco, diretto da Francesca Comencini nel 2009 ,tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella, esplora con sensibilità la vita e la personalità di una mamma per caso, divenuta tale i modo border line, in una età in cui si è ormai trasformata e rigidamente ordinata la propria vita in un assieme di regole inderogabili, nella quale le abitudini sono ormai consolidate e nel quale davvero lo spazio per le novità è ridotto al lumicino.
E invece Maria deve fare i conti con il suo status di madre single, di genitore di una figlia “illegittima”, come recita l’assurda legge dello stato che richiede il riconoscimento da parte del padre.
Così Maria si ritrova a combattere un po contro tutto.
Con la paura che la figlia possa nascere con un forte handicap o morire ,con l’attesa snervante che i giorni passino senza novità negative e senza il conforto di una vita sociale accettabile,che la faccia sentire meno sola.
Ma la fortuna di Maria è quella di vivere in una città, Napoli, che non la isola,che è rispettosa del suo dramma e che riesce a penetrare le sue difese semplicemente con la gentilezza.


Così la donna riprenderà le fila del suo quotidiano, con una nuova speranza coronata dall’uscita dal mezzo meccanico della piccola Irene,che apre gli occhi e la guarda per la prima volta.
La vita ha vinto su tutto, per Maria e per Irene.
Un film intelligente, dai ritmi scanditi lentissimamente dagli attimi infiniti, un ossimoro ma che rende l’idea, visto che si dilatano temporalmente, che si susseguono senza soluzione di continuità.
Su tutto personaggi che si muovono attorno a lei con discrezione,quasi rispettosi di una tragedia personale che si estrinseca in uno dei flash back veloci che caratterizzano il film come quello le riporta alla mente quando è crollata per strada,
soccorsa da un gruppo di donne del quartiere. Così come fondamentale sarà l’apporto di solidarietà oltre che psicologico delle altre mamme presenti nell’ospedale,tutte in attesa di sapere se i loro figli avranno o no una chance di vita.


Tutto in Lo spazio bianco è misurato,composto.
Come i dubbi, il dolore, la solitudine di una donna costretta a fare i conti con la sua indipendenza che non può essere totale perchè non si vive soli e degli altri si ha bisogno.
Decisamente una prova convincente quella di Francesca Comencini, regista abituata all’introspezione, al racconto fatto di cose concrete, di fatti dolorosi che però lasciano aperta la porta alla speranza.
Un grande aiuto le arriva da una bravissima Margherita Buy, dolente quanto basta e misurata in tutti i suoi movimenti.
Una Margerita Buy capace di tutte le espressioni possibili, dal dolce al triste, dall’allegro all’angosciato.
Bene gli altri attori e belle le immagini di una Napoli che appare molto distante come città ma non come popolazione, rispettosa eppur presente.
Un film di cui consiglio caldamente la visione.

Lo spazio bianco
un film di Francesca Comencini,con Margherita Buy, Gaetano Bruno, Giovanni Ludeno, Antonia Truppo, Guido Caprino. Drammatico, – Italia, 2009, durata 98 minuti.

Margherita Buy: Maria
Giovanni Ludeno: Fabrizio
Gaetano Bruno: Giovanni Berti
Maria Paiato: Magistrata
Antonia Truppo: Mina
Vincenzo Pacilli: Capo Scorta
Guido Caprino: Pietro
Salvatore Cantalupo: Gaetano
Valeria Parrella: Condomina
Pier Luigi Razzano: Condomino

Regia Francesca Comencini
Soggetto Valeria Parrella (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Francesca Comencini, Federica Pontremoli
Casa di produzione Fandango, Rai Cinema con il contributo del MiBACT
Distribuzione in italiano 01 Distribution
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Massimo Fiocchi
Musiche Nicola Tescari
Scenografia Paola Comencini
Costumi Gemma Mascagni

marzo 2, 2020 Posted by | Drammatico | | Lascia un commento

Novitiate

Tennessee (Usa),metà degli anni 50

La piccola Cathleen per la prima volta entra in una chiesa all’età di sette anni.
E’ cresciuta senza un’educazione religiosa da sua madre Nora, una non credente; dopo l’abbandono della famiglia da parte del padre,cinque anni dopo Cathleen ha la possibilità,grazie ad una borsa di studio,di entrare a far parte di una scuola cattolica. In lei nasce sempre più forte il desiderio di un amore diverso, più spirituale e a 17 anni decide  di entrare come postulante nel convento dell’Amata Rosa, per intraprendere il percorso che porta alla vita religiosa come suora.
Siamo agli inizi degli anni 60 e la chiesa, la sua intera struttura sta per essere investita dal vento del cambiamento portato da Giovanni XXIII con il Concilio Vaticano II; ma nel convento retto con rigidità dalla reverenda madre Marie Saint-Clair tutto ciò sembra lontanissimo.
E lo sperimenterà la giovane Cathleen; le regole ferree che vanno dall’obbligo del silenzio semplice a quella del grande silenzio mettono a dura prova quella che sembra una vocazione religiosa molto ferma.


Nel convento la vita scorre quasi sospesa nel tempo, con le giovani postulanti che intraprendono un percorso di vita durissimo, fatto di regole spesso ormai fuori dal tempo, come le auto punizioni corporali o l’assoluta intransigenza verso la minima mancanza ai propri obblighi. Nonostante la ferma opposizione di Nora, Cathleen arriva al momento di pronunciare i voti come novizia; ma nella ragazza i cambiamenti anche fisici iniziano a farsi sentire
così come dubbi. Avverte i primi turbamenti della sessualità, una confusione interiore che la portano dapprima a ridurre il cibo e quando le cose si aggravano ad un crollo fisico.
Ed è durante la degenza nella sua stanzetta che Cathleen ha modo di stringere un rapporto profondo con Suor Emanuel,un’altra ragazza alla ricerca di qualcosa che la ragazza stessa non sa definire.
Il rapporto tra le due sfocia in un rapporto fisico, che se da un lato riporta Cathleen alla vita ovviamente si tramuta in forti sensi di colpa.
Nel frattempo per il convento le cose stanno cambiando velocemente; le disposizioni emanate dal Concilio Vaticano II mutano radicalmente la vita dell’intera comunità, con conseguenze devastanti.


La stessa reverenda madre deve fare i conti con il cambiamento che di fatto,modernizzando la vita delle religiose, svuota la comunità.
Sono molte le giovani che abbandonano l’abito religioso per tornare alla vita secolare o semplicemente per trovare una nuova strada che permetta loro di vivere in modo differente la spiritualità.
Alla fine del noviziato solo Cathleen e altre quattro ragazze compiranno il proprio percorso,ma è emblematica la risposta della ragazza alla domanda chiave posta dal sacerdote al momento di prendere i voti, “Cosa cerchi?””Qualcosa di più
Novitiate,film del 2017 diretto dall’esordiente regista americana Maggie Betts è una pellicola più che buona che esplora il complesso momento storico che precedette il Concilio Vaticano II e i momenti successivi alla sua attuazione,attraverso le vicende
della giovane Cathleen e delle altre ragazze che vorrebbero intraprendere la vita religiosa, sottovalutando la durezza della stessa e il complesso di rinunce che ciò comporta.


Attraverso l’illustrazione delle rigide regole del convento dell’Amata Rosa lo spettatore assiste al percorso iniziatico di una vita fatta di rinunce, sacrificio, mortificazione carnale che va dalla repressione dell’istinto naturale della sessualità alla mortificazione del corpo.
Che si esplicita in una vita conventuale votata per metà al silenzio e per l’altra metà alla preghiera,senza un vero contatto umano; una vita di rinuncia presso che totale,che proprio per la sua mancanza di naturalezza finirà per scoraggiare molte postulanti,
le cui vocazioni in effetti avevano motivazioni fra le più varie.
La pellicola quindi scava dall’interno, mostrando le lunghe giornate delle religiose, scandite da un ritmo sempre uguale, quasi ossessivo nella sua ripetizione di gesti legati ad una tradizione ancestrale ormai slegata dai tempi.
Ed è proprio il contrasto fra la tradizione e l’esigenza del cambiamento scaturita dal Concilio il punto fermo del film, sviscerato da una Betts che per fortuna non cade nella trappola del solito vetero anticlericalismo.


Certo, per un non credente o per uno scettico guardare il film non aggiunge nulla di nuovo se non la conferma di uno stile, di una scelta di vita incomprensibile.
Il merito di Novitiate però sta proprio nel non prendere una posizione netta, lasciando parlare più le immagini che le protagoniste.
Un film ovviamente tutto al femminile, visto che gli unici protagonisti maschili sono del tutto marginali o appaiono per pochissimo e si possono addirittura contare; il papà di Cathleen, che morirà senza suscitare grandi emozioni nella ragazza, l’arcivescovo che arriva nel convento per
comunicare le nuove direttive di Roma volte alla modernizzazione del convento stesso, accolte con terrore e rabbia dalla Reverenda madre e i sacerdoti preposti alle messe a cui partecipano le novizie, figure quasi indistinguibili per il loro ruolo deputato ad un’altra contestabile direttiva secolare della chiesa che serba solo all’uomo il diritto di celebrare messa.


Tanti motivi e spunti di riflessione per un film che racconta storie femminili. Un pizzico di femminismo,che vuole le donne stesse alla fine conscie di un ruolo sociale probabilmente più importante della vita ascetica.
Il cast si muove ordinatamente,con buone prove individuali fra le quali spiccano quelle di Margaret Qualley nel ruolo di suor Cathleen Harris, Melissa Leo nel ruolo della Reverenda madre Marie Saint-Clair, bravissima nel dare intransigenza ad un personaggio ormai superato dal tempo (“Quaranta anni fa sono entrata da quella porta e da allora non sono uscita più“),una frase rivelatrice dello scollamento della donna con la realtà, oltre a Julianne Nicholson nel ruolo di Nora Harris e Dianna Agron che interpreta suor Mary Grace, la prima ad abbandonare il convento in aperto dissidio sia con le regole del convento stesso sia con l’inflessibile Reverenda madre.
Ottima scelta la location,lo Scarritt Bennett Center, a Nashville nel Tennessee, trasformato per l’occasione in un convento.
Un film di pregevole fattura del quale consiglio caldamente la visione.

Novitiate

Un film di Margaret Betts. Con Dianna Agron, Morgan Saylor, Julianne Nicholson, Margaret Qualley, Liana Liberato,Melissa Leo, Maddie Hasson, Denis O’Hare, Chris Zylka, Eline Powell, Ashley Bell, Rebecca Dayan, Kamryn Boyd, Marco St. John, Chelsea Lopez, Joseph Wilson, Darla Pelton-Perez, Cecilia Wyle, Lucie Carroll, Marshall Chapman, Adele Marie Pomerenke, Jordan Price, Lacy Hartselle, Nettie Kraft, Rachel Mae Moore, Lisa Stewart , Neva Howell, Abram Knott, Gabriela Contaldo, Jeromy Nichols, Ashley Coughlin, Kurstan Buck, Kalista Dwyer, Robert Happy Allen, Kirk H. Andersen, Hannah Renèe Jackson, Laurie Pallotta, Jeffrey Wilkerson, Sasha Mason, Julz Leigh, Bill Shick, Courtney Cook, Angela Fox, Jenny Revord, Shayna-Raye Funderburk, Abby Harkins, Sydney Harris, Phillip Trammel, Monty Powers, Sydney Hoover, Eliza Stella Mason, Valeigh Rhiannon Alford, Carter Stewart, Bryan Fields, Emma Barberi, Kadence Riggs, Kylie Knott, Tallie Fausnaught, Kaitlyn Williams, Jasmin Maya Larsen, Shelby Johnson, David Alan Spodeck, Shelton Tison, Timothy Carr, Francis Dobrisky, Stacy Harris Drammatico, durata 123 min. – USA 2017.

Margaret Qualley:suor Cathleen Harris
Sasha Mason:Cathleen, 12 anni
Eliza Mason : Cathleen, 7 anni
Melissa Leo : Reverenda madre Marie Saint-Clair
Julianne Nicholson : Nora Harris
Dianna Agron : suor Mary Grace
Rebecca Dayan : suor Emanuel
Morgan Saylor :suor Evelyn
Maddie Hasson : sorella Sissy
Liana Liberato : suor Emily
Eline Powell : sorella Candace
Chelsea Lopez : sorella Charlotte
Denis O’Hare : l’Arcivescovo McCarthy
Chris Zylka : Chuck Harris
Ashley Bell : suor Margaret
Marco St. John : padre Luca
Marshall Chapman : Suor Louisa

Diretto da Maggie Betts
Prodotto da:Carole Peterman,Celine Rattray,Trudie Styler
Scritto da Maggie Betts
Musiche di Christopher Stark
Fotografia Kat Westergaard

febbraio 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Julieta

La cinquantenne Julieta è in procinto di dare una svolta alla sua vita.
Con il compagno ,lo scrittore Lorenzo, sta per trasferirsi da Madrid in Portogallo, con l’intenzione di non rivedere più la capitale spagnola.
Ma a sconvolgere i piani ecco l’incontro con Beatriz, compagna adolescenziale di sua figlia Antia, che Julieta non vede più da ben 13 anni e della quale non ha più notizie.
E’ proprio Beatriz a mettere al corrente la donna di frammenti di vita di Antia: la ragazza l’ha incontrata in Italia, sul lago di Como, dove vive con il marito e i tre figli.
Tornata a casa Julieta decide di non partire più, con grande sconcerto di Lorenzo, che tuttavia non può cambiare i suoi piani,così i due si separano.
Per Julieta è stato un colpo terribile apprendere che sua figlia non le ha mai comunicato di essersi creata una famiglia e che la stessa non ha fatto il minimo cenno all’amica di sua madre.

Così Julieta decide di scrivere a sua figlia una lunga lettera, quasi un diario,con il quale raccontare a Antia quello che è accaduto dalla sua nascita in poi.
Sull’onda dei ricordi, Julieta rievoca il primo incontro in treno con Xoan,il padre di Antia, l’amore a prima vista e mesi dopo la lettera che il giovane le aveva scritto invitandola a casa sua.
Con il giovane, un affascinante pescatore, Julieta aveva subito stabilito un legame sentimentale, coronato dalla nascita di Antia; ma un giorno,tornata da una visita a casa dei suoi per incontrare la mamma gravemente ammalata, Julieta aveva appreso dalla perfida e subdola cameriera del marito come lo stesso la avesse tradita con la compagna d’infanzia di Xoan, Ava.
La lite che era scaturita aveva spinto Xoan ad un’imprudente uscita in mare durante la quale era morto in seguito al naufragio della sua barca, affondata per una violenta tempesta.


Così Julieta si era ritrovata sola, con una figlia ancora adolescente e alle prese con la depressione, dalla quale grazie proprio alla presenza di Antia e dagli obblighi verso di lei era riemersa con fatica.
Ma Antia,dopo una vacanza durante la quale aveva stretto amicizia con Beatriz, aveva lentamente iniziato ad allontanarsi dalla madre fino al giorno in cui, diventata maggiorenne,aveva abbandonato la casa materna per scomparire senza dare più notizie.
Inutilmente Julieta, per tre anni,aveva atteso un cenno dalla figlia; poi,grazie anche alla fortuita conoscenza in ospedale di Lorenzo, amico di Ava gravemente ammalata di Sla e dopo un nuovo periodo di depressione, Julieta dicevo si era messa l’animo in pace e da quel momento aveva cercato di cancellare l’esistenza di Antia dalla vita.
Ma Antia tornerà improvvisamente a farsi viva, perchè una tragedia le ha cambiato la vita e le ha permesso di comprendere il dolore di sua madre…
Film delicato, senza eccessi verbali,scorrevole, Julieta di Pedro Almodovar, girato nel 2016 è opera essenziale e senza fronzoli.
Un racconto in cui l’uso di un lungo flashback permette di conoscere i retroscena della vita di Julieta sconvolta da improvvise tragedie che ne hanno minato sia la psiche che le speranze.


Eppure Julieta riesce ogni volta a venirne fuori: la morte del marito,della madre,l’abbandono della figlia, la morte di Ava, della quale comunque era rimasta amica.
Prove terribili superate come la depressione. Ma sempre con la mente rivolta a quella figlia dal comportamento incomprensibile.
E poi un secondo incontro con Beatriz e la scoperta di cose sconosciute,come l’abbandono anche di quest’ultima da parte di Antia,un abbandono doloroso per Beatrix che aveva con lei una relazione.
Una storia di vita, di una vita comune. Come comuni sono i personaggi,alle prese con le vicende umane e con le relative debolezze che questo comporta .
Come quella del marito, la fugace avventura con Ava, come quella del padre, che durante la malattia della moglie si era legato alla giovane badante e che si rifarà una vita dando un fratellino a Julieta, ormai in età avanzata.


Un intreccio di vicende a tratti dolorose, a tratti semplici e naturali; i personaggi sono umani e come tali vivono le passioni, incuranti di quello che possono implicare le loro scelte per gli altri.
Sul film incombe sempre una domanda, che riguarda Antia: perchè la ragazza ha di colpo abbandonato sua madre?
Lo scopriremo poco alla volta, indizio per indizio.
Ma la scoperta non ci farà provare simpatia per lei,anzi.
I giovani sanno essere crudeli , intolleranti verso le presunte colpe dei genitori.
Indulgenti con le proprie. E ci vorrà una tragedia per far comprendere ad Antia gli errori fatali commessi.
Il finale del film lascia intendere un riavvicinamento tra le due donne, ma quello che conta di più è la ritrovata serenità di Julieta, che si ricongiunge con Lorenzo, un uomo equilibrato ed intelligente, l’ultima occasione per la donna per dare un senso alla propria vita.
Una storia semplice.


Ma occorre saper rendere la semplicità non banale e Almodovar ci riesce alla perfezione, con il suo cinema fatto di una sapiente alchimia fra linguaggio e immagine.
Tutti bravi gli attori dalle due interpreti di Julieta giovane e donna matura ovvero Adriana Ugarte e Emma Suárez, così come molto bravo è Daniel Grao che interpreta Xoan.
Ottima anche Inma Cuesta ( Ava) e l’argentino di origini italiane Darío Grandinetti (Lorenzo).
Un film in cui la poesia si mescola mirabilmente ad un linguaggio essenziale, in cui il racconto fila liscio e spedito, senza inutili e ampollosi discorsi.
Un film da vedere,assolutamente.

Julieta
di Pedro Almodovar, con Emma Suarèz, Adriana Ugarte, Daniel Grao, Inma Cuesta, Darío Grandinetti. Titolo originale: Silencio. Genere Drammatico, – Spagna, 2016, durata 99 minuti.
Distribuito da Warner Bros Italia.

Emma Suárez: Julieta
Adriana Ugarte: Julieta giovane
Priscilla Delgado: Antía bambina
Blanca Parés: Antía adolescente
Daniel Grao: Xoan
Inma Cuesta: Ava
Darío Grandinetti: Lorenzo
Michelle Jenner: Beatriz
Rossy de Palma: Marian
Susi Sánchez: Sara
Pilar Castro: Claudia
Joaquín Notario: Samuel
Nathalie Poza: Juana
Mariam Bachir: Sanaa

Regia Pedro Almodóvar
Soggetto Alice Munro (racconti Fatalità, Fra poco e Silenzio)
Sceneggiatura Pedro Almodóvar
Fotografia Jean-Claude Larrieu
Montaggio José Salcedo
Musiche Alberto Iglesias
Scenografia Antxón Gómezs, Carlos Bodelóns e Federico García Camberos

febbraio 28, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento