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Un apprezzato professionista di sicuro avvenire

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Un flashback iniziale: l’avvocato Vincenzo Artuni sta per andare a letto, dove lo attende la moglie Lucetta. In lontananza si ode il suono di una sirena e Vincenzo sembra scosso dalla cosa.
La scena cambia e ci troviamo all’interno di una chiesa, sul pavimento della quale giace il corpo di don Marco, giovane parroco della chiesa stessa. Accanto a lui la cassetta delle elemosina, derubata del suo contenuto.
La storia prosegue in presa diretta alternando flashback al presente; Vincenzo è un giovane professionista molto ambizioso, che ha sposato la bella e ricca figlia di uno speculatore edile.
Il giorno delle nozze, durante il quale il suocero ha fatto sfoggio di ricchezza in modo molto cafone, Vincenzo si appresta a consumare le nozze con Lucetta.

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Vincenzo e Lucetta, Lino Capolicchio e Femi Benussi

Ma l’uomo sembra avere evidenti problemi con il sesso.
Dopo due lunghi anni di matrimonio, durante i quali Vincenzo ha fatto strada, non è ancora arrivato il tanto sospirato erede, così l’avvocato si ritrova a dover rendere conto della cosa al suocero, che invece aspetta solo l’arrivo di un bebè.
Alle strette, Vincenzo decide di rivolgersi all’amico Don Marco, il quale, vincolato dalla tonaca, non potrà mai raccontare quello che ha appreso dall’amico. Il quale, però, gli chiede qualcosa che va oltre sia l’amicizia sia i doveri che Don Marco ha verso la sua fede, ovvero di mettere incinta Lucetta.

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Dopo un drammatico colloquio tra i due, Don Marco rompe gli indugi e accetta di avere rapporti con la stessa Lucetta, previa somministrazione di un narcotico che impedisca alla donna di vedere chi sarà il padre del bambino.
Così avviene, ma le cose sono destinate a prendere una strada tragica.
Don Marco, scoperti i piaceri della carne, entra in una profonda crisi di vocazione e decide di lasciare la tonaca, cosa che getta nello sconforto Vincenzo, che teme che un giorno Marco possa vantare diritti sul nascituro o peggio raccontare la storia come in realtà si è svolta.

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Durante un drammatico faccia a faccia in chiesa, Vincenzo colpisce con un candeliere l’amico, uccidendolo sul colpo.
Dopo di che, simulando una rapina, si allontana dalla scena del crimine.
Vincenzo poi ha un colpo di fortuna:un disoccupato, Nicola Parrella, lo sequestra mentre è in un autobus e lo trascina nella sua baracca, sperando che il gesto possa sollecitare le autorità ad un atto che risolva i suoi problemi.
L’avvocato decide così di seminare indizi a carico del  Parrella; arriva anche a gettare l’arma del delitto nel canale vicino la baracca nella quale l’uomo vive con la moglie e i suoi due figli.
Ma commette un errore, perchè inavvertitamente perde un fazzoletto insanguinato con le sue iniziali.
Nicola Parrella però non è uno stupido, tutt’altro: riesce a rendersi conto di come si siano svolti realmente i fatti e ottiene un colloquio sull’impalcatura di una casa in costruzione.

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Nicola propone a Vincenzo uno scambio; lui si assumerà la responsabilità dell’omicidio e in cambio l’avvocato assicurerà un futuro dignitoso alla sua famiglia.
Vincenzo accetta e Nicola finisce in galera, pagando per un delitto che non ha commesso.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, datato 1971, è l’ultimo film( il 13°) diretto da Giuseppe De Santis, il regista dei celebri Ossessione e Riso amaro ed arriva a sette anni di distanza da Italiani brava gente.
E’ un buon film, un giallo con forti connotazioni sociali, ma anche sfortunato perchè non incontrò un gran successo di pubblico, cosa che costrinse il regista laziale ad abbandonare i set cinematografici.
Eppure il film non è affatto malvagio, anche se risente di una sceneggiatura alle volte confusa e farraginosa.
Fatali, a mio giudizio, sono due componenti del film che non vennero apprezzati: l’uso del flashback, che porta avanti e indietro la storia creando anche parecchia confusione e la recitazione oltre le righe di Lino Capolicchio.
Due elementi determinanti a ben vedere; i momenti in cui Vincenzo ricorda gli episodi così come sono avvenuti sono corredati da una recitazione che porta Capolicchio a usare troppa energia nel tratteggiare il personaggio di Vincenzo, con il risultato di rendere tutto troppo artefatto.

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La drammatica sequenza del rapporto tra don Mario e una Lucetta inconsapevole

A contro bilanciare l’eccesso di zelo di Capolicchio c’è la recitazione misurata di Riccardo Cucciolla, che interpreta Nicola Parrella, l’emigrato meridionale con un gran cervello ma con ben poca fortuna.
Cucciolla, barese di nascita, usa fluidamente il dialetto pugliese riuscendo quindi a dare il massimo della credibilità al suo personaggio.
Bene anche Femi Benussi, che però ha oggettivamente un problema, quello cioè di essere terribilmente sexy e anche un tantino inadatta al ruolo della moglie ingenua “che non ha mai visto un uomo nudo”, come racconta il personaggio Lucetta durante uno dei primi incontri con Vincenzo.
La Benussi però avrebbe benissimo fatto dannare un santo, per cui è comprensibile la sua scelta quando la storia arriva nel suo punto culmine, il momento in cui Don Marco salta il fosso e si congiunge carnalmente con la moglie dell’amico, arrivando poi alla decisione fatale di abbandonare la tonaca dopo la scoperta della bellezza di quell’atto d’amore, pur consumato senza la collaborazione della donna.

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Massimo Serato

Se il film affronta marginalmente il problema dell’integrazione dei lavoratori del sud, affidando a Cucciolla/Nicola Parrella il compito di illustrare amaramente gli aspetti dell’emigrazione, lo si deve alla decisione del regista di mostrare la carriera, per certi versi sgradevole, di Vincenzo, un uomo senza grossi scrupoli, che per la carriera e per i soldi non esita a compiere una serie di misfatti che lo degraderanno moralmente sempre più.
Fino alla decisione finale di mandare in carcere un innocente pur di salvaguardare la propria onorabilità e la propria posizione, già ampiamente compromessa dal dubbio legame con il suocero, palazzinaro un tantino mafioso e dagli oscuri interessi.
Un film in chiaro scuro, ma con una sua drammaticità ben esaltata dalla fotografia di Carlo Carlini; curiosa la scelta di utilizzare la Carmina Burana di Orff nelle sequenze iniziali, che, unite al crepuscolo, danno un’idea abbastanza originale di un dramma che sta per compiersi. Tuttavia molto meglio la versione orchestrale che venne utilizzata dieci anni dopo nell’Excalibur di Boorman.

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Riccardo Cucciolla

Tra gli attori vanno segnalate vecchie glorie del cinema anni 40 e 50 come Yvonne Sanson, Andrea Checchi e Massimo Serato, protagonisti della stagione del cinema dei telefoni bianchi; bene inoltre un intenso Robert Hoffman nel ruolo di Don Marco.
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire,un film di Giuseppe De Santis. Con Femi Benussi, Yvonne Sanson, Andrea Checchi, Robert Hoffman, Riccardo Cucciolla,Ivo Garrani, Lino Capolicchio, Nino Vingelli, Massimo Serato, Vittorio Duse, Sergio Serafini, Lina Alberti, Enrico Papa, Luisa De Santis
Drammatico, durata 129 min. – Italia 1972.

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Giuseppe De Santis

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Lino Capolicchio – Vincenzo Arduni
Femi Benussi – Lucetta
Riccardo Cucciolla – Nicola Perella
Robert Hoffmann – Don Marco
Andrea Checchi – Padre di Vincenzo
Ivo Garrani – Padre di Lucetta
Yvonne Sanson     – Madre di Lucetta
Nino Vingelli – Maresciallo
Pietro Zardini – Giacomo il sacrestano
Massimo Serato – Il cardinale
Vittorio Duse – Padre di Don Marco
Luisa De Santis – Moglie di Nicola

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Regia     Giuseppe De Santis
Soggetto     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Sceneggiatura     Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni
Fotografia     Carlo Carlini
Montaggio     Adriano Tagliavia
Musiche     Maurizio Vandelli
Scenografia     Giuseppe Selmo, Enrico Checchi

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Alcuni snodi che definire romanzeschi è usare un eufemismo comprimono il livello della trama e, di conseguenza, del film, che resta però interessante in molte sue componenti, a partire da ambientazioni azzeccate e dalla scelta dei Carmina Burana come accompagnamento musicale. I personaggi principali sono tutti un po’ sopra le righe (ad eccezione di Hoffman, che è fin troppo composto), per cui la palma va alla splendida compostezza del grande Andrea Checchi. Medio, ma con un suo specifico perché: l’amore per i film italiani degli Anni Settanta.

Un avvocato (Lino Capolicchio), coniugato con donna benestante (Femi Benussi), non riesce a dare corso al rapporto intimo e per avere un figlio ricorre all’aiuto d’un prete. Ma quando quest’ultimo vuole abbandonare la veste, l’impotente lo uccide e tenta di invischiare, nel delitto, uno straccione innocente (Riccardo Cucciolla). Discreta prova (l’ultima purtroppo) di regia per Giuseppe De Santis che realizza un film decadente, tragico e dalle atmosfere talvolta deprimenti. Ottimo l’apporto dato da un cast convincente e calato nella parte.

Avvocato rampante uccide un prete, il suo migliore amico, e tenta di addossare la colpa a un poveraccio. Ma… Singolarissimo finale di carriera per il vecchio De Santis (curiosamente accreditato come “direttore artistico”), con un film giocato su più registri, dal grottesco al giallo al cinema di denuncia, e costruito su un complesso meccanismo di flashback a incastro. Magari poco verosimile, ma certamente audace, non stupisce che sia praticamente scomparso. Attori ben in parte, Capolicchio di rara laidezza (e sì che… ). Da vedere.

I continui rimbalzi tra presente e passato allacciano spunti delle pregresse esperienze neorealiste di De Santis – le miserie proletarie di Cucciolla – alle nuove tendenze del cinema dei primi Settanta, incline sia al discorso politico-civile-giudiziario su esempio di Petri  che a quello sessuale nelle sue componenti esibizionistiche (le rigogliose nudità della Benussi), patologiche (l’impotenza di Capolicchio) e religiose (i dubbi di Hoffmann): l’esito è torbido e disarmonico, ma non privo di ambizione e fascino. Nella scena del battesimo, apparizione lampo della polselliana Stefania Fassio.

Non mi è piaciuto per niente. Attori orrendi (salvo solo Cucciolla), in particolare Capolicchio qui è a livelli di rara incapacità, trama banale e dialoghi da far accapponare la pelle (la seduta comunale quando discutono degli alberi sembra un litigio da osteria…).

Scoprire di essere impotenti ed aver paura di perdere tutto, oltre la propria dignità, anche la posizione sociale acquisita con un matrimonio “alto” e cercare di far tutto per evitare che questo accada. Capolicchio, perfetto nel suo ruolo in grado di cogliere e trasmettere le sfaccettature del suo personaggio, in una trama romanzata in cui anche un prete viene descritto (antisegnanamente per i tempi) con le debolezze di un uomo. Il tessuto ideologico della pellicola è forte e inusuale per i tempi in cui è stato realizzato. Da vedere.

Può una trama degna di un fotoromanzo assurgere al livello di atto d’accusa nei confronti della morale cattolica borghese? Sì, se sviluppata con estro talmente visionario e grottesco da sembrare ambientata ai tempi del Fascismo pur senza esserlo! L’ultimo film di un regista da cui non ti aspetteresti niente del genere. Ha ragione chi vi ha visto un parallelo con Petri. La vena allucinata della riuscita struttura a flashback è ben valorizzata dalla colonna sonora psichedelica di Maurizio Vandelli (all’epoca ancora nelle fila dell’Equipe 84).

Film interessante, racconta la storia di un giovane avvocato di umili origini, che sposa la bella figlia di un costruttore molto “introdotto” e sfrutta la posizione sociale del suocero per fare carriera, professionale e politica. La sua vita sarebbe perfetta, se non si mettesse in mezzo la morte del suo migliore amico sacerdote… L’intreccio tra denuncia del malcostume politico e sociale, morbosità coniugali e segreti familiari è sviluppato in modo originale, anche se alcuni passaggi risultano un po’ forzati. Capolicchio è quasi apprezzabile.

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novembre 9, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | 1 commento

Le regine dei sogni anni 70 oggi

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Nei vari forum o siti che si occupano di cinema capita spesso di imbattersi in domande del tipo “ma che fine ha fatto quell’attrice? ” oppure “ma oggi com’è diventata? ” .
Curiosità legittima specie quando l’attrice, la starlette o la semplice meteora è scomparsa nel nulla, ritirandosi a vita privata o cambiando completamente lavoro.
Paradossalmente di alcune di esse che occupavano le prime pagine dei giornali specializzati o di quelli scandalistici, non solo non si hanno più notizie, ma mancano anche documentazioni fotografiche recenti.
Che fine ha fatto Anita Strinberg, la bellezza nordica dagli occhi di ghiaccio, com’è diventata? Cosa fanno Marilu Tolo, Femi Benussi e Leonora Fani, Lara Wendel e Susan Scott?
Nonostante le mie lunghe ricerche in rete, alcune di loro sembrano davvero essere scomparse nel nulla.
Mancano non solo notizie biografiche, ma anche foto recenti.
Sembrerebbe che alcune abbiano volutamente staccato la spina, quasi che il cinema fosse stato, per loro, solo un passaggio, una tappa; incuranti della curiosità dei loro fans, vivono esistenze lontanissime dai riflettori.
C’è chi come Marco Giusti è riuscito a contattare alcune di loro, riproponendo nella trasmissione Stracult il loro passato cinematografico, con preziose testimonianze su un mondo ormai quasi completamente dimenticato, quello che si muoveva dietro le quinte del tanto celebrato cinema italiano degli anni settanta. Opera meritoria e lodevole, perchè ha fatto riemergere dalle nebbie del passato splendide attrici come Susan Scott o starlette come Rita Calderoni, ottime comprimarie come Gabriella Giorgelli….
E ci sono anche riviste come Nocturno che negli ultimi 10 anni hanno contribuito a far conoscere alle nuove generazioni tutta una serie di attori e attrici ormai confinate nel limbo, riroponendo il tesoro composto da centinaia di film completamente dimenticati.
Questa prima parte di questa galleria è dedicata ad alcune splendide protagoniste di quel cinema: alcune di loro mostrano gli inclementi segni del tempo, altre si sono trasformate in mature e affascinanti signore.
Tutte però conservano quel fascino che ha incantato intere generazioni, che ci ha fatto sognare, commuovere divertire.
Se qualche lettore avesse foto recenti, notizie di alcune attrici di cui da tempo non si parla più, può contattarmi o tramite gli appositi commenti in fondo alla pagina o tramite mail.
Sarà mia premura aggiornare immediatamente questa galleria, che prossimamente avrà una seconda parte.

Orchidea De Santis

Questa galleria non può non partire da una delle più belle e affascinanti star degli anni settanta, ancora oggi donna dal gran fascino: Orchidea De Santis

Edwige Fenech

La regina del film sexy anni settanta, ancor oggi donna bellissima: Edwige Fenech

Dagmar Lassander

Era una delle più simpatiche e sexy star, interprete di film come Femina ridens: Dagmar Regine Hader, in arte Dagmar Lassander

Susan Scott

Un personale mito, forse la più affascinante in assoluto: Nieves Navarro, conosciuta in Italia come Susan Scott

Olga Bisera

Non conosciutissima, ma interprete di diversi film di genere: Olga Bisera

Senta Berger

Divenne famosissima da noi con Operazione San Gennaro e in seguito con Quando le donne avevano la coda:    Senta Berger

Ely Galleani

Era l’interprete di 5 bambole per la luna d’agosto e di tanti altri film; è rimasta una gran bella signora Ely Galleani

Carmen Villani

Cantante di buon successo, passata poi alla commedia sexy all’italiana, interprete di film come La supplente, Ecco lingua d’argento: ultima a destra, Carmen Villani

Barbara Bouchet

Un’altra interprete molto famosa nel decennio settanta; la bionda e ancor oggi affascinante Barbara Bouchet

Beba Loncar

Esordì come fotomodella e poi come attrice di fotoromanzi; ha lavorato in film western, in commedie sexy e in thriller. Beba Loncar

Zeudi Araya

Sempre bellissima, affascinante, La ragazza dalla pelle di luna, oggi produttrice di successo: Zeudi Araya

Attrice molto brava e preparata, indimenticabile protagonista nel film Novecento di Bertolucci:                     Stefania Casini

Agostina Belli

Il fascino e la bellezza intramontabile di una delle più brave attrici del cinema italiano, interprete di film come Profumo di donna: Agostina Belli

Janet Agren

Attrice versatile, ha interpretato film di diverso genere, come thriller, western, gialli e alcune commedie sexy: Janet Agren

Martine Brochard

Sempre invidiabilmente giovane, Martine Brochard

Carrol Baker

Una delle attrici americane più attive in Italia: Carroll Baker

Gloria Guida

L’altra reginetta del cinema sexy italiano, Gloria Guida

Gabriella Giorgelli

La reginetta dei decamerotici, Gabriella Giorgelli

Erika Blanc

Un altro personale mito, l’affascinante Erika Blanc

Rosalba Neri

Una delle attrici più versatili in assoluto, Rosalba Neri

Annamaria Rizzoli

La reginetta della commedia sexy balneare, Annamaria Rizzoli

Rita Calderoni

Riemersa dopo un lunghissimo silenzio, Rita Calderoni









novembre 5, 2010 Posted by | Miscellanea | , , , , , , , , , , | 8 commenti

Hardcore

Hardcore locandina

La vicenda è ambientata nel Michigan.
In una piccola comunità in cui tutti si conoscono, retta da un perbenismo non solo di facciata ma elevato a sistema sociale, vive l’imprenditore Jake Van Dorn con la figlia adolescente Kristen.
La piccola comunità ha un senso religioso molto profondo, e infatti vediamo sin dall’inizio i vari componenti partecipare a funzioni religiose e a pranzi in comune.
La giovane Kristen non sembra avere particolari problemi così suo padre, quando la ragazza deve partire per un incontro religioso in California, non si oppone.
Ma dopo la partenza, Kristen smette di dare sue notizie e ben presto suo padre inizia ad allarmarsi.
Jake inizia quindi le sue ricerche, senza però approdare a nulla.

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Così, convinto anche da suo cognato assume Andy Mast, uno scafato investigatore privato per trovare sua figlia.
Dopo alcuni giorni Jake riceve una telefonata di Andy, che lo convoca a Los Angeles;  l’uomo ha trovato tracce della ragazza.
Andy porta Jake in una saletta dove si proiettano film a luci rosse e dopo averne vinto le resistenze iniziali, proietta un film in super 8 nel quale la giovane Kristen è protagonista di un rapporto sessuale con due uomini.
Lo choc per Jake è fortissimo; decide quindi di mettersi alla ricerca della ragazza aiutato da Andy, ma ben presto scoppia un profondo diverbio tra i due.

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Andy infatti ha i suoi metodi di investigazione e al puritano Jake la cosa non và giù.
Così Van Dorn si trasferisce in California di persona e inizia una lunga ricerca in un mondo squallido, quello composto da tutto il mercato del sesso, che lo porterà a scoprire la degradazione dell’essere umano attraverso il mercimonio dei corpi, della dignità stessa di coloro che ne fanno parte.
Dopo alcune vicende, Jake conosce la giovane prostituta Niki, che in qualche modo riesce ad aiutarlo nelle ricerche.
Jake, che si è finto un produttore di film a luci rosse, alla fine riesce a trovare la giovane Kristen, che non è stata rapita come l’uomo credeva, ma che si è allontanata dal padre stanca del suo bigottismo, del rapporto troppo freddo che esisteva tra i due e sopratutto perchè priva di una propria identità personale.
Nel drammatico finale, dopo un colloquio chiarificatore con sua figlia durante il quale l’uomo ammette i suoi sbagli, i due vanno via assieme.

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Ma Jake farebbe una brutta fine non fosse per Andy, che nonostante non sia più alle dipendenze di Jake, lo segue salvandogli la vita  uccidendo un losco pappone che gestiva la vita di Kristen e di altre sfortunate ragazze.
Hardcore, diretto nel 1978 da Paul Schrader, è un’avvincente film in stile quasi documentaristico.
La vicenda di Jake e di sua figlia Kristen infatti ben presto diventano quasi un pretesto per mostrare lo squallido sottobosco del mondo del porno, del mercato del sesso in tutte le sue numerose manifestazioni.

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Il viaggio che fa  Jake Van Dorn, un’anima quasi candida in un mondo in cui la perversione morale fa da sfondo alla mercificazione del corpo, al baratto di qualsiasi tipo di dignità per un piccolo mucchio di dollari, è un viaggio diretto verso l’inferno.
Un inferno popolato da giovani allettate dai guadagni facili, da ragazzi che si vendono per pochi soldi, da ragazze costrette a mostrarsi nude e in posizioni sconce all’interno di piccolo locali mal illuminati, nei quali i voyeur di turno infilano gettoni per far assumere alle ragazze all’interno posizioni erotiche particolari.
Hardcore è anche una galleria di volti, di locali, di miseria.

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Lo stesso Andy, lo scaltro investigatore che Jake assume, approfitta senza scrupolo delle ragazze che contatta alla ricerca di Kristen, entrando a far parte anche lui di quel miserabile mondo che ruota attorno al mondo della prostituzione.
Si, perchè in realtà proprio di prostituzione si tratta.
La vendita del corpo non avviene solo nel contatto diretto tra chi vende il proprio corpo e chi lo affitta ma anche tra chi assiste alla proiezione di un film porno e la pellicola stessa, perchè dietro quel film porno c’è un mondo privo di scrupoli e di una morale di riferimento, in cui la dignità della persona viene totalmente cancellata, in cui solo il corpo diventa protagonista.
Un qualcosa da vendere, da affittare.
Memorabile la scena in cui Jake, sempre alla ricerca di Kristen, è costretto ad assistere ad uno snuff-movie, uno di quei film in cui la donna protagonista viene seviziata e poi uccisa, il tutto sotto l’occhio freddo di una telecamera.
Jake, che rappresenta il cittadino qualunque, quello che vive e lavora in un’esistenza forse grigia, ma dignitosa, è di fatto una figura estremizzata volutamente da Schrader.

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Che preferisce un’anima totalmente candida, rinchiusa in un mondo che ignora totalmente le insidie e i pericoli della vita al di fuori della propria comunità.
Un mondo puritano che arriva a scontrarsi frontalmente con una realtà fatta di squallore ad un livello assolutamente inimagginabile per chi vive protetto nel proprio mondo fatto di cose semplici, di valori condivisi come la famiglia, le riunioni durante le feste, le preghiere.
Un mondo bigotto, sicuramente, ma dai fortissimi valori morali.
Il viaggio all’inferno di Jake si conclude positivamente, ed è questo il messaggio del film.
Si può uscire dall’inferno, ma per una ragazza strappata al quotidiano degrado morale ce ne sono tante che consumano la loro vita e la bruciano dietro il miraggio del denaro facile.
Come Niki, la giovane prostituta che si illuderà di poter uscire da quel tunnel quando conoscerà Jake; un’illusione, davvero, perchè lei è ormai fuori dal mondo “civile” e Jake è un universo totalmente alieno per lei.
Davvero un bel film, quindi, aiutato anche dalla maiuscola prova di George C. Scott, che sembra essere nato per intepretare l’uomo della middle class immerso all’improvviso in una realtà assolutamente sconosciuta, inimmaginabile.
Scott quindi si muove per tutto il film con un’aria smarrita assolutamente consona al personaggio che interpreta; bene anche Peter Boyle nel ruolo di Andy, il navigato e opportunista investigatore privato.
Il ruolo marginale in assoluto lo interpreta Ilah Davis, ovvero quello di Kristen.
La ragazza è una meta, che sembra irragiungibile e come tale rimane nell’ombra fino alla fine, quando ha anch’essa il suo momento di gloria nel corso del drammatico colloquio con il padre.
Il ruolo lo interpreta bene così come brava è Season Hubley, la giovane prostituta Niki.
Un film davvero interessante, dalle tematiche forti.
Tutto il viaggio nel perverso e osceno mondo dell’hardcore, del sesso, è illustrato senza alcuna malizia. Sono davvero poche le scene di nudo, perchè il tutto è lasciato all’immaginazione dello spettatore.

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Hardcore, un film di Paul Schrader, con George C. Scott, Peter Boyle, Season Hubley, Dick Sargent,Leonard Gaines, Dave Nichols,  Gary Graham,Larry Block, Ilah Davis. Drammatico, Usa 1978

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George C. Scott: Jake Van Dorn
Peter Boyle: Andy Mast
Season Hubley: Niki
Dick Sargent: Wes DeJong
Leonard Gaines: Ramada
Dave Nichols: Kurt
Gary Graham: Tod
Larry Block: Det. Burrows
Marc Alamo: Ratan
Ilah Davis: Kristen Van Dorn

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Regia     Paul Schrader
Soggetto     Paul Schrader
Sceneggiatura     Paul Schrader
Fotografia     Michael Chapman
Montaggio     Tom Rolf
Musiche     Jack Nitzsche
Scenografia     Paul Sylbert

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“Cosa succede se un rispettabile padre di famiglia è costretto per motivi familiari a confrontarsi con il sordido mondo del cinema pornografico? A questa domanda risponde il film di Paul Schrader, in cui si rappresenta una vera e propria discesa agli inferi del protagonista. Ma in tutto il film la contrapposizione tra moralità e depravazione permea la vicenda, inserita peraltro in un’efficace contesto ambientale.

Dramma a “forti tinte” al quale – in seguito – parecchie altre pellicole faranno riferimento (in maniera più o meno velata). Il regista di Taxi Driver (altro titolo indimenticabile) prima di rimanere coinvolto in blandi remake di horror psicologici (Il Bacio della Pantera, 1982 e Exorcist: The Beginning, 2005) ha girato film estremamente interessanti, avvalendosi – come in tal caso – d’attori di classe (George C. Scott) in grado di conferire (umana) sofferenza ai personaggi, spaventosamente simili ai nostri vicini di casa…

Forse il miglior lavoro di Paul Schrader, autore di tormentata religiosità, questa discesa agli inferi di uno straordinario, intensissimo George C. Scott è un film che non si dimentica. Nel suo crescendo (o meglio, sprofondando) in atmosfere di sempre maggior squallore, solitudine, disperazione, ben rese dalla fotografia aderente, non centra forse tutti i bersagli prefissati, ma scuote, disturba, interroga.

A partire da un certo momento della storia, la pellicola sembra essere una sorta di Taxy driver in tono minore e, fatte le dovute proporzioni, l’efficacia nel descrivere una società malata che affoga nel vizio e nella perversione è molto simile. Otima la regia di Schroeder così come pure buona la sceneggiatura. Bravo come sempre ma soprattutto credibilissimo George C. Scott nell’incarnare un padre che scopre gradualmente e sempre più inorridito la spirale perversa di cui la figlia è caduta vittima. Da riscoprire e rivalutare.

Decisamente un bel film. Ottimo il contrasto tra l’atmosfera invernale e rassicurante della prima mezz’ora e il clima morboso (alla Taxi driver, anch’esso sceneggiato da Schrader) che si respira nel resto del film. La storia è intensa e appassionante, peccato solo per il finale non all’altezza. Ottimo il personaggio di Van Dorn, perfettamente impersonato da un bravissimo George C. Scott che offre una recitazione alla stesso tempo intensa e misurata. Buono anche il resto del cast. Abbastanza efficace la colonna sonora. Consigliatissimo.

Per raccogliere un fiore caduto nel fango, bisogna sporcarsi le mani. Jake, padre di famiglia, onesto nel suo rigore integralista, deve confrontarsi non tanto con il male, quanto con l’ambiguità di un certo mondo, o del mondo in genere, tanto più grande della sua cittadina del Michigan. In una California luminosa e feroce, nell’underground del porno, Jake si scopre sia vincitore che sconfitto quando si volta ancora a guardarli, tutti gli altri fiori nel fango. Film molto datato ma ancora suggestivo, peccato per il finale affrettato e forzato.

Un film che affronta il problema degli adolescenti che, per una sorta di ribellione (in questo caso dovuta alle abitudini religiose, calviniste per la precisione) sono portati a compiere scelte estreme. La pellicola rende alla perfezione, grazie alla bravura degli attori, l’idea del genitore prostrato davanti alla piega degli eventi ma con una voglia di chiarezza e riscatto che George C. Scott trasmette magistralmente. Tutto fa riflettere sull’educazione trasmessa ai figli e le conseguenze negative che possono derivarne sotto forma di “sorprese”.”

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novembre 3, 2010 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Io Emmanuelle

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“Acquistate tre saponette per cento lire”
E’ lo slogan che ascolta una bellissima e annoiatissima donna da una radio che le ronza affianco, mentre dorme completamente nuda coperta solo da un lenzuolo verde.
Si vede anche sul balcone del suo elegante appartamento mentre giace sull’asfalto, coperta anche li dal lenzuolo verde.
Inizia così Io Emmanuelle, con dialoghi scarni , anzi, monologhi irritanti, di Ginette, amica di Emmanuelle, la protagonista annoiata. Proviamo a descrivere il film in presa diretta, da spettatore che fa la radiocronaca scritta (un non sense, lo so) di quello che scorre sotto i suoi occhi.

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La splendida Erika Blanc

La donna gira nervosamente la manopola di sintonizzazione della radio, che trasmette, con monotonia, la notizia di un bonzo che si è dato alle fiamme, le ultime dal Vietnam, dove infuria la guerra, mentre ossessivamente una voce ripete lo slogan delle tre saponette.
La macchina da presa indugia sugli splendidi occhi di Emmanuelle (Erika Blanc), sul corpo, la segue mentre nuda sale una scala (senza ovviamente inquadrarla mai per intero, siamo nel 1969).
Sono passati circa 10 minuti dall’inizio del film, e un senso di noia mortale sembra pervadere già lo spettatore.
Ed è solo il prologo, perchè la sensazione si trasformerà ben presto in una certezza assoluta.
Altri 5 minuti in cui seguiamo la protagonista andare a spasso per la città, e finalmente dopo 18 minuti! di film ascoltiamo la sua voce dire:”Mio caro cretino professore,ascoltami: sono stufa di sapere che ho bisogno di te”.
Il che è una liberazione, perchè la terribile sensazione di aver perso il senso dell’udito si sta accompagnando a quella più grave di vivere un incubo.

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Mentre la solita voce fuori campo continua a proporre le maledette “tre saponette”, Emmanuelle si reca a trovare un tizio, che la accoglie come una vecchia amica.
E’ un logorroico e snob signore di mezz’età, che però resta senza parole quando Emmanuelle gli dice, brutalmente “Ti prego, fammi fare l’amore”
Ora, qualsiasi essere normale che si senta chiedere da un pezzo di donna come la Blanc una cosa del genere come minimo avrebbe dapprima una sincope, e in seguito si lancerebbe lancia in resta (scusate la similitudine da trivio); difatti l’uomo, dopo l’iniziale imbarazzo e dopo un “non ti credo”, impalma in senso biblico la donna, che comunque non sembra apprezzare più di tanto.

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Difatti prima di andar via Emmanuelle brucia alcune pagine del libro che l’uomo stava scrivendo, segno inequivocabile che il rapporto è stato scadente.
Dopo di che la insoddisfatta Emmanuelle si reca da un altro amico, un venditore di reggiseni alle prese con una cliente elefantiaca e incontentabile;anche in questo caso, la donna ha un rapporto veloce e inconcludente.
Uscita dall’atelier dell’amico, Emmanuelle sale sulla moto di un giovane cappellone, che si rivelerà essere una specie di hippy pazzoide e cannato all’ennesima potenza;dopo aver fumato un maxi spinello, la donna fugge ancora.
Incontrerà poi un maturo signore in cerca di avventure,una lesbica con la quale avrà un muto scambio di segnali e un incontro ravvicinato in un cesso con tanto di rifiuto da parte della nostra eroina,un giornalista preoccupato più della madonnina che porta al collo che dall’atto sessuale con la sua compagna, nuovamente il cappellone hippy….
Insomma, un tour de force erotico che la lascerà ancor più annoiata di prima.

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Io Emmanuelle, diretto da Cesare Canevari nel 1969 è un film mortalmente noioso; non fosse per la splendida protagonista, Erika Blanc, sarebbe da piantare in asso dopo venti minuti di visione.
A parte la raffinata fotografia, si salva pochissimo o niente; la trama in pratica è inesistente o quasi, giocata tutta sull’insoddisfazione della protagonista, una donna che cerca nel sesso un appiglio ad una vita che le appare vuota.
Il che verrà replicato all’infinito negli anni successivi, quando l’erotismo diverrà fatalmente valvola di sfogo, modo per realizzarsi,soddisfazione di istinti primari al confine con la bestialità per passare a fonte di vita o oggetto proibito e via dicendo.
Canevari ha l’unico merito di aver anticipato i tempi proponendo un soggetto molto scabroso per l’epoca.
Siamo a fine anni sessanta, non dimentichiamolo, e le forbici della censura agivano con una forza e una velocità degne di miglior causa.
Ma resta l’unico merito del regista, che tenta inutilmente di abbellire il quadro donandogli una patina di intellettualismo che alla fine riesce solo a indispettire lo spettatore.

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Sprecato oltre ogni ragionevole necessità il cast, che include la citata Blanc, che fa il suo con inappuntabile professionalità, la Sannoner, validissima attrice di teatro finita per chissà quale motivo in questa pochade, Adolfo Celi e Paolo Ferrari, entrambi attori di indiscusso pregio che mostrano tutta la loro perplessità per un soggetto in cui evidentemente non credevano mantenendo il minimo sindacale della recitazione.
Un film davvero brutto, quindi, appesantito da situazioni surreali o tragicomiche, come il momento di intimità di Emmanuelle con Sandri in cui quest’ultimo è preoccupato più che dal rapporto con la splendida donna che ha nel letto dall’aver smarrito una catenina.
Il livello è quindi questo, e quello che da più fastidio è la pretenziosità con cui il film cerca di prendersi sul serio.
Il tema sonoro centrale è di Mina,ed anche questo era evitabilissimo.

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Io Emmanuelle, un film di Cesare Canevari. Con Erika Blanc, Adolfo Celi, Paolo Ferrari, Milla Sannoner, Sandro Luporini, Lia Rho Barbieri
Drammatico, durata 96 min. – Italia 1969.

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Io Emmanuelle banner protagonisti

Erika Blanc – Emmanuelle
Adolfo Celi – Sandri
Paolo Ferrari – Raffaello
Sandro Korso – Il capellone
Lia Rho-Barbieri – Anita
Ben Salvador – Phil
Milla Sannoner – Ginette

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Regia: Cesare Canevari
Soggetto: Cesare Canevari
Romanzo: Emmanuelle Arsan
Musiche:Gianni Ferrio

L’eroina eponima, sempre in cerca di nuove esperienze sentimental-sessuali, è qui affidata alla rossa Erika Blanc, che si concede generosamente in eleganti nudi. Meritevoli soprattutto lo stile registico di Canevari, a base di zoom e primi piani, il montaggio di Messeri e la fotografia di Catozzo. I dialoghi sono pressochè superflui…

Pura tecnica fine a sé stessa. Rappresentare la noia di vivere senza diventare noiosi è molto difficile, ed infatti tolte poche sequenze si assiste ad un’inerte rappresentazione dell’andirivieni di Erika Blanc per Milano mentre si abbandona più volte alle braccia del primo venuto. Di sostanza, insomma, neanche a parlarne… ed i dialoghi sono spesso irritanti. Un film che dimostra ampiamente i suoi 40 anni, purtroppo.

Film noiosissimo che di erotico ha davvero poco. Salvo solo le atmosfere e le ambientazioni tipicamente anni sessanta. Discreta colonna sonora, pessimo tutto il resto; pare che questo film anticipi la fortunata serie con la Crystal, senza ovviamente raggiungerla né sfiorarla in quanto a qualità. Mediocre.

Pellicola per certi versi paradigmatica del cinema erotico anni ’60: sesso castigatissimo di cui fatichiamo a comprendere lo scandalo, dialoghi inascoltabili che tradiscono una attaccamento di fondo agli antichi “valori” che si pretende di sovvertire; ma d’altre parte anche velleità semiautoriali, intellettualismi alienati (o manierismi psichedelici travestiti da tali) nell’uso del montaggio e della musica. La Blank, raramente protagonista, si segue volentieri. Bel quadretto d’epoca, benché immaginario, anzi: sull’immaginario di un’epoca.


novembre 2, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , | 1 commento