Ursula Andress
Come ha confessato in una sua intervista di qualche tempo fa, Ursula Andress ha l’Italia nel sangue, nel destino e nella fortuna. Quel destino che le fece incontrare, da ragazza, ancora minorenne, un giovane italiano con il quale fuggì di casa per una fuga d’amore interrotta soltanto dai genitori, che la riportarono indietro. Sempre l’Italia anche nella carriera, con un terzo dei circa 50 film interpretati di provenienza italiana.

Ursula Andress in 007 licenza d’uccidere
Ursula, bellezza straordinaria, altera, è nata a Berna nel 1936, e dopo una fulminea carriera da fotomodella, esordisce nel cinema a diciotto anni, nel 1954, nel celebre Un americano a Roma, del grande Steno, nel quale ha una piccola parte accanto al gigante Sordi, che si apprestava a diventare ormai una star del cinema italiano. La sua eccezionale bellezza non passa inosservata,
tanto che in due anni gira altri tre film, La figlia di Mata Hari di Renzo Merusi, un brutto film ambientato in oriente sull’invasione giapponese delle isole del Borneo, seguito da La catena dell’odio di Piero Coschi e da Le avventure di Giacomo Casanova ,nuovamente diretta da Steno.
Se le doti recitative sono appena sufficienti, la Andress si distingue principalmente per una bellezza assolutamente straordinaria; ed è la bellezza a valerle un ruolo cinematografico che la consegnerà alla leggenda. Terence Young, che si appresta a dirigere 007 Licenza di uccidere, tratto dal romanzo di Jan Fleming Dottor No, la scrittura e le affida la parte di Honey Rider nel film da lui diretto.
La scena in cui Honey/Ursula esce dall’acqua, in un bikini succinto bianco, guardata con stupore da James Bond-Sean Connery, diventa una seconda pelle. Il film ha un successo straordinario, e lancerà anche al cinema il mito dell’agente segreto inglese con licenza di uccidere. Ma è anche la notorietà mondiale per Ursula: siamo nel 1962, e la ventiseienne attrice svizzera diventa di colpo una star. Hollywood la chiama a se; lavora in L’idolo di Acapulco, film del 1963 diretto da Richard Thorpe, al fianco di Elvis Presley, in I quattro del texas, nel ruolo di Maxine Richter diretto da un altro grande di Hollywood, Robert Aldrich, in un film con un grande cast, che include Frank Sinatra, la nuova stella lanciata da Fellini Anita Ekberg, Dean Martin e Charles Bronson
e ancora in Sfida sotto il sole di John Derek, accanto allo stesso Derek, a Sammy Davis Jr. e a Robert Duvall. E’ proprio con Derek il primo matrimonio dell’attrice: un matrimonio destinato a durare pochissimo, e che si concluderà nel 1966 con il divorzio dall’attore/regista. I film successivi, La dea della città perduta e Ciao Pussycat, una mega produzione diretta da Donner su soggetto di Woody Allen, brillante scrittore americano, conosciuto per la verve umoristica, riscuotono un buon successo; è sopratutto Ciao Pussycat a mostrare che l’attrice può anche entrare in cast e in film dal contenuto in stile commedia brillante.
Infatti il suo lavoro successivo è L’uomo di Hong Kong, una scatenata commedia umoristica girata al fianco di Jean Paul Belmondo, ricca di colpi di scena.
Nel 1965, sempre più famosa, accetta di lavorare in uno dei film più sottovalutati degli anni sessanta, il visionario La decima vittima, di Elio Petri,tratto da The Seventh Victim di Robert Sheckley,romanzo a metà strada tra il fantascientifico e il surreale.

Nella commedia Spogliamoci così senza pudor
La Andress è Caroline Meredith, una abilissima killer che deve uccidere la sua decima vittima per diventare campione di decatlhon; la sua ultima vittima, un indolente (tipico romano almeno nelle intenzioni di Petri) Mastroianni, che finirà per innamorarsi di lei, con tanto di matrimonio finale tra vittima e cacciatrice.
Ancora una volta va rimarcata una peculiarità dell’attrice: la sua straordinaria avvenenza fisica e la sua particolare bellezza le danno però un aspetto algido e freddo, che finiscono per caratterizzarsi in una scarsa mobilità del viso e in una espressione mimica limitata. E’ uno dei motivi per cui la Andress finirà, nella seconda parte della sua carriera, per partecipare a film di scarso valore.

Ancora un fotogramma da L’infermiera
Subito dopo il film di Petri, che ebbe scarsa fortuna per poi essere rivalutato nel corso del tempo come prodotto eccezionalmente innovativo, la Andress lavora in La caduta delle aquile, classico film bellico diretto da John Guillermin che narra le gesta di una pattuglia di aviatori impegnata nella Grande guerra, e successivamente in Operazione San Gennaro di Dino Risi, divertente commedia interpretata da Totò, Nino Manfredi, Senta Berger, Mario Adorf e Dante Maggio in cui i protagonisti cercano nientemeno che di rubare il tesoro di San Gennaro.
Acapulco
Nel 1967 Ursula torna nel cast di un film di James Bond, nel ruolo di Vesper Lynd; si tratta dello scombinato Agente 007 Casino Royale, un fiasco clamoroso a cui parteciparono i registi John Huston, Val Guest, Ken Hughes, Joseph McGrath e Robert Parrish e il cast ricchissimo che lo componeva, ovvero David Niven, Charles Boyer, William Holden, Deborah Kerr, Ursula Andress,Daliah Lavi, Peter Sellers, Woody Allen, John Huston, Joanna Pettet, Orson Welles, George Raft, Jean-Paul Belmondo, Jacqueline Bisset.
La Andress si ritrovò su un set che sembrava preda di un isterismo di massa, causato dalla lite tra Peter Sellers e sua moglie Britt Ekland, che rivolse troppe attenzioni a Orson Welles, tanto che l’attore inglese fini per non rivolgere più la parola all’illustre collega attore e regista, con il risultato finale che i registi furono costretti a girare le scene che vedevano i due attori protagonisti in controcampo. Il film, una sgangherata parodia di James Bond si rivelò un fiasco, ma la Andress, per sua fortuna, aveva un ruolo limitato; dopo aver partecipato, nel 1968 a Le dolci signore e La stella del sud, l’attrice svizzera gira nel 1970 il curioso Colpo da 500 milioni alla National Bank (Perfect Friday) , nel quale compare completamente nuda, mentre nel 1971 è nel cast del western Sole rosso, con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshiro Mifune, Capucine diretto da Terence Young; il film è un western atipico, in cui si assiste ad una strana alleanza tra un samurai e un fuorilegge per recuperare una spada che il samurai deve consegnare al Presidente degli Stati Uniti.
Anche questa volta la sua recitazione è sufficiente, ma nulla più. L’attrice ha 35 anni, quindi è nel pieno della maturità fisica; la bellezza è sempre notevole, ma il cinema inizia a riservarle le prime amarezze. In tre anni gira solo film leggeri, commedie allegre senza grosse pretese, come Africa Express, del 1975 accanto a Giuliano Gemma, l’erotico L’infermiera, classica commedia sexy degli anni 70 in cui però da modo di far apprezzare al suo pubblico il fisico assolutamente scultoreo che possiede, in una serie di nudi da antologia. Segue Spogliamoci così senza pudore, altra commedia sexy a episodi diretta da Sergio Martino, seguito da Safari express, questa volta diretta da Duccio Tessari, in cui ricostruisce la coppia formata con Giuliano Gemma con il quale aveva lavorato nel discreto Africa Express.
Ormai l’attrice lavora stabilmente in Italia; infatti nel 1976 Enzo Castellari la chiama per lavorare in Le avventure e gli amori di Scaramouche, filmetto senza pretese e di scarso successo in cui è l’unica attrice di una certa fama a prendere parte al cast.Segue il buon thriller Doppio delitto, diretto da Steno, con la partecipazione anche di Agostina Belli, Peter ustinov e Marcello Mastroianni; segue il mal riuscito Colpo in canna , film del 1975, diretto da Fernando Di Leo, bizzarro tentativo da parte del regista pugliese di coniugare un poliziesco/thriller con i canoni della commedia ironica. Ancora una volta l’unica cosa degna del film è la bellezza sfolgorante della Andress, sempre ad altissimi livelli estetici.

Ursula Andress in L’ultima chance
Il successivo La montagna del dio cannibale, diretto da Sergio Martino, nel quale è Susan Stevenson, una donna alla ricerca del marito, sperduto tra le foreste della Nuova Guinea infestata di cannibali. Un film di modesta levatura, ancora una volta; così come modesti sono i risultati di Letti selvaggi, film diretto da Luigi Zampa nel 1979, una delle ultime, stanche commedie all’italiana, costituito da otto episodi con protagonisti nomi di rilievo del cinema, come Monica Vitti, Sylvia Kristel e Monica Vitti, oltre ad un giovanissimo e surreale Roberto Benigni.
Questo può essere definito l’ultimo film importante in cui la Andress ha una parte da protagonista.
Gira ancora I quattro moschettieri nel 1981 e Scontro di titani, una mega produzione a sfondo mitologico in cui ovviamente è chiamata a ricoprire il ruolo di Venere, dea dell’amore. Anche se ha 40 anni, l’attrice è ancora bellissima e avvenente, ma da quel momento il cinema le riserverà solo la partecipazione a Messico in fiamme del 1982; da quel momento in poi Ursula lavorerà in produzioni televisive, come Manimal e Love Boat, con l’eccezione rappresentata da Liberté, égalité, choucroute , film diretto da Jean Yanne nel 1985, ambientato durante la rivoluzione francese nel quale è Maria Antonietta, consorte di Michel Serrault/Luigi XVI.
In seguito lavorerà ancora in serie televisive, anche di fama come Falcon crest, Pietro il Grande, l’italianissimo Fantaghirò.
Se la carriera cinematografica della Andress non si può definire da grande star, la vita privata dell’attrice ha avuto invece proprio le caratteristiche della vedette, inseguita e fotografata per i suoi amori e le sue relazioni amorose, a cominciare da quella con il regista pigmalione Derek, passando per gli attori con cui ha avuto relazioni più o meno lunghe, come Jean Paul Belmondo, Warren Beatty, Ryan O Neal e Harry Hamlin, 20 anni più giovane di lei, con il quale ha avuto il figlio Dimitry.
Come considerazione finale, si può dire che la bellissima attrice è oggi un mito più per le scene memorabili di 007 licenza di uccidere che per lo svolgimento della sua carriera; una carriera onorevole, in cui però manca l’acuto, il film importante, l’interpretazione memorabile.
Klassäzämekunft
Perfect friday
Fantaghirò 4
L’uomo di Hong Kong
Messico in fiamme
Le dolci signore
Le avventure e gli amori di Scaramouche
La stella del Sud
La dea della città perduta
I 4 del Texas
Fantaghirò
Cremaster
Die Vogelpredigt
Man Against the Mob The Chinatown
Liberté, égalité, choucroute (1985)
The Fifth Musketeer (1979)
Letti selvaggi (1979)
La montagna del dio cannibale (1978)
Doppio delitto (1977)
Le avventure e gli amori di Scaramouche (1976)
Africa Express (1976)
Safari Express (1976)
Spogliamoci così senza pudor (1976)
L’infermiera (1975)
Colpo in canna (1975)
L’ultima chance (1973)
Sole rosso (1971)
Perfect Friday (1970)
L’étoile du sud (1969)
Le dolci signore (1968)
Casino Royale (1967)
Once Before I Die (1966)
The Blue Max (1966)
La decima vittima (1965)
L’uomo di Hong Kong (1965)
What’s New Pussycat (1965)
She (1965)
Nightmare in the Sun (1965)
4 for Texas (1963)
Fun in Acapulco (1963)
007 licenza di uccidere (1962)
Le avventure di Giacomo Casanova (1955)
La catena dell’odio (1955)
Un americano a Roma (1954)
L’estate assassina
L’estate assassina è la storia di una vendetta sognata da una donna, compiuta dal di lei marito ed eseguita, portata a compimento con freddezza verso persone che alla fine scopriremo essere innocenti.
Un plot intrigante, quindi, quello di L’etè meurtrier, L’estate assassina, film del 1983 diretto da Jean Becker.
L’azione si svolge in Francia, in una località del sud,in Provenza, nei primi anni settanta. Una strana famiglia arriva in un paese: ne fanno parte una donna di mezz’età,conosciuta come Eva Braun, di origine tedesca, un vecchio su una sedia a rotelle, la bella e misteriosa Elaine, chiamata Elle.
Isabelle Adjani
Elle ha sin da piccola avuto grossi problemi psicologici: la madre le ha raccontato di aver subito violenza da tre camionisti di passaggio, cosa che l’ha fatta crescere rancorosa e colma di vendetta, oltre ad averle causato incubi e problemi esistenziali. Appena arrivata in paese, Elle suscita l’interesse dei giovani locali, ma lei dedica le sue attenzioni ad un giovane meccanico del posto, Florimond, che finirà per sposare. La madre del ragazzo mostra da subito la sua contrarietà: lei aveva tirato su il figlio con molti sacrifici, essendo il padre di Florimond morto da tempo. L’uomo le aveva lasciato, come unica eredità, la casa in cui abita e una vecchia pianola.
In realtà è proprio l’innocuo strumento musicale il vero fulcro della storia; la madre di Elle aveva infatti raccontato molte volte alla figlia di essere stata violentata da tre camionisti che trasportavano una pianola.
Per cui Elle aveva sposato Florimond, figlio di uno dei tre trasportatori, per compiere la sua vendetta. Ma le cose andranno molto diversamente da come architettato dalla ragazza….
Difficile raccontare di più del film senza svelare completamente la trama, tra l’altro molto intricata; la pellicola si distingue inoltre per la complessità della sceneggiatura, basata su un romanzo, oltre che su una capacità di rappresentazione delle immagini ben più importante delle parole.
Quello che più conta, per il regista, è l’ambientazione e la sfaccettatura complessa dei protagonisti del film. Elle, per esempio, appare come una ragazza che persegue, sin dall’inizio, un suo specifico scopo. Scopriremo che questo scopo è la vendetta, che si abbatterà però anche su vittime innocenti.
Un film complesso, non privo di fascino ma anche abbastanza ingarbugliato, che richiede necessariamente molta attenzione nei suoi passaggi cruciali. Gli attori recitano bene, sopratutto Isabelle Adjani, che nel 1983, all’epoca dell’uscita nelle sale cinematografiche di L’estate assassina, aveva lavorato principalmene per la Tv e in qualche film importante come Adele H, Driver e Nosferatu. L’attrice se la cava alla grande, dando un’aria imbronciata, sexy e impenetrabile al personaggio affidatole, Elaine “Elle”, finendo per surclassare i pur bravi compagni di set, fra i quali segnalo Alain Souchon, il Florimond marito della protagonista, Jenny Clève, la madre di Elle, Suzanne Flon,
ovvero la vecchia Nine soprannominata la cognata.
Un film a tratti oscuro, carico di significati simbolici e allegorici, ben resi però visivamente dal regista Jean Becker,in Italia praticamente uno sconosciuto; echi di Hitchcock e musiche particolari pervadono il film, sin dall’apertura, con l’anziano che trascina stancamente la pianola. Da sottolineare anche lo stridente contrasto tra l’atmosfera idilliaca della Provenza francese, con le sue campagne morbidamente abbandonate sotto il sole, e la violenza che si scatenerà a breve, fino alla tragica conclusione.
Film davvero strano, particolare.
L’estate assassina, un film di Jean Becker. Con Isabelle Adjani, Suzanne Flon, Alain Souchon, François Cluzet Titolo originale L’été meurtrier. Drammatico, durata 130 (123) min. – Francia 1983.
Isabelle Adjani … Eliane Wieck ‘Elle’
Alain Souchon … Florimond
Suzanne Flon … Nina , ‘Cognata’
Jenny Clève … Signora Montecciari – la madre di Florimond
Maria Machado … Paula Wieck Devigne , ‘Eva Braun’ – madre di Eliane
Evelyne Didi … Calamité
Jean Gaven … Leballech
François Cluzet … Mickey
Manuel Gélin … Boubou
Roger Carel … Henri alias ‘Henri IV’
Michel Galabru … Gabriel Devigne – padre di Eliane
Marie-Pierre Casey La signora Tussaud
Cécile Vassort … Josette
Edith Scob … La dottoressa
Regia Jean Becker
Soggetto Sébastien Japrisot (romanzo)
Sceneggiatura Jean Becker e Sébastien Japrisot, dall’omonimo romanzo di Sèbastien Japrisot
Fotografia Étienne Becker
Montaggio Jacques Witta
Musiche Georges Delerue
Scenografia Jean-Claude Gallouin
Costumi Thérèse Ripaud
Anche il sesso è una questione di stato
Bunny è una bionda, bella e totalmente disinibita ragazza americana di 17 anni, figlia di un militare. La sua totale mancanza di inizbizioni causa però seri problemi alle gerarchie militari americane, perchè la ragazza ha l’abitudine di infilarsi sotto le lenzuola di molti ufficiali dell’esercito, creando così grossi imbarazzi proprio alle utorità militari. Per togliersela di torno, le stesse decidono di promuovere suo padre Randolph al rango di ambasciatore statunitense, e così lo trasferiscono a Londra, tra la costernazione dei tanti amanti della ragazza e il sollievo dei generali.
Il padre, appena giunto a Londra, decide di evitare rischi per la sua carriera e trasferisce la ragazza in un college, ben sapendo che Bunny potrebbe rappresentare motivo di scandalo. Ma la bella Bunny a cui ovviamente la decisione non va giù, crea da subito un’atmosfera consona ai suoi costumi liberi; incita le sue nuove amiche, per esempio, a fare il bagno nude in piscina e ne combina di tutti i colori. Non solo: messasi d’accordo con le compagne, che non sono meno disinibite di lei, scommette sull’abiiltà di ognuna di sedurre alti papaveri politici e militari che sono presenti a Londra per tenere un’importante conferenza sul disarmo.
Una ragazza del gruppo, la poco seducente Ducky, viene incaricata di scattare foto compromettenti dei militari, per poter così testimoniare la vittoria di una delle ragazze. Così Bunny, alle prese con un cinese poco interessato al sesso e molto più al pin pong, vede scivolare via la possibilità di vittoria, mentre le sue amiche si danno da fare. Ma a complicare la situazione arriva il padre di Bunny che, scoperte le foto, tenta di ricattare i diplomatici delle altre nazioni. Alla fine la pestifera ragazza e suo padre vengono spedite in Afghanistan, dove teoricamente non dovrebbero fare guai, ma……..
Anche il sesso è una questione di stato, film del 1974, diretto da Jack Arnold è una commedia sexy che si distingue sopratutto per la mancanza di malizia: nonostante i numerosi nudi e le situazioni equivoche, non ci sono mai scene spinte, e il film scivola tranquillamente sul solco della commedia sexy, in maniera molto simile ai tanti film del genere che venivano proiettati in Italia nello stesso periodo. Una parata di belle ragazze, molti nudi, qualche battuta anche carina, per un film godibile, con qualche scena anche spiritosa, come le folate di vento che sembrano perseguitare Bunny, rivelando che sotto i vestiti spesso non porta nulla, o come la citata scena della seduzione del militare cinese, che invece di approfittare della ragazza, le stampa sui seni il suo autografo e le chiede di giocare a ping pong.
Una onesta commediola quindi, non priva di qualche fascino, per passare novanta minuti assolutamente in relax.
Anche il sesso è una questione di stato, un film di Jack Arnold, con Christina Hart, Jane Anthony, Drina Pavlovic, Jull Damas, David Beale, Ed Bishop, Erin Geraghty, Murray Kash, Kao Kun, Steve Plytas Titolo originale Sex play, anno 1974 Commedia Usa
Christina Hart … Bunny O’Hara
Jane Anthony … Jackie
Ed Bishop … Secretary Beard
Murray Kash … Dr. Wolfgang Meyer
Drina Pavlovic … Salina
Jill Damas … Christine
Eric Young … Wang Lo
Erin Geraghty … Ducky
Steve Plytas … Krashneff
David Beale … Lord Teakwood
Gordon Sterne … O’Hara
Eunice Black … Miss Grimm
Rex Wei … Chen Ling

La meravigliosa Angelica
Terzo episodio delle avventure di Angelica de Plessis-Bellière ( e non il secondo, come erroneamente riportato da alcuni siti di cinema) , la bella e desiderata moglie di Geoffrey De Peyrac, condannato a morte da Luigi XIV. Nel film precedente, Angelica alla corte del Re Sole, la marchesa ha sposato Philippe de Plessis-Bellières, riconquistando così il suo titolo nobiliare. La donna ama suo marito, ma la felicità dura poco: Philippe viene mortalmente ferito, e spira davanti al Re. Ritornata vedova, Angelica riceve un delicato incarico dal Re Sole;
conquistare in tutti i modi l’ambasciatore persiano, in modo da poter stipulare con il sovrano della Persia un trattato economico e d’amicizia. Bachtiary Bey , l’ambasciatore, perde completamente la testa per l’affascinante Angelica, e tenta di sedurla con la forza. Per la nobildonna le cose finirebbero male non fosse per il fido Desgrez che manda a liberarla il principe Stanislav Ràkóczi, che cattura anche l’ambasciatore. Il quale, adirato, ritornerebbe in patria mandando in fumo il trattato, non fosse per l’intervento decisivo della Marchesa
Il re Sole è costretto a dihiararla sua favorita, per impedire che lo stesso ambasciatore la chieda come dono alla Francia. In realtà il Re Sole si è invaghito di Angelica, relegando in disparte Mademoiselle Atenaide De Montespan, sua favorita fino a poco prima; la donna, con la complicità di un nobile, tenterà di ucciderla con un vestito intriso di veleno, fallendo. Angelica scopre che la Montespan è dedita a riti segreti satanici, che prevedono il sacrificio di bambini, e da quel momento la sua vita è in pericolo costante.
Una sera nel suo palazzo penetra un sicario, che la ucciderebbe, non fosse per l’intervento di Geoffrey, che in realtà nonè morto, ma, sfuggito alle guardie, si è rifugiato in un monastero, incaricando il fido Savary, uno strano tipo di chimico stregone, di vegliare su di lei con la promessa del silenzio assoluto sulla sua sorte. Ma Angelica, che l ha visto vivo, si mette alla sua ricerca……
La meravigliosa Angelica riprende in pratica dal punto in cui era finito il film precedente, ampliando la galleria dei personaggi e arricchendo di nuove avventure la storia della affascinante marchesa. Il ritmo, al solito c’è, la mercier è as usual bellissima e seducente, per cui alla fine il the end lascia lo spettatore ansioso di seguire il quarto episodio della serie, L’indomabile Angelica.
Solito cast di ottimi attori, già collaudati nei film precedenti e anche una citazione storia (realmente accaduta) riguardante la Montespan, che fu effettivamente la favorita del Re Sole, e che venne coinvolta nel clamoroso caso dell’Affaire dei veleni, assieme a Catherine Voisin (personaggio storico realmente esistito), che venne condannata a morte dalla famosa Camera ardente, costituita dal Re Sole per giudicare i nobili implicati nello scandalo.
Un articolo sull’affare dei veleni è presente nel mio blog paultemplar.wordpress.com
Il film si rivela ancora una volta vincente, grazie ovviamente alla Mercier, che sembra avere appiccicata addosso la figura della bella Marchesa; belle anche le location, che includono una splendida Versailles e paesaggi della campagna francese.
La meravigliosa Angelica, un film di Bernard Borderie, con Michèle Mercier, Robert Hossein,Jacques Toja,Sami Frey,Estella Blain. Avventura Francia 1966


Michèle Mercier: Angélique de Plessis-Bellière
Robert Hossein: Jeoffrey de Peyrac
Jean Rochefort: Desgrez
Jacques Toja: Louis XIV
Sami Frey: Bachtiary Bey
Estella Blain:Athenais De Montespan
Fred Williams: Ràkóczi
Pasquale Martino: Savary
Jean Parédès: Saint-Amon
René Lefebvre: Colbert
Michel Galabru: Bontemps
Philippe Lemaire: Marchese De Vardes
Ann Smyrner: Thérèse
Carol Le Besque: Marquis Desoeillet
Michel Thomass: M. de Bonchef
Robert Favart: medico
Le Nain Roberto: Barcarolle
Claude Giraud: Philippe de Plessis-Bellières
Jacques Hilling: Molinès

Regia: Bernard Borderie
Soggetto: Anne Golon & Serge Golon
Sceneggiatura: Alain Decaux, Bernard Borderie, Francis Cosne e Pascal Jardin
Produttore: Francis Cosne e Raymond Borderie
Casa di produzione: Films Borderie
Fotografia: Henri Persin
Montaggio: Christian Gaudin
Musiche: Michel Magne
Scenografia: Robert Giordani
Costumi: Rosine Delamare
Il signor di Breteuil, inviato del re di Francia, che a Ceuta aveva arrestato Angelica, giunto a Marsiglia, la fece rinchiudere nel forte dell’Ammiragliato.
Sino a che fossero rimasti in quella città, dove la marchesa di Plessis-Bellière aveva ingannato così abilmente l polizia del Regno, il gentiluomo non si sentiva tranquillo.
Fu dunque in una oscura e sinistra cella che colei che era stata prigioniera dei barbareschi ed era evasa dall’harem di Mulay Ismail a prezzo di tante sofferenze, ebbe la certezza di aspettare un figlio.


La ragazza di Trieste
Una storia d’amore ai limiti dell’impossibile, quella tra Dino e Nicole. Lui è un maturo disegnatore di fumetti, scapolo impenitente, reduce da una relazione poco convinta con Valeria. Lei è una bellissima ragazza, sfuggente e misteriosa. I due si incontrano casualmente il giorno in cui la ragazza, che sta annegando mentre fa il bagno, viene salvata da tre uomini sulla spiaggia. Dino, attratto dal fascino enigmatico della ragazza decide di conoscerla; dal canto suo Nicole, evidentemente attratta da Dino, non si sottrae .
Andrea Ferreol
Nasce cosi una problematica relazione tra i due; la ragazza è sfuggente, misteriosa e si comporta in maniera assolutamente incoerente. Ha atteggiamenti teneri, ma anche spregiudicati, come quando si mostra completamente nuda ad un cameriere di un residence, sotto gli occhi esterefatti di Dino. Un giorno la ragazza scompare, per poi riapparire adducendo motivi assolutamente risibili al suo comportamento. Sconcertato, Dino decide di andare a fondo e scoprire cosa nasconde la misteriosa Nicole.
Mimsy Farmer
Ornella Muti
Scopre cosi, seguendo le indicazioni di una sua amica, che la ragazza ha dei problemi mentali; è ricoverata infatti in un ospedale psichiatrico, dal quale però è libera di entrare e uscire, secondo le indicazioni del piano terapeutico che segue. Ma un giorno alcune compagne in cura come lei, le usano violenza e da quel momento il fragile equilibrio di Nicole va in frantumi. Nel frattempo la convivenza tra la donna e l’uomo diventa sempre più problematica e Dino, che nonostante tutto ama quella creatura capace di tutto, di gesti teneri ma anche di clamorose piazzate, si trova a dover scegliere tra un futuro incerto con la donna e il suo personale equilibrio psicologico, messo a repentaglio dal comportamento di Nicole.
Sarà proprio quest’ultima a dipanare la matassa; una mattina, mentre sono sulla spiaggia, la ragazza, che si è rasata a zero i capelli, entra lentamente in acqua, e scompare in mare, così come dal mare era apparsa agli occhi di Dino la prima volta, che in questo caso assiste incredulo senza poter agire.
La ragazza di Trieste, diretto da Pasquale Festa Campanile, con sceneggiatura di Ottavio Jemma su soggetto dello stesso regista, è un dramma ben congegnato sulla difficoltà, o anche l’impossibilità dei rapporti tra normalità (il disegnatore Dino, il suo mondo ordinato) e follia (Nicole e la sua spregiudicatezza, le sue bugie ma anche la sua tenerezza).
Solo i folli sanno amare, è la morale del film, è la follia è nella vita di Nicole, che tenta inutilmente di inserirsi in un contesto normale, in cui ci sia spazio per i sentimenti, la sessualità, una normalità che di fatto le è proibita, dal momento che ogni volta che rientra nell’istituto psichiatrico deve fare i conti con le compagne violente o con la realtà opprimente dell’istituto stesso. Eppure tra i due c’è tenerezza: c’è tenerezza e anche amore in Dino, che tenta in tutti i modi di penetrare quella follia che avvolge come un manto nero la mente della ragazza.
Ma la vita spazza via anche i soni più innocenti, così, in un finale tragico e amaro, l’uomo è costretto ad assistere al suicidio della donna, un atto che ammette implicitamente la sconfitta della follia davanti alla normalità, quasi che il gesto della ragazza sia un rassegnarsi a questa impossibilità, quella di riuscire a vivere uno scamplo di vita “normale”
Un bel film, La ragazza di Trieste: dolce a tratti, amaro spesso.
Sicuramente bravi i due attori; Ben Gazzarra interpreta Dino, un uomo in difficoltà nel conciliare il suo essere paurosamente normale con la dolce follia di Nicole, interpretata benissimo da un’intensa Ornella Muti. E stride parecchio il solito, incredibile commento dell’ineffabile Morandini sul film, che riporto senza commenti, vista l’inutilità degli stessi di fronte a giudizi espressi senza alcuna cognizione di fatto:
“Un disegnatore di storie a fumetti alla Crepax s’innamora di una ragazza che entra ed esce da una clinica psichiatrica. Tratto da un romanzo (1982) dello stesso regista, è un melodramma d’amore piatto, mal scritto, ripetitivo. Ornella Muti callipigia è rapata a zero (ma è un trucco). ”
La ragazza di Trieste, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Ben Gazzara, Mimsy Farmer, Ornella Muti, William Berger, Consuelo Ferrara, Romano Puppo
Drammatico, durata 108 min. – Italia 1982.
Ben Gazzara … Dino Romani
Ornella Muti … Nicole
Mimsy Farmer … Valeria
Jean-Claude Brialy … Professor Martin
Andréa Ferréol … L’amica Stefanutti
William Berger
Consuelo Ferrara … Francesca
Romano Puppo … Toni
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Pasquale Festa Campanile
Sceneggiatura Ottavio Jemma
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Ezio Altieri
Faccia di spia
Faccia di spia, di Giuseppe Ferrara, uscito nelle sale nel 1975, a tutti gli effetti non può essere considerato un vero flm, quanto piuttosto un documentario che spazia tra le nefandezze compiute da apparati segreti, in primis la Cia, nel periodo che va dai primi anni 60 all’epoca in cui fu girato il film. Vengono così ricostruiti, anche se in maniera per forza di cose sommaria, alcuni eventi che hanno caratterizzato la recente storia mondiale, con una parte dedicata anche all’Italia.
Si passa così dall’incidente della baia dei Porci, quando Kennedy autorizzò la disastrosa spedizione che doveva rovesciare Fidel Castro, all’uccisione di Ernesto Che Guevara in Bolivia, con immagini rprese dal vivo (alcune anche abbastanza rare) mescolate ad altre realizzate a colori, nella quale agiscono attori come Mariangela Melato, Giorgio Ardisson, Claudio Volontè; altri spezzoni di film documentano casi spinosi, come quelli di Ben Barka, Debré, Lumumba, con l’onnipresente Cia a muovere in maniera nemmeno tanto occulta i fili delle varie vicende.
La parte centrale del film, la più cruda, riguarda l’uso della tortura nei confronti degli oppositori politici; si assiste ad un tristissimo campionario di violenze, documentate con freddezza, come la violenza subita da una prigioniera in sud America,, costretta a restare nuda in equilibrio su due barattoli taglienti, seviziata poi con morsi e con candele accese vicino ai capezzoli, passando per atrocità di ogni genere, mutilazioni genitali, serpenti vivi inseriti nella vagina di una prigioniera, amputazione di braccia ecc.
Il finale del film è dedicato agli avvenimenti italiani e al caso Allende. Nella parte dedicata all’Italia, assistiamo alla carrellata dedicata ovviamente al caso Feltrinelli e alla sua morte mentre tentava di far saltare un traliccio dell’alta tensione, alla strage di Piazza Fontana, con l’arresto dell’anarchico Pinelli e alla sua successiva, misteriosa morte negli uffici del commissario Calabresi.
E altrettanto ovviamente, all’esecuzione dello stesso commissario e alla strage della Questura di Milano, una delle poche di cui si conosce il colpevole. Il finale del film è dedicato al golpe cileno, di cui si rese protagonista Pinochet; assistiamo all’attacco contro il presidente Allende e alla sua morte. Il finale del film vede un’immagine delle Twin towers gocciolanti sangue; per chi non l’avesse capito, un chiaro segnale sia del pensiero del regista sia una chiara indicazione di responsabilità.
Difficile valutare , dal punto di vista della mera critica cinematografica, un’opera che con il cinema centra molto relativamente.
Il film/documento sembra più un’operazione di denuncia, peraltro abbastanza ben confezionata, anche se apertamente schierata: a questo punto parlare di recitazione o di ruoli degli attori diventa pura accademia.
Segnalo comunque le prove di Mariangela Melato, che interpreta Tania, una rivoluzionaria cubana, di Riccardo Cucciolla, intenso nella sua parte di Giuseppe Pinelli, l’incolpevole anarchico accusato della strage di piazza Fontana. E ancora Dominique Boschero, una sofferta Licia Pinelli,Francesco Rabal nei panni di Mehdi Ben Barka, Claudio Volontè che interpreta il leggendario comandante Ernesto Che Guevara e infine Ugo Bologna nei panni di Salvador Allende e un somigliantissimo Marcello Mando che interpreta il commissario Luigi Calabresi.
Operazione propagandistica a parte, Faccia di spia ricorda in lunghi tratti un altro film documentario degli anni 70, Bianco e nero di Pietrangeli.
Faccia di spia, un film di Giuseppe Ferrara. Con Francisco Rabal, Riccardo Cucciolla, Mariangela Melato, Adalberto Maria Merli, Pietro Valpreda, Giorgio Ardisson, Marisa Mantovani, Gérard Landry, Umberto Raho, Dominique Boschero, Mario Novelli, Lou Castel, Alfredo Pea, Ugo Bologna, Claudio Volonté
Drammatico, durata 115 min. – Italia 1975.
Adalberto Maria Merli … Capitano Felix Ramos
Mariangela Melato … Tania
Francisco Rabal … Mehdi Ben Barka
Riccardo Cucciolla … Giuseppe Pinelli
Pietro Valpreda
Claudio Camaso … Che Guevara (come Claudio Volonté)
George Ardisson … Patrick
Ugo Bologna … Salvador Allende
Dominique Boschero … Licia Pinelli
Lou Castel … Torturatore
Gérard Landry … Mr. Rutherford
Marcello Mando … Commissario Luigi Calabresi
Regia Giuseppe Ferrara
Soggetto Giuseppe Ferrara
Produttore Gigi Martello
Fotografia Mario Masini
Montaggio Rita Algeri, Margerie Friesner
Effetti speciali Rino Carboni
Musiche Manos Hadjidakis
Trucco Otello Fava
Un anno di cinema, 1972
Nel 1972 un biglietto per i cinema di prima visione costa dalle 700 alle 1.000 lire, almeno nelle città di provincia; nelle sale di seconda visione i prezzi sono dalle 400 ale 600 lire, mentre i cinema di visione successiva costano tra le 150 e le 300 lire. Le sale d’essai sono molto frequentate, e nei cinema di prima visione le poltrone rivestite di velluto sono un lusso; i cinema sono strutturati con platea e galleria, nelle sale si fuma ancora, e i risultati a fine proiezione si sentono. I film hanno il divieto ai 18 e ai 14 anni;le maschere controllano i documenti, perchè non sono infrequenti i controlli in sala di carabinieri e polizia.

Al Pacino e Simonetta Stefanelli in Il padrino

Maria Schneider e Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi
Anche il 1972 si conferma un anno d’oro per la cinematografia sia italiana che mondiale. Crescono gli spettatori, aumentano le pellicole prodotte, in Italia arrivano autentici capolavori. A cominciare dal film che farà man bassa di premi, recenzioni positive e che a fine anno risulterà il più visto in assoluto. E’ Il padrino, di Francis Ford Coppola, con Marlon Brando, James Caan, Al Pacino, Robert Duvall, Diane Keaton; un film diventato ormai leggenda grazie alla trama, splendida, ricavata dall’omonimo romanzo di Mario Puzo, passando dall’interpretazione magistrale di Marlon Brando nei panni di Don Vito Corleone per finire con le splendide musiche di Nino Rota.

Corvo rosso, non avrai il mio scalpo

Woody Allen in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso
Un flm che provoca code, tutti esaurito nei cinema dove viene proiettato e che si rivelerà un dei maggiori incassi di tutti i tempi. In Italia esplode il caso di Ultimo tango a Parigi, il film di Bertolucci più controverso, amato e doiato contemporanemante. Unico caso di un film sequestrato e condannato al rogo per un’unica scena di sesso, passata alla storia come la scena del burro. Aldilà dei suoi notevoli meriti, Ultimo tango risentì tantissimo delle polemiche che lo accompagnarono. Un film difficile, tra l’altro, con una tematica poco appetibile cinematograficamente: la storia di due solitudini che si uniscono temporaneamente solo con il sesso.

Il fascino discreto della borghesia
Un universo parallelo, di esistenze grigie in grigie metropoli; il film di Bertolucci è questo e moltissimo altro, tuttavia il pubblico fa la fila, fino al suo sequestro, per vedere Brando sodomizzare Maria Schneider. Sempre dagli Usa arriva un altro capolavoro, buon successo di pubblico: è Corvo rosso non avrai il mio scalpo, di Sidney Pollack, con un ottimo Robert Redford. La storia di Jeremiah Johnson, che lascia tutto e va a vivere tra le montagne, dove alla fine sposa una donna nativa, che verrà uccisa da una tribù di Corvi.

Un tranquillo week end di paura
La terribile vendetta dell’uomo lo tasformerà in un eroe; il film piace perchè è girato magnificamente, per la trama assolutamente nuova e sopratutto per il gran carisma di Redford. Ancora gli Usa propongono Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere di Woody Allen, spassosa e ironica storia in 6 episodi riguardanti il tabu sesso, visti attraverso la corrosiva regia del regista americano. Dalla Spagna arriva uno dei massimi capolavori di Bunuel, Il fascino discreto della borghesia, una veduta feroce e dissacratrice del mondo borghese: Bunuel fa tabula rasa dei valori borghesi, attraverso una galleria di personaggi grotteschi fino allo stremo. Grandi gli attori, ovvero Fernando Rey, Delphine Seyrig, Bulle Ogier, Michel Piccoli, Stéphane Audran.
Un altro film americano avvince le platee italiane; è Un tranquillo week-end di paura, di John Boorman, inqietante visione di un mondo paradisiaco brutalmente profanato dalla violenza: un insolitamente bravo Burt Reynolds e un grande John Voigt fanno parte del cast di questo film in cui si respira violenza e tensione dal primo all’ultimo minuto della pellicola.
L’Italia è presente con alcuni ottimi lavori, a cominciare dal romantico e struggente Fratello sole sorella luna, di Franco Zeffirelli, opera ispirata alla vita del poverello d’Assisi e della sua compagna d’avventura Chiara; dall’ottimo La prima notte di quiete, di Valerio Zurlini, storia drammatica di un amore impossibile tra un professore anticonformista e una sua allieva, con la terza incomoda, l’amante di lui.
Splendido Delon, splendida Lea Massari, per un film davvero bello. Elio Petri colpisce ancora con l’ottimo La classe operaia va in paradiso, una visione dall’interno delle problematiche delle grandi fabbriche. La storia dell’operaio crumiro che per i “danè” prima snobba i compagni di lavoro, poi si trasforma in un feroce sindacalista, viene accolta favorevolmente dal pubblico e dalla critica. Sugli schermi televisivi arriva il Pinocchio di Comencini, che verrà presentato anche sul grande schermo; il classico di Collodi, diretto dal grande maestro con un cast stellare fra i quali spiccano Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia,Mario Adorf e Lionel Stander, si rivela un enorme successo, che riesce a coprire gli alti costi della produzione, trasformandosi nella migliore versione mai fatta sulle avventure del celebre burattino.

Gian Maria Volontè in La classe operaia va in paradiso
Buoni successi di pubblico e di critica sono Gli insospettabili, ottimo lavoro di Mankievitz, Frenzy, ultimo lavoro cinematografico del maestro Hithcock, Getaway del grande Peckinpah. L’Italia risponde con la graffiante commedia di Lina Wertmuller Mimi metallurgico ferito nell’onore, autentico pezzo di bravura di Giancarlo Giannini,ancora Roma, di Federico Fellini, un atto d’amore anche con tratti grotteschi del maestro riminese, Il caso Mattei di Francesco Rosi, storia asciutta e ottimamente recitata dal solito Volontè. Il cinema europeo presenta Aguirre furore di Dio di Werner Herzog con Klaus Kinski nei panni del folle condottiero lanciato alla ricerca dell’Eldorado, mentre ancora dagli Usa arriva il capolavoro di Bob Fosse, Cabaret, interpretato da Liza Minnelli e Michael York

Michael Caine in Gli insospettabili
Ottimo successo riscuote Cosa è successo tra tuo padre e mia madre, diretto dal maestro Wilder con Jack Lemmon e Juliet Mills, girato a Ischia, un film divertente e graffiante, Ma il nostro cinema presenta opere prime che avranno buon successo alla loro uscita e che nel futuro diverranno oggetto di culto; sono Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, ottimo thriller con Florinda Bolkan, Barbara Bouchet e Marc Porel, Alfredo, Alfredo di Pietro Germi, non riuscitissimo film con Hoffman e con la Sandrelli, pure diventato un grosso successo di pubblico, Milano calibro 9 di Fernando Di Leo, ottimo lavoro tratto da un romanzo noir di Scerbanenco, teso e asciutto, un film destinato in futuro a subire una grossa rivalutazione da parte della critica miope.
Uno dei film di maggior successo della stagione è di Mariano Laurenti, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, un decamerotico non privo di stile e di battute divertenti; nel film ci sono bellezze come la Fenech e la Schubert, mentre quel titolo così ammiccante richiama ovviamente un gran numero di spettatori. Pasolini, dopo il grandissimo successo di Decameron, continua la sua personale trilogia della vita con I racconti di Canterbury, liberamente tratto dai racconti di Caucher. Il film non può dirsi riuscito, perchè la personale visione di Pasolini del mondo medioevale mal si coniuga con le novelle di Caucher, intrise fino alle ossa del tipico humour inglese, così distante dal nostro.

Mimi metallurgico ferito nell’onore
Un regista destinato a diventare uno dei più importanti nel futuro si impone con un film drammatico dalle tinte molto cupe: America 1929 – Sterminateli senza pietà, di Martin Scorsese, racconta gli anni della grande depressione americana attraverso le vite di vagabondi e prostitute. Ancora due registi italiani impongono la loro classe attrverso due opere molto diverse, ma dal sapore ironico e amaro. Sono Luigi Comencini con Lo scopone scientifico, storia amarissima di un’impari lotta tra una coppia proletaria e una formata da una ricca signora americana con il suo segretario. Il finale è nello stile di Comencini, non lascia speranze; tutto passa attraverso le grandi interpretazioni di Joseph Cotten, Alberto Sordi, Bette Davis, Silvana Mangano. Alla fine del film si esce consapevoli di aver visto dei pezzi di recitazione senza uguali nella storia del cinema,
L’altro film è La più bella serata della mia vita, commedia all’italiana ancora una volta dissacrante e amarissima. Scola disegna un personaggio, quello costruito attorno a Alberto Sordi, che sembra incarnare tutti i vizi e le poche virtù degli italiani. Sordi, un esportatore di valuta, viene giudicato e condannato a morte da 4 giudici in pensione, che riescono a dimostrare come l’uomo abbia fatto tante di quelle malefatte da non meritare alcun perdono. Sembra, all’indomani, tutto uno scherzo, ma il finale è tragico. Florestano Vancini rivisita una delle pagine nere della storia d’Italia dell’unificazione con Bronte – Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, costruito attorno alla rivolta della cittadina siciliana stroncata nel sngue da Bixio e dai suoi garibldini.

Cosa è successo tra tuo padre e mia madre
Roman Polanski presenta Che?, surreale commedia oggi assolutamente inguardabile e degna di menzione solo per la rpesenza di Mastroianni; poichè siamo negli anni d’oro del cinema di denuncia, ecco arrivare anche un atto d’accusa contro il giornalismo rampante. Lo firma Bellocchio, che con Sbatti il mostro in prima pagina offre al grande Volontè la possibilità di interpretare uno dei ruoli più convincenti della sua cariera, quello di un giornalista che si batte per far assolvere il solito mostro che in realtà è stato creato dai media. Opere minori, ma gustose, sono Una cavalla tutta nuda, di Franco Rossetti e Fiorina la vacca di Vittorio De Sisti;

Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda
il filone è quello decamerotico, ma in queste due pellicole c’è quantomeno uno sforzo creativo e sopratutto gag all’altezza. Quattro grandi del cinema americano presentano opera di ottimo livello, anche se non memorabili. Sono, nell’ordine Sam Peckinpah che presenta L’ultimo buscadero, Sidney Lumet con Rapina record a New York, Peter Bogdanovich con Ma papa ti manda sola, esilarante commedia interpretata da Barbra Streisand e John Houston con L’uomo dai sette capestri

America 1929 – Sterminateli senza pietà
Un’altra edizione passata dal piccolo al grande schermo è Diario di un maestro, ottimo successo in tv presentato da Vittorio De Seta, caratterizzato dalla performance di Bruno Cirino, un maestro che saprà coinvolgere i suoi studenti e che riuscirà a far amare loro la scuola semplicemente raccontandola e vivendola in modo diverso. Il film si rivela un’opera onesta e coraggiosa sul mondo della scuola, e rimarrà la cosa migliore dedicata al tormentato mondo dell’insegnamento. Scorrendo quà e là i titoli usciti nel 1972, ci imbattiamo in opere che hanno avuto alterna fortuna, sia come critica sia come pubblico; è il caso di Quante volte… quella notte di Mario Bava, brutta opera del maestro ligure, nel cult L’ultima casa a sinistra di Wes Craven, truculento thriller sulla vicenda di due evasi che finiscono per trovare rifugio proprio nella casa di una delle due vittime per cui erano finiti in carcere, e che subiranno la giusta punizione dal padre di una delle ragazze,

Sidney Rome in Che? di Roman Polanski
ancora La cagna, di Marco Ferreri, in cui il caustico regista denuncia questa volta la solitudine dell’uomo nella civiltà dei consumi, con due grandi interpreti come Catherine Deneuve e Marcello Mastroianni; Barbablù di Dmytryck, brutta riedizione della vicenda narrata da Perrault, nonostante uno splendido cast che include Burton, Agostina Belli e Marilu Tolo. Segnalo anche l’ottimo Nessuna pietà per Ulzana di Robert Aldrich, un western che rilancia il genere ormai quasi agonizzante, anche se il film ha rimandi alla vicenda del Vitenam, che ormai stava arrivando all’epilogo.

Helen Mirren in Messia selvaggio
Degni di menzione anche Il maestro e Margherita, diretto da Aleksandar Petrovic con Ugo Tognazzi e Mimsy Farmer, tratto dall’omonimo romanzo di Bulgakov, Il clan dei marsigliesi, di Josè Giovanni con Jean-Paul Belmondo, Claudia Cardinale, Michel Constantin, una flic story dignitosa; i thriller italiani Cosa avete fatto a Solange? di Dallamano, molto bello e ben congegnato e La dama rossa uccide sette volte di Emilio Miraglia, anch’esso meritevole di menzione. Lucio Fulci presenta All’onorevole piacciono le donne, la grottesca storia di un onorevole che finisce per diventare presidente della repubblica nonostante abbia scoperto il fascino muliebre, Città amara – Fat City di John Houston, uscito a fine anno e quindi da includere nei film del 1973.
Ultime segnalazioni per il cartoon erotico Fritz il gatto, basato sulle vicende spinte di un gatto assolutamente irresistibile, Messia selvaggio di Ken Russell, opera difficile e discontinua. Un anno pieno di ottimi lavori, con il cinema prepotentemente presente tra gli hobby della gente, che riempie le sale e si appassiona a tutti i generi proposti. L’età dell’oro continua quindi, nonostante ormai si sia agli esordi di una crisi economica e sociale che ben presto travolgerà tutto e da cui anche il cinema uscirà completamente trasformato

Bronte, cronaca di un massacro

Sbatti il mostro in prima pagina
Il padrino (Miglior film)
Bob Fosse (Miglior regia per Cabaret)
Marlon Brando (Miglior attore per Il padrino)
Liza Minnelli (Miglior attrice per Cabaret)
Joel Grey (Miglior attore non protagonista per Cabaret)
Eileen Heckart (Miglior attrice non protagonista per Le farfalle sono libere)
Il candidato (Miglior sceneggiatura originale)
Il padrino (Miglior sceneggiatura non originale)
Cabaret (Miglior fotografia)
Cabaret (Miglior adattamento musicale)
Le farfalle sono libere (Miglior colonna sonora originale)
Luci della ribalta (Miglior colonna sonora originale)
L’avventura del Poseidon (Miglior canzone)
Cabaret (Miglior scenografia)
In viaggio con la zia (Migliori costumi)
Cabaret (Miglior montaggio)
Cabaret (Miglior suono)
L’avventura del Poseidon (Migliori effetti speciali)
Il fascino discreto della borghesia (Miglior film straniero)
Il caso Mattei (Gran premio al miglior film)
La classe operaia va in paradiso (Gran premio al miglior film)
Miklós Jancsó (Miglior regia per Salmo rosso)
George Roy Hill (Premio speciale per Mattatoio 5)
Solaris (Premio speciale della giuria)
Jean Yanne (Miglior attore per L’amante giovane)
Susannah York (Miglior attrice per Images)
Franco Zeffirelli (Miglior regia per Fratello sole, sorella luna)
Sergio Leone (Miglior regia per Giù la testa)
Alberto Sordi (Miglior attore per Detenuto in attesa di giudizio)
Giancarlo Giannini (Miglior attore per Mimì metallurgico ferito nell’onore)
Claudia Cardinale (Miglior attrice per Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata)
Glenda Jackson (Miglior attrice straniera per Maria Stuarda, regina di Scozia)
Vanessa Redgrave (Miglior attrice straniera per Maria Stuarda, regina di Scozia)
John Schlesinger (Miglior film straniero per Domenica, maledetta domenica)
Pier Paolo Pasolini (Orso d’oro per I racconti di Canterbury)
Arthur Hiller (Orso d’argento per Anche i dottori ce l’hanno)
Jean-Pierre Blanc (Miglior regia per La tardona)
Alberto Sordi (Miglior attore per Detenuto in attesa di giudizio)
Elizabeth Taylor (Miglior attrice per Una faccia di c…)
Summer lovers
Cosa succede a due americani giovani e belli che si recano in vacanza nella meravigliosa isola di Mykonos in Grecia?
Accade di divertirsi, come è ovvio che sia, di fare meravigliosi bagni, di sguazzare tra le onde e infine di incontrare una bella e affascinante archeologa, Lina, anche lei giovane, of course.
Accade anche che Michael e Cathy, i due giovani, trovino il tempo, che ovviamente non manca, per instaurare il classico triangolo lui-lei-lei , con piena soddisfazione di tutti, sopratutto, com’è ovvio di lui.
Il tutto condito da splendide immagini della greca Mykonos, popolata di giovani nudisti goderecci e disinibiti, da musiche che spaziano dal tema omonimo di Micahel Sembello, Summer lovers (lui è quello di Flashdance), passando per Johnny and Mary di Tina Turner, Take me down the ocean di Elton John, Hard to say i’ sorry dei Chicago, Paly to win degli Heaven 17.
Tutto qui?
Direi proprio di si.
A parte la gran mole di nudità, peraltro poco morbose, esposte come sono in un ambiente assolutamente incontaminato come quello di Mykonos, il film sembra una rivisitazione in chiave leggera delle commedie adolescenziali americane, mutuate in parte da film come Paradise e Laguna blu, sfrondate anche di quel poco di drammaticità che quei film avevano.
Tutto quello che resta è una sfilata di corpi, perlomeno gradevoli, Così fanno un figurone la giovane Daryl Hannah e l’altra protagonista, Valerie Quienessen; intendiamoci, un figurone meramente fisico, visto che la recitazione passa in secondo ordine.
Peter Gallagher si impegna al meglio nel mostrare il suo sorriso a dentatura completa e smagliante, ma non va oltre. Appare anche imbarazzato nelle scene in cui è lui a doversi mostrare nudo.
Un film che dovrebbe passare come un documentario prodotto dall’ente greco per lo sviluppo al turismo: i giovani con sacco a pelo sulle spalle, nudi come bruchi intenti a fare conquiste o a divertirsi un mondo a sguazzare tra le acque blu del mar Egeo sono sicuramente una promozione straordinaria per le bellezze locali.
Detto questo, meglio stendere un velo pietoso su quello che in teoria il film voleva dire, o forse che si proponeva di dire. La storia è insulsa, di certo non può rappresentare uno spaccato generazionale. mancano sia la profondità dei personaggi, che uno straccio di trama che porti i personaggi fuori dai loro sorrisi e dall’estetica del corpo.
Quindi, alla fine, ci si chiede perchè mai si sia scelto di vedere un film così vuoto e inutile.
Poichè la risposta non c’è, ci si accontenta quanto meno della location, della visione di un mare blu cobalto e di qualche seno e sedere esposto una volta tanto senza cellulite e grassi vari.
Summer lovers, un film di Randal Kleiser. Con Daryl Hannah, Peter Callagher, Valerie Quennessen Commedia, durata 98 min. – USA 1982.
Peter Gallagher …. Michael Pappas
Daryl Hannah …. Cathy Featherstone
Valerie Quennessen …. Lina
Barbara Rush …. Jean Featherstone
Carole Cook …. Barbara Foster
Hans Van Tongeren …. Jan Tolin
Lydia Lenossi …. Aspa
Vladimiros Kiriakos …. Yorghos
Carlos Rodriguez Ramos …. Cosmo
Rika Dialina …. Monica
Andreas Filippidis …. Andreas
Peter Pye …. Joe Saunders
Janis Benjamin …. Trish Saunders
Victor T. Salant …. John
Brigitte Perbandt …. Anna
Steven Fazekas …. Bob
Jane Moder …. Jane
Richard Montgomery …. Boy at Camp Fire
Ann Coleman …. French Girl on Yacht
Francois Manceaux …. Archeologist
Marilyn Giardino …. Woman at Hotel
Stavros Kaplandis …. Desk Clerk
L’uomo che uccideva a sangue freddo
Nella clinica del dottor Deviliers convergono una serie di personaggi legati al mondo dell’alta finanza, manager, donne dell’alta borghesia, alla ricerca di una terapia del benessere, che il dottor Deviliers ha esclusivamente creato e introdotto in una clinica bellissima, a due passi dal mare. Tra i clienti della farm c’è anche Hélène Masson, una manager stressata, reduce da problemi sentimentali e di lavoro.
L’interno della clinica è lussuoso, i pazienti vengono trattati con i guanti bianchi; e stranamente a nessuno viene in mente di chiedersi in cosa consista la terapia del dottor Deviliers. Tutti si limitano ad assaporare i benefici della cura stessa: ma all’interno della clinica iniziano a verificarsi fatti strani, come l’apparente suicidio di un amico di Helene, un uomo d’affari gay in pesante crisi finanziaria.
Al tempo stesso i numerosi inservienti sud americani della clinica accusano strani malori, mentre alcuni di loro scompaiono misteriosamente. Helene, che intreccia una relazione con Deviliers, inizia a sospettare che dietro la miracolosa terapia ci sia qualcosa di poco chiaro: così scopre che il dottore stesso non utilizza conigli o pecore per procurarsi il sangue di cui ha bisogno per la terapia, bensi il sangue degli inservienti.
Il diabolico dottore non utilizza solo sangue, ma anche parti di corpo; così Helene, dopo aver inutilmente tentato di mettere sull’avviso gli altri ospiti della clinica, si vede anzi minacciata dagli stessi, che non vogliono assolutamente perdere i benefici ricavati dalla cura stessa. Helene, in un drammatico finale, riesce ad uccidere il diabolico dottore, ma la cosa si trasformerà in un boomerang, per lei. Arrestata, non le viene riconosciuta la legittima difesa, perchè l’inquirente era anche lui tra i clienti della clinica.
Noir d’atmosfera, L’Uomo che uccideva a sangue freddo (Traitement De Choc) è un bel film molto curato, sopratutto nei dialoghi e nei dettagli. Elegante sopratutto nella confezione, aiutato dalle buone prove dei protagonisti, Annie Girardot, in una parte piuttosto scabrosa, che include diversi nudi integrali e Alain Delon, il dottor Deviliers, anche lui alle prese con una inedita scena di nudo in campo lungo, mentre corre sulla spiaggia per aggregarsi ai pazienti della sua clinica che stanno facendo il bagno nudi in mare.
Ben congegnato, con un ritmo adeguato, L’uomo che uccideva a sangue freddo è diretto da Alain Jessua, regista francese non molto conosciuto, assistente però di grandi registi come Ophuls e Carnè, e autore tra l’altro di Jeu de massacre.
L’ uomo che uccideva a sangue freddo,un film di Alain Jessua. Con Alain Delon, Annie Girardot, Robert Hirsch, Michel Duchaussoy, Jean-François Calvé, Jeanne Colletin, Robert Party.
Jean Rouquet, Roger Muni, Anne-Marie Deschott, Jurandir Craveiro, Salvino Di Pietra, Anna Gaylor, Jean Levrans, Joao Pareira Lopez, Jacques Pisias, Jean Raynal, Guy Saint-Jean
Titolo originale Traitement de choc. Drammatico, durata 88 min. – Francia, Italia 1972.
Annie Girardot: Hélène Masson
Alain Delon: Dottor Devilars
Michel Duchaussoy: Dottor Bernard
Robert Hirsch: Jérôme Savignat
Jeanne Colletin: Camille Giovanelli
Jean-François Calvé: René Gassin
Gabriel Cattand: procuratore De Boissière
Robert Party: colonnello de Riberolles
Jean Roquel: Marcel Lussac
Roger Muni: Paul Giovanelli
Lucienne Legrand: Lise de Riberolle
Anne-Marie Deschodt: Henriette Lussac
Jean Leuvrais: il commissario
Anna Gaylor: Denise
João Pereira Lopez : João
Jurandin Craveiro: Manoel

Regia Alain Jessua
Sceneggiatura Alain Jessua, Roger Curel
Produttore Raymond Danon, Jacques Dorfmann
Fotografia Jacques Robin
Montaggio Hélène Plemiannikov
L’indomabile Angelica
Abbiamo lasciato Angelica De Plessis Belliere, ora Angelica De Peyrac, in fuga dalla corte di Francia, dopo il tentativo di omicidio nei suoi confronti ma sopratutto dopo la scoperta che il suo amato marito, Geoffrey, non è morto, ma è riuscito a scappare. Con l’aiuto del fido Savarys, Angelica carica una carrozza e parte a spron battuto verso la costa, diretta ad una costruzione a strapiombo sul mare che dovrebbe essere il rifugio del marito.
Qui trova invece il fratello della sua mortale nemica, il duca De Vivonne, che è soprintendente alle galere del Re; con il ricatto, Angelica ottiene di farsi trasportare, con savarys, abordo della nave, per battere i porti del Mediterraneo e ritrovare finalmente De Peyrac. Il duca è alla ricerca di un pirata tristemente famoso, della cui identità nessuno sa nulla, chiamato semplicemente Il Rescator.
Il destino ancora una volta gioca un brutto scherzo ad Angelica; la nave sulla quale viaggia viene attaccata proprio dal Rescator, che in realtà altro non è che Geoffrey De Peyrac. La nave ammiraglia viene affondata, e mentre Savarys viene raccolto morente dagli uomini di Peyrac, Angelica sopravvissuta miracolosamente aggrappata a dei relitti, viene recuperata da una nave pirata, comandata da un nobile rinnegato, Mathieu Marchese d’Escrainville. Ma il salvataggio ad opera dell’uomo si rivela ben presto una caduta dlla padella nella brace; l’uomo, che odia le donne, ben presto tratta Angelica come una sua schiava, arrivando a darla in pasto ai galeotti della nave, dai quali la donna si salva solo per l’intervento di un marinaio che ne comprende il valore economico una volta venduta come schiava.
La nave del rinnegato incrocia quella di De Peyrac, che sale a bordo; ma il marchese pirata non racconta a De Peyrac di aver raccolto Angelica in mare, così ancora una volta Angelica arriva ad un passo da suo marito, ma deve separarsene. Condotta a Atangeri per essere venduta come schiava, Angelica viene esposta nel mercato in cui tutti i ricchi vanno ad acquistare gli schiavi: durante un’asta in cui si arriva all’esorbitante somma di 200.000 zecchini, la donna viene aggiudicata ad un misterioso compratore.
L’uomo non è altri che Geoffrey De Peyrac, che paga 500.000 zecchini per riavere sua moglie. I due sono finalmente ricongiunti
Ma ancora una volta la bellezza di Angelica è fonte di guai: la donna viene rapita sotto gli occhi del marito……..
Siamo nel 1967, e il nuovo capitolo della saga di Angelica viene accolto bene, ma ormai la serie inizia a mostrare evidenti segni di stanchezza.
La bella Mercier ci mette tutto il suo impegno, ma appare chiaro che l’attrice, che pur lavora in altre produzioni, inizia ad essere stufa di essere identificata con la Marchesa degli Angeli; è lo stesso destino che subi la bella Romy Schneider, che il pubblico identificò per molti anni con il personaggio di Sissi.
Il film, quasi interamente girato in mare, a bordo di una nave, ha comunque un suo ritmo, si lascia guardare, anche se icuramente è il meno interessante di tutta la serie; come già detto, le continue vicissitudini di Angelica alla fine creano un effetto abitudine e la conseguente dissaffezione del pubblico, che comunque gremì le sale per vederlo, anche se in quantità minore rispetto al previsto. Da segnalare la buona prova di Roger Pigaut, il mefistofelico pirata poco gentiluomo, mentre dalla saga scompare Savary, interpretato da Pasquale Martino.
L’indomabile Angelica, un film di Bernard Borderie. Con Ettore Manni, Robert Hossein, Roger Pigaut, Michèlle Mercier,Mino Doro, Paul Müller, Mimmo Poli, Arturo Dominici, Sieghardt Rupp, Paolo Giusti, Gianni Solaro
Titolo originale L’indomptable Angélique. Avventura, durata 95 min. – Francia 1967.


Michèle Mercier … Angélica de Peyrac
Robert Hossein … Jeoffrey de Peyrac
Roger Pigaut … Il Marchese d’Escrainville, Mathieu il pirata
Christian Rode … Il Duca de Vivonne
Ettore Manni … Jason
Bruno Dietrich … Coriano
Pasquale Martino Savary
Sieghardt Rupp … Millerand

Regia: Bernard Borderie
Soggetto: Anne Golon & Serge Golon
Sceneggiatura: Bernard Borderie, Francis Cosne, Pascal Jardin e Louis Agotay
Produttore: François Chavane e Francis Cosne
Casa di produzione: Films Borderie
Fotografia: Henri Persin
Montaggio: Christian Gaudin
Musiche: Michel Magne
Scenografia: Robert Giordani
Costumi: Rosine Delamare e Maria Nasalli Rocca
La carrozza del signor Desgrez, commissario aggiunto di polizia, oltrepassò il portone della sua abitazione e svoltò lentamente, sussultando sui grossi ciottoli di via della Commanderie, nel quartiere di Saint-Germain. Era un veicolo non lussuoso ma solido, in legno scuro lavorato, con guarnizioni d’oro alle tendine degli sportelli, spesso abbassate, due cavalli pomellati, un cocchiere, un valletto: la tipica vettura di un magistrato che si è fatto un nome, insomma, più ricco di quanto voglia apparire, e al quale il vicinato rimprovera solo di non essersi sposato.








































































































































































































































































