La figlia di Ryan
Il ponte sul fiume Kwai,Lawrence d’Arabia e Il Dottor Zivago;un trittico divenuto ormai leggendario diretto dal grande David Lean,regista inglese dalla produzione non fertile (solo 19 film diretti) ma dalle indubbie capacità e dalle grandi doti narrative.
E’ proprio Lean nel 1970 a dirigere La figlia di Ryan, affresco sentimental/drammatico che si snoda attraverso 175 minuti di cinema a tratti di gran classe, a tratti leggermente prolisso,come del resto nello stile del regista britannico.
Un film che ha il suo punto di forza nella stupenda location,l’Irlanda, terra tenebrosa e selvaggia,assoltata e brumosa,vero caleidoscopio di colori e suoni, di mare e boschi.
Grazie alla fotografia di Freddie Young che aveva collaborato con Lean a Lawrence d’Arabia e a Il dottor Zivago,lo stesso Lean realizza un film dal largo respiro,una storia incentrata su una figura femminile e su deu maschili;la prima è quella di Rosy Ryan,le altre due sono quelle del professor Charles Shaughnessy e del maggiore Randolph Doryan, protagonisti del tradizionale triangolo amoroso che sfocerà in tragedia e che segnerà le vite dei protagonisti in modo irreversibile.
La storia verte sulle vicende di Rosy Ryan,giovane e insoddisfatta figlia di Thomas,il proprietario dell’unico ritrovo di Kirrary,piccolo e squallido borgo della penisola di Dingle,in Irlanda,affascinante zona situata nel Kerry, contea sud-occidentale della Repubblica d’Irlanda.
Rosy è giovane,ha voglia di vivere e mal sopporta l’atmosfera opprimente e culturalmente arretrata di Kirrary.
Sogna un futuro lontano dal suo paese,ma è costretta dalle circostanze a tarpare le ali dei suoi sogni e accettare la placida e per certi versi noiosissima realtà del posto in cui vive.
L’unica novità è rappresentata dall’arrivo del maestro Charles Shaughnessy;presa dalla noia Rosy accetta la corte discreta del timido Charles e alla fine accetta di sposarlo.
Ma per Rosy si tratta di un’esperienza negativa;in fondo non è innamorata di lui e questo rende la situazione ancora più pesante.
Ma il temporale irrompe nella vita della donna sotto forma di un atletico ufficiale inglese,il maggiore Randolph Doryan,che sconvolge i sentimenti e i sensi di Rosy.

La relazione tra i due non passa certo inosservata.
E’ Michael, un uomo con deficit mentali a raccontare uno degli incontri dei due amanti e ben presto la relazione è sulla bocca di tutto il piccolo paese.
Rosy è a tutti gli effetti un’adultera;poco importa che ami profondamente Randolph e che per la prima volta senta di essere una donna realizzata.
Ad aggravare le cose c’è la palese simpatia verso la Germania opposta nella prima guerra mondiale (epoca in cui si svolgono i fatti) ai tanto odiati inglesi.
Dopo alcune vicende Rosy sarà accusata di aver tradito i patrioti anti inglesi,percossa e umiliata pubblicamente.
Dovrà perciò andar via dal paese anche perchè nel frattempo…
La figlia di Ryan è un film dal fascino discreto.

Unico neo è rappresentato dalle lunghe pause che Lean concede al racconto,compensate però dalle riprese suggestive dello splendido paesaggio irlandese.
Lean indugia tantissimo su alcuni aspetti della storia d’amore tra i tre protagonisti del racconto;a conti fatti però nessuno dei tre suscita particolari sentimenti di identificazione.Così come gli altri personaggi della storia,come il minorato Michael,padre Collins,Thomas Ryan non brillano per simpatia.
Il racconto si snoda quindi attraverso le vicende sentimentali di Rosy,Charles e Randolph sullo sfondo marginale almeno agli inizi della guerra mondiale.
Sarà nella parte centrale del film prima,nel finale dopo che esploderanno le contraddizioni,le ripicche le meschinità e verrà alla luce in maniera manifesta l’atmosfera di ipocrisia e morale piccola piccola di quasi tutti i protagonisti del film.
Bella la descrizione dell’ambiente.
Lean indugia proprio sul contrasto fra l’assolato paesaggio irlandese e la penombra della morale corrente.
Atmosfera tipica da paese isolato:pettegolezzi,invidie,ripicche e il pub all’ombra del quale si conuma la vita noiosa e pigra dei maschi del villaggio.
Un’atmosfera dolciastra,appiccicosa.
Ottima la scelta del cast, con attori perfettamente calati nelle parti.
Bravissima Sarah Miles,una delle indimenticabili interpreti di Il servo (The Servant) del 1963 per la regia di Joseph Losey;la figura irrequieta di Rosy è resa magistralmente dall’attrice inglese.
La figlia di Ryan
Un film di David Lean. Con Robert Mitchum, John Mills, Trevor Howard, Sarah Miles, Christopher Jones,Leo McKern, Barry Foster, Marie Kean, Arthur O’Sullivan, Evin Crowley, Douglas Sheldon, Gerald Sim, Barry Jackson, Des Keogh, Niall Toibin Titolo originale Ryan’s Daughter. Drammatico, durata 176 min. – Gran Bretagna 1970.
Sarah Miles: Rosy Ryan
Robert Mitchum: Charles Shaughnessy
Trevor Howard: padre Collins
Christopher Jones: maggiore Randolph Doryan
John Mills: Michael
Leo McKern: Thomas Ryan
Barry Foster: Tim O’Leary
Marie Kean: signora McCardle
Evin Crowley: Moureen
Arthur O’Sullivan: signor McCardle
Philip O’Flynn: Paddy
Gerald Sim: capitano
Maria Pia Di Meo: Rosy Ryan
Giuseppe Rinaldi: Charles Shaughnessy
Bruno Persa: padre Collins
Cesare Barbetti: maggiore Randolph Doryan
Stefano Sibaldi: Thomas Ryan
Ferruccio Amendola: Tim O’Leary
Regia David Lean
Sceneggiatura Robert Bolt
Produttore Anthony Havelock-Allan
Casa di produzione Metro-Goldwyn-Mayer
Fotografia Freddie Young
Montaggio Norman Savage
Effetti speciali Robert MacDonald
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Stephen Grimes (production designer), Roy Walker (art director)
Costumi Jocelyn Rickards
Trucco Charles E. Parker
L’opinione di Lehava dal sito http://www.filmtv.it
“Non può essere tutto qui!”
Le parole vengono fuori veloci, accorate. E Rosy non sa se urlarle a squarciagola, come una liberazione, o sussurrarle, come una confessione di un peccato inconfessabile che Dio e gli uomini, in quella terra tragica e meravigliosa, in quel cielo sconosciuto e lontano, non le perdoneranno. “Sì. E’ tutto qui, che ci dovrebbe mai essere?” La risposta di padre Collins è dura, quasi arrabbiata e sottintende altro, un moto di stizza e di rimprovero. E’ allora che Rosy non trattiene le lacrime: “Ma che ne so? Io non lo so proprio, cosa possa esserci d’altro, ma qualcosa dev’esserci pure!” ora i singhiozzi non si fermano più, e che potrà mai fare padre Collins? Pak. Un schiaffo, ecco, le ci vuole uno schiaffo, pak, e Rosy cade in terra ed ingoia le sue paure, i suoi desideri, le sue fantasie e le angoscie. Ecco, ora, sulla spiaggia, è tornato il silenzio dal vociare umano. Restano gli uccelli, ed il fragore delle onde che si fa quasi rombo, ed il vento che soffia incessante e pare che fischi. Laggiù in quell’angolo sperduto di universo, dove la natura si fa passione, travolgente ed incontrollabile. “Non è bene, non è bene! Non far niente è un’attività molto pericolosa” questo era il rimbrotto del prete ad una svagata Rosy che, di tutto punto vestita, continua ad aggirarsi per le colline il cui verde è smorzato, qua e là, dai ciuffi porpora dell’erica e dalle fucsie spinose in fiore. Ma quelle lunghe solitarie passeggiate, che terminano sempre sulla spiaggia assolata, sono la sola consolazione di un cuore in fermento: non che sia un essere dotato di grande cultura! ma pur sempre troppo superiore per poter trovare conforto nell’amicizia di qualche miserabile giovane del villaggio. E’ graziosa ed educata Rosy. (…)
Dal sito http://www.davinotti.com
Daniela
Irlanda 1916. In un villaggio sulla costa, la figlia del locandiere, sposata ad un maestro, lo tradisce con un ufficiale inglese, attirandosi il disprezzo dei compaesani. Melodramma sentimentale di lunghezza eccessiva, con un trio di protagonisti non molto convincente: Mitchum fuori ruolo nella parte dell’uomo mite e comprensivo, Miles corretta ma un pò imbambolata, Jones anonimo. Risultano indimenticabili invece alcune figure di contorno (il prete Howard, il matto Mills) e soprattutto gli splendidi paesaggi, fotografati magistralmente.
Giuan
Specialista in kolossal autoriali, Lean rischiò di finir la sua carriera con quest’opera le cui “colpe” son così scoperte da lasciar fin troppo spago al destro critico. In effetti dal film (come da Mitchum) ci si aspetta che esploda potente e furibondo da un minuto all’altro; speranza castrata da reticenze storico-politiche, miscasting (soprattutto Jones) e magniloquenze inevitabili. Eppure spettacolo e tensione sono innegabili, come memorabili restan il Don Camillo irlandese di Howard, il controverso traditore McKern, l’ambigua inquietudine di Sarah Miles
Pigro
Avrà creduto di essere lirico o epico, e invece gli interminabili scorci dei paesaggi (bellissimi) o le lunghe sequenze diluiscono il nerbo della storia (lei tradisce lui con un militare: ma quest’ultimo è inglese e siamo in un villaggio di irredentisti irlandesi) rendendo estenuanti le oltre 3 ore di visione. La narrazione troppo basata su attesa e sospensione non si addice al melodrammatico Lean, che – non pago – ci aggiunge una musica inopinata di fanfare e accenti pseudo-felliniani. Un’ora di meno (minimo), e il film sarebbe decollato.
Galbo
Durante la prima guerra mondiale, in un villaggio irlandese, giovane Rosy, moglie del maestro locale, s’innamora di un ufficiale inglese. Penultimo film di David Lean, è un’opera di ambientazione rurale che si segnala per la fotografia di grande respiro degli splendidi paesaggi irlandesi. Dal punto di vista narrativo, l’attenzione è focalizzata sulla controversa figura della protagonista, a disagio negli angusti confini di un piccolo paese. Limite del film è l’eccessivo ricorso ai toni melodrammatici. Buona la prova del cast.
L’opinione di Lospaccone dal sito http://www.filmscoop.it
Se ne “Il dottor Zivago” non aveva inciso più di tanto la scelta di dare maggior peso alla parte melodrammatica del film, lo stesso non si può dire per “La figlia di Ryan”. Infatti, la scelta di abbandonare quasi totalmente l’analisi del contesto storico impoverisce il racconto e i suoi protagonisti, rende il film prolisso, o, nelle poche volte in cui è presente, non aggiunge nulla al racconto se non qualche sequenza paesaggisticamente suggestiva.
Alla luce di questo le quasi 3 ore di durata si fanno sentire maggiormente rispetto agli altri colossal di Lean; tuttavia in numerose scene eccessivamente dilatate giunge in soccorso una fotografia strepitosa che lascia senza fiato e che rende il film più digeribile di quello che sarebbe in realtà. Anche qui al centro della vicenda c’è un tradimento e i personaggi che lo consumano assomigliano molto a Yurij e Lara. Gli attori offrono una buona prova, solo Robert Mitchum mi lascia qualche dubbio (scegliere un “freddo” per la parte di un “freddo” forse è troppo)
Tirando le somme, è un film poco più che sufficiente che la fotografia e l’inconfondibile stile registico di Lean rendono discreto; queste, però, non riescono a stemperare del tutto quella sensazione di “occasione mancata” che si ha alla fine della visione.
La cruna dell’ago
L’ago è il soprannome di Henry Faber,uno spietato agente segreto al soldo dei nazisti che deve il suo nomignolo all’abitudine di uccidere le sue malcapitate vittime con uno stiletto.L’uomo carpisce un segreto fondamentale custodito gelosamente dagli alleati;gli aerei che gli stessi hanno posizionato in una zona dell’Inghilterra sembra debbano decollare per Calais,presumibilmente la zona dove si concentrerà l’attacco degli alleati volto a liberare la Francia.“Ago” Faber però scopre che la flotta aerea non è reale,ma realizzata in compensato;ovviamente quindi l’attacco verso Calais è solo un diversivo.Henry Faber deve assolutamente raggiungere un U Boat tedesco che lo attende in un angolo sperduto della Scozia;qui potrà consegnare il suo rapporto ai nazisti,confermando così il falso obiettivo alleato.
Inseguito dal controspionaggio inglese,Faber prende un treno per la Scozia.Raggiunto il borgo di Banff,l’uomo noleggia una barca e prende il largo nel tentativo di contattare il sommergibile ma viene sorpreso da una fortissima tempesta;semi svenuto Faber naufraga sull’isola di Storm Island,un posto remoto e scarsamente abitato.Qui viene soccorso da una coppia con un bambino;Lucy e David Rose,i coniugi che abitano l’isola con il loro figlioletto sono in profonda crisi.David,pilota della Raf vive confinato su una sedia a rotelle accudito senza molto affetto da Rose,che non solo è trascurata dal marito ma è da questi maltrattata.L’uomo,pieno di rabbia e di amarezza per il suo stato,sfoga su sua moglie le frustrazioni che il suo handicap gli procura;a Rose appare quindi naturale innamorarsi di quel seducente sconosciuto che la corteggia.Mentre gli uomini del controspionaggio inglese continuano a cercarlo inutilmente,Faber cerca un modo per poter contattare il comando tedesco ma nel frattempo non disdegna le attenzioni di Rose.
Un giorno però David scopre la reale identità di Faber;scoperta fatale,perchè la spia lo uccide facendolo cadere da una rupe.Per Rose ha ora inizio un gioco mortale,nel corso del quale dovrà lottare duramente per sopravvivere…
Tratto dal best seller Eye of the needle conosciuto anche come Storm Island,La cruna dell’ago, è il primo romanzo firmato da Ken Follett con il suo nome e segue quattro romanzi in cui lo scrittore britannico aveva usato degli pseudonimi.
La riduzione cinematografica è affidata al regista di Cardiff Richard Marquand,scomparso prematuramente a soli 49 anni per un ictus.Marquand,che diverrà famoso per aver diretto La terza e ultima parte della saga di Guerre stellari Il ritorno dello Jedi porta sullo schermo una versione sobria e asciutta,in linea con lo stile del romanzo del quale riprende l’ossatura rispettandone la trama senza modificarne la struttura.
Grazie alla scorrevolezza della trama del romanzo e alla sua solida costruzione,Marquand non deve fare altro che applicare la location giusta e trovare interpreti posati e carismatici.Il regista assolve ai suoi compiti in modo preciso;le location inglesi e scozzesi sono ben scelte e accuratamente aderenti a quelle originali del romano mentre Donald Sutherland e Kate Nelligan appaiono a loro agio nei ruoli rispettivamente di “Ago” e di Lucy.
Il film non ha pause,mantiene alta la tensione nel miglior spirito delle spy story;i colpi di scena sono sapientemente miscelati e alla fine il risultato è davvero egregio.Siamo di fronte alla miglior riduzione di un romanzo di Follett,alla pari della serie tv I pilastri della terra,che è di gran lunga il romanzo più affascinante di Follett,scrittore fecondo e dal fascino indiscutibile.Bene tutto il resto,montaggio fotografia e colonna sonora.Un film pregevole del quale è consigliata la visione.
La cruna dell’ago
Un film di Richard Marquand. Con Donald Sutherland, Stephen MacKenna, Philip Martin Brown, Kate Nelligan, Christopher Cazenove, George Belbin, Faith Brook, Barbara Graley, George Lee, Arthur Lovegrove, Colin Rix, Barbara Ewing, Chris Jenkinson, William Merrow, Patrick Connor Titolo originale Eye of the Needle. Avventura, durata 112 min. – Gran Bretagna 1981.
Donald Sutherland: Henry Faber
Kate Nelligan: Lucy Rose
Christopher Cazenove: David Rose
Philip Martin Brown: Billy Parkin
Ian Bannen: Godliman
Patrick Connor: Ispettore Harris
Rupert Frazer: Muller
Alex McCrindle: Tom
George Lee: Constable
Faith Brook: Lucy
Colin Rix: Oliphant
Arthur Lovegrove: Peterson
Michele Kalamera: Henry Faber
Lorenza Biella: Lucy Rose
Saverio Moriones: David Rose
Massimo Rossi: Billy Parkin
Sergio Di Stefano: Oliphant
Bruno Alessandro: Peterson
Regia Richard Marquand
Soggetto Ken Follett
Sceneggiatura Stanley Mann
Produttore Stephen J. Friedman per Kings Road Production
Distribuzione (Italia) United Artists (1982)
Fotografia Alan Hume
L’opinione di Will Kane dal sito http://www.filmtv.it
Si dice che la materia narrativa de “La cruna dell’ago”, bestseller spionistico-bellico di Ken Follett fosse cosa non semplice da ridurre per il cinema, ma a Richard Marquand, cineasta canadese esordiente riuscì così bene da fare un film venduto parecchio sui mercati internazionali, e tratteggiando in modo così sfaccettato il cattivo agente nazista “Ago” ( reso splendidamente da un Sutherland glaciale) da spingere George Lucas a scegliere proprio Marquand per “Il ritorno dello jedi” , in cui la figura diabolica di Darth Vader doveva mettere in evidenza le proprie contraddizioni e residui d’umanità. Ambientato su un’isola britannica semideserta, conosciuta come Storm Island, il film è una storia d’amore frammista ad un intrigo che vede coinvolti appunto la superspia tedesca che uccide con una praticità impressionante, e i servizi segreti inglesi che vogliono celare ad Hitler particolari sull’imminente sbarco sulle coste europee, che poi avverrà in Normandia. Il film ha un passo non velocissimo, ma la cura con cui sceneggiatura e regia delineano i caratteri piuttosto complessi dei personaggi rendono “La cruna dell’ago” un thriller cui è possibile affezionarsi, e svariati sono i fans di questo film che non risparmia la crudeltà con cui il protagonista si sbarazza di chi è d’intralcio ai suoi piani ( la scena in cui getta dalla scogliera il marito paraplegico della donna di cui s’innamorerà è tremenda) e l’impossibilità di adoperare la medesima spietatezza verso appunto la coprotagonista, una Kate Nelligan di notevole partecipazione.
L’opinione di Anthony F.dal sito http://www.filmscoop.it
Altra grande interpretazione di D. Sutherland, quella della spia tedesca H. Faber, nel film “La Cruna dell’Ago”, tratto da un romanzo omonimo di ken Follett, ben diretto da R. Marquand.Ripeto: grande performance, buona sceneggiatura, quantunque un po’ lenta; discreto l’intreccio, non del tutto riuscito; buona la colonna sonora; eccellente il montaggio; meno riuscito il sonoro. Gradevole in tutta la sua durata, direi un ottimo film di puro intrattenimento, tra guerra e spionaggio, stto lo sfondo della Seconda Guerra Mondiale.Magistrale Sutherland.
Opinioni tratte dal sito www.davinotti.com
Galbo
Da una delle migliori opere di Ken Follett decisamente una buona trasposizione cinematografica (di certo la più intrigante tra quelle tratte dai libri dell’autore inglese). Richard Marquand rispettoso della pagina scritta realizza un thriller teso e avvincente, segnato dalla buona caratterizzazione ambientale (l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale) e dall’ottima interpretazione (una delle migliori in carriera) di Donald Sutherland.
Pigro
Spia tedesca in Inghilterra, in attesa d’imbarco su un’isola scozzese per riferire al Führer, ha una relazione con la moglie di un paralitico. Una spy-story che digrada verso il sentimentale e verso il thriller, in un continuo ribaltamento di prospettiva (le vicende spionistiche, il dramma famigliare, la lotta per la sopravvivenza), riuscendo a fondere i registri e i piani in una narrazione compatta e incalzante. Bella la location isolana; bravo Sutherland. Anche senza uno smalto folgorante, il film si fa vedere e apprezzare con piacere.
Daniela
1944, vigilia dello sbarco in Normandia, incrocio fatale fra una coppia malsposata che ha trovato rifugio in una sperduta isoletta scozzese ed una spia tedesca, spietata e ben decisa a portare a termine la sua importante missione. La migliore trasposizione da un romanzo di Follett, grazie ad un attore duttile come Sutherland che – nonostante un certo appiattimento della trama – riesce a conservare al suo personaggio un’ambiguità che lo rende interessante: freddo assassino ma anche uomo capace di amore e di rimpianto.
Caesars
Un buon esempio di spy-movie sostenuto da un grande Donald Sutherland, freddo e spietato. La storia è interessante e tiene col fiato sospeso fino alla fine grazie anche alla sapiente regia di Richard Marquand. Non un film imperdibile ma un intrattenimento intelligente e ben realizzato. Di questi tempi non è poco.
Hackett
Da un bellissimo romanzo di Follett il regista trae un film solido, freddo e ben strutturato. Fedele al libro ha però il difetto di dare poco spessore al personaggio di Sutherland, privo della complessità che una spia del suo calibro possedeva. Nel film sembra volersi dare più spazio all’amore fedifrago tra lui e la giovane donna, lasciando colpevolmente nello sfondo il personaggio del marito di lei. Certo, un film non deve necessariamente essere trasposizione letterale, ma alcuni personaggi a volte sono fondamentali.
Era stato l’inverno più freddo degli ultimi quarant’anni. I villaggi nella campagna inglese erano isolati dalla neve, e il Tamigi era gelato. Un giorno di gennaio il treno da Glasgow per Londra arrivò a Euston con ventiquattro ore di ritardo. La neve e l’oscuramento contribuivano a rendere pericolosi i viaggi in auto: gli incidenti stradali erano raddoppiati, e la gente raccontava barzellette su come era più rischioso guidare una Austin Sette per Piccadilly di notte che attraversare con un carro armato la linea Sigfrido.
Poi, venne la primavera, e fu splendida. I palloni di sbarramento galleggiavano maestosi nell’azzurro splendente del cielo, e i soldati in permesso amoreggiavano per le vie di Londra con ragazze in abiti sbracciati.
La mia droga si chiama Julie
Un amore malato, drogato, folle.
Un amore nato per corrispondenza, tra un uomo che resta colpito nell’intimo al punto tale da decidere di incontrare la donna dei suoi sogni per allacciare con lei una relazione stabile.
E’ il canovaccio sul quale Francois Truffaut costruisce una storia nera, in cui l’amore e i sentimenti forti vengono dapprima esaltati e poi annichiliti da un finale nerissimo, amaro e crudele.
La mia droga si chiama Julie, diretto nel 1969 da Francis Truffaut è uno dei film meno amati dai critici e viceversa più esaltati dai fans del grande regista francese.
Tratto dal romanzo Vertigine senza fine in originale Waltz Into Darkness di William Irish pseudonimo sotto il quale scrive Cornell Woolrich,il film è una fiaba crudelissima e apologetica nel classico stile noir diTruffaut,qui alle prese con una vicenda che mescola sapientemente il tema sentimentale dalla struttura classica,ovvero il ricco che si innamora della povera cenerentola al giallo fino alle venature profondamente noir del finale del film, costruito con grande abilità attorno alle figure di Louis Mahé, ricco possidente di una piantagione di tabacco sull’isola di Reunion (facente parte dell’arcipelago delle isole Mascarene) e una donna bellissima,misteriosa e affascinante di nome Julie Roussel.
Un amore nato per caso,che passa attraverso il rapporto epistolare tra Louis e Julie,che un giorno arriva come un temporale nella vita del ricco Louis; lei è bellissima,seducente,ma non è affatto simile alle foto che Louis possiede della sua amica di penna.
Ma lei è tanto bella che Louis perde la testa tanto che nonostante le menzogne che la donna si inventa per giustificare la sua differenza con l’immagine che Louis ha di lei lui decide di sposarla.
Fatalmente Louis,innamorato perdutamente della donna, le permette di accedere ai suoi conti bancari;Julie preleva quasi tutti i soldi del marito e fugge,lasciando l’uomo in preda alla disperazione e consapevole ormai del vero piano della donna.
Scoperto che la donna si è sostituita alla vera Julie e con l’aiuto della sorella di lei Louis ingaggia un detective per per trovarla;distrutto psicologicamente e anche in difficoltà economiche,Louis si reca in Francia per cercare di riprendersi dalla brutta avventura.
Qui,a Cap d’Antibes, ecco il colpo di scena:l’uomo incontra la moglie che in realtà non si chiama Julie,ma Marion,è una prostituta dalla vita passata piena di miseria e sfruttamento.
Louis resta colpito dalla triste vicenda della donna, le offre il suo perdono e la possibilità di ricominciare.
I due decidono di ritirarsi a vivere in Provenza.
Ma qui vengono rintracciati e scoperti da Comolli, il detective ingaggiato da Louis,il quale,scoperto che Marion ha ucciso deliberatamente Julie,vuole consegnarla alla giustizia.
Louis reagisce uccidendo il detective, ormai assolutamente in balia del fascino sinistro di sua moglie.
Inizia cosi per la coppia una vita errabonda,con la polizia che è ormai alle loro calcagna.
Venduta la sua parte di proprietà della piantagione, Louis dissipa il patrimonio e sempre con la perfida Marion accanto si rifugia in montagna.
E’ innamorato ed è convinto che Marion lo ami; ma la donna ha in mente un piano preciso….
Storia torbida, in tutti i sensi.
Che pesca a piene mani qua e la tra i peggiori istinti umani.
Louis è un debole,un uomo che dietro l’apparente solidità datagli anche dalla ricchezza,nasconde una profonda insicurezza e fragilità.
Marion invece,cresciuta nella miseria e nella carenza assoluta di valori umani pregnanti,ha metabolizzato un’amoralità totale, che la spinge a cercare ad ogni costo la ricchezza,quasi come forma di riscatto da una vita squallida, contrassegnata da un lavoro degradante e da un’assoluta mancanza di scrupoli.
I due universi alla fine cozzano e producono la tragedia.
Louis è incapace di vedere la vera natura di Marion, perchè è innamorato di lei,crede a tutte le sue bugie negando persino a se stesso l’evidenza delle cose.
Così,per amore,finirà per macchiarsi di un orrendo crimine,che lo porterà a pagare un prezzo altissimo al suo amore,con la perdita di tutto ciò che possedeva,dalla ricchezza alla propria dignità.
Una discesa degradante,simboleggiata da un finale così nero da non lasciare spazio ad alcuna mediazione,lasciando lo spettatore attonito davanti alla crudeltà e alla miseria morale di Marion.
Lei è una sfruttatrice,una creatura ormai persa che insegue solo il proprio interesse,che non coltiva nel cuo cuore alcun sentimento positivo; non c’è riscatto per lei,in nessun senso.
La sua triste vicenda umana non trova alcuna giustificazione nei suoi comportamenti;Louis la ama,potrebbe renderla felice ma lei è ormai morta dentro,incapace di capire che lui è la sua sola ancora di salvezza.

Un amore disperato e anche unilaterale.
Se i personaggi sono estremizzati, lo sono volutamente.
Altrimenti come rappresentare il dramma della condizione umana relativo ad uno dei suoi valori fondamentali qual’è l’amore?
L’amore come dolore,come perdizione,come smarrimento dei valori fondamentali,come svendita della propria dignità.
Può sembrare una situazione paradossale,sino dalla sua costruzione.
Un rapporto nato non con il contatto fisico,ma con la parola scritta.
Punto primo di un dramma che sembra partire già in maniera impossibile.
In realtà accade.
Nell’era della multimedialità anche sulla rete nascono rapporti sentimentali.
Rapporti difficilissimi da creare prima,mantenere poi,consolidare in ultimo;i perchè sono ovviamente leagiti alla mancanza della fisicità,elemento fondamentale dell’unione di due individui.
Con questo genere di handicap solo un sentimento profondo può svilupparsi e crescere.
Louis ci crede ed è questa la sua dannazione,perchè quando si ritrova davanti la donna con cui crede di aver stabilito una relazione profonda, scopre improvvisamente che non è lei, che quei sentimenti,quelle parole che aveva trasfuso nella loro relazione sentimentale in realtà erano rivolte ad un’altra.
Colpevolmente,lui accetta di sostituire la sua “Julie” con quella donna affascinante che si spaccia per lei;c’è già quindi un elemento malato alla base di tutto, amplificato poi dal drammatico scorrere degli avvenimenti

A distanza di 45 anni dall’uscita del film si potrebbero ampliare le implicazioni della base del film;la solitudine,il isogno disperato di affetto e tante altre componenti che sono alla base del successo delle relazioni via rete trovano oggi applicazione corrente.
Purtroppo i rischi di questo genere di relazioni sono altissimi;un po come in La mia droga si chiama Julie,accade a tanti di incontrare in rete quella che sembra l’anima gemella e che alla fine si comporta un po come Marion,un parassita che succhia le energie vitali per i propri fini abietti.
Il film è bello e affascinante; grazie a Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve, rispettivamente nei ruoli di Louis e di Marion, il film vola verso il tragico finale attirando come una calamita l’attenzione dello spettatore.
La folgorante bellezza della Deneuve rende il personaggio di Julie/Marion diabolicamente affascinante e sinistro.
Qualche parola sul finale del film.
Louis sceglie consapevolmente di perdonare la sua donna in nome dell’amore che nutre per lei;lei lo uccide lentamente,lui se ne accorge ma in un impeto di profondo e inalienabile amore la lascia fare e la perdona.
. Bel film,in stile Truffaut,nero e cattivo con un finale probabilmente surreale.Ma la vita alle volte riesce a stupire quanto un film.
La mia droga si chiama Julie
Un film di François Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière, Marcel Berbert,Yves Drouhet, Michel Bouquet, Roland Thenot Titolo originale La sirène du Mississippi. Drammatico, durata 120 min. – Francia, Italia 1969.
Jean-Paul Belmondo: Louis Mahé
Catherine Deneuve: Julie Roussel/Marion
Michel Bouquet: Detective Comolli
Nelly Borgeaud: Berthe Roussel
Marcel Berbert: Jardine
Yves Drouet: Sig. Hoareau, direttore di banca
Rolan Thénot: Richard
Regia François Truffaut
Soggetto William Irish (romanzo)
Sceneggiatura François Truffaut
Fotografia Denys Clerval
Montaggio Agnès Guillemot
Musiche Antoine Duhamel
Scenografia Claude Pignot
Pino Locchi: Jean-Paul Belmondo
Maria Pia Di Meo: Catherine Deneuve
Sergio Tedesco: Michel Boquet
Flaminia Jandolo: Nelly Borgeaud
Oreste Lionello: Marcel Berbert
Arturo Dominici: Yves Drouet
Anna Miserocchi: Madame Traviol
L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Difficile non intuirlo, ma ormai spero sia chiaro: Truffaut è nel mio cuore. Dopo aver descritto grandi menage a trois in tempi di guerra e aver consegnato alla storia saghe che dall’adolescenza arrivano all’età adulta, il grande maestro francese decide di impegnarsi in un lungometraggio di una brillantezza più unica che rara, in cui riesce come suo solito a mescolare con grande abilità melò e giallo, commedia e thriller. La mia droga si chiama Julie è probabilmente il più sottovalutato tra i film del francese, complice anche la grande quantità di citazioni e ammiccamenti, che lo rendono un bene necessario per i cinefili, ma che potrebbe risultare(ed è risultata) inconcludente per i critici di mezzo mondo. Invece il film è un capolavoro: un melodramma comico in cui l’amore si pone come unica liberazione dalle infamie della vita e dalle cattive intenzioni. La coppia di attori straordinari(Belmondo e Denueve), la musica spiazzante, i dialoghi eccezionali tra i due innamorati, contribuiscono a rendere il film quel gran film che è. Louis non conosce i rischi di prendere moglie per corrispondenza. Infatti, quando si sposa con Julie non può minimamente sospettare che quella è una truffatrice di nome Marion che ha come unico scopo quello di mettere mano al patrimonio del benestante marito. Quando la donna fugge, l’uomo la rincorre e cominceranno una nuova vita. Finchè lei non deciderà di voler mettere fine alla loro “felicità” per il gusto di avere qualche soldo in tasca. Importante da esaminare nel cinema della Nouvelle Vogue e di Truffaut in particolare è il ruolo e lo sviluppo della donna. Conosciamo le donne di Truffaut: belle, malvagie, seducenti, provocatorie, intelligenti e furbe. Julie/Marion presenta tutte le caratteristiche che potrebbero ricondurla alla donna tipo truffautiana.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
L’opinione di Galbo
La dissoluzione dell’uomo in nome del sentimento amoroso. François Truffaut si ispira a suo modo al maestro Hitchcock (al quale ha dedicato un memorabile libro), e confeziona un giallo con profonde venature noir in cui più attenzione del solito (nell’ambito del genere) è dedicato alla caratterizzazione dei personaggi e vincente in questo caso è la scelta di Belmondo come protagonista, in un ruolo distantissimo da quelli generalmente interpretati dall’attore. Molto migliore il titolo originale rispetto a quello italiano.
L’opinione di Ilgobbo
Nuova trasposizione truffautiana di Irish/Woolrich. Belmondo, piantatore di tabacco al largo del Madagascar, sposa una tal Julie per corrispondenza. La donna che arriva non è quella vista in foto, è meglio (la Deneuve!), ma porterà guai. Liberissimo e iper-citazionista, è il film più “godardiano” di Truffaut (infatti fu un flop), ironicamente quando i due avevano già litigato. Da riscoprire, magari in versione integrale, dato che in Italia fu tagliato di una ventina di minuti abbondanti. Se aggiungiamo l’exploit dei titolisti c’è da munirsi di revolver…
L’opinione di Homesick
Il concatenamento di indizi, sospetti, raggiri ed imprevisti intesse un lungo preambolo di suspense hitchcockiana per la solenne celebrazione dell’amour fou, benefica “droga” in grado forse di guarire dalla bramosia del denaro e dai letali effetti di un veleno. Un armonioso compendio di temi cari alla sensibilità di Truffaut, eseguito dal passo a due tra il cieco romanticismo del fragile Belmondo e la recidiva perfidia della femme fatale Deneuve. Tassativo procurarsi la versione integrale originale: quella cut è tutta un altro film.
L’opinione di Cotola
Splendido dramma-noir, tratto da un romanzo di Cornell Woolrich, di marca squisitamente truffautiana dal primo all’ultimo minuto. C’è un plot “giallo” ma quello che interessa al regista francese è, al solito, l’amore (in questo caso fou). Intenso, emozionante, coinvolgente, con un finale da brividi. La Deneuve e Belmondo sono bellissimi e perfetti nei loro ruoli. Tantissime le citazioni di autori cari a Francois. Per oscuri motivi in Italia è sempre più arduo vederlo in versione integrale.
La riffa
Francesca è una bellissima donna,appagata da un matrimonio all’apparenza felice,da una figlia e da una vita socialmente agiata.
L’improvvisa morte di Maurizio,suo marito, avvenuta in un incidente stradale la priva allo stesso tempo sia del suo compagno sia di tutte le sue apparenti sicurezze.
Come Francesca scopre ben presto,suo marito si era riempito di debiti tanto da lasciare la donna
in braghe di tela.
Così Francesca è costretta a vendere tutti i suoi gioielli,la pelliccia di zibellino,la barca e a rinunciare così alla sua vita agiata.
In questo modo paga un anno di fitto arretrato (i due vivevano in una casa esclusiva sulla muraglia della città vecchia di Bari) e riesce anche a pagare la retta della scuola costosissima frequentata da sua figlia Giulia.

Aiutata da Cesare,avvocato di famiglia nonchè all’apparenza amico di Francesca,la donna approfitta di un’offerta di lavoro per tentare di ricominciare una nuova vita.
Le cose non funzionano da subito,perchè l’uomo che le ha offerto il lavoro in realtà mira esclusivamente al suo corpo;così a Francesca non resta che una sola cosa da fare,vendere il suo corpo al miglior offerente.
Scoperta anche la vita segreta di Maurizio,suo marito,che la tradiva senza scrupoli e aveva una relazione stabile con un’altra donna,Francesca decide di organizzare una lotteria fra i maggiori ambienti della città.
Lo scopo è quello di far pagare 100 milioni ad ogni partecipante alla “riffa“;il premio finale sarà lei che per quattro anni si impegnerà a soddisfare tutte le voglie del vincitore.
Con l’aiuto di Cesare,Francesca si mette in vendita;ben presto vengono raccolte le 20 quote necessarie alla riffa,ma nel frattempo,complice un incidente stradale, la donna conosce Antonio,un giovane simpatico con il quale Francesca allaccia una relazione appassionata.

Ma anche Antonio in fondo non è diverso dagli uomini che hanno comprato il biglietto per la riffa;anzi,forse lui è anche peggiore, perchè al corrente della lotteria non fa nulla per dissuadere Francesca dal mettersi in vendita sembrando in realtà interessato a che lei accetti.
Una denuncia anonima allerta la polizia,Francesca è convocata dal commissario di PS che le chiede spiegazioni sulla lotteria.
Ed ecco il colpo di genio di Francesca….
Francesco Laudadio dirige nel 1991 il suo primo film ambientandolo a Bari, della quale descrive con puntiglio degno di miglior causa pruriti e debolezze,frustrando in maniera velleitaria la classe dei maggiori abbienti della città stessa, descritti come un manipolo di persone viziose,depravate ed amorali.
La riffa è un film abbastanza debole e sfilacciato,non brutto ma neanche interessante.
A parte la presenza di una Monica Bellucci bellissima e affascinante ma anche inespressiva e piatta,il film non offre nulla di rilevante;la critica sociale è blanda e poco convincente,i dialoghi sono assolutamente ordinari e la storia coinvolge poco.

Unica nota di merito del film è l’utilizzo di bellissimi squarci di Bari e dei suoi immediati dintorni;dalla muraglia della città vecchia al teatro Margherita ormai abbandonato (all’epoca) passando per villa Romanazzi Carducci non ancora trasformata in esclusivo hotel passando per il convento di San Vito a Polignano e per lo splendido palazzo Mincuzzi in via Sparano è tutto un festival vintage primi anni novanta dal punto di vista architettonico.
Molto interessante il cast,che include Massimo Ghini e Giulio Scarpati,Tiziana Pini e altri bravi caratteristi,bene la ftografia e discreto il montaggio.
Un film non particolarmente affascinante ma che si può anche vedere.
La riffa
Un film di Francesco Laudadio. Con Monica Bellucci, Massimo Ghini, Giulio Scarpati, Marino Masé, Carla Cassola,Renato Scarpa, Gianluca Favilla, Francesco Gabriele, Tiziana Pini, Federico Pacifici, Sandra Collodel Commedia, durata 91 min. – Italia 1991.
Monica Bellucci … Francesca
Giulio Scarpati … Antonio
Massimo Ghini … Cesare
Regia Francesco Laudadio
Soggetto Francesco Laudadio
Sceneggiatura Francesco Laudadio
Produttore Giuseppe Perugia per Artisti Associati
Distribuzione (Italia) Artisti Associati
Fotografia Cristiano Pogany
Montaggio Ugo De Rossi
Musiche Antonio Di Pofi
Scenografia Livia Borgognoni
Villa Romanazzi Carducci, oggi albergo di lusso e sala convegni
Il porticciolo di San Vito a Polignano a mare
L’interno del teatro Petruzzelli prima dell’incendio
Il mitico panificio-salumeria di San Vito prima dell’attuale ristrutturazione,specialità focaccia e mortadella
Il palazzo della Provincia vista dal mare
Interno ed esterno del palazzo Mincuzzi in via Sparano a Bari
Il retro del teatro Margherita
Lungomare Nazario Sauro di sera
Lungomare Nazario Sauro di giorno
Lo gnomone di Piazza Ferrarese
La casa in cui vive la Bellucci nel film,muraglia della città vecchia
Il Barion
L’abbazia di San Vito
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Difficile dire se La riffa sia un film più insensato a livello logico – la storia fa acqua da tutte le parti – o demenziale nella scelta di attribuire il ruolo centrale di sofisticata femme fatale a un’attricetta debuttante al cinema e smodatamente canina nella recitazione, oltre che burina nell’anima, come Monica Bellucci. Laudadio, giunto qui alla quarta regia, si occupa anche della sceneggiatura (ed è il suo primo copione in assoluto): il modestissimo contributo fornito nella prima surclassa nettamente quello versato nella seconda; La riffa è una pellicola innocua che sfrutta il corpo della protagonista, più volte messo in vetrina senza troppe smancerie, e un’idea di base graffiante, satirica, da commedia all’italiana; idea purtroppo rovinata molto presto dai suddetti gravissimi difetti. Massimo Ghini per lo meno è un attore; Giulio Scarpati così così; nel resto del cast ci sono anche Renato Scarpa, Marino Masè, Carla Cassola. L’inspiegabile ascesa verso la fama internazionale per la Bellucci comincia così. La situazione non migliorerà granchè neppure a successo raggiunto e consolidato.
L’opinione del sito http://www.filmscoop.it
(…) Il regista intende fare satira sull’alta borghesia italiana e sulla buona dose di ipocrisia e di perversione che da sempre contraddistingue certi ambienti ed è per questo che punta sulla Bellucci più che un’attrice un corpo e un volto. La donna interpreta il ruolo di una vedova incapace di svolgere qualsiasi attività e che, rimasta sul lastrico a causa delle cattive speculazioni finanziarie del marito, è costretta a puntare sull’astuzia e sulle sue doti fisiche per mantenere il benessere al quale è stata abituata. Tutto intorno un mondo di persone guaste dentro come delle belle mele ritoccate dai venditori.
Purtroppo a un’idea valida non corrisponde altrettanto valore a livello recitativo. Gli attori, a parte Ghini che svetta su tutti, recitano male e senza convinzione facendo quindi perdere tutte le buone intenzioni iniziali.
Resta la sottile ipotesi che anche la cattiva interpretazione faccia parte di un piano che ha come base la presa in giro di un determinato mondo, peccato però che in pochi abbiano eventualmente colto le intenzioni del regista in quanto la pellicola si è rivelata un flop sia all’epoca della sua uscita sul grande schermo che nei rari passaggi televisivi, e purtroppo resta solo la Bellucci ad attirare un certo tipo di pubblico esattamente come intendeva Laudadio.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Ciavazzaro
Brutto film, con la Bellucci non-recitante come al solito. Non che il resto del cast aiuti, intendiamoci, e anche la sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. La messa in scena è pessima e la pellicola si fa dimenticare molto in fretta. Da evitare.
Zardoz
Filmetto leggero, che ha peraltro come scopo di mettere alla berlina la ricca borghesia di una città di provincia, Bari. E così la bella ma inespressiva Bellucci, trovatasi all’improvviso vedova di un faccendiere fedifrago, scopre che i tanti “amici” che pensava di avere in realtà sono interessati solo al suo corpo o alle sue proprietà materiali. Discreto Ghini nel ruolo dell’avvocato/amico, anche se il film non riesce a decollare, nonostante la grottesca trovata finale.
Galbo
Non memorabile esordio cinematografico della bella (nonché non irresistibile) attrice Monica Bellucci, in una commedia che vorrebbe avere pretese di critica sociale, ma che riesce solo ad essere pretestuosa, oltre che realizzata con stile registico impersonale. Praticamente non lascia tracce, nonostante il buon livello del cast impegnato (Bellucci a parte).
Undying
Francesca (Monica Bellucci) si ritrova improvvisamente vedova e piena di debiti: le ipoteche la spingono a vendere tutto quel che possiede sino ad arrivare a concepire una sorta di “lotteria”, denominata in gergo “la riffa”: 20 contendenti sborsano 10 milioni; tra questi un estratto avrà diritto a possedere Francesca (che incassa i 200 milioni) per 4 anni. Dopo il pessimo Topo Galileo e il documento politico Addio a Enrico Berlinguer, Laudadio realizza un dramma fortemente polemico nei confronti del bigottismo e del pregiudizio, tratteggiando un ambiente (barese) ricolmo di vizi e perversioni.
La casa degli spiriti
“Barrabás arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e piú tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabás era Giovedí Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva – dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro – il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastián, alla quale assistette con tutta la famiglia.“(Incipit del romanzo di Isabella Allende)
Il realismo magico della letteratura sudamericana trova in La casa degli spiriti un altro emblema potente e vigoroso,quasi alla stregua di quel capolavoro assoluto che è Cent’anni di solitudine di Marquez.
Isabelle Allende scrive un libro vigoroso e affascinante e Hollywood, sempre sensibile alle saghe familiari intriganti e complesse produce la riduzione cinematografica affidandola a Bille August,regista danese quasi sconosciuto non fosse per Pelle alla conquista del mondo (1987),straordinario film interpretato da Pelle Hvenegaard e Max von Sydow che riuscì a vincere l’Oscar come miglior film straniero e la Palma d’oro di Cannes.

Con un simile biglietto di presentazione August, aiutato da un cast stellare, prova a mettere in scena una storia molto complessa e intricata resa ancor più difficile da raccontare sopratutto dalla complessità della trama e dalle situazioni che vedono protagonisti Esteban Trueba e Clara del Valle Trueba,Férula Trueba e Blanca Trueba,Pedro Tercero García e Nívea del Valle ovvero le figure che popolano il racconto della scrittrice cilena.
La casa degli spiriti è essenzialmente una saga familiare,potente e visionaria, che abbraccia oltre 50 anni della storia cilena,partendo dagli anni 20 e arrivando al 1973,culminando quindi in quel drammatico periodo in cui alla democrazia instaurata da Salvador Allende si sostituì la sanguinaria dittatura di Augusto Pinochet.
Una saga familiare quindi, che parte con la storia personale di Esteban Trueba,un giovane minatore che vive negli anni venti sorretto da una volontà ferrea e da un sogno assolutamente impossibile, ovvero quello di diventare ricco in modo da poter chiedere la mano della splendida e ricca Rosa del Valle.
Esteban ha giovinezza e forza,ma sopratutto ha una fortissima volontà,un’ambizione smodata e pochissimi scrupoli.

Queste sue “qualità” lo portano a coronare in parte il suo sogno, ma il fato ci mette lo zampino spezzandolo in parte strappando Rosa alla vita in seguito ad un attentato che avrebbe dovuto colpire il di lei padre.
E’ sua sorella Clara, creatura dolce e dotata di straordinarie qualità medianiche a “vedere” gli avvenimenti,rifiutando da quel momento di comunicare con il mondo,rifugiandosi in un mondo popolato da spiriti confortata da sua madre Nivea che la segue con tenerezza e affetto.
Esteban diventa ricco e potente, ma anche egoista e crudele; l’antico minatore finisce per passare dall’altro lato della barricata,dalla parte dei padroni, usando mezzi discutibili e la ferocia per piegare i mezzadri cileni alle sue volontà.
Attratto dalla dolcezza di Clara, l’uomo le chiede di sposarla e la ragazza accetta, andando ad abitare alle “Tres Marias” una proprietà che Esteban ha completamente ristrutturato salvandola dall’abbandono; con loro va ad abitare Ferula,sorella nubile dell’uomo.
Tra Clara e Ferula si stabilisce da subito un legame profondo.
Ferula adora sua cognata, creatura dolcissima ed eterea, della quale subisce il fascino profondo.
La famiglia vive e ruota attorno a Clara che,con le sue visioni e con le sue doti medianiche, finisce per diventare il punto fermo di tutti.

La nascita di Blanca corona il sogno della coppia;ora sono una famiglia a tutti gli effetti ma Esteban continua ad essere sempre più ambizioso e di conseguenza amorale.
Non si fa scrupolo per esempio di usare violenza sulle contadine della sua mezzadria, insegue con ogni mezzo il sogno di diventare un politico potente ed influente.
Ma Blanca, crescendo, mostra un carattere ribelle, in assoluta antitesi con quello del padre.
Si innamora infatti di Pedro Terzo García, figlio dell’amministratore di Esteban; il giovane, retto da ideali libertari e politicamente comunista è inviso al rude ex minatore e quindi cacciato dallo stesso.
Esteban allontana da se anche sua sorella Ferula,che,separata dalla dolce Clara che ormai considera come una parte di se, finisce per sentirsi emarginata lasciandosi consumare dal dolore che la porterà alla morte, annunciata in una delle sue visioni proprio da Clara.
La storia tra Pedro e Blanca però continua, nonostante l’ostilità di Esteban,che ormai è diventato un pezzo grosso della politica.
Ma la breve stagione della democrazia cilena e subito dopo della lunga e sanguinaria dittatura di Pinochet sono alle porte e la saga dei Trueba si avvia verso una fase assolutamente drammatica e imprevedibile…
Dalla trama si evince la complessità della storia raccontata e le difficoltà di trasporre il linguaggio poetico e sognatore della Allende in immagini in movimento.
E difatti il risultato, se solo si prova ad accostare arbitrariamente il romanzo al film non può che essere in parte deludente;troppo complesse le figure dei personaggi per essere inquadrate in fotogrammi,troppo strutturate le psicologie dei personaggi per diventare immagini in movimento.
Sorge quindi il solito problema dell’accostamento fra l’opera letteraria e quella cinematografica.
Solo raramente nella storia del cinema un testo scritto ha avuto una trasposizione cinematografica di pari livello; potrei citare le pellicole di Kubrick,o il caso rarissimo di Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud e pochi altri.

Un film in chiaro-scuro,con molte zone d’ombra ma salvato sopratutto dallo straordinario cast e dalle buone prove dei protagonisti con i testa una bravissima ed intensa Glenn Close che interpreta magistralmente la dolente figura di Ferula a pari merito con Meryl Streep,straordinaria ed intensa nelle vesti della sognatrice Clara.
Un gradino più sotto gli altri protagonisti, ovvero Jeremy Irons (Esteban), Antonio Banderas (Pedro), Wynona Rider (Blanca) e Vanessa Redgrave (la madre di Clara), tutti comunque ben oltre la sufficienza.
Le zone d’ombra sono costituite dalla tipica abitudine hollywoodiana di spettacolarizzare e rendere simile ad un polpettone qualsiasi prodotto destinato alla massa,la poca profondità della trasposizione,la classica fretta che induce lo sceneggiatore a saltare parti pure importanti del romanzo.
Ma, come già detto, il romanzo della Allende mal si presta ad una riduzione cinematografica per cui conviene accontentarsi di un prodotto quanto meno dignitoso e che scorre con una certa facilità.
Bene tutto il resto, ovvero le altre componenti del film, dalle ambientazioni curate fino alla fotografia.
Un film puramente d’evasione,in definitiva,sfrondato da tutte le implicazioni tipiche del roman à clef,un limite invalicabile e che toglie gran fascino al film,che resta comunque sulla sufficienza.
La casa degli spiriti
Un film di Bille August. Con Jeremy Irons, Meryl Streep, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas,Vanessa Redgrave, Teri Polo, Maria Conchita Alonso, Armin Mueller-Stahl, Jan Niklas, Sarita Choudhury, António Assunção, Julie Balloo, Frank Baker, João Cabral, Miguel Guilherme Titolo originale The House of the Spirits. Drammatico, durata 140 min
Meryl Streep: Clara del Valle Trueba
Glenn Close: Férula Trueba
Jeremy Irons: Esteban Trueba
Winona Ryder: Blanca Trueba
Antonio Banderas: Pedro Tercero García
Vanessa Redgrave: Nívea del Valle
Maria Conchita Alonso: Tránsito Soto
Armin Mueller-Stahl: Severo del Valle
Jan Niklas: Conte Jean di Satigny
Vincent Gallo: Esteban García
Sarita Choudhury: Pancha García
Joaquin Martinez: Pedro Segundo García
Teri Polo: Rosa del Valle
Rossella Izzo: Clara del Valle Trueba
Sonia Scotti: Férula Trueba
Mario Cordova: Esteban Trueba
Giuppy Izzo: Blanca Trueba
Luca Ward: Pedro Tercero García
Germana Dominici: Nívea del Valle
Barbara Castracane: Tránsito Soto
Carlo Sabatini: Severo del Valle
Danilo De Girolamo: Esteban García
Aurora Cancian: Pancha García
Giorgio Lopez: Pedo Segundo García
Loredana Nicosia: Rosa del Valle
Regia Bille August
Soggetto Isabel Allende (romanzo)
Sceneggiatura Bille August
Fotografia Jörgen Persson
Montaggio Janus Billeskov Jansen
Musiche Hans Zimmer
Scenografia Anna Asp e Søren Gam
Costumi Barbara Baum
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel…
Figliolo, la Santa Madre Chiesa sta a destra, ma Gesú Cristo è stato sempre a sinistra.
Cosí come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.
Alba si chiedeva come avessero potuto spuntare tanti fascisti da un momento all’altro, perché, nella lunga traiettoria democratica del suo paese, non se n’erano mai visti, tranne alcuni esaltati durante la guerra, che per mania di scimmiottare si mettevano camicie nere e sfilavano col braccio alzato, in mezzo alle sghignazzate e ai fischi dei passanti, senza che avessero avuto alcun ruolo importante nella vita nazionale. Non si spiegava neppure l’atteggiamento delle Forze Armate, che per la maggior parte provenivano dalla classe media e dalla classe operaia e che storicamente erano state piú vicine alla sinistra che all’estrema destra. Non capí lo stato di guerra interna, né si rese conto che la guerra è l’opera d’arte dei militari, il culmine della loro preparazione, il distintivo dorato della loro professione. Non sono fatti per brillare durante la pace. Il golpe aveva dato loro l’opportunità di mettere in pratica quanto avevano imparato nelle caserme, l’obbedienza cieca, il maneggio delle armi e altre arti che i soldati possono dominare quando mettano a tacere gli scrupoli del cuore.
È passato più di mezzo secolo, ma ancora ho impresso nella memoria il momento preciso in cui Rosa, la bella, entrò nella mia vita, come un angelo distratto che passando mi rubò l’anima.
Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell’inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati…
Per la da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Per la prima volta nella sua vita, Alba sentì il bisogno di essere bella e rimpianse che nessuna delle splendide donne della sua famiglia le avesse lasciato in eredità i suoi attributi, e l’unica che l’aveva fatto, la bella Rosa, le aveva dato solo una sfumatura d’alga marina ai suoi capelli, che, se non era accompagnata da tutto il resto, sembrava piuttosto un errore del parrucchiere. Quando Miguel indovinò la sua inquietudine, la portò per mano fino al grande specchio veneziano che ornava un angolo della camera segreta; tolse la polvere dal vetro incrinato e poi accese tutte le candele che aveva e gliele mise intorno. Lei si rimirò nei mille frammenti dello specchio. La sua pelle, illuminata dalle candele, aveva il colore irreale delle figure di cera. Miguel cominciò ad accarezzarla e lei vide trasformarsi il suo volto nel caleidoscopio dello specchio e convenne infine che lei era la più bella dell’universo, perché aveva potuto vedersi con gli occhi con cui la vedeva Miguel.
Blanca: La vita in se è diventata il valore più importante…
Esteban: Preferisco pensare che tu mi debba un favore..
Così come quando si viene al mondo,morendo abbiamo paura dell’ignoto.
Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà.
Morire è come nascere:solo un cambiamento.
La memoria è fragile, il percorso umano è troppo breve, le cose accadono cosi’ in fretta che non si ha il tempo di capire la relazione tra gli eventi
Bisogna lottare per vivere, perchè la vita è un miracolo
L’opinione di Giannisv 66 dal sito http://www.filmtv.it
Imponente affresco che ripercorre quasi mezzo secolo di storia cilena, La Casa degli Spiriti è una di quelle pellicole che lasciano allo spettatore l’impressione di una grande occasione perduta.
Perduta perché il cast a disposizione del regista Billie August è davvero di altissimo livello, ma non sempre grandi attori rendono in base alle loro capacità, soprattutto se messi in un ruolo per cui manifestamente non sono “in parte”. Il riferimento è a Meryl Streep, attrice tra le migliori senza alcuna discussione possibile, ma qui chiamata a dare vita a un personaggio che non le è per niente congegnale.
Perduta anche perché l’ottima base di partenza (il romanzo di Isabel Allende) per più che legittimi motivi di “tempi” ha dovuto essere accorciato e semplificato, ma l’impressione è non sempre i tagli sono stati fatti con la misura dovuta e alla fine chi ne risente è una sceneggiatura che presenta ben più di una lacuna, dando a volte l’impressione di voli pindarici che vanno ad inficiare sulla qualità complessiva dell’opera.
L’opinione del sito http://www.temperamente.it
Rispetto al libro, il regista opera dei tagli netti nella trama e snellisce il folto ventaglio di personaggi ben delineati ed extra-ordinari del romanzo.
Sappiamo che tutto ciò è necessario per evitare che il film diventi una maratona di tre ore. Il susseguirsi degli episodi, tuttavia, è talvolta disorganico; si passa, infatti, da una situazione all’altra senza capirne perfettamente il filo logico.
La sceneggiatura, a mio parere, è scarna, e ciò va a discapito della performance di un cast di prim’ordine. Perché, diciamolo, buona parte del successo di questa pellicola è dovuta agli attori: Meryl Streep, Jeremy Irons, Glenn Close, Winona Ryder, Antonio Banderas, Vanessa Redgrave. Mica pizza e fichi. Sicuramente, alcuni personaggi sono più riusciti di altri: Glenn Close, nei panni della sorella di Esteban, Ferula, è in assoluto la mia preferita. La sua interpretazione è profonda e da brividi, e abbastanza fedele al personaggio creato dalla Allende.
Non da meno i protagonisti Jeremy Irons e Meryl Streep, rispettivamente Esteban Trueba e Clara Del Valle. Winona Ryder (Blanca Trueba) ottiene grande visibilità per l’empatia che si crea con il suo personaggio, benché (chi ha letto il libro lo sa) il suo ruolo nella storia venga fuso con quello della figlia Alba.
L’opinione di angelheart dal sito http://www.filmscoop.it
Non ho letto il romanzo, ne tantomeno conosco l’autrice. Fatto sta che questo grande ambizioso film (almeno le prime volte che lo vidi, perche’ visto recentemente sono riuscito a coglierne parecchi difetti narrativi e tecnici), che segue la storia di una benestante (solo economicamente) famiglia cilena dagli inizi del ‘900 fino ai giorni nostri, rimane un concentrato di sentimenti ed emozioni riuscito e toccante. A me e’ sempre piaciuto molto; vedere i membri di questa famiglia allontanarsi e disrtuggersi a vicenda con il passare del tempo, e’ davvero straziante (tantissime le scene dolorose e commoventi, una fra tutte, il riavvicinamento tra il padrone e il povero contadino). Laurea con lode a tutto l’intero cast, tra cui mi sento di sento di menzionare la giovane, bella e piena di talento Ryder, e il grande, odioso e scorbutico Irons (eccellente).
Come diceva qualche utente sotto, libro o non libro, rimane comunque un bel film (non esente da difetti, che pero’ non voglio mettere in risalto).
La prima volta sull’erba
Nel periodo delle vacanze un gruppo di persone si ritrova in un alberghetto del Tirolo.
Fra loro spiccano il dottor Hans con suo figlio Franz,la pittrice Margherita con la sua bella figlia Lotte e Hella,una ragazza con velleità artistiche (vorrebbe fare l’attrice di teatro) con la sua famiglia squinternata.
Hans e Margherita sono persone sole,ma dalla mentalità aperta mentre Franz e Margherita sono molto giovani e attratti dalle cose che interessano i giovani della loro età.
Tra i due ragazzi nasce una simpatia che sfocia ben presto nell’amore;nel frattempo anche Hans e Margherita hanno scoperto una forte attrazione reciproca,tanto da diventare amanti.
I due decidono così di incoraggiare i primi timidi tentativi di capire l’amore dei due giovani.
Avendo una moralità elastica per il periodo storico in cui il film si svolge (siamo a inizi secolo scorso),cercano di far scoprire ai due giovani anche la sessualità.

Ma i due,nonostante la buona volontà e l’incoraggiamento dei rispettivi genitori,non riescono a consumare un rapporto,inibiti dalla relazione dei due genitori.
Così…
La prima volta sull’erba,conosciuto anche come Danza d’amore sotto gli olmi è un film del 1975 diretto da Gianluigi Calderone alla sua ultima regia cinematografica delle tre complessivamente dirette,ovvero AAA bella presenza cercasi (1969) e Appassionata del 1974 prima che il regista genovese si dedicasse esclusivamente alla tv (sua la serie tv I ragazzi del muretto)
Un film noioso,brutto e assolutamente banale.
In sintesi è questo il giudizio su un film che pur contando su un cast discreto,con la presenza di Anne Heywood,di Claudio Cassinelli e di una giovane e affascinante Monica Guerritore non riesce mai a sollevarsi dalla mediocrità,finendo per segnalarsi solo per qualche scena di nudo della Guerritore stessa e per qualche bel paesaggio.

Il resto del film è noia allo stato puro;a parte la sceneggiatura povera e velleitaria, il film non ha mai un guizzo o un motivo di interesse tangibile.
Alla fine il senso di incompiuto è tangibile e visibile;a parte la bella fotografia e i paesaggi,tutto appare artefatto,inclusa la recitazione e una storia assolutamente improbabile non fosse altro che per il periodo in cui è ambientata.
Il tema della comunicazione tra genitore e figlio o quello della sessualità adolescenziale sono affrontati marginalmente e male;manca completamente la profondità nel film.
Amore e sesso,connubio inestricabile e di difficile inquadramento appaiono qui assolutamente privi di anima,così come priva di anima è la scena principale del film,quella in cui Franz e Lotte si ritrovano a far l’amore circondati da un paesaggio idilliaco, sotto gli occhi dei rispettivi genitori.
“Sono belli“,mormora la Heywood,quasi stesse guardando un’opera pittorica.
Ed è un’opera pittorica quella che alla fine rimane allo spettatore, ovvero un alternarsi di bei quadri montani,bei boschi e bei colori,null’altro.

Parlare d’amore richiede ben altre doti ed evidentemente Calderone non le ha,così come non riesce a dar corpo nemmeno all’altro aspetto caratterizzante la trama,ovvero il complesso rapporto genitore/figlio.
Quindi,alla fine,la delusione è tanta.
Ma non possiamo in realtà nemmeno parlare di un’occasione sprecata tanto banale appare la trama e tanto svogliati appaiono gli attori;alla fine davvero non resta nulla della pellicola se non un senso di totale noia.
Danza d’amore sotto gli olmi
Un film di Gianluigi Calderone. Con Claudio Cassinelli, Bruno Zanin, Monica Guerritore, Anne Heywood, Mark Lester, Lorenzo Piani, Vincenzo Ferro Drammatico, durata 92 min. – Italia 1975.
Anne Heywood: Margherita
Claudio Cassinelli: Hans
Mark Lester: Franz
Monica Guerritore: Lotte
Giovanna Di Bernardo: Hella
Regia Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Gianluigi Calderone, Vincenzo Cerami
Produzione Enzo Doria
Musiche Fiorenzo Carpi
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Production design Franco Velchi
L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it
Una coppia sposata amoreggia al pari dei loro due figli.Un film fasullo,una sciocchezza mai vista sugli schermi che gioca sui sentimenti delle persone in un modo falso e ipocrita.Come sfondo un hotel ai piedi delle montagne e tanta melassa condita con poco erotismo (quasi zero) eccetto un nudo integrale veloce della sempre bella Monica Guerritore.Inutile….vera spazzatura.
L’opinione di B,Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Noiosissimo. La cosa migliore è senz’altro la vivida fotografia di Marcello Gatti, che dà un bel tocco di “Austria felix”. Gli attori sono tutti impacciati, come se non credessero in quello che fanno (la Guerritore appare pure con peluria sopra il labbro superiore). Obiettivamente, ne hanno ben donde. Calderone si rifugia nell’artificioso, sia come dialoghi sia come inquadrature. Il finale ferroviario è forzatissimo. Evitabile, quasi da evitare.
L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Scritto in coppia con Vincenzo Cerami, il secondo film di Calderone è un romanzo dalle belle descrizioni – i ricchi quadri cromatici di Marcello Gatti e il pacato accompagnamento musicale di Fiorenzo Carpi – ma appesantito dai dialoghi artefatti, così come è artefatto ed improbabile l’assunto di base. Gli interpreti, dapprima promettenti con gli sguardi volenterosi dei giovani Guerritore e Lester, scompaiono presto assorbiti nella pedanteria e nel “vuoto” complessivi, tipici di certo cinema d’autore o presunto tale.
L’opinione di Giacomovie dal sito http://www.davinotti.com
Ha tutte le apparenze di una pellicola con delle pretese artistiche ma, a parte le riprese sugli scenari lacustri molto belli e la cura nei costumi, non conferma le sue ambizioni. Vorrebbe dare un’analisi alternativa sul tema dei condizionamenti e delle barriere nel rapporto genitori-figli (la trama riguarda due adolescenti esplicitamente incoraggiati al sesso dai rispettivi genitori), ma l’apatia prende subito il sopravvento e gli attori spaesati contribuiscono al parziale fiasco.
Romeo e Giulietta
In due anni,tra il 1594 e il 1596 il grande bardo alias William Shakespeare scrisse la tragedia “The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet” che da noi divenne solamente Romeo e Giulietta.
La tragica storia dei due innamorati,Giulietta Capuleti e Romeo Montecchi, è conosciuta universalmente nel suo svolgimento finale, ovvero con la pozione presa da Giulietta per sfuggire alle nozze con il conte Paride che le provocherà una morte apparente e con la conseguente morte di Romeo, “E così con un bacio io muoio” e con la conseguente morte di Giulietta che si trafigge con un pugnale.
Una storia d’amore e morte che Franco Zeffirelli porta sulllo schermo nel 1968,riproponendo fedelmente dialoghi e sceneggiatura della tragedia, riuscendo a creare un delicato equilibrio tra il testo originale e la tragedia shakespiriana.

Sono state molte,nel corso della storia del cinema,i tentativi di portare sullo schermo opere di Shakespeare;mai come nel caso di nessun altro scrittore gli esiti sono stati deludenti.
A parte il Macbeth di Polanski (del quale c’è la recensione sul sito) sono davvero poche le trasposizioni cinematografiche degne di menzione.
Tra esse cito quelle che ho apprezzato di più come Rosencrantz e Guildenstern sono morti (Rosencrantz and Guildenstern Are Dead)per la regia di Tom Stoppard,La bisbetica domata (The Taming of the Shrew) ancora per la regia di Franco Zeffirelli,Giulio Cesare (Julius Caesar)
regia e sceneggiatura di Joseph L. Mankiewicz.
Poco altro in più.
La storia dei due sventurati amanti veronesi è ripresa da Zeffirelli con molta accuratezza,sia nei dialoghi come già detto sia nell’ambientazione che nei costumi;l’aria di tragedia è ben presente nel film,mescolata ai momenti d’amore tra i due giovani, condannati dall’odio fra le loro famiglie ad un destino crudele.
Shakespeare aveva creato una tragedia dal grande respiro,piena zeppa di personaggi delineati,dal Mercuzio ironico e sfacciatamente epicureo alle figure dei due amanti,puri e alti nella dimensione più elevata del sentimento chiamato amore.

Un sentimento attorno al quale ruota inevitabilmente la vita dell’uomo,della donna e delle creature della terra ma non solo.
Estendendo il concetto,amore è ovunque,fino nella religione,come in quella cattolica che descrive l’amore di Dio per le sue creature, un amore così forte da contemplare la morte del suo unico figlio per la redenzione dell’umanità stessa.
Come dicevo,Shakespeare va oltre anche le convenzioni dell’epoca,considerando i due amanti come l’esempio più fulgido dell’amore,la massima rappresentazione dello stesso sentimento, in antitesi con la visione di amanti sfortunati e disonesti che veniva data da scrittori dell’epoca in cui i fatti avvennero.
E Zeffirelli non tradisce lo spirito di Shakespeare.
L’amore vince tutto, si arrende solo alla morte,ma con il passare del tempo la sconfigge,perchè la storia dei due giovani diviene l’emblema di come si possa far sopravvivere l’amore anche alla morte, esaltando la stessa come supremo atto dell’affetto verso la persona amata.

In un’epoca materiale come la fine del 500,la forza della tragedia di Shakespeare è dirompente,così come lo è oggi;non a caso il balcone di Giulietta e Romeo a Verona o l’ente che gestisce la corrispondenza inviata ai due amanti sono affollate di visitatori e di scrittori.
Di tutte le età,nazionalità,uniti solo dalla forza del sentimento più nobile che l’uomo coltiva.
La tragedia di Shakespeare unisce poesia alla poesia;frasi come “« Mostra lei alle torce come si fa a brillare ché pare un pendente sulle gote della notte,
come il ricco gioiello all’orecchio dell’Etiope » o ancora « …tanto lei è bella che questa cripta si illumina a festa. » oppure 2Oh, essa insegna alle torce come splendere. Sembra pendere sul volto della notte come ricca gemma all’orecchio d’una Etiope. Ma è bellezza di un valore immenso che mai nessuno avrà, troppo preziosa pe la terra. Come colomba bianca in una lunga fila di cornacchie sembra la fanciulla tra le sue compagne. La voglio vedere dopo questo ballo; come sarei felice se la mia mano rude sfiorasse quella sua. Ha mai amato il mio cuore? Negate, occhi: prima di questa notte non ho mai veduto la bellezza.”
Una storia d’amore quindi.

Che Franco Zeffirelli propone in una versione elegante e per certi versi magica;scegliendo per esempio le splendide note di Nino Rota,avvolgenti e tristi come si deve ad una colonna sonora che tratta un tema così forte oppure scegliendo per la fotografia Pasquale De Santis, che riesce a dare luminosità e toni cupi a seconda delle scene girate,tanto da meritare l’Oscar per la miglior fotografia.
Splendida la location e splendidi i costumi di Danilo Donati,che ottenne anche lui un meritato Oscar mentre a Zeffirelli sfuggì quello per la miglior regia,per la quale ebbe la nomination e che invece andò all’ormai dimenticato Oliver di Carol Reed.
Bravissimi i due attori principali,la bellissima e giovanissima Olivia Hussey,volto assolutamente perfetto per incarnare la virginea Giulietta;l’attrice inglese,che anni dopo interpretò la Madonna nel Gesù di Zeffirelli diede vita ad un’interpretazione memorabile.
Fece scandalo il suo seno nudo,cosa che la lasciò abbastanza indifferente come mostra la battuta fulminante che riservò ai giornalisti quando seppe che non poteva presenziare alla visione del film per la sua giovane età:”Non capisco perchè non possa vedere qualcosa che vedo nello specchio ogni giorno”
Bravo anche Leonard Whiting che però non ebbe più occasione di avere un ruolo così importante e che non confermò quindi la bella prova d’esordio.Da segnalare il sontuoso cast dei doppiatori che include tra gli altri Gassman e Giannini.

Un film molto ben fatto e confezionato,un film dei sentimenti e sui sentimenti;la vicenda dei suoi sfortunati protagonisti commuove anche il più scafato degli spettatori e sfido chiunque abbia visto il film a non sentire una stretta al cuore quando Giulietta muore,consapevole che il suo grande amore Romeo ha scelto la morte pur di non restare lontano da lei.
Un grande film,una grande tragedia,una grande storia d’amore.
Romeo e Giulietta
Un film di Franco Zeffirelli. Con Leonard Whiting, Olivia Hussey, John McEnery, Michael York, Milo O’Shea, Pat Heywood, Robert Stephens, Bruno Scipioni, Tony Soler, Rosemarie Dexter, Roberto Bisacco, Antonio Gradoli, Carlo D’Angelo, Franco Balducci, Geronimo Meynier, Andrea Bosic, Antonio Pierfederici, Elsa Vazzoler, Umberto Raho, Roberto Antonelli, Carlos Estrada, Nazzareno Natale, Natasha Parry, Bruce Robinson, Murray Head, Paola Tedesco, Richard Warwick Drammatico durata 152 min. – Italia, Gran Bretagna 1968
Leonard Whiting: Romeo
Olivia Hussey: Giulietta
John McEnery: Mercuzio
Milo O’Shea: Padre Lorenzo
Pat Heywood: La Balia
Robert Stephens: Escalo il Principe di Verona
Michael York: Tebaldo
Bruce Robinson: Benvolio
Paul Hardwick: Capuleti padre
Natasha Parry: Capuleti madre
Antonio Pierfederici: Montecchi padre
Esmeralda Ruspoli: Montecchi madre
Roberto Bisacco: Conte Paride
Bruno Filippini: il menestrello
Paola Tedesco: Rosalina
Laurence Olivier: Voce narrante
Giancarlo Giannini: Romeo
Anna Maria Guarnieri: Giulietta
Giorgio Albertazzi: Mercuzio
Mario Feliciani: Padre Lorenzo
Dhia Cristiani: La Balia
Sergio Fantoni: Il Principe di Verona
Pino Colizzi: Tebaldo
Massimo Turci: Benvolio
Roberto Bertea: Capuleti padre
Marina Dolfin: Capuleti madre
Vittorio Gassman: Voce narrante
Regia Franco Zeffirelli
Soggetto William Shakespeare (opera teatrale)
Sceneggiatura Franco Brusati, Masolino D’Amico, Franco Zeffirelli
Produttore John Brabourne, Anthony Havelock-Allan
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Reginald Mills
Musiche Nino Rota
Scenografia Lorenzo Mongiardino e Luciano Puccini
Costumi Danilo Donati
Trucco Mauro Gavazzi, Luciano Vito
L’amore è cieco, e il buio gli si addice. (Shakespeare,Romeo e Giulietta)
Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito.(Romeo: atto II, scena II)
Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia! (Romeo: atto II, scena II)
Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta: atto II, scena II)
Chi sei tu che avvolto nella notte inciampi nei miei più reconditi pensieri? (Giulietta: atto II, scena II)
Buona notte, buona notte! Lasciarti è dolore così dolce che direi buona notte fino a giorno. (Giulietta: atto II, scena II)
Amore mio, mia sposa! La morte, che ha gia succhiato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto sulla tua bellezza. Ancor sulle tue labbra e le tue guance risplende rosea la gloriosa insegna della bellezza tua: su te la Morte non ha issato il suo pallido vessillo… Tebaldo, tu che te ne stai là in fondo nel tuo bianco lenzuolo insanguinato, qual maggiore tributo posso renderti che spezzare con questa stessa mano che ha spezzato la tua giovane vita quella dell’uomo che ti fu nemico? Perdonami, cugino!… O mia Giulietta, perché sei tanto bella ancora, cara? Debbo creder che palpita d’amore l’immateriale spettro della Morte? E che quell’aborrito, scarno mostro ti mantenga per sé qui, nella tenebra, perché vuol far di te la propria amante? Per paura di questo, io resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte. qui, qui, voglio restare insieme ai vermi, tue fedeli ancelle, qui fisserò l’eterno mio riposo, qui scrollerò dalla mia carne stanca il tristo giogo delle avverse stelle. Occhi, guardatela un’ultima volta, braccia, stringetela nell’ultimo abbraccio, o labbra, voi, porta del respiro, con un bacio puro suggellate un patto senza tempo con la morte che porta via ogni cosa. Vieni, amarissima mia scorta, vieni, mia disgustosa guida. E tu, Romeo, disperato nocchiero, ora il tuo barco affranto e tormentato dai marosi scaglia contro quegli appuntiti ronchi a sconquassarsi… Ecco, a te, amor mio! Bevo al mio amore! O onesto speziale! Il tuo veleno è rapido, e così, con un bacio, io muoio. (Romeo: atto V, scena III)

L’opinione di Mery91 dal sito http://www.filmscoop.it
Bellissimo adattamento cinematografico di Zeffirelli della famosa opera di Shakespeare.
Sicuramente la migliore trasposizione cinematografica mai fatta per quanto riguarda Romeo e Giuletta.
Bellissima l’atmosfera che si respira della Verona Rinascimentale; ottimo davvero tutto, dalla recitazione ai costumi, dalla colonna sonora alle scenografie (non a caso Zeffirelli si è laureato all’Accademia di Belle Arti). Meritatissimi i due Oscar per la migliore fotografia e per i migliori costumi. Bravi Leonard Whiting e le bella Olivia Hussey. Ottimo lavoro di Franco Zeffirelli, sicuramente uno dei suoi migliori lavori.
Da vedere.
Dal sito http://www.davinotti.com
L’opinione di Pigro
La tragedia di Shakespeare in versione oleografica e magniloquente. Abbondano belle e belli, come sempre in Zeffirelli, ma il film è molto ben curato, le ambientazioni (così come scene e costumi) raffinate e – anche se non ci si può aspettare il colpo d’ala della genialità – alla fine l’opera è godibile e di buon livello. Il regista è un eccellente artigiano e ci sa fare e la grazia acerba dei giovanissimi protagonisti (Leonard Whiting e Olivia Hussey), in linea con l’età chiesta dalla storia, fa il resto. Da segnalare la musica di Nino Rota.
L’opinione di Cotola
Lo considero uno dei migliori Zeffirelli di sempre (assieme a La bisbetica domata, guarda caso sempre ripreso da Shakespeare) poiché stranamente qui il regista fiorentino oltre a rispettare il testo letterario di partenza, tiene a freno il suo ego smisurato, rendendo così un buon servizio alla riuscita della sua pellicola. Alla regia si aggiunge una confezione impeccabile che si può fregiare della bella colonna sonora di Nino Rota, dei costumi di Danilo Donati e della fotografia di De Santis.
Il salvatore (Le sauveur)
Una storia d’amore sullo sfondo della guerra, dell’occupazione nazista della Francia sotto la presidenza di Petain capo del governo collaborazionista di Vichy.
E’ questa l’ossatura di Il salvatore (Le sauveur) film diretto da Michel Mardore alla sua prima regia delle due globali in ambito cinematografico, regista rimasto in seguito praticamente inoperoso per motivi inspiegabili visto l’ottimo inizio rappresentato da questo film.
Una storia d’amore, dicevo, tra una ragazzina quattordicenne nel film, Nanette, interpretata dalla bellissima Muriel Català alla sua prima apparizione cinematografica ed un enigmatico pilota, Claude, molto più grande di lei.

Siamo nelle campagne francesi,Nanette è un’adolescente ribelle e anticonformista che vive in una famiglia contadina;è anche alle prese con i primi turbamenti sessuali,Nanette,come tutte le sue coetanee.
Sarà un incontro casuale a scatenare il lei la tempesta e a cambiarne irrimediabilmente il destino.
Durante una delle sue passeggiate a cavallo nei boschi, Nanette si imbatte in un giovane che si disseta vicino ad uno stagno;è ferito,così Nanette,d’istinto,decide di portarlo a casa sua e nasconderlo su in soffitta.
Inizia così una convivenza clandestina tra i due, sotto gli occhi ignari della famiglia;Claude diventa, per Nanette,il confidente e l’amico ideale.
La ragazza è giovane,è bella ed è anche disponibile ma Claude, con molto autocontrollo sembra ignorarne le grazie e l’offerta dell’acerbo corpo;questo gioco delle parti continua, con i canonici ruoli di preda e cacciatore assolutamente invertiti.

Ma è in arrivo la svolta…
Per motivi legati allo sviluppo della trama evito di continuare il racconto della stessa.
La terza parte del film ( le prime due sono descrittive del rapporto amoroso raccontato) trasportano il film in un’altra dimensione narrativa;le cose cambiano bruscamente e la figura di Claude cambia radicalmente aspetto.
Scopriremo infatti chi è, quali erano le sue reali motivazioni e sopratutto assisteremo ad un finale amaro e se vogliamo anche inevitabile.
Un film molto intenso e sicuramente ben diretto,Il salvatore.
Che inspiegabilmente non ha mai avuto una traduzione e un doppiaggio in italiano.
Credo che i motivi della scelta distributiva risiedano nella natura di alcune sequenze del film stesso;basti citare come esempio la lunga sequenza in cui Nanette e Claude, completamente nudi,fanno il bagno in un ruscello,ripresi senza morbosità,anzi con una grazie e delicatezza inusuali frontalmente e a lungo.Un gioco vero e proprio,tra due persone diverse negli anni, ma accomunate dal desiderio di libertà, di gioco quasi in una natura splendida che fa da contorno e da spettatrice.

Non c’è sesso, perchè la natura dei rapporti tra i due protagonisti rimarrà platonica,tuttavia è anche vero che la Català nel film ha 14 anni e nella realtà un corpo adolescenziale che avrà influenzato la scelta di non proporre il film alla censura italiana nel timore di radicali tagli.
Ci sono diverse scene di nudo,nel film.
Ma vi garantisco che non hanno assolutamente nulla di morboso.
Come già detto, tra i due protagonisti si instaurerà un rapporto che non sfocerà mai in un amplesso visibile;la storia avrà quindi un andamento lineare fino al colpo di scena che introdurrà il film alla parte più drammatica e se vogliamo inaspettata, con un finale che si dilata nel tempo di vent’anni,quando vedremo la bellissima e acerba Nanette trasformata in una donna sciatta e anonima rivedere l’amore giovanile che invece ha conservato quasi le sembianze di un tempo nella sequenza più drammatica del film.
I due protagonisti, Horst Buchholz e Murile Catala sono assolutamente ineccepibili nella loro recitazione, che rende particolarmente veritiero e credibile il racconto;l’attore berlinese, indimenticato protagonista di I magnifici sette all’epoca in cui venne girato il film aveva ben 38 anni ma sicuramente riesce a rendere senza età e senza precisi riferimenti l’anagrafica del protagonista Claude.

Che sembra nel film stesso un gentiluomo medioevale, granitico nella sua posizione di assoluto rispetto della virginale figura di Nanette;le profferte ingenue e spontanee dell’acerbo corpo di Nanette infatti non sembrano smuovere quelli che sembrano principi morali radicati e inderogabili.
C’è una frase assolutamente emblematica che lo stesso Claude pronuncerà in un momento topico del film:”“Un soldato inglese o un partigiano francese non ti avrebbero rispettata come ho fatto io”.
Il che è verità assoluta.
Muriel Català,bella e seducente, esordisce sullo schermo portando tutta la sua sensuale bellezza e rendendosi credibile nel ruolo della giovane Nanette;certo,l’attrice aveva 19 anni all’epoca delle riprese e la cosa è ben visibile.
Il corpo non ha più le acerbe grazie tipiche dell’adolescenza, è sicuramente più maturo ma la Català ha un’aria da adolescente assolutamente credibile.
E’ un vero peccato che in seguito abbia avuto poche possibilità di esprimersi fin endo per scomparire nell’anonimato dopo la sua ultima apparizione in una mini serie tv inedita in Italia,Le roi qui vient du sud distribuita nel 1979.A soli 27 anni la Catala scomparve dal cinema per vivere una vita lontana dai riflettori.

Una nota a margine:
posseggo questo film da molto tempo,lo stesso in pratica che ho usato per cercarlo.
Ne avevo sentito parlare benissimo da amici e amiche di un forum specializzato di appassionati di cinema.
Non avevo avuto modo di vederlo, scoraggiato dal fatto che la versione in mio possesso era in lingua francese con sottotitoli in inglese.
Inutilmente ho aspettato il suo doppiaggio, così ieri, con molto tempo a disposizione,l’ho guardato.
Ed è stata una sorpresa,molto piacevole
Una storia d’amore,dolce.
E’ questo quello che vi attende,per buona parte del film;poi il finale, crudele ed amaro.
Una perfetta sintesi della vita, se vogliamo,in alcune delle nostre esistenze.
Chi voglia cimentarsi con la sua visione può farlo all’indirizzo
https://www.youtube.com/watch?v=p4SAoMKzUto.
E’ necessario però avere un account Google, essendo il film vietato ai minori.
Il salvatore (Le sauveur)
diretto da Michel Mardore, con Horst Buchholz,Muriel Catalá,Hélène Vallier,Roger Lumont,Henri Vilbert Drammatico Francia 1971 Durata 90 minuti
Horst Buchholz … Claude
Muriel Catalá … Nanette
Hélène Vallier … Madre di Nanette
Roger Lumont … Padre di Nanette
Henri Vilbert …L’assessore Flouret
Danièle Ajoret … Nanette adulta
Michel Delahaye … Monnery
Jean-Pierre Sentier … Il marito di Nanette
Frédéric Norbert … Henri
Yves Hugues …Il figlio grande di Monnery
Jacques Serres… Il figlio piccolo di Monnery
Produzione: Michel Mardore
Regia: Michel Mardore
Muscihe: Pierre Jansen
Fotografia:William Lubtchansky
Montaggio: Françoise Bonnot
L’opinione del sito http://www.fimtv.it
Intensa opera prima di Michel Mardore, è una pellicola molto singolare mai distribuita in Italia (ma reperibile in un Dvd pubblicato in Francia, purtroppo senza sottotitoli in Italiano). Il film in originale conteneva scene molto ardite con dei nudi frontali integrali decisamente conturbanti del protagonista maschile Hots Bucholz. La versione in Dvd (che porta a 97 minuti la durata di un’opera che in originale era di 105 minuti), taglia purtroppo proprio alcune di queste scene (colpa evidente di una “censura” oscurantista attiva anche in Francia): la versione è comunque accurata e meriterebbe davvero una visione. Gli extra mostrano i provini realizzati per la scelta della protagonista della storia, dove ha la meglio la straordinaria Muriel Catala su una acerba, giovanissima e ancora sconosciuta Isabelle Adjani ugualmente provinata, ma con scarsi risultati.
L’opinione di hupp2000 dal sito http://www.filmtv.it
(…) Michel Mardore, regista pressoché sconosciuto e autore di soli due lungometraggi, dirige nel 1971 un film coraggioso per la sua epoca. Il cinema francese è stato per troppi anni restio ad affrontare senza ipocrisie la brutta pagina del collaborazionismo durante l’occupazione tedesca. Una lentezza reiterata nei confronti della non meno ingloriosa vicenda della guerra d’Algeria. “Le sauveur” è in anticipo sui tempi e questo è per me un indubbio merito. La sua ambientazione nella Francia rurale è suggestiva, accurata e ricorda scenari spesso presenti nei film di Claude Chabrol. Nell’incarnare l’affascinante e ambiguo personaggio di ”Claude”, Horst Buchholz (accreditato nei titoli di testa con una sola acca) trova forse il ruolo più riuscito della sua carriera. L’attore tedesco, raramente alle prese con parti di primo piano, appare ben distante da quel Colorado, ingenua e impetuosa mascotte dei “Magnifici sette” di John Sturges o dall’esilarante attivista della Repubblica Democratica Tedesca in “Uno, due, tre” di Billy Wilder. Qui, la sua prestazione è altamente drammatica, terribilmente seria. Il suo è un personaggio autorevole e gentile, comprensivo e determinato, bello e in apparenza mai agggressivo. L’improvvisa scoperta della sua vera identità è un momento da brividi, come giustamente sottolineato nella recensione di Fratellicapone. Con un’unica inquadratura dal basso verso l’alto, l’intera struttra narrativa crolla e lo spettatore scopre stupefatto di aver visto fin lì un film credendo di vederne un altro. Grandissimo cinema, ma per la piccola Nanette il colpo è tremendo. Non se ne rimetterà mai, anche se anni dopo verrà il giorno di un’amarissima vendetta. Non più bambina e non ancora donna, Nanette espone le sue grazie senza alcuna malizia, si spoglia e si mostra senza alcun intento provocatorio. Certo, all’epoca del film l’attrice Muriel Catala non aveva più 14 anni, ma quasi 19 e si vede. Tuttavia, la lunga scena del bagno nel torrente insieme a Horst Buchholz, a dispetto dei due corpi nudi, riesce ad essere ludica, gioiosa e addirittura pudica.(…)
Love story
“Love means never having to say you’re sorry” ovvero “Amore significa non dover dire mai mi dispiace”
Una frase che abbiamo letto un po dappertutto,dalle cartoline di San Valentino ai bigliettini dei Baci Perugina;forse una frase opinabile,ma dal sicuro effetto.
Una frase,tra l’altro,tratta dal romanzo Love Story di Erich Seagal,lo scrittore statunitense che lo ricavò dalla sceneggiatura del film omonimo.
Eh si, perchè caso rarissimo, il romanzo venne dopo il film, visto lo straordinario successo che il film stesso riscosse,con milioni di spettatori nel mondo in coda ai botteghini e ben 10 milioni di copie del romanzo di Seagal.
Diretto da Arthur Hiller,l’oggi novantunenne regista canadese autore tra l’altro di Appartamento al Plaza,Wagons lits con omicidi e Una strana coppia di suoceri, Love Story è un film di sicuro spessore, oltre i limiti abbastanza rigidi dei film a chiaro sviluppo sentimentale.

Un film studiato a tavolino, in cui tutto funziona come un orologio svizzero, caratterizzato da belle recitazioni degli attori protagonisti e sopratutto corredato da una colonna sonora bellissima,opera di Francis Lai e tradotta poi in tutte le lingue da vari autori che usarono la musica per costruirci sopra canzoni romantiche.
Colonna sonora, tra l’altro,che ebbe l’onore dell’Oscar mentre il film,che ebbe 6 nomination ovvero per
la migliore regia a Arthur Hiller,per il miglior attore protagonista a Ryan O’Neal,per la miglior attrice protagonista a Ali MacGraw,per il miglior attore non protagonista a John Marleye per la migliore sceneggiatura originale a Erich Segal, il film dicevo non ottenne alcuna statuetta.

La trama in breve:
Oliver Barrett è un giocatore di hockey che proviene da una famiglia ricchissima e studia ad Harvard;Jennyfer è invece una bella studentessa di musica,figlia di una normale famiglia di origine italiana,dal carattere forte, volitivo.
I due si incontrano e dimenticando le origini sociali completamente differenti si innamorano, incuranti della reazione della famiglia del giovane.
Si sposano,sorretti dal loro amore, ma ben presto sono costretti a fare i conti con la dura realtà;lui è costretto a dimenticare la sua famiglia, che non gli ha perdonato il matrimonio, lei rifiuta il sogno della sua vita,una borsa di studio nella meravigliosa Parigi, il sogno della sua vita.
Jennifer lavora come insegnante mentre Oliver è costretto a continuare gli studi con l’aiuto economico della moglie.

Ma alla fine riesce a laurearsi con pieni voti a Harvard e non solo.
Viene assunto come assistente legale da un’importante studio legale della città.
Purtroppo, quando tutto sembra essersi sistemato, ecco il destino beffardo dividere i due per sempre:Oliver e Jennifer decidono di avere un figlio ma quando fanno le analisi ecco che…
Un film sentimentale,che induce alla lacrima.
Ma sarebbe un errore ridurre così l’importanza che il film ebbe,ben aldilà della semplicità della trama e dei sentimenti che il film stesso tira in ballo.
In primo luogo la storia d’amore fra due appartenenti a due classi sociali agli antipodi non era cosa poi così frequente e sopratutto incoraggiata nella pur liberale società americana.
Poi, messaggio forse “leggero”, l’idea che l’amore possa tramutarsi in un ponte capace di annullare tutto, sopratutto le differenze sociali,una specie di versione moderna di Cenerentola caratterizzato però dal finale triste,amaro.

Può l’amore annullare barriere, unire due persone e proiettarle in una vita difficile,si, ma fortemente voluta e costruita dai due protagonisti?
Love story è banalmente questo, una storia d’amore in cui per una volta l’amore sembra trionfare ma deve fare i conti con un destino cinico e baro;e qua piaccia o no, un sobbalzo al cuore viene,forse perchè la storia è tenera,forse perchè ognuno sa che non c’è niente di più provvisorio della vita.
Fatto sta che il film ebbe un successo incredibile,come del resto il romanzo.
George Segal (scomparso 4 anni fa) all’età di 73 anni tenterà,otto anni dopo,di proseguire la storia di Oliver scrivendo una nuova sceneggiatura e un nuovo romanzo,Oliver story senza però minimamente bissare il successo del primo fortunato romanzo.
I tempi erano cambiati e sopratutto, la magica alchimia della storia tra Jennyfer e Oliver era scomparsa con i titoli di coda del film.

Per quanto riguarda il cast,bellissima e sofferta l’interpretazione di Ali Mc Graw,legnosa ma dignitosa quella di Ryan O’Neal;la Mac Graw restò a lungo legata al personaggio di Jennifer finendo in qualche modo per pagarne lo scotto con il proseguimento della sua carriera mentre O’Neal continuò la sua carriera e qualche anno dopo venne chiamato da Kubrick per interpretare Barry Lindon nell’omonimo film.
Purtroppo paradossalmente Love Story non è affatto un film che venga trasmesso con regolarità, tutt’altro;anche in rete non è affatto facile trovare una copia decente con doppiaggio italiano.
Un vero peccato, perchè er quanto sia un film datato, è una storia con un suo fascino garbato, senza tempo.
Love Story
Un film di Arthur Hiller. Con Ali MacGraw, Ryan O’Neal, John Marley, Ray Milland, Russell Nype,Katharine Balfour, Sydney Walker, Robert Modica, Walker Daniels, Tommy Lee Jones, John Merensky, Andrew Duncan, Charlotte Ford, Sudie Bond, Julie Garfield Drammatico, durata 99 min. – USA 1970.
Ali MacGraw … Jennyfer
Ryan O’Nea … Oliver
John Marley … Phil
Ray Milland … Oliver Barrett III
Russell Nype … Dean Thompson
Katharine Balfour … La signorina. Barrett
Sydney Walker … Dottor. Shapeley
Robert Modica … Dottor Addison
Walker Daniels … Ray,compagno di stanza di Oliver
Tommy Lee Jones … Hank ,compagno di stanza di Oliver
John Merensky … Steve,compagno di stanza di Oliver
Andrew Duncan … Reverendo Blauvelt
Charlotte Ford … Clerk
Regia Arthur Hiller
Soggetto Erich Segal
Sceneggiatura Erich Segal
Produttore Howard G. Minsky
Produttore esecutivo David Golden
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Richard C. Katrina
Montaggio Robert C. Jones
Musiche Francis Lai
Tema musicale Love Story Theme
Scenografia Robert Gundlach
Costumi Alice Manougian Martin, Pearl Somner
Trucco Martin Bell, William A. Farley
Ludovica Modugno: Jennifer Cavalleri
Claudio Sorrentino: Oliver Barrett IV
Giorgio Piazza: Oliver Barrett III
L’opinione di Tatrici dal sito http://www.filmtv.it
E’ un eccellente film. Spesso chi lo legge negativamente, (e sono soprattutto i giovani), ha in mente film come Autumn in New York o Titanic, pellicole strappalacrime che si pensa, nessuno possa eguagliare. Bisogna ricordare che non si tratta del racconto di una storia d’amore moderna, è un film realizzato a cavallo fra il 1969 e il 1970 ed è necessario analizzarlo in quel contesto, gli anni 70 per l’appunto, con i limiti anche tecnologici e cinematografici di quegli anni. Non è vero che questo film ha avuto apprezzamenti negativi dalla critica, tutt’altro, viceversa non si spiegherebbero i premi vinti e il grande successo. Love Story è un film sull’amore, un amore sincero che sboccia fra due giovani studenti universitari. Lei intelligente, elegante, ironica, mai scontata. Oliver si innamora di questa ragazza sicura di sé, sboccia l’amore con la massima naturalezza, senza rincorse, senza tattiche, non si rincorrono, si amano e nient’altro. Il legame c’è, è forte, e lo si coglie pienamente dagli sguardi e dai sorrisi. E la dichiarazione d’amore di Oliver, quando improvvisamente le chiede di sposarlo, è il momento più apprezzabile del film. Love Story non è un film sulla malattia, è secondaria e non a caso viene relegato poco spazio ad essa. La leucemia dividerà Jennifer e Oliver, ma lei è forte, desidera solo avere suo marito accanto, non vuole vederlo piangere dinanzi il suo letto di morte e già precedentemente, lo prega di risposarsi e rifarsi una vita. Love Story è un film sì sull’amore, ma sulla vita. Incoraggia ad amare, a donarsi, a farcela .. e va letto in maniera più obiettiva e meno pregiudizievole, senza raffrontarlo alle commedie d’amore di oggi, perché perderebbe la sua autenticità.
L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it
Pietra miliare del romanticismo moderno, “Love story” è un film tenero e delicato che segnò un epoca.
Odiato dai critici di mezzo mondo, non merita in realtà le accuse di patetismo e ipocrisia che gli vennero rivolte. E’ una semplice storia d’amore che, evidentemente, arrivò al momento giusto e che riuscì a toccare le corde giuste della commozione (anche con melancolie del tipo “Amare significa non dover dire mai Mi dispiace”). Oggi appare datato ma non ha comunque perso quel garbo di narrazione difficile da trovare in vari prodotti analoghi che affollano le nostre sale.
Il bisteccone O’Neal e la topolina occhialuta MacGraw erano belli e credibilissimi, gran parte del merito della riuscita del film va a loro e alla colonna sonora struggente di Francis Lai. Hiller dirige con diligenza e senza grandi guizzi.
Un film che, pur non rappresentando nulla di particolarmente eccezionale, riesce ancora a regalare qualche sincera emozione.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com
Se si è un po’ giù di tono non è adatto inserire nel lettore il DVD (o VHS che sia) di questo straziante dramma: che è una storia d’amore (come suggerisce il titolo), ma molto, forse troppo, AMARA. Ali MacGraw è di una tristezza infinita (per il ruolo che ricopre, giacché come attrice è bravissima) e la colonna sonora – di un romanticismo pregnante – potrebbe garantire la classica fuoriuscita di qualche lacrima. Un classico intramontabile, adatto alla coppia di giovani sposi, prima che il rapporto d’affetto venga logorato dai fatti quotidiani.
L’opinione di Buiomega 71 dal sito http://www.davinotti.com
Al di là del successo, della colonna sonora di Lai, della storia d’amore e di essere un classico del “lacrima movie”, adoro Love story perché film sulla morte, della morte che vince sull’amore, che trionfa e non lascia scampo. Immerso in una New York invernale e ricoperta di neve, un’atmosfera quasi “cronenberghiana” ante litteram, dove il male si insinua sottopelle, arriva improvviso e spazza via ogni possibile coronamento d’amore. Cinema della morte al lavoro, come pochi. Bellissima la MacGraw, lesso, come sempre, O’Neal. Personal cult.
L’opinione di Wupa Wump dal sito http://www.davinotti.com
Amore, passione, dolore e disperazione sono i fondamenti su cui si basa questo film, forse un po’ troppo strappalacrime per i miei gusti (devo ancora conoscere qualcuno che non abbia versato almeno una lacrima durante la visione), ma sicuramente coinvolgente e struggente. I protagonisti (un O’Neal molto attraente e una MacGraw molto dolce e sfortunata) sono dei grandi interpreti e sicuramente restano tra i principali artefici del successo di questo film, insieme alla mitica colonna sonora del francese Francis Lai. Un cult.
Che cosa si può dire di una ragazza morta a venticinque anni?
Che era bella. E simpatica. Che amava Mozart e Bach. E i Beatles. E me. Una volta che mi aveva messo specificamente nel mucchio con tutti quei tizi musicali, le chiesi l’ordine di preferenza, e lei rispose sorridendo: «Alfabetico.» Sul momento sorrisi anch’io. Ora però mi chiedo se nell’elenco io comparivo con il nome – nel qual caso sarei venuto dopo Mozart – oppure con il cognome, perché mi sarei trovato tra Bach e i Beatles. In ogni modo non venivo per primo, il che sarà idiota ma mi secca terribilmente, essendo cresciuto con l’idea che devo sempre essere il numero uno. Eredità di famiglia, capite?

Hong Kong, Cina
Oxford Laundry Laundromat, Cambridge, Cambridgeshire, Inghilterra, Regno Unito
119 Oxford Street, Cambridge, Massachusetts, USA
5th Avenue, Manhattan, New York City, New York, USA
Bronx, New York City, New York, USA
Cambridge, Massachusetts, USA
Central Park, Manhattan, New York City, New York, USA
City College of New York City, Manhattan, New York City, New York, USA
Fordham University – 441 E. Fordham Road. Rose Hill, Bronx, New York City, New York, USA
Hamilton College, Clinton, New York, USA
Harvard University, Cambridge, Massachusetts, USA
Klingenstein Pavilion, Mt. Sinai Medical Center – 1190 Fifth Avenue, Manhattan, New York City, New York, USA
Limberlost Cabins – Limberlost Road, Clinton, New York, USA
Long Island, New York, USA
Manhattan, New York City, New York, USA
New York City, New York, USA
Old Westbury Gardens – 71 Old Westbury Road, Old Westbury, Long Island, New York
Old Westbury, Long Island, New York, USA
Rose Hill, Bronx, New York City, New York, USA
South Hamilton, Massachusetts, USA
US Equestrian Team headquarters, Myopia Hunt Club – 435 Bay Road, South Hamilton, Massachusetts, USA
Wollman Skating Rink – 830 5th Ave., New York City, New York, USA
La febbre del sabato sera
16 dicembre 1977 e 13 marzo 1978.
Due date importanti per la storia del musical e per la storia del costume del nostro paese.
La prima riguarda l’uscita nelle sale americane di Saturday night fever, titolo originale della pellicola diretta da Jonh Badham,la seconda riguarda l’anteprima nazionale italiana dello stesso film con l’italianissimo titolo La febbre del sabato sera,traduzione letterale dell’originale americano.
Perchè citare un film come parte integrante della storia del costume italiano?
Semplicemente perchè il film di Badham entrò dapprima timidamente,poi con forza dirompente nel modo di vivere dei nostri giovani, in un paese scosso ancora dal terrorismo, da quel senso di precarietà che si viveva nel periodo più buio della nostra storia.

In pochi mesi il film si innestò con la sua musica e con tutto il suo carico di voglia di evasione nel costume di un paese colpito al cuore da terrorismo,inflazione,disoccupazione.
Per molti giovani, che avevano vissuto e stavano ancora vivendo l’incubo degli anni di piombo rappresentò una svolta.
Per alcuni storiografi una deriva, per molti altri un nuovo inizio, che significò l’avvento della stagione del riflusso, che ufficialmente inizierà sul finire dell’anno 1979 e che troverà negli anni 80 la sua consacrazione, con l’abbandono di molte tematiche degli anni settanta a tutto favore del disimpegno e della leggerezza, con il contemporaneo alleggerimento della tensione sociale.
Potrà sembrare un ragionamento molto riduttivo, eppure La febbre del sabato sera ebbe un impatto determinante sulla vita di molti giovani;le discoteche divennero ancor più il punto di aggregazione di tanti giovani,posti dove svagarsi, lasciare da parte i problemi semplicemente ballando sulle note di Stayng alive o Night fever.

Così,lentamente ma inesorabilmente,una generazione cresciuta all’ombra dell’odio e della violenza si avvia a conoscere la stagione effimera, eppur fondamentale,di quella che venne definita età dell’oro, un periodo lungo quasi un decennio e che ribalterà molte delle cose acquisite nei decenni precedenti, innalzerà a status la voglia di divertirsi,svagarsi,del “tutto e subito”
La febbre del sabato sera è un musical, ma del tutto particolare.
Le tematiche di fondo infatti sono assolutamente pregnanti;si va dal disagio giovanile delle classi meno abbienti americane all’emarginazione di quelle immigrate, nello specifico la numerosa colonia ispanica all’uso di droghe al razzismo.
Su tutto la figura simbolo del film, Toni Manero, un giovane bianco appartenente a quella classe invisibile che corrisponde al nostro proletariato (forse anche sotto proletariato),un giovane estremamente estroverso ma al tempo stesso egoista e superficiale,che fa un lavoro anonimo, un’occupazione temporanea che non lo soddisfa affatto presso un negozio di vernici.
Toni frequenta un gruppo eterogeneo di italo americani, in perenne conflitto con la numerosa colonia ispanico-americana.

L’unico suo vero divertimento, svago, è il ballo.
Toni frequenta il 2001 Odyssey,una discoteca ai margini dell’opulenta Manhattan,posto nel quale conosce Stephanie Mangano,un’altra italo americana che è più grande di lui ed anche più matura.
I due amano il ballo e ben presto Toni fa coppia con lei, apprezzandone non solo le doti di ballerina ma anche quelle di donna.
Ma Manero non è maturo.
Non è colpa sua, ovviamente.
Il gruppo che frequenta è composto da persone irresponsabili, emarginate,con una carica di violenza latente.
Così Toni, reduce da una vittoria in una gara di ballo assolutamente ingiusta ottenuta ai danni di una coppia portoricana ben più meritevole del premio, finisce per tentare di usare violenza su Stephanie.
Sarà la drammatica morte di Bobby, un amico del gruppo, forse il ragazzo più equilibrato del gruppo, che precipita giù da un ponte a cambiare per sempre la vita di Toni.

Presa coscienza del suo stato,dei suoi comportamenti sopratutto nei riguardi di Stehanie,Tony si recherà a casa della ragazza alla ricerca di un punto fermo che significhi un nuovo inizio,l’alba di una vita diversa.
La febbre del sabato sera è un bel film, aldilà anche della strepitosa,immortale colonna sonora che fa da sfondo al film stesso;la storia non è affatto banale, le tematiche si mescolano abbastanza armonicamente mentre scorrono le note di brani storici come Stayin’ Alive,How Deep Is Your Love,More Than a Woman,Night Fever,You Should Be Dancing dei Bee Gees,band storica del finire degli anni sessanta oltre a strepitosi single come If I Can’t Have You di Yvonne Ellimann e Disco Inferno dei Trammps.E’ sicuramente inusuale la descrizione di problemi annosi e direi anche endemici della società statunitense come il razzismo e l’emarginazione.
Ma indiscutibilmente sarà la colonna sonora a segnare questo film.
Un ricordo personale.
Quando usci Saturday night fever il nostro paese era avvolto da una cappa di piombo.
E tutti eravamo davvero stanchi di quella lunghissima stagione di attentati, di morti ammazzati, di sangue e di dolore.

A vent’anni puoi anche avere passione politica ma alla fine quando ti rendi conto che tutto sta finendo in una litania di uccisioni, anche le idee,l’ideologia stessa traballa.
Così capitò a molti di iniziare ad avere una forma di ripudio totale della violenza.
E altrettanto fatalmente questo film si innestò in queste dinamiche, nella voglia di evasione, di normalità che iniziava a dilagare fra i giovani.
Ad ottobre del 1978 frequentavo una discoteca della mia città.
La Saturday night fever a distanza di qualche mese era sempre più la colonna sonora alternativa al rock, ormai quasi morto e sepolto dopo più di un decennio di furore.
La sera del sabato avveniva una specie di rito che in qualche modo assomigliava a quello mostrato da Toni Manero nel film;per tutta la settimana ci si preparava all’evento e quando finalmente arrivavano le 20,30, orario di apertura della discoteca stessa,ci si tuffava in un mondo in cui era bandita la tristezza.
Le energie dei giovani confluivano in balli scatenati sulle note della disco dance, che impazzava allora.
Da Stayng alive a You should be dancing,ci si scatenava sulla pista avvolti da nuvole di ghiaccio secco sotto le luci accecanti dei riflettori;poi arrivavano i lenti come Night fever o la meravigliosa How deep is your love e tanti altri brani che seguirono come Born to be alive,Baby i love you, lenti appassionanti come Quella carezza della sera,Baker street.

Il mondo stava cambiando e stavano cambiando le mode,le aspirazioni; se gli anni sessanta avevano traghettato il nostro paese da un’epoca ingenua ad una di amara consapevolezza,il finire degli anni settanta traghettò il paese in quella sbornia colossale che furono gli anni ottanta.
Spalle agli anni di piombo, gli italiani si scoprirono cicale.
Ma questa è un’altra storia.
Aldilà del valore assolutamente più che discreto, La febbre del sabato sera ebbe il grande merito di spalancare le porte,almeno nel nostro paese, ad una musica dirompente che rilanciò la disco music come fenomeno di massa.
E consegnò brani immortali alla storia della musica.
La febbre del sabato sera
Un film di John Badham. Con Barry Miller, John Travolta, Karen Gorney, Joseph Cali, Fran Drescher, Paul Pape, Donna Pescow, Bruce Ornstein, Julie Bovasso, Martin Shakar, Denny Dillon, Sam Coppola, Donna Perscow, Nina Hansen, Lisa Peluso, Bert Michaels Titolo originale Saturday Night Fever. Commedia, durata 119 min. – USA 1977
John Travolta: Tony Manero
Karen Lynn Gorney: Stephanie Mangano
Barry Miller: Bobby C.
Joseph Cali: Joey
Paul Pape: Double J.
Donna Pescow: Annette
Bruce Ornstein: Gus
Julie Bovasso: Flo Manero, madre di Tony
Martin Shakar: Frank Manero Jr., fratello
Sam Coppola: Dan Fusco
Nina Hansen: nonna
Lisa Peluso: Linda Manero, sorella di Tony
Val Bisoglio: Frank Manero Sr., padre di Tony
Denny Dillon: Doreen
Bert Michaels: Pete
Robert Costanzo: cliente del negozio
Robert Weil: Becker
Shelly Batt: ragazza della discoteca
Fran Drescher: Connie
Donald Gantry: Jay Langhart
Murray Moston: venditore
William Andrews: detective
Ann Travolta: ragazza
Helen Travolta: signora al negozio
Ellen March: commessa del bar
Monti Rock III: DJ
Roy Cheverie: partner spaiato
Adrienne King: ballerina
Alberto Vazquez: membro di una gang portoricana
Flavio Bucci: Tony Manero
Ludovica Modugno: Stephanie Mangano
Claudio Sorrentino: Bobby C.
Laura Gianoli: Annette
Antonio Colonnello: Frank Manero Jr.
Ridoppiaggio (2002)
Claudio Sorrentino: Tony Manero
Alessandra Korompay: Stephanie Mangano
Corrado Conforti: Bobby C.
Luigi Ferraro: Joey
Francesco Pezzulli: Double J.
Francesca Guadagno: Annette
Simone Crisari: Gus
Maria Pia Di Meo: Flo Manero
Christian Iansante: Frank Manero Jr.
Vittorio Amandola: Dan Fusco
Saverio Indrio: Frank Manero Sr., padre di Tony
Stefano Mondini: DJ
Regia John Badham
Sceneggiatura Norman Wexler
Produttore Robert Stigwood
Fotografia Ralf D. Bode
Montaggio David Rawlins
Musiche David Shire
Tema musicale Barry Gibb, Maurice Gibb, Robin Gibb
Scenografia Charles Bailey
Costumi Patrizia von Brandenstein
Trucco Max Henriquez, Joe Tubens
“Stayin’ Alive”, Bee Gees, durata 4’45”
“How Deep Is Your Love”, Bee Gees, 4’05”
“Night Fever”, Bee Gees, 3’33”
“More Than a Woman”, Bee Gees, 3’17”
“If I Can’t Have You”, Yvonne Elliman, 3’00”
“Symphonie No 5″ (originale di Beethoven), Walter Murphy, 3’03”
“More Than a Woman”, Tavares, 3’17”
“Manhattan Skyline”, David Shire, 4’44”
“Calypso Breakdown”, Ralph MacDonald, 7’50” (non inserita nel film)
“Night on Disco Mountain”, David Shire, 5’12”
“Open Sesame”, Kool & the Gang, 4’01”
“Jive Talkin'”, Bee Gees, 3’43” (non inserita nel film)
“You Should Be Dancing”, Bee Gees, 4’14”
“Boogie Shoes”, KC and the Sunshine Band, 2’17”
“Salsation”, David Shire, 3’50”
“K-Jee”, MFSB, 4’13”
“Disco Inferno”, The Trammps, 10’51”
L’opinione di Dario dal sito http://www.mymovies.it
Probabilmente il miglior film sulla danza (e non solo) mai fatto in epoca moderna! Travolta è riuscito a creare attorno a sè un’icona con questo ruolo e a ripetere tale grandezza solo col ruolo datogli da Tarantino in “Pulp fiction” . Peccato che il doppiaggio della pellicola sia stato trascurato notevolmente, infatti la si gusta meglio nella sua versione originale. Film inevitabile, un “must” per i cinefili, che seppur poco attratti dalla cultura disco anni ’70 (come me), dovrebbero capire che con questo film si è fatta la storia. Notevole anche il malinteso intrinseco del film, ossia che viene fatto passare per commedia, quando in realtà per gran parte della durata del film si sta davvero male da quanto forte e autentico è il ritratto di questa solitudine metropolitana di Tony Manero, il quale riesce a trovare unico conforto nella danza e nella partner in pista interpretata altrettanto bene da Karen Lynn Gorney, nel ruolo di Stephanie Mangano. Il finale anticlimatico potrà sembrare ridicolo, ma in fondo è necessario. Il sequel “Staying alive” girato da Sylvester Stallone, d’altro canto, ha tentato in modo assolutamente fallimentare di riesumare il successo del primo film.
L’opinione di Panflo dal sito http://www.filmtv.it
Io c’ero quando uscì nel ’77; ero anche padre di due frugolotti di 9 e 10 anni. Li portai a vederlo e si annoiarono a morte ; forse annoiato dalla loro noia mi rimase un ricordo negativo (influenzato sicurament dal rimpianto dei soldi del biglietto) perché se parti a vedere un film con lo spirito negativo non c’è speranza che lo cambi in corso d’opera : perciò mi parve una brutta copia di “American Graffiti” , troppo notturno, con i caratteri troppo marcati, specie la famiglia Manero, le scene di ballo filmate male con predominza di fastidiosi rossi e frequenti effetti “flou” , musica che non diceva gran che (e pensare che i Bee Gees erano tra i miei preferiti dopo Massachusset e, Words ed altri) Come mi sbagliavo !!! Me lo rividi dopo qualche anno ed ebbi modo di ammirare l’abilità del regista nel portare avanti una storia di giovani perdenti (ma in fondo anche gaudenti) e della loro passione per il ballo senza troppo attardarsi su approfondimenti socio-culturali, ma lasciando spazio a godibili scenette , veloci e ben legate da una musica che ormai mi era entrata nel DNA. Le scene di ballo collettivo, ripresa dall’alto in atmosfera quasi da sogno , e i singoli balletti di Travolta ti mettono in movimento tutto il corpo e oggi che l’ho rivisto per l’ennesima volta , pensando a tutti i film de genere successivi, posso affermare che rimane veramente un capostipite insuperato.
L’opinione di Angelheart dal sito http://www.filmscoop.it
Un John Travolta semplicemente fenomenale (in uno dei ruoli top della sua carriera assieme al Jack Kerri di “Blow Out” e all’indimenticabile Vincent Vega di “Pulp Fiction”) è il protagonista di questo film culto anni 70, indubbiamente tra i più importanti e rappresentativi della famosa decade.
Uno spaccato generazionale crudo, sincero e divertente che cattura ben bene il malessere e le frustrazioni che serpeggiavano tra i giovani dell’epoca (nullità di giorno, leoni di notte) tra risse, sesso, droga, turpiloquio (tra i più spinti che il cinema ricordi) e sequenze di ballo assolutamente irresistibili.
Ciliegina sulla torta, una strepitosa colonna sonora disco, indubbiamente azzeccata, dei mitici Beegees (che ha contribuito non poco al successo del film); melodie indimenticabili che si sposano perfettamente con le scene in cui vengono usate e che ne enfatizzano ancor più la carica rendendole semplicemente uniche nel suo genere (come dimenticare i titoli di testa con “Staying Alive”, o le “prove costume” di Tony nella sua stanza con “Saturday Night Fever”, o ancora il famoso ballo in pista di Tony, che sfoggia un repertorio di passi da far paura, sulle note di “You Should be Dancing, Yeah”).
Insomma, a parte qualche dettaglio inutile (tutta la parte col fratello spretato) e qualche leggero momento di stanca nella parte centrale (con la relazione altalenante tra Tony e Stephanie) “La Febbre del Sabato Sera” rimane un affresco anni 70 e fenomeno di costume meritatamente storico (lontano dall’essere una commedia o un musical come molti erroneamente pensa(va)no), ancora oggi sincero e brutale, che senza ombra di dubbio andrebbe visto almeno una volta nella vita; se non altro per capire come mai lo straordinario John Travolta, con questo film, sia riuscito a diventare una superstar modello di vita per gli uomini e ultra sex-symbol per le donne. Veramente… Travolta è un fottùto MITO!!!
In definitiva: grande film, grande grande film… che la cosa piaccia o meno.
Da vedere e rivedere.
Interessante notare come all’epoca i modelli e le influenze sui giovani fossero il Rocky Balboa di Stallone o il Frank Serpico di Pacino, e che le donne sulle quali si sbavava fossero stangone bionde e bellezze naturali come Farrah Fawcett.
Tanto per capire come la situazione oggi sia veramente desolante…
dal sito http://www.davinotti.com:
L’opinione di Markus
Cult movie (consegnato alla storia del cinema) in cui si stende un ritratto di gioventù americana senza ideali ma con una coscienza indotta di fine anni ’70; ma c’è di più: il film di Badham è anche storiografico perché espone con straordinaria fedeltà il fenomeno allora in corso della “disco” attraverso luoghi e brani già di per sè icone. Travolta ha incarnato – forse senza nemmeno saperlo – le fattezze di migliaia di ragazzi in tutto il mondo.
L’opinione di Herrkinski
Ovvero: quello che non ti aspetti. Se infatti il film a prima vista (e da quel che si dice in giro da sempre) parrebbe solo una glorificazione effimera della disco-dance di fine anni ’70, è in realtà uno spaccato di vita dei giovani di periferia della New York del periodo; classi sociali basse, figli di immigrati e minoranze, con potenzialità inespresse e condannati a una vita che non gli appartiene. A tratti duro e per nulla accomodante, con un finale non rassicurante e una certa violenza; bravo Travolta, mai sopra le righe. Da rivalutare.
L’opinione di Harrys
Il film riesce a districarsi abilmente, con uno stile singolare, ma forse inconsapevole, tra toni da commedia giovanilistica spensierata e toni da amara satira sui concetti di immaturità, di standardizzazione, di mancanza di personalità (e quindi di saldi principi) e di prospettive. Se il primo aspetto della pellicola (quello scanzonato) non esalta, il secondo (quello graffiante) colpisce nel segno, ergendosi quasi a monito. Il personaggio di Tony Manero sembra essere stato scritto e pensato appositamente per John Travolta. Grande OST.
Signor Fusco: “Il futuro non si fa fottere, il futuro casomai fotte te! Quello c’è sempre e se non sei preparato, ti fotte!”
Tony: “Per me il futuro è stasera!”
Stephanie: “Io sto crescendo, sto crescendo. Tu non hai neppure idea di quanto sto crescendo!”
Tony: “Mettiti le scarpe basse!”
Se la devono sempre prendere con qualcuno… il perché non si sa! (Tony Manero)
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Lenny’s Pizza – 1969 86th Street, Bensonhurst, Brooklyn, New York City, New York, USA
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Phillips Dance Studio – 1301 W. Seventh Street, Bensonhurst, Brooklyn, New York City, New York, USA
Verrazano-Narrows Bridge, New York City, New York, USA



































































































































































































































































































































































