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Sterminate “Gruppo zero”

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Quattro uomini e una donna,di fede marxista e anarchica.
E’ questo il Gruppo zero,assemblato da Bonaventura Diaz con un compito ben preciso;rapire l’ambasciatore
americano in Francia e chiedere in cambio della sua liberazione un riscatto di dieci milioni di dollari e la pubblicazione di un comunicato rivoluzionario di rivendicazione sui maggiori quotidiani spagnoli.
Uno del gruppo si defila, in disaccordo con il resto del “commando”.
E’ un amico di Diaz,che mette in guardia lui e Gruppo zero sui rischi dell’azione.
Ma Diaz decide di agire ugualmente e con un colpo di mano audace Gruppo zero rapisce l’ambasciatore in una casa d’appuntamento tollerata dalle autorità.
Che però la tengono sotto controllo.
Un agente dei servizi segreti filma tutto e ben presto il commissario Goemond è in grado di identificare i componenti del gruppo,Diaz,D’Arey,Meyer,Treuffais e in ultimo l’unica donna del gruppo,Veronique Cash.
Goemond riesce a trovare anche la casa di campagna di proprietà di Veronique nel quale Gruppo zero ha la sua base operativa.
Il ministro dell’interno ordina al commissario di usare la forza,senza alcun riguardo per la vita dell’ambasciatore.

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Motivi di opportunità politica hanno quindi la meglio sulla logica;il commissario segue alla lettera gli ordini del ministro e fa uccidere dai suoi uomini a sangue freddo i component del gruppo.
La stessa Veronique viene giustiziata mentre ha le mani alzate,Treuffais con la bandiera bianca alzata;Diaz,ucciso l’ambasciatore
benchè ferito riesce a fuggire grazie al sacrificio di D’Arey che distrae la polizia scappando con un auto e morendo alla guida.
Diaz diffonde un comunicato nel quale denuncia lo scandaloso comportamente della polizia,costringendo il ministro a scaricare
sul commissario la responsabilità dell’accaduto…
Dal romanzo Nada di Jean-Patrick Manchette del 1972 Claude Chabrol trae un film dal taglio rigoroso e asciutto;uno dei meno amati
dai suoi estimatori e da buona parte della critica,francamente per motivi incomprensibili.
E’un film sul terrorismo,la piaga principe degli anni settanta.
Paesi come la Spagna,la Francia,la Germania e l’Italia sperimentavano quotidianamente gli effetti di una guerra unilaterale,proclamata
per motivi ideologici che esulano da questa recensione.
Basti semplicemente ricordare che Chabrol in Sterminate “Gruppo zero” non prende posizione,non si schiera,limitandosi a mostrare
i fatti.

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Certo, la simpatia dello spettatore,di fronte ai due schieramenti contrapposti,ovvero il potere politico e il terrorismo non può
non provare simpatia per questi ultimi,quanto meno mossi da motivi libertari per quanto confusi e non spiegati chiaramente rispetto ad un potere
politico che reagisce usando un cinismo ributtante che trasforma una tragedia in opportunità propagandistica.
Memorabile il colloquio tra il ministro e il commissario,durante il quale il primo esplicitamente invita il tutore dell’ordine ad usare la forza
per destabilizzare l’opinione pubblica.
Che però verrà ugualmente informata di tutto dalla stampa,costringendo il potere a rinnegare i suoi stessi uomini,nella specie il commissario,
scaricato per motivi di opportunità,l’unico che pagherà assieme all’ambasciatore il prezzo più alto.
Ma il discorso sul potere,da parte di Chabrol,resta piuttosto marginale;quello che conta,per il regista francese è il racconto degli eventi.
La preparazione dell’attacco terroristico,i discorsi tra i vari componenti del commando,l’atmosfera tetra e al tempo stesso irreale che avvolge
gli avvenimenti sono la parte fondamentale del film.
Che termina con un bagno di sangue,come in una tragedia antica.

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Teso,cupo,quasi un noir, Sterminate gruppo zero arriva a cavallo tra due film “alla Chabrol”,ovvero L’amico di famiglia e Una gita di piacere,classici
esempi del cinema del regista parigino,sottile analista della borghesia francese e dei suoi vizi stigmatizzati sempre con classe ed eleganza,e rappresenta quasi un excursus dal percorso particolare.
Niente vizi e debolezze della società,il discorso è eminentemente politico;il terrorismo disorganizzato,confusamente aggrappato ad una ideologia dai confini sfuggenti viene stritolato da un potere cinico e arrogante,un potere ben più organizzato e temibile del terrorismo.
Questa credo sia la chiave di lettura univoca di un film equilibrato,ben girato e sopratutto ben interpretato.
Nel cast un buon Fabio Testi,un ottimo Lou Castel e una bravissima Mariangela Melato per un film sicuramente affascinante.

Sterminate “Gruppo Zero”

Un film di Claude Chabrol. Con Fabio Testi, Lou Castel, Michel Duchaussoy, Maurice Garrel, Viviane Romance, Mariangela Melato, Michel Aumont, Daniel Lecourtois, André Falcon, Rudy Lenoir, Francis Lax, Lyle Joyce, Jean-Louis Mau, Didier Kaminka Titolo originale Nada. Drammatico, durata 91 min. – Francia 1974

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Fabio Testi … Buenaventura Diaz
Michel Duchaussoy … Marcel Treuffais
Maurice Garrel … André Épaulard
Michel Aumont … Il commissario Goemond
Lou Castel … D’Arey
Didier Kaminka … Meyer
André Falcon … Il ministro
Lyle Joyce … Richard Poindexter
Viviane Romance … Madame Gabrielle
Mariangela Melato … Veronique Cash

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Regia Claude Chabrol
Soggetto Jean-Patrick Manchette
Sceneggiatura Jean-Patrick Manchette, Claude Chabrol e Antonietta Malzieri
Fotografia Jean Rabier
Montaggio Jacques Gaillard
Musiche Pierre Jansen
Scenografia Guy Maugin

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“«Cara mamma, questa settimana non aspetto il sabato per scriverti perché ne ho,
eccome se ne ho, di cose da raccontarti. Intanto ti dico che siamo stati noi, cioè la nostra squadra, a prendere gli anarchici che hanno rapito l’ambasciatore degli Stati Uniti. E ti dico anche che personalmente non ne ho ammazzato neanche uno».

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Sterminate gruppo zero banner recensioni

L’opinione di Sasso67 tratta dal sito http://www.filmtv.it

Dopo gli esordi quale alfiere della nouvelle vague, Chabrol si è dedicato alla realizzazione di un cinema medio, che spesso ha rappresentato benissimo certi aspetti poco conosciuti, talvolta intimi talaltra nascosti, della società francese. La sterminata filmografia del cineasta francese oggi
settantacinquenne testimonia di una produzione talmente ampia da non poter pensare a una sfilza di capolavori. E infatti nemmeno “Sterminate «Gruppo Zero»” lo è. Si tratta però di un buon film “d’azione d’idee”, tratto da un romanzo del compianto scrittore marsigliese (1942-1995) Jean-Patrick Manchette,
autore di noir – polizieschi. La storia di un gruppo ideologicamente traballante e organizzativamente scalcinato di anarchici franco spagnoli è però ben narrata, con un andamento sufficientemente secco e antispettacolare che giova anche all’assunto del film. Che in sostanza consiste nella tesi sendo la quale
rivoluzione e repressione si somigliano fin troppo, salvo che la seconda è molto più scaltra della prima, rappresentata da ingenui giovanotti un po’ invecchiati senza veramente crescere.(…)

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Homesick

Fedele al cinema d’autore e corteggiando il cinema di genere, Chabrol fallisce su tutti i fronti. Oltre ad essere intriso di manicheismo ideologico irritante e pernicioso –
i terroristi assurgono ad improbabili (anti)eroi romantici e le forze dell’ordine decadono a caricature di sadici repressori degni di un filmaccio di serie Z – ,
l’adattamento del romanzo di Manchette manca di progressione drammatica e i suoi personaggi rinsecchiscono in altrettanti stereotipi psicofisici di rivoluzionari. Castel e la Melato ai loro minimi storici; ridicolo Testi con look cheguevariano.
Cotola

Incredibile ed imbarazzante pellicola girata (con la mano sinistra) da uno Chabrol al suo minimo storico (assieme a Giorni felici a Clichy). Sconcertante nel suo pressappochismo,
risulta ridicolo nei suoi svolgimenti narrativi per non parlare della presunta ideologia dei terroristi. I dialoghi poi sono superficiali come se ne sono visti pochi. Un guazzabuglio senza né capo né coda che, considerato il regista,
va dimenticato in fretta.
Daidae

Non l’ho trovato così brutto. Certo Testi ha fatto di meglio, così come Chabrol, ma questo particolare film drammatico non dispiace troppo. Alcuni buchi e ridicolaggini come la morale dei terroristi potevano risparmiarceli,
ma io dico che la sufficienza, seppure risicata, la ottiene.

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Sterminate gruppo zero locandina

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marzo 26, 2016 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

Havana

Havana locandina

C’ e una citazione del film che illustra in maniera chiara lo spirito del film,una citazione che ho riportato alla mente grazie a shewolf
che l’ha usata nell’ultimo articolo Cinema:pensieri,parole e parolacce parte quinta (https://filmscoop.wordpress.com/2016/03/07/cinemapensieriparole-e-parolacce-parte-quinta/)
e che recita testualmente ““A volte vedo una barca al largo e qualcosa mi si muove dentro…la speranza credo.
Se Fidel Castro va allo show del sabato sera in tv,può succedere qualsiasi cosa”
Una frase che si riferisce alla tematica di fondo del film,la libertà conquistata a caro prezzo dal popolo cubano oppresso dalla dittatura
di Fulgencio Batista e appoggiata dagli americani.
Dittatura che terminò grazie alla rivolta dei “barbudos”,capitanata da Fidel Castro e dal comandante Ernesto “Che” Guevara,che costrinse Batista a lasciare in tutta fretta Cuba e che lasciò il popolo cubano stesso in braghe di tela.
Diretto da Sidney Pollack nel 1990,Havana segue tre grandi successi del regista americano,Diritto di cronaca (1981),Tootsie (1982) e sopratutto
La mia Africa (1985) ed è interpretato da Robert Redford,che torna ancora una volta davanti alla macchina da presa diretto da Pollack dopo
Corvo rosso non avrai il mio scalpo (1972),Come eravamo (1973),I tre giorni del condor (1975),Il cavaliere elettrico (1979) e il citato La mia Africa.
Una coppia inossidabile,che da vita ad un film di grande respiro,una storia d’amore che si sviluppa sotto il cielo fiammeggiante e lindo della capitale cubana,l’Avana.

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Una storia d’amore dicevo.
Ma languida e impossibile,che porta a incrociarsi due destini,due vite che sembrano impossibili da unire.
L’uscita di Havana non ebbe accoglienze benevole da parte della critica,e se vogliamo nemmeno dei critici.
Scrive Edoardo Becattini,a proposito del film che”Cinema americano e ideologia rivoluzionaria non sono mai andati d’accordo, ma il vero problema
nasce quando un film hollywoodiano riesce a far litigare persino i suoi elementi chiave: l’avventura storica, l’esotismo patinato e il romanticismo palpitante.
Giudizio ingeneroso ed arbitrario,come spesso accade a critici dal palato raffinato,o almeno presunti tali.
Prima di inoltrarmi nel racconto del film,che sarà insolitamente breve e sintetico per lasciare spazio alla personale interpretazione degli spettatori del film stesso,cito ancora alcuni “soloni” della critica.
Scrive Alessandra Levantesi su ‘La Stampa” che “‘Havana’ risulta convenzionale nella fattura, superficiale politicamente e sbadato nel disegno psicologico.” mentre Francesco Bolzoni, su l”Avvenire’,scrive che “Il rimando a ‘Casablanca’ è obbligatorio. A Pollack non riesce, ovviamente, il colpo gobbo che fruttò fama all’ungherese Curtiz.”
Ancora,Maurizio Porro su ‘Il Corriere della Sera’scrive che “A chi piacciono i bei filmoni di una volta, così finti che sembravano veri, ecco ‘Havana’. Se ci si lascia cullare dalla memoria del cinema, l’operazione funziona nella sua artificiosità divistica, nella sua improbabilità storica, nella sua finta ‘equidistanza’ politica.

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Non intendo confutare queste opinioni bislacche,basta semplicemente ascoltare qualche dialogo per capire che la levatura del film è ben altra
rispetto a quanto riportato dai soloni della celluloide.
Ad esempio la citata frase di shewolf,che fa il paio con “Non c’è nulla di simile alla donna, sono fantastiche: amano gli uomini, anche gli stronzi.
Prendi il più grande stronzo che hai conosciuto, in qualche  parte del mondo c’è una donna disposta ad amarlo. Le donne sono perfette, il resto sono cazzate.
Ecco,questi sono soltanto alcuni dialoghi del film,dal quale appare evidente che di patinato o strappa lacrime nel film non c’è nulla.
Veniamo alla trama,che vede protagonista Jack Weil,un giocatore d’azzardo irriverente e guascone che arriva a l’Avana negli ultimi giorni del suo dorato e decadente splendore,in una città piena di contraddizioni in cui da una parte c’è la popolazione locale oppressa dai sistemi dittatoriali di Batista,dall’altra i ricchi e oziosi americani che popolano la città frequentando locali fastosi e sfarzosi,arricchendo con i propri dollari i casinò fra i quali spicca quello scelto da Jack,il locale di Joe Volpi,un americano dai mezzi spicci.

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L’ultimo viaggio all’Avana sarà fatale per Jack; durante il viaggio stesso incontra Roberta Duran,moglie di un ricco possidente ma segretamente avversario irriducibile di Batista e simpatizzante della causa castrista.
La aiuta a superare un controllo e la ritrova proprio nel locale di Volpi;scatta la scintilla dell’amore,ma quando lei sarà arrestata farà di tutto per liberarla.
Appresa la morte del di lei marito,Jack si finge un agente della Cia,ma in realtà il marito di Roberta non è morto.
Per Jack si presenta una dura scelta…
Secondo alcuni la somiglianza con Casablanca di Curtiz è troppo accentuata per essere casuale.
Il che equivale alla scoperta che il ghiaccio è freddo.
Pollack si ispira in buona parte al film di Curtiz;c’è la storia d’amore tra l’americano e la cubana,un incontro di culture diverse e c’è l’amore tra il guascone e la bella pasionaria, che è diventata tale probabilmente anche per amore del marito,del quale condivide la vita e gli ideali rivoluzionari (Ingrid Bergman- Ilsa Lund e Paul Henreid-Victor Laszlo di Casablanca) per finire con l’addio tra Humphrey Bogart- Rick Blaine e Ilsa Lund sulla pista dell’aeroporto davanti al capitano Renard che assomiglia effettivamente alla fine della love story tra Jack e Roberta.
Ma le somiglianze finiscono qui;dal periodo bellico e dalla location africana si passa alla fine degli anni 50 e una location caraibica.
Pollack utilizza lo sfondo rivoluzionario castrista non tanto per condannarne l’ideologia e la storia,quanto piuttosto per descrivere l’evoluzione
di Jack da simpatico e irriverente menefreghista a uomo che scopre come l’amore e gli ideali valgano più di una vita ridanciana e fondamentalmente priva di valori.

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Di conseguenza l’ottica in cui va visto il film è questa,una storia d’amore impossibile (che ricorda Come eravamo) e la triste rinuncia ad esso,con la nascita però di una coscienza civile e sociale assolutamente imprevedibile agli inizi del film per la figura di Jack.
Un film di ben altro spessore quindi rispetto a quanto scritto da alcuni critici;un film in cui primeggia un grande attore,Robert Redford che non oscura la protagonista femminile,la bella e seducente Lena Olin.
Sullo sfondo una capitale cubana decadente come una vecchia signora con troppo belletto e il fascino straordinario dei Caraibi.
Un film intenso e ben girato,ottimamente interpretato e troppo facilmente stroncato.
Un grande cantautore, Rino Gaetano,in una sua splendida canzone diceva che “mio fratello è figlio unico perchè non ha mai criticato un film senza prima vederlo
Ecco,forse alcuni dovrebbero vederli,i film.
Con gli occhi e il cuore,senza pregiudizi o quanto meno con una certa apertura mentale.

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Havana

Un film di Sydney Pollack. Con Robert Redford, Alan Arkin, Tomas Milian, Lena Olin, Daniel Davis, Tony Plana, Betsy Brantley, Lise Cutter,
Richard Farnsworth, Mark Rydell, Vasek Simek, Fred Asparagus, Richard Portnow, Dion Anderson, Carmine Caridi, Raul Julia
Avventura, durata 140 min. – USA 1990.

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Robert Redford: Jack Weil
Lena Olin: Roberta Duran
Raul Julia: Arturo Duran
Alan Arkin: Joe Volpi
Tomas Milian: Colonnello Menochal
Tony Plana: Julio Ramos
Daniel Davis: Marion Chigwell
Richard Farnsworth: professore
Mark Rydell: Meyer Lansky
Vasek Simek: Willy
Dion Anderson: Roy Forbes

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Regia Sidney Pollack
Soggetto Judith Rascoe
Sceneggiatura Judith Rascoe, David Rayfiel
Produttore Sidney Pollack, Richard Roth
Casa di produzione Mirage, Universal Pictures
Fotografia Owen Roizman
Montaggio Fredric Steinkamp, William Steinkamp
Musiche Dave Grusin
Costumi Bernie Pollack

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Cesare Barbetti: Jack Weil
Vittoria Febbi: Roberta Duran
Alessandro Rossi: Arturo Duran
Manlio De Angelis: Joe Volpi
Sandro Sardone: Colonnello Menochal
Marco Mete: Julio Ramos
Francesco Vairano: Marion Chigwell
Mario Mastria: professore
Lucio Saccone: Meyer Lansky
Claudio Fattoretto: Willy
Renato Mori: Roy Forbes

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“Stavi aspettando me, Jack?” “Sì, da una vita”

“Se vuoi cambiare il mondo, cambia il mio.”

“Me ne sto seduto con le spalle al muro e fisso l’ingresso.Non si sa mai chi potrebbe entrare.
Qualcuno portato dal vento…Dopo tutto,questo è il paese degli uragani.”

“Ti voglio ringraziare per aver sedotto mia moglie
-Davvero?-
“E’l’odio che mi ha tenuto in vita!”

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L’opinione di will kane dal sito http://www.filmtv.it

Uno dei sodalizi più consolidati del cinema hollywoodiano,così come quello tra Martin Scorsese e Robert DeNiro,si riforma a cinque anni di distanza dal successo e dagli Oscar de”La mia Africa”:ma il riaccostarsi sui cartelloni di Sidney Pollack e Robert Redford,interprete romantico ideale dell’autore di “Come eravamo” risultò questa volta fiasco al botteghino.Forse “Havana” è un lungometraggio troppo “old fashion” per l’inizio degli anni Novanta,forse la trama e i personaggi riecheggiano un pò troppo il superclassico “Casablanca”,con tanto di finale citazionista,ma questa storia d’amore lunga quasi due ore e mezza di proiezione ha ,
benchè ciò che si vede sullo schermo talvolta sia un pò laccato,il suo fascino e la sua componente,fortissima,di malinconia sincera.”Ho conosciuto una donna …settantadue ore fa..” dice il protagonista Jack Weill,giocatore di professione,improntato a un pratico cinismo,che manda all’aria tutta la sua vita pianificata dopo l’incontro con la moglie di un rivoluzionario castrista,
arrendendosi ai sentimenti e alla loro forza incontrollabile:buoni attori in generale,compreso un notevole Tomas Milian ruvido ufficiale di Batista,ma l’interpretazione di Redford è una delle più belle e dense di una carriera ammirevole.Il monologo finale,solo su una spiaggia a guardare il mare,è un’immagine splendida e fortemente struggente,illustratrice scarna ma straordinaria di un uomo finalmente innamorato.
L’opinione di Hackett dal sito http://www.davinotti.com

La coppia Redford-Pollack è una garanzia e questo film non fa che confermare la regola. Girato con classe, riporta una lucida ricostruzione della vita cubana prerivoluzionaria.
L’aria di cambiamento che si respira è imminente come la fine di un’epoca che non tornerà più, fase storica che pochi hanno raccontato. Grande cast.

L’opinione di Caesars dal sito http://www.davinotti.com

Francamente mi aspettavo qualcosa di più. La prima parte è interessante con la ricostruzione della Cuba pre castrista, con le sue contraddizioni legate al regime di Batista.
Poi la storia d’amore tra Redford e la Olin prende il sopravvento e la pellicola perde d’incisività (oltre che di credibilità nella trama).
Rimane comunque un film che merita la visione in quanto girato bene dal compianto Pollack. Ho fatto fatica a riconoscere Tomas Milian, in un ruolo decisamente non secondario.

marzo 8, 2016 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 2 commenti

Noa Noa

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Sul Bounty,nave inglese tiranneggiata dal comandante William Bligh,scoppia la rivolta in seguito alla rigida disciplina imposta da Bligh stesso.
Siamo sul finire del 1780,la nave è al largo della Polinesia;il secondo Ufficiale di bordo Fletcher Christian con altri otto uomini si impossessa del vascello e dopo aver calato in mare una scialuppa con Bligh e gli ufficiali rimasti fedeli fa dirigere la nave su un’isola Polinesia.
Qui,aiutati dalla popolazione locale,vengono inviati a Pitcairn,un’isola meravigliosa praticamente disabitata.
E’ il momento,per gli ammutinati,di costruirsi una nuova vita.
Cercando una difficile integrazione,gli uomini,tutti in compagnia di giovani e belle polinesiane costruiscono un piccolo villaggio.
Ma gli uomini ben presto iniziano a comportarsi da despoti nei confronti dei pacifici nativi,con l’unica eccezione di Yonk che capisce come
quel loro atteggiamento finirà per tramutarsi in guai seri.
Le prepotenze degli inglesi proseguono,con un’escalation che alla fine provoca la reazione dei nativi che si ribellano a Fletcher e ai suoi uomini.
Una carneficina pone fine temporaneamente alle ostilità;ma le donne tahitiane,che hanno avuto dei figli dagli inglesi per non perderli
armano Fletcher e i due superstiti.

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Nuova carneficina a cui mette fine Yonk uccidendo Fletcher…
Partendo dall’episodio storico dell’ammutinamento del Bounty,avvenuto nel 1787 sulla nave comandata dal duro e inflessibile William Bligh al
largo delle coste di Tahiti,Ugo Liberatore ricostruisce con qualche verosimiglianza quella vicenda,incentrandola tutta sulla storia di Fletcher e degli ammutinati,che nella realtà storica erano ben più di 8.
Siamo nel 1974, Liberatore ha alle spalle il grande successo dell’esotico Bora Bora,ambientato anch’esso in Polinesia e uscito nelle sale
nel 1968.
E’ il sesto dei suoi sette film diretti (l’ultimo sarà l’eccellente Nero veneziano del 1978),quello forse più equilibrato come linguaggio narrativo,leggermente troppo lento nella prima parte ma di buona fattura globale.
A parte gli scenari esotici,si intravede da parte del regista il tentativo di denunciare lo scontro di civiltà fra l'”evoluto” uomo occidentale e il “primitivo”
polinesiano.
Nella realtà delle cose si tratta solo di differenze culturali,ovvero quella tra una potenza marittima e imperialista, mollemente adagiata sulle scoperte industriali che avevano portato l’Europa ad un livello di benessere piuttosto elevato e quella polinesiana,strettamente legata alla terra e al mare,alla tradizione,ovvero a valori profondi e pregnanti.

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Liberatore mostra quindi i guasti portati dagli inglesi nei posti dove essi arrivano;violenza,sopraffazione,arroganza,scarso rispetto per cultura e valori dei nativi.
Il bagno di sangue finale è esaustivo dell’accaduto,anche a livello storico.
Le difficoltà di integrazione fra i due gruppi sono ben mostrate dal regista abruzzese,senza eccessivo ricorso all’erotismo che resta piuttosto defilato dall’economia generale del film.
Un appunto potrebbe riguardare l’analisi storica,sfiorata marginalmente,ma francamente sarebbe stato troppo pretendere ciò da un film che non aveva tali obiettivi di partenza.
Siamo quindi nei dintorni dell’adventure movie,girato con buona mano e un tantino di furbizia.
Vero è che le polinesiane non avevano certo i pudori delle europee e che quindi avevano un concetto della sessualità molto più naturale e meno complesso delle inglesi.
Un film con qualche ambizione,diretto egregiamente.

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Discreta la recitazione,anche se il protagonista principale,Hiram Keller è quanto di più inespressivo Liberatore potesse trovare per il ruolo di Fletcher Christian.
Piccola parte per la pasoliniana Ines Pellegrini.
Buona la fotografia e la location,lemusiche squisitamente polinesiane sono di Augusto Martelli.
Film assolutamente introvabile,mai editato in lingua italiana in versione digitale;esiste in rete una versione in lingua inglese ricavata da una vhs
all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=ZRH6qVvhADg

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Un film di Ugo Liberatore. Con Gianfranco De Grassi, Hiram Keller, Marianna Camara, Carlo Puri. Avventura, durata 105 min. – Italia 1974.

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Hiram Keller è Christian Flechter
Paolo Malco è Williams

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Regia: Ugo Liberatore
Sceneggiatura: Ugo Liberatore,Roberto Gandus
Produzione:Alfredo Bini
Musiche: Augusto Martelli
Montaggio:Alberto Gallitti
Fotografia: Dario Di Palma

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

La storia degli ammutinati del Bounty che, abbandonata Tahiti per evitare di essere catturati ed impiccati, fuggono sulla disabitata isola
Pitcairn. Massacro fra bianchi e i tahitiani che li avevano seguiti. Il primo tempo un po’ vuoto, poi il film cresce un po’.
Il protagonista, Hiram Keller, va ricordato per l’incredibile, quasi ineguagliabile, inespressività.
Undying

L’inventore del filone “erotico-esotico”, ovvero Ugo Liberatore, ripropone un film con attinenze sin dal titolo con il capofila (Bora Bora). L’erotismo, però, in questa occasione è limitato e posto in secondo piano rispetto al tema avventuroso, trattando Noa Noa una libera rivisitazione degli “ammutinati del Bounty”.
Da questo assunto, poi, l’autore non rifugge il tema sociologico (il colonialismo e conseguentemente il razzismo). Piuttosto lento, soprattutto nella prima parte, recupera ritmo verso la conclusione, quando ormai l’attenzione dello spettatore vien sostituita da una noia montante.
Fauno

A prescindere che sia il prosieguo di una storia che ci ha affascinato in molti, sorprende e sono ben messi in luce il degrado di un leader e la degenerazione a ruota dei suoi seguaci.
E questo dopo aver avuto un’idea luminosa di convivenza con gli indigeni. Ma basta ricordare cosa disse la Bergen in Soldato blu a proposito del motivo per cui non era rimasta con gli indiani,
per capire come anche qui vada tutto a rotoli. Keller e De Grassi, una volta tanto primattori, son davvero bravi e gli indigeni vengono da compagnie teatrali di Broadway. Ottimo!

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febbraio 24, 2016 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

Ancora una volta prima di lasciarci

Ancora una volta prima di lasciarci locandina 1

Un amore che termina,un matrimonio che si dissolve.
Giorgio e Luisa si incontrano e assieme riportano indietro l’orologio dei ricordi rievocando quelle che sono state le cause della fine del loro matrimonio.
Erano una coppia felice,ma le incomprensioni,i dubbi i sospetti avevano minato il loro rapporto.
Luisa era convinta che suo marito la tradisse,per questo si era concessa ad un umile lavoratore.
Giorgio dal canto suo aveva avuto delle avventure:una sua collega di lavoro prima,poi la moglie di un ginecologo,Marco.
Luisa,incinta di Giorgio,perse il bambino per un’accidentale caduta e subito dopo ebbe una relazione proprio con l’uomo che le aveva procurato
l’aborto,Marco,la cui moglie era stata l’amante di Giorgio.
La coppia si dissolse quando Giorgio in seguito all’ennesima avventura,contrasse la parotite finendo per diventare sterile
mentre Luisa,ormai delusa dal marito,ebbe come amante un giovane hippy americano.

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Ancora una volta prima di lasciarci 2

L’ultimo incontro sa di tristezza e malinconia;inutilmente Giorgio cerca di recuperare il rapporto con la ex moglie che rifiuta di tornare con lei,anche perchè adesso aspetta un figlio da un altro uomo.
Ancora una volta prima di lasciarci è un film del 1972 diretto da Giuliano Biagetti,regista di 14 opere di livello sufficiente,qui in un dramma
che sa di malinconia e tristezza,come tutti gli amori che sfioriscono e che si eclissano.
Il tema della coppia e del tradimento è quindi centrale;tradimento più casuale che fortemente voluto,frutto di cose non dette,inespresse.
Un po la cartina di tornasole di tanti altri matrimoni,consumati dalla routine o dall’incomunicabilità
Ma anche un film monotono e poco coinvolgente,ingessato.
Colpa di una sceneggiatura improbabile e di una recitazione impaludata,quasi che i due attori protagonisti,pur bravi professionisti,abbiano
snobbato la storia, limitandosi ad una recitazione svogliata e poco coinvolta a livello personale.
Dall’aborto all’infedeltà alla sterilità,nulla viene trascurato per raccontare la storia di una coppia che però ha in se i germi del fallimento;
e questo Biagetti lo racconta con il flash back,senza però mai scalfire la superficie.

Ancora una volta prima di lasciarci 3

Ancora una volta prima di lasciarci 4

Ancora una volta prima di lasciarci 5
Pure il film ha delle doti non trascurabili,come la capacità di non scadere mai nel banale grazie anche a dialoghi che mantengono vivo l’interesse dello spettatore.
Non dimentichiamo infatti che questo tipo di film girati “in camera” spesso si trasformano in abissi di noia sconfinata.
Va quindi riconosciuto a Biagetti almeno lo sforzo di aver provato una strada alternativa,ovvero il recupero della vita di due persone
che nel passato hanno condiviso la vita in comune e che malinconicamente scoprono che il passato non si può recuperare,non dopo gli incontri che
fatalmente si finisce per fare quando la vita ricomincia.
Un film in chiaro scuro,in definitiva.
Predominano le incertezze,ma alla fine non ci si trova davanti ad un prodotto bolso o sciapo,quanto piuttosto deludente per le cose che si potevano dire e fare.

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Un film praticamente scomparso e che ancora oggi è di difficilissima reperibilità.
Insoddisfacenti le prove di Corrado Pani e Barbara Bouchet,incerta la regia di Biagetti.

Ancora una volta prima di lasciarci
Un film di Giuliano Biagetti. Con Franco Fabrizi, Barbara Bouchet, Olga Bisera, Corrado Pani, Antonia Santilli, Donato Castellaneta, Eugene Walter, Stella Carnacina Commedia, durata 100 min. – Italia 1973

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Ancora una volta prima di lasciarci banner protagonisti

Corrado Pani … Giorgio
Barbara Bouchet … Luisa
Franco Fabrizi … Marco

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Regia: Giuliano Biagetti
Sceneggiatura: Giuliano Biagetti,Antonio Borghesi
Produzione: Enzo De Punta
Musiche: Berto Pisano
Fotografia: Antonio Borghesi
Montaggio: Alberto Moriani
Art decoration: Franco Bottari
Costumi: Tellino Tellini

Ancora una volta prima di lasciarci banner recensioni

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Incontro definitivo d’una coppia sull’orlo del declino: ultimo ritrovo, nel quale si rievocano tradimenti (casuali più che voluti), drammi (sterilità ed aborto)
dovuti ad un rapporto che il destino tende -con il passar degli anni- a rendere sempre più problematico. La vicenda di Luisa e Giorgio sembra quella di Giulietta e Romeo au contraire,
e Giuliano Biagetti è regista che ha dato alla storia pochi titoli, ma alquanto “disagevoli” (Decameroticus, La svergognata o L’appuntamento), com’è il caso di questo malinconico dramma erotico.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

L’ultima volta prima di lasciarsi collima con l’ennesimo incontro nella speranza di tornare insieme, ma se entrambe le parti in causa discordano sulla reunion non resta che l’amarezza di raccontarsi il passato e voltare pagina. Una commedia agrodolce seventy in odore di confessioni spiattellate quasi come per svelare le carte di un gioco.
La Bouchet è perfetta per il ruolo: disincantata, arrendevole, femmina. La qualità maggiore del film è che, pur essendo basato su un format da camera, sa coinvolgere e non annoia mai.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Una chicca di lavoro per tutto: trama, impostazione, costumi, bravura degli attori, epilogo, colpi di scena. Sono due coniugi che brindano alla loro separazione e poi si raccontano i retroscena di 30 anni di vita comune… Se ne vedono di cotte e di crude, si accumulano una serie di personaggi e di situazioni allucinanti; il film si tinge ora di comico ora di iperdrammatico, ma la vera stangata sono certi discorsi di filosofia pratica, nella quale chi ha una lunga relazione alle spalle può trovare riscontri sconvolgenti o addirittura scioccanti.

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febbraio 8, 2016 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

San Babila ore 20:un delitto inutile

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25 maggio 1975
A Milano è una domenica qualunque,calda.
Alberto Brasili,26 anni,studente,passeggia su via Mascagni in pieno centro,non lontano da piazza San Babila.
E’ in compagnia di Lucia Corna,la sua ragazza.
In tarda serata mentre cammina nota un adesivo elettorale del MSI e lo rimuove dal palo sul quale è attaccato;il gesto non sfugge ad un gruppo di
simpatizzanti di destra che stazionano nelle vicinanze di piazza San Babila,un luogo di aggregazione frequentato escusivamente dai giovani dell’estrema destra milanese,chiamati appunto “sanbabilini
Per i cinque il gesto è un affronto;armati di coltello aggrediscono i due fidanzati.
Basili colpito da un fendente al cuore,muore quai immediatamente mentre Lucia scampa alla morte solo perchè il coltello la colpisce a pochi centimetri dal cuore.
E’ uno dei tanti gesti assurdi di quegli anni,scanditi dalle morti di giovani dell’una e dell’altra fazione politica,segnati anche dal quasi regolare attentato giornaliero alle sedi dei partiti,dagli scontri di piazza,dagli attentati dinamitardi e alle persone,come giudici,magistrati,politici,giornalisti.
Un clima di terrore.
Basta un loden o un paio di Ray ban,un Eskimo o i jeans a stabilire se uno debba vivere o morire.

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Questo clima e l’avvenimento della morte di Basili danno spunto a Carlo Lizzani per la realizzazione di San Babila ore 20:un delitto inutile,un film girato nel 1976 proprio nei luoghi dove morì lo sfortunato studente,che in qualche modo riprende l’aria plumbea della Milano di metà anni settanta,divenuta sua malgrado la capitale della violenza politica.
Il regista romano quindi non sceglie la sua città,Roma,ma il simbolo dell’Italia contraddittoria degli anni settanta,la città nella quale era iniziata la triste stagione delle stragi il 12 dicembre 1969 con la strage di Piazza Fontana,la madre di tutte le stragi, la prima in assoluto di quella che diverrà tristemente famosa come la stagione della strategia della tensione.
16 morti,86 feriti per un delitto terribile pieno di ombre,ancora oggi senza un colpevole certo.
In questa atmosfera torbida si muove Lizzani,raccontando le gesta di quattro sanbabilini che commettono un delitto atroce ed inutile (come recita il titolo) dopo una giornata convulsa in cui muovendosi come la gang dell’Arancia meccanica seminano terrore fra gli operosi milanesi.
Lizzani prosegue sulla scia del suo fortunato Storia di vita e malavita scegliendo di non avvalersi dell’opera di attori conosciuti per il ruolo dei quattro protagonisti.
Devono essere quanto di più simile a dei ragazzi comuni,uniti però non da vincoli di amicizia o da ideali,ma semplicemente da una ribellione confusa e senza logica alla loro stessa estrazione sociale, alla famiglia e ai valori fondanti del vivere comune.
Sono di destra, fascisti,come si usava dire in quel periodo.
Ma l’ideologia centra poco o nulla nella descrizione di Lizzani.
I quattro sembrano più dei teppisti alla Alex De Large che degli attivisti politici.

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Il loro credo è più la violenza e la cupa ribellione a tutto ciò che li circonda che un ideale superiore.
Così nascono le figure di Michele,Franco,Fabrizio e Alfredo,assolutamente slegati dalle origini sociali e culturali.
Michele e Franco sono figli di famiglie benestanti,alta borghesia milanese mentre Fabrizio è di estrazione popolare,lavora saltuariamente impegnato in chissà cosa.
Il quarto,Alfredo,è di estrazione sotto proletaria ed è figlio di una delle tante famiglie emigrate al nord in cerca di migliori condizioni di vita.Lavora,ma è un precario ed è anche l’unico sposato.
Non certo felicemente,visto che ha dovuto riparare ad una violenza carnale con un matrimonio non voluto.
Quattro giovani uniti quindi solo dalla rabbia,dalla mancanza di ideali,da una confusa ribellione all’ordine costituito.
Si,non hanno un’ideologia o quantomeno non emerge dai loro discorsi.
Appartengono alla destra,ma forse solo più per moda che per altro.Negli anni settanta si aderisce ad una ideologia anche per motivi banali…
Li seguiamo in una giornata balorda,scandita da un’escalation di aberrazioni e atti di violenza.
I quattro partecipano all’inumazione di un gerarca fascista;qui sbeffeggiano i nostalgici intervenuti accusandoli di essersi rammolliti.
Poi,non paghi,prendono a colpi di catena i ciclomotori di un liceo e subito dopo imbrattano con delle svastiche alcune vetrine di negozi gestiti da ebrei,colpendo poi a colpi di palle d’acciaio scagliate con delle fionde le persone intervenute per pulire le scritte.
L’escalation continua con il tentativo di violenza una ragazza e culmina,dopo un excursus sulle vicende private dei due ragazzi meno abbienti,
sui loro rapporti con la famiglia,con l’omicidio di un giovane copevole solo di passare nel raggio d’azione dei quattro balordi.
Finale drammatico.

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San Babila ore 20:un delitto inutile è un film controverso,pieno di luci ed ombre con netta predominanza delle seconde.
I quattro protagonisti della storia narrata appaiono più come degli sbandati sfigati piuttosto che rappresentanti di quella destra estrema che pur in nome di un’ideologia condannata dalla storia combattevano una personale battaglia contro lo stato e le istituzioni.
Le azioni dei giovani sono casuali,l’ispirazione politica sembra più che altro una parvenza che un modo di credere o di essere.
Quindi il film ha più valore come testimonianza (parziale) dell’atmosfera che si respirava all’epoca dei fatti raccontati che come valore minimamente storico.
Il film in se è anche abbastanza banale,con un personaggio,quello di Lalla (interpretata da Brigitte Skay) incomprensibile nella sua logica e slegato dal film.
Lizzani va avanti a strappi,fra qualche felice intuizione (il lancio delle biglie di ferro sulla folla e cadute verticali (la delazione di Lalla),in un saliscendi poco coinvolgente quando non anche apertamente schierato.
Che ci fosse negli anni settanta una destra pericolosa e stragista è indubbio;tuttavia era una destra che agiva clandestinamente,con la complicità di apparati dello stato e la connivenza di politici.
Cosa che però si può tranquillamente asserire per l’altro versante politico,quello brigatista giusto per essere chiari,con le loro connivenze mai del tutto chiarite e le bugie,le mezze verità che nascondono segreti inconfessabili.
Va da se che quantomeno funziona la ricostruzione ambientale,con una Milano attonita davanti alla quotidiana violenza,quasi rassegnata;chi ha vissuto quegli anni ricorda benissimo il clima che si respirava nelle città in cui più forte era lo scontro politico,che fosse Roma o Torino,Padova o Napoli,Roma o Bologna.

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Un clima da guerra civile,con scontri tra polizia e studenti,carabinieri e operai,tra estrema destra ed estrema sinistra.
Bastava vestire un Eskimo e avere la barba incolta,oppure portare degli stivaletti a punta e un giubbotto di pelle per rischiare la vita.
Una chiave inglese e una mazza da baseball,una molotov o un giravite erano alcune delle armi usate per offesa e per difesa,senza contare ovviamente la diffusione sempre maggiore delle armi da fuoco.
Tutto questo è trattato da Lizzani solo marginalmente.
I quattro ragazzi appaiono quasi scollegati dalla politica,tanto che alla fine ci si chiede se si sia visto un film politico in senso lato o un
poliziottesco molto simile a quelli che spopolavano negli anni settanta.
La scelta rischiosissima di affidare i ruoli dei teppisti a quattro sconosciuti alla fine si rivela vincente;i giovani appaiono quasi ripugnanti nella loro naturalezza,quattro ragazzi qualsiasi capaci però di interpretare bene i ruoli a loro affidati.Bella Brigitte Skay in un ruolo evanescente,discrete le musiche di Ennio Morricone.
Un film adatto oggi più alla fiera del vintage,fra auto non più in circolazione e abiti che nessun ragazzo indosserebbe che degno di una lettura critica sul fenomeno della violenza politica.
Un film irrimediabilmente figlio di un periodo storico per fortuna alle nostre spalle.

San Babila ore 20: un delitto inutile
Un film di Carlo Lizzani. Con Pietro Brambilla, Daniele Asti, Giuliano Cesareo, Walter Valdi,Brigitte Skay Drammatico,durata 105 min. – Italia 1976

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Pietro Brambilla: Fabrizio
Giuliano Cesareo: Michele ‘Miki’ Castiglioni
Daniele Asti: Franco
Pietro Giannuso: Alfredo Somma
Brigitte Skay: Lalla
Gilberto Squizzato: Paolo
Grazia Beccari: Ragazza di Paolo
Mario Mattia Giorgietti: Insegnante
Walter Valdi: Commissario della Buon costume
Franca Mantelli: Madre di Franco
Paola Faloja: Madre di Michele
Vittorio Pinelli: Agente di Polizia

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Regia Carlo Lizzani
Soggetto Mino Giarda, Carlo Lizzani
Sceneggiatura Mino Giarda, Carlo Lizzani, Ugo Pirro
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione PTA (Produzioni Thousand Associate)
Distribuzione (Italia) Agora
Fotografia Piergiorgio Pozzi
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Pier Luigi Basile

San Babila ore 20 un delitto inutile banner recensioni

L’opinione di tylerdurden73 dal sito http://www.filmscoop.it

La piazza milanese di San Babila negli anni ’70 fu noto luogo di ritrovo per simpatizzanti e gruppi organizzati dell’estrema destra.Lizzani riferisce con l’abituale stile asciutto e diretto della giornata di quattro giovani,partendo dal funerale di un anziano “camerata” per finire in tragedia sotto i portici che costeggiano una delle tante vie del capoluogo lombardo.
Precursori degli attuali skinheads sono divisi dalla diversa estrazione sociale ma uniti da un fanatismo che li induce a tormentare i così detti “rossi” o comunque in generale tutti coloro mostrino debolezze.Il benestare della polizia è evidente,pronta ad intervenire solo quando ci scappa il morto o per mettere a tacere iniziative tutto sommato burlesche.
Svastiche sulle vetrine dei negozi,pericolose biglie di ferro scagliate contro i cittadini o motorini distrutti non sono atti sufficientemente gravi per un intervento delle autorità,cui Lizzani imputa senza troppi giri di parole una compartecipazione implicita.
Tratto da un fatto di cronaca nera che insanguinò Milano nel Maggio del ’75 il film vanta un bel ritmo.Gli avvenimenti si incastrano bene tra loro rendendo uno spaccato sociale verosimile culminante con la scena dell’inseguimento,momento segnato da grande tensione e una follia che ha radici al di fuori del semplice credo politico.
Lizzani ha però il torto di approfondire maluccio le origini di tale astio e le motivazioni personali ,ciò che ci viene offerto poggia su luoghi comuni e soluzioni troppo semplicistiche.
Discreti gli interpreti, mentre piuttosto sciatto è il personaggio della ninfomane Lalla che avrebbe dovuto avere un valore simbolico di tutt’altro spessore.
Film difettoso ma importante,piccola storia di un’ Italia da alcuni dimenticata e dai più giovani mai conosciuta.

L’opinione del sito http://www.nocturno.it

Se esiste nella filmografia di Carlo Lizzani un film che non si sa da che parte prendere, questo è San Babila ore 20: un delitto inutile. Formalmente si tratta di un resoconto sulle ripugnanti imprese
(si va dal minimo delle biglie di ferro scagliate contro vetrine e passanti a colpi di fionda, ad attentati bombaroli, sevizie ed omicidi) di un manipolo di giovani fascisti, detti “sanbabilini” dal nome
della piazza centrale di Milano che, per un tratto degli anni Settanta, gli estremisti di destra avevano eletto a loro quartier generale – con il silenzioso assenso delle forze dell’ordine.
Nessuno, memore di quegli anni, si meraviglierà che gli esponenti di questo nucleo siano tratteggiati da Lizzani senza alcuna possibile rendenzione, come bestie stupide e feroci: personaggi grotteschi e mostruosi,
espressione di un mondo borghese grottesco e mostruoso che Lizzani descrive con semplicità ed efficacia nei quadretti di vita familiare dei teppisti, saldando il discorso a quanto già era venuto
illustrando in alcuni momenti di Storie di vita e malavita. Dunque, da una parte l’anima “politica” del film, che non si esime dal puntare il dito accusatore sulle azioni di tali squadracce che con la connivenza
della polizia spadroneggiavano nella piazza marciando con il passo dell’oca, nella loro divisa d’ordinanza (giubbotti di pelle, stivaletti a punta, occhiali ray-ban).(…)

L’opinione del sito http://www.cinemah.com

Chi si ricorda più dei sanbabilini? Nessuno. Invece ci ricordiamo bene e ancora oggi ne leggo dei tanti brigatisti combattenti del proletariato
Lizzani diede un taglio sociologico già vecchio al quel tempo, ora, anche se storicizzato non regge, in qualsiasi prospettiva vogliamo guardarlo.
I fascisti di Piazza San Babila a Milano sono delle macchiette. Come macchiette sono i poliziotti, i preti, i tranquilli passanti, anche quando cercano
con un fazzoletto di cancellare una svastica disegnata con la vernice su una vetrina di un negozio. Sono belli, buoni e bravi i tanti comunisti manifestanti
i quali si muovono come api operose all’interno della Casa del Popolo. Franco è poi uno stereotipo di fascista. Viene rappresentato con tutti i conformismi popolari
ma nulla di culturalmente valido. La famiglia ricca, la crisi dei genitori, una madre possessiva, capace solo di riversare sul figlio la sua povertà umana.
Il padre è occupato a fare soldi e a dedicarsi a Dio. Poi c’è l’impotenza di Franco e il suo disprezzo per le donne. C’erano altri luoghi comuni?
No, si trovano tutti all’interno del film. Non è invecchiato solo il film, sono invecchiato anche io. Quando lo ho visto alla sua uscita mi era piaciuto.
Mi aveva colpito la forte violenza, la nulla considerazione della donna, il nichilismo su cui stavano cercando di costruire qualcosa.
Ora è solo un bel film di azione, un poliziesco e nulla più. Forse Lizzani questo ci voleva narrare, un genere alla Arancia meccanica all’italiana, accompagnato da una bella ironia e sarcasmo.
Letto sotto quest’aspetto il film può tenere, può avere una valenza. Sarà la semplice e stupida Lalla a portarci la freschezza migliore al film. Si ride di fronte alla sua ingenuità.
Lei è l’altra faccia della medaglia: la credono stupida ma altrettanto stupido e vuoto è il retroterra culturale dei ragazzi fascisti. “Tu ascoltami anche se non capisci” gli dice un ragazzo a Lalla,
la quale comprende chiaramente invece e gli risponderà: “Io in questa fortezza non ci voglio entrare.” Nessuno vuole entrare nella fortezza politica del neofascismo,
una forma di necrofilia più che una tendenza politica. L’unico momento di vera politica del film è quando i ragazzi, dopo aver comperato dei dildo in uno sex shop, si divertono a scandalizzare i passanti.
Allora la polizia arriva velocemente. Uno dei ragazzi lancerà una profezia vera. Discutendo con i poliziotti che li hanno arrestati ha un momento di lucidità per urlare “Piace ai democristiani,
piace ai comunisti, piace a tutti.” Si, i sex shop piacciono a tutti ma forse non alludeva solo a quello.(…)

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gennaio 2, 2016 Pubblicato da: | Drammatico | , | 1 commento

Ondata di calore

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Caldo soffocante,sabbia spazzata via e riportata perennemente in ciclo che imperversa su una città costruita nel deserto del Marocco.
E una donna che sembra quasi soffocare in casa,irrequieta.
Lei è Joyce Grasse.
E’ sposata ad un ingegnere che è una presenza invisibile, che sembra comunicare con lei solo attraverso nastri registrati.
Joyce si muove prigioniera nell’appartamento.
Si fa una doccia,vaga per la stanza chiusa nei suoi pensieri.
Scopre casualmente una bambola gonfiabile,prova evidente della perversione di suo marito,si sente spiata da uomini sulla strada,si agita.
Ma resta chiusa nell’appartamento.
Fuori l’onnipotente sabbia imperversa e lei diventa sempre più ansiosa,sfoga il suo malessere sulla donna di servizio,poi tenta di sedurre senza
successo Ali,un amico di suo marito.
Ad eccitarle i sensi è stata la visione dei suoi vicini nudi,ma l’uomo la respinge.
Joyce tenta il suicidio,ma è salvata dal dottor Volterra.

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L’uomo la porta in clinica,ma Joyce sembra preda di oscuri fantasmi,di ombre che nella mente la sconvolgono fino al punto
di fuggire dalla clinica.
Il ritorno a casa le fa scoprire una realtà inquietante…
Ondata di calore,diretto nel 1970 da Nelo Risi,figlio del grande Dino è un film sperimentale e gelido,retto per intero da una straordinaria Jean Seberg,attrice di talento scomparsa purtroppo a soli 40 anni in seguito ad un misterioso e mai spiegato suicidio.
Appiccicaticcio,lunare,claustrofobico:Ondata di calore è una specie di diario giornaliero di una donna frustrata e sola,preda di angosce e fantasmi
che nel film sono spiegati quasi marginalmente,a tutto vantaggio di una descrizione ambientale che sovrasta la figura stessa di Joyce,una specie di viaggio onirico nei meandri della psiche di una donna evidentemente disturbata,sposata con un uomo assente ma che scopriamo essere un vizioso.
Joyce è anche circondata dal nulla.
La città spettrale nella quale vive è spazzata da tempeste di sabbia,i suoi vicini sono anonimi e inquietanti,sembrano spiarla di continuo.
Ma è così?
Oppure tutto quello che avviene è solo è il delirio di una mente allucinata?
Lo scopriamo alla fine,quando dopo la fuga Joyce torna nel suo appartamento.

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A quel punto tutto appare quanto meno più chiaro,anche se il finale non dissipa i dubbi che Risi semina a piene mani nel film.
Un incubo.
O una realtà nella quale il fantastico,i ricordi,le ansie e le paure si mescolano inestricabilmente al presente.
Tutto è confuso,senza margini,non afferrabile.
E Joyce affonda così in una follia quasi vigile,dalla quale prova a fuggire ma che la riporta nel modo più crudele ad una realtà dalla quale
si è estraneata.Inutilmente.
Ondata di calore è un film dai ritmi ipnotici,lentissimi e avvolgenti.
Nei primi venti minuti in pratica a parte la tv,non si ode voce umana.
Si osserva solo Joyce aggirarsi in quella che è una prigione,e non solo ambientale.
E’ una prigione mentale.
Un film quasi fatto a pezzi dalla critica.
Scrive Tullio Kezich nel suo Millefilm:
«Dopo il “Diario di una schizofrenica” non è questo il film che ci attendevamo dal talento di Nelo Risi. Certo un’opera come “Ondata di calore” può impressionare favorevolmente per il rigore quasi geometrico della sua costruzione. Da un romanzo di Dana Moseley, ambientato nella provincia americana, Risi ha ricavato il ritratto di una donna sconvolta da una profonda crisi.
E per rendere la situazione ancora più eloquente, il regista l’ha trapiantata nella cornice della città di Agadir (Marocco), quasi completamente ricostruita dopo il terremoto del 1961: a monte del personaggio, come della città in cui vive, c’è insomma un trauma che ha determinato la nevrosi. Per Agadir è stato il terremoto, per la protagonista qualcosa che scopriamo un po’ per volta fino a conquistarci
un finale addirittura giallo. Dietro “Ondata di calore” c’è un certo cinema italiano degli anni cinquanta, legato soprattutto all’esperienza di Antonioni, tanto suggestivo quanto aperto (e talvolta incerto) nelle sue definizioni culturali. Dopo aver assimilato così felicemente la cultura psicanalitica nel suo film più riuscito., Risi qui regredisce a uno studio di comportamento molto meno interessante e utile; e non sempre sfugge al primo rischio di chi rappresenta un personaggio annoiato., che è quello di annoiare. Ne risulta un gioco impeccabile, ma anche fine a se stesso.»
Oppure dal solito ineffabile Morandini,con il quale modestamente sono in disaccordo una volta si e l’altra pure:
“«Ritratto di donna americana in crisi esistenziale e coniugale con finale giallo sullo sfondo della città marocchina di Agadir, ricostruita dopo il terremoto del 1961. Tratto da un romanzo di Dana Moseley, è un passo indietro (uno solo?) rispetto a Diario di una schizofrenica di cui conserva soltanto il rigore geometrico della scrittura. Qui Risi fa dell’antonionismo di riporto. J. Seberg, però, ci crede. E convince.»”

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Se è vero che i riferimenti di Risi sono al maestro Antonioni,è anche vero che lo stesso segue una sua via autonoma,coraggiosamente.
Mostrare le nevrosi di una donna,affidando alla potenza dell’immagine e alla cornice claustrofobica la lotta che la stessa affronta tra un io cosciente
e un io che la donna volutamente trascura,per paura o per semplice ignoranza,richiede una ars narrativa di prim’ordine.
E Risi utilizza una fotografia fredda,un’ambientazione angosciante,una Jean Seberg semplicemente perfetta per rappresentare una storia dai contorni indefiniti,un viaggio analitico e allo stesso tempo destrutturato di una mente imprigionata in un corpo a sua volta imprigionato in una stanza,a sua volta imprigionata nella gabbia di un matrimonio distruttivo,ancora una volta imprigionata in una città polverosa e angosciante,in cui l’unica vera presenza viva e vitale sembra essere la sabbia.
Il tutto con un contorno di sogni (o incubi) ad occhi aperti.
Straordinaria Jean Seberg.
L’inquietudine del suo personaggio sembra spandersi per la stanza,grazie al suo volto mobile ed espressivo.
Marginale il ruolo di Luigi Pistilli,ma svolto con la consueta eleganza.
Un film rimasto sepolto per quasi mezzo secolo e che oggi può essere rivisto sul Youtube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=pDT9_cTdtME in una versione ricavata da un miracoloso passaggio televisivo su Rai 3 HD.

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Ondata di calore
Un film di Nelo Risi. Con Luigi Pistilli, Jean Seberg, Paolo Modugno, Stefano Oppedisano, Franco Acampora Drammatico, durata 91 min. – Italia 1970.

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Jean Seberg : Joyce Grasse
Luigi Pistilli : Dottor Volterra
Lilia Nguyen : Cameriera
Gianni Belfiore : Ali
Paolo Modugno : Cherif
Franco Acampora : Bianchi
Stefano Oppedisano : Ispettore

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Regia Nelo Risi
Soggetto Dana Moseley
Sceneggiatura Nelo Risi, Anna Gobbi e Roger Mauge
Fotografia Giulio Albonico
Montaggio Gianmaria Messeri
Musiche Peppino De Luca e Carlo Pes
Scenografia Giuseppe Bassan e Mario Ambrosino

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L’opinione di Zombi dal sito http://www.filmtv.it

Marocco. una donna è letteralmente prigioniera del suo appartamento a causa di una tempesta di sabbia. nella casa sembrano esserci anche dei fantasmi con la quale lei sembra dialogare nella sua mente
o nei suoi ricordi. grosse fotografie ritraggono un uomo con gli occhiali(il marito) e un ragazzo più giovane del posto che si chiama alì. la donna sembra in balia di se stessa, abbandonata dal marito
andato a caccia con un amico. non succede nulla anche quando finalmente la tempesta finisce e lei può uscire di casa vagando in auto. ogni tanto accende un magnetofono per sentire le registrazioni del marito,
ingegnere impegnato nella ricostruzione della città di agadir recentemente rasa al suolo da un terremoto disastroso, e per registrare il suo messaggio da spedirgli. il film in pieno mood settantesco,
poggia tutto sulle spalle della bella e brava jean seberg che sopporta un tour de force davanti alla telecamera. le atmosfere di caldo torrido e di alcuni furtivi nudi, forse controfigurati dal momento
che non la si vede mai in faccia, avvicinano questo film a certo autorialismo pruriginoso tipico di quegli anni. il tormento della donna sola in quella casa con l’aria condizionata rotta, insofferente alla
donna delle pulizie e a chiunque le si avvicini, in particolare ad un giovanotto che pare seguirla insistentemente come mette piede fuori di casa, è piuttosto riuscito e riesce a mettere sinceramente a disagio.
il senso di prigionia prima e di abbandono poi quando vaga per le vie di quella città sconosciuta senza sapere dove vuole andare, e lo stesso spaesamento quando si reca al club a nuotare, sono segnali sgradevoli
di una mente che sta cedendo. lontana dai posti che ama, da un marito che non c’è se non per il lavoro e per qualsiasi cosa la tenga lontana da lei, joyce crolla fino al colpo di scena finale che a quel punto può o non può interessare.
insieme alla seberg molto coinvolgente e coinvolta nel ruolo, il bravo luigi pistilli in un piccolo ruolo.

L’opinione del sito http://www.nuovocinemalocatelli.com

Chi l’ha visto? Chi se lo ricorda? Raro. Dimenticato. Rimosso. Eppure imprescindibile. Uscito nel 1970 e finito subito nel cono d’ombra, come quasi tutti i film (non molti peraltro) del suo regista Nelo Risi, fratello minore di Dino.
Uno per cui il cinema di fiction arrivò abbastanza tardi, come ulteriore campo di interesse, come espansione di una vita e una carriera fino ad allora perlopiù focalizzate da una parte sulla poesia (Nelo Risi è considerato dalle antologie
un poeta post-ermetico, qualunque cosa questo voglia dire) e sulla documentaristica in film. Mai avuti la fortuna travolgente del fratello e il suo successo di massa. Film, i suoi, che si collocano su tutt’altro versante rispetto alla commedia,
fortemente autoriali come li si intendeva in quegli anni, austeri, rigorosi, influenzati dalla psicanalisi, dagli avanguardismi della Nouvelle Vague e del Nouveau Roman, dagli estremismi e sperimentalismi stilistici di Antonioni.(…)

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Di ottima fattura. Non ci si annoia anche se il film è incentrato sulla grande solitudine della protagonista, causa l’inesistente rapporto col marito, che la porta ad avere incubi, mentre vive in un paese per lei di fantasmi
(Agadir, Marocco, con tempeste di sabbia annesse, spioni, bambini che colonizzano la sua auto di serie…). Buona la conclusione, anche se è discretamente a libera interpretazione dello spettatore.

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dicembre 30, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , | Lascia un commento

Nuremberg (Il processo di Norimberga)

Nuremberg locandina 2

La seconda guerra mondiale è terminata.
I russi hanno preso Berlino,il Fuhrer del Reich millenario ha preferito uccidersi con sua moglie Eva Braun piuttosto che cadere
prigioniero dell’Armata rossa.
Le potenze vincitrici hanno ora un problema:cosa fare dei gerarchi che hanno provocato la guerra,costruito le premesse per uno spaventoso
conflitto che è costato 50 milioni di vite umane e danni incalcolabili,che si sono resi responsabili di crimini inauditi come la Shoah,la soluzione
finale al problema ebraico,una delle retoriche purtroppo avveratesi tanto sbandierate dal nazismo.
Usa,Urss,Inghilterra e Francia,le quattro maggiori potenze vincitrici del conflitto hanno posizioni divergenti sul come affrontare lo spinoso problema;mentre Usa Inghilterra e Francia intendono celebrare un processo in cui alla sbarra ci siano non solo i nazisti superstiti,ma l’intera ideologia nazista,con l’intento di creare le premesse per evitare nel futuro che un’aberrazione come il nazismo abbia a ripetersi,l’Urss non intende andare troppo per il sottile preferendo la giustizia sommaria ad un processo che ritiene assolutamente inutile.Se a Yalta Churchill,Roosvelt e Stalin si erano accordati su decisioni importanti riguardanti il proseguimento del conflitto, sull’assetto futuro della Polonia e sull’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ora si tratta di decidere la sorte di quelli che erano a tutti gli effetti criminali di guerra.
Alla fine un accordo si trova e le grandi quattro affidano non senza contrasti duri l’organizzazione del processo al procuratore capo statunitense Robert Houghwout Jackson.

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Per evitare che gli Usa abbiano un peso politico troppo forte,i quattro si accordano per eleggere l’inglese Geoffrey Lawrence come giudice principale e presidente,mentre gli altri componenti sono nell’ordine l’americano Francis Beverley Biddle,il francese Henri Donnedieu de Vabres e il russo Iona Nikitchenko,tutti giudici principali.
Nuremberg,conosciuto e distribuito anche come Il processo di Norimberga è un film diretto dal regista canadese Yves Simoneau nel 2000 e racconta,non senza imprecisioni,la storia di quello che fu il processo ai gerarchi nazisti,quelli che non seguirono l’esempio del Fuhrer e che quindi o vennero catturati o semplicemente si consegnarono nella mani degli alleati,evitando di finire nelle mani dell’Armata rossa per motivi facilmente comprensibili.
Distribuito in due versioni,il film dura 3 ore nella versione tv,divisa in due puntate e 2 ore e 13 minuti in quella cinematografica.
Un film,va detto subito,lacunoso sotto molti punti di vista,frettoloso e sopratutto basato sulla contrapposizione delle due anime del nazismo,rappresentate da Hermann Goering e Albert Speer.
Il primo,numero due del nazismo e messo in disparte quasi verso la fine del conflitto in seguito ai numerosi rovesci militari viene descritto come un uomo leale e fedele all’ideologia nazista,che difende a spada tratta nel corso del processo,con intelligenza e furbizia degne di miglior causa.
Il secondo,Speer,architetto e ministro degli armamenti appare invece come un’anima tormentata dal rimorso di aver contribuito alla follia collettiva e in particolare spietatamente autocritico verso se stesso.
Su questo dualismo,che emerge con forza al processo,il film basa gran parte della sua analisi degli eventi.

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La trama:
Sir David Maxwell Fyfe contatta il procuratore capo statunitense Robert Houghwout Jackson proponendogli di guidare il processo che si terrà in Germania ai capi sopravvissuti del nazismo,
assicurandogli carta bianca sulla scelta della località e delle modalità di svolgimento del processo stesso.Jackson accetta e dopo un’attenta riflessione,aiutato anche dalla fedele segretaria Elsie Douglas sceglie Norimberga,la città tedesca nella quale
Hitler aveva celebrato i primi oceanici raduni e l’unica anche ad avere un palazzo di giustizia ancora in piedi dopo i bombardamenti degli anni precedenti.
I criminali giudicati saranno ventuno,che dovranno rispondere di quattro capi d’accusa:

1- Aver commesso crimini contro la pace.
2- Aver pianificato, iniziato e intrapreso delle guerre d’aggressione.
3- Aver commesso crimini di guerra.
4- Aver commesso crimini contro l’umanità.

Jackson ottiene mezzi finanziari e logistici senza limiti e in poco tempo rimette a nuovo l’aula del palazzo di giustizia deputato alla celebrazione del processo;alla sbarra c’è buona parte del Gotha del nazismo anche se mancano probabilmente quattro dei principali protagonisti della nefanda parabola del nazismo.
Manca Adolf Hitler,suicida.
Manca Joseph Goebbels,l’onnipotente ministro della propaganda,che tanto aveva contribuito ad alimentare il mito di Hitler e aveva seminato a piene mani grazie al controllo dei mezzi d’informazione l’odio e l’intolleranza razziale verso gli ebrei,morto suicida con la moglie e i sei figli;
manca Heinrich Himmler,il gran capo delle SS,il primo e principale responsabile della creazione dei campi di sterminio,morto suicida nelle mani degli americani.
E manca Martin Bormann,il segretario del partito,l’anima dannata del Fuhrer,che condizionò a tal punto da fargli fare irreparabili scelte sbagliate che finirono per accelerare la rovina del Reich,dichiarato assente e processato in contumacia.

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Nel frattempo Goering,che si è consegnato agli americani ed è stato accolto come una star,in seguito all’intervento di Einsenhower finisce nel campo di detenzione con gli altri detenuti e di qui a Norimberga,accolto con durezza dal colonnello Burton C. Andrus,che strappa le mostrine a Keitel e a Doenitz che protestavano per il trattamento non militare a cui erano stati sottoposti.
L’unico amico che Goering trova è il capitano Gustav Gilbert (nel film si adombra la possibilità che abbia fornito al maresciallo la fiala con cui si avvelenerà),il quale lo tratta con benevolenza ottenendo in cambio qualche regalo e la valigia che Goering aveva con se al momento della detenzione.
Il processo si apre con l’implacabile requisitoria di Jackson,che però trova in Goering un osso durissimo,che ribatte colpo su colpo alle accuse del procuratore.
Sarà un duello senza esclusione di colpi,ma il momento cruciale sarà quello in cui verranno mostrati i filmati che gli americani realizzarono a Auschwitz,Dachau,Mathausen,le fabbriche della morte.
Il pubblico,la corte e alcuni dei gerarchi presenti vedranno così le abominevoli condizioni di prigionia di ebrei,russi,cittadini inermi.
La sconvolgente testimonianza di Marie Claude Vaillant-Couturier sarà uno dei colpi di grazia inferti agli imputati,assieme alla terrificante testimonianza di Rudolf Hoss,il comandante del campo di sterminio di Auschwitz,che racconterà freddamente di come la fabbrica della morte riuscisse ad uccidere migliaia di prigionieri al giorno grazie alla sua “intuizione”,usare cioè il gas Ziklon B per sterminare i prigionieri
stessi.
Le montagne di scarpe,occhiali,capelli che i nazisti scrupolosamente raccoglievano saranno chiodi per le loro bare,così come i paralumi di pelle umana fatta con la pelle tatuata degli zingari e migliaia di altre immagini orripilanti.
Dopo un lungo dibattimento,il processo arriva alla conclusione,con 11 condanne a morte per Goering,Seyss Inquart,Rosenberg,Streicher,Kaltenbrunner,Keitel,Ribbentrop,Frank,Frick,Jodl,Sauckel.
Si salvarono dalla morte Hess,che ebbe l’ergastolo e che fu anche l’ultimo a morire in detenzione a Spandau,l’ammiraglio Eric Raeder che venne condannato all’ergastolo ma fu graziato nel 1955,

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A vent’anni venne condannato Baldur von Schirach,uno dei pochi a pentirsi,così come il citato Albert Speer.
Quindici anni furono comminati a Konstantin von Neurath,che venne rilasciato per motivi di salute nel 1954,mentre dieci anni ebbe Karl Dönitz,ammiraglio e successore del Fuhrer.
Vennero assolti fra le furiose proteste dei russi,Hans Fritzsche (commentatore radiofonico),Franz von Papen (ambasciatore,poi condannato a otto anni dagli stessi tedeschi) Hjalmar Schacht (Presidente della Reichsbank prima della guerra e Ministro dell’economia del governo Hitler)
Goering,come già detto,sfuggì al boia grazie ad una capsula di cianuro;la sua morte fu un duro colpo perchè era di sicuro il personaggio più in vista tra i processati.
I condannati a morte vennero impiccati e i loro cadaveri fotografati con il cappio al collo e con il nome e cognome ben in evidenza,esposti come anche il corpo di Goering per evitare la nascita di leggende false.
Dopo essere stati cremati,i corpi ridotti in cenere vennero dispersi in località segrete.
Piccolo spazio nel film per la storia d’amore tra Jackson e la sua segretaria,un’incongruenza di cui non si sentiva davvero il bisogno.
Un film con larghe zone d’ombra e poche zone di luce,ben lontano da un’opera molto più significativa sullo stesso tema come Vincitori e vinti,diretto nel 1961 da Stanley Kramer con straordinari interpreti come Spencer Tracy,Burt Lancaster,Richard Widmark,Marlene Dietrich,Maximilian Schell,Montgomery Clift e Judy Garland.
Non che in questo film manchino i grossi nomi,tutt’altro.
Ma sono sacrificati alla stringatezza del film.
Bene Christopher Plummer,Michael Ironside e Max Von Sidow,intensa Charlotte Gainsbourgh,bravissimo Brian Cox nei panni scomodi di Goering,
meno bene un imbalsamato Alec Baldwin che aveva il ruolo importantissimo di Jackson.
Regia statica e legnosa per un film che poteva avere ben altro peso e svolgimento;da segnalare solo le terrificanti immagini vere riprese dagli alleati nei campi di sterminio.
Il film è visionabile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=fOpWuzYtaag che riporta erronaeamente la data 1961.

Il processo di Norimberga
Un film di Yves Simoneau. Con Alec Baldwin, Brian Cox, Christopher Plummer,Max Von Sidow, Jill Hennessy, Christopher Heyerdahl, Roger Dunn, David McIlwraith, Christopher Shyer, Hrothgar Mathews, Herbert Knaup, Frank Moore, Frank Fontaine, Raymond Cloutier, Bill Corday, Ken Kramer Formato Film TV, Titolo originale Nuremberg. Drammatico, durata 180 min. – Canada-Usa 2000

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Alec Baldwin: Robert H. Jackson
Brian Cox: Hermann Göring
Christopher Plummer: Sir David Maxwell Fyfe
Jill Hennessy: Elsie Douglas
Michael Ironside: col. Burton C. Andrus
Matt Craven: capitano Gustav Gilbert
Len Cariou: Francis Biddle
Herbert Knaup: Albert Speer
Charlotte Gainsbourg: Marie Claude Vaillant-Couturier
Colm Feore: Rudolf Höß
Robert Joy: Anton Pachelogg
Christopher Heyerdahl: Ernst Kaltenbrunner
Max von Sydow: Samuel Rosenman

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Roberto Pedicini: Robert H. Jackson
Michele Kalamera: Hermann Göring
Rino Bolognesi: Sir David Maxwell Fyfe
Laura Romano: Elsie Douglas
Saverio Indrio: col. Burton C. Andrus
Oliviero Dinelli: capitano Gustav Gilbert
Antonio Colonnello: Francis Biddle
Angelo Maggi: Albert Speer
Maurizio Reti: Anton Pachelogg
Edoardo Nordio: Ernst Kaltenbrunner
Romano Malaspina: Samuel Rosenman

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Regia Yves Simoneau
Soggetto Joseph E. Persico (romanzo)
Sceneggiatura David W. Rintels
Fotografia Alain Dostie
Montaggio Yves Langlois
Musiche Paul Conboy, Adrian Corker, Richard Grégoire
Produttore Mychèle Boudrias, Ian McDougall
Produttore esecutivo Gerald W. Abrams, Alec Baldwin, Bernard F. Conners, Jonathan Cornick, Suzanne Girard, Peter Sussman
Casa di produzione Alliance Atlantis Communications, British American Entertainment, Canadian Television (CTV), Cypress Films

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Da Rudolf Höss Comandante ad Auschwitz. trad. di G. Panzieri Saija, Einaudi, Torino, 1985

“A Sachsenhausen vi erano parecchi Testimoni di Geova, una gran parte dei quali rifiutò di prestare servizio militare; vennero perciò condannati a morte del Reichsführer come ribelli. Furono giustiziati alla presenza di tutti gli altri prigionieri, all’interno del campo, e tra questi in prima fila
erano stati collocati i loro confratelli. Ho conosciuto parecchi fanatici religiosi, nei pellegrinaggi, nei conventi, in Palestina, sulla strada dell’Heggiaz, in Irak, in Armenia; cattolici, sia romani, sia ortodossi, musulmani, sciiti e sunniti. Ma i Testimoni di Geova di Sachsenhausen, e due di loro in particolare,
superarono quanto avevo visto fino ad allora. Questi due fanatici rifiutarono di compiere qualunque cosa avesse il minimo rapporto con le faccende militari. Ricusavano di stare sull’attenti, vale a dire non battevano i tacchi, non tenevano le mani lungo le cuciture dei pantaloni, non si toglievano il berretto.
Per essi non esistevano leggi, poiché consideravano Geova il loro unico legislatore. Fummo costretti ad allontanarli dal block dei loro confratelli e a tenerli in segregazione, poiché incitavano continuamente gli altri ad imitarli. Eicke li aveva condannati parecchie volte alla pena del bastone
per il loro contegno indisciplinato, ma accoglievano le frustate con tanta gioia da fare supporre in essi una sorta di perversione. Pregavano il comandante di farli frustare ancora, per poter così meglio testimoniare della loro idea, in favore di Geova. Dopo la visita militare, alla quale, è inutile dirlo,
si rifiutarono assolutamente – non vollero nemmeno mettere la firma sotto un documento militare -, vennero anch’essi condannati a morte dal Reichsführer. Quando la condanna gli venne annunziata in cella, ebbero un’esplosione di gioia irrefrenabile, e avrebbero voluto in ogni modo affrettare il giorno dell’esecuzione.
Torcendo le mani levavano gli occhi al cielo con espressione estatica ed esclamavano senza posa: – In breve saremo presso Geova, quale felicità essere eletti a ciò -. Alcuni giorni prima avevano assistito all’esecuzione di alcuni confratelli, e si era stentato a trattenerli, tanto irresistibile era il loro desiderio di essere immediatamente giustiziati.
La vista di tanta frenesia era quasi insostenibile e dovettero essere riportati quasi a forza nelle loro celle. Quando venne il loro giorno, si avviarono quasi di corsa. Non vollero essere legati, per poter alzare le mani a Geova, e stettero davanti al palo con un’espressione luminosa e rapita che non aveva più nulla d’umano.
Così immaginai dovessero essere i primi martiri cristiani, condotti nell’arena per essere dilaniati dalle belve. Andarono dunque alla morte coi visi illuminati, gli occhi rivolti al cielo e le mani congiunte nella preghiera e levate in su. Tutti coloro che assistettero alla loro morte ne furono turbati, perfino il plotone d’esecuzione.
Albert Speer al processo di Norimberga

Se Hitler avesse avuto degli amici, io sarei stato suo amico. (Davanti alla corte del processo di Norimberga)
Nella mia responsabilità di alto esponente di una potenza tecnologica altamente sviluppata, che aveva usato tutto e tutti i suoi mezzi, senza coscienza né freni, contro l’umanità, cercavo non soltanto di addossarmi quanto era avvenuto, ma anche di capirlo.
Da un momento all’altro il complesso sistema del nostro mondo moderno può venire inesorabilmente distrutto da forze negative moltiplicatesi in reazione a catena. Nessuna volontà umana potrebbe arrestare questo processo, se l’automatismo dello sviluppo dovesse ulteriormente spersonalizzare l’uomo e privarlo ancor più della sua responsabilità.
Abbagliato dalle possibilità della Tecnica, l’ho servita negli anni decisivi della mia esistenza. Ora, al termine di questa mia esistenza, essa, la Tecnica, trova davanti a sé il Dubbio.

Hermann Goering al processo di Norimberga

“Naturalmente la gente comune non vuole la guerra: né in Russia,
né in Inghilterra, né in Germania. Questo è comprensibile.
Ma, dopotutto, sono i governanti del paese che determinano la politica,
ed è sempre facile trascinare con sè il popolo,
sia che si tratti di una democrazia, o di una dittatura fascista,
o di un parlamento, o di una dittatura comunista.
Che abbia voce o no, il popolo può essere sempre portato al volere dei capi. È facile.
Tutto quello che dovete fare è dir loro che sono attaccati,
e denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo, in quanto espongono il paese al pericolo.
Funziona allo stesso modo in tutti i paesi.”.

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Rudolf Hess a Spandau

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Il corpo di Kaltenbrunner dopo l’esecuzione

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Le esecuzioni

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Il corpo esanime di Goering

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Goering alla sbarra a Norimberga

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Il processo

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Alcuni imputati

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John C.Woods il boia di Norimberga

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Jack “Tex” Wheeles,l’ultimo carceriere di Goering

Nuremberg c6 Robert Houghwout Jackson

Il procuratore capo Jackson

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Jona Nikitchenko,il giudice principale russo

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Henri Donnedieu De Vabres,il giudice principale francese

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Francis Beverley Biddle,il giudice principale statunitense

Nuremberg c2 Geoffrey Lawrence giudice principale

Geoffrey Lawrence,presidente

Nuremberg c1 Colonnello Andrus

Il colonnello Andrus,responsabile della prigione

Nuremberg c0 I giudici

I quattro giudici del processo

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Arthur Seyss Inquart

Nuremberg a2 Alfred Rosenberg

Alfred Rosenberg

Nuremberg a3 Julius Streicher

A destra:Julius Streicher

Nuremberg a4 Ernst Kaltenbrunner

Ernst Kaltenbrunner

Nuremberg a5 Wilhelm Keitel

Wilhelm Keitel

Nuremberg a6 Joachim Von Ribbentrop

Rudolf Hess

Nuremberg a7 Hans Frank

Hans Frank

Nuremberg a8 Wilhelm Frick

Wilhelm Frick

Nuremberg a9 Alfred Jodl

Alfred Jodl

Nuremberg a10 Fritz Sauckel

Fritz Sauckel

Nuremberg b1 Martin Bormann

Martin Bormann

Nuremberg b2 Heinrich Himmler

Heinrich Himmler

Nuremberg b3 Alois Brunner,

Alois Brunner

Nuremberg b3 Joseph Goebbels

Joseph Goebbels

Nuremberg b4 Joseph Mengele

Joseph Mengele

novembre 24, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento

A single man

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“Il risveglio comincia con due parole, sono e ora. Poi ciò che si è svegliato resta disteso un momento a fissare il soffitto, e se stesso,
fino a riconoscere Io, e dedurne Io sono ora. Qui viene dopo, ed è, almeno in negativo, rassicurante; poiché stamattina è qui che ci aspettava
di essere, come dire, a casa.
Ma ora non è semplicemente ora. Ora è anche un freddo promemoria; un’intera giornata più di ieri, un’anno più dell’anno scorso.
Ogni ora ha un’etichetta con una data, che rende obsoleti tutti gli ora passati, finché prima o poi, forse – no, non forse, di sicuro –
succederà.
La paura contorce il nervo vago. Un malsano ritrarsi da ciò che, da qualche parte là fuori, ci sta aspettando.”
George Falconer è un uomo solo, A single man, come recita il titolo del film e il titolo del romanzo di Christopher Isherwood pubblicato nel 1964.
E’ un professore californiano di mezza età,omosessuale,in profonda crisi con se stesso dopo la morte del compagno che adorava.
Un uomo talmente solo da aver deciso di farla finita,di liberarsi di una vita che avverte vuota ed inutile,priva di riferimenti affettivi
appena mitigata dall’amicizia con Charlotte,una sua vecchia fiamma oggi amica che vive anch’essa una vita frustrante dopo il divorzio e dopo
il fallimento anche come madre,che cerca in George un’impossibile legame affettivo.
E’ l’ultimo giorno di vita,per George.

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Ha deciso di morire,stanco e sopraffatto da un’angoscia esistenziale senza rimedio.
Lo seguiamo mentre si muove nell’abbacinante sole californiano,tanto forte da rendere irreale anche il contorno dell’ambiente in cui si muove;
irreale anche perchè per George i ricordi hanno colori sfumati o virati verso il seppia,verso il marrone.
Tiene quella che vuole sia l’ultima lezione davanti ai suoi ragazzi,parlando del tema della paura,la paura verso il diverso,verso chi non
rispetta i canoni imposti dalla società.
In effetti George è comunque un diverso;lo è nella scelta dell’amore,che lo ha portato a stabilire una relazione profonda e appassionata con Jim,
che ama teneramente ed è da lui ricambiato.
Siamo nel 1962,una relazione gay non è certo una cosa da osteggiare pubblicamente;la società perbenista e puritana americana condanna senza appello l’omosessualità e per George e Jim c’è anche l’ostracismo totale dei genitori di lui.
Per George inizia un doloroso ritorno ai momenti principali della sua relazione con Jim.
Mentre quella che sarà la sua ultima giornata si dipana nella assoluta normalità,rivive in flash back i momenti salienti della sua relazione,a partire
da un sogno in cui si vede chino su Jim mentre lo bacia disperatamente dopo che quest’ultimo giace inerte in seguito all’incidente in cui ha perso
la vita.
Non aveva potuto nemmeno rendere l’ultimo saluto al compagno della vita per l’ostracismo dei genitori di lui,e questo ha sicuramente contribuito
a rendere ancora più straziante il ricordo dell’amante e compagno.

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Dopo mesi George è ormai incapace di vivere una vita,di riprendersi nelle mani il presente ed il futuro.
Vediamo scorrere la giornata tra i preparativi per il suicidio,le lettere che George scrive,la meticolosa preparazione dei suoi effetti personali,
perfettamente allineati sulla scrivania e gli incontri casuali di quell’ultimo giorno,quello con un ragazzo che tenta di adescarlo e che George
paga senza accettarne le prestazioni,quello con una ragazza che possiede un terrier praticamente identico a quello che possedevano loro,
sopratutto l’incontro con Bruce,uno dei suoi studenti attratto da lui per quella sua disperazione,quella sua profondità d’animo che adesso
finalmente traspaiono abbattendo l’aspetto serio e posato dell’insegnante,travolgendo le barriere.
Finalmente George può essere se stesso;sta per morire,nulla lo può più ferire o colpire.
Incontra la sua vecchia amica Charlotte,con la quale si confida e dalla quale ricava solo il senso di smarrimento,di delusione e di frustrazione che
la donna vive.
Sarà proprio con Bruce che passerà le sue ultime ore,un contatto umano che lo porta a rivedere il suo desiderio di morte,quasi una nuova opportunità
che la vita gli offre,un risarcimento per la perdita dolorosa che ha subito.
Ma il destino è beffardo e ha in serbo per lui la conclusione che George aveva scelto e non aveva attuato;morirà per un malore improvviso
sognando,negli ultimi istanti di vita,il volto del suo amato Jim che lo bacia.
Diretto nel 2009 da Tom Ford,stilista prestato al cinema alla sua prima e finora unica regia cinematografica,A single man è un film rigoroso,quasi asettico nel suo svolgimento,caratterizzato da una studiata e analitica lentezza descrittiva,dall’uso del flash back distinto dal presente grazie all’uso
di colori molto tenui,sfumati,che rendono i ricordi stessi quasi palpabili.

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Un film sull’amore,che non cerca assolutamente di guardare l’omosessualità nel suo complesso di problemi etici e morali,sociali o altro.
Non è un’indagine o un atto di denuncia A single man.
E’ un film d’amore e sull’amore,una storia come tante tra due persone che si amano in modo esclusivo e che la sorte divide per sempre;una storia come tante,purtroppo,nella quale il superstite non riesce più a trovare ragioni valide per vivere,quasi fosse stato amputato al suo corpo buona parte degli organi tanto da rendere impossibile il proseguimento della vita.
Sarà il giovane Bruce a rappresentare il gancio in mezzo al cielo,l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi,una nuova speranza per il futuro.
Ma per una volta i sogni non muoiono all’alba,ma al tramonto e per George non ci sarà un futuro.
Bello davvero questo film.
Patinato,ricercato in ogni dettaglio ma non per questo meno autentico.Dolore e amore,rimpianto e abbandono della vita,rifiuto della realtà e rinascita
si fondono in una storia nella quale l’omosessualità è marginale.
Un amore è un amore e prescinde dall’orientamento sessuale.Un compagno perso vale un’amante o una moglie persa,una compagna o semplicemente un affetto.
Leggendo alcune critiche in rete mi sono reso conto di come le storie d’amore,sopratutto omosessuali vengano ancora viste come
qualcosa di sbagliato o come di un film delicato come questo si osservi solo la superficie senza osare scavare alla ricerca della sua essenza.
Atteggiamento comune ai superficiali,di coloro che vivono esistenze vuote,di coloro che non hanno provato un dolore assoluto e totale
come la perdita della compagna o del compagno.

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Sopratutto di come la vita possa risarcirti mettendo sulla tua strada un angelo che ti restituisca la voglia di vivere e di credere ancora nella vita stessa.
Una esperienza condivisa da chi vi scrive,che in un momento ben preciso della sua vita,duro e quasi impossibile da superare,ha incontrato
una persona speciale,Ylva,che lo ha aiutato a ritrovare la voglia di vivere.
Bello,dunque,questo film.
Ford ha talento registico e la sua cultura ed esperienza nella moda lo portano a curare quasi maniacalmente i dettagli;si veda la vestizione e il trucco
di Charlotte,o l’eleganza formale di George.
Un film d’amore,sull’amore,null’altro.
Una storia tenera e disperata,almeno nella conclusione.
In mezzo spazio ai sentimenti descritti con mano leggera e felice da un regista che aspetto a nuove opere.
Bravissimo l’interprete principale,Colin Firth,misurato e quasi estraneato dal dolore,dal mal di vivere che si impossessa del suo
personaggio e che lo porta alla decisione di darsi la morte.
Molto bene Julianne Moore;splendida la scena in cui i due dialogano sdraiati sul pavimento,vestiti di tutto punto e finalmente
vicini,come due amici pieni di angoscia che si confidano le pene della vita.
Bellissima la fotografia,per un film affascinante e pieno di emozioni.
Da vedere.

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A Single Man

Un film di Tom Ford. Con Colin Firth, Julianne Moore, Nicholas Hoult, Matthew Goode, Jon Kortajarena, Paulette Lamori,
Ryan Simpkins, Ginnifer Goodwin, Teddy Sears, Paul Butler [II], Aaron Sanders, Keri Lynn Pratt, Nicole Steinwedell, Ridge Canipe, Nicholas Beard, Brad Benedict, Jenna Gavigan, Brent Gorski,
Adam Gray-Hayward, Marlene Martinez, Paul Butler, Alicia Carr, Lee Pace Drammatico, durata 95 min. – USA 2009

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Colin Firth: George
Julianne Moore: Charlotte
Nicholas Hoult: Kenny
Matthew Goode: Jim
Jon Kortajarena: Carlos
Paulette Lamori: Alva
Ryan Simpkins: Jennifer Strunk
Ginnifer Goodwin: Susan Strunk
Teddy Sears: Mr. Strunk

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Massimo Lopez: George
Franca D’Amato: Charlotte
Gabriele Lopez: Kenny
Francesco De Francesco: Jim

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Regia Tom Ford
Soggetto Christopher Isherwood
Sceneggiatura Tom Ford, David Scearce
Produttore Tom Ford, Andrew Miano, Robert Salerno, Chris Weitz
Casa di produzione Artina Films, Depth of Field, Fade to Black Productions
Distribuzione (Italia) Archibald Film
Fotografia Eduard Grau
Montaggio Joan Sobel
Musiche Abel Korzeniowski
Shigeru Umebayashi
Scenografia Dan Bishop

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“Nella vita ho avuto momenti di assoluta chiarezza, quando per pochi, brevi secondi, il silenzio soffoca il rumore
e provo un’emozione invece di pensare e le cose sembrano così nitide e il mondo sembra così nuovo.
E’ come se tutto fosse appena iniziato.Non riesco a far durare questi momenti,
io mi ci aggrappo, ma come tutto svaniscono.
Ho vissuto una vita per quei momenti,mi riportano al presente
e mi rendo conto che tutto è esattamente come deve essere…
E all’improvviso, lei è arrivata.”

“….l’ esperienza non è ciò che accade ad un uomo ma ciò che ne fa di quello che gli accade….”

“A me piacciono le donne, ma mi innamoro degli uomini.”

“Le creature più stupide sono quelle più felici…pensa a tua madre!”

“Paura di sentirci soli, paura di essere inutili in ciò che abbiamo da dire”

“…dobbiamo sempre apprezzare i piccoli doni della vita!”

“A volte cose orribili hanno la loro bellezza.”

“Mi ci vuole tempo alla mattina per diventare George, tempo per mettere insieme ciò che George è e come si deve comportare. Quando mi sono vestito e mi sono dato l’ultima lucidata alle scarpe so pienamente quale parte recitare”

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A single man locandina libro 1
Waking up begins with saying am and now. That which has awoken then lies for a while staring up at the ceiling and down into itself until it has recognized I, and therefrom deduced I am, I am now.
Here comes next, and is at least negatively reassuring; because here, this morning, is where it has expected to find itself: what’s called at home.
But now isn’t simply now. Now is a cold reminder: one whole day later than yesterday, one year later than last year. Every now is labeled with its date, rendering all past nows obsolete, until — later or sooner — perhaps — no, not perhaps — quite certainly: it will come.
Fear tweaks the vagus nerve. A sickish shrinking from what waits, somewhere out there, dead ahead.

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L’opinione di veronick dal sito http://www.mymovies.it

L’inutilità della vita senza affetti, la lotta dell’uomo solo contro il resto del mondo,
la maschera di perfezione che tutti noi siamo costretti ad indossare per piacere ed essere accettati dagli altri:
sono i temi di questo film, che emoziona e fa soffrire seguendo il tormento di questo professore, magistralmente interpretato da Colin Firth,
la cui vita finisce nell’attimo stesso in cui perde il suo compagno in un incidente stradale. Un film che fa riflettere sulla banalità della vita
che spesso diviene un peso insostenibile e spinge l’uomo a scappare. La vita è fatta di attimi di piacere immersi in un mare di noia e di ripetitività
ed è proprio per quegli sprazzi di gioia che vale la pena vivere. Il film descrive molto bene il vuoto lasciato dalla perdita di un amore,
la linfa vitale per questo uomo solo e senza amici, che piomba improvvisamente in un dolore da cui non c’è scampo. I continui primi piano ci proiettano direttamente nell’intimo del professore,
il suo corpo diviene impalpabile, e siamo costretti a soffrire con lui. La morte, per infarto, è in fondo quasi una nota felice. Quando finalmente, con l’aiuto di uno studente infatuatosi di lui,
capisce che c’è sempre qualcosa per cui vale la pena vivere e ritorna a sorridere, la morte lo coglie all’improvviso, in un attimo di pura felicità, e lui non saprà mai se quella gioia ritrovata
era una rinascita o solo un piacere effimero dato da una notte di follia

Recensione del sito http://www.spietati.it

A single man è un film sorprendente e molto, molto coraggioso. E’ un film sorprendente perché rappresenta il debutto nel cinema di Tom Ford – geniale stilista che, prima di esordire col proprio marchio,
rilanciò nel mondo casa Gucci – con un lavoro molto accurato e cosciente. Coraggioso, perché Ford lo trae da una perla lucente della produzione di Christopher Isherwood, una delle massime penne in lingua inglese
del secolo scorso: un romanzo non solo di magnifica scrittura (in Italia, Un uomo solo), ma tutto imperniato sul percorso interiore del suo protagonista che si snoda contemporaneamente a un percorso esteriore che acquista
rilevanza intrecciato col primo, col carico di riflessioni che emerge dal pensiero del protagonista, un romanzo straordinariamente difficile da portare sullo schermo e che Ford, anche sceneggiatore, non ha alcuna remora a rileggere,
modificare, adattare alla sua idea di film. A stravolgerne il senso, quando necessario, allineando alla chiarezza di idee sul fronte visivo, una determinazione sul fronte della concezione altrettanto stupefacente(…)

Recensione del sito http://www.cinema.everyeye.it

Che relazione c’è tra il mondo della moda e quello del cinema? Il rapporto è, in realtà, più importante di quanto non si pensi comunemente: molti film lanciano veri e propri trend, anche nel campo dell’abbigliamento, e film sull’alta moda,
spesso in bilico tra favolosa realtà e vivida fantasia, si affacciano periodicamente sul grande schermo (esempio recente il bel Valentino, The Last Emperor). Nel 2001, uno spassoso film di/con Ben Stiller, Zoolander, ironizzava pesantemente
sull’universo dell’Haute couture. Tra i tanti volti noti che si sono prestati per un cameo in quella pellicola impossibile non ricordare Tom Ford, storico nome associato, fino a pochi annifa, all’ancor più storico marchio Gucci. A distanza di cinque anni,
dopo aver lasciato la guida creativa del gruppo fiorentino ed aver creato un proprio marchio, il fascinoso stilista texano torna ora al cinema, non da attore ma da regista, autore e produttore, con un film molto ben accolto alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Galbo

Lo stilista Tom Ford realizza un film che, non a sopresa, punta molto sull’aspetto estetico, offrendo una raffinata ricostruzione ambientale che riguarda abiti, oggetti e design generale (il film è ambientato negli anni ’60 durante la crisi tra gli USA e Cuba).
Ma nell’opera c’è anche un’indubbia cura per la caratterizzazione dei personaggi, specie specie quello del protagonista, ottimamente interpretato da Firth. Peccato per lo scadente doppiaggio italiano.

Pigro

Proprio nel suo essere impeccabile stanno i limiti di un film che, con una storia così bella e intensa come la sconfinata solitudine di un uomo rimasto solo dopo la morte del compagno, non riesce a trasmettere vera emozione e partecipazione,
preferendo porgere allo spettatore un’opera tecnicamente e stilisticamente raffinata, direi quasi leccata e laccata, ma senza vera anima. Rimane comunque a un buon livello, sia per l’eccellente Firth che per la potenza della situazione in sé, ripresa dal romanzo di Isherwood. Stiloso.

Rebis

Premessa necessaria: il doppiaggio italiano è penoso. Superato l’inconveniente, ci imbattiamo in un cinema a cui non siamo più abituati: Ford investe di lirismo gesti, pensieri e parole di un uomo infestato dalla bellezza, traduce in decadentismo esistenziale il glamour di una classe sociale
che il pubblico faticherà a compiacere. Un esordio ardito, elegante e demodè, la cui vocazione fassbinderiana spinge a ridondanze formali e squilibri in un’assidua elaborazione di colori e inquadrature volte a catturare l’emozione in atto. Meravigliose le note di Korzeniowski e Umebayashi. Ottimo Firth.
Capannelle

Se un facoltoso decide di produrre un film non c’è che esserne felici e se riesce pure a girarlo in modo personale e delicato, beh allora bravo a Tom Ford. Il suo Single man, forse troppo rileccato nel complesso (ma certi dettagli anni 60 es. l’interno della macchina sono da elogiare) e titubante nella parte centrale,
lascia comunque il segno andando aldilà dell’esercizio di stile e sfrutta bene le qualità di Colin Firth e del compositore Umebayashi (quello di In the mood for love).
Matalo!

Un buon film; perlomeno Ford dà l’impressione di aver messo in scena qualcosa che gli “urgeva” dentro. Tutte le caratteristiche formali di questa tipologia di film sono osservate ed è un limite perché troppa correttezza impedisce un vero volo. Però Colin Firth è davvero straordinario, interpretando un gay senza “effetti” recitativi.
Buona e composta la cornice d’epoca, anche troppo. Un buon risultato, fondamentalmente onesto per un piccolo film da non disprezzare.

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novembre 9, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , | 1 commento

Il giorno dello Sciacallo

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Nome in codice Sciacallo.
Un killer inafferrabile,costosissimo ma anche mortalmente efficiente.
Nessuno lo conosce e sopratutto è un killer solitario,uno che agisce da solo,sempre.
E’ a lui che si rivolge l’OAS, guidata da Marc Rodin;l’Organisation de l’armée secrète è un gruppo che si oppone all’indipendenza dell’Algeria,
che da poco è stata concessa al paese africano dal Generale Charles De Gaulle.
Ora l’Oas vuole che a pagare con la vita sia il Presidente della Repubblica francese reo,secondo i terroristi,di tradimento.
L’Organizzazione contatta quindi lo Sciacallo,il quale durante l’incontro segreto che avviene in Austria chiede l’esorbitante cifra di 500.000 dollari
per portare a termine l’attentato,rifiutando anche l’aiuto dell’Organizzazione che ritiene infiltrata dai servizi segreti francesi.
Il problema dell’Oas è recuperare l’ingente cifra richiesta dallo Sciacallo;il tutto viene risolto con una serie di rapine che però mettono sul chi va là
i servizi segreti,che intuiscono la matrice para militare dalla perfezione delle rapine stesse.
Gli stessi rapiscono Wolenski,ex maresciallo della Legione straniera che fiancheggia i capi in esilio dell’Oas,fornendo loro protezione e aiuto.
Con al tortura gli estorcono il nome n codice Chacal e allertano il Ministero degli interni.
Che non resta a guardare e rapidamente creano una unità di crisi e affidano le indagini all’abile commissario Claude Lebel,che contatta immediatamente altri servizi di polizia in tutta Europa.

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Nel frattempo lo Sciacallo non è rimasto inoperoso e ha iniziato a pianificare l’attentato,procurandosi documenti falsi,un auto e un fucile di precisione
che sarà l’arma che dovrà uccidere De Gaulle.
Inizia una caccia all’uomo gigantesca:lo Sciacallo,informato da un infiltrato dell’Oas ora sa che la polizia è sulle sue tracce,uccide una donna e prende l’identità
del danese a cui ha rubato il passaporto,sempre inseguito implacabilmente dagli uomini di Lebel,che però sono sempre un passo indietro.
Dopo numerosi colpi di scena si arriva al redde rationem;ora lo Sciacallo è sul luogo dell’attentato,è riuscito ad evadere tutti i controlli.
La polizia lo ha identificato ma arriva poco dopo che il killer ha sparato a De Gaulle.
Solo il caso salva il generale:al momento dello sparo si china e il colpo va a vuto.
Lo Sciacallo non ha il tempo per un altro colpo perchè la polizia lo uccide.
Verrà sepolto senza un nome in un cimitero.
Dall’omonimo romanzo di Frederick Forsyth uscito nel 1971,Il giorno dello Sciacallo è uno dei più letti ed apprezzati libri a sfondo Spy story,il regista regista austriaco naturalizzato statunitense Fred Zinnemann ricava un film teso ed avvincente quanto il romanzo.
Ad appena due anni dalla sua uscita il libro di Forsyth è ormai un caso letterario e la casa di produzione di John Woolf acquista i diritti dello stesso libro creando nel 1973 un film che otterrà in tutto il mondo un lusinghiero successo.
La trama è avvincente e Zinnemann non fa rimpiangere l’atmosfera tesa del libro con un film che non tradisce mai lo spirito originario del romanzo.
La caccia all’uomo è vibrante e piena di colpi di scena;chi ha letto il romanzo non può non notare la fedeltà assoluta di Zinneman alla trama del romanzo stesso, del quale ha cambiato solo qualche dettaglio trascurabile.

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Ritmo,tensione,cura dei dettagli.
Caratteristiche di Zinneman,5 Oscar e sopratutto grandi film all’attivo come Mezzogiorno di fuoco (1952),Da qui all’eternità (1953),Un uomo per tutte le stagioni (1966) e Giulia (1977)
Da un regista del genere quindi ci si attende un film rigoroso e affascinante;e il film mantiene sia le premesse che le promesse.
Ottimo il cast,privo di grandissimi nomi ma con attori eccellenti come Edward Fox,Lo Sciacallo e Michael Lonsdale,Claude Lebel.
Bella la fotografia,belle le incursioni nei caruggi genovesi o a Roma.
Un film molto bello,più volte trasmesso in tv ma che curiosamente è di difficile reperibilità in rete.
Sette candidature e una vittoria ai BAFTA Awards 1974 grazie al miglior montaggio (Ralph Kemplen );una candidatura agli Oscar 1974 per il miglior montaggio sempre a Ralph Kemplen

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tre candidature ai Golden Globe 1974 come miglior film drammatico, migliore sceneggiatura cinematografica (Kenneth Ross), miglior regista cinematografico (Fred Zinnemann)sono il palmares del film.
Segnalo la scheda location del sito http://www.davinotti.com che mostra le foto delle sequenze girate in Italia all’indirizzo http://www.davinotti.com/index.php?forum=50001298

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Il giorno dello sciacallo

Un film di Fred Zinnemann. Con Michel Auclair, Edward Fox, Terence Alexander, Delphine Seyrig
Titolo originale The Day of the Jackal. Giallo, durata 141 min. – USA 1973

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Edward Fox: Lo Sciacallo
Terence Alexander: Lloyd
Michel Auclair: Colonnello Rolland
Michael Lonsdale: Claude Lebel
Derek Jacobi: Caron
Timothy West: Berthier
Eric Porter: Colonnello Rodin
Maurice Denham: Generale Colbert
Donald Sinden: Mallinson
Philippe Léotard: Poliziotto
Alan Badel: Ministro degli Affari Interni
Tony Britton: Ispettore Thomas
Adrien Cayla-Legrand: Il Presidente Charles De Gaulle
Jean Martin: l’ex Maresciallo Victor Wolenski
Vernon Dobtcheff: Il poliziotto che interroga Wolenski
Olga Georges-Picot: Denise
Delphine Seyrig: Colette
Denis Carey: Casson
Ronald Pickup: Il falsario ricattatore
Cyril Cusack: Il Sig. Gozzi, l’armaiolo
Jean Sorel: capo commando OAS Jean Bastien-Thiry

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Sandro Iovino: Lo Sciacallo
Riccardo Cucciolla: Claude Lebel
Dante Biagioni: Caron
Dario Penne: Ministro degli Affari Interni
Giorgio Piazza: Il Sig. Gozzi, l’armaiolo
Renato Izzo: capo commando OAS Jean Bastien-Thiry

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Regia Fred Zinnemann
Soggetto Frederick Forsyth (romanzo)
Sceneggiatura Kenneth Ross
Produttore John Woolf
Fotografia Jean Tournier
Montaggio Ralph Kemplen
Musiche Georges Delerue
Costumi Joan Bridge, Rosine Delamare, Elizabeth Haffenden
Trucco Pierre Berroyer

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Fa freddo a Parigi, alle sei e quarante di mattina in una giornata di marzo, e il freddo sembra ancora più intenso
quando sta per essere giustiziato un uomo. L’11 marzo 1963, a quell’ora, nel cortile principale di Fort d’Ivry,
un colonnello dell’aviazione francese era in piedi davanti a un palo conficcato nella ghiaia gelida e mentre gli legavano le mani
fissava con incredulità sempre meno evidente il plotone di fronte a lui, a una ventina di metri.
Un piede strisciò sui sassi, imprecettibile sollievo alla tensione, nell’attimo in cui la benda veniva avvicinata
agli occhi del tenente colonello Jean-Marie Bastien-Thriy, a nascondergli definitivamente la luce.
Il mormorio del sacerdote fu il vano contrappunto al crepitare degli otturatori, quando i soldati caricarono e armarono i fucili.
Al di là del muro di cinta, un clacson insistente: un autocarro Berliet chiedeva strada a qualche veicolo più piccolo che lo intralciava nella sua corsa verso il centro della città. Il suono si spense lontano, confondendosi con il “Puntate!” dell’ufficiale al comando del plotone.
La scarica di fucileria, quando fu il momento, non provocò alcuna increspatura sulla superficie della città al risveglio; soltanto uno stormo
di piccioni si levò in volo verso il cielo, per pochi attimi. L’eco del singolo coup-de-grace, qualche secondo più tardi, si perse nella crescente confusione del traffico al di là del muro.
La morte dell’ufficiale, capo di una banda di assassini della Organisation de l’Armée Secrète che avevano tentato di uccidere il presidente francese, doveva significare una fine – la fine di nuovi attentati alla vita del presidente.
Per uno scherzo del destino segnava invece un inizio, e per spiegarne perché è necessario spiegare prima perché un corpo crivellato  di proiettili si trovasse, legato a un palo, nel cortile del carcere militare, a pochi chilometri da Parigi, in quella mattina di marzo…

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L’opinione di galaverna dal sito http://www.filmtv.it

Film che, nella sua freddezza e relativa semplicità stilistica, regala un’ottima prova di cosa dovrebbe essere un thriller senza inutili orpelli,
sovrascritture ed effetti speciali che non sempre riescono a dare la marcia in più a film spesso mediocri. Qui invece si lavora unicamente sulla psicologia dei protagonisti,
non distinguendo in questo che si tratti di “guardie” o di “ladri” ma facendo emergere (ma non predominare) debolezze umane e presunte virtù. Al tempo stesso però si riesce ad avere un buon ritmo d’insieme
grazie anche ai continui spostamenti del protagonista e soprattutto ad un finale rocambolesco ed a tratti imprevedibile.
Ottima la prova di Fox, forse la sua migliore in assoluto, un film che ha fatto scuola e merita sicuramente la sua lunga visione.

L’opinione di Manticora dal sito http://www.filmscoop.it

Altro che The Jackal, l’originale è superiore sotto tutti i punti di vista. Zinneman costruisce un piccolo gioiello di tensione e suspance,
dando alla figura dello sciacallo un profondità notevole, certo potrebbe essere il solito killer a pagamento, ma la costruzione della sua
figura merita un plauso. Il personaggio è perfettamnete calibrato, elegante, inteligente, attento, spietato, capace di improvvisazione
e assolutamente letale. Lo seguiamo nella sua “missione” con la polizia che gli arranca dietro, più che le forze dell’ordine
sono gli imprevisti che porteranno ad un epilogo al cardiopalma: l’auto danneggiata in un incidente,
la scoperta della sua identità fittizia perchè il cadavere del suo prestanome viene trovato, infine il chinarsi in avanti del bersaglio
che evita di essere ucciso al primo colpo. Ottime musiche, le location francesi sono eccellenti, il tutto caratterizzato da una prova
attoriale per quanto riguarda tutti gli attori ottima. Un vecchio crime story che non perde di freschezza, infarcito anche di fatti reali,
come il fallito attentato al Generale che riesce a scamparla grazie alla resistenza della sua DS.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Galbo

Questo non è solo un buon thriller (diretto da un ottimo regista) ma è anche uno dei migliori adattamenti cinematografici realizzati da un
libro (la spy story di Forsyth). Film ottimamente sceneggiato, con un buon ritmo e senza inutili trovate spettacolari,
il film ha il pregio di essere interpretato da attori non conosciutissimi e perciò credibili nei propri ruoli,
a partire dal tenace vice ispettore Lebel (Michel Londsdale), impegnato nella caccia al killer.
Pigro

La certosina preparazione dell’omicidio di De Gaulle contro la spasmodica ricerca dei sicario: un thriller emozionante,
scandito dal laborioso silenzio della lunga organizzazione del delitto, quasi una pantomima di morte
ben incarnata da un algido Fox (equilibrata dall’altrettanto freddo Lonsdale).
Un’asciuttezza stringente (anche se la durata del film è eccessiva), esaltata dal duello a distanza tra i protagonisti.
Di grande efficacia anche il bel carosello paesaggistico-ambientale nella triangolazione Inghilterra-Francia-Italia.
Cotola

Teso e vibrante fanta-thriller che nonostante la sua lunga ed insolita durata per un film di genere (circa due ore e mezzo) riesce a
mantenere altissima la tensione fino al finale.
Merito di una regia estremamente professionale e di una sceneggiatura essenziale ma molto efficace.
Godibile per tutti, da non perdere per chi ama questo tipo di pellicole.
Daniela

Buon fanta-thriller che dimostra come sia possibile girare un film avvincente nonostante la durata (forse eccessiva) senza ricorrere a
nomi illustri nel cast oppure a facili scappatoie spettacolari per vivacizzare una storia a rischio di “freddezza”.
Confronto a distanza fra Fox, killer elegante e quasi stilizzato, ed il bravo Lonsdale, poliziotto paziente e tenace che gli dà la caccia.
Mentre le scelte di regia imprimono alla vicenda un carattere quasi documentario, la tensione concede poche pause, fino al secco finale.
Caesars

Fred Zinnemann ci regala un film spionistico di notevole livello a cui una notevole durata non reca nessun danno.
La vicenda è raccontata senza nessun eccesso teso a spettacolarizzare gli eventi e si segue col fiato sospeso dall’inizio alla fine.
Oltre al regista il merito della riuscita del film è dovuto anche ad una sceneggiatura precisa e senza fronzoli e all’ottima
interpretazione degli attori. Nota di colore: alcune scene sono ambientate nei “caruggi” della mia amata Genova. Assolutamente da vedere.

Magnetti

“Il giorno dello sciacallo” è un thriller/poliziesco che avvince come pochi altri. Si rimane affascinati da una vicenda fantapolitica-terroristica
molto suggestiva in cui sceneggiatori e regista vanno sicuramente premiati. In alcuni momenti la tensione si fa quasi insostenibile,
nonostante si siano evitate inutili scene ad effetto. Molto interessante anche la prova del commissario di polizia.
Lo sciacallo Fox è l’unico anello debole (con quel suo aspetto un po’ dandy e effeminato). Farà meglio di lui Bruce Willis nel remake.
Saintgifts

Senza dubbio un grande esempio di cinema. Non solo perché riesce a far quadrare tutto (sceneggiatura, regia, interpretazioni affidandosi “solo” ai mezzi classici di ripresa,
quindi cinema allo stato puro) ma perché, in una apparente freddezza quasi documentaristica riesce a coinvolgere emotivamente lo spettatore, senza alcun momento vuoto e con
ricchezza di particolari che si potevano ritenere superflui ma utili invece a farci entrare nella psicologia dei personaggi. Per questo e per l’alternanza delle scene, la durata non si avverte.
Graf

Grande Zinnermann! Uno dei rari esempi nel quale un film di origine letteraria non è inferiore al romanzo da cui è tratto.
Il regista ha scelto la via della non spettacolarizzazione della vicenda–thrilling,
una scelta stilistica che sembrava suicida ma che invece si è rilevata vincente. Niente ridondanza del linguaggio,
anzi secchezza documentaristica, niente pedinamenti ma giochi di scacchi tra sicario e polizia, niente sparatorie assordanti
ma silenzi tesi ed ansiosi, niente scoppi di violenza ma inganni freddi e razionali. Un film a sangue freddo.

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novembre 4, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , | 5 commenti

Parenti serpenti

Parenti serpenti locandina

Dalle mie parti,nella mia terra,c’è un’espressione che si perde nella notte dei tempi ed è citata dagli anziani quasi fosse un dogma
intangibile,una verità di vita assoluta e incontestabile.Dice letteralmente,tradotta dal dialetto:
“Un padre campa cento figli,cento figli non campano un padre”
E’ un detto che ha sicuramente varianti in ogni regione italiana,in ogni provincia perchè esprime una maniera di sentire universale,
cinica e cattiva,ma anche oggettivamente e obiettivamente difficile da smentire.
Parenti serpenti di Mario Monicelli ha molti punti di contatto con questa frase,anche se il film abbraccia altre tematiche molto complesse,
tuttavia essa può essere presa come paradigma e base di partenza per la storia che il film racconta,quella di una famiglia all’apparenza come tante altre,borghese e tradizionale,alle prese con il rito delle feste natalizie in casa,quando ci si riunisce per celebrare un rito religioso (oggi a dire il vero molto più pagano) con la famiglia,probabilmente l’unica occasione per riunire attorno ad un tavolo persone divise dal quotidiano della vita.
Parenti serpenti,oggettivamente un titolo forte.
Un titolo che esplicita tutto quello che verrà raccontato nel film,una visione grottesca e cinica della famiglie e degli affetti,che mette in discussione il cardine fondamentale della società,dell’individuo,l’essere cioè parte di un assieme che regola sentimenti e sangue,relazioni e affetti e che pure
alla fine del film sembrano non avere più alcuna importanza davanti agli egoismi personali,alle proprie necessità che di fatto appaiono superiori a qualsiasi altra cosa.

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Siamo nel 1992,poco prima del tornado tangentopoli ma non ancora abbastanza lontani dagli anni dell’Eldorado,da quella sbornia collettiva che sono stati gli anni ottanta,quando tutto appariva possibile e quando ci si era illusi che la Milano da bere,gli Yuppies,i soldi e le vacanze,gli abiti,tutta la civiltà dell’apparire contasse ben più della civiltà dell’essere.
Il periodo in cui tutti sapevano come si stava procedendo su quella china pericolosa senza però avere il coraggio di fare il fatidico passo indietro,perchè in fondo era bello poter ambire a tutto,sentirsi finalmente liberi di sognare anche il superfluo,quasi che il superfluo stesso fosse una condizione fondamentale del nostro essere.
Monicelli indaga sul cardine di quella società,la famiglia.
Una famiglia che ormai è entrata in crisi anche a causa di quell’agiatezza diffusa,che ha portato l’egoismo personale a dimenticare le origini di ciascuno di noi.
L’individuo,che è nato nella famiglia e in essa è cresciuto,aiutato e guidato per mano dalle sue due travi portanti,il padre e la madre,dimentica completamente e rinnega i suoi cardini;l’affermazione individuale vale più dei sentimenti,l’egoismo diventa il dio assoluto che regola le vite,una divinità crudele che non ammette il sentimentalismo,la riconoscenza.
Homo homini lupus,l’uomo è un lupo per l’uomo.
Il detto di Plauto,che sottolinea la malvagità e la malizia degli uomini può essere citato come emblema assoluto della nuova società.
E Monicelli fa sua la citazione latina attraverso un ritratto al vetriolo,corrosivo e grottesco,di quel cardine della socialità che è la famiglia.
Lo fa quasi in maniera subdola;se non ci fosse il titolo del film a mettere in guardia lo spettatore su quello a cui sta per assistere l’inizio del film sembrerebbe quasi idilliaco.

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Una famiglia in auto,la neve candida che scende copiosa,un paesaggio quasi montanaro e la voce di un bambino a fare da Virgilio allo spettatore.
La trama in breve:
a casa di Saverio e Trieste,due anziani coniugi,convergono per le feste natalizie Lina e suo marito Michele con il figlio Mauro,Milena e Filippo,coppia senza figli,Alessandro con sua moglie Gina e la figlia Monica e infine il quarto figlio della coppia,il single Alfredo.
Trieste è una donna contenta,felice come una chioccia che ha accanto a se i suoi figli;Saverio invece sembra preda di un’iniziale demenza senile,che
lo spinge a comportamenti bizzarri.
Tutto sembra scorrere con allegria e spirito natalizio,ma le cose cambiano molto in fretta nel momento in cui una riconoscente e felice Trieste
comunica alla famiglia riunita la decisione di trasferirsi in casa di uno dei figli.
La notizia è accolta con gelo dai figli.
Tutti sembrano decisi a delegare ad Alfredo quella che ritengono una brutta gatta da pelare,ma in realtà Alfredo non ha alcuna intenzione di prendersi carico dei suoi genitori;comunica così agli sbalorditi familiari di essere omosessuale e di condividere la propria casa con una guardia giurata.
A questo punto antiche ruggini,gelosie e altro esplodono tra i vari fratelli e sorelle;si scopre per esempio che Gina ha una relazione con Michele,l’atmosfera delle feste e del Natale sembra ormai completamente dissolta.
Ma una notizia arrivata dalla tv sembra riunire tutti attorno ad un obiettivo comune:una coppia di anziani è morta per una stufa difettosa.
C’è quindi un modo per non prendersi carico dei due incolpevoli anziani e contemporaneamente eliminare alla radice il problema…
Cattivo,beffardo,grottesco,se vogliamo crudele.
Parenti serpenti esaspera un problema reale,lo porta ad una condizione limite.
Certamente condivisa da una minoranza,per fortuna.Eppure terribilmente reale e possibile.
In una società senza più orientamento morale,smarrito,perso dietro gli egoismi personali,può accadere anche quello che Monicelli,con il suo gusto per la provocazione evoca ad arte.

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E allora ecco che i parenti si trasformano in serpenti.
Molti commenti in rete su questo film ritengono lo stesso estremo o esagerato.
Nella realtà delle cose Monicelli non fa altro che amplificare un problema portandolo al punto di rottura,lo stesso che in pratica
segna il finale cinico e crudele del film stesso.
Provocazione o no che sia,il film coglie nel segno e consegna al pubblico molti temi su cui discutere.
Bene tutto il cast,attori non di primissimo piano ma assolutamente adatti ai ruoli interpretati,da Paolo Panelli a Cinzia Leoni alla bravissima
e compianta Monica scattini.
Le location sono ambientate in Abruzzo,nella zona di Sulmona;bella la fotografia ed emozionante l’Adeste fideles che i fedeli cantano la vigilia di Natale.
Un film bello e crudele,con un fascino davvero particolare.
La pellicola è presente su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=CpR2ZgE2NWc

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Parenti serpenti

Un film di Mario Monicelli. Con Paolo Panelli, Alessandro Haber, Marina Confalone, Pia Velsi, Monica Scattini, Eugenio Masciari,
Tommaso Bianco, Cinzia Leone, Renato Cecchetto, Riccardo Scontrini, Eleonora Alberti Commedia, durata 95 min. – Italia 1992.

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Marina Confalone: Lina
Alessandro Haber: Alfredo
Tommaso Bianco: Michele
Cinzia Leone: Gina
Eugenio Masciari: Alessandro
Monica Scattini: Milena
Paolo Panelli: nonno Saverio
Pia Velsi: nonna Trieste
Renato Cecchetto: Filippo
Eleonora Alberti: Monica
Riccardo Scontrini: Mauro
Elisabetta Centore: Cesira
Alfredo Cohen: La fendessa
Roberto Corbiletto: il sacerdote
Carlo Picone: se stesso
Ramona Badescu: una commensale al veglione
Francesco Anniballi: un operaio stradale

Parenti serpenti banner cast

Regia Mario Monicelli
Soggetto Carmine Amoroso (storia originale)
Sceneggiatura Carmine Amoroso con la partecipazione di Suso Cecchi d’Amico, Piero De Bernardi, Mario Monicelli
Produttore Giovanni Di Clemente
Casa di produzione Clemi Cinematografica
Art director Franco Velchi
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Paolo Ricci
Musiche Adelio Cogliati
Tema musicale Rudy De Cesaris
Costumi Lina Nerli Taviani

Parenti serpenti banner citazioni

“Proprio per questo, me l’avete sempre messo nel didiettro, con rispetto parlando…”
“Ma cosa lascio stare se poi mi viene su con un c**o che fa provincia!”

Parenti serpenti banner recensioni
L’opinione di Tafo dal sito http://www.filmtv.it

Il familismo amorale che diventa criminale. Quando il rito parentale per eccellenza diventa cronaca nera resta poco da festeggiare. Non c’è bisogno di essere cattivi per pensare alla famiglia come il luogo degli obblighi verso individui
che non abbiamo scelto ma che dobbiamo in qualche modo sopportare almeno finche regge il velo di ipocrisia di tali rapporti. La famiglia di Monicelli è fatta di cose non dette, covate, tenute segrete all’interno è all’esterno delle mura domestiche affinché
ci si possa rivedere per il natale successivo. Dopo le festività tutti tornano a casa propria con i propri problemi quotidiani senza volersi preoccupare di quelli altrui. La famiglia di Monicelli non è luogo di malinconia e minimalismi, i vecchi sono rimbambiti e i bambini innocenti,
restano gli unici veramente contenti di fare le solite cose in quei soliti giorni. Gli adulti sono contenti finche non devono fare i conti con le responsabilità verso gli anziani genitori, desiderosi di passare gli ultimi anni di vita con la famiglia di uno dei figli. La bomba esplode è ognuno cerca di scansarne i pezzi,
non si parla male solo degli assenti e il rancore è libero di trasformare gli ultimi giorni dell’anno nella resa dei conti tra fratelli sorelle e acquisiti, tra omosessualità scoperte e maternità mancate c’è pure un tradimento incrociato a dimostrare come tutto accada in famiglia ma nulla deve trapelare.
La famiglia di Monicelli è un ritratto feroce grottesco e nero di un istituzione che si può allargare solo per brevi periodi, dove si finge felicità e ognuno ha qualcosa da lamentare, un dramma piccolo piccolo non manca a nessuno, e la malinconia dell’infanzia
è una abitudine per ripulirci dal passato che non evita di farci ridiventare brutti e cattivi.

L’opinione di Gianni Arshavin dal sito http://www.filmscoop.it

Altro grande lavoro di Mario Monicelli che, malgrado con questo “Parenti serpenti” non riesca a raggiungere altri suoi capolavori precedenti, riesce ancora una volta a graffiare e a dire la sua sulla realtà medio-borghese italiana fatta di cinismo e ipocrisia.
Il forte realismo di questa vicenda e l’ironia nera tipica del regista toscano rendono questo film imperdibile per chi ama la comicità drammatica pregna di contenuti. A questo giro forse abbiamo meno risate esplosive rispetto ad altri titolo di quel periodo ma il forte cinismo presente renderà ogni risata amara e difficile da dimenticare.
La situazione proposta sullo schermo riflette perfettamente tante vicende reali e davvero accadute , ed impossibile non riconoscere i propri parenti o alcuni di loro nel vasto nugolo di personaggi viscidi ed egoisti presenti in questa storia.
Nonostante un ritmo forse troppo cadenzato nella fase iniziale e un pochino troppo accelerato in quella conclusiva , il film si lascia vedere in modo godibile e piacevole , fra tante sequenze esilaranti ed altre dure e bastarde come non mai.
Il cast di caratteristi scelto dal cineasta italiano è perfetto nell’impersonare i vari personaggi di questa famiglia abruzzese, divertenti e riconoscibili senza mai però apparire sopra le righe o eccessivamente caricaturali.
Il finale poi è un bel colpo basso , estremo ed esagerato ma allo stesso tempo credibile e veritiero.
Per il compianto Monicelli quindi un’altra opera da ricordare , forse una delle sue ultime di altissimo profilo.

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Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Sapiente commedia nera di Monicelli, che prima ci colloca in un clima familiare (un po’ lo è per davvero, un po’ lo è per salvifica esteriorità), fatto anche di banalità (le discussioni politiche superficiali, la sensualità della Bertè…), e poi piazza la bomba che fa scatenare pure il ricatto, fino all’amarissimo finale. Un bel film.
Galbo

Film ingiustamente poco valutato dalla critica e dal pubblico, si inserisce bene nella filmografia del grande Monicelli; nessuno meglio di lui avrebbe potuto raccontare così bene la perfidia e le bassezze di questo gruppo familiare, ben collocato in una caratteristica cittadina provinciale, con vizi e virtù riconoscibili da tutti. Ottimo il cast con il grande Panelli, Haber e la Confalone su tutti; memorabile il finale.
Il Gobbo

Forte. Monicelli al vetriolo, con un copione degno dei bei vecchi tempi e assecondato perfettamente da un cast di seconde linee in formissima (eccezionali le donne, specie la Confalone, e Haber nel suo solito ruolo). Il maggior merito sta nel far risultare la terribile svolta finale del tutto conseguente e plausibile. Commovente Panelli, l’anziana moglie è ora la petulante suora degli spot con Alex Del Piero e la Chiabotto. Da vedere (il film, non gli spot)
Pigro

Quando i parenti si riuniscono per Natale… Deliziosa commedia che fa del cinismo la sua chiave di volta. Beffardo, cattivo e traditore, il bellissimo film entra ben presto nel succo della questione mettendo a nudo le ipocrisie tra i fratelli proprio nel giorno più ‘santo’. Eccellenti tutti gli attori (anche Haber, in genere troppo esagerato), così come impeccabili sono sceneggiatura e regia, senza dimenticare la bella ambientazione di Sulmona. Da vedere per scoprire come la classica commedia all’italiana abbia ancora molto da dire.
Puppigallo

Si sorride amaro in questa commedia, in cui i due poveri vecchietti tentano di allettare i vari parenti, mettendo a disposizione casa e pensione, pur di farsi in qualche modo adottare, perché sempre meno in grado di badare a loro stessi (soprattutto il nonno, partito anche un po’ con la brocca). Non tutti i colpi vanno a segno e ogni tanto si
eccede in acidità, finendo per buttarla sulla rissa verbale e sulla facile battuta, sfruttando i numerosi difetti di questo colorito gruppo. Un po’ stiracchiato, ma con il pregio di scorrere fino all’epilogo. Non male.

Parenti serpenti foto 1

Monica Scattini

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ottobre 28, 2015 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 1 commento