Una donna come Eva
Una casalinga un po frustrata, ormai ridotta alla stregua di una sguattera che vive una vita piatta, barcamenandosi tra il menage famigliare, i figli, la casa da pulire.
Una casalinga qualsiasi, quindi.
Che però vedrà la vita cambiare radicalmente durante un viaggio in Francia, dove conosce la giovane Liliane, una ragazza indipendente e sopratutto agli antipodi dal suo stile di vita.
Una donna dalle idee assolutamente femministe, che vive la sua libertà come condizione irrinunciabile.
Tra la tradizionalista Eve e la emancipata Liliane scoppia una passione tumultuosa, che porta Eve a prendere coscienza del suo stato e a decidere di lasciare il marito per riacquistare la sua libertà.

Ma a questo punto la donna è costretta ad una dura battaglia legale per ottenere l’affidamento dei figli che il marito chiede esclusivamente per se.
Poichè lo stesso ha deciso di intraprendere una relazione con una vecchia amica di Eve ed essendo quest’ultima legata ad una relazione considerata proibita,i giudici decidono l’affidamento dei figli al marito della donna.
Che si batte come una fiera per i propri diritti, che cozzano però contro i pregiudizi di una società solo all’apparenza libera ma nella realtà dei fatti profondamente omofoba.
Finale amarissimo.
Diretto nel 1979 da Nouchka van Brakel, regista olandese alla sua prima opera tradotta in italiano, Una donna come Eva, traduzione letterale del titolo d’uscita del film in Olanda Een vrouw als Eva racconta una vicenda complessa di amore lesbico tra una donna sposata e una dalla vita completamente opposta, con conseguenti problematiche legate più al personale delle due protagoniste che alle conseguenze pratiche di un amore visto comunque come amorale dalla società olandese,pur all’avanguardia nelle conquiste sociali e civili.

E’ proprio il sentimento anti omosessuale o meglio anti lesbico, i pregiudizi che esso suscita ad essere uno dei due temi portanti del film,che finisce però per affrontare un altro tema scottante, quello del futuro dei figli di una coppia tradizionale che si scioglie e l’affidamento da definire degli stessi figli una volta che la madre degli stessi sceglie un’unione non tradizionale.
Il film verte proprio su questo, sull’impossibilità da parte della società di accettare come normale un legame lesbico, tanto da elevarlo al rango di famiglia.
La durissima battaglia legale tra Eve e il marito è il terreno di scontro di due concezioni antitetiche della famiglia, con scontata predilezione per quella fatta da un uomo e una donna.
Il punto cruciale del film diventa proprio il momento in cui il marito di Eve annuncia al giudice la possibilità di un matrimonio per dare ai figli una famiglia classica, in netto contrasto con la relazione impossibile e non riconosciuta (almeno all’epoca) tra Eve e Liliane.

Finisce in maniera scontata: i giudici optano per l’affidamento al marito, che garantisce ai figli la sicurezza sociale di un matrimonio fra due esseri umani di sesso diverso, in perfetta linea con quanto sia le leggi che la morale corrente proteggono ed esaltano.
Inutile la battaglia di Eve, che in questo non è minimamente supportata da Liliane, che è attratta da Eve e non di certo dai suoi figli.
Film amaro e lucido, interpretato da due attrici bravissime e anticonformiste come Monique Van de Ven e Maria Schneider, che rendono particolarmente vividi i loro personaggi, consegnando due ritratti di donne assolutamente particolari.
Monique Van de Ven, l’Eve del film, passa da una condizione di vita tradizionale, in cui contano solo i figli da accudire, la casa e l’asservimento al marito ad una condizione totalmente opposta, che passa attraverso una relazione lesbica che la donna vive con amore ma anche con la spada di Damocle dell’affetto che prova per i figli, un legame simbiotico che non è annullabile da nulla, nemmeno dall’amore.
Liliane è invece una donna libera, senza legami, che si infatua di Eve ma non al punto di condividere la battaglia che l’amante farà per la custodia dei figli.

Le due attrici mostrano quindi in modo esemplare le due personalità dissimili, caratterizzandole in maniera pressochè perfetta.
Brava la regista Nouchka van Brakel nel cogliere dettagli, nell’esaltare l’amore tra le due donne (anche in senso biblico) ma sopratutto capace di cogliere le problematiche della vita di Eve lanciando al tempo stesso una specie di guanto di sfida alla morale corrente della società.
Un film purtroppo quasi introvabile nella versione italiana, che circola solo sui p2p peraltro in versione non completa.
Una donna come Eva
Un film di Nouchka Van Brakel. Con Maria Schneider, Peter Faber, Monique Van De Ven, Marijke Merckens Titolo originale A Woman Like Eve. Drammatico, durata 93 min. – Olanda 1979
Monique van de Ven … Eve
Maria Schneider … Liliane
Marijke Merckens … Sonja
Peter Faber … Ad
Renée Soutendijk … Sigrid
Anna Knaup … Britta
Mike Bendig … Sander
Truus Dekker … La mamma
Helen van Meurs …L’avvocato
Karin Meerman …Una zia
Theo de Groot … Zio
Trudy de Jong … Un’altra zia
Marjon Brandsma … Margreet
Elsje Scherjon … Assistente sociale
Regia: Nouchka van Brakel
Soggetto:Nouchka van Brakel, Judith Herzberg
Produzione:Matthijs van Heijningen
Musiche:Laurens van Rooyen
Fotografia:Nurith Aviv
Montaggio:Ine Schenkkan
Art direction:Inger Kolff
L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it
Sfiora il cult movie questo intenso film olandese in cui Monique Van de Ven interpreta il ruolo della Eva del titolo, sposata e turbata madre di due figli, che durante la visita
ad una comunità hippies in Francia scopre la sua sessualità nascosta in seguito all’incontro con Lilianne, Maria Schneider, che è una ragazza senza radici e già conscia del proprio essere.
La prova delle due attrici è da elogiare, e regge la difficile rappresentazione di una passione inaspettata tutta al femminile in cui le scene di nudo esplodono senza censure virtuosistiche ed i corpi di Monique e Maria possono fondersi senza inibizioni visto che entrambe sono due fuoriclasse del nudo disinvolto e sfrontato; allo stesso tempo riesce a raccontare la sociopatia della protagonista costretta alla rottura con il marito e a scendere a compromessi per non perdere i suoi figli mancando ai doveri di una madre, una scena e una battuta in particolare mi hanno sempre colpito
in questo film: nella casa barcone dove stanno trascorrendo il week end Lilianne è seccata dalla presenza dei figli di
Eva e le dichiara “Amo te non i tuoi figli” a sottolineare una personalità che non vuole dare chance alla stabilità e ostenta ancora un fiero femminismo.
La regia della Van Brakel non si discosta dal tono drammatico, realistico della storia e non è quindi particolarmente memorabile ma nello scavo dei
caratteri ha avuto la mano felice, favorita ovviamente dalla presenza di due icone come la Schneider: attrice non eccezionale ma mitica e maledetta e la Van de Ven più equilibrata, molto bella e capace nella recitazione.
La monaca di Monza
Versione romanzata (un po troppo) dello scandalo che coinvolse Suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino e il suo amante,il conte Gian Paolo Osio e che Alessandro Manzoni avrebbe immortalato nel suo immortale I promessi sposi.
Diretto nel 1969 da Eriprando Visconti, nipote del celebre Luchino, La monaca di Monza racconta in modo sommario e storicamente poco attendibile la vicenda che coinvolse Suor Virginia e Osio, suo amante e nel film suo stupratore prima e innamorato poi.
Una relazione proibita che nei fatti storici durò almeno 10 anni e che vide il conte Osio mantenere la sua relazione peccaminosa con Virginia dapprima e poi con altre tre sorelle poi, relazione dalla quale nacquero due figli, il primo dei quali morto dopo il parto.
Da questi fatti storici Visconti romanza la realtà, immaginando che a madre superiora di un convento di Monza dia rifugio al conte Osio, braccato dalle autorità.
Qui il violento e seduttore Osio stupra la superiora, che però si lega a lui diventando l’amante del conte e mettendo alla luce un figlio con la complicità tacita delle suore.

Visconti riprende quindi lo scandalo scoppiato agli inizi XVII secolo per girare un’opera senza infamia e senza lode, nella quale latitano oltre alla credibilità storica il ritmo e la dinamica.
Tutto il film si riduce infatti ai rapporti controversi tra i due amanti impossibili, mostrandoci un conte Osio stupratore dapprima e convinto innamorato poi e basandosi principalmente sugli aspetti morbosi della vicenda.
Stretto tra la logica commerciale e la necessità di dover creare un prodotto che riuscisse a superare gli scogli della censura, Visconti si barcamena e accontenta i suoi produttori dando un senso morboso all’operazione che compie senza però spingere tantissimo sulle scene erotiche proprio per evitare le forbici censorie.
Siamo nel 1969 e il moralismo dell’ente censorio è pronto ad abbattersi sulle pellicole più scabrose; l’argomento poi è di quelli tosti per cui dal punto di vista dei produttori la paura è ben comprensibile.
Tuttavia Visconti esagera con la travisazione storica:le figure di Virginia e Osio escono completamente differenti dalla realtà storica, così come inventata di sana pianta è il racconto dello stupro.
A questo proposito apro una parantesi.

Dai resoconti storici sappiamo, dagli atti del processo che si tenne contro Marianna de Leyva che la donna, dopo un inizio burrascoso dei suoi rapporti con lo scapestrato conte Osio, allacciò con esso una relazione peccaminosa, che vide coinvolte a vario modo in una torbida partouze due consorelle del convento, Suor Ottavia e Suor Benedetta.
Per ben 11 anni il gruppo si macchiò di crimini orrendi, che probabilmente però vennero perpetrati dal conte Osio; la prima vittima fu suor Caterina, una religiosa che, scoperta la tresca, aveva deciso di parlarne ed in seguito altre persone, coinvolte in vario modo vennero eliminate fisicamente.
Tuttavia alla fine lo scandalo scoppiò con la conseguenza che Virginia venne condannata ad essere murata viva in una cella di un metro per te, con un’unica presa d’aria, nella quale l’ex religiosa visse per 13 anni, fino al perdono che le venne concesso e che le permise di vivere fino alla sua morte da religiosa.

Il conte Osio pagò duramente i suoi misfatti.
Condannato a morte, riuscì a rifugiarsi presso una famiglia, che però lo uccise e lo decapitò.
Tornando alla pellicola,non potendola giudicare in modo troppo severo perchè comunque Visconti mostra doti più che sufficienti, guidando con equilibrio le varie componenti che permettono la realizzazione di un film , quindi fotografia, montaggio ecc. possiamo elogiare senza riserve il cast,composto da ottimi attori che svolgono in modo impeccabile le parti loro assegnate.
Molto brava e sopratutto raffinata Anne Heywood, dai lineamenti aristocratici e dai movimenti altrettanto nobili,bene anche Tino Carraro,Carla Gravina e Antonio sabato e tutti gli atri caratteristi inclusa una giovanissima Rita Calderoni.
Musiche discrete di Ennio Morricone.
La monaca di Monza è un film reperibile, in ottima qualità, sui p2p.
La monaca di Monza – Una storia lombarda
Un film di Eriprando Visconti. Con Luigi Pistilli, Antonio Sabato, Anne Heywood, Hardy Krüger, Caterina Boratto, Giovanna Galletti, Giulio Donnini, Maria Michi, Carla Gravina, Renzo Giovampietro, Tino Carraro, Laura Belli, Michel Bardinet, Rita Calderoni, Francesco Carnelutti Drammatico, durata 102′ min. – Italia 1969.
Anne Heywood … Virginia de Leyva
Hardy Krüger … Padre Paolo Arrigone
Antonio Sabato …Il conte Giampaolo Osio
Anna Maria Alegiani … Suor Ottavia Ricci
Margarita Lozano … Suor Benedetta Homati
Giovanna Galletti …Suor Angela Sacchi
Caterina Boratto … Suor Francesca Imbersaga
Renzo Giovampietro … Vicario Saraceno
Laura Belli … Suor Candida Colomba
Maria Michi … Suor Bianca Homati
Michel Bardinet … Giovanni degli Hortensi
Pier Paolo Capponi … Conte Taverna
Francesco Carnelutti …Cantastorie
Tino Carraro … Monsignor Barrea
Giulio Donnini … Molteno
Carla Gravina … Caterina da Meda
Luigi Pistilli … Conte Fuentes
Regia Eriprando Visconti
Soggetto Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Sceneggiatura Eriprando Visconti, Giampiero Bona
Produttore Silvio Clementelli
Casa di produzione Clesi Cinematografica
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Flavio Mogherini
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Curiosa l’idea di mettere in scena le vicende della monaca di Monza ricostruite attraverso gli atti del processo che vide protagonista la donna, che ricorda l’idea di Dreyer per La passione di Giovanna d’Arco; partendo da quanto riportato nel libro di Mario Mazzucchelli Una storia lombarda e con una sceneggiatura del regista e di Gian Piero Bona, ecco che per l’ennesima volta nel cinema italiano torna sul grande schermo la controversa figura protagonista anche de I promessi sposi manzoniani (ci avevano già pensato in passato Gallone, Pacini e altri ancora). Il problema principale è che il ritmo latita, i dialoghi sono un pochetto artificiosi e – anche per i due motivi appena riportati – la fredda impostazione della narrazione pare più adatta a uno sceneggiato televisivo o a un fotoromanzo che a un film vero e proprio; non sono comunque male le scelte del cast, che vedono impiegata nel ruolo centrale Anne Heywood e, al suo fianco, Hardy Kruger, Antonio Sabato, Margherita Lozano e Caterina Boratto (e in una particina c’è anche la futura diva di Z-movies Rita Calderoni). Non essendo ancora nell’era dello sdoganamento del sesso al cinema, l’erotismo piuttosto forte che la storia sottende è comunque castigato; le scene di Flavio Mogherini funzionano così come la colonna sonora di Ennio Morricone e a completare un cast tecnico di prima qualità troviamo i costumi di Danilo Donati, la fotografia di Luigi Kuveiller e il montaggio di Sergio Montanari.
L’opinione di Ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com
Torbido conventuale diretto dal duca di Modrone nipote di Luchino conte di Lonate Pozzolo, lontanissimo dal Manzoni (qui la sventurata risponde sempre e volentieri) ma aderente alla verità storica dell’amour fou fra suor Virginia de Leyva e lo scopereccio Giampaolo Osio. Malgrado le aspirazioni alte e la notevole caratura della compagine tecnica l’insieme, fra pulsioni erotiche e secentesche cupezze ecclesiastiche, è più in zona fotoromanzo nero che affresco in costume. Non è necessariamente un difetto.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Anche in questa ricostruzione delle sventure di Marianna de Levya e Giampaolo Osio il cinema di Visconti jr. pencola tra logica commerciale e libera autorialità; ovvero, resta incerto tra distendersi sull’epidermide sensazionalistica e morbosa della vicenda (lussurie, intrighi, scandali e supplizi da romanzo d’appendice) o inciderla con il ricorso a fonti storiche dirette e le raffinatezze estetiche ereditate da zio Luchino. Interpretazioni nella media, con balzi di Carraro e della Gravina. Al cantastorie Carnelutti il regista affida il proprio amore per la natia terra lombarda.
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
La storia la conosciamo: le debolezze della carne, che si fanno ancora più eclatanti quando si indossa un abito religioso. La pellicola è lenta e lontana dalla perfezione stilistica dello zio Visconti. Non basta mettere in scena torture corporali per placare il desiderio di possedere l’aitante playboy, così come ispirarsi al capolavoro I diavoli di Ken Russell per realizzare un’opera degna di restare nella memoria dello spettatore. Fallisce perfino Morricone con la sua patetica melodia, mentre resta l’erotismo libidinoso. Anticlericale e morboso.

Bibliografia:
Roberto Gervaso, La monaca di Monza. Venere in convento, Bergamo, Bompiani, 1984
Mario Mazzucchelli, La monaca di Monza, Dall’Oglio editore, 1962
G. Farinelli ed E. Paccagnini, Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Milano, Garzanti, 1989
Suor Virginia in un dipinto d’epoca
Gian Paolo Osio
Foto d’epoca del Convento delle Grazie a Monza
L’arcivescovo Borromeo,che istituì il processo a Suor Virginia
La mano spietata della legge
Una storia truce, di quelle sporche in tutti i sensi.
La mano spietata della legge, diretto da Mario Gariazzo con sceneggiatura dello stesso regista, uscito nelle sale nel 1973 è uno dei polizieschi più duri e violenti nel suo genere, costruito attorno ad un canovaccio che vede tutti i topos classici del polizziottesco all’italiana riuniti per creare una pellicola che parla allo stesso tempo di mafia, vendette, poliziotti corrotti, potere politico altresi in collusione con la mafia e un poliziotto dai modi ruvidi e sbrigativi ma fondamentalmente onesto, che pagherà il suo impegno con la perdita della fidanzata e il trasferimento in altra sede quando si avvicinerà troppo agli intoccabili che muovono le file della storia.
Gariazzo dirige con mano ruvida ma sicuramente efficace un film che non presenta le tradizionali fughe in auto e l’altrettanto tradizionale inseguimento in auto; ma la storia ha ugualmente momenti molto forti, fra i quali spicca la famosa sequenza nella quale compare una fiamma ossidrica, manovrata dal glaciale Klaus Kinski che brucia letteralmente con una fiamma ossidrica le parti intime del malcapitato di turno, interpretato dal bravissimo Luciano Rossi

Il sunto della trama: mentre è in ospedale, piantonato dai poliziotti, il mafioso Esposito viene raggiunto ed eliminato da uno spietato killer.Le indagini sono seguite dal commissario Gianni De Carmine, che capisce di trovarsi di fronte al classico regolamento di conti.
Ma nel corso delle indagini stesse, tutti i testimoni e i protagonisti legati alla vicenda vengono eliminati mentre De Carmine, che ha problemi con i suoi superiori per i metodi troppo spicci con i quali opera si rende conto che all’interno della polizia c’è qualcuno che fornisce informazioni alla banda responsabile degli omicidi.
Nonostante venga anche catturato e sottoposto ad un duro pestaggio, De Carmine ostinatamente prosegue nelle sue indagini ma si avvicina troppo al livello più alto degli oscuri personaggi che sono dietro la vicenda.
La conseguenza sarà l’eliminazione della sua sfortunata fidanzata e infine, per fermarlo definitivamente, il suo trasferimento ad un altro commissariato.

Il regista piemontese Mario Gariazzo dirige quello che sarà il suo miglior film a due anni di distanza dal western Aquasanta Joe e prima di dirigere il discreto horror L’ossessa; è il periodo migliore del regista che non sarà mai più, in futuro, così felice nell’assemblaggio di un film sicuramente ruvido ma costruito con discreta abilità.
Se è vero che la pellicola non presenta certo una sceneggiatura innovativa, Gariazzo supplisce a ciò con una storia violenta, ben costruita e sopratutto ottimamente interpretata.
Non a caso tra i protagonisti troviamo attori eclettici come Klaus Kinski e Philippe Leroy, che anticipa in qualche modo il personaggio del poliziotto duro e intransigente che sarà la caratteristica, per esempio, dei personaggi interpretati da Maurizio Merli.

Accanto alla coppia troviamo anche Cyril Cusack, che l’anno successivo lavorerà ancora con Gariazzo nel “lagrima movie” Il venditore di palloncini oltre al bravissimo Sergio Fantoni e a due belle attrici, la futura principessa Ruspoli Pia Giancaro e la futura signora De Benedetti Silvia Monti.
Fausto Tozzi e Luciano Rossi fanno, al solito, parti minori; belle le musiche di Stelvio Cipriani.
Negli angusti limiti del film d’azione, senza grandi pretese di approfondimento dei temi affrontati (collusione potere mafia ecc.),La mano spietata della legge si rivela un discreto prodotto che si lascia guardare con piacere.
Purtroppo non posso segnalare link del film guardabili in streaming; tuttavia il film stesso è reperibile sui p2p in un’ottima qualità audio-video
La mano spietata della legge
Un film di Mario Gariazzo. Con Klaus Kinski, Philippe Leroy, Silvia Monti, Fausto Tozzi, Maria Pia Giancaro, Guido Alberti, Tony Norton, Sergio Fantoni, Rosario Borelli, Valentino Macchi, Marino Masé, Cyril Cusack, Lincoln Tate, Lorenzo Fineschi, Luciano Rossi Poliziesco, durata 100′ min. – Italia 1973.
Philippe Leroy: commissario Gianni De Carmine
Silvia Monti: Silvia
Klaus Kinski: Vito Quattroni
Fausto Tozzi: Nicolò Patrovita
Tony Norton: commissario D’Amico
Guido Alberti: Prof. Palmieri
Pia Giancaro: Lilly Antonelli
Denise O’Hara: Elsa Lutzer
Rosario Borelli: Salvatore Perrone
Marino Masè: Giuseppe Di Leo
Lincoln Tate: Joe Gambino
Cyril Cusack: Giudice
Regia Mario Gariazzo
Soggetto Mario Gariazzo
Sceneggiatura Mario Gariazzo
Casa di produzione Difnei Cinematografica
Distribuzione (Italia) Overseas Film Company
Fotografia Enrico Cortese
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Antonio Visone
Costumi Lorenzo Baraldi
Trucco Euclide Santoli, Cesare Paciotti
1 La mano spietata della legge
2 Momenti per amare
3 Caccia urbana
4 Con sentimento
5 Amore per lei
6 Attesa drammatica
7 Amore per lei (chitarra)
8 Con sentimento (bossa)
9 Attimi d’amore
10 Relax in the swimming pool
11 Amore per lei (vers. pianoforte)
12 Una giornata triste
13 Relax in the swimming pool (shake)
14 Attimi d’amore (vers. con tastiere)
15 Violenza
16 La mano spietata della legge (finale)
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Secondo la mia opinione uno dei polizieschi migliori degli anni sattanta.Intrighi finanziari e corruzione,non si salva nessuno ,nemmeno la polizia con i suoi vertici.Un Leroy teso e violento che le prende e le da ma alla fine deve alzare bandiera bianca.Anche le attrici sono tutte funzionali e danno alla pellicola una spruzzata di sesso ai punti giusti,funzionali alla pellicola.Vero cinema “bis” realizzato da Gariazzo un regista da rivalutare che ha saputo dare al film tensione dall’inizio alla fine.Piccola gemma
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Esce a breve distanza dagli esempi di Castellari, Martino e Guerrieri, condividendo con essi i meriti di apripista del poliziesco all’italiana nato dopo il la di Vanzina e l’apocalittico quadro di un paese in balìa di poteri occulti che penetrano anche tra le forze dell’ordine. L’attenzione si sposta dal contesto urbano – di fatto irrilevante – alla figura del commissario di ferro, realisticamente ritratto nei suoi travagli interiori da un Philippe Leroy sanguigno e manesco. Cast gremitissimo e svolgimento secco e senza intoppi per una delle migliori regie di Gariazzo.
L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com
Poliziesco duro e puro, con nessuna concessione alla battuta facile né allo spettacolo fine a se stesso. Violento e brutale, sullo stile di Di Leo, non a caso citato spesso nel film. Risulta lento e macchinoso, specie nella prima parte. Alcune sequenze rasentano il sadismo, con Klaus Kinski che non dice una sola parola ma non si dimentica. Grandissima interpretazione di Philippe Leroy nelle parti del commissario-pugile, duro e puro. Di sicuro non divertente, ma è da vedere.
Dal sito http://www.pollanetsquad.it
“Ancora un poliziesco all’italiana che, pur ricalcando gli schemi che contraddistinguono il genere, si fa apprezzare per un’inconsueta incisività di esposizione capace di conferire a fatti e personaggi il più efficace ritratto. […] Un po’ troppo accentuati, forse, gli episodi di violenza il che, tuttavia, è giustificato dalla trama stessa. Buona quindi la regìa di Mario Gariazzo cui va il merito, anche, di aver caratterizzato a dovere i personaggi […].”
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Fatevi vivi, la polizia non interverrà
Luisa Bonsanti, figlia di un ingegnere, viene rapita sotto gli occhi della prostituta Marisa e di alcuni involontari passanti
L’ingegner Bonsanti informa del rapimento il commissario Caprile mentre la banda che ha rapito la piccola Luisa, che risponde agli ordini dell’uomo che è dietro al sequestro chiamato il Maestro discute sull’entità del riscatto da chiedere per la liberazione della stessa Luisa.
La polizia non ha altra pista se non quella di Marisa, l’unica fonte attendibile per capire chi si nasconda dietro il rapimento.
Così, in attesa di una telefonata da parte dei rapitori, la polizia perde tempo inutilmente in quanto la donna sembra essere del tutto all’oscuro non avendo potuto vedere i rapitori, coperti da cappucci.
Il commissario Caprice ha dei sospetti sul più importante mafioso della zona, Don Francesco, che però si dichiara completamente estraneo alla faccenda: l’uomo infatti, pur non potendo escludere la partecipazione di qualche suo uomo all’azione criminale, dichiara con forza di avere un codice morale che gli impedisce di utilizzare donne e bambini come vittime di sequestri o di atti criminosi.
Ed è proprio il mafioso a individuare, dopo una serie di avvenimenti, il luogo dove il misterioso maestro ha posto la sua base operativa; Don Francesco uccide il maestro e dopo aver liberato la piccola Luisa fornisce anche le indicazioni per ritrovare i soldi del riscatto.

Fatevi vivi la polizia non interverrà è un poliziesco girato nel 1974 da Giovanni Fago, qui al suo primo (ed anche unico) poliziesco dopo aver girato tre western, il più famoso dei quali O Cangaçeiro (1970) interpretato da Thomas Milian aveva ottenuto un buon riscontro al box office.
Il film non ha particolari motivi di interesse, essendo un poliziesco abbastanza tradizionale, uno dei tanti prodotti del genere che affollarono le sale cinematografiche nella parte centrale degli anni settanta.
Ha però dalla sua l’ambizione di radiografare uno dei temi più scottanti della cronaca nera dell’epoca, ovvero la piaga dei sequestri di persona, utilizzando questa volta la novità del sequestro di una bambina.
L’indagine socio politica sulla storia, l’intreccio tra malavita e forze dell’ordine e altri possibili sviluppi della tematica restano però delle pie illusioni, in quanto il film non si scosta mai da una certa banalità di fondo, che si registra sopratutto nei dialoghi evidentemente artefatti e superficiali.

Però il film ha dalla sua qualche buona iniziativa, ha una buona fotografia e un certo senso del ritmo e sopratutto vede tra i protagonisti un ottimo cast di attori sicuramente espressivi.
Pur non scendendo mai sul terreno della denuncia e non approfondendo mai la tematica del rapimento come espressione del disagio sociale degli anni di piombo, il film ha un suo decoro e quanto meno ha un buon ritmo e sopratutto non scende mai sul terreno della bassa macelleria, uno degli espedienti più usati nel genere poliziesco.
Come dicevo, il film ha un cast di ottimo livello che include il qui legnoso Henry Silva (il commissario Caprice), generalmente utilizzato come cattivo in molte produzioni e questa volta nei panni del commissario intelligente, acuto; Philippe Leroy, sempre moderato ed elegante nei panni del Maestro, deux ex machina organizzatore del rapimento,Gabriele Ferzetti, il mafioso dal rigido codice morale e le due presenze femminili, Lia Tanzi e Rada Rassimov, la prima nei panni della prostituta Marisa e la seconda in quelli di Marta.

Fago dirige un film tutto sommato godibile, senza grossi scatti ma anche senza vistose cadute di tensione.
Nessuna indicazione, purtroppo, su siti che permettano una visione in streaming del film; unica possibilità, il download del film, rigorosamente in lingua inglese, al link http://k2s.cc/file/2f2b1878fa5dc/Ki74nap.rar
Fatevi vivi, la polizia non interverrà
Un film di Giovanni Fago. Con Henry Silva,Gabriele Ferzetti, Rada Rassimov, Philippe Leroy, Loris Bazzocchi,Pino Ferrara, Renato Pinciroli, Calisto Calisti, Bruno Boschetti, Luciano Bartoli, Rosita Torosh, Gianfranco Barra, Omero Antonutti, Lia Tanzi, Armando Brancia, Fausta Avelli, Franco Diogene Drammatico, durata 90 min. – Italia 1974.
Henry Silva: Commissario Caprile
Rada Rassimov: Marta
Philippe Leroy: il professore
Gabriele Ferzetti: Frank Salvatore
Franco Diogene: Nino
Lia Tanzi: Marisa
Calisto Calisti: mafioso
Marco Bonetti: rapitore
Pino Ferrara: Mercuri
Armando Brancia: avvocato
Loris Bazzocchi: mafioso
Paul Muller: Jimmy
Fausta Avelli: Luisa Barsanti
Luciano Bartoli: Pino
Regia Giovanni Fago
Sceneggiatura Adriano Bolzoni, Giovanni Fago
Musiche: Piero Piccioni
Montaggio:Alberto Gallitti
Fotografia:Roberto Gerardi
Casa di produzione Produzioni Associate Delphos
L’opinione del sito http://www.pollanetsquad.it
“Nonostante il titolo, il nuovo film di Giovanni Fago non si allinea pedissequamente dietro gli ormai tanti dedicati alla polizia italiana con non sempre chiare moralità politiche. “Fatevi vivi la polizia non interverrà” ha ambizioni sensibilmente maggiori del consueto, se non altro perché cerca di armonizzare due temi: da un lato la radiografia di un kidnapping; dall’altro un’indagine sui rapporti tra legge e mafia. Ciò detto, va anche subito aggiunto che tali ambizioni rimangono campate in aria, più annunciate che realizzate. Ma resta almeno al film un certo sapore di denuncia non velleitaria né qualunquista. E gli argomenti sfiorati hanno pur sempre il pregio di una drammatica attualità. […] Fago ha narrato in modo sufficientemente interessante pur se, tra le molte fila dell’intreccio, non sempre ha scelto e seguito le più significative, preferendo anzi spesso le più facili e spettacolari: col risultato di dover poi colmare certi vuoti psicologici mediante didascaliche battute che alla lunga non salvano i personaggi da una fondamentale banalità. […] “
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Il “maestro” (Philippe Leroy) dispone il sequestro della figlia di un ingegnere, convogliando le indagini della polizia – guidata da un monocorde Henry Silva – sulla banda capeggiata da Frank Salvatore (Gabriele Ferzetti). Confuso poliziesco maldiretto da un cineasta attivo su altri fronti: melodrammi (Il maestro di violino) e spaghetti western di terz’ultima generazione (Per 100.000 dollari t’ammazzo). Il film azzarda un sottotesto tipico dei tardo-polizieschi, ovvero la collaborazione tra le forze dell’ordine e alcune frange della malavita. Cast notevole, ma mal gestito.
L’opinione di Gestarsh99 dal sito http://www.davinotti.com
Gli echi di Milano odia risuonano ai confini svizzeri in più punti: il rapimento della pargola di famiglia abbiente; la gang di cani sciolti invisi alla malavita locale; il barcone-rifugio nascosto in un anfratto lacustre; il “colombesco” Henry Silva, stavolta passivissimo. Fago se la prende molto comoda, con l’azione ben chiusa in un cassetto e nonostante gli eventi di sangue stila un dramma poliziesco dai toni pacati e sereni. Pellicola semplicissima, di innocente linearità: non annoia e scivola via pacifica tra ampi interni lussuosi, eleganti facciate architettoniche e gli splendidi scorci naturali comensi.
Sensoria
Secondo film dell’attore, musicista, sceneggiatore e regista viennese Peter Patzak, diviso in tre episodi riguardanti l’inquietante mondo della parapsicologia uscito nelle sale nel 1975
Episodio 1:
– La reincarnazione
E’ il giorno del trentacinquesimo compleanno per Henry.
Sua moglie e sua figlia lo stanno attendendo per festeggiare il suo compleanno, ma Henry ha un altro programma, anche se coscientemente non lo sa.Guardando una vecchia foto è attratto infatti irresistibilmente da un castello, che decide di raggiungere.

Qui incontra Greta, una donna bellissima e affascinante con la quale ha una notte d’amore; la misteriosa donna gli confessa che molti anni addietro ha ucciso un uomo. Confuso, Henry chiede aiuto ad un amico poliziotto e grazie a delle vecchie foto scopre che esattamente trentacinque anni prima l’uomo che Greta ha detto di aver ucciso era scomparso esattamente il giorno in cui Henry era venuto alla luce.Lui è l’esatta replica dell’uomo morto…
Episodio 2:
–La metempsicosi
Una relazione assolutamente proibita, quella tra il dottor William e la sua alunna Macha.
Che è però conosciuta dalla moglie del dottore, che perisce tragicamente in un incidente stradale mentre sua figlia Debbie si salva a prezzo di sconvolgimenti psicologici.

Debbie scopre di trovarsi in contatto telepatico con Macha e la cosa avrà funeste conseguenze, perchè quando Macha verrà lasciata dal suo maturo amante, la ragazza deciderà di suicidarsi,coinvolgendo nella sua morte anche Debbie…
Episodio 3:
–La telepatia
E’ il giorno del matrimonio per Barbara.
La ragazza, figlia di un importante banchiere sta per coronare il suo sogno ma un incontro inaspettato sconvolge i suoi piani.
Uno strano e misterioso pittore, Mario, riesce con la sua mente a distrarla dall’evento, tanto che la ragazza si reca da lui.
E’ l’intervento provvidenziale della madre di Mario a liberare Barbara dal malefico influsso dell’uomo, tanto che la ragazza può ritornare alla sua vita normale.

Ma è solo una vittoria di Pirro.
Mentre è in viaggio di nozze infatti, i poteri mentali del giovane si fanno nuovamente sentire…
Diretto da Peter Patzak, regista austriaco poco conosciuto da noi, Sensoria è un film del 1975 oscuro, minaccioso e ben diretto su un tema inconsueto come quello dei poteri parapsicologici e su sovrannaturale.
Reincarnazione, metempsicosi e telepatia sono i tre argomenti sui quali Patzak costruisce un film decisamente dark, diviso in altrettanti episodi destinati a finire tragicamente.
Tre uomini e quattro donne, legati a filo doppio da legami invisibili e che finiranno per essere coinvolti in tre storie mortali, legate ai poteri oscuri della mente, a quella parte del cervello così poco conosciuta che origina i fenomeni che vedranno protagonisti i vari personaggi della storia.
Tre episodi ben calibrati, angosciosi, tutti di buon livello anche se il secondo e il terzo hanno una marcia in più.
Sopratutto quest’ultimo, caratterizzato dalla presenza inquietante e quasi demoniaca di un personaggio, il pittore Mario, che è al tempo stesso impotente ma bramoso di possedere l’anima e la personalità di Barbara.
L’uomo diventa quindi un vampiro mentale, che soggioga fino alle estreme conseguenze la giovane sposa, in un crescendo buio e quasi horror che è la cosa più riuscita del film.

Sensoria è quindi un film decisamente inquietante, giocato sull’inquietudine che i fenomeni non controllabili e quindi non spiegabili hanno come potere attrattivo per un nutrito numero di spettatori che sono affascinati dall’argomento.
Poichè siamo negli anni settanta, ovvero in un periodo storico in cui questi argomenti erano tra i più dibattuti, lo spettatore troverà pane in abbondanza in questo film.
Che mescola anche all’elemento giallo e horror parecchio erotismo, anche se in questo caso siamo decisamente fuori dal morboso, viste le storie in cui compaiono le scene sexy.
C’è ben poco da eccitarsi, tra cadaveri e incidenti, fra un’autopsia probabilmente vera e storie oscure come quelle che vengono narrate.
Per quanto riguarda il cast,nulla da eccepire; da Marisa Mell, bella ed elegante come sempre a William Berger, da Masha Gonska a Mathieu Carrere tutti svolgono egregiamente il loro compito
Menzione d’onore per la giovane figlia di William,Debra, una vera rivelazione.
Questo è un film praticamente introvabile, nonostante sia da tempo presente in Dvd; purtroppo non ho trovato in rete nessuna versione disponibile.E’ presente sul p2p ma senza fonti.

Sensoria
Un film di Peter Patzak. Con William Berger, Marisa Mell, Peter Neusser, Wolfgang Gasser, Debbie Berger,Mathieu Carrere Titolo originale Parapsycho – Spektrum der Angst. Drammatico, durata 93 min. – Germania 1975.
Mathieu Carrere: Mario
William Berger: Dottor William
Debra Berger: Debbie
Marisa Mell:Greta
Masha Gonska:Masha
Regia Peter Patzak
Sceneggiatura Peter Patzak, Georg M. Reuther, Géza von Radványi
Fotografia Atze Glanert
Musica Manuel Rigoni, Richard Schönherz
Produzione TIT Filmproduktion GmbH, Viktoria Film
L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com
Un’opera che sembra girata da Lars Von Trier. Tre episodi collegati fra loro, uno più inquietante dell’altro: nel primo, musicato da Beethoeven e con la presenza di bambole inquietanti, il protagonista incontra una figura femminile morta anni addietro, nel secondo la protagonista che ha il potere della telepatia muore in strane circostanze, il terzo vede una donna provare un’attrazione perversa per un uomo che la spinge al suicidio. Il filo conduttore è la parapsicologia per un film caratterizzato da una regia sobria ed inquietante.










































































































































































































































































