La polizia ringrazia
A Roma un’ondata di violenza vede il commissario Bertone e i suoi uomini impegnati in una lotta impari contro la criminalità dilagante; per quanto lui e i suoi uomini si diano da fare, ai loro arresti segue spesso un’indulgenza della magistratura che vanifica il lavoro fatto.
Accade così che Bertone debba assistere alla scarcerazione del Bettarini, un delinquente accusato di aver ucciso un uomo durante una rapina,e di essere anzi messo sotto accusa per i suoi metodi, considerati violenti. Un giorno due balordi, dopo una rapina in una gioielleria, uccidono due persone, e uno di loro, in fuga, rapisce una ragazza e la porta con se i una casa vicino al mare.
Bertone, nonostante sia stato messo sotto accusa dal procuratore Ricciuti, individua uno dei responsabili, che però viene giustiziato da una misteriosa anonima associazione, che fa ritrovare il suo cadavere, quello di Bettarini, quello di una prostituta e quello di un frequentatore di omosessuali sotto dei manifesti che raffigurano uno spazzino con su la scritta Aiutaci a tenere Roma pulita.
L’ondata di omicidi paradossalmente vede l’opinione pubblica e tutti gli uomini del commissario schierati dalla parte della misteriosa banda di giustizieri. Ma Bertone, ligio al suo dovere, decide di indagare, scoprendo, con l’aiuto di una giornalista, alla quale è legato, Sandra, che l’anonima omicidi è finanziata da industriali, magistrati, funzionari di polizia ed è composta da ex agenti congedati per motivi disciplinari.
Gli uomini e i loro capi sono quindi un potenziale pericolo per le istituzioni, che rischiano di essere infiltrate da gente pronta a derive autoritarie. Bertone si reca da quello che considera il capo dell’organizzazione, l’ex questore Stolfi per arrestarlo, ma all’interno del circolo viene assassinato a colpi di fucile dall’anonima. Sarà l’acerrimo nemico di Bertone, il procuratore Ricciuti, ad andare avanti per scoprire le finalità dell’organizzazione.
Bello, asciutto, interessante, La polizia ringrazia, diretto da Steno nel 1972 è forse il più bel poliziesco all’italiana degli anni settanta, sia per la trama, innovativa, sia per la magistrale interpretazione degli attori impiegati, fra i quali spiccano una grande Enrico Maria Salerno nel ruolo di Bertone,Mariangela Melato in quella di Sandra, di Franco Fabrizi, bravissimo a recitare il ruolo del viscido Bettarini.

Enrico Maria Salerno e Cyril Cusack
Una colonna sonora sontuosa, firmata dallo specialista Stelvio Cipriani, mai invadente, rende ancor più attraente questo film, amaro apologo quanto mai attuale, della violenza privata che vuole sostituirsi a quella dello stato per motivi abietti, non certo per amore della giustizia.
Laura Belli
Il film è disponibile in un’ottima versione su Youtube all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=U2_Dy49Y91w
La polizia ringrazia,un film di Steno. Con Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Franco Fabrizi, Mariangela Melato, Valentino Macchi.Sergio Serafini, Ezio Sancrotti, Laura Belli, Corrado Gaipa, Cyril Cusack, Gianfranco Barra, Ferdinando Murolo, Fortunato Cecilia, Jurgen Drews, Luciano Bonanni, Gianni Solaro
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1972.
Enrico Maria Salerno … Commissario Bertone
Mariangela Melato … Sandra
Mario Adorf … Procuratore distrettuale Ricciuti
Franco Fabrizi … Bettarini
Cyril Cusack … Stolfi
Laura Belli … Anna Maria Sprovieri
Jürgen Drews … Michele Settecamini
Corrado Gaipa … L’avvocato Armani
Ezio Sancrotti … Commissario Santalamenti
Ferdinando Murolo … Capo squadra giustizieri
Gianfranco Barra … Agente Esposito
Regia Steno
Soggetto Steno, Lucio De Caro
Sceneggiatura Steno, Lucio De Caro
Casa di produzione Primex Italiana
Distribuzione (Italia) PAC
Fotografia Riccardo Pallottini
Montaggio Roberto Perpignani
Musiche Stelvio Cipriani
La orca
Mentre passeggia per la città in compagnia di un’amica, Alice, ricca studentessa, viene rapita da tre uomini, caricata a forza su un auto e poi , dopo un trasbordo in un furgone, viene portata in un casolare, legata con una catena al letto e stordita con potenti sedativi.
I tre autori del sequestro sono tre sprovveduti, manipolati da una mente; uno di essi, Gino, è un giocatore di biliardo, il secondo, Paolo, un riparatore di flipper e a tempo perso contrabbandiere, ed è anche l’amante della moglie di Gino. Il terzo, Michele, il più ingenuo dei tre, è un emigrante calabrese, che fino a poco tempo prima era un pescatore.
E’ proprio Michele a dover badare alla ragazza, a provvedere alle sue necessità fisiologiche e a doverle somministrare i sedativi. Mentre la ragazza è sotto l’effetto dei farmaci, Michele la spoglia e la accarezza, fermandosi quando la ragazza da segni di risveglio. Intanto la polizia, guidata da un astuto commissario, riesce a mettersi sulle tracce dei rapitori; arresta dapprima Gino e subito dopo, con un inseguimento a piedi, Paolo.
Rena Niehaus è Alice
Nel frattempo nel casolare i due giovani sembrano vivere un rapporto se non d’amore, di complicità; ma all’arrivo della polizia nel casolare, Alice, ricevuta la pistola da Michele, che vuole arrendersi, gli spara brutalmente. sarà il commissario a prendersi la rsponsabilità della morte di Michele, evitando problemi alla ragazza.
Diretto da Eriprando Visconti nel 1976, La orca è u film di dubbia colocazione; non è un thriller, perchè l’ambientazione e la trama sono distanti dal genere. Non è un poliziesco, o meglio, ha qualcosa che ricorda lontanamente il genere. In effetti è un ibrido, un film che tenta di coniugare un’analisi sociale, a volte psicologica, partendo dalle motivazioni e dai comportamenti dei protagonisti. Ma resta comunque sul vago, mantenendo una certa fumosità che pregiudica il risultato finale. Buone le prove degli attori, fra i quali si segnalano Flavio Bucci nei panni di Paolo, di un giovane ma già padrone della scena Michele Placido, nel ruolo di Michele, il carceriere ingenuo, e di Rena Niehaus, perfida quanto basta nei panni di Alice.
Il perspicare commissario è interpretato da Vittorio Mezzogiorno. Secca la recitazione e i dialoghi, con una fotografia dai toni morbidi; l’ambientazione è spoglia e monotona, tanto che il casolare che funge da prigione finisce per riempire di un’aria di malinconia tutto il film.
Un film di Eriprando Visconti. Con Michele Placido, Flavio Bucci, Rena Niehaus, Bruno Corazzari.Vittorio Mezzogiorno,Piero Palermini, Otello Toso
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1976.
Michele Placido: Michele
Rena Niehaus: Alice
Lisa Morpurgo: Elisa
Flavio Bucci: Gino
Bruno Corazzari: Paolo
Carmen Scarpitta: Irene
Regia Eriprando Visconti
Soggetto Eriprando Visconti, Roberto Gandus
Sceneggiatura Eriprando Visconti, Roberto Gandus
Produttore Michele Placido
Fotografia Blasco Giurato
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali Luciano Anzelotti
Musiche Federico Monti Arduini
Scenografia Francesco Vanorio
La Califfa
Irene Corsini e Annibale Doberdò sono due personaggi agli antipodi, sia per livello sociale, sia per il posto che occupano nella società; la prima è la vedova di un operaio ucciso dalla polizia mentre manifestava a Parma, il secondo è dall’altro lato della barricata.
Romy Schneider è Irene Corsini, la Califfa
E’ un padrone, un industriale, il nemico di classe di irene, soprannominata la Califfa per la sua autorità, per la sua determinazione e per il suo coraggio. Tutto divide i due protagonisti della storia; lei è un’operaia, umile e coraggiosa, lui è ricco, ha cultura; ma è anche un industriale fuori dagli schemi, uno che conosce le problematiche del mondo del lavoro, e che vorrebbe riconoscere agli operai i loro diritti.
Ovviamente è osteggiato proprio da quel mondo gretto e chiuso che annovera fra se capitani d’industria rinchiusi dietro i loro meschini interessi di bottega. Sembrerebbe che tra i due mondi, quello di Doberdò e quello di irene non ci sia spazio per il dialogo; e in effetti il primo atteggiamento di Irene nei confronti di Annibale è di completa chiusura, composto com’è da un insieme di pregiudizi antichi.
Ugo Tognazzi è Annibale Doberdò
Ma un giorno l’atteggiamento della donna cambia, quando, durante un acceso dibattito, vede Doberdò tenere testa, con spavalderia, ai suoi stessi amici di lavoro, difendendo posizioni assolutamente impopolari. L’uomo contesta agli altri industriali l’atteggiamento tenuto verso un imprenditore, costretto a fallire e quindi a porre termine alla sua vita suicidandosi. Irene inizia a interessarsi all’uomo, e cminia con lui un dialogo quasi impossibile, burrascoso. Tuttavia, con il tempo, la donna capisce che Doberdò ha davvero degli ideali, anche se non applicabile, e poco alla volta se ne innamora e ne diventa l’amante.
E’ un amore impossibile, tra due mondi inconciliabili. Eppure Doberdò fa u esto eclatante, che però segnerà la sua fine; rileva la fabbrica dell’industriale suicida, e la affida in gestione agli operai. E’ una mossa che il mondo imprenditoriale non può accettare, in alcun modo, perchè segnerebbe un pericoloso precedente e l’inizio di qualcosa dalla portata incalcolabile. Così il potere costituito corre ai ripari e un giorno, all’uscita da un convegno, Doberdò, che è in compagnia della sua amata Califfa, viene ucciso.
La Califfa, diretto da Alberto Bevilacqua , scrittore e girnalista, nel 1971, affronta tematiche molto attuali all’epoca; il conflitto tra calssi sociali, aprticolarmente aspro dopo l’autunno caldo, le rivendicazioni operaie, sposando la causa di questi ultimi, la grezza e miope visione del mondo che ta cambiando irreversibilmente da parte di una classe industriale che non vuol vedere oltre l’uscio della porta.
Ma questo film è anche una storia d’amore impossibile, quell’amore che però può anche vincere distanze siderali, avvicinando due mondi molto distanti grazie alla forza di sentimenti, in grado di abbattere barriere e pregiudizi. Il film è una straordinaria prova di bravura di due grandi artisti,Romy Schneider, bellissima e dolene, e Ugo Tognazzi, assolutamente credibile nei panni dell’onesto industriale. Il commento sono è di quelli da ricordare; il tema del film, di ennio Morricone, è struggente e appropriato.
Un film di Alberto Bevilacqua. Con Ugo Tognazzi, Enzo Fiermonte, Romy Schneider, Marina Berti.
Roberto Bisacco, Massimo Serato, Gianni Rizzo, Gigi Reder, Guido Alberti, Franco Ressel, Nerina Montagnani, Ernesto Colli, Luigi Casellato, Massimo Farinelli, Giancarlo Prete, Gigi Ballista
Drammatico, durata 99 min. – Italia 1970.
* Romy Schneider: Irene Corsini, La “Califfa”
* Ugo Tognazzi: Annibale Doberdò
* Marina Berti: Clementine, moglie di Doberdò
* Roberto Bisacco: Bisacco
* Gigi Ballista: Il Principe Industriale
* Guido Alberti: Il monsignore
* Massimo Serato: L’industriale fallito
* Franco Ressel: Un industriale
* Massimo Farinelli: Giampiero Doberdò
* Giancarlo Prete: Amante di Irene
* Stefano Satta Flores: Un operaio
* Gigi Reder: Cameriere
* Gianni Rizzo: Un industriale
* Nerina Montagnani: Domestica dei Doberdò
* Eva Brun: Moglie dell’industriale fallito
* Luigi Casellato: Questore
* Enzo Fiermonte: Operaio sindacalista
Fotografia: Roberto Gerardi
Montaggio: Sergio Montanari
Effetti speciali:
Musiche: Ennio Morricone
Tema musicale:
Scenografia: Giantito Burchiellaro
Costumi: Luciana Marinucci
Si fa presto a dire: quella è una slandra, una donna di rifiuti. Ti mettono la croce addosso e addio, poi fanno le orecchie del sordo. Insomma, non ti ripulisci più perché, l’onestà di andare in fondo alle cose, chi ce l’ha in questa Italia lazzarona, dove tutti, i loro peccati, li nascondono come beni di contrabbando, solo per puntare il dito contro le debolezze degli altri? Questa è la cristiana carità che io conosco, questo il volersi bene dei fratelli…
Io, invece, una di quelle che badano all’apparenza e poi fanno i comodi allo scuro, non lo sono stata mai: l’Irene Corsini, detta Califfa, quello che ha dentro ce l’ha in faccia e costi quel che costi!
Per questo, chi m’incontrava in quei giorni amari, evitava persino di guardarmi, tanto mi si leggeva in faccia quanto mi accanivo sulla tragedia della mia vita:
“Califfa mia,” mi dicevo “sei proprio arrivata in fondo, peggio di così, solo la galera e la morte!…” E pensare, invece, che ancora tanto dovevo aspettarmi dalla vita.
Avere vent’anni
Avere vent’anni è il film più controverso e discusso di Fernando Di Leo, vuoi per la storia, forse un tantino velleitaria e irrisolta nei suoi aspetti fondamentali, vuoi per le noie che il film stesso ebbe con la censura italiana, a causa principalmente della scena lesbo tra la Carati e la Guida, ma anche e sopratutto per le violentissime immagini finali.
Gloria Guida
Tanto che il film uscì in diverse versioni, una delle quali, edulcorata, passò nei cinema permettendone così la visione ai maggiori di anni diciotto. Un film a tratti confuso, a tratti vibrante, tipico prodotto del cinema di Di Leo, uno che comunque il suo mestiere sapeva farlo.
La storia di Lia (Gloria Guida) e Tina (Lilli Carati), due giovani molto confuse sia sul presente che sull’avvenire, si incrociano fatalmente con quella di Michele il Nazariota, uno strano tipo che vine in una sorta di comune abitata da personaggi stravaganti, quando anche non rifiuti volontari di una società che non accettano e che non li accetta.
Vittorio Caprioli, il Nazariota
Caricate durante un autostop, le ragazze finiscono per fare la conoscenza del mimo Arguinas (Leopoldo Mastelloni) e sopratutto di Rico (Ray Lovelock), un personaggio ambiguo del quale si innamora Tina, oltre a quella di Patrizia (Licinia Lentini), una donna femminista ante litteram, che ha avuto una relazione con Riccetto (che è in realtà un informatore della polizia).
Lilli Carati, Tina
Quest’ultimo ha il compito di spiare i vari personaggi che entrano in contatto con gli appartenenti della scombinata comune, per identificare i fornitori di droga che riforniscono i vari frequentatori del posto. Le ragazze restano un po nella comune, concedendosi varie avventure sessuali e consumando anche un rapporto lesbico; per vivere cercano di vendere enciclopedie, ma un giorno un’irruzione della polizia scombina i loro piani. Vengono rispedite a casa con un foglio di via, e mentre stanno tornando a casa, entrano in una trattoria nella quale c’è un malavitoso di rango e i suoi uomini.
Imprudentemente, le ragazze si mostrano dapprima disponibili con gli uomini, per poi rifiutare le avances quando queste divengono più esplicite.Le ragazze fuggono, ma, inseguite, vengono dapprima stuprate selvaggiamente e alla fine trovano una morte orribile.
Un film che ha alcuni passaggi interessanti, che cerca di mostrare il volto confusamente libertario di due ragazze facendole assurgere a simboli di un femminismo troppo spinto, che alla fine termina nel modo più cruento possibile. Un tentativo che riesce a metà, forse perchè troppa è la carne al fuoco, e forse perchè il racconto non è lineare, ma frammentario. Le due attrici, la Guida e la Carati, raccolsero molte critiche, anche se, in realtà, svolgono davvero bene il loro compito. Cammei per Vittorio Caprioli e per Giorgio Bracardi, nel ruolo del commissario.
Il film è ora disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=bZL-K_h42cc in versione integrale ed in un’ottima qualità video.
Avere vent’anni, un film di Fernando Di Leo. Con Vittorio Caprioli, Gloria Guida, Lilli Carati, Ray Lovelock. Leopoldo Mastelloni, Fernando Cerulli, Daniele Vargas, Vincenzo Crocitti, Licinia Lentini, Giorgio Bracardi, Serena Bennato, Daniela Doria Italia 1978
Gloria Guida: Lia
Lilli Carati: Tina
Ray Lovelock: Rico
Vincenzo Crocitti: Riccetto
Vittorio Caprioli: Michele Palumbo, “il Nazariota”
Licinia Lentini: Patrizia
Silvano Spadaccino: chitarrista
Daniele Vargas: professor Affatati
Giorgio Bracardi: commissario Zambo
Leopoldo Mastelloni: Mimo Arguinas
Serena Bennato: automobilista lesbica
Daniela Doria: Patrizia
Raul Lovecchio: vice commissario
Fernando Cerulli: funzionario in pensione
Franca Scagnetti: venditrice ambulante
Roberto Reale: capo degli stupratori
Regia Fernando Di Leo
Soggetto Fernando Di Leo
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Produttore Vittorio Squillante
Casa di produzione Dania Film
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Amedeo Giomini
Musiche Francesco Campanino
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Francesco Cuppini
La perdita dell’innocenza
The loss of sexual innocence, titolo originale dell’opera di Mike Figgis, racconta le tappe della vita di un uomo attraverso quattro parti della sua esistenza, intervallandola con uno spezzone di pellicola che avvicina la sua vita alla cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, una sorta di allegoria dell’esistenza dell’uomo.
La vita è quella di Nic, dapprima bambino, in rapporto conflittuale con il genitore, sopratutto quando il bambino cerca di avere delle amicizie principalmente femminili. Cresce quindi con questo tabù verso il sesso femminile, e anche dopo la morte del genitore, continua ad avere grossi problemi relazionali; sceglie di dedicarsi al cinema, diventa un regista di fama, incontra una donna e si sposa, coinvolgendo la donna in viaggi in giro per il mondo.
Ma sarà in Africa che la sua vita e quella della compagna prenderanno una strada drammatica.
Il film è chiaramente autobiografico, e risente sia della cultura che della formazione musicale di Figgis, simboleggiata dalle musiche di Chopin e Beethoven, o in riprese cinematografiche in cui il tributo ad alcuni grandi del passato è evidente.
Un film a volte confuso, a tratti visionario, con la parentesi di Adamo (nero) ed Eva (bianca), che si toccano, si annusano, mentre Eva orina in un’acqua limacciosa e francamente poco invitante.o, proprio per la frammentarietà delle immagini, e sopratutto per alcune scene a volte ridicole. Bravo Sand, molto bella Saffron Burrow
La perdita dell’innocenza,di Mike Figgis,con Julian Sands,Saffron Burrows,Stefano Dionisi,Kelly Macdonald,Jonathan Rhys Meyers-Titolo originale The Loss of Sexual Innocence. Drammatico, durata 106 min. – Gran Bretagna, USA 1999.
Julian Sands … Nic Adulto
Saffron Burrows …La sorella italiana/inglese
Stefano Dionisi … Luca
Kelly Macdonald … Susan
Gina McKee … Madre di Susan
Jonathan Rhys Meyers … Nic a 16 anni
Bernard Hill … Padre di Susan
Rossy de Palma … Donna cieca
John Cowey … Nic a 5 anni
Dickson Osa-Omorogbe … Wangi
Jock Cowl Gibson …Vecchio colonialista
Regia: Mike Figgis
Sceneggiatura:Mike Figgis
Produzione: Mike Figgis,Barney Reisz,Annie Stewart,Patrick Wachsberger
Musiche originali:Mike Figgis
Fotografia:Benoît Delhomme
Montaggio:Matthew Wood
Costumi:Firenze Nicaise
Nell’anno del signore
Siamo nella Roma papalina, nella prima parte del 1800; il cardinale Rivarola (Ugo Tognazzi), con l’ausilio del colonnello Nardoni (Enrico Maria Salerno), delegato all’ordine pubblico, dirige con pugno di ferro la città.

Enrico Maria Salerno, il Cap. Nardoni
Nino Manfredi è Cornacchia
Ma c’è malcontento tra la gente, e il malcontento si esprime sopratutto tra i liberali, insofferenti al regime imposto dal papa re; il ciabattino Cornacchia (Nino Manfredi), un cinico e intelligente popolano, scopre che don Spada ha deciso di tradire la causa carbonara, e informa il chirurgo Montanari e il giovane Targhini dell’accaduto.

Cornacchia si trasforma in Pasquino
I due così feriscono mortalmente lo Spada, e delle indagini si occupa il disilluso Nardoni. Nel frattempo Giuditta, una giovane e bellissima ebrea (Claudia Cardinale), che vive in casa di Cornacchia ma è innamorata di Montanari, cerca disperatamente di far scappare l’amato.

A sinistra, Robert Hossein è il dottor Montanari
I due vengono arrestati dal colonnello, condotti davanti al ferito e riconosciuti autori dell’attentato. Ne segue un processo farsa, senza alcuna difesa, in seguito al quale i due uomini vengono mandati a morte. Giuditta, sconvolta, accusa Cornacchia di essere un cinico osservatore,che assiste impassibile anche agli unici tentativi di ridare libertà ad un popolo ormai disilluso e privo di reazioni.
Cornacchia rivela alla donna la verità; dietro la sua figura di umile ciabattino, si nasconde nientemeno che Pasquino, l’autore di libelli più temuto dal clero, che usa la penna per sferzare una classe clericale impegnata troppo nel potere temporale e troppo poco in quello spirituale. Nel frattempo a consolare i due condannati a morte viene inviato un umile prete, innamorato della sua fede e della sua missione, che cerca di convincere i due ad accettare i sacramenti religiosi;

Ugo Tognazzi, sua eminenza Rivarola
il frate ( uno strepitoso Alberto Sordi) perorerà la salvezza dei due presso il cardinale Rivarola, ma inutilmente. Ne ricaverà una lezione di cinismo abietto, che mostra il senso di decadenza raggiunto dalla chiesa. Per salvare la vita ai due e per amore di Giuditta, Cornacchia arriva a proporre al cardinale Rivarola la consegna di Pasquino in cambio della vita dei due patrioti, inutilmente.
Il cinico cardinale si appresta a far arrestare il ciabattino, che, prudentemente, si rifugia in un convento, chiedendo asilo. I due patrioti salgono così sul patibolo, con Montanari che, scuro e triste, pronuncia davanti a mastro Titta, il famoso boia di Roma, le parole :”buonanotte,popolo”
Nell’anno del signore, aldilà delle sue battute, è un amaro resoconto di un’epoca buia, quella del potere temporale della chiesa, che costituì una delle vergogne della Roma del XVIII secolo; amaro,cinico e crudele come i suoi protagonisti, preda delle loro passioni e vittime, pertanto delle loro scelte. Luigi Magni girò, nel 1969, questo splendido affresco di un’epoca, con un cast stellare;Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Pippo Franco, Robert Hossein, uno splendido e cinico Nino Manfredi, Britt Ekland, sono gli splendidi interpreti di una delle commedie satiriche più belle del cinema italiano. il film divenne campione di incassi e fu il più visto di quell’anno.
Nell’anno del signore, un film di Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Claudia Cardinale, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Robert Hossein,Enrico Maria Salerno Marco Tulli, Emilio Marchesini, Stefano Oppedisano, Pippo Franco, Britt Ekland, Stelvio Rosi, Renaud Verley. Genere Commedia, colore 105 minuti. – Produzione Italia 1969.
Nino Manfredi: Cornacchia/Pasquino
Enrico Maria Salerno: Cap. Nardoni
Claudia Cardinale: Giuditta Di Castro
Robert Hossein: Leonida Montanari
Renaud Verley: Angelo Targhini
Ugo Tognazzi: Card. Rivarola
Alberto Sordi: Frate
Britt Ekland: Principessa Spada
Pippo Franco: Allievo di Pasquino
Fotografia: Silvano Ippoliti
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Musiche: Armando Trovajoli
Scenografia: Carlo Egidi, Joseph Hurley
Popolo,sei na’ monnezza (Alberto Sordi)
“Ci sei stata a letto? (Cornacchia); “No, per terra”(Giuditta)
“Ti dirà una cosa che al mondo non sa nessuno:secondo me questi giudei sono esseri umani quasi come noi ” (Il cardinale Rivarola)
È il cuore il flagello dei popoli. Se vuoi essere un uomo strappati il cuore dal petto e buttalo lì dove sguazzano le vacche. (Cornacchia)
Li morti pesano. E morti così, senza delitto, con na burla de processo, pesano più peggio, e col tempo diventano la cattiva coscienza del padrone. (Cornacchia)
La bella che guarda il mare | lalala lalala lalala | ha un nome che fa paura | libertà libertà libertà. (Leonida Montanari)
Noi siamo sempre dalla parte giusta. (Rivarola) Pure quando sbagliamo? (Il frate) Soprattutto quando sbagliamo. (Rivarola)
“Cornacchia noi vogliamo solo la libertà.. e anche tu la vuoi..”(Montanari) “Io?… me premen’cappio della libertà.. a che me serve? io quando è giorno m’arzo, quando è ora de magnà me metto a sede, e quando è scuro me ne vado a letto.. io ho il precetto pasquale obbligatorio.. nun bevo, nun betemmio, nun rompo li cojoni…. e voglio bene a una donna che vuò bene a n’artro…. faccio la rivoluzione? io me sputerebben’faccia da me.. eccolo..” (Cornacchia)
Claudia Cardinale
Alberto Sordi
Enrico Maria Salerno
Nino Manfredi
Ugo Tognazzi
Un breve cenno storico sulla figura di Pasquino
Anche una statua può parlare.
Può farlo per secoli,e diventare portavoce di denunce e satira,di sonetti e composizioni alle volte blasfeme,ma assolutamente irresistibili.
Pasquino è la statua che più di tutte ha rappresentato nel corso dei secoli,l’anima più autenticamente goliardica e sarcastica della popolazione romana.
Una statua di età ellenistica,forse del III A.C.,danneggiata e mutilata nel corso dei secoli;eppure sempre li,sin dal giorno del suo ritrovamento,nel 1501,nei pressi di piazza Navona.
Una statua che ha finito per identificarsi anche con la piazza dove,da 5 secoli,sfida le intemperie,piazza Parione,oggi chiamata Piazza di Pasquino.
Perché venne chiamata Pasquino?
Possediamo solo leggende,sull’origine del suo nome.
Secondo alcuni era un calzolaio,divenuto famoso per i suoi versi satirici;secondo altri un taverniere,secondo altri ancora un docente con quel nome,a cui gli studenti,ravvisando una somiglianza con la statua,avevano finito per ribattezzarla goliardicamente.
La statua divenne immediatamente famosa perché qualcuno,con spirito burlesco,lasciò un’epigramma canzonatorio verso un nobile.
Da allora si diffuse l’abitudine di affiggere cartelli,sonetti,poesie in rime,accuse e denunce ai suoi piedi.
I più colpiti erano i prelati,bersaglio della popolazione e degli scrittori si sonetti;ben presto diventarono così numerosi che si moltiplicarono anche i luoghi di esposizione,e nacquero altre statue parlanti.
Ma Pasquino restò la più famosa;si prendevano in giro i papi e i cardinali,si sbeffeggiava la nobiltà e i personaggi famosi.
Celebre rimase la frase “Quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”,ovvero quello che non fecero i barbari fecero i Barberini,con chiaro riferimento a papa Urbano VIII,della famiglia Barberini,che aveva fatto asportare i rilievi bronzei del Pantheon per permettere a Bernini la costruzione dell’orrido baldacchino di San Pietro.
Ben presto le pasquinate divennero così pungenti da allarmare sia la santa sede che i suoi notabili;l’esercizio della satira,soprattutto ben dettagliata,con evidente intervento di qualcuno che detestava un suo collega e che riportava pettegolezzi destinati a restare nell’ombra del vaticano,finì per diventare imbarazzante per tutti.
Clamoroso l’episodio di Clemente VII,che morì dopo una lunga malattia;un papa malvisto,tant’è vero che al collo di Pasquino comparve un eloquente ecce qui tollit peccata mundi (ecco colui che toglie i peccati del mondo).,riferito evidentemente al medico che lo ebbe in cura,e che lo curò male,ma che fece,chiaramente,un piacere alla popolazione.
A qualcuno,come Adriano VI,i motti di spirito non andarono giù:definito lingua marcia dai romani,cercò di vendicarsi facendo gettare la statua,cosa che per fortuna non avvenne.
I suoi consiglieri,sicuri che la cosa avrebbe comportato una sollevazione popolare,riuscirono a distorglielo,e Pasquino restò al suo posto.
Ben presto però le pasquinate divennero così insolenti che si rese necessario un intervento del papato,che decise di comminare pene severe a chi avesse contribuito ad appendere al collo della statua qualsiasi scritto di natura satirica.
Cosa che ottenne un risultato assolutamente modesto;gli autori dei versi si moltiplicarono a dismisura,nonostante alcuni di loro,presi in fragrante,fossero stati puniti severamente.
La nascita dei sonetti satirici,tra cui i più famosi divennero quelli del Belli e la contemporanea fine del potere temporale del papato,coinciso con l’unità d’Italia,smorzarono il fenomeno.
Pasquino parlò sicuramente di meno,ma sempre con la sua lingua velenosa e tagliente.
Se ne accorse anche il Duce,quando fece rimettere a nuovo Roma per la venuta del Fuhrer.
Al collo di Pasquino comparve un eloquente:
“Povera Roma mia de travertino!T’hanno vestita tutta de cartone pè fatte rimirà da ‘n’imbianchino…”
Dal blog www.paultemplar.wordpress.com
Les valseuses

Les valseuses è un film provocatorio fin dal titolo, che potremmo tradurre come I testicoli; che sono rappresentati nel film da Jean Claude e Pierrot, due giovani anarchici non per ideologia, ma semplicemente perchè sono alla ricerca di qualcosa che intuiscono confusamente;
Gerard Depardieu e Patrick Dewaere
una sorta di libertà anarcoide fatta di sesso, di trasgressione delle regole, di furti, stupri e voglia selvaggia di sfuggire alla società. Ma in loro non c’è consapevolezza del ruolo che hanno, quanto piuttosto un desiderio selvaggio di raggiungere il proibito attraverso la via più semplice, che passa dal piacere sessuale, tra l’altro quasi mai raggiunto, alla sfida alle convenzioni.
I due, dopo aver tentato di rubare un auto, si imbarcano in un viaggio senza meta attraverso la Francia, nel corso del quale si imbattono in Marie Ange, una giovane sessualmente inespressa, che nonostante sia trattata da loro come un oggetto, li seguirà per un pò nel loro vagabondaggio, nella speranza di raggiungere il piacere sessuale.
Non mancano, nel film, scene sgradevoli, come lo stupro consensuale di una giovane adolescente, Jaqueline, interpretata da una giovanissima Isabelle Huppert, che simboleggia la ribellione di una ragazza della classe media. Una ribellione confusa, che passa attraverso la deludente esperienza sessuale con i tre.
Les valseuses, girato come un on the road movie, ha i pregi del film di denuncia, pur eccedendo troppo spesso e scadendo, in alcune scene, nella pochade. Blier cerca di denunciare il vuoto che è in larga parte presente nella gioventù francese (siamo nel 1974), con risultati spesso discontinui. Molto belle le interpretazioni di Patrick Dewaere e di Gerard Depardieu, a loro agio nei ruoli dei due balordi e di Miou Miou nel ruolo di Marie Ange.
Les valseuses, un film di Bernard Blier, con Gerard Depardieu, Miou Miou, Patrick Dewaere, Isabelle Huppert, Jeanne Moreau, Brigitte Fossey. Drammatico, Francia 1974
Gérard Depardieu – Jean-Claude
Patrick Dewaere – Pierrot
*Miou-Miou – Marie-Ange
Jeanne Moreau – Jeanne Pirolle
Brigitte Fossey – donna nel treno
Michel Peyrelon – il medico
Gérard Boucaron – Carnot
Jacques Chailleux – Jacques Pirolle
Eva Damien – moglie del medico
Dominique Davray – Ursula
Isabelle Huppert – Jacqueline
Marco Perrin – ispettore del supermercato
Jacques Rispal – Maton
Claude Vergues – Merian
Bruno Boëglin
Betty blue
Una storia d’amore travolgente, ossessiva, che sfocerà in un dramma finale; è quella che nasce tra Zorg, giovane talento di scrittore, inespresso, e Betty, una bellissima ragazza con problemi di equilibrio psichico.
La scintilla tra i due scoppia nel momento migliore, quando Zorg sta cercando disperatamente di credere in se stesso e Betty intravede in lui le sue vere qualità di scrittore.
La relazione tra i due scoppia come una tempesta: la vita di Zorg non è più la stessa, trascinata com’è nel vortice di una passione incontrollata, erotica e spinta all’estremo. Betty, convinta del genio del suo amante, si sostituisce a lui inviando alle case editrici materiale del suo amante.
Ma il fatto che i manoscritti vengano respinti aumenta il disagio psichico della ragazza, che ben presto sfocia in una patologia di follia vera e propria. Nemmeno l’amore di Zorg può bastare, e quando la ragazza, convinta di essere incinta, scoprirà che in realtà non lo è, il dramma arriverà a compimento.
Film sull’amore, sulla vita di coppia, sulla monotonia delle cose che cambiano improvvisamente con un incontro; Betty blue è un film che esagera certo le situazione, portandole al limite della rottura. Ma che esalta l’amore e la forza innovativa di Betty, ragazza senza compromessi, posseduta da una voglia di vivere sfrenata, ossessiva.
Bravissima la Dalle, a suo agio Jean-Hugues Anglade, sorretti da una buona regia e sopratutto da una sontuosa colonna sonora composta da Gabriel Yared. Film candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 1987.
Betty Blue, un film di Jean-Jacques Beineix, con Beatrice Dalle, Jean Hugues Anglade,Gerard Damon, Consuelo De Havilland.
Jean-Hugues Anglade: Zorg
Béatrice Dalle: Betty
Gérard Darmon: Eddy
Consuelo De Haviland: Lisa
Clémentine Célarié: Annie
Jacques Mathou: Bob
Vincent Lindon: Richard
Regia Jean-Jacques Beineix
Soggetto Philippe Djian
Fotografia Jean-François Robin
Montaggio Marie-Aimée Debril, Pablo Ferro, Monique Prim
Musiche Gabriel Yared

L’opinione di Deepred 89 dal sito http://www.davinotti.com
Visionato nella versione estesa da tre ore. Prime due ore e dieci caratterizzate da leggerezza, dolcezza, ironia, talvolta con qualche eccesso macchiettistico ma perfette per entrare nel mondo dei personaggi. Parte finale che invece vira prepotentemente verso il dramma, sbilanciando un po’ l’equilibrio delle ore precedenti ma conferendo al film maggiore compiutezza. Buona regia, belle musiche, bravi attori. Nulla di sorprendente o particolarmente originale, ma piacevole a talvolta spiazzante. Un buon film.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Film erotico/drammatico cult con molti meriti: ottima sceneggiatura, location suggestive e una coppia di attori affiatati che fanno sì che la storia prenda lo spettatore fin da subito. Un film affascinante e duro allo stesso tempo con atmosfere intriganti e musica coinvolgente. Molti momenti caldi.
L’opinione di Buiomega dal sito http://www.davinotti.com
Forse il miglior film francese – e non solo – che sia mai stato realizzato. Una delle storie d’amore più intense e struggenti mai filmate. Dalla carnalità della Dalle (qui da premio Oscar), allo score, meraviglioso, di Gabriel Yared. Indimenticabile l’inizio, con la casetta sulla spiaggia e Anglade e la Dalle che fanno l’amore in modo quasi naturale e per nulla scandaloso. Il finale è devastante, con rimandi a Qualcuno volò sul nido del cuculo, doloroso e feroce. Da antologia la pazzia crescente della Dalle. Capolavoro assoluto e necessario.
Il laureato

Benjamin si è appena laureato,ma è in piena crisi esistenziale;torna a casa e scopre che parenti e amici gli hanno organizzato una festa a sorpresa,e tra i partecipanti c’è una matura e bella signora,moglie del socio di suo padre,Mr Robinson.
La donna,con una scusa,si fa riaccompagnare a casa,e una volta in camera,si spoglia davanti all’imbarazzato Ben,che riesce tuttavia a divincolarsi proprio mentre sta arrivando il marito della donna..Tuttavia il richiamo dei sensi è fortissimo,e memore della conversazione avuta con la donna,nella quale la stessa aveva manifestato il desiderio di rivederlo e intrecciare con lui una relazione,decide di chiamarla.
Inizia così una relazione clandestina,durante la quale la signora Robinson confida a Ben tutti i suoi problemi esistenziali;relazione sessuale e di coppia con il marito inesistente,la tendenza ad affogare nell’alcool i suoi problemi.
Un giorno il padre di Ben organizza una serata in compagnia della bella Elaine,figlia della signora Robinson;Ben fa di tutto per mostrarsi scostante,arrivando alla fine a far piangere la ragazza.Dopo aver spiegato ad Elaine che è stato costretto a vederla per tenere contento il padre,Ben si rilassa,e da quel momento guarda con occhi diversi la giovane.
Elaine è bella,fresca e dolce.Ma la relazione tra i due suscita le ire della signora Robinson,che costringe Ben a rivelare l’amara verità sui suoi rapporti con la madre.Elaine viene mandata a studiare a Berkeley,dove conosce un giovane,Carl,con il quale si fidanza.
Ma Ben non ci sta,e dopo essersi a sua volta trasferito a Berkeley,inizia una corte serrata che alla fine fa cedere Elaine.I due riprendono così la loro relazione,ma la signora Robinson,ancora una volta,guasta i piani dei due giovani.
Costringe Elaine a lasciare la città,e a interrompere la relazione on Ben.Che,disperato,entra in possesso della lettera con la quale Elaine gli dichiara il suo amore,e con una corsa disperata,riesce ad arrivare nel posto dove la giovane ha appena detto si sull’altare.Ben,dopo una colluttazione,prende per mano la ragazza e insieme fuggono verso la libertà,con Elaine che ha ancora in mano il suo bouquet. Prendono un autobus e sorridono,ma ben presto i loro volti mostrano preoccupazione.

Diretto da Mike Nichols nel 1967,il film ebbe un successo travolgente per una serie di motivi concomitanti.
Il primo riguardava la sceneggiatura,abbastanza inusuale,con l’esplicito riferimento ad una situazione non canonica,quello della matura madre che entra in competizione con la figlia per un giovane.

Il secondo riguardava la colonna sonora,memorabile,di Simon e Garfunkel,con canzoni stupende diventate un culto come The sound of silente e soprattutto Mr Robinson.
In ultimo le splendide interpretazioni del giovane Dustin Hoffman e della matura e seducente Ann Bancroft.,al top della recitazione.
Un film ben fatto,ben realizzato,che toccava un argomento ancora tabù,con quelle fugaci scene di nudo della Bancroft che solleticavano ancor più la curiosità degli spettatori.
Il laureato.Un film di Mike Nichols. Con Anne Bancroft, Dustin Hoffman, William Daniels, Murray Hamilton, Katharine Ross, Richard Dreyfuss. Genere Drammatico, colore 106 minuti. – Produzione USA 1967.

Dustin Hoffman: Benjamin “Ben” Braddock
Anne Bancroft: Mrs. Robinson
Katharine Ross: Elaine Robinson
Brian Avery: Carl Smith
Murray Hamilton: Mr. Robinson
Marion Lorne: Miss. DeWitte
William Daniels: Mr. Braddock
Elizabeth Wilson: Mrs. Braddock
Walter Brooke: Mr. McGuire
Norman Fell: Mr. McCleery
Elisabeth Fraser: Seconda signora

Regia Mike Nichols
Soggetto Charles Webb
Sceneggiatura Buck Henry, Calder Willingham
Produttore Lawrence Turman
Fotografia Robert Surtees
Montaggio Sam O’Steen
Musiche Dave Grusin, Paul Simon

Anna Miserocchi: Mrs. Robinson
Luigi La Monica: Benjamin “Ben” Braddock
Melina Martello: Elaine Robinson
Aldo Giuffré: Mr. Robinson
Benita Martini: Mrs. Braddock
Stefano Sibaldi: Mr. Braddock
Pino Colizzi: Carl Smith
Bruno Persa: Mr. McGuire
Ennio Balbo: Mr. McCleery
Sergio Tedesco: impiegato del hotel

Soldato blu
Il cinema americano, fino a Soldato blu,Piccolo grande uomo e Un uomo chiamato cavallo aveva trattato gli indiani,o pellerossa,o meglio ancora nativi americani,come i cattivi e selvaggi nei film western;anche il celebre Ombre rosse,capolavoro del western aveva dipinto i nativi come brutali selvaggi,incapaci di adattarsi alla civiltà,feroci e crudeli.
Soldato blu fa da spartiacque,anche se analizzando il film,si finisce per capire che il discorso antimilitarista è più sottile,e coinvolge anche la questione Vietnam,che proprio nei primi dei settanta esplose drammaticamente in America.Soldato blu è un atto d’accusa,durissimo e spietato,verso l’esercito occupante,le giacche blu,che in questo film si macchiano di uno dei peggiori crimini della storia americana,l’indecoroso e osceno massacro del fiume Sand Creek,quando un intero villaggio nativo venne spazzato via a colpi di cannone e mitragliatrici,dai poco eroici soldati americani,che si macchiarono di vergognose colpe,come quella di aver sterminato donne,vecchi e bambini,in un’orgia di sangue che resterà come un’onta della storia americana.
Honus Gent,soldato americano,scampa per caso all’attacco dei Cheyenne ad un carico d’oro;l’altra sopravissuta è Kathy,unica donna della spedizione.Kathy è stata moglie di un capo indiano,e conosce usi e costumi dei pellerossa,e nel corso del viaggio che faranno assieme,lo prenderà in giro per la sua scarsa conoscenza dei pellerossa.I due si imbattono in un gruppo di loro,e Honus riesce a vincere in duello il suo avversario,che viene ucciso dai compagni.
Proseguendo il loro viaggio,si imbattono in un venditore di armi,camuffato da ambulante;i due vengono fatti prigionieri quando l’uomo si accorge di essere stato scoperto.Ma Honus riesce a slegarsi,a dar fuco al carro che esplode,facendo saltare tutte le munizioni e i fucili;furibondo,l’uomo riesce a ferire ad una gamba Honus che,aiutato da Kathy,si rifugia in una caverna,dove per la prima volta la donna lo bacia. Kathy va via a cercare un cavallo;trova invece un distaccamento dell’esercito e il suo fidanzato;la donna si procura quindi la cavalcatura e torna verso la grotta dove è ancora convalescente Honus.
Nel frattempo l’esercito giunge in vista dell’accampamento indiano,e inizia a schierare cannoni e mitragliatrici;il capo indiano cerca di salvare le donne e i bambini della sua tribù alzando bandiera bianca,ma viene colpito dagli uomini comandati dal colonnello Iverson;si scatena la battaglia,e ben presto i pellerossa soccombono.A questo punto,ebbri di sangue,le giacche blu entrano nell’accampamento e si scatenano in un folle massacro.Memorabili le scene degli stupri,tra le quali quella in cui ad una pellerossa viene tagliato un seno,mentre altre vengono crocefisse.Anche i bambini non scampano alla furia vile dei soldati;Kathy,che ha fatto allontanare gli inermi per nasconderli in una valle,assiste inorridita al tiro al bersaglio sugli inermi.
Nel frattempo Honus,che si aggira inorridito tra le scene brutali delle violenze inflitte ai pellerossa,piangendo chiede pietà ai soldati,inutilmente.Il massacro si compie,e la dove c’era l’accampamento,mani pietose seppelliscono i 500 corpi dei caduti.Finale amarissimo,con Kathy che piange sui corpi dei caduti e Honus che viene portato via in catene,per aver insultato i soldati.Una voce fuori campo ricorda l’episodio storico del massacro.
Gli ultimi 15 minuti del film sono un pugno nello stomaco;non viene risparmiato nulla,e Ralph Nelson,il regista,indugia sui particolari più crudeli proprio per dare un senso di ripugnanza a quella che è una pagina nera della storia americana.Un film discusso,bello,crudele,da rivedere.
(Soldier Blue)
Soldato blu, un film di Ralph Nelson. Con Donald Pleasence, Candice Bergen, Peter Strauss. Genere Western, colore 112 minuti. – Produzione USA

Candice Bergen : Kathy Maribel Lee
Peter Strauss : Honus Gent
Donald Pleasence : Isaac Q. Cumber
John Anderson : Colonnello Iverson
Jorge Rivero : Lupo Pezzato
Dana Elcar : Capitano Battles
Bob Carraway : Tenente McNair
Martin West : Tenente Spingarn
Candice Bergen è Kathy
Peter Strauss è Honus Gent





























































































































































































































































