La cruna dell’ago
L’ago è il soprannome di Henry Faber,uno spietato agente segreto al soldo dei nazisti che deve il suo nomignolo all’abitudine di uccidere le sue malcapitate vittime con uno stiletto.L’uomo carpisce un segreto fondamentale custodito gelosamente dagli alleati;gli aerei che gli stessi hanno posizionato in una zona dell’Inghilterra sembra debbano decollare per Calais,presumibilmente la zona dove si concentrerà l’attacco degli alleati volto a liberare la Francia.“Ago” Faber però scopre che la flotta aerea non è reale,ma realizzata in compensato;ovviamente quindi l’attacco verso Calais è solo un diversivo.Henry Faber deve assolutamente raggiungere un U Boat tedesco che lo attende in un angolo sperduto della Scozia;qui potrà consegnare il suo rapporto ai nazisti,confermando così il falso obiettivo alleato.
Inseguito dal controspionaggio inglese,Faber prende un treno per la Scozia.Raggiunto il borgo di Banff,l’uomo noleggia una barca e prende il largo nel tentativo di contattare il sommergibile ma viene sorpreso da una fortissima tempesta;semi svenuto Faber naufraga sull’isola di Storm Island,un posto remoto e scarsamente abitato.Qui viene soccorso da una coppia con un bambino;Lucy e David Rose,i coniugi che abitano l’isola con il loro figlioletto sono in profonda crisi.David,pilota della Raf vive confinato su una sedia a rotelle accudito senza molto affetto da Rose,che non solo è trascurata dal marito ma è da questi maltrattata.L’uomo,pieno di rabbia e di amarezza per il suo stato,sfoga su sua moglie le frustrazioni che il suo handicap gli procura;a Rose appare quindi naturale innamorarsi di quel seducente sconosciuto che la corteggia.Mentre gli uomini del controspionaggio inglese continuano a cercarlo inutilmente,Faber cerca un modo per poter contattare il comando tedesco ma nel frattempo non disdegna le attenzioni di Rose.
Un giorno però David scopre la reale identità di Faber;scoperta fatale,perchè la spia lo uccide facendolo cadere da una rupe.Per Rose ha ora inizio un gioco mortale,nel corso del quale dovrà lottare duramente per sopravvivere…
Tratto dal best seller Eye of the needle conosciuto anche come Storm Island,La cruna dell’ago, è il primo romanzo firmato da Ken Follett con il suo nome e segue quattro romanzi in cui lo scrittore britannico aveva usato degli pseudonimi.
La riduzione cinematografica è affidata al regista di Cardiff Richard Marquand,scomparso prematuramente a soli 49 anni per un ictus.Marquand,che diverrà famoso per aver diretto La terza e ultima parte della saga di Guerre stellari Il ritorno dello Jedi porta sullo schermo una versione sobria e asciutta,in linea con lo stile del romanzo del quale riprende l’ossatura rispettandone la trama senza modificarne la struttura.
Grazie alla scorrevolezza della trama del romanzo e alla sua solida costruzione,Marquand non deve fare altro che applicare la location giusta e trovare interpreti posati e carismatici.Il regista assolve ai suoi compiti in modo preciso;le location inglesi e scozzesi sono ben scelte e accuratamente aderenti a quelle originali del romano mentre Donald Sutherland e Kate Nelligan appaiono a loro agio nei ruoli rispettivamente di “Ago” e di Lucy.
Il film non ha pause,mantiene alta la tensione nel miglior spirito delle spy story;i colpi di scena sono sapientemente miscelati e alla fine il risultato è davvero egregio.Siamo di fronte alla miglior riduzione di un romanzo di Follett,alla pari della serie tv I pilastri della terra,che è di gran lunga il romanzo più affascinante di Follett,scrittore fecondo e dal fascino indiscutibile.Bene tutto il resto,montaggio fotografia e colonna sonora.Un film pregevole del quale è consigliata la visione.
La cruna dell’ago
Un film di Richard Marquand. Con Donald Sutherland, Stephen MacKenna, Philip Martin Brown, Kate Nelligan, Christopher Cazenove, George Belbin, Faith Brook, Barbara Graley, George Lee, Arthur Lovegrove, Colin Rix, Barbara Ewing, Chris Jenkinson, William Merrow, Patrick Connor Titolo originale Eye of the Needle. Avventura, durata 112 min. – Gran Bretagna 1981.
Donald Sutherland: Henry Faber
Kate Nelligan: Lucy Rose
Christopher Cazenove: David Rose
Philip Martin Brown: Billy Parkin
Ian Bannen: Godliman
Patrick Connor: Ispettore Harris
Rupert Frazer: Muller
Alex McCrindle: Tom
George Lee: Constable
Faith Brook: Lucy
Colin Rix: Oliphant
Arthur Lovegrove: Peterson
Michele Kalamera: Henry Faber
Lorenza Biella: Lucy Rose
Saverio Moriones: David Rose
Massimo Rossi: Billy Parkin
Sergio Di Stefano: Oliphant
Bruno Alessandro: Peterson
Regia Richard Marquand
Soggetto Ken Follett
Sceneggiatura Stanley Mann
Produttore Stephen J. Friedman per Kings Road Production
Distribuzione (Italia) United Artists (1982)
Fotografia Alan Hume
L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it
Si dice che la materia narrativa de “La cruna dell’ago”, bestseller spionistico-bellico di Ken Follett fosse cosa non semplice da ridurre per il cinema, ma a Richard Marquand, cineasta canadese esordiente riuscì così bene da fare un film venduto parecchio sui mercati internazionali, e tratteggiando in modo così sfaccettato il cattivo agente nazista “Ago” ( reso splendidamente da un Sutherland glaciale) da spingere George Lucas a scegliere proprio Marquand per “Il ritorno dello jedi” , in cui la figura diabolica di Darth Vader doveva mettere in evidenza le proprie contraddizioni e residui d’umanità. Ambientato su un’isola britannica semideserta, conosciuta come Storm Island, il film è una storia d’amore frammista ad un intrigo che vede coinvolti appunto la superspia tedesca che uccide con una praticità impressionante, e i servizi segreti inglesi che vogliono celare ad Hitler particolari sull’imminente sbarco sulle coste europee, che poi avverrà in Normandia. Il film ha un passo non velocissimo, ma la cura con cui sceneggiatura e regia delineano i caratteri piuttosto complessi dei personaggi rendono “La cruna dell’ago” un thriller cui è possibile affezionarsi, e svariati sono i fans di questo film che non risparmia la crudeltà con cui il protagonista si sbarazza di chi è d’intralcio ai suoi piani ( la scena in cui getta dalla scogliera il marito paraplegico della donna di cui s’innamorerà è tremenda) e l’impossibilità di adoperare la medesima spietatezza verso appunto la coprotagonista, una Kate Nelligan di notevole partecipazione.
L’opinione di Anthony F.dal sito http://www.filmscoop.it
Altra grande interpretazione di D. Sutherland, quella della spia tedesca H. Faber, nel film “La Cruna dell’Ago”, tratto da un romanzo omonimo di ken Follett, ben diretto da R. Marquand.Ripeto: grande performance, buona sceneggiatura, quantunque un po’ lenta; discreto l’intreccio, non del tutto riuscito; buona la colonna sonora; eccellente il montaggio; meno riuscito il sonoro. Gradevole in tutta la sua durata, direi un ottimo film di puro intrattenimento, tra guerra e spionaggio, stto lo sfondo della Seconda Guerra Mondiale.Magistrale Sutherland.
Opinioni tratte dal sito www.davinotti.com
Galbo
Da una delle migliori opere di Ken Follett decisamente una buona trasposizione cinematografica (di certo la più intrigante tra quelle tratte dai libri dell’autore inglese). Richard Marquand rispettoso della pagina scritta realizza un thriller teso e avvincente, segnato dalla buona caratterizzazione ambientale (l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale) e dall’ottima interpretazione (una delle migliori in carriera) di Donald Sutherland.
Pigro
Spia tedesca in Inghilterra, in attesa d’imbarco su un’isola scozzese per riferire al Führer, ha una relazione con la moglie di un paralitico. Una spy-story che digrada verso il sentimentale e verso il thriller, in un continuo ribaltamento di prospettiva (le vicende spionistiche, il dramma famigliare, la lotta per la sopravvivenza), riuscendo a fondere i registri e i piani in una narrazione compatta e incalzante. Bella la location isolana; bravo Sutherland. Anche senza uno smalto folgorante, il film si fa vedere e apprezzare con piacere.
Daniela
1944, vigilia dello sbarco in Normandia, incrocio fatale fra una coppia malsposata che ha trovato rifugio in una sperduta isoletta scozzese ed una spia tedesca, spietata e ben decisa a portare a termine la sua importante missione. La migliore trasposizione da un romanzo di Follett, grazie ad un attore duttile come Sutherland che – nonostante un certo appiattimento della trama – riesce a conservare al suo personaggio un’ambiguità che lo rende interessante: freddo assassino ma anche uomo capace di amore e di rimpianto.
Caesars
Un buon esempio di spy-movie sostenuto da un grande Donald Sutherland, freddo e spietato. La storia è interessante e tiene col fiato sospeso fino alla fine grazie anche alla sapiente regia di Richard Marquand. Non un film imperdibile ma un intrattenimento intelligente e ben realizzato. Di questi tempi non è poco.
Hackett
Da un bellissimo romanzo di Follett il regista trae un film solido, freddo e ben strutturato. Fedele al libro ha però il difetto di dare poco spessore al personaggio di Sutherland, privo della complessità che una spia del suo calibro possedeva. Nel film sembra volersi dare più spazio all’amore fedifrago tra lui e la giovane donna, lasciando colpevolmente nello sfondo il personaggio del marito di lei. Certo, un film non deve necessariamente essere trasposizione letterale, ma alcuni personaggi a volte sono fondamentali.
Era stato l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. I villaggi nella campagna inglese erano isolati dalla neve, e il Tamigi era gelato. Un giorno di gennaio il treno da Glasgow per Londra arrivò a Euston con ventiquattro ore di ritardo. La neve e l’oscuramento contribuivano a rendere pericolosi i viaggi in auto: gli incidenti stradali erano raddoppiati, e la gente raccontava barzellette su come era più rischioso guidare una Austin Sette per Piccadilly di notte che attraversare con un carro armato la linea Sigfrido.
Poi, venne la primavera, e fu splendida. I palloni di sbarramento galleggiavano maestosi nell’azzurro splendente del cielo, e i soldati in permesso amoreggiavano per le vie di Londra con ragazze in abiti sbracciati.
La mia droga si chiama Julie
Un amore malato, drogato, folle.
Un amore nato per corrispondenza, tra un uomo che resta colpito nell’intimo al punto tale da decidere di incontrare la donna dei suoi sogni per allacciare con lei una relazione stabile.
E’ il canovaccio sul quale Francois Truffaut costruisce una storia nera, in cui l’amore e i sentimenti forti vengono dapprima esaltati e poi annichiliti da un finale nerissimo, amaro e crudele.
La mia droga si chiama Julie, diretto nel 1969 da Francis Truffaut è uno dei film meno amati dai critici e viceversa più esaltati dai fans del grande regista francese.
Tratto dal romanzo Vertigine senza fine in originale Waltz Into Darkness di William Irish pseudonimo sotto il quale scrive Cornell Woolrich,il film è una fiaba crudelissima e apologetica nel classico stile noir diTruffaut,qui alle prese con una vicenda che mescola sapientemente il tema sentimentale dalla struttura classica,ovvero il ricco che si innamora della povera cenerentola al giallo fino alle venature profondamente noir del finale del film, costruito con grande abilità attorno alle figure di Louis Mahé, ricco possidente di una piantagione di tabacco sull’isola di Reunion (facente parte dell’arcipelago delle isole Mascarene) e una donna bellissima,misteriosa e affascinante di nome Julie Roussel.
Un amore nato per caso,che passa attraverso il rapporto epistolare tra Louis e Julie,che un giorno arriva come un temporale nella vita del ricco Louis; lei è bellissima,seducente,ma non è affatto simile alle foto che Louis possiede della sua amica di penna.
Ma lei è tanto bella che Louis perde la testa tanto che nonostante le menzogne che la donna si inventa per giustificare la sua differenza con l’immagine che Louis ha di lei lui decide di sposarla.
Fatalmente Louis,innamorato perdutamente della donna, le permette di accedere ai suoi conti bancari;Julie preleva quasi tutti i soldi del marito e fugge,lasciando l’uomo in preda alla disperazione e consapevole ormai del vero piano della donna.
Scoperto che la donna si è sostituita alla vera Julie e con l’aiuto della sorella di lei Louis ingaggia un detective per per trovarla;distrutto psicologicamente e anche in difficoltà economiche,Louis si reca in Francia per cercare di riprendersi dalla brutta avventura.
Qui,a Cap d’Antibes, ecco il colpo di scena:l’uomo incontra la moglie che in realtà non si chiama Julie,ma Marion,è una prostituta dalla vita passata piena di miseria e sfruttamento.
Louis resta colpito dalla triste vicenda della donna, le offre il suo perdono e la possibilità di ricominciare.
I due decidono di ritirarsi a vivere in Provenza.
Ma qui vengono rintracciati e scoperti da Comolli, il detective ingaggiato da Louis,il quale,scoperto che Marion ha ucciso deliberatamente Julie,vuole consegnarla alla giustizia.
Louis reagisce uccidendo il detective, ormai assolutamente in balia del fascino sinistro di sua moglie.
Inizia cosi per la coppia una vita errabonda,con la polizia che è ormai alle loro calcagna.
Venduta la sua parte di proprietà della piantagione, Louis dissipa il patrimonio e sempre con la perfida Marion accanto si rifugia in montagna.
E’ innamorato ed è convinto che Marion lo ami; ma la donna ha in mente un piano preciso….
Storia torbida, in tutti i sensi.
Che pesca a piene mani qua e la tra i peggiori istinti umani.
Louis è un debole,un uomo che dietro l’apparente solidità datagli anche dalla ricchezza,nasconde una profonda insicurezza e fragilità.
Marion invece,cresciuta nella miseria e nella carenza assoluta di valori umani pregnanti,ha metabolizzato un’amoralità totale, che la spinge a cercare ad ogni costo la ricchezza,quasi come forma di riscatto da una vita squallida, contrassegnata da un lavoro degradante e da un’assoluta mancanza di scrupoli.
I due universi alla fine cozzano e producono la tragedia.
Louis è incapace di vedere la vera natura di Marion, perchè è innamorato di lei,crede a tutte le sue bugie negando persino a se stesso l’evidenza delle cose.
Così,per amore,finirà per macchiarsi di un orrendo crimine,che lo porterà a pagare un prezzo altissimo al suo amore,con la perdita di tutto ciò che possedeva,dalla ricchezza alla propria dignità.
Una discesa degradante,simboleggiata da un finale così nero da non lasciare spazio ad alcuna mediazione,lasciando lo spettatore attonito davanti alla crudeltà e alla miseria morale di Marion.
Lei è una sfruttatrice,una creatura ormai persa che insegue solo il proprio interesse,che non coltiva nel cuo cuore alcun sentimento positivo; non c’è riscatto per lei,in nessun senso.
La sua triste vicenda umana non trova alcuna giustificazione nei suoi comportamenti;Louis la ama,potrebbe renderla felice ma lei è ormai morta dentro,incapace di capire che lui è la sua sola ancora di salvezza.

Un amore disperato e anche unilaterale.
Se i personaggi sono estremizzati, lo sono volutamente.
Altrimenti come rappresentare il dramma della condizione umana relativo ad uno dei suoi valori fondamentali qual’è l’amore?
L’amore come dolore,come perdizione,come smarrimento dei valori fondamentali,come svendita della propria dignità.
Può sembrare una situazione paradossale,sino dalla sua costruzione.
Un rapporto nato non con il contatto fisico,ma con la parola scritta.
Punto primo di un dramma che sembra partire già in maniera impossibile.
In realtà accade.
Nell’era della multimedialità anche sulla rete nascono rapporti sentimentali.
Rapporti difficilissimi da creare prima,mantenere poi,consolidare in ultimo;i perchè sono ovviamente leagiti alla mancanza della fisicità,elemento fondamentale dell’unione di due individui.
Con questo genere di handicap solo un sentimento profondo può svilupparsi e crescere.
Louis ci crede ed è questa la sua dannazione,perchè quando si ritrova davanti la donna con cui crede di aver stabilito una relazione profonda, scopre improvvisamente che non è lei, che quei sentimenti,quelle parole che aveva trasfuso nella loro relazione sentimentale in realtà erano rivolte ad un’altra.
Colpevolmente,lui accetta di sostituire la sua “Julie” con quella donna affascinante che si spaccia per lei;c’è già quindi un elemento malato alla base di tutto, amplificato poi dal drammatico scorrere degli avvenimenti

A distanza di 45 anni dall’uscita del film si potrebbero ampliare le implicazioni della base del film;la solitudine,il isogno disperato di affetto e tante altre componenti che sono alla base del successo delle relazioni via rete trovano oggi applicazione corrente.
Purtroppo i rischi di questo genere di relazioni sono altissimi;un po come in La mia droga si chiama Julie,accade a tanti di incontrare in rete quella che sembra l’anima gemella e che alla fine si comporta un po come Marion,un parassita che succhia le energie vitali per i propri fini abietti.
Il film è bello e affascinante; grazie a Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve, rispettivamente nei ruoli di Louis e di Marion, il film vola verso il tragico finale attirando come una calamita l’attenzione dello spettatore.
La folgorante bellezza della Deneuve rende il personaggio di Julie/Marion diabolicamente affascinante e sinistro.
Qualche parola sul finale del film.
Louis sceglie consapevolmente di perdonare la sua donna in nome dell’amore che nutre per lei;lei lo uccide lentamente,lui se ne accorge ma in un impeto di profondo e inalienabile amore la lascia fare e la perdona.
. Bel film,in stile Truffaut,nero e cattivo con un finale probabilmente surreale.Ma la vita alle volte riesce a stupire quanto un film.
La mia droga si chiama Julie
Un film di François Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière, Marcel Berbert,Yves Drouhet, Michel Bouquet, Roland Thenot Titolo originale La sirène du Mississippi. Drammatico, durata 120 min. – Francia, Italia 1969.
Jean-Paul Belmondo: Louis Mahé
Catherine Deneuve: Julie Roussel/Marion
Michel Bouquet: Detective Comolli
Nelly Borgeaud: Berthe Roussel
Marcel Berbert: Jardine
Yves Drouet: Sig. Hoareau, direttore di banca
Rolan Thénot: Richard
Regia François Truffaut
Soggetto William Irish (romanzo)
Sceneggiatura François Truffaut
Fotografia Denys Clerval
Montaggio Agnès Guillemot
Musiche Antoine Duhamel
Scenografia Claude Pignot
Pino Locchi: Jean-Paul Belmondo
Maria Pia Di Meo: Catherine Deneuve
Sergio Tedesco: Michel Boquet
Flaminia Jandolo: Nelly Borgeaud
Oreste Lionello: Marcel Berbert
Arturo Dominici: Yves Drouet
Anna Miserocchi: Madame Traviol
L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Difficile non intuirlo, ma ormai spero sia chiaro: Truffaut è nel mio cuore. Dopo aver descritto grandi menage a trois in tempi di guerra e aver consegnato alla storia saghe che dall’adolescenza arrivano all’età adulta, il grande maestro francese decide di impegnarsi in un lungometraggio di una brillantezza più unica che rara, in cui riesce come suo solito a mescolare con grande abilità melò e giallo, commedia e thriller. La mia droga si chiama Julie è probabilmente il più sottovalutato tra i film del francese, complice anche la grande quantità di citazioni e ammiccamenti, che lo rendono un bene necessario per i cinefili, ma che potrebbe risultare(ed è risultata) inconcludente per i critici di mezzo mondo. Invece il film è un capolavoro: un melodramma comico in cui l’amore si pone come unica liberazione dalle infamie della vita e dalle cattive intenzioni. La coppia di attori straordinari(Belmondo e Denueve), la musica spiazzante, i dialoghi eccezionali tra i due innamorati, contribuiscono a rendere il film quel gran film che è. Louis non conosce i rischi di prendere moglie per corrispondenza. Infatti, quando si sposa con Julie non può minimamente sospettare che quella è una truffatrice di nome Marion che ha come unico scopo quello di mettere mano al patrimonio del benestante marito. Quando la donna fugge, l’uomo la rincorre e cominceranno una nuova vita. Finchè lei non deciderà di voler mettere fine alla loro “felicità” per il gusto di avere qualche soldo in tasca. Importante da esaminare nel cinema della Nouvelle Vogue e di Truffaut in particolare è il ruolo e lo sviluppo della donna. Conosciamo le donne di Truffaut: belle, malvagie, seducenti, provocatorie, intelligenti e furbe. Julie/Marion presenta tutte le caratteristiche che potrebbero ricondurla alla donna tipo truffautiana.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
L’opinione di Galbo
La dissoluzione dell’uomo in nome del sentimento amoroso. François Truffaut si ispira a suo modo al maestro Hitchcock (al quale ha dedicato un memorabile libro), e confeziona un giallo con profonde venature noir in cui più attenzione del solito (nell’ambito del genere) è dedicato alla caratterizzazione dei personaggi e vincente in questo caso è la scelta di Belmondo come protagonista, in un ruolo distantissimo da quelli generalmente interpretati dall’attore. Molto migliore il titolo originale rispetto a quello italiano.
L’opinione di Ilgobbo
Nuova trasposizione truffautiana di Irish/Woolrich. Belmondo, piantatore di tabacco al largo del Madagascar, sposa una tal Julie per corrispondenza. La donna che arriva non è quella vista in foto, è meglio (la Deneuve!), ma porterà guai. Liberissimo e iper-citazionista, è il film più “godardiano” di Truffaut (infatti fu un flop), ironicamente quando i due avevano già litigato. Da riscoprire, magari in versione integrale, dato che in Italia fu tagliato di una ventina di minuti abbondanti. Se aggiungiamo l’exploit dei titolisti c’è da munirsi di revolver…
L’opinione di Homesick
Il concatenamento di indizi, sospetti, raggiri ed imprevisti intesse un lungo preambolo di suspense hitchcockiana per la solenne celebrazione dell’amour fou, benefica “droga” in grado forse di guarire dalla bramosia del denaro e dai letali effetti di un veleno. Un armonioso compendio di temi cari alla sensibilità di Truffaut, eseguito dal passo a due tra il cieco romanticismo del fragile Belmondo e la recidiva perfidia della femme fatale Deneuve. Tassativo procurarsi la versione integrale originale: quella cut è tutta un altro film.
L’opinione di Cotola
Splendido dramma-noir, tratto da un romanzo di Cornell Woolrich, di marca squisitamente truffautiana dal primo all’ultimo minuto. C’è un plot “giallo” ma quello che interessa al regista francese è, al solito, l’amore (in questo caso fou). Intenso, emozionante, coinvolgente, con un finale da brividi. La Deneuve e Belmondo sono bellissimi e perfetti nei loro ruoli. Tantissime le citazioni di autori cari a Francois. Per oscuri motivi in Italia è sempre più arduo vederlo in versione integrale.
Fantozzi
Quanto c’è di Ugo Fantozzi nell’italiano medio, quanto è possibile assumere come cartina di tornasole la figura dello sfigato e servile travet e elevarlo a monumento dell’italiano opportunista e cinico,mediocre e qualunquista?
Chi è in realtà Fantozzi rag.Ugo, uomo ordinario nella sua straordinarietà, colui che accetta sberleffi e insulti da tutti,a partire dai suoi compagni di lavoro per finire ai suoi capi,alla signorina Silvani che sintetizza la personalità del ragioniere con il celebre “merdaccia“?
Fantozzi è l’italiano di Sordi,quello ridicolizzato e i cui vizi e le cui debolezze sono amplificate fuori misura, rendendo l’italiano stesso una maschera grottesca e a tratti tragica, il “pizza e mandolino” così tanto in voga in buona parte del mondo,la dove i vizi italici vengono stigmatizzati con sotto però una robusta dose di invidia.

Si,perchè Fantozzi ha tutti i difetti del mondo:è servile,umile,pusillanime,fannullone.
Ma è anche capace di scatti d’orgoglio.
In un momento del film diretto da Luciano Salce c’è forse la parte più intensa dell’intera produzione dedicata al celebre ragioniere ideato da Paolo Villaggio,quella in cui il direttore del ragionier Ugo sfida ad una gara di biliardo “all’italiana” lo stesso Fantozzi.
“Il suo è culo,la mia è classe,caro il mio coglionazzo”
“Al ventottesimo coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie.”
Scatta la rivincita dello schiavo,del servo,così ben estremizzato fino a quel punto del film;Fantozzi distrugge con una serie di tiri da campione l’avversario,che lascia ammutolito e impietrito,tanto da arrivare a spezzare la stecca con la quale fino ad allora aveva giocato umiliando il povero ragionier Ugo.
E’ il trionfo della mediocrità sul potere e la strafottenza.
Solo un episodio,ovviamente perchè la maschera tragicomica di Fantozzi è quella e non può cambiare;un mediocre o meglio ancora,una nullità può avere solo un attimo di gloria prima di ripiombare nell’anonimato.

Ma basta a far capire che il riscatto può esserci,in qualsiasi istante.
Ma Fantozzi è un perdente e di conseguenza finisce per accumulare disastri su disastri,in una discesa verticale verso il fondo della dignità umana,figura tragica e allo stesso tempo grottesca dell’uomo imbelle,servile e sopratutto vigliacco che non riesce mai a sollevarsi dal rango di ultimo della classe,quasi un servo della gleba di romana memoria.
Paolo Villaggio scrive agli inizi degli anni settanta due libri, Fantozzi,edito da Rizzoli nel 1971 e Il secondo tragico libro di Fantozzi sempre edito da Rizzoli nel 1974. Alla proposta di interpretare un film ispirato alle vicende del ragionier Ugo,Villaggio rifuta e propone a Renato Pozzetto prima e a Ugo Tognazzi poi di interpretare il film.La risposta negativa porta il comico genovese ad accettare la proposta di Luciano Salce di interpretare la parte.
Il caso e se vogliamo la fortuna impedisce al men che mediocre Samperi di portare sullo schermo una riduzione del romanzo;così nasce il Fantozzi nella versione che conosciamo e che esplose come fenomeno cinematografico e di costume nel 1975,polverizzando tutti i record al botteghino.
Accolto con pareri discordanti dalla critica,poco incline ad afferrare il messaggio dirompente del film, ebbe al contrario uno straordinario successo di pubblico consegnando la figura se vogliamo tragica di Fantozzi al costume stesso del nostro paese.
Fantozzi si snoda attraverso una serie di gag amare ma esilaranti, attraverso sequenze destinate a diventare un culto negli anni successivi;dalla scena dell’autobus,con Fantozzi impegnato a battere tutti i record di pigrizia che prende un mezzo pubblico al volo tirando fuori dallo stesso tutti coloro che erano all’interno alla scena della gara di biliardo, alla partita di calcio tra scapoli e ammogliati alla partita di tennis con Filini.

Una serie continua di gag,situazioni surreali e sequenze esilaranti compongono l’ossatura del film, che non ha un vero e proprio filo conduttore quanto piuttosto un’imbastitura di impressioni sulla vita di un uomo men che mediocre,emblema dei peggiori vizi degli italiani.
Se Fantozzi è una figura quasi emblematica,non da meno sono i personaggi che affollano gli sketch, a partire dall’incredibile rag.Filini, collega maldestro di Fantozzi impegnato ad organizzare i più improbabili eventi sportivi o ricreativi per i suoi compagni di lavoro (un autentico eufemismo),proseguendo con la signorina Silvani,la collega racchia che snobba l’infatuazione che Fantozzi ha per lei al Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam,al Geom. Luciano Calboni alla Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare per finire alla famiglia di Fantozzi,che include la debole moglie Pina e la “mostruosa” figlia di Fantozzi Mariangela.
Una carrellata di personaggi caratterizzata anch’essa da una quantità smodata di tic e debolezze.
Paolo Villaggio presta il suo volto al ragionier Ugo Fantocci (si chiamava così quando l’attore genovese lo portò sul piccolo schermo per la prima volta) interpretandolo in maniera esemplare;è una sua creatura,il ragionier Ugo e nessuno più di lui sa come mostrane i tic,le debolezze,la figura tragica e allo stesso tempo comica di un uomo sconfitto e debole, che solo in pochi casi riesce ad uscire da una mediocrità assoluta,come nella scena citata della partita a biliardo o con la celeberrima sequenza della Corazzata Potemkin,dissacrata (finalmente!) e definita “una cagata pazzesca!”
Quello diretto da Salce è il primo della lunga serie dedicata alle avventure di Fantozzi;saranno ben 10 i sequel,che dopo il secondo episodio, ancora di buon livello, scenderà sempre più giù come qualità,pur continuando ad avere un buon seguito di pubblico.
In un’intervista datata 1975 Villaggio dirà del suo personaggio:”Tutti credono di riconoscere nell’impeigato,pasticcione e sfortunato,il proprio vicino,i conoscenti.Nessuno ammette di riconoscere se stesso.”
Parole indubbiamente pesanti,ma con una loro intrinseca verità.Gli italiani “brava gente” sono in realtà qualcosa di molto simile al Fantozzi del romanzo e del film.

Dirà ancora Villaggio:”Fantozzi vive in una dimensione assurda,e’ un personaggio assillato dalla paura.Il pasticcione italiano,l’eroe di Sordi o di Tognazzi,tanto per intenderci,viene sostituito dall’impiegato settentrionale nevrotizzato dal mondo dell’industria”
Fantozzi è un film importante nella cinematografia italiana,tanto da essere inserito nella lista dei cento film da salvare;il principale artefice del successo,Paolo Villaggio,rimarrà a lungo prigioniero del ruolo di Fantozzi,finendo quasi per diventarne un alter ego che l’attore genovese riproporrà in altri film,come Fracchia la belva umana.
Fantozzi
Un film di Luciano Salce. Con Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro, Gigi Reder, Giuseppe Anatrelli, Liù Bosisio,Umberto D’Orsi, Plinio Fernando, Umberto Orsini, Andrea Roncato, Willy Colombini, Ettore Geri, Luciano Bonanni, Paolo Paoloni Comico, durata 100 min. – Italia 1975.
Paolo Villaggio: Rag. Ugo Fantozzi
Anna Mazzamauro: Sig.na Silvani
Gigi Reder: Rag. Renzo Filini
Giuseppe Anatrelli: Geom. Luciano Calboni
Umberto D’Orsi: On. Cav. Conte Diego Catellani
Liù Bosisio: Pina Fantozzi
Dino Emanuelli: Collega di Fantozzi
Plinio Fernando: Mariangela Fantozzi
Paolo Paoloni: Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam
Elena Tricoli: Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare
Pietro Zardini: Rag. Fonelli
Regia Luciano Salce
Soggetto Paolo Villaggio
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luciano Salce, Paolo Villaggio
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Fabio Frizzi
Tema musicale “La ballata di Fantozzi”, di Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi (testo) e Fabio Frizzi (musica)
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Orietta Nasalli-Rocca
Trucco Gianfranco Mecacci
Per arrivare a timbrare il cartellino d’entrata alle 8 e 30 precise, Fantozzi, sedici anni fa, cominciò col mettere la sveglia alle 6 e un quarto: oggi, a forza di esperimenti e perfezionamenti continui, è arrivato a metterla alle 7:51… vale a dire al limite delle possibilità umane! Tutto è calcolato sul filo dei secondi: cinque secondi per riprendere conoscenza, quattro secondi per superare il quotidiano impatto con la vista della moglie, più sei per chiedersi – come sempre senza risposta – cosa mai lo spinse un giorno a sposare quella specie di curioso animale domestico. Tre secondi per bere il maledetto caffè della signora Pina – tremila gradi Fahrenheit! –, dagli otto ai dieci secondi per stemperare la lingua rovente sotto il rubinetto […], due secondi e mezzo per il bacino a sua figlia Mariangela, caffelatte con pettinata incorporata, spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè, provocante funzioni fisiologiche che può così espletare nel tempo di valore europeo di sei secondi netti. Ha ancora un patrimonio di tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle 8:01. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti…
Verso il dodicesimo del primo tempo cominciano i primi drammatici sintomi di collassi cardiocircolatori. E implacabilmente si presenta sul campo di gioco il “nuvolone da impiegati”. Ogni impiegato ha la sua nuvola personale. Sono nuvole maligne che stanno in agguato anche quattordici mesi, ma quando vedono che il loro uomo è in ferie o in vacanza gli piombano sulla testa scaricandogli addosso tonnellate di pioggia fitta e gelata.
Un fatto nuovo nella ditta: il feroce cavalier Catellani è stato eletto Gran Maestro dell’Ufficio Raccomandazioni e Promozioni! […] Aveva fatto piazzare nell’atrio la statua di sua madre Teresa, a cui era molto affezionato, e pretendeva che tutti entrando e uscendo le rendessero servile omaggio!
Dopo quella diamantata pazzesca la contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal mare gli fece conoscere alcuni amici e gli presentò nell’ordine: la signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, Donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Serristori Branca e i Moretti, quelli della birra. A metà di quel giro di presentazioni Fantozzi era già completamente ubriaco!
Come prima reazione a quella clamorosa delusione d’amore, chiese ed ottenne di farsi trasferire ad altro ufficio. […] Il destino volle che lo mettessero nella stanza di un certo Folagra, la pecora nera, anzi, la pecora rossa della ditta. Questi era un giovane intellettuale di estrema sinistra che tutti, Fantozzi compreso, avevano sempre schivato per paura di essere compromessi agli occhi dei feroci padroni. […] Fu proprio attraverso il contatto con questo Folagra che Fantozzi, fallito nell’amore, trovò una nuova ragione di vita: la politica.

L’opinione di Gimon 82 dal sito http://www.filmtv.it
Il capostipite dell’omonima saga è ben di piu’ di un film,è un manifesto sociale che ha prodotto negli anni a venire modus-vivendi riassumibili nel quotidiano di ognuno di noi,un vero “CULT” si potrebbe dire,cinetico(filo) e non,un piccolo capolavoro di comicita’ reale e surreale che tocca vette di compiaciuto iperbolismo.Un film che è un affresco sociale: arguto,cinico,grottesco, di un “Italietta” di cui Ugo Fantozzi ne è la “maschera”,quella di un italiano medio(cre),status symbol di vittima designata e bersaglio preferito(o facile) di superiori aguzzini e colleghi leccapiedi.La regia di Salce dona sapientemente al personaggio Fantozzi una vis-comica nel contesto di un “Italietta da ufficio”,ritratta in maniera genialmente dissacratoria che sfonda le comuni barriere di vita reale.Il personaggio “Fantozziano”è un caso isolato del nostro cinema che si discosta molto dall'”Homo italicus” della commedia anni 60-70,gli italiani di Risi o Monicelli erano smargiassi,cinici “Galli cedroni” degni rappresentanti di un cambiamento sociale fatto di omologazione e caduta dei valori.Il ragionier Fantozzi è agli antipodi di un Gassman o Sordi,il suo è un essere che ha insita nel dna un innata disgrazia di fondo piovuta dal cielo,o in nel suo caso dalla famigerata “nuvola dell’impiegato”,il povero ragioniere è un “clown bianco” dai tratti atipici che sfondano nel surreale,un ingranaggio sbagliato in un sistema ossequioso con i potenti e cinico coi perdenti,un meccanismo sociologico tema portante di questa fortunata saga che nel tempo è diventata immortale.
L’opinione di Lukef dal sito http://www.filmscoop.it
Intramontabile ed inimitabile commedia diventata un cult assoluto. Una delle produzioni italiane più originali mai create che ritrae la nostra società con un cinismo ed un’intelligenza unica.
Eccola qui l’Italia degli anni settanta, quell’Italia del miracolo economico che dopo aver finalmente costruito la grande industria, la declina nei soliti modi furbetti e truffaldini che ancora (e penso per lungo tempo) ci portiamo dietro.
Ed in questa “nuova” realtà, dove però ognuno è ancora ridicolmente arroccato dietro al proprio titolo, ecco che spunta il nostro Fantozzi, forse uno dei pochi che ancora si danno da fare (non per scelta ma per mancanza di scaltrezza) ma che finisce sempre per essere la vittima, sottomesso e umiliato dal potente di turno. Ed è proprio in quei momenti di massima disperazione che viene finalmente fuori quel briciolo di vita e dignità del protagonista ed allora si può apprezzare tutta la portata tragicomica della commedia che talvolta, a modo suo, sa essere toccante.
Che dire poi, oltre ad un Villaggio esagerato, anche gli altri personaggi non sono da meno: Filini, mitico.. Calboni, sembra quasi di conoscerlo da tanto è costruito bene.. la signorina Silvani.. la famiglia.. eccezionali dal primo all’ultimo.
Questo film insomma è davvero uno spaccato d’Italia di un valore non solo artistico ma anche storico-sociale irraggiungibile.
Chissà se nel piattume della commedia contemporanea riusciremo mai a rivedere qualcosa di simile, non ci spero molto oggettivamente, ormai è davvero così difficile emanciparsi dalle logiche commerciali e massificatrici, soprattutto nel comico
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Galbo
Da un ottimo libro dello stesso Paolo Villaggio (che andrebbe riscoperto come scrittore), il prototipo (e il più riuscito) tra i film satirici che prendono di mira la classe impiegatizia: chiunque di noi (specie se lavoratore dipendente) si è riconosciuto almeno una volta nella vita in Fantozzi e questo la dice lunga sul valore del film. La sceneggiatura è ottima e la regia molto puntuale nell’assecondare il protagonista. Peccato che l’infinita serie di sequel (quasi tutti non riusciti) abbiano in parte rovinato il ricordo del primo episodio.
Undjing
Indiscutibile capolavoro della comicità grottesca (quando non surreale) ben rappresentata dall’icona dello sfigatissimo Fantocci (ops… Fantozzi), un bravissimo Paolo Villaggio diretto con intelligenza dalla perfida ironia di Luciano Salce (che pure sceneggia). Il buon risultato è da ascrivere anche al cospicuo numero di ottimi caratteristi tra i quali è bene ricordare la Mazzamauro, Gigi Reder (senza di lui il film non sarebbe quello che è), Plinio Fernando ed il divertentissimo Umberto D’Orsi (nei panni blasonati del Conte Diego Catellani).
Il Gobbo
Che dire? Quando un film lascia un’impronta così netta sul lessico, sull’immaginario, sull’antropologia stessa (di cui del resto è anche un trattato di iperbolica precisione), ogni discorso è riduttivo. Oltre a fare tutto quanto sopra, poi, è un classico della comicità. Altro? Geniale. Dovendo fare una classifica a tutti costi, è inferiore al secondo, ma non mancano grandi momenti. Epocali il capodanno e la partita di biliardo, Nello Pazzafini capeggia gli energumeni che malmenano Fantozzi per le intemperanza della Silvani.
Renato
Una perla che ho iniziato ad apprezzare veramente solo da grande. Infatti da bambino, se già guardavo (e amavo) i film con Pozzetto, Banfi o Abatantuono, non riuscivo a cogliere la grandezza fantozziana, non saprei bene perché. Ricordo persino che a volte le umiliazioni subìte da Villaggio mi intristivano, anziché divertirmi come fanno oggi… sarò diventato più cinico? Probabile. Il film invece non è invecchiato per nulla, è semplicemente perfetto: Calboni, Filini, la Silvani, il Mega-Direttore Galattico… siamo nella leggenda.
Tarabas
Capolavoro assoluto della tragedia, monumento al cinismo, alla vigliaccheria, al qualunquismo: insomma, un ritratto dell’Italia e di noi italiani, visti alla scrivania dei nostri ufficetti, attorniati da colleghi mediocri, angariati da capi farabutti (perché nessuno è un grand’uomo per il suo domestico), frustrati da una vita familiare sbiadita. Coltissimo esempio di cinema popolare, diretto da un regista a suo agio con il materiale in questione, con la maschera di Villaggio-Fantozzi destinata alla storia minima del cinema e dell’Italia in generale.
Markus
Indubbiamente tra i migliori lavori di un mai troppo ricordato Luciano Salce, che ha saputo trasferire su celluloide il tragicomico romanzo di Paolo Villaggio, “Fantozzi” (uscito nel ‘71). Ridere della sfortuna, della rocambolesca e disgraziata vita di un innocuo ragioniere; un cinico e amaro umorismo elargito in una serie di gag a episodi valorizzati da felici caratterizzazioni che, a partire da Villaggio stesso, rimarranno “inchiodati” al personaggio tanto centrato in questo film. Siamo dalle parti del capolavoro.

Questa volta Fantozzi si è concesso quattro meravigliosi giorni di vacanza. Si è trovato nella cassetta delle lettere un dépliant di un’agenzia di viaggio: “Meravigliosa crociera. Barcellona, Madrid, Saragozza, le Baleari e tutto il Nord-Africa arabo in 4 ore! Le rate saranno trattenute sullo stipendio”. Va da sé che una rata equivaleva a 12 mensilità di Fantozzi. Ha versato la sua quota e per la prima volta ha affrontato il mare.
Ed eccolo al “gran giorno” della partenza. Piove a dirotto. In un clima tragicamente festoso, la nave si stacca dalla banchina: stelle filanti, orchestrina di bordo che strimpella Ciao, ciao bambina e tutti sui ponti che salutano. Che salutano chi? In genere i facchini rimasti sul molo. Non c’è mai nessuno alle partenze dei croceristi a prezzi familiari! I facchini però, pietosamente consapevoli di quella grossa lacuna scenica, rispondono stancamente.
Beh! Il colpo d’occhio è tale che molti di quei granitici lavoratori si commuovono veramente. I fazzoletti si agitano festosamente, si fermano… qualcuno si soffia furtivamente il naso… ci sono molti occhi lucidi in giro. Poi tutti scendono nelle cabine assegnate. O meglio, cercano di scendere! Perché, trovare la propria cabina, in quell’autentico labirinto che è una nave, è impresa disperata. Si incontrano, dopo trenta ore e più dalla partenza, gruppi in lacrime che hanno deciso di collaborare. Si tengono tutti per mano in lunghe file e cercano di risalire alla luce: avete presente quel quadro I ciechi di Brueghel? Così! Si incontrano degli isolati ormai deliranti che vi abbracciano le ginocchia implorandovi di riportarli sui ponti dalle famiglie. In genere la prima avvisaglia di questo dramma improvviso e insospettato si ha a cena, la prima sera. Manca il novanta per cento dei croceristi. Dove diavolo sono? Tutti persi nei meandri della nave.
Fantozzi – 1975 regia di Luciano Salce
Il secondo tragico Fantozzi – 1976 regia di Luciano Salce
Fantozzi contro tutti – 1980 regia di Neri Parenti e Paolo Villaggio
Fantozzi subisce ancora – 1983 regia di Neri Parenti
Superfantozzi – 1986 regia di Neri Parenti
Fantozzi va in pensione – 1988 regia di Neri Parenti
Fantozzi alla riscossa – 1990 regia di Neri Parenti
Fantozzi in paradiso – 1993 regia di Neri Parenti
Fantozzi – Il ritorno – 1996 regia di Neri Parenti
Fantozzi 2000 – La clonazione – 1999 regia di Domenico Saverni
Fantozzi – Paolo Villaggio 1971
Il secondo tragico libro di Fantozzi Paolo Villaggio 1974
Le lettere di Fantozzi Paolo Villaggio 1976
Fantozzi contro tutti Paolo Villaggio 1979
Fantozzi subisce ancora Paolo Villaggio 1983
Rag. Ugo Fantozzi: caro direttore, ci scrivo… – Lettere del tragico ragioniere, raccolte da Paolo Villaggio 1993
Fantozzi saluta e se ne va: le ultime lettere del rag. Ugo Fantozzi di Paolo Villaggio 1994
Fantozzi totale Paolo Villaggio 2010
Tragica vita del ragionier Fantozzi Paolo Villaggio 2012
Polvere di stelle
Questo articolo è dedicato alla mia bellissima amica Ylva
Polvere di stelle,film diretto da Alberto Sordi nel 1973 è uno dei ricordi cinematografici più belli che conservi nella memoria, aldilà del valore intrinseco e artistico del film, pure non trascurabile.
Avevo solo 15 anni quando la troupe diretta da Sordi scelse Bari per girare buona parte del film; la sera in cui venne girata la sequenza del trionfo dei due protagonisti della storia, Mimmo Adami e Dea Dani (Alberto Sordi e Monica Vitti) tra le centinaia di comparse che agitavano le bandiere americane all’interno del Petruzzelli c’ero anch’io,lieto di far parte di quel mondo fatato che amavo tanto.
Come dicevo un film discreto,forse l’opera migliore di Alberto Sordi,attore di valore ma poco più che mediocre regista.

Ricordo che alla prima del film provai ben più che delusione; le riprese fatte a Bari riprendevano il Petruzzelli,il glorioso Albergo delle Nazioni, dove Sordi e la Vitti trascorsero il tempo impiegato per girare gli esterni baresi e parte del Lungomare.Fu uno choc vedere che il porto che compariva nel film non era quello di Bari,bensi quello di Napoli,nel quale ormeggiavano navi americane.
Fu un colpo basso,quella finzione si trasformò per un breve periodo in una specie di favola agrodolce,il cinema mostrava come effettivamente quello che vedi altro non è che fantasia con scarsa aderenza alla realtà.
Pensieri di un adolescente,naturalmente,quasi un paradigma della vita,nella quale le illusioni lasciano il posto all’amara realtà…
Polvere di stelle è un film sull’avanspettacolo,forma di rappresentazione estremamente popolare almeno fino al primo dopoguerra,una fucina nella quale si sono forgiati decine,centinaia di attori che poi diverranno la colonna portante del nostro cinema,come Toto,Macario e tanti,tanti altri.
Un mondo malinconicamente svanito nel nulla man mano che passavano gli anni e nuove forme di comunicazione si sostituivano a quella forma di spettacolo che gli italiani hanno sempre amato,l’avanspettacolo, con i suoi lustrini e le pailettes,le battute e i doppi sensi,le ballerine e i vestiti sfavillanti.

Un mondo che Luciano Salce aveva raccontato in maniera esemplare in Basta guardarla del 1970,vero e proprio padre putativo del film di Sordi,che si ispira palesemente proprio all’opera di Salce.
La storia racconta le vicende agro dolci di due personaggi del mondo del vaudeville,Mimmo Adami capocomico e di sua moglie Dea Dani, soubrette della compagnia e fedele compagna di Mimmo.
La Compagnia grandi spettacoli Dani Adami vivacchia a Roma nel periodo dell’occupazione alleata;la fame,la mancanza di denaro spingono il gruppo ad accettare una pericolosa rappresentazione in Abruzzo, zona di guerra non ancora liberata e che le altre compagnie di avanspettacolo scansano come la peste.
C’è l’armistizio e la compagnia viene fatta prigioniera dalle truppe naziste e dai fascisti;sarò solo grazie a Dea che riacquisteranno tutti la libertà.
La donna infatti è costretta a darsi al federale responsabile della zona;imbarcatisi alla volta di Venezia,vengono dirottati verso Bari dai partigiani e giungono in una città dove la presenza delle truppe alleate e massiccia.
Qui riescono a mettere su una rappresentazione nel teatro Petruzzelli,ottenendo un grande successo grazie alla voglia di divertimento delle truppe che non badano certo alla grana grossa della comicità dello spettacolo Polvere di stelle,messo in scena dalla ditta Adami-Dani
Mentre Mimmo è sempre più euforico per l’improvviso successo,Dea si innamora di un marinaio americano per scoprire poi che lo stesso torna in America senza mantenere la promessa di portarla con se.
Approdati a Roma,Mimmo e Dea cercano invano una scrittura e scoprono amaramente che a nessuno interessa il loro spettacolo;abbandonati anche dal resto della compagnia,i due si avviano mestamente sul viale del tramonto,costretti a vivere solo di rimpianti dei bei giorno in cui a Bari erano divenuti delle star.
Film troppo lungo,ma godibile in alcune parti,con un inizio fiacco e un finale amaro e ben disegnato.
In sintesi è questo il bilancio finale del film diretto da Sordi,uno dei suoi 19 film dietro la macchina da presa.
Dal 1967 al 1973,data di uscita di Polvere di stelle,Sordi dirige Scusi, lei è favorevole o contrario?,Un italiano in America,Amore mio aiutami,un episodio del film collettivo Le coppie e Fumo di Londra con risultati altalenanti.
Se come attore è indiscutibile la sua capacità di dare corpo e spessore ai personaggi interpretati grazie anche alla sua celebre camaleontica e macchiettistica faccia,come regista Sordi ha grossi limiti nella capacità di senso del ritmo e della misura, mali di cui soffre inevitabilmente Polvere di stelle.
Ad una prima parte fiacca e piuttosto incolore Sordi rimedia strada facendo riuscendo a dare corpo al racconto delle peripezie della scalcinata compagnia che il personaggio di Mimmo Adami dirige con risultati degni di miglior causa.
Il palcoscenico Sordi lo divide con Monica Vitti,che si conferma ancora una volta attrice di razza,finendo spesso per rubare la scena allo stesso Sordi e dando corpo ad un personaggio per certi versi malinconico e perdente con capacità artistiche davvero notevoli.
La storia del film, la sua sceneggiatura,pur con grosse pause approda ad un finale molto malinconico nel quale il talento istrionico dei due attori si rivela in tutta la sua efficacia.

Indubbiamente ben ricostruito il dramma di coloro che,prima e dopo l’armistizio, furono costretti a fare i conti con la miseria e la povertà,barattando spesso la dignità per un pezzo di pane.
Sordi,pur non riuscendo mai a trovare le corde giuste per smuovere i sentimenti profondi che avrebbero avuto bisogno di ben altra trattazione riesce comunque a non svaccare mai e a mantenere un equilibrio narrativo lodevole.
Sostanzialmente un film di buona fattura a cui giovano le ricostruzioni degli scenari,ambientati a Roma,Bari,Napoli e Pescara rituffate nel film ai giorni in cui si prospettava la liberazione dopo un ventennio carico di tantissime ombre e pochissime luci.
Bene il cast,belle le location e i costumi,bene anche le musiche incluso il celebre leit motif “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?bella Hawaiana attaccate a sta banana… ‘ndo vai?se la banana non ce l’haivieni con mente la faro’ vede’…”volgarotta canzone dei doppi sensi che però la coppia rende irresistibile.
Un film di discreta fattura,lontano dall’essere un capolavoro ma di discreta qualità che ne consigliano la visione
Un film di Alberto Sordi. Con Monica Vitti, Carlo Dapporto, Alberto Sordi, John Philip Law, Wanda Osiris,Mimmo Poli, Dino Curcio, John Karlsen, Lorenzo Piani, Alfredo Adami, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Alvaro Vitali Commedia, durata 142 min. – Italia 1973.
Alberto Sordi: Mimmo Adami
Monica Vitti: Dea Dani
John Phillip Law: marinaio americano
Wanda Osiris: se stessa
Edoardo Faieta: Don Ciccio Caracioni
Carlo Dapporto: se stesso
Franco Angrisano: federale
Dino Curcio: capostazione di Pizzico
Franca Scagnetti: zia di don Ciccio
Alfredo Adami: comico Bisteccone
Lorenzo Piani
Luigi Antonio Guerra
Piero Virgintino: direttore del teatro Petruzzelli
Antonio Abramonte: direttore d’orchestra della compagnia
Alvaro Vitali: ballerino di tip-tap
Marcello Martana: se stesso
Luciano Martana: se stesso
Giulio Massimini : se stesso
Pietro Ceccarelli: soldato tedesco strangolato sulla nave
Regia Alberto Sordi
Soggetto Ruggero Maccari
Sceneggiatura Alberto Sordi, Ruggero Maccari, Bernardino Zapponi
Produttore Edmondo Amati per Capitolina Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Mario Garbuglia
L’opinione di LorCio dal sito http://www.filmtv.it
All’origine del più ambizioso film di Alberto Sordi c’è un mondo che il nostro cinema raramente ha saputo raccontare: l’avanspettacolo, e più in particolare la vita delle compagnie d’avanspettacolo durante l’occupazione tedesca. Un tema che Fellini aveva sviluppato in un episodio nella rapsodia di Roma dell’anno prima, che il vecchio amico Sordi decide di presentare acriticamente all’interno di un temerario affresco nazionalpopolare. La prima parte è una celebrazione dell’arte recitativa di Sordi e Monica Vitti, scatenati nei panni di Mimmo e Dea, che consegnano alle antologie il numero di Ma ando’ Hawaii? (se la banana non ce l’hai) e l’incontro alla stazione con nostra signora Wanda Osiris (o meglio Osiri, come imbecillità italiota comandava). I due mattatori hanno l’occasione di manifestarsi artisti completi e veraci, ma è evidente la mancanza di un bravo regista dietro la macchina da presa (ci sarebbe voluto un Luigi Zampa, ma anche uno Steno in buona vena).
Non a caso l’assenza di ritmo si sente nel corso dello spettacolo (la versione estesa dura due ore e mezza) e il tono melodrammatico della seconda parte è troppo autocompiaciuto per coinvolgere, così come è abbastanza telefonata la storia tra Vitti e John Phillip Law. D’altro canto il reparto tecnico è più che apprezzabile (fotografia evocativa di Franco Di Giacomo, scenografie di Mario Garbuglia) e c’è un guizzo non indifferente quando gli immensi (nonostante gli eccessi generati dalla mancanza di un efficace direttore d’attori, malgrado il regista sia un grandissimo attore: ma stavolta il gigionismo è funzionale ai personaggi-guitti) Sordi e Vitti cantano L’amore è un treno sul terrazzo dell’ambasciata a Bari (in fondo Polvere di stelle è una sorta di musical casereccio, romanocentrico, nostalgico), sintesi non solo del film, ma proprio del mood della storia (gran lavoro di Piero Piccioni).
L’opinione di galbo dal sito http://www.davinotti.com
Nostalgico omaggio al teatro di rivista italiano nel periodo storico della seconda guerra mondiale (è ambientato negli anni 1943-1945), è un film non del tutto riuscito. Se piacevole risulta infatti la ricostruzione storica e dello spirito del cabaret fatto con pochi mezzi e tantissima fantasia, il film risulta troppo frammentato e basato sulla macchietta e sulla gag estemporanea che dotato di una storia (e sceneggiatura) organica. Risulta comunque uno spettacolo tutto sommato gradevole, grazie ai bravissimi protagonisti.
L’opinione di graf dal sito http://www.davinotti.com
Probabilmente il più riuscito tra i film diretti da Sordi. Evocando le gesta comiche, impacciate e patetiche di due commedianti poco più che guitti, Mimmo Adami (Sordi) e Dea Dani (Vitti), celebra un mondo ormai scomparso con un grande sentimento di tenerezza che sfocia, alla fine, in un malinconico necrologio. I numeri comici, i balletti, le danze, i lustrini, i sogni di gloria ma anche le fatiche dei viaggi, la fame, gli odori, i fetori, l’umidità delle pareti scrostate delle sale: ecco la poesia allegra e desolata del teatro d’avanspettacolo. Nostalgico.
La vecchia scritta del Petruzzelli
A passeggio su Lungomare Nazario Sauro (da notare l’assenza delle barriere frangiflutto)
La rotonda di Piazza Diaz
A passeggio di sera sul lungomare
L’esterno del Petruzzelli
Il rimpianto sipario del Petruzzelli andato distrutto nell’incendio del 27 ottobre 1991
Il Petruzzelli
Anni 70,prima dell’incendio
Il Bottegone,storico negozio adiacente al Politeama Petruzzelli
Il rogo
Questo articolo è dedicato alla mia bellissima amica Ylva
Avviso ai naviganti
Il sito http://www.ilvolodijonathan.wordpress.com è stato definitivamente cancellato.Entro qualche giorno anche il sito http://www.paultemplar.wordpress.com sarà cancellato. Avviso quindi gli amici che continuano a seguire il blog che non sarà possibile commentare o seguire più gli articoli.Mi scuso anticipatamente per la cosa.
Questo sito resterà aperto ed aggiornato con frequenza;da oggi è dedicato alla memoria di mia moglie Sun scomparsa 30 giorni fa. La mail paolobari@email.it non è più attiva,qualsiasi comunicazione con me avverrà solo tramite i commenti.
Grazie a tutti per l’attenzione
Paolo alias Paul Templar
La riffa
Francesca è una bellissima donna,appagata da un matrimonio all’apparenza felice,da una figlia e da una vita socialmente agiata.
L’improvvisa morte di Maurizio,suo marito, avvenuta in un incidente stradale la priva allo stesso tempo sia del suo compagno sia di tutte le sue apparenti sicurezze.
Come Francesca scopre ben presto,suo marito si era riempito di debiti tanto da lasciare la donna
in braghe di tela.
Così Francesca è costretta a vendere tutti i suoi gioielli,la pelliccia di zibellino,la barca e a rinunciare così alla sua vita agiata.
In questo modo paga un anno di fitto arretrato (i due vivevano in una casa esclusiva sulla muraglia della città vecchia di Bari) e riesce anche a pagare la retta della scuola costosissima frequentata da sua figlia Giulia.

Aiutata da Cesare,avvocato di famiglia nonchè all’apparenza amico di Francesca,la donna approfitta di un’offerta di lavoro per tentare di ricominciare una nuova vita.
Le cose non funzionano da subito,perchè l’uomo che le ha offerto il lavoro in realtà mira esclusivamente al suo corpo;così a Francesca non resta che una sola cosa da fare,vendere il suo corpo al miglior offerente.
Scoperta anche la vita segreta di Maurizio,suo marito,che la tradiva senza scrupoli e aveva una relazione stabile con un’altra donna,Francesca decide di organizzare una lotteria fra i maggiori ambienti della città.
Lo scopo è quello di far pagare 100 milioni ad ogni partecipante alla “riffa“;il premio finale sarà lei che per quattro anni si impegnerà a soddisfare tutte le voglie del vincitore.
Con l’aiuto di Cesare,Francesca si mette in vendita;ben presto vengono raccolte le 20 quote necessarie alla riffa,ma nel frattempo,complice un incidente stradale, la donna conosce Antonio,un giovane simpatico con il quale Francesca allaccia una relazione appassionata.

Ma anche Antonio in fondo non è diverso dagli uomini che hanno comprato il biglietto per la riffa;anzi,forse lui è anche peggiore, perchè al corrente della lotteria non fa nulla per dissuadere Francesca dal mettersi in vendita sembrando in realtà interessato a che lei accetti.
Una denuncia anonima allerta la polizia,Francesca è convocata dal commissario di PS che le chiede spiegazioni sulla lotteria.
Ed ecco il colpo di genio di Francesca….
Francesco Laudadio dirige nel 1991 il suo primo film ambientandolo a Bari, della quale descrive con puntiglio degno di miglior causa pruriti e debolezze,frustrando in maniera velleitaria la classe dei maggiori abbienti della città stessa, descritti come un manipolo di persone viziose,depravate ed amorali.
La riffa è un film abbastanza debole e sfilacciato,non brutto ma neanche interessante.
A parte la presenza di una Monica Bellucci bellissima e affascinante ma anche inespressiva e piatta,il film non offre nulla di rilevante;la critica sociale è blanda e poco convincente,i dialoghi sono assolutamente ordinari e la storia coinvolge poco.

Unica nota di merito del film è l’utilizzo di bellissimi squarci di Bari e dei suoi immediati dintorni;dalla muraglia della città vecchia al teatro Margherita ormai abbandonato (all’epoca) passando per villa Romanazzi Carducci non ancora trasformata in esclusivo hotel passando per il convento di San Vito a Polignano e per lo splendido palazzo Mincuzzi in via Sparano è tutto un festival vintage primi anni novanta dal punto di vista architettonico.
Molto interessante il cast,che include Massimo Ghini e Giulio Scarpati,Tiziana Pini e altri bravi caratteristi,bene la ftografia e discreto il montaggio.
Un film non particolarmente affascinante ma che si può anche vedere.
La riffa
Un film di Francesco Laudadio. Con Monica Bellucci, Massimo Ghini, Giulio Scarpati, Marino Masé, Carla Cassola,Renato Scarpa, Gianluca Favilla, Francesco Gabriele, Tiziana Pini, Federico Pacifici, Sandra Collodel Commedia, durata 91 min. – Italia 1991.
Monica Bellucci … Francesca
Giulio Scarpati … Antonio
Massimo Ghini … Cesare
Regia Francesco Laudadio
Soggetto Francesco Laudadio
Sceneggiatura Francesco Laudadio
Produttore Giuseppe Perugia per Artisti Associati
Distribuzione (Italia) Artisti Associati
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Ugo De Rossi
Musiche Antonio Di Pofi
Scenografia Livia Borgognoni
Villa Romanazzi Carducci, oggi albergo di lusso e sala convegni
Il porticciolo di San Vito a Polignano a mare
L’interno del teatro Petruzzelli prima dell’incendio
Il mitico panificio-salumeria di San Vito prima dell’attuale ristrutturazione,specialità focaccia e mortadella
Il palazzo della Provincia vista dal mare
Interno ed esterno del palazzo Mincuzzi in via Sparano a Bari
Il retro del teatro Margherita
Lungomare Nazario Sauro di sera
Lungomare Nazario Sauro di giorno
Lo gnomone di Piazza Ferrarese
La casa in cui vive la Bellucci nel film,muraglia della città vecchia
Il Barion
L’abbazia di San Vito
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Difficile dire se La riffa sia un film più insensato a livello logico – la storia fa acqua da tutte le parti – o demenziale nella scelta di attribuire il ruolo centrale di sofisticata femme fatale a un’attricetta debuttante al cinema e smodatamente canina nella recitazione, oltre che burina nell’anima, come Monica Bellucci. Laudadio, giunto qui alla quarta regia, si occupa anche della sceneggiatura (ed è il suo primo copione in assoluto): il modestissimo contributo fornito nella prima surclassa nettamente quello versato nella seconda; La riffa è una pellicola innocua che sfrutta il corpo della protagonista, più volte messo in vetrina senza troppe smancerie, e un’idea di base graffiante, satirica, da commedia all’italiana; idea purtroppo rovinata molto presto dai suddetti gravissimi difetti. Massimo Ghini per lo meno è un attore; Giulio Scarpati così così; nel resto del cast ci sono anche Renato Scarpa, Marino Masè, Carla Cassola. L’inspiegabile ascesa verso la fama internazionale per la Bellucci comincia così. La situazione non migliorerà granchè neppure a successo raggiunto e consolidato.
L’opinione del sito http://www.filmscoop.it
(…) Il regista intende fare satira sull’alta borghesia italiana e sulla buona dose di ipocrisia e di perversione che da sempre contraddistingue certi ambienti ed è per questo che punta sulla Bellucci più che un’attrice un corpo e un volto. La donna interpreta il ruolo di una vedova incapace di svolgere qualsiasi attività e che, rimasta sul lastrico a causa delle cattive speculazioni finanziarie del marito, è costretta a puntare sull’astuzia e sulle sue doti fisiche per mantenere il benessere al quale è stata abituata. Tutto intorno un mondo di persone guaste dentro come delle belle mele ritoccate dai venditori.
Purtroppo a un’idea valida non corrisponde altrettanto valore a livello recitativo. Gli attori, a parte Ghini che svetta su tutti, recitano male e senza convinzione facendo quindi perdere tutte le buone intenzioni iniziali.
Resta la sottile ipotesi che anche la cattiva interpretazione faccia parte di un piano che ha come base la presa in giro di un determinato mondo, peccato però che in pochi abbiano eventualmente colto le intenzioni del regista in quanto la pellicola si è rivelata un flop sia all’epoca della sua uscita sul grande schermo che nei rari passaggi televisivi, e purtroppo resta solo la Bellucci ad attirare un certo tipo di pubblico esattamente come intendeva Laudadio.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Ciavazzaro
Brutto film, con la Bellucci non-recitante come al solito. Non che il resto del cast aiuti, intendiamoci, e anche la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. La messa in scena è pessima e la pellicola si fa dimenticare molto in fretta. Da evitare.
Zardoz
Filmetto leggero, che ha peraltro come scopo di mettere alla berlina la ricca borghesia di una città di provincia, Bari. E così la bella ma inespressiva Bellucci, trovatasi all’improvviso vedova di un faccendiere fedifrago, scopre che i tanti “amici” che pensava di avere in realtà sono interessati solo al suo corpo o alle sue proprietà materiali. Discreto Ghini nel ruolo dell’avvocato/amico, anche se il film non riesce a decollare, nonostante la grottesca trovata finale.
Galbo
Non memorabile esordio cinematografico della bella (nonché non irresistibile) attrice Monica Bellucci, in una commedia che vorrebbe avere pretese di critica sociale, ma che riesce solo ad essere pretestuosa, oltre che realizzata con stile registico impersonale. Praticamente non lascia tracce, nonostante il buon livello del cast impegnato (Bellucci a parte).
Undying
Francesca (Monica Bellucci) si ritrova improvvisamente vedova e piena di debiti: le ipoteche la spingono a vendere tutto quel che possiede sino ad arrivare a concepire una sorta di “lotteria”, denominata in gergo “la riffa”: 20 contendenti sborsano 10 milioni; tra questi un estratto avrà diritto a possedere Francesca (che incassa i 200 milioni) per 4 anni. Dopo il pessimo Topo Galileo e il documento politico Addio a Enrico Berlinguer, Laudadio realizza un dramma fortemente polemico nei confronti del bigottismo e del pregiudizio, tratteggiando un ambiente (barese) ricolmo di vizi e perversioni.
La casa degli spiriti
“Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e piú tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabás era Giovedí Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva – dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro – il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastián, alla quale assistette con tutta la famiglia.“(Incipit del romanzo di Isabella Allende)
Il realismo magico della letteratura sudamericana trova in La casa degli spiriti un altro emblema potente e vigoroso,quasi alla stregua di quel capolavoro assoluto che è Cent’anni di solitudine di Marquez.
Isabelle Allende scrive un libro vigoroso e affascinante e Hollywood, sempre sensibile alle saghe familiari intriganti e complesse produce la riduzione cinematografica affidandola a Bille August,regista danese quasi sconosciuto non fosse per Pelle alla conquista del mondo (1987),straordinario film interpretato da Pelle Hvenegaard e Max von Sydow che riuscì a vincere l’Oscar come miglior film straniero e la Palma d’oro di Cannes.

Con un simile biglietto di presentazione August, aiutato da un cast stellare, prova a mettere in scena una storia molto complessa e intricata resa ancor più difficile da raccontare sopratutto dalla complessità della trama e dalle situazioni che vedono protagonisti Esteban Trueba e Clara del Valle Trueba,Férula Trueba e Blanca Trueba,Pedro Tercero García e Nívea del Valle ovvero le figure che popolano il racconto della scrittrice cilena.
La casa degli spiriti è essenzialmente una saga familiare,potente e visionaria, che abbraccia oltre 50 anni della storia cilena,partendo dagli anni 20 e arrivando al 1973,culminando quindi in quel drammatico periodo in cui alla democrazia instaurata da Salvador Allende si sostituì la sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet.
Una saga familiare quindi, che parte con la storia personale di Esteban Trueba,un giovane minatore che vive negli anni venti sorretto da una volontà ferrea e da un sogno assolutamente impossibile, ovvero quello di diventare ricco in modo da poter chiedere la mano della splendida e ricca Rosa del Valle.
Esteban ha giovinezza e forza,ma sopratutto ha una fortissima volontà,un’ambizione smodata e pochissimi scrupoli.

Queste sue “qualità” lo portano a coronare in parte il suo sogno, ma il fato ci mette lo zampino spezzandolo in parte strappando Rosa alla vita in seguito ad un attentato che avrebbe dovuto colpire il di lei padre.
E’ sua sorella Clara, creatura dolce e dotata di straordinarie qualità medianiche a “vedere” gli avvenimenti,rifiutando da quel momento di comunicare con il mondo,rifugiandosi in un mondo popolato da spiriti confortata da sua madre Nivea che la segue con tenerezza e affetto.
Esteban diventa ricco e potente, ma anche egoista e crudele; l’antico minatore finisce per passare dall’altro lato della barricata,dalla parte dei padroni, usando mezzi discutibili e la ferocia per piegare i mezzadri cileni alle sue volontà.
Attratto dalla dolcezza di Clara, l’uomo le chiede di sposarla e la ragazza accetta, andando ad abitare alle “Tres Marias” una proprietà che Esteban ha completamente ristrutturato salvandola dall’abbandono; con loro va ad abitare Ferula,sorella nubile dell’uomo.
Tra Clara e Ferula si stabilisce da subito un legame profondo.
Ferula adora sua cognata, creatura dolcissima ed eterea, della quale subisce il fascino profondo.
La famiglia vive e ruota attorno a Clara che,con le sue visioni e con le sue doti medianiche, finisce per diventare il punto fermo di tutti.

La nascita di Blanca corona il sogno della coppia;ora sono una famiglia a tutti gli effetti ma Esteban continua ad essere sempre più ambizioso e di conseguenza amorale.
Non si fa scrupolo per esempio di usare violenza sulle contadine della sua mezzadria, insegue con ogni mezzo il sogno di diventare un politico potente ed influente.
Ma Blanca, crescendo, mostra un carattere ribelle, in assoluta antitesi con quello del padre.
Si innamora infatti di Pedro Terzo García, figlio dell’amministratore di Esteban; il giovane, retto da ideali libertari e politicamente comunista è inviso al rude ex minatore e quindi cacciato dallo stesso.
Esteban allontana da se anche sua sorella Ferula,che,separata dalla dolce Clara che ormai considera come una parte di se, finisce per sentirsi emarginata lasciandosi consumare dal dolore che la porterà alla morte, annunciata in una delle sue visioni proprio da Clara.
La storia tra Pedro e Blanca però continua, nonostante l’ostilità di Esteban,che ormai è diventato un pezzo grosso della politica.
Ma la breve stagione della democrazia cilena e subito dopo della lunga e sanguinaria dittatura di Pinochet sono alle porte e la saga dei Trueba si avvia verso una fase assolutamente drammatica e imprevedibile…
Dalla trama si evince la complessità della storia raccontata e le difficoltà di trasporre il linguaggio poetico e sognatore della Allende in immagini in movimento.
E difatti il risultato, se solo si prova ad accostare arbitrariamente il romanzo al film non può che essere in parte deludente;troppo complesse le figure dei personaggi per essere inquadrate in fotogrammi,troppo strutturate le psicologie dei personaggi per diventare immagini in movimento.
Sorge quindi il solito problema dell’accostamento fra l’opera letteraria e quella cinematografica.
Solo raramente nella storia del cinema un testo scritto ha avuto una trasposizione cinematografica di pari livello; potrei citare le pellicole di Kubrick,o il caso rarissimo di Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud e pochi altri.

Un film in chiaro-scuro,con molte zone d’ombra ma salvato sopratutto dallo straordinario cast e dalle buone prove dei protagonisti con i testa una bravissima ed intensa Glenn Close che interpreta magistralmente la dolente figura di Ferula a pari merito con Meryl Streep,straordinaria ed intensa nelle vesti della sognatrice Clara.
Un gradino più sotto gli altri protagonisti, ovvero Jeremy Irons (Esteban), Antonio Banderas (Pedro), Wynona Rider (Blanca) e Vanessa Redgrave (la madre di Clara), tutti comunque ben oltre la sufficienza.
Le zone d’ombra sono costituite dalla tipica abitudine hollywoodiana di spettacolarizzare e rendere simile ad un polpettone qualsiasi prodotto destinato alla massa,la poca profondità della trasposizione,la classica fretta che induce lo sceneggiatore a saltare parti pure importanti del romanzo.
Ma, come già detto, il romanzo della Allende mal si presta ad una riduzione cinematografica per cui conviene accontentarsi di un prodotto quanto meno dignitoso e che scorre con una certa facilità.
Bene tutto il resto, ovvero le altre componenti del film, dalle ambientazioni curate fino alla fotografia.
Un film puramente d’evasione,in definitiva,sfrondato da tutte le implicazioni tipiche del roman à clef,un limite invalicabile e che toglie gran fascino al film,che resta comunque sulla sufficienza.
La casa degli spiriti
Un film di Bille August. Con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas,Vanessa Redgrave, Teri Polo, Maria Conchita Alonso, Armin Mueller-Stahl, Jan Niklas, Sarita Choudhury, António Assunção, Julie Balloo, Frank Baker, João Cabral, Miguel Guilherme Titolo originale The House of the Spirits. Drammatico, durata 140 min
Meryl Streep: Clara del Valle Trueba
Glenn Close: Férula Trueba
Jeremy Irons: Esteban Trueba
Winona Ryder: Blanca Trueba
Antonio Banderas: Pedro Tercero García
Vanessa Redgrave: Nívea del Valle
Maria Conchita Alonso: Tránsito Soto
Armin Mueller-Stahl: Severo del Valle
Jan Niklas: Conte Jean di Satigny
Vincent Gallo: Esteban García
Sarita Choudhury: Pancha García
Joaquin Martinez: Pedro Segundo García
Teri Polo: Rosa del Valle
Rossella Izzo: Clara del Valle Trueba
Sonia Scotti: Férula Trueba
Mario Cordova: Esteban Trueba
Giuppy Izzo: Blanca Trueba
Luca Ward: Pedro Tercero García
Germana Dominici: Nívea del Valle
Barbara Castracane: Tránsito Soto
Carlo Sabatini: Severo del Valle
Danilo De Girolamo: Esteban García
Aurora Cancian: Pancha García
Giorgio Lopez: Pedo Segundo García
Loredana Nicosia: Rosa del Valle
Regia Bille August
Soggetto Isabel Allende (romanzo)
Sceneggiatura Bille August
Fotografia Jörgen Persson
Montaggio Janus Billeskov Jansen
Musiche Hans Zimmer
Scenografia Anna Asp e Søren Gam
Costumi Barbara Baum
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel…
Figliolo, la Santa Madre Chiesa sta a destra, ma Gesú Cristo è stato sempre a sinistra.
Cosí come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.
Alba si chiedeva come avessero potuto spuntare tanti fascisti da un momento all’altro, perché, nella lunga traiettoria democratica del suo paese, non se n’erano mai visti, tranne alcuni esaltati durante la guerra, che per mania di scimmiottare si mettevano camicie nere e sfilavano col braccio alzato, in mezzo alle sghignazzate e ai fischi dei passanti, senza che avessero avuto alcun ruolo importante nella vita nazionale. Non si spiegava neppure l’atteggiamento delle Forze Armate, che per la maggior parte provenivano dalla classe media e dalla classe operaia e che storicamente erano state piú vicine alla sinistra che all’estrema destra. Non capí lo stato di guerra interna, né si rese conto che la guerra è l’opera d’arte dei militari, il culmine della loro preparazione, il distintivo dorato della loro professione. Non sono fatti per brillare durante la pace. Il golpe aveva dato loro l’opportunità di mettere in pratica quanto avevano imparato nelle caserme, l’obbedienza cieca, il maneggio delle armi e altre arti che i soldati possono dominare quando mettano a tacere gli scrupoli del cuore.
È passato più di mezzo secolo, ma ancora ho impresso nella memoria il momento preciso in cui Rosa, la bella, entrò nella mia vita, come un angelo distratto che passando mi rubò l’anima.
Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell’inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati…
Per la da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Blanca: La vita in se è diventata il valore più importante…
Esteban: Preferisco pensare che tu mi debba un favore..
Così come quando si viene al mondo,morendo abbiamo paura dell’ignoto.
Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà.
Morire è come nascere:solo un cambiamento.
La memoria è fragile, il percorso umano è troppo breve, le cose accadono cosi’ in fretta che non si ha il tempo di capire la relazione tra gli eventi
Bisogna lottare per vivere, perchè la vita è un miracolo
L’opinione di Giannisv 66 dal sito http://www.filmtv.it
Imponente affresco che ripercorre quasi mezzo secolo di storia cilena, La Casa degli Spiriti è una di quelle pellicole che lasciano allo spettatore l’impressione di una grande occasione perduta.
Perduta perché il cast a disposizione del regista Billie August è davvero di altissimo livello, ma non sempre grandi attori rendono in base alle loro capacità, soprattutto se messi in un ruolo per cui manifestamente non sono “in parte”. Il riferimento è a Meryl Streep, attrice tra le migliori senza alcuna discussione possibile, ma qui chiamata a dare vita a un personaggio che non le è per niente congegnale.
Perduta anche perché l’ottima base di partenza (il romanzo di Isabel Allende) per più che legittimi motivi di “tempi” ha dovuto essere accorciato e semplificato, ma l’impressione è non sempre i tagli sono stati fatti con la misura dovuta e alla fine chi ne risente è una sceneggiatura che presenta ben più di una lacuna, dando a volte l’impressione di voli pindarici che vanno ad inficiare sulla qualità complessiva dell’opera.
L’opinione del sito http://www.temperamente.it
Rispetto al libro, il regista opera dei tagli netti nella trama e snellisce il folto ventaglio di personaggi ben delineati ed extra-ordinari del romanzo.
Sappiamo che tutto ciò è necessario per evitare che il film diventi una maratona di tre ore. Il susseguirsi degli episodi, tuttavia, è talvolta disorganico; si passa, infatti, da una situazione all’altra senza capirne perfettamente il filo logico.
La sceneggiatura, a mio parere, è scarna, e ciò va a discapito della performance di un cast di prim’ordine. Perché, diciamolo, buona parte del successo di questa pellicola è dovuta agli attori: Meryl Streep, Jeremy Irons, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas, Vanessa Redgrave. Mica pizza e fichi. Sicuramente, alcuni personaggi sono più riusciti di altri: Glenn Close, nei panni della sorella di Esteban, Ferula, è in assoluto la mia preferita. La sua interpretazione è profonda e da brividi, e abbastanza fedele al personaggio creato dalla Allende.
Non da meno i protagonisti Jeremy Irons e Meryl Streep, rispettivamente Esteban Trueba e Clara Del Valle. Winona Ryder (Blanca Trueba) ottiene grande visibilità per l’empatia che si crea con il suo personaggio, benché (chi ha letto il libro lo sa) il suo ruolo nella storia venga fuso con quello della figlia Alba.
L’opinione di angelheart dal sito http://www.filmscoop.it
Non ho letto il romanzo, ne tantomeno conosco l’autrice. Fatto sta che questo grande ambizioso film (almeno le prime volte che lo vidi, perche’ visto recentemente sono riuscito a coglierne parecchi difetti narrativi e tecnici), che segue la storia di una benestante (solo economicamente) famiglia cilena dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri, rimane un concentrato di sentimenti ed emozioni riuscito e toccante. A me e’ sempre piaciuto molto; vedere i membri di questa famiglia allontanarsi e disrtuggersi a vicenda con il passare del tempo, e’ davvero straziante (tantissime le scene dolorose e commoventi, una fra tutte, il riavvicinamento tra il padrone e il povero contadino). Laurea con lode a tutto l’intero cast, tra cui mi sento di sento di menzionare la giovane, bella e piena di talento Ryder, e il grande, odioso e scorbutico Irons (eccellente).
Come diceva qualche utente sotto, libro o non libro, rimane comunque un bel film (non esente da difetti, che pero’ non voglio mettere in risalto).
La prima volta sull’erba
Nel periodo delle vacanze un gruppo di persone si ritrova in un alberghetto del Tirolo.
Fra loro spiccano il dottor Hans con suo figlio Franz,la pittrice Margherita con la sua bella figlia Lotte e Hella,una ragazza con velleità artistiche (vorrebbe fare l’attrice di teatro) con la sua famiglia squinternata.
Hans e Margherita sono persone sole,ma dalla mentalità aperta mentre Franz e Margherita sono molto giovani e attratti dalle cose che interessano i giovani della loro età.
Tra i due ragazzi nasce una simpatia che sfocia ben presto nell’amore;nel frattempo anche Hans e Margherita hanno scoperto una forte attrazione reciproca,tanto da diventare amanti.
I due decidono così di incoraggiare i primi timidi tentativi di capire l’amore dei due giovani.
Avendo una moralità elastica per il periodo storico in cui il film si svolge (siamo a inizi secolo scorso),cercano di far scoprire ai due giovani anche la sessualità.

Ma i due,nonostante la buona volontà e l’incoraggiamento dei rispettivi genitori,non riescono a consumare un rapporto,inibiti dalla relazione dei due genitori.
Così…
La prima volta sull’erba,conosciuto anche come Danza d’amore sotto gli olmi è un film del 1975 diretto da Gianluigi Calderone alla sua ultima regia cinematografica delle tre complessivamente dirette,ovvero AAA bella presenza cercasi (1969) e Appassionata del 1974 prima che il regista genovese si dedicasse esclusivamente alla tv (sua la serie tv I ragazzi del muretto)
Un film noioso,brutto e assolutamente banale.
In sintesi è questo il giudizio su un film che pur contando su un cast discreto,con la presenza di Anne Heywood,di Claudio Cassinelli e di una giovane e affascinante Monica Guerritore non riesce mai a sollevarsi dalla mediocrità,finendo per segnalarsi solo per qualche scena di nudo della Guerritore stessa e per qualche bel paesaggio.

Il resto del film è noia allo stato puro;a parte la sceneggiatura povera e velleitaria, il film non ha mai un guizzo o un motivo di interesse tangibile.
Alla fine il senso di incompiuto è tangibile e visibile;a parte la bella fotografia e i paesaggi,tutto appare artefatto,inclusa la recitazione e una storia assolutamente improbabile non fosse altro che per il periodo in cui è ambientata.
Il tema della comunicazione tra genitore e figlio o quello della sessualità adolescenziale sono affrontati marginalmente e male;manca completamente la profondità nel film.
Amore e sesso,connubio inestricabile e di difficile inquadramento appaiono qui assolutamente privi di anima,così come priva di anima è la scena principale del film,quella in cui Franz e Lotte si ritrovano a far l’amore circondati da un paesaggio idilliaco, sotto gli occhi dei rispettivi genitori.
“Sono belli“,mormora la Heywood,quasi stesse guardando un’opera pittorica.
Ed è un’opera pittorica quella che alla fine rimane allo spettatore, ovvero un alternarsi di bei quadri montani,bei boschi e bei colori,null’altro.

Parlare d’amore richiede ben altre doti ed evidentemente Calderone non le ha,così come non riesce a dar corpo nemmeno all’altro aspetto caratterizzante la trama,ovvero il complesso rapporto genitore/figlio.
Quindi,alla fine,la delusione è tanta.
Ma non possiamo in realtà nemmeno parlare di un’occasione sprecata tanto banale appare la trama e tanto svogliati appaiono gli attori;alla fine davvero non resta nulla della pellicola se non un senso di totale noia.
Danza d’amore sotto gli olmi
Un film di Gianluigi Calderone. Con Claudio Cassinelli, Bruno Zanin, Monica Guerritore, Anne Heywood, Mark Lester, Lorenzo Piani, Vincenzo Ferro Drammatico, durata 92 min. – Italia 1975.
Anne Heywood: Margherita
Claudio Cassinelli: Hans
Mark Lester: Franz
Monica Guerritore: Lotte
Giovanna Di Bernardo: Hella
Regia Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Gianluigi Calderone, Vincenzo Cerami
Produzione Enzo Doria
Musiche Fiorenzo Carpi
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Production design Franco Velchi
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Una coppia sposata amoreggia al pari dei loro due figli.Un film fasullo,una sciocchezza mai vista sugli schermi che gioca sui sentimenti delle persone in un modo falso e ipocrita.Come sfondo un hotel ai piedi delle montagne e tanta melassa condita con poco erotismo (quasi zero) eccetto un nudo integrale veloce della sempre bella Monica Guerritore.Inutile….vera spazzatura.
L’opinione di B,Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Noiosissimo. La cosa migliore è senz’altro la vivida fotografia di Marcello Gatti, che dà un bel tocco di “Austria felix”. Gli attori sono tutti impacciati, come se non credessero in quello che fanno (la Guerritore appare pure con peluria sopra il labbro superiore). Obiettivamente, ne hanno ben donde. Calderone si rifugia nell’artificioso, sia come dialoghi sia come inquadrature. Il finale ferroviario è forzatissimo. Evitabile, quasi da evitare.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Scritto in coppia con Vincenzo Cerami, il secondo film di Calderone è un romanzo dalle belle descrizioni – i ricchi quadri cromatici di Marcello Gatti e il pacato accompagnamento musicale di Fiorenzo Carpi – ma appesantito dai dialoghi artefatti, così come è artefatto ed improbabile l’assunto di base. Gli interpreti, dapprima promettenti con gli sguardi volenterosi dei giovani Guerritore e Lester, scompaiono presto assorbiti nella pedanteria e nel “vuoto” complessivi, tipici di certo cinema d’autore o presunto tale.
L’opinione di Giacomovie dal sito http://www.davinotti.com
Ha tutte le apparenze di una pellicola con delle pretese artistiche ma, a parte le riprese sugli scenari lacustri molto belli e la cura nei costumi, non conferma le sue ambizioni. Vorrebbe dare un’analisi alternativa sul tema dei condizionamenti e delle barriere nel rapporto genitori-figli (la trama riguarda due adolescenti esplicitamente incoraggiati al sesso dai rispettivi genitori), ma l’apatia prende subito il sopravvento e gli attori spaesati contribuiscono al parziale fiasco.
Shakespeare in love
Nel mio più recente articolo ho parlato di Shakespeare e di uno dei suoi più celebri capolavori,Romeo e Giulietta,ricordando la precisa ed attenta ricostruzione della tragedia da parte del regista Franco Zeffirelli.
Ora invece vorrei parlare di un film di grande successo,premiato nel 1999 con ben sette statuette e che narra in maniera assolutamente fantasiosa del grande bardo e del suo innamoramento per una graziosa fanciulla, Viola De Lesseps;il film è Shakespare in love,del regista britannico John Madden.
La pellicola è una ricostruzione assolutamente arbitraria della vita del celebre tragediografo inglese,della quale vita si conosce ben poco,tanto che sono molti quelli che mettono in dubbio addirittura la sua esistenza.
A parte le numerose incongruenze storiche e la fantasiosa rivisitazione della vita dello scrittore di Stepford on Avon, nel film ci sono errori anche gravi,tipo l’errata collocazione della data di stesura delle sue opere ecc.

Cose che però non devono inficiare un giudizio estetico e strettamente cinematografico del film stesso,alla luce di quella che è un’operazione legata ad un film che narra una vicenda d’amore,con garbo e mestiere.
La storia prende spunto dall’incontro casuale tra William Shakespeare,noto tragediografo dell’epoca in palese crisi di ispirazione e impegnato nella stesura della sua tragedia più famosa (con l’Amleto),quel Romeo e Giulietta che verrà consegnato ai posteri come summa della sua poesia e della sua abilità di descrittore d’anime e di sentimenti e la bella Viola De Lesseps,che lui conoscerà in una doppia veste,quella del giovane attore Thomas Kent e in quelle reali della stessa Viola.
Un passo indietro.
Nella Londra di fine 500 (periodo in cui è ambientato il film) i ruoli femminili a teatro dovevano essere obbligatoriamente interpretati da uomini;era infatti proibito alle donne calcare le scene di un teatro,pena severe sanzioni.
Così William Shakespeare,che sta mettendo in scena una commedia,finanziata da Philip Henslowe si ritrova a dover fare audizioni di attori alle prime armi o vecchie ciabatte assolutamente inadatte al ruolo.
Sulla scena erò compare Thomas Kent,un giovane ed effeminato attore,che recita una parte tratta da I due gentiluomini di Verona di Shakespeare con tale bravura ed intensità da lasciare letteralmente fulminato lo scrittore.

William insegue il giovane fino a casa De Lesseps e qui trova la bella Viola in abiti femminili,rimanendone incantato; ma la ragazza,a sua insaputa,è stata promessa in sposa a Lord Wessex.
William è ormai innamorato della ragazza,ma ignora ancora che lei si nasconde nei panni di Thomas.
Dopo una serie di vicissitudini,William e Viola,pur innamorati dovranno separarsi…
Nell’ottica stretta del film d’evasione, la storia regge e si fa guardare;funzionano bene tutte le componenti del film,dagli attori al cast tecnico.
I guai cominciano solo quando ci si rende conto della sproporzione tra il film, pure gradevole e ben fatto e la valanga di premi attribuiti allo stesso.
Nella cerimonia degli Academy Award (gli Oscar) del 1999,a sorpresa il film si impose su un lotto di pellicole decisamente e qualitativamente superiori.
Basti pensare che restarono a bocca asciutta capolavori come Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), regia di Steven Spielberg,La sottile linea rossa (The Thin Red Line), regia di Terrence Malick e ottimi film come Elizabeth, regia di Shekhar Kapur e il nostro La vita è bella, regia di Roberto Benigni decisamente migliori rispetto al pregevole lavoro di Madden.
Ma la logica dell’Accademia è sempre stata mossa da principi spesso incomprensibili.
Il film trionfò anche nella sezione Migliore attrice protagonista con l’Oscar attribuito a Gwyneth Paltrow,in quella Migliore attrice non protagonista con la statuetta attribuita a Judy Dench,nella sezione Miglior scenografia con i premi dati a Martin Childs e Jill Quertier,per i Migliori costumi e il relativo premio consegnato a Sandy Powell,in quella della Migliore colonna sonora sotto sezione Miglior Musical o Commedia con il premio dato a Stephen Warbeck.
Troppi premi,in effetti.

A parte gli ultimi due,gli altri sono stati elargiti con troppa sicurezza e superficialità.
Comunque sia, il successo del film è stato di livello internazionale.
Bene nel cast sia la Paltrow che la Dench,discreto Fiennes,sufficienti Tom Wilkinson e Colin Firth,in ombra Affleck.
A proposito di ardite soluzioni storiche proposte dal film da sottolineare l’assoluta inattendibilità riguardante la figura di Philip Henslowe,il famoso impresario teatrale che non è assolutamente dimostrato abbia conosciuto il grande bardo.
Altrettanto poco attendibile è la figura di Christopher Marlowe,il quale avrebbe fornito a Shakespeare l’ispirazione per la sua tragedia Romeo e Giulietta;altra cosa assolutamente arbitraria.
Aldilà degli appunti storici e delle soluzioni ardite se non campate in aria proposte dagli sceneggiatori, il film è ben diretto e si avvale comunque di professionisti di alto livello,che consegnano alla platea un prodotto sicuramente di classe.
Un film di John Madden. Con Joseph Fiennes, Gwyneth Paltrow, Geoffrey Rush, Tom Wilkinson, Judi Dench,Colin Firth, Martin Clunes, Simon Callow, Ben Affleck, Rupert Everett, Imelda Staunton, Steven O’Donnell, Tim McMullan, Steven Beard, Antony Sher, Patrick Barlow, Sandra Reinton, Georgie Glen, Nicholas Boulton Titolo originale Shakespeare in Love. Commedia durata 122 min. – USA 1998.
Joseph Fiennes: William Shakespeare
Gwyneth Paltrow: Viola De Lesseps/Thomas Kent
Geoffrey Rush: Philip Henslowe
Tom Wilkinson: Hugh Fennyman
Judi Dench: regina Elisabetta
Colin Firth: Lord Wessex
Martin Clunes:Richard Burbage
Simon Callow: Tilney
Ben Affleck: Ned Alleyn
Rupert Everett: Christopher Marlowe
Daniel Brocklebank: Sam Gosse
Jim Carter: Ralph
Imelda Staunton: la balia
Mark Williams: Wabash
Christian Iansante: Joseph Fiennes
Francesca Fiorentini: Gwyneth Paltrow
Mattia Sbragia: Geoffrey Rush
Franco Zucca: Tom Wilkinson
Marzia Ubaldi: Judi Dench
Massimo Lodolo: Colin Firth
Massimo Corvo: Martin Clunes
Vittorio Congia: Simon Callow
Fabio Boccanera: Ben Affleck
Angelo Maggi: Rupert Everett
Stefano Crescentini: Sam Gosse
Paolo Buglioni: Jim Carter
Roberto Stocchi: Mark Williams
Regia John Madden
Soggetto Marc Norman, Tom Stoppard
Sceneggiatura Marc Norman, Tom Stoppard
Produttore David Parfitt, Donna Gigliotti, Harvey Weinstein, Edward Zwick, Marc Norman
Fotografia Richard Greatrex
Montaggio David Gamble
Musiche Stephen Warbeck
Scenografia Martin Childs
“Henslowe! Sai cosa succede ad un uomo che non paga i suoi debiti? suoi stivali prendono fuoco! “
“Lord Wessex: Ho parlato con vostro padre.-Viola De Lesseps: Sicche’, mio signore? Parlo con lui ogni giorno.”
“Capisci – una commedia.Amore ed un numero con un cane. questo e’ cio’ che vogliono. “
“Cinquanta sterline! una somma molto valorosa per una molto valorosa questione:Puo’ una commedia mostrarci l’assoluta’ verita’ e natura dell’amore? Saro’ testimone alla scommessa, e ne saro’ il giudice quando ne arrivera’ l’occasione. Non ho ancora visto niente per risolverla.”
“Mr. Tilney! Abbiate cura del mio nome – lo sgualcirete!”
“Viola de Lesseps: dimmi quanto la ami,Will.William Shakespeare:Come una malattia e la sua cura insieme.”
“Questa non è la vita, Will. È una stagione rubata.”
“Più dolce sarebbe la morte se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto, e se così fosse… mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire.”
L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it
Film che passerà inevitabilmente alla storia per aver vinto ben sette premi Oscar meritandone effettivamente uno solo (quello per i costumi). “Shakespeare in love” è essenzialmente una storia d’ amore, una di quelle epiche e tormentate, romantiche nel midollo, concepite per fare breccia nella sfera emotiva del grande pubblico. Lo sviluppo della trama è quello elementare della relazione impossibile già visto in centinaia di film ma l’ idea di mettere Shakespeare stesso nei panni del Lui e affiancare la vicenda sentimentale del drammaturgo alla creazione e prima messa in scena della tragedia di Romeo e Giulietta rende il tutto vagamente più interessante. Ecco, ad essere sinceri, la parti migliori del film sono proprio quelle che ruotano attorno al mondo del teatro con tutti i suoi problemi ed i suoi personaggi qui ben caratterizzati da un discreto cast (bene soprattutto Rush, Wilkinson e tutto sommato anche Affleck). C’ è poi da dire che alcuni espedienti narrativi sono un pò deboli, che la veridicità storica latita e che la coppia Fiennes-Paltrow non è poi così folgorante. I punti forti rimangono scenografie, costumi e la presenza (seppur ridotta al minimo) di Judi Dench nei panni della regina Elisabetta. Madden si limita a gestire il tutto in modo asciutto ma senza far nulla che potesse minimamente giustificare la relativa nomination all’ Oscar. Decisamente sopravvalutato.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Daniela
Smentisco di essere un tipo poco romantico: anche se preferisco la visione di un bell’horror, le vicende di amori infelici facilmente mi spremono una lacrimuccia. Però questo film ispirato alla vita del bardo alle prese con turbe artistiche ed ormonali non mi ha conquistato, nonostante la sontuosità della messinscena e dei costumi. Paltrow, anoressica preraffaellitica, non ha grinta sufficiente per il ruolo, Fiennes è un sedano scondito, la Dench una regina autorevole ma senza troppi guizzi, la noia si affaccia. Oscar? Troppa grazia…
Giacomovie
Può un’opera mostrarci l’esatta natura e verità sull’amore? Una bella domanda che emerge dai dialoghi ed alla quale alla fine viene data risposta affermativa. Si tratta del possibile backstage del Romeo e Giulietta e nel suo impianto goliardico di fondo si propone come un prodotto altamente culturale, con una buona recitazione, grandi meriti scenografici e notevoli costumi da oscar. L’amore ha sempre qualcosa di teatrale e qui se ne esaltano sia i significati del tragico che del giocoso, con ricchezza poetica nella narrazione dei sentimenti.
Galbo
Versione romanzata di una parte della vita del grande scrittore inglese e del rapporto con una donna che lo solleva da una crisi creativa (riesce a concludere la scrittura di Romeo e Giulietta) e della quale si innamora. Al di là dell’improbabilità della storia, il film di John Madden è un gradevole spettacolo, realizzato con dovizia di mezzi e molto curato sia nella sceneggiatura (scritta da Tom Stoppard),nella ricostruzione scenica (assolutamente sontuosa) e nella scelta del cast, con la Paltrow e la Dench entrambe premiate con l’Oscar.
L’opinione di Elmoro dal sito http://www.filmscoop.it
Carino si, ma non il film memorabile degno di ben 7 oscar e 13 nomination. Ennesimo abbaglio dell’Academy, che nell’anno de “La vita è bella” e “Salvate il soldato Ryan”, scippa clamorosamente a questi due e a Benigni in particolare gli oscar per il miglior film e per la migliore sceneggiatura (ODDIO!). La storia è carina, ma alla fine del film mi sono accorto di avere il diabete, tanto è mielosa la trama e ogni suo componente. Sufficienza ma niente di più.



















































































































































































































































































































