La donna invisibile
Laura ed Andrea sono una coppia profondamente in crisi; l’uomo, un docente universitario poco amato dai suoi studenti sembra ormai considerare la moglie un oggetto d’arredamento, privo di vita o di anima tanto da vederla come un fantasma. Lei invece è ancora innamorata del marito ma non sa come fare a farlo tornare a se.
A complicare la relazione tra i due c’è la presenza,in casa, della ambigua Delfina, che a differenza di Andrea cerca un dialogo con Laura anche se per motivi poco chiari.
Delfina infatti è ambigua anche dal punto di vista sessuale, tanto da trattare Laura come un oggetto dei propri desideri.Andrea guarda alla cosa con suprema indifferenza, tanto ormai è lontano dalla moglie.
Finirà in tragedia, una tragedia dai contorni surreali…
Giovanna Ralli
Carla Gravina
Tratto da un racconto breve di Alberto Moravia, adattato per lo schermo da Dacia Maraini e dal regista Paolo Spinola con la collaborazione dello sceneggiatore Ottavio Jemma, La donna invisibile è un film dai contorni sfumati e inafferrabili, in bilico tra la metafisica, il racconto fantastico, il dramma e la farsa.
Un film labirintico, dai ritmi blandi, teso a mostrare le chiavi di lettura che lo spettatore può ricavare dalla visione di un film che offre varie possibilità di interpretazione allo spettatore; un film che parla al tempo stesso di crisi della coppia e di valori borghesi, di moralismo bigotto in materia sessuale ma anche di liberazione dallo stretto e rigido ambito matrimoniale.
Non sono queste le uniche chiavi di lettura del film, ma fondamentalmente si può partire da qui per interpretare, ed è davvero il verbo giusto, un film molto complesso e sfuggente ad un’analisi univoca.Tra l’altro, nella versione che circola ormai solo in ambito televisivo mancano abbondantemente 7 minuti di girato.

Il motivo è da ricercarsi nella censura che scattò ad appena 24 ore dalla proiezione della pellicola nel 1969,nel mese di agosto.
Cosa sia stato tagliato dal film è cosa difficile da dirsi, probabilmente scene di nudo o un amplesso tra Andrea e la sua amante Delfina; poichè la casa distributrice non le ha più integrate nella pellicola, occorrerà aspettare una versione digitale del film per sperare in una visione completa dello stesso.
Tornando al film, Spinola indugia moltissimo sul torbido rapporto che viene a stabilirsi tra Andrea e Delfina e tra la stessa Delfina e la sventurata Laura, vera ed autentica vittima in tutti i sensi della fine del suo rapporto amoroso con il marito e poi vittima in senso fisico nel drammatico finale.
Siamo nel 1969, in piena epoca di contestazione e di profonda trasformazione della società; il tema matrimonio, così come il tema famiglia e il tema sessualità sono alcuni dei modelli di riferimento più soggetti ad attacchi e a contestazioni da parte di buona parte della società che conta.

E, ovviamente, anche da parte dell’ intellighenzia borghese e culturale, le prime ad agitare la fronda contro fondamenti della società considerati ormai vetusti o antiquati.
Quest’aria si respira, a tratti, nel film, anche se come dicevo agli inizi è difficile trovare il bandolo della matassa di un film che appare diverso ad ogni visione, che alterna momenti francamente noiosissimi ad altri di gran fascino.
Colpa anche di una sceneggiatura che ha allungato la storia di Moravia trasformandola in qualcosa di differente dal racconto originale.
Moravia aveva scritto un racconto in cui il tema centrale era la crisi di una coppia originata dal “disinnamoramento” di Andrea verso Laura, che si traduce in una vera e propria esclusione fisica della donna dalla vita dell’uomo, che un giorno si scopre a fissare una macchia sul muro senza rendersi conto della presenza di Laura davanti a lui.

Nel film viene mantenuto coerentemente il racconto della coppia in crisi e il finale tragico, con una riscrittura profonda di tutto il resto.
La storia quindi viene raccontata attraverso i vani tentativi da parte di Laura di rendere la sua presenza “fisica” agli occhi del marito; la donna arriverà a raccontare un suo occasionale tradimento al marito senza però suscitare alcuna emozione apparente in Andrea.
L’amore non è eterno e quando la passione finisce o si trova qualcosa per riaccenderla o si cambia aria; anche questo può essere un tema di riflessione che il film offre, mentre la musica del solito impareggiabile Morricone sottolinea alcuni passaggi cruciali dello stesso.
A creare il giusto clima, sospeso tra cose dette e sopratutto non dette ci sono due grandi attrici del cinema del passato, Giovanna Ralli e Carla Gravina.

Giovanna Ralli interpreta il dolente e perdente personaggio di Laura, la donna invisibile, la donna innamorata che non si rassegna alla fine del suo matrimonio, a quell’amore verso un marito che ormai non la distingue dalla tappezzeria o dai mobili di casa.Carla Gravina invece è l’ambigua Delfina, creatura eterea ma al tempo stesso torbida, come quella sua sensualità inesplicata, in bilico tra lesbismo e eterosessualità, un personaggio probabilmente non espresso in maniera compiuta a favore della vera protagonista che in fondo è la sventurata Laura.
Due donne molto diverse, quelle che appaiono nel film; due donne separate da un uomo che non ama più la moglie e che invece è irresistibilmente attratto dal terzo lato del triangolo,Delfina.
Peccato per le scene tagliate, perchè probabilmente avremmo capito di più del vero legame tra il maturo professore universitario e la donna misteriosa, sessualmente promiscua.

Andrea è interpretato da Silvano Tranquilli, un attore spesso utilizzato in ruoli intellettualmente impegnati; questa volta il suo personaggio non è caratterizzato in maniera profonda, tanto che l’attore appare inamidato in una parte sfuggente, dai contorni poco chiari.
La donna invisibile è un film estremamente raro, passato molto tempo fa in tv nella famosa versione purgata; a meno di miracoli sarà impossibile vedere la versione originale del film, a meno che la casa che detiene i diritti non possegga il master originale nella versione completa. Anche i rete il film è pressochè introvabile.
La donna invisibile
Un film di Paolo Spinola. Con Silvano Tranquilli, Carla Gravina, Giovanna Ralli, Gino Cassani, Anita Sanders, Elena Persiani, Gigi Rizzi, Raul Martinez Drammatico, durata 92′ min. – Italia 1969.
Giovanna Ralli: Laura
Silvano Tranquilli: Andrea
Carla Gravina: Delfina
Gigi Rizzi: Carlo
Elena Persiani: Tania
Gino Cassani: marito di Tania
Anita Sanders: Anita
Raul Ramirez: Osvaldo
Regia Paolo Spinola

Soggetto Paolo Spinola, Dacia Maraini
Sceneggiatura Paolo Spinola, Dacia Maraini, Ottavio Jemma
Produttore Silvio Clementelli per Clesi Cinematografica
Distribuzione (Italia) Euro International Film (1969)
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone
L’opinione dell’utente emmepi8 tratta dal sito http://www.filmtv.it
“Spinola al terzo film, e dopo diversi anni ne ha fatto un altro, e poi ha cessato l’attività. Forse è stato un peccato, infondo era una mente abbastanza insolita per il nostro panorama cinematografico, forse un po’ troppo intellettualizzata, ma sempre diversa. Qui ha scelto un racconto di Moravia, cosceneggiato con Dacia Maraini e Ottavio Jemma, quest’ultimo in particolare tagliato più per commedie, anche grassocce, e non per operazioni come queste. Il film ha un suo valore, anche se la simbologia fantastica non si sposa bene con la realtà della storia e questo mixer stride in maniera particolare. Il tema è figlio un po’ dei tempi: siamo nel 1969 la contestazione sta di casa e la libertà sessuale, con la dovuta decadenza dei costumi borghesi, è di moda, ma tutto dipende dal tocco, e Spinola non è stato molto fortunato con i collaboratori. Ottima la fotografia di Silvano Ippoliti, ricercatissimi gli abiti delle nostre protagoniste. Il cast troneggia con Giovanna Ralli (inusuale interprete!!) e Carla Gravina, il resto è cast di serie B e si vede.“
L’opinione dell’utente ilgobbo tratta dal sito http://www.davinotti.com
“Niente male questa variazione sul tema del döppelganger dal racconto moraviano. Un film che traccheggia fra due tipi d’atmosfera, privilegiando, forse involontariamente o per forma mentis del regista il cotè del dramma erotico-borghese, classico del cinema e della letteratura dell’epoca. Protagoniste notevoli, la Ralli è bella ma la Gravina (truccata come la Maraini che sceneggia) è davvero intrigante. Attonito il giusto Tranquilli, inconfondibile colonna sonora di Morricone. E a proposito di icone d’epoca, c’è anche Gigi Rizzi!”
L’opinione dell’utente Lucius tratta dal sito http://www.davinotti.com
Una fotocopia dignitosa ma pur sempre fotocopia dello stile antonioniano che si fa apprezzare principalmente per la Gravina e la Ralli, qui in due interpretazioni particolarmente indovinate. Un Moravia trasformato dagli autori, ma ugualmente fascinoso per un film che presenta un incipit originale e un filo narrativo non del tutto lineare. La difficile convivenza di una coppia borghese con tanto di accenni di lesbismo e una soundtrack eccellente del maestro Morricone, che ha nettamente contribuito ad innalzare il livello della pellicola.
Oh Serafina
Un piccolo industriale lombardo, Augusto Valle, ha ereditato dai suoi una fabbrica di bottoni.
L’uomo è però molto più interessato alla natura e in particolare all’ornitologia che al suo lavoro; la fabbrica che possiede realizza i suoi prodotti in maniera tradizionale, essendo Augusto assolutamente nemico della tecnologia.
Accanto alla piccola fabbrica possiede un parco che vale una fortuna e sul quale hanno già puntato gli occhi alcuni speculatori; ma Augusto non ha alcuna intenzione di cedere il piccolo paradiso naturale che il parco rappresenta, anche perchè non è attratto dai soldi.
Ma Augusto un giorno cede alle tentazioni della carne, quando una sua operaia, Palmira Radice, gli si offre con poco pudore.
Renato Pozzetto
La seduzione di Palmira
La conseguenza è un matrimonio, dal quale nasce anche un figlio; tuttavia Palmina non sembra affatto realizzata dall’aver accalappiato il padrone della fabbrica e intenderebbe cedere il parco in modo da diventare finalmente ricca.
Visto che Augusto da quell’orecchio non sente, la donna inizia un’opera di seduzione nei confronti del sindaco del paese e dell’assessore all’urbanistica, colpendoli nelle loro debolezze.
Il primo infatti ha un debole per il bondage, mentre il secondo ha un debole per lei.
Seducendoli entrambi Palmina riesce ad avere un’ordinanza restrittiva per Augusto, che viene dichiarato incapace di intendere e di volere e internato in un manicomio.
Qui l’uomo, che mantiene nonostante tutto un candore invidiabile, riesce a ritagliarsi un suo spazio prima di conoscere Serafina Vitali, la ricca figlia di un mercante d’armi che a sua volta è stata internata per aver osato sfidare il padre,per aver avuto una relazione incestuosa con il fratello, per aver dato scandalo durante una festa e successivamente per aver preso a fucilate gli ospiti della stessa al rientro da una battuta di caccia.
I due si innamorano e ben presto sognano una vita insieme fuori dalle mura del manicomio.
La scoperta di un nuovo amore…
Cosa che accadrà nel momento in cui rinunceranno ai loro rispettivi diritti sulle proprietà; Augusto e Serafina andranno via dal manicomio accompagnati dal figlioletto dell’uomo e da una fedele dipendente dell’ex azienda di Augusto.
Favola moderna in chiave proto ecologista diretta da Carlo Lizzani su un soggetto originale dello scrittore Giuseppe Berto, Oh Serafina è un film a corrente alternata, che mescola un coraggioso tentativo di creare una storia esemplare sul tema della coscienza ecologica con le vicende personali di due persone assolutamente anticonformiste come Augusto e Serafina, viste anche come novelle vittime sacrificali del denaro e dell’arroganza, in un sistema sociale assolutamente impermeabile alla coscienza ecologista e più in generale alla coscienza vera e propria e alla morale.
E’ netto infatti il distacco tra i personaggi positivi del film facilmente individuabili nei due protagonisti e nell’anziana operaia rimasta fedele ad Augusto e i due politici a cui va aggiunta la famiglia di Serafina.
Dalila Di Lazzaro
Angelica Ippolito
Un contrasto nettissimo fra idealismo e concretezza spietata, fra la coscienza di Augusto e Serafina che rispettivamente non vogliono la modernità ad ogni costo e che ripudiano il denaro fatto a spese della vita di tanta povera gente (come nel caso di Serafina) e che invece ambirebbero ad una vita più semplice e più coerente con i valori in cui credono.
La favola imbastita da Lizzani si concluderà con un happy end in perfetta armonia con la storia narrata, con i due protagonisti che rinunceranno senza alcun rimpianto al totem del denaro e del successo in cambio di una vita libera da condizionamenti e da falsi obiettivi.
Se il soggetto di Oh Serafina può sembrare abbastanza abbastanza coraggioso per la tematica che intende perseguire, va detto che Lizzani sceglie la strada più tortuosa per esplicarlo.
Il film infatti va a corrente alternata, cadendo spesso nel patetico e indugiando un pò troppo sul sentimentalismo con conseguenze nefaste per lo spettatore; il film a tratti è davvero soporifero, manca di ritmo e sopratutto ha i due protagonisti principali, Augusto e Serafina, interpretati in maniera discontinua rispettivamente da Renato Pozzetto e Dalila Di Lazzaro.

Ci sono cose buone, molte altre meno buone, in quest’opera che comunque si segnala per alcune scene affascinanti, principalmente quella girata nel parco del manicomio che vede un uccellino mangiare direttamente dalla bocca della Di Lazzaro mentre Pozzetto è circondato da uccellini che non sembrano affatto intimoriti dalla sua presenza.
Un’atmosfera poetica e affascinante che però dura davvero poco e che vede come contro altare cadute di stile come la scena bondage con protagonista Gino Bramieri, il Sindaco, in giarrettiere e calze a rete frustrato sul sedere dalla furba Palmina.
Ombre e luci, quindi, originate più che altro dall’incertezza del soggetto originale, in bilico tra la denuncia sociale e la ricostruzione fiabesca del mondo a se stante nel quale vivono i due protagonisti, troppo puri per pretendere di vivere in un mondo che ha come supremo valore il denaro.
Renato Pozzetto è un Augusto tutto sommato credibile, a cui l’attore milanese presta il suo volto perennemente imbambolato e che restituisce in maniera convincente il candore stesso del personaggio.

Passato al cinema dopo il grande successo televisivo ottenuto in coppia con l’amico Cochi Ponzoni, Pozzetto passa ad una storia “seria”, lontana da quelle commedie che saranno il suo marchio di fabbrica nel corso della carriera.
Dopo l’esordio in Per amare Ofelia e i lusinghieri successi ottenuti con Due cuori, una cappella,Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista e sopratutto dopo il ruolo simpatico di un altro personaggio candido come il Gianni di Babysitter – Un maledetto pasticcio ecco finalmente un ruolo che mostra come Pozzetto abbia nel suo repertorio anche possibilità più estese rispetto a quelle del classico imbranato che interpreterà troppe volte negli anni a seguire.
Discreta anche la prova della Di Lazzaro, mentre va segnalata, purtroppo in senso negativo, la citata sequenza con protagonista un altro milanese doc,Gino Bramieri, umiliato in una parte ristretta e meschina.
Il pranzo dello scandalo
Completano il cast Angelica Ippolito, la moglie di Augusto, cinica ed arrivista al punto giusto, i caratteristi Marisa Merlini e Lilla Brignone e alcuni sparring partner d’eccezione, come Franco Nebbia,Daniele Vargas,Aldo Giuffrè e Maria Monti, tutti in ruoli di contorno.
Bella la fotografia e l’ambientazione naturale,musiche impalpabili di Fred Bongusto.
Oh Serafina è un film rieditato in digitale, tuttavia di difficile reperibilità; in tv passa con rarissima frequenza ed in rete non sembra essere disponibile se non in riduzione dalle vecchie VHS.
Finalmente liberi!
Oh! Serafina
Un film di Alberto Lattuada. Con Renato Pozzetto, Marisa Merlini, Aldo Giuffré, Gino Bramieri, Dalila Di Lazzaro, Lilla Brignone, Angelica Ippolito, Alberto Lattuada, Ettore Manni, Fausto Tozzi, Daniele Vargas, Renato Pinciroli, Maria Monti, Brizio Montinaro, Gianni Magni, Jean-Claude Verné, Enrico Beruschi, Franco Nebbia, Guerrino Crivello Drammatico, durata 102′ min. – Italia 1976.
Carlo Giuffrè, il direttore del manicomio
Nel parco del manicomio
“Ma tu non porti le mutandine?”
Gino Bramieri
Renato Pozzetto: Augusto Valle
Dalila Di Lazzaro: Serafina
Angelica Ippolito: Palmira Radice, moglie di Augusto
Marisa Merlini: mamma di Augusto
Gino Bramieri: Il sindaco
Aldo Giuffrè: Professor Caroniti
Fausto Tozzi: Carlo Vigeva
Enrico Beruschi: Impiegato anagrafe
Lilla Brignone: Segretaria della ditta Valle
Sofia Lusy: Cameriera
Howard Ross: Romeo Radice
Brizio Montinaro: Rag.Cusetti
Gianni Magni: Tommaso
Ettore Manni: padre di Serafina
Alberto Lattuada: Medico del manicomio
Renato Pinciroli: padre di Augusto
Franco Nebbia: Colbiati
Maria Monti:
Daniele Vargas: Assessore Buglio
Guerrino Crivello: prete di Assisi
Guido Spadea: prete che celebra il matrimonio
Massimo Buscemi: operaio che porta il quadro in ditta

Regia Alberto Lattuada
Soggetto Giuseppe Berto
Sceneggiatura Enrico Vanzina, Alberto Lattuada, Giuseppe Berto
Produttore Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto, José Mascolo
Opinione dell’utente Sasso 67 tratta dal sito http://www.filmtv.it
“Commedia ecologista e basagliana, condita con gli umori surreali di Pozzetto e la sensualità fatta cinema di Lattuada. Qualcosa funzione e qualcosa no, forse perché la sceneggiatura deve piegare il romanzo di Giuseppe Berto alla verve del protagonista. Tutto sommato, comunque, questa parabola francescana ed anticapitalista risulta apprezzabile e gradevole.”
Opinione dell’utente WillKane tratta dal sito http://www.filmtv.it
“In piena esplosione del fenomeno-Pozzetto, attore che, al di là del giudizio sui suoi film, ha garantito per una decina e passa di anni incassi remunerativi per produttori ed esercenti, un autore particolare ,per certi versi audace, per altri ambiguo, come Alberto Lattuada, scelse il robusto comico lombardo per essere il protagonista di questa di “Oh,Serafina!”: nelle intenzioni, questa tragicommedia sostiene la necessità di una ricerca dell’armonia, una capacità di slanci poetici in rivalsa alla grettezza imperante di provincia e non, e di una sessualità selvaggia e gentile possibile, invece dell’utilizzo della stessa per giungere a obbiettivi di comodo. Renato Pozzetto ci mette molta volontà, in un ruolo forse più consono a certe divagazioni celentanesche, Dalila DiLazzaro e Angelica Ippolito lasciano apprezzare il loro fascino, ma sono alle prese con personaggi troppo unidimensionali, e sulla riuscita del film pesano troppi cedimenti alla farsa sboccata, per convincere.”
Opinione del Morandini:
“Ereditato dal padre suicida un cotonificio in Lombardia, Augusto rifiuta di vendere ai lottizzatori un parco dove parla con gli uccelli. L’avida moglie lo fa ricoverare in manicomio dove incontra Serafina, pacifista e figlia dei fiori in urto con la famiglia alto-borghese. Fuggono insieme verso una vita nuova senza più averi o regole morali da rispettare. Da un romanzo (1973) di Giuseppe Berto, anche sceneggiatore con Enrico Vanzina, Lattuada ha cavato un film discontinuo (ma non soltanto in senso negativo) e inclassificabile: fiaba ecologica? Favola erotica? Commedia cabarettistica o sentimental-didattica? Grottesco-caricaturale? Qua e là si eccede nel mostruoso cui si contrappone l’infantile.”
Opinione dell’utente Renato tratta dal sito http://www.davinotti.com
“Un film irrisolto, con Pozzetto nei panni di un novello San Francesco (con tanto di esterni ad Assisi) che parla agli uccelli ma dirige anche un bottonificio. Per ridere non fa ridere, le sequenze erotiche sono parecchie (il film si beccò il divieto ai minori di 18 anni) ma poco significative nel contesto di un film del genere, e qualche scena (vedi quella con Bramieri) è semplicemente imbarazzante. Anche il finale è moscio, a conferma che questo di Lattuada è stato senz’altro uno scivolone.”
“E da quando hai un avvocato?” (Palmina)-“Dalla nascita.E tu non lo puoi scopare, perchè ha passato i novanta” (Augusto)
“Sono felice, vuoi fare l’amore con me?”(Serafina)-“Non ho capito la domanda” (Augusto)
Alla sua età gioca ancora con gli uccellini
L’umanità è cieca, sorda e stupida. Fabbricano missili atomici quando invece bisognerebbe coltivare l’insalata, purificare i fiumi e i mari che sono pieni di merda e di petrolio.
Il libro di Berto
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Il clan dei siciliani
Tratto dal romanzo di Auguste Le Breton, Le Clan des Siciliens.
Roger Sartet, condannato per rapina e omicidio evade durante il trasporto verso la prigione.
Riesce ad avere protezione da Vittorio Manalese, un siciliano a capo di una famiglia di immigrati che nasconde, dietro una facciata di rispettabilità attività losche.
Al vecchio gangster Sartet propone un piano all’apparenza impossibile; rubare i gioielli di una mostra itinerante.
Con l’aiuto di un mafioso americano, Nicosia, il piano dopo alcune vicissitudini riesce perfettamente.
Ma Sartet ha una relazione con una nuora di Manalese e, per un’ingenuità di un nipotino del gangster, la cosa si verrà a sapere.
Alain Delon
Manalese vendica l’onore offeso uccidendo Sartet ma la cosa provocherà la fine del suo impero criminale perchè…
Il clan dei siciliani, diretto da Henry Verneuil nel 1969 è un gangster/noir movie di stampo tradizionale, che vede protagonisti tre grandi attori del cinema francese, Alain Delon, Jean Gabin e il naturalizzato Lino Ventura.
Un film dalla confezione assolutamente elegante, che ripercorre la trama del romanzo dal quale è tratto sfruttando al massimo il magnetismo dei tre attori e una sceneggiatura dall’impianto coerente, anche se davvero poco probabile.
Il clan dei siciliani è un film che privilegia la parte d’azione all’introspezione psicologica dei personaggi, giocando tutte le sue carte sul ritmo e sulle figure che dominano il racconto, quella del gangster che riesce a ideare un piano all’apparenza impossibile e quella del vecchio capo clan che si fa coinvolgere nell’avventura salvo punire l’occasionale complice nel momento in cui quest’ultimo viola la legge fondamentale di Manalese, quella che vuole intoccabile la famiglia, principalmente nell’onore.
Amedeo Nazzari e Jean Gabin
E’ quindi su due binari che il film gioca le sue carte, l’ideazione e la realizzazione del furto di gioielli e la relazione tra Roger Sartet e una donna del clan, il tutto condito da cambi di scena, ritmo e azione.
Sullo sfondo agisce il Commissario Le Goff, unico baluardo della società civile contro il crimine, con lo sfondo classico dei bassifondi parigini e del sottobosco che lo permea; manca ovviamente un’analisi sociale perchè Verneuil non ha la profondità per muoversi in tal senso, ma la storia non ha queste finalità e nemmeno il regista intende muoversi in un labirinto che probabilmente non sa e non può affrontare.
Così si resta abbondantemente in superficie, ma con gusto; il vedere tre colossi del cinema francese in azione è già di per se una ricompensa allo spettatore, che viene sballottato quà e là prima del finale perfettamente in linea con quanto mostrato sin dall’inizio.

Defilata la figura del gangster americano Nicosia, interpretato dal nostro Amedeo Nazzari, ma chiedere l’inserimento di un’altra figura ampliata nella sua psicologia sarebbe stato davvero troppo.
Sulle musiche splendide di Morricone sfilano i volti di una Parigi d’altri tempi, popolati da criminali passionali e spietati contrastati da un commissario a sua volta mosso da ideali di giustizia in linea con le figure di altri agenti senza macchia e senza paura.
Un film veramente d’altri tempi, il classico prodotto da godere per due ore di fila lasciandosi trasportare da un racconto che avvince e non costringe a dover riflettere sulle motivazioni dei personaggi, che si muovono preda delle proprie passioni fino al momento in cui la legge vince, com’è giusto che sia.
Jean Gabin e Lino Ventura
Per quanto riguarda gli attori, sontuoso, sornione e impeccabile è Jean Gabin nel ruolo del gangster dalla pubblica irreprensibile immagine, una figura che rimanda a quella di Vito Corleone del Padrino, del quale condivide quanto meno la stessa concezione di famiglia.
L’onore prima di tutto, prima anche dei rapporti chiamiamoli professionali e che metterà in gioco tutto quanto acquisito nel corso degli anni proprio per vendicare l’onore della famiglia.
Una figura ovviamente meno tragica di quella interpretata da Brando, proprio per la mancanza di un background psicologico nel film.
Ottimo anche Alain Delon, che inaugura la stagione migliore per quanto riguarda le sue interpretazioni di spessore; la figura del gangster Roger sembra essere perfettamente aderente alla sua faccia di bello e dannato.

L’attore di Sceaux, Hauts-de-Seine l’anno successivo girerà un film dalle atmosfere se vogliamo ancor più noir con Melville, I senza nome, nel quale in pratica ripeterà un personaggio in perfetta linea con quello interpretato in questo film.
Ultimo lato del triangolo è Lino Ventura, unico personaggio positivo del film che alla fine sarà anche l’unico vincente; anche lui l’anno successivo replicherà la figura di un ispettore integerrimo nello splendido film di Josè Giovanni Ultimo domicilio conosciuto.
Qui, la sua faccia spigolosa, dura che sembra specchiare un carattere indomito e intransigente ben si sposa al personaggio di Le Goff, onesto funzionario con dei valori positivi, in netto contrasto con quelli dei suoi antagonisti.
Dietro la macchina da presa buona la direzione di Verneuil, onestissimo artigiano che alla fine della sua carriera conterà una quarantina di direzioni cinematografiche, contrassegnate da mestiere e abilità.
Il film è stato proposto più volte in tv, è di facile reperibilità in rete ed è disponibile anche in digitale; se potete guardatevi la versione originale del film, per gustarvi i magnifici dialoghi con le voci originali dei protagonisti.
Un film di Henri Verneuil. Con Jean Gabin, Alain Delon, Amedeo Nazzari, Lino Ventura Titolo originale Le clan des sicilians. Drammatico, durata 113′ min. – Francia 1969.
Jean Gabin: Vittorio Malanese
Alain Delon: Roger Sartet
Lino Ventura: Commissario Le Goff
Irina Demick: Jeanne Malanese
Amedeo Nazzari: Tony Nicosia
Sydney Chaplin: Jack
Philippe Baronnet: Luigi
Marc Porel: Sergio Malanese
Yves Lefebvre: Aldo Malanese
Elisa Cegani: Maria Malanese
Leopoldo Trieste: Turi – l’esperto di francobolli
Massimo Turci: Alain Delon
Arturo Dominici: Jean Gabin
Glauco Onorato: Lino Ventura
Rita Savagnone: Irina Demick
Amedeo Nazzari: Amedeo Nazzari
Cesare Barbetti: Marc Porel
Pino Colizzi: Yves Lefebvre
Regia Henri Verneuil
Soggetto Auguste Le Breton (romanzo)
Sceneggiatura Henri Verneuil, Jose Giovanni, Pierre Pelegri
Produttore Jacques E. Strauss
Casa di produzione Les Films Du Siecle
Distribuzione (Italia) Fox Europa
Fotografia Henri Decae
Montaggio Pierre Gilette
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Jacques Saulnier
Costumi Hélène Nourry
Trucco Michel Dernelle
Con quale amore, con quanto amore
Andrea e Francesca sono una coppia sposata da anni; molto diversi fra loro, attraversano una crisi originata principalmente dalla scarsa stima che Andrea, architetto di una certa fama ha verso sua moglie.
Francesca infatti vorrebbe più attenzioni e ritiene di essere trattata dal marito come una bambina.
Così la donna alla fine si fa un amante.
L’uomo prescelto è Ernesto, che tra l’altro è un dipendente del marito.
Con sorpresa Andrea scopre la relazione, ma da uomo di mondo non fa scenate.
All’apparenza sembra intenzionato a favorire la relazione tra i due; difatti continua a far lavorare l’amante di sua moglie nello proprio studio.
Claude Rich e Erika Blanc
Catherine Spaak
Ma Andrea è ancora innamorato di sua moglie e parte al contrattacco.
Approfittando di un’assenza di Ernesto, inizia una corte serrata nei confronti di Francesca e alla fine sembra che la tattica funzioni…
Lui, lei. l’altro.
Una situazione certo non nuova in una sceneggiatura cinematografica.
Pasquale Festa Campanile e Ottavio Jemma creano un plot visto mille volte, con il classico gioco delle parti in un triangolo amoroso che per una volta non sfocia in tragedia.
Siamo, come ambientazione, nel mondo medio borghese e a quanto pare certe storie vanno affrontate con dignità, senza scandali e senza rumore.

Un mondo ipocrita in cui anche i sentimenti devono restare inespressi; così Andrea fa buon viso a cattivo gioco, accettando il tradimento della moglie ma mettendo in atto uno stratagemma che si rivelerà vincente alla fine.
Nessuna scenata di gelosia, ma il riconoscimento delle proprie colpe e di conseguenza il tentativo di riconquistare una donna, Francesca, probabilmente un pò bambina ma bisognosa di affetto e attenzioni.
Con quale amore, con quanto amore è una commedia sentimentale appena velata di critica sociale.
Non era nelle intenzioni del regista lucano fare rumore o attaccare il dorato e ipocrita mondo della borghesia; c’era invece l’intenzione di muovere garbate critiche alla stessa, attraverso la costruzione di una commedia leggera che mostrasse le regole che fissano i comportamenti dei suoi appartenenti.

Un gioco non necessariamente difficile, e difatti Pasquale Festa Campanile porta a compimento una commedia leggermente amarognola senza grossi sforzi, anche se va detto, dai ritmi troppo blandi e parecchio verbosa.
Reduce dagli ottimi risultati al botteghino di commedie di costume come Adulterio all’italiana e la La matriarca (1968) nelle quali aveva proposto Catherine Spaak come protagonista principale, Festa Campanile affida il personaggio della volubile Francesca all’attrice francese che in pratica ripropone i personaggi dei due film precedenti condensandoli in quello della viziata e sentimentaloide moglie dell’architetto.
Poichè il mondo borghese sembra afflitto principalmente dalla noia più che dai problemi esistenziali, il personaggio di Francesca appare leggermente stereotipato, ingabbiato in un modello riproposto più volte in varie pellicole girate fra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta.

In questo film tale tendenza è però mimetizzata; il regista lucano bada più a mostrare l’aspetto sentimentale della storia, basata sul tentativo di riconquista di Andrea nei confronti di sua moglie che appare un pò come la raffigurazione del gioco sottratto al bambino.
Andrea però, contrariamente alle previsioni,sceglie la via migliore per riconquistare la donna che in fondo ama; passa cioè attraverso un percorso di crescita personale, evita la classica esposizione dell’orgoglio ferito e alla fine viene premiato dalla riconquista della sua donna.
Il succo del film è tutto qui, un gioco delle parti garbato anche se leggermente anonimo.
Festa Campanile descrive, con discrezione, l’atmosfera oziosa del mondo borghese senza però essere graffiante; il suo è un gradevole excursus giocato tra i sentimenti contrapposti che agitano i due protagonisti in un gioco delle parti che alla fine ha una sua ragione d’essere.

Il cast è molto ben assortito e mostra una sempre bellissima e affascinante Catherine Spaak nel ruolo della moglie insoddisfatta,un Claude Rich sobrio ed elegante nel ruolo di Andrea, uno spento Lou Castel nel ruolo del terzo incomodo.
Spazio anche per una splendida Erika Blanc, molto defilata in un ruolo comprimario.
Gradevoli le musiche e poichè la storia propone come protagonista un architetto, ecco un trionfo di vintage nell’arredamento e nei costumi, una full immersion nella feconda epoca pre settantiana che vide la
In quanto al regista, Festa Campanile conferma ancora una volta la sua abilità nel costruire storie all’apparenza molto semplici ma ben strutturate, mai banali.
La commedia all’italiana o quella leggera sono nelle sue corse e lo dimostrerà, se ce ne fosse bisogno, nei due anni successivi, quando diverrà anche protagonista del botteghino con i clamorosi successi di Quando le donne avevano la coda e Il merlo maschio.
Con quale amore, con quanto amore
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Claude Rich, Catherine Spaak, Erika Blanc, Lou Castel, Aldo Giuffré. Marisa Traversi, Michel Bardinet Commedia, durata 107′ min. – Italia 1970.
Catherine Spaak: Francesca
Claude Rich: Andrea
Lou Castel: Ernesto
Erika Blanc: Sandra
Marisa Traversi: Nora
Michel Bardinet: Renè
Aldo Giuffré: Giovanni
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Ottavio Jemma
Sceneggiatura Pasquale Festa Campanile
Ottavio Jemma
Produttore Clesi Cinematografica
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Riz Ortolani
L’opinione dell’utente mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Il pregio principale di questa commedia lentuccia e poco fantasiosa sta nell’analisi psicologica del rapporto sentimentale che è alle fondamenta della storia. Niente di eccezionale, sia ben chiaro; ma almeno, nella sua scarsità di mezzi, c’è una discreta coerenza: nessuna pretesa, è soltanto una commedia sentimentale. Noiosetta, ad ogni modo.
L’opinione dell’utente ilgobbo tratta dal sito http://www.davinotti.com
Rondò erotico-psicologico di Campanile, sotto-genere di gran voga all’epoca (siamo in zona Metti, una sera a cena). Sì, è vero, non manca qualche tocco implausibile, qualche compiacimento, qualche scivolata nella letterarietà dei dialoghi, ma chissenefrega, verso i film di questo periodo (e soprattutto verso il loro look complessivo, dal design all’oggettistica ai vestiti: ah, il loft di Lou Castel…) nutriamo un inscalfibile pregiudizio favorevole. Buon cast (e ottimi doppiatori), tranne un Giuffrè fuori contesto, ottima e abbondante la Blanc.
L’opinione dell’utente fauno tratta dal sito http://www.davinotti.com
Quasi paradisiaco per la scorrevolezza e la disinvoltura, specialmente del protagonista. Riconquistare la moglie dopo averla quasi spinta ad abbandonarti è una mission impossibile, ma se si riconoscono gli errori e se si sa che ne vale la pena è giusto tentare. La Blanc fa da sostanzioso contorno come amica disinibita e abituata a storie piccanti. Bardinet, sei grandioso: hai saputo soffrire senza fare l’ipocrita, hai parlato poco, a modo e sapendo cogliere il momento giusto per tutto. Complimenti.
Senta Berger
E’ salita su un palcoscenico quando aveva 4 anni, per accompagnare suo padre.
Era appena terminata la guerra e Senta Berger, nata nel 1941 a Vienna, era troppo piccola per immaginare il futuro.
Ma aveva un sogno, quello di fare la ballerina; un sogno che ha coltivato fino ai sedici anni, quando ha dovuto rinunciare alla sua passione.
Ma la scuola Max Reinhardt, quella dove studiava ballo e recitazione le sarebbe servita in futuro; le basi della sua futura professione se le forma proprio qui e appena cerca un lavoro nel cinema riesce ad ottenere qualche particina anche perchè è veramente bella.
Una bellezza statuaria, aristocratica; eppure lei ,a trent’anni,non si vedeva certo tale.
Uno dei suoi ultimi film: Una notte in Hotel
Una donna di seconda mano
In un’intervista rilasciata a Luigi Cozzi nel 1971 dice a tal proposito:
“Bella io? Non scherziamo! Intanto ho un sopracciglio rovinato da un incidente d’auto, e non ho mai avuto il tempo di rimetterlo a posto con la plastica. Poi, la plastica, il giorno che dovessi farmela la imporrei anche al mio naso, che trovo orribile. Ho le gambe troppo pesanti – per tutta la danza classica che ho fatto da ragazza – non ho un’altezza imponente e tendo a ingrassare. Bella io? Allora le altre sono tutte dee!”
Aldilà di una modestia eccessiva, Senta Berger non tarda a farsi notare:dopo due brevissime apparizioni, una delle quali a 9 anni (1950) nel film Questi nostri genitori e in Du bist die Richtige del 1955, ottiene una prima particina nel film Die unentschuldigte Stunde del 1957.
E’ l’inizio di una carriera che dura ininterrottamente da allora sino ai giorni nostri e che conta ormai oltre 150 partecipazioni a film, telefilm e produzioni televisive.
Il celebre nudo in Roma bene
Praticamente, 56 anni di una carriera che le ha dato tante soddisfazioni, ma che nonostante tutto lei sottovaluta parecchio, come dirà nel corso dell’intervista citata:
“Ho fatto veramente di tutto dalle mie prime esperienze in Austria ad oggi. Ho avuto tutte le età, persino i capelli bianchi, e sono stata buona e cattiva, onesta e depravata. Gran parte di queste interpretazioni valgono poco o niente, i personaggi che ho dovuto incarnare erano irreali e zoppicanti, eppure li ho scelti tra due volte tanti, anzi dieci volte tanti, perché in fondo erano i meno peggio.”
Verò è che la parte migliore della sua carriera doveva ancora arrivare e che l’avrebbe vista protagonista per tutto il decennio settanta, con quasi quaranta film interpretati moltissimi dei quali girati in Italia.
Dove è diventata, proprio in quel decennio, una delle attrici più ammirate ed amate dal pubblico.
Tra i numerosi film interpretati nel decennio sessanta, alcuni sono degni di menzione, nonostante la bella attrice austriaca tenda a sminuire il loro valore.
Tra essi segnalerei:
–Operazione San Gennaro,interpretato nel 1966 per la regia di Dino Risi:Nei panni della bella straniera Maggie lavora accanto a mostri sacri come Toto e Nino Manfredi,in una commedia molto fresca e divertente;
–Il papavero è anche un fiore, diretto da Terence Young nel 1966 con un cast stellare che include Stephen Boyd e Yul Brinner, Rita Hayworth e Trevor Howard,Marcello Mastroianni e Anthony Quayle;
–Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano, diretto da Luigi Comencini nel 1969, miglior storia che racconti la vita del grande seduttore veneziano e nel quale la Berger interpreta la donna che inizia Casanova alla vita sessuale,Giulietta Cavamacchia.
Ritratto di borghesia in nero
Accanto a questi degni di menzione sono anche De Sade (1969),Diabolicamente tua (1967) di Julien Duvivier accanto ad Alain Delon,Sierra Charriba (1965) del grande Peckinpah accanto a Charlton Heston.
Questo film, come Il nostro uomo a Marrakesh, Quiller memorandum e altri fanno parte del periodo hollywoodiano dell’attrice, che le saranno di grandissimo aiuto nel proseguimento della carriera.
E’ proprio sui set della mecca del cinema che Senta sperimenta la sua dedizione assoluta al lavoro, che racconta nel proseguimento dell’intervista di Giusti:
“Probabilmente la serietà nel lavoro è un lato del mio carattere, è una mia dote innata. Ma anche se non l’avessi avuta, una dote del genere, l’avrei acquistata lavorando a Hollywood. Negli Stati Uniti non c’è posto per i dilettanti. Potete aver fatto mattina con l’amico, o in compagnia di una bottiglia, o magari con tutti e due, poco importa: salendo sul set bisogna essere in perfetta forma, nel pieno delle vostre possibilità di recitazione, altrimenti non vi varrà a nulla essere bella come una dea, o magari l’amica del produttore: il vostro contratto sarà immediatamente rescisso e vi sarà difficilissimo trovare qualcuno che ve ne offra un altro da firmare”.
Ti aspetterò all’inferno
The ambusher
Intanto ha sposato il regista Michael Verhoeven,che prima di incontrarla faceva il dentista e che la diresse in seguito in alcuni lavori.
Nel 1970 è una donna piena di fascino, discretamente famosa grazie ai lavori che ha interpretato in America e che le hanno permesso di apparire in film di grandi registi come il citato Peckinpah accanto a star famosissime come Kirk Douglas,Frank Sinatra ecc.
Il suo primo lavoro del decennio è Cuori solitari, diretto da Franco Giraldi e interpretato accanto a Ugo Tognazzi :”Cuori solitari è stato uno spasso, da girare. Giraldi era molto sicuro del fatto suo, come regista, e infondeva a tutti noi attori la stessa sicurezza. Così non era difficile che ci si arrischiasse, di scena in scena, in qualche interpretazione fuori copione, un tocco personale. Io e Tognazzi ci eravamo calati alla perfezione nella copia di borghesi in cerca di sensazioni nuove e fuori dai tabù (eravamo proprio noi, la donna che da timida si fa sfrenata, l’uomo che vuole portarla fuori strada per i suoi vizi e poi ne resta travolto) così si arricchivano le nostre battute, si sfaccettavano sempre più i nostri caratteri. Tognazzi era bravissimo, inesauribile, e io ero trascinata dal suo esempio, ce la mettevo tutta per non restargli troppo indietro.” ricorderà l’attrice viennese, mentre del suo primo, grandissimo successo al botteghino, quel Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile non parlerà affatto bene:” No. Non ho alcun ricordo positivo (di Quando le donne avevano la coda,ndr) . Né allegria né pena. Film del genere si fanno, perché si è dei professionisti, ma subito si dimenticano, perché altrimenti non si avrebbe più il coraggio di guardarsi in uno specchio. Ho faticato molto, fisicamente per girarlo ,eppure ho dimenticato anche la fatica “.
Infanzia vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova,veneziano
Sierra Charriba
Il film, nonostante il pessimo ricordo dell’attrice, diventa il successo più clamoroso della stagione 1970; il ruolo della bella e furba Filli, alle prese con un gruppo di cavernicoli ingenui le da una fama ancor maggiore e conferma il suo talento anche in ruoli prettamente comici.
Un passo falso è invece il successivo Un’anguilla da 300 milioni; anche in questo caso Senta Berger non risparmia le critiche sottilmente velenose.
“Ecco: quella doveva essere una pellicola esilarante, e invece a noi, a recitarla, costò una malinconia senza fine. Era chiaro che il regista Samperi non si trovava nel suo genere, e seguirlo era un pianto, un’angoscia. E credo che anche il pubblico se ne sia accorto: il film non ha divertito né interessato.“
L’insuccesso di pubblico e di critica non fermano minimamente la sua voglia di cinema;con la regia del marito gira Casa di vetro, un film difficile e nel quale ha una parte anche abbastanza osè.
La croce di ferro
Sier und her
Sarà un fiasco, prima delle ottime performance in Da parte degli amici: firmato mafia! di Yves Boisset e del successivo, graffiante e splendido film di Lizzani Roma bene, che molti ricorderanno per lo splendido nudo dell’attrice mentre sorride maliziosamente su un letto, una scena che ricorda il film su Casanova di Comencini.
Nel 1972, dopo L’amante dell’Orsa maggiore di Valentino Orsini prende parte al sequel di Quando le donne avevano la coda;è ancora Pasquale Festa Campanile a dirigerla in Quando le donne persero la coda, ma il film non ha il successo del precedente e immaginiamo quale sia il pensiero dell’attrice sul film stesso, brutto e scoordinato di per se.
Nel 1972, per la regia di Volker Schlöndorff lavora in La morale di Ruth Halbfass,interrompendo la serie di film italiani e confermando quindi la sua vocazione di attrice europea a tutto tondo.
Satte Farben vor Schwarz
Torna in Italia con Causa di divorzio di Marcello Fondato, accanto a Montesano e alla Spaak,prima di girare il mediocre Il girotondo dell’amore;nel frattempo accetta qualche lavoro in tv, dimostrando di credere nel mezzo televisivo come alternativa al cinema.
I film del 1973 sono Amore e ginnastica, di Luigi Filippo D’Amico, una commedia di discreto livello,La lettera scarlatta di Wim Wenders e l’ottimo Bisturi, la mafia bianca di Luigi Zampa che, come il titolo recita, è un duro atto di accusa contro le baronie del mondo della medicina.
La carriera di Senta Berger prosegue così senza grossi scossoni; è un’attrice affermata, bellissima, che può permettersi di rallentare anche un pò gli impegni, per vivere accanto al marito del quale è innamoratissima.
I film del 1974 sono Di mamma non ce n’è una sola di Alfredo Giannetti nel ruolo di Paolina Borghese,L’uomo senza memoria, un bel thriller diretto da Duccio Tessari e La bellissima estate di Sergio Martino.
Quiller memorandum
L’anno successivo la vede impegnata in tre lavori televisivi registrati per la tv tedesca, mentre nel 1976 intrepreta nuovamente alcuni film italiani, che però non sono certo lavori memorabili.
Se Brogliaccio d’amore, regia di Enrico Maria Salerno la vede protagonista accanto al regista nel film è un prodotto poco più che dignitoso,Giochi perversi di una signora perbene diretto dal marito è un flop, così come davvero mediocri sono La padrona è servita di Mario Lanfranchi e Una donna di seconda mano di Pino Tosini. Discreto invece La croce di ferro, film nel quale torna a recitare diretta da Sam Peckinpah.
Nel 1978, per la regia di Tonino Cervi, lavora in Ritratto di borghesia in nero, interpretando Carla Richter, una donna che si innamora di un giovane e che per amor suo arriverà a sedurre e ricattare una bella ragazza promessa sposa del giovane.
E’ un momento cruciale nella carriera dell’attrice tedesca; come per tante altre attrici, arriva come una mannaia la grande crisi del cinema che taglia centinaia di proiezioni.
Quando le donne avevano la coda
Quando le donne persero la coda
Ma la Berger, grazie alla professionalità che la ha da sempre contraddistinta e grazie anche alla scelta di lavorare in Tv, ottiene nuove scritture.
Per 5 anni compare in produzioni televisive come La giacca verde,Un inverno al mare prima di affrontare gli anni 80; è ormai una splendida quarantenne e sopratutto una irreprensibile professionista, un’attrice che non fa bizze, puntuale e rigorosa.
Nel 1980 lavora in Speed Driver,di Stelvio Massi e nel 1985 in Fatto su misura di Francesco Laudadio; sono le uniche due prove cinematografiche intervallate dalle produzioni citate.
Presto, a letto
Dopo La doppia vita di Mattia Pascal di Mario Monicelli, accanto a Mastroianni e al thriller Killing Cars diretto da suo marito, lavorerà ancora in Animali metropolitani di Steno e Cheese di Weber;ormai la sua attenzione è assorbita quasi totalmente dalla tv, tant’è vero che comparirà solo sporadicamente in produzioni cinematografiche;sarà nel cast di Tre colonne in cronaca (1990) di Vanzina, poi in Bin ich schön? (1998), in Ob ihr wollt oder nicht! e infine in due produzioni tedesche targate 2012, Zetl di Helmut Dietl e Ruhm di Isabel Kleefeld.
Senta Berger in Voglia di donna
L’ultimo suo lavoro è stato completato quest’anno, si tratta di Benvenuti a MeckPomm,una produzione televisiva.
Da quanto esposto, appare chiaro come la Berger sia quello che alcuni definiscono animale cinematografico, una persona che ha messo il cinema al primo posto nella vita; una vita spesa tra set cinematografici e telecamere della tv.
In entrambi i casi Senta Berger ha lasciato un segno importante, con quelle che sono state le sue caratteristiche peculiari per tutta la vita; la sua bellezza, la sua eleganza e la sua bravura non possono che essere un esempio da imitare sopratutto per le nuove leve cinematografiche.
Operazione San Gennaro
Notti e nebbie
Sierra Charriba
L’uomo senza memoria
L’ultima mazurka
Le macchine che distrussero Parigi
L’amante dell’Orsa maggiore
La spia dai due volti
La padrona è servita
La lettera scarlatta
La doppia vita di Mattia Pascal
La bellissima estate
Kirk Royal
Intrigo in Svizzera
Immer Ärger mit dem Bett
Il nostro uomo a Marrakesch
Lo scandalo Sibelius
Il bravo soldato Schweik
La morale di Ruth Halfbass
Girotondo dell’amore
Giochi perversi di una signora perbene
Fatto su misura
Exploit bella sexy e ladra
Junge Leute brauchen Liebe
Due fotogrammi da E la donna creò l’uomo
Diabolicamente tua
Di mamma non ce n’è una sola
De Sade
Da parte degli amici:firmato Mafia
Cuori solitari
Congiura di spie
Combattenti della notte
Brogliaccio d’amore
Bisturi la mafia bianca
Bin ich schön
Trennungsfieber
Organizzazione UNCLE
Operation Zucker
Nette Nachbarn küsst man nicht
Speed driver
Sherlock Holmes la valle del terrore
Quiller memorandum
Probieren Sie’s mit einem Jüngeren
Schlaflos
Satte Farben vor Schwarz
Nette Nachbarn küsst man nicht
Mama Kommt
La casa di vetro
La bellissima estate
Il testamento del dottor Mabuse
Girotondo dell’amore
Frau Böhm sagt Nein
Emilia – Familienbande
Emilia – Die zweite Chance
Einmal so wie ich will
Bis dass dein Tod uns scheidet
Liebe am fjord
Zettl
Kaly Yug la dea della vendetta
Immer Ärger mit dem Bett
Il pugnale siamese
Il papavero è anche un fiore
Di mamma non ce n’è una sola
Amore e ginnastica
Adieu liebewol goodbye
2013 Benvenuti a MeckPomm (TV)
2002-2012 Six Degrees (serie TV)
2012 Matrimoni (TV)
2012 Hochzeiten (TV movie)
2012 Operation Zucker (TV movie)
2012 Und alle haben geschwiegen (TV movie)
2012 Ruhm
2012 Zettl
2011 In den besten Jahren (TV movie)
2011 Liebe am Fjord (TV series)
2010 Satte Farben vor Schwarz
2008-2009 Four Seasons (TV mini-series)
2009 Mama kommt! (TV movie)
2009 Frau Böhm sagt Nein (TV movie)
2009 Ob ihr wollt oder nicht!
2009 Schlaflos (TV movie)
2006 Nette Nachbarn küsst man nicht (TV movie)
2005 Emilia – Familienbande (TV movie)
2005 Emilia – Die zweite Chance (TV movie)
2005 Einmal so wie ich will (TV movie)
2004 Die Konferenz (TV movie)
1989-2004 La signora col taxi (TV series)
2002 Bis dass dein Tod uns scheidet (TV movie)
2000 Probieren Sie’s mit einem Jüngeren (TV movie)
2000 Scharf aufs Leben (TV movie)
2000 Trennungsfieber (TV movie)
2000/I Zimmer mit Frühstück (TV movie)
1999 Mit fünfzig küssen Männer anders (TV movie)
1999 Nancherrow (TV movie)
1999 Liebe und weitere Katastrophen (TV movie)
1998 Bin ich schön?
1998 Mammamia (TV movie)
1997 Die Nacht der Nächte (TV movie)
1997 Lamorte (TV movie)
1997 Kap der Rache (TV movie)
1994-1996 Ärzte (TV series)
1996 Dopo la tempesta (TV movie)
1995 Il commissario Rex (TV serie)
1994 Gefangene Liebe (TV movie)
1992 Lilli Lottofee (TV serie)
1992 Sie und Er (TV movie)
1990 Tre colonne in cronaca
1990 La belle Anglaise (TV serie)
1989 Peter Strohm (TV series)
1989 Quattro storie di donne (TV mini-serie)
1989 Oceano (TV mini-series)
1988 Cheeeese
1987 Animali metropolitani
1986 Kir Royal (TV mini-serie)
1986 Killing Cars
1986 L’ultima mazurka (TV movie)
1985 La doppia vita di Mattia Pascal
1985 Diavoli volanti
1985 Fatto su misura
1984 Notti e nebbie (TV movie)
1984 La stagione delle piogge (TV movie)
1983 Die priwalov’schen Millionen (TV mini-series)
1983 Liebe Melanie (TV movie)
1982 Un inverno al mare (TV mini-series)
1982 Wortwechsel (TV series)
1982 Die Entscheidung (TV movie)
1981 Dantons Tod
1981 Der Traum ein Leben (TV movie)
1980 Speed Driver
1979 La giacca verde (TV movie)
1978 Ritratto di borghesia in nero
1978 Freiheit (short)
1977 La croce di ferro
1977 Das chinesische Wunder
1977 Abschiede (TV movie)
1977 Una donna di seconda mano
1976 La padrona è servita
1976 Signore e signori, buonanotte
1976 Intrigo in Svizzera
1976 Giochi perversi di una signora perbene
1976 Brogliaccio d’amore
1975 Dalli Dalli (TV series)
1975 Rottamopoli (TV series)
1975 Die Verschwörung des Fiesco zu Genua (TV movie)
1974 La bellissima estate
1974 L’uomo senza memoria
1974 Di mamma non ce n’è una sola
1974 Frühlingsfluten (TV movie)
1973 Bisturi, la mafia bianca
1973 La lettera scarlatta
1973 Amore e ginnastica
1973 Il girotondo dell’amore
1972 Tatort (TV series)
1972 La morale di Ruth Halbfass
1972 Causa di divorzio
1972 Quando le donne persero la coda
1971 L’amante dell’orsa maggiore
1971 Roma bene
1971 Da parte degli amici: firmato mafia!
1971 Rolf Harris Show (TV series)
1971 La casa di vetro
1971 Un’anguilla da trecento milioni
1970 Quando le donne avevano la coda
1970 Cuori solitari
1969 Infanzia, vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova, veneziano
1968-1969 Operazione ladro (TV series)
1969 De Sade
1969 Quelli che sanno uccidere
1969 Se è martedì deve essere il Belgio
1968 Babeck (TV mini-series)
1968 Fermate l’Orient Express (TV movie)
1968 Reporter alla ribalta (TV series)
1968 Vienna (short)
1967 L’imboscata
1967 Diabolicamente tua
1967 Congiura di spie
1966 Operazione San Gennaro
1966 Quiller Memorandum
1966 Exploit bella sexy e… ladra
1966 Il nostro uomo a Marrakesh
1966 Il papavero è anche un fiore
1966 Combattenti della notte
1965 Doringo!
1965 Operazione terzo uomo
1965 Sierra Charriba
1964 Organizzazione U.N.C.L.E. (TV series)
1964 See How They Run (TV movie)
1964 Polvere di stelle (TV series)
1964 …e la donna creò l’uomo
1964 Ein schöner Herbst (TV movie)
1963 Presto… a letto!
1963 Il mistero del tempio indiano
1963 I vincitori
1963 Kali Yug, la dea della vendetta
1963 Disneyland (TV series)
1962 Sherlock Holmes la valle del terrore
1962 Il testamento del dottor Mabuse
1962 Lo scandalo Sibelius
1962 Il pugnale siamese
1961 Ramona
1961 Diesmal muß es Kaviar sein
1961 Ti aspetterò all’inferno
1961 Adieu, Lebewohl, Goodbye
1961 Immer Ärger mit dem Bett
1961 Das Wunder des Malachias
1961 Eine hübscher als die andere
1961 Junge Leute brauchen Liebe
1961 Le vie segrete
1960 O sole mio
1960 Il bravo soldato Schwejk
1960 Ich heirate Herrn Direktor
1959 Katia regina senza corona
1959 Il viaggio
1958 Un posto in paradiso
1957 Die Lindenwirtin vom Donaustrand
1957 Die unentschuldigte Stunde
1955 Du bist die Richtige
1950 Questi nostri genitori
Improvvisamente un uomo nella notte
Il giro di vite (The Turn of the Screw) è un racconto scritto da Henry James, pubblicato nel 1898; da esso sono stati tratti alcuni film, il primo dei quali è stato l’eccellente Suspense (The Innocents) diretto da Jack Clayton nel 1961 e interpretato da Deborah Kerr.
Poi, nel 2001, il regista Alejandro Amenábar, ispirandosi al romanzo ne ha tratto la sua opera The others, protagonista Nicole Kidman; in mezzo ci sono state riduzioni come Un altro giro di vite (Otra vuelta de tuerca, 1985),Presenze (The Turn of the Screw, 1994),Presence of Mind (1999) e il recente In a Dark Place (2006).
Nel 1971 Michael Winner, su sceneggiatura di Michael Hastings dirige un vero e proprio prequel del romanzo, The nightcomers che verrà proiettato in Italia con il titolo Improvvisamente un uomo nella notte.
Il film, che sfrutta la storia dei due piccoli protagonisti del romanzo, termina esattamente la dove inizia il romanzo di James,con l’arrivo di miss Giddens a Bly; per chi ha letto lo splendido romanzo di James le analogie con il romanzo stesso terminano qua.

Il film inizia con la vicenda dei due piccoli Miles e Flora, che hanno perso i genitori in un incidente e che vengono presi sotto tutela dal patrigno; l’uomo,dovendo assentarsi per lavoro, affida i due ragazzini alla governante Grose.
La donna è un’anziana signora, che dirige la grande casa nelle campagne inglesi in cui la vicenda si volge;siamo in un’epoca non specificata, sotto il regno della regina Vittoria.
Nella grande dimora Miles e Flora hanno come unica compagnia, oltre a quella della signora Grose, quella di Peter Quint che svolge le mansioni di giardiniere.
I due ragazzini ben presto si legano all’uomo, un individuo dal comportamento bizzarro, a tratti semplicemente amorale, a tratti infantile come i suoi due piccoli protetti.

Assistono ad esempio a crudeli maltrattamenti verso piccoli animali, un rospo e una tartaruga ma al tempo stesso imparano anche ad apprezzare lo splendido paesaggio e la straordinaria bellezza della natura che li circonda, ascoltano con interesse i racconti di Peter, imparano ad andare a cavallo o a far volteggiare aquiloni.
Ma Quint è anche un uomo perverso; ha una relazione sado masochistica con la bella Miss Jessel, che è stata assunta dal patrigno dei due ragazzi come istitutrice; Miles spia l’uomo mentre ha rapporti con Miss jessel, che dapprima ha rifiutato e in seguito accettato le perverse attenzioni dell’uomo nei suoi confronti.
Lo stesso ragazzino, sotto l’influenza del rozzo giardiniere, finisce per coinvolgere la sorellina in un tragico simulacro di quello che ha visto fare a Peter nei confronti di Miss Jessel, con tanto di imitazione di violenza sessuale.
Miles e Flora, privi di una figura di riferimento, finiscono ben presto per assimilare come spugne il comportamento amorale del giardiniere;
la signora Grose, che ha scoperto la natura ambigua del legame tra il giardiniere e l’istitutrice e che guarda con impotenza al vero e proprio plagio della personalità che lo stesso Peter esercita sui ragazzini vieta all’uomo di entrare in casa.
E medita sull’allontanamento dei due dalla casa.
Ma i due ragazzi, che hanno già perso i genitori, non vogliono staccarsi da quelle due persone che fanno parte del loro quotidiano, del loro piccolo mondo; così praticano un foro nella barca che sanno dovrà essere usata da Miss Jessel, che muore annegata.
Peter verrà ucciso, ironia della sorte, da Miles che ha messo a frutto gli insegnamenti dell’uomo nell’uso dell’arco.
Ora i due, non potranno più allontanarsi dalla villa e già nella grande casa si pregusta l’arrivo di una nuova istitutrice…
Improvvisamente un uomo nella notte termina così con l’arrivo di una nuova istitutrice, che presumibilmente diverrà il nuovo “gioco” della terribile coppia di ragazzini; un finale in linea perfetta con il romanzo di James, che prò prenderà tutt’altra strada.Miss Giddens infatti si troverà immersa in’atmosfera gotica, alle prese con inquietanti presenza che altro non sono che i fantasmi del giardiniere e della precedente istitutrice.

Così Winner tenta di dare una spiegazione abbastanza lineare, tutto sommato, a quello che accade in Suspence; il risultato finale è un film non privo di un certo fascino ma anche terribilmente rozzo e poco incisivo (per nulla) sul piano delle introspezioni psicologiche dei personaggi.
A parte lo stupendo scenario della location e la splendida fotografia, il film non mostra pregi sufficienti a tributargli onori particolari;la regia di Winner è inadatta, mentre la storia sembra essere discontinua, legata principalmente al racconto delle personali perversioni di Peter e di Miss Jessel
I due bimbi appaiono invece come i ragazzini del Villaggio dei dannati; belli fuori e cattivi dentro.
Ci sarebbe stato lo spazio per motivare lo sviluppo psicologico delle due personalità alla luce dei traumi subiti dai ragazzi; Winner viceversa,con una regia monocorde e poco ispirata, vaga quà e là senza incidere nelle psicologie dei personaggi.

Mortificando quindi Marlon Brando che alla fine rende il suo personaggio meno oscuro e degno di interesse di quello che avrebbe dovuto;i dialoghi che interpreta spesso appaiono forzati lasciando poco spazio alla sua innegabile capacità artistica.
Il resto del cast tutto sommato fa il suo, con Stephanie Beacham che merita ampiamente la sufficienza, così come i due piccoli protagonisti e con l’inappuntabile performance di Thora Hird che interpreta Miss Grose.
Un film in chiaro-scuro, con predominanza di quest’ultimo aspetto;di ben altro livello sono infatti i due film citati all’inizio, ovvero Suspense di Clayton che racconta in maniera sobria e sopratutto claustrofobica la vicenda della governante Miss Giddens e The others, gran bel film interpretato magistralmente da Nicole Kidman che introduce la variante dei due bambini affetti da fotofobia e una storia sopratutto molto più ariosa e ben diretta.
Improvvisamente un uomo nella notte è generalmente considerato il peggior film di Brando del ventennio 60-70; un giudizio un tantino ingeneroso, perchè la professionalità dell’attore americano, anche se un pò in ombra, è comunque sempre un valore aggiunto ai film da lui interpretati.

Per quanto riguarda le possibilità di vedere questo film in tv, sono davvero scarse; a mia memoria non ricordo un solo passaggio televisivo dello stesso mentre la sua diffusione sulla rete è davvero ai minimi termini.
Purtroppo non sono riuscito a trovare nemmeno la versione originale, mentre sono presenti su You tube alcuni spezzoni della pellicola, peraltro poco indicativi.
Improvvisamente un uomo nella notte
Un film di Michael Winner. Con Marlon Brando, Stephanie Beacham, Thora Hird Titolo originale The Nightcomers. Drammatico, durata 96′ min. – Gran Bretagna 1972
Marlon Brando: Peter Quint
Stephanie Beacham: Miss Jessel
Thora Hird: Mrs. Grose
Harry Andrews: Padrone di casa
Verna Harvey: Flora
Christopher Ellis: Miles
Anna Palk: Nuova governante

Giuseppe Rinaldi: Peter Quint
Fiorella Betti: Miss Jessel
Franca Dominici: Mrs. Grose
Sergio Graziani: Padrone di casa
Micaela Esdra: Flora
Germana Dominici: Nuova governante
Regia Michael Winner
Soggetto Henry James
Sceneggiatura Michael Hastings
Produttore Elliott Kastner, Michael Winner
Casa di produzione Elliott Kastner-Jay Kanter-Alan Ladd Jnr Productions, Scimitar Productions
Fotografia Robert Paynter
Montaggio Michael Winner (con il nome Arnold Crust Jr.)
Musiche Jerry Fielding
L’opinione dell’utente gattopongo presa dal sito http://www.filmtv.it
Praticamente un prequel de IL GIRO DI VITE di James,già portato al cinema 11 anni prima dal magnifico Suspense di Clayton . Winner, oltre a non saper dirigere il gigione Marlon Brando, dà sfogo a giochi bdsm da fumetto e non sa mantenere l’ambiguità, nè tanto meno far intuire la paura attraverso la reticenza, espedienti che erano alla base del film precedente. Il racconto di James verrà portato ancora sullo schermo col film Presenze.
L’opinione dell’utente Homesick, tratta dal sito http://www.davinotti.com
Questo antefatto del bellissimo racconto di Henry James (“Giro di vite”) non riesce nemmeno lontanamente a ricreare l’ambiguità, l’inquietudine e la tensione scaturita dalla penna dello scrittore. Brando, nonostante le sue eccellenti doti interpretative, finisce con l’essere poco incisivo per la mancanza di una sceneggiatura solida e per una regia poco rigorosa. Si salva comunque la bella ambientazione nell’inconfondibile, pittoresca campagna inglese.
L’opinione dell’utente leleemo tratta dal sito http://www.davinotti.com
Scenari davvero fiabeschi, arborei ed affascinanti, che contrastano con la tenebrosità della “manor house” di Sawston nel Cambridgeshire e soprattutto con la storia, che è pervasa da inizio a fine da un fascino perverso e sadico. Un Marlon Brando magistrale che s’impone per carisma e forza impattante, con la pur ottima interpretazione del resto del cast ma soprattutto dei due ragazzini. Un Brando più “libero” che sul “tango” che si lascia andare anche a qualche frammento divertente. In complesso un’ottima opera gotica, molto spesso sottovalutata.
L’opinione dell’utente Stefania tratta dal sito http://www.davinotti.com
Brando giardiniere, amante (dell’istitutrice) di Lady Chatterley, campione di tiro alla fune (in camera da letto), vermiciattolo infetto nella salubre insalata della quieta routine, corruttore dell’innocenza e vittima di una crudeltà innocente, ma fatale. La contrapposizione tra Natura e (buona) Società è raccontata nella maniera più esplicita e schematica, quindi alla fine banale, con qualche morbosità uggiosa. La fascinazione dei bambini per il soprannaturale appare inserita a forza nella trama. Brando si auto-cita, gli altri stanno semplicemente a galla.
Citazioni dal film:
“Quando i morti muoiono,dove vanno?” Miles
“I morti non vanno da nessuna parte, perchè non ha nessun posto dove andare” Peter
Da libro di James Il giro di vite
“Il racconto ci aveva tenuti attorno al focolare col fiato sospeso, ma a parte l’ovvia osservazione ch’esso era raccapricciante, come doveva essere una strana storia narrata la vigilia di Natale in una vecchia casa, non ricordo che suscitasse alcun commento finché qualcuno disse ch’era quello il primo caso in cui s’imbatteva d’una simile esperienza toccata a un fanciullo. Si trattava, se ben ricordo, di un’apparizione in una casa altrettanto vecchia di quella in cui eravamo riuniti per l’occasione – una visione spaventosa apparsa ad un bambino che dormiva nella camera di sua madre e che l’aveva svegliata terrorizzato; svegliata non per vincere il suo spavento e per farsi teneramente riaddormentare, ma perché lei stessa, prima di riuscirvi, si trovasse davanti la medesima visione che l’aveva sconvolto.”
“Si, sentii nettamente che mentre compiva quei pochi passi non mi tolse mai gli occhi di dosso, e ancora oggi vedo la sua mano, durante il percorso, spostarsi da un merlo all’altro. Si fermò all’altra estremità, ma meno a lungo, e anche mentre si girava, continuò a fissarmi ostentatamente.
Si girò; e fu tutto.”
Kramer contro Kramer
Ted Kramer è un importante dirigente di una azienda che si occupa di pubblicità; è sposato con Joanna e ha un figlio, Billy.
Dedito completamente al lavoro, Ted probabilmente trascura la famiglia.
Infatti, subito dopo aver ricevuto un importante incarico, lo vediamo tornare a casa dove ad accoglierlo c’è la moglie Joanna che gli comunica, senza molti giri di parole, che ha intenzione di andar via di casa per prendersi una pausa di riflessione.
Joanna quindi va via, affidando il figlio alle cure di Ted.
Che da quel momento è costretto gioco forza ad occuparsi del figlio, con il quale, dopo un inizio difficile, stabilisce un buon rapporto.

Ma la cosa si riflette negativamente sul lavoro; costretto ad occuparsi di Billy, Ted perde il lavoro.
Nel frattempo stringe qualcosa più di un’amicizia con una donna separata come lui, Margaret, anch’essa con un figlio.
Un giorno, mentre i due sono al parco, Billy cade da una giostrina riportando serie ferite al volto.
Qualche mese più tardi, in modo del tutto imprevisto, ritorna Joanna che chiede a suo marito di potersi riprendere il figlio.
Di fronte al diniego di Ted, Joanna trascina l’uomo in tribunale, dove, dopo una lunga battaglia, Joanna riceve l’affidamento del bimbo.
Ted decide di andare in appello, ma quando apprende che dovrà portare suo figlio in tribunale, decide per il bene di Billy di rinunciare.
Finale da vedere….

Sono i temi del divorzio, quello dell’affidamento dei figli, le lunghe ed estenuanti battaglie legali fra i coniugi, i traumi riportati dagli stessi gli argomenti dei quali parla Kramer contro Kramer, film diretto da Robert Benton nel 1979.
Un film, detto subito, molto ben fatto ma anche terribilmente ruffiano; il regista texano infatti coniuga l’impegno civile della denuncia dei postumi del divorzio sui figli solleticando in più circostanze i sentimenti dello spettatore e cercando quanto più possibile di suscitare simpatia e commozione verso il genitore, in questo caso di sesso maschile.
Lo fa, però, con molta grazia e delicatezza, tanto da riuscire a bilanciare alla fine la lacrima facile con l’impegno sociale del film stesso.
Tratto dal romanzo Kramer vs. Kramer di Avery Corman, il film racconta in maniera sobria la difficile storia tra i coniugi Ted e Joanna, alle prese con una separazione che Ted sembra più subire proprio mentre la sua professione sta per fare un balzo in avanti.

E’ proprio su Ted che il regista punta l’attenzione, descrivendo da subito le difficoltà di un uomo alle prese con l’impegno nel suo lavoro e subito dopo l’improvvisa necessità di doversi dedicare al figlio, impegno per il quale non è certo preparato. Un rapporto difficile, che Ted deve recuperare in un ruolo, quello del padre, che è distante per ovvi motivi anni luce da quello della madre.
Con l’impegno, con il sacrificio, con la rinuncia Ted riesce a costruire un rapporto con Billy; riesce anche a ricostruirsi un brandello di vita prima del momento fatale del ritorno di Joanna.
Che costringerà Ted a delle scelte dolorose, fino all’ultimo gesto che sa tanto di rinuncia per amore, un amore superiore che ora Ted finalmente conosce in tutta la sua bellezza ma anche in tutto il dolore della rinuncia…
Benton realizza un film sobrio, che cede alla commozione facile solo nel finale; ma è una concessione obbligata, in quanto è costretto dal romanzo ad una specie di happy end che però in fondo è quello che la gente vuole.
Un happy end ben differente da quello di tantissime storie di papa divorziati costretti a vedere i propri figli in orari e giorni prestabiliti, a sacrificare se stessi in toto per i propri figli.

Un film quindi armonico, che scorre senza grossi problemi grazie alla sobria regia di Benton ma grazie anche ai due straordinari attori protagonisti,Dustin Hoffman e Meryl Streep oltre alla presenza del bravissimo Justin Henry che interpreta Billy.
Hoffman tiene quasi sempre su di se il peso del film, perchè la storia è incentrata sul suo personaggio; molto più defilata la Streep, sacrificata dal copione ma sempre pronta e misurata nei momenti in cui la si vede in scena.
Non a caso Kramer contro Kramer, uno dei successi più rilevanti del 1979, venne premiato con 5 oscar e 4 nomination; il film vinse infatti il premio Oscar come miglior film (grida ancora vendetta la vittoria su Apocalypse now), per la miglior regia e sopratutto vide premiati sia Hoffman (miglior attore) sia la Streep (migliore attrice non protagonista) oltre al premio per la miglior sceneggiatura non originale.

Riconoscimenti meritati, almeno per quanto riguarda il cast, ma resta assolutamente il marchio di infamia la vittoria a spese di Apocalypse now o di All that jazz, due film nettamente migliori e di ben altro calibro rispetto a Kramer contro Kramer, più blockbuster che film dai profondi contenuti.
Un film ben fatto, ben diretto, molto furbo, attentissimo ad arruffianarsi il pubblico senza però eccedere nei sentimentalismi, quindi.
Il film di Benton è facilmente rintracciabile in rete ed è passato più volte sui canali televisivi.
Un film di Robert Benton. Con Dustin Hoffman, Meryl Streep, Jane Alexander , Justin Henry, Howard Duff, George Coe, Jo Beth Williams, Joe Seneca, Ellen Parker, Nicholas Hormann, Howland Chamberlain, Shelby Brammer, Bill Moor, Jack Ramage, Jess Osuna, Carol Nadell, Donald Gantry, Judith Calder, Peter Lownds, Kathleen Keller, Ingeborg Sorensen, Iris Alhanti, Richard Barris, Evelyn Hope Bunn, Joann Friedman, Quentin J. Hruska, Dan Tyra, David Golden, Petra King, Melissa Morell, Frederic W. Hand, Scott Kuney Titolo originale Kramer vs. Kramer. Drammatico, durata 104′ min. – USA 1979.
Dustin Hoffman: Ted Kramer
Meryl Streep: Joanna Kramer
Justin Henry: Billy Kramer
Jane Alexander: Margaret Phelps
Howard Duff: John Shaunessy
George Coe: Jim O’Connor
JoBeth Williams: Phyllis Bernard
Howland Chamberlain: Giudice Atkins
Bill Moor: Gressen, avvocato di Joanna
Joe Seneca: ospite
Ferruccio Amendola: Ted Kramer
Maria Pia Di Meo: Joanna Kramer
Davide Lepore: Billy Kramer
Anna Rita Pasanisi: Margaret Phelps
Sergio Rossi: John Shaunessy
Gianni Marzocchi: Jim O’Connor
Sergio Fiorentini: Giudice Atkins
Regia Robert Benton
Soggetto Avery Corman
Sceneggiatura Robert Benton
Produttore Stanley R. Jaffe
Casa di produzione Columbia Pictures, Stanley Jaffe Production
Distribuzione (Italia) Ceiad Balmas
Fotografia Néstor Almendros
Montaggio Gerald B. Greenberg
Musiche John Kander, Herb Harris
Scenografia Paul Sylbert
La montagna sacra
Un compito difficile quanto risolvere un’equazione di Einstein, quello di recensire La montagna sacra (La montaña sagrada,The holy mountain) di Alejandro Jodorowsky.
Un film che a distanza di 40 anni esatti non può che far discutere, litigare o far esaltare, arrabbiare o lasciare stranito lo spettatore che si avvicini ad esso incautamente.
Un’opera che anche cinematograficamente sembra fuori posto; fatte le debite (ed incaute) proporzioni, assomiglia d un museo caotico e confusionario, nel quale vengano esposte alla rinfusa opere di Raffaello o Michelangelo accostate a quelle di Dali e Picasso, di Modigliani accanto a Fontana.

Ecco proprio all’artista di Rosario si può accostare, giusto concettualmente, l’opera di Jodorowsky; perchè la visionarietà del film può ben accostarsi alla straordinaria esperienza di Fontana, l’artista che aprì le porte ad un nuovo modo di concepire l’arte, con quei suoi tagli sulla tela che invitavano il fruitore stesso dell’opera ad andare oltre la visione del taglio stesso, cercando così un nuovo spazio aldilà del taglio che facesse spaziare la mente oltre i limiti fisici stessi dell’opera.
Jodorowsky gira La montagna sacra tre anni dopo l’esaltante risultato raggiunto da El topo, la sua opera fino ad allora più famosa.

Il poliedrico artista cileno, che nella sua vita ha sperimentato praticamente di tutto, dalla letteratura ai fumetti, dal teatro al cinema stesso, gira questa pellicola con intenti chiaramente provocatori, quasi volesse esprimere per immagini la summa del suo pensiero politicamente scorretto ma anche innovativo e per certi versi geniali.
Un film particolarissimo, carico di simbolismi che spaziano senza soluzione di continuità attraverso immagini dissacratorie ed ermetiche, a tratti blasfeme o cariche di una fortissima rabbia che resta generalmente inespressa.
La trama del film è molto semplice, anche perchè nell’economia stessa della pellicola ha un’importanza relativa, asservita com’è alla dimostrazione del teorema finale; un giovane ladro, che assomiglia a Gesù, con la compagnia di sei Signori, un assistente e un mistico, intraprende un lungo viaggio per raggiungere la montagna sacra, sulla quale ci sono i nove saggi che posseggono il segreto dell’immortalità.

Ci arriveranno ma scopriranno una verità semplice e fondamentale…
Da come si evince da questa sintesi, la trama del film di Jodorowsky è un pretesto per raccontare un viaggio iniziatico nel quale contano molto più le esperienze del ladro/Gesù, visualizzate sullo schermo da immagini dadaistiche e surreali, piuttosto che il viaggio in se, che avrà una conclusione spiazzante ma solo per il meno scafato dello spettatore.
L’immortalità dei mistici e dei loro compagni di viaggio è allo stesso tempo una chimera e una irrealtà: cosa c’è di immortale nell’universo? Nulla, assolutamente nulla, perchè l’universo stesso è nato dal Big bang e si ritrae fino a ritornare ai primordi, probabilmente per eoni di tempo.
Filosofia spicciola o tentativo estremo di ricerca di una verità da far fruire allo spettatore nel tentativo di farlo riflettere sui misteri della vita?

O semplicemente esercizio di stile, bizzarra rappresentazione di riferimenti alchemici e mistici, religiosi e panteisti?
Ecco, l’essenza del film di Jodorowsky sta tutta in questa serie di domande, che naturalmente non hanno risposta.
Il regista cileno scandalizza, turba, espone in maniera criptica riferimenti a tutto e a niente allo stesso tempo, riducendo alla fine il film stesso ad una lunghissima sequela di immagini scollegate l’una dall’altra, chiuse da un finale che vorrebbe essere spiazzante sopratutto quando i famosi saggi immortali svelano i loro volti.
Ma allora quale è la chiave di lettura di La montagna sacra?
Forse la più probabile è la ricerca dell’io, che non può coincidere con quella dell’immortalità, proprio per la mancanza pratica della stessa. E’ attraverso la realizzazione della ricerca dell’io che si compie la perenne ricerca dell’uomo, teso alla scoperta delle proprie origini e del proprio divenire.

Se questa è la chiave di lettura ( e non sono affatto certo che lo sia), allora Jodorowsky sceglie la via più complicata per illustrare il suo percorso di ricerca.
E’ davvero impresa improba districarsi fra immagini in contrasto con le parole che i personaggi pronunciano, anche se l’inizio della ricerca sembra indicare una logica semplice delle cose.
“Avete potere e denaro, ma siete mortali.Sapete che non potete sfuggire alla morte, ma l’immortalità può essere raggiunta.In ogni tradizione si parla di montagne sacre…nove uomini immortali vivono sulla montagna,dal picco più alto dirigono il nostro mondo”
Sembrerebbe tutto lineare, semplice. E invece ci troviamo proiettati in un delirio metafisico e surrealista, antireligioso all’eccesso.

Troviamo l’uomo con un anello vescovile che si toglie un occhio (l’occhio dello scandalo?) e il Cristo che divora il suo corpo dopo essere stato allontanato dal papa,il papa morto che sembra essere in uno stato “zombistico” tanto da autoassolversi dai peccati. Assistiamo alla trasmutazione alchemica delle feci in oro, che l’alchemista opera con le parole “Vuoi l’oro?Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”
Fino all’incontro con l’alchimista, il personaggio/Gesù in fondo altro non ha fatto che tentare di spogliarsi del suo ruolo di Messia e di speranza per i cristiani; dopo, con l’incontro degli altri nove compagni che lo affiancheranno nella ricerca dei nove saggi assistiamo ad un’analisi sul potere tramite un’allegoria esplicitata attraverso immagini fra le più disparate.
In ultimo l’arrivo alla montagna, con la scoperta che il viaggio altro non è stato che un viaggio in se stessi, alla ricerca di un io tanto trascurato e che invece dovrebbe essere al centro del viaggio dell’uomo.

Permettetemi un excursus personale sul film, ricordando la visione dello stesso in un cinema di periferia della mia città esattamente quarant’anni addietro.
Era una sera fredda e andai a cinema perchè davvero non avevo nulla da fare; scelsi il film di Jodorowsky senza sapere assolutamente nulla di lui e dei suoi lavori precedenti.
Eravamo non più di 50, nel cinema e alla fine del primo tempo eravamo rimasti la metà.
A fine proiezione eravamo in pochissimi, gli altri erano andati via bestemmiando e borbottando; io rimasi qualche minuto dopo che le luci si erano accese, convinto di aver assistito alla proiezione di un capolavoro assoluto.
Tali e tante erano state le immagini devastanti che avevano popolato lo schermo da avermi impressionato la mente in maniera indelebile.

Qualche anno addietro ho rivisto il film, riportandolo nel suo giusto collocamento, ovvero quello di una pellicola innovativa e sperimentale, affascinante per certi versi, irritante per altri.
Non un capolavoro, quindi, ma un’opera originale con tanti pregi e altrettante pecche.
La montagna sacra è un’opera oggi facilmente rintracciabile in rete, dopo che l’ostracismo verso il film è finalmente saltato; c’è un’edizione digitale splendida che ha restituito alla pellicola i colori vividi con i quali è stato girato. Purtroppo è praticamente impossibile vedere il film sui canali televisivi.

La montagna sacra
Un film di Alejandro Jodorowsky. Con Alejandro Jodorowsky, Horacio Salinas, Ramona Sanders, Valerie Jodorowsky, Ana De Sade, Jacqueline Voltaire, Juan Ferrara, Leticia Robles, Adriana Page, Burt Kleiner, Nicky Nichols, Richard Rutowski, Luis Lomeli, David Kapralik, Guadalupe Perullero, Robert Taicher, Hector Hortega Titolo originale The Holy Mountain. Fantastico, durata 115′ min. – USA 1973
Alejandro Jodorowsky: l’Alchimista
Horacio Salinas: il ladro
Zamira Saunders: la donna
Juan Ferrara: Fon
Adriana Page: Isla
Burt Kleiner: Klen
Richard Rutowski: Axon
Valerie Jodorowsky: Sel
Nicky Nichols: Berg
Jacqueline Voltaire: moglie del turista
David Kapralik: il turista
Regia Alejandro Jodorowsky
Sceneggiatura Alejandro Jodorowsky
Produttore Alejandro Jodorowsky, Allen Klein, Roberto Viskin
Produttore esecutivo Robert Taicher
Casa di produzione Allen & Betty Klein and Company, Producciones Zohar
Distribuzione (Italia) Raro Video
Fotografia Rafael Corkidi
Montaggio Federico Landeros
Musiche Don Cherry, Ronald Frangipane, Alejandro Jodorowsky
Costumi Alejandro Jodorowsky, Nicky Nichols
Trucco María Eugenia Luna
Questa è la vita reale? No! Questo è un film! Zoom indietro…
Vuoi l’oro?Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro
Sapere, osare, volere, tacere.
La pietra filosofale degli alchimisti non è altro che LSD
“Il mio pianeta è mia moglie”
“L’Apocalisse e il Libro tibetano dei Morti sono un’esperienza alla mescalina”
“Più umani che mai… la realtà. Questa vita è realtà? No, è un film. Non siamo che immagini, fotografie. Romperemo l’illusione! Questa è magia! La vita reale ci attende”.
L’opinione dell’utente Ford, dal sito http://www.davinotti.com
“Sequela implacabile di disturbanti sequenze surreali. Jodorowski dirige con classe un trionfo del rivoltante che diventa bello in quanto cinema e il finale metafilmico non fa altro che confermare che il cinema è bello quando fa vedere quello che non c’è, il moralista schifato dalle scene forti di questo film non è altro una persona che attribuisce significati che un fascio di luce o un pugno di pixel in realtà non danno. Le magnifiche scenografie sono il punto in più di questo film stupendo, concreto e impossibile allo stesso tempo.”
L’opinione dell’utente alfatocoferolo dal sito http://www.filmtv.it
Cervellotico, filosofico, visionario. Le prime tre parole che mi son venute in mente terminata la visione di questo elaborato (e per certi versi criptico) capolavoro di Jodorowsky. Inizialmente l’idea prevalente era quella di assistere ad un frammentario ed incongruente assemblamento di immagini grottesche e allucinate (uccelli che prendono il volo da una ferita al cuore di un fucilato, un mistico che viene replicato in infinite sagome di cera, rane travestite da crociati che interpretano una battaglia sanguinosa e tanto altro) ma nel seguito appare comunque chiara l’esistenza di un filo conduttore che permette di armonizzare il tutto. Un lavoro che richiama l’opera di Dalì e Bunuel, probabilmente non adatto a tutti i palati ma sicuramente suggestivo e di grande impatto estetico.
L’opinione dell’utente Giacomo dal sito http://www.filmup.leonardo.it
Ripropone simbolicamente tutte le tappe che l’individuo ha da percorrere per compiere l’opera cui ogni essere vivente è destinato. dal risveglio alle morti dell’io, dalla mandorla mistica all’enneagramma, dall’oro all’io mostruoso, dai tarocchi ai pianeti, dall’integrazione finale all’illusione finale: c’è tutto. ovviamente bisogna avere una chiave d’interpretazione per cogliere il significato dei simboli e poter conferire coerenza ad un film che appare sconclusionato e narcisista. ma i simboli utilizzati sono i simboli, pertanto laddove non arriva l’io ci arriva senz’altro l’inconscio dello spettatore. da vedere e rivedere più volte nella vita.
L’opinione dell’utente Luca dal sito http://www.filmup.leonardo.it
La montagna sacra mi ha colpito. Lo sforzo del cineasta cileno più famoso del mondo è notevole. Non riesco a capire perchè questo film mi piace, ma una cosa è certa, mi piace. Eccessivo all’inverosimile, raffigura semplicemente l’arte figurativa e simbolica di un filosofo – poeta. Il film dice tutto e non dice niente. Nel momento in cui cerchiamo di imbrigliarlo in un contesto razionale ci ritroviamo a brancolare seriamente nel buio. Certo, è riferito all’uomo, alla vita e alla morte, all’amore e l’odio, alle perversioni e alle fantasie malate, ma il film è una parodia di se stesso, così ricco di significati calpestati di volta in volta dalle parole del regista stesso che induce alla povertà del corpo e ci sprona alla ricchezza dello spirito, alla fine è un film che vuole diventare reale, ironia della realtà che vuole diventare film. Fondamentalmente l’ho capito, a parte i simbolismi più ermetici e esoterici, ma credo che non bisogna per forza essere laureati o maghi alchimisti per apprezzare un film incredibile, pregnante, tecnicamente perfetto, ispirato, comico e estremamente tragico, realista e fuorviante, una condanna e un’accettazione. Una regia perfetta, un impiego di mezzi, comparse, attori e scenografie da colossal. L’ho visto due volte, ma credo che l’ho rivedrò tante altre volte ancora. E spero di cogliere sempre nuove sfumature. Una simbolica galleria di suggestioni visive di enorme impatto emotivo mescolate ad un ermetismo concettuale misterioso e affascinante che premio a pieni voti, un capolavoro del 1973, una pellicola che gronda sudore e produce sperma e merda, ma che fusi insieme producono oro, l’uomo è la pietra filosofale, questo film è prezioso come l’oro. Grazie ALEJANDRO.
La ragazza del bagno pubblico
Un film tenero e malinconico, drammatico e per certi versi sfuggente.
Una storia d’amore, una storia d’inquietudine adolescenziale, il tutto sullo sfondo di una Londra tetra e grigia.
Tutto questo è La ragazza del bagno pubblico, Deep end nella versione originale; Deep end, con riferimento alla piscina del bagno pubblico in cui è ambientata la storia che coinvolge due giovani, il quindicenne Michael e la ventenne Susan, caratterizzato anche e sopratutto condito da un finale di rara bellezza e intensità.
Diretto da Jerzy Skolimowski, regista attore e sceneggiatore polacco, esule da una Polonia ancora sotto la ferrea morsa del comunismo imposto dall’Urss, La ragazza del bagno pubblico è opera fondamentale nella filmografia del regista, forse la sua opera meglio riuscita.Un film che racconta quasi in maniera dimessa l’impossibile storia d’amore unilaterale di un adolescente strano, come tutti quelli della sua età se vogliamo.
Jane Asher

E di una ragazza più grande, disinibita, che lavora nel bagno pubblico in attesa di un futuro migliore.
Un incontro tra giovani, quindi ma tra giovani che hanno alle spalle due storie diverse;Michael si sta affacciando alla vita, Susan sa già cosa vuole.
Lei ha progettato il suo futuro costruito attorno al fidanzato, un giovane benestante che le potrà dare l’agiatezza che desidera.Intanto, però, si concede con estrema disinvoltura ogni genere di avventura.
Questo è il quadro iniziale attorno al quale ruota la vicenda dei due giovani,forse banale, ma in fondo sono banali le due esistenze analizzate, perchè banale è lo sfondo sul quale si stagliano le loro esperienze, squallido addirittura il teatro principale della vicenda, un bagno pubblico frequentato non dalla middle class, ma da un proletariato urbano uniforme e grigio.
Vediamo la trama del film e il suo svolgimento.

Michael è un quindicenne come tanti, che ha lasciato la scuola e trova lavoro in un bagno pubblico.
Qui è impegnata anche Susan, ragazza sessualmente disponibile, bella e totalmente disinibita.
E’ proprio Susan a dare dei consigli a Michael su come svolgere al meglio il proprio lavoro nell’intento di permettergli di raggranellare qualche mancia in più.
Ben presto Michael si rende conto di essere attratto dalla ragazza e si scopre geloso dei suoi numerosi amanti; ma Susan gioca a fare la ritrosa, forse perchè lui è davvero troppo giovane o forse più semplicemente perchè è nella sua natura giocare con i sentimenti.
Michael consuma lentamente un’ossessione tutta personale verso la ragazza; arriva a spiarla e a rubare una sua gigantografia con la quale fa il bagno nella piscina del posto in cui lavora.
Il quotidiano squallore del suo lavoro è anche testimoniato dalle avance di una donna ormai avanti negli anni, che cerca inutilmente di sedurre il giovane, che ormai non sogna altro che Susan.

Un giorno la ragazza smarrisce un anello nella neve e Michael, ingegnosamente, lo recupera sciogliendo la neve stessa in un bollitore.
Nel frattempo continua a seguire le spericolate e spregiudicate evoluzioni sentimentali/sessuali di Susan, che si concede anche ad un suo vecchio insegnante.
Ma il recupero dell’anello vale per Michael la ricompensa agognata; Susan gli si concede, salvo poi correre dal fidanzato quando questi la chiama.
Il giocattolo si è rotto e per Michael l’ossessione si è trasformata in gioia dapprima e in incubo in seguito.
Il finale, assolutamente drammatico, è dietro l’angolo….
Non c’è l’happy end, non c’è il “e vissero felici e contenti”, ma solo la realtà di un amore non corrisposto, quella di un’adolescenza interrotta bruscamente, quella di una vita spezzata da un destino cinico e baro.
Tutto il percorso del film, a partire dai primi turbamenti di Michael per finire con la stupenda sequenza in cui il ragazzo abbraccia il corpo di Susan, finisce per arrestarsi davanti a quella che sembra l’ineluttabilità del fato.
Non ci sarà un futuro “normale” per Michael, non ci sarà alcun futuro per Susan.

Una fotografia delicatissima, la voce di Cat Stevens, alcune sequenze da applausi; e un cast sopraffino.
Questi i punti forti del film, pur costruito su una vicenda all’apparenza banale; ma non è banale il malessere adolescenziale, così come non è banale, ma tristemente irresolubile, la dicotomia tra le aspirazioni e la routine quotidiana.
Skolimowski crea un’opera di rara bellezza, dosando con abilità le componenti fondamentali del film;affida il ruolo del giovane Michael all’attore inglese John Moulder-Brown, futuro interprete di tante fiction tv e ragazzino prodigio fin dal suo esordio a 5 anni nel film Death Over My Shoulder ).
Moulder Brown nel 1970 ha diciassette anni, ma è in quell’età in cui un adolescente è indecifrabile all’anagrafe;ad affiancarlo c’è l’affascinante Jane Asher, che interpreta Susan e che quando gira il film ha 24 anni, quindi è più che credibile nel suo personaggio, anche anagraficamente.

L’attrice inglese, vera icona della tv inglese, condivide con Moulder Brown la giovane età d’esordio sul set; lei ha sei anni quando viene scritturata per Mandy la piccola sordomuta (1952) e dopo questo film, che la rese ancor più famosa tornò ad occuparsi di serial tv, la sua vera passione.
Una coppia ben assortita quindi, che del resto monopolizza tutta la storia.
A margine invece è relegata la celebre Diana Dors, che nel film ricopre il ruolo della donna matura che tenta di sedurre il giovane Michael.
In sostanza,un film molto ma molto bello, uscito in un anno che definire strepitoso cinematograficamente dal punto di vista qualitativo è davvero riduttivo: basti pensare alla contemporanea uscita sugli schermi di prodotti come Zabriskie Point,Soldato blu, M.A.S.H.,Piccolo grande uomo,Cinque pezzi facili,Il conformista, I senza nome,Un uomo chiamato cavallo,Comma 22,Una squillo per l’ispettore Klute,I diavoli,Tristana… e potrei ancora continuare a lungo.
Un film anche molto raro da veder passare in tv e altrettanto raro da trovare in rete.Curiosamente su You Tube ci sono molti spezzoni del film, ma nessuna versione intera.

La ragazza del bagno pubblico
Un film di Jerzy Skolimowski. Con Jane Asher, Diana Dors, Karl Michael Vogler, John Moulder Brown Titolo originale Deep End. Drammatico, durata 88 min. – USA, Germania 1970
Jane Asher: Susan
John Moulder-Brown: Mike
Karl Michael Vogler: Istruttore
Christopher Sandford: Chris
Diana Dors: cliente
Louise Martini: prostituta
Erica Beer: cassiera
Anita Lochner: Kathy
Anne-Marie Kuster: receptionist del night club
Regia Jerzy Skolimowski
Sceneggiatura Jerzy Skolimowski, Jerzy Gruza, Boleslaw Sulik
Produttore Helmut Jedele
Produttore esecutivo Judd Bernard
Casa di produzione Maran Film, Kettledrum Films
Distribuzione (Italia) PEA
Fotografia Charly Steinberger
Montaggio Barrie Vince
Musiche Cat Stevens e The Can
Scenografia Anthony Pratt, Max Ott Jr.
Costumi Ursula Sensburg
Trucco Elke Müller
Di seguito, una recensione molto ben costruita da Alessandro Guatti presa dal sito http://www.mymovies.it
“Skolimowski sceglie di seguire l’evoluzione di un amore per affrontare il tema del passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dall’immaturità alla maturità. Ma in Mike, delicato quindicenne che lascia la scuola e accetta un lavoro di custode di bagni pubblici, questo amore non compie un percorso lineare, e il suo innamoramento per l’impossibile oggetto del desiderio rappresentato dalla collega molto più grande Susan, anziché pacificarsi e cristallizzarsi in una fantasia o in un sogno ad occhi aperti o ancora in una presa di coscienza della realtà, si trasforma in un’ossessione malata e indecifrabile anche per lo stesso protagonista, che si ritrova a compiere stranezze, violenze, atti incomprensibili. Non che l’oggetto della sua attenzione sia completamente equilibrato: Susan è una donna stanca di obbedire agli ordini degli uomini, che non vuole rientrare in alcuno schema sociale e che desidera scegliere la propria vita sessuale e sentimentale. Ella rappresenta dunque l’emblema della rivoluzione sessuale e della lotta femminista che pochi anni prima della realizzazione della pellicola ha investito l’Europa. Del resto, il fatto che Susan sia un’“icona” della sessualità è oggettivato nel film da quella sagoma che pubblicizza il locale di spogliarelli e che Mike si porta appresso, sia per toglierla agli occhi dei passanti (la “sua” Susan, così pura!), sia per confrontare la vera Susan con la sua immagine commercializzata, sia, ancora, per far sì che la stessa Susan (e con lei la donna in generale) si confronti con la propria rappresentazione mediatica. Deep end diventa così anche una riflessione sul ruolo sociale della donna – oltre alla madre, sono prostitute, spogliarelliste, donne insoddisfatte sessualmente e segretarie annoiate le figure femminili con cui Mike si trova ad interagire – e su come sta cambiando la sua immagine con l’avvento degli anni Settanta. La sagoma di Susan rappresenta per Mike anche l’unica possibilità realistica di consumare l’amore-ossessione (e quindi ha una rilevante valenza feticistica), almeno fino a quando Susan si lascia trasportare da un senso di riconoscenza e rende reale ciò che era destinato a rimanere irrealizzato. Il cortocircuito che ne segue è magnificamente reso dai vividi colori di una fotografia a metà tra lo psichedelico e il sanguigno (che rosso meraviglioso!), che rispecchia sia la confusione mentale della psicologia adolescenziale sia il senso di un malessere post-traumatico.”
Ancora una recensione, presa dal sito http://www.filmtv.it,scritta ottimamente dall’utente Angelina
Lasciata la scuola,il quindicenne Michael (John Moulder-Brown) trova impiego come inserviente in un fatiscente bagno pubblico londinese,frequentato da una clientela squallida e bizzarra.Sua collega di lavoro è la bella e conturbante Susan (Jane Asher),una ventenne dai modi spicci e disinibiti.
“Non ti troverai male qui…- gli dice spiegandogli le varie incombenze – Sicuramente prenderai molte più mance di me !” “Che vuoi dire?”
“Sai…le signore preferiscono i ragazzi carini ed educati come te.E anche certi signori…”
“Allora dovrò occuparmi delle signore?”
“Penso di si.Alcune ti daranno dieci scellini per niente,solo per aver acceso le loro fantasie.Assecondale un pò,non vogliono altro…Questo è un lavoro strano.”
La bellezza di Susan e le sue provocazioni accendono in Mike una passione,non ricambiata,intrisa di tenerezza,violenza e gelosia.Susan ha un fidanzato ,Chris, insignificante,ma ricco,che dovrebbe garantirle quella sicurezza economica che va cercando,ma non esita a concedersi,sotto gli occhi di Mike,al suo amante,ex professore di scuola,sposato e di mezza età.
Ben presto la passione di Michael,giovane e inesperto,e dolorosamente vulnerabile,si trasforma in ossessione e condurrà,inevitabilmente,ad un epilogo struggente e disperato.
Splendido dramma di iniziazione al sesso e all’amore di un fragile e problematico adolescente,secondo lungometraggio girato in Inghilterra dal trendaduenne regista,sceneggiatore e attore polacco Jerzy Skolimowski,dopo”Le avventure di Gerard” (1970) e prima di “L’Australiano” (1978),che aveva collaborato come sceneggiatore con Andrzej Wajda ( “Ingenui perversi” ,1960 ) e con Roman Polanski ( “Il coltello nell’acqua” ,1962 ), da cui riprende alcune atmosfere intrise di ossessione e desiderio,mutuate però dalla lezione del Free Cinema Inglese.
Percorso da un erotismo torbido e insieme malinconico,”Deep End” evoca ,attraverso la bellissima fotografia di Charly Steinberger,che predilige i colori primari,in particolare il rosso,”come ricorrrente presagio funesto”,il lato oscuro della “Swinging London”,quegli squallidi interni dove si consuma la passione di Michael,in fragile equilibrio tra esaltazione e tormento.
Sequenze indimenticabili.La fuga di Michael,dopo aver rubato la silhouette cartonata di Susan,che ha scoperto davanti ad un locale notturno e il bagno in piscina,stretto a quell’immagine,il tentativo di sciogliere in un bollitore la neve dove si è perso il piccolo diamante che Chris ha regalato a Susan,come anello di fidanzamento,il cammeo di Diana Dors , sex symbol degli anni ’50,sfatta e vogliosa cliente alle prese con un timido e riluttante adolescente.
Infine lo splendido finale,di crudele e struggente bellezza,accompagnato dalla magnifica canzone di Cat Stevens “But I Might Die Tonight “.
Scritto in collaborazione con Jerzy Gruza e Boleslaw Sulik,Skolimowski conduce con mano sicura e autoriale questa delicata e toccante storia d’amore,in sottile equilibrio tra ironia e commozione,tra istinto e tenerezza,tra desiderio e ossessione.











































































































































































































































































































































































































































