La maledizione di Damien

Sono passati alcuni anni dalla tragica notte in cui Damien Thorne,incarnazione umana dell’Anticristo,si è salvato dal sacrificio solo grazie all’intervento della polizia.
Mort i due genitori,Damien è stato preso in custodia dagli zii,che lo hanno accolto con amore.
Ma la vecchia zia ha dei sospetti su di lui,e il giovane,che inizia a controllare i suoi poteri,la elimina immediatamente.
L’unico a non accorgersi dei poteri infernali del ragazzo è il vecchio zio,che però dovrà ricredersi quando attorno a lui,uno alla volta,periranno tutti i suoi cari. Nel frattempo Damien diventa sempre più potente,grazie anche al posto di prestigio che pian piano andrà ad assumere nell’azienda di famiglia.
Seguito di Omen,il presagio,diretto dal regista Dan Taylor nel 1978,il film regge bene il confronto con la prima parte della saga;ben interpretato da William Golden,in una delle sue ultime apparizioni cinematografiche nel ruolo dello zio di Damien,Richard Thorn,e da Lee Grant nel ruolo della zia,Ann Thorn,il film è un buon prodotto,con una discreta tensione,truculento quanto basta ma senza eccessi.
Il finale è troppo scontato,ma tutto sommato in linea con un prodotto onesto come la trilogia dedicata all’Anticristo. Location molto affascinante,una su tutte la università di Lake Forest, nell’Illinois,che nel film è la tenuta dei Thorn.
La maledizione di Damien-Omen II
Un film di Don Taylor. Con Lee Grant, William Holden, Lew Ayres, Jonathan Scott-Taylor, Sylvia Sidney.
Genere Drammatico, colore 107 minuti. – Produzione USA 1978.
William Holden … Richard Thorn
Lee Grant … Ann Thorn
Jonathan Scott-Taylor … Damien Thorn
Robert Foxworth … Paul Buher
Nicholas Pryor … Charles Warren
Lew Ayres … Bill Atherton
Sylvia Sidney … Aunt Marion
Lance Henriksen … Sergeant Neff
Elizabeth Shepherd … Joan Hart
Lucas Donat … Mark Thorn
Allan Arbus … Pasarian
Fritz Ford … Murray
Meshach Taylor … Dr. Kane
John J. Newcombe … Teddy
John Charles Burns … Butler
Regia Don Taylor
Soggetto Harvey Bernhard
Sceneggiatura Stanley Mann, Mike Hodges
Fotografia Bill Butler, Gilbert Taylor
Montaggio Robert Brown (montatore)
Musiche Jerry Goldsmith
Il nome della rosa

Anno 1327
Guglielmo da Baskerville,ex inquisitore,attualmente frate francescano,viaggia verso un monastero dell’Italia settentrionale in compagnia di un suo allievo,Adso. Nel monastero dovrebbe avvenire un incontro cruciale per il mondo cattolico,quello tra i francescani e i domenicani,con la mediazione degli inviati del papa.

Sean Connery è Fra Gugliemo da Baskerville
Ma appena arrivato nel monastero,accolto con diffidenza dai monaci residenti,Guglielmo si rende conto che qualcosa non va;è l’inizio di una serie raccapricciante di delitti,mentre all’interno del monastero vengono fuori una serie di segreti inconfessabili,come relazioni omosessuali,incontri con una ragazza,gelosia e tutto il campionario delle umane meschinerie.
Guglielmo da Baskerville indaga tra reticenze e strani ed ambigui personaggi,come due ex eretici dulciniani,tra ostacolo frapposti ad arte e soprattutto in conflitto con l’inquisitore Bernardo Guy.
Tratto dal romanzo di Eco,il film si muove come un gotico medioevale,sviluppando una trama complessa come quella descritta da Eco nel suo libro. Mancano,com’e’ ovvio,la profondità dei personaggi,tratteggiati dallo scrittore in un libro molto lungo.
Tuttavia l’operazione di Annaud può dirsi riuscita,grazie alle buone interpretazioni degli attori,ma soprattutto grazie ad una storia ben congegnata,che non fa rimpiangere i dialoghi alle volte ironici,alle volte troppo dotti,del libro da cui è tratto. Qualche difetto,come un’ eccessiva dose di anticlericalismo si avverte qua e la,ma non tale da inficiare il risultato finale.
Bella la location del film,girato in arte a Roma,negli studi di Cinecittà e in parte nel castello di Kloster Eberbach,in Germania, il monastero del romanzo e del film.
Il nome della rosa,
un film di Jean-Jacques Annaud. Con Sean Connery, F. Murray Abraham, Christian Slater, Kim Rossi Stuart,
Ron Perlman, Gianni Rizzo, Francesco Maselli, Franco Marino, Vernon Dobtcheff, Pietro Ceccarelli, Umberto Zuanelli,
Armando Marra, Franco Diogene, Peter Berling, Giordano Falzoni, Michael Lonsdale, Andrew Birkin, William Hickey,
Valentina Vargas, Francesco Scali. Genere Thriller, colore 130 minuti. – Produzione Italia, Francia, Germania 1986.
Sean Connery: Guglielmo da Baskerville
Christian Slater: Adso da Melk
F. Murray Abraham: Bernardo Gui
Feodor Chaliapin Jr.: Jorge da Burgos
Michael Lonsdale: l’abate Abbone
Elya Baskin: Severino, l’erborista
Volker Prechtel: Malachia, il bibliotecario
Valentina Vargas: fanciulla senza nome
William Hickey: Ubertino da Casale
Michael Habeck: Berengario
Urs Althaus: Venanzio
Ron Perlman: Salvatore
Vittorio Zarfati: messo del Papa
Gianni Rizzo: messo del Papa
Franco Diogene: messo del papa
Leopoldo Trieste: Michele da Cesena
Helmut Qualtinger: Remigio da Varagine, il cellario
Lucien Bodard: card. Bertrand
Maria Tedeschi: monaco
Aristide Caporale: monaco
Franco Adducci: monaco
Luigi Leoni: monaco
Francesco Scali: monaco
Dwight West: voce narrante (Adso da adulto)
Regia Jean-Jacques Annaud
Soggetto Umberto Eco (dal romanzo omonimo)
Sceneggiatura Andrew Birkin, Gérard Brach, Howard Franklin e Alain Godard
Produttore Bernd Eichinger, Bernd Schaefers, Franco Cristaldi (co-produttore),
Alexandre Mnouchkine (co-produttore), Pierre Hébey (produttore associato), Herman Weigel (produttore associato)
Produttore esecutivo Thomas Schühly, Jake Eberts
Casa di produzione Neue Constantin Film, Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF), Cristaldifilm, Radiotelevisione Italiana, Les Films Ariane, France 3 Cinéma
Distribuzione (Italia) Columbia Pictures Italia
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Jane Seitz
Musiche James Horner
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Gabriella Pescucci
Pino Locchi: Guglielmo da Baskerville
Sandro Acerbo: Adso da Melk
Sergio Rossi: Bernardo Gui
Renato Mori: Jorge da Burgos
Luciano De Ambrosis: l’abate Abbone
Sergio Di Stefano: Severino, l’erborista
Gianfranco Bellini: Malachia, il bibliotecario
Giorgio Lopez: Ubertino da Casale
Carlo Croccolo: Remigio da Varagine, il cellario
Glauco Onorato: card. Bertrand
Riccardo Cucciolla: voce narrante (Adso da adulto)
Giunto al termine della mia vita di peccatore, mentre declino canuto insieme al mondo, mi accingo a lasciare su questa pergamena testimonianza degli eventi mirabili e tremendi a cui mi accadde di assistere in gioventù, sul finire dell’anno del Signore 1327. Che Dio mi conceda la grazia di essere testimone trasparente e cronista fedele di quanto allora avvenne in un luogo remoto a nord della penisola italiana, in un abbazia di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome.
Quando la femmina, che per sua natura è tanto perversa, diventa sublime per la sua santità, essa può essere il più nobile veicolo della grazia… Pulchra enim sunt ubera, quae paulum supereminent (Ubertino)
Apprendi a mortificare il tuo intelletto! Piangi sulle ferite di Nostro Signore! E soprattutto getta tutti i tuoi libri! (Ubertino, fuggendo dall’abbazia)
Ma ora che sono molto, molto vecchio, mi rendo conto che di tutti i volti che in passato mi ritornano in mente, più chiaro di tutti, vedo quello della fanciulla che ha visitato tante volte i miei sogni di adulto e di vegliardo. Eppure, dell’unico amore terreno della mia vita non avevo saputo mai, né seppi mai: il nome..(Adso)
Verba vana ad risu apte non loqui (trad: Non pronunziare parole vane che inducono al riso) (Jorge da Burgos)
Agente 007,dalla Russia con amore

Secondo film dedicato all’agente 007,creato dalla fantasia di Jan Fleming
Questa volta James Bond deve vedersela con un agguato teso dalla SPECTRE in Turchia,ad Istanbul.
A Bond viene detto che un’agente russo,Tatiana,è disposta a consegnare una macchina decodificatrice,il Lektor,a patto che a prenderla sia proprio l’agente segreto inglese.
La splendida Daniela Bianchi
Bond fiuta la trappola e il tentativo di vendetta della SPECTRE, soprattutto dopo la morte di uno dei suoi membri, il dottor NO, ma si reca ugualmente all’appuntamento. Girandola di avventure e solito innamoramento fugace per la bellona di turno,la Bond girl Daniela Bianchi.
Per la seconda volta a dirigere un film su 007 venne chiamato Terence Young,con un ricco budget e soprattutto con una storia veramente all’altezza,una delle migliori di Fleming; Connery era maturato moltissimo e in questo film appare perfettamente a suo agio.
Siamo nel 1963 e compaiono le prime diavolerie studiate appositamente per l’agente segreto; compare la prima auto dotata di telefono per esempio; tra le cose più belle del film il viaggio sul Trans Europe Express con inseguimenti mozzafiato e azione a tutta velocità.
Agente 007, dalla Russia con amore,
un film di Terence Young, con Sean Connery, Daniela Bianchi,Bernard Lee, Anthony Dawson, Lois Maxwell, Robert Shaw, Lotte Lenya, Pedro Armendariz, Martine Beswick durata 118 min. – Gran Bretagna 1963
Sean Connery: James Bond
Daniela Bianchi: Tatiana Romanova
Bernard Lee: M
Anthony Dawson: Blofeld
Lois Maxwell: Miss Moneypenny
Desmond Llewelyn: Q
Lotte Lenya: Rosa Klebb
Robert Shaw: Donald ‘Red’ Grant
Eunice Gayson: Sylvia Trench
Pedro Armendáriz: Kerim Bey
Walter Gotell: Morzeny
Vladek Sheybal: Kronsteen
Neville Jason: Autista di Kerim
George Pastel: Capotreno
Nadja Regin: ragazza di Kerim
Peter Madden: McAdams, scacchista
Martine Beswick: Zora, la zingara
Regia Terence Young
Soggetto Ian Fleming
Sceneggiatura Johanna Harwood e Richard Maibaum
Produttore Albert R. Broccoli e Harry Saltzman
Fotografia Ted Moore
Montaggio Peter R. Hunt
Musiche John Barry, Lionel Bart e Monty Norman
Doppiatori italiani
Pino Locchi: James Bond
Maria Pia Di Meo: Tatiana Romanova
Gino Baghetti: M
Aldo Silvani: Ernst Stavro Blofeld
Rosetta Calavetta: Miss Moneypenny
Manlio Busoni: Q
Lydia Simoneschi: Rosa Klebb
Cesare Barbetti: Donald ‘Red’ Grant
Rita Savagnone: Sylvia Trench
Giorgio Capecchi: Kerim Bey
Renato Turi: Morzeny
Bruno Persa: Kronsteen
Gianfranco Bellini: Autista di Kerim Bey
Arturo Dominici: Capotreno
Fiorella Betti: ragazza di Kerim Bey
Manlio Busoni: McAdams, scacchista
Ferruccio Amendola: addetto alla torre di controllo di Istanbul
Sergio Graziani: “romantico” canoista
Il presagio (The Omen)
Una coppia infelice,quella formata da Robert e Kathy. Il problema è che non riescono ad avere un figlio,dopo due aborti e un bambino che nasce morto. Ma durante l’ultimo parto,conclusosi funestamente, un sacerdote affida a Robert un bambino nato da una donna che è morta all’atto del concepimento.
Robert non racconta alla moglie dello scambio,così la coppia lascia l’ospedale con il piccolo. Passano 5 anni,e l’uomo diventa ambasciatore Usa in Inghilterra;il giorno del quinto compleanno la bambinaia di Damien,com’è stato battezzato il piccolo,ha un incidente terribile.
Uno dei sacerdoti presenti all’atto dello scambio dei neonati tenta di mettere in guardia Robert sul piccolo;è nato 1l 6-6-76 (666,il numero dell’anticristo),ma l’uomo lo caccia in malo modo. Poco dopo il sacerdote sarà vittima di un incidente,perchè morirà trafitto da un parafulmine staccatosi da una chiesa. Nel frattempo Kathy è rimasta incinta,ma un giorno,mentre è affacciata da una balaustra di casa,precipita nel vuoto;si salverà,ma perderà il bambino che aspettava.
A questo punto Robert inizia a vedere qualcosa di strano negli avvenimenti,e,aiutato da un fotografo,inizia ad indagare sul piccolo. A casa del sacerdote rimasto ucciso,troveranno appunti nel quale il sacerdote rivela la vera identità di Damien. I due decidono di andare in italia,e scoprono che l’ospedale nel quale avvenne il fatidico scambio,andò completamente bruciato poco dopo l’avvenimento,ma non solo. Scoprono che padre Spilletto,il sacerdote che affidò il bambino alla coppia è ancora vivo,anche se orrendamente sfigurato.
Su indicazione del prete,i due vanno in un cimitero,dove scoprono un’orrenda verità:nelle tombe in cui dovevano esserci la donna realmente madre di Demien e il piccolo Thorne nato morto ci sono,in realtà,il corpo di uno sciacallo femmina e i resti del povero piccolo,con il cranio sfondato.
Robert e il fotografo raggiungono Megiddo,per trovare il professor Bugenhagen,che possiede i sette pugnali con i quali è possibile uccidere l’anticristo;Robert conserva dei dubbi,e vorrebbe risparmiare il bimbo,ma quando vede l’amico fotografo morire orrendamente,capisce che non può sottrarsi al suo compito.
Torna a casa,prende il piccolo Demien e lo porta in una chiesa,ma mentre sta per compiere il sacrificio,la polizia irrompe nella chiesa,e durante una sparatoria,uccide Robert. Demien,salvo,viene affidato a degli zii.Primo film dedicato alla saga su Demien,l’anticristo,il presagio è di gran lunga il più riuscito.
Il regista Richard Donner lavoro sul soggetto librario di Seltzer,ricavandone un film dalla ottima tensione,splendidamente recitato dal solito impagabile Gregory Peck e dalla bravissima Lee remick. Eravamo nel periodo successivo all’uscita sugli schermi di L’esorcista,il film di Friedkin che aveva riscosso un successo straordinario,e Il presagio ne sfruttò l’onda lunga.
Il film ebbe tre sequel:La maledizione di Damien nel 1978,Conflitto finale,nel 1981e Omen IV,presagio infernale nel 1991,oltre ad un film basato sulla stessa trama,Holocaust 2000,con Kirk Douglas e Agostina Belli,oltre ad un remake abbastanza onesto nel 2006.
Il presagio (The Omen)
un film di Richard Donner. Con Gregory Peck, David Warner, Lee Remick. Genere Horror, colore 111 minuti. – Produzione USA 1976.
Gregory Peck … Robert Thorn
Lee Remick … Katherine Thorn
David Warner … Jennings
Billie Whitelaw … Mrs. Baylock
Harvey Stephens Damien
Patrick Troughton Padre Brennan
Martin Benson … Padre Spiletto
Robert Rietty … Monk
Tommy Duggan … Prete
John Stride … Lo psichiatra
Anthony Nicholls Dr. Becker
Holly Palance … Nanny
Roy Boyd … Reporter
Freda Dowie … La Suora
Sheila Raynor … Signora Horton
Regia Richard Donner
Soggetto David Seltzer
Sceneggiatura David Seltzer
Produttore Harvey Bernhard
Fotografia Gilbert Taylor
Montaggio Stuart Baird
Effetti speciali Ken Pepiot
Musiche Jerry Goldsmith
Scenografia Michael Seymour
Gesù di Nazareth
Sei ore e undici minuti di sceneggiato,per raccontare la vita di Gesù di Nazareth,presa quasi per intero dai Vangeli canonici,con qualche escursione tra gli episodi più noti degli apocrifi.
Girato da Franco Zeffirelli nel 1977,produzione inglese,venne accolto con diverso favore dagli spettatori nel mondo.

Yorgo Voyagis interpreta Giuseppe
In America e in Italia fu un trionfo,molto meno in Inghilterra,dove i critici imputarono a Zeffirelli uno stile troppo da kolossal ,seguiti,in questo,da alcuni critici nostrani,che denigrarono la mania copiata dagli americani di voler trasformare anche la vita di Gesù in un polpettone.

Olivia Hussey è la Vergine Maria
Sicuramente un’accusa ingiusta,in quanto Zeffirelli cercò di mediare la necessità di portare sullo schermo un Gesù adatto alla grande platea con quella di non trasformare tutto in un’operazione meramente commerciale.
Per il Gesù venne messo su un cast stellare: Robert Powell,Olivia Hussey,Anne Bancroft, James Mason, Rod Steiger, Peter Ustinov;,R. Richiardson, J. Philips, Claudia Cardinale, Ian Holm, James Earl Jones, Renato Rascel, Laurence Olivier,Valentina Cortese,Anthony Quinn,Michael York,Ernest Borgnine: praticamente il meglio della cinematografia mondiale.
Il ruolo di Gesù venne ricoperto da uno straordinario ed intenso Robert Powell,dal viso ascetico,scarno,un credibile Messia che si aggira sui posti dove realmente avvenne la più grande storia mai raccontata.
Il Gesù di Zeffirelli si muove in un mondo poco propenso a dare credibilità ad un uomo venuto non per portare la guerra,ma per annunciare,al mondo,che il figlio di Dio è sceso tra gli uomini per redimerli e per dare loro una speranza;i miracoli,come il ridare la vista al cieco (un sublime Renato Rascel) diventano la testimonianza dell’amore di Dio per la sua creatura prediletta.

Lorenzo Monet è Gesu a 12 anni
E’ questa,in sintesi,l’opera di Zeffirelli,che cerca di restare fedele ai racconti tradizionali,senza molti voli pindarici,ma semplicemente rispecchiando le storie dei Vangeli.
Seguiamo quindi tutto il percorso del Messia,dalle sue prime predicazioni all’incontro con la Maddalena,dalle nozze di Cana ai tormenti dell’orto del Getsemani fino alla tragica ed esaltante conclusione sulla croce.
Un film ad ampio respiro,che riesce a coinvolgere lo spettatore con una storia accurata e precisa,in cui Gesù diventa faro di luce e di speranza per l’umanità.
Un film ortodosso nel senso della sua regia,accurata e attenta ai dettagli,ben coadiuvata da un’ottima colonna sonora,di Jean Michel Jarre.

Peter Ustinov interpreta Erode il Grande
Michael York è Giovanni Battista
In un film del genere inutile cercare tra gli attori chi si è calato meglio nella parte; tuttavia restano dei pezzi di bravura quelli di Lawrence Olivier,quello di Anthony Quinn nei panni di Erode e di Olivia Hussey in quello della Vergine,oltre al citato cameo di Renato Rascel.
Gesù di Nazareth, un film di Franco Zeffirelli. Con Robert Powell, Olivia Hussey, Anne Bancroft, Yorgo Voyagis, James Farentino, Ian Bannen, Glauco Onorato, Pino Colizzi, Ian Holm, Anthony Quinn, Ernest Borgnine, Valentina Cortese, Laurence Olivier, Renato Rascel, Marina Berti, Regina Bianchi, Robert Beatty, Peter Ustinov, Claudia Cardinale, Cyril Cusack, Oliver Tobias, Christopher Plummer, Fernando Rey, Michael York, Tony Vogel, Stacy Keach, Ralph Richardson, Maria Carta, Antonello Campodifiori, Lee Montague, Donald Sumpter, Norman Bowler, Nancy Nevison, Mimmo Crao, Isabel Mestres, Renato Montalbano, Rod Steiger, James Mason
Titolo originale Jesus of Nazareth. Storico, durata 237 min. – Gran Bretagna, Italia 1977.
James Farentino è Simon Pietro
Anne Bancroft è Maria Maddalena
Stacy Keach è Barabba
Ernest Borgnine , il centurione
James Mason è Giuseppe di Arimatea
Anthony Quinn è il sommo sacerdote Caifa
Robert Powell … Gesu
Anne Bancroft … Mara Maddalena
Ernest Borgnine … Centurione
Claudia Cardinale … Adultera
Valentina Cortese … Erodiade
James Farentino … Simon Pietro
James Earl Jones … Balthazar
Stacy Keach … Barabba
Tony Lo Bianco … Quintilio
James Mason … Giuseppe di Arimatea
Ian McShane … Giuda Iscariota
Laurence Olivier … Nicodemo
Donald Pleasence … Melchiorre
Christopher Plummer … Erode Antipa
Anthony Quinn … Caifa
Fernando Rey … Gasparre
Ralph Richardson … Simeone
Rod Steiger … Ponzio Pilato
Peter Ustinov … Erode il Grande
Michael York … Giovanni Battista
Olivia Hussey … La Vergine Maria
Cyril Cusack … Yehuda
Ian Holm … Zerah
Yorgo Voyagis … Giuseppe
Ian Bannen … Amos
Marina Berti … Elizabetta
Regina Bianchi … Anna
Maria Carta … Marta
Lee Montague … Habbukuk
Renato Rascel … Il cieco
Oliver Tobias … Joel
Norman Bowler … Saturnino
Robert Beatty … Proculus
John Phillips … Naso
Ken Jones … Jotham
Nancy Nevinson … Abigail
Renato Terra … Abel
Roy Holder … Enoch
Lorenzo Monet … Gesu a 12 anni
Michael Cronin … Eliphaz
Forbes Collins … Jonas
Tony Vogel … Andrea
Murray Salem … Simone Zelota
Steve Gardner … Filippo
Muller … Giacomo
John Tordoff … Malachia
Keith Washington … Matteo
Sergio Nicolai … Giacomo II
Isabel Mestres … Salome
Bruce Lidington … Tommaso
Derek Godfrey … Elia
Mimmo Craig … Thaddeo
John Eastham … Bartolomeo
Robert Davey … Daniele
Oliver Smith … Saul
George Camiller … Hosias
Francis De Wolff … Simone il Fariseo
Antonello Campodifiori … Ircanus
Tim Pearce … Rufus
Paul Curran … Samuele
Mark Eden … Quartus
Bruno Barnabe … Ezra
Simon MacCorkindale … Lucius
Lionel Guyett … HaggaiJohn Duttine … Giovanni
Michael Haughey … Nahum
Keith Skinner … L’ossesso
Jonathan
Regia: Franco Zeffirelli
Sceneggiatura: Anthony Burgess – Suso Cecchi D’Amico – Masolino D’Amico
Fotografia: Armando Nannuzzi e David Watkin
Musiche: Maurice Jarre
Scenografia: Gianni Quaranta
Costumi: Marcel Escoffier e Enrico Sabbatini
Casa di produzione: Rai – Radiotelevisione italiana – ITC-Incorporated Television Company
Casting : Dyson Lovell
Io ho parlato apertamente mi hanno sentito tutti ho insegnato nelle sinagoghe è nel tempio non ho tenuto nulla in segreto , perché allora lo chiedi a me ? chiedilo a quelli che erano con me ? lo sanno quel che io ho detto.
Sono io che dovrei essere battezzato da te e tu vieni da me.
“In occasione della Pasqua 78 la Titanus ha stampato, come un santino di lusso, uno special di quattro ore tratto dalle 5 puntate trasmesse dalla TV. Gesù di Nazareth è un tipico saggio della merce religione destinata ai consumatori dell’emisfero capitalista. Nonostante la debolezza delle sue motivazioni culturali e l’evidente ignoranza degli indispensabili aggiornamenti cristologici, l’opera risulta stilisticamente molto elaborata. Nato dalla costola del maestro di Senso, da cui ha ereditato una forte professionalità, il regista fiorentino rappresenta compiutamente il versante deteriore del viscontismo, quando la regia diventa arredamento su uno sfondo ideologico degradato. Girato nella lingua dell’impero americano, sponsorizzato dalle multinazionali, ricco di tutti gli imprimatur della chiesa preconciliare, il Vangelo secondo Zeffirelli è un compromesso fra la messinscena lirica, la passerella di cameo performances e il film storico hollywoodiano. Non solo fa rimpiangere il sublime poverismo di Pasolini, ma sfigura anche nel confronto con il discusso Messia rosselliniano. Ben poco ha da spartire con l’idea del bello e dell’edificante predicata dal film il testo originario di Anthony Burgess, che da buon cattolico convertito si illudeva di regolare in questa sede i suoi difficili conti con il Dio-uomo. L’autore di Un’arancia a orologeria, deluso dalla collaborazione con Zeffirelli, ha dedicato alla figura di Gesù Cristo un romanzo che i primi lettori hanno giudicato originale e problematico.”
Tullio Kezich
Agente 007,licenza di uccidere

Agente 007,licenza di uccidere è il primo film per il grande schermo che vede protagonista James Bond,l’agente segreto con licenza di uccidere creato dalla penna di Jan Fleming.In questo primo episodio,della fortunata serie,girato da Terence Young,007 (interpretato da Sean Connery) è in Giamaica,dove l’agente John Strangways e la sua segretaria sono stati uccisi.
Appena giunto nella capitale,Bond viene fotografato da una ragazza,e sale su un taxi.
Poco dopo il tassista muor suicida;era un killer mandato per uccidere Bond,e si suicida per non rivelare l’identità dei mandanti.
Da quel momento è l’inizio di una serie di avventure mozzafiato,nelle quali l’agente segreto riesce a sfuggire alla morte in più occasioni,in compagnia di Honey Ryder,una bella cercatrice di conchiglie,fino allo scontro finale con il Dootr NO, il vero organizzatore degli agguati,un uomo della SPECTRE,l’organizzazione criminale che tenta di controllare tutto il crimine del pianeta.

La bellissima Ursula Andress è Honey Rider
Il personaggio di James Bond è un po grezzo,e lo stesso Connery non sembra ancora calato nel suo personaggio,ma la ricetta funziona,e il film diventa,nel 1962,un successo planetario,che verrà replicato in seguito nei decenni successivi.
Grande successo ebbe anche Ursula Andress,in virtù della sua prima apparizione nel film,quando,simile a Venere che esce dalle onde,cattura lo sguardo ammirato di Bond.
Agente 007 licenza di uccidere
un film di Terence Young. Con Sean Connery, Ursula Andress, Joseph Wiseman, Jack Lord, Bernard Lee, Anthony Dawson, Zena Marshall, John Kitzmiller, Eunice Gayson, Lois Maxwell, Peter Burton, Yvonne Shima, Michel Mok
Titolo originale Dr. No. Spionaggio, durata 111 min. – Gran Bretagna 1962.
Sean Connery: James Bond
Ursula Andress: Honey Ryder
Joseph Wiseman: Dr. No
Jack Lord: Felix Leiter
Bernard Lee: M
Anthony Dawson: Professor Dent
Zena Marshall: Miss Taro
John Kitzmiller: Quarrel
Eunice Gayson: Sylvia Trench
Lois Maxwell: Miss Moneypenny
Peter Burton: Maggiore Boothroyd
Yvonne Shima: Sorella Lily
Regia Terence Young
Soggetto Ian Fleming
Sceneggiatura Johanna Harwood, Richard Maibaum, Berkely Mather
Fotografia Ted Moore
Montaggio Peter Hunt
Musiche Monty Norman
Scenografia Ken Adam
Doppiatori italiani
Pino Locchi: James Bond
Giulio Panicali: Dottor No
Maria Pia Di Meo: Honey Ryder
Renato Turi: Quarrel
Giuseppe Rinaldi: Felix Leiter
Carlo Romano: M
Bruno Persa: Professor Dent
Flaminia Jandolo: Miss Taro
Fiorella Betti: Sylvia Trench
Rosetta Calavetta: Miss Moneypenny
Sergio Tedesco: Maggiore Boothroyd
Miranda Bonansea: Sorella Lily
Gianfranco Bellini: Playdell-Smith
Gianfranco Bellini: Segretario Generale

C’eravamo tanto amati
Tre amici diventati tali durante la guerra di liberazione dal nazifascismo; Nicola, Gianni ed Antonio hanno diviso tutto,la paura,il rischio,la pelle. Ma un bel giorno la guerra finisce,e i tre si separano,ognuno per riprendere una parvenza di vita normale. Nicola torna al suo paese per insegnare, Gianni torna nella natia Pavia per riprendere i suoi studi di giurisprudenza,Antonio ritorna a Roma,dove ad attenderlo c’è un posto da portantino in un ospedale.
Ma la vita è fatta di casualità,cos’ un giorno Gianni ed Antonio si reincontrano;il primo è ormai un avvocato,che aspira a molto più,e ruba la fidanzata al vecchio amico, Luciana,una ragazza con ambizioni cinematografiche.
Gianni coglie al volo l’occasione per diventare ricco,sposando una donna ricca ma ignorante, Elide, figlia di un palazzinaro senza scrupoli,e lascia Luciana,che,dopo una breve avventura con Nicola,viene abbandonata anche da quest’ultimo.
Luciana tenta il suicidio,mentre Elide,che è innamorata del marito,che viceversa la disprezza,si trasforma nel tempo in una donna raffinata.
Ma anche se la cosa la realizza,si rende conto che Gianni non la ama,e un giorno trova la morte in un incidente stradale,vittima probabilmente di un suicidio.
Le vite dei tre amici proseguono su binari assolutamente dissimili;Antonio,idealista,cerca di cambiare la società,venendo per questo meso in disparte anche sul lavoro.Nicola,insoddisfatto del suo lavoro di insegnante,lascia il suo paesino al sud e va a Roma,dove spera di diventare un critico cinematografico;ma,dopo una breve e sfortunata parentesi di notorietà conquistato con una partecipazione a Lascia o raddoppia,finisce per accettare lavori umili scrivendo sui giornali,patetica figura di intellettuale che vuol cambiare il mondo a suon di polemiche.
Federico Fellini e Marcello Mastroianni
I tre si re incontreranno un giorno,seduti alla tavola di un’osteria;è tempo di bilanci,testimoniati dalla frase “Volevamo cambiare il mondo,ma il mondo ha cambiato noi”
Antonio,che è l’unico che coerentemente con se stesso e con quello in cui credeva non ha nulla da rimproverarsi,porta i suoi vecchi amici in un presidio notturno,dove ad attenderli c’è Luciana,che ha sposato il suo primo amore e gli ha dato due figli.
Scola mostra subito,dalle prime inquadrature,quali siano le sue simpatie, tratteggiando le figure dei tre amici in modo diverso;
l’unico a mostrare coerenza nella vita è Nicola,simbolo di una classe sociale che lotta,vive e si impegna,anche lottando contro i mulini a vento.
Il film acquisisce quindi una forte valenza politica, la dove si intravede,dietro il personaggio dell’arrampicatore Gianni, quella classe di malversatori,opportunisti e profittatori ben identificabili politicamente.
Così come Nicola rappresenta quella parte di cultura sempre pronta a contestare ma assolutamente improduttiva politicamente.
Un film che vive di momenti particolarmente intensi,grazie anche alle superbe interpretazioni di Gassman,nel ruolo di Gianni,avvocato con il pelo sullo stomaco;di Nicola,un superbo Stefano Satta Flores,intellettuale inconcludente,e sopratutto di Antonio,l’unico ad essere vero e genuino,uno splendido Nino Manfredi.
Vittorio Gassman e Aldo Fabrizi
Luciana è una bellissima Stefania Sandrelli, mentre Elide è interpretata da Maria Giovanna Ralli,il cui padre è Aldo Fabrizi,strepitoso nel ruolo del corrotto e laido palazzinaro.
Cameo per Mike Bongiorno,che interpreta se stesso.
Un grande film,premio Cesar 1974 come miglior film straniero.
Nino Manfredi
C’eravamo tanto amati, un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli, Federico Fellini, Isa Barzizza, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Fiammetta Baralla, Ugo Gregoretti, Lorenzo Piani, Marcella Michelangeli, Carla Mancini, Livia Cerini, Luciano Bonanni. Genere Commedia, colore 121 minuti. – Produzione Italia 1974


* Stefania Sandrelli: Luciana Zanon
* Vittorio Gassman: Gianni Perego
* Nino Manfredi: Antonio
* Stefano Satta Flores: Nicola Palumbo
* Aldo Fabrizi: Romolo Catenacci
* Giovanna Ralli: Elide Catenacci
* Elena Fabrizi: moglie di Romolo Catenacci
* Luciano Bonanni: Torquato
* Fiammetta Baralla: Maria

Regia Ettore Scola
Soggetto Age & Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Age & Scarpelli, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli per Dean Film
Distribuzione (Italia) Delta (1974)
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Raimondo Cruciani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri
Citazioni
“Devo domandarti una cosa.
Va bene, e allora coraggio.
Sono importante per te adesso?
Importante in che senso? Importante perché sei morta? Ma non lo so… non mi sembra…no, no.
Ma che te possino ammazzarte! Ma perché no?
Elide, perché se una non è stata importante da viva, non lo è nemmeno da morta. Ecco perché.
Bravo ignorante! La morte sublima! Si vede che non hai letto il Sidarta.
No, non l’ho letto il Siddharta.
Eh certo, a me mi obbligavi a leggere, ma tu non leggi mai niente.
Elide, che rottura!”
“Ma che, ma chi l’ha detto? Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Oppure preferite quest’altra battuta, ah? Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.”
Ti credevo buono e generoso…
Eh, se semo stufati d’esse bboni e generosi!
L’amicizia non è al di sopra di tutto?
Niente è al di sopra di tutto. lo poi sono contrario all’amicizia: è una combutta tra pochi, una complicità antisociale.
Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi.
Insomma, a me mi piaci, perché sei prima di tutto de cultura, poi sei incorruttibile e tosto. Io amo l’onesti, perché nell’onesti c’è quella purezza che, se je capita l’occasione, diventano tarmente mascalzoni che t’ammolleno le fregature pejo de li mascalzoni diciamo normali.
Eh… Che ha fatto Nicola? Ha preso a calci la famiglia, la carriera, e a coronamento di tutto è finito a scribacchiare critiche cinematografiche firmando “vice”.
Ah, è lui “vice”? Ma allora scrivi su un sacco de giornali!
Excalibur
Una delle opere cinematografiche che meglio coniuga leggenda,storia e letteratura,è Excalibur di John Boorman. Perché attraverso tre ore di grande cinema, si assiste ad un tentativo riuscito di rendere visivamente l’affascinante storia di re Artù e i romanzi di De Troyes,mescolando con sapienza musica wagneriana e la Carmina burana, le gesta di Lancillotto e quelle di Merlino,attraverso paesaggi quasi fiabeschi,sospesi in un mondo che sa di favola,pur essendo terribilmente crudele.
Così vediamo Artù,strappato dal mago Merlino a suo padre.Uther Pendragon e a sua madre Higray,crescere all’ombra del grande mago,in attesa di compiere le antiche profezie: diventare il re che unifica la Britannia e ridare libertà e prosperità al suo popolo.
I romanzi di De Troyes si fondono con quelli di Goffredo di Monmouth;vediamo Artù crescere,ed estrarre dalla roccia Excalibur,la spada del potere;riuscire,con coraggio e sangue freddo,a mettere d’accordo nobili e cavalieri,creando per loro una sorta di gran consiglio,la tavola rotonda,rotonda perché chiunque segga adessa sia allo stesso livello di grado e di dignità di chi gli siede accanto.
Facciamo così conoscenza di Galahad,di Lancillotto,l’unico che batte in combattimento Artù,che per sconfiggerlo distruggerà Excalibur,riottenendo la spada solo grazie all’intervento della Dama del lago. Conosciamo così Parsifal,che da semplice scudiero di Lancillotto diventerà cavaliere,colui che riporterà Camelot la città di Artù,all’antico splendore;conosciamo Ginevra,che sposa Artù,e che poi tradisce con il suo migliore amico,Lancillotto,con tanti sensi di colpa,ma anche con imbarazzante semplicità.
Boorman mescola storie e individualità,riuscendo comunque a mantenere un canovaccio che non si allontani troppo dalle avventure narrate da Monmouth e De Troyes.
Così assistiamo alla comparsa di Morgana,sorellastra di Artù,che diviene allieva del grande Merlino,dal quale impara le conoscenze arcane e magiche;e assistiamo alle prime beghe all’interno della tavola rotonda,che culmineranno nelle accuse di infedeltà alla regina Ginevra,che verrà difesa proprio dall’umile scudiero,Parsifal,e successivamente da Lancillotto. E’ il punto più alto dello splendore di Camelot,che ben presto rovina e frana moralmente.
Perché Morgana,grazie alle sue arti magiche seduce re Artù e rimane incinta;Merlino,soggiogato dalla abilità della maga,scompare di scena,relegato nella terra delle ombre,nè morto nè vivo,in animazione sospesa. La saga a questo punto vira di colpo,trasformandosi in tragedia:Artù scopre il tradimento della moglie,ma non ha il coraggio di uccidere i due amanti.
Abbandona la spada regale,Excalibur,e precipita,ben presto in un’abulia totale,che coinvolge anche tutto ciò che lo circonda. Nel frattempo Morgana diventa sempre più potente; affina le sue armi e cresce suo figlio,l’incestuoso Mordred, nell’odio verso suo padre. A Camelot i Cavalieri della tavola rotonda si rendono conto che solo il Santo Graal,la coppa della vita,con il suo esempio e valore di purezza,può riportare tutto alla normalità,riportando alla vita la terra e Artù,che sono intimamente connessi.
Partono tutti,ma tornerà solo Parsifal,che riuscirà a scoprire il segreto del Graal. E’ l’inizio dell’apoteosi finale.Aiutato dal Graal,da Merlino,tornato solo per l’occasione dal regno delle ombre, Artù affronta in battaglia il potente esercito di Mordred,riuscendo a sconfiggerlo ma morendo in combattimento.
Sarà Parsifal a restituire Excalibur alla Dama del lago,in attesa di un re di valore,puro di cuore,che possa nuovamente impugnarla. Artù morto viene trasportato dagli spiriti verso Avalon.
Se la trama risente di qualche forzatura,è però quasi del tutto convincente. La storia dei Cavalieri della tavola rotonda,di Artù e di Merlino trasporta lo spettatore in un mondo magico,fatto di uomini veri,con vizi e virtù,ma imbevuti di ideali forti e pregnanti E alla fine non ti accorgi che sono passate tre ore, che in fin dei conti di scene di battaglie ne vedi all’inizio e alla fine del film,e che il resto del tempo lo impieghi a seguire le vicende di Gauwein,di Galahad,di Parsifal….
E che la leggenda,alle volte,affascina molto più del reale,quasi da farti provare una nostalgia acuta per personaggi e ambienti in cui avresti vissuto volentieri.
Excalibur, un film di John Boorman. Con Nicholas Clay, Helen Mirren, Nigel Terry, Nicol Williamson, Liam Neeson, Corin Redgrave, Gabriel Byrne, Charley Boorman, Patrick Stewart, Keith Buckley, Cherie Lunghi, Brid Brennan, Clive Swift, Ciarán Hinds, Katrine Boorman, Robert Addie, Barbara Bryne, Paul Geoffrey, Niall O’Brien, Ciarin Hinds, Liam O’Callaghan, Michael Muldoon, Manix Flynn, Garrett Keogh, Emmet Bergin. Genere Fantastico, colore 140 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1981.
Nigel Terry: Re Artù
Nicol Williamson: Merlino
Helen Mirren: Morgana
Nicholas Clay: Lancillotto
Cherie Lunghi: Ginevra
Paul Geoffrey: Parsifal
Robert Addie: Mordred
Gabriel Byrne: Uther Pendragon
Keith Buckley: Uryens
Katrine Boorman: Igrayne
Liam Neeson: Galvano
Corin Redgrave: Duca di Cornovaglia
Niall O’Brien: Kay
Patrick Stewart: Leodegrance
Clive Swift: Sir Hector
Ciarán Hinds: Lot
Eamonn Kelly: abate
Regia John Boorman
Soggetto da Le Morte d’Arthur di Thomas Malory
Sceneggiatura Rospo Pallenberg, John Boorman
Produttore John Boorman
Michael Dryhurst (associato)
Produttore esecutivo Robert A. Eisenstein, Edgar F. Gross
Casa di produzione Orion Pictures Corporation
Fotografia Alex Thomson
Montaggio John Merritt
Donn Cambern (non accreditato)
Musiche Trevor Jones
Scenografia Anthony Pratt; Tim Hutchinson (architetto scenografo)
Bryan Graves (arredatore)
Costumi Bob Ringwood

Pino Colizzi: Re Artù
Maria Pia Di Meo: Morgana
Emanuela Rossi: Ginevra
Sergio Rossi: Merlino
Loris Loddi: Lancillotto
Romano Ghini: Parsifal
Sandro Acerbo: Mordred
Romano Malaspina: Uther Pendragon
Sandro Iovino: Uryens
Simona Izzo: Igrayne
Paolo Poiret: Galvano
Gianni Marzocchi: Duca di Crnovaglia
Luciano De Ambrosis: Kay
Renato Mori: Leodegrance
Sergio Fiorentini: Sir Hector
Roberto Villa: abate
Vittorio Stagni: capitano di Mordren
Mario Milita: cavaliere di Re Artù
La maledizione degli uomini è che essi dimenticano. (Mago Merlino)
Anál nathrach, orth’ bháis’s bethad, do chél dénmha. (Mago Merlino)
Anni per costruire. Attimi per distruggere e tutto questo per colpa di una donna! (Mago Merlino)
Ti ho amato come re. A volte come marito. Ma non si può guardare troppo a lungo il sole. (Ginevra)
Il Re senza una spada! La terra senza un Re! (Lancillotto)
Il Drago è ovunque. Il Drago è in ogni cosa. Le sue squame brillano nella corteccia degli alberi. Il suo ruggire si sente nel vento. E la sua forcuta lingua colpisce come il fulmine. (Mago Merlino)
Non ero destinato ad una vita umana, ma ad essere l’essenza di memorie future. La fratellanza d’armi è stato un breve inizio, un bel momento, che non può essere dimenticato. E poiché esso non sarà dimenticato, quel bel momento potrà ripetersi. Ora, ancora una volta, devo guidare i miei cavalieri a difendere ciò che è stato. E il sogno di ciò che potrebbe essere… (Artù)
Rinunzio ai miei castelli e alle mie terre, qui è il mio dominio, dentro questa pelle di metallo. E do in pegno tutto ciò che ancora ho: la mia carne, le mie ossa, il mio sangue e il cuore che lo pompa. (Lancillotto)
La più grande qualità di un cavaliere: Verità: Quando un uomo mente assassina una parte del mondo. (Mago Merlino)
Io mi sto consumando, non posso morire e non posso vivere. (Artù)
Non sapevo quanto la mia anima fosse vuota finché non è stata riempita. (Artù)
Preparatevi a combattere, cavalcherete di nuovo col vostro re. (Artù)
Ho vissuto troppo a lungo attraverso gli altri, Lancillotto ha sorretto il mio onore e Ginevra la mia colpa, Mordred i miei peccati, i miei cavalieri hanno combattuto le mie cause, ora, fratello mio, io sarò RE. (Artù)
Anonimo veneziano
Due vite distanti,separate dalla vita. Lui,un musicista d’oboe,che voleva diventare direttore d’orchestra e che sta per dirigere finalmente la sua prima opera,lei è la sua ex moglie,che da lui ha avuto un figlio e che va a Venezia a trovarlo,dopo sette anni. Due destini che si incontrano per l’ultima volta,perchè lui è ormai in fin di vita per un cancro alla testa.
Sullo sfondo di una Venezia crepuscolare e romantica,lui e lei consumano gli ultimi giorni,entità ormai estranee,anche se ancora legate da un filo invisibile.
Lui sa che deve morire,ha anche scritto una lettera alla moglie,che non ha mai spedito,nella quale racconta la decisione di farla finita,per paura della sofferenza e della decadenza fisica. Un film romantico e disperato,una storia di destini paralleli,una storia di parole,a volte crudeli, dette ma in fondo non sentite.
Perchè l’amore è anche dolore,non sempre gioia.
Tratto dal romanzo di Berto,e ottimamente diretto da Enrico Maria Salerno,un film molto bello e intenso,ben recitato da Musante e da un’affascinante Florinda Bolkan,con musiche davvero struggenti di Stelvio Cipriani.Segnalazione, ovviamente, per la fotografia, che illumina di una luce romantica una Venezia quasi sospesa nel tempo; la città lagunare ben si presta a fare da cornice ad amori di tutti i tipi,ed Enrico Maria Salerno ne rende l’atmosfera con sincera malinconia, quasi ad incastonare la storia d’amore, tragica ed immensa, ma allo stesso tempo piccola e privata, dei due coniugi.
Due parole sulla Bolkan; è al suo primo ruolo importante, e rende il suo personaggio delicato e struggente, grazie anche all’estrema espressività del volto e alla sua bellezza quasi irreale, che ben si incastona nella Venezia decadente e romantica su descritta.
Anonimo veneziano
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante, Toti Dal Monte, Brizio Montinaro, Giuseppe Bella. Genere Drammatico, colore 94 minuti. – Produzione Italia 1970.
Florinda Bolkan: Valeria
Tony Musante: Enrico
Toti Dal Monte: donna che mostra la casa a Enrico e Valeria
Regia Enrico Maria Salerno
Soggetto Enrico Maria Salerno, Giuseppe Berto
Produttore Turi Vasile per Ultra Film
Distribuzione (Italia) INTERFILM (1970)
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Mario Morra
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Luigi Scaccianoce
Arancia meccanica
C’è un non sense immediato,assoluto e totalizzante sin dal primo fotogramma del film.
Sappiamo di cosa parla, noi che abbiamo letto A clockwork orange di Burgess; e sappiamo anche che la violenza di Alex e dei suoi drughi non può essere giustificata ne approvata.
Pur tuttavia proviamo simpatia per lui, quando viene sottoposto alla cura Ludovico, ben sapendo comunque che l’espiazione del male passa necessariamente attraverso la punizione.
Proviamo sollievo,quindi.
E dispiacere.
“«Eccomi là: cioè, Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, George e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar arrovellandoci il gulliver per saper cosa fare della serata. Il Korova Milk Bar vende più o meno latte rinforzato con qualche droguccia mescalina che è quello che stavamo bevendo. E’ roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.»
Quattro amici,la violenza come compagnia e come affermazione dell’io.
Assorbita,metabolizzata e infine omologata da quella società in cui essi vivono.
Piena di contraddizioni e di moralismi,violenta a sua volta,di una violenza sottile e impalpabile,fatta com’è da un miscuglio di ordine e potere.
Quel potere a cui i quattro,inconsapevolmente,si sottraggono,violandone le leggi,assumendo droghe,stuprando e pestando,rubando e commettendo quanto di peggio un individuo possa fare.
In Arancia meccanica però c’è una metamorfosi della violenza,che muta e diventa il simbolo del libero arbitrio:i protagonisti scelgono coscientemente l’opposizione a quella società che non riesce ad assimilarli.
E non riuscendo ad assimilarli,deve combatterli.
Ma se il messaggio fosse solo questo,Kubrick avrebbe fatto e detto solo cose incomplete.
Così le vicende dei quattro ad un certo punto si separano.
Nel gruppo c’è un leader,Alex,che però finisce per diventare una perifrasi del potere,quello stesso potere a cui i quattro sembrano incapaci di adeguarsi.
La vicenda di Alex si stacca da quella degli amici,che durante uno dei riti a cui partecipano,subito dopo lo stupro avvenuto ai danni di una donna,con l’ausilio di un gigantesco fallo di pietra,colpiscono e lasciano solo,di fronte alla legge,il giovane che non è più un punto di riferimento,ma solo un tiranno,rappresentante del potere dal quale fuggono.
Per Alex si spalancano le porte del carcere.
E’ il trionfo della società civile,mentre per il giovane è l’inizio del percorso di redenzione.
Per lui è pronta la cura Ludovico,un trattamento fatto con psicofarmaci e dosi massicce di violenza assorbite mediante la proiezione di filmati.
Che vanno da semplici atti di violenza fino alla cieca e insensata violenza nazista,apologo e termine di quanto di peggio l’uomo abbia potuto fare nei confronti dei suoi simili.
Per Alex è una discesa agli inferi.
L’amata ultraviolenza si mescola alla visione di scene da incubo,rese più vivide e allucinate dalla colonna sonora che fa da sfondo alle immagini,composta da quel Ludwig Van Beethoven che è uno dei suoi punti di riferimento.
Curare la violenza con una violenza,più sottile e strisciante.
Può sembrare l’uovo di Colombo,e difatti almeno all’apparenza la normalità sembra ristabilita.
Alex viene portato davanti alla commissione che deve valutare sulle sue reali possibilità di recupero e reinserimento nella società civile.
Su un piccolo palco,resiste senza reagire alla violenza che viene questa volta indirizzata verso la sua persona. Prova anche un senso di ripulsa verso la splendida ragazza che gli si offre nuda.
A nulla vale il severo ammonimento del cappellano,che intuisce il pericolo dell’annichilimento della volontà.
Il libero arbitrio è fondamentale,dice.
Per la commissione il risultato dell’esperimento è pienamente soddisfacente.
E per Alex si aprono le porte della prigione,verso la libertà.
Ma fuori quel mondo che lui ha colpito ferocemente lo ripaga con la stessa moneta.
I suoi ex amici,passati dalla parte del potere,lo pestano a sangue,così come fa un barbone che aveva sperimentato la folle violenza dei drughi.Nella sua famiglia non c’è posto per lui,e la discesa all’inferno continua.
Il percorso di redenzione è appena iniziato.
Livido e pesto,dopo il brutale trattamento a cui è stato sottoposto dai due agenti,ex compagni di trascorsi,viene scaricato in aperta campagna,davanti alla porta di un villino isolato.
Viene accolto da un intellettuale progressista oppositore del governo, a cui racconta il trattamento subito.
Mentre è in bagno,avvolto da una soffice coperta di schiuma,ad Alex viene in mente il motivetto che canticchiava durante le aggressioni.
Singing in the rain
I’m singin’ in the rain,
Just singin’ in the rain,
What a glorious feeling,
I’m happy again!
I’m laughing at clouds,
So dark up above,
The sun’s in my heart,
And I’m ready for love.
Per l’intellettuale è un colpo al cuore.
D’un tratto ricorda l’aggressione subita tempo addietro,che lo ha reso invalido.
E collega la presenza di Alex,la cura Ludovico ad un fato sinistro.
E’ il momento della vendetta,e stà per compiersi il rituale di purificazione di Alex.
Lo scrittore convoca due parlamentari,costringe il giovane a raccontare l’odissea della rieducazione,
e dopo averlo stordito con del vino drogato,lo chiude in soffitta.
Il suono continuo,martellante e ossessivo dell’amato Beethoven che si diffonde nella casa,divenuto intollerabile,spinge Alex a buttarsi dalla finestra.
La storia volge al termine.
Ricoverato in una clinica,con le ossa fratturate per il volo fatto,riceve la visita del premier.
Per lui la vita stà per cambiare nuovamente.
Travolto dallo scandalo,il governo offre al giovane un ritorno alle origini,un colpo di spugna sul suo passato.
Per lui è pronto un premio.
Mentre le note dell’inno alla gioia vengono sostituite da Singing in the rain,sullo schermo scorrono le immagini di un rapporto erotico a tre tra Alex e due donne.
Il suo sguardo rapito,in cui si mescolano libidine e tracce degli antichi sentimenti,chiude il film.
“ Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”?
In fondo è la domanda che lo spettatore si pone nelle brevi pause del film,quelle parti didascaliche che si inseriscono nella storia,sempre però collegate al filo logico di partenza.
La riflessione sulla violenza,anticipata da Kubrick in un momento in cui la società incominciava a fare i conti con la sua presenza nel quotidiano,anticipata anche da efferati fatti di sangue assolutamente irrazionali,posto che nella violenza ci sia un margine di razionalità,porta lo spettatore a interrogarsi realmente su essa.
Non solo.
Alex diventa il simbolo dell’uomo irrazionale,tutto istinto e illogicità.
Alla fine,tra le molteplici domande che lo spettatore si pone,una spicca su tutte: quanto siamo in effetti dotati di libero arbitrio?
Kubrick non fornisce risposte,almeno non visibili chiaramente.
In assoluto a prevalere sono le domande.
E le reazioni politiche e sociali al film,con le accuse di essere un manifesto fascista,mostrano fondamentalmente quanto poco fosse stato recepito il messaggio del regista,all’epoca in cui il film fù presentato.
Un film che è invece assolutamente equidistante,dalla politica.
Che è,viceversa,un’indagine sulla mente e sull’uomo,sulla sua parte oscura.
Ed è,contemporaneamente,una denuncia del potere,in qualsiasi forma esso venga rappresentato nel quotidiano.
In fondo possono valere le riposte date da Burgess a chi chiedeva se Kubrick avesse o no distorto il suo messaggio originale.
“Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima – il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale. La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo. “
Ed’ è anche la summa della posizione dei due,che possiamo condividere o no,ma dalle quali ricaviamo tanti di quei punti di riflessione da poter dire che raramente un film ha saputo mettere in chiaro problemi così complessi.
Piaccia o no,Arancia meccanica è il cinema della visione e dell’intelletto,un tipo di cinema che diventa espressione compiuta e punto d’arrivo.
Quello che si sintetizza con una sola parola: capolavoro
(A Clockwork Orange)
Un film di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, John Clive, Carl Duering, Paul Farrell, Clive Francis, Michael Gover, Miriam Karlin, James Marcus, Sheila Raynor, Philip Stone, Anthony Sharp, Godfrey Quigley, David Prowse. Genere Drammatico, colore 137 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1971.
La celebre sequenza dello stupro
Malcolm McDowell: Alex DeLarge
Patrick Magee: sig. Alexander
Michael Bates: capo guardia
Warren Clarke: Dim
John Clive: attore teatrale
Adrienne Corri: sig.ra Alexander
Carl Duering: dr. Brodsky
Paul Farrell: vagabondo
Clive Francis: pensionante
Michael Gover: governatore della prigione
Miriam Karlin: Catlady
James Marcus: Georgie
Aubrey Morris: Deltoid
Godfrey Quigley: cappellano della prigione
Sheila Raynor: mamma
Madge Ryan: dr.ssa Branom
John Savident: cospiratore
Anthony Sharp: ministro
Philip Stone: babbo
Pauline Taylor: psichiatra
Margaret Tyzack: cospiratrice
Regia Stanley Kubrick
Soggetto Anthony Burgess (Arancia meccanica)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Max L. Raab, Si Litvinoff
Casa di produzione Warner Bros. A Kinney Company
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia John Alcott
Montaggio Bill Butler
Effetti speciali Sandy DellaMarie, Mark Freund
Musiche Walter Carlos
Tema musicale Nona sinfonia in Re minore, Op. 125 (Ludwig van Beethoven)
Scenografia John Barry
Costumi Milena Canonero
Trucco Fred Williamson, George Partleton, Barbara Daly

Adalberto Maria Merli: Alex
Silvio Spaccesi: sig. Alexander
Mario Maranzana: capo guardia
Paolo Modugno: Dim
Pier Angelo Civera: attore teatrale
Benita Martini: sig.ra Alexander, cospiratrice
Mario Feliciani: dr. Brodsky, cappellano prigione
Corrado Gaipa: vagabondo
Paolo Ferrari: pensionante
Renato Turi: governatore della prigione
Lilla Brignone: Catlady
Luigi Diberti: Georgie
Oreste Lionello: Deltoid
Mario Feliciani: cappellano della prigione
Wanda Tettoni: mamma
Renzo Montagnani: cospiratore
Romolo Valli: ministro
Gianni Bonagura: papa
Valeria Valeri: psichiatra
Marcello Tusco: Vice-Ministro
Massimo Foschi: Tom, Julian
Luigi Casellato: Brigadiere
Piero Tiberi: Pete
Alida Cappellini: ragazza al negozio di dischi
Romano Malaspina: centralinista, agente
Renato Cortesi: ragazzo al negozio di dischi
“Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende ” latte+ “, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.”
“Una cosa che non mi era mai piaciuta era la vista di un vecchio sporco sbronzo, che abbaia canzonacce care ai suoi padri e procede di rutto in rutto come se avesse tutta una lurida orchestra nelle sue putride budella”
“Fu nei paraggi del teatro abbandonato che ci imbattemmo in Billyboy e i suoi quattro drughi, si apprestavano a somministrare una lieve dose del dolce su e giù a una piangente giovane devočka catturata a questo scopo.”
“Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco.”
“Doobidoob. Forse un po’ stancuccio. Meglio chiuderla la bocca. Il buon lettuccio chiama adesso. Andiamocene a casuccia a farci un po’ di spatchka. Right right?”
“È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo.”
“Non posso avere la nausea quando ascolto Ludovico Van… vi prego… Lasciate stare Beethoven, lui non ha fatto niente, ha scritto solo Musica!”
” Un usignolo era entrato nel milkbar. E tutti i più malenchi peli del mio intero plotto si drizzarono dall’emozione. E brividi su e giù come malenche lucertoline su e giu. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran nona del Ludovico Van.”
Allora che si fa, eh?
C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano quei sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.





















































































































































































































































































































