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A due passi dall’inferno

A due passi dall'inferno locandina

John è reduce dall’esperienza terribile del manicomio, dove è stato ricoverato negli ultimi due anni su richiesta di sua zia Marta, la cui sorella (madre di John) si è suicidata.
Il giovane dopo la morte della madre era scappato e aveva girovagato per l’Europa, vivendo di espedienti e furti. Arrestato, era stato condotto davanti ad un giudice che ascoltata la zia aveva disposto il suo internamento in un istituto psichiatrico.
Qui il giovane aveva vissuto macerato dall’odio e dominato dal desiderio di vendetta fino al giorno in cui un giudice aveva deciso la sua temporanea scarcerazione e l’affidamento a sua zia Marta, unica parente che vive in una splendida casa con le tre figlie.
La donna che vive su una sedia a rotelle conseguenza di una paralisi in realtà odiava profondamente la sorella, alla quale rimproverava una condotta  a suo modo di vedere profondamente immorale.

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Così John arriva nella splendida casa di Marta, dove ad accoglierlo ci sono anche le cugine Therese (che disprezza John), Esther (che prova attrazione e affetto per lui) e infine Maria che fa da contraltare alle due sorelle; la ragazza infatti prova sentimenti contrastanti per suo cugino, con il quale ha avuto rapporti sessuali durante l’adolescenza.
In questa atmosfera John, che è profondamente provato dalle sue esperienze precedenti, prepara quella che dev’essere la sua vendetta nei confronti di quella famiglia che ritiene responsabile delle disavventure sue e di sua madre.
Non a caso, all’uscita dall’ospedale psichiatrico, John ha portato con se due vecchie foto, simbolo del suo legame con il passato e anche memoria futura per non dimenticare l’accaduto.

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Trova un lavoro, all’interno di un mattatoio, dove assiste alla macellazione di animali e alla fine del lavoro presa la sua paga comunica al proprietario che non tornerà più, in quanto non ha più nulla da imparare.
E’ una rivelazione di quella che è la sua strategia per la vendetta.
Iniziano così i meticolosi preparativi per la vendetta, ma il giovane cosa farà davvero?
Questa la trama (per tre quarti) di un film molto particolare, un horror metafisico che si distingue da molti altri prodotti del genere per un’accurata preparazione, per un’atmosfera plumbea e di attesa che fa da preludio ad un finale davvero sorprendente e che non svelo proprio per lasciare allo spettatore il gusto di seguire le vicende di un giovane che al primo apparire da la sensazione di essere un folle, ma che è viceversa personaggio ricco di sfumature.
Claudio Guerin Hill, regista del film A due passi dell’inferno, molto popolare in Spagna con il titolo La campana del infierno e nel resto del mondo come A bell from hell dirige un ottimo film denso di atmosfera e a tratti angosciante, usando spesso i topos tipici della cinematografia horror ma con una padronanza del mezzo tecnico davvero impressionante.
La storia si sviluppa in maniera angosciante man mano che prosegue nel suo lento e sepolcrale svolgimento, tra boschi immersi nella nebbia e atmosfere piovose lugubri come quelle dei film vampireschi, ma con un occhio di riguardo alla lucida follia di John, in un gioco delle parti dove è praticamente impossibile stabilire chi siano le vittime e chi i carnefici.
L’inizio stesso del film sembra fatto apposta per immergere lo spettatore in un’atmosfera inquietante, con la MDP che mostra il lavoro di John intento a costruire un calco del suo volto, prima di inquadrare la faccia stessa deformata in un ghigno diabolico; a seguire, vediamo John alle prese con le dimissioni dall’ospedale mentre ritira i suoi effetti personali e strappa la foto della cugina davanti allo sguardo perplesso dell’anziano addetto.
In un’atmosfera sempre più angosciante, seguiamo il giovane alle prese con l’album di foto che ricordano un passato anche felice, in netto contrasto con l’ambiente lugubre, scarsamente illuminato e silenzioso in cui si trova. Poi, via via, il lavoro al mattatoio, la campana in bronzo issata sulla chiesa del villaggio, l’ingresso delle tre giovani sorelle in una atmosfera resa livida dalla nebbiolina e dalla pioggia mentre John è a tavola con lo psicologo e con sua zia Marta, il registratore a bobine sul quale John ha registrato la voce di Maria, la chiesa del villaggio con i due campanili, ripresa per un minuto nel silenzio più assoluto e sempre immersa nell’atmosfera liquida e ansiosa che pervade la pellicola,il beffardo e finto tentativo di stupro di Maria da parte di tre cacciatori, il folle scherzo cinematografico di John che finge di strapparsi gli occhi e via via tutte le sequenze che si alternano sullo schermo.
Come sfondo, una musica lugubre appena accennata.
Il sole è una rarità, così come non ci sono scene naturali che mostrino una natura quieta e tranquilla; anche quando il giovane è vicino al mare, lo stesso è agitato e si infrange sugli scogli con formidabile violenza.
E’ in questo momento che Guerin sceglie di simboleggiare con l’immagine della natura in tempesta quello che evidentemente si agita nel cuore di John, che vediamo scavare una fossa mentre una nenia infantile assolutamente incongrua si sostituisce all’organo.
Lentamente, ma inesorabilmente, il film si inerpica verso la parte centrale del racconto, sempre spiazzando lo spettatore con quelli che sembrano gesti folli di un John che è ripreso anche mentre all’interno del mattatoio sistema i ganci scorrevoli usati per appenderci il bestiame in attesa di essere squartato.
Il regista è lento metodico e ossessivo anche quando riprende il giovane a tavola con la zia e con le cugine immerso in dialoghi freddi e senza sorrisi; introduce anche un elemento che sembrerebbe normalizzare gli eventi quando mostra John spingere la carrozzella di sua zia Marta in giardino e offrirle un fiore, simbolo di una riappacificazione assolutamente falsa.

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Il finale devo ometterlo, come già detto, ma conferma l’ottima struttura mantenuta fin dall’inizio; il giovane attore Renaud Verley che interpreta John da al suo personaggio nel corso del film sfumature che permettono di cogliere solo in parte i travagli dell’animo che agitano John, contribuendo in maniera determinante alla riuscita dell’impianto narrativo, così come la recitazione di Viveca Lindfors rende particolarmente affascinante il personaggio dell’ambigua zia Marta.
Molto bene Maribel Martín, Nuria Gimeno e Christina von Blanc rispettivamente nei ruoli di Esther, Therese e Maria; il resto del cast fa professionalmente da contorno.
A due passi dall’inferno ha avuto da subito la fama di film maledetto.
A contribuire in maniera determinante ci fu la morte sul set del regista Claudio Guerin, che nell’ultimo giorno di riprese cadde dal campanile dove stava girando le ultimissime riprese.

Una morte davvero singolare, almeno come raccontato da chi era presente sul set.
Pare che Guerin stesse iniziando le riprese quando il suo assistente gli chiese 5 minuti per cambiare le impostazioni delle macchine da presa. Guerin acconsentì e salì sul campanile. Sembra che la campana abbia suonato all’improvviso facendo perdere l’equilibrio al regista, che precipitò al suolo.Alcuni dei presenti, convinti si trattasse di un espediente di scena applaudirono, ma ben presto si resero conto che non si trattava di un trucco scenico. Quando accorsero sul posto dove Guerin era caduto, poterono solo constatarne la morte.

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Aveva solo 34 anni e sicuramente prospettive eccellenti, come del resto già si era notato dal film precedente del regista stesso, quel Un solo grande amore con protagonista la nostra Ornella Muti uscito nel 1972.
Per chi volesse seguire la ricostruzione degli ultimi drammatici momenti di vita del regista, consiglio questo video disponibile su You tube all’indirizzo http://youtu.be/2q3gThdMLMc in cui il programma spagnolo Cuarto milenio suggerisce quella che è l’ipotesi più probabile sulla sua morte.

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Le ultimissime scene del film vennero riprese da Juan Antonio Bardem, che per rispetto a Guerin non figura nemmeno tra i crediti; qualcuno probabilmente ricorderà Bardem per L’altra casa ai margini del bosco.
Un film che consiglio, aldilà delle speculazioni sulla sua fama maledetta e su tante ipotesi soprannaturali seguite alla tragica morte di Guerin; un film claustrofobico e funereo nel suo svolgimento come raramente mi è accaduto di vedere.

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A due passi dall’inferno
Un film di Claudio Guerin Hill. Con Renaud Verley, Viveca Lindfors, Alfredo Mayo, Christine Betzner Titolo originale La campana del infierno. Horror, durata 106 min. – Spagna, Francia 1973.

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Renaud Verley    …     John nella versione inglese, Juan in quella spagnola
Viveca Lindfors    …     Marta
Alfredo Mayo    …     Don Pedro
Maribel Martín    …     Esther
Nuria Gimeno    …     Teresa
Christina von Blanc    …     María (as Christine Betzner)
Erasmo Pascual    …Il prete
Susana Latour    …     La madre di John

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Regia: Claudio Guerin Hill
Soggetto:Santiago Moncada
Produzione: Robert Ausnit, Claudio Guerín, Luis Laso
Musiche: Adolfo Waitzman
Editing: Magdalena Pulido
Costumi: Maiki Marín

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novembre 14, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , , | 2 commenti

Satan’s slave

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Una passeggiata in auto con suo padre e sua madre si trasforma per la giovane Catherine Yorke nell’inizio di un incubo senza fine.
I tre sono in viaggio per raggiungere la casa di Alexander Yorke, fratello del padre di Catherine, quando improvvisamente proprio davanti alla depandance della casa di Alexander il padre della ragazza, colto da un’improvviso mal di testa perde il controllo dell’auto che si schianta contro un albero.
Nell’impatto muore la madre della ragazza, che scende dall’auto proprio mentre sta arrivando suo zio Alexander; improvvisamente l’auto esplode uccidendo anche il padre della ragazza.
Accolta dalla famiglia Yorke, Catherine in preda allo shock impiega qualche giorno a riprendersi consolata dal cugino Stephen.

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Quest’ultimo lo abbiamo visto all’inizio del film tentare di usare violenza su una ragazza, che gli ha resistito e che lui ha ucciso brutalmente a pugnalate.
Catherine sembra in possesso di facoltà medianiche e da quel momento sembra rivivere frammenti di un passato lontano; mentre passeggia nel bosco vede una ragazza marchiata con il fuoco da un prete e da due aguzzini che la frustano selvaggiamente. La ragazza che Catherine ha visto è una sua antenata, Camilla Yorke la cui tomba è nel bosco, nascosta tra la vegetazione.

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La strega Camilla Yorke…

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… marchiata con il segno della croce…

Ben presto Catherine si rende conto che la casa di suo zio racchiude qualche segreto innominabile.Alexander infatti è a capo di una setta satanica che sta cercando di far tornare in vita proprio Camilla Yorke, bruciata come strega con validi motivi; durante le sue visioni Catherine ha visto infatti il supplizio della donna, che invitata dal prete a pentirsi per tutta risposta ha sputato sul crocefisso.

Sia lo zio che il cugino sono quindi cultori e adoratori di Satana.
La vittima predestinata per il ritorno della strega Camilla è quindi Catherine, che però scopre quel che accade e fugge dalla casa.
Ma durante la fuga viene soccorsa da un uomo, che la convince che tutto ciò che sta vedendo in realtà è frutto della fantasia.
Tornata alla villa dello zio, trova quest’ultimo tranquillamente seduto, mentre nella casa tutto sembra ordinato.
Ma Catherine scopre anche che suo cugino Stephen è morto…

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Satan’ slave è un horror britannico uscito nelle sale inglesi nel 1976, ma non in quelle italiane.
Diretto da Norman J. Warren, regista londinese, è un onesto prodotto senza grosse pretese, low budget e caratterizzato principalmente da una cospicua presenza di scene di nudo ( ma senza amplessi o erotismo diffuso) e da sequenze blandamente splatter.
Sceneggiato da David McGillivray, il film non ha alcun merito particolare, per cui resta un vero mistero l’alone da cult che si è creato attorno ad esso.
Una delle ragioni potrebbe essere la riscoperta di Warren come regista, sopratutto dopo il successo di Inseminoid così come hanno sicuramente giocato le loro carte i due fattori segnalati precedentemente, ovvero la presenza di diversi nudi femminili, abbastanza inconsueti negli horror d’oltremanica e le scene splatter.
Che tuttavia sono abbastanza ingenue e comunque ampiamente sorpassate da film italiani sia horror che thriller antecedenti all’uscita del film di Warren.
La trama è abbastanza elementare.

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Dopo pochi minuti il regista scopre le sue carte, mostrandoci dapprima un sacrificio satanico, con tanto di caprone e ragazza nuda a fare da vittima e subito dopo facendoci assistere all’omicidio di una giovane uccisa a coltellate da uno sconosciuto che resterà tale solo per pochi minuti.
Ritroviamo infatti il giovane nei panni del cugino della protagonista del film, Catherine, così come capiamo subito che l’ispiratore della vicenda nonchè capo della setta è lo zio Alexander.
Trama quindi abbastanza banale ed esile, che però tutto sommato riesce ad incuriosire anche se la prima mezzora del film è troppo lenta e senza accadimenti di rilievo fatto salvo l’incidente mortale.
Warren mostra comunque una discreta padronanza della MDP, buone capacità di regia ed è assecondato da un cast di comprimari che si guadagnano la sufficienza.

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Non c’è di certo da gridare al miracolo, ma tenendo conto che stiamo parlando di un B movie bisogna accontentarsi.
Satan’s slave, come accenavo all’inizio, non è mai stato editato in italiano, per cui coloro che volessero visionarlo dovranno accontentarsi di qualche riduzione in Divx o riversaggio da VHS; i sottotitoli che ho trovato io sono abbastanza confusi, per cui alcuni dialoghi appaiono surreali mentre nella realtà sono lineari. Chiunque sia in grado di ascoltarlo in lingua originale farà bene a scansare i sottotitoli come la peste.
Conosciuto anche come Evil Heritage.

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Satan’s Slave.Un film di Norman J. Warren. Con Michael Gough, Martin Potter, Candace Glendenning,  Barbara Kellerman Horror, Inghilterra 1976.Durata 89 min.

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Michael Gough     …  Alexander Yorke
Martin Potter          …     Stephen Yorke
Candace Glendenning         …     Catherine Yorke
Barbara Kellerman          …     Frances
Michael Craze          …     John
Gloria Maley         …     Janice
James Bree         …     Malcolm Yorke
Celia Hewitt          …     Elizabeth Yorke
David McGillivray          … Prete

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Regia:Norman J. Warren
Scritto da David McGillivray
Prodotto da : Richard Crafter,Les Young,Moira Young
Musiche: John Scott

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Lobby card di Satan’s slave

ottobre 28, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , , | Lascia un commento

Ossessione carnale- Vampyres

Ossessione carnale Vampyres locandina

Un misterioso personaggio con un cappello che gli copre buona parte del volto entra in una camera da letto mentre Fran e Miriam sono impegnate a scambiarsi carezze saffiche.
L’uomo crivella di colpi le due donne e poi si allontana.
Anni dopo l’accaduto, le due donne ritornano nel sinistro castello che le ha viste morire non più in forma umana e mortale ma come delle creature assetate di sangue, anche se esteriormente bellissime come nel momento della loro morte.
Per vivere hanno bisogno di sangue, così se lo procurano attirando nella loro dimora gente che passa per la strada che costeggia il castello; sono ignari automobilisti che vengono irretiti dalle splendide donne, sedotti e poi uccisi a colpi di coltellacci da cucina.

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Le bellissime vampire, Miriam e Fran

Una sera a cadere vittima delle due diaboliche amanti è Ted, un passante che raccoglie Fran dal ciglio della strada mentre è intenta a chiedere un passaggio in auto ; contemporaneamente nel parco del castello sono fermi con la loro roulotte due giovani in viaggio di nozze, John e Harriet.
Tra Fran e Ted scoppia improvvisa la passione, e l’uomo, sedotto abilmente da Fran non riesce a sottrarsi al fascino ambiguo e irresistibile della donna.
Dopo una notte d’amore, Ted si risveglia nel letto che ha diviso con la donna ferito ad un gomito e con una strana e persistente debolezza che sembra fiaccargli non solo il corpo, ma anche la mente.
A fatica, l’uomo riesce ad uscire dal castello dove ha un colloquio con Harriet; anche la giovane sposa nutre dei sospetti su quel castello sinistro e sulle sue bellissime inquiline e le esterna a Ted che decide così di allontanarsi in fretta da quel posto lugubre.

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Ma salito in auto e percorsi pochi metri, Ted è colpito da un sonno irresistibile e cade riverso sul sedile dell’auto.
Al risveglio trova Fran accanto a lui, sdraiato nel letto della donna.
Con lei ci sono la bellissima Miriam e un altro guidatore di passaggio che ha accettato di fermarsi al castello.
Ted ripiomba in un sonno profondo, mentre Miriam, portato lo straniero di passaggio nella sua camera, ha con lui un intenso rapporto sessuale.
Ma per l’incauto straniero è in arrivo un’orribile morte; le due amanti lo sgozzano, succhiano il suo sangue dopo di che vanno a farsi una doccia con annesso rapporto saffico.

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Quando Ted si risveglia è ancora più debole del giorno precedente ma è anche ancora più deciso a scoprire cosa nascondano le due diaboliche donne.
Raggiunge così il ciglio della strada dove un auto della polizia sta facendo i rilievi su un’ automobile che ha avuto un incidente.

 

Alla guida c’è lo straniero ucciso da Miriam e Fran, il malcapitato Rudolph.
Tornato indietro Ted si avventura nel castello, che gli appare sempre più pericoloso e sinistro ma essendo troppo debole per proseguire le sue indagini, torna a letto dove viene raggiunto da Fran questa volta in compagnia di Miriam.
I tre si avventurano in un rapporto sessuale che si conclude con l’inevitabile sonno di Ted ormai succube della diabolica coppia e troppo stanco per poter pensare di fuggire nuovamente dal castello.
E’ Harriet a scoprire quello che accade nel castello, perchè avventuratasi nei sotterranei, scopre il giaciglio di Fran, immobile e immersa in un sonno profondo.

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Ma per Harriet e John la scoperta sarà fatale, e Ted, che nel frattempo è riuscito in qualche modo a recuperare le forze…..
 Ossessione carnale, conosciuto anche come Vampyres  è un horror vampirifico convenzionale girato da Joseph Roger Larraz a cavallo tra il 1974 e il 1975.
Si tratta di un prodotto che si eleva sulla media dei tradizionali film dedicati ai vampiri grazie ad una ambientazione molto ricercata in cui spicca l’aria tetra e malinconica del castello e sopratutto quella del parco, in cui particolarmente apprezzabile è un’aria di decadente abbandono sottolineata anche dagli alberi quasi spogli, da una leggera nebbia che sembra opprimere i protagonisti e rimarcare l’aria di mistero che circonda la costruzione.

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Nulla di particolarmente nuovo, sia nel plot che nella sceneggiatura vera e propria, ma nel caso di Ossessione carnale troviamo un’eleganza formale che manca nella stragrande maggioranza dei film del genere vampiresco.
Larraz, che l’anno precedente aveva diretto il discreto L’ombra dell’assassino e che in seguito girerà film più spiccatamente erotici come Malizia erotica, Las alumnas de madame Olga e sopratutto Los ritos sexuales del diablo, bada quindi molto ai particolari immergendo il film in una atmosfera decadente quanto sottilmente erotica.

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Se nel film sono importanti le scene “di sangue”, quindi i vari omicidi di cui si rendono responsabili le due diaboliche amanti, atrettanta importanza va data all’ambientazione sensuale che Miriam e Fran riescono a creare per attirare come ragni nella loro tela le mosche di passaggio, in questo caso i giovani viaggiatori che incautamente accettano di dare loro un passaggio o di seguire nella magione infernale.
Sicuramente gran parte del merito va ascritto alle due protagoniste ovvero le affascinanti Marianne Morris alias Fran, la bruna vampira che si “innamora” di Ted e di Anulka Dziubinska, la vampira bionda che appare in netto contrasto fisico proprio con la vampira sua amante.
Le due recitano molto bene le loro parti, così come va segnalata la prova della brava Sally Faulkner che interpreta la sventurata Harriet, colei che intuisce da subito cosa si nasconde nel castello ma che non riuscirà tuttavia a sfuggire ad un terribile destino.
Bene anche il cast maschile con Murray Brown a interpretare Ted, la vittima delle due vampire che però in qualche modo sarà l’unico a passare quasi indenne tra le grinfie della diabolica coppia.
Attori e attrici che avranno percorsi cinematografici molto dissimili tra loro; Anulka Dziubinska, attrice inglese di origine polacca lavorerà in Lisztomania di Russell per poi specializzarsi in serie tv, mentre Marianne Morris scomparirà subito dopo un paio di film di scarso valore.

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Stessa sorte per Murray Brown mentre Sally Faulkner si creerà una lusinghiera carriera in tv, che continua anche oggi.
Ossessione carnale è un film che appare spesso nelle filmografie dedicate ai vampiri come esempio di film divenuto culto grazie anche alle doti citate prima e che ancora oggi ha un suo sinistro , innegabile fascino.

Ossessione carnale
Un film di Joseph Roger Larraz. Con Brian Deacon, Marianne Morris, Anulka Murray Brown Titolo originale Vampyres. Horror, durata 87 min. – Gran Bretagna 1974

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Marianne Morris     …     Fran
Anulka Dziubinska          …     Miriam
Murray Brown         …     Ted
Brian Deacon          …     John
Sally Faulkner         …     Harriet
Michael Byrne          …     Playboy
Karl Lanchbury          …     Rupert
Margaret Heald         …     Receptionist
Gerald Case          …      Agente
Bessie Love          …     Signora americana
Elliott Sullivan          … Marito della signora americana

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Regia: José Ramón Larraz (come Joseph Larraz)
Seceneggiatura:D. Daubeney e Thomas Owen
Produzione: Brian Smedley-Aston
Musiche: James Kenelm Clarke
Editing: Geoff R. Brown

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Ossessione carnale Vampyres flano
Un flano del film

agosto 19, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , | 1 commento

Angel heart ascensore per l’inferno

Angel heart ascensore per l'inferno locandina

New York, 1955
L’investigatore privato Harry Angel riceve la telefonata di un avvocato, che vuol affidargli l’incarico di rintracciare una persona per conto di un suo cliente.
Pur titubante, Harry si reca all’indirizzo fornitogli dall’avvocato, dove, all’interno di una chiesa di uno dei tanti santoni americani, trova il suo nuovo cliente Louis Cyphre.
Quest’ultimo gli affida l’incarico di trovare per suo conto una persona scomparsa 12 anni addietro, un cantante di una certa fama di nome Johnny Favorite, con il quale a suo dire ha un conto in sospeso.

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Robert De Niro è Louis Cyphre

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Mickey Rourke è l’investigatore privato Angel

L’ultimo indizio sulla vita di Favorite, scomparso misteriosamente nel nulla, risale a 12 anni prima, quando l’uomo era stato ricoverato in una clinica specializzata, dopo essere ritornato dalla guerra sfigurato e in preda ad una totale amnesia.
Attirato dai 5000 dollari promessi da Cyphre come ricompensa in caso di soluzione fruttuosa, Angel parte alla ricerca del misterioso Johnny Favorite, partendo proprio dalla clinica in cui era degente prima di scomparire nel nulla.
Qui scopre che Johnny è stato dimesso dal dottor Albert Fowler, uno dei medici della clinica che ne ha favorito la scomparsa alterando la cartella clinica su ordine di un uomo e una donna che gli hanno pagato 25.000 dollari in cambio del silenzio.

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L’uomo, schiavo della morfina, viene cosi costretto da Angel a raccontare tutti i particolari di sua conoscenza, ma quando l’investigatore ritorna da lui dopo essersi assentato per poco tempo per comprare da mangiare lo trova riverso sul letto con un occhio squarciato da un colpo di pistola.
Un evidente suicidio, a prima vista.
Angel decide di seguire le scarse informazioni in suo possesso e dopo una breve puntata a Coney Island dove apprende dell’esistenza di alcuni amici di Johnny che vivono nel sud degli States, parte per la Louisiana.

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Qui rintraccia Toots Sweet, chitarrista amico di Johnny che suona in un locale di New Orleans e che appartiene ad una setta voodoo che pratica sacrifici animali e riti orgiastici ; ma Angel non fa in tempo ad apprendere molto di più  perchè l’uomo viene ucciso ferocemente e mutilato dei suoi genitali che gli vengono ficcati in gola.
Sempre seguito dall’ombra della morte, ma ormai invischiato nella ricerca drammatica di Favorite che appare sempre più come un ombra inafferrabile e sinistra, Angel si reca nello studio di una chiromante/maga, Margaret Krusemark che sembra avere qualche legame con Johnny.
Ma anche la donna viene trovata uccisa poco dopo il colloquio con Johnny; l’investigatore la ritrova con il petto squarciato e con il cuore asportato, riversa sul pavimento della casa in cui abitava.
Sempre più inquieto, Angel riesce a parlare con la giovanissima Epiphany Proudfoot, figlia di una donna che Johnny aveva amato e apprende così da lei che è la figlia naturale dell’uomo e che sua madre è morta.
Ormai Angel ha in mano diversi elementi che diventano più chiari dopo un drammatico colloquio con Ethan Krusemark, padre della defunta Margaret: da lui apprende che Favorite, dodici anni prima, aveva fatto un patto con il diavolo per avere successo, sacrificando la vita di un giovane soldato. Ma dopo il primo lusinghiero successo, l’uomo era partito per la guerra ed era tornato in condizioni orribili, sfigurato e senza memoria.

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Era stato proprio Ethan a presentare Johnny a Margaret;Favorite era molto potente ed era in grado di evocare i demoni, in particolare il principe di essi, Lucifero.
Con Satana Johnny aveva fatto un patto, il successo in cambio dell’anima, ma al momento di rispettare i patti l’uomo si era rifiutato e aiutandosi con un antico libro che descriveva come impadronirsi di un’anima era riuscito a scambiare i propri ricordi e la propria vita con quella del giovane soldato offerto in olocausto al principe delle tenebre.
Il piano del cantante era di appropriarsi dell’identità del soldato, ma accadde che venne arruolato e spedito in guerra dalla quale tornò senza memoria e devastato nel volto.
Erano stati quindi Ethan e sua figlia Margaret a corrompere il dottor Fowler e a portare via Johnny.
Le scoperte di Angel sono quelle che Louis Cyphre attendeva: durante un drammatico colloquio con lui, Harry Angel apprende la terribile e sconvolgente verità….

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Angel heart, ascensore per l’inferno (titolo originale Angel heart) è un film del 1987 diretto dal regista inglese Alan Parker rielaborato dal romanzo Falling angel di William Hjortsberg del 1978.
Parker, autore di grandi successi e di ottimi film come Fuga di mezzanotte (1978),Saranno famosi (Fame, 1980),Pink Floyd The Wall (1982) e nel futuro di Mississippi Burning – Le radici dell’odio (1988) e di The Commitments (1991) crea qui il suo film più affascinante e riuscito, mescolando con grande sapienza visiva gli elementi thriller e horror contenuti nel romanzo di Hjortsberg.
Un film in cui la storia si mescola alle immagini in maniera così perfetta da creare un amalgama raramente tanto ben riuscito nella storia del cinema di genere.
L’aria del film, la sua atmosfera è quanto di più malato e malsano si possa immaginare; lasciando da parte la storia, già di per se abbastanza lugubre con morti ammazzati, demonio e spiritismo, voodoo e bassi istinti umani come l’ambizione e il tradimento, ci si immerge in un’atmosfera umida e appicicaticcia come l’onnipresente pioggia della Luoisiana, come l’aria restituita dagli onnipresenti ventilatori che costellano il film e che sembrano rimandarci contro un pò di quell’aria umida e soffocante che Harry Angel respira ad ogni passo che compie verso l’atroce verità finale.
E’ l’aria opprimente del profondo sud degli Usa, in cui l’affascinante e malinconico suono delle chitarre si mescola ad arcani e primordiali riti voodoo e in cui seguiamo con crescente senso di oppressione i progressi che Angel fa nella sua ricerca dell’inafferrabile e misterioso Johnny Favorite, un uomo amato e odiato in egual misura.

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Amato dalla mamma di Epiphany, a cui ha lasciato come unica eredità quella stupenda figlia che poi durante un rito voodoo avrà un figlio nientemeno che dal principe delle tenebre e in egual misura idolatrato da Margaret, la sensitiva occultista che, come racconta il padre, “da piccola ha imparato prima a leggere i tarocchi e poi a scrivere“.
Detestato in egual misura dai suoi vecchi compagni di band, temuto e allo stesso tempo disprezzato.
Questo è quello che vediamo scorrere sullo schermo, mentre l’indagine di Harry ci trasporta in un mondo opprimente in cui tutti sembrano voler sfuggire ad un segreto che ritengono aver riposto in un angolo del passato.
Ma Louis Cyphre, ovvero Lucifero, il principe dei demoni, non lascia mai una sua preda e quando il mistero su quello che ha realmente fatto Favorite appare chiaro, al detective privato Harry si presenterà la sconvolgente verità, annunciata dal demone stesso che appare imperturbabile, senza come dice lui “zampa caprina e puzza di zolfo”

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Angel heart è anche principalmente una gigantesca gara tra due attori splendidi: Mickey Rourke e Robert De Niro.
Il primo crea un personaggio per il quale inspiegabilmente lo spettatore parteggia prima di apprendere la sua reale identità e questo va ascritto alla bravura dell’attore americano che sembra anch’egli respirare a fatica l’atmosfera insalubre della Louisiana, quel misto di musica e sudore, di pioggia e di tanto odiate galline, di voodoo e morte che lo segue come un’ombra.

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Charlotte Rampling

Il secondo si sacrifica in un ruolo più defilato, ma sicuramente di uno spessore inarrivabile: chi più di De Niro può far scorrere sotto le mani un uovo e disquisire su di esso e sulla religione mantenendo un’aria tra il sarcastico e il diabolico?
Due grandi attori complementari, quindi.
A cui vanno aggiunti Charlotte Rampling /Margaret, Lisa Bonet/Epiphany Proudfoot ovvero le due donne protagoniste del film, misurate e affascinanti.
Bene anche il resto del cast, così come particolarmente opprimenti e riuscite sono le musiche di Trevor Jones mentre da oscar è la fotografia di Michael Seresin.
Un film di straordinario valore, quindi, in cui paradossalmente è più interessante il contorno ovvero la descrizione ambientale fatta da Parker di quanto lo sia la trama che tutto sommato, se escludiamo ovviamente il finale, appare abbastanza prevedibile.
Da inserire nell’elenco degli horror/thriller a sfondo parapsicologico e demoniaco meglio riusciti di sempre.
Angel Heart – Ascensore per l’inferno
Un film di Alan Parker. Con Mickey Rourke, Charlotte Rampling, Robert De Niro, Pruitt Taylor Vince, Lisa Bonet,Stocker Fontelieu, Brownie McGhee, Michael Higgins, Elizabeth Whitcraft, Eliott Keener, Charles Gordone, Dann Florek, Kathleen Wilhoite, Judith Drake, George Buck, Gerald Orange
Titolo originale Angel Heart. Drammatico, durata 113 min. – USA 1987

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Angel heart ascensore per l'inferno banner personaggi

Mickey Rourke     …     Harry Angel
Robert De Niro          …     Louis Cyphre
Lisa Bonet         …     Epiphany Proudfoot
Charlotte Rampling          …     Margaret Krusemark
Stocker Fontelieu         …     Ethan Krusemark
Brownie McGhee         …     Toots Sweet
Michael Higgins         …     Dr. Albert Fowler
Elizabeth Whitcraft          …     Connie
Eliott Keener          …     Detective Sterne
Charles Gordone          …     Spider Simpson
Dann Florek         …     Herman Winesap
Kathleen Wilhoite          …     Nurse
George Buck          …     Izzy
Judith Drake          …     La moglie di Izzy
Gerald Orange     …                     Il pastore John

Angel heart ascensore per l'inferno banner cast

Regia     Alan Parker
Soggetto     William Hjortsberg
Sceneggiatura     Alan Parker
Produttore     Alan Marshall, Elliott Kastner
Fotografia     Michael Seresin
Montaggio     Gerry Hambling
Musiche     Trevor Jones

Angel heart ascensore per l'inferno banner citazioni

“Secondo alcune religioni, l’uovo è il simbolo dell’anima, lo sapeva?” (Louis Cyphre)
“C’è morte dovunque, di questi tempi” (Louis Cyphre)
“Io lo so chi sono” (Angel)
“La carne è debole, solo l’anima è immortale” (Louis Cyphre)
“Ahimè, com’è terribile la verità quando la si apprende troppo tardi “(Louis Cyphre)
“Solo gli sbirri e le cattive notizie non bussano!” (Angel)

 

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Storia malsana, ben condotta in ambienti suggestivi, con svolgimenti ambigui, popolata da personaggi ben tagliati, (nel senso che si fa in modo che di loro qualcosa si veda ma, contemporanemente, si fa percepire che qualcosa resta nell’oscurità). Rourke ce la mette tutta ma sparisce, quasi inevitabilmente, accanto a De Niro e agli occhi taglienti della Rampling.

Strana commistione tra thriller e horror realizzata dal regista britannico Alan Parker. Più che la trama in questo film sono primari la caratterizzazione dei personaggi, in particolare lo scalcinato e dimesso ma affascinante Harold Angel, oltre che il personaggio (luciferino in senso letterale) reso da Robert De Niro e le atmosfere noir che si esprimono attraverso le belle inquadrature e la fotografia torbida delle location adottate (specie New Orleans).

Alan Parker è regista cui il genere sta stretto, e quindi solo marginalmente affronta la tematica horror. Meglio: la storia dell’investigatore privato (un bravissimo Mickey Rourke) attraversa una serie di momenti strettamente di genere (il rituale voodoo, ad esempio), ma questi sono marginali rispetto al viaggio “spirituale” che conduce il protagonista in luoghi decadenti (per inciso: ottima la fotografia) e violentati da pioggie dove l’acqua è sostituita dal sangue. Un percorso in discesa, che precipita in un caotico (ma affascinante) finale.

Discreto thriller horrorifico, con qualche decisa puntata nell’erotismo, girato da Parker con grande eleganza e che si rivela abbastanza (ma non del tutto) avvincente, a causa di una sceneggiatura un po’ farraginosa e con qualche lungaggine che, a tratti, rischia di diluire la tensione che ci si aspetterebbe da una pellicola del genere. Bello il colpo di scena finale, anche se non del tutto imprevedibile. Ottime le ambientazioni. Piacevole, ma non certo essenziale.

Forse la miglior interpretazione di Mickey Rourke che rimane comunque offuscata da quella di Robert De Niro. Parker dirige un buon noir che presenta una trama interessante e che si sviluppa in modo del tutto originale. Molto bella anche la fotografia volutamente “sporca”. Consigliato.

Buon thriller a sfondo satanico che mescola sapientemente una trama quasi da hard boiled con numerosi spunti onirici ed orrorifici. La regia è curatissima, la fotografia opprimente quanto basta e la trama molto intrigante (nonostante qualche passaggio possa lasciare momentaneamenti perplessi). Grandi interpretazioni di Rourke e De Niro. Gustosissimo il colpo di scena finale. Godibile e ben realizzato e quindi da vedere.

Non indegno anzi, ci son buoni momenti e Rourke è al top della forma. Ma oleografico nell’illustrazione della Louisiana (Parker commette tutti i peccati che si possono commettere nel nome del “cartolinesco”) e fumettistico nel soggetto. Sappiamo già tutto dopo 20 minuti. Però, in mezzo, seguendo il girovagare dell’ennesimo private eye bollito capita di imbattersi in belle situazioni e il film, se lo si prende come giocattolone costoso si fa seguire. Tra il piacevole e il ridicolo.

Incursione di Parker nel giallo/horror, con esiti superlativi. La storia, tratta dal bel romanzo di William Hjortsberg “Fallen Angel”, si mantiene abbastanza fedele al libro e anzi ne migliora alcune parti (ad esempio ambienta il finale in una piovosa e sempre suggestiva New Orleans). Mickey Rourke dà una delle sue migliori interpretazioni di sempre e De Niro si mantiene su toni sobri riuscendo comunque a risultare inquietante nel ruolo demoniaco. Il finale giunge inaspettato e trascina il film verso una soluzione surreale ma d’impatto.

Bel film di Alan Parker, con Mickey Rourke nei panni dell’investigatore privato assoldato da mister Louis Cypher per ricercare tale Johnny Favorite. La verità sarà agghiacciante. De Niro si cala in modo ammirevole nei panni di Cypher, diciamo in modo… luciferino. Il gran pregio del film è nella recitazione, nella fotografia “sporca” e in uno script avvincente e inquietante che porta dove non si immaginava di arrivare. Parentesi voodoo. Bene.

Il miglior lavoro di Alan Parker, regista discreto che con gli anni si è perso un po’. Partendo da un buon romanzo di William Hjortsberg, apparso a puntate su Playboy, il regista britannico trae dalla fonte romanzesca il meglio, lo depura del superfluo (o del poco funzionale) e trasmette nel racconto tutta la sua visionarietà. Il risultato è un tripudio di nero e sangue, di vudù e credenze popolari, simbolismi e morti. Ottimi gli attori anche se Rourke è una spanna sopra tutti, superbe le ambientazioni e le musiche.

Thriller d’alta classe dai risvolti paranormali. Buona intepretazione degli attori principali (Mickey Rourke e Robert de Niro), ma anche di Charlotte Rampling, un’attrice troppo presto dimenticata dagli spettatori. Quanto a Lisa Bonet, la Denise de I Robinson, qui è veramente in forma splendida, come Rourke che allora era un sex-symbol. Ritmo serrato, colpi di scena a getto continuo e ambientazioni a New Orleans. Insomma, è una pellicola che t’inchioda alla poltrona fino all’ultimo fotogramma.

Bel thriller ben diretto dall’ottimo Parker e interpretato in maniera magistrale da un Rourke mai più a questi livelli e, soprattutto, da un De Niro inquietante come poche volte è accaduto. Gran ritmo, un paio di scene da ricordare e in particolare quella tra Rourke e la Bonet a letto, violenta e erotica allo stesso tempo. Colonna sonora da mandare a memoria. Da riscoprire.

Lungometraggio di qualità sopraffina diretto con maestria da un ispiratissimo Alan Parker ed interpretato con convinzione da un cast decisamente in parte. Punti di forza del film sono le opprimenti atmosfere da noir che si fondono magnificamente con una trama da thriller e con situazioni da puro horror. Rourke è perfetto nella parte di uno sfatto detective privato invischiato in una situazione dai risvolti macabri, De Niro è quanto di più diabolico si sia mai visto sullo schermo fino ad ora. Inutile l’appellativo di cult in quanto troppo riduttivo.

Ottimo giallo con venature horror e splendida e cupa ambientazione anni ’50. L’asso nella manica del film sta nelle scene con Louis Cypher (De Niro) e soprattutto nel finale insospettabile e inquietante. Rourke dà il meglio di sè e resta una delle sue interpretazioni migliori, ma anche Robert De Niro (con sole 4 scene a disposizione) riesce ad essere incisivo e memorabile. Imperdibile.

Tenebrosa sciarada, sinistro indovinello, ottimo mix di generi (detective story, noir, thriller, horror). Angel regge proprio l’anima con i denti, si vede, e la sua ricerca del fantomatico cantante Johnny, dalle nebbie di New York alle paludi di New Orleans, è uno slalom tra simboli di decadenza, di perdizione, di morte. Parker si appropria dei luoghi comuni dell’ horror soprannaturale – demoniaco e li stilizza in maniera estrema, inserendoli in una storia originale, dolorosa, diabolicamente beffarda! Rourke è al suo meglio, De Niro è sottile..

Alla fine il conto del diavolo si paga sempre. Un dismesso investigatore deve ritrovare un individuo per conto di un inquietante figuro. Una lucida discesa nei meandri della paura e della disperazione. Ambientata nelle atmosfere infide della Lousiana, la pellicola si avvale di un valido cast e di una narrazione elettrizzante, anche se lievemente contorta.

Alan Parker si dimostra, come sempre, bravo e versatile, affrontando una tematica per lui inedita come l’horror. Lo fa in modo personale, naturalmente, puntando su una trama di indubbio fascino, complessa al punto giusto senza essere artificiosa. Rourke si cala bene nell’ambiguità del personaggio assegnatogli, e De Niro istrioneggia da par suo. Non manca qualche sequenza di macabro impatto visionario, come pure un finale di grande efficacia.

Al diavolo bastava aspettare la morte di Johnny Favorite per incassarne l’anima, ma ha voluto che il cantante “furbo” se ne rendesse conto; da qui la nascita del romanzo di William Hjortsberg e di questo intrigante ed avvincente film. Poche cose non convincono in questo lavoro, anzi forse una sola, il finale; non per la “quasi sorpresa”, quella ci sta tutta (anzi, è come detto sopra il film stesso), ma per la frettolosità dell’esecuzione rispetto ai tempi della storia e per gli inutili occhi colorati del “nipotino”. Rourke e De Niro perfetti.

Amo alla follia questo superlativo Southern Gothic – ispirato al romanzo “Fallen Angel” di William Hjortsberg – secondo me uno dei migliori film degli anni ’80 e il più bello in assoluto di Alan Parker. Regia curatissima, atmosfere perfette e attori in stato di grazia. Splendida la scena del passionale amplesso fra Mickey e la Bonet, sottolineato musicalmente dal brano “Soul on Fire” di LaVerne Baker (1929-1997): canzone e sequenza divenute per me cult assoluti, come ovviamente l’intero film.

Delirante quanto deliziosa pellicola made in USA: due grandissimi attori (Rourke e DeNiro) sono al servizio di un Alan Parker visionario, crudo, spirituale. Scene che rimarranno scolpite nella memoria dello spettatore per molto tempo. C’è tutto in questo film: gli appassionati di horror-thriller-mystery sono avvertiti.

Chi cerca l’horror rimarrà, come si suol dire, a bocca asciutta. Nonostante il risvolto esoterico (abbastanza evidente fin dall’inizio), ci troviamo davanti ad vero e proprio giallo, bello ma complessivamente non troppo avvincente. Parker si dimostra un maestro nel valorizzare ogni dettaglio dei suoi scenari: come la Dublino di The Commitments, qui New York e la Louisiana degli anni 50 diventano un vero valore aggiunto. Bravo Rourke, De Niro elegantemente magnetico, sebbene il suo “diabolico” personaggio sia destinato a poche e brevi sequenze.

Ottima pellicola, piena di suspence. Un thriller che non annoia. Intriganti i riferimenti al voodoo, affascinante un Robert De Niro forse lasciato un po’ in disparte; un finale di quelli che difficilmente si riuscirebbe ad ipotizzare. Sicuramente da vedere.

agosto 17, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , , | 4 commenti

La mano che nutre la morte

La mano che nutre la morte locandina

In una tradizionale villa con annessa tradizionale cripta si aggira la figura velata di Tania Nijinski: la donna è rimasta sfigurata in un incidente nel laboratorio della villa di proprietà di suo padre Ivan Rassimov. Suo marito, il professor Nijinski, continua l’opera intrapresa dal suocero con l’intento doppio di portare a termini gli studi di Rassimov e contemporaneamente trovare una cura che rigeneri i tessuti dell’epidermide ottenendo così una soluzione alla devastazione del volto di Tania.

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All’interno del maniero alloggia da qualche tempo la giovane Katiuscia che ufficialmente risiede nella casa per svolgere ricerche per un libro, ma che in realtà cerca prove della scomparsa di sua sorella aiutata in questo da Fjodor, che inutilmente ha tentato di convincere il riottoso responsabile della legge nel vicino villaggio a interessarsi al caso. Il poliziotto in realtà non ha alcun interesse a inimicarsi nè Nijinski ne sua moglie Tania, per cui le ricerche avvengono molto blandamente.

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Ma cosa succede realmente nella villa? Nijinski per trovare una cura utilizza corpi di donne, quindi effettivamente il dottore è responsabile della scomparsa della sorella di Katiuscia: i suoi tentativi ottengono finalmente il successo sperato ma accadono altre cose…

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Una coppia di giovani, Masha e Alex, di passaggio in zona ha un incidente di carrozza e trova rifugio presso il castello. Per Nijinski è l’occasione tanto attesa: uccide Masha e ne preleva il tessuto epidermico innestandolo sul volto della moglie, ma non vivrà abbastanza per godersi il trionfo perchè….

La mano che nutre la morte, per la regia di Sergio Garrone esce nelle sale italiane nel 1974; siamo di fronte ad un film realizzato in strettissima economia con metà del budget utilizzato per il cachet di Klaus Kinski, eppure sorprendentemente interessante. Merito della buona mano del regista che riesce a manipolare una sceneggiatura equilibrata anche se non originale utilizzando il poco che ha a portata di mano, senza utilizzare effetti splatter (le scene nel laboratorio sono davvero realizzate con poco) e senza usare a sproposito l’elemento erotico.

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Pure alla fine il prodotto risultante è gradevole, grazie all’abilità del regista che fino ad allora aveva diretto principalmente western all’italiana come Django il bastardo e Bastardo, vamos a matar; il buon risultato del film lo spingerà poco più tardi a dirigere un film sulla falsariga di questo, intitolato Le amanti del mostro.

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Nel cast troviamo un Klaus Kinski sorprendentemente misurato, che recita quasi con il freno a mano tirato mentre sicuramente affascinante è Katia Christine,l’attrice olandese comparsa in diversi ruoli di supporto in film di inizi anni 70 come La vittima designata o La prima notte del Dottor Danieli, industriale col complesso del… giocattolo. Di Marzia Damon si apprezza principalmente qualche apparizione senza veli.

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Curioso il nome del professore padre di Tania: Ivan Rassimov infatti è uno degli attori più eclettici del cinema di genere anni 60-70. Può valere la pena cercare una versione accettabile in dvx di questo film oppure aspettare con molta pazienza che capiti su qualche tv privata; se cercate in rete vedrete che è possibile trovarlo in streaming.

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La mano che nutre la morte,un film di Sergio Garrone. Con Klaus Kinski, Katia Christine, Marzia Damon, Carmen Silva, Stella Calderoni, Romano De Gironcoli, Alessandro Perrella, Carla Mancini, Luigi Bevilacqua, Bruno Arié, Osiride Peverello, Amedeo Timpani, Pasquale Toscano Fantascienza, durata 85 min. – Italia, Turchia 1974.

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Klaus Kinski     …     Prof. Nijinski

Katia Christine          …     Masha / Tanja Nijinski

Marzia Damon          …     Katja Olenov

Stella Calderoni          …     Sonia

Alessandro Perrella     …     Feodor

Ayhan Isik     …     Alex

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Regia: Sergio Garrone

Sceneggiatura: Sergio Garrone

Produzione: Amedeo Mellone, Claudio Sinibaldi

Musiche:  Stefano Liberati, Elio Maestosi

Editing: Cesare Bianchini

Costumi: Amedeo Mellone

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Tardo gotico che assembla: un mad-doctor (il convincente Kinski) in vena di esperimenti sulla pelle di giovani vittime, al fine di recuperare la bellezza perduta della donna amata; la solita coppietta con carrozza accidentata, costretta a trovar riparo nella casa del folle; una scrittrice che rimèmbra lo scopritore del trapianto, tale dott. Marshall (Rassimov); tanta faciloneria, nello stile d’un Garrone che è però già eccessivo (come dimostrerà nei Nazi e nei W.I.P.) e non lèsina Sex&Violence, ingredienti abbondantemente sparsi lungo i 90 minuti della pellicola. Discreta la colonna sonora.

La cosa più grandiosa di questo film e del suo gemello Le amanti del mostro è il coraggio di Garrone nel negare che i due film siano gemelli: cast, staff tecnico e canovaccio (il mad doctor) identici, e scene che si ritrovano nell’uno e nell’altro… Vecchiotto come concezione già al periodo, poverissimo, desolante nei generici (turchi), imbarazzante nel cast (tranne, s’intende, il grande Klaus), in breve un disastro. Avvistabile la musa del Legnani?

Miserrima coproduzione italo-turca, girata con sciatteria desolante, eguagliata solo da certi gotici spagnoli tipo Il mostro dell’obitorio. Kinski, ennesimo mad doctor, è vano e svogliato, la Christine inespressiva, i due comprimari turchi (Isik e Tas) pessimi. Un minimo accenno di recitazione proviene solo dalla graziosa Caterina Chiani aka Marzia Damon, protagonista pure di una focosa sequenza lesbo: unico sussulto di tutto il film.

Gotico italiano di scarso valore incentrato su una serie di situazioni trite e ritrite tra cui l’assunto principale della storia che si fonda sul solito scienzato pazzo che fa esperimenti ai danni di belle e sprovvedute fanciulle. Tutto già visto ed il peggio è la grossolanità dell’insieme (fatta eccezione per gli effetti truculenti che sono più curati della media). Per il resto la noia fa capolino in più di un momento. Tuttavia è leggermente, ma di poco, al di sopra dell’indecenza.

Forse questa suonerà ai più come un’eresia, ma io non l’ho trovato così male, questo film. Oltre alla presenza di Kinski vi sono da segnalare nel cast la regale Katia Christine (doppiata superbamente da Vittoria Febbi), i particolari splatter (molto audaci per l’epoca) dell’operazione chirurgica, le musiche. Poco sesso tranne una spinta scena lesbica, ottimo il doppiaggio eseguito dalla c.d.c. (e questo non è poco). Io mi sento di consigliarlo.

Poverissimo gotico di serie C, i cui unici elementi positivi risiedono nella buona interpretazione di Kinski, nella quasi accettabile colonna sonora e in alcune rare inquadrature riuscite (Kinski con la bambola). Tecnicamente modestissimo, con discontinuità varie nel montaggio e nella fotografia, squallido nelle location (una sequenza è ambientata in villaggio western) e diretto in maniera più che svogliata. Gore abbondante ma casareccio, nonostante la firma di Rambaldi. Cultissime le zoomate sulla tomba di Ivan Rassimov (!). Mediocrissimo.

Non malaccio questo orrore, buona la prova di Kinski mentre il resto del cast è perlomeno discutibile. Negli anni 70 furono prodotte diverse schifezze, mentre questo, pur mostrando degli enormi limiti, riesce comunque a farsi apprezzare. Trama banale e già vista, ma film che se la cava.

E riecco il grande Klaus nei panni del mad doctor che si lancia in folli esperimenti sul corpo umano. Horror gotico poverissimo, ha comunque dei notevoli picchi nelle scene splatter e il cast femminile (su cui svetta una fantastica Katia Christine) è di quelli che da solo può giustificare una visione. Non male, dopo tutto, anche se la scena lesbo era francamente gratuita ed evitabile. Buone le musiche. Insomma si può vedere.

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giugno 23, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , | 1 commento

Il mostro è in tavola…Barone Frankenstein

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Il barone Frankenstein cerca di portare a termine quella che per lui è diventata un’autentica ossessione: creare un essere vivente utilizzando parti di cadaveri, cosa che nel frattempo gli è valsa l’espulsione dall’Università.
Ritiratosi quindi nel suo castello, il barone in compagnia della moglie e dei due figli Diastole e Sistole si dedica alla costruzione della sua creatura.

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Udo Krier, il Barone Frankenstein

Costruisce così, con l’aiuto dell’assistente Otto una creatura di sesso femminile mettendo assieme parti da vari cadaveri.
Non pago, il barone realizza anche un esemplare maschile che, nella sua folle mente, dovrebbe congiungersi carnalmente con la creatura femmina e mettere al mondo così un essere nuovo e perfetto.
I piani del barone falliscono miseramente: per un marchiano errore i due uccidono un giovane destinato a farsi monaco mentre la vittima predestinata era il giardiniere del castello Nicholas, un tipo sensibile a tutte le gonnelle.
Quello che succederà d’ora in poi diverrà una specie di incubo….

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Il mostro è in tavola barone Frankenstein, diretto da quel Paul Morrissey allievo di Andy Warhol e autore nello stesso periodo del film Dracula cerca sangue di vergine…e morì di sete, è un’opera bizzarra presa in parte almeno come ispirazione dall’ormai leggendario romanzo di Mary Shelley.
Gli elementi horror tipici delle trasposizioni cinematografiche fino ad allora realizzate si fondono con elementi di humour nero, conditi da un pizzico di sesso e di comicità surreale.

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L’equilibrio richiesto dalla fusione di questi elementi resta molto instabile per tutto il film, pur non mancando allo stesso un certo fascino gelido e macabro.
L’uso sperimentale della tecnica 3 D, unito ad una sceneggiatura irriverente e ironica della rilettura del romanzo, l’astrattismo concettuale di Morissey e il suo senso dello humour di marca yankees richiedevano un’alchimia cinematografica molto delicata e retta davvero sul filo del rasoio.

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Morissey invece resta distante sia dalla commedia brillante sia dall’horror puro e non miscela affatto le situazioni, anzi.
Indeciso sulla strada da prendere, crea un’opera fredda e asettica pur non priva di un suo macabro fascino.
Tuttavia, il film ha dalla sua una robusta creatività e un cast all’altezza, oltre che qualche trovata gustosa, come le opere di seduzione di Nicholas o le scene “splatter” della costruzione della creatura femmina, i due satanici fratellini che erediteranno le opere del padre e qualche sprazzo di geniale inventiva.
Il nostro Dawson/Margheriti compare ancora una volta tra i credit come regista della seconda unità, ma pare che il suo compito reale si limiti a quello di comparsa tra i credit stessi.
Nel cast c’è la nostra Dalila Di Lazzaro, bellezza algida e eterea che nel film riveste il ruolo della sventurata creatura creata dal folle barone, mentre Udo Kier è la solita sicurezza con quel volto impenetrabile che sembra preso di corpo dal teatro mimico del passato.
Kier ha un’espressione a metà strada tra l’ironico, lo stupefatto e l’ingenuo, ovvero l’espressione di chi sembra capitato per caso in mezzo a degli alieni ed in realtà risulta il più credibile di tutti, mentre la Bosisio futura signora Pina in alcuni episodi di fantozzi è una sicurezza.
Segnalo anche Arno Jverging, la piccola Nicoletta Elmi perfida da non credere, Rosita Torosh e il solito inespressivo Joe D’Alessandro.

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Alla sceneggiatura del film, uscito con il titolo originale di Flesh for Frankenstein (Carne per Frankenstein) collaborò Tonino Guerra, mentre le musiche adeguate sono di Claudio Gizzi.
Siamo di fronte ad un prodotto assolutamente e pesantemente datato: il cinema sperimentale di Morrissey, oggi 73 enne è un cinema molto particolare in cui la preponderanza di elementi astratti oltre che minimalisti risulta ai nostri giorni quasi insopportabile.
Il regista statunitense autore fra l’altro del classico Trash, oltre che di Calore (Heat) e Flesh (Andy Warhol’s flesh) vive oggi una seconda giovinezza grazie all’interesse di una parte di pubblico affascinato dal cinema indipendente, quello più lontano dai prodotti massificati dell’establishment di Hollywood.
Tuttavia gli amanti del cinema che si trovino oggi ad affrontare la visione di film come questo Il mostro è in tavola oppure Dracula cerca sangue di vergine possono rimanere sicuramente spiazzati da un tipo di cinema molto distante dai canoni odierni e sopratutto cerebrale e freddo.
Ma Morrissey è questo, prendere o lasciare.

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Il mostro è in tavola… barone Frankenstein,un film di Paul Morrissey. Con Dalila Di Lazzaro, Joe Dallessandro, Udo Kier, Arno Jverging, Monique Van Vooren,Rosita Torosh, Nicoletta Elmi
Titolo originale Flesh for Frankenstein. Horror/commedia nera, durata 95 min. – Italia, Francia 1973

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Il mostro è in tavola Barone Frankenstein banner protagonisti

Joe Dallesandro    …     Nicholas
Monique van Vooren    …     La Baronessa Katrin Frankenstein
Udo Kier    …     Barone Frankenstein
Arno Juerging    …     Otto, assistente del Barone
Dalila Di Lazzaro    …     La creatura femmina
Srdjan Zelenovic    …     La creatura maschio
Nicoletta Elmi    …     Monica, figlia del barone
Marco Liofredi    …     Erik, figlio del Barone
Liù Bosisio    …     Olga, la colf
Fiorella Masselli    …     Prostituta
Cristina Gaioni    …     Contadino
Rosita Torosh    …     Sonia,  prostituta
Carla Mancini    …     Contadina
Imelde Marani    …     Prostituta bionda

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Regia: Paul Morrissey (Antonio Margheriti)
Sceneggiatura :Tonino Guerra, Paul Morrissey
Produzione: Andrew Braunsberg,Louis Peraino (non accreditato)
Carlo Ponti     (non accreditato),Jean Yanne     (non accreditato)
Musiche: Claudio Gizzi
Fotografia:  Luigi Kuveiller
Scenografia: Enrico Job
Editing/Montaggio: Jed Johnson, Franca Silvi
Effetti speciali: Carlo Rambaldi

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Raffinato omaggio al mito, con grandi prestazioni e grandi facce di Udo Kier e di Arno Juerging (Joe Dallesandro fa strage di cuori, pure della Mancini e della Gajoni, ma è un tremendo pesce lesso). Molto divertente, superiore al gemello Dracula. Bellissima la Torosh (Sonia, la prostituta). Mi dicono che in realtà Margheriti funse da supervisore, affinché il clan warholiano riuscisse davvero a fare il film: lo fecero per davvero, visto che è un buon film.

Per questo e per il suo “gemello” (Dracula cerca sangue di vergine… e morì di sete) si scomoda spesso il nome di Margheriti (come regista della seconda unità), anche se pare il suo nome appaia per questioni burocratiche in quanto trattasi di co-produzione USA-Italia-Francia. Resta comunque un ottimo esempio di melodramma, fortemente intriso di macabra ironia e insaporito dalla spezia dell’erotismo (mai il mostro di Frankenstein sarà più così bello, qui nei – pochi – panni della sublime Dalila Di Lazzaro). In evidenza alcune sequenze fortemente splatter.

Frankenstein crea due mostri che dovranno accoppiarsi. La chiave è la parodia, infarcita di splatter un po’ trash, di ridondanze kitsch, di nudi vedo/non vedo in pieno stile pruriginoso-libertario anni 70. Insomma, buona l’idea di partenza di un’irrisione dei moduli dell’horror che si intreccia con un’irrisione dei modelli borghesi. Ma il film è pericolosamente vicino alla sciatteria scivolando talvolta nel velleitario e nell’amatoriale. Tra gli attori il migliore sembra Udo Kier, mentre Liù Bosisio si conferma buona caratterista.

Seconda incursione nella parodia dell’horror da parte di Morrisey, che stavolta sceglie di rileggere il mito di Frankenstein. Gli ingredienti sono gli stessi, purtroppo però il risultato è meno riuscito che nell’altra occasione: il ritmo, infatti, è lento, ma stavolta ci sono anche meno trovate e meno divertimento. In compenso non mancano alcune scene abbastanza splatter. Insomma, si lascia guardare sino alla fine senza problemi, ma anche senza veri guizzi e invenzioni.

Non mi convinse la prima volta che lo vidi, decenni fa, e devo dire che continua a non convincermi rivisto oggi. Mi pare una pellicola che non sappia bene da che parte dirigersi: come parodia dei film sul mostro di Frankenstein non diverte, come horror non funziona, come commedia erotica stufa; si possono salvare alcuni effettacci splatter (ma non sono un grande estimatore di questi dettagli) e la recitazione di Udo Kier (al contrario di quella di Dallesandro, inespressivo pesce bollito). Deludente assai.

 

Leggermente inferiore a Dracula. Certo, di cose ottime ce ne sono (tra le quali la stupenda e regale Monique Van Vooren). Dallesandro può solo mostrarsi nudo (compreso un ardito nudo frontale), Udo Kier è notevole. Molti caratteristi, tra cui la desnuda Rosita Torosh, Carla Mancini, Liù Bosisio, Imelde Marani, la Elmi e una giovane Dalila Di Lazzaro. Gustosi gli effetti splatter, buono il tema musicale. Finale un po’ disturbante.

Un buon film, al pari del “gemello” Dracula. All’atmosfera gotica e pomposa fa da contraltare una freddezza truce e crudele, ben rappresentata dal viso algido e severo del grande Udo Kier. Il resto del cast è buono, con Dallesandro inespressivo ed ambiguo (è la sua caratteristica) e la futura moglie di Fantozzi, Liù Bosisio (che finisce male). Sorprendente ed efficace anche la dose di splatter, davvero audace e ben fatto per l’epoca, con scene a tratti veramente disgustose. L’ironia è meno arguta che nel Dracula, ma ci si diverte comunque.

Film molto raffinato e particolare, da guardare però senza considerarlo un horror. Al di là delle varie scene erotiche (molte delle quali stancanti o inutili), il film è notevole in particolar modo per quanto riguarda fotografia e location (molto suggestive). Ma soprattutto per il soggetto: mai prima di questo film era stata proposta una versione di Frankenstein così alternativa e soprattutto cinica. Ben caratterizzati i personaggi: moglie ninfomane, marito pazzo, figli sadici, assistente maniaco… C’è anche un piccolo aggancio alla necrofilia.

Parodia estrema di Frankenstein, comprensivo di episodi di necrofilia (esplicita) ed incesto (solo documentato). Non mi ha divertito come il parallelo Dracula cerca sangue di vergine, ma resta un ottimo episodio di paragotico erotico-splatter (mah..). Performance eccellente di Udo Kier, mentre gli altri protagonisti sono nella media, con la presenza della “solita” Nicoletta Elmi bambina (che quindi dovrebbe aver visto il film solo alcuni anni dopo – VM18). Anche in questo caso, subentrano i rapporti di classe dopo “lo sfruttamento sessuale” della padrona.

Troppo lento e senza guizzi particolari. Le scene splatter fanno il loro dovere, ma dal punto di vista erotico/sensuale fallisce miseramente, nonostante la presenza di una giovanissima Di Lazzaro e della regale Van Vooren. La recitazione di Udo Kier è molto teatrale e comunque consona, ma tutto sommato sembra ancora manchi qualcosa. Il finale mi ricorda un po’ i bambini omicidi di Reazione a catena…

Film sicuramente più riuscito del successivo Blood for Dracula, anche se molto simile. Al centro rimane il rapporto tra sangue carne e sesso, in questa pellicola tutto è reso più esplicito e carnale. Lo splatter abbonda e si evitano i toni da blanda commedia; anche Kier risulta essere più in parte come perverso scienziato. La morale pubblica odierna uescirebbe scandalizzata dall’uscita nei cinema di un film come questo (e per di più in 3D!).

Parodia di Frankeinstein, è arricchito da scene erotiche in cui il bel nudo maschile di Dallesandro non passa inosservato e da scene splatter per la gioia degli appassionati del genere. È presente la brava Liù Bosisio nella parte della domestica. Della coppia dei mostri la Di Lazzaro è perfetta: giovanissima esprime, seppur per brevi scene, una intensa sensualità. Nicoletta Elmi, l’icona della bimba perfida, è sempre funzionale in ruoli ambigui.
I gusti di Anna

giugno 20, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , , , , | Lascia un commento

Terror, il castello delle donne maledette

Terror, il castello delle donne maledette locandina

Operazione complessa se non impossibile quella di raccontare con poche parole (sopratutto aventi un senso logico) la trama di Terror! Il castello delle donne maledette, conosciuto anche come Il castello della paura; non certo perchè siamo di fronte ad una sceneggiatura complicata in senso positivo, bensi per il suo contrario.
Siamo di fronte  infatti ad un titolo cult e ad una riedizione in chiave demenziale e trash del mito del dottor Frankenstein retrocesso al rango di conte dopo esser stato in origine barone.

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Sopratutto, trasformato in un folle che riesuma ( o meglio, recupera) nientemeno che un neandertaliano e che ha la bella idea di farlo co-abitare con un gigantesco e demente mostro del castello, Goliath.
Questo ameno Conte Frankenstein ha il suo avito e bravo castello, nel quale c’è ovviamente un altro campione dell’handicap, un nano allupato e crudele.
E altrettanto ovviamente il perfido scienziato fa rapire il cadavere di una donna, suscitando  i sospetti dei paesani; il nano Genz però “usa” il cadavere rovinando in tal modo i piani del Conte.
Accadono alcune cose: nel castello arriva la figlia del conte con un’amica (che verranno spiate dal duo Goliath-Neandertaliano mentre fanno il bagno,chiaramente nude), il prefetto Ewing indaga spinto anche dal Conte che lo depista suggerendo che il colpevole potrebbe essere un cavernicolo nascosto tra i monti ecc.

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Allora, direi che basta così perchè mi rendo conto che raccontata in questo modo la trama sembra più demenziale di quanto non lo sia in realtà.
Però se non credete alle mie parole, trovate il dvd del film, uscito da poco e del quale francamente nessuno sentiva il bisogno e beccatevi due ore di insopportabile noia e sopratutto idiozia.
Si, perchè Terror! Il castello delle donne maledette, opera orfana di un padre che abbia voluto firmare l’obbrobrio, evitando così la futura damnatio memoriae è davvero un film idiota.
Passato clandestinamente nelle sale (o forse mai passato), ha avuto un’effimera gloria negli Usa dove è stato distribuito con il titolo Frankenstein’s Castle of Freaks pur essendo, come già detto, un film privo di un regista accreditato.
Il che la dice lunga su quello che fu l’esito ai botteghini del film, così come racconta chiaramente l’imbarazzo di tale Dick Randall/Robert Oliver nell’utilizzare la sua vera identità come regista del film.

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Il bagno della figlia di Frankenstein e della sua amica

Nel cast dello stesso figurano due attori dal discreto passato, come Rossano Brazzi (inamidato e impomatato come non mai) ed Edmond Pourdom, i quali devono essersi vergognati come ladri quando il film è stato distribuito.
Gordiano Lupi, sul suo sito , dice del film: “Un film brutto come pochi, girato in maniera raffazzonata e senza stile, ma così bizzarro da essere ancora oggi oggetto di culto e di visione. La trama è confusa, la sceneggiatura piena di buchi, ma l’atmosfera malsana tipica del cinema exploitation garantisce di non annoiarsi. Il finale è il massimo del trash con un primo piano su Edmund Purdom che declama: “Era un mostro, un anormale. Ma forse siamo tutti un po’ anormali”. Perle di saggezza in una battuta che gli sconosciuti sceneggiatori potevano risparmiarci. Se nessuno ha mai lottato per attribuirsi il film ci sarà un motivo…”

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Ora, stimo e voglio un bene dell’anima (come critico e scrittore, non fraintendiamo) al buon Gordiano, ma dire che non cì si annoia è come bestemmiare e bere whisky in una moschea.
Le uniche consolazioni arrivano dalle rotondità di Simonetta Vitelli (la figlia di Frankenstein) e Laura De Benedittis (Valda) oltre che di Christiane Rücker.
Poichè le figliole non sono affatto male, è consolatorio ammirarle mentre sguazzano in una pozza d’acqua in una caverna anche se avvolte da un fumo presumibilmente sulfureo che ne offusca a tratti lo splendore fisico.
Un’opera detestabile, quindi, oltre chè esecrabile.
Del resto, è accaduto spesso nel passato di assistere a film indecorosi: la fregola di portare nelle sale filmetti senza alcun senso condendoli con nudità più o meno velate è stato uno degli espedienti più utilizzati per catturare gonzi cinematografici.

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Tra i quali figura anche il sottoscritto, che ha l’aggravante di averlo visto in tempi recenti e la scusante allo stesso tempo di averlo visto per necessità, dovendolo recensire per il blog e per un sito specializzato.
Terror! il Castello delle donne maledette, un film di Robert Oliver/Dick Randall. Con Rossano Brazzi, Michael Dunn, Edmund Purdom, Salvatore Baccaro,Simonetta Vitelli,Laura De Benedittis,Christiane Rücker Titolo americano:  Frankenstein’s Castle of Freaks– Horror, durata 87 min. Anno 1974

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Terror, il castello delle donne maledette banner personaggi

Rossano Brazzi     …     Conte Frankenstein
Michael Dunn          …     Genz
Edmund Purdom         Ispettore Ewing,
Gordon Mitchell          …     Igor
Loren Ewing          …     Goliath
Luciano Pigozzi         …     Hans
Xiro Papas         …     Kreegin
Salvatore Baccaro         … Ook il neandertaliano
Simonetta Vitelli         …     Maria Frankenstein
Eric Mann         …     Eric
Laura De Benedittis         …     Valda
Robert Marx         …     Detective Koerner
Christiane Rücker          …     Krista Lauder
Margaret Oliver          …     Donna del paese
Alessandro Perrella         …Dottore

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Regia: Dick Randall
Sceneggiatura: Mario Francini, William Rose, Mark Smith    ,Roberto Spano
Produzione: G. Robert Straub, Oscar Brazzi (uncredited),Dick Randall (uncredited)
Musiche: Marcello Gigante
Editing: Enzo Micarelli

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Raggelante e sorprendente: un conto è prevedere una cosa, un altro conto è trovarsela davanti. Parte neanche male, quasi coscarelliano, con quel carro che sale per il pendice. Poi arriva Rossano Brazzi, incartapecorito, che recita la sua parte come se fosse un vero film. Parla con la sua voce, la modula, è serissimo, ma è tutto inutile: al 20’ si capisce che occorre prepararsi a tutto, pure a vedere la mdp che indugia sugli àlluci di Bàccaro. Un solo aggettivo per il finale: è inaggettivabile.

Ci sono film poveri, ma belli. Ci sono storie deboli, ma intriganti. E ci sono film poveri e brutti, mal scritti e peggio interpretati. Se è vero che spesso alcune pellicole spariscono nell’oblìo ingiustamente, è vero anche che altre dovrebbero restare nascoste: il fascino che genera un titolo mai visto, spesso volatilizza – come nebbia al sole – quando lo scopriamo. La cosa più bella di questo incredibilmente comico (ma di una comicità involontaria) film è il titolo… Inguardabile.

L’inizio col cavernicolo preso a mazzate è come un marchio di garanzia: il marchio B di boiata (ma una di quelle boiate che proprio non si possono perdere, per alcuni di noi). Ascoltando i dialoghi sugli uomini delle caverne e la teoria che alcuni siano sopravvissuti e, soprattutto, vedendo alcune scene (il cavernicolo resuscitato e quello in caverna col nano), risulta difficile pensare che gli attori non siano più volte scoppiati a ridere durante le riprese. E poi c’è il conte Frankenstein (ma non era barone?), che tocca uno dei punti più bassi.

Questo è uno di quei film che suscitano interesse proprio per la loro povertà ed assurdità. Il cast annovera niente meno che il grande Brazzi, affiancato da una nutrita schiera di freaks e caratteristi del cinemabis nostrano. Personalmente, va apprezzato in primis per gli occhioni blu e le forme della bella Simonetta Vitelli, qui in trasferta dai set del padre Demofilo Fidani. Puro trash.

E’ dura commentare film del genere. Pur sapendo, infatti, di assistere ad una perla del trash, lo spettatore non può essere pienamente preparato a ciò che vede. Passano i minuti e si stenta a credere che sia “vero” quello che scorre sullo schermo. Incredibile e ridicolo non rendono “giustizia” al film. Oltre ogni limite di grottesco; quando il termine trash non rende minimamente l’idea. A tratti, comunque, le risate sono (quasi) garantite.

Uno dei peggiori film che abbia mai visto ma anche di una comicità involontaria eccezionale. L’idea di mischiare l’uomo di Neanderthal con la saga di Frankenstein (misterosamente diventato conte invece che barone) rasenta la genialità assoluta. Degno di nota anche lo pseudonimo assunto da Baccaro: Boris Lugosi. Mistero assuluto su chi sia il regista del film. Alcune fonti pensano che Robert Oliver sia il vero nome del regista, altri che sotto tale nome si celi Oscar Brazzi (fratello di Rossano).

Trashone allo stato puro! Nani, freaks, giganti, mostri di frankenstein, cavernicoli, ragazze che fanno il bagno nude in pozzi di catrame!!! Mettete tutto questo insieme e otterrete “Terror!”, uno dei film più deliranti mai prodotti (ma che non eguaglia in bruttezza Nuda per Satana di Batzella, o Riti… di Polselli): qui almeno un po’ di trama c’è! Gli attori, a parte Brazzi, non recitano. Da vedere per farsi due risate.

Uno degli horror più trash degli Anni Settanta. La sceneggiatura è ricchissima di perle trash e propone due personaggi (il nano e l’uomo di Neanderthal) tra i più ridicoli della storia del cinema. Da antologia dell’assurdo alcuni dialoghi (come quello che chiude il film) e incredibili alcune trovate della regia (come i fulmini all’inizio). Il povero Rossano Brazzi si impegna pure, ma mette solo tristezza; impresentabili gli altri attori (nonostante Baccaro sia indimenticabile). Bruttissime le musiche. Da non perdere.

Se visto come film dell’orrore può non piacere ed è in effetti una boiata (a iniziare dal titolo pomposo e insensato), se invece è visto con lo spirito giusto ossia aspettandosi un gustoso orrore-spazzatura allora piacerà. La trama è divertente: il conte (?) Frankenstein si diverte a creare un essere fortissimo (una specie di Ercole…) ma dovrà vedersela con un suo ex-servitore vendicativo che ha stretto alleanza con un uomo di Neanderthal (!!!) che vive nei dintorni… Risate garantite!

Un horror che anziché far paura fa ridere per quanto è fatto male. Il CONTE (anziché barone) Frankenstein circondato da freaks nell’Ottocento (in cui qualcuno indossa blue jeans) fa i suoi necro-esperimenti in un castello sperduto. Un film che i cinefili appassionati di rarità devono per forza avere. Ma poi chi sono le donne maledette? E che c’entra Neanderthal con Frankenstein? Nomi semi-fantasy per i personaggi: Genz, Kreegin, Ook, Golia. Solo una cosa da salvare: le location, e neanche tutte. C’è anche un finto sfondo di indagini poliziesche.

La versione trash della storia del mostro di Frankenstein, popolata da personaggi semicelebri e diretta da un misterioso signore, sul quale il critico Bruschini ha una sua idea di identità (vedi extra dvd). Comunque, complice la visione troppo pulita consentita dal supporto moderno, il film perde le probabili apprezzate caratteristiche della primordiale messa in onda (pellicola disturbata, audio sporco) e si appiattisce notevolmente. Ovviamente la storia è immonda, ma qui si parla di estremo trash e quindi è un punto a favore. Ma se ci fosse ancora la vhs…

Esiste un cinema di serie A e di serie B, esistono incalliti amanti dei film di serie A e di serie B, esiste una dignità nei film di serie A e una in quelli di serie B… fin qui nulla di eccezionale. È fin troppo facile commentare questo film, ma forse se lo vediamo in un’ottica particolare, quell’ottica che ci dice che non è facile assolutamente girare un film così, allora questo è un capolavoro; ed infatti lo è… Se capolavori sono i vari Freaks & co. (senza nulla togliere alla storia del cinema) anche questo, nel suo genere, è un capolavoro.

Unbelievable! E i fans del cinema utrapsycothronico lo conoscono a memoria. Ormai è noto come il film più brutto mai prodotto in Italia (dopo quelli di Ferzan Ozpetek, però) e una visione – pure sotto l’effetto di stupefacenti – non può che confermare l'”orrore”. Di madre-regia ignota, il film fa spavento per lo squallore dispiegato e la tragica indigenza. Mentre Brazzi sperpera vecchi(ssimi) fasti hollywoodiani, Baccaro grugnisce in attesa del cestino e “la belle Simone Vitell” non si mostra come dovrebbe. Oltre–la-sfera-del-tuono.

giugno 10, 2011 Pubblicato da: | Horror | , | 1 commento

La montagna del dio cannibale

La montagna del dio cannibale locandina 1

Susan Stevenson, affascinante moglie del professor Harry Stevenson parte per un’isola della Nuova Guinea alla ricerca del marito, scomparso durante l’esplorazione dell’isola; il professore era alla ricerca di una montagna venerata dalle tribù locali come sacra, ma difesa anche come luogo assolutamente tabu.
Ad accompagnare Susan c’è  Arthur Weisser ,suo cognato e un amico di Harry, il Professor Edward Foster
I due, arrivati in Guinea, assoldano delle guide e portatori locali per attraversare la foresta che conduce all’impervia montagna; il viaggio è ovviamente irto di pericoli, essendo la giungla popolata da animali feroci e sopratutto da temibili indigeni che si dice siano anche cannibali.

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La montagna del dio cannibale 2

Dopo un’estenuante marcia, il duo raggiunge una missione, presso la quale vive Manolo, un medico idealista che ha scelto di rimanere con la popolazione locale per rendersi utile.
Convinto il riluttante medico ad accompagnarli nella spedizione, Susan con Arthur e Edward si inoltrano sempre più nella giungla, dove ben presto accadono fatti sconvolgenti.
Muore Arthur (per colpa di Edward), muoiono alcuni portatori e infine il gruppo restante viene attaccato dalla tribù indigena dei Puca, che difende con ferocia l’accessibilità alla montagna.
I tre vengono fatti prigionieri, e Manolo apprende che in realtà Susan e Edward non sono alla ricerca del professor Harry (che è morto per opera dei Puca), bensi della mappa della località che custodisce un ricchissimo tesoro, un giacimento di uranio.

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Claudio Cassinelli è Manolo

Alla fine, Edward verrà mangiato dagli indigeni mentre Susan, venerata come una dea, riuscirà a salvarsi grazie a Manolo, e dopo l’ovvio pentimento ripartirà verso la civiltà in compagnia del medico.
Cannibal movie diretto da Sergio Martino nel 1978, nel periodo in cui si affermò il genere che ebbe le sue vette migliori grazie a Deodato e Lenzi, rispettivamente con Cannibal holocaust e Mangiati vivi, La montagna del dio cannibale è un prodotto discutibile, fiacco e diciamolo pure abbastanza noioso.
Il tutto nonostante le solite scene splatter che caratterizzarono queste discutibili produzioni, piene zeppe di orrori e sopratutto di barbare uccisioni di animali dal vivo, operate sia dall’uomo sia dagli animali stessi.
C’è la classica morte della scimmietta inghiottita dal serpente, il solito coccodrillo sventrato e altre scene girate dal vivo che furono caratteristica peculiare del genere cannibal movie giustificate secondo la logica delle varie produzioni dalla necessità di mostrare la vera natura della giungla, le sue leggi feroci ecc.

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In pratica il tutto si riduceva invece ad una ben triste documentazione di orrori spesso causati proprio dalle varie produzioni, ma questo è un discorso già affrontato, per cui non ci ritorno su.
Il film, come già detto, è privo di una sceneggiatura accettabile e sopratutto è interpretato malamente dagli attori protagonisti, quasi gli stessi fossero consapevoli della pochezza della storia da loro interpretata.
Ursula Andress, bellezza ormai quasi al tramonto, porta in giro per il film un’espressione stereotipata da bella borghese con la puzza sotto il naso incapace di capire quello che accade sotto i suoi occhi; ben di peggio fa Stacy Keach che risulta assolutamente incredibile e monocorde nella versione “cattiva” del solito  Giuda interessato ai soldi piuttosto che alla salvezza di un amico.
Piatta anche la recitazione di Claudio Cassinelli, svogliato e anche lui poco convinto ( e convincente) nei panni del provvidenziale salvatore.

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Sergio Martino, autore di alcune pregevoli opere come il poker servito tra il 1971 e il 1973 costituito dai thriller Lo strano vizio della Signora Wardh,La coda dello scorpione, Tutti i colori del buio e Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave, gira il film da mestierante, con discreta mano ma senza alcun lampo di genio.
Manca il ritmo, manca la sceneggiatura e sopratutto l’elemento splatter, che poteva essere l’unico rimedio per carpire l’attenzione dello spettatore è limitato alla parte finale del film, escludendo le citate immagini choc con protagonisti gli animali.

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Ursula Andress è Susan Stevenson

Assistiamo ad un’evirazione, a scene di cannibalismo e poco altro: latitando una storia credibile supportata da una recitazione adeguata, alla fine del film resta solo il ricordo di una monotona passeggiata nelle foreste della Guinea, qualche nudo della Andress peraltro castigato e poco più.
Il guaio è che il genere cannibal movie era uno dei più ripetitivi in assoluto, visto che si basava esclusivamente su alcuni elementi fondamentali, come le scene splatter, i soliti cattivissimi cannibali e le bellone semi discinte catturate e spesso o venerate come dee oppure destinate alla violenza carnale delle varie tribù.
Credo di poter tranquillamente sconsigliare la visione di questo film anche per evitare di addormentarsi sulla poltrona per colpa della soporifera dei fratelli De Angelis, qui ai minimi storici della loro produzione.

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La montagna del dio cannibale,un film di Sergio Martino. Con Ursula Andress, Claudio Cassinelli, Antonio Marsina, Franco Fantasia,Stacy Keach-Horror, durata 90 min. – Italia 1978

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Ursula Andress: Susan Stevenson
Stacy Keach: Edward Foster
Claudio Cassinelli: Manolo
Antonio Marsina: Arthur
Franco Fantasia: padre Moises
Lanfranco Spinola: console
Carlo Longhi: il pilota
Luigina Rocchi: Sura

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Regia     Sergio Martino
Soggetto     Cesare Frugoni, Sergio Martino
Sceneggiatura     Cesare Frugoni, Sergio Martino
Produttore     Luciano Martino
Casa di produzione     Dania Film, Medusa Distribuzione
Fotografia     Giancarlo Ferrando
Montaggio     Eugenio Alabiso
Effetti speciali     Paolo Ricci
Musiche     Guido e Maurizio De Angelis
Scenografia     Massimo Antonello Geleng
Costumi     Massimo Antonello Geleng
Trucco     Adalgisa Favella, Franco Freda

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Realizzato nel pieno del filone cannibalico, pur se in anticipo sul granitico ed inarrivabile Cannibal Holocaust (datato 1979), si configura -per l’abbondante dose di estrema violenza (emersa soprattutto dall’edizione UNCUT circolata in DVD) – come la più eccessiva (graficamente parlando) regia di Martino. La durezza del plot e di conseguenza delle scene splatter è rarefatta in favore del garbo stilistico, che impone nel cast attori come Cassinelli, Stacy Keach ed Ursula Andress (quest’ultima non timorosa di fronte al nudo “di necessità”).

Questi cannibali hanno ben poco appetito e ciò si ripercuote sulla pellicola, che decolla solo nella parte finale, dove un’estirpazione di budella e un’evirazione ravvivano il tutto, ricordandoci che i “simpatici” indigeni in questione sono cannibali. Oltre a questo, anche la Andress cosparsa di una sorta di caramello contribuisce a riaccendere un po’ di interesse che, col passare dei minuti, era venuto meno, dovendo sorbirsi le solite camminate in giungla, con annesse leggende e qualche morticino qua e là (bell’attacco di coccodrillo con braccio strappato). Vedibile, ma nulla più.

Film esotico-avventuroso, con ampie escursioni antropofagiche, che contende a Cannibal Holocaust la palma di proto cannibal movie. La storia non è certo un granché ed anche la regia di Martino è piuttosto fastidiosa ed esecrabile soprattutto quando indulge in maniera sadica, morbosa e soprattutto gratuita e compiaciuta, in particolari di estrema violenza (vedi la scena del serpente che azzanna il babbuino) che si potevano tranquillamente evitare. In ogni caso assolutamente inferiore al film di Deodato.

Cannibal movie targato Sergio Martino, regista che nel passato ci ha regalato qualche prodotto dignitoso. Questa volta il disastro è totale: non basta certo la bellezza di una non più giovanissima Ursula Andress a rendere accettabile la pellicola. Personaggi improbabili, storia inesistente, recitazione insufficente: sono questi i dati salienti del film. Solo per gli amanti del genere.
Pellicola noiosa, probabilmente realizzata in fretta e furia per sfruttare il filone in voga nel periodo. Una vicenda che rimane sospesa a metà tra l’avventura e il violento, senza dare spunti a nessuno degli accoliti dei due generi. Molte lungaggini con poco senso, prestazioni degli attori da non rimarcare. La stessa Ursula Andress si limita a svolgere il compitino.

Escursione di Martino nel filone cannibal, in quel periodo particolarmente florido. Si nota che il film è stato fatto più per motivi economici che artistici, tuttavia l’indubbia professionalità di Martino e un cast di tutto rispetto favoriscono la riuscita di questa pellicola. Non mancano le classiche scene di animali che mangiano altri animali, così come parecchie sequenze trucide con protagonisti i cannibali (il tipo evirato su tutte). Ursula Andress ancora statuaria, locations d’effetto, azione ben dosata. Curiosa la presenza di un nano.

Martino è un regista visivamente troppo raffinato per cedere alle lusinghe di un vero e proprio cannibal movie: il film infatti è più adventure che cannibal, si diverte di più a fotografare una natura incontaminata e le grazie della Andress: esotismo ed erotismo. La sequenza finale (quella prettamente cannibal) è un po’ troppo simile a quella della grotta di Ultimo mondo cannibale; di suo ci mette tre scene sessualmente spinte (sesso etero, autoerotismo e sesso con animali) visibili solo nella versione integrale.

Il film, pur non raggiungendo le vette di quelli di Deodato e Lenzi, risulta godibile (grazie anche ad un master audio\video Noshame eccezionale). La cosa che salta subito agli occhi sono le location, veramente splendide. Per il resto ci troviamo davanti più ad un film d’avventura che ad un cannibal movie.

Il grande Sergio Martino, durante un festival, raccontò della fatica fatta per girare questo film: lui portava la responsabilità dell’opera ed i portatori tutti gli attrezzi! Comunque si raggiunge un buon risultato, fatte salve le solite, inutili e odiosissime scene di uccisioni di animali provocate, che effettivamente dal Martino non mi sarei aspettato (ma il mercato è il mercato, nel bene e nel male, come in questo caso!). Molto belli i paesaggi ed impeccabile, come sempre, la regia. Ursula Andress è nudissima, ma ho visto una vhs italiana censurata, purtroppo.

Film cannibalesco con i soliti stereotipi: evirazioni, animali che si mangiano l’un l’alro, budella estirpate etc. Non so cosa abbia in più o in meno rispetto ai vari Cannibal Holocaust o Mangiati vivi! I De Angelis hanno fatto di meglio, ma la loro musica non è troppo male, anzi. Discreti gli attori.

Uno dei pochi cannibal-movie con una morale ben trasmessa, mediante una trama coinvolgente e poco banale. La pecca di queste opere sta nel cimentarsi in un genere troppo “realistico” di fronte alle insidie della natura (vedi i duelli fra gli animali) e lo splatter gratuito dei cannibali che banchettano. Salvabile.

Una natura incontaminata e per certi versi affascinane e pericolosa, uno script banalotto ma con una messa in scena decente e la bellezza procace di Ursula Andress, questi gli ingredienti di un film con delle sequenze che oggi (per fortuna) non si potrebbero più realizzare – in stile Cannibal holocaust. Difficilissima da digerire la scena della scimmietta che cerca di divincolarsi dalla bocca del grosso serpente, per il resto la pellicola è rivolta prettamente agli appassionati del genere.

Dei Martino adventure è forse quello meno riuscito (insieme al Fiume del grande caimano) e manca totalmente la “follia” di quel cult che è L’isola degli uomini pesce. Il tema cannibal è piuttosto sottotono, quasi messo a forza, con le poche scene rintegrate, poi, in Mangiati vivi. Restano una buona presa spettacolare (buono l’attacco del coccodrillo), la Andress pittata e con un corpo ancora da favola e su tutti Antonio Marsina. Gli sfx sono ridicolissimi (l’evirazione fa sbellicare) e i cannibali davvero improbabili. Comunque godibile.

Tra i cannibal movie italiani è sicuramente il più “raffinato”, pur nella crudezza dei temi. La produzione è di levatura internazionale come confermano la presenza di Ursula Andress e Stacy Keach. È un mix di splendidi paesaggi esotici, una discreta trama avventurosa con concessioni alla violenza e allo splatter inferiori a quelle di prodotti simili. La regia mi è sembrata poco sicura proprio nelle scene finali quando compare l’infame tribù cannibale dei Puca e la tensione avrebbe dovuto essere al massimo: lì il film gira un po’ a vuoto.

Decisamente Sergio Martino con questo film ci stupisce. Al di là del fatto se voglia o no imitare i cannibal di Deodato, il film coinvolge non poco e ha un suo e vero e proprio significato. Pur se non è diretto tanto bene, lo spettatore riceve lo spirito d’avventura della pellicola, la quale poi si sposta nel cannibal totale dove, oltre a alle solite uccisioni di animali, c’è anche una castrazione e tanti altri particolari che non hanno fatto altro che penalizzare un film che decollava.

Se Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato è da considerare sicuramente come il capostipite del cannibal-movie italiano, questo di Martino a mio giudizio è il secondo più bello del filone. Belle le ambientazioni e molto curato in tutte le sue parti, è un film che non si dimentica assolutamente. Grande come sempre il mitico Claudione (indimenticato Raul Montalbani di Milano Violenta)

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Maggio 28, 2011 Pubblicato da: | Horror | , , | 3 commenti

La morte va a braccetto con le vergini

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La Contessa Elisabeth Nodosheen, rimasta vedova del marito, ha ereditato con la figliastra Ilona tutti i beni del marito. La decrepita contessa, dal carattere tirannico, mal sopporta la situazione creatasi che la costringe a non poter disporre dell’intero patrimonio di famiglia e sfoga la sua rabbia con comportamenti duri sopratutto nei confronti della servitù.Un giorno, mentre sta facendo il bagno nella sua tinozza, inavvertitamente una giovane servetta si ferisce e la bagna con il suo sangue.
Elisabeth vede avvenire sotto i suoi occhi un prodigio: la pelle secca e avvizzita miracolosamente ringiovanisce restituendole per un breve lasso di tempo l’antica bellezza. Ma l’effetto è di breve durata, così la contessa capisce di doversi procurare delle vittime che con il loro sangue riescano a far durare nel tempo la mutazione.
Nel frattempo nel castello arriva il giovane capitano Dobi, e la contessa si invaghisce del bel giovane entrando però in competizione con la figliastra che decide quindi di esiliare.
La sete di sangue della donna diventa un’esigenza continua, così nel vicinato sono molte le giovani ragazze a sparire e tutto culminerà nel finale nel quale la contessa, che con uno stratagemma sta per impalmare il bel capitano, finirà per pagare il fio delle sue colpe quando durante la cerimonia nuziale subirà un’orrenda mutazione.
Ennesima trasposizione della terribile storia della contessa Elizabeth Bathory, passata alla storia come la più spietata e terribile serial killer che si conosca, La morte va a braccetto con le vergini (Countess Dracula) venne proposto dalla casa di produzione Hammer nel 1971 per la regia del regista ungherese Peter Sasdy, compatriota della contessa Bathory passata alla storia come la contessa Dracula, che è poi il titolo originario imposto al film.

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Ingrid Pitt

Un film che tenta in qualche modo di sposare l’horror con un pizzico di verità storica, che in realtà troviamo in quanto le gesta nefaste della Bathory vennero originate proprio dalla turpe usanza della contessa di bagnarsi con il sangue di giovani ragazze, che dapprima prelevò e uccise nell’ambito della servitù del castello per poi allargare il raggio d’azione ai villaggi vicini.
Mentre nel film le vittime sono in realtà poche, la storia parla di oltre 600 vittime (forse addirittura 800) che concluse le sue sanguinarie gesta murata viva in una stanza del suo castello dove sopravvisse per tre anni.

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La Hammer affidò a Ingrid Pitt, bella e fascinosa attrice di origine polacca, nata nella tristemente famosa Treblinka (sede di uno dei più spaventosi laboratori della morte del Terzo reich) e interprete l’anno precedente del personaggio che le dette fama internazionale, la Mircalla/Carmilla di Vampiri amanti (Vampire lovers) il ruolo della contessa assassina.
E la Pitt se la cavò egregiamente, mostrando di essere assolutamente a suo agio quando immersa in atmosfere gotiche e tenebrose, tipiche dei film a marchio Hammer.
Tuttavia La morte va a braccetto con le vergini strappa solo la sufficienza, perchè in realtà il film di horrorifico ha ben poco e mostra anche una certa latitanza dell’elemento fondamentale del genere, la tensione e le scene splatter.
La Hammer puntò a dare credibilità storica alla vicenda narrata nella pellicola, usando come espediente di sceneggiatura il legame sensuale che si viene a creare nel film tra Elisabeth e l’ignaro amante Dobi, con piccole sfumature sexy: la scena più celebre del film vede Ingrid Pitt uscire nuda e coperta di sangue dalla tinozza mentre nel resto della pellicola assistiamo ad una lenta descrizione più del contesto in cui avviene la vicenda che ad una descrizione tipica dei film horror, basati sull’azione o sulle scene sanguinolente.

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Per inciso la vicenda della Contessa Dracula è stata ripresa più volte, nel corso della storia del cinema; ricordiamo per esempio l’episodio di I racconti immorali di Valerian Borowzick con protagonista Paloma Picasso figlia del grande pittore oppure nel film La vestale di Satana,che però trasporta la vicenda ai giorni nostri, in Olanda, con la bella e affascinante Bathory che seduce una coppia di sposi.

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Ancora, troviamo eco del personaggio di Elisabeth in una produzione recente, Stay alive.
Tornando al film, non assistiamo ad un’opera memorabile ma ad un prodotto comunque ben confezionato secondo lo stile Hammer, quindi con una precisa ricostruzione gotica delle atmosfere, una buona fotografia e una location adatta.

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Tuttavia va ricordato che siamo nel 1971, quindi alle prese con un rallentamento dell’interesse per prodotti che non mostrassero azione e slasher, ingredienti che diventeranno assolutamente fondamentali nelle opere prodotte successivamente a questa data.
Il resto del cast si muove discretamente, ruotando con buon  sincronismo attorno alla figura centrale interpretata da Ingrid Pitt, attrice sicuramente sacrificata nella sua carriera proprio dalle interpretazioni “vampiresche”, che le diedero fama ma la rilegarono anche per sempre in film di nicchia come erano considerati gli horror di derivazione vampiresca.

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La drammatica metamorfosi della Contessa

La morte va a braccetto con le vergini un film di Peter Sasdy. Con Ingrid Pitt ,Nigel Green, Lesley-Anne Down, Jessie Evans Titolo originale Countess Dracula. Horror, durata 93 min. – Gran Bretagna 1971

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Ingrid Pitt     …Contessa Elisabeth Nodosheen
Nigel Green          …     Capitano Dobi
Sandor Elès         …      Imre Toth
Maurice Denham          …  Fabio, studioso del castello
Patience Collier          …     Julie Sentash ,la nurse
Peter Jeffrey         …     Capitano Balogh
Lesley-Anne Down         … Ilona Nodosheen, sorella di Elisabeth
Leon Lissek          …     Sergente
Jessie Evans          …     Rosa, madre di Teri
Andrea Lawrence          … Ziza, la contadina
Susan Brodrick         …     Teri
Ian Trigger          …     Pagliaccio del castello
Nike Arrighi         … La zingara
Peter May         … Janco
John Moore                   … Prete

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Regia: Peter Sasdy
Sceneggiatura: Peter Sasdy & Alexander Paal
Musiche : Harry Robinson
Fotografia: Ken Talbot
Effetti speciali: Bert Luxford
Produzione: Hammer

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Ispirato alla tragica figura della “contessa sanguinaria” Elizabeth Báthory, il film di Sasdy ha goduto di diffusione televisiva (su canale di stato, Rai 2) in occasione della rassegna Fantastika (1987-1988), curata dal giornalista Claudio Fava. In realtà la pellicola è piuttosto lenta e limitata dall’epoca di realizzazione, dovendo – causa problemi di censura – essere frenata sui contenuti estremi di sesso e violenza. Resta, ad ogni modo, un prodotto ben confezionato, con puro taglio inglese, che ha il coraggio di trattare un tema sconveniente.

Ormai in pieno declino, la Hammer riesuma la contessa Bàthory e il mito della bellezza eterna in una pellicola pudica nell’esibire le necessarie componenti orrifiche ed erotiche e talmente scombinata da acconsentire a dialoghi licenziosi che non avrebbero stonato in una commedia boccacesca. Unica icona del film è l’abluzione nel sangue della “vedova nera” Ingrid Pitt, immortalata nuda dalle artistiche pennellate del semprevivo Technicolor di casa Hammer; flaccidi tutti gli altri attori – a cominciare dal televisivo Nigel Green – e poco sfruttata la liliale Lesley-Anne Down.


Questa volta la Hammer prende un soggetto molto abusato nel cinema horror: la storia della sanguinaria contessa Barthoshy. La Pitt è anche in questo caso una perfetta femme fatale e riesce a cavarsela, anche nelle scene in cui è truccata da vecchia. Da notare la partecipazione della Down.

Più che dignitoso lavoro “tardo” hammeriano che narra le gesta della contessa ungheresa Bathory avvezza all’uso di sangue virginale per mantenersi giovane. Buone la atmosfere e ben costruita la storia che, pur non conoscendo picchi, riesce a mantenersi su un livello discreto per tutta la durata della pellicola. La Pitt fa sempre la sua figura, specialmente avvolta dalla seta blu nella quale si presenta, ringiovanita e rigogliosa, ad una allibito e moderatamente alcolizzato, Green. Abbastanza ridicoli certi saltelli del baffuto Elès.

Abbastanza riuscita l’ambientazione ungherese di questa trasposizione della Contessa Bathory da parte di quelli della Hammer. La storia viene vista dalla parte del soprannaturale, del sangue per ringiovanire. Ingrid Pitt la trovo vampirica nei suoi lineamenti; è un film del 1971 e la Hammer si adeguava ai tempi e introduceva tematiche sessuali più esplicite, anche se contenute, nel genere che proponevano. Un buon horror.

Rivisitazione hammeriana del mito della contessa Bathory, splendidamente interpretata dalla favolosa Ingrid Pitt e diretta con solido mestiere da Sasdy. Lo stile Hammer c’è tutto, dalla perfetta ambientazione d’epoca alle scenografie; il resto viene da sè, soprattutto se si può contare su un cast di ottimi ed affiatati caratteristi.

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Locandina originale della Hammer

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Lobby card del film

Maggio 14, 2011 Pubblicato da: | Horror | , | Lascia un commento

Vampiri amanti (The vampire lovers)

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E’ un giorno di festa in casa del generale Spildorf.
Laura, la sua adorata figlia, festeggia il compleanno in compagnia del fidanzato Karl, della sua migliore amica Emma e di suo padre Morton.
Mentre la festa volge al termine, arriva inattesa una contessa amica del generale, che chiede a quest’ultimo di accogliere e ospitare per qualche tempo sua figlia Marcilla dovendosi assentare dal paese.
Laura stringe amicizia con Marcilla, ma in breve tempo la ragazza inizia ad accusare i sintomi di una strana malattia che la porta ben presto alla tomba.
Lo stesso avvenimento si produce a casa di Morton; una donna affida all’uomo sua figlia Carmilla che diventa amica di Emma; nel frattempo altre ragazze hanno avuto la stessa triste sorte di Laura e in casa Morton sembra rivivere lo stesso dramma di casa Spildorf.

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Peter Cushing è il generale Spildorf

Carmilla infatti seduce la giovanissima Emma, nonostante sulla ragazza vigilino la signorina Peraudaux sua governante  e il maggiordomo Ranton.
Carmilla è una vampira, che soggioga la Pereaudaux e Ranton; la creatura infernale sta per portare alla morte anche Emma, ma nel frattempo accadono alcune cose.
Il barone Joachin Von Hartog, amico di Spildorf e di Morton, li accompagna alla residenza dei Karnstein, un castello nel quale il barone ha dato la caccia a tutti i componenti della famiglia uccidendoli uno per uno, fermandosi solo davanti all’impossibilità di rintracciare la tomba di Mircalla Karnstein.
Nel frattempo Karl è arrivato a casa Morton, dove dovrà lottare disperatamente per salvare Emma, ormai preda della vampira.

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Nai due fotogrammi la splendida Ingrid Pitt, che interpreta Mircalla/Carmilla

Von Hartog, Spildorf e Morton riescono alla fine a trovare la tomba di Mircalla Karnstein e a porre fine alla sua esistenza; scompare così la sanguinaria vampira, incarnatasi con i nomi di Carmilla,Marcella e Mircalla.
E’ la fine di un incubo per i protagonisti della storia.
Vampiri amanti, traduzione letterale di Vampire lovers, diretto da Roy Ward Baker nel 1970 è uno dei più famosi prodotti targati Hammer e segna l’inizio di una trilogia che diverrà famosa come la trilogia Karnstein, dal nome della protagonista di questo film e che includerà anche Mircalla, l’amante immortale (dello stesso anno, titolo originale Lust for a Vampire) e Le figlie di Dracula (1971, titolo originale Twins of Evil)

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Un film che riprende la tradizione vampiresca aggiungendoci forti connotazioni gotiche unite a un pizzico di erotismo saffico, ma che si distingue dalla abbondante produzione del genere vampiresco sia per l’eleganza sia per la splendida fotografia che caratterizzano la pellicola.
Tratto dal romanzo Carmilla di Sheridan Le Fanu, questo film almeno alla sua uscita non ebbe grande fortuna, il che resta abbastanza inspiegabile ancora oggi, vista la fama assunta dal film negli anni successivi fino a quella di autentico cult anni 70.

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Inspiegabile alla luce dei pregi della pellicola, che vanno dall’estrema cura dei dettagli alla buona sceneggiatura del film alla scelta sapiente del cast, nel quale brilla prepotente Ingoushka Petrov divenuta famosa come Ingrid Pitt.
L’attrice di origini polacche (nata nella tristemente famosa Treblinka), scomparsa a novembre dello scorso anno all’età di 73 anni, dà corpo ad un personaggio indimenticabile.
Accanto a lei la solita sicurezza rappresentata da Peter Cushing, uno degli attori di punta della ambiziosa Hammer; l’attore inglese è come al solito impeccabile, così come se la cavano egregiamente le due belle protagoniste dei ruoli delle due ragazze vittime di Mircalla/Carmilla, ovvero Madeline Smith nel ruolo di Emma Morton e Pippa Steel in quello di Laura Spielsdorf.

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Come più volte accennato nel corso delle mie recensioni, la critica parruccona e inamidata dell’epoca ( e non solo) storse il naso con aria di sufficienza davanti a questo gradevolissimo prodotto; il genere horror e gotico è stato da sempre considerato di serie B, con buona pace degli aficionados del cinema vampiresco che hanno mal digerito nel corso degli anni l’accostamento di questo particolare genere cinematografico a film di ben altra fattura, anch’essi bollati come B movie ovvero i vari film sugli Zombie, sui lupi mannari o sulle creature mostruose come Franknstein.
Un destino che accomuna purtroppo un enere che pure ha espresso ottimi lavori.

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Vampiri amanti (The vampire lovers),un film di Roy Ward Baker. Con Peter Cushing, George Cole, Ingrid Pitt Titolo originale The Vampire Lovers. Horror, durata 91 min. – Gran Bretagna 1970

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Ingrid Pitt: Marcilla/Carmilla/Mircalla Karnstein
George Cole: Roger Morton
Kate O’Mara: la governante
Peter Cushing: Generale von Spielsdorf
Ferdy Mayne: il dottore
Douglas Wilmer: Barone Joachim von Hartog
Madeline Smith: Emma Morton
Dawn Addams: la Contessa
Jon Finch: Carl Ebhardt
Pippa Steel: Laura

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Regia     Roy Ward Baker
Soggetto     Sheridan Le Fanu
Sceneggiatura     Harry Fine, Tudor Gates, Michael Style, Tudor Gates
Casa di produzione     Hammer Film Productions
Fotografia     Moray Grant
Montaggio     James Needs
Musiche     Harry Robertson
Scenografia     Scott MacGregor

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Dominato da un vago ed implicito lesbismo il film, ottimamente fotografato da Moray Grant, rappresenta il primo horror diretto da Baker, e anche il primo segmento di una serie targata Hammer ed ispirata alla novella Carmilla di LeFanu, in precedenza saccheggiata nel Vampyr di Dreyer, nel film di Mastrocinque e ne Il Sangue e la Rosa di Vadim. Ottima la scelta di suddividere il tono fotografico in due parti: quella iniziale e lenta, è infatti dominata dalla fiòca luce della Luna piena; la seconda parte, concitata e caratterizzata dall’entrata in scena di Cushing, assume tonalità più fredde…

Non male questo film, targato Hammer, dedicato alla Carmilla (o Mircalla, a seconda dei casi) creata dalla penna di Le Fanu. La storia regge bene, gli attori sono bravi, Ingrid Pitt è molto bella e la fotografia è ottima; possiamo solo notare che alcuni eventi narrativi rimangono un po’ vaghi (vedi il vempiro maschio a cavallo). Non siamo di fronte ad un capolavoro, ma gli amanti del genere troveranno pane per i loro denti (canini ovviamente).

Primo capitolo della saga Hammer dedicata alla figura di Carmilla, il film si basa sulla presenza della brava Ingrid Pitt, che riesce a incarnare sensualità e morte. Da notare la breve ma intensa partecipazione di Dawn Adams e i tocchi lesbici della sceneggiatura.

La figlia di un famoso Generale conosce la bella Mircalla. Poco dopo si ammala e muore misteriosamente, mentre Mircalla svanisce nel nulla. Qualche tempo dopo Mircalla riappare in un’altra abitazione. Bella versione ad alta tasso lesbo del romanzo di LeFanu. Ben diretto dall’ottimo Baker è splendidamente recitato da un bel gruppo di attori: dalla Pitt, affascinante, alla O’Mara, alla Adams, passando per Cole, Mayne, Finch e, sopratutto, da uno strepitoso Peter Cushing.

Tra i più belli del genere, davvero emancipato e dotato di ottime protagoniste, brave e molto belle anche senza le contaminazioni chirurgiche estetiche oggi molto apprezzate. Trama consistente nella struttura e ottima fotografia, ma il valore aggiunto sta nella coppia Pitt-Cushing. La vampira è cattiva e sessualmente capricciosa, usa gli uomini e quindi la metafora del femminismo si percepisce ulteriormente. Il tema “core” di Le Fanu trova qui una esemplare configurazione cinematografica. Liberale e libertino!

La Hammer cerca lo svecchiamento introducendo tocchi di lesbismo (molto moderati comunque) e qualche nudo. Secondo me non è uno dei migliori della casa inglese ma comunque è godibile: ci sono un’ottima atmosfera, una sensualissima Ingrid Pitt e il sempreverde Cushing (che però appare molto poco). Il ritmo è un po’ fiacco, soprattutto il finale l’ho trovato poco emozionante, ma comunque almeno una volta si può vedere.

Strepitosa serie! Le prime “donne nude” che, ragazzino, vidi sullo schermo (a parte la schiena e il “retro cosce” cellulitico di Michèle Mercier intraviste nei film della serie “Angelica”) nell’ormai lontano 1971-72. Mi invaghii perdutamente non di Ingrid Pitt (troppi “pannicoli adiposi”…) ma di Madeline Smith (e della Yutte Stensgaad del 2° episodio del ciclo, Mircalla, l’amante immortale). Il terzo, Le figlie di Dracula, non lo vidi all’epoca, l’ho recuperato in anni recenti in dvd (infatti ho un rapporto diverso, con il terzo capitolo).

Notevole horror gotico della Hammer: la regia, l’ambientazione, la fotografia e la sceneggiatura sono di pregio; la vicenda della demone vampira e bisessuale è intrigante e tratteggiata con cura. Nel suo genere appare
Pacata nei colori e nell’ottima fotografia ma ardente nei contenuti, tutta venata da saffiche pulsioni, la pellicola è un buon esemplare delle produzioni tarde targate Hammer quando il sesso non era più un tabù. Una Pitt fantastica, esplosiva e dalla recitazione istintiva è una vampira che predilige giovani donne, prima da circuire e poi da sfruttare, per placare la sua sete di sangue. Ottimo cast, più che solida la regia di Baker, forse qualche piccola pecca nella sceneggiatura ma nel complesso un film di genere coinvolgente e molto ben fatto.

È il 1970 e la Hammer può permettersi di affrontare il tema sessuale di Carmilla. Uno dei migliori horror di questa casa di produzione inglese dell’ultimo periodo. La sceneggiatura è solida, Baker dirige bene il cast, tra cui Ingrid Pitt nel ruolo della vampira, che usa gli uomini e sembra preferire le donne che ghermisce di notte. C’è Cushing in una parte importante e ben recitata anche se appare poco. Bello il prologo con la nebbia nel più classico stile gotico.

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aprile 18, 2011 Pubblicato da: | Horror | , | 3 commenti