I film di spionaggio (Eurospy) Parte prima

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Negli anni sessanta,con il mondo diviso in due blocchi contrapposti,lo spionaggio era una componente fondamentale della difesa degli stati.
Quando poi,nel 1962,esordì sugli schermi Agente 007 licenza di uccidere di Terence Young,protagonista James Bond il personaggio creato da JanFleming,molti registi specializzati in B movie decisero di portare sugli schermi figure clone che in qualche modo richiamavano anche nei loro nomi
l’agente speciale 007.
Nacquero così l’agente 077,l’agente A008,l’agente 777,Joe Walker ecc. tutti impegnati in serrate lotte contro terroristi e spie,ladri di segreti industriali e folli in grado di distruggere il mondo.
Il genere Eurospy,nato proprio in Europa,ebbe una diffusione abbastanza vasta;prodotti spesso in serie,ma sempre con buoni risultati spettacolari,
furono in voga anche negli anni settanta,pur con minore diffusione e produzione.
Di alcuni di questi film presento una gallery fatta di titoli di apertura,locandine e lobby card oltre agli immancabili flani che promettono meraviglie.
Un’occasione per ricordare un genere avventuroso che oggi,a distanza di 50 anni,viene riproposto con sempre maggiore frequenza in tv

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Upperseven l’uomo da uccidere

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Da 077:le spie uccidono a Beirut

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A008 Operazione sterminio

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Rapporto Fuller base Stoccolma

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Missione speciale Lady Chaplin

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Rififi ad Amsterdam

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La mano che uccide

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Agente Joe Walker Operazione Estremo oriente

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Baleari operazione oro

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Operazione tre gatti gialli

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Agente S03 Operazione Atlantide

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Agente 077 dall’Oriente con furore

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Le labbra proibite di Sumuru

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Più micidiale del maschio

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La trappola scatta a Beirut

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Operazione Goldman

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Berlino,appuntamento per le spie:operazione Polifemo

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Ipcress

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Agente speciale LK operazione Re Mida

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Agente 777 operazione Summergame

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Cinema: pensieri, parole e parolacce – parte prima

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1-la-viaccia-foto

Raccontami una storia.
Allegra o mesta?
Allegra più che puoi.
C’era una volta un cimitero… .

Dal film La viaccia di Mauro Bolognini (1961)

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Mi sembrava di avere le idee così chiare. Volevo fare un film onesto, senza bugie di nessun genere.
Mi pareva d’avere qualcosa di così semplice da dire, un film che potesse essere utile un po’ a tutti,
che aiutasse a seppellire per sempre tutto quello che di morto ci portiamo dentro.
E invece io sono il primo a non avere il coraggio di seppellire proprio niente.
Adesso ho la testa piena di confusione, questa torre tra i piedi… chissà perché le cose sono andate così.
A che punto avrò sbagliato strada? Non ho veramente niente da dire, ma lo voglio dire lo stesso.

Dal film 8 1/2 di Federico Fellini (1963)

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Mi sono presa la varicella… . È la prima volta che mia sorella mi dà qualcosa.

Dal film Il tempo delle mele di Claude Pinoteau (1980)

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Siete turisti? Cosa venite a fare qui? Non c’è niente da vedere, è tutto uno schifo… Non visitate l’Italia!
Statevene a casa vostra, che è meglio.

Dal film Una vita difficile di Dino Risi (1961)

5-il-padre-di-famiglia-foto

Sì, mi dimetto: sono stanco di continuare a fare un lavoro che non serve a nessuno.
C’è il benessere sì o no?! E allora voglio essere beneficato anch’io.
Uno non può restare tutta la vita a fare l’intellettuale con le pezze al culo quando
c’è gente che guadagna i miliardi.

Dal film Il padre di famiglia di Nanni Loy (1967)

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Mi avete fatto venire i capelli bianchi, che già erano bianchi!

Dal film Uomini si nasce, poliziotti di muore di Ruggero Deodato (1976)

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Non è mia abitudine sparare a chi è disarmato. Ma le abitudini sono fatte per essere cambiate.

Dal film L’immortale di Richard Berry (2010)

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Dunque, ragazzi, abbiamo tre motori fuori combattimento e abbiamo nella pancia più buchi di uno scolabrodo.
La radio è partita, perdiamo carburante, e se scendiamo un altro po’ ci vogliono gli sci invece delle ali.
Però un vantaggio ce l’abbiamo sui russi: a quest’altezza ci possono arpionare, magari, ma sullo schermo del radar
sicuramente non ci trovano!

Dal film Il dottor Stranamore, ovvero: come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick (1964)

9-le-foto-proibite-di-una-signora-per-bene-foto

Tutto ha un prezzo, anche la follia.

Dal film Le foto proibite di una signora per bene di Luciano Ercoli (1970)

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Anche contro la nostra volontà dobbiamo continuare a vivere. La vita continua e dobbiamo purtroppo seguirla.

Dal film Europa’ 51 di Roberto Rossellini (1952)

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Il mio secondo marito diceva che l’unica moneta è il dollaro, al massimo la sterlina.
Ora, in nome del cielo, che cos’è una dracma?

Dal film Assassinio sull’Orient Express di Sidney Lumet (1974)

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Quando un uomo è tanto cretino da mettersi a mezzo con una donna, quella non avrà mai nessuna considerazione per lui.

Dal film I compari di Robert Altman (1971)

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L’amore prima della tempesta non è una scelta, è una legge!

Dal film Mon Roi – Il mio re di Maiwenn Le Besco (2015)

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– Che ora è?
– La più bella della mia vita!

Dal film La coda dello scorpione di Sergio Martino (1971)

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Se io non so cambiare quando le circostanze lo impongono come posso chiedere agli altri di cambiare?

Dal film Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood (2009)

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Un bel culo non ti segue per tutta la vita. Dopo i trenta è meglio che la butti sull’intelligenza, se ce l’hai.

Dal film BeCool di F. Gary Gray (2005)

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– E allora sappi papà, che se non interverrai tu ucciderai il padre di tuo nipote.
 – Ti prego Maria Sole… .
– Sì papà, nel mio ventre c’è il frutto del nostro amore, sì sono incinta di Nico.
– Ti sei dimenticata che un anno fa eri incinta di Sylvester Stallone?

Dal film Squadra antimafia di Bruno Corbucci (1978)

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A modo suo era un grand’uomo… . Ma che importa quello che si dice di un morto?

Dal film L’infernale Quinlan di Orson Welles (1958)

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Se dovessi creare io un nuovo mondo non perderei tempo con i fiori e le farfalle. Io comincerei con il laser,
il primo giorno alle 8.00!

Dal film I banditi del tempo di Terry Gilliam (1981)

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Ultima lezione ragazzo: quando un uomo comincia a uccidere, non può più smettere.

Dal film I giorni dell’ira di Tonino Valerii (1967)

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Salvare la faccia

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L’amore è un sentimento complesso, ricco di sfaccettature. Può essere illustrato attraverso un amplesso amoroso, o meglio, attraverso timidi dettagli di un atto di passione. La cinepresa inquadra la carezza di una mano elegante, i capelli sciolti di una giovane donna, il lieve respiro di una ragazza innamorata sulla pelle dell’uomo che l’abbraccia… . Allo spettatore verrebbe voglia di sorridere, verrebbe voglia di immergersi in quell’attimo sognato, nel bene che trasmette alla mente e, sopratutto, all’anima. Tuttavia, qualcosa lo frena. Un suono, una musica fastidiosa, inadatta all’intimità ed in netto contrasto con essa. “Love your neighbour as yourself” recita il ritornello e, lentamente, quasi senza accorgersi, allontana lo spettatore dal sogno, lo accompagna verso la realtà, verso il mondo dei fasulli equilibri, ove, pare che non ci sia spazio per l’amore e per la tenerezza.
La giovane donna è Licia Brignoli (Adrienne La Russa), figlia dell’imprenditore Marco Brignoli (Rossano Brazzi), industriale di Prato, assiduamente impegnato nell’accrescimento del patrimonio familiare. Infatti, con l’inaugurazione della nuova fabbrica, Brignoli non solo solidifica la propria posizione sociale ma agevola la carriera politica dell’Onorevole amico, candidato al Governo.Tanta fatica spesa, quindi, tanti sacrifici per accumulare denaro e potere vanno salvaguardati “ad ogni costo”.

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Licia è la figlia minore di Brignoli la quale, all’età di diciott’anni, sorride e canta al suo primo amore, Mario (Nino Castelnuovo). A causa della giovane età e, probabilmente, del benessere in cui è cresciuta, Licia è estranea alla perfidia umana, è una “credente”. La sua visione del mondo è fiabesca: Cenerentola e l’amore che la unirà al Principe Azzurro, ovvero, il bene che prevale sul male. Mario, al contrario, dimostra di perpetrare una filosofia di vita all’estremo opposto: tutto è in vendita, anche Cenerentola. Quando Licia viene fotografata tra le sue braccia, per commissione dello stesso Mario, quest’ultimo la svende per venti milioni di vecchie lire. A tanto ammonta la somma che lo stimato Brignoli è disposto a sborsare pur di evitare uno scandalo con conseguenze economiche rovinose. Non solo. Alla pari dell’amante, anche il padre è disposto a svendere gli affetti. Con il consenso della figlia maggiore, Giovanna (Paola Pitagora), e del genero, Francesco (Alberto de Mendoza), Brignoli rinchiude la figlia in un istituto di salute mentale. La famiglia di Licia, con l’appoggio del “sempre disinteressato” clero, decide di costruire una commovente storia: solo una ragazza affetta da malattia mentale avrebbe potuto commettere l’imprudenza di concedersi ad un proletario, in una casa di appuntamenti. Quindi, la famiglia Brignoli, tragicamente colpita dalla disgrazia, susciterà nell’opinione pubblica un sentimento di commozione e solidarietà. Nessuno oserebbe puntare il dito contro una creatura ammalata e, tanto meno, contro una famiglia che la accudisce amorevolmente, nel migliore dei modi, quasi fosse una “cornice di chiesa”.
Tradita negli affetti, svenduta nell’amore, privata dalla libertà, Licia subisce l’impeto del padre. Si sottopone alla terapia psicofarmacologica e al severo regime di reclusione. Uscirà dal manicomio viva, forse diversa, ma viva.

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Alla conclusione del ricovero, Licia torna in famiglia, apparentemente contenta di riabbracciare le persone che la circondano: papà Brignoli, Giovanna e Francesco. Tuttavia, lo spettatore attento comprende sin da subito che la condotta di Licia, seppur mascherata da gesti affettuosi, è caratterizzata da azioni malefiche. Sarà che Licia è impazzita? Sarà che ha imparato una lezione da venti milioni di lire?
Dapprima, Licia seduce il cognato, Francesco, punendo in questo modo la sorella Giovanna. Licia condanna la promiscuità tra i pensieri e le azioni di Giovanna la quale, pur consapevole di essersi sposata per convenienza, tollera le azioni scorrette del padre e del marito. L’attenzione di Licia si rivolge, poi, al pavido Mario. Il lupo perde il pelo ma non le abitudini: così, Mario si dimostra entusiasta all’idea di ricattare il padre di Licia e acconsente ad un’improbabile proposta di matrimonio della ragazza.
Nemmeno il clero sfugge all’ira di Licia: durante una proiezione privata, ove viene presentato il pellegrinaggio a Lourdes organizzato per le maestranze della fabbrica, “un’esperienza davvero indimenticabile!”, Licia scambia il nastro del percorso religioso con un nastro che ritrae lo stimatissimo Brignoli e l’amante Laura (Idelma Carlo) avvinghiati in atteggiamenti licenziosi.
Lentamente, la famiglia Brignoli s’incammina verso l’orlo del precipizio. Giovanna, stanca e arresa, muore suicida. Francesco, privato dal sogno di ereditare il patrimonio Brignoli, si allontana dalla famiglia. Mario, intrappolato nel proprio arrivismo, morirà per mano dell’ignaro papà Brignoli.
I sopravvissuti sono increduli, spossati, si interrogano confusi sulle ragioni dei propri fallimenti.

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Forse, per alcuni di loro trattasi di rovina. L’unico che dovrebbe sentirsi realizzato è proprio papà Brignoli. In fondo, la piccola Licia è stata plasmata secondo l’immagine dell’ignobile padre. L’educazione ha reso. Nel finale, Licia e papà Brignoli, isolati nel lusso opulente della villa familiare, si fanno compagnia a tavola. La stessa cinepresa che all’inizio inquadrava interessata i dettagli di un tenero atto d’amore, ora, arretra lentamente, quasi volesse prendere le distanze dalle rimanenze delle esistenze rovinate. Nessuno si è salvato. Si salva chi si allontana.
Salvare la faccia uscì nelle sale italiane il 2 febbraio 1969 e, due anni dopo, negli Stati Uniti con il titolo “Psychout for Murder”. Gli intenditori dicono che la pellicola destinata alle sale oltre oceano si è salvata dalle sforbiciate, pertanto, presenta una storia omogenea ed intrisa di scene più spinte.
Rossano Brazzi si firma Edward Ross e dirige con buoni risultati un film cattivo e/o sulla cattiveria.
Infatti, grazie al soggetto del fratello Oscar, il regista bolognese mette in scena una convincente storia malata. Il film denuncia l’ipocrisia, la labilità dei buoni sentimenti e la slealtà familiare che si estende alla società ed alle istituzioni. Infatti, come accade nei film di Salvatore Samperi, la famiglia, pilastro della società, crolla su se stessa a causa dell’ipocrisia e della corruzione.
Ma il film non si limita ad essere un’opera contestataria. La pellicola mescola il dramma al giallo, anche se con risultati a volte banali, riscontrabili nelle scene che vedono Licia impegnata ad escogitare e mettere in atto trappole letali.

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Il cast è di ottimo livello. La bellissima Adrienne La Russa si cala abilmente nei panni di Licia, tanto dolce e altrettanto torbida da rendere credibile il tormentato personaggio. Adrienne la Russa brillerà nuovamente lo stesso anno nell’ottimo film di Lucio Fulci, “Beatrice Cenci”.
Altrettanto bella e brava è Paola Piagora la quale, a differenza della protagonista, sprigiona una sensualità più matura e rende, quindi, credibile la comparsa della sorella maggiore, Giovanna.
Bene anche il cast maschile. Forse a De Mendoza avrebbero potuto risparmiare la scena giocherellona in piscina, ove lo stesso appare a disaggio. Rossano Brazzi che dirige se stesso, risulta convincente nella parte dell’ industriale che tenta di salvare una faccia che, in fondo, non ha.
Ottima sceneggiatura da parte di Biagio Proietti, coautore del film “Black Cat” di Lucio Fulci; azzeccate le musiche psichedeliche composte da Benedetto Ghiglia; splendida la fotografia curata da Luciano Trasatti (bravissimo anche nel film “Miseria e nobiltà”).
Salvare la faccia è un film da scoprire o riscoprire; probabilmente più apprezzabile oggi che all’epoca in cui fu realizzato, dato che il cinema italiano degli anni ’60 e ’70 abbondava di pellicole di denuncia sociale, caratteristica, oggi, dimenticata.
Il film è disponibile su You ube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=OmjuURiqf60 in una versione molto buona.

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Salvare la faccia
Un film di Edward Ross. Con Rossano Brazzi, Nino Castelnuovo, Paola Pitagora, Adrienne La Russa,Alberto De Mendoza,
Nerio Bernardi, Valentino Macchi, Renzo Petretto Drammatico, durata 92 min. – Italia 1969

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Rossano Brazzi: Marco Brignoli
Nino Castelnuovo: Mario
Paola Pitagora: Giovanna Brignoli
Adrienne La Russa: Licia Brignoli
Alberto de Mendoza: Francesco
Nerio Bernardi: cameriere

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Regia Rossano Brazzi
Soggetto Oscar Brazzi
Sceneggiatura Biagio Proietti, Diana Crispo
Produttore Oscar Brazzi
Casa di produzione Chiara Film, Banco Film, Glori Art
Fotografia Luciano Trasatti
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Benedetto Ghiglia
Scenografia Giovanni Fratalocchi

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– Mi sento come Cenerentola che incontra il suo Principe Azzurro.
– Il Principe Azzurro era ricco, io non lo sono… ancora.
– I soldi non m’interessano. Per me tu conti molto di più. Io ti amo.

– La ricchezza, il potere, vanno salvaguardati ad ogni costo!
– Se devo essere costretta a pagarli ad un prezzo tanto alto, io non so proprio che cosa farmene!

Non sei cambiato per niente Mario, non trovi mai la strada di casa. Sono due ore che ti sto aspettando… . Ciao. Non dici niente? Non sono un fantasma, sono proprio io. Da quei posti si esce vivi, tesoro. Forse diversi… ma vivi.

– L’Onorevole verrà alla inaugurazione del Circolo ricreativo.
– Ah, lo credo bene, l’idea del Circolo è stata sua.
– Ha invitato molti cinegiornali. Si raccomanda, in particolare, che ci sia molta gente e … .
– E che tutti si dimostrino entusiasti della sua visita.
– Ha bisogno di pubblicità in questo momento. L’idea di poter entrare nel Governo lo fa letteralmente impazzire!
– Io impazzirò se penso ai milioni spesi per la piscina!
– Sono soldi spesi bene… .
– Già.
– L’Onorevole è un investimento molto sicuro.
– Inviti tutti quelli che hanno chiesto di essere assunti.
– E’ un po’ vecchio come trucco. L’abbiamo già utilizzato per l’inaugurazione della mensa e, poi, del campo di calcio e, soprattutto, per i comizi dell’Onorevole durante le elezioni e, quindi … .
– Sì, lo so, qualcuno non verrà più. Ma, ci sono i nuovi immigrati meridionali. Quelli verranno.

– La nostra famiglia rinnova la sua linfa con sangue nuovo e di prima qualità: prima un playboy, adesso un ricattatore. Va bene, facciamo progressi.
– Giovanna, certe cose non le dovresti dire.
– Certo, papà, hai ragione. Ma, per non dirle, non avrei dovuto fare tante altre cose. Non avrei dovuto vivere qui, né fare questa vita che non significa niente. Ma, soprattutto, non dovrei avere un padre come te! E’ tutto così stupido. A che gioco stai giocando?! Ma non ti rendi conto che stai cercando di distruggere della gente che è già morta?! Sono tutti morti, Licia. Solo che non lo sanno… . Va via Licia, non stare qua, vattene! Noi non possiamo darti niente, perché non abbiamo niente. Abbiamo soltanto la faccia da salvare e non vale molto neppure quella.

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L’uomo della pioggia

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All’epoca in cui avevo letto L’uomo della pioggia, ancora ai tempi della scuola, non immaginavo che un romanzo che mi era tanto piaciuto, in seguito, si sarebbe iscritto nella lunga ed impressionante lista dei libri di Grisham divenuti film di successo.
Parlo di una vera e propria lista, perché dal 1993, anno in cui uscirono nelle sale Il socio diretto da Sydney Pollack con protagonisti Tom Cruise e Gene Hackman, ed Il rapporto Pelican diretto da Alan J. Pakula, con protagonisti Denzel Washington e Julia Roberts, proseguendo nel 1994, anno in cui fu proiettato sul grande schermo Il cliente, diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Susan Sarandon e Tommy Lee Jones, ed ancora 1996, anno in cui uscì nelle sale Il momento di uccidere diretto da Joel Schumacher, con protagonisti Mattew McConaughey, Sanda Bullock e Samuel L. Jackson, proseguendo con L’ultimo appello (1996) diretto da James Foley, L’uomo della pioggia (1997), Conflitto d’interessi (1998) regia Robert Altman, La giuria (2003) diretto da Garry Felder, concludendo con Mickey e Fuga da Natale (2004), i titoli dei romanzi di uno dei miei scrittori preferiti finirono stampati su memorabili locandine sparse nei cinema di tutto il mondo.
L’uomo della pioggia è stato il primo volume che “mi ha messo in contatto” con Grisham. Nonostante siano passati un bel po’ di anni da allora, ricordo di essermi immersa nella lettura al punto di averla finita in pochi giorni. Inoltre, ricordo come mi sia dispiaciuto averlo letto troppo in fretta…

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L’anziana signorina Birdie Birdsong, un personaggio memorabile di questo romanzo, mi è rimasta nel cuore grazie al brillante umorismo dell’autore, il quale la descriveva attraverso la spontaneità del giovane avvocato Baylor.

Forse sono in tanti a domandarsi qual’è il motivo per cui tanti dei romanzi di John Grisham sono tramutati in pellicole?
A mia opinione, le ragioni delle scelte sono: i contenuti facilmente convertibili in sceneggiature, il ritmo e lo scorrere dell’azione e la naturalezza dei personaggi.
Tornando a bomba, L’uomo della pioggia (The Rainmaker), film “giuridico processuale”, diretto abilmente da Francis Ford Coppola, uscì nelle sale cinematografiche americane nel 1997, riscontrando un ottimo successo di critica e di pubblico.
Il film, come anticipato, trae origine dal romanzo scritto nel 1995 dal principale autore di gialli giudiziari dei nostri tempi, John Grisham.
Ora, prima di andare oltre con il racconto della pellicola, vorrei proporre una succinta analisi della terminologia usata per definire i concetti su cui si fonda la trama:
-assicurare significa rendere sicuro, proteggere da un danno o pericolo.
-contratto di assicurazione è il contratto con cui l’assicuratore, verso pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno a esso prodotto da un sinistro (assicurazione contro i danni), ovvero a pagare un capitale o una rendita (vitalizia o temporanea) al verificarsi di un evento attinente alla vita umana (assicurazione sulla vita).
-polizza (di assicurazione) è definito il documento contenente indicazioni di vario genere, che serve da ricevuta, da contrassegno, o che attesta un’obbligazione da parte dello scrivente. La polizza di assicurazione, in pratica, è il documento di prova del contratto di assicurazione, che riproduce le condizioni che lo regolano, predisposte dall’assicuratore e accettate dall’assicurato.

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-truffa è l’ottenimento di un vantaggio a scapito di un altro soggetto indotto in errore attraverso artifici e raggiri.
-leucemia è un tumore delle cellule del sangue.
-alcolismo è una sindrome patologica determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcol. I danni dall’abuso di alcol colpiscono quasi ogni organo del corpo, compreso il cervello, causando una serie di disturbi fisici e psichici.
-maltrattamento – l’azione del maltrattare o dell’essere maltrattato; comportamento che è per altri causa di danni fisici o morali.
-violenza domestica – comprende tutte le forme di maltrattamento – sia fisico che psichico e sessuale – nei confronti di un componente familiare, in particolare contro una donna, compiute da altre persone familiari (in maggioranza uomini).
-omicidio – consiste nella soppressione di una vita umana per opera di un altro essere umano.
-morte – cessazione delle funzioni vitali nell’uomo, negli animali e in ogni altro organismo vivente o elemento costitutivo di esso.

Letto quanto sopra, il gentile lettore potrebbe pensare di essere edotto riguardo al contenuto di un convenzionale court-movie, ovvero di un film che mette al centro barbose questioni legali. Orbene, fortunatamente, così non è.
L’uomo della pioggia propone un’incursione nell’ambiente dei tribunali, ma, al contempo presenta la professione legale illustrandola attraverso una dimensione umana delle vicende raccontate: difficoltà quotidiane, ingiustizie e battaglie per la sopravvivenza, affari “sporchi”, in sostanza, i drammi di tutti noi. Visionando la pellicola, ci rendiamo conto che l’obbiettivo di Coppola non era quello di criticare o di elogiare i giudici, e nemmeno di presentare i scontri che avvengono davanti ai magistrati. Al contrario, qui abbaiamo a che fare con una rappresentazione del tutto particolare del “mondo degli avvocati”.

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Dietro la macchina da presa c’è il celebre e stimatissimo regista Francis Ford Coppola, sceneggiatore di Patton generale d’acciaio (1971), per cui vinse l’Oscar, e regista di capolavori quali Il padrino (1972), Il padrino – Parte II (1974), Apocalypse Now (1979), I ragazzi della 56ª strada (1983), Cotton Club (1984) e Dracula di Bram Stoker (1992).

Il protagonista della storia è Rudy Baylor (Matt Damon), un giovane laureato presso la Facoltà di Giurisprudenza, il quale riceve un duro colpo dalla vita: lo studio legale presso cui avrebbe dovuto lavorare subito dopo la laurea è stato assorbito da uno studio di fama, che non ha bisogno dei suoi servigi. Fresco di laurea, senza esperienza nell’ambito giuridico e completamente al verde, Rudy è costretto ad accettare l’impiego presso uno studio legale di periferia, il cui stravagante titolare, Bruiser Stone (Mickey Rourke) è coinvolto in affari “sporchi”. Tuttavia, il giovane avvocato ha un asso nella manica: ha ricevuto l’incarico da una famiglia proletaria al fine di citare in giudizio una grossa compagnia assicurativa, che si era rifiutata di pagare una polizza al figlio affetto da leucemia.
Rudy Baylor proviene da una famiglia povera; lavora in un bar locale per finanziare i suoi studi e accetta di professare l’avvocatura nello studio del losco Bruiser, solo in quanto costretto. Siccome il famoso Studio Bruiser, viene posto sotto sequestro dal FBI, Rudy getta le basi di un piccolo ufficio legale, associandosi con Deck Shifflet (Danny DeVito), di professione “paralegale” ed abile inseguitore di ambulanze

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Tuttavia, Rudy non diverrà mai “l’uomo della pioggia”, ossia l’avvocato che vanta la brillante capacità di guadagnare denaro “a pioggia” nell’ambiente ove lavora. La ragione del mancato acquisto di detto “titolo” o “sopranome”, sta nelle cause che Rudy assume: stesura del testamento dell’anziana signora Birdie (Teresa Wright), una difficile battaglia contro una grossa compagnia di assicurazioni, Great Benefit, assistita dallo Studio “mille dollari l’ora” del corrotto avvocato Leo F. Drumond (John Voight) e una storia d’amore con la bella e fragile Kelly Riker (Claire Danes), vittima di violenze domestiche messe in atto da un marito alcolizzato.
Attraverso il protagonista, Coppola non solo riesce ad uscire dagli schermi dei film del genere, bensì ottiene una pellicola di ottimo ritmo, che né annoia, né cede ai buoni sentimenti. Seppur giovanissimo, 27enne all’epoca in cui veniva girato il film, Matt Damon riesce sin da subito a dare prova della sua bravura, calandosi abilmente nella parte da bravo ragazzo “dal viso pulito”.

“Credo proprio che in “The Rainmaker” ci sia, oltre che l’anima idealista e ribelle di Coppola, anche una parte della sua storia.” è quanto dichiarato dall’attore John Voight, che nella pellicola interpreta la parte del venerabile e titanico Leo F. Drummond, il togato principe della compagnia corrotta.
Oltre alle eccellenti prove recitative e alla regia, una menzione particolare per la responsabile dei costumi, Aggie Guerard Roggers, la quale veste un giovane ragazzo affetto da leucemia con un scolorito giubbotto Top Gun, rendendo dolorosamente realistica l’immagine di un’aquila dalle ali spezzate. Complimenti, altresì, per la scelta dei completi da uomo e delle cravatte abbinate, che partono dal modello grandi magazzini anni ‘ 80 (“paralegale”), passano per il look stravagante del proprietario di nightclub e arrivano sino ai modelli “giacca doppiopetto, elegantissima, nonché costosissima”!
Fortunatamente, la pellicola passa qualche volta in tv e penso sia di facile reperibilità.

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L’uomo della pioggia

un film di Francis Ford Coppola. Con Matt Damon, Danny DeVito, Claire Danes, Jon Voight, Mary Kay Place, Dean Stockwell, Teresa Wright, Virginia Madsen, Mickey Rourke, Andrew Shue, Red West, Johnny Whitworth, Wayne Emmons, Adrian Roberts, Roy Scheider, Alexis Brigham, Danny Glover, Marshall Taylor Titolo originale The Rainmaker. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 135 min. – USA 1997.

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Matt Damon: Rudy Baylor
Danny DeVito: Deck Shifflet
Claire Danes: Kelly Riker
Jon Voight: Leo F. Drummond
Mary Kay Place: Dot Blake
Danny Glover: Tyrone Kipler
Teresa Wright: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Virginia Madsen: Jackie Lemancyzk
Mickey Rourke: Bruiser Stone
Red West: Buddy Blake
Johnny Whitworth: Donny Ray Blake
Andrew Shue: Cliff Riker
Roy Scheider: Wilfred Keeley
Dean Stockwell: Harvey Hale
Adrian Roberts: Butch
Sonny Shroyer: Delbert Birdsong

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Regia Francis Ford Coppola
Soggetto John Grisham (romanzo)
Sceneggiatura Francis Ford Coppola
Produttore Michael Douglas, Fred Fuchs, Steven Reuther
Fotografia John Toll
Montaggio Melissa Kent, Barry Malkin
Musiche Elmer Bernstein

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Massimiliano Manfredi: Rudy Baylor
Giorgio Lopez: Deck Shifflet
Valentina Mari: Kelly Riker
Oreste Rizzini: Leo F. Drummond
Melina Martello: Dot Blake
Maurizio Mattioli: Tyrone Kipler
Micaela Giustiniani: Colleen ‘Miss Birdie’ Birdsong
Cristiana Lionello: Jackie Lemancyzk
Ennio Coltorti: Bruiser Stone
Simone Mori: Cliff Riker
Gerolamo Alchieri: Wilfred Keeley
Franco Zucca: Harvey Hale
Sandro Pellegrini: Butch
Gianluca Tusco: Delbert Birdsong

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“Il primo anno di Giurisprudenza tutti volevano bene a tutti. Perché studiavamo la legge, e la legge è una cosa nobile. Il terzo anno, eri fortunato se non venivi ucciso nel sonno. Gli studenti compravano esami, rubavano materiale di ricerca dalla biblioteca e mentivano ai professori. È questa la natura della professione?”
“Incaricato da un idiota con la garanzia di un mascalzone, finalmente sono avvocato.”
“Come si fa a sapere quando un avvocato mente? Semplice: gli si muovono le labbra.”
“Che differenza c’è tra un avvocato ed una prostituta? Quando sei morto la prostituta smette di fotterti.”

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Francis Ford Coppola, in riferimento all’ambiente legale che si era proposto di dipingere nella pellicola:
“Si trattava di un mondo interessante di cui non sapevo molto, e cioè il mondo degli avvocati di Memphis, il suo lato losco, gli avvocati che si approfittano delle cause per lesioni personali. Non credo di aver mai letto niente, o visto film, che trattano in questo modo il ventre molle della legge. Vedevo Rudy come un cavaliere, un puro che si prodigava per dare conforto a tutte queste damigelle addolorate. Per me c’era una relazione con l’altra forma del cavaliere americano, quella presente nel racconto poliziesco: il tizio nel suo ufficio, in un quartiere poco raccomandabile, che cerca di aiutare la gente, conservando tuttavia un punto di vista leggermente cinico. Mi sembra anche un po’ una storia da film noir. Non è un thriller. Ha più a che fare con tematiche sociali e l’oppressione dei poveri da parte delle grandi istituzioni corporative, viste attraverso la metafora di una compagnia di assicurazioni. Credo che molte persone provino qualcosa nei confronti delle compagnie assicurative. Spesso si ha la sensazione che uno paghi le quote del premio e poi, quando hai bisogno del loro aiuto, ti raggirano con la storia degli scoperti e altre scappatoie, oppure non soddisfano la tua richiesta di risarcimento. E, a quel punto, a chi ti rivolgi? Fondamentalmente c’è qualcosa d’ingiusto nel modo in cui vengono condotte le attività assicurative al contrario di ciò che, secondo noi, dovrebbero essere in realtà, e cioè una sorta di protezione.”
Matt Damon, in riferimento alle caratteristiche dei personaggi presenti nel film:

“Rudy è un buono, viene sopraffatto ma non molla. Penso che sia confuso sulla natura della professione d’avvocato; è sorprendentemente ingenuo per uno che ha passato tre anni alla Facoltà di Legge. Quello che mi piace di lui è che vuole veramente la verità, e si sforza di fare quello che è giusto. Nulla che abbia a che fare con la giustizia o la legalità o i dettagli tecnici. Si tratta del giusto e dell’ingiusto. Continua a sbattere la testa contro un muro, ma non cambia atteggiamento. Vede qualcuno e lo vuole aiutare. La sua ingenuità si dissolve lentamente mentre si trova a interagire con persone e mondi diversi. Comincia a crescere e a comprendere cosa sia veramente la vita. Alla fine si trova a dover prendere una difficile decisione, e stabilire se la professione di avvocato sia qualcosa con cui può convivere, oppure no. Danny DeVito è l’avvocato bocciato cinque volte all’esame di abilitazione, un personaggio singolare e pieno di sentimento. Fra lui e Rudy c’è grande simpatia. Deck è uno che si preoccupa di fare del bene e pensa che fare del bene consista nel guadagnarsi da vivere, nell’essere in grado di sbarcare il lunario. John Voight è l’avvocato Drummond, un mercenario, ma crede di non esserlo. Probabilmente lui direbbe di essere un idealista, di avere una passione per la verità. Cogliamo questo tizio all’apice della sua arroganza. Penso anche che ci sia un qualcosa di meschino che forse deriva dalle sue insicurezze e paure. Credo che siamo tutti interessati ai problemi insiti al sistema giuridico. Ciò che mi piace è che Rudy è qualcuno per cui tifare, è uno che rappresenta quello che tutti noi vorremmo vedere: una persona che, a discapito del proprio benessere, insegue la giustizia nella società per la causa dei bisognosi e di quelli che non possono difendersi. Bruiser Stone è l’avvocato di fama alquanto dubbia, patrocinatore di cause di vittime d’incidenti e proprietario di topless bar, con possibili legami con i criminali che difende. Ha modellato se stesso sui loschi personaggi di successo che si trova a frequentare nei casinò e nei locali di striptease.”

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La mia decisione di fare l’avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.

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I flani del 1977-Prima parte

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Selezione di flani dell’anno 1977;alcuni sono davvero ben fatti,altri sono irresistibili nel tentativo di attirare spettatori.

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Flano intrigante per un film da dimenticare,9 ospiti per un delitto

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Inquietante il flano di Abissi

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Il catastrofico Airport 77

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Un film poco visto Al piacere di rivederla

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Un bellissimo flano per uno splendido film,Anima persa

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Un altro bel film,Autostop rosso sangue

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Un flano semplicissimo quello di uno dei capolavori di Kubrick,Barry Lindon

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Bestialità

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Simpatico il flano di Bruciati da cocente passione

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Il capolavoro di De Palma,Carrie lo sguardo di Satana

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Grande cast per un flop clamoroso,Casanova e Co.

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Bello il flano di Casotto

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Un altro film catastrofico,Cassandra Crossing

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Semplice e schematico il flano di Cielo di piombo ispettore Callaghan

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Corvo rosso,non avrai il mio scalpo

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Un altro bel film Cosa avete fatto a Solange?

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Mirabolanti promesse per un film mediocre,Emanuelle in America

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Il flano dello sfortunato sequel di Il mondo dei robot,Futureworld

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Un film che non ha nulla di porno,Giochi erotici di una famiglia per bene

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Il flano del classico erotico Histoire d’O

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Bellissimo il flano del più che discreto Holocaust 2000,che chiude la serie di Omen

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Uno dei rarissimi flani che non riporta nomi o didascalie quello di I nuovi mostri

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Il flano del film Il … Belpaese

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Uno degli ultimi epigoni di L’uccello dalle piume di cristallo,il discreto Il gatto dagli occhi di giada

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Molto carino il flano del film Il gatto

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Il ginecologo della mutua

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Il sobrio flano del film Il maratoneta

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Il mostro

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Uno dei successi di Woody Allen,Il prestanome

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Il re dei giardini di Marvin

Amarcord

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Amarcord, io mi ricordo.
Per dirla all’emiliana o alla riminese,a m’arcord.
Un passato che rivive tra nostalgia e rimpianto,tipici sentimenti di chi sa che il passato irrimediabilmente non c’è più che si fonde
magicamente,liricamente,con immagini di rara bellezza.
Tutte in galleria,come un percorso ideale intrapreso nei meandri della memoria,alla ricerca di sensazioni visive,da risvegliare.
Quelle sensazioni che ti fanno pulsare il cuore e ritornare ad un passato irripetibile,come tutto quello che appartiene
alla vita e alla storia.
Che è personale ma che si fonde mirabilmente con la storia collettiva,attraverso volti e personaggi,più o meno sfumati,più o meno importanti
ma tutti impressi come una ruga sul volto nei ricordi.
Amarcord è il film più autobiografico,più sentito di Federico Fellini.
E non poteva essere altrimenti.
Perchè quando metti mano alla tua storia personale vai a smuovere qualcosa che credi di aver messo da parte,che ti accompagna ma che
man mano esplode proprio nel momento in cui li riporti alla vita,o meglio,a nuova vita.
Così il film si trasforma in una serie ininterrotta di emozioni visive sull’onda del passato vissuto nella natia Rimini,quella degli anni trenta.
Così diversa dalla Rimini degli anni settanta proprio come è differente il grande Federico nella maturità,com’è ovvio che sia.

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Amarcord è un percorso a ritroso,ideale.
Un viaggio nella Rimini degli anni 30,probabilmente il 1933,visto che ci sono sequenze con la Mille Miglia e il passaggio del Rex,atteso dalla folla con ansia spasmodica;un percorso di un anno,di primavera in primavera,che però segna profondamente la vita del protagonista del film e lo trasporta nell’età adulta.
Una carrellata di personaggi si susseguono sullo schermo;tristi,allegri,goliardici,meschini.
Tutte le categorie umane sfilano senza soluzione di continuità,tanto che in ognuno di essi lo spettatore sembra riconoscere qualcuno deja vu.
Infatti Fellini disse “« Mi sembra che i personaggi di Amarcord, i personaggi di questo piccolo borgo, proprio perché sono così, limitati a quel borgo,
e quel borgo è un borgo che io ho conosciuto molto bene, e quei personaggi, inventati o conosciuti, in ogni caso li ho conosciuti o inventati molto bene, diventano improvvisamente non più tuoi, ma anche degli altri »
Acuta l’osservazione di Valter Veltroni:”Basterebbe il Rex,, la sequenza dell’arrivo del Rex per vedere Amarcord di Fellini. Viaggio e conquista, speranza e realizzazione, povertà e riscatto sono nel sogno di quella nave, scura e maestosa.
Il film è il Rex della memoria. È una traversata in un mondo di poesia, di frammenti di reale, di schiette furbizie dei ricordi di un tempo. Con Fellini, e con lo stupore di Tonino Guerra, guardiamo, in quella Romagna fascista, una terra carnosa e irriverente, surreale e sognatrice. Lo zio matto che dalla cima di un albero grida: «Voglio una donna» e viene salvato da una monaca nana, il volto di lince della Gradisca,
le «bombardone» della tabaccaia che inizia al sesso gli adolescenti, l’apparire del mito delle Mille Miglia, la neve che scende copiosa, il vecchietto che non smette più di fischiare e muovere il braccio per testimoniare la virilità difesa.”

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Protagonista del film è Titta Benzi,storico amico d’infanzia del regista,così come l’altra protagonista è la Rimini tanto amata e detestata;una Rimini ricostruita negli studios di Cinecittà e ad Ostia,una cittadina pigra e indolente,goliardica e provinciale.
Lo sfondo è quello dell’Italia fascista,preda di un regime menzognero e prevaricatore,un’Italia quasi infantile che subisce le angherie del regime,dalle divise dei balilla alle adunate oceaniche,dalla retorica del Duce ha sempre ragione alle sue magniloquenti quanto effimere manifestazioni di grandezza.
Titta è figlio di Aurelio e Miranda;il primo è un piccolo costruttore,la seconda una tranquilla donna di casa.
I due sono perennemente preda di bisticci familiari,mentre nella famiglia ci sono anche zio Teo,dalla salute mentale precaria e spesso ricoverato in manicomio e zio Pataca,dalla vocazione parassitaria,che vegeta alle spalle della famiglia.
Il microcosmo esterno pullula di personaggi di ogni genere;quello femminile,che provoca in Titta i primi pruriti adolescenziali ha in Gradisca la figura più potente.
La donna è una procace parrucchiera,protagonista dei sogni erotici del giovane e dei suoi amici;c’è la tabaccaia dai seni monumentali,che in qualche modo “svezzerà” Titta e Volpina,che ad onta del suo nome è una scemacchiotta ai limiti della ninfomania.
Il piccolo universo si popola anche di grottesche o tenere figure maschili,come Giudizio il matto o Biscein,il patologico bugiardo,il suonatore cieco di Cantarel e tanti,tanti altri volti che costuiscono l’humus nel quale il giovane Titta forma il suo carattere e sperimenta delusioni e alimenta speranze.
Amarcord quindi vive di questo perenne ricordo di una stagione,forse la più importante nella vita di ognuno,quella che ti strappa dalla condizione di adolescente e ti trasporta nel mondo contraddittorio,pericoloso e schizofrenico degli adulti.

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Fellini va alla ricerca delle sue radici,con nostalgia ed evidente rimpianto.
Il suo percorso negli archivi della memoria riporta a galla un periodo storico irrimediabilmente cancellato dalla storia,non certo dai ricordi personali.
Come dimenticare tuo padre antifascista costretto a bere l’olio di ricino?
Ricordi impressi come un marchio di fuoco,in cui si risveglia la tenerezza per le prime pulsioni sessuali e per le esperienze maturate con il gruppo di amici con cui ha condiviso una stagione importante della vita.
Un’esperienza visiva potente,tutta da gustare.
Che vive anche si una sonorità assolutamente straordinaria,sottolineata dalle splendide musiche di Nino Rota che accompagnano il film.
Due ore di cinema di altissimo livello.
Popolato da una galleria di attori straordinari.
Dalla sempre intensa Pupella Maggio,che interpreta la madre di Titta a Armando Brancia che interpreta il padre a Magali Noel,la conturbante Gradisca a Ciccio Ingrassia che è Teo,fino a Bruno Zanin che interpreta Titta,gli attori guidati dalla maniacale mano di Fellini danno il meglio di se.
Tra le molte sequenze memorabili del film,cito il volo del pavone nella neve,il passaggio del transatlantico Rex,la giunonica tabaccaia che soffoca Titta con i seni,Teo sull’albero,la morte della madre di Titta,episodio chiave per la crescita e l’ingresso nell’età adulta.

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L’accoglienza ad Amarcord,uscito nelle sale italiane il 18 dicembre 1973 fu da subito unanimemente entusiasta;per la prima volta un film di Fellini sbancò il botteghino e ben presto il film venne candidato agli Oscar,con la vittoria del 1975 come miglior film straniero,dopo una strenua lotta con un altro splendido film,Cognome e nome: Lacombe Lucien (Lacombe Lucien), regia di Louis Malle.
In definitiva,un film che coniuga in maniera pressochè perfetta la poesia con l’immagine;uno dei capolavori assoluti del cinema,capace di portare nel linguaggio comune un altro termine diventato un neologismo nazionale,mutuato dal titolo del film,Amarcord,come Dolce vita per indicare un’epoca storica della vita sociale italiana.
Vi segnalo la presenza su You tube di un rarissimo dietro le quinte del film,con scene riprese durante le riprese del film;https://www.youtube.com/watch?v=ptXUjMNNALc
Per quanto riguarda lo streaming (e il download del film) una bella versione è presente a questo indirizzo:https://openload.co/f/bGVOD01axmw/Federico_Fellini-Amarcord__1973.mp4

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Amarcord

Un film di Federico Fellini. Con Bruno Zanin, Pupella Maggio, Armando Brancia, Giuseppe Ianigro, Gianfilippo Carcano, Ciccio Ingrassia, Magali Noël, Nandino Orfei, Alvaro Vitali, Josiane Tanzili, Mario Liberate, Maria Antonietta Beluzzi, Antonino Faa Di Bruno, Francesco Maselli, Lino Patruno, Nando Orfei, Aristide Caporale Commedia, , durata 127 min. – Italia 1973.

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Bruno Zanin: Titta
Armando Brancia: Aurelio, il padre di Titta
Pupella Maggio: Miranda, la madre di Titta
Giuseppe Ianigro: Il nonno di Titta
Nando Orfei: Lallo, detto “Il Pataca”, lo zio di Titta
Stefano Proietti: Oliva, il fratello di Titta
Magali Noël (con il nome Magali’ Noel): Ninola “La Gradisca”
Donatella Gambini: Aldina Cordini
Gianfranco Marrocco: Il figlio del conte
Antonino Faà di Bruno: Il conte di Lovignano
Fernando De Felice: Cicco
Bruno Lenzi: Gigliozzi
Bruno Scagnetti: Ovo
Alvaro Vitali: Naso
Ciccio Ingrassia: Teo, lo zio matto
Francesco Vona: Candela
Aristide Caporale: Giudizio
Luigi Rossi: L’avvocato
Gennaro Ombra: Biscein
Domenico Pertica: Il cieco di Cantarel
Ferruccio Brembilla: Il leader fascista
Marcella Di Folco (con il nome Marcello Di Falco): Il Principe
Antonio Spaccatini: Il federale
Maria Antonietta Beluzzi: La tabaccaia
Josiane Tanzilli: La Volpina
Gianfilippo Carcano: Don Balosa
Mauro Misul: Il professore di filosofia
Armando Villella: Fighetta, il professore di greco
Mario Liberati: Ronald Coleman, proprietario del teatro Fulgor

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Piero Tiberi: Titta Biondi
Corrado Gaipa: Aurelio, il padre di Titta; Oste
Ave Ninchi: Miranda, la madre di Titta
Fausto Tommei: Il nonno di Titta
Romolo Valli: Lallo, lo zio di Titta
Paola Dapino: Gina, la cameriera
Enzo Robutti: Teo, lo zio matto
Adriana Asti: La Gradisca; La Volpina
Oreste Lionello: Giudizio; Il federale; Fighetta, il professore di greco; Muratore poeta
Solvejg D’Assunta: La tabaccaia
Enzo Robutti: Il cieco di Cantarel
Renato Cortesi: Fascista pelato dal barbiere; Uomo in strada; Ragazzo con le occhiaie; Il fascista dell’olio di ricino
Isa Bellini: Prof.ssa di matematica
Carlo Baccarini: Il fotografo; Il barbiere; Uomo che corteggia Gradisca; Operaio al cantiere; Uomo con paglietta
Gigi Reder: Prof. di scienze; Fascista sulla sedia a rotelle
Pietro Biondi: Il carabiniere Matteo, marito di Gradisca; Padrone del caffè commercio
Roberto Bertea: Madonna, il vetturino
Marcello Tusco: Il proprietario del Fulgor
Mario Feliciani: Zeus, il preside
Mario Maranzana: Un cliente del barbiere; Fascista che urla nel buio
Silvio Spaccesi: il vecchio preso in giro
Enrico Lazzareschi: Il fascista toscano
Mario Maldesi: L’emiro nano; L’infermiere del manicomio; Parole sussurrate
Enzo Liberti: Medico dell’ospedale
Laura Carli: La monaca nana
Moira Orfei: Donna sulla barca
Federico Fellini: Le pernacchie

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Regia Federico Fellini
Soggetto Federico Fellini, Tonino Guerra
Sceneggiatura Federico Fellini, Tonino Guerra
Produttore Franco Cristaldi
Casa di produzione F.C. Produzioni
Distribuzione (Italia) Dear International
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Adriano Pischiutta
Musiche Nino Rota
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati
Trucco Rino Carboni

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1 Amarcord 2:07
2 La fogaraccia 2:14
3 Le Manine di Primavera 3:10
4 Lo Struscio: Quel Motivetto che mi piace tanto / Stormy Weather / La cucaracha 3:54
5 L’emiro e le sue odalische: Solomè abat jour 2:30
6 Gary Cooper 1:23
7 La gradisca e il principe 2:29
8 Siboney 2:09
9 Danzando nella nebbia 1:49
10 Tutti a vedere il rex 2:27
11 Quanto mi piace la gradisca 3:08
12 La Gradisca si Sposa e se ne và 2:16

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“Mio nonno fava i mattoni, mio babbo fava i mattoni, fazzo i mattoni anche me’, ma la casa mia n’dov’è?”

“Le manine scoincidono nel nostro paese con la primavera. Sono delle manine di cui che girano, vagano qua e vagano anche là.
Sorvolano il cimitero di cui tutti riposano in pace. Sorvolano il lungomare come i tedeschi… datesi che il freddo non lo sentono loro.
Ai… Al… Vagano, vagano. Girolanz… Gironzano… Gironzalon… Vagano, vagano, vagano!”

“Commetti atti impuri? Ti tocchi? Lo sai che San Luigi piange quando ti tocchi? “

Guarda quante ce ne sono, oh. Milioni di milioni di milioni di stelle. Ostia ragazzi, io mi domando come cavolo fa a reggersi tutta sta baracca.
Perché per noi, così per dire, in fondo è abbastanza facile, devo fare un palazzo: tot mattoni, tot quintali di calce, ma lassù, viva la Madonna,
dove le metto le fondamenta, eh? Non son mica coriandoli.”

“Qual gentil donzella, tu mi appari Aldina bella, e in tutto il tuo folgore (DANG!), mi fai battere forte il cuore (DANG, DANG!).”

“E bà de mi bà diceva così: Per campè sèn bsegna pisé spes com’i chen. Per campar sano bisogna pisciar spesso come il cano.”

“Un babbo fa per cento figlioli e cento figlioli non fanno per un babbo, questa è la verità.”

“È l’inverno che muore, sai, e arriva la primavera. Me la sento già addosso io, la primavera!”

“Eh, sono ancora qui che aspetto! Vorrei un incontro di quelli lunghi, che durano tutta una vita… Vorrei avere una famiglia, io: dei bambini, un marito per scambiare due parole la sera…
magari bevendo il caffelatte… e poi qualche volta fare anche l’amore, perché quando ci vuole ci vuole! Ma più che l’amore contano i sentimenti, e io ne ho tanto di sentimento dentro di me…
Ma a chi lo do? Chi è che lo vuole?”

“Camerati, hanno detto pane e lavoro; ma non è meglio pane e un bicchiere di vino?”

“Ma come si fa a non toccarsi quando si vede la tabaccala con tutta quella roba, che ti dice “Esportazione?”!? E la professoressa di matematica che sembra un leone…
Madonna, ma come si fa a non toccarsi quando ti guarda così?”

“Le manine coincidono nel nostro paese con la primavera. Sono delle manine di cui che girano, vagano qua e vagano anche là. Sorvolano il cimitero di cui tutti riposano in pace.
Sorvolano il lungomare come i tedeschi… datesi che il freddo non lo sentono loro. Ai… Al… Vagano, vagano. Girolanz… Gironzano… Gironzalon… Vagano, vagano, vagano!”

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Oscar 1975 per il miglior film straniero
David di Donatello 1974 per il miglior film a Federico Fellini e Franco Cristaldi
per la miglior regia a Federico Fellini
Nastro d’argento 1974 per il miglior regista del miglior film a Federico Fellini
Miglior soggetto originale a Federico Fellini
Miglior sceneggiatura a Federico Fellini e Tonino Guerra
Miglior attore esordiente a Gianfilippo Carcano
Globo d’oro 1975 per il miglior film a Federico Fellini e Franco Cristaldi
National Board of Review Awards 1974 per il miglior film straniero

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

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One Flew Over the Cuckoo’s NestQualcuno volò sul nido del cuculo è un romanzo importante scritto da Ken Kesey e pubblicato solo tre anni più tardi,un’opera che si inserisce autonomamente nell’ampio movimento culturale della “beat generation“.
Un romanzo che parla di psichiatria e manicomi,di malattie psichiche e condizioni di degenza, un tema scomodo,quasi sempre affrontato di straforo
per l’incapacità di trattare con cognizione di causa il grave problema delle malattie mentali.
Con una scrittura diretta,senza fronzoli,Kesey ambienta la sua storia all’interno di un manicomio,parola ormai in disuso ma che all’epoca era l’unica disponibile per indicare quello che era a tutti gli effetti un carcere per i sofferenti di malattie psichiche.
Nel 1975 il regista ceco Milos Forman riprende il testo di Kesey,modificandolo in parte ma lasciando intatto il titolo,Qualcuno volò sul nido del cuculo,locuzione gergale americana ripresa da una filastrocca che recita “”Three geese in a flock, one flew East, one flew West, one flew over the cuckoo’s nest” ad indicare proprio i manicomi riferendosi alle oche che volano in oriente e in occidente,mentre qualcuna vola sul nido del cuculo.
Forman ne fà una storia autonoma,incisiva,drammatica e sicuramente claustrofobica,mantenendo quello che era lo spirito di Kesey,che però non apprezzò affatto la riduzione cinematografica tanto da fare causa alla produzione.
Il che francamente fu decisione discutibile,alla luce della splendida e autonoma storia diretta da Forman e che,per inciso,si trasformò in un formidabile battage pubblicitario per il romanzo.

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Forman preparò con cura maniacale il film,come del resto nel suo stile;volle che gli attori entrassero in un istiuto di igiene mentale e vedessero con i propri occhi le loro condizioni di vita,arrivò ad usare per il film le partecipazioni di autentici sofferenti mentali,proiettando agli attori un documentario,Titicut Follies (1967) di Frederick Wiseman per calarli ancor più nelle loro parti.
Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta la storia di Randle Patrick McMurphy,un disadattato all’apparenza,ma in realtà solo un ribelle contro una società che considera opprimente.
McMurphy diventa un caso per il dottor Spivey,che deve valutarne le reali capacità mentali;l’uomo infatti ben presto si mostra insofferente verso la rigida disciplina dell’istituto psichiatrico;lo scontro diventa aperto tra infermiera Mildred Ratched e McMurphy stesso,visto che la prima rappresenta il “potere interno” dell’ospedale.
Ben presto la ribellione di McMurphy diventa totale;l’uomo si rende conto delle assurde regole che vengono imposte ai degenti,non ultima quella che vede la rigida divisione fra gli stessi,costretti in gruppi discriminati dalla gravità della patologia dalla quale sono affetti.
McMurphy diventa un elemento destabilizzante per l’ospedale;il suo rapporto con gli altri degenti diventa sempre più stretto man mano che l’uomo riesce a strapparli all’apatia di cui sembrano ormai prede irrecuperabili.
I migliori successi McMurphy li ottiene con Billy Bibit,un giovane che come si scoprirà non soffre di particolari patologie se non quelle legate alla balbuzie,conseguenza di una personalità ancora in formazione.
Nel frattempo stabilisce un’amicizia profonda con un gigantesco nativo,”Grande Capo” Bromden,che si finge sordo muto principalmente per l’incapacità di affrontare il mondo esterno,quello che invece McMurphy ben conosce.
Con il passare del tempo i gesti di ribellione di McMurphy si trasformano,per i dirigenti della struttura,in una guerra aperta molto pericolosa per l’establishment.

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Ad essere attaccata è la logica stessa della struttura.
McMurphy ottiene,in breve tempo,risultati eccezionali usando semplicemente la logica del reinserimento dei malati nella vita quotidiana;li fa viaggiare in autobus,li porta a fare una gita in barca,porta all’interno della struttura donnine allegre e alcool.
La normalità però è l’unica vera grande nemica del potere:il potere stesso vive e vegeta sulla paura,sulla costrizione,sui farmaci insomma su un coacervo di costrizioni che rendono i malati stessi facili prede.
La reazione del potere non si fa attendere;quando McMurphy vede morire suicida il giovane Billy e in conseguenza di ciò aggredisce la rigida e spietata infermiera Mildred,tentando di strangolarla, viene messo in condizione di non creare più problemi.
Viene lobotomizzato,ridotto ad un vegetale,lui che era uno spirito libero,indomito.
Ad avere pietà è il suo amico “Grande Capo” Bromden:con un cuscino il nativo lo soffoca,poi sradica un lavabo e lo scaglia contro una finestra e fugge.
La vita va affrontata,non puoi nasconderti da essa…
Qualcuno volò sul nido del cuculo è uno dei film più importanti nella storia del cinema.

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A parte l’innovativo linguaggio usato da Forman,il tema scabroso e poco noto o quanto meno spesso trascurato ed occultato da registi e scrittori,
la grandissima abilità con cui il regista affronta i momenti topici del film,che è ambientato quasi tutto nell’oppressiva struttura ospedaliera,oppressiva anche come location, a parte tutto questo dicevo Forman sceglie un interprete assolutamente perfetto per il ruolo di McMurphy,quel Jack Nicholson che fornirà una prova da primo della classe,gigioneggiando,esprimendo attraverso mille espressioni facciali gli stati d’animo del ribelle McMurphy.
Altro merito di Forman è quello di fornire svariate chiavi di lettura complementari,ovvero un’analisi spietata della struttura che si universalizza in una condanna del potere anche politico con più di un riferimento alle vicende storiche americane,incluse una suggerita rilettura del movimento dei figli dei fiori e più in generale di tutti quei movimenti alternativi che fiorirono in America negli anni sessanta fino ai giorni in cui venne girato il film.
C’è anche un espediente che va sottolineato (ed applaudito),quello dell’improvvisazione.
Molte battute e scene vennero letteralmente create al momento,rendendo tutto il film una specie di happening creativo collettivo,il che influuì anche profondamente sulla recitazione di tutto il gruppo,che strapa a tratti applausi a scena aperta.
La gestazione del film fu molto elaborata.

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A produrre la pellicola fu Michael Douglas che subentrò a suo padre,che deteneva i diritti cinematografici,il che alla fine valse al giovane figlio d’arte un Oscar;per il ruolo del protagonista vennero contattati dapprima Marlon Brando, Burt Reynolds e Gene Hackman e infine James Caan,che rifiutarono il ruolo;alla fine venne scelto Nicholson,che da soluzione di riserva si trasformò in uno straordinario valore aggiunto per il film stesso.
Altro personaggio importante è quello di “Grande Capo” Bromden,interpretato da Will Sampson,che da oscuro ranger di un parco si trovò trasformato in un divo.
Il nativo,scelto per le sue caratteristiche fisiche,alla fine si trasforma in un autentico mito,con quella espressione granitica che rende impenetrabile il volto e sopratutto per la grande interpretazione nelle scene finali,autentica perla del film.
L’accoglienza da parte di pubblico e critica fu quasi universalmente trionfale;una valanga di riconoscimenti si riversò sul film,dagli Oscar ai Golden Globe passando per i prestigiosi BAFTA
Uno dei più importanti resta l’inserimento del film nei primi 100 di tutti i tempi.

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Giusto e sacrosanto.
Per chi voglia vedere in streaming questo capolavoro imprescindibile c’è una splendida versione all’indirizzo https://openload.co/f/wx4rNL-8bmw/CB01.EU-1v4lcvn0.v0l0.svl.n1d0.d3l.cvcvl0.BR.mkv
oppure http://www.nowvideo.li/video/7402c73c02e54

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Un film di Milos Forman. Con Jack Nicholson, Louise Fletcher, William Redfield, Will Sampson, Brad Dourif,Christopher Lloyd, Danny DeVito, Sydney Lassick, Dean R. Brooks, Scatman Crothers, Vincent Schiavelli, William Duell, Mwako Cumbuka, Nathan George, Alonzo Brown, Peter Brocco, Josip Elic, Lan Fendors, Mimi Sarkisian, Mews Small, Louisa Moritz, Michael Berryman, Ken Kenny, Dwight Marfield, Ted Markland, Philip Roth, Delos V. Smith Jr., Tin Welch, Mel Lambert, Kay Lee, Anjelica Huston
Titolo originale One Flew over the Cuckoo’s Nest. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 133 min. – USA 1975.

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qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo-banner-protagonisti

Jack Nicholson: Randle Patrick McMurphy
Louise Fletcher: infermiera Mildred Ratched
Will Sampson: “Grande Capo” Bromden
Brad Dourif: Billy Bibit
Christopher Lloyd: Taber
William Redfield: Harding
Sydney Lassick: Charlie Cheswick
Danny DeVito: Martini
Peter Brocco: colonnello Matterson
Dean R. Brooks: Dr. John Spivey
Alonzo Brown: Miller
Scatman Crothers: Turkle
Mwako Cumbuka: Attendant Warren
William Duell: Jim Sefelt
Michael Berryman: Ellis
Josip Elic: Bancini
Lan Fendors: infermiera Itsu
Nathan George: agente Washington
Ken Kenny: Beans Garfield
Mel Lambert: Harbormaster
Kay Lee: infermiera notturna
Dwight Marfield: Ellsworth
Ted Markland: Hap Arlich
Louisa Moritz: Rose
Philip Roth: Woolsey
Mimi Sarkisian: infermiera Pilbow
Vincent Schiavelli: Frederickson
Marya Small: Candy
Delos V. Smith Jr.: Scanlon
Tin Welch: Ruckley

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Regia Miloš Forman

Soggetto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey
Sceneggiatura Bo Goldman, Lawrence Hauben
Produttore Michael Douglas, Saul Zaentz
Casa di produzione United Artists, Fantasy Films
Distribuzione (Italia) Mikado Film
Fotografia Haskell Wexler
Montaggio Sheldon Kahn, Lynzee Klingman
Musiche Jack Nitzsche
Scenografia Paul Sylbert, Edwin O’Donovan

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Adalberto Maria Merli: Randle Patrick McMurphy
Benita Martini: infermiera Ratched
Massimo Foschi: “Grande Capo” Bromden
Paolo Turco: Billy Bibit
Enzo Robutti: Taber
Pietro Biondi: Harding
Gianni Bonagura: Charlie Cheswick
Nino Scardina: Martini
Mario Milita: Turkle
Enzo Garinei: Jim Sefelt
Mario Mastria: paziente del gruppo d’ascolto

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“Lei è stato arrestato almeno cinque volte per aggressione. Cosa sa dirmi in proposito?
Cinque combattimenti. Rocky Marciano ne ha fatti quaranta ed è diventato miliardario!”

“L’ultima volta che l’ho visto era ubriaco fradicio, gli occhi bruciati dall’alcool. Ogni volta che portava la bottiglia alla bocca, non era lui che la beveva: era la bottiglia che gli beveva il cervello.”

” La prima donna che mi faccio la accendo tutta come un flipper e alla prima botta quella mi fa tilt ci puoi scommettere!”

“Continuiamo come se fosse un giorno qualsiasi”; “Carta a me! “.

“Voi non siete più pazzi della media dei coglioni che vanno in giro!”

Ha mai sentito il detto: ” Chi non sta fermo non pianta radici”?

“Non mi piace affatto l’idea d’ingoiare qualcosa quando non so che roba è!”

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One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Opening Theme)
Medication Valse
Bus Ride To Paradise
Cruising
Trolling
Aloha Los Pescadores
Charmaine
Play The Game
Last Dance
Act Of Love
Jingle Bells
One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Closing Theme)

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Oscar 1976

Miglior film a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler e Bill Butler
Nomination Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Miglior colonna sonora a Jack Nitzsche

Golden Globe 1976

Miglior film drammatico a Michael Douglas e Saul Zaentz
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore in un film drammatico a Jack Nicholson
Miglior attrice in un film drammatico a Louise Fletcher
Miglior attore debuttante a Brad Dourif
Migliore sceneggiatura a Lawrence Hauben e Bo Goldman

Premio BAFTA 1976

Miglior film a Michael Douglas, Saul Zaentz e Milos Forman
Miglior regia a Miloš Forman
Miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Miglior attrice protagonista a Louise Fletcher
Miglior attore non protagonista a Brad Dourif
Miglior montaggio a Richard Chew, Lynzee Klingman e Sheldon Kahn
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Lawrence Hauben e Bo Goldman
Nomination Migliore fotografia a Haskell Wexler, Bill Butler e William A. Fraker
Nomination Miglior colonna sonora originale a Jack Nitzsche
Nomination Miglior colonna sonora adattata a Mary McGlone, Robert R. Rutledge, Veronica Selver, Larry Jost e Mark Berger

Inoltre:
Premio 1977 Kansas City Film Critics Circle Award per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Board of Review Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson
Premi David di Donatello 1976 per il migliore regista straniero a Miloš Forman e per il miglior attore straniero a Jack Nicholson
Nastro d’argento 1976 per la migliore regia a Miloš Forman
Premio 1975 National Society of Film Critics Award per il miglior attore protagonista a Jack Nicholson

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Ken Kesey

Sono laggiù.
Inservienti negri vestiti di bianco alzatisi prima di me per commettere atti
sessuali nel corridoio e lavarlo senza che io possa sorprenderli.
Lo stanno lavando quando esco dal dormitorio, tutti e tre imbronciati e pieni
d’odio contro ogni cosa: l’ora della giornata, il luogo in cui si trovano, la gente per la
quale devono lavorare. Quando odiano in questo modo, è meglio che non mi vedano.
Striscio lungo la parete, silenzioso come la polvere, con le scarpe di tela, ma quelli
hanno speciali apparati sensitivi, intercettano la mia fifa e alzano gli occhi tutti
insieme, tutti e tre contemporaneamente, occhi splendenti nelle facce nere come lo
sfavillio duro delle valvole nella parte posteriore di una vecchia radio.
«Ecco il Capo. Il “suuu-per” Capo, compari. Il vecchio Capo Ramazza. Dove te
ne vai, Capo Ramazza…» Mi mettono uno straccio in mano, mi indicano il punto che
vogliono farmi pulire oggi, e io vado. Uno di loro mi sferra un colpo con il manico
della scopa sui polpacci affinché mi affretti a passare.
«Ehilà, lo vedi come scappa? È alto abbastanza per mangiarmi mele sulla testa e
ha paura di me come un bambino.»
Ridono, poi li sento farfugliare

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