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Il corpo dell’anima

Il corpo dell'anima locandina

Un anziano signore sessantacinquenne vedovo e ricco vive in una grande casa in cui si è praticamente isolato dopo la morte della moglie.
Ad accudire le faccende domestiche è una donna filippina, che un giorno però si licenzia avendo avuto un’offerta di lavoro migliore.
Ernesto, questo il nome dell’uomo, per qualche giorno temporeggia.
Tutto sommato, Ernesto vive la sua condizione di lupo solitario senza grosse attese e senza grossi sussulti, lavorando ad una sceneggiatura cinematografica (il suo vecchio lavoro) sulla vita di Santa Teresa d’Avila.

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E’ un’esistenza che sembrerebbe grigia, la sua; i gesti sono abitudinari, le sue riflessioni, che ascoltiamo ad alta voce mentre scorrono le immagini del quotidiano dell’uomo appartengono alla mente di una persona che sembra aver perso tutti gli stimoli vitali.
Da quando sono rimasto vedovo una decina di anni fa, il sesso non ha più alcu rilievo nella mia vita“, racconta Ernesto, quasi a simboleggiare un’esistenza preordinata e avviata al tramonto senza più illusioni.
Ma le cose possono non essere immutabili.
Ernesto lo scopre il giorno in cui assume una nuova cameriera, che lavora nello stesso condominio di villette in cui abita lui.
Luana, la ragazza che accetta il lavoro, è una donna solare e dal sorriso perennemente stampato sul bel volto.
E’ anche una ragazza di estrazione popolare, con una sessualità libera e prorompente.

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Ernesto lo scopre il giorno in cui la vede passeggiare con il grembiule da lavoro e seminuda per la casa; “Non c’è dubbio che è la disinvoltura che colpisce in lei“, dice sinteticamente Ernesto.
L’atteggiamento della ragazza muta nei giorni successivi.
All’improvviso si presenta nuda davanti ad Ernesto, dando inizio così ad un sottile gioco erotico che coinvolgerà entrambi in maniera esponenziale.
Mi si offrì così con una specie di innocente impudicizia“, racconta Ernesto, che da quel momento inizia a fissare in un diario quasi giornaliero le sue impressioni e i suoi pensieri, quasi alla ricerca di una forma concreta che mantenga vivo il ricordo di quello che accade e che accadrà.
Il gioco delle parti si prolunga per un pò, con Ernesto che diventa quasi succube della bella Luana, che dal canto suo mostra una spregiudicatezza allo stesso tempo innocente e maliziosa.

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Se dapprima la donna mantiene un rapporto con il maturo uomo su un aspetto puramente contemplativo e voyeuristico, alla fine cede il suo corpo all’amante, che da quel momento sembra riacquistare interesse anche per la vita.
Ma Luana è giovane ed esuberante e non ha certo intenzione di legarsi in maniera esclusiva; così racconta al sempre più turbato Ernesto le sue avventure sessuali con altri uomini o con una sua amante, che arriva a portare in casa di Ernesto.
L’uomo prende a considerare Luana come una cosa sua, dimenticando sia l’atteggiamento indipendente della ragazza, sia l’enorme differenza di età.
Nel frattempo il gioco erotico tra i due diventa sempre più passionale e coinvolgente, sopratutto per Ernesto.

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Una sensuale ( e bravissima) Raffaella Ponzo è Luana

Al punto che l’uomo decide di concedersi una vacanza con lei ad Ischia, durante la quale spera di poter coinvolgere la ragazza in un’esperienza di coabitazione, pensando così di poterla avere solo per se.
Ma Luana riprende a comportarsi come sempre, un pò si nega un pò si concede, lasciando in pratica Ernesto in preda ai dubbi.
Io vado a letto con Giorgio perchè è carino con papà, ma con te non lo faccio per interesse. Allora perchè ti lamenti?
E’ la frase rivelatrice della personalità di Luana, donna libera e senza tabù, per cui il sesso è solamente un gioco senza pregiudizi morali.
Ernesto vorrebbe di più, vagheggia un’impossibile convivenza.
Al ritorno da Ischia tra la coppia non c’è più armonia; Luana appare fredda e distante mentre Ernesto è deluso da come sono andate le cose e sopratutto dalla scoperta, amara, di non poter assolutamente piegare la ragazza e di non poterne frenare la sensualità spontanea e prorompente.
Così Luana esce dalla vita di Ernesto che riprende la vita di un tempo.

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Scandita da giornate monotone e dall’interruzione del diario, quasi che la sua esistenzae le annotazioni giornaliere dipendessero unicamente dalla presenza della ragazza.
Due anni e mezzo dopo, Ernesto incontra casualmente per strada Luana.
Affettuosa come sempre, la ragazza che ha con se la bimba nata dal matrimonio avvenuto un anno prima con un coetaneo, racconta ad Ernesto la semplicità della sua vita e le difficoltà di andare avanti.
A quel punto l’uomo chiede a Luana di incontrarla qualche giorno più tardi; Ernesto ha nel frattempo avuto due infarti e sa che il terzo potrebbe essergli fatale, così prende una decisione probabilmente meditata da tempo.
Davanti ad un notaio, cede la nuda proprietà della sua villa e consegna alla donna un assegno da duecento milioni, raccomandandole di non vendere alla sua morte per meno di 5 miliardi la villa.
Commossa e in lacrime, Luana accetta quel segno di affetto e stima e si allontana.

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Lo stesso fa Ernesto, con il cuore più leggero.
Il corpo dell’anima, diretto da Salvatore Piscicelli, che firma anche la sceneggiatura con Carla Apuzzo, è un rigoroso e lineare film sulla condizione umana, sulla solitudine, sull’amore, sulla sessualità e su molto altro ancora. Un film poco capito, sia dal pubblico che dalla critica e ingiustamente dimenticato.
Chiunque provi a leggere le recensioni del film, scoprirà che nei titoli di testa che presentano il cast artistico e tecnico oltre ad un sunto della trama compare la dizione del genere come erotico.
Nulla di più lontano dal vero.
L’elemento erotico del film è finalizzato unicamente alla descrizione del rapporto sensuale che si stabilisce fra il maturo Ernesto e la prorompente e giovane Luana; cosa può avvicinare due culture così diverse, due generazioni separate da un abisso temporale di oltre quarant’anni se non un elemento comune a tutte le età, ossia il sesso?
Una sessualità che i due protagonisti vivono in maniera totalmente difforme.
Mentre Ernesto è ormai in una fase della vita dove il sesso è fatto di ricordi, nemmeno molto interessanti (come dice il protagonista), per Luana è un elemento essenziale della vita. La sua è una sessualità libera e spontanea, istintiva ai confini dell’animalesco.
Non esistono tabù e la ragazza lo dimostra coinvolgendo il maturo amante in vari giochi erotici.
Che però non hanno nulla di morboso ma sono solo espressione di una vitalità generosa, istintiva.
Piscitelli indaga sul solitario Ernesto descrivendone la vita piatta prima del ciclone Luana, il suo tentativo (a tratti patetico) di dominare una forza della natura come Luana.

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Un legame impossibile che tuttavia durerà nel tempo, nonostante i due si separino e prendano strade diverse nella vita.
Il finale riavvicina due mondi antitetici, stabilendo una comunione che è la cosa migliore del film, un messaggio di speranza e d’amore, un amore che valica i confini dell’età e della condizione sociale.
La MDP di Priscitelli indugia spesso sui dettagli; la casa di Ernesto, le sue piccole manie e infine la sua ossessione, finalemente scoperta per il voluttuoso corpo di Luana.
L’uomo torna alla vita grazie all’elemento che dona la vita, la sessualità; un gesto d’amore che permette l’esistenza e che si trasforma, per l’uomo, in una nuova linfa proprio quando tutto sembrava avviato ad un triste e solitario declino.
Il regista campano, autore di ottimi film come Immacolata e Concetta, l’altra gelosia e Le occasioni di Rosa film un’opera importante e affascinante.
Per il ruolo difficile di Ernesto chiama Roberto Herlitzka, attore preparato e serio, che nella sua carriera ha interpretato quasi sempre film d’autore, senza concessioni al commerciale; l’attore torinese lo ripaga con una splendida recitazione senza cedimenti e punti deboli.

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La vera sorpresa è Raffaella Ponzo, solare e prosperosa, un corpo voluttuoso abbellito da un volto sensuale e sorridente.
L’attrice romana purtroppo mal sfruttata in seguito, riesce a rendere con estremo realismo il personaggio sensuale e spontaneo di Luana regalando al pubblico anche la visione di un fisico mozzafiato.
Brevi parti anche per Ennio Fantastichini che interpreta il personaggio di Mauro, l’uomo che affida la sceneggiatura della biografia di Santa Teresa D’Avila e per Sabina Vannucchi che interpreta Gemma, nipote di Ernesto.
Belle le musiche e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta di una selezione di musicisti del calibro di Brahms,Mozart, Chopin, Bizet, Debussy,Ravel.
Un film da vedere assolutamente.

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Il corpo dell’anima
Un film di Salvatore Piscicelli. Con Ennio Fantastichini, Roberto Herlitzka, Sabina Vannucchi, Raffaella Ponzo,Gianluigi Pizzetti
Drammatico, durata 105 min. – Italia 1998.

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Raffaella Ponzo         …     Luana
Roberto Herlitzka         …     Ernesto
Ennio Fantastichini     …     Mauro
Gianluigi Pizzetti          …     Sandro
Sabina Vannucchi          …     Gemma

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Regia: Salvatore Piscicelli
Sceneggiatura: Salvatore Piscicelli e Carla Apuzzo
Produzione: Enzo Gallo
Direzione fotografia: Saverio Guarna

novembre 30, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Tutte le mattine del mondo

Tutte le mattine del mondo locandina

Ecco un film che è un’autentica perla tra le produzioni francesi degli anni 90, passato ingiustamente inosservato sui nostri schermi.
Tutte le mattine del mondo, opera del compianto regista d’oltralpe Alain Corneau, tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Quignard rappresenta un atto d’amore ed un tributo al mondo della musica.
Musica non per tutti.
Il film infatti è ambientato fra il XVII e il XVIII secolo, a cavallo quindi fra il Seicento e il Settecento, momento d’oro per la musica classica grazie alle attenzioni del Re Sole per la musica da camera.
Ed è proprio sulla musica da camera, sull’utilizzo e le composizioni della viola da gamba che Corneau costruisce quello che è un film rigidamente aristocratico in tutte le sue componenti, algido e distaccato anche nella passioni umane che attraversano la storia raccontata nel romanzo da Quignard, che ha poi collaborato con il regista di Meung-sur-Loire nella stesura della sceneggiatura.

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Madeleine fa il bagno nel laghetto, ignara dell’arrivo di Marais

Un film fatto di immagini di rarefatta bellezza, con una fotografia strepitosa e location calme e silenti, quasi scelte per rimarcare il distacco della natura e della musica dalle pulsioni dell’uomo.
Un film lentissimo, quasi didascalico, che avanza adagio per lasciare quanto più spazio possibile alla vera protagonista della pellicola stessa, la musica, vissuta dai due protagonisti come passione, amore e unica tensione vitale all’affermazione della propria sensibilità d’artista.
Gli inizi del film mostrano il Maestro Marin Marais mentre è intento a rievocare la sua carriera e la sua vita, fino dalle umili origini e dalla passione smodata per la musica da viola passando per l’incontro decisivo con Monsieur de Sainte Colombe.
Marin vuole soddisfare la propria ambizione, diventare un Maestro anch’egli e possibilmente entrare a corte che è poi la massima aspirazione di ogni musicista.

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Sainte Colombe insegna la viola a sua figlia

Così fa di tutto per diventare allievo di quello che è considerato il più grande virtuoso di quello strumento particolare che è la viola da gamba, ovvero Monsieur de Sainte Colombe, uomo dal carattere difficile; un vedovo che ha amato due cose nella vita, la musica stessa e la sua adorata moglie che lo ha lasciato vedovo con due figlie,Madeleine e Toinette.
L’incontro con Sainte Colombe si rivelerà decisivo, perchè l’uomo, dopo averlo ascoltato suonare rifiuterà di accoglierlo tra i suoi allievi, perchè come gli dice apertamente,”è un suonatore, non un interprete”.
Sarà grazie a Madeleine che convincerà il padre ad ascoltare una composizione originale di Marais che quest’ultimo finirà per diventare il miglior allievo del suo Maestro.
Inizierà contemporaneamente una relazione (più subita che voluta) con la dolce Madeleine, che terminerà in maniera tragica.

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Marais ottiene un grande successo personale il giorno che suona davanti a Luigi XIV in persona, ma questo gli varrà l’inimicizia con il suo Maestro, che gli rimprovererà una vocazione arrivista e mondana lontana dal mondo puro e assoluto della vera musica, suonata per se stessi e per passione piuttosto che per gli applausi e la fama.
Ma con il tempo la frattura si sana, nonostante la morte per suicidio della sfortunata Madeleine, avvenuta in seguito alla perdita del bambino che aspettava e all’allontanamento di Marais da lei.
Il quale tornerà molti anni dopo al suo capezzale per suonarle l’aria che aveva composto espressamente per lei, “La sognatrice”
Marais, sconvolto dalla morte della sua amante di un tempo finisce per spiare il suo ormai anziano Maestro, nel tentativo di carpirne i segreti più reconditi.

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Guillaume Depardieu è Marais da giovane

In un finale drammatico, Sainte Colombe da al suo ex allievo una lezione sulla vera musica, facendogli ascoltare la sua composizione più amata, “Le lacrime” che l’uomo aveva composto per la moglie.
Suonando in due, Marais apprende finalmente il segreto della musica, capace di evocare anche gli spiriti dalla morte: il suo percorso di vita è compiuto, adesso è finalmente un musicista.
Tutte le mattine del mondo è un film intriso di poesia, un autentico tributo alla musica e alla sua capacità di mettere l’uomo a contatto con i suoi sentimenti più reconditi; la musica è l’esaltazione dell’animo dell’uomo, la sua parte migliore e più poetica, la più ancestrale, attraverso la quale è possibile innalzarsi dal livello gramo dell’esistenza fino agli empirei del divino.

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Marais, ormai anziano, ricorda il passato

Questa è la lezione che il Maestro Sainte Colombe tenta di dare al suo allievo più brillante ma anche più mondano e deviato dall’illusione che basti suonare da virtuoso per essere nominato musicista.
Marais cade proprio in questo equivoco, lasciandosi trascinare dal fascino della corte e dei suoi lustrini, dalla ricchezza e dall’apparenza.
Quando capirà cosa ha perso nella vita sarà troppo tardi; il suo vecchio Maestro gli darà una lezione di vita quasi insostenibile, che andrà a sommarsi al rimorso per aver causato in qualche modo la morte della sua appassionata amante di un tempo, quella Madeleine che non ha più potuto riprendersi dopo l’abbandono di Marais sempre più attratto dalle sirene della corte del re Sole.
Per descrivere il percorso parallelo di vita dei due personaggi principali, Marin Marais, musicista che ebbe una certa fama nella sua vita e il Maestro Sainte Colombe, Corneau mette a confronto le due personalità opposte esaltandone difetti e pregi.

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La relazione tra Madeleine e Marais

Si nota la sua predilezione per il Maestro Sainte Colombe, uno dei personaggi più enigmatici della storia della musica, un uomo che non ha lasciato altro che tre manoscritti peraltro riscoperti solo in epoca recente.
Considerato ai suoi tempi l’interprete più straordinario di quel particolare strumento che è la viola da camera, Sainte Colombe è dipinto dal regista francese come un uomo serio e schivo a tratti anche scostante nel suo rifiuto assoluto di piegarsi alla mondanità in nome del successo.

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Viceversa Marais non è trattato benissimo.
Tratteggiato come un arrivista, edonista e narcisista, il musicista finisce per assomigliare ad un nano nei confronti del gigante Sainte Colombe.
Una delle caratteristiche vincenti della pellicola, oltre alla narrazione asciutta e rigorosa degli avvenimenti, scandita dai tempi dilatati in cui l’azione si evolve è la spettacolosa fotografia che avvolge come bambagia il film.
Paesaggi idilliaci si stagliano sullo sfondo delle avventure dei protagonisti; si pensi alla splendida sequenza in cui Marais sta per arrivare a casa di Sainte Colombe per la prima audizione e il suo primo incontro con Madeleine, che sta facendo il bagno nuda nel laghetto accanto alla dimora del Maestro, o ancora la cura quasi maniacale di Corneau nel sottolineare tutti i passaggi del film con un’attenzione che dona sicuramente un’aria aristocratica e barocca al film che si coniuga proprio con quello che sappiamo di quel periodo storico.
Per quanto riguarda il cast, vincente l’idea di affidare a Jean-Pierre Marielle il ruolo del burbero Sainte Colombe: l’attore di Dijon, molto popolare in Francia e conosciuto dal pubblico italiano più anzianotto per alcuni ruoli in film come  4 mosche di velluto grigio (1971) o Senza movente (dello stesso anno) rende il suo personaggio quasi indimenticabile.
Di buono standard qualitativo la recitazione di Gerard Depardieu, che interpreta Marais in età adulta.
L’attore francese però non è adatto alla parte, che avrebbe richiesto un attore meno “fisico” e più sfuggente come personalità.

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Madeleine, stanca e malata davanti al suo ex amante

Bene Anne Brochet, la Madeleine del film; l’attrice dona vigore al personaggio sfortunato della figlia di Sainte Colombe, vittima di un amore sbagliato. Impressionante anche la sequenza della morte di Madeleine, con l’attrice truccata talmente bene da sembrare un’altra persona.
Affascinanti le musiche per gli amanti del genere ma non solo; personalmente non conoscevo affatto la viola da gamba ed è stata una felice scoperta.
Un film molto bello, che credo possa essere definito uno dei più autentici tributi alla musa più nobile.

 Tutte le mattine del mondo
Un film di Alain Corneau. Con Gérard Depardieu, Jean-Pierre Marielle, Anne Brochet, Guillaume Depardieu,Michel Bouquet Titolo originale Tous les matins du monde. Drammatico, durata 114 min. – Francia 1991.

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Gerard Depardieu è Marais da adulto

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Jean-Pierre Marielle è Monsieur de Sainte Colombe

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Anne Brochet è Madeleine de Sainte Colombe

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Jean-Pierre Marielle: Monsieur de Sainte Colombe
Gérard Depardieu: Marin Marais
Anne Brochet: Madeleine
Guillaume Depardieu: Marin Marais da giovane
Carole Richert: Toinette
Michel Bouquet: Baugin
Jean-Claude Dreyfus: Abbe Mathieu
Yves Gasc: Lequieu
Yves Lambrecht: Charbonnières
Jean-Marie Poirier: Monsieur de Bures
Myriam Boyer: Guignotte
Violaine Lacroix: Madeleine da giovane
Nadège Teron: Toinette da giovane
Caroline Sihol: Mme. de Sainte Colombe

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Regia    Alain Corneau
Soggetto    Pascal Quignard (romanzo)
Sceneggiatura    Alain Corneau e Pascal Quignard
Produttore    Jean-Louis Livi
Produttore esecutivo    Bernard Marescot
Casa di produzione    Film Par Film, D.D. Productions, Divali Films, SEDIF, FR3 Films Production, Paravision International
Distribuzione (Italia)    Academy Pictures
Fotografia    Yves Angelo
Montaggio    Marie-Josèphe Yoyotte
Musiche    Jordi Savall
Scenografia    Bernard Vézat
Costumi    Corinne Jorry

Tutte le mattine del mondo locandina libro

Il romanzo di Quignard dal quale è tratto il film omonimo

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Sainte Colombe:Les pleurs,Gavotte du tendre,Le retour
Marin Marais:Improvvisazione sulle Folies d’Espagne,L’arabesque
Le Badinage,La rêveuse
Jean-Baptiste Lully: Marche pour la cérémonie des Turcs
François Couperin: Troisième leçon de Ténèbres
Jordi Savall:Prélude pour Monsieur Vauquelin
Une jeune fillette da una melodia popolare
Fantaisie en mi mineur da un anonimo del XVII secolo

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Il Dvd del film

Tutte le mattine del mondo locandina 3

Locandina spagnola

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novembre 28, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Identificazione di una donna

Identificazione di una donna locandina

Un regista cinematografico, due donne, l’impossibilità pratica di penetrare la psicologia delle due donne perchè sia lui, Niccolò, sia le due donne, Mavi e Ida sono mondi distanti o universi paralleli e contigui con i quali sono possibili solo teorici scambi ma non contatti profondi.
E’ il senso di Identificazione di una donna, il film di Michelangelo Antonioni forse più solare e schematico, quello meno impenetrabile e dal messaggio più chiaro.

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Thomas Milian e Lara Wendel

Una ricerca affannosa della donna, mostrata in una veste psicologica forse discutibile, piena com’è di contraddizioni e debolezze ma potente e affascinante.
La vicenda si snoda attorno alla ricerca di Niccolò di un personaggio femminile per un suo film, che lo porta ad incontrare la misteriosa e sensuale Mavi; una donna sfuggente e piena di segreti, ambigua anche sessualmente come avrà modo di scoprire Niccolò, che dal momento in cui fa la sua conoscenza si ritrova a fare i conti anche con strane telefonate e strani messaggi che sembrano partire da quel mondo totalmente alieno che è l’ambiente alto borghese che la donna frequenta.

Identificazione di una donna 2

 Daniela Silverio è Mavi

E dal quale Niccolò non solo non si sente attratto, ma addirittura respinto: quella gente parla e comunica con la stessa lingua, con lo stesso linguaggio verbale ma in modo così dissimile dal suo da sembrare estraneo come una lingua marziana.
Un mondo con valori che Niccolò non apprezza e non ama, che è costretto a frequentare al margine solo perchè Mavi vi appartiene.
La donna è figlia, è prodotto di un ambiente ostile e a se stante: lui non riesce a comunicare, se lo fa intraprende un impossibile contatto solo con Mavi, che però mostra i segni di una personalità mutevole e incomprensibile.
Anche nell’amore la donna è un misto di passione e riservatezza, di ambiguità e spregiudicatezza. Non a caso quando Mavi all’improvviso scompare, Niccolò che si è messo sulle sue tracce scopre aspetti illuminanti della donna, come la sua propensione alle avventure saffiche.

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Nel mezzo della ricerca Niccolò si imbatte in Ida che sembra essere il rovescio esatto della personalità di Mavi: tanto quest’ultima è lunare e misteriosa, tanto Ida è concreta e quasi solare nella sua maniera di vivere.
La relazione con Ida sembra partire bene, tant’è vero che Niccolò la porta con se a Venezia.
Ma quando scopre che la donna aspetta un figlio da un altro ricade preda dei dubbi, delle convenzioni e dei timori latenti della sua mente e l’abbandona.
A questo punto,si chiede Niccolò, che senso ha fare un film con protagonista una donna? Molto meglio un film di fantascienza, in cui si è tesi verso altri misteri insondabili come l’universo e la scoperta della propria esistenza, delle proprie radici che però restano appunto un mistero non rivelabile.

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In Identificazione di una donna il personaggio di Niccolò è un personaggio preda di dubbi e di paure, che vediamo concretizzarsi nell’impossibilità di accettare la vita misteriosa di Mavi e le certezze di Ida, donna che è consapevole del suo ruolo e di ciò che vuole veramente.
Lui, in mezzo a un microcosmo femminile impenetrabile nelle motivazioni di fondo annaspa e finisce per smarrirsi, tanto da rinunciare malinconicamente a quello che era il suo progetto iniziale.
Ha bisogno di amore (il suo rapporto con la moglie è deteriorato) ma non sa come cercarlo e si affida all’istinto che però lo tradisce, proponendogli donne che sono troppo lontane da quello che lui è, da quello a cui aspira.
Ma è al tempo stesso uno che si aggira smarrito in un mondo che sembra essere sfuggente sia a livello sociale sia nelle persone stesse che lo frequentano.

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L’incomunicabilità con gli altri assume contorni ancor più grotteschi quando tenta un impossibile dialogo con una ragazza che conosce Mavi e che lui incontra in piscina.
Nel tentativo goffo di stabilire un colloquio con lei, ad un certo punto Niccolò le chiede cosa le piaccia nella vita, dopo aver ricevuto risposte lapidarie alle domande precedenti ( un pò stupide, ammettiamolo).
La risposta della ragazza è lapidaria e allo stesso tempo raggelante: “mi piace masturbarmi, e se lo fa un altro è meglio e più di tutto se è una donna”
Niccolò sperimenta così l’impossibilità di un dialogo amichevole o umano, ritrova quel senso di estraneità che sembra allontanarlo dalle persone, dalla società.
In questo quadro la sequenza della piscina è illuminante e determinante per la struttura del racconto, perchè sintetizza l’assioma iniziale e finale del film; sempre nello stesso dialogo la ragazza spiega il perchè della sua affermazione dicendo che ” una donna lo fa per farmi piacere, un uomo per se stesso, per far vedere che è virile.”
Il senso del film, come del resto il senso della filosofia di Antonioni è espresso tra le righe di questo dialogo e può essere rappresentato da una parola sola, incomunicabilità.
Un tema caro al regista, affrontato da sempre, sin dai suoi esordi dietro la macchina da presa.

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Nei due fotogrammi: Christine Boisson è Ida

L’altro tema presente nel film è il senso di estraneante presenza di Niccolò nella società; l’uomo non riesce a capirla, non accetta i suoi limiti e le sue debolezze, come dice ad un certo punto del film all’amico che gli chiede che senso abbia un’altra storia d’amore nello sfacelo e nella corruzione che li circonda,usando ancora una volta con una risposta illuminante: “Ma è proprio la corruzione il cemento che tiene unito il nostro paese e sono i corrotti i primi che vogliono vedere delle storie d’amore”.

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Identificazione di una donna è un film insolitamente ricco di parti parlate e di dialoghi, materiale inusuale nella cinematografia del Maestro; dialoghi a tratti criptici, ma anche affascinanti nella loro abilità metaforica.
Un film anche splendidamente fotografato, opera di Carlo Di Palma che restituisce colore e luminosità ad un film che altrimenti sarebbe risultato tetro e probabilmente indigeribile;il compianto maestro romano aveva già lavorato con Antonioni in Deserto rosso, in Blow up ecc. e questa volta dona al film di Antonioni una serenità che spezza in anticipo le catene di un possibile racconto avviluppato attorno al tema centrale.
L’ottimo risultato finale del film è anche merito di una complessa alchimia che coinvolge non solo la bella, fascinosa ed esistenzialista sceneggiatura del film e la fotografia lussuosa, ma anche la recitazione del protagonista principale della storia, quel Niccolò che abbiamo visto essere uomo a tratti sfiduciato a tratti impaurito, a tratti ancora fiducioso o smarrito.
Sto parlando di Thomas Milian, attore di grandissime qualità che era reduce da anni di film di cassetta basati sul personaggio di Er monnezza e di Nico Giraldi, che gli avevano dato grande popolarità ma che lo avevano tenuto lontano da parti importanti nel cinema d’autore.

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Milian, nonostante il caratteristico accento che non lo mai abbandonato, riesce a dare forma ad un personaggio complesso e sfaccettato come quello di Niccolò caratterizzato come già detto da una personalità proteiforme. L’abilità dell’attore di origine cubana si mette al servizio del Maestro con esiti ragguardevoli e lo stesso dicasi per il cast femminile, con le brave (e belle) Daniela Silverio nella parte dell’enigmatica Mavi e
Christine Boisson in quella di Ida. Spazio anche ad una misurata ed intrigante Lara Wendel nel ruolo della ragazza della piscina.
Identificazione di una donna è un film poco amato da buona parte della critica e degli spettatori, nonostante i pregi che ho evidenziato prima.
Colpa probabilmente di un complesso di fattori ai quali non è estranea la prevenzione verso l’attore principale da parte di molti critici e sopratutto per il soggetto considerato non all’altezza dei precedenti.

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Il grande regista di Ferrara era reduce dal parziale successo di Il mistero di Oberwald (da un soggetto di Jean Cocteau) diretto nel 1980 e poco dopo l’uscita di questo film verrà colpito da un ictus che lo priverà dell’uso della parola e lo lascerà parzialmente paralizzato. Sarà solo nel 1995 che lo troveremo di nuovo dietro la macchina da presa per la direzione di Al di là delle nuvole, in co-regia con Wim Wenders altro gioiello della cinematografia di uno dei più sensibili registi italiani di sempre.

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Identificazione di una donna
Un film di Michelangelo Antonioni. Con Tomas Milian, Christine Boisson, Daniela Silverio, Marcel Bozzuffi, Veronica Lazar,Lara Wendel, Luisa Della Noce, Itaco Nardulli, Sandra Monteleoni, Giampaolo Saccarola, Carlos Valles, Sergio Tardioli, Paola Dominguin, Arianna de Rosa, Pierfrancesco Aiello, Giada Gerini, Alessandro Ruspoli, Gianpaolo Saccarola, Enrica Fico, Maria Stefania d’Amario, Enrica Antonioni
Drammatico, durata 128 min. – Italia 1982.

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Tomas Milian     …     Niccolò
Daniela Silverio          …     Mavi
Christine Boisson          …     Ida
Lara Wendel         … La ragazza della piscina
Veronica Lazar          …     Carla
Enrica Antonioni          …     Nadia
Sandra Monteleoni         …     Sorella di Mavi
Marcel Bozzuffi         …     Mario
Gianpaolo Saccarola          … Il gorilla
Arianna De Rosa          … Amica di Mavi
Dado Ruspoli         …     Padre di Mavi
Sergio Tardioli          … Macellaio
Itaco Nardulli         …     Lucio
Paola Dominguín         … La ragazza alla finestra

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Regia     Michelangelo Antonioni
Soggetto     Michelangelo Antonioni
Sceneggiatura     Michelangelo Antonioni, Gérard Brach, Tonino Guerra
Produttore     Antonio Macrì
Fotografia     Carlo Di Palma
Montaggio     Michelangelo Antonioni
Musiche     John Foxx, Japan, Tangerine Dream
Scenografia     Andrea Crisanti
Costumi     Paola Comencini

 

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

O anche: Identificazione di Antonioni, trattando il film nel ruolo del protagonista Niccolò Farra (Tomas Milian) in maniera quasi biografica vicende personalissime dell’autore, da tempo lontano dalla macchina cinematografica. Pur essendo opera densa di significati e valorizzata da un convincente (e combattuto, nella ricerca di una protagonista che non riesce a definire) Tomas Milian regna un clima di noia perenne, surclassato giusto da due scene di sesso parecchio audaci tra il protagonista e Daniela Silverio, soprattutto quella della masturbazione “feroce” sulla donna. Presentato a Cannes.

Forte degli scenari lunari e nebbiosi stile new wave e delle musiche elettronico-spaziali dell’immenso John Foxx, Antonioni sintetizza i suoi ben noti discorsi su incomunicabilità, alienazione e frivolezze borghesi aggiornandoli agli anni Ottanta. Milian, compitissimo, veste i panni del regista in crisi di mezza età e si confronta con l’erotismo audace ma elegante emanato dalla sensuale bellezza della Silverio e della Boisson. Echi da L’avventura, La notte e Deserto rosso; finale da fantascienza colta.

Eccetto le “prestazioni ginniche” dei protagonisti, il film è davvero lento e noioso: colpa di una sceneggiatura troppo verbosa, piena di facilonerie verbali e di stupide metafore che non possono non irrittare e soprattutto non annoiare lo spettatore comune. Quel che ne viene fuori è una “polpetta” indigesta che scontenta tutti e che difficilmente piacera a qualcuno. L’ultimo Antonioni prima dell’ictus.

Discreta la prima parte, soprattutto per la presenza della Silverio (una meteora, peccato). Poi lei passa la mano e il film si appiattisce, complici alcuni dialoghi squallidi come quello girato nella piscina. Il tormento esistenziale di Niccolò e alcune letture ideologiche (vedi la coppia di terroristi) sono altrettanto imbarazzanti in un film che comunque nel complesso può andare anche perché non pretenzioso come altri del regista. Doppiaggio tirato via.

Terrificante e confusionario film di Antonioni sulla ricerca della donna giusta da parte di un regista, con frasi cretine spacciate per memorabili, confusione narrativa a livelli altissimi, noia e supponenza, difetti di Antonioni che qui si sommano all’inizio della sua decadenza. Forse Milian sperava di girare un capolavoro ma si è ritrovato in un tedioso guazzabuglio e a nulla può la sua indubbia bravura.

Ultimo film di Antonioni prima dell’ictus che lo colpì (quindi per alcuni il suo vero ultimo film), è una sorta di compendio (anche autobiografico essendo il prot un regista) di ciò che è già stato fatto: trama da finto giallo(come quasi tutti i suoi film), una persona che scompare (L’Avventura) e un finale allegorico (Zabriskie point). Molto parlato, con abbondanti scene di sesso molto spinte (messe forse per impedire crisi narcolettiche?), metterà a dura prova i fan di Milian, che ci regala un’ottima performance. I fan di Antonioni sanno già cosa li attende…

Identificazione e ricerca della donna giusta, quella con la quale le parole sono superflue e basta il silenzio, come quando ci si trova immersi nella natura. Un regista in crisi e il suo rapporto con sè e le giovani donne che incontra. Dialoghi naturali e spontanei, grande lavoro psico-intellettuale. Solo per un pubblico “colto”…

Identificazione di una donna foto 1


novembre 23, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 2 commenti

Fantasmi (Haunted)

Fantasmi locandina

David e Juliet Ash sono due gemelli molto uniti; durante uno dei loro giochi nella campagna inglese (siamo all’inizio del novecento) accidentalmente David provoca la caduta della sorella che finisce nelle acque di un laghetto e muore annegata nonostante il disperato tentativo di aiuto da parte di David.
Anni dopo ritroviamo David in America, dove si è trasferito con la madre; è diventato adulto e si è laureato in psicologia.
Ottenuta una cattedra in un’università inglese, ritorna nella madrepatria.

Fantasmi 1

L’idilliaco scenario del castello dei Mariell

Siamo nel 1928, David studia principalmente tutte le manifestazioni sul paranormale; è uno scettico, che si occupa di smascherare medium e falsi fantasmi.
Un giorno decide di accettare l’invito di un’anziana signora, Tess Webb che lo pressa con disperate richieste di aiuto; così David si trasferisce nel Sussex a Edbrook Hall.
Ad accogliere David alla stazione di Edbrook è la bellissima Christine Mariell, che gli mostra immediatamente simpatia.
L’arrivo nel quieto posto di campagna, in uno splendido castello vittoriano immerso in una natura tranquilla e silenziosa e sopratutto il primo approccio con la signora Tess che parla di presenze oscure nel castello convincono David di una situazione patologica della donna, rafforzata anche dai suoi convincimenti sulla materia.

Fantasmi 3

Fantasmi 2

I tre fratelli Mariell

Al castello, David conosce anche i due fratelli di Christine ovvero Robert e Simon che da subito mostrano di non nutrire grande simpatia per lui e contemporaneamente inizia a notare la strana atmosfera che si respira nella casa.
La notte infatti qualcuno lo rinchiude nella stanza e all’indomani fa presente la cosa ai tre fratelli che però mostrano di non credergli.
E’ l’inizio di una serie di accadimenti misteriosi che vedono David man mano che il tempo scorre, iniziare a vacillare nelle sue convinzioni.

Fantasmi 22

Christine dipinta da suo fratello Robert

Piccoli fenomeni inspiegabili dapprima e oscure presenze in seguito portano David a credere che in quel castello avvenga davvero qualcosa di insolito, come la disperata Tess tenta di dirgli, ostacolata però da Robert e Simon. A parlare di una malattia mentale è anche il dottor Doyle, medico di famiglia che ha in cura Tess, la quale è nel castello in virtù della lunghissima collaborazione dei genitori dei ragazzi ai quali ha fatto da balia sopratutto dopo la morte avvenuta in India degli stessi.
Christine mostra sempre più apertamente la sua attrazione per David, che però si rende conto dell’aperta avversione del fratello Robert verso un loro legame più profondo.
Il giovane infatti compare sempre nei momenti meno opportuni, quando sembra che l’attrazione tra David e Christine debba finalmente concretizzarsi.
Nel frattempo però i piccoli avvenimenti inspiegabili a cui ha assistito David acquistano contorni sempre più inquietanti;

Fantasmi 23

Kate Beckinsale è Christine

una lampada che esplode all’improvviso provocando un incendio che si spegne misteriosamente, la figura di una bambina che David vede passeggiare nel parco e altri segnali lo portano a modificare profondamente le sue convinzioni.
A nulla vale un colloquio con il dottor Doyle che lo convince di essere preda dei sensi di colpa per la morte di Juliet; dopo un brevissimo periodo di tranquillità, gli avvenimenti oscuri si susseguono e prendono una piega drammatica.
David finisce per rischiare la vita cadendo nel laghetto del castello e subito dopo crede di morire bruciato vivo nella cantina dello stesso; nel primo caso è proprio Christine a salvarlo, nel secondo lo convince di aver immaginato tutto.
La ragione di David vacilla, sopratutto nel momento in cui vede Christine posare nuda per Robert e subito dopo baciarlo appassionatamente.
Ancora una volta crede di aver immaginato tutto e si lascia irretire dal fascino di Christine, con la quale vive una appassionata notte d’amore.

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David, Aidan Quinn

Ma al risveglio, non trovando la ragazza, David esce di casa in tempo per vedere la misteriosa bambina che si incammina per il bosco.
L’uomo la segue e giunge in un cimitero fa un’agghiacciante scoperta: su una lapide trova i tre nomi di Robert, Simon e Christine con le date di nascita e la data della loro morte, avvenuta in contemporanea nel 1923.
Sconvolto, David corre a casa del dottor Doyle, ma la trova vuota e all’interno scopre l’identità della misteriosa bambina….
Ancora una volta mi fermo qui con la trama, per evitare di rivelare il finale a sorpresa del film, anche se per lo spettatore più smaliziato non è certo un finale inaspettato.
Fantasmi (Haunted nella versione originale) è un thriller ambientato nel mondo del paranormale diretto da Lewis Gilbert nel 1995; un film che anticipa un prodotto molto simile come argomento e come trattazione ovvero lo splendido The others, uscito sei anni dopo e diretto benissimo da Alejandro Amenábar.
A differenza di The others, il film di Gilbert è meno claustrofobico e più bucolico, se mi si passa l’espressione.
C’è uno stridente contrasto di fondo, infatti, fra il castello soleggiato e immerso in una splendida cornice naturale di Fantasmi e quello più lugubre e dalle finestre perennemente chiuse di The others, come ricorderanno coloro che hanno visto il film di Amenábar.

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“Non aver paura David, vieni con me…”

Un film che vive diversi momenti di pausa e descrittivi con una tensione che solo a momenti si respira palpabile e concentrati peraltro nella seconda parte del racconto; qualche sequenza è davvero ben realizzata, come quella dell’incendio nella cantina, oppure quella in cui David rischia di annegare soffocato dalle alghe o ancora il balletto finale tra i tre fratelli e la vecchia Tess.
Smontato da parte della critica e da qualche deluso spettatore, Fantasmi è un buon prodotto di genere che vive su una buona sceneggiatura e sopratutto su una fotografia con i contro fiocchi.
Grazie ad una location da favola, con paesaggi in stile cartolina e ambientato in un castello che farebbe la felicità di ogni amante della natura, il film di Gilbert si snoda attraverso il percorso di cognizione di David, che da fiero negazionista del paranormale si troverà a dover fare i conti con una realtà che lo riporterà indietro fino all’infanzia, al momento cioè della morte della sua amata sorella Juliet.
E’ proprio con il ricordo di Juliet che dovrà fare i conti David, costretto dagli avvenimenti a barcamenarsi in una situazione limite, stretto da un lato dalla sua infatuazione per Christine, dall’altro a fare i conti con i fenomeni paranormali che gli si scateneranno attorno prima della drammatica conclusione.

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L’incendio nella cantina

Una conclusione in linea con il racconto, ben congegnata e che permette allo spettatore di non rimpiangere il tempo perso fino ad allora.
I personaggi chiave sono ben interpretati, a cominciare da quello principale di David a cui presta il volto Aidan Quinn, per passare alla fascinosa e sensuale Kate Beckinsale che interpreta l’ambigua Christine.

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David inizia ad intuire la verità

Molto bene anche Anna Massey (la governante Tess), Anthony Andrews (Robert Mariell) e Alex Lowe (suo fratello Simon), così come una garanzia è John Gielgud nel ruolo del dottor Doyle.
Gilbert dirige con mano ferma un film che poteva essere insidioso e quindi scivolare nel solito prodotto a sensazione; viceversa riesce a creare un minimo di atmosfera senza strafare, senza ricorrere cioè a candelabri e teschi, musica notturna e stridore di porte.
Il regista londinese, oggi novantunenne e conosciuto per i tre film diretti sulle avventure dell’agente 007 (Agente 007, si vive solo due volte,Agente 007, la spia che mi amava e Agente 007, Moonraker: operazione spazio ) ha una mano ben diversa da quella di Amenábar, che in The others propone un lavoro più finemente angoscioso e psicologico; tuttavia ottiene risultati discreti e il giudizio su quest’opera, per quanto mi concerne, è largamente positivo.

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Fantasmi
Un film di Lewis Gilbert. Con Anna Massey, Aidan Quinn, John Gielgud, Kate Beckinsale,Anthony Andrews
Titolo originale Haunted. Thriller, durata 108 min. – Gran Bretagna 1995

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Christine accoglie David alla stazione

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David e il dottor Doyle

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Frammenti di verità affiorano dal passasto…

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Christine e David

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Tess, la governante

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Juliet e David

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L’incidente di Christine

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La misteriosa presenza…

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La sorellina di David, Juliet

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La terrificante scoperta finale

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Fantasmi banner personaggi

Aidan Quinn             … Prof. David Ash
Kate Beckinsale        … Christina Mariell
Anthony Andrews      …     Robert Mariell
John Gielgud          … Il Dottor Doyle
Anna Massey         …  Tess Webb
Alex Lowe          … Simon Mariell
Geraldine Somerville          … Kate
Victoria Shalet         … Juliet Ash
Linda Bassett          … Madame Brontski
Liz Smith         …La vecchia zingara
Peter England          … David da giovane
Alice Douglas         … Clare
Edmund Moriarty     …Liam
Emily Hamilton          … Mary

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Regia: Lewis Gilbert
Romanzo: James Herbert
Sceneggiatura: Timothy Prager, Bob Kellet, Lewis Gilbert
Produzione: Anthony Andrews, Francis Coppola e altri
Musiche: Debbie Wiseman
Editing: John Jympson

novembre 21, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 4 commenti

Conoscenza carnale

Conoscenza carnale locandina

Storia delle vite di due amici dalla loro gioventù fino alla mezza età, attraverso percorsi comuni e allo stesso tempo differenti come possono esserlo le vite degli uomini.
Storia di amori e fallimenti, di amicizia e di declino sia fisico che morale.
Il tutto visto attraverso la crescita di Sandy e Jonathan, che da studenti liceali si trasformano in uomini maturi più come età che come percorso umano inteso come insieme di esperienze e relativo equilibrio che dovrebbe essere la meta di chiunque abbia percorso una vita appagante.
I due amici li conosciamo sin dal primo approccio con il college, periodo in cui i due caratteri dei protagonisti molto dissimili tra loro si forgiano attraverso le esperienze che essi fanno.

Conoscenza carnale 1
Art Garfunkel e Jack Nicholson

Sandy è il romantico e timido ragazzo americano, con qualche difficoltà di approccio all’universo femminile, mentre Jonathan è decisamente più estroverso nonchè più aperto a tutte le esperienze.
Eppure è proprio il timido Sandy ad avere la prima relazione importante, quella che ti permette di esplorare l’universo femminile, il mistero della sessualità e le prime difficoltà del legame di coppia.
Il giovane conosce la bellissima Susan ad una festa e se ne innamora profondamente; ma Jonathan mostrandosi assolutamente irrispettoso dei sacri vincoli dell’amicizia, concupisce la ragazza che tuttavia non spezza il suo legame con Sandy.

Conoscenza carnale 2
Ann Margret

Per i due, troppo diferenti l’uno dall’altra è poco più di un’avventura, ma per Sandy è amore vero; il giovane finge di non accorgersi di nulla e in seguito sposa la donna dei suoi sogni.
Jonathan invece continua la sua vita di sempre, tuffandosi in mille avventure senza stringere nessun legame importante fino al giorno in cui conosce la splendida divetta degli spot pubblicitari Bobbie.
I due in fondo si somigliano e danno inizio così ad una relazione quasi stabile; ma Jonathan è inaffidabile totalmente non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello umano.
Così i destini dei due vecchi amici percorrono binari paralleli: Sandy lascia la moglie e Jonathan lascia Bobbie nonostante questa abbia tentato il suicidio.
Quando i due vecchi amici si rincontrano vent’anni dopo, entrambi portano addosso il peso degli anni ben aldilà del tempo effettivamente trascorso.
Sandy si è risposato ma non ha trovato quello che cercava, Jonathan è passato attraverso molte altre avventure ma sta declinando velocemente dal punto di vista fisico, tanto da aver stretto una relazione sessualmente frustrante con una prostituta nell’illusione che ciò ravvivi il maschio dominante che crede essere ancora in lui.

Conoscenza carnale 3

Conoscenza carnale 4

Candice Bergen

E’ davvero un’illusione la sua.
Le esperienze fatte in fondo non hanno lasciato nulla dentro perchè non avevano alcuna base solida; erano solo avventure a base di sesso, che appagavano l’io ma non l’anima.
Conoscenza carnale di Mike Nichols è un film molto amaro, che perlustra con circospezione il mondo maschile post sessantotto fatto di disillusione per i traguardi non raggiunti e fatto di una crescita morale che non si accompagna alla crescita veriginosa della società.
I valori di riferimento della società americana ovvero la patria, la famiglia e il benessere erano rimasti sempre gli stessi e i giovani si erano ritrovati a fare i conti con una società che aveva permesso la loro ribellione per poi avvolgerli nelle sue spire fatte dal vecchio sogno americano (la ricchezza come punto di arrivo, il lavoro come simbolo di affermazione sociale ecc.) mediato dal perbenismo imperante: tutto deve cambiare affinchè nulla cambi.
Un’equazione sempre valida a tutte le latitudini, estensibile ad ogni società.

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Sandy e Jonathan vivono le contraddizioni della società americana, attorno a loro c’è la corsa sfrenata a diventare qualcuno, c’è la corsa al divertimento e la scoperta del sesso.
Tuttavia affrontano in maniera molto differente le problematiche che il loro essere giovani in un’America ancora alle prese con la sporca guerra (Vietnam) provoca; mentre Sandy appare come il prodotto di una società un tantino bigotta e infarcita di ideali confusi, Jonthan assomiglia moltissimo all’americano cinico e arrivista.
Entrambi però devono confrontarsi con un mondo ancor più misterioso ed inafferrabile del vivere quotidiano.

Conoscenza carnale 5
Jack Nicholson e Candice Bergen

Il mondo della donna e della sua femminilità, che non è solo sesso e appagamento fisico come i due sperano e credono.
Le donne che incontrano sono come loro, esseri umani alla ricerca di un’identità precisa, si scontrano con gli stessi problemi acuiti proprio dal fatto di essere donne in una società che stabilisce dei ruoli ben distinti al maschio e alla femmina.
Ma i due incappano anche in donne che sono l’aspetto speculare della società in cui vivono: Susan è una donna borghese e inquadrata, qella che si concede la scappatella trasgressiva per poi rientrare giudiziosamente ( e furbescamente) nei ranghi mentre Bobbie è la donna fragile, tutto fuoco esteriormente ma incapace di adattasi alla vita trasgressiva di Jonathan.
Forse Bobbie non sogna altro che l’amore e una famiglia, in pratica la realizzazione del sogno americano e finisce per incontrare la persona sbagliata: Jonathan non è mai cresciuto, è affetto da una perenne sindrome da Peter Pan e questo al condizionerà pesantemente.

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Alla fine gli sconfitti non sono soltanto i due amici, ma anche le donne della storia.
Forse Susan non lo è, perchè a ben guardare ottiene quello che vuole anche se poi non riesce a tenere in piedi il suo matrimonio.
L’oggi settantenne Nichols è sempre stato un regista attentissimo all’evoluzione del costume sociale americano, sin dai tempi di Il Laureato e di Comma 22, film amari e graffianti anche se in maniera molto differente da quella di altri grandi registi di Hollywood come per esempio Altman.
L’ironia e l’amarezza di Nichols restano sempre sussurrate, non sono mai estreme.
Eppure Conoscenza carnale è un film che colpisce duro.
In primis perchè analizza problematiche che se non sono di primo pelo tuttavia erano state affrontate sempre in maniera hollywoodiana, ovvero senza una grossa capacità critica e di denuncia.

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Poi perchè Nichols utilizza un linguaggio innovativo fatto di dialoghi a volte spregiudicati, poco in linea con il politicamente corretto dell’epoca in cui il film venne girato, il 1971.
Abbastanza inusuale è anche l’utilizzo di scene di sesso, anche se blandamente anticonvenzionali: in pratica il tutto si riduce a poche inquadrature che sembrano più suggerire che esplicitare.
Un altro merito del film è quello di confermare il valore di uno dei più grandi attori di Hollywood, reduce dal successo di due grandi film come Easy rider di Dennis Hopper e Cinque pezzi facili di Rafelson.
Si tratta di Jack Nicholson, alle prese con un personaggio, quello di Jonathan assolutamente nelle sue corde, tanto da diventare uno dei più riusciti della pur grande carriera che ha avuto e ha.
Nichols sceglie come co protagonista della storia Art Garfunkel, che abbandona la veste di compositore per interpretare il ruolo di Sandy, cosa che fa in maniera davvero egregia.

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Garfunkel aveva già lavorato con Nichols in Comma 22 e successivamente interpreterà una decina di film.
Il cast femminile vede due grandi protagoniste alle prese con due ruoli molto differenti; se Candice Bergen è brava ma un pochino sacrificata nel ruolo di Susan, Ann Margret si ritrova alle prese con un personaggio molto più difficile da interpretare, quello della incerta, confusa Bobbie.
Entrambe però fanno la loro parte in maniera eccellente, così alla fine tutto il film non mostra particolari punti deboli.
Anche se datato, Conoscenza carnale è un film per certi versi indimenticabile sia come specchio di una società evolutasi profondamente sia come cronistoria della metamorfosi dell’americano medio, sicuramente (ed è questo il paradosso) molto meno incerto di quello odierno, alle prese con problemi di gran lunga superiori di quelli dell’epoca del film.

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Conoscenza carnale
Un film di Mike Nichols. Con Jack Nicholson, Candice Bergen, Art Garfunkel, Ann-Margret, Rita Moreno,Cynthia O’Neal, Carol Kane
Titolo originale Carnal Knowledge. Drammatico, durata 96 min. – USA 1971.

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Conoscenza carnale banner personaggi

Jack Nicholson     …     Jonathan
Ann-Margret     …     Bobbie
Art Garfunkel         …     Sandy
Candice Bergen          …     Susan
Rita Moreno         …     Louise
Cynthia O’Neal         …     Cindy
Carol Kane          …     Jennifer

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Regia: Mike Nichols
Sceneggiatura: Jules Feiffer
Produzione: Joseph E. Levine,Mike Nichols,Clive Reed    
Editing: Sam O’Steen         
Fotografia: Giuseppe Rotunno

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Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Insolita e cervellotica pellicola pensata per dare prevalenza al testo, spesso -e più a lungo nella memoria- incisivo dell’immagine. L’educazione sentimentale dei due giovani universitari protagonisti, destinata ad inatteso fallimento, meglio è resa con bisbigli, riflessioni, sussurri: l’azione -e la visione- sospesa, in favore della parola. Nichols opta per un tipo di narrazione verbale più incisiva e più intensa di quella visuale. Ne risentono, in buona parte, il ritmo del film e la pur buona scenografia, poiché la cura dei dialoghi mette in rilievo l’apprezzabile lavoro di sceneggiatura.

Secondo una prospettiva maschile e diacronica, Nichols racconta lo svolgersi della vita sentimentale e sessuale di due amici, dalle prime esperienze fino alla mezza età: se l’inizio è euforico e spensierato come la giovinezza, man mano che sopraggiunge l’età matura emergono sempre più le difficoltà e le paure dell’individuo maschio e i toni si fanno comprensibilmente sempre più amari e rassegnati. Molto teatrale, punta tutto sulla recitazione e i dialoghi, nei quali l’energico Nicholson è padrone incontrastato.

Splendido ritratto al vetriolo di due amici che incarnano perfettamente la faccia della società americana e la sua “desertificazione” dei sentimenti palesata dalla continua ricerca di avventure sessuali dei due protagonisti. Ne esce fuori un quadro a tinte fosche pieno di desolazione, solitudine e squallore. Molto audace nonostante siano passati più di trentacinque anni. Bravissimi gli attori tra cui spicca una rivelazione: il cantante Art Garfunkel.

Bel film che narra le avventure erotiche e sentimentali di due amici dalla tarda adolescenza fino alla mezza età. Il ritmo è scorrevole e le storie riescono facilmente a conquistare lo spettatore. Buone regia e fotografia. Bravissimo come al solito Jack Nicholson e curiosa (e senza dubbio riuscita) l’interpretazione di Arthur Garfunkel. Decisamente da vedere.

Considerando che il film è del 1971 non si scherza quanto a dialoghi e situazioni osè. D’altro canto gli stessi dialoghi mi sono sembrati ridondanti e a tratti poco profondi, arrivando a banalizzare un film già poco movimentato per lo script di tipo teatrale. In definitiva a vederlo oggi perde parecchio smalto.

Quando uscì fece scalpore per il linguaggio osè e per le immagini di nudo; da qualche parte lessi che gli operatori seppur abituati ai corpi delle attrici, davanti a quello di Ann Margret quasi svenivano. Visto oggi, con i cambi generazionali e sociali, risulta un po’ datato. Rimane comunque un buon film, ben diretto e fotografato (prima volta a Hollywood di Giuseppe Rotunno) e ben interpretato. I dialoghi abbastanza teatrali (il soggetto era nato per il teatro), sono buoni e la descrizione di una certa America di quegli anni è ora un documento.

Nonostante il cast di grandi attori, seppur emergenti e con alla guida un regista valido, il film stranamente è un titolo che si è poco affermato. Eppure è diretto con la stessa brillantezza che Nichols ha saputo dare a Il laureato e le argomentazioni della trama sono accattivanti con punte piccanti. L’universo dei rapporti uomo-donna e dei loro contrasti è ben delineato, come pure la psicologia di due amici che si raccontano ogni dettaglio delle loro avventure intime.

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Art Garfunkel, Candice Bergen e Jack Nicholson in una pausa di lavorazione del film

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Lobby card del film

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Uno dei flani di Conoscenza carnale

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novembre 5, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Le salamandre

Le salamandre locandina

Nel 1969 l’esordiente Alberto Cavallone gira Le salamandre, opera a bassissimo costo ma piena di idee innovative e sopratutto di tanta voglia di sperimentare nuove vie di comunicazione cinematografica.
I soldi sono pochissimi e Cavallone è costretto ad assumere per il film la fotomodella Erna Schurer perchè è la fidanzata di Carlo Maietto che produce il film e una fotomodella assolutamente sconosciuta, la giamaicana Beryl Cunningham. Il resto del cast è composto da Antonio Casale/Anthony Vernon, che era anche aiuto regista e da Renzo Maietto, il fotografo che interpreta un personaggio secondario.

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Per risparmiare ulteriormente, si scelse di ambientare la vicenda in Tunisia e di inserire nel film sequenze di guerra e assassini e brevi frammenti di documentari sulla lotta inter razziale fra bianchi e neri.
Si tratta quindi di un prodotto assolutamente sperimentale, a partire dal formato della pellicola ovvero l’economico 16 millimetri.
Come vediamo nelle sequenze finali del film, il ciak riporta quello che nelle intenzioni doveva essere il titolo originale della pellicola, “C’era una bionda” che però venne rifiutato dalla casa incaricata di distribuire il film stesso e si optò per Le salamandre, titolo che avrebbe reso famoso un film assolutamente particolare e per certi versi unico.
Siamo nel post sessantotto e  il cinema è in evoluzione turbinosa dopo gli anni di stasi precedenti, in cui si era badato principalmente al botteghino e in cui solo qualche grande regista aveva deviato dai binari del commerciale per tentare soluzioni diverse.

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Cavallone gira un film in cui è presente un elemento fino ad allora solo sfiorato dalla cinematografia, ovvero l’omosessualità femminile integrandolo con l’inter razzialità e le difficoltà di comunicazione fra bianchi e neri e molto più ambiziosamente spingendo l’acceleratore sul colonialismo e sui danni irreversibili che aveva prodotto.
Il film narra infatti la storia fra due fotomodelle, Ursula (bianca) e Uta (nera), che hanno una relazione lesbica iniziata proprio da Ursula che ha assunto la spaesata Uta per un servizio fotografico e subito dopo ne ha fatto la sua amante.
Uta accetta la storia d’amore e sesso con la sua datrice di lavoro un pò perchè intende sfruttare a suo vantaggio la fama che può derivare dal fatto che Ursula lavora per grosse riviste, un pò per denaro (è pagata 50 dollari al giorno). Poi, probabilmente, c’è posto anche per una piccolissima dose di vero amore.
La ragazza di colore è arrivata in Africa proveniente dalla dura realtà del quartiere ghetto di Harlem a New York, in cerca di una realizzazione personale e in fuga dallo squallore delle sue precedenti condizioni di vita.
Un giorno mentre lei e Ursula stanno scattando delle foto su una spiaggia, conoscono Henri Duval, un ricco medico che vive in una spledida villa poco lontano.

Le salamandre 3

Le salamandre 4

Il fascino esotico di Uta e quello fatale di Ursula turbano l’uomo e allo stesso tempo finiscono per coinvolgerlo in un impossibile tiangolo che infatti non si concretizzerà.
Mentre Uta lentamente si rende conto dell’impossibilità di stabilire un legame profondo con Ursula per via della differenza di pelle e di cultura, Henry diventa il punto di approdo di Ursula alla ricerca di una diversa identità sessuale.
Dopo aver provato inutilmente una parentesi di normalità con un giovane che ha conosciuto e con il quale ha provato senza fortuna ad avere un rapporto sessuale (i tuoi problemi devi risolverli da sola, le dice il giovane), Uta ascolta il lungo dialogo tra Ursula ed Henry in cui i due mostrano che la liberalità, la tolleranza razziale e l’amore stesso che lega Ursula a Uta sono sono belle parole senza però basi solide.
Qualche giorno dopo si compie la tragedia.
Uta raggiunge Henry e Ursula su una spiaggia, accoltella Henry e subito dopo Ursula.
Il film termina con il cast del film sulla spiaggia che discute su alcune scene e con Uta che guarda con occhi imperscrutabili verso il mare, mentre stanno per scorrere i titoli di coda.

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Un film molto difficile, Le salamandre.
La scelta del regista milanese (scomparso nel 1997 a 59 anni) di ambientare il film quasi completamente sulle diverse personalità dei personaggi arricchendola di dialoghi lunghissimi e a tratti anche noiosi trasforma la pellicola in una indagine socio culturale mescolata a elementi appartenenti alla sfera affettiva.
Il lesbismo delle due protagoniste si amalgama così alla loro evidente differenza razziale, intesa non in senso spregiativo ma come appartenenza a due culture assolutamente diverse e che per secoli sono sembrate quasi inconciliabili.
La pelle scura di Uta e la pelle chiara di Ursula sono infatti differenze sostanziali; le due donne appartengono a due mondi diversissimi.

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La bionda fotografa è una donna cinica, spietata e moralmente marcia; lo prova la maniera drammaticamente squallida in cui liquida la sua ex modella Linn arrivando a scattare fotogrammi che testimoniano gli ultimi momenti di vita della modella stessa che sta morendo suicida.
Uta sente invece già su di se una sorta di complesso di inferiorità legato al colore della sua pelle e alle sue origini proletarie.
Tra le due donne non può esserci nessun punto di contatto, su queste basi.
Il rapporto morboso che le lega è infatti accettato passivamente da Uta che in questo modo tenta di affrancarsi dalla povertà e dalla sua condizione di donna di colore. Ma, come le fa notare il giovane con il quale ha una fugace e inconcludente relazione, in realtà Uta ha scelto di vendersi e di conseguenza di affrettare in modo però inconlcudente un processo di liberazione lungo e complesso.

Le salamandre 9

A far esplodere le contraddizioni dell’impossibile coppia arriva il medico Henri, con tanti bei fumosi discorsi sulla uguaglianza e sulla morale.
Discorsi inutili, che finiranno solo per fare da detonatore alla crisi tra le due donne.
Il linguaggio di Cavallone ha un certo fascino ma è anche eccessivamente verboso e prolisso; colpa di un post sessantotto fatto anche di tanti discorsi teorici spesso non seguiti da messe in pratica adeguate.
Il regista segue i protagonisti alle volte con la MDP a mano, altre volte scegliendo inquadrature dal basso, utilizzando poi un finale assolutamente spiazzante.
Mostra insomma voglia di sperimentare e solo per questo andrebbe menzionato con lode.
Certo, a distanza di 40 anni è davvero difficile sopportare un film in cui praticamente non accade quasi nulla.
Eppure, alla sua uscita il film ebbe un notevole successo.
Merito probabilmente dell’atmosfera erotica favoleggiata dai primi recensori del film, che nella realtà esiste molto marginalmente.

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Le scene di sesso sono inesistenti mentre qua e là ci sono fugacissimi nudi della Schurer e della Cunningham (assolutamente casti e mascherati).
Ma tanto bastò evidentemente ad attirare qualche spettatore in più; il resto lo fece la critica, che salutò Cavallone come una specie di enfant prodige del cinema italiano.
Sicuramente influì moltissimo la presentazione del film avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma, proiezione durante la quale arrivarono a sorpresa attori del calibro della Vitti e registi come Antonioni e Patroni Griffi, che ebbero parole d’elogio per il regista.
Nel 1970, parlando di questo film, il regista milanese disse:
Ho messo in scena il rapporto lesbico fra una bianca e una negra. Il rapporto sessuale è di per sé schiavizzante, nel caso dell’omosessualità è anche un rapporto sterile. Così come è sterile e schiavizzante il rapporto fra bianchi e negri al giorno d’oggi. Invece ne “Dal nostro inviato a Copenaghen” l’eros è mostrato come un elemento di aridità della società occidentale. In questo periodo, sai bene, che l’argomento di tesi di laurea per molti studenti universitari italiani, è la sessualità nei paesi scandinavi. In Danimarca, paese del libero amore, la società è ugualmente ipocrita non meno che nei paesi dell’amore non libero. Si utilizza questo argomento per ottenere qualcos’altro, così come una volta si sussurravano paroline adulatrici ( vedi il personaggio del soldato che vuole disertare e va a letto con la studentessa di sinistra pèrchè lei lo aiuti nel suo intento).”
In un altro frammento dell’intervista Cavallone chiarisce il suo modo di vedere il cinema, anticonformista e sicuramente politicamente scorretto:
Non mi interessa la poesia. La poesia può magari venir fuori, nei miei film, ma solo per caso. Ciò che conta è solo il discorso politico. Il cinema, per me, è un modo di esprimere delle idee politiche mediante lo spettacolo…..
Ancora, parlando dell’utilizzo del sesso nei suoi film:
Io credo di avere smitizzato il sesso come strumento della rivoluzione. Molti hanno vissuto nell’illusione che, sessualizzando al massimo i loro film, o romanzi, o che altro, fosse possibile scandalizzare la società borghese ed impiantare uno nuova società. Mostrando invece l’aridità profonda del rapporto solamente sessuale, io credo di avere dato una mano a capire che la libertà sessuale non è la libertà in senso generale, ma solo una modesta parte di esse.”
Cavallone nel 1977 dirigerà quella che è la sua opera più controversa e sicuramente meglio riuscita, ovvero L’uomo la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, un film che è un durissimo atto d’accusa ai modelli della civiltà.
Tornando a Le salamandre, è un film di difficilissima reperibilità; esistono solo delle versioni VHS ormai logore.
E’ stato riscoperto, dopo un oblio lunghissimo, durante una retrospettiva tenuta al cinema Trevi nel 2007, che ha permesso una rivisitazione delle oepre di un regista geniale e scomodo.

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Le salamandre, di Alberto Cavallone, con Beryl Cunningham, Erna Schurer, Tony Carrell- Drammatico Italia 1969

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Le salamandre banner personaggi

Erna Schurer         …     Ursula
Beryl Cunningham         … Uta
Tony Carrel … Il giovane confidente di Uta
Antonio Casale          …     Dottor. Henry Duval (come Anthony Vernon)
Michelle Stamp… Linn

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Regia: Alberto Cavallone
Sceneggiatura: Alberto Cavallone
Musiche: Franco Potenza
Editing: Alberto Cavallone
Aiuto regia: Antonio Casale

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Il flano del film che annunciava la proiezione dello stesso

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Erna Schurer e Beryl Cunningham

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novembre 3, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

La caduta degli dei

La caduta degli dei locandina

Oberhausen, Germania, 27 febbraio del 1933.
A casa von Essenbeck si riunisce la famiglia al gran completo per festeggiare il compleanno del patriarca della famiglia, Barone Joachim von Essenbeck.
L’uomo è uno dei più importanti industriali di Germania nel campo dell’acciaio, forse il materiale più ambito nella nazione tedesca pre bellica.
Joachim von Essenbeck, da capitano d’industria furbo e lungimirante, è riuscito fino a questo momento attraverso una rete di relazioni importanti a mantenere la sua azienda ai vertici della produzione industriale.
Mentre stanno per sedersi a tavola, gli Essenbeck sono raggiunti dalla notizia dell’incendio del Reichstag, la sede del parlamento tedesco.
Il Barone, che era in procinto di nominare il suo successore alla guida dell’impero industriale decide di escludere dalla corsa il marito della nipote Elisabeth, Herbert Thallman a tutto favore di Konstantin von Essenbeck (l’altro suo nipote), che gode dell’alta protezione del potentissimo capo delle SA (le Sturmabteilung i battaglioni di assalto) Ernest Rohm che in quel periodo storico era praticamente il braccio destro del Furher Adolf Hitler.
La decisione provoca l’ira di Herbert, fervente antinazista che dopo aver litigato con il patriarca per la decisione che di fatto consegna le aziende sotto il controllo del regime decide di preparare la partenza dal paese, nella convinzione fondata che di li a poco gli eventi sarebbero precipitati.
La decisione di Herbert risulterà fatale per la storia della famiglia.

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Umberto Orsini interpreta Herbert Thallman

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Charlotte Rampling interpreta Elisabeth von Essenbeck, moglie di Herbert

Alla cena infatti è presente anche Friedrich Bruckmann, dirigente della società e amante della moglie del figlio di Joachim von Essenbeck, Sophie; la donna è anche madre del cinico e opportunista Martin, che prima della cena si era esibito in uno spettacolo travestendosi da donna, suscitando lo scandalo del resto della famiglia.
Con Bruckman c’è anche Aschenbach, importante ufficiale delle SS (nemiche giurate delle SA di Rohm), le Schutzstaffel (reparti di difesa) che costituivano il corpo d’elite al servizio del Fuhrer.
L’ufficiale convince l’ambizioso Bruckman ad uccidere il Barone, in modo da permettere al giovane Martin (controllato dalla madre Sophie) di ereditare l’impero di Joachim von Essenbeck.
Così accade e Martin diventa presidente.

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Helmut Berger interpreta Martin von Essenbeck

Ma Konstantin, che doveva diventare presidente come stabilito da Joachim von Essenbeck intuisce i piani di Frederick Bruckman e ne ottiene conferma durante una riunione con i capi dello Stato maggiore tedesco; è infatti in corso una vera e propria guerra interna tra le SA di Rohm e l’esercito, che mal sopporta la presenza di un corpo paramilitare divenuto ormai potente come l’esercito. Lo stesso Hitler teme Rohm perchè si rende conto di correre il rischio di essere oscurato dal suo braccio destro e in più il Fuhrer ha bisogno dell’appoggio incondizionato dell’esercito.
Un avvenimento tuttavia aggrava la posizione della famiglia Essenbeck; Martin, che possiede una personalità paranoica e deviata, mentre è in attesa di Olga,una prostituta che frequenta abitualmente, incontra una bambina e la violenta.
La piccola, per la vergogna si uccide, mentre Martin fugge lasciando però nell’appartamento il suo portasigarette.
E’ Konstantin a salvare dallo scandalo sia la famiglia che Martin; grazie ai buoni uffici e alle conoscenze nella polizia, mette tutto a tacere, chiedendo però in cambio a Friedrich e a Sophie di diventare il nuovo presidente in luogo di Martin.
Sophie, come in occasione della morte di Joachim, convince Friedrich della necessità di uccidere anche Konstantin e l’uomo, sempre più succube della donna e del suo sfrenato arrivismo, accondiscende confidando nel matrimonio con Sophie e nella posizione di capo assoluto dell’azienda per mantenere comunque il suo status di controllore degli eventi.
Ma una serie di accadimenti porta la storia verso un drammatico epilogo.

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Ingrid Thulin interpreta Sophie von Essenbeck

Elisabeth e le sue due figlie vengono arrestate per costringere Herbert a ritornare in patria,proprio mentre sta per arrivare la notte del 30 giugno 1934.
Quella sera le SA di Rohm vengono sterminate dalle SS di Heydrich e si compie anche il destino di Konstantin che viene ucciso da Friedrich.
Aschenbach, onnipresente e diabolico ispiratore convince Martin a sciogliere finalmente il suo legame con la madre Sophie e a rendersi  indipendente.

Così, mentre arriva Herbert che vuol salvare la moglie e le figlie dalla deportazione nel campo di sterminio di Dachau, si compie la tragedia finale in casa Essenbeck; Martin rivela a Gunther,il figlio di Konstantin il ruolo avuto da Friedrich nell’assassino del padre e subito dopo stupra sua madre, che invano ha tentato di metterlo in guardia dalla nefasta influenza di Aschenbach.
Mentre Friedrich si rende conto che non avrà mai il potere tanto agognato e mentre Sophie precipita nella follia attraverso uno stato di completa catatonia, Martin li costringe al suicidio dopo averli costretti ad un matrimonio farsa.
Morti i due, per Martin non ci sono più avversari e da questo momento è libero di guidare le industrie Essenbeck.
Un’illusione, in realtà, perchè da quel momento consegna l’azienda e l’acciaio nelle mani di Hitler.
La caduta degli dei è un grande affresco diretto da Luchino Visconti nel 1969; più che un affresco, il termine esatto sarebbe una tragica saga familiare ma affresco serve a rendere l’idea del quadro d’assieme in cui si mescolano sicuramente i peggiori sentimenti dell’animo umano.

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La cena con la famiglia Essenbeck al completo

L’arrivismo, la meschinità e la gelosia, l’odio e l’orgoglio, la follia e la corruzione, la dissolutezza e quant’altro si mescolano in un’opera nichilista e senza speranza, come del resto annunciato dall’argomento, ovvero il ritratto di una famiglia coinvolta totalmente in quell’abominio che fu il nazismo.
Il quadro storico si mescola quindi al dramma familiare, attraverso la costruzione di ritratti di gente meschina il cui unico credo è il potere e il denaro, proprio mentre attorno si stanno creando le premesse per l’orrore nazista.
I personaggi del film sono moralmente abietti, a cominciare da Martin, pedofilo e più o meno consciamente propenso all’incesto, per passare all’ambizioso e senza scrupoli Friedrich per finire con Aschenbach, vera incarnazione dell’inferno nazista raffigurato potentemente quasi fosse una malefica e sinistra incarnazione del peggio degli esseri umani.
Il nichilismo di Visconti si esprime in una serie di ritratti al vetriolo, quindi; tutti i personaggi della tragedia, che assomiglia tanto al Machbeth di Shakespeare sono preda dei propri istinti, dominati dalle proprie debolezze.
A parte Martin e Friedrich, non appaiono di certo migliori la ambiziosa Sophie o l’ambiguo Konstantin; tutti appartengono all’aristocrazia tedesca, responsabile in primis dell’appoggio dato ad Hitler e al nazismo.
Dal punto di vista storico il film è abbastanza fedele agli avvenimenti narrati; dall’incendio del Reichstag (provocato dai nazisti) alla notte dei lunghi coltelli (che provocò l’epurazione delle SA) fino al massacro delle SA stesse, tutto è ripreso dagli avvenimenti reali. La sequenza del massacro delle SA dopo orge notturne forse è esagerata, ma è di sicuro impatto.

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Florinda Bolkan interpreta Olga

Questa sequenza si aggiunge ad altre che sono rimaste nell’immaginario collettivo, come quella in cui Martin violenta la bambina o quella con protagonista sempre Martin in cui assistiamo all’incesto-stupro verso sua madre Sophie.
Visconti per questo film si avvale di un cast di attori molto bravi; sicuramente degni di menzione sono Helmut Berger, qui nel ruolo più convincente della sua carriera, Dirk Bogarde che rende alla perfezione l’ambiguo personaggio di Friedrich Bruckmann, Ingrid Thulin nel difficile ruolo di Sophie e poi ancora Charlotte Rampling (Elisabeth Thallman), una giovanissima e quasi sconosciuta Florinda Bolkan nel ruolo della prostituta Olga,Umberto Orsini nella parte di uno dei pochissimi personaggi positivi della storia ovvero Herbert Thallman e via via tutti gli altri.

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La caduta degli dei dura 160 minuti, che cinematograficamente sono un’eternità per un film drammatico; ma mentre si assiste alle tragiche vicende della famiglia Essenbeck il tempo sembra scorrere velocemente, nonostante per lunghi tratti sia principalmente composto da dialoghi.
Ma l’aria da tragedia incombente che si respira contribuisce a rendere palpabile l’atmosfera di tensione del film mentre la colonna sonora di Jarre avvolge come una spirale alcune sequenze del film stesso.

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L’ultima orgia delle SA prima del loro massacro

La critica accolse in maniera discorde il film; alcuni rimproverarono al regista un’eccessivo catastrofismo virato al negativo, paragonando il film ad un clone cocktail di I demoni di Dostoevskij contaminato da influenze wagneriane e di Thomas Mann. Altri puntarono l’indice sulla citata eccessiva lunghezza del film, altri ancora sul nichilismo disperato che avvolge il film attraverso la descrizione di un mondo senza speranza teso com’era al culto di valori negativi.
Personalmente trovo La caduta degli dei affascinante proprio in quelle che vengono segnalate come debolezze del film; il nichilismo è giustificato proprio dalla storia, da quegli anni in cui si posero le premesse per la più grande tragedia della storia dell’umanità, il nazismo e tutte le sue nefaste conseguenze come la morte di oltre 50 milioni di esseri umani inclusa la aberrante esperienza della Shoah.

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Mai, nemmeno nel medioevo, l’uomo era sceso così in basso e Visconti racconta proprio questo, le premesse al nazismo e alla guerra attraverso la descrizione dell’atmosfera di dissoluzione morale che precedette la seconda guerra mondiale.
Un film molto bello, che andrebbe proiettato nelle scuole come esempio di grande cinematografia unita al rigore della regia e alla fedeltà storica.

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La caduta degli dei, un film di Lucino Visconti, con Helmut Berger, Albrecht Schoenhals, Umberto Orsini, Ingrid Thulin, Renè Koldehoff, Karl Otto, Richard Beach, Dirk Bogarde, Florinda Bolkan, Ester Carloni, Peter Dane, Jessica Dublin, Wolfgang Ehrlich, Antonietta Fiorito, John Frederick, Helmut Griem, Werner Hasselmann, Wolfgang Hillinger, Klaus Hohne, Reinhard Kolldehoff, Ernst Kuhr, Karin Mittendorf, Piero Morgia, Charlotte Rampling, Nora Ricci, Valentina Ricci, Nelson H. Rubien, Mark Salvage, Bill Vanders, Irina Vanka, Renaud Verley.Drammatico, Italia 1969 Durata 160 minuti.

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La caduta degli dei banner personaggi

Dirk Bogarde: Friedrich Bruckmann
Ingrid Thulin: Sophie von Essenbeck
Helmut Griem: Aschenbach
Helmut Berger: Martin von Essenbeck
Renaud Verley: Gunther von Essenbeck
Umberto Orsini: Herbert Thallman
Reinhard Kolldehoff: Konstantin von Essenbeck
Albrecht Schoenhals: Joachim von Essenbeck
Florinda Bolkan: Olga
Nora Ricci: Governante
Charlotte Rampling: Elisabeth Thallman
Irina Wanka: Lisa
Karin Mittendorf: Thilde Thallman
Valentina Ricci: Erika Thallman
Wolfgang Hillinger: Janek
Ester Carloni: Madeline

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Regia     Luchino Visconti
Soggetto     Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Sceneggiatura     Nicola Badalucco, Enrico Medioli, Luchino Visconti
Fotografia     Pasqualino De Santis, Armando Nannuzzi
Montaggio     Ruggero Mastroianni
Musiche     Maurice Jarre, Walter Kollo, Willy Kollo
Scenografia     Vincenzo Del Prato

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“Siamo vicini alle elezioni, Friedrich. E dobbiamo vincerle a tutti i costi se vogliamo che siano le ultime.
“Vedi, Gunther, tu questa notte hai conquistato qualcosa di veramente straordinario. La brutalità di tuo padre, l’ambizione di Friedrich, la stessa crudeltà di Martin, non sono assolutamente nulla a confronto di quello che tu adesso possiedi: l’odio, Gunther. Tu possiedi l’odio, un odio giovane, puro, assoluto. Ma sta’ attento: questo potenziale d’energia e furore è troppo importante per farne la ragione di una personale vendetta: sarebbe un lusso, uno spreco inutile. […] Tu verrai con me: noi ti insegneremo ad amministrare questa tua immensa ricchezza, ad investirla nel modo giusto.

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Helmut Berger

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Florinda Bolkan e Helmut Berger

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Helmut Berger con il regista Luchino Visconti

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Charlotte Rampling

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Ingrid Thulin

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Charlotte Rampling

 

ottobre 22, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Simona

Simona locandina

Il diciottenne George conosce su una spiaggia la bellissima e disinibita Simona, che lo inizia ai piaceri del sesso. Tra i due nasce così anche una relazione sentimentale assolutamente anticonformista; un giorno, mentre scorazzano in auto, investono una bici con su la giovane marchesina Marcelle de Paille che perde i sensi nell’impatto.
Al risveglio, la ragazza fugge via, per poi tornare l’indomani sulla spiaggia, nascosta dietro le dune per spiare George e Simona che fanno l’amore. Scoperta dai due, viene coinvolta in un gioco amoroso a tre, ma dopo aver assaporato la libertà con i due, camminando completamente nuda e coperta di alghe sulla spiaggia, Marcelle fugge ancora.
La ragazza vive in una grande casa con il padre e lo zio, dei quali è amante incestuosa dopo la morte della madre, avvenuta in un incidente stradale e nel corso del quale suo zio ha deliberatamente ucciso la donna per sottrarla a suo padre. Nella grande casa l’atmosfera è opprimente; la ragazza è circondata dai corpi imbalsamati di innumerevoli animali, resi così da suo padre che è un esperto tassidermista.

Simona 6Simona, George e Marcelle verso il mare, in cerca della libertà

La mente di Marcelle vacilla così come la sua personalità, che anelita di sfuggire all’angosciosa atmosfera della casa per unirsi ai suoi amanti.
Inutilmente George e Simona tentano di strapparla a quel luogo infernale.
George, penetrato nella casa, viene ucciso dal padre di Marcelle, che subito dopo uccide lo zio e la ragazza stessa. Nello stesso istante in cui la ragazza muore, tutti gli animali presenti nella casa quasi fossero resi liberi da un sortilegio, riprendono a vivere.
A Simona, restata sola, non rimane che ricordare i momenti felici e andare via.

Simona 9
Dissolvenza sui tre giovani che si abbracciano felici…

La ritroviamo mentre assiste ad una corrida (così come nelle scene iniziali), con gli occhi bagnati di lacrime, mentre una voce fuoricampo recita: ” Nel momento stesso in cui si esaltava la crudele inutilità della morte, l’anima di Marcelle unita al ricordo di George si rimetteva a vivere in Simona. Si compiva così quella sofferta comunione erotica tanto desiderata e tanto temuta che li liberava finalmente da quel mondo di fantasmi che aveva dato loro l’illusione della vita
Si può essere santi sia in senso religioso che in senso erotico“, recita la didascalia finale del film, con la firma di Alberto Moravia, a sugellare una pellicola molto particolare e decisamente ostica.
Tratto dal romanzo Histoire de l’oeil di Georges Bataille, romanzo edito a fine degli anni 20 e a lungo osteggiato in Italia tanto da essere stato pubblicato solo negli anni 80, Simona è un film decisamente anticonvenzionale diretto dal regista belga Patrick Longchamps alla sua prima e unica direzione cinematografica.

Simona 8Laura Antonelli

Simona 1Margot Saint Ange

Film dalla struttura tipicamente circolare (l’inizio e la fine del film coincidono), ricco di simbolismi spesso oscuri e di dialoghi a tratti metaforici a tratti confusi, Simona è opera fascinosa ma al tempo stesso di difficile comprensione.
Non ho letto il romanzo da cui il film è tratto, per cui per forza di cose devo limitarmi a quello che ho visto sullo schermo (peraltro in tempi recentissimi).
Un’opera che alcuni sprovveduti hanno catalogato come erotica; il che è assolutamente fuorviante per coloro che intendano avvicinarsi ad un film che proprio in virtù di questa errata catalogazione ha finito per essere bandita dai circuiti cinematografici e televisivi.
In realtà l’erotismo, poco presente, è solo uno degli aspetti della storia o quantomeno è solo il collante fra le storie personali di Simona, George e Marcelle che lo utilizzano un pò come liberazione personale un pò perchè con esso trasgrediscono la vita in contrasto con la morte che sembra aleggiare su tutto il film.
Come del resto evidenziato nel monologo finale della voce fuori campo.
Se i personaggi sono appena abbozzati, in nome di un discorso globale e collettivo dei tre visti quasi come una personalità e un corpo unico, la storia scorre su binari divergenti; a tratti le vicende di Simona si incrociano con i destini di George e Marcelle, per poi assumere un indirizzo univoco in seguito alle drammatiche morti di George e Marcelle.
Il vero fulcro della storia diventa così la casa-mausoleo in cui la sventurata Marcelle vive con gli incestuosi padre e zio.
Una casa in cui domina la morte, simboleggiata non solo dai corpi dei numerosi animali imbalsamati ma anche dall’oscurità dell’ambiente e dalle presenza dei due folli parenti della ragazza che la trattengono in un mondo in cui a farla da padrona è la pazzia.
Marcelle si illude di evadere dalla prigione in cui anche la sua mente vacilla rifugiandosi nel legame erotico con i due giovani ma la sua è solo un’illusione.
Sarà il padre a stroncare defintivamente la sua vita subito dopo aver ucciso l’incolpevole George, venuto nella casa per aiutare la ragazza e dopo aver ucciso l’odiato fratello reo di aver amato prima sua moglie e poi Marcelle.
Se la descrizione del film può sembrare tutto sommato come esplicativa di scene abbastanza comprensibili, affrontando la pellicola ci si rende conto che la realtà è ben diversa.
Dopo i primi minuti, durante i quali seguiamo la nascita e l’evolversi del rapporto tra il giovanissimo George e Simona, il film ci trasporta in una dimensione decisamente più complessa.

Simona 14Il bacio tra Simona e Marcelle, illusione di libertà

Il simbolismo inizia a prendere corpo, diventando alternativo ma allo stesso tempo complementare alla storia che seguiamo.
Un esempio è la sequenza in cui Simona e George stanno facendo l’amore mentre il ragazzo fa scendere un uovo sulla pancia di Simona; una vecchia si aggira smarrita nella stanza e Simona dice a George che si tratta di sua madre. La solita voce fuori campo ci racconta che “una volta la madre di Simona era una donna estremamente buona e dolce, che viveva nell’eco del suo passato; si diceva che fosse stata una grande artista che aveva già da tempo intuito i giochi amorosi di sua figlia, ma quando la sorprese si accontentò di assistere sbalordita senza fiatare, perchè non apparteneva più a questo mondo
Un’ altra sequenza estremamente ostica è quella in cui i due amanti riescono a portare Marcelle nel cimitero monumentale di famiglia, adorno di statue umane pronte ad animarsi sotto gli occhi terrorizzati di Marcelle, inutilmente rassicurata da George e Simona che le dicono che si tratta di normali ragazzi.
Ecco, proprio il simbolismo, unito alla tecnica della dissolvenza e del mosaico tra immagini è alla fine la caratteristica portante del film, che in questo modo sembra sospeso tra realtà e sogno, fra la fantasia e quello che i ragazzi sembrano vivere realmente.

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L’effetto flou della fotografia amplifica ancor più il tutto dando alla pellicola momenti di rarefatta bellezza.
Tuttavia il film di Longchamps è eccessivamente criptico in troppe sequenze e alle volte appare slegato, nonostante il regista si sforzi di seminare indizi per la decifrazione dello stesso.
E’ questo il principale limite del film stesso, che resta però opera oscura ma dal fascino irresistibile.

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Simona 3

La protagonista principale ovvero Simona è interpretata da Laura Antonelli, alle prese con un ruolo estremamente difficile e ricco di sfumature; la bellissima attrice ci mette impegno e alla fine dimostra come avesse anche talento drammatico e che se fosse stata sfruttata meglio dai registi dell’epoca avrebbe avuto ben altra sorte cinematografica.
Una volta tanto infatti quello che conta in lei non sono i metri di epidermide mostrata ma la capacità di rendere visivamente un personaggio così complesso come quello di Simona.

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Nel ruolo di George c’è Maurizio Degli Esposti, che nella sua carriera ha avuto a che fare con film molto particolari; i titoli da lui interpretati ovvero Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, La ragazza di nome Giulio e Arcana dimostrano la sua volontà di non interpretare ruoli consueti in film di routine. In questo film se la cava egregiamente così come molto brava è l’efebica Margot Saint Ange, anche lei alla sua prima e ultima apparizione cinematografica. Un mistero, questo, perchè l’attrice mostra buone doti, decisamente superiori a quelle di tante soubrettine dell’epoca. Citazioni per Raf Vallone (lo zio incestuoso) e per Patrick Magee (il padre).
Simona ebbe accoglienze discrete dalla critica mentre il pubblico non ebbe grandi modi per vedere il film, vista la pesante censura applicata.

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E probabile che nella versione che ho visionato manchino alcune scene, altrimenti non si spiegherebbe il motivo dell’accanimento censorio nei confronti del film; data la difficilissima reperibilità dello stesso, sarei grato ai lettori del blog su qualsiasi delucidazione in merito.
In ultimo, un appunto su alcune parti della colonna sonora che ondeggia tra il vaudeville e il jazz; la scelta frammenta la tensione del film ed è davvero una cosa poco riuscita mentre la fotografia è discreta.
Un film che mi sento di consigliare a patto di volersi scervellare un pò più del necessario.

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Simona
Un film di Patrick Longchamps. Con Laura Antonelli, Raf Vallone, Patrick Magee, Maurizio Degli Esposti,Margot Saint’Ange
Titolo originale Histoire de l’oeil. Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974.

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Laura Antonelli: Simona
Maurizio Degli Esposti: George
Matrick Magee: padre di Marcelle
Margot Sainte Ange: Marcelle
Raf Vallone: zio di Marcelle
Maxane: madre di Simona

Regia     Patrick Longchamps
Soggetto     Georges Bataille (dal racconto omonimo)
Sceneggiatura     Patrick Longchamps
Produttore     Bruno Dreossi, Roland Perault
Casa di produzione     Rolfilm, Les Films de l’Oeil
Distribuzione (Italia)     Dear Film
Fotografia     Aiace Parolin
Montaggio     Franco Arcalli, Pina Rigitano
Effetti speciali     Joseph Natanson
Musiche     Fiorenzo Carpi
Scenografia     Pasquale Grossi
Costumi     Pasquale Grossi

Ludovica Modugno: Simona
Claudio Sorrentino: George
Antonio Guidi: padre di Marcelle
Rossella Izzo: Marcelle
Mario Bardella: zio di Marcelle
Antonio Colonnello: voce narrante

Simona locandina 1

ottobre 20, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Dimenticare Venezia

Dimenticare venezia locandina

Una comunità tutta al femminile vive in una fattoria veneta; ci sono due giovani donne , Claudia e Anna, zia Marta e la balia/servitrice della casa l’anziana Caterina.
Le quattro donne convivono senza grossi problemi.
Anna è in pratica colei che si occupa della fattoria, dei raccolti e della gestione vera e propria della casa che è di proprietà di Marta una ex cantante lirica a riposo dal bel passato e dal carattere gioviale.
Claudia invece è un’orfana accolta nella casa e che lavora come maestra insegnando ai bambini del vicinato e gestendo anch’essa la fattoria alla quale presta  la sua opera.

Dimenticare venezia 1

Marta ha un fratello, che ha vissuto con lei per molto tempo, prima di trasferirsi a Milano per impiantare un’attività di vendita di auto d’epoca.
L’uomo, Nicky, arriva nella fattoria con il compagno Picchio, che è un suo meccanico e che è legato a lui da un legame sentimentale.
L’arrivo dei due uomini porta una ventata di novità nella vita abitudinaria delle donne che abitano la fattoria e porta sopratutto a Nicky un malinconico “amarcord” della sua vita passata, quando da bambino scorazzava felice per i campi.
L’uomo ricorda quindi le sue prime pulsioni sessuali, l’amichetto assatanato che spiava le contadine che facevano il bagno nel fiume, tutta un’infanzia in fondo felice trascorsa in un posto ameno e vissuta con l’ingenuità tipica del bambino prima e adolescente poi.

Dimenticare venezia 2

Durante una festa matrimoniale a cui partecipano tutti gli abitanti della fattoria, Nicky incontra proprio il vecchio amico Rossino, quel bambino che gli aveva in qualche modo rivelato il mondo della sessualità, oggi sposato e padre di cinque figli.
Durante la festa, Rossino chiede a Marta di cantare arie del suo passato canoro, ma lo sforzo evidentemente (unito all’emozione) si rivela fatale per la donna; appena tornata alla fattoria la donna è colpita da un infarto e muore.
E’ come se l’incanto e la magia del passato venissero di colpo cancellati, lasciando il posto all’amara consapevolezza che il tempo è irrimediabilmente passato.
Privi del punto di riferimento di Marta, il vero collante che univa tutti, gli occupanti della casa decidono di trasferirsi.
Picchio, che è ormai in profonda crisi sentimentale con Nicky, porta con se Claudia e Anna (con la quale ha tentato di avere invano un rapporto sia sentimentale che sessuale), la vecchia balia Caterina decide di trasferirsi da un parente e l’ormai solo Nicky resta nella fattoria, indeciso sul da farsi, forse ancora legato a quel mondo ormai completamente dissolto che lo àncora al passato…

Dimenticare venezia 5

L’infanzia e l’adolescenza sono periodi bellissimi, indimenticabili e purtroppo irripetibili; se il ricordare i bei tempi passati può significare tuffarsi in un mondo ingenuo e incantato e conseguentemente guardare ad essi con un vena di sottile rimpianto, vivere in funzione di essi, rifiutarsi di crescere o peggio, pensare che si possa vivere in una specie di limbo incantato è un qualcosa che rischia di trasformarsi in una prigione di ricordi dalla quale si può uscire solo a prezzo di scelte dolorose e dell’obbligatorio passaggio all’età adulta.
I quattro personaggi principali di Dimenticare Venezia sono omosessuali, quindi vivono una situazione che già di per se tende ad allontanarli da quella che è la comunità dei “normali”, anche se poi in fondo la loro omosessualità è colpevolizzata solo dai soggetti che la vivono come una condizione in cui predomina il disagio.
Claudia e Anna, Nicky e Picchio in qualche modo si assomigliano sopratutto perchè tendono a rifugiarsi nel mondo dell’infanzia a scapito di un’età anagrafica ben lontana da quella dell’adolescenza
Forse non accettano la loro condizione di gay e lesbiche, forse sentono su di loro il peso di un rapporto che la società considera contro natura.
Non dimentichiamo che siamo sul finire degli anna settanta e che se la società ha fatto passi da gigante nel campo delle conquiste sociali (divorzio e aborto, pari dignità fra uomo e donna), i pregiudizi sull’omosessualità sono ancora profondamente radicati.
Colpa di tabù atavici, colpa anche dell’educazione religiosa repressiva della sessualità intesa già nella sua forma “normale” come sporca e moralmente discutibile, colpa di una società che non accetta il diverso in nessuna forma, che sia una diversità fisica (handicap di tutti i generi) o che sia una diversità sessuale.
Franco Brusati racconta tutto questo in un film che si sposta impercettibilmente su vari fronti, portando in scena i ricordi e il disagio, l’infanzia e l’età adulta, l’amicizia e l’amore; lo fa adottando uno stile narrativo che sembra rifarsi al cinema di Visconti o a quello di Bergman, quanto meno nelle atmosfere, nella scelta della lentezza dei dialoghi introducendo anche il meccanismo della ripresa dei ricordi con il personaggio fisicamente presente sulla scena, in una specie di sdoppiamento tra l’io presente e quello del passato.
Emblematica è la sequenza dei ricordi di una festa di compleanno di Marta, in cui Nicky è seduto sulla scala e guarda passare sua sorella Marta a cui è stata preparata una bellissima e intensa festa a sorpresa.

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Eleonora Giorgi

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Mariangela Melato

Lo snodo principale del film è probabilmente questo, il momento cruciale in cui il peso dei ricordi deve fare i conti con il presente, con l’età adulta dei protagonisti che oscuramente sentono di dovere un pesante tributo proprio alla loro adolescenza.
Il tempo però non lo si ferma, i ricordi devono restare tali per poter vivere il presente.
Un presente che è la somma algebrica di ciò che abbiamo fatto e di ciò che eravamo a cui va obbligatoriamente aggiunto il carico delle esperienze presenti; e che deve tener conto che, per dirla alla Rossella O’Hara “dopotutto domani è un altro giorno”, ovvero il chiudere una porta e aprirne un’altra, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo se vogliamo.
Il film di Brusati è molto intenso, intriso di momenti di malinconia alternati a momenti di gioia prima del finale che riporta tutti i personaggi alla loro dimensione giornaliera.
Un quotidiano che tutti sentono di dover affrontare spogliati dal peso (anche se dolce) dei ricordi e simboleggiato dall’abbandono della vecchia casa fattoria in cui tutto si era fermato, incluso il tempo e in cui la presenza di Marta fungeva da cordone ombellicale con il passato.
Dimenticare Venezia è quindi un film nostalgico, un film malinconico, un film a tratti commovente a tratti leggero e sottilmente ironico.

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Erland Josephson

E’ anche un film che ha subito un ipocrita e ingiustificato ostracismo, principalmente a causa dell’argomento trattato, quell’omosessualità che ha sempre spaventato registi e produttori (almeno nel passato).
Brusati, regista nato a Milano e morto nel 1993 all’eta di settanta anni ha diretto come regista solo 8 film, tra i quali l’ottimo Pane e cioccolata; per Dimenticare Venezia, uscito nel 1979 nelle sale cinematografiche sceglie un cast di notevole spessore e assolutamente consono alla storia raccontata.

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Hella Petri

Mariangela Melato interpreta Anna, personaggio tormentato e spigoloso, che tenterà di uscire dalla sua personalissima condizione concedendosi a Picchio, con risultati nulli; la Melato, una delle attrici più brave e preparate del nostro cinema (oltre che del nostro teatro) disegna un personaggio pressochè perfetto, mentre Eleonora Giorgi che interpreta Claudia, pur essendo un filino sotto la Melato se la cava con bravura.
Bene anche il cast maschile con Erland Josephson che alterna momenti lirici a momenti di malinconia, caratterizzando con bravura il difficile personaggio di Nicky.

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David Pontremoli e Mariangela Melato

Bravo anche David Pontremoli nel ruolo di Picchio, mentre Nerina Montagnani è la solita sicurezza.
In ultimo, elogio per la fotografia e per le belle musiche di Benedetto Ghiglia. Il film ha vinto il David di Donatello 1979 come miglior film e 2 Nastri d’Argento 1979 per la migliore attrice protagonista (Mariangela Melato) e per la migliore scenografia.
Un film programmato pochissimo e che purtroppo non risulta disponibile in versione Dvd.

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Dimenticare Venezia
Un film di Franco Brusati. Con Mariangela Melato, Erland Josephson, Eleonora Giorgi, Hella Petri, Nerina Montagnani,Armando Brancia, Alessandro Doria, David Pontremoli, Fred Personne, Anne Caudry, Domenico Tittone, Patrizia Rubeo, Daniela Guzzi, Pia Hella Elliot, Peter Boom
Drammatico, durata 103 min. – Italia 1979.

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Dimenticare venezia personaggi

Mariangela Melato: Anna
Eleonora Giorgi: Claudia
Erland Josephson: Nicky
Nerina Montagnani: Caterina
David Pontremoli: Picchio
Hella Petri: Marta

Dimenticare venezia cast

Regia     Franco Brusati
Soggetto     Franco Brusati
Sceneggiatura     Jaja Fiastri
Casa di produzione     Action Films
Distribuzione (Italia)     Rizzoli Film
Fotografia     Romano Albani
Montaggio     Ruggero Mastroianni
Musiche     Benedetto Ghiglia
Scenografia     Luigi Scaccianoce

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Lobby card del film

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Dimenticare venezia banner citazioni

I vivi con i vivi e i morti con i morti; non facciamo casino.
Mamma è a casa che piange perché papà è un porco e va con le altre anche se lei è ancora bella e piacente: guarda che petto.
Quando è morto suo papà, ha voluto il cane vicino! Mai una volta che vogliano il prete!

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Opera di rara raffinatezza, ma anche di non comune tedio. Mi pare più che altro un esercizio di stile, di alto stile, ma dai contenuti non proprio ben articolati. Resta troppo spesso un senso di pesantezza, come nei flashback, e di sottolineature non necessarie (coma nella “vanitas” del pendolo, richiamata da altri oggetti oblugnhi e dondolanti). Notevoli le prestazioni degli attori, ma è troppo poco per cento interminabili minuti.

Quattro personaggi (due uomini e due donne) si riuniscono in una casa della campagna trevigiana per assistere la sorella di uno di loro, nei suoi ultimi giorni di vita. L’opera più celebrata di Franco Brusati ha un titolo che si riferisce al tentativo di dimenticare l’infanzia e la spensieratezza, accettando la fine delle cose e della vita. Il film presenta una grande raffinatezza formale che talvolta va a scapito della sostanza, a causa di una sceneggiatura dall’andamento vago e non sempre incisiva. Buona la prova degli attori.

Fellini, Bergman, Visconti: del primo si richiamano l’amarcord (c’è Brancia) e gli squarci onirici e circensi; del secondo, la dimensione femminile, il pacato intimismo, la presenza di Josephson; del terzo, la ricerca del pregio estetico di provenienza artistico-letteraria. Nonostante questi nobili riferimenti, si ha da subito l’impressione di assistere più ad un vuoto e ridondante esercizio di stile che ad un saggio di reali doti d’autore: e l’impressione diventa presto certezza. Purtroppo.

Ho trovato il film estrememente interessante, indipendentemente dalle analogie con gli stili di altri registi. Una delle scene erotiche, che giudico molto forte e credibile rispetto al panorama italiano (se si esclude Tinto Brass) è stata ben messa in scena. All’epoca il film ebbe molti giudizi positivi e allo stesso tempo molti che cercarono di ridimensionarlo. Secondo me resta l’opera di Brusati. Splendida e raffinata la colonna sonora.

Difficile rintracciare una qualche originalità in questa ricerca del tempo perduto di Brusati: l’eterno ritorno alla casa paterna che è nido accogliente e tana del lupo, ove assistiamo a un lungo faccia a faccia dei protagonisti con i fantasmi del passato, al termine del quale Nicky e Anna si scoprono essi stessi fantasmi, ansiosi di tornare in vita. Lascia perplessi il modo in cui viene rappresentata l’omosessualità, quasi un retaggio di mala-adolescenza. Venezia, la lirica, la vecchia governante, le festicciole… già visto, debole e fioco come la luce di un crepuscolo, di una candelina…

L’estetismo c’è ma non è sterilmente compiaciuto di se stesso (alla Bolognini) e se sono indubbi i continui riferimenti cinematografici, Brusati li sublima con uno stile personale che evita vacuità citazionistiche, riuscendo a colpire il cuore dello spettatore. Certo, non tutto è perfetto (alcune lungaggini, soprattutto nei flashback, potevano essere evitate e certe figure macchiettistiche spezzano l’atmosfera incantata e atemporale) ma il film resta un’opera d’autore viva e pulsante. Splendidamente sensuale la Melato, bravi tutti gli altri.

 

ottobre 18, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento

Zona di guerra

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Una famiglia inglese composta da padre, madre e da due figli, Tom e Jessie si trasferisce sulla costa del Devon.
La mamma dei due ragazzi è incinta alle ultime settimane, i due ragazzi pur molto affiatati fra di loro hanno caratteri molto differenti.
Se Jessie appare come una ragazza all’apparenza normalissima, Tom è invece un ragazzo taciturno, introverso e probabilmente complessato dal volto devastato dall’acne giovanile, preda di quell’inquietudine giovanile che non ha motivazioni specifiche quanto piuttosto è summa di problemi di adattamento, di prime pulsioni sessuali non espresse e di altri fattori.

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La vita nelle campagne del Devon sembra trascorrere tranquilla nella sua monotonia e di li a poco la mamma dei due ragazzi partorisce una bimba che viene chiamata Alice.
Tom diventa sempre più silenzioso e i suoi dialoghi con la famiglia sono praticamente inesistenti, anche perchè suo padre è quasi assente e sua madre sembra molto presa dalla nuova maternità.
Un giorno Tom scopre casualmente delle foto di sua sorella nuda e collega la cosa a piccoli indizi che ha ricavato quà e là, come l’aver trovato suo padre e sua sorella nudi nella vasca da bagno.

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Tom decide di affrontare la sorella mettendola di fronte alla realtà delle cose, mostrandole quindi le foto proibite di cui è in possesso; Jessie dapprima nega l’evidenza, poi per distrarlo gli parla della sua ignoranza in materia di cose sessuali offrendosi di fargli conoscere l’amore fisico con la complicità dell’amica Carol.
Così accade.
Approfittando di un viaggio del padre, Tom si “apparta” con Carol in una stanza ma mentre la ragazza si spoglia e lo bacia arriva Jessie; di fronte alla sorella Tom ha una reazione di pudore, si riveste e si allontana.

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Al loro ritorno a casa i due fratelli scoprono con orrore che la piccolissima Alice ha delle perdite di sangue nelle parti intime: Tom decide di rivelare il terribile segreto che lo opprime a sua madre che però affronta la cosa con incredulità.
Il ritorno del padre drammatizza la situazione, perchè l’uomo ovviamente nega anche l’evidenza.
Ma un giorno il ragazzo segue suo padre e sua sorella in un bunker sulla costa, sede degli squallidi incontri sessuali tra i due e fotografa tutto.
Assiste impietrito al rapporto sessuale innaturale tra i due e ….
Zona di guerra (The war zone) è un film che colpisce direttamente allo stomaco in maniera dirompente.
Una pellicola che affronta un tema scabrosissimo come l’incesto aggravato dalla pedofilia all’interno della famiglia è di per se già un boccone indigesto da digerire.
Quando poi questo boccone viene servito con immagini e ambientazione tra le più tristi e lugubri immaginabili si ha un pranzo che letteralmente fa su e giù nello stomaco.

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Questo è l’impatto emotivo che produce Zona di guerra, opera prima dietro la macchina da presa dell’attore Tim Roth.
La zona di guerra a cui fa riferimento il titolo è quella che funge da scenario in cui si muovono i protagonisti di questo allucinante dramma ma non solo. E’ anche il bunker in cui avvengono gli incontri tra i due impossibili amanti; lui, il padre snaturato e lei la giovane che accetta forse anche segretamente compiaciuta il ruolo umiliante di surrogato della madre, che ha appena dato a lei e al fratello un’altra sorellina destinata anch’essa a diventare parte tragica della storia.
Sin dall’inizio del film siamo immersi in un’atmosfera che ha quasi del lugubre; a far presagire l’inizio della tempesta che sconvolgerà la vita dell’intera famiglia (nessuno escluso) c’è anche la casa scelta dai genitori dei ragazzi come abitazione.
Siamo sulla costa del Devon, che nel film appare brumosa, con un cielo plumbeo coperto perennemente da nuvole e con un mare tempestoso che fa da specchio alle anime dei protagonisti, agitate anch’esse da oscure pulsioni.

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Non è certo l’immagine rassicurante fornita dai depliant turistici: è una natura ostile che sembra riflettere i caratteri dei personaggi, in primis quello del complessato e timido Tom, che nel corso del film dovremmo imparare o  quanto meno dovrebbe  suscitarci un moto di simpatia.
La cosa non accade e sia lui che gli altri peronaggi della famiglia ci ispirano man mano che la storia entra nel vivo un senso di repulsione e di distacco.
Troppo amara la loro realtà, troppo paranoici i loro comportamenti.
Tra i due fratelli sembra esserci un rapporto non tanto dissimile da quello incestuoso tra padre e figlia.
Non c’è sesso tra loro, è vero, ma c’è un’atmosfera torbida piena di cose inespresse, di parole non dette, di istinti primordiali latenti.
La madre forse è consapevole di quello che accade sotto i suoi occhi, forse no.
La reazione alla vista di Alice bagnata nelle parti intime da sangue sembrerebbe comprovare la sua innocenza, pure la reazione alle parole del figlio ci suscita tanti dubbi.

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Il padre poi è l’elemento satanico della storia: non pago di violare sua figlia venendo meno così non solo al legame di sangue ma anche al rispetto per la giovane età di Jessie prosegue la sua opera scellerata sulla piccolissima Alice, manifestando in seguito tutta la sua cinica bestialità portando la sventurata “complice” Jessie in un luogo terribile, quel bunker che evoca immagini dolorose di guerra e sangue.
Probabilmente tra tutte le sequenze durissime del film, quella del rapporto sessuale tra Jessie e suo padre è la più disturbante.

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Roth punta la mdp su due feritoie che lasciano passare squarci di luce all’interno del bunker in penombra; riprende il padre di Jessie mentre sodomizza la ragazza da una distanza di sicurezza, quasi volesse mettere da parte lo spettatore ed evitargli lo choc della visione dell’atto snaturato.
Pochi secondi e il padre di Jessie si ritrae ormai pago, mentre Tom ha ormai distaccato lo sguardo dalla scena e la ragazza piange sommessamente.
Fino a questo momento abbiamo visto un Roth che presenta una galleria degli orrori senza prendere alcuna posizione.
Lui è un giornalista che redige un articolo senza metterci niente di personale, documentando come un naturalista le cose, senza scendere in ovvi giudizi morali.

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Quelli che il pubblico inevitabilmente esprime a fine pellicola, disturbato da una storia resa visivamente come un dipinto di Bosch, una specie di anticamera degli orrori che ci ha trasportato in una dimensione che fortunatamente non viviamo.
Si, perchè se è vero che la maggior parte delle violenze vengono consumate all’interno delle pareti domestiche è anche vero che l’incesto resta un tabù fortissimo per la stragrande maggioranza della gente comune.
E verrebbe da dire per fortuna.
Tim Roth esordisce con il botto, girando un film crudele e durissimo, nero più della pece e mostrando un talento assolutamente straordinario per un esordiente.
Abilmente, costruisce un cast di gente normale, di attori non di grido che siano in grado di riflettere la banalità della vita di una famiglia borghese.

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Ray Winstoe è il padre cinico e bestiale, Tilda Swinton (quasi irriconoscibile post maternità reale) è la madre succube, Freddie Cunliffe è Tom, ragazzo inquieto e adolescente complessato mentre Kate Ashfield è Carol l’amica di Jessie quasi incredule quando, presa in mano la situazione, sta per iniziare sessualmente Tom e viene interrotta proprio dall’amica Jessie, l’attrice Lara Belmont che è poi la lieta sorpresa del film, con la sua interpretazione soffertissima.
The war zone ha ricevuto critiche entusiastiche quasi unanimi; a parte il pubblico è stata proprio la critica ad esaltare l’esordio dietro la MDP di Tim Roth, l’ormai leggendario pianista sopra l’oceano.

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Un’opera sorprendentemente matura e dolorosa, che trasporta lo spettatore alle soglie di un inferno condiviso da tante famiglie, molte delle quali sconosciute e rinchiuse nei confini di mura domestiche che sono teatro di drammi autentici, in cui vengono meno i pilastri stessi dell’umanità individuale.

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Un film di Tim Roth. Con Ray Winstone, Tilda Swinton, Lara Belmont, Freddie Cunliffe, Kate Ashfield,Titolo originale The War Zone. Drammatico, durata 98 min. – Gran Bretagna 1998.

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Lara Belmont: Jessie
Ray Winstone: Papà
Freddie Cunliffe: Tom
Tilda Swinton: Mamma
Colin Farrell: Nick
Kate Ashfield: Lucy
Annabelle Apsion: infermiera

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Regia     Tim Roth
Soggetto     Alexander Stuart
Sceneggiatura     Alexander Stuart
Fotografia     Seamus McGarvey
Montaggio     Trevor Waite
Musiche     Simon Boswell
Scenografia     Michael Carlin

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settembre 24, 2011 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 5 commenti