Al lupo al lupo
Storia di tre fratelli alla ricerca della propria identità e delle proprie radici,due uomini e una donna che legatissimi da piccoli hanno finito poi per seguire le proprie vite trascurando in qualche modo il legame fortissimo,simbiotico che esisteva fra di loro.
Sarà la ricerca del padre,apparentemente scomparso senza spiegazioni,a unire di nuovo i tre ricreando la magica atmosfera,ricomponendo come un puzzle l’antico affetto che li legava.
In sintesi è questa la trama di Al lupo al lupo,film del 1992 diretto e interpretato da Carlo Verdone,un’opera sorprendentemente matura e intimista,l’undicesima diretta dall’attore e regista romano che arriva nello stesso anno in cui Verdone dirige Maledetto il giorno che ti ho incontrato e prima di Perdiamoci di vista,quindi un’opera assolutamente a se stante sia come tematiche sia come registro.

La storia parte mostrandoci Vanni Sagonà,apprezzato pianista alle prese con un concerto durante il quale per la prima volta è assente suo padre,Mario,conosciuto e apprezzatissimo scultore e poeta.
Deluso e un po preoccupato dalla sua assenza,Vanni si reca a casa di suo padre scoprendo che non c’è e trovando solo la copia delle chiavi delle loro residenze di campagna e di mare.
Convinto che Mario Sagonà sia partito per una delle due case,Vanni contatta sua sorella Livia per farsi accompagnare,non possedendo la patente.
Livia è sposata,ma ha una relazione clandestina con Paolo e sta meditando di lasciare il marito;per questo non sembra propensa ad accettare l’invito di Vanni ma alla fine più per evitare di dover partire con suo marito che spinta dalla preoccupazione per l’assenza del padre che attribuisce al carattere bizzarro dello stesso,accetta di mettersi in viaggio con il fratello.

Vanni e Livia si dirigono quindi verso la residenza di campagna,dove scoprono che il terzo fratello,Gregorio,ex musicista e violinista e attualmente Dj,ha organizzato una rumorosa festa con amici e conoscenti.Tra Vanni e Gregorio scoppia una lite sedata a fatica da Livia e il gruppo si separa;mentre i due fratelli vanno a ritirare un premio assegnato al padre,Livia sembra dirigersi verso la casa al mare,ufficialmente per cercarlo,in realtà per incontrare il suo amante.
Alla fine i tre convergono verso la casa,dove i rancori tra i due fratelli emergono prepotentemente quando a loro si unisce un gruppo di vecchi amici passati per caso in barca.
Vengono fuori l’invidia di Gregorio per il fratello,da sempre musicista di valore e il sottile disprezzo di Vanni per Gregorio,che accusa di essere la pecora nera della famiglia.
Lo scontro tra i due però avrà uno sviluppo imprevedibile.
Vanni e Livia assisteranno ad una serata in cui Gregorio mostra il suo talento di DJ;sarà in quell’occasione che Vanni abbandonerà per un po i panni del fighetto inappuntabile e si lascerà andare,complice anche una compressa di anfetamina che lo porterà a sciogliersi e ad abbandonarsi.
I tre fratelli, ora riavvicinati e finalmente complici,possono rimettersi alla ricerca del padre….
In bilico tra la commedia sentimentale con venature (e velature) comiche ma malinconiche,Carlo Verdone sceglie un ibrido agro dolce,costruendo il film come un viaggio di tre persone alla ricerca di se stessi.
Tre persone profondamente diverse,dai percorsi di vita assolutamente differenti,eppure uniti da un legame antico oltre che dal legame fortissimo del sangue.

Un padre dalla schiacciante personalità fa da deus ex machina invisibile eppure presente con la forza magnetica che da sempre esercita sulla famiglia.
Per contraltare,i tre figli sembrano volersi svincolare da quell’abbraccio soffocante;Vanni è quello che più di tutti ha rispettato il ruolo scritto per lui,seguendo le orme paterne e diventando come lui un personaggio famoso della cultura.
E’ un giovane dalle buone maniere,sempre educato e vestito impeccabilmente;non si concede mai colpi di testa e sembra rispettare in pieno il suo ruolo anche nella società.
Gregorio è l’esatto opposto di suo fratello.
Ha scelto di fare il Dj,vive come un bohemienne senza regole precise,è abituato a immergersi nel caos e ha fatto della sua vita una fucina di incontri,musica,vivendo disordinatamente e al di fuori delle regole scritte da suo padre.
Livia è una donna tormentata,in crisi matrimoniale e legata ad un altro uomo;come scoprirà in seguito,ama suo marito e sua figlia,eppure sente il bisogno di trasgredire,come quel suo ingombrante padre che pur amando la moglie la tradiva con un’altra donna.
Dei tre in fondo Livia è quella più vicina al carattere e all’indole di suo padre.
Pur non essendo presente fisicamente,se non nel finale,Mario Sagonà opprime i tre però al tempo stesso li costringe ad un affannoso viaggio che in teoria ha lo scopo di trovarlo ma che in realtà sembra essere stato provocato proprio per mettere in discussione la vita dei giovani.
Il viaggio alla ricerca del padre diverrà infatti l’occasione per ritrovare se stessi e ritrovare l’antico affetto che da piccoli li univa indissolubilmente.
Ogni singola tappa del viaggio infatti porterà Vanni,Gregorio e Livia davanti al loro passato, sull’onda di ricordi mai assopiti, ma vivi e presenti nel loro essere.
L’antico affetto riemergerà di volta in volta,man mano che i ricordi comuni affioreranno durante la convivenza forzata.
Così Vanni scoprirà di invidiare un po il suo scapestrato fratello Gregorio,che vive si una vita disordinata,ma che ha il coraggio di sfuggire al perbenismo, a quelle leggi non scritte ma inviolabili che sembrano guidare le loro vite e scritte per loro non solo dal padre,ma dalla società in cui sono costretti a vivere,dal ruolo che rivestono e sopratutto dal portare l’ingombrante cognome Sagonà.
Gregorio confesserà a suo fratello l’invidia per il suo talento e le ombre che li hanno divisi;i due si ritroveranno nella memorabile sequenza ambientata in discoteca,quando Gregorio procurerà a suo fratello una donna,imbarazzante desiderio di Vanni, evidentemente troppo preso dal suo ruolo per coltivare e gestire i rapporti umani.

Anche per Livia arriverà il momento della resa dei conti.
Durante il viaggio scoprirà di amare ancora suo marito e di desiderare solamente il ritorno ad una vita coniugale per certi versi frustrante ma i cui vantaggi sono di gran lunga superiori agli svantaggi.
Al lupo al lupo è un bel film,con qualche errore ma con tanti pregi.
Sicuramente la parte meno interessante e slegata dal film è la lunga sequenza della discoteca,tirata per le lunghe e che avrebbe richiesto tempo girato in meno,ma d’altro canto Verdone cerca di mostrare l’elemento in cui si muove il suo alter ego Gregorio,la sua vita dietro la consolle e le sue serate da DJ.
Parlo di alter ego perchè fondamentalmente il personaggio di Gregorio assomiglia molto a Verdone;da quello che racconta nei suoi libri o quando mostra la figura del padre,che sia nel film o nella vita reale,Verdone sembra richiamare il suo passato,il suo vissuto.
Bene gli attori, dallo stesso Verdone, una volta tanto misurato e attento alla bella e seducente Francesca Neri per finire con la prova matura di Sergio Rubini.
Come dicevo agli inizi,il film ha una connotazione malinconica e nostalgica che Carlo Verdone propone con senso della misura e sentita partecipazione;non sono un’estimatore del regista romano e tanto meno quando recita.Ma questa è un’opera di tutto rilievo,anche se poco apprezzata da parte del pubblico e della solita critica.
Bene il resto del cast,che però agisce sullo sfondo dei tre protagonisti,che finiscono per diventare il perno sul quale ruota tutto.Una segnalazione per Maria Mercader,che interpreta il ruolo della raffinata ed elegante amante di Mario Sagonà.
Ultimamente il film è stato riproposto più volte in tv e vista la consuetudine delle reti commerciali a riproporlo, suggerisco la sua visione caldamente agli spettatori amanti del buon cinema.
Un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Sergio Rubini, Francesca Neri, Maria Mercader, Simona Mariani,Giovanni Vettorazzo, Giampiero Bianchi, Barry Morse, Loris Paiusco, Gianpiero Bianchi, Cecilia Luci, Alberto Marozzi, Gillian McCutcheon, Marco Marciani Commedia, durata 114 min. – Italia 1992
Carlo Verdone: Gregorio Sagonà
Francesca Neri: Livia Sagonà
Sergio Rubini: Vanni Sagonà
Barry Morse: Mario Sagonà
Giampiero Bianchi: Paolo
Cecilia Luci: Vanessa
Alberto Marozzi: Ivano
Fabio Corradi: Gregorio Sagonà da piccolo
Maria Mercader: signora anziana
Giulia Verdone: Livia Sagonà da piccola
Massimo De Lorenzo: Corrado Santoro
Regia Carlo Verdone
Soggetto Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Sceneggiatura Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Produttore Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Distribuzione (Italia) Penta Film (1992)
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Francesco Bronzi
L’opinione di Elias dal sito http://www.mymovies.it
Questa storia ripercorre lo stesso tipo di tematica già evidenziata col film “Io e mia sorella” con l’aggiunta di qualche opportuna variante. Anche in questo film il regista ci descrive il riavvicinamento di fratelli (per la precisione di due fratelli e una sorella), che il tempo li aveva divisi,in seguito ad un particolare episodio: l’improvviso allontanamento del padre verso una meta a loro sconosciuta. Il film riesce a mettere in evidenza le singole storie di ognuno di essi con le relative problematiche: Vanni è un affermato pianista, tanto preciso nel suo lavoro quanto insicuro e “fragile” nel suo carattere e in alcune componenti psicologiche della sua personalità; Greg. è una persona che non è riuscita a costruirsi delle solide basi per un suo futuro e pertanto è costretto ad arrangiarsi vivendo alla giornata con un’occupazione saltuaria come DJ di party privati e come compositore di canzoni senza pretese; infine Livia che sta attraversando un burrascoso rapporto matrimoniale e conducendo una relazione clandestina dagli esiti incerti. Ciò che ci ha colpito di questo film è stata l’abilità di Verdone nel non ergersi come protagonista principale ed assoluto della trama, ma di bilanciare perfettamente le storie dei tre personaggi dando ad ognuno di essi il giusto peso e la dovuta importanza. A nostro avviso mentre, in linea generale, dovrebbero essere i genitori ad aiutare i figli venendo incontro alle loro esigenze, in questo caso Verdone ci fa capire che in alcuni momenti della vita potrebbe accadere il contrario, vale a dire che questi tre fratelli, sebbene divisi dal destino, alla fine uniranno le loro forze e la loro volontà per ritrovare il padre “perso”.
L’opinione di Cherubino dal sito http://www.filmtv.it
Forse i veri cinefili non saranno d’accordo, ma io penso di averlo visto nelle condizioni ideali e cioè non sapendone nulla, neppure della trama; e non avendo visto film dello stesso regista da parecchio tempo (almeno una decina d’anni).
Esprimo dunque un parere “ignorante”, cui credo ogni film abbia diritto, specie se lo si veda per la prima volta dopo ben ventitrè anni dal suo esordio sugli schermi; e non mi sento condizionato neppure dalle primissime opere, comiche, di Verdone o dal ricordo, per me parziale e sfuocato, della sua crescita successiva come regista e come attore.
Ebbene, debbo dire che sono stati 108 minuti “belli” e che sono proprio stato soddisfatto, sia per la vicenda narrata, dall’inizio alla fine, sia per il ritmo lento della narrazione, sia per la verosimiglianza del procedere dei personaggi verso il non scontato lieto fine.
Riguardo agli interpreti, tutti e tre i principali (i fratelli) li ho trovati veramente bravi: Carlo Verdone, Francesca Neri e Sergio Rubini perfetti per i loro ruoli. Barry Morse, che non conoscevo, proprio adeguato per impersonare il padre artista nel poetico finale in cui ritrae i figli ritrovati così come sono da sempre nella sua mente.
E poi, il piacere di rivedere dopo moltissimi anni, in un’apparizione fugace, Maria Mercader, ancora un bel volto; e nostalgia.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Luchi78
Il miglior film di Verdone: divertente e malinconico, riflessivo e spensierato. Una bella storia diretta magistralmente, dove ognuno dei tre fratelli Sagonà segue il proprio percorso lungo tutta la durata del film. Molto divertenti le situazioni imbarazzanti che si capovolgono in comicità pura, ma soprattutto in contrasto con quella sottile angoscia che pervade tutto il film per la costante ricerca del padre. Verdone prova a riprendere il tema nel suo ultimo Io, loro e Lara, ma i risultati saranno sensibilmente inferiori.
Tomastich
All’opposto di ogni facile battuta, all’opposto del film ad episodi, all’opposto del Verdone più conosciuto, c’è questo “Al lupo al lupo”. Un road movie (che poi riprenderà in Il mio miglior nemico) che si snoda lungo mezza Italia, alla ricerca di un padre svanito nel nulla. Protagonisti sono i tre fratelli, Verdone, Neri e Rubini. Anche qui come nel film del 2006, a svelare l’arcano sarà una poesia. Finale sopra le righe.
Jandileida
Un malinconico Carlo che esagera un po’ nel calcare la mano e tende alla lacrima facile ma che riesce comunque a girare un film sincero e molto buono nella descrizione dei caratteri dei tre fratelli, paradigmatici forse, ma comunque centrati e “reali”. La Neri pre-revisione AGIP era uno splendore quasi rinascimentale ed anche una più che discreta attrice. E poi Verdone aveva (e, a volte, ha ancora) tempi comici perfetti e trova qui in Rubini una buona spalla, cosicché la pellicola risulta piacevolissima anche se qua e là il ritmo cala vistosamente.
Motorship
Uno dei più profondi e introspettivi film di Carlo Verdone. Una pellicola ben realizzata che sa inteligentemente alternare momenti malinconici con altri più comici e spensierati. La ricerca del padre “desaparecido”, i ricordi della madre scomparsa e dell’infanzia dei tre protagonisti sono trattati con una delicatezza e una tenerezza non proprio comuni, delicatezza che sfocia in un finale commovente e superlativo nella realizzazione. Ottima prova dei tre protagonsisti (Verdone, Rubini e la Neri), eccellenti le musiche di Manuel De Sica.
Stelio
Un film poetico dall’inizio alla fine, con un accompagnamento musicale magistrale e interpreti straordinari. Sergio Rubini svetta nella recitazione rispetto agli altri, Francesca Neri il fanalino di coda. Tanta malinconia e tanto mondo passato intervallati da momenti di modernità che non stonano e non fanno perdere il contatto con la realtà. Compagni di scuola è forse il film più complicato mai girato da Verdone (insieme a Ma che colpa abbiamo noi), ma il tempo spero rivaluterà Al lupo al lupo come il migliore.
L’opinione del sito http://www.agoravox.it
Un film on the road, fotografato in maniera eccelsa da Danilo Desideri che immortala le spiagge della Maremma (Capalbio, Punta Ala), le colline senesi (Bagno Vignoni e la vasca termale) e la città di Siena in tutta la loro sfolgorante bellezza. Un film di caratteri, ben scritto e sceneggiato da due decani della commedia all’italiana come Benvenuti e De Bernardi, aiutati da Filippo Ascione, ma anche dai ricordi d’infanzia di Carlo Verdone. La forza della storia è lo scontro dei caratteri tra fratelli, interpretati magnificamente da Rubini, Verdone e Neri.
Rubini è il genio di famiglia, il ricco e affermato pianista che è sempre stato la gioia del padre. Verdone è la pecora nera, il disc-jockey in perenne bolletta, privo di senso pratico, arruffone, ma simpatico. Neri è la donna in crisi che vorrebbe lasciare un marito che non sopporta, ha un amante, ma non sa decidere perché non vuole perdere la figlia. Il contrasto più forte è tra il preciso e concreto Rubini e lo strampalato e folle Verdone, gelosi l’uno dell’altro, che alla fine scopriranno di volersi bene e di potersi dare qualcosa l’uno con l’altro. Verdone procura una donna a Rubini, imbranato per quanto geniale, e lo fa divertire nella sua discoteca, ma al tempo stesso deve riconoscere che il fratello è davvero un grande pianista.
I tre caratteri contrastanti danno vita a una commedia garbata quando insieme partono alla ricerca del padre avendo come traccia soltanto una poesia. Lo ritrovano, dopo aver ascoltato il consiglio della vecchia amante (Mercader), in una baita di montagna dove si è ritirato in attesa della morte. “C’è stato un tempo in cui ho creduto di essere immortale, ma adesso so che non è vero”, dice il vecchio genitore. Il film si conclude – in maniera molto poetica – con il padre che fa il ritratto dei propri figli ma li disegna come quando erano bambini.
Fantozzi
Quanto c’è di Ugo Fantozzi nell’italiano medio, quanto è possibile assumere come cartina di tornasole la figura dello sfigato e servile travet e elevarlo a monumento dell’italiano opportunista e cinico,mediocre e qualunquista?
Chi è in realtà Fantozzi rag.Ugo, uomo ordinario nella sua straordinarietà, colui che accetta sberleffi e insulti da tutti,a partire dai suoi compagni di lavoro per finire ai suoi capi,alla signorina Silvani che sintetizza la personalità del ragioniere con il celebre “merdaccia“?
Fantozzi è l’italiano di Sordi,quello ridicolizzato e i cui vizi e le cui debolezze sono amplificate fuori misura, rendendo l’italiano stesso una maschera grottesca e a tratti tragica, il “pizza e mandolino” così tanto in voga in buona parte del mondo,la dove i vizi italici vengono stigmatizzati con sotto però una robusta dose di invidia.

Si,perchè Fantozzi ha tutti i difetti del mondo:è servile,umile,pusillanime,fannullone.
Ma è anche capace di scatti d’orgoglio.
In un momento del film diretto da Luciano Salce c’è forse la parte più intensa dell’intera produzione dedicata al celebre ragioniere ideato da Paolo Villaggio,quella in cui il direttore del ragionier Ugo sfida ad una gara di biliardo “all’italiana” lo stesso Fantozzi.
“Il suo è culo,la mia è classe,caro il mio coglionazzo”
“Al ventottesimo coglionazzo e a 49 a 2 di punteggio Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie.”
Scatta la rivincita dello schiavo,del servo,così ben estremizzato fino a quel punto del film;Fantozzi distrugge con una serie di tiri da campione l’avversario,che lascia ammutolito e impietrito,tanto da arrivare a spezzare la stecca con la quale fino ad allora aveva giocato umiliando il povero ragionier Ugo.
E’ il trionfo della mediocrità sul potere e la strafottenza.
Solo un episodio,ovviamente perchè la maschera tragicomica di Fantozzi è quella e non può cambiare;un mediocre o meglio ancora,una nullità può avere solo un attimo di gloria prima di ripiombare nell’anonimato.

Ma basta a far capire che il riscatto può esserci,in qualsiasi istante.
Ma Fantozzi è un perdente e di conseguenza finisce per accumulare disastri su disastri,in una discesa verticale verso il fondo della dignità umana,figura tragica e allo stesso tempo grottesca dell’uomo imbelle,servile e sopratutto vigliacco che non riesce mai a sollevarsi dal rango di ultimo della classe,quasi un servo della gleba di romana memoria.
Paolo Villaggio scrive agli inizi degli anni settanta due libri, Fantozzi,edito da Rizzoli nel 1971 e Il secondo tragico libro di Fantozzi sempre edito da Rizzoli nel 1974. Alla proposta di interpretare un film ispirato alle vicende del ragionier Ugo,Villaggio rifuta e propone a Renato Pozzetto prima e a Ugo Tognazzi poi di interpretare il film.La risposta negativa porta il comico genovese ad accettare la proposta di Luciano Salce di interpretare la parte.
Il caso e se vogliamo la fortuna impedisce al men che mediocre Samperi di portare sullo schermo una riduzione del romanzo;così nasce il Fantozzi nella versione che conosciamo e che esplose come fenomeno cinematografico e di costume nel 1975,polverizzando tutti i record al botteghino.
Accolto con pareri discordanti dalla critica,poco incline ad afferrare il messaggio dirompente del film, ebbe al contrario uno straordinario successo di pubblico consegnando la figura se vogliamo tragica di Fantozzi al costume stesso del nostro paese.
Fantozzi si snoda attraverso una serie di gag amare ma esilaranti, attraverso sequenze destinate a diventare un culto negli anni successivi;dalla scena dell’autobus,con Fantozzi impegnato a battere tutti i record di pigrizia che prende un mezzo pubblico al volo tirando fuori dallo stesso tutti coloro che erano all’interno alla scena della gara di biliardo, alla partita di calcio tra scapoli e ammogliati alla partita di tennis con Filini.

Una serie continua di gag,situazioni surreali e sequenze esilaranti compongono l’ossatura del film, che non ha un vero e proprio filo conduttore quanto piuttosto un’imbastitura di impressioni sulla vita di un uomo men che mediocre,emblema dei peggiori vizi degli italiani.
Se Fantozzi è una figura quasi emblematica,non da meno sono i personaggi che affollano gli sketch, a partire dall’incredibile rag.Filini, collega maldestro di Fantozzi impegnato ad organizzare i più improbabili eventi sportivi o ricreativi per i suoi compagni di lavoro (un autentico eufemismo),proseguendo con la signorina Silvani,la collega racchia che snobba l’infatuazione che Fantozzi ha per lei al Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam,al Geom. Luciano Calboni alla Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare per finire alla famiglia di Fantozzi,che include la debole moglie Pina e la “mostruosa” figlia di Fantozzi Mariangela.
Una carrellata di personaggi caratterizzata anch’essa da una quantità smodata di tic e debolezze.
Paolo Villaggio presta il suo volto al ragionier Ugo Fantocci (si chiamava così quando l’attore genovese lo portò sul piccolo schermo per la prima volta) interpretandolo in maniera esemplare;è una sua creatura,il ragionier Ugo e nessuno più di lui sa come mostrane i tic,le debolezze,la figura tragica e allo stesso tempo comica di un uomo sconfitto e debole, che solo in pochi casi riesce ad uscire da una mediocrità assoluta,come nella scena citata della partita a biliardo o con la celeberrima sequenza della Corazzata Potemkin,dissacrata (finalmente!) e definita “una cagata pazzesca!”
Quello diretto da Salce è il primo della lunga serie dedicata alle avventure di Fantozzi;saranno ben 10 i sequel,che dopo il secondo episodio, ancora di buon livello, scenderà sempre più giù come qualità,pur continuando ad avere un buon seguito di pubblico.
In un’intervista datata 1975 Villaggio dirà del suo personaggio:”Tutti credono di riconoscere nell’impeigato,pasticcione e sfortunato,il proprio vicino,i conoscenti.Nessuno ammette di riconoscere se stesso.”
Parole indubbiamente pesanti,ma con una loro intrinseca verità.Gli italiani “brava gente” sono in realtà qualcosa di molto simile al Fantozzi del romanzo e del film.

Dirà ancora Villaggio:”Fantozzi vive in una dimensione assurda,e’ un personaggio assillato dalla paura.Il pasticcione italiano,l’eroe di Sordi o di Tognazzi,tanto per intenderci,viene sostituito dall’impiegato settentrionale nevrotizzato dal mondo dell’industria”
Fantozzi è un film importante nella cinematografia italiana,tanto da essere inserito nella lista dei cento film da salvare;il principale artefice del successo,Paolo Villaggio,rimarrà a lungo prigioniero del ruolo di Fantozzi,finendo quasi per diventarne un alter ego che l’attore genovese riproporrà in altri film,come Fracchia la belva umana.
Fantozzi
Un film di Luciano Salce. Con Paolo Villaggio, Anna Mazzamauro, Gigi Reder, Giuseppe Anatrelli, Liù Bosisio,Umberto D’Orsi, Plinio Fernando, Umberto Orsini, Andrea Roncato, Willy Colombini, Ettore Geri, Luciano Bonanni, Paolo Paoloni Comico, durata 100 min. – Italia 1975.
Paolo Villaggio: Rag. Ugo Fantozzi
Anna Mazzamauro: Sig.na Silvani
Gigi Reder: Rag. Renzo Filini
Giuseppe Anatrelli: Geom. Luciano Calboni
Umberto D’Orsi: On. Cav. Conte Diego Catellani
Liù Bosisio: Pina Fantozzi
Dino Emanuelli: Collega di Fantozzi
Plinio Fernando: Mariangela Fantozzi
Paolo Paoloni: Megadirettore Galattico Duca Conte Balabam
Elena Tricoli: Contessina Alfonsina Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare
Pietro Zardini: Rag. Fonelli
Regia Luciano Salce
Soggetto Paolo Villaggio
Sceneggiatura Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luciano Salce, Paolo Villaggio
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rizzoli Film
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Erico Menczer
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Fabio Frizzi
Tema musicale “La ballata di Fantozzi”, di Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi (testo) e Fabio Frizzi (musica)
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Orietta Nasalli-Rocca
Trucco Gianfranco Mecacci
Per arrivare a timbrare il cartellino d’entrata alle 8 e 30 precise, Fantozzi, sedici anni fa, cominciò col mettere la sveglia alle 6 e un quarto: oggi, a forza di esperimenti e perfezionamenti continui, è arrivato a metterla alle 7:51… vale a dire al limite delle possibilità umane! Tutto è calcolato sul filo dei secondi: cinque secondi per riprendere conoscenza, quattro secondi per superare il quotidiano impatto con la vista della moglie, più sei per chiedersi – come sempre senza risposta – cosa mai lo spinse un giorno a sposare quella specie di curioso animale domestico. Tre secondi per bere il maledetto caffè della signora Pina – tremila gradi Fahrenheit! –, dagli otto ai dieci secondi per stemperare la lingua rovente sotto il rubinetto […], due secondi e mezzo per il bacino a sua figlia Mariangela, caffelatte con pettinata incorporata, spazzolata dentifricio mentolato su sapore caffè, provocante funzioni fisiologiche che può così espletare nel tempo di valore europeo di sei secondi netti. Ha ancora un patrimonio di tre minuti per vestirsi e correre alla fermata del suo autobus che passa alle 8:01. Tutto questo naturalmente salvo tragici imprevisti…
Verso il dodicesimo del primo tempo cominciano i primi drammatici sintomi di collassi cardiocircolatori. E implacabilmente si presenta sul campo di gioco il “nuvolone da impiegati”. Ogni impiegato ha la sua nuvola personale. Sono nuvole maligne che stanno in agguato anche quattordici mesi, ma quando vedono che il loro uomo è in ferie o in vacanza gli piombano sulla testa scaricandogli addosso tonnellate di pioggia fitta e gelata.
Un fatto nuovo nella ditta: il feroce cavalier Catellani è stato eletto Gran Maestro dell’Ufficio Raccomandazioni e Promozioni! […] Aveva fatto piazzare nell’atrio la statua di sua madre Teresa, a cui era molto affezionato, e pretendeva che tutti entrando e uscendo le rendessero servile omaggio!
Dopo quella diamantata pazzesca la contessina Serbelloni Mazzanti Vien Dal mare gli fece conoscere alcuni amici e gli presentò nell’ordine: la signora Bolla, i coniugi Bertani, la contessa Ruffino, i fratelli Gancia, Donna Folonari, il barone Ricasoli, il marchese Antinori, i Serristori Branca e i Moretti, quelli della birra. A metà di quel giro di presentazioni Fantozzi era già completamente ubriaco!
Come prima reazione a quella clamorosa delusione d’amore, chiese ed ottenne di farsi trasferire ad altro ufficio. […] Il destino volle che lo mettessero nella stanza di un certo Folagra, la pecora nera, anzi, la pecora rossa della ditta. Questi era un giovane intellettuale di estrema sinistra che tutti, Fantozzi compreso, avevano sempre schivato per paura di essere compromessi agli occhi dei feroci padroni. […] Fu proprio attraverso il contatto con questo Folagra che Fantozzi, fallito nell’amore, trovò una nuova ragione di vita: la politica.

L’opinione di Gimon 82 dal sito http://www.filmtv.it
Il capostipite dell’omonima saga è ben di piu’ di un film,è un manifesto sociale che ha prodotto negli anni a venire modus-vivendi riassumibili nel quotidiano di ognuno di noi,un vero “CULT” si potrebbe dire,cinetico(filo) e non,un piccolo capolavoro di comicita’ reale e surreale che tocca vette di compiaciuto iperbolismo.Un film che è un affresco sociale: arguto,cinico,grottesco, di un “Italietta” di cui Ugo Fantozzi ne è la “maschera”,quella di un italiano medio(cre),status symbol di vittima designata e bersaglio preferito(o facile) di superiori aguzzini e colleghi leccapiedi.La regia di Salce dona sapientemente al personaggio Fantozzi una vis-comica nel contesto di un “Italietta da ufficio”,ritratta in maniera genialmente dissacratoria che sfonda le comuni barriere di vita reale.Il personaggio “Fantozziano”è un caso isolato del nostro cinema che si discosta molto dall'”Homo italicus” della commedia anni 60-70,gli italiani di Risi o Monicelli erano smargiassi,cinici “Galli cedroni” degni rappresentanti di un cambiamento sociale fatto di omologazione e caduta dei valori.Il ragionier Fantozzi è agli antipodi di un Gassman o Sordi,il suo è un essere che ha insita nel dna un innata disgrazia di fondo piovuta dal cielo,o in nel suo caso dalla famigerata “nuvola dell’impiegato”,il povero ragioniere è un “clown bianco” dai tratti atipici che sfondano nel surreale,un ingranaggio sbagliato in un sistema ossequioso con i potenti e cinico coi perdenti,un meccanismo sociologico tema portante di questa fortunata saga che nel tempo è diventata immortale.
L’opinione di Lukef dal sito http://www.filmscoop.it
Intramontabile ed inimitabile commedia diventata un cult assoluto. Una delle produzioni italiane più originali mai create che ritrae la nostra società con un cinismo ed un’intelligenza unica.
Eccola qui l’Italia degli anni settanta, quell’Italia del miracolo economico che dopo aver finalmente costruito la grande industria, la declina nei soliti modi furbetti e truffaldini che ancora (e penso per lungo tempo) ci portiamo dietro.
Ed in questa “nuova” realtà, dove però ognuno è ancora ridicolmente arroccato dietro al proprio titolo, ecco che spunta il nostro Fantozzi, forse uno dei pochi che ancora si danno da fare (non per scelta ma per mancanza di scaltrezza) ma che finisce sempre per essere la vittima, sottomesso e umiliato dal potente di turno. Ed è proprio in quei momenti di massima disperazione che viene finalmente fuori quel briciolo di vita e dignità del protagonista ed allora si può apprezzare tutta la portata tragicomica della commedia che talvolta, a modo suo, sa essere toccante.
Che dire poi, oltre ad un Villaggio esagerato, anche gli altri personaggi non sono da meno: Filini, mitico.. Calboni, sembra quasi di conoscerlo da tanto è costruito bene.. la signorina Silvani.. la famiglia.. eccezionali dal primo all’ultimo.
Questo film insomma è davvero uno spaccato d’Italia di un valore non solo artistico ma anche storico-sociale irraggiungibile.
Chissà se nel piattume della commedia contemporanea riusciremo mai a rivedere qualcosa di simile, non ci spero molto oggettivamente, ormai è davvero così difficile emanciparsi dalle logiche commerciali e massificatrici, soprattutto nel comico
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Galbo
Da un ottimo libro dello stesso Paolo Villaggio (che andrebbe riscoperto come scrittore), il prototipo (e il più riuscito) tra i film satirici che prendono di mira la classe impiegatizia: chiunque di noi (specie se lavoratore dipendente) si è riconosciuto almeno una volta nella vita in Fantozzi e questo la dice lunga sul valore del film. La sceneggiatura è ottima e la regia molto puntuale nell’assecondare il protagonista. Peccato che l’infinita serie di sequel (quasi tutti non riusciti) abbiano in parte rovinato il ricordo del primo episodio.
Undjing
Indiscutibile capolavoro della comicità grottesca (quando non surreale) ben rappresentata dall’icona dello sfigatissimo Fantocci (ops… Fantozzi), un bravissimo Paolo Villaggio diretto con intelligenza dalla perfida ironia di Luciano Salce (che pure sceneggia). Il buon risultato è da ascrivere anche al cospicuo numero di ottimi caratteristi tra i quali è bene ricordare la Mazzamauro, Gigi Reder (senza di lui il film non sarebbe quello che è), Plinio Fernando ed il divertentissimo Umberto D’Orsi (nei panni blasonati del Conte Diego Catellani).
Il Gobbo
Che dire? Quando un film lascia un’impronta così netta sul lessico, sull’immaginario, sull’antropologia stessa (di cui del resto è anche un trattato di iperbolica precisione), ogni discorso è riduttivo. Oltre a fare tutto quanto sopra, poi, è un classico della comicità. Altro? Geniale. Dovendo fare una classifica a tutti costi, è inferiore al secondo, ma non mancano grandi momenti. Epocali il capodanno e la partita di biliardo, Nello Pazzafini capeggia gli energumeni che malmenano Fantozzi per le intemperanza della Silvani.
Renato
Una perla che ho iniziato ad apprezzare veramente solo da grande. Infatti da bambino, se già guardavo (e amavo) i film con Pozzetto, Banfi o Abatantuono, non riuscivo a cogliere la grandezza fantozziana, non saprei bene perché. Ricordo persino che a volte le umiliazioni subìte da Villaggio mi intristivano, anziché divertirmi come fanno oggi… sarò diventato più cinico? Probabile. Il film invece non è invecchiato per nulla, è semplicemente perfetto: Calboni, Filini, la Silvani, il Mega-Direttore Galattico… siamo nella leggenda.
Tarabas
Capolavoro assoluto della tragedia, monumento al cinismo, alla vigliaccheria, al qualunquismo: insomma, un ritratto dell’Italia e di noi italiani, visti alla scrivania dei nostri ufficetti, attorniati da colleghi mediocri, angariati da capi farabutti (perché nessuno è un grand’uomo per il suo domestico), frustrati da una vita familiare sbiadita. Coltissimo esempio di cinema popolare, diretto da un regista a suo agio con il materiale in questione, con la maschera di Villaggio-Fantozzi destinata alla storia minima del cinema e dell’Italia in generale.
Markus
Indubbiamente tra i migliori lavori di un mai troppo ricordato Luciano Salce, che ha saputo trasferire su celluloide il tragicomico romanzo di Paolo Villaggio, “Fantozzi” (uscito nel ‘71). Ridere della sfortuna, della rocambolesca e disgraziata vita di un innocuo ragioniere; un cinico e amaro umorismo elargito in una serie di gag a episodi valorizzati da felici caratterizzazioni che, a partire da Villaggio stesso, rimarranno “inchiodati” al personaggio tanto centrato in questo film. Siamo dalle parti del capolavoro.

Questa volta Fantozzi si è concesso quattro meravigliosi giorni di vacanza. Si è trovato nella cassetta delle lettere un dépliant di un’agenzia di viaggio: “Meravigliosa crociera. Barcellona, Madrid, Saragozza, le Baleari e tutto il Nord-Africa arabo in 4 ore! Le rate saranno trattenute sullo stipendio”. Va da sé che una rata equivaleva a 12 mensilità di Fantozzi. Ha versato la sua quota e per la prima volta ha affrontato il mare.
Ed eccolo al “gran giorno” della partenza. Piove a dirotto. In un clima tragicamente festoso, la nave si stacca dalla banchina: stelle filanti, orchestrina di bordo che strimpella Ciao, ciao bambina e tutti sui ponti che salutano. Che salutano chi? In genere i facchini rimasti sul molo. Non c’è mai nessuno alle partenze dei croceristi a prezzi familiari! I facchini però, pietosamente consapevoli di quella grossa lacuna scenica, rispondono stancamente.
Beh! Il colpo d’occhio è tale che molti di quei granitici lavoratori si commuovono veramente. I fazzoletti si agitano festosamente, si fermano… qualcuno si soffia furtivamente il naso… ci sono molti occhi lucidi in giro. Poi tutti scendono nelle cabine assegnate. O meglio, cercano di scendere! Perché, trovare la propria cabina, in quell’autentico labirinto che è una nave, è impresa disperata. Si incontrano, dopo trenta ore e più dalla partenza, gruppi in lacrime che hanno deciso di collaborare. Si tengono tutti per mano in lunghe file e cercano di risalire alla luce: avete presente quel quadro I ciechi di Brueghel? Così! Si incontrano degli isolati ormai deliranti che vi abbracciano le ginocchia implorandovi di riportarli sui ponti dalle famiglie. In genere la prima avvisaglia di questo dramma improvviso e insospettato si ha a cena, la prima sera. Manca il novanta per cento dei croceristi. Dove diavolo sono? Tutti persi nei meandri della nave.
Fantozzi – 1975 regia di Luciano Salce
Il secondo tragico Fantozzi – 1976 regia di Luciano Salce
Fantozzi contro tutti – 1980 regia di Neri Parenti e Paolo Villaggio
Fantozzi subisce ancora – 1983 regia di Neri Parenti
Superfantozzi – 1986 regia di Neri Parenti
Fantozzi va in pensione – 1988 regia di Neri Parenti
Fantozzi alla riscossa – 1990 regia di Neri Parenti
Fantozzi in paradiso – 1993 regia di Neri Parenti
Fantozzi – Il ritorno – 1996 regia di Neri Parenti
Fantozzi 2000 – La clonazione – 1999 regia di Domenico Saverni
Fantozzi – Paolo Villaggio 1971
Il secondo tragico libro di Fantozzi Paolo Villaggio 1974
Le lettere di Fantozzi Paolo Villaggio 1976
Fantozzi contro tutti Paolo Villaggio 1979
Fantozzi subisce ancora Paolo Villaggio 1983
Rag. Ugo Fantozzi: caro direttore, ci scrivo… – Lettere del tragico ragioniere, raccolte da Paolo Villaggio 1993
Fantozzi saluta e se ne va: le ultime lettere del rag. Ugo Fantozzi di Paolo Villaggio 1994
Fantozzi totale Paolo Villaggio 2010
Tragica vita del ragionier Fantozzi Paolo Villaggio 2012
Polvere di stelle
Questo articolo è dedicato alla mia bellissima amica Ylva
Polvere di stelle,film diretto da Alberto Sordi nel 1973 è uno dei ricordi cinematografici più belli che conservi nella memoria, aldilà del valore intrinseco e artistico del film, pure non trascurabile.
Avevo solo 15 anni quando la troupe diretta da Sordi scelse Bari per girare buona parte del film; la sera in cui venne girata la sequenza del trionfo dei due protagonisti della storia, Mimmo Adami e Dea Dani (Alberto Sordi e Monica Vitti) tra le centinaia di comparse che agitavano le bandiere americane all’interno del Petruzzelli c’ero anch’io,lieto di far parte di quel mondo fatato che amavo tanto.
Come dicevo un film discreto,forse l’opera migliore di Alberto Sordi,attore di valore ma poco più che mediocre regista.

Ricordo che alla prima del film provai ben più che delusione; le riprese fatte a Bari riprendevano il Petruzzelli,il glorioso Albergo delle Nazioni, dove Sordi e la Vitti trascorsero il tempo impiegato per girare gli esterni baresi e parte del Lungomare.Fu uno choc vedere che il porto che compariva nel film non era quello di Bari,bensi quello di Napoli,nel quale ormeggiavano navi americane.
Fu un colpo basso,quella finzione si trasformò per un breve periodo in una specie di favola agrodolce,il cinema mostrava come effettivamente quello che vedi altro non è che fantasia con scarsa aderenza alla realtà.
Pensieri di un adolescente,naturalmente,quasi un paradigma della vita,nella quale le illusioni lasciano il posto all’amara realtà…
Polvere di stelle è un film sull’avanspettacolo,forma di rappresentazione estremamente popolare almeno fino al primo dopoguerra,una fucina nella quale si sono forgiati decine,centinaia di attori che poi diverranno la colonna portante del nostro cinema,come Toto,Macario e tanti,tanti altri.
Un mondo malinconicamente svanito nel nulla man mano che passavano gli anni e nuove forme di comunicazione si sostituivano a quella forma di spettacolo che gli italiani hanno sempre amato,l’avanspettacolo, con i suoi lustrini e le pailettes,le battute e i doppi sensi,le ballerine e i vestiti sfavillanti.

Un mondo che Luciano Salce aveva raccontato in maniera esemplare in Basta guardarla del 1970,vero e proprio padre putativo del film di Sordi,che si ispira palesemente proprio all’opera di Salce.
La storia racconta le vicende agro dolci di due personaggi del mondo del vaudeville,Mimmo Adami capocomico e di sua moglie Dea Dani, soubrette della compagnia e fedele compagna di Mimmo.
La Compagnia grandi spettacoli Dani Adami vivacchia a Roma nel periodo dell’occupazione alleata;la fame,la mancanza di denaro spingono il gruppo ad accettare una pericolosa rappresentazione in Abruzzo, zona di guerra non ancora liberata e che le altre compagnie di avanspettacolo scansano come la peste.
C’è l’armistizio e la compagnia viene fatta prigioniera dalle truppe naziste e dai fascisti;sarò solo grazie a Dea che riacquisteranno tutti la libertà.
La donna infatti è costretta a darsi al federale responsabile della zona;imbarcatisi alla volta di Venezia,vengono dirottati verso Bari dai partigiani e giungono in una città dove la presenza delle truppe alleate e massiccia.
Qui riescono a mettere su una rappresentazione nel teatro Petruzzelli,ottenendo un grande successo grazie alla voglia di divertimento delle truppe che non badano certo alla grana grossa della comicità dello spettacolo Polvere di stelle,messo in scena dalla ditta Adami-Dani
Mentre Mimmo è sempre più euforico per l’improvviso successo,Dea si innamora di un marinaio americano per scoprire poi che lo stesso torna in America senza mantenere la promessa di portarla con se.
Approdati a Roma,Mimmo e Dea cercano invano una scrittura e scoprono amaramente che a nessuno interessa il loro spettacolo;abbandonati anche dal resto della compagnia,i due si avviano mestamente sul viale del tramonto,costretti a vivere solo di rimpianti dei bei giorno in cui a Bari erano divenuti delle star.
Film troppo lungo,ma godibile in alcune parti,con un inizio fiacco e un finale amaro e ben disegnato.
In sintesi è questo il bilancio finale del film diretto da Sordi,uno dei suoi 19 film dietro la macchina da presa.
Dal 1967 al 1973,data di uscita di Polvere di stelle,Sordi dirige Scusi, lei è favorevole o contrario?,Un italiano in America,Amore mio aiutami,un episodio del film collettivo Le coppie e Fumo di Londra con risultati altalenanti.
Se come attore è indiscutibile la sua capacità di dare corpo e spessore ai personaggi interpretati grazie anche alla sua celebre camaleontica e macchiettistica faccia,come regista Sordi ha grossi limiti nella capacità di senso del ritmo e della misura, mali di cui soffre inevitabilmente Polvere di stelle.
Ad una prima parte fiacca e piuttosto incolore Sordi rimedia strada facendo riuscendo a dare corpo al racconto delle peripezie della scalcinata compagnia che il personaggio di Mimmo Adami dirige con risultati degni di miglior causa.
Il palcoscenico Sordi lo divide con Monica Vitti,che si conferma ancora una volta attrice di razza,finendo spesso per rubare la scena allo stesso Sordi e dando corpo ad un personaggio per certi versi malinconico e perdente con capacità artistiche davvero notevoli.
La storia del film, la sua sceneggiatura,pur con grosse pause approda ad un finale molto malinconico nel quale il talento istrionico dei due attori si rivela in tutta la sua efficacia.

Indubbiamente ben ricostruito il dramma di coloro che,prima e dopo l’armistizio, furono costretti a fare i conti con la miseria e la povertà,barattando spesso la dignità per un pezzo di pane.
Sordi,pur non riuscendo mai a trovare le corde giuste per smuovere i sentimenti profondi che avrebbero avuto bisogno di ben altra trattazione riesce comunque a non svaccare mai e a mantenere un equilibrio narrativo lodevole.
Sostanzialmente un film di buona fattura a cui giovano le ricostruzioni degli scenari,ambientati a Roma,Bari,Napoli e Pescara rituffate nel film ai giorni in cui si prospettava la liberazione dopo un ventennio carico di tantissime ombre e pochissime luci.
Bene il cast,belle le location e i costumi,bene anche le musiche incluso il celebre leit motif “Ma ‘ndo vai se la banana non ce l’hai?bella Hawaiana attaccate a sta banana… ‘ndo vai?se la banana non ce l’haivieni con mente la faro’ vede’…”volgarotta canzone dei doppi sensi che però la coppia rende irresistibile.
Un film di discreta fattura,lontano dall’essere un capolavoro ma di discreta qualità che ne consigliano la visione
Un film di Alberto Sordi. Con Monica Vitti, Carlo Dapporto, Alberto Sordi, John Philip Law, Wanda Osiris,Mimmo Poli, Dino Curcio, John Karlsen, Lorenzo Piani, Alfredo Adami, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Alvaro Vitali Commedia, durata 142 min. – Italia 1973.
Alberto Sordi: Mimmo Adami
Monica Vitti: Dea Dani
John Phillip Law: marinaio americano
Wanda Osiris: se stessa
Edoardo Faieta: Don Ciccio Caracioni
Carlo Dapporto: se stesso
Franco Angrisano: federale
Dino Curcio: capostazione di Pizzico
Franca Scagnetti: zia di don Ciccio
Alfredo Adami: comico Bisteccone
Lorenzo Piani
Luigi Antonio Guerra
Piero Virgintino: direttore del teatro Petruzzelli
Antonio Abramonte: direttore d’orchestra della compagnia
Alvaro Vitali: ballerino di tip-tap
Marcello Martana: se stesso
Luciano Martana: se stesso
Giulio Massimini : se stesso
Pietro Ceccarelli: soldato tedesco strangolato sulla nave
Regia Alberto Sordi
Soggetto Ruggero Maccari
Sceneggiatura Alberto Sordi, Ruggero Maccari, Bernardino Zapponi
Produttore Edmondo Amati per Capitolina Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Mario Garbuglia
L’opinione di LorCio dal sito http://www.filmtv.it
All’origine del più ambizioso film di Alberto Sordi c’è un mondo che il nostro cinema raramente ha saputo raccontare: l’avanspettacolo, e più in particolare la vita delle compagnie d’avanspettacolo durante l’occupazione tedesca. Un tema che Fellini aveva sviluppato in un episodio nella rapsodia di Roma dell’anno prima, che il vecchio amico Sordi decide di presentare acriticamente all’interno di un temerario affresco nazionalpopolare. La prima parte è una celebrazione dell’arte recitativa di Sordi e Monica Vitti, scatenati nei panni di Mimmo e Dea, che consegnano alle antologie il numero di Ma ando’ Hawaii? (se la banana non ce l’hai) e l’incontro alla stazione con nostra signora Wanda Osiris (o meglio Osiri, come imbecillità italiota comandava). I due mattatori hanno l’occasione di manifestarsi artisti completi e veraci, ma è evidente la mancanza di un bravo regista dietro la macchina da presa (ci sarebbe voluto un Luigi Zampa, ma anche uno Steno in buona vena).
Non a caso l’assenza di ritmo si sente nel corso dello spettacolo (la versione estesa dura due ore e mezza) e il tono melodrammatico della seconda parte è troppo autocompiaciuto per coinvolgere, così come è abbastanza telefonata la storia tra Vitti e John Phillip Law. D’altro canto il reparto tecnico è più che apprezzabile (fotografia evocativa di Franco Di Giacomo, scenografie di Mario Garbuglia) e c’è un guizzo non indifferente quando gli immensi (nonostante gli eccessi generati dalla mancanza di un efficace direttore d’attori, malgrado il regista sia un grandissimo attore: ma stavolta il gigionismo è funzionale ai personaggi-guitti) Sordi e Vitti cantano L’amore è un treno sul terrazzo dell’ambasciata a Bari (in fondo Polvere di stelle è una sorta di musical casereccio, romanocentrico, nostalgico), sintesi non solo del film, ma proprio del mood della storia (gran lavoro di Piero Piccioni).
L’opinione di galbo dal sito http://www.davinotti.com
Nostalgico omaggio al teatro di rivista italiano nel periodo storico della seconda guerra mondiale (è ambientato negli anni 1943-1945), è un film non del tutto riuscito. Se piacevole risulta infatti la ricostruzione storica e dello spirito del cabaret fatto con pochi mezzi e tantissima fantasia, il film risulta troppo frammentato e basato sulla macchietta e sulla gag estemporanea che dotato di una storia (e sceneggiatura) organica. Risulta comunque uno spettacolo tutto sommato gradevole, grazie ai bravissimi protagonisti.
L’opinione di graf dal sito http://www.davinotti.com
Probabilmente il più riuscito tra i film diretti da Sordi. Evocando le gesta comiche, impacciate e patetiche di due commedianti poco più che guitti, Mimmo Adami (Sordi) e Dea Dani (Vitti), celebra un mondo ormai scomparso con un grande sentimento di tenerezza che sfocia, alla fine, in un malinconico necrologio. I numeri comici, i balletti, le danze, i lustrini, i sogni di gloria ma anche le fatiche dei viaggi, la fame, gli odori, i fetori, l’umidità delle pareti scrostate delle sale: ecco la poesia allegra e desolata del teatro d’avanspettacolo. Nostalgico.
La vecchia scritta del Petruzzelli
A passeggio su Lungomare Nazario Sauro (da notare l’assenza delle barriere frangiflutto)
La rotonda di Piazza Diaz
A passeggio di sera sul lungomare
L’esterno del Petruzzelli
Il rimpianto sipario del Petruzzelli andato distrutto nell’incendio del 27 ottobre 1991
Il Petruzzelli
Anni 70,prima dell’incendio
Il Bottegone,storico negozio adiacente al Politeama Petruzzelli
Il rogo
Questo articolo è dedicato alla mia bellissima amica Ylva
Shakespeare in love
Nel mio più recente articolo ho parlato di Shakespeare e di uno dei suoi più celebri capolavori,Romeo e Giulietta,ricordando la precisa ed attenta ricostruzione della tragedia da parte del regista Franco Zeffirelli.
Ora invece vorrei parlare di un film di grande successo,premiato nel 1999 con ben sette statuette e che narra in maniera assolutamente fantasiosa del grande bardo e del suo innamoramento per una graziosa fanciulla, Viola De Lesseps;il film è Shakespare in love,del regista britannico John Madden.
La pellicola è una ricostruzione assolutamente arbitraria della vita del celebre tragediografo inglese,della quale vita si conosce ben poco,tanto che sono molti quelli che mettono in dubbio addirittura la sua esistenza.
A parte le numerose incongruenze storiche e la fantasiosa rivisitazione della vita dello scrittore di Stepford on Avon, nel film ci sono errori anche gravi,tipo l’errata collocazione della data di stesura delle sue opere ecc.

Cose che però non devono inficiare un giudizio estetico e strettamente cinematografico del film stesso,alla luce di quella che è un’operazione legata ad un film che narra una vicenda d’amore,con garbo e mestiere.
La storia prende spunto dall’incontro casuale tra William Shakespeare,noto tragediografo dell’epoca in palese crisi di ispirazione e impegnato nella stesura della sua tragedia più famosa (con l’Amleto),quel Romeo e Giulietta che verrà consegnato ai posteri come summa della sua poesia e della sua abilità di descrittore d’anime e di sentimenti e la bella Viola De Lesseps,che lui conoscerà in una doppia veste,quella del giovane attore Thomas Kent e in quelle reali della stessa Viola.
Un passo indietro.
Nella Londra di fine 500 (periodo in cui è ambientato il film) i ruoli femminili a teatro dovevano essere obbligatoriamente interpretati da uomini;era infatti proibito alle donne calcare le scene di un teatro,pena severe sanzioni.
Così William Shakespeare,che sta mettendo in scena una commedia,finanziata da Philip Henslowe si ritrova a dover fare audizioni di attori alle prime armi o vecchie ciabatte assolutamente inadatte al ruolo.
Sulla scena erò compare Thomas Kent,un giovane ed effeminato attore,che recita una parte tratta da I due gentiluomini di Verona di Shakespeare con tale bravura ed intensità da lasciare letteralmente fulminato lo scrittore.

William insegue il giovane fino a casa De Lesseps e qui trova la bella Viola in abiti femminili,rimanendone incantato; ma la ragazza,a sua insaputa,è stata promessa in sposa a Lord Wessex.
William è ormai innamorato della ragazza,ma ignora ancora che lei si nasconde nei panni di Thomas.
Dopo una serie di vicissitudini,William e Viola,pur innamorati dovranno separarsi…
Nell’ottica stretta del film d’evasione, la storia regge e si fa guardare;funzionano bene tutte le componenti del film,dagli attori al cast tecnico.
I guai cominciano solo quando ci si rende conto della sproporzione tra il film, pure gradevole e ben fatto e la valanga di premi attribuiti allo stesso.
Nella cerimonia degli Academy Award (gli Oscar) del 1999,a sorpresa il film si impose su un lotto di pellicole decisamente e qualitativamente superiori.
Basti pensare che restarono a bocca asciutta capolavori come Salvate il soldato Ryan (Saving Private Ryan), regia di Steven Spielberg,La sottile linea rossa (The Thin Red Line), regia di Terrence Malick e ottimi film come Elizabeth, regia di Shekhar Kapur e il nostro La vita è bella, regia di Roberto Benigni decisamente migliori rispetto al pregevole lavoro di Madden.
Ma la logica dell’Accademia è sempre stata mossa da principi spesso incomprensibili.
Il film trionfò anche nella sezione Migliore attrice protagonista con l’Oscar attribuito a Gwyneth Paltrow,in quella Migliore attrice non protagonista con la statuetta attribuita a Judy Dench,nella sezione Miglior scenografia con i premi dati a Martin Childs e Jill Quertier,per i Migliori costumi e il relativo premio consegnato a Sandy Powell,in quella della Migliore colonna sonora sotto sezione Miglior Musical o Commedia con il premio dato a Stephen Warbeck.
Troppi premi,in effetti.

A parte gli ultimi due,gli altri sono stati elargiti con troppa sicurezza e superficialità.
Comunque sia, il successo del film è stato di livello internazionale.
Bene nel cast sia la Paltrow che la Dench,discreto Fiennes,sufficienti Tom Wilkinson e Colin Firth,in ombra Affleck.
A proposito di ardite soluzioni storiche proposte dal film da sottolineare l’assoluta inattendibilità riguardante la figura di Philip Henslowe,il famoso impresario teatrale che non è assolutamente dimostrato abbia conosciuto il grande bardo.
Altrettanto poco attendibile è la figura di Christopher Marlowe,il quale avrebbe fornito a Shakespeare l’ispirazione per la sua tragedia Romeo e Giulietta;altra cosa assolutamente arbitraria.
Aldilà degli appunti storici e delle soluzioni ardite se non campate in aria proposte dagli sceneggiatori, il film è ben diretto e si avvale comunque di professionisti di alto livello,che consegnano alla platea un prodotto sicuramente di classe.
Un film di John Madden. Con Joseph Fiennes, Gwyneth Paltrow, Geoffrey Rush, Tom Wilkinson, Judi Dench,Colin Firth, Martin Clunes, Simon Callow, Ben Affleck, Rupert Everett, Imelda Staunton, Steven O’Donnell, Tim McMullan, Steven Beard, Antony Sher, Patrick Barlow, Sandra Reinton, Georgie Glen, Nicholas Boulton Titolo originale Shakespeare in Love. Commedia durata 122 min. – USA 1998.
Joseph Fiennes: William Shakespeare
Gwyneth Paltrow: Viola De Lesseps/Thomas Kent
Geoffrey Rush: Philip Henslowe
Tom Wilkinson: Hugh Fennyman
Judi Dench: regina Elisabetta
Colin Firth: Lord Wessex
Martin Clunes:Richard Burbage
Simon Callow: Tilney
Ben Affleck: Ned Alleyn
Rupert Everett: Christopher Marlowe
Daniel Brocklebank: Sam Gosse
Jim Carter: Ralph
Imelda Staunton: la balia
Mark Williams: Wabash
Christian Iansante: Joseph Fiennes
Francesca Fiorentini: Gwyneth Paltrow
Mattia Sbragia: Geoffrey Rush
Franco Zucca: Tom Wilkinson
Marzia Ubaldi: Judi Dench
Massimo Lodolo: Colin Firth
Massimo Corvo: Martin Clunes
Vittorio Congia: Simon Callow
Fabio Boccanera: Ben Affleck
Angelo Maggi: Rupert Everett
Stefano Crescentini: Sam Gosse
Paolo Buglioni: Jim Carter
Roberto Stocchi: Mark Williams
Regia John Madden
Soggetto Marc Norman, Tom Stoppard
Sceneggiatura Marc Norman, Tom Stoppard
Produttore David Parfitt, Donna Gigliotti, Harvey Weinstein, Edward Zwick, Marc Norman
Fotografia Richard Greatrex
Montaggio David Gamble
Musiche Stephen Warbeck
Scenografia Martin Childs
“Henslowe! Sai cosa succede ad un uomo che non paga i suoi debiti? suoi stivali prendono fuoco! “
“Lord Wessex: Ho parlato con vostro padre.-Viola De Lesseps: Sicche’, mio signore? Parlo con lui ogni giorno.”
“Capisci – una commedia.Amore ed un numero con un cane. questo e’ cio’ che vogliono. “
“Cinquanta sterline! una somma molto valorosa per una molto valorosa questione:Puo’ una commedia mostrarci l’assoluta’ verita’ e natura dell’amore? Saro’ testimone alla scommessa, e ne saro’ il giudice quando ne arrivera’ l’occasione. Non ho ancora visto niente per risolverla.”
“Mr. Tilney! Abbiate cura del mio nome – lo sgualcirete!”
“Viola de Lesseps: dimmi quanto la ami,Will.William Shakespeare:Come una malattia e la sua cura insieme.”
“Questa non è la vita, Will. È una stagione rubata.”
“Più dolce sarebbe la morte se il mio sguardo avesse come ultimo orizzonte il tuo volto, e se così fosse… mille volte vorrei nascere per mille volte ancor morire.”
L’opinione di Stuntman Miglio dal sito http://www.filmtv.it
Film che passerà inevitabilmente alla storia per aver vinto ben sette premi Oscar meritandone effettivamente uno solo (quello per i costumi). “Shakespeare in love” è essenzialmente una storia d’ amore, una di quelle epiche e tormentate, romantiche nel midollo, concepite per fare breccia nella sfera emotiva del grande pubblico. Lo sviluppo della trama è quello elementare della relazione impossibile già visto in centinaia di film ma l’ idea di mettere Shakespeare stesso nei panni del Lui e affiancare la vicenda sentimentale del drammaturgo alla creazione e prima messa in scena della tragedia di Romeo e Giulietta rende il tutto vagamente più interessante. Ecco, ad essere sinceri, la parti migliori del film sono proprio quelle che ruotano attorno al mondo del teatro con tutti i suoi problemi ed i suoi personaggi qui ben caratterizzati da un discreto cast (bene soprattutto Rush, Wilkinson e tutto sommato anche Affleck). C’ è poi da dire che alcuni espedienti narrativi sono un pò deboli, che la veridicità storica latita e che la coppia Fiennes-Paltrow non è poi così folgorante. I punti forti rimangono scenografie, costumi e la presenza (seppur ridotta al minimo) di Judi Dench nei panni della regina Elisabetta. Madden si limita a gestire il tutto in modo asciutto ma senza far nulla che potesse minimamente giustificare la relativa nomination all’ Oscar. Decisamente sopravvalutato.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Daniela
Smentisco di essere un tipo poco romantico: anche se preferisco la visione di un bell’horror, le vicende di amori infelici facilmente mi spremono una lacrimuccia. Però questo film ispirato alla vita del bardo alle prese con turbe artistiche ed ormonali non mi ha conquistato, nonostante la sontuosità della messinscena e dei costumi. Paltrow, anoressica preraffaellitica, non ha grinta sufficiente per il ruolo, Fiennes è un sedano scondito, la Dench una regina autorevole ma senza troppi guizzi, la noia si affaccia. Oscar? Troppa grazia…
Giacomovie
Può un’opera mostrarci l’esatta natura e verità sull’amore? Una bella domanda che emerge dai dialoghi ed alla quale alla fine viene data risposta affermativa. Si tratta del possibile backstage del Romeo e Giulietta e nel suo impianto goliardico di fondo si propone come un prodotto altamente culturale, con una buona recitazione, grandi meriti scenografici e notevoli costumi da oscar. L’amore ha sempre qualcosa di teatrale e qui se ne esaltano sia i significati del tragico che del giocoso, con ricchezza poetica nella narrazione dei sentimenti.
Galbo
Versione romanzata di una parte della vita del grande scrittore inglese e del rapporto con una donna che lo solleva da una crisi creativa (riesce a concludere la scrittura di Romeo e Giulietta) e della quale si innamora. Al di là dell’improbabilità della storia, il film di John Madden è un gradevole spettacolo, realizzato con dovizia di mezzi e molto curato sia nella sceneggiatura (scritta da Tom Stoppard),nella ricostruzione scenica (assolutamente sontuosa) e nella scelta del cast, con la Paltrow e la Dench entrambe premiate con l’Oscar.
L’opinione di Elmoro dal sito http://www.filmscoop.it
Carino si, ma non il film memorabile degno di ben 7 oscar e 13 nomination. Ennesimo abbaglio dell’Academy, che nell’anno de “La vita è bella” e “Salvate il soldato Ryan”, scippa clamorosamente a questi due e a Benigni in particolare gli oscar per il miglior film e per la migliore sceneggiatura (ODDIO!). La storia è carina, ma alla fine del film mi sono accorto di avere il diabete, tanto è mielosa la trama e ogni suo componente. Sufficienza ma niente di più.
Dio li fa e poi li accoppia
Don Celeste è un brav’uomo, dalla moralità specchiata che fa il parroco in un paesino situato da qualche parte nell’Italia centrale.
Si occupa con diligenza della sua parrocchia e dei suoi fedeli, fra i quali spicca la figura caciarona ma romantica di Dario Ricciotti,un commerciante gay che sogna di poter sposare il suo partner e che assilla Don Celeste con le sue richieste.
Il prete sembra non aver alcun problema;si occupa di musica,la sua passione e svolge il suo magisterio con umanità;ma il giorno di Carnevale qualcosa cambia definitivamente la sua vita.
Mentre è in bicicletta per stradine di campagna,il parroco viene circondato da quattro ragazze in bicicletta e violentato da una di esse.
Turbato più che sconvolto dall’accaduto,Don Celeste inizia a cercare la sua violentatrice e alla fine la rintraccia;è Paola Di Pietro,una bella ragazza del paese.

La ragazza non nega l’accaduto ma rivela a Don Celeste una verità sconvolgente;è incinta del parroco ma non intende proseguire la gravidanza.
La decisione di Paola mette in crisi Don Celeste,che deve fare i conti con la sua coscienza e con la sua fede;deciso ad impedire ad ogni costo un traumatico aborto,il parroco decide di denunciare per stupro la ragazza.
La notizia suscita sconcerto fra i parrocchiani e reazioni contrastanti tra i tutori della legge e i superiori del parroco.
Agli sghignazzi delle forze dell’ordine si sovrappongono le legittime preoccupazioni dei superiori ecclesiastici;l’impossibilità di concedere la dispensa matrimoniale a Don Celeste,disposto a portare all’altare Paola,crea un problema irresolubile alle alte sfere vaticane.
La soluzione dell’intricato caso avverrà quasi casualmente;Paola si innamorerà di un bravo giovane e Don Celeste potrà tenere il bambino allevandolo ed educandolo secondo i suoi principi.

Gradevole e garbata commedia all’italiana,ormai defunta da tempo, Dio li fa e poi li accoppia è un film diretto nel 1982 da Steno,in una delle sue ultime regie cinematografiche.
I temi dell’aborto e del celibato dei preti sono affrontati dal regista romano con il con il consueto garbo ed ironia;la pellicola scorre tranquillamente grazie anche alla simpatia dei due principali protagonisti,in primis Johnny Dorelli,qui in una delle sue classiche apparizioni in cui la simpatia e il magnetismo umoristico del cantante attore vengono esaltate dal ruolo principale affidatogli,poi il bravo e versatile Lino Banfi, straripante nel ruolo del gay follemente innamorato del suo compagno che vorrebbe sposare in barba alle leggi della chiesa e dello stato.
Due personaggi, quelli di Don Celeste e di Dario molto ben delineati nonostante la leggerezza degli stessi.
Inevitabilmente i contorni delle loro figure finiscono per sfumare, vista la leggerezza con cui vengono descritti ma in realtà il film non intende approfondire più di tanto le tematiche abbozzate, non rientrando nel disegno di Steno un approfondimento sia del celibato dei preti sia dell’aborto.
Il film quindi si mantiene correttamente sui binari del politicamente corretto,badando più alla scorrevolezza dello stesso che a temi che francamente sarebbe stato impossibile affrontare nell’ambito di una commedia leggera.

Steno,al secolo Stefano Vanzina, nel corso della carriera girerà circa 80 film e stenderà più di 130 sceneggiature; questo è il quint’ultimo lungometraggio e con lui collabora Bernardino Zapponi per una sceneggiatura lineare e ben equilibrata.
Nel film compare anche,nel ruolo di Paola, la bella Marina Suma,che l’anno successivo otterrà un grande successo personale con Sapore di mare,con la regia del figlio di Steno, Carlo Vanzina.
Per quanto bella la Suma appare un po impacciata;un anno dopo il folgorante esordio con Le occasioni di Rosa di Piscitelli, Marina mostra di avere doti ma di essere ancora acerba.
Tuttavia, nell’ambito di questo film appaiono un po ingenerose le critiche mosse all’attrice napoletane da molti citici.
In fondo parliamo di una commedia leggera,dove non era richiesta un’interpretazione da Oscar.
In definitiva un film gradevole, divertente in maniera soft ma che non annoia.
Dio li fa e poi li accoppia
Un film di Steno. Con Johnny Dorelli, Lino Banfi, Marina Suma, Venantino Venantini, Adriana Giuffré,Giuliana Calandra, Enzo Rinaldi, Franco Caracciolo Commedia, durata 100 min. – Italia 1982
Johnny Dorelli: Don Celeste Restani
Lino Banfi: Dario Ricciotti
Marina Suma: Paola Di Pietro
Venantino Venantini: Occhipinti, il proprietario della discoteca
Giuliana Calandra: Clara, la perpetua
Graziella Polesinanti: l’avvocato di Paola
Max Turilli: Anselmo Marcucci, il testimone
Stefano Altieri: il giudice del processo
Loris Zanchi: il Vescovo
Annabella Schiavone: una pettegola del paese
Renzo Rinaldi: il pubblico ministero
Franco Bracardi: il sindaco di Brisignano
Enio Drovandi: il carabiniere alla macchina da scrivere
Guerrino Crivello: l’assessore comunale di Brisignano
Franco Caracciolo: uno dei due gay olandesi
Geoffrey Copleston: il sindaco di Kellemborg
Adriana Giuffrè: una donna del paese
Dino Cassio: il vigile Urbano
Mimmo Poli: il tassista di Roma
Valentino Simeoni: un uomo in Chiesa
Carlo Demi: il cancelliere al processo
Regia Steno
Soggetto Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Enrico Vanzina
Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti
Adriano De Micheli
Casa di produzione International Dean Film S.r.l.
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Panarecord
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Studio Sound Coop
Musiche Gianni Ferrio
Tema musicale Dio c’è
Scenografia Giuseppe Mangano
Costumi Silvio Laurenzi
Trucco Giulio Mastrantonio
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Homesick
Steno dirige con perizia, non c’è che dire, ma il copione di suo figlio Enrico e di Bernardino Zapponi, pur toccando un tema di cui oggi molto si discute (le adozioni gay), fa acqua ovunque: la storia è insulsa e facilona, e con quella “Dio c’è” declamata sui titoli di coda tocca davvero il fondo del patetico. Pur diligente e misurato nella parte, Dorelli non è molto credibile come prete serio, mentre Banfi riesce sempre a travolgere con la sua carica irrefrenabile di comicità anche quando circoscritta nel macchiettismo. Tremenda la Suma.
Markus
L’idea in sè non è male, ma gli interpreti principali (particolarmente istrionici) portano avanti un loro discorso senza quasi mai incontrarsi. La comicità è limitata a qualche battuta di Lino Banfi e al sarcasmo del confidenziale Johnny Dorelli, ma tutto appare francamente buttato lì: è evidente che fu un prodotto commerciale senza il desiderio di approfondimento. Pruriginosa (almeno per me) la presenza dell’allora giovane e seducente Marina Suma, qui munita di mascherina da diavolessa. Valse il prezzo del biglietto!
Fabbiu
Commedia italiana, impegnata (con i suoi soliti mezzi) ad approfondire diversi temi, in cui Dorelli (nei panni del prete) se la cava piuttosto bene (riesce a convincere abbastanza) e il merito maggiore va in assoluto a Lino Banfi che, se forse stereotipizza troppo la figura dell’omosessuale, per lo meno riesce a risollevarla con l’umorismo nei momenti in cui le riflessioni tendono al patetico. Steno riesce bene a raccontare la storia in modo rilassante e poco macchinoso, sebbene l’ultima porzione di film giri un po’ a vuoto. Odiose la Suma e la canzone a tema.
Giuan
Commedia di Steno che per qualche criptico motivo cinematografico ho sempre scambiato per un film di Festa Campanile. Sviste registiche a parte, si tratta di uno di quei film che motivi affettivi ci fan amare ben al di là dei suoi specifici meriti. La fascinazione (personale s’intende) nasce presumo dal carisma pretesco e agée di Dorelli, unito ad un Lino capace di costruire un personaggio da una macchietta e alla Marina che ai tempi tutti ci concupiva. Stefano dirige un copione di Enrico e Zapponi, di cui era effettivamente difficile trovar il registro.
Opinioni tratte dal sito http://www.filmscoop.it
Woodman
Squisita e sorprendente commediola nostrana, decisamente sopra la media del periodo.
Con una regia tiepidina del pur bravo Steno, la storia si snoda acquistando sempre più interesse. Esempio di commedia dalle ambizioni sociologiche ancora seguito (nel bene e soprattutto nel male), specie nel disegno parossistico e colorato dei personaggi di fianco e nella tendenza a prendersi poco sul serio.
Qui le frecciatine volano più in alto del solito, c’è una certa cura descrittiva, le gag sono genuinamente divertenti.
Audace, aguzza, leggera.
La carta vincente e il prezzo del biglietto lo vale peró l’irrefrenabile, strepitoso Banfi, che ruba la scena a chiunque.
Da recuperare.
Kimmy
Commedia che, quotando il morandini(purtroppo), sarebbe potuta essere più grande. Temi importanti trattati con leggerezza eccessiva. Omofobia, Ipocrisia, Vandalismo, Rapporti proibiti… In salsa di commedia all’italiana, con guizzo di denuncia mai troppo evidenziata, sempre una riga più sotto.. Banfi eccezionale, vale il prezzo del biglietto. Era ancora Steno, comunque, uno imponente, uno intelligente, uno che sapeva il fatto suo, fatto di un’altra pasta.. e si vedeva.
Pak 7
Buona commedia di inizi anni 80 che sa leggermente distinguersi dal trend del periodo con una storia quantomeno originale. Banfi si ” stacca” dal filone trash e si diletta in altri ambiti, entrando sicuramente nel suo miglior periodo produttivo.
Qui, in veste omosessuale, è assolutamente delizioso. Buona la prova della Suma, mentre Dorelli in qualsiasi film mi sembra avere sempre quella faccia un pò così..
Tutto l’amore che c’è
Samba pa ti di Carlos Santana e i pantaloni a zampa di elefante,la Dyane 2 cv e le basette lunghe,i jeans e i capelli disordinati, il juke box e i 33 giri.
Sullo sfondo la campagna pigra e silenziosa del sud, della Puglia per l’esattezza.
Le giornate all’apparenza tutte uguali, sotto il sole estivo abbacinante, che mette stanchezza solo a guardarlo, gli ulivi fieri e maestosi, la terra brulla.
Due ragazzini che parlano, brevemente;lui le ha chiesto qualcosa di più della semplice amicizia, lei è maliziosa nonostante la giovane età.
“Quanto tempo ci vuole? Forse un mese,una settimana.Se farò così con la testa vorrà dire si, altrimenti no”
E’ un tempo sospeso,c’è un’aria di calma sonnolenta, tutto sembra immutabile come l’atmosfera delle campagne e delle immutabili abitudini di vita del meridione.
Siamo nella parte centrale degli anni settanta, che solo chi è del Sud, solo chi li ha vissuti può capire pienamente.

Un’epoca di tante speranze ma anche di cocenti delusioni.
Il sogno di un lavoro, tante idee,la voglia di cambiare le cose, la musica, l’amicizia.
Questo il contorno frammentato di Tutto l’amore che c’è, film del 2000 di Sergio Rubini,regista barese Doc anche se nato a Grumo Appula, piccolo centro a vocazione agricola dell’hinterland barese,30 KM circa dalla città.
Forse il suo film più autentico come regista, un omaggio commosso e a tratti anche commovente ad un periodo della sua (e nostra gioventù) irrimediabilmente sepolto dalle sabbie del tempo;un film in soggettiva,un racconto visto attraverso gli occhi di Carlo De Vito, sedicenne ancora ingenuo e con amici un gruppo eterogeneo di giovani più grandi di lui.

Il bar del paese,il ghiacciolo, la birra e i discorsi a tavolino su una vita piena di speranza;il gruppo di amici discute e parla di questo ed ecco che all’improvviso a turbare e cambiare le loro vite, definitivamente, arrivano tre sorelle, Gaia,Lena e Tea che sono le tre splendide e disinibite figlie di un ingegnere venuto in quel lembo sperduto di sud per dirigere una fabbrica, una di quelle che dovrebbe rappresentare un’opportunità per i giovani del posto,il miraggio di un posto di lavoro.
Le tre ragazze appartengono ad un altro mondo,agli antipodi da quello rustico e provinciale del gruppo di ragazzi:ma tutti i protagonisti sono giovani e ben presto trovano un trait d’union,qualcosa che li leghi.
Nasce l’amicizia ma anche un affetto abbastanza profondo fra Gaia e Nicola;il legame tra quest’ultimo e Maura,una ragazza del posto sognatrice e romantica salta,con conseguenze funeste per la ragazza che perderà la vita tragicamente.

Per gli altri sarà un’ubriacatura di libertà, fatta di qualche spinello e di sogni destinati ad avere sorte incerta nel futuro.
Un film che gioca tutte le sue carte sull’operazione nostalgia che Rubini mette in scena senza esagerare con il rimpianto;lo sguardo tenero e divertito del regista osserva le vite di tutti i personaggi mostrandone superficialmente ambizioni e speranze lasciando molto defilato il contesto storico in cui avvengono i fatti.
Contano le vite e i loro sogni,tutto il resto viene in second’ordine;Rubini ritaglia per se il ruolo del papà di Carlo, figura in qualche modo patetica nella ricerca di allestire uno spettacolo teatrale, affida il ruolo della madre di Carlo, suo alter ego giovane ad una Margherita Buy insolitamente spaesata, anche perchè limitata ad un ruolo marginale.
Carlo,che è un Rubini giovane in questo film dal sapore autobiografico, è interpretato da Damiano Russo,che all’epoca delle riprese del film aveva diciassette anni, quindi in perfetta sintnia con l’età del personaggio.

Il volto sognante e un po spaesato di Russo è una delle cose migliori del film;purtroppo il giovane attore barese si spegnerà tragicamente nel 2011 in seguito ad un incidente stradale.
Acerba e bellissima è Vittoria Puccini, la Gaia del film mentre è Michele Venitucci a interpretare Nicola, altro personaggio mportante del film.
La giovane Teresa Saponagelo è Maura, la ragazza di Nicola che muore tragicamente nel film mentre decisamente avulso dalla storia, una vera e propria comparsata è quella di un over size Gerard Depardieu,unica,vera nota stonata del film.
Le riprese di Tutto l’amore che c’è avvennero in territori abbastanza distanti l’uno dall’altro;si va da Grumo Appula a Palo del Colle, ad Altamura e infine Giovinazzo;una provincia di Bari interna, contadina,assolata e silenziosa.
Un film di buona fattura,un’operazione nostalgia condotta con sobrietà e senza premere troppo l’acceleratore sul facile sentimentalismo; opera pregevole che sarà seguita da un altro film molto carino, L’anima gemella.
Tutto l’amore che c’è
Un film di Sergio Rubini. Con Sergio Rubini, Gérard Depardieu, Margherita Buy, Damiano Russo, Francesco Cannito, Marcello Introna, Michele Venitucci, Teresa Saponangelo, Vittoria Puccini Commedia, durata 93 min. – Italia 2000.
Damiano Russo: Carlo De Vito
Sergio Rubini: padre Carlo
Margherita Buy: Marisa
Gérard Depardieu: Molotov
Teresa Saponangelo: Maura
Vittoria Puccini: Gaia
Michele Venitucci: Nicola
Francesco Cannito: Enzo Garofalo
Pierluigi Ferrandini: Vito
Marcello Introna: Aldo
Antonio Lanera: Angelo
Francesco Lamacchia: Salvo
Antonio Tuzza: Callisto
Celeste Pisenti: Lena
Alessandra Roveda: Tea
Oriana Celentano: Giuseppina
Mariolina De Fano: Zia Maria
Regia Sergio Rubini
Soggetto Sergio Rubini e Domenico Starnone
Sceneggiatura Domenico Starnone, Luca Gobbi, Sergio Rubini
Produttore Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Paolo Carnera
Montaggio Angelo Nicolini
Musiche Michele Fazio
L’opinione di Panflo dal sito http://www.filmtv.it
Sergio Rubini, regista di talento di un cinema minimalista ma genuino, mi ricorda il primo Olmi, quello de “Il Posto” ; la freschezza nel descrivere la psicologia degli adolescenti e la genuina compartecipazione nelle loro ansie , gioie, speranze e delusioni non ha nulla di concettuale e di psicologicamete approfondito come spesso accade in altri film sulla gioventù. Si sorride spesso nel vedere le situazioni, anche ovvie ma mai banali, di un piccolo mondo di adolescenti del sud che vivacchiano sotto il sole degli anni ’70, tra voglia di donne e comunismo , e lo sconvolgimento creato dall’arrivo di tre sorelle da Milano che portano una ventata di modernismo un pò hippie. Una perfetta ricostruzione di quei tempi, con bravi attori giovanissimi ed entusiasti, un’ambientazione piacevole e musiche d’epoca ben calibrate (forse eccessivamente alto il lo sonoro che spesso copre le voci umane).
L’opinione di Sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Un Rubini insolitamente esplicito sul piano sessuale, racconta un tempo della sua giovinezza, quando tre ragazzine milanesi sconvolsero la vita di un gruppetto di giovani pugliesi negli anni Settanta. E non insisterei troppo con la critica alle incongruenze cronologiche, perché probabilmente il regista guarda più a un tempo dell’anima piuttosto che a dei riferimenti storicamente precisi: concediamoglielo come licenza poetica. Per il resto, il film è riuscito in parte; somiglia a tanti film americani sui ricordi adolescenziali, sulla voglia di crescere presto, che qui da noi è merce abbastanza rara. Qualche episodio è felice, qualche altro odora di riempitivo (la recita del padre di Carlo), ma, insomma, via, s’è visto di peggio. Fra gli interpreti, mi piace Teresa Saponangelo: recita in maniera molto naturale. La colonna sonora è bella, anche perché vi ricorrono un paio di brani dei King Crimson, anche se quell’album – In The Court Of The Crimson King – è del 1969…
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Triplice contrasto, come scrive bene Morandini: Nord-Sud, ragazzi-ragazze, genitori-figli. Operina talora riuscita (**), che non graffia ma che neppure voleva graffiare. Finale bruttino. Domina la nostalgìa (autobiografica?) e regala qualche squarcio divertente, come quando, dopo la prima puntata nella casa dei monzesi, il gruppo commenta la differente educazione domestica. Bravi i ragazzi locali, assai meno le “monzesi”. Depardieu non c’entra nulla col film, nel quale si fuma sempre, in maniera che si fa pure fastidiosa.
L’opinione di DJ Fetish dal sito http://www.filmscoop.it
Un piccolo gioiellino di cinema perfettamente italiano.
Tutto è al suo posto: bellissima fotografia che restituisce i luoghi così come sono, colonna sonora di impatto, recitazione perfetta di tutti, dai più rodati ai giovanissimi (per una volta nel cinema italiano che spesso propone attori assurdi), storia accattivante e a tratti triste e malinconica.
Difficilmente si scorda.
Bob & Carol & Ted & Alice
Bob e Carol sono una coppia giovane, innamorata e sposata da un po tempo.
Tuttavia i due sono consapevoli che il rapporto di coppia deve avere una base solida sul quale strutturarsi,così decidono di passare il fine settimana sottoponendosi a visite psicanalitiche.
Che finiscono per migliorare davvero il rapporto di coppia,visto che i due iniziano a dialogare più intensamente, finendo per diventare più sinceri; adesso Bob e Carol sentono che davvero non ci sono più barriere e che l’onestà e la sincerità possono diventare parte indissolubile del loro rapporto.
Così Bob, nel nuovo spirito di coppia,confessa a Carol la scappatella fatta con una segretaria, conclusasi senza complicazioni;Carol, lungi dal sentirsi ferita dall’inaspettata rivelazione del coniuge è quasi contenta dell’accaduto, del fatto che Bob la abbia considerata importante a tal punto da confessarle il suo segreto più intimo.

Anche Carol ha un’avventura, con un maestro di tennis e ovviamente racconta tutto al marito che,pur ferito,si sforza di accettare la cosa, anche perchè per Carol non è stata altro che un’avventura passeggera.
C’è una presa di coscienza dei due; ci si può amare teneramente ma al tempo stesso desiderare un’avventura,qualcosa che porti nuova linfa al rapporto.
La scoperta provoca in Carol il desiderio di condividere l’esperienza fatta; ne parla così con l’amica del cuore,Alice.
Che al contrario di Carol è angosciata dalla rivelazione.Dopo un lunghissimo colloquio notturno con suo marito Ted,Alice ha ancora più dubbi e si interroga su quello che è davvero il rapporto che ha con il marito.
Di fronte ad un bivio,piena di incertezze e dubbi,Alice ricorre anch’essa ad uno psicanalista.
Una sera c’è una cena tra i quattro amici.
Ted,improvvisamente,decide di raccontare un suo tradimento alla moglie e agli amici.
Ma Alice è davvero pronta a perdonare e a costruire il futuro con un marito che sente un po più distante oppure si rassegnerà all’accaduto?

Ad un tratto emerge un’idea singolare;in una situazione così complessa di amori clandestini,dapprima nascosti e poi svelati, perchè non scambiarsi i mariti per valutare più oggettivamente la saldezza dei sentimenti dei quattro?
Un’idea,certo, ma…
Bob & Carol, Ted & Alice è l’opera d’esordio di Paul Mazursky,datata 1969.
Il regista di New York affronta un tema scomodo, quello della monogamia, del rapporto di coppia e del tradimento, della sincerità dei rapporti, della monotonia che fatalmente finisce per avvolgere il rapporto stesso.
Lo fa con uno stile ironico, senza però diventare sarcastico o senza salire in cattedra con prese di posizione moraliste o all’opposto permissiviste.
Mazursky gioca con l’argomento, dando al film un taglio arguto ma mai volgare, nonostante il tema scabroso potesse permettere licenze di ogni genere.

Il 68 è appena passato, con la sua onda lunga fatta di liberazione dai totem e dai tabù,di desiderio di innovazione e modernità anche nei rapporti di coppia, uno dei capisaldi della società,da sempre.
L’obiettivo indaga su due coppie,non più tanto giovani da poter giocare alla rivoluzione,non così avanti negli anni da rappresentare un fattore stabilizzato e non più permeabile.
I quattro appartengono alla generazione di mezzo,quella generazione che ha visto il vento del cambamento spazzare via molte delle strutture antiquate sulle quali era costruita la società.
Sono quindi persone in crisi di identità, che giocano in qualche modo e in qualche modo no, ma che sentono soffiare il vento del cambiamento e che cercano di indagare più profondamente sul reale valore dei loro sentimenti.
Bob & Carol, Ted & Alice è quindi una commedia piacevole, a tratti anche divertente ma, attenzione, mai dai toni frivoli.

Nathalie Wood,Elliot Gould,Dyan Cannon,Robert Culp sono i bravi protagonisti della storia;la Wood e la Cannon, trentenni all’epoca delle riprese,appaiono come delle donne in cerca d’autore, personaggi alla ricerca di qualcosa che nei loro matrimoni è presente solo in maniera grigia.
E’ una zona d’ombra,la sincerità,l’onestà.
E quando prenderanno piena coscienza del tutto vivranno un rapporto di coppia decisamente meno paludato e meno ipocrita.
Un bel film in definitiva, che purtroppo non passa in tv da tempo immemorabile.
Bob & Carol & Ted & Alice
Un film di Paul Mazursky. Con Dyan Cannon, Elliott Gould, Natalie Wood, Robert Culp, Horst Ebersberg, Lee Bergere, Donald Muhich, Noble Lee Holderread Jr, K. T. Stevens, Celeste Yarnall, Lynn Borden, Linda Burton, Greg Mullavy, André Philippe, Diane Berghoff Commedia, durata 104 min. – USA 1969
Natalie Wood … Carol Sanders
Robert Culp … Bob Sanders
Elliott Gould … Ted Henderson
Dyan Cannon … Alice Henderson
Horst Ebersberg … Horst
Lee Bergere … Emilio
Donald F. Muhich …Psicanalista
Noble Lee Holderread … Sean Sanders
K.T. Stevens K. … Phyllis
Celeste Yarnall … Susan
Lynn Borden … Cutter
Linda Burton … Hostess
Regia: Paul Mazursky
Sceneggiatura:Paul Mazursky e Larry Tucker
Produzione:M.J. Frankovich e Larry Tucker
Musiche:Quincy Jones
Fotografia:Charles Lang
Montaggio:Stuart H. Pappé
Art Direction :Pato Guzman
Set Decoration:Frank Tuttle
L’uccello migratore
La cosa più agognata da Andrea Pomeraro, insegnante di storia siciliano è lasciare l’isola alla volta di Roma, per insegnare finalmente in un liceo.
E l’occasione finalmente arriva il giorno in cui suo zio, un politico influente,riesce a fargli avere una cattedra in una scuola della citta.
Grazie sempre a suo zio, Andrea alloggia in un appartamento che lo zio stesso utilizza come alcova di piacere per gli incontri clandestini con le sue amanti,cosa che avrà imprevedibili e comiche conseguenze.
L’approccio di Andrea con gli studenti è addirittura disastroso; nel liceo romano vige un regime di totale anarchia, tollerata anche dal preside e dai professori che per quieto vivere lasciano gli studenti liberi di fare quello che vogliono e a farne le spese è il povero Andrea, contestato da subito.
Rossana Podestà
Lando Buzzanca
Anche la conoscenza con la bella professoressa Delia Benetti all’inizio non è affatto facile;tuttavia tra i due sembra essere scoccata la fatidica scintilla e dopo un farsesco tentativo di conquista,avvenuto a casa della donna che vive con una sua zia, a sorpresa Andrea se la ritrova a letto a casa di suo zio.
La donna infatti gli confessa candidamente di essersi sentita attratta da lui proprio nel momento in cui,con la coda tra le gambe, è andato via da casa della donna.
Ma Andrea ha contro gli studenti della scuola e in particolare un gruppo di essi che organizzano una trappola nella quale l’ingenuo Andrea cade;una studentessa infatti si fa fotografare a mare con Andrea nudo come un verme e utilizza le foto per ricattare il professore.

Dopo una girandola di avvenimenti, che vedono Andrea diventare imprevedibilmente paladino degli studenti e dopo che Delia è arrivata anche a offrirsi ad uno studente pur di recuperare le foto incriminate, tutto finisce per il meglio, con Andrea che ritorna a casa e con Delia che lo raggiunge.
L’uccello migratore è una commedia del 1972 diretta dal grande Steno con protagonisti Lando Buzzanca e Rossana Podestà.
Una commedia leggerissima e gradevole, una delle tante interpretate da Buzzanca negli anni settanta, in cui l’attore siciliano replicava all’infinito il ruolo dell’uomo virile sempre in corsa dietro le gonne, un po geloso e un po maldestro.

In questo film diretto con mano leggera da Steno non c’è nulla di particolare di segnalare;l’impianto è quello tradizionale della commedia degli equivoci, condita da qualche siparietto sexy (l’incontro di Andrea con la studentessa), qualche fugace scena di nudo e qualche gag comica peraltro piacevole.
Da segnalare la bellezza travolgente di Rossana Podestà,purtroppo recentemente scomparsa, un’attrice molto brava e adattissima ai ruoli comici, che anche vestita mostra un’aura di sensualità invidiabile.
Poco altro da aggiungere, se non il fatto che il film è stato più volte trasmesso sulle reti private e che è oggi disponibile finalmente in digitale dopo un lunghissimo periodo di oblio.
Un film di Steno. Con Rossana Podestà, Lando Buzzanca, Gianrico Tedeschi, Ignazio Leone,Pia Velsi Commedia, durata 94 min. – Italia 1972
Lando Buzzanca: Andrea Pomeraro
Rossana Podestà: Delia Benetti
Gianrico Tedeschi: On. Michele Pomeraro (lo zio di Andrea)
Olga Bisera: L’amante francese dell’on. Michele Pomeraro
Pia Velsi: La madre di Delia Benetti
Ignazio Leone: Il commissario di polizia
Paolo Cardoni: Aldo, lo studente che desidera Delia
Vincenzo Crocitti: Uno dei poliziotti in borghese
Regia Steno
Soggetto Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione Medusa
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Gianni Polidori
Recensioni dal sito http://www.davinotti.com
B.Legnani
Rivisto dopo quasi 40 anni, ha perso un po’ di forza. La coppia Buzzanca-Podestà funziona sempre, ma è il ritratto studentesco, già zoppo all’epoca, che ora pare pure ridicolo. Buzzanca azzecca due o tre espressioni, la sceneggiatura ha qualche colpo d’ala e Steno dirige con consueta professionalità, portando alla fine un film così così (distanza abissale da L’arbitro e da Homo eroticus). Uno dei giornalisti è il giovane Augusto Zucchi.
Undying
Il manifesto originale può apparire come copertina ante-litteram dei celebri fumetti – circolati in seguito – basati sulla parodia (non autorizzata) del “latin lover” italiano per eccellenza. Cercate la brochure (rigorosamente disegnata) con la Podestà mezza nuda e Buzzanca, con cappello da pirata, che si arrampica dall’esterno della finestra. Resta una commedia divertente, ben diretta dal grande Steno, ottimamente scritta (co-sceneggiata da Raimondo Vianello) che annovare nel cast una delle più sensuali attrici (la Podestà) del nostro cinema…
Homesick
La verve di Buzzanca e lo splendore della Podestà – che esibisce un fisico da pin-up valorizzato da maglioni attillati e strettissime cinture – trainano una poco convincente commedia giocata su abusati stereotipi: il professore all’antica trapiantato nella modernità, gli studenti contestatori e bolscevichi (tra cui la ragazza bella e maliarda lanciata all’attacco), l’onorevole dedito a incontri sessuali in garçonnière. Traballante.
Markus
Delizioso Buzzanca-movie, in cui si tratta l’allora scottante fenomeno della contestazione comunista giovanile nei confronti dei potenti e di chi comanda in genere. Ovviamente si aggiunge un aspetto sexy, grazie alla presenza della bella Rossana Podestà. La pellicola ha delle venature pochadistiche (nei momenti casalinghi di Buzzanca) davvero divertenti. Un buon film, avvalorato da un ritmo sostenuto per tutta la sua durata.
Ianrufus
Uno dei migliori Buzzanca, brillante e spaesato non solo come professore a Roma ma anche come attore in una satira sulla contestazione; la sua “guerra” con gli studenti ed il suo essere “cane sciolto” rendono il film quasi romantico. Venditti, ancora giovane e cantautore, canta la colonna sonora mentre si spreca, tanto per cambiare, un attore come Tedeschi, addirittura doppiandolo! La Podestà è una bellezza così autentica che oggi sarebbe improponibile come sex symbol! Da vedere, giusto per capire il fenomeno Buzzanca, campione d’incassi.
Ufficiale e gentiluomo
Due Oscar su quattro nomination e due Golden Globe su otto nomination sono il palmares di Ufficiale e gentiluomo, film molto furbo e conseguentemente fortunato costruito a tavolino su una storia che ammicca un po a cenerentola (ma in questo caso non c’è il principe) e un po a La bella e la bestia ( la bestia non è un nobile, non è affatto brutto, anzi)
Un grandissimo successo di pubblico e per una volta una discreta accoglienza di critica, cosa abbastanza rara per un film che tocca principalmente le corde dei sentimenti, frutto di quell’alchimia misteriosa che fa si che alcune storie finiscano per conquistare la platea.
Ufficiale e gentiluomo ha indiscutibilmente alcuni punti cardine di grande effetto sui quali è costruita la storia di Zack Mayo, il giovane di umili origini che per sfuggire ad una vita miserabile sceglie di redimersi e costruire il suo futuro nella marina degli Stati Uniti e quella di Paula Pokrifki, la bella di identiche umili origini che lavora in una cartiera e che riuscirà a far capire a Mayo il valore dei sentimenti.
Una storia d’amore, una storia di riscatto, una di amicizia.

Su qesti tre temi Taylor Hackford costruisce quindi una storia armonica e ben guidata dall’inizio alla fine, sempre giocata in bilico tra i buoni sentimenti dei protagonisti da una parte e sulla disciplina, sull’educazione e sulla formazione dall’altra.
La trama in breve:
Zack Mayo è un giovane che vive in un collegio dopo la morte di sua madre; la vita nella struttura non lo soddisfa quindi sceglie di seguire suo padre, un sergente di marina che passa la sua vita tra donne e alcool.
Mayo vuole riscattarsi dall’ambiente in cui ha praticamente sempre vissuto e nonostante lo scetticismo del padre decide di iscriversi ad una scuola per diventare ufficiale di marina e pilota d’aerei.
I primi tempi del corso d’addestramento sono durissimi.
Il sergente Foley, un addestratore duro e implacabile si rivela per Zack un osso durissimo; l’uomo infatti ha il compito di evidenziare le debolezze degli uomini a lui affidati e non esita a usare tutti i trucchi e tutta la sua autorità per mettere in crisi i suoi allievi, convinto così di forgiare non solo dei buoni piloti, ma degli uomini atti alla disciplina e con un codice d’onore ben preciso.
ù
Zack stringe una forte amicizia con Sid, un giovane collega a cui pulisce le scarpe e lucida gli alamari in cambio di lezioni su una materia che Zack stesso conosce poco, finendo poi per estendere la cosa agli altri partecipanti al corso.
Scoperto da Foley, che vorrebbe il suo abbandono del corso, Zack reagisce con forza e da quel momento viene sottoposto ad un durissimo e implacabile addestramento personale da parte del sergente.
Contemporaneamente Zack e Sid conoscono e frequentano due ragazze del posto,Paula e Lynette,con le quali hanno una relazione libera e senza apparenti coinvolgimenti sentimentali.
Sid però finisce per innamorarsi di Lynette, la quale è più interessata alla carriera del giovane che al suo amore.
Per Zack l’addestramento continua, implacabile.

La volontà,la grinta, il desiderio di riscatto finiscono per avere la meglio anche sulla volontà di Foley e Zack si appresta quindi a ultimare il corso.
Ma Sid, ingannato da Lynette che gli fa credere di essere incinta, decide di lasciare il corso cosa che scatena la rabbia della donna, che lo lascia.
Deluso e umiliato, Sid si uccide.
Zack, convinto che il responsabile del suicidio dell’amico sia opera del durissimo addestramento di Foley, affronta quest’ultimo in un combattimento di arti marziali sul ring, finendo però sconfitto.
Il corso termina e Zack è finalmente ufficiale: si è reso conto che senza Foley non avrebbe trovato la grinta e la forza per superare il corso stesso e glielo dice ricavandone in cambio un “Togliti dalle palle Mayo”
In sella alla sua moto, con la divisa bianca immacolata e impeccabile, Zack va verso la cartiera dove lavora Paula e in mezzo ad un tripudio di lacrime e appalusi delle colleghe della ragazza, la prende in braccio e la porta via con se mentre in sottofondo si sentono le note di Up Where We Belong cantata da Joe Cocker e Jennifer Warnes.

Non c’è il cavallo bianco, ma c’è la moto; il principe è un ufficiale di marina che porta via la sua cenerentola verso un futuro assieme.
Happy end e applausi del pubblico.
Perchè le storie a lieto fine in fondo sono quelle che permettono di sognare, perchè abbiamo visto una storia di redenzione che è giunta a compimento nonostante i fatidici ostacoli e perchè anche la carogna Foley ci sta simpatico.
Il successo del film naturalmente non dipende solo dalla storia accattivante.
Il regista di Santa Barbara, Hackford che in seguito girerà Due vite in gioco (Against All Odds) (1984) e Il sole a mezzanotte (1985) è un ottimo mestierante; ha senso del ritmo e della misura e in più è anche un uomo fortunato.
Si, perchè affida la parte principale, quella di Zack Mayo a Richard Gere, che fino a quel momento aveva avuto parti defilate, ad eccezione del ruolo di protagonista in American gigolò.E Gere lo ripaga alla grande, con un’interpretazione misurata e magistrale, con la quale otterrà un enorme successo sopratutto fra il pubblico femminile.E pensare che Gere era stato un ripiego, dopo il rifiuto di Travolta di prendere parte al film…

Per la parte femminile sceglie la sconosciuta Debra Winger, non certo una bellissima ma dal volto dolce e tranquillizzante, non una vamp ma una ragazza “normale”
La scelta però più pregnante è quella di Louis Gossett Jr. che interpreta in modo impareggiabile lo scorbutico e durissimo sergente Foley; la sua interpretazione incanta tutti e nella serata degli Oscar del 1983 sarà suo l’Oscar per il migliore attore non protagonista.
Bellissima la colonna sonora che vincerà anch’essa un Oscar.
Up Where We Belong composta da Jack Nitzsche, Buffy Sainte-Marie e Will Jennings e cantata da Joe Cocker e Jennifer Warnes diverrà un evergreen e rimarrà indissolubilmente legata alle immagini finali del film, vera icona di romanticismo ripresa un’infinità di volte da molti autori.
Un film forse un tantino ruffiano ma sicuramente accattivante e piacevole, costruito con abilità e divenuto con il temo quasi un simbolo di quegli anni ottanta spensierati e pieni di speranza.
Il film è presente in rete in una bella versione sia audio che visiva all’indirizzo http://www.cb01.tv/ufficiale-e-gentiluomo-1983/
Ufficiale e gentiluomo
Un film di Taylor Hackford. Con Richard Gere, Louis Gossett jr, Debra Winger, David Keith, Robert Loggia,Victor French, David Caruso, John Laughlin, Tony Plana, Lisa Eilbacher, Lisa Blount, Harold Sylvester, Grace Zabriskie, Bill Stewart, Tommy Petersen, Mara Scott Wood, David Greenfield, Dennis Rucker, Jane Wilbur, Buck Welcher, Vern Taylor, Elizabeth Rogers, David R. Marshall, Gary C. Stillwell, Tee Dennard, Norbert M. Murray, Daniel Tyler, William Graves, Brian D. Ford, Michael C. Pavey, Keith J. Haar, Pia Boyer, Danna Kiesel, Jeffrey P. Rondeau, Michael Lee Bolger, Mark L. Graves, Meleesa Wyatt, Jo Anna Keane, Samuel M. Pace, Marvin Goatcher Titolo originale An officer and a gentleman. Drammatico, durata 124 min. – USA 1981.
Richard Gere: Zack Mayo
Debra Winger: Paula Pokrifki
Louis Gossett Jr.: sergente Emil Foley
David Keith: Sid Worley
Lisa Blount: Lynette Pomeroy
Lisa Eilbacher: Casey Seeger
Tony Plana: Emiliano Santos Della Serra
Harold Sylvester: Perryman
David Caruso: Topper Daniels
Robert Loggia: Byron Mayo
Victor French: Joe Pokrifiki
Grace Zabriskie: Esther Pokrifiki
Ron Hayes: Midshipman
Tommy Petersen: Zack da ragazzo
Luigi La Monica: Zack Mayo
Roberta Paladini: Paula Pokrifki
Vittorio Di Prima: sergente Emil Foley
Loris Loddi: Sid Worley

Liliana Sorrentino: Lynette Pomeroy
Simona Izzo: Casey Seeger
Mauro Gravina: Emiliano Santos Della Serra
Tonino Accolla: Topper Daniels
Diego Michelotti: Byron Mayo
Ada Maria Serra Zanetti: Esther Pokrifki
Regia Taylor Hackford
Soggetto Douglas Day Stewart
Sceneggiatura Douglas Day Stewart
Produttore Martin Elfand, Douglas Day Stewart
Casa di produzione Lorimar Film Entertainment
Distribuzione (Italia) Paramount Pictures
Fotografia Donald E. Thorin
Montaggio Peter Zinner
Effetti speciali Joseph P. Mercurio
Musiche Mark Knopfler, Jack Nitzsche, Buffy Sainte-Marie, ZZ Top, Van Morrison
Scenografia Philip M. Jefferies, James L. Berkey
Costumi Rita Riggs, Laurie M. Riley
Trucco Jerry O’Dell, Marina Pedraza, Jim Gillespie
Sergente Emil Foley: Da dove vieni soldato?!
cadetto: Da Oklahoma City, Oklahoma! Signore!
Sergente Emil Foley: Due cose sole vengono vengono dall’Oklahoma: tori e checche! Io non vedo le corna, quindi devi essere una checca!
Zack Mayo: Non la dimenticherò mai sergente.
Sergente Emil Foley: Lo so.
Zack Mayo: Non ce l’avrei mai fatta senza di lei. Grazie sergente.
Sergente Emil Foley: Levati dalle palle Mayo.
1 – Main Theme from “An Officer and a Gentleman” – Jack Nitzsche
2 – Up Where We Belong – Joe Cocker & Jennifer Warnes
3 – Hungry for Your Love – Van Morrison
4 – Tush – ZZ Top
5 – Treat Me Right – Pat Benatar
6 – Be Real – The Sir Douglas Quintet
7 – Up Where We Belong – Joe Cocker & Jennifer Warnes
8 – Love Theme from “An Officer and a Gentleman” – Lee Ritenour
9 – Tunnel of Love – Dire Straits
10 – Intro Music To “Tunnel Of Love Extract” From: The Carousel Waltz
11 – The Morning After (Love Theme) – Jack Nitzsche
Zack Mayo figlio di madre suicida e di padre donnaiolo e ubriacone, decide di rifarsi una vita iscrivendosi al corso per piloti militari di jet. Durante il corso (durissimo perché l’istruttore lo prende di mira anche se a fin di bene) conoscerà l’amicizia di un ragazzo di estrazione borghese (che però finirà col suicidarsi) e l’amore sincero di una bella ragazza. Film di successo, tecnicamente ben fatto, con attori ricchi di carisma e tanto di happy-end.
L’opinione di Yosseph dal sito http://www.filmscoop.it
Ampiamente acclamato al momento della sua uscita, Ufficiale e gentiluomo è un racconto senza tempo di romanticismo, amicizia e crescita.
Il protagonista è Zack Mayo (Richard Gere), tormentato personaggio che si arruola nella Marina per dare una direzione alla sua vita ribelle, trovando redenzione nel duro addestramento militare.
La regia è buona, la sceneggiatura è solida, le prestazioni degli attori sono convincenti. Particolarmente meritevole è l’interpretazione di Louis Gossett Jr., perfetto nel suo ruolo di sergente di ferro. La sua è una prova da Oscar.
Il finale è un trionfo di emozioni. Gere è maestoso nella sua bianca uniforme navale, magica è la canzone premio Oscar in sottofondo, Up Where We Belong.
Significativo il messaggio universalmente positivo che scaturisce dalla sfida coi propri demoni: il successo si ottiene con determinazione, duro lavoro e vero cuore.
L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it
(…) “Ufficiale e gentiluomo” è però prima di tutto una delle più belle storie d’amore raccontate al cinema e lo si deve tantissimo ad una immensa, stupenda, dolcissima, sensuale, appassionata, leale, romantica Debra Winger al di la di ogni mio aggettivo per apprezzarla nel ruolo di Paola “la polacca”, la ragazza di umili origini che dedica tutto il suo affetto al dannato Zack Mayo senza secondi fini ma solo per amore a prima vista, ci sono delle scene che sono stampate nella mia mente quando vengono inquadrati i due innamorati affiatati come pochi altri sul grande schermo: la scena in cui lui la maltratta mentre lei scoppia a piangere chiedendogli solo di aprirsi un pò, la scena in cui sembrano aver rotto e discutono davanti al juke box mentre sta girando “Tunnel of love” dei Dire Straits dove Debra riesce ad esprimere solo con i lineamenti la delusione di chi è stata messa da parte senza nessuna spiegazione è una sfumatura difficilissima da recitare, la rabbia dipinta sul volto nel momento in cui il suo comportamento viene ingiustamente paragonato a quello di Lynette, la grazia del suo corpo e la passione mentre si morde le labbra nella celeberrima scena d’amore con Gere tanto bella da farti venire il dubbio se non lo abbiano fatto veramente, sono tutte sequenze che esaltano la bravura di questa attrice che ho sempre ammirato infinitamente in ogni sua performance ed è una vergogna che non le fu assegnato un Oscar, uno degli scippi più scandalosi nella storia di questo premio, posso soltanto dire con onestà che la Streep premiata per “La scelta di Sophie” è stata altrettanto grandiosa e credo che la scelta ricadde su di lei per la drammaticità del tema trattato nel suo film. (…)
Opinioni dal sito http://www.davinotti.com
Il gobbo
Telefonatissimo e stereotipatissimo film di ambiente militare, coi lumpen della provincia americana in cerca di riscatto. Gere virileggia facendo ingrifare le spettatrici, ma come è possibile innamorarsi della già indisponentissima Debra Winger? Ovviamente trionfa nella memoria il trucissimo Lou Gossett, al cui sergente di ferro ruberà qualche tic Kubrick per Full metal jacket. Gran botto della canzone, uguale a Sarà quel che sarà di Tiziana Rivale, carneadica vincitrice del Sanremo ’83!
Cotola
Ci sono tutti gli elementi tipici dei film imperniati sull’istruzione militaresca: il sergente di ferro che plasma e rieduca la recluta ribelle, il soldato debole che non resiste all’addestramento, quello che dopo tanti sforzi riesce a superare la prova più dura e così via. In più ci sono anche le complicazioni sentimentali che faranno felici il gentil sesso. Tutto già visto, tutto già scritto (ma come finirà mai?) eppure funziona alla perfezione. Perfetto Gosset (vincitore dell’oscar) ma anche la Winger e Gere fanno la loro figura.
Tarabas
White trash in cerca di riscatto entra alla scuola piloti della Marina militare; prima fa il furbetto poi diventa un capopopolo e cucca anche la bella del villaggio (Debra Winger ai massimi). Messa così sembra una scemenza, ma il film ha una sua dignità ed è ben interpretato, con Gossett che mette su un personaggio destinato a rimanere impresso e ad influenzare molti altri film. Clichés a piene mani e ruffianeria, anche musicale, senza ritegno, però si vede volentieri. Categoria filmoni, direi.
Markus
Piaccia o no, il film è diventato un culto. Vicenda prevedibile anche alla prima visione, ma c’è una sceneggiatura solida scandita da momenti/meccanismi ineccepibili. Il bel Gere funziona perfettamente, ma il migliore è l’istruttore (Gosset), che è ormai un’icona indelebilmente scolpita nel tempo. Ufficiali, gentiluomini e donne (ignoranti) disposte a tutto pur di averli. La morale che se ne trae è alquanto discutibile, tuttavia – e non ne sono certo – probabile specchio di una realtà provinciale americana di qualche tempo fa.
Capannelle
Soggetto ampiamente sfruttato ma reso in questo caso con ottima efficacia. Se Louis Gosset jr. vinse meritatamente l’Oscar come attor non protagonista (è lui a caratterizzare maggiormente il film), anche Richard Gere è bravo, credibile quanto basta e senza troppa parvenza da “bellone”. Trama, sceneggiatura e musiche sono tipiche del periodo, non hanno pretese da filmone impegnato e non sono per niente originali, ma risultano godibili e indovinate. Discreti i personaggi minori.
Cangaceiro
Dopo tanti anni dalla sua uscita si può ormai definire meritatamente un classico. Il tormentatissimo personaggio di Zack Mayo è il ruolo più interessante della carriera di Gere ed è da lui interpretato nel migliore dei modi (va così così solo quando frigna). La pellicola ha anche altre frecce al suo arco: l’ottima performance di Gossett Jr., l’irresistibile dolcezza di Debra Winger, le varie scene d’addestramento ben confezionate e la colonna sonora d’eccezione. Piuttosto ruffiano il trionfale happy end in cartiera ma si può chiudere un occhio.
Steaming-Al bagno turco
Il bagno turco gestito dalla simpatica e matura Violet a Londra è il punto di incontro preferito per un gruppo di donne di diversa estrazione sociale e di diversa età;è il posto ideale per rilassarsi accantonando i problemi giornalieri, le ansie e gli affanni, l’occasione per sorseggiare una tazza di tè, chiacchierare di cose più o meno futili con altre donne,una pausa ristoratrice per lasciare in un angolo le preoccupazioni del lavoro o degli affari domestici, figli e amanti, mariti e datori di lavoro.
Nancy e Sarah, Josie e la signora Meadows con sua figlia Dawn,Celia e la signora Goldstein si incontrano tra i vapori del bagno turco, rilassandosi e trovando finalmente una pausa temporale da dedicare a se stesse.
Nancy è una donna di una certa età, abbandonata dal marito che a lei ha preferito un’amante più giovane e che continua a piangersi addosso, non riuscendo a trovare una spiegazione (pure abbastanza semplice) all’improvviso abbandono del marito, dopo una vita dedicata alla famiglia coronata dalla nascita di tre figli mentre Sarah, che è una donna istruita (lavora come avvocato) e di classe agiata ha una vita professionale gratificante ma che si sente incompleta per non aver mai avuto un figlio.

Josie invece è di estrazione popolare;è una donna forte e rozza,con una sua primitiva bellezza e che lavora in un night è ossessionata dal sesso e racconta alle sue occasionali compagne delle sue avventure amorose e della sua relazione con il compagno del momento, una relazione sessualmente gratificante ma con un rovescio della medaglia, ovvero l’abitudine dell’uomo di picchiarla frequentemente.
Celia è una donna di colore tranquilla e abbastanza riservata,che abitualmente ascolta più che parlare mentre la signora Meadows è una donna ormai fuori dal tempo, petulante e di idee conservatrici, afflitta anche da una figlia,Dawn, lontanissima sia dai canoni estetici (è grassa e poco attraente) sia da quelli culturali, visto che sembra una bambina viziata afflitta anche da un’ingordigia vistosa.
L’ambiente ovattato è quindi il posto giusto per confidenze, per analisi sui propri comportamenti e giudizi sulla propria vita, tra vapori benefici e lunghi bagni nella piscina del bagno.

Un giorno Violet comunica al gruppo delle frequentatrici che il futuro del bagno turco è a rischio:il consiglio comunale ha infatti intenzione di sfrattare gli occupanti e cedere la struttura ad una società che la raderà al suolo e che al suo posto farà sorgere un grande magazzino.
La notizia getta nella più profonda costernazione il gruppo di donne, che dopo l’iniziale smarrimento decide di reagire; dopo aver preparato manifesti di protesta le donne incaricano la battagliera Josie di farsi loro portavoce presso il consiglio comunale e di esporre le loro ragioni.
La vivace e battagliera Josie così,con un intervento deciso e risolutore,riesce ad ottenere la revoca della delibera:non solo il bagno turco non chiuderà ma la città restaurerà il posto restituendolo a nuova vita.
La notizia della vittoriosa battaglia portata avanti da Josie riempie di felicità le donne del gruppo.
Viene organizzata una grande festa che culmina con un bagno in piscina e la liberazione di tanti palloni bianchi,sotto lo sguardo indulgente della signora Meadows.
Diretto da Joseph Losey nel 1985, Steaming,al bagno turco è un’opera di chiara impostazione e derivazione teatrale come del resto testimoniato dall’ambientazione con otto donne rinchiuse in pratica in un bagno turco.

Adattato da una piece di Nell Dunn, il film di Losey è l’ultimo lavoro del grande regista nato in America ma in pratica di chiara estrazione britannica;Losey muore nel 1984 e il film uscirà postumo nell’anno successivo e sarà presentato al festival di Cannes, accolto con simpatia sia dal pubblico che dalla critica.
Si tratta di un film fresco e simpatico, al quale il regista dedica molta attenzione sopratutto alla caratterizzazione dei dialoghi, assolutamente fondamentali in un film che sembra proporre come ambientazione il tradizionale luogo chiuso portato in scena in teatro.
Dialoghi a tratti frizzanti, a tratti nostalgici in una commedia in cui prevalgono le narrazioni delle vite vissute dalle protagoniste, vite ordinarie di rappresentanti delle varie classi sociali inglesi.
Da un lato la vita professionalmente appagante di Sarah, per esempio, con un lavoro che la gratifica come donna opposta come risultati a quella ordinaria e tradizionale di Nancy, la donna della classe media che ha sacrificato la sua vita alla famiglia e che in cambio ha ricevuto il tradimento del marito e l’ingratitudine dei figli.
A fare da elemento centrale ecco la figura di Josie, la popolana anticonformista e sessualmente emancipata, che però vive una dicotomia estraneante con la figura di un compagno manesco e violento opposta alle figure della signora Meadows e di sua figlia, elementi disturbanti l’armonia dell’assieme ma necessarie per completare il micro cosmo tutto al femminile che racconta la sua vita al tepore del bagno turco, creando una complicità tra le donne stesse che troverà un valore compiuto in un finale una volta tanto allegro e speranzoso.

Il regista di Il servo e Don Giovanni, di Una romantica donna inglese e di Modesty Blaise. La bellissima che uccide si congeda dal cinema con un’opera gradevole e ben costruita a dispetto della mediocre stesura originale fatta per il teatro, che ottenne più giudizi negativi che positivi.
Losey rivitalizza il testo con buona mano affidandosi ad un cast di grande valore nel quale figurano la vecchia gloria di Hollywood Doris day, la bravissima Vanessa Redgrave e la sempre affascinante Sarah Miles mentre Patty Love, che interpreta la vulcanica e combattiva Josie crea un personaggio che all’inizio è accolto dallo spettatore con diffidenza e che alla fine risulta essere il più positivo.
Un film in definitiva con un suo sottile fascino, che ha dalla sua molte frecce all’arco e poche cose negative del tutto trascurabili.
Il film è presente su You tube nella versione originale inglese visivamente poco accattivante perchè ridotta da una VHS mentre la versione digitale non sono riuscito a trovarla, tuttavia il DVD multilingue ha un costo davvero irrisorio,un minimo investimento per due ore di grande cinema.
Steaming – Al bagno turco
Un film di Joseph Losey. Con Sarah Miles,Vanessa Redgrave, Diana Dors, Patti Love,Brenda Bruce, Felicity Dean,Sally Sagoe,Anna Tzelniker Titolo originale Steaming. Commedia, durata 95′ min. – Gran Bretagna 1985.
Vanessa Redgrave … Nancy
Sarah Miles … Sarah
Diana Dors … Violet
Patti Love … Josie
Brenda Bruce … La signora Meadows
Felicity Dean … Dawn Meadows
Sally Sagoe … Celia
Anna Tzelniker … La signora Goldstein
Regia: Joseph Losey
Sceneggiatura:Robin Bextor,Nell Dunn,Patricia Losey
Produzione: Richard F. Dalton,Paul Mills
Musiche:Richard Harvey
Fotografia:Christopher Challis
Montaggio:Reginald Beck
Production Design:Maurice Fowler
L’opinione di Alan Smithee dal sito http://www.filmtv.it
Non potevo che chiudere questa mia entusiasmante avventura torinese con il grande regista che, come da tradizione, ogni anno il festival mette al centro della sua completa retrospettiva. Una rassegna che per forza di cose sono stato costretto anche quest’anno a tenere da parte (ma ho acquistato subito il completo volume monografico a cura di Emanuela Martini che affrontero’ già dai prossimi giorni), ma che non potevo davvero disertare almeno per chiudere l’esperienza festivaliera.
Losey e’ un autore complesso e dalla filmografia molto nutrita, che conosco solo in parte nelle sue opere piu’ note. Ricominciare a scoprirlo dalla fine, con l’ultimo suo film, ha, a mio giudizio, un suo senso: Steaming e’ certamente un’opera che, non penso solo fortuitamente, comunica un senso di “arrivo”, di termine finale: a parte la mia personale conclusione del festival, l’opera è pure l’ultimo film di Diana Dors, che interpreta la tenutaria del bagno turco, a sua volta destinato a scomparire per far posto al solito parcheggio o supermercato; Steaming segna anche la fine di un’epoca in cui la donna tradizionalista e tutta casa e famiglia (impersonata in questo suo ruolo dalla statuaria Vanessa Redgrave) lascia il posto a quella progressista e aperta alle mode e alle tendenze piu’ trasgressive (Sarah Miles, coetanea piu’ aperta, serenamente nuda e disinvolta in tutto il film); una donna che pensa finalmente un po’ anche a se stessa e un po’ meno alla famiglia di mocciosi irriconoscenti che nemmeno si ricordano del suo compleanno (come lamenta la Redgrave ad un tratto della vicenda). Ma Steaming, pur impersonificando la fine di molte cose, non comunica mai il senso “mortifero” o macabro che a prima vista gli si potrebbe appiccicare addosso. Anzi un finale sin troppo ottimista per risultare realistico, con quei palloncini bianchi che raggiungono il soffitto e le donne entusiaste e nude che si tuffano in piscina forti dei loro nuovi progetti solidali, e’ comunque un inno alla vita: dunque tutto il contrario delle tristi vicende che sono susseguite poco dopo la fine delle riprese. Un film che, da appassionato giovane cinefilo che fui (e lo sono tutt’ora) della Redgrave (nell’85 quando il film uscì tentai invano, appena diciassettenne, di vederlo assieme a quell’altro film difficilmente reperibile che è “Il mistero di Wetherby” di David Hare) vedo solo ora, a quasi trent’anni di distanza, con un’emozione che a questo punto ritengo piu’ che giustificata e pertinente.
L’opinione di Gian Carlo Bertolina, ‘Attualità Cinematografiche’
Fino a che punto può reggere, a livello di efficacia filmica, una storia di otto donne interamente ambientata in un bagno turco (steaming) nel quartiere londinese di Trigate? A questa domanda rischiosa ha risposto Joseph Losey, facendone il suo trentaduesimo ed ultimo film, di cui ha completato le riprese poco prima di morire e che è uscito postumo al festival di Cannes 1985. Si prova un leggero imbarazzo nel recensire l’opera estrema di un autore già da lungo tempo entrato nella storia del cinema, sia pure non tra l’Olimpo dei grandi in assoluto. La prima ragione di tale imbarazzo risiede nel fatto che, con tutti i suoi pregi, rimane pur sempre un esempio di genere minore, il cosiddetto teatro filmato. Il testo è della narratrice Nell Dunn, già co-sceneggiatrice con Kenneth Loach di ‘Poor Cow’, dal proprio romanzo omonimo, e qui al suo primo lavoro drammatico. Si tratta di fatto di un testo debole, sovraccarico di stilemi supersfruttati e irrimediabilmente datato, tanto da sembrare già vecchio al suo debutto sulle scene del West End nel 1981. Ci si può chiedere come mai Losey non abbia piuttosto scelto di adattare, se non altro per ragioni di fedeltà amichevole, il pinteriano Betrayal, affidato invece a David Jones; ma queste non sono che ipotesi accessorie, non riguardanti la sostanza del discorso.

































































































































































































































































































