Il braccio violento della legge

Nella squadra narcotici di New York, alle prese con il quotidiano problema della droga, lavorano due agenti, Jimmy Doyle e Buddy Russo; sono due uomini solitari, violenti, dai caratteri difficili e poco inclini ad accettare compromessi.
I due sono anche in difficoltà sia con i colleghi sia con i superiori,che rimproverano loro i metodi usati e maggiormente gli scarsi risultati ottenuti con le ultime operazioni.
In questo clima di aperta ostilità, Jimmy Doyle e Buddy Russo si ritrovano a lavorare ad un caso importante, che può dare una svolta alle loro carriere,ripristinando in qualche modo la stima che i superiori hanno verso di loro.
Grazie ad alcuni flebili indizi e alla loro perseveranza, i due scoprono che sta arrivando dalla Francia, dal porto di Marsiglia, un grosso quantitativo di droga, spedita nella città americana da un trafficante di nome Alain Charnier.
Jimmy Doyle e Buddy Russo iniziano così un’indagine che da subito si rivela difficilissima, in cui i lenti progressi sono controllati da due agenti messi loro alle calcagna;


intanto Vharnier, grazie all’aiuto di Lou Boca e Joel Weinstock (due trafficanti americani),di Pierre Nicoli (un killer) e di un presentatore televisivo di una certa fama, Henry Deveraux, riesce nonostante la sorveglianza a far entrare illegalmente un auto con il prezioso carico di droga.
Nonostante i due detective vengano estromessi dal caso, doyle e Russo non si arrendono e proseguono le indagini senza la necessaria autorizzazione.
La loro costanza viene ripagata quando arrivano finalmente all’auto di Devereaux, che contiene il carico di droga, che i due detective ritrovano dopo una lunga e tribolata perquisizione.
Decidono comunque di non toccare il carico e di seguire l’auto per individuare il posto dello scambio e cogliere in flagranza tutti i malviventi coinvolti;l’operazione sarà un parziale fallimento, perchè dopo una furibonda battaglia, che vedrà caduti tra i delinquenti, Doyle e Russo vedranno sfuggire il loro vero bersaglio, il trafficante Charnier.
Finale drammatico e amaro…

Il braccio violento della legge è uno dei film più importanti del 1971, divenuto nel tempo non solo un cult ma un pilastro della cinematografia mondiale.
Diretto da William Friedkin, reduce dal discreto successo di Festa per il compleanno del caro amico Harold e girato due anni prima di quell’Esorcista che gli darà fama imperitura, Il braccio violento della legge (The French Connection) può essere definito l’inizio di una nuova era cinematografica nel genere poliziesco, anche se limitare la sua importanza a questo specifico genere è sicuramente riduttivo.
Friedkin introduce un elemento di novità basilare: la distinzione tra “buoni” e “cattivi” non è più netta e delimitata ma diviene molto più sfumata.
Nel film è praticamente impossibile definire una delle due categorie elettive; non sono buoni Doyle e Russo (per citare Scola, li potremmo definire brutti,sporchi (moralmente) e sopratutto cattivi e non sono tali propri questi ultimi, che appartengono si al mondo della delinquenza,ma senza quelle caratteristiche peculiari di quello stesso mondo.
Cè una zona di grigio, d’ombra, assolutamente impermeabile e indistinguibile nel film; a tutto questo va aggiunta l’aria assolutamente estraneante e disumana della metropoli nella quale si svolgono gli avvenimenti.
La città appare fredda,disumana, a tratti tetra a tratti glaciale, quasi che i suoi abitanti siano automi che si muovano in un paesaggio lunare.

In aggiunta, Friedkin usa una tecnica innovativa nel raccontare la storia; alla frenesia delle scene d’azione aggiunge lunghe pause piene di attesa, che risultano essere a tratti angosciose e a tratti snervanti, senza però concedere mai un calo di concentrazione nervosa sia al cast sia al pubblico che segue le alterne vicende dei due gruppi in competizione, quello composto dai tutori della legge e quello composto dai delinquenti.
Il tutto, ben amalgamato, porta il film verso un finale drammatico e nero come la notte;Jimmy ‘Papà’ (come è soprannominato uno dei due detective) Doyle ammazza uno dei detective che sorvegliavano lui e Russo, ma alla fine sembra quasi contento di averlo fatto.
Uno stravolgimento incredibile degli stilemi hollywoodiani, che diverrà uno dei marchi di fabbrica della nuova Hollywood, molto più attenta d’ora in poi alla realtà americana, a quella delle sue metropoli, al sociale, con film di vario genere ma importantissimi come Tutti gli uomini del presidente e La conversazione, il padrino o Qualcuno volò sul nido del cuculo, ai revisionisti della storia dell’epopea west Soldato blu e Piccolo grande uomo, ai film antimilitaristi come Apocalypse now ecc.

Temi che diverranno frequentissimi e che daranno il via alla stagione più straordinaria del cinema americano.
Sia il pubblico che la critica tributarono una entusiastica accoglienza al film; Il braccio violento della legge trionfò nell’edizione 1972 degli Academy Awards, gli oscar cinematografici attribuiti il 10 aprile 1972 a Los Angeles, nella tradizionale sede del Dorothy Chandler Pavilion, dove vinse i tre maggiori premi, quelli più ambiti ovvero il premio per il Miglior film, la Miglior regia e per il Miglior attore protagonista,oltre a due Oscar “minori” andati alla Migliore sceneggiatura non originale (Ernest Tidyman) e al Miglior montaggio per Gerald B. Greenberg, in aggiunta ad altre 3 nomination.
Alla pioggia di premi si aggiunsero anche 3 Golden Globe per il Miglior film drammatico, per la Migliore regia e il premio per il Miglior attore in un film drammatico andato ovviamente a Gene Hackman,due premi Bafta al Miglior attore protagonista e al Miglior montaggio,il David di Donatello e altre decine di premi importanti.
Nel cast, straordinaria la caratterizzazione fornita da Gene Hackman al personaggio discutibile del Detective Jimmy ‘Papà’ Doyle,uomo dai pochissimi pregi e dai mille difetti, uno sbirro cattivo, razzista e in definitiva assolutamente politicamente scorretto.

Un’interpretazione che significò il lancio definitivo della sua carriera.
Se volgiamo trovare un appunto al film, va trovato di traverso, nel senso che Hollywood volle premiare (con esagerato sciovinismo) un film fondamentale a scapito del film più importante dell’anno, quell’Arancia meccanica di kubrick che nella notte di Los Angeles fu il grande sconfitto, non riuscendo, su 4 nomination, a prendere nemmeno una statuetta.
Ma ovviamente questo non inficia quanto detto di buono sul film.
La pellicola è disponibile in una buona riduzione divx in streaming,all’indirizzo http://www.nowvideo.sx/video/e3342b638b959
Il braccio violento della legge
Un film di William Friedkin. Con Gene Hackman, Frederic De Pasquale, Eddie Egan, Fernando Rey, Roy Scheider,Marcel Bozzuffi Titolo originale The French Connection. Poliziesco, durata 104 min. – USA 1971












Gene Hackman: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Fernando Rey: Alain Charnier
Roy Scheider: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Tony Lo Bianco: Salvatore ‘Sal’ Boca
Marcel Bozzuffi: Pierre Nicoli
Frédéric de Pasquale: Henri Devereaux
Bill Hickman: Bill Mulderig
Ann Rebbot: Mrs. Marie Charnier
Harold Gary: Joel Weinstock
Arlene Farber: Angie Boca
Eddie Egan: Walt Simonson
André Ernotte: La Valle
Sonny Grosso: Bill Klein
Benny Marino: Lou Boca
Patrick McDermott: Howard, Chemist
Alan Weeks: Willie Craven, lo spacciatore
Al Fann: Informatore
Irving Abrahams: Irving, il meccanico
Randy Jurgensen: sergente
Regia William Friedkin
Soggetto Edward M. Keyes, Robin Moore
Sceneggiatura Ernest Tidyman
Produttore Philip D’Antoni
Fotografia Owen Roizman
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche Don Ellis, Jimmy Webb

Sergio Rossi: Det. Jimmy ‘Papà’ Doyle
Renato Mori: Det. Buddy ‘Tristezza’ Russo
Stefano Satta Flores: Salvatore ‘Sal’ Boca
Enzo Liberti: Joel Weinstock
Angiola Baggi: Angie Boca
Antonio Guidi: Walt Simonson
Mario Bardella: Bill Mulderig



L’opinione di Gianpaolo dal sito http://www.mymovies.it
Straordinario poliziesco,….decisamente apparentato, con “Vivere e morire a L.A.” Magistralmente diretto dal regista più sottovalutato del secolo,…strepitosa, e originale la caratterizzazione del personaggio interpretato da “Fernando Rey”, alonata da una raffinata diabolicità,..i cui connotati assumono, nella scena finale un aspetto per certi versi metafisico,…rendendolo quasi una sorta di entità ultraterrena. Non da meno la prova di “Hackman”,..nei panni di un antieroico poliziotto,..autentico antesignano del “Bad-Cop”.
L’opinione del sito http://www.1400calci.com
(…) L’adattamento di Ernest Tydman è solido: dinamico come ci si aspetta da lui ma rispettoso dei fatti, perfetto per il nuovo poliziesco americano. La riscrittura aggiunge il tocco hard-boiled necessario ai personaggi, per movimentare le acque e per levare l’alone da Dragnet che può avere il libro in alcuni passaggi, ma serve un regista che sappia girare d’istinto. Il produttore Philip D’Antoni è lo stesso di Bullitt, altra pietra miliare del poliziesco d’azione e vertice dell’inseguimento automobilistico, e non ha dubbi: vuole “Hurricane Billy”, come era chiamato per la sua irruenza il giovane Friedkin all’epoca, e questi accetta con una eccitazione febbrile. (…)
L’opinione di fabio1971 dal sito http://www.filmtv.it
Jimmy Popeye Doyle (Gene Hackman) e Buddy Cloudy Russo (Roy Scheider) sono due detective della Squadra Narcotici di New York: indagando su una coppia di spacciatori di Brooklyn, l’italoamericano Sal Boca (Tony Lo Bianco) e la sua giovane moglie Angie (Arlene Farber) e seguendo i loro movimenti, sono riusciti ad arrivare a uno dei più temibili boss della città, Joel Weinstock (Harold Gary). Hanno anche scoperto che la droga su piazza sta scarseggiando (“È come un deserto pieno di drogati rimasti secco e tutti aspettano la manna”), ma la soffiata di un informatore li avvisa che è in arrivo un grosso carico dall’estero: la spedizione, 60 chili di eroina pura al 90%, proviene dalla Francia, organizzata dal boss marsigliese Alain Charnier (Fernando Rey), che ha accompagnato direttamente il suo corriere, Henri Devereaux (Frédéric De Pasquale), un insospettabile attore televisivo, per seguire di persona le trattative. Si tratta, infatti, di un affare da 500000 dollari e i boss newyorkesi vogliono andarci coi piedi di piombo, anche perchè si sono accorti di essere sorvegliati da polizia e agenti federali. Charnier, però, ha fretta di concludere la vendita e ripartire per la Francia e perciò decide di togliere di mezzo Jimmy Doyle, l’avversario più pericoloso. Pierre Nicoli (Marcel Bozzuffi), il killer di Charnier, fallisce, però, l’incarico e Doyle scatena una caccia spietata e implacabile alla banda di narcotrafficanti. I titoli di coda sveleranno l’esito dell’inchiesta: “Joel Weinstock venne prosciolto dal Grand Jury per insufficienza di prove. Angie Boca condannata per reati minori: pena sospesa. Lou Boca, associazione a delinquere e possesso di droga: pena ridotta. Henri Devereaux, associazione a delinquere: quattro anni di detenzione in un penitenziario federale. Alain Charnier non fu mai catturato: si ritiene che viva in Francia. I detective della Narcotici Doyle e Russo vennero trasferiti a un’altra sezione”.
Premiato con l’Oscar come miglior film (più altri quattro: a Friedkin, a Gene Hackman e a sceneggiatura e montaggio), Il braccio violento della legge si colloca, nella filmografia del suo autore, come opera spartiacque: dopo due titoli sorprendenti come Quella notte inventarono lo spogliarello e Festa per il compleanno del caro amico Harold, Friedkin si cimenta per la prima volta in carriera con un genere classico come quello poliziesco per proporne una personale, travolgente e seminale rilettura: il risultato è un thriller teso e incalzante, magistralmente orchestrato su un’intricata rete di pedinamenti, inseguimenti, intercettazioni, che la vitalissima macchina da presa di Friedkin, con sguardo (e piedi) da detective, segue indifferentemente a distanza, fissa, mentre attende pazientemente di catturare il movimento, o accompagnandoli freneticamente lungo i marciapiedi e le strade, i negozi, le scalinate e le stazioni della città, tra suggestivi piani sequenza, soggettive indiavolate, riprese a spalla e il ritmo vorticoso infuso dai tagli del montaggio
L’opinione del sito http://www.offscreen.it
(…)Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio del decennio successivo il concetto hollywoodiano di “messa in scena” crolla, ed in un certo senso viene ad essere sostituito da un nuovo modo di intendere il cinema che potremmo chiamare “messa in visione”: quello che infatti viene quasi totalmente sradicato dall’idea-film è proprio la scena, intesa come costruzione artificiosa di un set in cui girare “buone immagini”. Attraverso un processo che, simile, è avvenuto in Italia nel secondo Dopoguerra ed in Francia con la Nouvelle Vague – ma i presupposti da cui queste correnti nacquero sono radicalmente differenti, non va dimenticato – la strada diventa il termine estetico di confronto primario per un nuovo modo di fare cinema, che vede nell’espressione dell’immediatezza e della “realtà” (termine da prendere sempre con le molle…) il nuovo credo. Se pubblico e critica percepiscono immediatamente il vento del cambiamento e lo abbracciano con pochissime riserve, è solo con The French Connection che Hollywood offre cittadinanza ai nuovi autori che propongono questa visione alternativa: i 5 Oscar guadagnati dal film, tra cui quelli per la miglior pellicola dell’anno, per Friedkin e per Hackman, stanno a significare non che l’industria si è arresa alla rivoluzione dei “movie brats”, ma che è già riuscita ad accettarli e quindi ad inglobarne le idee portanti dentro i suoi meccanismi produttivi, magari leggermente modificati per adattarli a questa nuova impostazione.(…)


” Partito…180, …200: marchio di garanzia dell’ associazione esercenti, 210: marchio del ministero della sanità, …220: è entrata in orbita, riconoscimento ufficiale di droga del mese, … 230 : veleno di prima scelta, pura dinamite, eroina pura al 90 %, la migliore che abbia mai visto “
“Ma in questo distretto dove si riforniscono di caffè ? A Las Mierdas ?”.
“Sai cosa diventi se ti infilo questo panino nel culo ? Un vecchio stronzo con un panino infilato nel culo”










La casa sulla collina di paglia
Lo scrittore Paul Martin in cerca di ispirazione per scrivere il suo secondo romanzo si rifugia in una villetta di campagna.
Il giovane è reduce dal grande successo del romanzo d’esordio,che Paul ha dedicato all’amico Simon morto suicida;per aiutarlo nella stesura del romanzo il suo editore gli invia una giovane e attraente stenografa,Linda.
La donna nasconde un segreto: è la vedova di Simon, che in realtà era il vero scrittore del romanzo che ha dato popolarità a Paul.
Inizia così un morboso e perverso gioco da parte della donna, che intende vendicarsi dello scrittore; per far ciò non esita a usare le armi della seduzione, arrivando a spiare anche Paul mentre si intrattiene con la fidanzata Susanne.
Il piano di Linda è semplice;eliminare chiunque ostacoli la sua vendetta e così la ragazza uccide senza rimorsi Susanne, non prima di averla sedotta.

Anche lei però dovrà guardarsi prima da un tentativo di stupro da parte di alcuni cacciatori e infine proprio da Paul nel drammatico duello finale…
La casa sulla collina di paglia (House on strow hill) esce nelle sale nel 1975 con un ottimo riscontro in termini di pubblico; il film è un sexploitation caratterizzato da un’atmosfera malsana e morbosa le cui scene principali non mancano di affascinare quel pubblico che va alla ricerca di emozioni visive forti.
In effetti il film ha delle sequenze abbastanza forti, anche se rigorosamente nei limiti del “lecito”, ovvero senza scivolare nell’hard o nello slasher più crudo.
Il regista James Kenelm Clarke, al suo terzo lavoro cinematografico,non va tanto per il sottile costruendo un film sicuramente molto ruvido visivamente ma con qualche pregio.
E’ abbastanza evidente la fretta che caratterizza la lavorazione del film, visibile in diversi passaggi dello stesso, film che però ha una struttura abbastanza solida dal punto di vista narrativo.
La storia non è certo nuova;siamo di fronte a una specie di rape e revenge al contrario, in cui la vittima diventa protagonista di una vendetta per interposta persona:Linda decide di perseguire l’uomo che ha causato il suicidio del marito vendicandosi crudelmente ( e crudamente) senza curarsi troppo del fatto che due sue vittime in effetti siano completamente innocenti, come per esempio Susanne, la fidanzata di Paul.
La sua è una vendetta cieca, esasperata anche dallo stupro che la ragazza subisce nei campi e che probabilmente manda definitivamente in tilt il suo già precario stato mentale.
Difatti il suo personaggio appare da subito dissociato mentalmente; ha un atteggiamento sprezzante nei confronti dello scrittore salvo poi spiarlo nei momenti di intimità con Suzanne per poi praticare un insoddisfacente e frustrante autoerotismo che il regista con furbizia e mestiere non manca di sottolineare ampiamente.
sarà proprio uno di questi momenti di piaceri solitari a causare lo stupro di cui sarà vittima la donna.

L’elemento sesso è assolutamente preponderante nel film, unito alla cieca violenza di cui sono preda i personaggi della storia.
Che sono tutti negativi, dal primo all’ultimo.
E’ negativo il personaggio di Paul, un uomo che non esita a impossessarsi del romanzo del suo migliore amico pur di diventare famoso, così come è negativo il personaggio di Linda, ossessionata dalla vendetta a tutti i costi tanto da sacrificare in nome di essa anche la vita della sua occasionale amante Susanne.
Lo è Susanne, sfuggente e perversa così come lo sono i violentatori di Linda.
Un microcosmo quindi amorale e perverso, popolato da uomini amorali che vivono in una atmosfera malata.
La violenza è l’altro elemento determinante del film, che esploderà nel brutale finale.
La casa sulla collina di paglia non può certo essere definito un grande film, sopratutto per la mancata caratterizzazione dei personaggi in modo psicologico; le varie gesta dei protagonisti appaiono determinate solo dai peggiori impulsi e mancano di razionalità.
Tuttavia il film ha un suo fascino perverso e un’atmosfera decisamente inquietante, grazie anche alla sua location claustrofobica;peccato per i tagli subiti dalla pellicola stessa che hanno impedito, almeno finora di apprezzare alcuni dettagli probabilmente determinanti nell’economia della pellicola.

Per quanto riguarda il cast, va segnalata la buona performance dell’enigmatico Udo Krier, uno dei volti che più si prestavano nel descrivere personaggi inquietanti, che assolve alla perfezione al suo compito.
Splendida Linda Hayden, che qualcuno ricorderà quindicenne e all’esordio, nel bel film la pelle giovane e nel successivo La pelle di Satana così come brava è Fiona Richmond che lavorerà ancora con Clarke nel successivo Hardcore del 1977.
Distribuito anche con i titoli di Exposè e Trauma, La casa sulla collina di paglia è purtroppo un film quasi invisibile in rete; tuttavia, vista la recente uscita della sua versione digitale, è probabile che a breve risulti disponibile o in streaming o su You tube.

La casa sulla collina di paglia
Un film di James Kenelm Clarke. Con Linda Hayden, Udo Kier, Fiona Richmond Titolo originale The House on Straw Hill. Drammatico, durata 80 min. – USA 1976.
Udo Kier … Paul Martin
Linda Hayden … Linda
Fiona Richmond … Suzanne
Patsy Smart … Mrs. Aston
Karl Howman … Un violentatore
Vic Armstrong … Un violentatore
Regia: James Kenelm Clarke
Sceneggiatura:James Kenelm Clarke
Produzione:Brian Smedley-Aston e Paul Raymond
Musiche: Steve Gray
Fotografia:Dennis C. Lewiston
Montaggio:Jim Connock

L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com
Buon thriller. Il cast è ottimo: l’ispirato Kier, la bravissima Linda Hayden (il punto forte del film) e la seducente Richmond. Non mancano scene di sangue; il regista riesce a creare una buona tensione e a dare un senso di claustrofobia in molte sequenze, nella piccola casa. Anche il colpo di scena finale, che forse poteva essere evitato, alla fin fine funziona. Da vedere!
L’opinione di Herrkinski dal sito http://www.davinotti.com
Questo thriller inglese si è ritagliato una certa fama “cult” principalmente a causa dell’inclusione nella famigerata lista dei “video nasties”; tuttavia i motivi sono anche da ricercarsi in una trama abbastanza originale e nel clima di morbosità che permea la pellicola. Oltre a scene di sesso abbastanza audaci per l’epoca, il film si segnala per uno stupro alquanto esplicito e per esplosioni di violenza improvvise e brutali. Grande Kier (come sempre) e brava la Hayden; buone alcune intuizioni registiche. Peccato per l’inizio un po’ lento.
L’opinione di John Trent dal sito http://www.davinotti.com
Notevole thriller anglosassone con venature horror. Udo Kier è uno scrittore dal passato oscuro tormentato da incubi e visioni orrende, la Richmond è la sua disinibita amante e la Hayden è una ambigua dattilografa con tendenze lesbiche. Il triangolo potrebbe essere perfetto ma qualcuno comincia a usare il coltello… Alcune scene sono davvero molto spinte (lo stupro agreste, gli amplessi tra Kier e una Richmond che non si risparmia) e per questo è stato pluricensurato. Un po’ irrisolto ma affascinante.
L’opinione del sito http://www.filmhorror.com
(…) Non siamo di fronte a un film dalla storia avvincente, perché se guardiamo alla sceneggiatura e soprattutto al finale (che definire bruttarello sarebbe probabilmente un eufemismo) c’è da rimanere delusi, ma non è questa la chiave di lettura: LA CASA SULLA COLLINA DI PAGLIA ricorda i fumettoni porno sadici di una volta, dove le tavole pepate e al sangue solleticavano la fantasia di chi leggeva, senza troppe pretese di verosimiglianza. Non è importante cosa lo spettatore vede nell’epilogo, ma il modo in cui ci arriva: la violenza e il sesso (etero e lesbo) sono gli ingredienti principali di una vicenda in cui i personaggi sono volutamente squallidi e dove a creare una situazione ostile ci pensano tensione e nervosismo.
Un applauso a Udo Kier, piuttosto convincente nella parte dello scrittore un po’ sciroccato, alla “polposa” Fiona Richmond e alla perversa Linda Hayden; LA CASA SULLA COLLINA DI PAGLIA è ben lontano dall’essere un capolavoro, ma una visione se la merita tutta. Dategli un’occhiata, ma fate attenzione alle varie versioni che girano.
L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it
Uno scrittore assume una dattilografa per concludere il suo nuovo libro e sara’ solo sangue e morte con sorpresa finale niente male,il tutto condito con numerose scene erotiche,compresa una di genere lesbo,ma il tutto rigorosamente soft.Per cultori…non e’ male.
L’opinione del sito http://www.horrormovie.it
(…) A parte il fascino puramente 70’s dell’opera, “La casa della collina di paglia”, se epurato da singoli e rari momenti ben costruiti, è in generale un prodotto piuttosto mediocre che presenta una storia molto esile completamente costruita sulla rivelazione finale. La sceneggiatura appare in più punti improbabile, a cominciare dall’incredibile deus ex machina nel finale che dona all’epilogo un tocco quasi ridicolo, oltre che estremamente diluita in situazioni inutili all’economia La casa sulla collina di paglianarrativa (vedi la citata scena dello stupro). Il ritmo, poi, è lento e se non fosse per i picchi erotici inseriti di frequente, si potrebbe tranquillamente parlare di film noioso.
L’unico merito davvero rilevante è la buona costruzione dei due personaggi principali, supportata dalla convincete interpretazione dei due attori, Udo Kier e Linda Hayden. Kier impersona uno scrittore inetto, infido, dalle abitudini maniacali che sfociano quasi nel patologico (indossa guanti di lattice quando fa l’amore), un ideale precursore del Jack Torrance di Nicholson; la Hyden invece è una ragazza attraente che alterna momenti di estrema pudicizia e timidezza ad altri in cui appare quasi una ninfomane, un comportamento schizofrenico che funge da sentore per la sua reale personalità dedita ad un intento di folle e alo stesso tempo lucida vendetta.
“La casa sulla collina di paglia” è un film che va visto solo per completezza riguardo al filone dedicato al sesso e alla violenza tipico degli anni ’70, una pellicola per soli appassionati, per gli altri si può tranquillamente soprassedere.

Gli Oscar del 1972
Helen Hayes, Alan King, Sammy Davis Jr. e Jack Lemmon conducono la tradizionale cerimonia della consegna degli Oscar del 1972, dal Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles,10 aprile 1972.
C’è molta attesa per l’assegnazione della statuetta più ambita, quella del miglior film; in lizza ci sono Il braccio violento della legge (The French Connection), regia di William Friedkin,Arancia meccanica (A Clockwork Orange), regia di Stanley Kubrick,Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof), regia di Norman Jewison,L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show), regia di Peter Bogdanovich e il kolossal Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra), regia di Franklin J. Schaffner. A sorpresa, vince Il braccio violento della legge di Friedkin, che batte immeritatamente sia lo stupendo Arancia meccanica (ma Hollywood non ha mai amato Kubrick) sia quell’altro capolavoro che è L’ultimo spettacolo.
Friedkin bissa l’Oscar anche per la miglior regia, battendo nuovamente Kubrick,Bogdanovich e il duo formato da Norman Jewison – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof) e da John Schlesinger – Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday).
A completare il trionfo arriva anche il premio per il miglior attore protagonista;se lo aggiudica Gene Hackman che batte Peter Finch interprete di Domenica, maledetta domenica (strepitoso),il Walter Matthau di Vedovo aitante, bisognoso affetto offresi anche babysitter,George C. Scott in Anche i dottori ce l’hanno e infine Topol interprete di Il violinista sul tetto.
La miglior attrice protagonista è Jane Fonda per Una squillo per l’ispettore Klute, che prevale sul trio britannico formato da Julie Christie in I compari (McCabe & Mrs. Miller),Glenda Jackson in Domenica, maledetta domenica e Vanessa Redgrave in Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots),oltre all’outsider Janet Suzman protagonista di Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra).
Bogdanovich, che correva per i due premi principali, miglior film e miglior regia vede premiati due suoi attori per i ruoli di miglior attore e attrice non protagonisti:
il miglior attore non protagonista è Ben Johnson per L’ultimo spettacolo, che vince la statuetta davanti al collega di cast Jeff Bridges,a Leonard Frey in Il violinista sul tetto,a Richard Jaeckel interprete di Sfida senza paura (Sometimes a Great Notion) e a Roy Scheider per Il braccio violento della legge.
E’ l’intensa, bravissima Cloris Leachman per L’ultimo spettacolo ad aggiudicarsi l’Oscar per la miglior attrice non protagonista, davanti a Ann-Margret per Conoscenza carnale,Ellen Burstyn per L’ultimo spettacolo, Barbara Harris per Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me e infine Margaret Leighton per Messaggero d’amore.
L’Italia vince la prestigiosa statuetta grazie a Il giardino dei Finzi-Contini, regia di Vittorio De Sica che supera film poco conosciuti come Karl e Kristina (Utvandrarna), regia di Jan Troell (Svezia),Dodès’ka’dèn (Dodesukaden), regia di Akira Kurosawa (Giappone),Basso, moro, scalcagnato e… con i piedi piatti (Ha Shoter Azulai), regia di Ephraim Kishon (Israele) e Una pioggia di stelle (Čajkovskij), regia di Igor Talankine (Unione Sovietica).
Con colpevole ritardo, Hollywood si ricorda di un attore e regista che ha contribuito in maniera determinante alle fortune della musa cinematografica:viene assegnato a Charlie Chaplin l’Oscar alla carriera, per “aver avuto un incalcolabile effetto facendo del cinema la forma d’arte di questo secolo”
I grandi sconfitti sono , nell’ordine, Arancia meccanica di Kubrick che su 4 nomination non ottiene nemmeno una statuetta,Domenica, maledetta domenica di John Schlesinger, la cui tematica ardita (storia di un triangolo con implicazioni omosessuali) scandalizza Hollywood.
Succede di peggio a Maria Stuarda, regina di Scozia di Charles Jarrott che su 5 nomination resta a bocca asciutta.
Il Dorothy Chandler Pavilion, sede degli Oscar 1972
Alcune curiosità;
–Arancia meccanica, vero capolavoro di Kubrick, uno dei cento film più importanti di sempre concorrerà anche ai British Academy of Film and Television Arts (Bafta), gli Oscar europei del cinema.Su 7 nomination non vincerà alcun premio, così come candidato ai Golden globe con 3 nomination resterà nuovamente a secco.Nel 1973 vincerà il Nastro d’argento promosso dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) a Taormina.
–Maria Stuarda, regina di Scozia bocciato agli oscar subirà identica sorte ai Golden Globe,dove su 5 nomination non porterà a casa nemmeno un premio.A parziale consolazione arriveranno i due David di Donatello per le due protagoniste,Vanessa Redgrave e Glenda Jackson come Migliore attrice straniera.
– Ben Johnson,interprete di L’ultimo spettacolo, trionferà nelle maggiori vetrine cinematografiche, aggiudicandosi il Golden Globe come Miglior attore non protagonista,il Premio BAFTA,il Kansas City Film Critics Circle Award,il New York Film Critics Circle Award.
–Il braccio violento della legge, oltre ai 5 Oscar su 8 nomination trionferà ai Golden Globe con 3 premi (Miglior film drammatico,Migliore regia a William Friedkin e Miglior attore in un film drammatico a Gene Hackman),a Premio BAFTA(Miglior attore protagonista a Gene Hackman,Miglior montaggio a Gerald B. Greenberg),ai Directors Guild of America,ai Kansas City Film Critics Circle Award,National Board of Review Award,ai David di Donatello
Legenda:in neretto i vincitori nelle varie categorie

Miglior film
Il braccio violento della legge (The French Connection), regia di William Friedkin
Le altre nomination:

Arancia meccanica (A Clockwork Orange), regia di Stanley Kubrick
Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof), regia di Norman Jewison
L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show), regia di Peter Bogdanovich
Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra), regia di Franklin J. Schaffner
Miglior regia
William Friedkin – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Stanley Kubrick – Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
Norman Jewison – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Peter Bogdanovich – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)
John Schlesinger – Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday)
Miglior attore protagonista
Gene Hackman – Il braccio violento della legge (The French Connection)

Peter Finch – Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday)

Walter Matthau – Vedovo aitante, bisognoso affetto offresi anche babysitter (Kotch)

George C. Scott – Anche i dottori ce l’hanno (The Hospital)

Topol – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Migliore attrice protagonista
Jane Fonda – Una squillo per l’ispettore Klute (Klute)

Julie Christie – I compari (McCabe & Mrs. Miller)

Glenda Jackson – Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday)

Vanessa Redgrave – Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots)

Janet Suzman – Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra)
Miglior attore non protagonista
Ben Johnson – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)

Jeff Bridges – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)

Leonard Frey – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)

Richard Jaeckel – Sfida senza paura (Sometimes a Great Notion)

Roy Scheider – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Migliore attrice non protagonista
Cloris Leachman – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)

Ann-Margret – Conoscenza carnale (Carnal Knowledge)

Ellen Burstyn – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)

Barbara Harris – Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me

Margaret Leighton – Messaggero d’amore (The Go-Between)
Miglior sceneggiatura originale
Paddy Chayefsky – Anche i dottori ce l’hanno (The Hospital)
Elio Petri e Ugo Pirro – Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Andy Lewis e Dave Lewis – Una squillo per l’ispettore Klute (Klute)
Herman Raucher – Quell’estate del ’42 (Summer of ’42)
Penelope Gilliatt – Domenica, maledetta domenica (Sunday Bloody Sunday)
Miglior sceneggiatura non originale
Ernest Tidyman – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Stanley Kubrick – Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
Bernardo Bertolucci – Il conformista (Il conformista)
Ugo Pirro e Vittorio Bonicelli – Il giardino dei Finzi-Contini
Larry McMurtry e Peter Bogdanovich – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)
Miglior film straniero
Il giardino dei Finzi-Contini, regia di Vittorio De Sica (Italia)
Karl e Kristina (Utvandrarna), regia di Jan Troell (Svezia)
Dodès’ka’dèn (Dodesukaden), regia di Akira Kurosawa (Giappone)
Basso, moro, scalcagnato e… con i piedi piatti (Ha Shoter Azulai), regia di Ephraim Kishon (Israele)
Una pioggia di stelle (Čajkovskij), regia di Igor Talankine (Unione Sovietica)
Miglior fotografia
Oswald Morris – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Owen Roizman – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Robert Surtees – L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show)
Freddie Young – Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra)
Robert Surtees – Quell’estate del ’42 (Summer of ’42)
Miglior montaggio
Jerry Greenberg – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Bill Butler – Arancia meccanica (A Clockwork Orange)
Stuart Gilmore e John W. Holmes – Andromeda (The Andromeda Strain)
Ralph E. Winters – Vedovo aitante, bisognoso affetto offresi anche babysitter (Kotch)
Folmar Blangsted – Quell’estate del ’42 (Summer of ’42)
Miglior scenografia
John Box, Ernest Archer, Jack Maxsted, Gil Parrondo e Vernon Dixon – Nicola e Alessandra
Boris Leven, William Tuntke e Ruby Levitt – Andromeda (The Andromeda Strain)
John B. Mansbridge, Peter Ellenshaw, Emile Kuri e Hal Gausman – Pomi d’ottone e manici di scopa
Robert Boyle, Michael Stringer e Peter Lamont – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Terence Marsh, Robert Cartwright e Peter Howitt – Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots)
Migliori costumi
Yvonne Blake e Antonio Castillo – Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra)
Bill Thomas – Pomi d’ottone e manici di scopa (Bedknobs and Broomsticks)
Piero Tosi – Morte a Venezia
Margaret Furse – Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots)
Morton Haack – I raptus segreti di Helen (What’s the Matter with Helen?)
Migliori effetti speciali
Alan Maley, Eustace Lycett e Danny Lee – Pomi d’ottone e manici di scopa (
Jim Danforth e Roger Dicken – Quando i dinosauri si mordevano la coda (When Dinosaurs Ruled the Earth)
Migliore colonna sonora
Michel Legrand – Quell’estate del ’42 (Summer of ’42)
John Barry – Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots)
Richard Rodney Bennett – Nicola e Alessandra (Nicholas and Alexandra)
Isaac Hayes – Shaft il detective (Shaft)
Jerry Fielding – Cane di paglia (Straw Dogs)
Adattamento con canzoni originali
John Williams – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Richard M. Sherman, Robert B. Sherman e Irwin Kostal – Pomi d’ottone e manici di scopa
Peter Maxwell Davies e Peter Greenwell – Il boy friend
Dimitri Tiomkin – Una pioggia di stelle (Čajkovskij)
Leslie Bricusse, Anthony Newley e Walter Scharf – Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato
Miglior canzone
Theme from Shaft, musica e testo di Isaac Hayes – Shaft il detective (Shaft)
The Age of Not Believing, musica e testo di Richard M. Sherman e Robert B. Sherman – Pomi d’ottone e manici di scopa
All His Children, musica di Henry Mancini, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Sfida senza paura
Bless the Beasts & Children, musica e testo di Barry DeVorzon e Perry Botkin Jr. – Bless the Beasts & Children
Life Is What You Make It, di Marvin Hamlisch, testo di Johnny Mercer – Vedovo aitante, bisognoso affetto offresi anche babysitter
Miglior sonoro
Gordon K. McCallum e David Hildyard – Il violinista sul tetto (Fiddler on the Roof)
Gordon K. McCallum, John Mitchell e Alfred J. Overton – Agente 007: Una cascata di diamanti (Diamonds Are Forever)
Theodore Soderberg e Christopher Newman – Il braccio violento della legge (The French Connection)
Richard Portman e Jack Solomon – Vedovo aitante, bisognoso affetto offresi anche babysitter (Kotch)
Bob Jones e John Aldred – Maria Stuarda Regina di Scozia (Mary, Queen of Scots)
Miglior documentario
The Hellstrom Chronicle (The Hellstrom Chronicle), regia di Walon Green e Ed Spiegel
Alaska Wilderness Lake (Alaska Wilderness Lake), regia di Alan Landsburg
Il rally dei campioni (On Any Sunday), regia di Bruce Brown
The RA Expeditions (RA), regia di Lennart Ehrenborg e Thor Eyerdahl
Le chagrin e la pitié (Le chagrin et la pitié), regia di Marcel Ophüls
Miglior cortometraggio
Sentinels of Silence (Centinelas del silencio), regia di Robert Amran
The Rehearsal (The Rehearsal), regia di Stephen Verona
Good Morning (Good Morning), regia di Denny Evans e Ken Greenwald
Miglior cortometraggio documentario
Sentinels of Silence (Centinelas del silencio), regia di Robert Amran
Adventures in Perception (Adventures in Perception), regia di Han van Gelder
Art Is… (Art Is…), regia di Julian Krainin e DeWitt L. Sage Jr.
The Numbers Start with the River (The Numbers Start with the River), regia di Donald Wrye
Somebody Waiting (Somebody Waiting), regia di Hal Riney, Dick Snider e Sherwood Omens
Miglior cortometraggio d’animazione
The Crunch Bird (The Crunch Bird), regia di Ted Petok
Evolution (Evolution), regia di Michael Mills
The Selfish Giant (The Selfish Giant), regia di Peter Zander
Premio alla carriera
Charlie Chaplin

La serata degli Oscar 1972
Ben Johnson, miglior attore non protagonista
Charlie Chaplin, Oscar alla carriera
Cloris Leachman, Oscar miglior attrice non protagonista
Gene Hackman e Jane Fonda, migliori attori protagonisti
Raquel Welch e Gene Hackman stanno per annunciare la miglior attrice non protagonista
Isaac Hayes, Oscar per la colonna sonora
Jane Fonda riceve l’Oscar
Liza Minnelli annuncia l’Oscar per il miglior attore protagonista
Jack Nicholson premia il miglior film
La foto di rito
Ben Johnson tra Richard Harris e Sally Kellerman
Richard Harris e Sally Kellerman annunciano l’Oscar per il miglior attore non protagonista
Janet Agren


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Gli Oscar del 1970
Il 7 aprile 1970 l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences assegna come di consuetudine i premi Oscar per il cinema.
La serata è organizzata presso la Dorothy Chandler Pavilion, a Los Angeles; ad aggiudicarsi la più ambita delle statuette, il premio per il miglior film è lo splendido Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy) di John Schlesinger, con protagonisti Jon Voight e Dustin Hoffman.
La vittoria è molto risicata: il film di Schlesinger batte di misura gli altri quattro finalisti, ovvero Anna dei mille giorni (Anne of the Thousand Days), regia di Charles Jarrott, Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid), regia di George Roy Hill,Hello, Dolly! (Hello, Dolly!), regia di Gene Kelly e infine
Z – L’orgia del potere (Z), regia di Costa-Gavras.
Lo stesso Schelsinger batte tutti nella corsa alla statuetta che designa il miglior regista, precedendo Arthur Penn con Alice’s Restaurant (Alice’s Restaurant),George Roy Hill – Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid),Sydney Pollack – Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don’t They?) e infine Costa-Gavras – Z – L’orgia del potere (Z).
A prevalere nella lotta per l’Oscar al miglior attore è John Wayne, che con Il grinta, diretto da Henry Hathaway precede Richard Burton interprete di Anna dei mille giorni (Anne of the Thousand Days),il duo Dustin Hoffman e Jon Voight di Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy) e Peter O’Toole protagonista di Goodbye, Mr. Chips (Goodbye, Mr. Chips).
Il premio a Wayne sembra però un tardivo riconoscimento di Hollywood al grande attore di tanti western, a totale discapito della grande interpretazione del duo Voight-Hoffman di Un uomo da marciapiede.
A sorpresa,il premio per la miglior attrice protagonista va a Maggie Smith protagonista di La strana voglia di Jean (The Prime of Miss Jean Brodie), che trionfa su un lotto di attrici che erano decisamente agguerrite forti delle loro interpretazioni in film più celebrati, come la Genevieve Bujold di Anna dei mille giorni,la Jane Fonda di Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don’t They?),la Liza Minnelli interprete di Pookie (The Sterile Cuckoo) e infine la Jean Simmons di Lieto fine (The Happy Ending)
Non si uccidono così anche i cavalli? di Sidney Pollack vede aggiudicarsi il premio per Gig Young,che si aggiudica la statuetta per il miglior attore non protagonista; in finale con lui c’erano Rupert Crosse con Boon il saccheggiatore (The Reivers),Elliott Gould con Bob & Carol & Ted & Alice,
Jack Nicholson con Easy Rider e Anthony Quayle con Anna dei mille giorni (Anne of the Thousand Days)
La giovanissima Goldie Hawn con Fiore di cactus (Cactus Flower) trionfa nella sezione miglior attrice non protagonista; sul filo di lana precede Catherine Burns in Brevi giorni selvaggi (Last Summer),Dyan Cannon in Bob & Carol & Ted & Alice ,Sylvia Miles in Un uomo da marciapiede
e Susannah York in Non si uccidono così anche i cavalli?
Il Dorothy Chandler Pavilion, sede degli Oscar 1970
Miglior film straniero è Z – L’orgia del potere (Z) per la regia di Costa-Gavras che si aggiudica così la seconda delle statuette su 5 nomination;il film di Gavras precede La battaglia della Neretva (Bitka na neretvi) per l regia di Veljko Bulajić (Jugoslavia),I fratelli Karamazov (Bratya Karamazovy),per la regia di Ivan Pyriev e Mikhail Ulyanov (Unione Sovietica),La mia notte con Maud (Ma nuit chez Maud), regia di Eric Rohmer (Francia)
e Adalen 31 (Ådalen ’31), regia di Bo Widerberg (Svezia).
La miglior canzone è Raindrops Keep Fallin’ on My Head, musica di Burt Bacharach, testo di Hal David dal Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid).
Il premio alla carriera va a Cary Grant.
Grandi sconfitti, perchè non inclusi a volte nemmeno nelle nomination o sconfitti sul filo di lana, ci sono film storici come Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah,La caduta degli dei di Visconti,Donne in amore di Ken Russell.
Miglior film
Un uomo da marciapiede (Midnight Cowboy), regia di John Schlesinger
Le altre nomination

Anna dei mille giorni (Anne of the Thousand Days), regia di Charles Jarrott

Butch Cassidy (Butch Cassidy and the Sundance Kid), regia di George Roy Hill

Hello, Dolly! (Hello, Dolly!), regia di Gene Kelly

Z – L’orgia del potere (Z), regia di Costa-Gavras
Miglior regia
John Schlesinger – Un uomo da marciapiede
Arthur Penn – Alice’s Restaurant (Alice’s Restaurant)
George Roy Hill – Butch Cassidy
Sydney Pollack – Non si uccidono così anche i cavalli? (They Shoot Horses, Don’t They?)
Costa-Gavras – Z – L’orgia del potere (Z)
Miglior attore protagonista
John Wayne – Il grinta (True Grit)
Le altre nomination

Richard Burton – Anna dei mille giorni (Anne of the Thousand Days)

Dustin Hoffman – Un uomo da marciapiede

Peter O’Toole – Goodbye, Mr. Chips (Goodbye, Mr. Chips)

Jon Voight – Un uomo da marciapiede
Migliore attrice protagonista
Maggie Smith – La strana voglia di Jean (The Prime of Miss Jean Brodie)
Le altre nomination

Genevieve Bujold – Anna dei mille giorni

Jane Fonda – Non si uccidono così anche i cavalli?

Liza Minnelli – Pookie (The Sterile Cuckoo)

Jean Simmons – Lieto fine (The Happy Ending)
Miglior attore non protagonista
Gig Young – Non si uccidono così anche i cavalli?
Le altre nomination

Rupert Crosse – Boon il saccheggiatore (The Reivers)

Elliott Gould – Bob & Carol & Ted & Alice

Jack Nicholson – Easy Rider (Easy Rider)

Anthony Quayle – Anna dei mille giorni
Migliore attrice non protagonista
Goldie Hawn – Fiore di cactus (Cactus Flower)
Le altre nomination

Catherine Burns – Brevi giorni selvaggi (Last Summer)

Dyan Cannon – Bob & Carol & Ted & Alice

Sylvia Miles – Un uomo da marciapiede

Susannah York – Non si uccidono così anche i cavalli?
Miglior sceneggiatura originale
William Goldman – Butch Cassidy
Le altre nomination
Paul Mazursky e Larry Tucker – Bob & Carol & Ted & Alice
Nicola Badalucco, Enrico Medioli e Luchino Visconti – La caduta degli dei
Peter Fonda, Dennis Hopper e Terry Southern – Easy Rider
Walon Green, Roy N. Sickner e Sam Peckinpah – Il mucchio selvaggio
Miglior sceneggiatura non originale
Waldo Salt – Un uomo da marciapiede
Le altre nomination
John Hale, Bridget Boland e Richard Sokolove – Anna dei mille giorni
Arnold Schulman – La ragazza di Tony (Goodbye, Columbus)
James Poe e Robert E. Thompson – Non si uccidono così anche i cavalli?
Jorge Semprun e Costa-Gavras – Z – L’orgia del potere
Miglior film straniero
Z – L’orgia del potere (Z), regia di Costa-Gavras
La battaglia della Neretva (Bitka na neretvi), regia di Veljko Bulajić
I fratelli Karamazov (Bratya Karamazovy), regia di Ivan Pyriev e Mikhail Ulyanov
La mia notte con Maud (Ma nuit chez Maud), regia di Eric Rohmer
Adalen 31 (Ådalen ’31), regia di Bo Widerberg
Miglior fotografia
Conrad Hall – Butch Cassidy
Le altre nomination
Arthur Ibbetson – Anna dei mille giorni
Charles B. Lang – Bob & Carol & Ted & Alice
Harry Stradling – Hello, Dolly!
Daniel L. Fapp – Abbandonati nello spazio
Miglior montaggio
Françoise Bonnot – Z – L’orgia del potere
Le altre nomination
William Reynolds – Hello, Dolly!
Hugh A. Robertson – Un uomo da marciapiede
William Lyon e Earle Herdan – Il segreto di Santa Vittoria
Fredric Steinkamp – Non si uccidono così anche i cavalli?
Miglior scenografia
John DeCuir, Jack Martin Smith, Herman Blumenthal, Walter M. Scott, George Hopkins e Raphael Bretton – Hello, Dolly!
Maurice Carter, Lionel Couch e Patrick McLoughlin – Anna dei mille giorni
Robert Boyle, George B. Chan, Edward Boyle e Carl Biddiscombe – Chicago Chicago
Alexander Golitzen, George C. Webb e Jack D. Moore – Sweet Charity
Harry Horner e Frank McKelvy – Non si uccidono così anche i cavalli
Migliori costumi
Margaret Furse – Anna dei mille giorni
Ray Aghayan – Chicago Chicago
Irene Sharaff – Hello, Dolly!
Edith Head – Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata
Donfeld – Non si uccidono così anche i cavalli?
Migliori effetti speciali
Robbie Robertson – Abbandonati nello spazio
Eugene Lourie e Alex Weldon – Krakatoa, est di Giava
Migliore colonna sonora
Burt Bacharach – Butch Cassidy
Georges Delerue – Anna dei mille giorni
John Williams – Boon il saccheggiatore
Ernest Gold – Il segreto di Santa Vittoria
Jerry Fielding – Il mucchio selvaggio
Adattamento con canzoni originali
Lennie Hayton e Lionel Newman – Hello, Dolly!
Leslie Bricusse e John Williams – Goodbye, Mr. Chips
Nelson Riddle – La ballata della città senza nome
Cy Coleman – Sweet Charity – Una ragazza che voleva essere amata
John Green e Albert Woodbury – Non si uccidono così anche i cavalli?
Miglior canzone
Raindrops Keep Fallin’ on My Head, musica di Burt Bacharach, testo di Hal David – Butch Cassidy
Come Saturday Morning, musica di Fred Karlin, testo di Dory Previn – Pookie
Jean, musica e testo di Rod McKuen – La strana voglia di Jean
True Grit, musica di Elmer Bernstein, testo di Don Black – Il grinta
What Are You Doing the Rest of Your Life?, musica di Michel Legrand, testo di Alan Bergman e Marilyn Bergman – Lieto fine
Miglior sonoro
Jack Solomon e Murray Spivack – Hello, Dolly!
John Aldred – Anna dei mille giorni
William Edmondson e David Dockendorf – Butch Cassidy
Robert Martin e Clem Portman – Chicago Chicago
Les Fresholtz e Arthur Piantadosi – Abbandonati nello spazio
Miglior documentario
Arthur Rubinstein – The Love of Life (Artur Rubinstein – L’amour de la vie), regia di Gérard Patris e François Reichenbach
Before the Mountain Was Moved (Before the Mountain Was Moved), regia di Robert K. Sharpe
In the Year of the Pig (In the Year of the Pig), regia di Emile de Antonio
Giochi olimpici (Olimpiada en México), regia di Alberto Isaac
The Wolf Men (The Wolf Men), regia di Irwin Rosten
Miglior cortometraggio
The Magic Machines (The Magic Machines), regia di Bob Curtis
Blake (Blake), regia di Bill Mason
People Soup (People Soup), regia di Alan Arkin
Miglior cortometraggio documentario
Czechoslovakia, 1968 (Czechoslovakia, 1968), regia di Robert M. Fresco e Denis Sanders
An Impression of John Steinbeck: Writer (An Impression of John Steinbeck: Writer), regia di Donald Wrye
Jenny Is a Good Thing (Jenny Is a Good Thing), regia di Joan Horvath
Leo Beuerman (Leo Beuerman), regia di Herk Harvey
The Magic Machines (The Magic Machines), regia di Bob Curtis
Miglior cortometraggio d’animazione
It’s Tough to Be a Bird (It’s Tough to Be a Bird), regia di Ward Kimball
Of Men and Demons (Of Men and Demons), regia di John Hubley
Walking (En marchant), regia di Ryan Larkin
I magnifici cinque

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Beati i ricchi
Un contrabbandiere di sigarette e suo cognato vigile urbano; due personaggi del popolo, che sognano qualche lira in più e poco altro.
Geremia, il contrabbandiere, accetta più per fare un piacere ad Augusto, suo cognato, di far passare il confine italo svizzero ad un tipo misterioso che per tale “favore” sborsa un milione di lire.
Ma il tipo incappa in una squadra di finanzieri e si lascia prendere dal panico, sparando addosso ai militari; nel conflitto a fuoco che ne segue l’uomo resta ucciso.

I due cognati scoprono così che l’uomo portava con se delle borse cariche di denaro, oltre due miliardi di lire.
Ovviamente decidono di tenerselo, senza sapere che i soldi appartengono ad un gruppo di notabili, fra i quali un industriale, un banchiere e il sindaco di un paese che avevano deciso di contrabbandare in una banca svizzera il frutto di attività illecite o poco pulite.
Quasi certi che gli autori della sparizione del denaro siano proprio Geremia e Augusto, gli uomini tentano in tutti i modi di riprendersi il malloppo, ma alla fine di alterne vicende, sarà Geremia a beffare tutti…
Beati i ricchi è un film del 1972, diretto da Salvatore Samperi che passa direttamente dal cinema dell’impegno con il quale aveva esordito con pellicole come Grazie zia, Cuore di mamma e Uccidete il vitello grasso e arrostitelo alla commedia all’italiana, dopo la discreta prova fornita con la commedia leggera Un’anguilla da trecento milioni.

Per farlo sceglie una storia abbastanza lineare, sfruttando una sceneggiatura alla quale mette mano anche Aldo Lado; il risultato finale è una commedia garbata, dal ritmo discreto che riesce a strappare qualche risata anche se il tema dei vizietti del mondo borghese, dei suoi affari sporchi e di certi traffici illeciti del mondo industriale e politico potevano sicuramente essere stigmatizzati con più nerbo ed efficacia.
Samperi invece sceglie la strada più semplice, lasciando sullo sfondo la denuncia a favore della commedia, con esiti tutto sommato nemmeno disprezzabili, alla luce delle future regie del cineasta veneto, che l’anno successivo avrebbe diretto il cult Malizia.
Il film gioca le sue carte oltre che sulla storiella del malloppo del quale vengono in possesso i due cognati, sul contrasto fra le loro figure e marginalmente sullo sfondo dei tentativi dei tre notabili di recuperare il denaro perso inopinatamente.
geremia e Augusto appaiono sideralmente differenti come personalità;il primo è fondamentalmente onesto ma anche furbo, il secondo è vanaglorioso, pavido e al tempo stesso avido.

Sarà davvero un miracolo quello che compirà Geremia, nonostante i tentativi dei tre di rientrare in possesso del denaro e la stupidità di suo cognato.
Quest’ultimo, infatti, si lascerà condizionare dai tre furfanti e tenterà di beffare Geremia che a sua volta, da uomo furbo e scaltro, dopo aver messo alla prova sia Augusto sia la ragazza che ama, scoprirà che è meglio non fidarsi di nessuno e ritornerà in Svizzera con il denaro che ha saggiamente nascosto non prima di un piccolo colpo di scena finale.
Una commedia leggera, senza grosse pretese, ma alla fine gustosa; grazie anche all’ottimo cast che Samperi allestisce per il film e grazie anche alla presenza di Lino Toffolo che riesce a rendere il personaggio dello scaltro Geremia al meglio delle sue capacità.

Sempre a suo agio quando deve interpretare popolani e personaggi umili, Toffolo conquista lo spettatore con la sua enorme carica di simpatia.
Viceversa l’altro protagonista, Paolo Villaggio,non ancora diventato Fantozzi, personaggio con cui alla fine diverrà si famoso ma anche simbiotico al punto tale da essere indistinguibile dalla creatura di Salce, è decisamente su uno standard qualitativo meno apprezzabile, in virtù probabilmente dell’estrema antipatia che il personaggio di Augusto suscita.
Bene anche le tre belle protagoniste femminili del film, a cominciare da Sylvia Koscina (la moglie dell’industriale), di Olga Bisera (quella del sindaco) e di Neda Arneric, la bella Lucia amata da Geremia.
Film, in definitiva, non disprezzabile per passare un paio d’ore in totale disimpegno.
E’ possibile visionare il film, in una versione completa e molto buona qualitativamente, all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=EhCNP-I0E_E
Beati i ricchi
Un film di Salvatore Samperi. Con Paolo Villaggio, Sylva Koscina, Lino Toffolo, Enzo Robutti, Piero Vida, Eugene Walter, Gigi Ballista, Olga Bisera, Neda Arneric, Enrica Bonaccorti Commedia, durata 98′ min. – Italia 1972.
Paolo Villaggio: Augusto
Sylva Koscina: La contessa
Lino Toffolo: Geremia
Piero Vida: Il prete
Eugene Walter: Il sindaco
Enzo Robutti: Direttore di banca
Gigi Ballista: Il commendatore
Neda Arneric: La signorina Barti
Enrica Bonaccorti: Adele
Regia Salvatore Samperi
Soggetto Aldo Lado
Salvatore Samperi
Sceneggiatura Alessandro Continenza
Aldo Lado
Salvatore Samperi
Produttore Silvio Clementelli
Fotografia Claudio Cirillo
Angelo Samperi
Montaggio Franco Arcalli
Olga Pedrini
Musiche Luis Bacalov
Scenografia Luciano Spadoni
Costumi Mariolina Bono
L’opinione di Mark 70 dal sito http://www.davinotti.com
Mentre tante boiate ricevono lo status di film di culto dispiace che opere ben più godibili vengano completamente dimenticate: questo è un film che andrebbe riscoperto. Per carità, non c’è da gridare al capolavoro, ma si tratta di un film divertente, con un Villaggio che fa le prove per Fantozzi (nel film il suo personaggio effettivamente è una “merdaccia”) e un Toffolo che regge bene il suo ruolo di protagonista. La parte debole è la satira sociale, con troppi stereotipie luoghi comuni (grottesca la festa con i cattivi in camicia nera).
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Commediola senza grandi idee, basata su una storiella semplice e su personaggi abbastanza trasparenti, forti soltanto delle rispettive interpretazioni. E’ un’opera leggera e nel complesso piuttosto scontata, con qualche accenno di volgarità lieve lieve, tutte caratteristiche che aiutano a capire il momento che sta vivendo i cinema (popolare) italiano; la polemica sociale, sottilissima, sfiora appena il concetto di classe per farne più burletta che riflessione. Villaggio qui è quasi agli esordi nel cinema, ma presto il sodalizio con Salce lo porterà ai fantozziani trionfi; il ruolo principale è però quello di Toffolo, non un cattivo attore, ma sempre un po’ limitato. C’è pure una giovane Enrica Bonaccorti, provocante camerierina sexy (!). Ivano Fossati canta la canzone-tema del film.
L’opinione del sito http://www.filmxtutti.org
Due miliardi di lire in contanti finiscono nelle mani di un contrabbandiere di sigarette _ scarpe grosse e cervello fino _ e di suo cognato, vigile urbano ignobile e leccone. Il primo va in Svizzera col malloppo. Scritto con A. Lade e S. Continenza, montato da F. Arcalli. Buffonesca satira dell’avida e ipocrita borghesia di provincia contrapposta alla sana furbizia degli umili. Samperi e C. lavorano d’accetta, mescolando l’aggressività sessantottina col qualunquismo e un acre anticlericalismo di taglio veneto, esterni in Valgrande

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Femi Benussi Photobook

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Una poltrona per due
Louis Winthorpe III e Billy Ray Valentine sono due persone che non hanno nulla in comune.
Il primo è bianco, lavora come agente di cambio, ha una vita brillante, è ricco e frequenta i salotti della Filadelfia bene, ha una fidanzata, una bella casa con tanto di maggiordomo; il secondo è di colore,non ha una fissa dimora e vive per strada dove chiede l’elemosina, fingendo di non avere le gambe perse, a suo dire, in guerra
In comune i due hanno solo il posto in cui le loro vite si intrecceranno, dando il via ad una esilarante e incredibile vicenda che li vedrà coinvolti entrambi con uno scambio di vite completo.
Louis,che lavora per i terribili e avarissimi fratelli Mortimer e Randolph Duke, per un puro caso crede di essere aggredito da Billy Ray;chiama i poliziotti che arrestano quest’ultimo.

Alla scena assistono i due fratelli Duke i quali iniziano una discussione sulle motivazioni che possono portare una persona a delinquere.
Mortimer è infatti convinto che esista una predisposizione genetica alla fortuna o alla tendenza alla vita ai margini della società mentre Randolph ritiene che sia la società a decidere il posto che compete ad ognuno, attraverso le esperienze fatte nell’ambiente in cui si vive.
I due,così, per verificare la bontà delle proprie convinzioni decidono di scommettere un dollaro coinvolgendo gli ignari Louis e Billy Ray.
Louis viene rovinato e vede la sua vita andare in frantumi quando a casa sua viene ritrovata della droga,opportunamente nascosta da un corrotto funzionario al soldo dei Duke; perde così la casa, la fidanzata, il lavoro e tutto quanto aveva costruito mentre Billy Ray ottiene la possibilità di inserirsi nel mondo degli affari.
Qui mostra talento e capacità di adattamento, diventando ben presto una vera celebrità, ma non solo; restituisce una grossa somma di denaro ai fratelli Duke,che per metterlo alla prova avevano finto di perdere.

I ruoli così sono ora capovolti;i due hanno cambiato posto e vita.
L’unica a soccorrere lo sventurato Louis è una candida prostituta,Ofelia, che raccoglie i cocci di quello che era il brillante broker.
Sarà durante una festa che i nodi verranno al pettine;Billy Ray ascolta una conversazione tra i fratelli Duke e capisce di essere stato oggetto di un crudele esperimento.
Rintraccia Louis, che ormai lo odia a morte convinto che l’uomo di colore sia l’artefice della sua rovina e lo convince a passare al contrattacco, costruendo una geniale beffa ai danni dei due avvoltoi della finanza.
Dopo una serie di avventure, i due con l’aiuto di Ophelie e del maggiordomo di Louis riusciranno nel loro intento, rovinando i due uomini e godendosi una meritata vacanza ai Caraibi…
Scritto da Timothy Harris Herschel Weingrod e diretto da John Landis, Trading places ovvero Una poltrona per due nella versione italiana è una commedia brillante del 1983 divenuta in brevissimo tempo un vero e proprio cult.
Grazie ai tempi serrati che Landis assegna alla storia, alla girandola di situazioni al limite del surreale o del paradossale in cui i vari protagonisti della storia vengono a trovarsi, alle esilaranti scene a cui si assiste (memorabile quella del gorilla nel treno prima e al porto poi) e sopratutto allo stato di grazia degli interpreti assistiamo ad una commedia brillante e leggera che a buon diritto può essere inserita fra le più divertenti di sempre.

Bandita la volgarità, Landis suscita il riso coinvolgendo il vero protagonista, il dapprima arrivista e cinico oltre che egoista Louis in un percorso di redenzione che gli farà cambiare vita ma non solo.
In fondo, grazie all’esperimento dei Duke,Louis riprende contatto con una vita più vera e meno frivola, oltre che trovare l’amore nella candida Ofelia, l’unica che si muove a compassione e che sarà il primo tassello della rivincita di Louis.
Memorabile anche il personaggio di Billy Ray, che passa dalle stalle alle stelle, ma che mostrerà il suo vero volto di uomo generoso che solo la vita ha messo ai margini della società fornendo a Louis l’arma per il riscatto, la favolosa beffa giocata ai danni dei Duke.
Che sono i personaggi negativi del film, che può essere definito una favola dall’happy end politicamente corretta con tanto di buoni che sconfiggono i cattivi, in un ribaltamento di ruoli che forse potrà apparire ingenuo ma che ha tutte le premesse e la conclusione proprio nell’evolversi della storia.
Che è praticamente una commedia con visibili riferimenti al cinema di Blake Edwards, ma anche originale e sopratutto irresistibile nei tempi comici.
Landis, reduce dallo straordinario successo dell’ancor più straordinario Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London) del 1981 e dopo l’esperimento di Coming soon, il documentario che montava i trailer di vecchi film gialli e thriller del passato, dirige una commedia beffarda, esilarante, politicamente scorretta almeno fino al finale, dai tempi praticamente sincroni come un orologio svizzero.
Il colpo di genio assoluto poi lo ha quando chiama due attori assolutamente irresistibili ad interpretare Louis e Billy Ray, ovvero Dan Aykroyd e Biilly Murphy.
Dan Aykroyd era diventato in pochissimo tempo un’autentica star; grazie allo straordinario successo di film come The Blues Brothers dello stesso John Landis (1980), di I vicini di casa (Neighbors) per la regia di John G. Avildsen (1981) e sopratutto grazie anche alla sua partecipazione allo sfortunato 1941 – Allarme a Hollywood (1941) per la regia di Steven Spielberg (1979).
Nel film si ritrova a prestare il volto ad un personaggio double face, quel Louis che compie un percorso di redenzione passando da uno pseudo paradiso ad un autentico inferno, prima di ritrovare un senso alla sua vita grazie al provvidenziale aiuto di Billy Ray.

Aykroyd, faccia da schiaffi tenera e duttile ricambia Landis con un’altra prestazione magnifica.
Cosa che del resto fa Eddie Murphy,il Billy Ray del film, ovvero il mendicante dal cuore tenero ma dal cervello formidabile che non solo dimostra come non sia l’abito a fare il monaco, ma che si può mantenere una coerenza e una purezza di sentimenti anche quando all’improvviso la tua vita cambia trasportandoti in alto.
Murphy era reduce dallo straordinario successo del personaggio interpretato nel suo film d’esordio del 1982, quel Reggie Hammond che Hill gli aveva assegnato nel bellissimo 48 ore che di colpo aveva proiettato l’attore di Brooklin nel firmamento delle stelle hollywoodiane.
Murphy ha la faccia da schiaffi, è tenero e cinico al tempo stesso, conosce a menadito i tempi della comicità e li presta completamente a Landis che così riesce ad imbastire la commedia perfetta.
Quella che fa ridere, commuovere e perchè no, anche sognare.

Non vanno dimenticati, nel cast, i personaggi di contorno che poi in realtà tali non sono, importanti nella misura in cui dterminano i tempi del film e sopratutto l’andamento della storia, ovvero una seducente Jamie Lee Curtis nel ruolo di Ofelia,due grandi dello schermo come Ralph Bellamy e Don Ameche, rispettivamente nei ruoli di Randolph e Mortimer Duke, i due squali della finanza che giocano con le vite degli altri dall’alto della loro favolosa ricchezza e che di colpo verranno sbattuti sul lastrico a meditare sui danni che la cupidigia e l’arroganza possono provocare.
Una poltrona per due è quindi una commedia perfetta; i piccoli errori, le sbavature sono assolutamente fisiologiche e non influiscono in maniera alcuna nel film per cui non è il caso di analizzarli.
Inutile dire che è un film trasmesso praticamente ogni anno, quasi sempre in concomitanza con le feste di natale.E’ comunque visibile in streaming all’indirizzo http://www.cineblog01.net/una-poltrona-per-due-1983/
Una poltrona per due
Un film di John Landis. Con Dan Aykroyd, Ralph Bellamy, Don Ameche, Eddie Murphy, James Belushi, Jamie Lee Curtis, Paul Gleason, Philip Bosco, Denholm Elliott, Alfred Drake, Kristin Holby, Bo Diddley, Giancarlo Esposito, Maurice Woods, Richard D. Fisher Jr, Jim Gallagher, Anthony DiSabatino, Bonnie Behrend, Sunnie Merrill, James Newell, Mary St. John, Bonnie Tremena, David Schwartz, Tom Degidon Titolo originale Trading Places. Commedia, durata 116′ min. – USA 1983.
Dan Aykroyd: Louis Winthorpe III
Eddie Murphy: Billy Ray Valentine
Ralph Bellamy: Randolph Duke
Don Ameche: Mortimer Duke
Denholm Elliott: Coleman
Jamie Lee Curtis: Ophelia
Paul Gleason: Clarence Beeks
Frank Oz: poliziotto corrotto
James Belushi: Harvey (l’uomo travestito da gorilla)
Bo Diddley: proprietario di un monte dei pegni
Regia John Landis
Soggetto Timothy Harris, Herschel Weingrod
Sceneggiatura Timothy Harris, Herschel Weingrod
Fotografia Robert Paynter
Montaggio Malcolm Campbell
Musiche Elmer Bernstein
Mauro Gravina: Louis Winthorpe III
Tonino Accolla: Billy Ray Valentine
Sergio Fiorentini: Randolph Duke
Carlo Reali: Mortimer Duke
Paolo Buglioni: Coleman
Simona Izzo: Ophelia
Paolo Poiret: Clarence Beeks
Renato Cortesi: Harvey
Ludovica Modugno: Penelope
Se la merda avesse un valore i poveri nascerebbero senza buco nel culo (Billy Ray Valentine)
Siamo davanti al maiale che dà del porco alla colomba. (Louis rivolto a Ray)
Randolph… come Randolpho Valentino! (Billie Ray Valentine)
Quando ero piccolo, per fare l’idromassaggio sparavo certe bombe dentro la vasca! (Billie Ray Valentine)
Pensa alla grande, sii ottimista! Non dare mai segni di debolezza, mira sempre dritto alla gola. Compra a poco e vendi a molto. La paura è un problema che non ti riguarda! (Louis Winthorpe III)
Non puoi andare in giro a gambizzare la gente con un fucile a canne mozze solo perché sei incazzato con loro. (Billy Ray Valentine)
Voglio che il mercato venga riaperto adesso, ritrascini qui dentro tutti gli agenti! Rimetta subito in funzione quelle macchine! Rimetta subito in funzione quelle macchine! (Mortimer Duke)
Tu entri avendo mezzo milione in germogli di soia e un attimo dopo i tuoi figli non hanno nemmeno le scarpe! (Louis Winthorpe III)
Voglio un avvocato! C’è un avvocato qui dentro?”. “Volete che vi rompa qualcos’altro?”. “…e tutto questo per via di un terribile orrendo negro!” (Louis Winthorpe III)


L’opinione di Supadany dal sito http://www.filmtv.it
Commedia esemplare, un cult che non perde minimamente smalto anche a distanza di anni e dopo tante visioni (rimane un must in televisione ogni volta che arriva Natale).
Un meccanismo perfetto generato da una regia che sa imprimere un ritmo vincente scandito da una valanga d’idee brillanti e da un cast che si muove con preziosa dimestichezza producendo un’alchimia tra le parti (rampolli e vecchi mestieranti) assolutamente fulminante in tutte le sue connotazioni.
I fratelli Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy) sono due avari riccacci senza tanti scrupoli tanto da mettere sulla strada il loro rampollo Louis (Dan Aikroyd) per sostituirlo col barbone Billy Ray Valentine (Eddie Murphy) per una semplice scommessa tra i due (per giunta di un misero dollaro, d’altronde tanto son ricchi quanto avari).
L’obiettivo è vedere quanto conta l’abito, ma il perdente designato non ci sta e con l’aiuto della prostituta Ophelia (Jamie Lee Curtis), ma dopo un po’ anche dello stesso Valentine, farò di tutto per rovesciare il gioco contro i due sadici finanzieri.
Un gioco al massacro in salsa estremamente comica,servito su di un piatto d’argento da un John Landis in formissima (per chi scrive trattasi del suo capolavoro) ed apparecchiato da un cast che si muove con grande brillantezza, all’interno del quale è arduo scegliere tra gli sfavillanti giovani ed i beffardi anzianotti.
Le battute sono molteplici (cadono come pioggia battente) e spesso sono vere e proprie gemme fulminanti, tanto che si ride tantissimo e senza sosta.
In più il film si avvale, oggi come ieri di un tessuto sociale riuscito ed interessante, insomma i ricconi manipolatori di vite e destini (nel film direttamente su due uomini, ma indirettamente anche sui risparmiatori, arrivando ad oggi vi ricorda qualcosa?) hanno sempre giostrato a loro piacimento i fili della società, certo quelli di ieri non riescono, neppure con tutto l’impegno, ad assomigliare agli squali di oggi.
Insomma questa commedia è un vero e proprio gioiello di comicità sempre in bilico col demenziale, ma troppo intelligente per arrivarci completamente, sbeffeggiando anzi un mondo che se la ride sempre.
Imperdibile (anche perché è impossibile non vederlo dato che passa in televisione tutti gli anni), per una comicità con pochissimi eguali, ieri o oggi che sia.
L’opinione di chry 2403 dal sito http://www.filmscoop.it
Eccellente film che apparentemente vuole solo far riflettere sulla differenza tra un ricco ed un povero, infatti non è solo nei soldi che si possiede, ma anche dal background culturale in cui si è vissuti, ed è vero perchè chi ha avuto la fortuna di avere una vita piena di occasioni per crescere culturalmente ha molte più possibilità di avere successo.
Il film però dà un altro messaggio, meno appariscente ma altrettanto valido, ovvero mette in risalto il passaggio di consegne, proprio negli anni Ottanta in cui il film è stato girato, tra la vecchia filosofia WASP-centrica (rappresentata dai due Duke) a quella multirazza-centrica (impersonificata dai due giovani Murphy ed Aykroyd).
Da tenere in debito conto anche il messaggio economico finale, ovvero coi derivati si possono fare tanti soldi, ma ci si può anche rovinare, quindi attenzione.
Se parliamo degli attori si arriva all’apoteosi, Eddie Murphy è semplicemente perfetto, non fa una sbavatura che sia una, si cala perfettamente nella parte, semplicemente questi sono i suoi film, se li prende e ci regala interpretazioni stupefacenti.
Purtroppo Dan Aykroyd non è così bravo, ma c’è anche da dire che contro un Murphy così chiunque sfigurerebbe, ma in più di un’occasione è troppo passivo, doveva essere più presente, cosa che ha fatto, ma in poche scene.
Buoni i fratelli Duke Bellamy-Ameche ed il maggiordomo Elliott (perchè non c’è tra gli attori?), mi ha invece deluso Gleason nell’agente corrotto, anche lui come Dan è un pò troppo passivo. Da un cattivo mi aspettavo ben altro.
Nel settore femminile completamente inutile la fidanzata di Winthorpe, mentre la Curtis offre una prestazione decisamente positiva. Quando un’attrice è brava si vede.
Putroppo la trama non è perfetta, ci sono delle imperfezioni che stonano ed una maggiore cura avrebbe potuto rendere il film ancora più memorabile di quello che è.
In ogni caso è un ottimo film, che non stanca mai la visione: passare il Natale/capodanno senza vederlo ormai non è possibile, è fatto esattamente per essere visto per questo periodo dell’anno, anno dopo anno.
L’opinione di Magnetti dal sito http://www.davinotti.com
Questo film ha tutti gli elementi che una commedia dovrebbe avere: è divertente, leggero, scorre senza cadute di tono e con una trama in crescendo fino al lieto fine (ma senza troppe “smielature”). Anche graffiante (pochino, in realtà) nel mettere alla berlina tutto lo spocchioso mondo che gravita intorno agli operatori di borsa (che in questo film speculano sui beni di consumo) paragonati da Billy Rey Valentine (Eddy Murphy) ad allibratori. Belle le immagini di Philadelphia. Atmosfere natalizie.


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Violette Noziere
Violette Noziere è una giovane parigina diciottenne, che vive la sua esistenza in una famiglia borghese e tranquilla.
Lei però tranquilla non lo è affatto.
Ad onta dell’affetto che sua madre Germaine nutre per lei e nonostante la figura rassicurante di suo padre Baptiste,Violette sente di voler ben altro dalla vita.
In realtà Baptiste non è suo padre, perchè sua madre Germaine l’ha concepita in una relazione extra coniugale con un banchiere e questo Violette lo sa.
Difatti ricatta suo padre e con il denaro che raccoglie si da alla bella vita nel quartiere latino.
Ha anche diversi amanti ai quali si concede per soldi salvo poi mantenere un gigolo, Jean Davin, che a lei piace e che è perennemente senza denaro.

Ma i soldi non bastano mai e poichè Violette è anche una ragazza quasi amorale, che detesta la figura del padre surrogato Baptiste,che invece le vuole bene e appare forse troppo debole nei suoi confronti,decide di passare all’azione per eliminare i suoi genitori e ereditare i loro beni.
Violette utilizza un sonnifero per uccidere i genitori, ma a morire è il solo Baptiste;Germaine sopravvive e Violette, incolpata dell’omicidio del padre finisce in galera e processata.
Il processo diventa un avvenimento nazionale e poichè la ragazza risulta anche particolarmente antipatica sia per il carattere sia per la condotta di vita scandalosa finisce per essere condannata a morte.
Siamo nei primi anni trenta e la ghigliottina, strumento di giustizia risalene alla rivoluzione francese non viene usata per giustiziare le donne.
Il presidente francese Lebrun commuta la pena in un ergastolo, poi il maresciallo Petain la riduce a 12 anni mentre dopo la liberazione De Gaulle la fa scarcerare rimuovendo anche il divieto di soggiornare in carcere.
Dopo la detenzione, durata 12 anni, quindi avendo scontato la pena, Violette sposa una guardia carceraria e dal matrimonio avrà 5 figli.

Basandosi sulla vera storia di Violette Noziere e sul romanzo a lei dedicato da Jean-Marie Fritère,Claude Chabrol ricava, nel 1978, un film sobrio ed elegante che ripercorre la vita di Violette Noziere, che tanto scalpore sollevò nell Francia degli anni trenta sopratutto per quello che emerse durante il processo che subì per aver tentato di avvelenare i genitori, riuscendo solo in parte nel suo scopo.
Il regista francese evita di prendere posizione sulla controversa figura della giovane omicida,limitandosi ad esporre i fatti e senza emettere giudizi morali.
Ne vien fuori così un film quasi documentaristico,che rispecchia la figura di Violette così come emerse in tutta la sua drammaticità nel corso del processo a cui fu sottoposta la ragazza nel 1933, quando aveva appena 18 anni.
Nella realtà storica il processo si concluse nel 1934 e appassionò la Francia per i torbidi retroscena che mersero durante la fase dibattimentale;Violette infatti accusò il suo defunto padre Baptiste di averla violentata sistematicamente da quando aveva 12 anni e accusò di conseguenza sua madre di aver sempre saputo cosa accadeva tra le mura domestiche ma di aver sempre taciuto per viltà e quieto vivere.

La relazione con Davin, la sua condotta scandalosa, la sua antipatia e la reputazione dubbia che la accompagnarono durante il processo non le giovarono.
La ragazza infatti fu accusata di aver tentato il duplice omicidio solo per impossessarsi dei beni dei genitori e di conseguenza condannata a morte, condanna che non venne applicata per i motivi che ho raccontato prima.
Chabrol quindi ripercorre l’ultimo periodo della vita di Violette prima dei tragici fatti che la videro coinvolta, raccontando la sua relazione con Davin, gli squallidi incontri a pagamento e mostrando Baptiste come un uomo debole e sottomesso che per lei aveva un debole ma non certo di natura sessuale.
Quale che fosse la verità nella torbida storia,il film sembra non volerla o quanto meno non poterla appurare.
Le versioni antitetiche emerse nel processo non permettono un giudizio definitivo e quindi Chabrol resta sul vago, limitandosi ad esporre i fatti con un film elegante ma forse alla fine privo di una sua vera anima.
Ma a mantenere alto l’interesse c’è in primis la storia di Violette e sopratutto la splendida interpretazione della sua figura fornita da Isabelle Hupert, un’attrice capace di dare enorme spessore a tutti i personaggi che ha interpretato nel corso della sua lunga carriera.Candida e allo stesso tempo torbida,finta ingenua e al tempo stesso diabolicamente perversa,la Hupper fornisce una versione della figura della Noziere in perfetta linea con quanto richiestole da Chabrol.
Alla fine Violette resta un personaggio indecifrabile, così come quello reale, storico emerso dal processo.
Il finale del film rispecchia perfettamente la realtà dei fatti e,colpevole o no, Violette Noziere espiata la sua pena finirà per diventare una moglie ed una madre esemplare.
Fino al termine della sua vita, cessata all’età di 51 anni.
Film elegante, con una splendida fotografia e scorrevole, nonotante le oltre due ore di durata; Chabrol bada all’essenziale e il suo film si trasforma di riflesso in una descrizione ambientale molto accurata della Parigi degli anni trenta, della vita affascinante e sordida allo stesso tempo del quartiere latino, della morale imperante all’epoca; ottimi anche i protagonisti di contorno, come la bravissima Stephane Audran che interpreta Germaine e Jean Carmet che interpreta il padre della ragazza.

Per la cronaca, la figura di Violette Noziere divise nettamente in due l’opinione pubblica francese;la parte intellettuale della società la vide come un esempio di ribellione alle regole borghesi e ne fece un emblema della liberazione sessuale e della liberazione dalla morale considerata ipocrita della famiglia tradizionale.
Poeti come Eluard o Breton le dedicarono scritti e poesie e numerose furono le biografie che tentarono di portare alla luce la vera figura della giovane parigina.
Non mi risultano esistere versioni in italiano disponibile del film mentre su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=P0aCx_qp8zk c’è la versione in lingua francese dello stesso.
Violette Nozière
Un film di Claude Chabrol. Con Isabelle Huppert, Stéphane Audran, Jean Carmet, Isabelle Huppert Drammatico, durata 130′ min. – Francia, Canada 1978
Isabelle Huppert: Violette Nozière
Stéphane Audran: Germaine Nozière
Jean Carmet: Baptiste Nozière
Jean-François Garreaud: Jean Dabin
Regia Claude Chabrol
Sceneggiatura Frédéric Grendel, Jean-Marie Fritere, Odile Barski e Hervé Bromberger e Claude Chabrol
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Yves Langlois
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Jacques Brizzio
Opinione tratta dal sito http://www.forum.tntvillage.scambioetico.org
La storia di Violette Nozière è emblematica della condizione della donna nella pur civilissima (per gli standard contemporanei, si intende) Francia di inizio ‘900. Ma anche di quella delle giovani generazioni, ancora fortemente soggiogate dalla famiglia e costrette a vivere schizofrenicamente, fra timidi impulsi individualisti e una doverosa, cieca obbedienza alle convenzioni e ai dettami parentali. Chabrol, con una sceneggiatura di Odile Barski (per la prima volta: i due collaboreranno molto spesso, in seguito), Hervè Bromberger e Frederic Grendel, dalla biografia scritta da Jean-Marie Fritère, mette in scena questa triste vicenda di una vittima esasperata e divenuta carnefice dei suoi stessi persecutori, senza calcare la mano sulle emozioni o sulla spettacolarità dei fatti. C’è pur sempre un omicidio di mezzo: ma viene raccontato con cura cronachistica soltanto tramite un flashback nel finale, al momento della confessione; parimenti il regista non si sofferma più di tanto sulle accuse di violenza portate da Violette nei confronti del padre, quando ella era poco più che bambina: ciò che interessa alla pellicola non è lo scandalo suscitato dalla storia raccontata, ma l’esemplarità della stessa. Anche perchè la stampa le diede fortissimo risalto, generando da subito un partito di ‘sostenitori’ e uno di ‘detrattori’ della ragazza; forse un limite del copione può essere indicato nello scarso interesse verso il riflesso mediatico delle vicende, determinante — lo dice, sbrigativamente, la didascalia finale — anche per creare un precedente giudiziario molto importante. Isabelle Huppert è un’ottima protagonista: sarà premiata a Cannes; analogamente ai Cesar verrà riconosciuta la bella prestazione di Stephane Audran. Nello stesso 1978, curiosamente, gli Area pubblicarono un brano intitolato Hommage a Violette Nozières
L’opinione del Morandini
Nel 1933 una piccoloborghese di dubbia moralità avvelenò i genitori, procurando la morte del patrigno; rea confessa, fu condannata alla ghigliottina, pena commutata nell’ergastolo. Uscita dal carcere nel ’45, si sposò, ebbe cinque figli, morì nel 1963. Ispirandosi a una storia vera, Chabrol e i suoi 3 sceneggiatori evitano di prendere partito pro o contro l’avvelenatrice, sbattuta come un mostro in prima pagina, ma anche difesa dagli intellettuali di sinistra, specialmente surrealisti, come vessillo della polemica contro la famiglia borghese. Puntano sul resoconto dei fatti, la descrizione dei comportamenti, la cura dei particolari, ma non riescono a illuminare l’enigma: la storia rimane impenetrabile come un fatto di cronaca. In bilico tra l’eleganza puntigliosa e la squisita inutilità, il film ha nella Huppert, premiata a Cannes, la sua vera ragion d’essere.
L’opinione del sito http://www.iridenonevadibile.wordpress.com
Claude Chabrol, noto regista della Nouvelle Vague francese, accostato grazie a film come questo al genere thriller, evita di innalzare un personaggio già fin troppo idolatrato.
Rendere avvincente e privo di psicologismi stereotipati un fatto di cronaca non è poi una impresa così semplice. Nella storia del cinema e della letteratura la tendenza a romanzare, marcando una opinione diretta dell’autore sulle vicende, è un rischio piuttosto comune.
Chabrol evita tutto questo. Dà al personaggio Violette quella profondità psicologica e enigmatica che traspare dal conosciuto senza aggiungere altro e lasciando quindi i punti interrogativi aperti ad interpretazione. L’accusa di stupro da parte di Violette nei confronti del padre è l’unico elemento a essere in parte giustificato da una rivalità da manuale freudiano nei confronti della madre. Stupro che non viene mai esplicitamente negato e che rimane quindi, come già detto, un enigma aperto.
Le inquadrature risultano in alcuni casi caratterizzanti. Il continuo uso degli specchi, oltre a produrre in alcuni momenti un leggero senso di disorientamento da parte dello spettatore, sottolinea l’idea di Violette come di un personaggio doppio e innamorato del suo riflesso e quindi della sua ipocrisia. Concetto che traspare nel gesto del bacio dello specchio.
Le foto che seguono sono quelle della vera Violette Noziere

Filmscoop è su Facebook:per richiedere l’amicizia:
https://www.facebook.com/filmscoopwordpress.paultemplar

















































































































































































































































































